opere Die Geburt der Tragödie aus dem Geist der Musik (La nascita della tragedia dallo spirito

della musica) 1872 Unzeitgemäße Betrachtumgem (Considerazioni inattuali) 1873/6 Menschliches, alzu menschliches (Umano, troppo umano) 1878/9 Morgenröte (Aurora nascente) 1881 Die fröliche Wissenschaft (La gaia scienza) 1882 Also sprach Zarathustra (Così parlò Zaratustra)
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1885 Jenseits von Gut und Böse (Al di là del bene e del male) 1886 Zur Genealogie der Moral (La genealogia della morale) 1887 Götzendämmerung (Il crepuscolo degli idoli) 1889 Der Antichrist (L'Anticristo) (postumo) Breve introduzione Per la sua opera di demolizione di convinzioni consolidate, N. si é imposto come uno dei "maestri del sospetto" nel pensiero del '900. Più propriamente egli si propone una trasmutazione di tutti i valori, non volendo restare nel nichilismo, che aveva implacabilmente smascherato, e tanto mano nella decadenza a cui oppone decisamente la sua potenza. Il suo compito costruttivo non é stato però eseguito oppure é stato male inteso: ha dovuto pertanto subire tutta una serie di interpretazioni che non gli hanno reso giustizia (specie da parte del Nazismo). Forse é più opportuno lasciare a N. la sua
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provocante e insoddisfatta inattualità. Il suo pensiero ha influenzato gli ambiti più disparati, dalla letteratura alla musica, dalla pittura e arte espressionistica alla riflessione sociologica fino alla utilizzazione politico-ideologica. Significato generale: un irrazionalismo "ottimistico" Per Nietzsche la filosofia non è questione teoretica (infatti non si dà verità da contemplare), ma è una scelta, assolutamente arbitraria (è una questione di naso, cioè di gusto, non di ragione: "rispetta il mio naso, come io rispetto il tuo"). Non si dimostra che la propria tesi è vera o che quella antagonista alla propria è falsa, ma si mostra come nasce la tesi opposta, e ciò facendo la si distrugge. È il cosiddetto metodo "genealogico", che dispensa da un serio esame delle tesi avversarie. In altri termini l'origine soggettiva di qualcosa è la consistenza di questa cosa, la realtà non ha più una sua struttura intelligibile oggettiva (analogamente a Feuerbach e il Freud "filosofo") non importa sapere se qualcosa sia vero o no, ma solo quale motivo soggettivo spinga ad affermarlo come tale. 1) alle origini della menzogna nel mondo classico Nietzsche si interessò alla cultura classica, che affrontò in modo originale, come documenta la sua tesi sulla Nascita della tragedia (1872), con la celebre distinzione, divenuta poi largamente accettata, tra apollineo e dionisiaco. / \ Apollo:

dio luminoso, ben definito
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forma, plasticità, arti figurative; razionalità, controllo degli istinti, misura e equilibrio; distacco (Apollo l'obliquo, che uccide con le frecce, distaccato dalla vittima)

Dioniso:
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oscuro e irrazionale, indefinito/ambiguo informità, musica e danza; vitale, spontaneità, ebbrezza, orgiastico; si unisce alle sue vittime. la vita è pervasa dal dolore e dall'assurdo: l'arte tende a trasfigurare tali aspetti sia nella commedia, sia nella tragedia

La tragedia greca univa questi due aspetti:quello apollineo, espresso dalle arti figurative con la loro scenicità definita, inalveamento delle domande esistenziali nel logos, e quello dionisiaco, espresso dalle musica con la sua incontenibilità in forme determinate, simbolo della vita spontanea. Già Euripide tende a eliminare dalla tragedia l'elemento dionisiaco, col predominio del raziocinio; è Socrate comunque il principale responsabile dell'inaridimento della cultura occidentale: lui e Platone sono "gli strumenti della dissoluzione greca, gli pseudogreci, gli antigreci". Loro hanno usato di quella dialettica, che "può essere solo un'estrema risorsa nelle mani di chi non ha più armi [..] Quel che si lascia dimostrare ha poco valore." Socrate fu ostile alla vita, volendo dominare e soffocare l'istintività spontanea in nome della ragione. Fu malato. 2) la menzogna del sapere storico Il tema è affrontato soprattutto in Sull'utilità e il danno della storia per la vita (seconda delle Considerazioni inattuali). Nietzsche sostiene che i fatti in sé sono stupidi: occorre l'interpretazione. Sono le teorie ad essere intelligenti. Il senso della storia è spesso nemico della vita, in quanto ci rende schiavi del passato, passivi, costretti a "chinare la schiena e piegare il capo" dinanzi alla "potenza della storia", per l'"idolatria del
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fatto" che avviene laddove si verifica una "saturazione" di storia. Ne consegue una sfiducia nella propria capacità creativa, e il formarsi di una pura erudizione da enciclopedie ambulanti, che annulla la personalità: "nessuno osa più esporre sé stesso, ma ciascuno prende la maschera di uomo colto, di dotto, di poeta" Si diventa così "uomini che non vedono quello che anche un bambino vede". l'uomo invidia l'animale, che subito dimentica [..] l'animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente [..] l'uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte. Per ogni agire ci vuole oblìo: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità. La serenità, la buona coscienza, la lieta azione la fiducia nel futuro dipendono [..] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto. in particolare
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la storia archeologica si ferma al mediocre, si attarda ad ammirare il passato, anche nei suoi aspetti mediocri e meschini, per giustificare la presente mediocrità; la storia monumentale cerca nel passato esempi e modelli positivi, che mancano nel presente, onde poter guardare al futuro con sicurezza che ciò che è stato possibile in passato lo sarà ancora; solo la storia critica è davvero positiva, in quanto non si limita ad favorire l'imitazione del passato, anche eroico, ma lo vuole superare: essa trascina il passato davanti al tribunale, lo giudica e lo condanna. [deve ancora venire il momento di pienezza dell'Umanità].

3) la menzogna della scienza Pur non essendo del tutto negativa (come pensa N. soprattutto in Umano, troppo umano, Aurora, La gaia scienza), in quanto libera dalla vecchia concezione del mondo, essa facilmente conduce
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all'adorazione della verità oggettiva, rende l'uomo schiavo dell'oggettività esterna, e contrapposta alla vita. In realtà non ci sono dati, fatti oggettivi (antipositivisticamente), ma solo interpretazioni "Si vede che anche la scienza riposa su una fede, che non esiste affatto una scienza "scevra di presupposti". La domanda se sia necessaria la verità, non soltanto deve avere avuto già in precedenza risposta affermativa, ma deve averla avuta in grado tale da mettere quivi in evidenza il principio, la fede, la convinzione che "niente è più necessario della verità e che in rapporto a essa tutto il resto ha soltanto un valore di secondo piano". Questa incondizionata volontà di verità, che cos'è dunque? [...] Ebbene, si sarà compreso dove voglio arrivare, vale a dire che è pur sempre una fede metafisica quella su cui riposa la nostra fede nella scienza; che anche noi, uomini della conoscenza di oggi, noi atei e antimetafisici, continuiamo a prendere anche il nostro fuoco dall'incendio che una fede millenaria ha acceso, quella fede cristiana che era anche la fede di Platone, per cui Dio è verità e la verità è divina... Ma come è possibile, se proprio questo diventa sempre plu incredibile, se niente più si rivela divino salvo I'errore, la cecità, la menzogna, se Dio stesso si rivela come la nostra più lunga menzogna?" (La gaia scienza, 344) Nietzsche, ancora, denuncia lo schematismo degli scientisti, che non si accorgono della polimorfia del reale, pretendendo di ricondurlo a pochi principi meccanici. 4) la menzogna morale Nietzsche indica nel risentimento l'origine dei valori cristiani, morale dei deboli, dei malati, degli sconfitti, risentiti contro la vita. Il risentimento è un autoavvelenamento dell'animo che si produce in chi, debole e vile, non sa reagire adeguatamente, affidandosi alla sua vitalità spontanea e aggressiva, alle sfide del contesto. In tal modo alla lunga egli si convince che il suo comportamento, frutto in realtà di debolezza e viltà, è l'unico ad essere virtuoso: ed eleva così il valore del perdono e della remissività a valori supremi. Gettando disorientamento e confusione nella società tutta.
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5) la menzogna religiosa e la morte di Dio Nietzsche ha comunque una segreta, profonda nostalgia dell'Assoluto, come testimoniano questi versi: All meine Tränenbäche laufen zu Dir den Lauf! Und meine letzte Herzensflamme Dir glüht sie auf! O, Komm zurück, Mein unbekannter Gott! Mein Schmerz! mein letztes Glück!, (F. Nietzsche, Dionysos - Dithyramben) Ciò non toglie che il suo sia il più radicale ateismo della storia della filosofia. Per lui infatti Dio in quanto tale si oppone all'uomo: deve morire, affinchè l'uomo viva. "Egli è morto, noi lo abbiamo ucciso. Ma questo non affare di poco" (Also sprach Zaratustra). Nietzsche d'altronde si schiera contro gli atei volgari(i ridanciani) che non si rendono conto della posta in gioco, e credono che sia facile "sbarazzarsi" di Dio. Mentre si tratta di un'opera titanica, da far tremare le vene ai polsi: Come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare, bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per cancellare l'intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? Con che acqua potremo lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande per noi la grandezza di questa azione? (La Gaia scienza, n.125) interpretazioni della morte di Dio:
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Secondo alcuni, tra i quali Vattimo, si tratterebbe di una presa d'atto storica; secondo altri, tra i quali Abbagnano, si tratta invece di una tesi metafisica.

interpretazioni del nichilismo
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Alcuni pretendono che la negazione di un Assoluto non significhi negare ogni valore; ma più avvedutamente altri interpreti ritengono che, al di là delle intenzioni, forse, di N,, negare i valori assoluti, propri del Cristianesimo e della religione, significa negare ogni valore. La tragica conclusione nella pazzia della parabola filosofica di N. è in tal senso significativa.

la volontà di potenza Ogni azione di ogni uomo é dettata secondo Nietzsche da una volontà di potenza, un desiderio irresistibile di acquisire potere per dominare su tutti gli altri: "Ogni volta che ho trovato un essere vivente , ho anche trovato volontà di potenza ; e anche nella volontà di colui che serve ho trovato la volontà di essere padrone . Il debole é indotto dalla sua volontà a servire il forte , volendo egli dominare su ciò che é ancora più debole : a questo piacere , però , non sa rinunciare . E come il piccolo si dà al grande , per avere diletto e potenza sull' ancora più piccolo : così anche ciò che é più grande dà se stesso e , per amore della potenza , mette a repentaglio la sua vita ." ( Così parlò Zarathustra ) l'eterno ritorno
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La concezione di una storia lineare è fallace poiché la storia è ciclica, esiste un eterno ritorno dell'uguale, una ciclicità dell'universo, un ritorno alla natura greca che si esprime nel ciclo cosmico dionisiaco, negando così la finitezza del tempo e lo scopo del divenire. L'attimo dunque nella concezione di Nietzsche possiede tutto intero il suo senso meritando di essere vissuto per se stesso come se fosse eterno.
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il superuomo
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Ai valori tradizionali, propri di una "morale schiava" caratterizzata dalla debolezza dell'individuo e dal risentimento che nasconde l'interesse (esemplare la morale cristiana del sacrificio), N. oppone una "trasvalutazione" che darebbe vita alla figura dell'uomo disincantato e consapevole del nulla, eroicamente responsabile della propria finitezza, il superuomo (Übermensch) nato per andare "oltre" l'uomo del presente. Il superuomo afferma la vita accettandone la sofferenza, il dolore e le contraddizioni che l'accompagnano con gioioso (dionisiaco) amore per l'esistenza; è un creatore di valori ed è per questo privo di valori fissi e immutabili, al di là del bene e del male, artefice di una "morale autonoma". Laddove gli altri vedono cose ideali, lui vede cose umane, troppo umane. La "fedeltà alla terra" del superuomo è fedeltà alla vita e al vivere con pienezza, è esaltazione della salute e sanità del corpo, è altresì affermazione di una volontà creatrice che istituisce valori nuovi. Non più "tu devi", ma "io voglio".Il superuomo è l'uomo totalmente indipendente dai valori tradizionali, l'uomo che si pone al di là del bene e del male: l'uomo superiore accetta con gioia la vita come è. In un mondo dominato dal caso e dall'irrazionalità, la sola necessità è quella della volontà che vuole riaffermare se stessa; il superuomo ha saputo identificare la propria volontà con quella del mondo, accettare la nonna terrestre che lo regge: egli è volontà di potenza incarnata. Contro la tradizione giudaico-cristiana che attribuisce al tempo una direzione lineare e una struttura articolata in passato, presente e futuro, N. nega l'esistenza di un fine del corso storico che trascenda i singoli momenti. Significati e direzioni sono solo prospettive interne al gioco di forze della volontà di potenza: ogni momento, e ciascuna esistenza in ogni attimo, ha tutto il suo senso in sé. Il superuomo, grazie all'amor fati, all'accettazione gioiosa della vita così come è - nel passato, nel presente e nell'eternità - deve costruire un'esistenza in cui ogni momento abbia tutto intero il suo senso: l'eterno presente della vita.

al di là del bene e del male
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La morte di Dio rappresenta la fine delle illusioni e delle menzogne della religione e all’accettazione dell’immanenza della vita. Da qui inizia una vera e propria trasmutazione dei valori che darà vita al superuomo (oltreuomo), che si pone al di là del bene e del male, non riconosce limiti e si eleva sopra il gregge degli uomini mediocri. Questo comporta anche una volontà di potenza, un nichilismo attivo ed una concezioni ciclica della storia.

la gaia scienza
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La scienza moderna é soltanto la forma più recente e nobile dell'ideale ascetico, essa ha ancora fiducia nelle verità come valore in sè, superiore ad ogni altro e, quindi, non é in grado di contrastare questo ideale. E' tuttavia possibile quella che N. definisce gaia scienza , che si rivolge ai senzapatria, figli dell'avvenire e a disagio nel proprio tempo, amanti del pericolo e dell'avventura, avversi a ogni ideale, i quali non hanno intenzione di regredire ad alcun passato nè lavorare per il progresso, ossia per l'affermarsi dell'uguaglianza e della concordia tra gli uomini. Per raggiungere questo stato di gaiezza bisogna abbandonare la morale corrente, porsi liberi al di là del bene e del male e quindi staccarsi da parecchie cose, ma per far questo occorre acquisire una condizione di leggerezza: e N. paragona questo stato a quello della "danza".

il risentimento é lo stato d'animo dell'uomo che, impotente a creare nuovi valori e ad affermarsi sulle sofferenze della vita, dice "no" alla vita stessa asservendosi alla "morale degli schiavi", odiando ciò che non può essere o non può avere e limitandosi, utilitaristicamente, a difendere le qualità del "gregge" giudizio o La filosofia di Nietzsche rappresenta l'attacco più frontale e totale al Cristianesimo che la storia del pensiero conosca. Le tragedie del superomismo di estrema destra (il nazismo e il
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fascismo in particolare) hanno trovato in lui certamente una legittimazione teorica, e in molti casi uno stimolo propulsivo. Non si può però negare a Nietzsche un atteggiamento sincero, e in qualche modo coerente fino all'estremo, tanto più notevole se lo paragoniamo a quello di un Comte o di altri filosofi, che, pur detestando la Verità, hanno finto di esserle devoti (come Hegel), o almeno indifferenti (come tanti altri).

testi Come il "mondo vero" finì per diventare favola
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Il mondo vero, irraggiungibile per il saggio, il pio, il virtuoso - egli vive in quel mondo, egli è quel mondo. (La più antica forma dell'idea, relativamente intelligente, semplice, convincente. Parafrasi della proposizione "Io, Platone, sono la verità".) Il mondo vero, irraggiungibile per ora, ma promesso al saggio, al pio, al virtuoso ("al peccatore che fa penitenza"). (Progresso dell'idea: diventa più sottile, più insidiosa, meno comprensibile - diventa donna, diventa cristiana...) Il mondo vero, irraggiungibile, indimostrabile, impromettibile, ma già in quanto pensato una consolazione, un dovere, un imperativo. (Il vecchio sole, in fondo, ma attraverso la nebbia e scetticismo; l'idea divenuta sublime, pallida, nordica, konigsberghese.) Il mondo vero - irraggiungibile? Comunque non raggiunto. E, in quanto non raggiunto, anche sconosciuto. Dunque neppure consolante, liberatorio, vincolante: a che potrebbe vincolarci qualcosa di sconosciuto? (Grigio mattino. Primo sbadiglio della ragione. Canto del gallo del positivismo.)

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Il "mondo vero" - un'idea che non serve più a niente, che non vincola nemmeno più un'idea divenuta inutile, superflua, dunque un'idea confutata: eliminiamola! (Giorno chiaro; prima colazione; ritorno del bon sens e della serenità; rossore di vergogna di Platone; baccano indiavolato di tutti gli spiriti liberi.) Il mondo vero lo abbiamo eliminato: quale mondo è rimasto? Quello apparente forse?... Ma no! Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente! (Mezzogiorno; momento dell'ombra più corta; fine dell'errore più lungo; culmine dell'umanità; INCIPIT ZARATHUSTRA.)

Da AL DI LA' DEL BENE E DEL MALE
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Non esistono fenomeni morali, ma solo un'interpretazione morale dei fenomeni. Il cristianesimo fece bere a Eros il veleno: in realta' egli non ne morì, ma degenero' in vizio. La demenza è rara nei singoli, ma è la regola nei gruppi, nei partiti, nelle epoche. Si deve contraccambiare il bene e il male: ma anche perchè proprio alla persona che ci ha fatto il bene e il male? Non si odia finchè la stima è ancora poca, ma solo quando si stima qualcuno come uguale o superiore. Uomini gravi, malinconici, diventano più leggeri e salgono, a volte, alla superficie proprio a causa di cio' che rende gravi altri, a causa dell'amore e dell'odio. Non la forza, ma la costanza di un alto sentimento fa gli uomini superiori

Da IL CREPUSCOLO DEGLI DEI
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Per vivere soli bisogna essere o un animale o un dio, dice Aristotele. Manca il terzo caso: bisogna essere l'uno e l'altro, un filosofo. E che? l'uomo è soltanto un errore di Dio? Oppure Dio è soltanto un errore dell'uomo?
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Diffido di tutti i sistematici e li evito. La volonta' di sistema è una mancanza di onesta'. Chi non sa' porre la propria volonta' nelle cose, vi pone almeno un senso: crede, cioè, che in esse esista gia' una volontà Che non si commettano viltà verso le proprie azioni! Che non le si pianti poi in asso! Il rimorso è sconveniente. "Ogni verita' è semplice". Non è questa una doppia menzogna? E che? tu cerchi? vorresti decuplicarti, centuplicarti? cerchi seguaci? Cerca zeri! "Spirito tedesco": da diciott'anni una contradictio in adjecto. Quando la donna ha virtù virili, c'è da scappare: e se non ha alcuna virtù virile, è lei stessa a scappare. Il verme calpestato si rattrappisce. E questo è intelligente. Diminuisce infatti la probabilita' di venir calpestato un'altra volta. Nel linguaggio della morale: umiltà. Erano gradini per me, li ho saliti; a tal fine ho dovuto oltrepassarli. Ma quelli credevano che volessi riposarmi su di loro...

Appunti al pensiero di Nietzsche

I. La morale come agente di squilibrio delle forze naturali "Il rimedio è peggiore del male", quale ratio si nasconde dietro l'evidenza del famoso adagio nietzschiano? Il male al quale si riferisce il rimedio è il male della natura, la quale è colpevole, agli occhi dei fautori del rimedio, di inquinare l'agire umano con le sue pulsioni primordiali. L'uomo edifica la morale
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perché senza di essa si sente alla mercé dell'arbitrio delle pulsioni, poiché sente in sé il ridestarsi delle memorie animalesche che lo spingono ad agire irrazionalmente. Nietzsche, per contro, una volta constatata l'evidenza delle pulsioni, avverte chiaramente come nell'uomo la morale che viene a porsi come argine alla pura bestialità diventi essa stessa una bestialità, per eccesso di “regolamenti”, per eccesso di “bigottismo”. La morale poi, nata come rimedio all'assenza di leggi, col tempo si struttura in costruzione amorale, che si fa portatrice degli interessi particolari delle classi dirigenti democratiche e religiose, le quali, pur essendo più deboli degli uomini forti (ovvero degli uomini che per le loro qualità naturali si pongono “al di là del bene e del male”) utilizzano l'intero sistema strutturato della loro morale (lo Stato, le istituzioni, la società) per sottometterli al loro volere, "inferiore in qualità" rispetto al volere dei più forti ("la morale è dominio dei deboli sui forti"). Nietzsche predica allora un annullamento della morale secolare dei deboli, e una liberazione da tali vincoli, liberazione che si incarna nella natura dell'oltre-uomo, un nuovo tipo di uomo che sente in sé la propria forza (Nietzsche la chiama "volontà di potenza") e che decide di vivere oltre i legami della morale corrente, seguendo una propria disposizione alla superiorità (una volta accertata la sua superiorità, l'oltre-uomo guarda con disprezzo il “gregge” a lui sottostante e agisce senza più timori realizzando pienamente la propria natura). In altre parole, Nietzsche afferma che la natura è in grado di autoregolamentarsi da sé: i rapporti di forza che vengono a crearsi tra soggetti forti e soggetti deboli hanno già in sé l'evidenza della verità, chi è in grado di emergere sugli altri in virtù della propria forza, concessagli direttamente dalla natura sotto sembianza del proprio carattere, ha più diritti rispetto all'uomo debole, il quale si fa scudo della morale per essere forte “quanto e di più” degli uomini forti. La morale è quindi un agente di squilibrio nell'ambito del gioco della natura, nel quale si esprime la logica per cui il più debole soccombe al più forte (da notare poi che la forza è una qualità che si può coltivare, sempre che il

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soggetto l'abbia già in sé, in potenza, e allora sarà necessaria una attività liberatoria del proprio essere volta a ridestarla). II. I forti non sono così forti L'uomo forte nietzschiano ha in sé i caratteri del guerriero, colui che lotta contro le gabbie delle morali, che si libera da esse, combatte quasi solo contro la maggioranza schiacciante degli uomini, poiché la forza è qualità elitaria, appartiene a pochi (“piena è la terra di superflui, corrotta la vita dai troppi”). A questo punto si potrebbe obbiettare che se i deboli, facendosi scudo delle proprie strutture morali, agiscono da secoli “al di sopra” dei forti, questi forti, così forti, non sono. Se l'artificio morale rompe l'equilibrio dei rapporti di forza esistenti in natura, irrompendo nel gioco della pura e spietata sopravvivenza dei più forti, in realtà costituisce qualcosa di ancor più forte della natura. In realtà, la legge per cui il più forte ha diritto sul più debole, esprime un'evidenza giustificazionista: similmente al pensiero di Hegel quando teorizza il diritto degli eroi cosmici, Nietzsche teorizza il diritto di superiorità rispetto alle morali, ma mentre in Hegel il destino degli eroi cosmici è pur sempre sottomesso al volere dello “Spirito della Storia” (che agisce, secondo i casi, similmente alla “nemesi” greca), in Nietzsche l'oltre-uomo edifica da sé il proprio destino, “vuole” edificarlo, in un impeto di “volontà di libertà e autodeterminazione assoluta” che lo porta molto vicino a un certo sentire romantico. III. Le conchiglie dello sciamano Ciò che porta i deboli ad edificare il rimedio morale è la paura dell'irrazionale, dell'indeterminato. Nella regolarità della morale vi è l'antidoto all'imprevedibilità del caso, per cui ad eventi imprevisti, la morale oppone comportamenti già determinati. Questo, per Nietzsche, non è accettabile, in quanto ogni morale costituisce menzogna che copre la verità del caos.
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A questo punto occorre notare come, negata la legittimità della morale, ci si debba per forze di cose rivolgere alla legge del caso (e del fato). Nietzsche, negando la morale degli uomini, deve per forza di cose gettarsi nel caos, e con essa gettarvi tutta la sua opera. Una volta affermato il sentiero dell'imprevedibilità, Nietzsche non può che estetizzare fino agli estremi tutto il suo pensiero, nella ricerca di una purezza spirituale che lo renda realmente in grado di penetrare con estrema finezza la psicologia dell'arbitrio. Non conosciamo, infatti, di cosa possa realmente farsi interprete l'oltre-uomo, a fronte di una tendenza a liberarsi e ad essere superiore al semplice uomo come sua evoluzione. Il pensiero di Nietzsche, a questo punto, si fa nebuloso e poetante, lirico, che è come un abdicare ai metodi della filosofia classica, un altro aspetto della morale, per uscire dall'impasse con eleganza. Il lirismo di Nietzsche, per i lettori più attenti, si configura così come una copertura, il tappeto sotto il quale si nasconde la cenere. Il pensiero poetante testimonia lo sforzo continuo di affermare qualcosa che non si riesce a definire, e qui ritorna la vena romantica del pensiero di Nietzsche. Come tutti gli autori che suggeriscono un metodo e una tendenza, consegnando le conclusioni all'interim dell'arbitrio, Nietzsche gode e godrà di larga fama ancora per molto tempo: ad ognuno è infatti permesso di interpretare il suo pensiero come meglio crede, Nietzsche e la sua opera sopperiscono oggi all'antica funzione delle conchiglie dello sciamano, le quali, gettate a caso e ricomposte all'occorrenza, fornivano infinite interpretazioni a qualsivoglia argomento. IV. La filosofia dell'arbitrio Per concludere, occorre notare come tutto il pensiero di Nietzsche si configuri come una filosofia dell'arbitrio. Arbitrario è ciò che non ha alcuna giustificazione, ciò che si afferma senza alcun bisogno di leggi, ciò che si impone senza alcun diritto. Se si pone come diritto la naturale inclinazione degli uomini forti al comando, si potrà sempre credere che esistano uomini ancora più forti in grado di
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scalzare i primi, poiché nulla è vietato nel regno dell'arbitrio, nemmeno la facoltà del passato di ritornare eternamente nel presente (come imposto dall'idea dell'eterno ritorno). Del resto non si capisce come Nietzsche possa realmente distinguere la forza dalla debolezza, poiché in regime di piena autonomia della volontà ogni volontà può creare da sé la propria idea di forza e di superiorità. Nei filosofi della volontà, per cui solo la volontà costituisce la reale distinzione, tutto accade per arbitrio, e così come sembra facile confutare l'arbitrio della morale, risulta altrettanto facile negare l'arbitrio che impone la confutazione. Il sistema di Nietzsche è quindi un sistema chiuso, ma non chiuso perché immobile nella sua evidenza, chiuso perché immobile nella sua obbligata e sempiterna mobilità, nella sua obbligata incocludibilità

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