Logica e tempo imp.

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Emiliano Bazzanella

Logica e tempo

abiblio
Forum per Utopie e Skepsis

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Prima edizione: gennaio 2009
© abiblio
forum per utopie e skepsis
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ISBN: 9788890339417

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In$i&'
PREFAZIONE, 11
INTRODUZIONE
1. I nodi della questione, 15
2. Il senso del tempo, 20
3. La logica del tempo, 23
PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO
1)1 I+ t'mpo $'+ mon$o ' i+ t'mpo $'++0anima
1.1.1 Aristotele versus Agostino, 29
1.1.2 Il tempo fenomenologico, 35
1.1.3 Fenomenologia e criticismo, 40
1.1.4 Il diallele della conoscenza indiretta e le sintesi passive, 45
1.1.5 Ontologia e temporalità, 51
1)2 2a Kehre 3'i$'gg'5iana ' +a 6&ontin7it89 $'++a :7';tion'
;pa<io=t'mpo5a+'
1.2.1 La spazialità dell’Esserci, 60
1.2.2 Il paragrafo 70, 67
1.2.3 La Temporalität, 71
1.2.4 L’orizzontalità, 76
1.2.5 Costruire, abitare, pensare, 80
1.2.6 Tempo ed essere, 87
PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO
2)1 >&3o+ogia $'+ ;'n;o
2.1.1 Senso e non senso, 97
2.1.2 L’Ereignis, 100
2.1.3 Logica del senso, 102
2.1.4 Il reale, 106
2.1.5 Il ritornello e la padronanza, 109
2.1.6 La sferologia, 114

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2)2 2ogi&a $'+ t'mpo ' t'mpo $'++a +ogi&a
2.2.1 L’esclusione logica della temporalità, 119
2.2.2 Logica, etica e reale, 127
2.2.3 L’ !
’ "#$%&'!, 132
2)3 2ogi&a no5motipi&a ' ;i;t'ma @A
2.3.1 Prima definizione del concetto ecologico
di temporalità, 136
2.3.2 Ritmo, ritualizzazione, destorificazione, 140
2.3.3 Il paradosso del meta-senso, 144
2.3.4 La normotipia, 150
2.3.5 Logica normotipica, 155
2.3.6 Normotipia e reale, 159
2.3.7 Il sinecismo normotipico, 163
2.3.8 Il sistema ST, 166
2.3.9 Sistema ST e godimento, 169
2.3.10 La marca della soggezione e il carattere
normotipico del tempo, 171
2.3.11 “Il reale che finge”, 175
2.3.12 Struttura normotipica del tardocapitalismo, 177
2.3.13 L’esclusione tardo capitalistica del Sistema ST, 180
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 11 P5'Ca<ion' Questa prefazione. soprattutto. il punto: oggi abbiamo la percezione dell’esistenza del non-senso e. ci rende ancora più debili innan- 11 . Iniziamo a prendere coscienza di una certa diffusa finzionalità e ciò indubbiamente ci ferisce.. Con una sorta di epoché. cominciamo a renderci conto che esso funziona anche all’interno del senso stesso.Logica e tempo imp. poiché incrementa la nostra insicurezza. il niente: come osserva Lacan. però.. anche a quegli ambiti di certezza che sino a qualche tempo fa ancora ci confortavano? L’idea di uno scenario nichilistico ancora predominante nell’epoca tardocapitalistica e derivante in prima istanza dalla dissoluzione di tutti i valori portata a termine da Nietzsche non convince del tutto. Soprattutto perché il non-senso non coincide proprio con il “nulla”. allora. dobbiamo riguardare questa stessa riflessione filosofica e interrogarci sui suoi contesti e sui suoi orizzonti. viene scritta in ultima istanza. estesa ovunque. come se proprio la tematica del tempo e quella “annessa” della logica avessero sospinto l’echologia verso un punto necessariamente critico e ci fosse all’uopo bisogno di “una parola in più”. Il pre. di finzione radicale.risulta del tutto finzionale e sembra riferirsi a una sorta di teatralità in cui ci s’immagina un potenziale lettore e un suo modo specifico di lettura. anzi. Ciò avviene soprattutto in seguito a una certa amara disillusione: perché oggi il non-senso diviene così tematicamente centrale in quasi ogni speculazione che cerchi di penetrare il mondo contemporaneo? Perché non riusciamo a staccarci dalla testa questa “sensazione” di insensatezza. cioè di sospensione e presa di distanza. come quasi sempre accade. Tuttavia mi è sembrata un passaggio impellente. allo stomaco. ha a che fare con il metodo filosofico tout court. il non-senso esiste e fa pure male. con il tempo ed il “senso” nella loro teatralizzazione simbolica. Essa viene per ultima. per taluni aspetti. Ecco. anche per ragioni immanenti a questo studio e.

Reale. Ma ciò che ci sgomenta. in una sorta di fenomenologia smascherante e decostruttiva tesa a destabilizzare sistematicamente i perni dogmatici sui quali la nostra cultura si era secolarmente adagiata. Ci scuote perché esso costituisce una sorta di marca o di traccia in cui il lógos si scopre nel suo ineludibile carattere di finzione e di illusorio addomesticamento del Fuori: il “tempo” non esiste in sé. da un’“ossessione per il non-senso”.Logica e tempo imp. Ma la malinconia o il malheur tipico della nostra epoca (che dipende da una “passione per il reale” per dirla con Slavoj Zizek o. Fuori. qualcosa del tipo: “nell’epoca convenzionalmente definita tardocapitalistica l’impianto razionale dell’Occidente inizia a mostrare le corde e. Il tempo. ed è pure essenziale alla nostra supposta razionalità. Inconscio. più di qualsiasi altra cosa. Logica e tempo sono già “effetti”. anche perpetrata attraverso una comica e assurda radicalizzazione del senso stesso) deriva anche dalla consapevolezza che la nostra apparente autonomia nel giudicare e nel pensare è soltanto provvisoria. non basta più. Nel mondo contemporaneo presentiamo un certo inganno e le molteplici disillusioni ci conducono ad un relativismo che ha perduto la propria carica antimetafisica ed è divenuto la cifra di una superficialità smagata e vuota di senso. Possiamo chiamare questo non-senso che intride ogni istante della nostra esistenza in tanti modi: Altro. Gran parte della riflessione filosofica del Novecento sembra indirizzarsi proprio ad essi. insomma. evidenzia quest’emergenza e ci spiazza d’acchito. È forse la riproposizione millenaria del paradosso di Epimenide? La riproposizione dell’aporia dell’auto-riflessione e dell’impossibilità di un’interpretazione che non sia già pre-giudicata. oggi. e parimenti effetto di un gioco di luci e di ridondanze finzionali. per di più. Il parossismo dei consumi. proprio in ciò che pareva costituire l’apice 12 . a sua volta teatralizzato e finzionalizzato. “gettata” in una determinata situazione che ne condiziona sin dall’inizio gli esiti? Non avevamo forse agilmente aggirato questo paradosso riconoscendo l’essenziale finzionalità dei metalinguaggi e delle cornici? Oppure c’è qualcosa di più. è che il non-senso abita in noi. ma costituisce già una simbolizzazione che soltanto in seconda istanza si “finge” reale. meglio. Noi crediamo di riflettere (in questo libro.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 12 LOGICA E TEMPO zi alle minacce del Fuori e dell’Altro. ed è. e pure la stessa echologia dipende da un certo rapporto del senso con il non-senso. una “finzione che finge di non essere tale”. di riflettere il “tempo”). ma siamo alla fine ri-flessi. ossia siamo oggetto di riflessione. ma non perché ci ricorda in qualche maniera la labilità dell’essere umano.

proprio quando credevamo d’aver escogitato quell’apparecchio che lo teneva bene a distanza. tutto ciò che ci circonda — la realtà sociale. Iniziamo così ad aver orrore di noi stessi. In altre parole. Nell’epoca attuale ci siamo avvicinati troppo al reale. una sorta di á"()(* che tragga appunto dal non-senso il proprio alimento. ne introiettiamo pezzi sempre più ampi. ovvero anche l’idea di un livello “assoluto” al di là di ogni simbolizzazione umana costituisce un coup de théâtre del reale stesso. 4) tutto ciò (in particolare la finzionalità del simbolico e l’isomorfia tra simbolico e reale) è ancora il ri-flesso di una finzione. si pone il compito improbo di parlare o. estremizzando i processi di razionalizzazione e simbolizzazione. nella misura in cui il senso e non-senso alla fine tendono a identificarsi. Draga. l’uomo tenta di eternizzarsi e di estendersi indeterminatamente. 3) il simbolico non è il solo elemento a fingere. è baluginata all’improvviso una crepa che si sta vieppiù allargando”. 2) la finzione in se stessa “finge” di essere il reale che cerchiamo di controllare e dal quale continuamente ci proteggiamo. sistematizzando ogni aspetto dell’esistenza umana. — è una finzione che doveva proteggerci dall’incontro traumatico con il non-senso: adesso abbiamo scoperto che man mano sospingiamo il reale all’esterno. ovverosia l’idea echologica che il senso sia commisto con il non-senso e l’idea che il tempo costituisca la marca traumatica di questa giunzione impossibile non può non essere che un’ulteriore teatralizzazione del senso stesso. dunque. è con noi. viviamo continuamente cioè in una sorta di fiction televisiva. la tecnica.B. “nichilisticamente” — all’inesistenza ansioso-depressiva. L’ultima sfida si compie proprio con l’esclusione o lateralizzazione della dimensione spazio-temporale: immerso in uno spazio e in un tempo infiniti. etc. siamo immersi in una serie indefinita di orizzonti finzionali. 31 gennaio 2008 E. in quanto uomini razionali. paradossalmente. è presso di noi. la medicina. di convivere con questi quattro fatti: 1) noi. ma ciò facendo sottrae “carne” al proprio senso. perlomeno. Ora il reale s’è fatto all’improvviso vicino.Logica e tempo imp. la natura addomesticata dall’agrimensura. ma il reale stesso nella sua totalità. “finge”. che viri e si declini attraverso i paradossi che serpeggiano attorno a qualsiasi statuizione simbolica e a qualsiasi tentativo di de-finire o de-limitare un linguaggio logico coerente. forse siamo giunti alla necessità di una “nuova” logica. 13 .:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 13 della sua capacità di controllare il non-senso. Questo libro. diviene ancora più insensato abbandonandosi — in questo caso sì.

Logica e tempo imp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 14 .

eternità-divenire. stati. 1896. con cui pretenderò. evento-epoca. “Ma il nostro intelletto. Tale combinazione tuttavia non offrirà né una diversità di gradi. e dall’altra una unità che li lega. che c’è una parte di molteplicità di stati di coscienza successivi. qualità-quantità. poi i dualismi durata-istante. 331). apriori-aposteriori. I nodi della questione Quando pensiamo al tempo o vi riflettiamo con un’apparente maggior attenzione e profondità. Bergson traccia in questa maniera il profilo della prima grande opposizione: il tempo non può 15 . e via dicendo.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 15 Int5o$7<ion' 1. Così si esprime ad esempio H. in una delle due estremità. crea così quell’opposizione che poi contempla” (Bergson. e nell’altra delle sensazioni assolutamente inestese. vale a dire di risolverla in concetti già fatti. p. 1938. di ricomporla. un’estensione indefinitamente divisibile. il cui ruolo è esattamente quello di stabilire delle distinzioni logiche e di conseguenza delle opposizioni nette. ripeto. né una varietà di forme: essa o è o non è. La durata pura costituisce d’altra parte una molteplicità del tutto differente dalla molteplicità spaziale: da un lato abbiamo successione. come possa comportare gradi o sfumature” (Bergson.Logica e tempo imp. tempo oggettivo-tempo soggettivo. ad esempio. ordini. affiora quasi consequenzialmente una serie indefinita di dualismi. Dirò. discriminazioni qualitative. simultaneità. in un secondo tempo. La durata sarà la ‘sintesi’ di tale unità e di tale molteplicità. Erige così. si slancia di volta in volta in una delle due vie. 173). giustapposizioni esteriori. dall’altro. p. e in ciascuna di esse va fino in fondo. difficilmente componibili: innanzitutto il dualismo tempo-spazio. operazione misteriosa di cui non si vede. Bergson: “se cerco di analizzare la durata. differenze misurabili di quantità e di grado. sono obbligato dalla natura stessa del concetto e dell’analisi a ritagliare sulla durata in generale due vedute opposte. fusione.

con l’istante puntuale. come fa ad esempio V. in tutti i suoi gradi: “il passato non solo coe- 16 . ma anche da noi” (Bergson.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 16 LOGICA E TEMPO del tutto emanciparsi dallo spazio. (…) Ma via via che le condizioni della vita sociale si realizzano con maggior compiutezza. occasione. La durata infatti articola un “ritmo”. pp. 1889. avesse un’essenza per così dire tempo-qualitativa. e nemmeno analizzarli da questo punto di vista senza immediatamente snaturarli. più significativamente con Jankélévitch. per divenire qualcosa di oggettivo e di “sociale”. Jankélévitch. Il dualismo spazio-temporale si trasforma in questo modo nell’opposizione quantità-qualità. come se l’oggettivo fosse soltanto misurabile e calcolabile in termini spazio-quantitivi. Il vertice del cono. e come se il senso “interno” o il flusso di Erlebnisse. porta con sé. che rappresenta il presente istantaneo. Eppure per Bergson questo processo s’inquadra all’interno di una “contaminazione” indebita. della “semelfattività”. tutto il passato. Ma come è possibile allora il ricordo? Se ogni fissazione dell’istante. non si staccano solo gli uni dagli altri. sono pura qualità. p. per il quale il tempo è l’inafferrabilità e aerea impalpabilità dello charme. è possibile e lecito pensare a un ricordo completamente sganciato dal fluire del tempo? Bergson tenta di risolvere questo nodo in Materia e memoria del 1896: attraverso la nota formalizzazione del “cono” egli cerca di ricostruire il processo che connette tra di loro il passato puro. 1896. attraverso un movimento graduale di contrazionedistensione (Bergson. 260) che riproduce quasi perfettamente la teoria della distensio animi di Agostino. cioè nell’estensione dello spazio. in maniera implicita o virtuale. sfumano e degenerano nel proprio opposto spazializzato: “gli stati di coscienza profondi non hanno alcun rapporto con la quantità. si accentua anche sempre di più la corrente che trascina i nostri stati di coscienza dall’interno all’esterno: a poco a poco questi stati si trasformano in oggetti o in cose. se sottoposti a loro volta a riflessione. come se fosse una degenerazione che non tiene conto dell’effettiva natura delle cose. un’alternanza infinita di aperture e chiusure.($-. ecco che il tempo stesso. per usare un’espressione husserliana. della grazia che sopravviene come +!'. di battiti irriflessi che. e si mescolano in modo tale che non si può dire se si tratta di uno solo o di molti. filosofo esistenzialista bergsoniano. Dovendo il nostro intelletto “schiacciare” ogni percetto o ogni Erlebnis sul piano tridimensionale dello spazio. degenera poi in una spazializzazione.Logica e tempo imp. afferrabile da una disposizione cognitiva di tipo particolare come l’intuizione o. si trasforma nel proprio apparente contrario. a meno che non pensiamo metafisicamente a una temporalità del “divenire istantaneo”. 8889). quasi desoggettivato. da una sorta di intra-visione o “intravvedimento”.

per Bergson. e che ogni ritmo è esso stesso una durata” (ivi. attraverso la nozione del “virtuale” (non sovrapponibile né al “potenziale”. p. ma non sono soltanto ricordi ed eventi che ci riguardano personalmente. precisa che ciascuna di esse è un assoluto. cioè palesa quel meccanismo che non soggiace soltanto all’individualità irrelata del soggetto umano. quindi retrospettivamente). si pro- 17 . è l’articolazione di un fiat che la condensazione del tempo medesimo nel ricordo contribuisce a predisporre e a orientare. parla di una pluralità di ritmi nella durata. L’analisi bergsoniana sembra controbilanciare punto per punto l’analisi kantiana. diviene anche la matrice dell’evoluzione biologica delle specie. un gioco di distensioni e contrazioni. questa matrice diviene funzionale a livello cosmico. ma la cui intensità diviene il fattore “poietico” del tempo stesso: in sostanza. il tempo bergsoniano è un tempo della creazione soggettiva e universale. “Bergson senza alcun dubbio. né al “possibile” che. bensì in ogni durata è virtualmente convocata l’intera molteplicità di tutti i ritmi-durata cosmici. ma essa intercetta l’infinita molteplicità delle altre durate condensandole in una virtualità implicita e imprevedibile. che potremo percepire e conoscere soltanto après coup. La durata nella sua paradossale struttura che articola la coalescenza di passato puro materiale e istante semelfattivo e puramente qualitativo. Ogni durata è assoluta e totalizzante. di rivoluzioni istantanee e imprevedibili e di solidificazioni oggettive e spazializzate. 66-67): la durata è un’alternanza oscillante in cui ricordi ed eventi si mischiano continuamente. per dirla con Lacan. sono una ricostruzione fittizia effettuata aposteriori e. tutto il nostro passato che coesiste con ogni presente” (Deleuze. a proposito delle durate più o mento lente o rapide. ma nel contesto. 1966. ma poiché si conserva in sé (mentre il presente passa) — è il passato nella sua interezza. ma che diventa un processo per così dire universale. pp. In effetti la dimensione apriorica dello spazio-tempo deriva da una presa d’atto da parte di Kant della validità epistemologica della fisica newtoniana e della sua applicazione alle varie discipline scientifiche. integrale. cioè già inserita. Ciò significa che l’apriorità dello spazio e del tempo. Anche se Kant parla di “intuizione pura apriori” non sfugge il fatto che tale intuitus si rivolga a una spazio-temporalità pubblica. per addivenire alfine a esiti quasi concordanti. 49). per arrivare quasi all’equivalenza del passato e della materia: nell’Evoluzione creatrice. ossia il carattere trascendentale di costituire le condizioni di possibilità di un qualsiasi fenomeno.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 17 INTRODUZIONE siste con il presente che è stato. La durata in quanto qualità istantanea inafferrabile coesiste con una stratificazione sempre più profonda del passato. nel campo simbolico dell’Altro.Logica e tempo imp.

:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 18 LOGICA E TEMPO fila paradossalmente come un’apriorità “aposteriori” o. per una sorta di auto-coscienza: soltanto che. anteponendo la valenza pubblica e intersoggettiva della temporalità e studiandone il funzionamento all’interno dell’esperienza individuale dell’uomo: in tal modo. non possiamo parlare di tempo dell’anima o tempo soggettivo senza confrontarci in qualche maniera con il tempo pubblico e misurabile. in quanto ad esso co-originario. come una zona ambivalente in cui il soggetto individuo s’inserisce nel campo del sapere “pubblico” e condiviso. ossia la coesistenza di una temporalità diveniente e sfuggente con una temporalità cosmica e pubblica. conoscibile e misurabile: Bergson è partito dall’inafferrabilità della durata come costitutiva del soggetto nella sua unicità per arrivare a un processo di stratificazione e condensazione che alfine reintegra lo spazio in una dimensionalità originaria e lega tra di loro. Il tempo e lo spazio sono degli “orizzonti” che rendono possibile la conoscenza del mondo interiore così come quello del mondo esteriore. Pur partendo da istanze contrapposte. sembra sfuggirgli proprio l’haecceitas del soggetto. In altri termini. Bergson e Kant debbono affrontare il medesimo problema. cioè da un consolidamento oggettivo dell’esperienza intersoggettiva. egli tuttavia non ipotizza un livello assoluto e impercepibile che connetterebbe la stessa soggettività. Ma non solo: sia l’idea bergsoniana di uno “slancio vitale” universale o un ritmo assoluto anche se molteplice.Logica e tempo imp. e non possiamo tematizzare il tempo senza in qualche maniera reintrodurre da qualche parte lo spazio. di contro a una spazialità puramente oggettiva. in tale operazione — come vedremo — è costretto a reintegrare lo spazio nel tempo. in quanto istanza di unificazione presente nell’intelletto. e questo tempo dipende paradossalmente da una stratificazione del sapere. È attraverso lo schematismo trascendentale e l’introduzione di un’ulteriore facoltà — l’immaginazione — che Kant tenta di guadagnare spazio per il senso interno e. cioè a rinunciare alla facile distinzione tempo=senso-interno/spazio=senso-esterno. l’anima e la materia. in una concezione estesa del ricordo. La distanza rispetto a Bergson è evidente: per quanto Kant approcci indubbiamente la temporalità dal punto di vista del soggetto. tuttavia. ma proprio in quanto “orizzonti” essi rimangono da un lato necessariamente “con-tematici”. però. invece. dal momento che il formalismo dell’io penso. Dire che il tempo è “apriori” significa già presuppore il tempo. Kant. compie il cammino inverso. sia — come vedremo — l’autoaffezione cui giunge Kant 18 . non pare in grado di spiegare appieno l’individualità in se stessa. dall’altro rappresentano quel trade union in cui lo spazio-tempo culturalizzato e pubblico ingredisce nella conoscenza soggettiva. se vogliamo. quindi.

Nel nostro caso non si tratta di tematizzare il cogito ergo sum di Cartesio. manifestano un’ulteriore impasse nel questionare la temporalità. riportandolo ai tempi di Aristotele e di Agostino: l’opposizione in tal caso non è più quella tra un polo soggettivo e una sfera oggettiva. una delle più grandi difficoltà che sembra profilarsi in questo senso. e a Heidegger). oppure a un “tempo che non-è ma temporalizza” come ci dice Heidegger. il secondo “deiettivo”. Mentre però il tempo esistenziale non pare facilmente tematizzabile e conoscibile. né tantomeno di attraversare i vari empirismi che da Locke in poi hanno costellato la storia del pensiero occidentale. ancora. ai ritmi circadiani del sorgere del sole e del tramonto. Invero. invece. il tempo pubblico invece diviene oggetto di calcolo e fa da sfondo 19 . ci pone di fronte a una delle grandi tematiche della filosofia moderna. il “prima” del ricordo e della memoria. il problema del tempo sembra quasi retrocedere questo rapporto. misurabile spazialmente dall’orologio e dai calendari. senza giungere al paradosso di un circolo vizioso. del sonno e della veglia. cioè a un tempo che agisce su se stesso.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 19 INTRODUZIONE (similmente a Husserl. Ora. cioè degenerato in una quantità senza qualità. bensì tra due dimensionamenti della stessa temporalità: un tempo per così dire “cosmico”. il “poi” dell’attesa e del progetto.Logica e tempo imp. oppure propendiamo per la via agostiniana e quel medesimo “ora” non è più l’istante indifferente della scienza. legato all’istante semelfattivo e connotato esistenzialmente. o rimaniamo “aristotelici” e quindi legati alla genericità dell’”ora”. peraltro. essi condensano in sé il carattere aporetico di alcune tra le più fondamentali questioni che da sempre hanno assillato i filosofi. 2) Di conseguenza sembrano profilarsi due livelli temporali: il primo più originario. cioè il rapporto tra soggetto e oggetto. non meno problematiche e non meno universali nella loro rilevanza teoretica. ma si carica per così dire di senso esistenziale e assume in tal modo un deciso orientamento. per altri. cioè legato al movimento fisico degli enti o al moto degli astri o. un tempo dell’“anima” così come emerge nelle Confessioni di Agostino e che evidenzia il primo baluginare di un movimento di introspezione soggettiva che sarebbe culminato nell’idealismo hegeliano. è la quasi impossibile conciliabilità di queste due dimensioni temporali: in altri termini. Ciò significa che non possiamo procedere troppo nel riflettere sul tempo. Proviamo a riassumerle preliminarmente: 1) il questionamento della temporalità. fanno emergere delle istanze nuove. Abbiamo così abbozzato alcuni dei nodi riguardanti una filosofia del tempo che ci seguiranno lungo tutto il nostro percorso: per certi versi.

Il senso del tempo Scerevate in tutta la loro densità tali aporie. 4) Agostino mette per primo in luce il carattere aporetico della temporalità: essa pare comprensibile quando rimane l’orizzonte con-tematico della nostra esperienza. se abbiamo appena evidenziato come qualsiasi riflessione su di esso sia destinata allo scacco. foss’anche quello che sostiene l’atto proprio della misurazione. lungi dal costituire una cesura o una stadiazione tra un primo Heidegger e un secondo Heidegger (la sin troppo nota Kehre). con un radicale mutamen- 20 . e non si può rappresentare lo spazio altrimenti che in un orizzonte temporale. dove il rimando a istanze ulteriori viene per così dire eluso da una sorta di forzatura teoretica. esso diviene “un tempo come un altro”. cioè a un regressus ad infinitum eludibile soltanto attraverso una qualche finzione concettuale? La via che cercheremo di intraprendere sarà allora quella di rintracciare proprio nella filosofia heideggeriana quelle dissonanze e quelle crepe che. caratterizzato da un’ontologia fenomenologica dell’Esserci di tipo ancora fondazionalistico e sistematico. La soluzione escogitata da alcune delle più grandi filosofie del tempo — quella kantiana. 2. husserliana e heideggeriana — insiste allora in una circolarità auoreferenziale.Logica e tempo imp. In particolare. e un periodo teso al superamento-attraversamento della metafisica. stupisce come al di là di una semplicistica contrapposizione tra il periodo esistenzialista negli anni di Marburgo e di Essere e tempo. per sperare nel raggiungimento di una prospettiva un po’ divergente. ecco che la sua natura sembra sfuggirci e non sappiamo più che cosa dire.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 20 LOGICA E TEMPO alla speculazione scientifica: in questa prospettiva. Ma se ci interroghiamo su di essa o magari ci poniamo la domanda ontologica fondamentale “che cos’è il tempo?”. cosicché non si può parlare del tempo senza spazializzarlo. quale via teoretica dovremo dunque imboccare. che consenta una nuova tematizzazione della temporalità? Come sperare di “pensare il tempo”. indifferente alla rimemorazione del soggetto individuale ed essenzialmente snaturato. ci forniscano al contrario elementi preziosi alla nostra digressione. 3) Il tempo sembra così cedere continuamente sul fronte dello spazio: sia Bergson che Kant non riescono ad evitare un percorso degenerativo che termina suo malgrado in una “messa in piano” del divenire e in una rappresentazione per punti consecutivi della successione temporale: è come se le due dimensioni fossero così originarie da essere reciprocamente coinvolte nella loro struttura.

con intenti ancora più perentori. Non c’è affatto un capovolgimento.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 21 INTRODUZIONE to stilistico e linguistico e l’intrapresa di una Sprachphilosophie affatto peculiare. e così via. uno “spazio di tempo” in cui non è ravvisabile alcuna priorità o precedenza. spazio come espressione della stabile e oggettiva permanenza del mondo esterno. che rintracciamo degli elementi di continuità e di progressione. il cielo. nel quale si ipotizzava una derivazione della spazialità dal tempo. il coltivare. la terra. Per certi versi assistiamo a una distanziazione abbastanza accentuata rispetto alle posizioni giovanili. dunque. È a questo livello. ossia centrata sulla priorità ontologica dell’uomo e su una struttura esistenziale che vede nell’oltrepassamento e nel progetto le sue cifre fondanti. potremmo dire che l’accentuazione del carattere esistenziale dell’Esserci dipende da un’impostazione ancora soggettivistica. a una “topologia” che diviene tantopiù evidente e palese. Ma già nel 1936-38 Heidegger osserva che “il ‘tempo’ è tanto poco conforme all’io quanto poco lo spazio è conforme alla cosa. 1989. d’altra parte. e a maggior ragione lo spazio non è ‘oggettivo’ né il tempo ‘soggettivo’” (Heidegger. Nel 1962. ossia come quel “verso-cui” o “ciò-rispetto-a-cui” l’Esserci “è”. la contrada. mentre l’emergere dell’impostazione topologica indica lo sforzo heideggeriano di emanciparsi da tale impasse. bensì viene profilata una sorta di coesistenza essenziale. emerga invece un “cambio di passo” o “gioco di passaggio” non indifferente. in parziale consonanza con i teorici della Kehre. dunque. Heidegger cioè sembra spostare sempre di più l’attenzione da un’ontologia o un “senso dell’essere” caratterizzati temporalmente. nella sua essenziale labilità. Tempo come cifra del soggetto. p. l’abitare. ma per altri emergono tonalità e riflessioni che paiono recuperare — approfondendole — le tematiche giovanili: la maggiore distanza la riscontriamo nella sconfessione di Heidegger del § 70 di Essere e tempo. per insediarsi problematicamente in un “luogo” ove si dà preliminarmente l’essere in quanto tale. Se in effetti dovessimo interpretare semplicisticamente questa declinazione. e lo fa in una conferenza — Tempo e essere — il cui titolo riecheggia la sezione mai conclusa di Essere e tempo nel 1927 nella quale il filosofo di Messkirch si proponeva di tematizzare il “senso dell’essere in generale”. la radura. dacché sin dagli anni Venti Heidegger concepisce il tempo nella sua valenza “orizzontale”. 368). Ciò di cui possiamo parlare è soltanto uno Zeit-Raum che — a differenza dell’omonima struttura relativistica che prevede una “curvatura” dello spazio-tempo da parte della “materia” — costituisce l’orizzonte in cui si articola genericamente “la Cosa”. Heidegger riprende in mano la questione del tempo. 21 .Logica e tempo imp. das Ding. quantopiù si esprime con il richiamo a temi e suggestioni “ctonie”: la casa.

come direbbe Lévinas. infatti. La divaricazione evidenziata da Ricoeur tra una prospettiva fisicoaristotelica del tempo e una concezione esistenzialistico-agostiniana si dissolve in seguito alla radicalizzazione ontologica di Heidegger: il tempo è sempre il medesimo tempo che in una determinata epoca storica assume una determinata configurazione fisico-matematica e che. Il tempo “è” un senso che “dà” e “ha” senso: ciò significa che esso rappresenta una sorta di “direzione” od orientamento. ma evento che si costituisce già ab origine come “epoca” dell’essere e. E purtuttavia. se concordiamo con la prima parte della nostra proposizione (il tempo è una forma di senso. e quindi non riducibile a “semplice-presenza” controllabile e zuhanden. In breve. a definire chiaramente che cosa “sia” il tempo. ecco che si apre la voragine di un’ulte- 22 . ma nella sua natura si caratterizza sin dal principio in modo duplice: evento “al di là dell’essere”. non solo si presenta necessariamente “accoppiato” o “abbinato” allo spazio. proprio nell’ambito di un processo auto-riflessivo. oppure (con Heidegger) l’orizzonte-in-cui un essente “è”.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 22 LOGICA E TEMPO Quando enigmaticamente egli afferma che il tempo temporalizza e lo spazio spazializza.Logica e tempo imp. L’aporia della riflessione in effetti non pertiene esclusivamente al tempo o allo spazio. Siamo così al tentativo di risolvere un secondo livello aporetico inerente la questione del tempo: quest’ultimo. cioè. mentre riusciamo a comprendere abbastanza bene come esso costituisca l’orizzonte necessario e imprescindibile all’interno del quale pensiamo ed agiamo. dimodoché non riusciamo in alcun modo a stabilire priorità fondative o livelli di maggiore o minore essenzialità. nell’autoriflessione del soggetto. intende appunto indicare questo livello matriciale che diviene la base “fenomenologica” in cui l’Ereignis. o. sembra sfuggire di mano e rilanciarsi all’infinito. Non riusciamo. ma costituisce a nostro avviso proprio l’essenza di ciò che genericamente chiamiamo appunto “senso”. quando diciamo (in forma non “echologica”) “avere senso” o “dare senso”. si profila in un suo modo esistenzialmente specifico. intendiamo una cosa evidentemente diversa: il senso diviene qualcosa di “oggettivo”. è il senso tout court). tuttavia. c’è qualcosa che sfugge e che Heidegger stesso non riesce a spiegare: il tempo. ancora meglio. A questo livello. “alla mano”. Si profila dunque la necessità di far compiere un ulteriore viraggio alla nostra digressione e arrivare così ad una particolare connessione tra “senso” e temporalità. l’evento — e quindi la verità come !"# ’ $ %&'! — “avviene”. come una struttura intersoggettiva e collettiva in cui — storicamente — l’essere si offre all’uomo in questo e quel modo. una “cosa”. di conseguenza. in altri termini.

quindi. È come se. è il latino tempus. ossia un oggetto privo di realtà fisica. La logica. in sede introduttiva. sostanzialmente intemporale? Lo anticipiamo. allora. Uno degli etimi plausibili del termine “tempo”. funzioni proposizionali e quantificatori esistenziali) e le regole che sorreggono la loro corretta articolazione. senza farsi male. Una delle fondamentali tautolo- 23 . ma proprio per questo non soggetto a mutamenti e. ma anche le grandi formazioni di senso o le lyotardiane “meta-narrazioni”. sia nelle sue versioni sintattico-formalistiche che semantiche. qui. dal verbo greco . e. è come se alla fine dovessimo cedere alle nostre pretese e accontentarci di fare del tempo una sorta di noli tangere. laddove senso e tempo differiscono all’improvviso tra di loro.Logica e tempo imp. p. quindi. 3. come concepire “temporalmente” un concetto “logico” che tradizionalmente costituisce un ente “ideale”. nelle forme di regressus ad infinitum. una sorta di “chiusura” o clausura che da un lato “effettua” un senso e dall’altro ci protegge difensivamente dal reale. la “fondamentalità abissale” di Heidegger (Heidegger. dimensione così prossima alla nostra natura e alla nostra essenza da essere abissalmente oscura e inquietante: l’Ab-gründigkeit. che significato può avere un accostamento della logica al tempo. ossia l’approssimarsi di dimensioni e prospettive palesemente discordanti ed eterogenee? In altri termini. ma tale tesi rappresenterà il filo conduttore mai troppo dipanato di tutto il nostro studio: la logica in se stessa. 1989. nel procedere troppo sul versante della riflessione. ci ritrovassimo tra le mani qualcosa di assolutamente estraneo alle aspettative. Questa traccia cicatriziale riguarda in modo eguale l’esperienza soggettiva e solipsistica del tempo. d’altronde.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 23 INTRODUZIONE riore divaricazione. la logica nella sua veste sintattico-formale è puramente “tautologica”: essa riguarda l’istituzione simbolica vera e propria (cioè l’introduzione o invenzione di variabili e costanti. 372). individua una zona problematica in cui il senso “incontra” il reale (lacaniano).&$µ*&'* che significa eloquentemente “tagliare”. cioè delle vere e proprie cicatrici che affiorano appunto in ciò che chiamiamo tempo. oris. Come osservava Wittgenstein. Ma non lo incontra in modo “irenico”. La logica del tempo Ma se una riflessione sul tempo — e ancora di più una “filosofia” del tempo — si configura necessariamente in modo aporetico. circolarità autoreferenziali o mise en abîme. una sorta di traslazione dell’elemento originario. per così dire: questo incontro lascia dei segni evidenti. pare mettere in atto un “taglio di tempo”.

le normotipie tendono a “normalizzare”. siamo. ma al contrario siano co-fungenti e fondanti ogni assegnazione e istituzione simbolica. Lo spazio e il tempo. pregne di senso. inoltre. non costituiscono altro che delle formazioni difensive di tipo simbolico. dall’altra che la loro medesima statuizione dipende da un determinato orizzonte temporale. In questo quadro. la prospettiva metalinguistica tarskiana e quella di Arthur N. escluso e integrato nella logica. in quanto “canoni” di normalità e “modelli”. Il tempo è. Prior basata anche sulla logica modale. Abbiamo definito queste formazioni normotipie. quindi. viene trasfigurato nei processi di interpretazione e assegnazione che danno senso a un determinato enunciato e che consentono un giudizio di falsità o verità. nostro malgrado. delle formazioni di senso che rendono possibile il senso stesso e che sono esse stesse “sensate”. Ciò che viene espulso necessariamente in prima istanza (il tempo come evento semelfattivo della “posizione” simbolica). ossia a fornire quella struttura e quella griglia trascendentale (nel significato kantiano) che divengono imprescindibili — in una determinata epoca — per qualsiasi produzione di senso. serre e cortine simboliche.Logica e tempo imp. del reale extimo e inconscio che noi tutti. Esse costituiscono un particolare punto di giunzione tra le rappresentazioni sociali di 24 . in cui la dimensione temporale emerge è la logica semantica: quello che potrebbe essere riletto come un residuo di una concezione psicologistica della logica (l’atto o vissuto sottostante la formalizzazione simbolica). all’interno dello stesso nodo. È lo spazio terrifico del Fuori esterno che l’essere umano non vuole affrontare direttamente e contro il quale erige continue barriere difensive. Il luogo logico. accentuando la loro valenza “normalizzante” e paradigmatica: in quanto type. come ci ha insegnato Lacan. dimostrano come le circostanze e i contesti di valutazione non siano esterni ed estranei all’algido formalismo logico. in effetti. costituiscono il modello cui ogni ulteriore formazione od occorrenza (token) deve — per avere propriamente senso — conformarsi. Questi due côtes paradossali non devono a nostro avviso esser ridotti o sussunti da qualche ulteriore principio: l’incontro del senso con il reale è per sua natura duplice.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 24 LOGICA E TEMPO gie della logica classica — da Aristotele in poi — ci dice però che un simbolo non può rappresentare se stesso e un altro “nel medesimo tempo”: ciò significa che da una parte le asserzioni formali che regolano un determinato linguaggio L sono esclusivamente intemporali. ritorna come tempo convenzionalizzato che consente una valutazione in termini di verità di qualsiasi proposizione logica. infatti. ne è il rimosso sin dapprincipio occultato e ciò che non cessa di manifestarsi in forme dissimulate. ma è anche l’orrore del Fuori introiettato.

ci ritroviamo tra le mani una duplicità anfibolica che. sembra centrare il focus su un meccanismo più sottile. a cagione di particolari co-occorrenze. lo schermo che distanzia il soggetto dal reale. Fuori. che riesce a rendere efficiente un impianto tendenzialmente aporetico: di fatto lo spazio e il tempo costituiscono due normotipie distinte (ivi. e non potremo definire lo spazio senza immetterci in un flusso di tempo. sono quelle meta-finzioni che forniscono quel tanto di realtà necessaria alla significazione: il reale lacaniano non è di fatto sostenibile dall’uomo. delimitare. Ciò che Heidegger chiama Zeit-Raum o Zeit-Spiel-Raum. dall’altro. in maniera più complessa. ovverosia due sistemi simbolici collettivi e ludico-finzionali che orientano e direzionano il pensiero e l’azione dell’uomo nel mondo. ma di tale schermo è pure quel che di reale necessariamente lo intacca e lo incrina. In altre parole. e si caratterizzano soprattutto per essere delle formazioni di senso finzionali che. ma incombente presenza del reale (o. del “godimento” così come lo intende Lacan) all’interno del simbolico. 368). Il problema che però dobbiamo affrontare in un ambito di riflessione echologica consiste nel valutare il ruolo del sinecismo normotipico 25 . dev’essere sostenuta.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 25 INTRODUZIONE Moscovici e la Lebenswelt husserliana. Altro. "#$ %#).Logica e tempo imp. Se lo spazio-tempo costituisce una normotipia fondamentale. essendo da un lato la conditio sine qua non di questi medesimi saperi e il loro piano di referenza. però. cioè ricorrendo all’atto diveniente e temporale del tracciare. sono divenute dominanti e costituiscono il piano di referenza per qualsiasi senso. misurare e territorializzare. lo spazio e il tempo riescono a sostenersi nonostante la paradossalità che continuamente articolano (paradossalità. dovunque ci volgiamo. quale necessaria conseguenza dell’incontro con il reale). i quali sistemi però si rimandano reciprocamente in una sorta di diallele. per dirla alla Z izek) che sostiene “aprioricamente” gli altri saperi. simultaneamente il da-cui e il ciò-rispetto-a-cui del senso. ma esso dev’essere filtrato da una serie di schermi simbolici che contengono e conservano nel loro seno le tracce occultate dell’incontro traumatico tra il senso e il non-senso (reale. peraltro. Lo spaziotempo costituisce una normotipia che non può essere oggetto di riflessione e che comunque tiene assieme i due lati di una figura di tipo chiasmatico: esso è la costruzione finzionale (o “imposturale”. ed è la cicatrice o traccia che evidenzia la silente. p. godimento. ecco che ne emerge nuovamente il carattere ancipite: è uno schermo che si frappone tra il soggetto e la realtà. dacché non potremo spiegare il tempo diversamente che utilizzando un orizzonte spaziale. Grazie a questo plesso e a questo reciproco rimando. Orbene. ciò nondimeno.

Logica e tempo imp. quantomeno in una determinata regione della terra e per un certo periodo: tutta la “sferologia” di P. a quello metereologico per arrivare al “tempo della vita” (il menarca. Il sistema ST (spazio-tempo) così come lo chiameremo si rapporta necessariamente ad altre normotipie. lo spazio e il tempo manifestano quel luogo di emergenza in cui il godimento-reale viene da una parte “fantasmatizzato” in quanto collidente con la dimensione simbolica.). sovrapponendo filtri simbolici su filtri simbolici. Tra di esse. p. Sloterdijk. Da un’altra prospettiva. Ancora Heidegger negli anni Trenta accenna a una “presa di potere dello spazio-tempo come essenziale presentarsi della verità” (ivi. la senescenza. coeteribus paribus. l’adolescenza. e così via. se il godimento è per Lacan il reale stesso. il tempo del dolore ossessivo. né tantomeno da una innata curiosità e brama di avventura insita nella sua natura. costituendo il riferimento ultimo di ogni pensiero o azione umana. mentre invece agli occhi di un uomo contemporaneo il sistema ST non pare più egemone.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 26 LOGICA E TEMPO spazio-temporale (così chiameremo questo curioso diallele auto-leggitimantesi) in un un contesto normotipico più ampio. Per dirla in parole più semplici — e tecnicamente più inesatte — potremmo dire che nei vari processi di civilizzazione l’uomo ha dapprima utilizzato quelle simbolizzazioni normotipiche più “prossime” possibile al reale: le prime evidenze traumatiche dell’esistenza — lo spazio della terra da coltivare e da proteggere dall’esterno climatico e dall’intruso (l’hospes hostis. il mestruo. dell’amore indomito. 377). tuttavia. dall’altra “forcluso”. etc. tale sistema assurse in passato anche a un ruolo di egemonia. ovvero “rimosso” e relegato nei meandri dell’inconscio. non sarebbero stati causati da un’indomita ansia dell’animale “uomo” di espandere i propri territori sempre più in là. della morte individua. cosicché l’intero processo delle scoperte geografiche e delle esplorazioni delle Americhe e dell’emisfero australe. Così. è un fenomeno nuovo. ossia ad altre formazioni simboliche che direzionano e sorreggono il senso. e relegando vieppiù a maggior distanza la permanenza inquietante e impossibile di un reale che pur non accennava e non accenna a cedere. nelle popolazioni più antiche era il tempo che regolava i ritmi delle popolazioni: dal tempo cosmico. ma anche dell’intemperie e delle siccità — fu per primo addomesticato da una simbolizzazione che successivamente si sarebbe sempre più evoluta. l’ospite necessariamente “nemico”). essendo stato sussunto (in una implicita co-fungenza) all’in- 26 . i colonialismi in ciascuna delle loro forme. Ciò cui stiamo assistendo oggi. ad esempio. bensì da un impianto normotipico egemone che si basava allora sulla dimensione dello “spazio”. sembra spiegare un siffatto privilegio in certune epoche storiche.

d’altronde. con le sue capacità scientifiche di controllare l’organico come l’inorganico. da cui anche l’esistenza dei singoli soggetti sembra oggi perdere sempre di più le proprie capacità di controllo e donde le sempre più diffuse sindromi ansioso-depressive. infatti. invero. nell’impossibilità? Come vedremo. Ma come si ritrova il soggetto in questa indifferenza infinita. simbolici e virtuali. il tempo limitato della vita individua. Ciò cui essa mira. In tale processo il sistema ST è quello più sacrificato: a causa della sua eccessiva prossimità al reale esso viene eluso proprio dallo stesso meccanismo della normotipia tardocapitalistica. potremmo dire. Il tardocapitalismo.Logica e tempo imp. che non sono altro che patologie del senso 27 . entro una psicosi collettiva di “secondo grado” (ovvero non riferita ad un senso individuo. In questo ritrarsi. diviene l’eternità dell’universo e della specie umana. il tardocapitalismo ha senso grazie all’apporto di infinite normotipie che possono via via — e solo in apparenza — divenire egemoni e che si rimpallano continuamente. è un’esclusione dello spazio-tempo attraverso un processo di “infinitizzazione” e di “velocizzazione” parossistica che implica — diciamo noi — una certa incapacità di esporsi al non-senso: lo spazio territoriale diviene lo spazio infinito della globalizzazione e del cosmo in continua espansione che l’uomo percorre o percorrerà in lungo e in largo.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 27 INTRODUZIONE terno di una normotipia molto più raffinata. l’eccesso di controllo nei confronti del non-senso (reale). finisce per dimostrarsi complessivamente insensata. nonché l’infinito moltiplicarsi di spazi ndimensionali. oppure la massima concentrazione di attività e di esperienze in un istante infinitamente dilatato. e anzi si pone in disparte confondendosi subdolamente con le altre normotipie e cedendo spazio — ma soltanto in apparenza — ad altre normotipie per così dire epifenomeniche come la scienza e la tecnica che pur si arrogano un certo primato nel conferire senso alla nostra epoca post-moderna. Per raggiungere questo risultato il tardocapitalismo dissimula continuamente la propria egemonia. ha superato il meccanismo del diallele. moltiplicandolo a dismisura in un meccanismo di infinita indifferenza. porta paradossalmente al non-senso stesso: la forma di estrema e infinita padronanza effettuata da parte della normotipia tardocapitalistica. In altri termini. ma ad un senso sistemico e generalizzato). più significativamente. dacché i piani di referenza si moltiplicano e il reale diviene talmente distante che l’uomo contemporaneo si ritrova a vivere all’interno in una sorta di “sogno altrui” oppure. in un movimento senza sosta e sempre più accelerato. senza un territorio da controllare e un tempo limitato da vivere? Che cosa significa esistere all’infinito o. il tardocapitalismo raggiunge appieno il proprio scopo. immaginari.

Ma a noi. verso una realtà che non conosceremo mai appieno.Logica e tempo imp. le sindromi border-line. non resta che un conato inesausto verso un godimento precluso. gli acting-out insensati. Tutto ha senso. conato che si manifesta nella continua ricerca di un reale impossibile. donde il consumismo contemporaneo. et coetera. che incontra il reale facendosene carico con tutti i vantaggi e gli svantaggi della faccenda. ora quest’ultima appare veramente impossibile nonostante il sistema medesimo ingiunga continuamente all’uomo di godere. psicopatologie legate alla lateralizzazione del sistema spazio-temporale. In termini di godimento. singoli individui “trafitti da un raggio di sole”. l’arte estrema. i fondamentalismi religiosi. le ossessioni maniacali. ancora meglio. 28 . ecco che la civiltà umana è finalmente riuscita a costruire quella macchina trascendente astratta che gode al posto nostro.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 28 LOGICA E TEMPO in generale e. il trash. di “attestazioni” d’esistenza à la Ricoeur. più precisamente. dove ciò che è sensato invero non si dimostra null’altro che un “reale che finge” esso stesso? Sospingendo sempre più in là il rischio di incontrare il reale. con la conseguenza paradossale che chi gode è proprio la stessa normotipia tardocapitalistica nel suo ruolo di Soggetto astratto. forse troppo senso: e se si trattasse di un’enorme finzione? O. di una “finzione di finzione”. Se tutta la mitopoiesi spazio-temporale evidenziava ancora una vicinanza al reale nella sua insensatezza. la neutralizzazione dell’impianto spazio-temporale implica un’ulteriore rimozione di esso.

così. cioè privilegiando la dimensione storico-narrativa quale orizzonte costitutivo del fenomeno della temporalità. abbastanza sbrigativamente.1. per poi soffermarsi su Husserl. liquidava il pensiero bergsoniano: “il tempo ‘in cui’ sorge e passa la semplice-presenza è un fenomeno temporale genuino e per nulla l’estraniazione di un ‘tempo qualitativo’ a spazio. 400). viene omessa la figura di Bergson che pure. interpretazione ontologicamente del tutto indeterminata e insufficiente” (Heidegger.1 Aristotele versus Agostino P. La dimensione della temporalità sembra possedere un’originarietà intrinseca nei confronti dello spazio e l’intrudersi continuo di quest’ultimo nelle maglie di ogni dis- 29 . Egli però giunge a questo esito — che appena sfioreremo in questa sede — dopo un lungo e complesso détour volto ad evidenziare le molteplici aporie insite in una tematizzazione della temporalità di tipo fenomenologico. appena trasversalmente. Ricoeur sembra seguire in tale orientamento proprio l’Heidegger di Essere e tempo che. In altri termini.Logica e tempo imp. 1927. su Kant. aveva quantomeno polarizzato l’indagine sulle relazioni che intercorrono tra spazio e tempo. al di là di supposte priorità ontologiche o di filiazioni del tipo “spazio-materia” o “durata-memoria”. p. con la nozione di durée. In questo modo Ricoeur focalizza la propria attenzione sulle classiche analisi aristoteliche e agostiniane. come pretende l’interpretazione del tempo data da Bergson. Ricoeur tra il 1982 e il 1985 dedica una trilogia alle problematiche del tempo. virandole verso una concezione narratologica.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 29 PARTE PRIMA TEMPO E SPAZIO-TEMPO 1)1 I+ t'mpo $'+ mon$o ' i+ t'mpo $'++0anima 1. Significativamente. invece. Heidegger e.

ci avvolge e ci domina. scio. conseguentemente.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 30 LOGICA E TEMPO corso “cronologico” non sarebbe che il sintomo di una insufficienza costitutiva del nostro linguaggio e della conseguente compensazione metaforica. Aristotele delineerebbe in maniera inequivocabile il primato del tempo fisico. anzi. e il tempo dei penetrali dell’animo.. secondo la quale il tempo ci circonda. Aristotele. La posta in gioco riguarda dunque questi due versanti abissali che in qualche maniera da sempre assillano tra stupore ed angoscia l’uomo: l’infinità del tempo dell’Universo. ecco che qualcosa come il tempo entra in gioco: “invero noi percepiamo simultaneamente movimento e tempo (. mentre Agostino. p. si quaerenti explicare velim. Nell’ambito di tale antitesi. E i corni di questa impasse si ritrovano per Ricoeur proprio nell’antitesi quasi “matriciale” tra la nota analisi aristotelica nel quinto capitolo della Fisica e l’altrettanto conosciuta digressione di Agostino nell’undicesimo libro delle Confessioni. nescio” evidenzierebbe l’aspetto “soggettivo” e. senza che l’anima abbia la potenza di generarlo. da parte sua. dietro Aristotele si profila tutta una tradizione cosmologica. quella che egli definisce la distensio animi. partendo da un punto di vista di tipo empirico e quasi scientifico. l’argomentazione ricoeuriana ci appare quantomeno significativa per identificare uno dei poli problematici che coinvolgono la temporalità. “Ora. associa com’è noto il tempo al movimento: quando un corpo in qualche maniera cambia e diviene.. E al contrario quando sembra che un certo tempo stia trascorrendo. 1985. proprio partendo dall’emblematico aforisma “quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat. al di là di alcuni punti critici che in seguito isoleremo. paradossalmente essa contribuisce ad occultarlo” (Ricoeur. in particolare. il tempo degli orologi e dei calendari risulterebbe inassimilabile al tempo esistenziale dei nostri ricordi e delle nostre aspettative. connettendolo alle nozioni di “movimento” e “misura” e. È mia convinzione che la dialettica tra l’intentio e la distensio animi è impotente a generare da solo questo carattere imperioso del tempo.Logica e tempo imp.). facendone qualcosa di “numerabile”. sembra che simultaneamente si stia verificando un certo movimento (Physica. la sua “aseità” e completa autonomia nei confronti del soggetto. 30 . in cui tutto il caleidoscopio delle emozioni umane si incrocia. e cioè la schisi quasi irrisolvibile tra quello che egli definisce tempo cosmico e il tempo dell’anima: in altre parole il tempo della scienza fisica. 17). Tuttavia. dando luogo ad intervalli temporali soggettivi del tutto atipici e facendo sì che un istante possa durare l’eternità di un’aspettativa mai appagata o l’effimerità di un godimento sempre già perduto. o quando lo stesso si muove nello spazio.

è il tempo: il numero del movimento secondo il prima e il poi” (Physica. l’ingredienza del numero e della misura rischia di fare del tempo qualcosa di “matematico”. quanto intensa: “questo. quindi.Logica e tempo imp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 31 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO 219a. cioè sarebbe come sostenere ingenuamente che “il tempo non è altro che il moto del tempo”. ma concerne esattamente una relazione costitutiva del mondo. 23. Affermare infatti semplicisticamente che “il tempo costituisce il movimento tra il prima e il poi” sembra introdurre un elemento tautologico. evidenzia come Aristotele non parli proprie dictu di “numero”. arithmoúmenon: “il tempo è un 31 . 1985. p. poiché manca ancora un legame tra i due fattori. 3-7). nel corso marburghese del semestre estivo del 1927 I problemi fondamentali della fenomenologia. bensì di “numerato”. con una sottigliezza analitica che Agostino non sempre coglie pur accettando il senso di tale tesi (Confessiones XI. dall’altro. in realtà. Ma quale rapporto intercorre allora tra il tempo e il plesso movimento-cambiamento? Se il tempo non è il movimento propriamente detto. di conseguenza. 219a. dunque. la sua numerabilità. 219b. non vuole semplicisticamente identificare il tempo con il movimento (Physica. Aristotele. insomma. Il tempo dunque si articola nel movimento e in un rapporto di successione oggettiva tra il “prima” e il “poi”: ciò tuttavia non appare sufficiente per una definizione abbastanza esaustiva. costituiscono una relazione oggettiva: l’animo “trova la successione nelle cose prima di riprenderla in se stesso. ma vuole sottolineare come nel movimento ci sia in gioco qualcosa come il tempo. sono fattori fisici e reali. Sul primo punto Ricoeur rimane abbastanza generico. comincia col subirla e anzi col soffrirla. emerge quasi automatica l’interrogazione sulla necessità di un’anima e. ma qualcosa del movimento. 23). cioè un’esistenza puramente ideale e legata a un certo tipo di simbolizzazione. Si aprono invero due versanti di discussione: da un lato. 2). affronta il terzo passaggio — quello a nostro avviso più decisivo — poiché incanala la sua teoria verso il côté più propriamente fisicalistico della questione. 29). Aristotele. La definizione che ne deriva è tanto brachilogica. prima di costruirla” (Ricoeur. Tale relazione d’ordine inoltre — e qui scorgiamo un punto decisivo — non appartiene propriamente all’anima. in quanto relazionato al movimento. 2). si articola nell’orizzonte di una successione tra il prima e il poi. mentre molto più attento e scrupoloso appare Heidegger che. come possiamo articolare questa inerenza senza incorrere nella banalità del “tempo in quanto ‘qualcosa’ che si muove esso stesso”? Aristotele compie in questo senso due passaggi preliminari: innanzitutto il tempo. Il “prima” ed il “poi”. di un fattore “soggettivo” che determini il movimento stesso e.

il tempo può essere interpretato solamente se a sua volta lo si comprende a partire dal tempo. Tempo è numero non nel senso del numero numerante. 21-22) ed osservi che “non occorre forse un’anima — meglio. Sul secondo punto. Vi ritorneremo in seguito: ciò che ci interessa a questo livello è un certo debordamento o slittamento che emerge sempre laddove si cerchi di circoscrivere teoreticamente la dimensione temporale. deve qui esser intesa nel senso di arithmoúmenon. ma ciò perché il tempo costituisce essenzialmente qualcosa di esterno. Per certi aspetti. ma è numero nel senso del numerato. p. cioè a un’essenziale inerenza del tempo a una temporalità originaria che costituisce alfine il senso dell’essere dell’Esserci e dell’essere in generale. 221a. qualcosa con cui il numero intrattiene un certo rapporto. eterni. Questo è di nuovo sorprendente. Ora. semmai. 1985. pp. perché i numeri sono. Aristotele gli conferisce uno statuto decisamente autonomo. “Come Aristotele dice nella sua interpretazione. 32-33). In altri termini c’è un’eccedenza.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 32 LOGICA E TEMPO numero. che prescinde assolutamente dalla funzione “numerante” dell’anima: “esistere nel tempo significa più che esistere quando il tempo esiste: vuol dire ‘essere nel numero’. 223a. fuori dal tempo. essere nel numero. dopo pochi passi sembra indietreggiare e. a partire dal tempo originario” (ivi. ‘come le cose che sono in un luogo sono contenute in un luogo’ (Physica. Ricoeur è più deciso e sottolinea come — per quanto de facto necessaria — la funzione dell’anima non sia affatto essenziale nella determinazione numerica del tempo. fisico ed oggettivo. I termini vaghi di Aristotele sono sintomatici di un’ambivalenza costitutiva. più attenta invece alla demarcazione tra livello oggettivo e livello soggettivo. una intelligenza — per contare e prima ancora per percepire. Come può il tempo essere un numero? L’espressione ‘numero’ (arithmós). p.Logica e tempo imp. 32 . il tempo manifesta una “superiorità” ontologica rispetto all’essente intratemporale. p. discriminare. 231). 229). Soprattutto nella determinazione dell’”intratemporalità”. si dice. ma che rimane al di là del numero in se stesso: sappiamo abbastanza bene dove Heidegger voglia andar a parare. come Aristotele sottolinea esplicitamente. 18)” (ivi. integrare la dimensione del tempo a quella della physis. comparare?” (Ricoeur. 24). in quanto tale. cioè dell’essere-contenuto dell’essente nel tempo. vuol dire essere ‘contenuti’ (periéchetai) dal numero. sebbene essa non sia centrale nella riflessione ricoeuriana. Per quanto Aristotele ne sottolinei la centralità (Physica II. 1975. cioè — detta brevemente e al di là delle implicazioni heideggeriane — della natura. Il tempo come numero del movimento è ciò che è numerato nel movimento” (Heidegger. infatti.

indifferente) e l’ora esistenzialmente vissuto (l’istante situato. cioè solamente se vi sono dei soggetti. nella sua funzione di “passaggio”. Orbene. in quanto ‘ora-non-più’.) Il tempo è ovunque e in nessun luogo e solamente nell’anima” (Heidegger. “Le impressioni che le cose producono in te al loro passaggio e che perdura dopo il loro passaggio. è quanto io misuro presente. e non già le cose che passano per produrla” (Confessiones. e del ‘poi’. Esso è più oggettivo di ogni oggetto e parimenti è soggettivo. XI. il presente). 248). 242-243). emerge il problema della “misurazione”. opposizione che si riassume nell’opposizione fondamentale tra istante e presente. è per così dire più oggettivo di ogni oggetto.. ossia il reperimento di quelle unità fisse che ci consentono di ordinare le “distensioni” dell’animo e di compararle tra di loro. pp. come ciò in cui avvengono i processi naturali. Per Agostino ogni istante è singolare e presente.. Heidegger parte così dall’analisi dell’ente intratemporale. Di fatto la separazione tra le due dimensioni temporali si condensa sulla distinzione tra l’istante (puntuale. all’intratemporalità. inteso come ciò che circoscrive. Cercare di dipanare questo plesso in apparenza contraddittorio costituirà la posta in gioco di tutta l’ultima parte della prima sezione di Essere e tempo.) il ricordo si allunga quando le cose riportate alla memoria si allonta- 33 . 1975. (. in quanto affezione e ritenzione. in quanto ‘ora-non-ancora’” (ivi. quella dedicata alla storicità. In quest’ambivalenza ritroviamo l’opposizione tra Aristotele e Agostino. cioè distinto nell’anima di chi percepisce: è il presente (diversamente da Heidegger) la dimensione temporale fondante. ma per interpretare in modo completamente differente Aristotele stesso: “con l’interpretazione dell’’essere nel tempo’ noi vediamo che quest’ultimo. condensa in sé un ritenere aspettante e presentificante.. In tale posizione. tuttavia. ovvero all’accezione deietta ed inautentica della temporalità. focalizzando tuttavia in modo per noi significativo quale sia il nucelo problematico dell’intera questione. 36). p. anche Heidegger tematizza la dimensione dell’ora nella sua indeterminabilità dell’ “ ‘allora’. Per Agostino “l’attesa si abbrevia quando le cose attese si avvicinano e (. L’ora. ma perviene ad esiti completamente differenti da quelli supposti nell’interpretazione ricoeuriana. alla misura del tempo. dove le tre connotazioni fenomenologiche sono sempre legate tra di loro e costituiscono nell’insieme un fenomeno unitario.Logica e tempo imp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 33 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO Ritroviamo a questo punto uno dei primi nodi aporetici che concerne la schisi tra tempo cosmico e tempo psicologico-fenomenologico: Heidegger lo evidenzia bene e propende decisamente per il secondo versante. 27.. D’altro canto vediamo che esso è solamente se c’è l’anima.

29]).:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 34 LOGICA E TEMPO nano. invece. Aristotele rimane infatti legato al “prima. 219a.poi.. pare almeno offrirci qualche elemento aggiuntivo rispetto al tempo cosmico aristotelico: la concezione dell’istante indifferente non riesce a giustificare a sufficienza la synecheía temporale.Logica e tempo imp. 19)... insieme. se ci soffermiamo sul termine greco synechés troviamo il prefisso syn. 33). “avere-stare-trovarsi in una certa condizione”. mentre sembra deficitario sul piano della struttura. La situazione — come si evince — appare quantomai complessa: il tempo cosmico risponde molto bene all’ubiquità e pervasività temporale. quando recito un poema. 20).” puramente “oggettivo” in quanto paradossalmente “legato” (d)all’esperienza soggettiva. ma — osserva Ricoeur — non è comprensibile come questa dinamica psicologica possa fornire delle unità fisse e invariabili per la misurazione e la comparazione delle durate.. In questo frangente.. 1985.. contestualmente. per evidenziarne soprattutto una valenza tensionale e relazionale. poiché non riesce a spiegare a sufficienza la “continuità” del tempo.. l’istante puntuale e numerico non sembrerebbe corrispondere in modo esaustivo all’esigenza “tensionale” della synecheía. ossia la continuità dello stareassieme degli istanti pur nella differenza di ciascuno di essi. e il greco échein. il transito attraverso il presente fa che il passato si accresca della quantità di cui il futuro si trova ad esser diminuito (Ricoeur. la sua nozione unificante (Ricoeur.). p. unità comparabili al movimento degli astri e alle loro regolari ricorrenze (ivi. p. e (. né tantomeno quella che oggi chiamiamo 34 . pur sacrificando la misurabilità e comparabilità delle durate. dall’altra egli lo associa immediatamente al “numero” e al “punto”.poi. cioè qualcosa di completamente differente dall’heideggeriana semplicepresenza. mentre di contro soltanto un contesto fenomenologico garantirebbe l’intreccio del presente. rendendolo qualcosa di “indifferente” e “misurante”. per Agostino invece è la distensione dell’anima che connette tra di loro passato e futuro e che rende possibile parimenti un “prima. Agostino. In effetti. 1985. p. Aristotele. Nella nostra Echologia abbiamo già analizzato tale termine. Le difficoltà in questo senso risiedono nella necessità di discriminare all’interno dell’istante la sua funzione divisoria nell’ambito della successione continua del tempo e.” di istanti pressoché irrelati che soltanto la continuità del movimento riesce a sostenere ed integrare tra di loro... da una parte riconosce la fondamentalità dell’istante nella determinazione del tempo (“il tempo sembra essere ciò che è determinato dall’istante: e questo rimanga come fondamento” [Physica. Detto brevemente. passato e futuro. nonché alla sua misurabilità “pubblica”..

con la nozione di Cura tenta davvero una giunzione essenziale tra il livello cosmico-aristotelico e quello psicologico-agostiniano.2 Il tempo fenomenologico La seconda tappa ricoeuriana nella radicalizzazione di un’”aporetica del tempo” si polarizza sul versante fenomenologico. Ora. 1. ma raffronta l’analisi di Husserl a quella di Kant. immettendo nel discorso un gioco di “tensionalità” di tipo fenomenologico: ciò che sfugge però in questo modo è proprio il punto di forza della concezione aristotelica. non si limita ad una semplice disamina testuale. sebbene non dovremmo limitarci alle argomentazioni precedenti la cosiddetta Kehre.1. ma dovremmo più azzardatamente inoltrarci nelle analisi successive del filosofo di Messkirch. più propense a un’interpretazione topologica che prettamente “cronologica” dell’ontologia. ossia la possibilità di un unico tempo cosmico. a detta di Ricoeur. misurabile e condivisibile da tutti gli uomini. dal quale non riesce in 35 . Emerge per la prima volta — detta un po’ grossolanamente — quella distinzione tra oggettività e soggettività che avrebbe impegnato il pensiero filosofico sino ai nostri giorni: che quest’opposizione millenaria sia sorta implicitamente proprio nell’ambito di una riflessione filosofica sulla temporalità sembra d’altronde dar ragione all’Heidegger di Essere e tempo e alla sua rilettura della storia della metafisica. catalizzando in tal maniera eventuali nodi problematici rimasti perlopiù sottaciuti. Che anche tale tentativo. si riveli insufficiente. cioè alla costituzione del fenomeno “puro” del tempo. invece. il tentativo conciliatorio di Heidegger il quale.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 35 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO “freccia del tempo”. sembra riempire adeguatamente questa lacuna. Ricoeur.Logica e tempo imp. proseguendo il suo studio. costituirà proprio il punto di partenza della nostra analisi. ovvero attraversa la fenomenologia della coscienza interna del tempo che raccoglie una lunga serie di appunti husserliani dal 1893 al 1917. Infatti per Ricoeur in entrambi i casi rimarrebbe sullo sfondo il “tempo fisico” in qualità di presupposto ineludibile dell’analisi della coscienza interna del tempo. come avvenuto peraltro nel caso di Aristotele. Il tempo psicologico agostiniano. cosiccome dell’analisi trascendentale della temporalità in quanto intuizione pura apriori. anche se Husserl vorrebbe arrivare là donde Kant è partito. cioè la sua irreversibilità. Ricoeur dopo aver posto i paletti del problema vuole ulteriormente determinare gli spazi di aporeticità che via via si sono aperti. analizzando tematicamente la radicalizzazione husserliana del tempo fenomenologico e. successivamente. rimane anch’egli irretito nelle maglie di un tempo naturale od oggettivo. In sostanza.

non ancora costituita in “fenomeno”. come il télos husserliano sia alla fine il raggiungimento di una sorta di “affettività” apriori puramente intenzionale. meglio. o. emerge l’impellenza di un “ritenuto” e un “rimemorato” che hanno a che fare con il mondo naturale e. è tale intenzionalità longitudinale e non quella obiettivante introdotta surrettiziamente nella costituzione hyletica. p. 42) — le scoperte di Husserl riguardano soprattutto il fenomeno della “ritenzione” e la differenziazione tra ritenzione e “rimemorazione”. con la sfera del tempo fisico-naturale. 44]) il tempo cosmico alla ricerca di una hyle temporale quale apriori di ogni successiva esperienza mondana. “È questa intenzionalità longitudinale e non obiettivante che assicura la continuità stessa della durata e preserva il medesimo nell’altro. Anche se è vero che io non diventerò attento a questa intenzionalità longitudinale. 1985. che assicura la continuazione del presente puntuale nel presente disteso della durata una” (ivi. “come se l’analisi del tempo immanente non potesse costituirsi senza ripetuti prestiti nei confronti del tempo obiettivo messo fuori circuito” (Ricoeur. dopo aver epochizzato (o “messo fuori causa” [Husserl. in questo caso. Se — a detta di Ricoeur (ivi. 1966.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 36 LOGICA E TEMPO alcun modo a svincolarsi. p. Vedremo. p. “La scoperta di Husserl a questo proposito è che l’’ora’ non si contrae in un istante puntuale. ottenendo così quella giunzione con l’apriorismo kantiano che è uno degli intenti preliminari di tutta la ricerca di Husserl. ma si complica in una ritenzione via via interrelata e in una coessenziale protensione: l’intenzionalità trascendente tipica della percezione di un oggetto trascendente si accoppia necessariamente a questo nuovo livello di intenzionalità che garantisce la “durata” e la “stessità” dell’oggetto medesimo nel tempo. La difficoltà che si annuncia quasi d’acchito è proprio una neutralizzazione dell’esperienza oggettiva che. p. alla fin fine è costretta a fare una sorta di passo indietro. In tal modo un suono non si esaurisce nella sua presenza immediata. deve in qualche maniera riferirsi ad un oggetto esterno. dove le legalità e le tensionalità percorrono una hyle assolutamente an-oggettiva. ma comporta una intenzionalità longitudinale” (ivi.Logica e tempo imp. La fenomenologia. 43). senza il filo conduttore dell’oggetto uno. 36 . La ricerca husserliana parte proprio dalla difficoltà aristotelica nello spiegare la puntualità dell’istante e la coessenziale continuità dell’ora presente. proprio nel caso dell’analisi della temporalità. generatrice di continuità. quindi. Ricoeur in effetti non prende in alcuna considerazione le “sintesi passive” quale momento costituivo della “datità” in generale: la struttura e le modalità in cui tali sintesi fungono “inconsciamente” sono originariamente temporali. 39). però.

pur nell’ambito di un complesso processo associativo di ritenzioni. ‘nella’ coscienza) si modifica in un ‘già stato’. La ritenzione.. 1985. 50) che agisce inconsciamente e che mantiene un “alone” di attualità intorno alla coscienza in carne ed ossa di un oggetto. Il “durare” attraverso la modificazione ritenzionale fa parte dei processi affettivo-associativi e fenomenologici che stanno alla base delle sintesi passive: “l’’ora’-di-suono si tramuta in suono che è stato. tuttavia. cioè sul suono passato. cioè sulla ritenzione.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 37 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO p. l’autonomia dell’intero processo e una “modificazione” che è immanente nel presente stesso. 1966. peraltro. e accompagnandolo. ma può anche dirigersi su ciò che nella ritenzione è consaputo. nonostante la “modificazione” intenzionale. 63). al contrario dell’impostazione brentaniana che presumeva una facoltà ulteriore di mediazione (l’immaginazione).Logica e tempo imp. pp. 45). 65). e ciò di continuo.. L’alterità della successione lineare degli istanti impressionali trova nella continua modificazione ritenzionale la propria unità: ogni presente diviene punto-origine (Quellpunkt) che dà luogo ad un alone di ritenzioni che ne fanno immediatamente qualcosa di passato.. Ogni ‘ora’ attuale della coscienza sottostà però alla legge della modificazione. Esiste dunque per Husserl un’intenzionalità di “secondo grado” (Ricoeur. mantengono “attuale” il medesimo contenuto hyletico. qualcosa che c’è attualmente. Lo “stesso” suono può continuare a durare soltanto in virtù di questa continua sovrapposizione di modificazioni e ritenzioni che. trapassa in ritenzione. sono sempre lo stesso suono “attuale” che dura. l’“ora” impressionale trapassa in “ora” ritenuti che sono il medesimo suono e che.) Un raggio dell’intenzione può dirigersi sull’‘ora’. abbiamo una serie ininterrotta di ritenzioni appartenente al punto d’attacco” (ivi. da un lato come 37 . fa trasparire un ineludibile “non-più”. continuamente un’’ora’-di-suono sempre nuovo prende il posto di quello trapassato nella modificazione. p. Esso diviene così “una continuità che si allarga incessantemente. inerisce al presente stesso. Ciò che preme ad Husserl è quello di dimostrare. Si tramuta in ritenzione della ritenzione. 64-65). ciò nondimeno. “Questa coscienza è soggetta a un mutamento costante: continuamente l’‘ora’ del suono in carne ed ossa (s’intende.. (. cioè all’attualità: “questo passaggio dall’‘era’ al ‘non più’ e il sovrapporsi dell’uno all’altro esprimono soltanto il duplice senso del presente. Se però la coscienza dell’‘ora’-di-suono. p. l’impressione originaria. coscienzalmente. la coscienza impressionale fluisce e trapassa costantemente in una coscienza ritenzionale sempre nuova” (ivi. una continuità di passati” (Husserl.) Lungo il flusso. Quando percepiamo un suono. questa stessa ritenzione è a sua volta un’‘ora’. (. un “non-più” che. p.

saranno isomorfi e. In altre parole.Logica e tempo imp. è presenza presentificata. nella rimemorazione il presente temporale è ricordato. magari pochi istanti. Ricoeur nota tuttavia come Husserl trovi una certa difficoltà nel mantenere la dialettica tra la continuità temporale e la differenza tra i due livelli del ricordo e. quindi ‘percepito’. e la rimemorazione in quanto processo di “ridestamento” affettivo-intenzionale di un percetto passato. osserva come emerga una certa impasse nel determinare la struttura della rimemorazione. ma differisce essenzialmente dall’“ora” presente.. a suo modo “inconscio”. intuito” (Husserl. p. astratto mediante divisione infinita del continuum temporale” (ivi. 59). insomma. p. p.. che ne fa una rappresentazione di. Bisogna formare l’idea di una ‘seconda intenzionalità’. come iniziativa di una continuità ritenzionale. Il ricordo rimemorante si dirige nel presente verso il passato con una certa tendenza protensionale: 38 . ma un dato di fatto. e dall’altro come punto-limite. che caratterizza ogni datità offerente. in particolare. ma “il suo essere appena-passata non è una mera intenzione. Questa differenza tra passato ritenuto e passato rimemorato si caratterizza per la valenza per così dire finzionale di quest’ultimo: il suono ricordato e ridestato è “come se” fosse presente. dato in se stesso. la ritenzione sembra dominare a tal punto che il presente impressionale o “in carne ed ossa” sembra divenire impossibile: la “ritenzione” però — e si deve tenerlo bene a mente — costituisce un fattore “strutturale”. così — necessariamente — quasi indistinguibili? La soluzione husserliana consiste in una sorta di “duplicazione” dell’intenzionalità: “non basta dire che il flusso di rappresentazioni è costituito esattamente come il flusso di ritenzioni. non è un passato percepito. Ogni impressione “tende” a durare.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 38 LOGICA E TEMPO punto d’origine. Per contro. 1966. dato primariamente. È a questo livello che Husserl inserisce una differenziazione tra ritenzione. con il medesimo gioco di modificazioni. ritenzioni e protensioni. cioè si articolerà grazie ad un vettore intenzionale ritentivo-protensionale? Ricordo e ritenzione. diviene “passata”. 51). Come si articolerà quest’ultima? Sarà forse una “mimesi” del processo ritentivo. seconda nel senso che equivale ad una replica (Gegenbild) dell’intenzionalità longitudinale costitutiva della ritenzione e generatrice del tempo-oggetto” (Ricoeur. 70). Una melodia dopo il suo articolarsi temporale. e questa durata anche minimale si articola in un complesso meccanismo di modificazioni ritenzionali e di intenzionalità longitudinali. in quanto momento strutturale-intenzionale della “durata” di un’impressione. presentificato. così come dal presente appena ritenuto. ma non realmente presente. e così pure il passato è ricordato.. 1985.

Logica e tempo imp. Per fare un esempio. creando quel misto stratificato e indistricabile che costituisce il fenomeno della temporalità immanente. ma rispetto a che cosa? E come è possibile parlare aristotelicamente di un “prima” e di un “poi”. p. 1985. un fluire “con esponente”. che Husserl tenta inizialmente di definire come “distanza” dal “punto-d’origine”: man mano che ritenzioni e rimemorazioni ci allontanano dall’”ora” dell’impressione in carne ed ossa. In altre parole Husserl sovrappone uno sull’altro più livelli. “Sembra che Husserl abbia atteso dalla nozione di situazione temporale. p. comparendo. se ogni istante è impastato con vettori intenzionali ulteriori e retroattivi. dove il “fluente” e il “ciòrispetto-a-cui esso fluisce” fluiscono a loro volta senza che possiamo determinarne un ordine o una qualche successione. p. Il nuovo rimanda a sua volta a qualcosa di nuovo. e così via” (ivi. ancorché più interessanti: il flusso assoluto (Husserl. p. Alla fine il tempo oggettivo e per così dire 39 . cangiandolo continuamente con un moto retroattivo. 106). la possibilità per una costituzione del tempo obiettivo che non presupponga ogni volta il risultato dell’operazione costituente” (Ricoeur. l’esigenza di riportare il tempo coscienziale a un’idea di tempo oggettivo con i suoi posti e. tantoché il passato non è più lo “stesso” passato e il futuro sarà soltanto ciò che emergerà dai complessi meccanismi della rimemorazione? Il momento di passaggio è costituito dalla “situazione temporale”. cioè cambia quella che Gadamer mutatis mutandis definisce Wirkungsgeschichte. 85). 1966. “storia degli effetti”. In questo modo Husserl sembra adombrare un campo di continuo mutamento. Ma la situazione temporale. Il tempo fluisce. cioè facente parte dell’”oggetto-che-dura”. “La retroazione che qui emerge è dunque necessaria a priori. 63). in sostanza. ma questa rimemorazione muta alla fine la costituzione oggettiva dell’oggetto stesso. il suono che perdura nel tempo viene successivamente rimemorato. strettamente legata al problema di ritenzione e di rimemorazione. oppure — agostinianamente —. in quanto qualcosa di paradossalmente fissa e “senza-tempo”. che. 1966. dove alla ritenzione per così dire strutturale. per quanto paradossali. con le sue stabilità. il percetto trova via via la sua posizione nel passato e subisce così un processo di “storicizzazione”. intenziona il passato in vista di un “ridestamento” che muta in continuazione l’oggetto (Husserl. D’altronde ogni ridestamento muta lo stesso “passato” presentificato. si determina e modifica la riproduzione del vecchio. interseca il vettore rimemorante che interagisce essenzialmente con quel medesimo oggetto. di un “passato” e di un “futuro”. Riemerge. costringe Husserl ad una delle sue ipotesi teoretiche più audaci.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 39 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO esso cioè at-tende qualcosa. 1984).

In breve. il livello degli oggetti temporali immanenti costruiti attraverso le strutture intenzionali della ritenzione e della rimemorazione.3 Fenomenologia e criticismo L’ermeneutica ricoeuriana è precisa ed esplicitamente dichiarata: utilizzare le aporie kantiane per marcare ancora di più le aporie della fenomenologia husserliana. 1. aprendo tuttavia una diatesi tra tempo oggettivo e tempo immanente: l’analisi husserliana parte dall’oggettività temporale trascendente. quella di una regressione all’infinito: l’autoapparizione del flusso non esige forse un secondo flusso nel quale il primo appare? No.1. “La fenomenologia interna del tempo porta. vengono individuati tre livelli della temporalità: il livello del tempo oggettivo messo fuori circuito dall’epoché. p. la riflessione non esige tale sdoppiamento” (Ricoeur. in breve.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 40 LOGICA E TEMPO “ricorrente” (il movimento degli astri. perché ciò profilerebbe il rischio di un regressus ad infinitum. quello di escludere dapprima il livello trascendente-oggettivo per poi riconvocarlo surrettiziamente (ivi. L’autocostituzione del flusso in quanto tale conclude secondo Ricoeur l’analisi fenomenologica pura. proprio perché infarcisce e sorregge la nozione medesima di “istante”. non è più possibile ricorrere ad una ulteriore forma intenzionale. p. È come se la problematica temporale ci conducesse necessariamente sulla soglia dell’“incoerenza” logica. dice. Sia l’approccio fenomenologico che quello 40 . l’ora “indifferente” dell’orologio) si fonda su un “terzo livello” semovente. sull’intenzionalità immanente intrecciata con l’intenzionalità obiettivante” (ibidem). il livello del puro flusso della coscienza che funge da parametro oggettivo o situazione in cui questi medesimi oggetti temporali si costituiscono e si rapportano. 68). 66). anch’esso infinitamente modificabile e mai uguale a se stesso. 1985. insomma. portando al limite quello che è l’impianto identitario e categoriale di Aristotele ed esponendolo ad un mise en abîme che. lungi dal costituire un “buco nero” trascendente e lontano dalla nostra esperienza quotidiana. Nei primi due livelli Husserl aveva isolato due forme intenzionali isomorfe e distinte: giunto a questo punto tuttavia.Logica e tempo imp. cioè deve esso stesso fondare la propria unità: “per questo. tuttavia. Il puro flusso della coscienza deve in qualche maniera auto-costituirsi. Il rischio. è quello di una circolarità ossia. fa invece parte in ogni istante della nostra esistenza. il flusso deve autopresentarsi. per passare al livello immanente per poi sfumare nell’impressione ridestante e nel puro flusso che fa da sfondo ad ogni situazione temporale. in ultima istanza. Husserl ha ben colto l’aporia che si annuncia sullo sfondo.

infatti. anche la pregidiziale newtoniana troppo spesso attribuita a Kant perde un po’ del proprio valore. In tale prospettiva. ovvero un presupposto formale sia della conoscenza interna che di quella esterna caratterizzata dallo spazio (ivi. 206). p. percepibile soltanto grazie al “riempimento” di avvenimenti (ivi. cioè nei confronti di una dimensione che — lo diciamo prendendo a prestito una definizione di Lacan — ha a che fare con il reale. p. quanto paradossalmente aposteriori. debbono alla fine fare i conti con il debito insolvibile nei confronti del tempo cosmico-aristotelico. cioè in seguito all’”apparizione” di 41 . poiché l’esclusionesospensione operata da questo gesto filosofico apre invero uno spazio tutto nuovo che si pone a monte dell’apriori kantiano stesso. C’è però un’opposizione radicale che Ricoeur non omette di rilevare: in Husserl emerge il tentativo di “fenomenizzare” in qualche modo il tempo. Rileggendo Kant con occhi husserliani. Potremmo dire ancora di più: è la stessa Lebenswelt che s’intrude nell’apriorismo kantiano. ed apre il criticismo anche a una dimensione relativistica che sembrerebbe inficiarlo sin dal principio: che l’orizzonte cui l’apriori fa riferimento sia euclideo o riemanniano è assolutamente non determinante per quanto attiene la costruzione dell’apriori in se stesso e la determinazione “mista” dello spazio-tempo che ne consegue (Gödel. in Kant invece il tempo è un’“intuizione pura”. alla fine. Ricoeur non prende in alcuna considerazione l’“orizzonte” dell’epoché quale Grund paradossale di tutta la disamina husserliana: non si tratta di un elemento relegabile nell’ambito delle questioni meramente filologiche. Tralasciamo tuttavia per il momento le critiche all’analisi ricoeuriana e seguiamo invece il filosofo francese nel suo interessante raffronto tra criticismo e fenomenologia: egli infatti sottolinea l’importante nozione di orizzonte quale giunzione tra una dimensione platonizzante del tempo inteso come presupposto apriorico di qualsiasi considerazione sul tempo e una dimensione “aristotelica” che concepisce invece un tempo vuoto e autonomo. 72). ma diviene il “prodotto” di una particolare tessitura intenzionale e associativa che si articola inconsciamente secondo vari tropismi e che.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 41 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO critico. 1995. p. 75).Logica e tempo imp. dovremmo preliminarmente osservare come lo spazio-tempo newtoniano — implicito presupposto di tutta la Critica della ragion pura ed estremo tentativo di integrare il sapere scientifico nella filosofia — non costituisce soltanto un formalismo accidentale senza il quale non riusciremmo a percepire effettivamente il mondo esterno e interno così come esso appare. infatti. si fonda sulla dimensione abgründig di un flusso assoluto. dimodoché noi vedremmo e percepiremmo il mondo esterno soltanto grazie a quest’orizzonte che è tanto apriori.

cioè ad apparizioni che si trovano nel tempo (KrV. è solo grazie alla relazione di ciò che persiste con ciò che cambia. sono più specificamente le determinazioni fondamentali del tempo individuate in quella simultaneità. 226).:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 42 LOGICA E TEMPO “oggetti trascendenti”. ma invero denunciano un’essenziale dipendenza dal piano fenomenico aposteriori. p. ma queste determinazioni aprioriche non possono prescindere da un piano oggettivo e intratemporale. p. nell’esistenza di un fenomeno.Logica e tempo imp. affronta il problema delle effettive determinazioni temporali. 77). nella determinazione trascendentale di quelle categorie che a loro volta consentono l’apparizione fenomenica di un oggetto. perdendo di fatto ogni valenza fenomenologico-intuitiva e ogni dimensionamento trascendentale della temporalità (ivi. l’Analitica attraverso lo schematismo dell’immaginazione finisce per ancorarsi invece alle determinazioni temporali della natura. permanenza che costituiscono invece per Husserl l’ostacolo teoretico difficilmente aggirabile della “situazione temporale”. In quanto pura successione il tempo non avrebbe senso. 201). ma costituirebbe un’alternanza impercepibile e intermittente di apparizioni e disparizioni. 78). non riesce ad eludere un “ritorno” all’empirico e al tempo oggettivo. Kant si ritroverebbe a maneggiare delle analisi proto-fenomenologiche allorquando riconosce la dimensione apriorica del tempo nell’apparizione di qualsiasi oggettività. La determinazione temporale più importante per Kant nell’applicazione categoriale è significativamente quella della permanenza. se l’Estetica stabilisce il carattere intuitivo e formale quale condizione di ogni oggettività. Tali “analogie” dell’esperienza consentono l’applicazione apriori delle categorie dell’intelletto al mondo della natura. Infatti. che noi possiamo discernere questo tempo che non passa e nel quale tutto passa” (Ricoeur. 1985. p. nella misura in cui esprime una certa qual fissità o stabilità nello scorrere disordinato degli eventi: infatti “solo nel permanente dunque sono possibili rapporti temporali (giacché la simultaneità e la successione sono i soli rapporti di tempo)” (KrV. Il tempo è per Kant un ordine che si applica apriori e. p. come il tempo in quanto tale non può essere percepito. senza un sostrato che evidenzi un ciò-che dispare ed appare 42 . ma quando. ma inerisca invero ai fenomeni intra-temporali. attraverso lo schematismo. nell’Analitica. cioà da qualcosa che appare nel tempo in questo o quel modo. Indice abbastanza icastico di quest’impasse kantiana. al di là dei lunghi anni dedicati alla stesura dello schematismo trascendentale. In sostanza. C’è tempo soltanto se c’è qualcosa che permane: Ricoeur sottolinea una volta di più come il cambiamento non inerisca al tempo in se stesso. “Ma. successione.

200). Ciò che permane. ma tale relazione d’ordine è possibile e concepibile “newtonianamente” soltanto se tali cose agiscono reciprocamente (KrV. È ancora Newton. è sostanziale: “lo schema della sostanza è la permanenza del reale nel tempo. Queste si rifanno alla determinazione della categoria dinamica di relazione che si articola appunto nella sostanza. la permanenza è una determinazione essenziale e originaria del tempo. p. mediante le sue determinazioni trascendentali. Insomma. una categorizzazione e una temporalizzazione. Ma Kant incede nella sua analisi e finisce per identificare nella dimensione temporale della permanenza lo schema trascendentale della sostanza: in altri termini. deve esserci il sostrato che rappresenti il tempo in generale” (KrV. quanto il diallele che si viene a creare: “si può ben dire che. laddove abbiamo un permanere apriori nel tempo. pp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 43 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO e. la sostanzialità in quanto permanenza o. ivi è applicabile la categoria trascendentale della sostanzialità. Le determinazioni si basano ancora analogicamente sulle “relazioni” tra i fenomeni: “le cose sono simultanee. p. Posta la permanenza della sostanza come base (usiologico-aristotelica) per ogni determinazione temporale. mentre tutto il resto muta” (KrV. consente le relazioni di simultaneità e di successione. 224). sostrato che perciò rimane. Ma ciò che interessa Ricoeur non è tanto questa priorità. Il nostro sospetto è che qui l’aristotelismo di Kant insista proprio sulla valenza usiologica della sua argomentazione. che traspare nella concezione kantiana della “successione”. nella causa. quindi. in quanto tale. 223). cioè sull’unico vero apriori della sua Critica che è appunto l’identità e la fissità intemporale della categoria sostanziale. cioè la rappresentazione del reale come sostrato della determinazione empirica del tempo in generale. La permanenza è così una condizione necessaria per la costituzione temporale: “negli oggetti della percezione. p. nella comunione (azione reciproca o Gemeinschaft) e che riguarda pertanto già degli “essenti”. il tempo determina il 43 . insomma. 206). In quest’unico gesto vengono determinate delle “ipostasi” teoretiche non indifferenti — almeno dalla nostra prospettiva echologica — per il pensiero occidentale: il reale come sostrato permane.Logica e tempo imp. in quanto esistono in un unico e medesimo tempo” (KrV. cioè nei fenomeni. in effetti. con Heidegger. datoché vi emerge un’idea di relazione causa-effettuale che risente della riforma humiana del principio di causalità: “tutto ciò che accade presuppone qualche cosa. Kant prosegue il suo ragionamento attraverso le analogie dell’esperienza della simultaneità e della successione. a cui segue secondo una regola” (KrV. p. “semplice-presenza” fonda la possibile relazionalità in generale e. la sostanza si determina come permanenza. 171-172).

se non producendo nello spazio delle configurazioni determinate?” (ivi.Logica e tempo imp. produco delle configurazioni mentali suscettibili d’essere descritte e nominate. per la loro esistenza. 84). 81-82). dalle determinazioni empiriche della temporalità cosmico-naturale: “il loro principio generale è: tutti i fenomeni sottostanno.. il tempo è determinato grazie alla costruzione dell’assiomatica della natura. (. Tuttavia. p.. egli ipotizza che riusciamo a conoscerci in quanto oggetti soltanto grazie alle modificazioni apportate in noi stessi dai nostri medesimi atti. Ma. Il tempo è costitutivo in quanto primaria forma di ordine delle categorie dell’intelletto. dall’altro l’indeterminabilità del tempo stesso. è ovvio che questo processo di auto-modificazione coinvolgerà tale aspetto e la sua consequenziale determinazione: “attraverso questa modificazione rivolta a me stesso.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 44 LOGICA E TEMPO sistema della natura.) Tale reciprocità tra il processo di costituzione dell’obbiettività dell’oggetto e l’emergenza di nuove determinazioni del tempo. p. se non attraverso un ricorso “in seconda battuta” alla costituzione oggettiva. io mi determino. cioè un’azione nello spazio che per Kant rappresenta in qualche modo il tempo: 44 . Il carattere circolare dell’analisi kantiana si esplicita ulteriormente nel carattere indiretto della percezione del tempo. cioè al mondo della natura. 1985. l’anfibolia riguarda da un lato l’apriorità dell’orizzonte temporale (e di quello spaziale) quale condizione per la costituzione di qualsiasi fenomeno. Una di tali configurazioni è l’atto di tracciare una linea. In altri termini è necessaria una sorta di “esteriorizzazione” attraverso la quale riusciamo ad apparire a noi stessi in modo mediato quali “oggetti empirici”. carattere che sembra ridondare in un altro diallele che non cesserà di assillarci: quella tra spazio e tempo. se il tempo è la forma apriori del senso interno. Allorquando Kant affronta la problematica del senso interno e dell’impossibilità di una sua percezione diretta (KrV. spiega che la descrizione fenomenologica che potrebbe essere suscitata da queste determinazioni sia sistematicamente repressa mediante l’argomentazione critica” (Ricoeur. sia esso interno che esterno. 207) nell’ambito della seconda deduzione trascendentale. Ma in che modo posso produrre questa modificazione mediante la mia attività. a sua volta. pp. ancora più radicalmente. La situazione è abbastanza complessa e non cessa di dimostrare delle istanze aporetiche: in breve. successione e permanenza che caratterizzano il mondo naturale nella sua aposteriorità. p. ma esso stesso riceve le condizioni di quest’ordine proprio dalle categorie che avrebbe dovuto fondare o. 195). a regole apriori della determinazione del loro vicendevole rapporto di un tempo” (KrV. ma queste regole sono quelle della simultaneità.

1. in tale modificare.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 45 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO spazio e tempo divengono coessenziali senza che ciò implichi. ma esso non può essere né articolato né percepito se non attraverso il fenomeno medesimo e quelle relazioni che avrebbe dovuto aprioricamente fondare. p. Ancora una volta l’orizzonte temporale costituisce la condizione trascendentale di possibilità del fenomeno.Logica e tempo imp. come in Bergson. Anche se Kant nell’Estetica pare consentaneo alla prospettiva agostiniana (Ricoeur. che pure non è per nulla oggetto di intuizione esterna. 153). altrimenti che sotto l’immagine simbolica di una linea in quanto la tracciamo. p. Il soggetto non può intuirsi in quanto tale. una sorta di deiezione della durata nell’esteriorità dello spazio. ma soltanto in quanto fenomeno che modifica il mondo esterno attraverso i suoi atti e che. emerge per Ricoeur ancora nella “permanenza” quale determinazione temporale della sostanza: noi abbiamo una qualche esperienza di una determinazione temporale non mediante un’introspezione immediata del nostro senso interno. ma grazie alla percezione dei fenomeni esterni e. aveva il compito per Ricoeur di evidenziare una certa lacunosità nella fenomenologia della coscienza interna del tempo e. Le riflessioni che abbiamo sin qui seguìto per sommi capi hanno determinato per il momento una contrapposizione teoretica così personificata: Husserl-Agostino versus Kant-Aristotele. in particolare. Tale aspetto indiretto. Si tratta di una serie di “prestiti” a double bind che abbozzano tuttavia un’incompatibilità di fondo tra livello fenomenologico e livello cosmologico: laddove preva- 45 . Il soffermarsi sul criticismo. in particolare. che senza questa maniera di presentarcelo non potremmo conoscere l’unità della sua dimensione” (KrV. 1985. poiché ritrova in certe condizioni soggettive la possibilità del fenomeno oggettivo. “Noi non ci possiamo rappresentare il tempo. 89). modifica se stesso: egli non è cosciente dell’attività unificatrice e ordinatrice dell’intelletto se non grazie a un rebound che lo riguarda dappresso in questa medesima attività unificatrice per così dire inconscia.4 Il diallele della conoscenza indiretta e le sintesi passive L’analisi ricoeuriana prosegue con un’analisi abbastanza approfondita di Essere e tempo di Heidegger. è anche vero che le determinazioni temporali dell’Analitica sembrano aprirsi verso l’influenza necessaria delle circostanze esterne ed oggettive del mondo naturale. della loro componente di sostrato sostanziale e immutabile.1. in effetti. l’insufficienza di una messa fuori circuito del tempo oggettivo.

Così come la concezione aristotelica sembrerebbe dipendere da un predominio quasi mitico della temporalità cosmica e del movimento regolare e imperturbabile degli astri (ivi. ma inerisca essenzialmente alla natura della stessa temporalità. Non anticipiamo qui alcune conclusioni cui arriveremo in seguito.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 46 LOGICA E TEMPO le uno deve per forza cedere l’altro. è l’oblio della natura. “il prezzo della scoperta husserliana della ritenzione e del ricordo secondario. 91). abbinata ad altri fattori rimasti perlopiù sottaciuti. Kant non si è forse precluso la possibilità di esplorare altre proprietà della temporalità rispetto a quelle che esige la sua assiomatica newtoniana: successione. per quanto attenta e quasi acribica nel seguire le Lezioni sulla coscienza interna del tempo. È come se l’apriori costituisse un’ipostasi indimostrabile. Così per Ricoeur. che al consolidamento effettuale di ciò che la fenomenologia ha detto e può dire sulla questione della temporalità. poiché esse ci torneranno utili in seguito: la contrapposizione ricoeuriana insomma ci pare un po’ sommaria e tende più ad un effetto di tipo stilistico-argomentativo. Ma veniamo ad alcune contro-istanze husserliane che Ricoeur sembra glissare. p. in cui la temporalità è per così dire fondante. 39).Logica e tempo imp. per arrivare alla fine alla centralità di un’assiomatica della natura che cede a sua volta molto sul versante newtoniano. cioè mediante quei meccanismi fenomenologici già irrimediabilmente presupposti: l’aporia della temporalità manifesta in tutta la sua urgenza il carattere problematico del criticismo e rischiara meglio l’opera di Husserl nel suo tentativo di integrare in qualche maniera Kant. simultaneità (e permanenza)?” (ivi. tralascia invece completamente tutta la riflessione husserliana sulle cosiddette sintesi passive. p. ma dall’altro egli stesso omette un consequenziale approfondimento di questo processo. ma in un modo emblematicamente paradossale e. comunque. Da un lato Ricoeur sostiene che Husserl mirerebbe soprattutto ad una “hyletica della coscienza” (ivi. della quale possiamo avere solo una conoscenza indiretta. il cui carattere di successione resta presupposto dalla descrizione stessa della coscienza interna del tempo. Ma il prezzo della critica non è forse quello di una cecità reciproca rispetto a quella di Husserl? Legando la sorte del tempo ad una ontologia determinata della natura. ma è forse utile sottolineare come la permanenza nell’architettura kantiana della concezione fisica di Newton non rappresenti soltanto un fenomeno di suggestione culturologica. mentre Kant cerca di dissimularlo con l’idea di una percezione traslata o indiretta. 17). 46 . p. Le similitudini con Aristotele appaiono quindi rilevanti. soltanto che lo Stagirita appare più radicale nel sottolineare il primato fisico del tempo. In altre parole l’analisi di Ricoeur.

1966b. Il “corpo proprio” pone la questione della passività dell’hyle. per omogeneità. aggregazioni.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 47 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO Per certi aspetti. Dopo aver neutralizzato il mondo naturale. ma attraverso processualità che non concernono un atto intenzionante dell’io. che significa identificazione. differenziati. cioè si manifesta come un fungere. l’aggancio dell’orizzonte apriorico della percezione al Leib introduce una ulteriore complicazione rispetto all’idea di un semplice orizzonte potenziale della percezione che imporrebbe una minima legalità all’io nella sua esperienza del mondo. un “fungere regolato” (Husserl. dipende dalla mia configurazione.. cioè inizia a far penetrare nell’architettura del pensiero husserliano l’idea della sussistenza di alcune strutture soggettive di sapere e di senso che non dipendono direttamente dal polo egologico. organizzati. su una legislazione che non è soltanto l’insieme delle regole apriori che guidano l’attività dell’intelletto. 92). ma ciò implica un vettore direzionato necessariamente sulla dimensione pubblica e comunicativa. Husserl appare kantiano: “una configurazione delle cose materiali in quanto aistheta. ma anche l’insieme di quelle leggi aposteriori e storicoculturalmente determinate che definiscono ciò che è normale da ciò che è anormale. pp.Logica e tempo imp. Husserl compie un contromovimento che sconvolge completamente quella che è l’interpretazione ricoeuriana. (. dunque. p. 1959. semmai costituiscono la base da cui deriva l’intenzionalità vera e propria.) è in riferimento con il mio corpo proprio e con la mia ‘sensorialità normale’” (Husserl. Tale attività paradossale ha a che fare per Husserl con una particolare dinamica associativa. assimilazione 47 . 452-453). Essa infatti si caratterizza per tensionalità. 1952. dall’altro si profila un vettore che introduce delle nozioni che ritorneranno più volte nel nostro studio e che riguardano un po’ paradossalmente le idee di norma e di normalizzazione. C’è da un lato una sorta di apriorismo che pone le condizioni per l’apparizione di un fenomeno. 463). p. Husserl parla esplicitamente di “ortoestesia” (ivi.. p. I dati hyletici vengono raggruppati. un’organizzazione dell’esperienza che non è propriamente un’attività dell’io e che sfuma quasi in una dimensione “oggettiva”. Le modalità in cui il campo hyletico si auto-struttura sono eloquentemente due: a. molto più distante dalla teoria humiana di quanto non sia prossima al meccanismo intenzionale. il gioco di tensioni e slittamenti che dispiegherà in seguito il campo oggettuale e la costituzione del soggetto-io. 156). infatti. così come stanno intuitivamente dinanzi a me. Inoltre. Emergerebbe in questo modo una doxa passiva (Husserl.

cioè di un operare neutrale an-egoico all’interno della passività: “l’operare della passività. 189). Da tale iniziale associazione. ma al contrario la cifra che caratterizza una zona penombrale e confusa. il colore rosso.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 48 LOGICA E TEMPO (Husserl. si sovrappone necessariamente a un campo energetico. Tuttavia Husserl tende a considerare l’affettività in modo “impulsivo”. l’operare della passività hyletica consiste nel dare vita sempre di nuovo a un campo di oggettualità pre-date” (ivi. p. Man mano la percezione isola delle identità percettive e il soggetto si costituisce come “io” si forma uno sfondo. p. le quali. L’associazione hyletica avviene confrontando i data di senso per quanto attiene il loro contenuto: “ogni elemento visivo è collegato dall’omogeneità visiva. a loro volta. oppure. l’impulso peculiare che un oggetto cosciente eser- 48 . Non si tratta di un predominio della struttura identitaria. 1966b. attraverso dei membri-ponte (che hanno talune caratteristiche omogenee ma altre disomogenee) che rendono possibili assimilazione e “fusioni a distanza”. ogni elemento tattile dall’omogeneità tattile. Il dato emergente o eminente tende a distaccarsi dal campo associativo per un meccanismo che Husserl definisce contrasto (ivi. nella misura in cui viene presupposto un soggetto percipiente e uno stimolo esterno: “con ‘affezione’ intendiamo lo stimolo coscienziale. Essi possono essere di tipo “seriale”. in cui sia l’area ritenzionale che l’area protensionale subiscono una sorta di annebbiamento e impoverimento (ivi. p. p. p. per ordinamento: i dati hyletici si raggruppano secondo l’ordine della temporalità (che è la struttura associativa formale) e costituiscono così dei concatenamenti. L’affettività rappresenta il paradosso di un’attività inconscia. il quale comunque finisce per costituire una variante dell’omogeneità. 209). ancora. I movimenti aggreganti dimostrano una valenza “affettiva” che “lega”. infatti. nel suo livello più basso. la formazione effettiva di singoli gruppi o di singoli dati hyletici che esistono per sé dipenderebbe ancora dal fattore rimasto in ombra dell’affezione” (ivi. di tipo “locale” (ivi.Logica e tempo imp. ad esempio. p. p. si formano degli aggregati hyletici pre-categoriali come. 233): il “grado zero della vivacità coscienziale” (ivi. ovvero in formazioni di “coesistenza”. Quest’orizzonte. cioè secondo il “più” o il “meno” dell’omogeneità. 192). 225) che corrisponde per Husserl alla definizione fenomenologica di inconscio (ivi. p. ogni elemento acustico dall’omogeneità acustica” (ibidem). 191). vanno a costituire dei campi strutturati. 211). 219). cioè disponentesi secondo il “prima” e il “dopo”. tiene e trattiene tra di loro i dati hyletici in sé inconsistenti: “la formazione stessa dell’unità. b. oppure di tipo “incrementale”.

Ci troviamo insomma di fronte a un’ambiguità e a una contraddizione. nonché i processi di rimemorazione. cioè che sono elementi inclusi in un campo più ampio e comprensivo. p. “un concreto presente universale nel quale si ordinano tutte le differenti singolarità” (ivi. poiché la zona della passività hyletica non può prescindere dallo stabilimento di un’unità coscienziale di riferimento. sebbene essa funzioni soltanto in presenza di un dato impressionale con la sua specifica forza affettiva. si pongono in un continuum che parte da un livello di assoluta passività ed “oggettività” per vieppiù articolarsi nella sua fenomenologica dimensione soggettiva. Come osserva Derrida nel La voce e il fenomeno. definita come “grado-zero” della coscienza. non possa ritenersi propriamente “soggettiva”. In altri termini. 1990a. per finire nel flusso temporale che Husserl definisce significativamente Urhyle in alcuni manoscritti dell’agosto del 1930 (Derrida. 205). Di qualsiasi dato hyletico-sensoriale. Ma come può avvenire questo passaggio? Come può essere agganciato in Husserl il tempo pubblico e calcolabile al livello del flusso assoluto del soggetto? Dal nostro punto di vista in questo passaggio gioca un ruolo decisivo la struttura della Lebenswelt. 248). che riesce a far combaciare assieme la dinamica dell’intersoggettività della quinta lezione delle Meditazioni cartesiane con un milieu assimilabile allo spirito oggettivo diltheyano. da quello sensoriale a quello energetico-affettivo. La temporalità rimane nella sua valenza di flusso assoluto la griglia indispensabile per ogni fenomeno associativo della pre-datità. nonché di una teleologia volta alla costituzione di una “datità” caratterizzata dalla “presenza vivente”. p. Husserl ha sempre dinanzi agli occhi una dimensione universale che implica una sorta di “orizzonte” e una conseguente in-erenza (l’Ineinander). assistiamo a un continuo rimando da un livello di hyle all’altro. p. con tutti i suoi vettori intenzionali. Sembrerebbe d’acchito quindi che le sintesi passive ripropongano per certi versi la matrice criticata da Ricoeur: alla fine il raggiungimento di ulteriori livelli di passività e di “deflazione” soggettiva non riesce ad eludere il ricorso al piano dell’oggettività naturale messa fuori circuito dall’epoché in quanto “agente” primario dell’affettività. L’idea di trovare un aggancio tra una dimensione fenomenologica del tempo e una dimensione cosmico-oggettiva s’infrange però solo parzialmente. la dinamica ritenzionale-protensionale. ma aleggi semmai in quella zona di neutralità. così come di una categoria già costituita noi possiamo dire con rigore soltanto che nesono. poiché il livello di passività fa sì che una determinata associazione temporale.Logica e tempo imp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 49 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO cita sull’io” (ivi. 45). “L’esistenza di un reale non ha perciò mai e poi mai altro 49 .

e soprattutto che queste due determinazioni costituiscono delle astrazioni abbastanza irrealistiche. p. ecco che il tempo prende in qualche maniera corpo. sia quella universale della pura successione: è così che l’“istante” husserliano è altrettanto indifferente. ciò significa che sussiste una giunzione tra tempo soggettivo e tempo cosmico. nell’orizzonte aperto della spazio-temporalità. irrelata e assolutamente oggettiva.” (ivi. Si devono inoltre includere tutte quelle operazioni dell’esperienza mediante le quali si giunge in generale alla costituzione del tempo e dello spazio del mondo. che hanno la possibilità di accedere all’esperienza e alla futura condizione di conosciutezza” (Husserl. a dimensioni via via dotate di maggior coscienza soggettiva. etc. Ogni istante dà per così dire il ritmo ai processi associativi che costituiscono le pre-datità ed è quindi indifferente al prima-poi se non per la sua mera funzione di scansione ordinatrice. attraverso vari livelli di soggettività ed intersoggettività. difficile da cogliere poiché Husserl stesso ci confonde ipotizzando diversi livelli di temporalità (quelli evidenziati da Ricoeur: il tempo “messo tra parentesi”. ossia per una dimensione temporale che è sia quella ritentivo-protensionale. nel quale però infiniti orizzonti coesistono senza stabilire tra di loro alcuna gerarchia: oltre alle operazioni logiche. In effetti Husserl sembra propendere per un misto. 45). ma anche ora sconosciuti. delle cose spaziali degli altri soggetti. l’esperienza del volere. p. la Lebenswelt svolge il ruolo paradossale di Urhorizont.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 50 LOGICA E TEMPO senso che quello della in-existentia. La Lebenswelt diviene così quell’ambiente complesso e pervasivo che. 31). cioè si articola lungo il non-più e il non-ancora. si fenomenizza nella percezione intratemporale che in qualche maniera dura. “vi appartengono anche le esperienze pratiche e sentimentali. il tempo ritenzionale-protensionale. l’ambiente è costituito da un insieme infinito di pre-datità che non hanno ancora una valenza soggettiva. p. dando così luogo all’hyle sonora ad esempio. E se quest’ultime si articolano grazie alla funzione regolatrice del tempo assoluto che conferisce loro un valore universale. ma allorquando la predatità si organizza per omogeneità. orizzonte dei reali già conosciuti e non solo quelli attualmente consaputi. contrasto e ordinamento. valutativa. 27). del valutare e dell’agire nella vita pratica. In questo processo ambivalente e misto.. quanto legato all’irreversibilità del tempo soggettivo. “La materia 50 . In particolare. ciascuna di queste esperienze determina peraltro il proprio orizzonte di famigliarità dell’attività pratica. ma sono costituite dai meccanismi impersonali delle sintesi passive (ivi.Logica e tempo imp. trasla continuamente dall’hyle inconscia. il tempo assoluto). etc. 1948. essere nell’universo.

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PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO

comune nella quale ci muoviamo io e l’altro Leib è ciò che ciascuno di
noi sperimenta come corporeità spaziotemporale materiale, come
mondo delle cose, come sfondo hyletico nel quale siamo radicati sia io
che l’altro (...). L’‘inconscio’ si rivela come il mondo materiale esterno
e come l’alterità non ancora consapevolmente costituita del mio
Umwelt. L’inconscio sembra coincidere, al limite, con la materialità
delle cose, con l’oscurità e l’impenetrabilità della matrice ‘esterna’, con
le Abschattungen che circondano il Leib-Kern” (Paci, 1963, pp. 186187). Il flusso assoluto che articola le associazioni hyletiche al suo livello primario non costituisce la semplice successione o durata della
coscienza di un soggetto, ma inerisce in maniera essenziale al piano
oggettivo e precategoriale del mondo-della-vita, a quel livello a “gradozero” di affettività, assimilabile alla pura materia spazio-temporale,
definita significativamente da Husserl “inconscio” (Husserl, 1966b, p.
208). “L’‘inconscio’ rivela come il mondo materiale esterno e come
l’alterità ancora non consapevolmente costituita nella mia Umwelt.
L’inconscio sembra coincidere, al limite, con la materialità delle cose,
con l’oscurità e impenetrabilità della materia ‘esterna’” (Paci, 1963, p.
187). In questa maniera — osserva Husserl — la Lebenswelt diviene
l’”apriori universale della correlazione” (Husserl, 1959, p. 292), cosicché la temporalità assume il ruolo paradossale di un elemento necessario e costitutivo che a sua volta viene costituito all’interno della
Lebenswelt medesima. In questa prospettiva problematica, la via che
seguiremo più innanzi sarà proprio quello di un approfondimento
radicale di questo meccanismo.

1.1.5 Ontologia e temporalità
Fissiamo i paradossi che sono emersi nella nostra riflessione sulla
fenomenologia della temporalità: 1) il tempo sembra manifestarsi sia
come il tempo soggettivo delle ritenzioni e delle protensioni, sia come
il tempo pubblico ed oggettivo che sostiene universalmente ogni scansione dell’esperienza; 2) il tempo è sia costituente in quanto flusso
assoluto e principio di ogni associazione hyletica, sia “costituito” in
quanto “prodotto” intersoggettivamente all’interno del mondo-dellavita. Queste circolarità si situano nell’ambito dell’analisi husserliana
della Lebenswelt, ma forse non vi trovano un sufficiente approfondimento. Ricoeur vede invece in Heidegger una svolta decisiva, proprio
nell’ambito di una radicalizzazione delle aporie immanenti nella prospettiva fenomenologica, sebbene tale svolta non possa definirsi completamente risolutiva. Noi invero non ci aspettiamo esiti teoretici affat-

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LOGICA E TEMPO

to differenti, soprattutto se continuiamo a seguire il fil rouge ricoeuriano di una contrapposizione ipostatizzata tra tempo fenomenologico
e tempo cosmico, quale viatico aporetico verso una teoria narratologica della temporalità: se infatti la “fenomenologia” costituisce il méthodos di Essere e tempo e il “circolo ermeneutico” ne è la sua messa in
opera (Heidegger, 1927, p. 24), probabilmente ci ritroveremo di fronte
alla medesima circolarità husserliana, causata alla fin fine dal medesimo meccanismo originario dell’epoché. La posta in gioco diviene allora, dal nostro punto di vista, non tanto la radicalizzazione à la Ricoeur
dell’aporia, quanto la dimostrazione della non-viziosità intrinseca di
questi circoli (ivi, p. 23), il loro esser-essenziali ed euristici per la questione della temporalità: è questo il Grund dal quale ci muoveremo
prossimamente nella nostra riflessione echologica.
Torniamo adunque a Ricoeur. Heidegger sembra in prima istanza
cambiare tavolo da gioco e rendere quasi superflue, ad esempio, le
riflessioni aristotelico-agostiniane: di fatto non c’è più un’anima cui far
riferimento, né tantomeno la realtà fisica del movimento, bensì un problematico Dasein che è certamente l’ente che noi siamo ma anche quell’ente di cui ne va dell’essere stesso (Ricoeur, 1985, p. 95). “In un’analitica dell’Esserci, in che modo rimarrebbe la minima traccia di antinomia tra la coscienza interna del tempo e il tempo oggettivo? La struttura dell’essere-nel-mondo non distrugge forse tanto la problematica
del soggetto e dell’oggetto quanto quella dell’anima e della natura?”
(ivi, p. 96). Nel da del Dasein si concentra tutta un’analisi della spazialità esistenziale che concorre alla costituzione originaria dell’esserenel-mondo: il mondo non costituisce un “orizzonte” che si sovrappone ad un Esserci già di per sé esistente, ma entra originariamente nella
costituzione ontologica dell’Esserci stesso: “la ‘mondità’ è un concetto
ontologico e denota la struttura di un momento costitutivo dell’esserenel-mondo. Ma questo ci è apparso come una determinazione esistenziale dell’Esserci. La mondità è quindi essa stessa un esistenziale”
(Heidegger, 1927, p. 89). Se il mondo è costitutivo dell’Esserci, ciò
significa che il tempo cosmico-mondano in qualche maniera afferisce
anche originariamente al soggetto: tempo dell’anima e tempo fisico si
fondono essenzialmente in un’unica struttura ontologica, superando
così le impasses sin’ora evidenziate.
Con questa prospettazione innovativa, Heidegger riesce ad ottenere
dei risultati teoretici non indifferenti: egli 1) aggancia la questione
della temporalità alla Cura, cioè a un livello ontologico che incrocia sia
il livello ontologico dell’Esserci, sia quello più problematico dell’essere
in generale e, quindi, dell’essere del mondo; 2) evidenzia il carattere

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PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO

estatico del tempo nelle sue dimensioni originarie di essere-stato, presenza e ad-venire, e tenta di correlarlo con l’indifferenza dell’“ora” tipica del tempo cosmico; 3) opera una derivazione degli altri livelli di
temporalizzazione (tempo pubblico, storicità, intratemporalità) a partire dalla temporalità originaria della Cura (Ricoeur, 1985, p. 98).
La Cura, dunque, rappresenta il momento centrale della riflessione
heideggeriana, sussumendo tutte le strutture esistenziali emerse nell’analitica di Essere e tempo. La Cura infatti “1) conserva la cicatrice
del suo rapporto con la questione dell’essere, 2) possiede degli aspetti
cognitivi, volitivi ed emozionali senza ridursi ad alcuno di essi, e senza
collocarsi al livello in cui la distinzione tra questi tre aspetti è pertinente, 3) ricapitola gli esistenziali principali, quali il progettare, l’esser-gettato nel mondo, la deiezione, 4) offre a questi esistenziali un’unità strutturale che pone immediatamente l’esigenza di ‘essere-untutto’, o di ‘essere-integrale’ (Ganzsein), che introduce direttamente
alla questione della temporalità” (ivi, 99). Per Ricoeur tuttavia proprio
nella Cura ritroviamo simultaneamente i punti di forza e i punti di
debolezza per quanto riguarda la tematizzazione della temporalità. La
sua unità strutturale ruota significativamente attorno alla dimensione
temporale dell’ad-venire e, dunque, attorno a un’idea del soggetto intesa come essente che pro-getta e si progetta: “il progettarsi-in-avanti
sull’’in-vista-di-se-stesso’, progettarsi che si fonda sull’avvenire, è un
fenomeno essenziale dell’esistenzialità. Il senso primario dell’esistenzialità è l’avvenire” (Heidegger, 1927, p. 393). L’aspetto peculiare di
questa costituzione che collide con una tradizione metafisica centrata
invece sul privilegio del presente e della “presenza”, non insiste tanto
nel disegnare una nuova antropologia, quanto nel suo esser fondata su
una mancanza e una limitazione essenziale: ciò che sostiene il carattere progettante dell’Esserci, il suo continuo sopravanzamento non è uno
slargo o un Aperto infinito verso il quale proiettarsi, quanto paradossalmente un radicale venir meno che è la fine (Ende) dell’Esserci stesso, ossia l’essere-per-la-morte. L’Esserci in quanto aver-da-essere si
trova sempre indaffarato con una serie indefinita di enti utilizzabili,
ossia di mezzì che servono alla sua attività: in tal modo egli è-presso gli
enti e, in tale essere-presso si ritrova “gettato” e già-immerso in un
mondo comune ad altri uomini, con i quali condivide significati e
mezzi. La Cura dunque riannoda questi tropismi dei quali Heidegger
non smette di sottolineare l’aspetto unitario, ma lo fa attraverso il privilegiamento dell’avvenire e dell’essere-per-la-morte dell’Esserci.
Detto in altri termini, il vettore che collegherebbe il tempo dell’anima
con il tempo pubblico mondano passa attraverso una mancanza o

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LOGICA E TEMPO

impossibilità, e una successiva derivazione o deiezione che tuttavia
non può che essere a sua volta originaria.
Questo processo di derivazione è quello che, a detta di Ricoeur, palesa i momenti di maggiore inefficacia, poiché mette in gioco un dualismo autentico-inautentico peraltro co-fungente in tutto Essere e
tempo. C’è una dimensione etica dell’autenticità che ruota attorno
all’essere-per-la-morte e che conduce alla temporalità originaria intesa come senso dell’essere e che è innestata sull’ad-venire; e c’è una
dimensione inautentica e deietta che si declina nelle forme della temporalità a noi più note: il tempo misurabile dall’orologio, gli oggetti
temporali che in qualche maniera “durano”, la storia. “La temporalità
non è accessibile che al punto di congiunzione tra l’originario, parzialmente guadagnato attraverso l’analisi dell’essere-per-la-morte, e l’autentico, stabilito attraverso l’analisi della coscienza morale” (Ricoeur,
1985, p. 103). La voce della coscienza richiama il soggetto, attraverso
l’angoscia provocata dalla nullità della propria esistenza (la possibilità
più propria dell’uomo in quanto possibilità dell’impossibilità), a vivere
in quanto quell’ente che si pro-getta, che è sempre avanti-a-sé essendo-gettato e intrattenendo un certo rapporto con gli enti semplicemente-presenti. In questo senso, il vettore temporale futurocentrico
rimane l’orizzonte tacito di tutta l’analitica esistenziale come se fosse
un vettore di autenticità pervasivo e come se il ritardo heideggeriano
nell’affrontare aperta facie la Zeitlichkeit, più volte rimarcato da
Ricoeur in quanto indice di un’impasse, dipendesse piuttosto da quell’orizzonte temporale che comunque deve sostenere sin dall’inizio il
dipanarsi delle strutture esistenziali dell’Esserci. Mentre Ricoeur
intravvede in questo indugio nell’affrontare il nucleo tematico di
Essere e tempo una vera e propria difficoltà teoretica di Heidegger —
tesi confortata peraltro dal fatto che l’analitica della temporalità diviene di fatto una “ripetizione” dell’analitica esistenziale — dal nostro
punto di vista, esso dipende dal carattere eminentemente orizzontale
della temporalità e dall’essere comunque compresente in tutta la riflessione heideggeriana. (Heidegger, 1927, p. 287). Per Heidegger, infatti,
l’orizzonte della temporalità costituisce il “senso” della Cura in quanto
struttura unificante dell’essere-nel-mondo dell’Esserci: “in breve
‘senso’ significa il ‘ciò rispetto a cui’ del progetto primario della comprensione dell’essere (...), ciò in base a cui qualcosa può essere compreso nella sua possibilità così com’è” (ivi, pp. 389-390). Che la temporalità costituisca un “senso” e, di conseguenza, il “ciò rispetto a cui”
della comprensione — come vedremo — sarà il nucleo di tutta la successiva nostra argomentazione, nel tentativo di ritrovarvi quelle risor-

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Le dimensioni inautentiche del tempo sono già iscritte nella costituzione autentica ed estatica della temporalità originaria dell’Esserci in quanto modalità necessarie di esteriorizzazione: sia la gettatezza che l’esser-presso gli enti intramondani comportano una declinazione esistenzialmente involutiva che li conduce a una fissazione metafisica della storia nel passato e all’idea inautentica di enti che esistono come “oggetti” all’interno di “qualcosa” come il tempo. che sono i tre fattori costituenti del -ci (da) dell’Esserci. il futuro (Ricoeur. p. 392). infatti. dunque. configurabile come una sequela di enti semplicemente-presenti. 107). non è un ente ma semplicemente temporalizza: non essendo un ente semplicemente-presente. p. d’altra parte. da una pre-comprensione e pre-determinazione che ci sono state “già” assegnate. allo stesso modo. cioè il “rispetto-a-cui” del progetto stesso. E il futuro non può non inerire ad un essente-stato. In questo modo la temporalità mette assieme l’esistenza. sebbene l’essere-stato in se stesso non coincida con il semplice passato. che è quello di rendere ogni cosa semplicemente-presente e “alla portata di mano”: il tempo medesimo è così una quantità misurabile e controllabile. Tutto ciò implica per Heidegger un processo ben preciso. agendo. che Heidegger tenta di derivare le dimensioni della storicità. il progettar-si partendo dal proprio essere-nelmondo. il fuori-di-sé originario che rende possibile ogni trascendimento dell’Esser-ci in quanto quell’ente che comprende l’essere in generale. Il zu del zuSein. Heidegger riprende le analisi precedentemente svolte evidenziandone per così dire il “senso”: se l’Esserci è essenzialmente e originariamente poter-essere. In quanto tale essa non-è. attraverso la mediazione del Sein-zum-Tode ci riporta così alla dimensione orizzontale del Zu-kunft. sarà il “verso-dove” (intendendo qui il “dove” senza riferimenti allo spazio) a garantirne il dispiegamento. passato e futuro. 1985. invece. Il presente. esso costituisce l’ek-statikón puro e semplice (ivi. 395). l’effettività e la deiezione. ma implichi l’assunzione della propria gettatezza. L’estaticità di presente. pp.Logica e tempo imp. cioè all’assunzione della propria gettatezza (Geworfenheit). del tempo pubblico e dell’intratemporalità. ricollegandoli alla temporalità originaria stessa in quanto sue forme proprie di deiezione.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 55 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO se necessarie al superamento dei dualismi sinora apparsi nella disamina ricoeuriana. coglie” (ivi. si caratterizza come un “rendere presente” in vista della decisione: “solo come presente nel senso di ‘presentare’ la decisione può essere ciò che essa è: il genuino lasciar venire incontro ciò che essa. la loro diversificazione: è proprio da questa piattaforma originaria. Nella sua “ripetizione”. un quantum che diviene un ogget- 55 . garantisce la loro unità e.

invece. 465). dove la “passatità” non riesce in alcun modo ad essere radicata nell’Esserci (Ricoeur. 1927. del vissuto individuo e idiosincratico. ciò che viene “mercificato” non è tanto il lavoro in se stesso. cosicché l’utilizzabile e la semplice-presenza in quanto dimensioni inautentiche ma sempre coessenziali al -ci dell’Esserci “sono già da sempre coinvolti nella storia del mondo” (ibidem). attraverso il con-Esserci. 119) nonostante gli sforzi “fenomenologici” di ricondurre lo “Spirito oggettivo” alla dimensione dell’Erlebnis. la lacuna teoretica di tutta l’analisi heideggeriana. come se tra l’essere-per-la-morte e l’oggetto temporale misurabile e calcolabile dall’orologio non ci potesse essere alcun raccordo “autentico”. Come può infatti “estendersi” autenticamente il tempo? Come può integrare organicamente la dimensione futurocentrica del tempo dell’Esserci. Per Heidegger. “La 56 . Il modo in cui si estrinseca la storicità dell’Esserci è ancora quello della ripetizione: ripetendo le possibilità esistenziali tramandate. Orbene. emerge immediatamente come Heidegger non voglia concedere nulla all’idea di un “passato” pubblico. l’essere-nel-mondo dell’Esserci è intrinsecamente e ontologicamente storico: “lo storicizzarsi della storia è lo storicizzarsi dell’essere-nel-mondo” (Heidegger. senza per questo spiegare in alcun modo il progesso genetico della storicizzazione stessa. Oggi stiamo vivendo una condizione apparentemente analoga nella misura in cui nei rapporti lavorativi tra imprenditore e dipendente. ad esempio. completamente sganciato dall’ad-venire e dal rendere-presente. con la presenzialità del tempo utilizzabile e “a portata di mano” e con la passatità della storia.Logica e tempo imp. e passato intersoggettivo e condiviso da una comunità? In effetti. p. 1927. 475-482). cioè che si assume l’essere-stato e lo proietta nel futuro attraverso la decisione. partecipare al proprio destino (Geschick). passato nello stesso momento individuale e soggettivo. l’Esserci può decidere per il proprio avvenire e così. Come sarebbe possibile in questo caso la storicità vera e propria. Ricoeur intravvede proprio in questa derivazione che vorrebbe integrarsi comunque nel tempo autentico. ma proprio il tempo in quanto merce pura e semplice. affrontando la questione della storicità. Il suo riferimento polemico è la nozione di Geistwissenschaften di Dilthey (Heidegger. Di fatto assistiamo a un “salto” che ci riporta all’intratemporalità.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 56 LOGICA E TEMPO to e untilizzabile come qualsiasi altro. p. la tra-dizione è tra-smissione che ripete. pp. ma al contrario un continuo ricorso al tempo pubblico-mondano per supportare la derivazione stessa. 1985. cioè l’istoriazione per cui da una decisione dell’Esserci si giunge ad un evento di pregnanza storica? Il “passato” invero pare fotografare una realtà già storicizzata.

è una nozione rimasta perlopiù sottaciuta in tutta l’Analitica esistenziale. cioè la Cura (Sorge) si sofferma sugli enti semplicemente-presenti. pervenendo-a-sé. L’intratemporalità tuttavia conduce effettivamente Heidegger ad una messa in questione della sua teoria: non tanto — come vedremo — l’incapacità di raggiungere un livello di temporalità ancora più originario quale senso dell’essere in generale. il carattere fondativo dell’istante nella costituzione temporale.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 57 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO ripetizione è una modalità particolare in cui l’Esserci è stato. Questo soffermarsi si esplica nell’utilizzo di un utilizzabile specifico. L’Esserci “fa i conti” con il tempo. ora. Aristotele individuò i termini della questione. In essa infatti prevale la preoccupazione (Besorgen). 275). 1985. come abbiamo visto. per quanto connesso alla deiezione della semplice-presenza: “con la temporalità 57 .Logica e tempo imp. 125-126). il quale diviene in tal modo un vero proprio “esistenziale”. articolandosi attraverso l’estasi temporale del presente. e il cardine di questo processo di livellamento si ha nell’espressione Rechnen mit. anzi. sottolineando. il tempo dei fisici. nonché l’evidente enormità della “storia” così come la conosciamo. nonostante la sua portata teoretica sia tutt’altro che irrilevante coinvolgendo questioni fondamentali per la filosofia del Novecento. il fare i conti con il tempo. quanto il ritorno surrettizio di elementi inautentici nell’ambito dell’analisi della temporalità originaria. a fronte della sua concezione di destino basata semplicemente sulla struttura del con-essere. La decisione si temporalizza come il ripetente rivenire-su-di-sé a partire da una possibilità afferrata in direzione della quale l’Esserci. il tempo onniglobante che è immutabile ovunque. nell’ambito della dispersione del Si pubblico. come l’alterità e l’intersoggettività. 1975. ma dall’altro annuncia quella propensione al calcolo (Rechnung) che invece caratterizza la degenerazione della temporalità originaria (Ricoeur. cioè attua un modo d’essere che da un lato rientra nelle sue possibilità esistenziali. Quest’ultima. glissando le questioni che riguardano la nozione di traccia. Il processo di esteriorizzazione-estensione del tempo originario si compie però nell’ambito dell’analisi dell’intratemporalità: scindendo infatti la storia dal passato e focalizzando il proprio interesse sulla storicizzazione in se stessa intesa come istanza esistenziale dell’Esserci. p. l’istante o l’ora costituiscono delle forme deiette ed inautentiche della temporalità. per Heidegger. pp. Heidegger ha guadagnato altro spazio per la Zeitlichkeit. è anticipato” (Heidegger. E in effetti l’intratemporale pone i problemi più seri: che cosa significa infatti che un evento si situi nel tempo? Come si può parlare di simultaneità o successione? Si tratta insomma del côté aristotelico-cosmico del tempo: il tempo degli astri. l’“orologio”.

lasso di tempo e carattere pubblico costituiscono i modi in cui la preoccupazione si esteriorizza. in certo modo. poiché vede nell’intratemporalità un “salto” troppo ampio e troppo discosto dalla temporalità originaria per essere recuperato senza il ricorso al tempo pubblico-mondano. abbandonato al mondo. cioè esso può essere facilmente ordinato e con ciò “controllato”. La databilità è strettamente legata al “fare i conti”: ciò con cui la preoccupazione si misura è infatti una serie indistinta di ora. p. svuotato di ogni valenza esistenziale e quindi assimilabile all’istante aristotelico. come se essi proprio in virtù della loro indistinzione potessero risultare più maneggiabili e famigliari. auto-dantesi tempo. Ricoeur cerca allora di decostruire questi passaggi. 499). p. Essendo disperso nel “Si” pubblico. 1927. senza che la misurazione del tempo sia diretta tematicamente verso il tempo come tale” (Heidegger. pp. Questo tempo ‘universalmente’ accessibile negli orologi appare. bensì il tempo indistinto di tutti. mentre il tempo raggiunge il suo apice di pubblicità. In questo modo. Come nelle altre figure dell’analitica. 1927.Logica e tempo imp. come una molteplicità di ‘ora’ semplicementepresenti. Ad ogni evento intratemporale può corrispondere un “posto” cronologico. inoltre. la preoccupazione “dilata” per così dire l’ora e la estende a piacimento: il “lasso di tempo” in quanto intervallo non riguarda per nulla la temporalità originaria ma è l’effetto di una Besorgen che vuole obliare la sua possibilità più autentica. 129-131). questa databilità dilazionata riveste anche un carattere pubblico: ogni ora non è autenticamente il “mio” tempo esistenziale. “Nella misurazione del tempo il tempo è quindi reso pubblico in modo tale che esso è incontrato ogni volta e da ognuno come un ‘ora e ora e ora’. 494). cioè al privilegio del presente dopo aver fatto ruotare la Cura sul futuro e la storicità sul passato. È come se Heidegger ritornasse ad Agostino e Aristotele. gettato. “Il tempo ‘nel’ quale noi stessi siamo è compreso come il ricettacolo di cose semplicemente presenti ed utilizzabili” (ivi. 131) e l’indice di questo oblio è rappresentato proprio dall’orologio: con esso è possibile l’esatta datazione. L’intervallo di tempo che caratterizza l’uomo è di fatto insignificante nei confronti del tempo universale: e pur tuttavia è pro- 58 . vuoto quanto lo è la chiacchiera quotidiana che parla di qualunque cosa senza saperne davvero nulla (Ricoeur. cioè un utilizzabile che nel suo ricorrere regolare si è reso accessibile in una presentazione aspettantesi” (Heidegger. cioè in un rassicurante con-essere quotidiano. è già scoperto qualcosa come l’‘orologio’. Ogni “ora” è un qualunque “ora”.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 58 LOGICA E TEMPO dell’Esserci. d’altronde. questo privilegio coincide con il carattere inautentico della forma temporale che ne deriva: databilità. 1985. p.

la storicità non diventa il ponte gettato. si estende tra questi due termini e diviene il constorico di un destino comune. se si risale dalla storicità alla temporalità originaria. E. la temporalità originaria invece sembra costituirsi per contrarietà. rappresenta parimenti una esteriorizzazione pubblica e condivisa da una comunità di persone. 148-149). tra essere-per-la-morte e tempo del mondo?” (ivi.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 59 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO prio dalla riflessione dell’uomo che il tempo stesso acquisisce una certa significanza. pp. 146). pp. quest’opposizione non si risolve in Essere e tempo ma mantiene una continua tensione “polare”. la temporalità dell’essere-per-la-morte e il tempo pubblico-mondano databile e misurabile si possono congiungere soltanto mediante un processo narrativo il quale. Di fatto l’intratemporalità è costantemente presupposta dalla storicità. all’interno stesso del campo fenomenologico. nella misura in cui costituisce un atto soggettivo che mette kantianamente in gioco il tempo. 59 . essendo l’essere-perla-morte una struttura quasi antitetica nei confronti di un tempo onniavvolgente ed ubiquo. Da questa zona di “frattura” (ivi. lasso di tempo. contaminazioni.Logica e tempo imp. contrarietà e interferenze (Ricoeur. nella misura in cui la sua interpretazione dipende essa stessa dal linguaggio che ha da sempre preceduto le forme ritenute intrasferibili dell’essere-per-lamorte?” (ivi. che alla fine sfocia nella sua concezione della temporalità intesa come una “rifigurazione” (finzionale) del racconto storico: “se l’intratemporalità è il punto di contatto tra la nostra passività e l’ordine delle cose. non si potrebbe dire che la storicità si dispiega tra un inizio e una fine. Il tempo senza-presente rimane inassimilabile al tempo con-presente caratterizzato dall’indifferenza dell’istante: nonostante i continui tentativi di conciliazione. 148) si articola l’ipotesi di Ricoeur. p. che non a caso in Essere e tempo assume una posizione mediana tra la temporalità originaria e l’intratemporalità: quest’ultima viene “contaminata” da essa nella misura in cui la databilità e la misurazione del tempo attuata dall’orologio non possono prescindere da un orizzonte storico. il nodo in cui si districa questa tensione aporetica è la storia. con prestiti reciproci. come non dire che il carattere pubblico dello storicizzarsi procede a suo modo dalla temporalità più profonda. In altre parole. 1985. manifestazione pubblica. 143-149). p. Nella prospettiva ricoeuriana. senza le nozioni di databilità.

a contaminazioni o ripetizioni che però rientrano appieno nella metodica fenomenologica così come patentemente enunciata sin dall’inizio dell’opera del 1927. accennando a questioni “stilistiche”. è molto più articolata di quanto Ricoeur ce la faccia vedere e soprattutto mette in gioco problematicamente tutte le categorie della riflessione heideggeriana. La debolezza della decostruzione ricoeuriana si evince proprio laddove essa vorrebbe evidenziare l’insufficienza dell’approccio heideggeriano. cioè su opposizioni e inconciliabilità che. ma per un processo co-essenziale e co-originario — dall’evento storico individuale ed irripetibile alla registrazione e stratificazione pubblica in un passato intersoggettivo. ma secondo una continuità di “contenuto” sorpredente per i sostenitori della cosiddetta Kehre. Ricoeur pare infatti ingessato su una schematizzazione pregiudiziale. della spazio-temporalità. ma ciò non indica un’impasse nel pensiero heideggeriano.2. in 60 . Che la storicità originaria dell’Esserci sia fondativa nei confronti della storia tout court. invece. Nel caso di Heidegger la valenza aprioricamente decostruttiva messa in atto dal filosofo francese appare quantomai evidente nell’aver limitato colpevolmente la propria argomentazione all’Heidegger di Essere e tempo. prova ne sia il passaggio dal Geschick del con-Esserci al “destino dell’essere” degli anni successivi. la questione della temporalità o. Questa ricchezza e queste sfaccettature sono peraltro individuabili a nostro avviso nella questione “correlata” della spazialità. In altri termini. molto più correttamente. escludendo ad esempio ogni riflessione sulla conferenza Tempo e essere del 1962 dove invece la questione della temporalità viene “ripresa” in un modo non soltanto stilisticamente differente. quanto un volano teoretico che rende ben più ricca e sfaccettata la questione della temporalità.pa<io=t'mpo5a+' 1. a nostro avviso risultano molto più sfumate e complesse. non limitandole a quelle analitico-esistenziali di Essere e tempo.1 La spazialità dell’Esserci Se avessimo il tempo di soffermarci ulteriormente sull’analisi ricoeuriana.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 60 LOGICA E TEMPO 1)2 2a Kehre 3'i$'gg'5iana ' +a 6&ontin7i= t89 $'++a :7'. risponde alla grande insufficienza della storiografia nello spiegare gli aspetti genetici della storia: Heidegger cioè ritiene di rintracciare nella temporalità originaria quei meccanismi che conducono — non per “degenerazione”.tion' . dovremmo allargare la critica già accennata nel caso dell’analisi della fenomenologia husserliana. Non è un percorso semplice.Logica e tempo imp.

Sembra riproporsi con uno strano parallelismo la medesima distinzione che incrinava dall’interno il problema della temporalità: lo spazio cosmico e il suo carattere onniglobante devono contemperarsi con una spazialità originaria dell’Esserci che possiede una valenza ontologica e dalla quale lo stesso spazio cosmico in qualche maniera deriva. come non tener conto della “topologia” dell’Heidegger delle conferenze La Cosa o Costruire.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 61 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO questo caso quasi completamente obliata da Ricoeur.Logica e tempo imp. È dunque necessaria un’indagine preliminare della concezione heideggeriana dello spazio così come si dipana lungo tutto Essere e tempo. In questo caso. p. È come se affiorasse un nodo fondamentale. infatti “è chiaro che — osserva Heidegger — la spazialità da noi attribuita all’Esserci. pensare? P. p. ma anche l’ultima parte del corso del semestre estivo del 1927 a Marburgo (I problemi fondamentali della fenomenologia) sembrerebbero marcare una certa egemonia della temporalità soprattutto in vista di una “fondazione” ontologica. 1985. 1927. dev’essere intesa a partire dal modo di essere di questo ente. Ma è possibile affrontare il tempo senza prendere in considerazione lo spazio? E se Heidegger in Essere e tempo. ma che comunque comporta un fraintendimento di quello che è il nucleo teoretico di tutta la filosofia heideggeriana: termini quali “casa. ma questo venisse tosto eluso in quanto indice di un abisso difficilmente aggirabile. p. derivando nel § 70 lo spazio dal tempo. 30). Heidegger non ricorre ad alcuna Wiederholung. 137). patria. come se — 61 . come vedremo. il suo ‘essere nello spazio’. 1969a. sembra attestare la scelta ermeneutica ricoeuriana. Egli infatti sorvola con noncuranza la questione. 88). anche se a proposito di Kant afferma che “il legame tra spazio e tempo è al tempo stesso legato nella più estrema profondità dell’esperienza: a livello della coscienza dell’esistenza” (Ricoeur. 235). molti elementi fanno venire alla luce una sorta di contromovimento interno. Il titolo Essere e tempo. abitare. vicinanza. La spazialità dell’Esserci (che è assolutamente diversa dalla semplice-presenza) non può significare né la sua presenza in un luogo dello ‘spazio cosmico’ né il suo essere utilizzabile in qualche posto” (Heidegger. però. Sloterdijk segnala giustamente una miopia interpretativa che certamente non è solo di Ricoeur. abitare. prossimità. p. 2001. una resistenza che non cessa di manifestarsi per culminare nella lapidaria affermazione retrospettiva di Heidegger nella conferenza Tempo e essere: “il tentativo di ricondurre la spazialità dell’Esserci alla temporalità compiuto nel § 70 di Essere e tempo non è più sostenibile” (Heidegger. ma. soggiorno ci mostrano che l’e-sistere umano viene pensato più nel segno della spazialità che in quello della temporalità” (Sloterdijk.

Ma quest’ultimo non dev’essere inteso come il mondo-ambiente che ci circonda. e “l’essere-nel-mondo di un ente ‘intramondano’ tale da poter comprendersi come legato. ma questo suo essere si rivela innanzitutto come un essere-nelmondo: Heidegger evidenzia come questa struttura ontologica debba essere intesa unitariamente e come “mondo” ed “essere-in” siano dimensioni co-originarie.Logica e tempo imp. ovvero non ci troviamo dinanzi a due semplici-presenze. con annessi i significati dell’“essere-famigliare-con” (ivi. nel suo ‘destino’. è quel da che sorregge il Dasein e che istituisce l’apertura comprendente nella quale si articola il mondo stesso. p. In effetti. 169). 76). p. Dopo pochi passaggi. Heidegger sembra voler inserire la marcia indietro. abitare (in latino: habitare) o soggiornare. segnalando come la preposizione in. A questo punto tuttavia.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 62 LOGICA E TEMPO paradossalmente — la spazialità dell’Esserci costituisse un dato primario. come struttura esistenziale. dunque. cioè come prossimità di enti intramondani. risulta troppo contaminata da una dimensione spaziale di tipo ontico per fungere da esistenziale originario.condensi in sé l’antica espressione innan. egli chiarisce come lo spazio per certi versi costituisca qualcosa di derivato o che ha a che fare con la dimensione dell’effettività. sulla scorta del suo progetto iniziale di coniugare la temporalità e l’essere. Lo spazio si apre in quanto essere-nelmondo. p. Si dispiega in altre parole l’analisi dell’inessere come modo d’essere costitutivo dell’Esserci e della “mondità” in generale. cioè come quell’orizzonte “ecologico” che rende disponibili ad un 62 . Heidegger sembra voler marcare sin dall’inizio di Essere e tempo un livello più originario di spazialità. che peraltro manterrà innestata lungo tutta l’articolazione dell’opera: l’in-essere. palesa una cautela quasi sospetta. “maneggiare”. senza con ciò voler dire che esso si articola nell’ambito degli enti intramondani semplicemente-presenti: “solo la comprensione dell’essere-nel-mondo come struttura essenziale dell’Esserci rende possibile la comprensione della spazialità esistenziale dell’Esserci” (ibidem). l’analisi esistenziale parte necessariamente dall’Esserci in quanto quell’ente che “comprendendosi nel suo essere si rapporta a questo essere” (ivi. Usualmente noi esperiamo l’inessere nella sua effettività. come se incedesse entro un terreno minato. p. all’essere dell’ente che incontra all’interno del proprio mondo” (ivi. da riprendere tematicamente solo dopo un chiarimento della temporalità originaria quale senso ontologico della Cura. a due ob-jecta in-clusi l’uno nell’altro (ivi. 78) o dell’“avera-che-fare”. Heidegger. L’in dell’in-essere non significa d’altronde una semplice inclusione spaziale. 80). in quanto struttura ontologica fondamentale: esso è immanente all’Esserci.

dall’altro costituendo comunque una struttura ontologica originaria che non dev’essere confusa con lo spazio metrico e misurabile delle scienze fisiche. In questa comprensione. è la condizione ontica della possibilità della scopribilità dell’ente che si incontra nel mondo nel modo d’essere dell’appagatività (utiliz- 63 . p. sia caratterizzato dall’in-che: “l’in-che della comprensione autorimandantesi. nella sua intimità con la significatività. sottolineando come il sistema della mondità in quanto complesso di rimandi riferiti all’Esserci. Nella rete significativa dei rimandi assistiamo alla prima apparizione fenomenologica e contematica della mondità (ivi.. ossia in quanto “mezzi-per” correlati tra di loro in un sistema di rimandi secondo l’a-che dell’utilità e il per-che dell’impiegabilità. p. ossia afferente alla semplice-presenza degli enti intramondani. simultaneamente. È in quanto “in-che” che il mondo prende un connotato esistenziale (sebbene in questo momento indagato soltanto dal punto di vista ontico) e questo “in-che” non indica una spazialità per così dire “fisica”. la spazialità dimostra sin dall’inizio il suo statuto ambivalente nei confronti della temporalità. in base al quale esso soddisfa una determinata funzione (ivi. Proprio in quanto tale. in quanto è ciò rispetto-a-cui è lasciato venir incontro l’ente nel modo di essere dell’appagatività.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 63 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO essere vivente i mezzi per la sopravvivenza: “l’‘intorno’ costitutivo del mondo-ambiente non ha (. Heidegger intraprende la nota analisi sull’utilizzabilità.. 113). Il fantasma bergsoniano continua ad aleggiare sopra Essere e tempo. risultando da un lato “deietta”. Dalla necessità di un chiarimento di questo livello. il mondo si presenta innanzitutto come l’in-cui di una significatività e “l’Esserci. cioè si articola come una comprensione di “significati” che rimandano tutti a lui stesso. e Heidegger sarà così costretto a sostenere l’originarietà esistenziale dello spazio e. bensì ontologico-trascendentale in quanto rende possibile l’apparire e l’incontro con l’ente intramondano. Ogni mezzo rimanda ad un altro mezzo secondo un rapporto di “appagatività”. Heidegger riprende ancora un’istanza topologica.) un senso primariamente ‘spaziale’” (ivi. 112) in cui l’Esserci si presenta come “l’a-che primario (. p..) ‘in-vista-di-cui’” (ivi. 116). 112-113). bensì l’essere-immerso in un complesso di rimandi strutturali che rimandano all’Esserci comprendente.. dovrà “derivarlo” — con una forzatura teoretica non indifferente — dalla temporalità. cioè sul modo in cui l’ente si presenta all’Esserci nell’ambito del mondo: noi ci rapportiamo alle cose attraverso la loro funzionalità. In altri termini. 91).Logica e tempo imp. p. è il fenomeno del mondo” (ivi. poiché è soltanto quest’ultima legittimata a garantirne l’”autenticità” (in quanto “versodove” del progetto dell’Esserci). pp.

abitare. nel modo di essere-nel-mondo e. 95). di conseguenza.Logica e tempo imp. p. E questa modalità del rapporto viene caratterizzata a sua volta dal disallontanamento e dall’orienta- 64 . Se la vicinanza dunque individua semplicemente il “posto” di un utilizzabile nella struttura..) non può significare né la sua presenza in un luogo dello ‘spazio cosmico’ né il suo essere utilizzabile in qualche posto” (ivi. 117). ritorna latatamente l’indeterminazione dell’in-cui. è chiaro dunque che Heidegger propenda sin dalle prime pagine di Essere e tempo per lo spazio fenomenologico a discapito dello spazio cosmico: “la spazialità dell’Esserci (. Quest’ultima caratterizza il “commercio” dell’Esserci con l’ente intramondano. Ogni mezzo “ha il suo posto” in quanto integrato in un sistema di rimandi del “per” e proprio per questo “avere il proprio posto” esso può essere compreso in quella “visione” pratica ma certamente non “ateoretica” che Heidegger definisce visione ambientale preveggente (ivi. Se riprendiamo l’assialità evidenziata da Ricoeur. Epperò Heidegger si rende conto che questa determinazione un po’ generica rischia di condurre ad una circolarità: l’in-essere dell’Esserci rimanderebbe al mondo in quanto luogo in cui si determina l’in inteso originariamente come innan. ma nella delineazione della struttura del mondo come sistema di utilizzabilità significativa che rimanda all’a-che dell’Esserci. di rapportarsi agli enti intramondani. più precisamente. ‘in dove’ che è costantemente e preliminarmente tenuto sott’occhio dalla visione ambientale preveggente del commercio prendente cura” (ivi. 137). pp. a direzionare l’azione dell’uomo. ma quest’ultima rimanda sempre e necessariamente all’Esserci in quanto comprendente ed “agente”: è l’ “a-che” autoreferenziale che scopre qualcosa come la prossimità. in tal maniera. p. In altri termini una spazialità preliminare del mondo viene caratterizzata dal sistema complesso dell’utilizzabilità. Diviene pertanto nececessario un ulteriore approfondimento della Zuhandenheit poiché essa ha a che fare in modo essenziale con una determinazione spaziale: l’utilizzabilità infatti significa un “essere alla mano” e una “vicinanza” (ivi. 134) che tratteggiano un sistema di posti. p. p. 134-135). questa medesima vicinanza può essere compresa soltanto all’orizzonte di un ulteriore “in dove” in grado di offrire una visione d’insieme: “noi chiamiamo prossimità questo ‘in dove’ dell’essere-al-suo-posto possibile da parte del mezzo. Tale spazialità in effetti si struttura nel modo d’essere dell’Esserci e..:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 64 LOGICA E TEMPO zabilità)” (ivi. cioè un “avere-a-che-fare-con” nell’orizzonte di un sapere preliminare e precategoriale che scorge tutte le possibilità pratiche di un oggetto in quanto inserito in una collezione di infiniti altri oggetti. poiché con un colpo d’occhio riesce ad intuire il complesso dei rimandi e.

La totalità della significatività dei rimandi struttura la mondità in cui già siamo e. Heidegger tuttavia si affretta a dissipare un dubbio. in questo senso. la lontananza che vi risuona non implica affatto una distanza. diminuisce la sua essenziale lontananza. Quando parliamo di disallontanamento. C’è dunque una remissione. le cui connotazioni semantiche non debbono già essere intese in senso spaziale. p. pp. ma ciò non significa affatto che la spazialità in se stessa come “prossimità” possa essere intesa come una sua produzione. né una metrica che misuri un intervallo o frammezzo fisico: si tratta invece di una distanza ontologica compresa nel relazionarsi del soggetto con l’utilizzabile. Dunque: “vicino a sé significa: nell’ambito di ciò che è innanzitutto utilizzabile a partire dalla visione ambientale preveggente” (ibidem). e cioè che la spazialità dell’essere-nel-mondo possa risultare da un certo qual dominio dell’Esserci nei confronti dell’utilizzabile. meglio. ma sono direzioni dell’orientamento-direttivo dentro un mondo già in uso” (ivi. così facendo. In quanto prendentesi-cura e commerciando con l’ente intramondano. 142). 144-145). totalità entro la quale ha luogo il rinvio alla remissione che lascia appagare” (ivi. Analogamente. p. gli “occhiali”: essi sono un utilizzabile che si situa molto vicino. cioè caratterizza il prendersi-cura dell’Esserci nei confronti dei mezzi che lo circondano. Sono talmente distanti da non essere percepibili. sul nostro naso. eppure risultano più distanti di un quadro appeso al muro. Per rappresentare meglio questa dimensione esistenziale. risolti completamente nel loro neutro “essereper” (ivi. ma semmai in senso prespaziale. “addomestica” il proprio “in-dove”. “sinistra e destra non sono qualcosa di ‘soggettivo’.Logica e tempo imp. in effetti. Heidegger prende in esame. o. produce i “mezzi” e. quale esempio. ci viene incontro: “l’‘in-dove’ è delineato in generale attraverso una totalità di rimandi formata nell’‘in-vista-di-cui’ proprio del prendersi cura.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 65 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO mento direttivo. l’orientamento direttivo che implica l’assunzione di una determinata direzione nell’ambito del sistema dei rimandi. In questo caso intuiamo una tonalità che Heidegger manterrà inalterata nel corso di tutta la sua evoluzione filosofica: infatti in una presentazione di una mostra dello scultore Heilinger nel 1964 e ripresa in 65 . una passività che porta ad un arretramento: il lasciar-venir-incontro l’ente intramondano diviene paradossalmente un “far posto” che alla fine coincide con un ordine e un disporre. 140). Esso è radicato nell’essere-nelmondo. l’Esserci lo avvicina. È indubbiamente vero che l’uomo manipola. in qualche modo. di fondato su un senso particolare del soggetto. non possiede alcun connotato spaziale. afferra.

diradare. 66 . proprio dal senso. L’ago della bilancia sembra spostarsi e mentre nell’analisi esistenziale è l’Esserci ad essere originariamente spaziale. il senso dell’Esserci è essenzialmente la Zeitlichkeit. ma. come diradare. tutt’al più. sebbene per manifestarsi in modo cosiffatto necessiti dell’opera dell’uomo. Lo spazio è dunque apriori in quanto preliminare ad ogni incontro con l’ente intramondano nel modo del lasciarvenire-incontro e del lasciar-appagare: esso è in questo senso quell’intimità originaria. la res extensa sono modalità della spazializzazione originaria dell’Esserci. 1927. Il vettore che segue Heidegger è quindi questo: lo spazio si costituisce nell’ambito della mondità e la mondità è il fenomeno essenziale dell’Esserci in quanto essere-nel-mondo. negli anni Cinquanta è l’Ereignis a profilarsi spazialmente. p. La differenza che emergerà successivamente risiede nel ruolo costitutivo dell’Esserci: mentre in Essere e tempo è “fondativo” dello spazio in quanto esserenel-mondo. potremo descrivere fenomenologicamente i modi di questa spazializzazione: l’utilizzabile. p. Il fare spazio come sfoltire. 43). o. 1996. La struttura di questo apparato concettuale è indubbiamente circolare: l’ermeneutica fenomenologica.Logica e tempo imp. pubblico e misurabile che ci circonda.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 66 LOGICA E TEMPO una presentazione analoga del 1969. Non possiamo dunque dire “che cos’è lo spazio”. ma non già lo spazio in se stesso. per giungere però ad un esito tautologico del tipo: ci sono uno spazio ed un mondo solo perché l’Esserci è originariamente spaziale. ma appena affermare che lo spazio spazializza e. la significatività. sembra attingere a piene mani da quello spazio oggettivo. il mondo. sarà necessaria un’ulteriore svolta che faccia dipendere in qualche maniera (sfuggendo la “contaminazione” bergsoniana) lo spazio dal tempo. render libero” (Heidegger. precategoriale e costitutiva che con-costituisce (Heidegger. 147) il mondo. come vedremo nel nostro studio. il mezzo-per. Siamo quasi ad affrontare un processo decostruttivo in cui Heidegger smantella via via le concezioni più comuni sullo spazio. un cedere un po’ del proprio spazio: “lo spazio fa spazio. ad essere cioè un elemento di un processo più ampio e trascendente. La posta in gioco viene a questo punto differita: se l’Esserci è originariamente spaziale. così come avviene nel caso dell’analisi della temporalità. per poi compiere un salto indietro e giungere alla spazialità originaria ed autentica. ma soltanto in quanto appartiene in modo essenziale all’Esserci in quanto essere-nel-mondo. successivamente esso sarà chiamato a com-partecipare ad un “evento”. riprende la concezione di uno spazio inteso come einräumen. nel progetto iniziale di Essere e tempo. liberare.

2. il (proprio) “qui”. L’in-essere descrive la struttura formale dell’essere-nel-mondo e “l’ente la cui essenza è costituita dall’essere-nel-mondo è il suo ‘Ci’” (ibidem). e alla fine fondata su un’impostazione “futurocentrica” dell’essere. “L’Esserci è la sua apertura” ma non nel senso di una semplice identità o di un predicato nominale del tipo “l’Esserci è aperto”: esso invece ha-da-essere la propria apertura. in quanto comprensione.Logica e tempo imp. Il da o il Ci costituisce quel prefisso che concentra in sé tutta la carica innovativa di Essere e tempo: il soggetto è tale in quanto è il Ci o il da. Potremmo dire che l’in-essere come tale venga così riassorbito in quelle strutture 67 . in un costante movimento di auto-trascendimento di cui ne va del suo essere stesso. della chiamata della coscienza. p. diviene in tal maniera un aver-da-essere. della colpevolezza e della polarità autenticoinautentico. L’in-essere. è destinato costitutivamente a progettarsi e ad andare oltre se stesso. per soffermarsi su una nozione di -ci o apertura anch’essa svuotata da connotazioni spazializzanti. di una famigliarità con la terra e il mondo che ritroveremo anni dopo. p. È in uno stato emotivo che l’Esserci ‘vede’ le possibilità in base alle quali esso è. per risultare eticamente “autentico”. ma sia l’in che il da delineano per Heidegger i contorni di un abitare ontologico. come esistenziali. “Situazione emotiva e comprensione caratterizzano. pp. 1950. 28-30) L’apertura in quanto modalità in cui l’uomo abita autenticamente non costituisce alcunché di spaziale ma è essenzialmente caratterizzata dagli esistenziali della “situazione emotiva” e della “comprensione”: l’Esserci ha da essere il proprio Ci in quanto gettato in una determinata situazione che gli preesiste e che non può controllare. 170). l’apertura originaria dell’essere-nelmondo. ad esempio (Heidegger. nel Saggio sull’origine dell’opera d’arte.2 Il paragrafo 70 Il Dasein concentra a nostro avviso in se stesso un enigma che l’analisi heideggeriana sin qui brevemente ripresa non riesce a dipanare. come se la struttura dell’in-essere non risultasse abbastanza chiara in seguito all’analisi della spazialità originaria dell’Esserci: “la necessità di tante e tante minuziose precisazioni dipende dal fatto che un dato ontico evidente è stato ontologicamente contraffatto fino a renderlo irriconoscibile” (ivi. e. L’apertura progettante di queste possibilità è già sempre tonalizzata emotivamente” (Heidegger. 1927. espressione che non cela del tutto una sfumatura “etica” presente d’altronde in tutto Essere e tempo nelle strutture dell’angoscia. L’in-essere si caratterizza come un essere-il-da ma Heidegger sembra obliare la valenza spaziale del da.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 67 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO 1. 188). In effetti Heidegger sembra lasciar trapelare un certo indugio.

diviene in tal modo fondativa dell’in-essere quale struttura ontologica fondamentale dell’essere-nel-mondo. per così dire. p. è d’altronde strettamente connesso all’eticità dell’aver-da-essere. a fortiori il fondamento della spazialità stessa.n. Se nei passi sin’ora analizzati. né tantomeno di un rapporto di tipo kantiano: non è sufficiente dire che gli oggetti spaziali esterni in quanto appaiono alla coscienza e scorrono nel tempo. è un carattere essenziale dell’esistenzialità. ma quest’ultima. La circolarità che ne deriva è evidente: lo spazio esistenziale è costitutivamente originario. “Il progettarsi-in-avanti sull’‘in-vista-di-se-stesso’. sul futuro. Il paragrafo 70 diviene in questa prospettiva significativo. Il “deve” sembra ridondare più e più volte. Il senso primario dell’esistenzialità è l’avvenire” (ivi. 393).) fondarsi sulla temporalità” (ivi. poiché evidenzia questo sfondo aporetico camuffandolo. in quanto è soltanto in una dimensione del tempo imperniata sull’ad-venire e. palesando in parte il suo imbarazzo: “perciò anche la spazialità caratteristica dell’Esserci deve (c. in quanto orizzonte con-scoperto dalla progettualità dell’Esserci. allora. in quanto aver-da-essere il proprio Ci. e cioè che la coordinata dell’autenticità. più precisamente. L’intero statuto di Essere e tempo dipende in effetti da questa coerenza ed Heidegger lo dimostra perentoriamente. in un riverbero assordante: è come se Heidegger tradisse quell’istanza etica apriori che ha seguìto in tutta la sua articolazione. quindi. L’ad-venire. p. tonalità che fa tutt’uno con la finitudine esistenziale dell’uomo. Tra spazio e tempo. la temporalità diviene alla fine del percorso heideggeriano il senso dell’essere dell’Esserci e. 440). non si può trattare necessariamente di una semplice deduzione o derivazione (pena lo scadimento bergsoniano). progettarsi che si fonda nell’avvenire. Il nesso ricercato da Heidegger non è privo di 68 . nel problema dei rapporti intercorrenti tra spazio e tempo in senso di equilibrio argomentativo all’interno di un’analisi esistenziale molto più ampia. quindi. ancorché fondamentale dal punto di vista ontologico (e già qui dovremmo aprire una parentesi immensa). che è possibile una qualche forma di autenticità. l’essere-per-la-morte apre la dimensione temporale dell’avvenire e con essa rende possibile la progettualità dell’Esserci.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 68 LOGICA E TEMPO esistenziali che sfociano poi nella temporalità originaria dell’Esserci e. ma per essere tale — cioè autentico — deve in qualche modo dipendere da o aggraffarsi alla temporalità dell’essere. come osserva Ricoeur. In altri termini. nella dimensione aperturale dell’ad-venire. risulta altresì necessariamente fondata su una certa costituzione della temporalità.Logica e tempo imp. dipendono in questo modo dal senso interno e quindi dalla temporalità. la spazialità rappresenta una struttura ontologica costitutiva.

A questo punto Heidegger introduce una nozione decisiva — l’orizzontalità — che manterrà anche nei decenni successivi e che gli serve per definire fenomenologicamente il ruolo della temporalità originaria: innanzitutto “il carattere orizzontale del mondo rende possibile l’orizzonte specifico dell’’in-dove’ dell’in-appartenenza della prossimità” (ivi. Ora. 1927. Essere il proprio Ci significa comprendere il mondo e. 442). “facendo spazio” e “sgombrando”: nella molteplicità di rapporti che si instaurano. la spazialità esistenziale dell’abitare è garantita da un orizzonte e da un altro ancora: aiutandoci con la nozione di “sfera” di Sloterdijk. oppure si addiviene a una sorta di dualismo irriducibile. 2001a. 161) o. meglio. in quanto chiusura. l’Esserci può effettivamente e costantemente far proprio uno spazio ordinato” (Heidegger. p. laddove nell’espressione tedesca scelta da Heidegger risuona dominante lo schliessen. quindi. cioè quell’apertura costitutiva o. L’uomo addomestica l’ente utilizzabile grazie a una vicinanza che deriva dal sistema dei rimandi e dalla sua capacità disallontanante dovuta alla visione ambientale preveggente: ma questa prossimità rassicurante nei confronti del mezzo è a sua volta situata all’interno di un orizzonte ulteriore — il mondo — che è la totalità dei rimandi e la significatività grazie alla quale quell’ente stesso gli viene incontro come utilizzabile. la chiusura. ordina gli enti nello spazio. paradossalmente. si profila quella prossimità intrinseca alla dimensione originaria dell’abitare che costituisce il registro essenziale dell’in-essere. dischiudimento. potremmo dire che assistiamo a un’inclusione di sfere concentriche o di intorni da intendere come spazi di addomesticamento (Sloterdijk. p. dovremmo riprendere la nozione di Erschlossenheit. p. non è completamente sotto la sua giurisdizione. cioè. “solo perché. come abbiamo visto. Per lumeggiare meglio questa condizione. è aperto estaticamente-orizzontalmente nel suo essere. 442): il “qui” in quanto dimestichezza protettiva con gli utilizzabili è possibile soltanto grazie a un orizzonte ulteriore. quindi. nel quale lo spazio-tempo costituisce un plesso unitario. “aprire” uno spazio che comunque fa già parte 69 .:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 69 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO ambiguità: l’Esserci è spaziale in quanto essere-nel-mondo che si prende cura degli enti semplicemente-presenti. A questo punto tuttavia rimane oscura una possibile relazione tra tempo e spazio: o ricorriamo al circolo vizioso appena evidenziato. come spazi di territorializzazione. con Deleuze-Guattari. ma anche in quanto non è egli stesso un ente che “occupa” uno spazio. in quanto temporalità. ma che. La prossimità e. reciprocamente fondato. in virtù di un ulteriore in-dove. L’Esserci tende ad essere il suo Ci. cioè quella stratificazione estatico-orizzontale che egli contribuisce paradossalmente ad aprire.Logica e tempo imp. Semmai l’Esserci.

dove però il senso stesso deriva dall’unione logica di entrambi. avremmo all’incirca una situazione siffatta: S=S/~S S0~S Chiamiamo con S il soggetto: per Heidegger esso si profila come Dasein. D’altronde il Ci. similare per molti aspetti ai paradossi dell’echologia. senso e non senso. Il soggetto heideggeriano è dunque se stesso unito alla complessità del Ci che è l’apertura orizzontale nelle sue stratificazioni. È l’unione di se stesso con il proprio altro e. pur divergendo da esso: è essere-nel-mondo. cioè rientra nella costituzione ontologica del soggetto. cioè come quell’essere che ha da essere il proprio Ci. nel quale ciò che è ora presente si separa da ciò che è ora nascosto” (ibidem). ma questo può essere scoperto grazie al movimento estatico della temporalità che rende possibile un “uscire-fuori-da-sé”. è contemporaneamente apertura e chiusura. in quanto orizzonte estatico-orizzontale o “apertura nel quale l’Esserci già-è ma anche l’apertura che ha da essere”. Heidegger ci pone innanzi ad un paradosso.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 70 LOGICA E TEMPO dello stesso Ci attraverso il poter-essere autentico: noi siamo già presso l’utilizzabile. in particolare.Logica e tempo imp. nello stesso tempo. Mentre Kant e Husserl alla fine giungono ad una sorta di auto-affezione. In questo il mondo è un esistenziale. è necessariamente qualcosa che include e trascende l’Esserci. per dirla con Lacan. Esso non è la semplice somma di tutti i corpi o contenuti (‘tutto quello che si dà’). Il mondo che l’Esserci porta “con-sé” e “in-sé” è anche ciò che si chiude e che sfugge al suo controllo: l’abisso interiore e l’orizzonte infinito e cosmico del mondo si sovrappongono in una paradossale prossimità che è anche chiusura: “il mondo prende forma come un insieme di evidenza e mascheramento. Viene allora marcato un evidente paradosso che. Heidegger si ferma qualche passo prima e mantiene un dualismo che in Essere e tempo viene connotato gerarchicamente: il voler mantenere lo Zeit-Raum in una relazione metafisicamente fondazionalistica costituisce forse lo 70 . è “se stesso incluso nell’altro”. tuttavia. grazie alla quale il soggetto trova entro se stesso un “buco”. la tendenza a voler mantenere una sorta di primato della temporalità sulla spazialità. Se cerchiamo infatti di formalizzare simbolicamente quanto ci dice il § 70. enfatizzano di tale paradosso soprattutto la valenza negativa. Il soggetto è incluso nel Ci che già-è e hada-essere. Si tratta di una sorta di extimità. bensì è l’orizzonte degli orizzonti. Dal punto di vista logico. per Heidegger dev’essere mantenuto poiché ontologicamente costitutivo: tuttavia l’articolazione dello spazio-tempo esistenziale come Sorge e. una mancanza che pure costituisce l’orizzonte della sua comprensione.

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PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO

scacco dell’intero progetto, mentre la tensione tra le due dimensioni
fornisce quell’energia teoretica che porterà Heidegger alla cosiddetta
“svolta” e agli esiti della conferenza Tempo e essere.

1.2.3 La Temporalität
Nel § 5 di Essere e tempo Heidegger esplicita il piano dell’opera, accostando un po’ enigmaticamente due livelli di temporalità: “la temporalità (Zeitlichkeit) verrà chiarita come il senso dell’essere dell’ente che
chiamiamo Esserci” (Heidegger, 1927, p. 35). Ma nello stesso tempo
deve essere chiarito un orizzonte ulteriore, in base al quale è possibile
una comprensione dell’essere in generale e, con questa, un’esplicitazione radicale del problema ontologico. “Il compito ontologico fondamentale — infatti — dell’interpretazione dell’essere come tale, include
dunque l’elaborazione della temporalità (Temporalität) dell’essere”
(ivi, pp. 36-37). È noto come Heidegger abbia abbandonato quest’iniziale progetto, limitandosi appena ad una parte delle sezioni previste
dal piano dell’opera: ciò sia per le ristrettezze temporali nelle quali fu
costretto a lavorare, dacché il lavoro gli era stato richiesto dal senato
accademico dell’Università di Friburgo; sia per le evidenti difficoltà
teoretiche nelle quali via via s’imbatteva. Nella Lettera sull’umanismo
(1949) così scrive a Beaufret: “qui tutto si capovolge. La sezione in questione non fu pubblicata perché il pensiero non riusciva a dire in modo
adeguato questa svolta (Kehre) e non ne veniva a capo con l’aiuto del
linguaggio della metafisica. (...) Questa svolta non è un cambiamento
del punto di vista di Sein und Zeit, ma in essa il pensiero, che là (nella
conferenza sull’Essenza della verità del 1930: n.d.a.) veniva tentato,
raggiunge per la prima volta il luogo della dimensione a partire dalla
quale era stata fatta l’esperienza di Sein und Zeit, come esperienza fondamentale dell’oblio dell’essere” (Heidegger, 1976b, p. 281).
È Heidegger stesso, dunque, che parla di svolta. Ma, nella sua autointerpretazione — tesa probabilmente a smussare i punti di discontinuità e a marcare una certa coerenza in tutto il suo pensiero — egli ci
dice delle cose interessanti, che Vattimo (1971) interpreta come la coesistenza di indirizzi differenti, ma contigui e costanti: la questione
ontologico-esistenziale di Essere e tempo; la questione dell’oblio dell’essere e della storia della metafisica; la questione del linguaggio (“non
ne veniva a capo con l’aiuto del linguaggio della metafisica”). Ora,
complicando ed estremizzando un po’ questa tesi — lo anticipiamo per
rendere chiaro il nostro percorso — non solo riteniamo che non si
possa mai parlare di svolta se non in uno specifico modo in cui si arti-

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LOGICA E TEMPO

cola l’epoché dell’essere (Heidegger, 1962, p. 23), ma che ci sia un
nesso unitario che conduce da Essere e tempo alla conferenza Tempo
e essere, nesso complicato da approfondimenti e deviazioni tutte in
parte dovute ad alcune lacune e ipostatizzazioni dell’opera del 1927. In
merito alla questione della temporalità, infatti, abbiamo visto con
Ricoeur l’impasse di Heidegger nel derivare la “storia” dalla
Zeitlichkeit: la storia della metafisica connessa all’oblio dell’essere (che
ne rappresenta l’aspetto deiettivo) sembra voler colmare questa deficienza, nella misura in cui, in quanto storia dell’essere tout court e non
“storia derivata dalla Cura dell’Esserci”, sembra accedere al suo giusto
dimensionamento intersoggettivo, ridefinendo un passato non più
dipendente dalla “gettatezza” e dalla deiezione dell’Esserci nell’inautenticità del “Si” pubblico.
In secondo luogo, la questione del linguaggio è già insita in Essere e
tempo e non affronta tanto una difficoltà specifica nella descrizione
dell’essere in generale, cioè nel passare da una parola del soggetto a
una “parola dell’essere”, quanto una difficoltà immanente alla connotazione spaziale del nostro linguaggio (e potremmo anche dire metaforica [Rovatti, 1987]). Qui si potrebbe ravvisare sullo sfondo la presenza antagonista, mai troppo evidenziata, di Bergson: la sua figura di
catalizzatore “negativo” pare sin troppo ricorrente in Essere e tempo, e
mai criticamente tematizzata. “Ci esprimiamo necessariamente con le
parole, e pensiamo per lo più nello spazio. In altri termini, il linguaggio esige che tra le nostre idee stabiliamo quelle stesse condizioni nette
e precise, quella stessa discontinuità che stabiliamo tra gli oggetti
materiali” (Bergson, 1889, p. 3).
L’ossessione di Heidegger sembra quella di non dover contaminare il
tempo con lo spazio, di non giungere alla semplicistica equazione “spazializzazione=metafisica”: il tempo ordinario, quello che si “misura”
con l’orologio, non è un tempo spaziale, ma rimane a modo suo una
forma temporale. “Al concetto ordinario di tempo sarà così restituito il
suo buon diritto, contro la tesi di Bergson che il tempo sia inteso come
spazio” (Heidegger, 1927, p. 35).
Ora, l’attenzione heideggeriana nei confronti della storia o Geschick
dell’essere (termine, quello di “destino”, già eloquentemente presente
in Essere e tempo, sebbene incardinato sull’essere dell’Esserci) e la
declinazione linguistica degli anni 50-60 con annessa una “topologia”
dell’essere, rispondono a nostro avviso alla non-risoluzione dei rapporti tra spazio e tempo nel § 70. Questa non-risoluzione conduce alla
“ripetizione” di quell’estratto di “Tempo ed essere” che ritroviamo nel
corso marburghese del 1927, nonché alla successiva serie di ripetizioni

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PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO

che riprenderanno via via le problematiche rimaste aperte (Costruire,
abitare, pensare, Tempo ed essere, L’abbandono, etc.). È proprio sulla
Wiederholung inoltre che bisognerà riflettere in quanto metodica
fenomenologica del circolo ermeneutico e “surrogato” dell’epoché husserliana: nell’eticità immanente in Essere e tempo sembra in effetti
permanere la cicatrice di questa ablazione, come se — espunto l’elemento “allotrio” o ateoretico-soggettivo — qualcosa debba rientrare in
forma occulta (il progetto, l’aver-da-essere, l’autentico. etc.).
Ripetizione e vettore etico, dunque, come “marche” di un trauma che
non cessa di dissimularsi attraverso veli metafisici.
Riprendiamo dunque la nostra digressione da ciò che era rimasto inespresso in Essere e tempo. L’opera si concludeva infatti con una serie di
interrogativi fondamentali: “il progetto estatico dell’essere in generale
non potrà essere reso possibile che da una modalità originaria di temporalizzazione della temporalità estatica stessa. Come si deve interpretare questo modo di temporalizzazione della temporalità? C’è una via
che conduca dal tempo originario al senso dell’essere? Il tempo si rivela forse come l’orizzonte dell’essere?” (ivi, p. 520). Risuona nuovamente in queste domande la nozione di “orizzonte”: essa diviene fondamentale nei Problemi fondamentali della fenomenologia, laddove ci si pone
il problema della temporalità dell’essere in generale. Heidegger si interroga giustamente sulle modalità di passaggio da un livello di temporalità (quella dell’Esserci) all’altro, posto che “la Temporalità dell’essere è
la temporalizzazione più originaria della temporalità come tale”
(Heidegger, 1975, p. 290). E la via che viene seguita appare inversa
rispetto a quella di Essere e tempo, poiché non si compie più una sorta
di derivazione del tempo ordinario dopo aver sceverato la Zeitlichkeit
originaria, bensì si parte proprio dalla nozione di intratemporalità per
ascendere, per così dire, verso livelli più originari di temporalità. In tale
prospettiva Heidegger parte dall’utilizzabilità, notando come l’”ora”
della determinazione ordinaria del tempo non riesca a chiarirne il carattere ontologico. “Quando determiniamo l’utilizzabile come intratemporale, già presupponiamo la comprensione dell’utilizzabile in quanto
tale, cioè la comprensione dell’utilizzabilità in quanto tale” (ivi, p. 293).
L’utilizzabilità, come abbiamo visto, aveva prefigurato la struttura spaziale dell’Esserci o, più esattamente, la “prossimità” del Ci, una certa
intimità con il mondo. L’ora che caratterizza la dimensione temporale
della nostra quotidianità è incapace di rappresentare esaustivamente
questa prossimità che ha un carattere originariamente ontologico. È
invece indispensabile la nozione di presenza, che costituisce una delle
estasi della temporalità: “abbiamo mostrato che ogni estasi della tem-

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LOGICA E TEMPO

poralità non è un mero esser-rapito-verso..., la cui direzione è, per così
dire, il nulla, o risulta ancora indeterminata. Piuttosto, a ogni estasi in
quanto tale appartiene un orizzonte che è da essa determinato e che primariamente ne completa la struttura” (ibidem). L’estasi è un uscirfuori, una sorta di estroflessione che delinea un orizzonte: l’Esserci
incontra l’utilizzabile grazie al suo carattere progettante, cioè grazie a
un movimento di trascendimento che abbisogna di un verso-dove dell’estasi, “l’orizzonte o, meglio, lo schema orizzontale dell’estasi” (ivi, p.
289). La presenza è la condizione di possibilità in virtù della quale l’ente semplicemente-presente in quanto mezzo-per può essere compreso e
incontrato in-vista-di un eventuale appagamento.
A questo livello Heidegger sembra sovrapporre parzialmente i piani:
il presente estatico caratterizza l’essere-presso dell’Esserci in Essere e
tempo, ma questo essere-presso è reso possibile soltanto in seguito ad
un ulteriore orizzonte che connota l’essenza trascendente dell’essere
stesso; l’Esserci ha-da-essere il proprio Ci, la propria apertura, poiché
l’essere stesso si caratterizza come spazio di trascendimento che “rapisce-verso” e che rende possibile il trascendimento medesimo. Rispetto
a Essere e tempo, dunque, entra in gioco in modo capillare un concetto
di trascendenza che diviene decisivo nella delucidazione del senso dell’essere in generale (ivi, p. 282): l’Esserci si profila come la via privilegiata in questa comprensione, poiché a differenza della cosa in generale (ivi, p. 286) che non trascende mai, egli è invece “ciò il cui modo d’essere deve risultar determinato proprio da questo andare oltre” (ibidem)
e le strutture dell’aver-da-essere e del progetto (che fondano per certi
aspetti l’originarietà dell’ad-venire) vengono così riassunte nella nozione ancora metafisica di trascendenza: “la trascendenza dell’essere-nelmondo si fonda, nella sua totalità specifica, sull’unità estatico-orizzontale della temporalità. Se la comprensione dell’essere è resa possibile
dalla trascendenza, e se la trascendenza si fonda sulla struttura estatico-orizzontale della temporalità, allora quest’ultima costituisce la condizione di possibilità della comprensione dell’essere” (ivi, p. 289).
Heidegger ripercorre suo malgrado la via kantiana: introduce uno
schematismo, si avvale comunque di una spazializzazione ed esemplifica i complessi passaggi che conducono dallo schematismo alla categorie soffermandosi in maniera privilegiata sul “presente” (la permanenza della “sostanza”). La presenza in quanto prefigurazione schematica del laddove non si confonde con il presente ma è la condizione
di possibilità della presentificazione dell’essente-presente come tale
(ivi, p. 294); “lo stesso vale per le altre due estasi, l’avvenire e l’esserestato” (ibidem). La Zeitlichkeit in quanto unità estatica è possibile sol-

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I Problemi fondamentali della fenomenologia prendono infatti le mosse proprio da una critica alla nozione di intenzionalità: essa risulta insufficiente. cioè di percepire il sussisten- 75 . 1975. Il pro-gettare.. La temporalità è in sé la condizione fondamentale della possibilità di ogni comprendere fondato sulla trascendenza. cioè di quella trascendenza che costituisce l’Esserci stesso. emergeva un dualismo che distingueva questa prospettiva dal tempo kantiano e dal flusso assoluto di Husserl. Mentre nell’articolazione della Zeitlichkeit. nella sua unità estatico-orizzontale. così che. progetto rispetto al tempo — ha la sua fine nell’orizzonte dell’unità estatica della temporalità” (ibidem). Ma se la Temporalità originaria costituisce l’orizzonte del nostro comprendere.Logica e tempo imp. senza un approfondimento di quella dimensione ontologica che invece Husserl ha espunto con la Verklämmerung. ma anche la comprensione del modo d’essere di ciò che è intenzionato nell’intentum. 271) perde i connotati della gettatezza e della deiezione per essere fondata dalla trascendenza della comprensione. 295). progetto rispetto all’essere.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 75 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO tanto grazie ad un ulteriore schematismo orizzontale che “apre” lo spazio per la trascendenza comprendente: “la Temporalität. p. ovvero la Cura come “avanti-a-sé (esser-già-in-unmondo) come esser-presso l’ente intramondano” (Heidegger. sia della differenza ontologica. che ci porterebbe da un livello più originario all’altro e ad un altro ancora? L’escamotage heideggeriano rivela ancor di più la matrice kantiana di questa sezione dell’analisi heideggeriana. la struttura essenziale del quale risiede nel progettare” (ivi. “All’intenzionalità della percezione appartengono non soltanto l’intentio e l’intentum. “noi possiamo affermare: la temporalità è in sé l’autoprogetto originario. Questa struttura si trova alla base sia dell’intenzionalità husserliana.. ossia dell’originario divergere di essere ed ente. è la condizione fondamentale della possibilità dello epékeina. comprensione dell’essere. il “fuori-verso” “rispetto-a-che” s’incastella in una sequenza di progetti che tuttavia deve chiudersi in un’autoreferenzialità: “la successione sopra menzionata di progetti per così dire predisposti l’uno all’altro — comprensione dell’ente. Heidegger sembra qui propendere per un pregiudizio teoreticista: il Ci dell’Esserci. pp. nella Temporalität Heidegger sembra cedere sul fondazionalismo così da addivenire ad una soluzione tipicamente metafisica. p. dovunque e comunque vi sia comprensione — prescindendo qui dagli altri momenti dell’Esserci — essa è possibile solamente nell’autoprogetto della temporalità” (Heidegger. (. come comprendere la Temporalità stessa? Non si rischia forse un regressus ad infinitum. infatti.) La possibilità di scoprire. 294-295). 1927.

Heidegger con l’autenticità dell’ad-venire e del progetto comprendente dell’Esserci — a un’idea di eticità che si camuffa con le vesti della “trascendenza” e che mette assieme problematicamente istanze perlopiù metafisiche con dimensioni assolutamente debordanti e che non sono prive di rapporto con la spazio-temporalità. E in effetti la continua ricerca in Essere e tempo di livelli di senso sempre più originari. cioè per un’articolazione di un “rispetto-a” e un “verso-dove”. p. 1. pp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 76 LOGICA E TEMPO te. In altre parole. Non possiamo parlare del tempo se non attraverso 76 . sembrerebbe d’acchito dar ragione a quest’ipotesi ermeneutica. in sostanza. 41): in altre parole. ciò che per Husserl è presupposto. Gli indizi tuttavia che abbiamo sin qui seguìto nei Grundprobleme ci direzionano verso una prospettiva un po’ più complessa. 66-67). situati nell’ascoso profondo del Ci dell’Esserci. cioè si caratterizza per un movimento di progetto e oltrepassamento. presuppone l’essere-aperto della sussistenza. L’analisi del senso dell’essere in generale in quanto Temporalität ha evidenziato come il § 70 di Essere e tempo non possa essere in alcun modo corroborato. pur mettendo in gioco una filosofia della “motilità” dell’Esserci. noema. 2001a. Heidegger sembra traslare la problematica fenomenologica riguardante la genesi del fenomeno (noesis. sintesi passive) per indirizzarsi kantianamente verso le condizioni di possibilità per le quali un Erlebnis in quanto tale è “intenzionale”. egli si limiterebbe a un raccogliersi nella profondità.2.4 L’orizzontalità Per Sloterdijk a Heidegger mancherebbe un dimensionamento del pensiero di tipo orizzontale (Sloterdijk.) Dobbiamo ora riuscire ad esibire con maggiore precisione il nesso che lega l’esser-scoperto dell’ente e l’apertura del suo essere” (ivi. si troverebbero “accoppiati” loro malgrado nella ricerca di un “senso” della corrente degli Erlebnisse o del Dasein attraverso più livelli di orizzonte che non sono senza rapporti con la dimensione temporale e che palesano una strana famigliarità con lo spazio.. Detto altrimenti. (. che tiene semmai conto di un’intrinseco processo di spazializzazione all’interno del pensiero di Heidegger sin dagli anni Venti.Logica e tempo imp.. entrambi giungono a loro modo — Husserl con l’epoché. ma anzi subisca continue erosioni linguistiche e contaminazioni. per Heidegger diviene un problema. Con questa tesi Sloterdijk pure concorderebbe — come vedremo — anche se alla luce di un’impostazione sostanzialmente divergente. sebbene la dinamica “orizzontale” svolga nella fenomenologia un ruolo quasi analogo a quello svolto nell’analitica esistenziale: Husserl e Heidegger.

Per Heidegger l’orizzontale diviene l’essenza del pensiero dell’uomo: la definizione aristotelica dell’homo animal rationale significa che l’uomo comprende in riferimento all’orizzonte: “pensare. L’aporetica messa in luce da Ricoeur trova in questo modo una nuova veste che forse la rende più evidente: la schisi tra tempo cosmico e tempo dell’anima deriva a sua volta dalla schisi ancora più originaria e tutta da riflettere tra spazio e tempo. dunque. In questo senso. non abbiamo alcuna Kehre ma un coerente decorso di pensiero che approfondirebbe le tematiche iniziali di Essere e tempo. di quel campo visi- 77 . propriamente. un erudito e un saggio. successivamente nello schiarirsi di questa medesima nozione nel senso di una “topologia” dell’essere. ci troveremo sempre innanzi a un diallele insuperabile che decostruirà ogni nostra posizione. quindi.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 77 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO una spazializzazione metaforica: ciò non significa soltanto un’impotenza del nostro linguaggio. ma anche una ridefinizione complessiva della tematica spazio-temporale. in quanto condizione di possibilità della comprensione dell’essere e. ma la preliminarità — se non proprio originarietà — di una dimensione del tempo di tipo deietto e intramondano. sicché sembra proprio la prospettiva trascendentale a traghettare lentamente Heidegger dalle pastoie fondazionalistiche di Essere e tempo alle elaborazioni filosofiche successive. Sia l’intenzionalità husserliana che l’apriori kantiano manifestano questa struttura temporale-orizzontale. Se. e come dispiegarsi di una sorta di spatium trascendentale “verso-dove” tale movimento si direziona. La “svolta” heideggeriana si situerebbe lungo questo crinale appena delineato: l’insufficienza linguistica nella trattazione della temporalità dell’essere non implica soltanto un mutamento radicale nel registro linguistico.Logica e tempo imp. ci sforziamo in qualche maniera di distinguere lo spazio dal tempo per addivenire successivamente ad una reciproca derivazione (la “presupposizione” dello spazio in Aristotele o quella temporale in Heidegger). Zeitlichkeit e Temporalität sono state definite secondo le due polarità dell’estaticità e dell’orizzontalità: il tempo. “senso” dell’Esserci e dell’essere in generale. altro non è che il pre-disporre e il dis-porre di quell’orizzonte. L’indice di questo indirizzo del pensiero heideggeriano si ritrova dapprima nella funzione imprescindibile della nozione di orizzonte nell’ambito di un’analisi della temporalità. Un colloquio a tre voci su un sentiero di campagna fra uno scienziato. si caratterizza come movimento di trascendenza e oltrepassamento. In quest’ottica uno dei passaggi più significativi è rappresentato da un “dialogo” scritto a Messkirch nel 1945 inserito nel volume 77 della Gesamtausgabe: ’1)2'3!4'$#.

79). Il trascendentale in quanto orizzonte replica attraverso un altro registro quella che era la struttura ontologica dell’Esserci. un’occlusione nell’ambito dell’infinità dello spazio. Sempre dalla medesima radice derivano il latino orior. “nascere” e l’italiano oriente. uno spingersi o un muoversi. segnala il proprio statuto originario o. “limite” e si rifà alla radice ar. quanto di “orizzonti”: il carattere schematico che abbiamo scoperto nella delineazione della Temporalität sembra appena svolgere una funzione di “limite”. la sua essenza apriorica. un sorgere (donde le note analisi heideggeriane sulla 564's). 87). Si parte. p. 80).(s significa infatti “confine”. all’interno del quale l’aspetto e l’essenza degli oggetti — ciò che Platone chiama l’idea delle cose — viene allo sguardo” (Heidegger. “sorgere”. ma ogni forma di relazionamento agli oggetti e al mondo configura un orizzonte. p. di chiusura (ivi. 1995. ossia l’indice di qualcosa di originario e fondamentale. ma anche un movimento. una motilità. esso ha a che fare con l’immaginazione trascendentale kantiana. Erschlossenheit. contemporaneamente. per poi allargare la prospettiva ad un’orizzontalità più ampia. cioè il carattere progettante imperniato originariamente sull’essere-per-la-fine. La finitudine rimane per Heidegger il meccanismo attraverso il quale sono possibili la trascendenza e l’apertura: paradossalmente (ma vedremo come tale paradosso funzioni nell’ambito della logica) la temporalità orizzontale diviene una sorta di “serratura”. Piuttosto. un limite essenziale. che deve abbracciare l’essenza dell’orizzontale” (ivi. p. dunque. laddove viene delineato il carattere generale dell’oltrepassamento che caratterizza ogni comprensione: non quindi la sola percezione visiva. Questo passaggio in più ci conduce quasi d’emblée nell’ambito del trascendentale kantiano. testimonia di questa natura ancipite: il greco. (. cioè a “un orizzonte.che indica però un moto. non tanto “creatrice” di schemi trascendentali. sulla possibilità dell’impossibilità della morte e sull’angoscia che necessariamente ne deriva: l’orizzonte significa allo stesso tempo uno stato ontologico originario che è “apertura”. L’etimologia del termine “orizzonte”. L’Horizont o Urhorizont (che pare un rafforzativo dell’originarietà già immanente nell’orizzonte stesso) ripropone dunque in una eccezionale condensazione la domanda ontologica fondamentale: non costituisce 78 .:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 78 LOGICA E TEMPO vo.Logica e tempo imp. in effetti. dacché un orizzonte illimitato non avrebbe senso. L’orizzonte insomma indica sia il movimento che il limite del movimento stesso e. kantianamente. ma per taluni autori anche il prefisso tedesco Ur. un “verso-dove” che tuttavia Heidegger non vuole determinare spazialmente. il “luogo donde sorge il sole”. da un livello fenomenologico nel quale l’orizzonte costituisce lo “sfondo” percettivo.

93). la contrada sarebbe ciò che ci viene incontro. dell’abitare (innan). e il modo e la provenienza di una tale determinazione essenziale” (ivi. Esso è troppo legato al registro visivo e per certi aspetti alla fenomenologia husserliana. 90). Non si può procedere da un orizzonte all’altro. Se ora concepiamo l’orizzonte movendo dalla contrada. ciò è possibile soltanto in quanto abbandono. La tonalità che fa divergere questo dialogo da Essere e tempo risiede nel tentativo heideggeriano di scansare a qualsiasi costo la tentazione fondazionalistica e il ricorso a concetti autoreferenziali come l’auto-progetto della temporalità originaria. ma bisogna in qualche modo permanere in una certa disposizione che riesca a coniugare in sé una certa passività con l’essenziale propensione dell’uomo all’oltrepassamento. è l’essere trascendental-orizzontale. Infatti se l’analitica dell’Esserci è stata soprattutto un’analisi dell’in-essere e. ma rappresenta uno dei Kern della sua riflessione posteriore al 1927. appare “povero”. con la domanda sull’essenza dell’orizzonte noi stiamo discutendo l’essenza dell’uomo. ma anche dell’orizzonte abbiamo detto che l’aspetto degli oggetti ci viene incontro a partire da quella visuale che l’orizzonte circoscrive. contrada: “stando alla parola. ci ritroviamo nell’abisso dell’insensatezza di un limite che si sposta in continuazione. non ultima una cifra metafisica che ha a che fare con la spazializzazione bergsoniana. 79 . il passo successivo che compie Heidegger ci appare molto significativo. inoltre. all’infinito. che non è propriamente un’attività. come animal rationale. si profila la necessità di un arricchimento terminologico (e fenomenologico) che renda conto di un rapporto molto più complesso con la “terra”. poiché — come vedremo — costituisce una sorta di vettore topologico che ritroveremo diffuso nei Saggi e discorsi e nella conferenza Tempo e essere: il termine “orizzonte” inizia ad evidenziare una certa debolezza. L’abbandono diviene così un relazionarsi dell’uomo con un orizzonte che è originariamente Gegend. individuandone la natura per così dire “fisica”. quindi. p.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 79 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO una nozione accessoria e laterale di cui Heidegger si è avvalso — metaforicamente — per descrivere la temporalità originaria. grazie al quale l’orizzontale e il trascendentale in se stessi sono possibili. Ora. Nella misura in cui cerchiamo di rappresentare l’orizzonte. in quanto “lasciar-essere restando in attesa”. privo di quelle risonanze “boschive” che Heidegger sta ricercando in quegli anni. Se allora l’essenza dell’uomo è trascendental-orizzontale (in quanto finitezza oltrepassante). L’espressione che utilizza in questo contesto Heidegger è Gelassenheit (ivi. ma nemmeno un’assoluta remissione. L’essenza del pensare in quanto “restare in attesa” nell’aperto di un orizzonte è l’abbandono. “Nella misura in cui l’uomo. tracciandone i confini. che è sempre un passo in là. p.Logica e tempo imp.

98). 85). 102). pensare L’orizzonte diviene dunque il filo rosso che ci condurrebbe da un “primo” Heidegger a un “secondo” Heidegger. ma regolato dalla Contrata stessa. L’orizzonte costituiva certamente un’ipostasi spaziale. contrata (Gegnet) che enfatizza la “libera vastità”: pensare in essa significa un “giungere-nellaprossimità” restando in attesa (ivi. non è l’orizzonte fenomenologico che necessita di un soggetto della visione. si apre. Nel dialogo ’1)2'3!4'$# assistiamo al punto di sutura in cui la vecchia terminologia viene sostituita da quella metaforica che costituirà la sua nuova cifra stilistica. se l’Esserci era caratterizzato come “essere-nel-mondo”. le istanze topologiche presenti sin dalle prime pagine di Essere e tempo. p. p.Logica e tempo imp. “l’abbandono allora sarebbe non solamente la via (Weg). nell’elaborazione successiva subisce una traslazione e diviene un elemento strutturale dell’essere stesso. 1. La differenza tra Husserl e Heidegger emerge qui in tutta la sua rilevanza ed evidenzia la torsione subìta dal circolo ermeneutico di Essere e tempo: se in quest’ultimo caso esso restava legato necessariamente alla dimensione dell’Esserci in quando ineludibile comprensione pre-ontologica. Abbandonarsi al libero spazio della Gegnet non significa mettere in gioco una sorta di epoché intesa come atto metodico di neutralizzazione delle conoscenze mondane. Rispetto alla Contrata. ma anche il movimento (Bewegung)” (ivi.5 Costruire. Questo passaggio però rimane a nostro avviso sintomatico. un movimento che è anche “quiete” (ivi. 103). abitare. poiché vengono accentuate.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 80 LOGICA E TEMPO assumiamo la contrada stessa come ciò che ci viene incontro” (ivi. p. anziché smussate. è ciò che. Il mondo in quanto tale non può venir incontrato esclusivamente in un rapporto 80 . 99). lasciandolo nell’abbandono stesso. p. 2001b. D’altronde. Questo “venir-incontro” però appare ancora insufficiente. Per queste ragioni Heidegger utilizza un neologismo. tutto riunendo. p. invece. p. ma la declinazione verso una metaforica per così dire idillico-camprestre non fa che accentuare la necessità teoretica di un approfondimento di quella che è la dimensione ctonia dell’esistenza umana (Sloterdijk. Esso “è la vastità che fa permanere. poiché presuppone sempre un soggetto: l’aperto della contrada. dunque. non èper-noi. tutto sommato la caratterizzazione della mondità come sistema della significatività e dell’utilizzabilità pareva indubbiamente deficitaria di molti aspetti. cosicché in essa l’aperto è tenuto e mantenuto per lasciare dischiudere ogni cosa nel suo trovar quiete” (ivi. poiché è la Contrata che “abbandona” paradossalmente il soggetto.2. 104). un movimento non disposto dal soggetto.

20). Non si tratta inoltre di un semplice “travestimento”. l’Holzweg come pensiero. costituisce l’esito incontrovertibile di una filosofia dello spaziotempo radicalizzata sino alle sue estreme conseguenze. Se allora dobbiamo ragionare in termini di originarietà del tempo. per Sloderdijk il pensiero heideggeriano è innanzitutto un pensiero dello spazio o. 30). Il tempo. cioè “la libera vastità della contrada che lascia essere in quiete gli oggetti nella loro essenza e li approssima nascondendoli”. notiamo quest’accentuazione cinetica. meglio. 2001a. sono strutture di orizzonte. p. “Dasein significa essere tenuto immerso nel sopravvenire del movimento” (Sloterdijk. p. Se rileggiamo alcune delle figure principali del suo pensiero. Significativamente. Lichtung.Logica e tempo imp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 81 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO strumentale. infatti. serie. gioco di luci ed ombre non soltanto metaforico. fissa. di un particolare modo della motilità: ciò che lo assilla sin da Essere e tempo è l’idea di un Esserci pro-gettante che si muove e che è flusso continuo. osserviamo come questa non possa essere “tenuta” senza una qualche contaminazione con lo spazio. cioè l’occultamento di un’impasse attraverso una complessificazione del linguaggio e l’utilizzo di registri lessicali noti a pochi adepti: di fatto. dacché concerne sia un deciso viraggio tropico e linguistico. per giunta. bensì di una vera e propria torsione che segue dappresso l’analisi dello spazio-tempo: di fatto il trascendentale kantiano diviene Gegend e Lichtung. come se Heidegger tentasse di dire lo stesso (das Selbe) con altre parole. diviene qualcosa di “addomesticabile” proprio in questa funzione di tessitura: eppure esso implica qualcosa di sgomentoso. è il novum che irrompe nell’irenica esistenza dell’Esserci e che lo spiazza in modo irrisolvibile. ma è anche “contrada” o. In questo senso. altrove. il Geviert come Ring. l’Erörterung come “collocazione” lungo il cammino. nella misura in cui le esperienze costruiscono reti. Tale operazione potrebbe apparire una mistificazione di tipo esoterico. contaminazione ad ampio raggio. compresi in tal modo. sia una variazione per così dire contenutistica. teso tra un essentestato e un aver-da-essere. giro o danza. anche se spesso incardinata in movimenti e contromovimenti: l’abbandono stesso inteso come Bewegung che permane e attende. l’orizzontalità presente nel primo Heidegger riscontra una precisa necessità teoretica in quanto struttura trascendentale essenziale a ogni possibilità di movimento: comprendiamo che “l’orizzontale possiede un potere raccogliente e che i legami. in un gioco di riverbero tra luce ed ascosità che caratterizza per Heidegger l’essenza della verità. dunque. La metafisica costituisce una forma di difesa contro questo Fuori irrompente: essa chiude. vicinanze” (ivi. l’!"#$%&'!. stabilizza: “difatti la metafisica (così come prima di 81 .

quanto per l’affiorare di una certa determinazione dello spazio. almeno sino agli anni Quaranta — perde la sua centralità. come abbiamo visto. in un abitare che diviene profondo. Il tentativo “difensivo” di Heidegger è differente e si dipana nell’ambito del linguaggio: esso “avvicina l’estraneo” mantenendolo tale. 82 . in un raccogliersi intensificato. p. di un fiero raccogliersi in sé che attende l’hospes ostile. La topologia heideggeriana è dunque una topologia della contrada o dell’abitare inteso come raccogliersi: la strategia difensiva nei confronti dell’irrompere dell’evento non è né l’irrigidimento metafisico che chiude i confini del proprio villaggio erigendo palizzate e fossati. L’autentico modo del movimento estatico. Heidegger non coglie la dimensione dell’orizzonte sino in fondo poiché egli non è un pensatore della città: le varie declinazioni semantiche del suo da “sono silhouette di villaggio e stradine di piccole città. il vero oltrepassamento nell’aperto corrisponde a una paradossale staticità.Logica e tempo imp. ma riduce questa medesima estasi in un’en-tasi. ad esempio). il pensiero heideggeriano è secondo Sloterdijk essenzialmente topologico: tuttavia il tema dell’orizzontalità — pure dominante. esodi ed emigrazioni: tutto ciò per Heidegger implica uno statuto deietto. 162). espansioni spaziali (la conquista delle Americhe. pascoli. dorsi di libri. intrecci. colline e cappelle. né l’empito folle e anarchico di chi vi si getta contro o di chi fugge avventurandosi per mari e terre sconosciute. voleva limitare il rischio connesso all’apertura del mondo attraverso un nuovo mezzo: riducendo cioè le molteplicità fluttuanti alla cosiddetta essenza” (ivi. boschi. “Fino alla fine si limita a interpretare l’ethos di un Dasein affetto dal movimento come ‘soggiorno’ in un dato luogo del mondo” (ivi. p. p. Per queste ragioni. dell’imperturbabilità di chi sa di partecipare comunque — anche nell’eventuale esproprio — all’evento dell’essere. 40-41). non tanto per ragioni stilistiche o lessicali. corridoi di scuola. al quale rimane funzionalmente prossima. L’abitare autentico che dispiega l’essenza dello spazio non può divenire l’abitudine difensiva della metafisica che crede di preservarsi ritualizzando l’estraneo: questo abitare è anche un movimento. una “caduta” nell’orizzontale (ibidem). cioè una continua es-posizione al rischio. aule. nonostante tutte le sue repulsioni). conserva il carattere estatico dell’Esserci nel suo proiettarsi nell’aperto. intimo (ivi. Si tratta altresì di un lasciaressere abbandonante che resta in attesa. In Essere e tempo l’Angst fondava (in quanto angoscia innanzi al non-senso della morte) la dimensione originaria della temporalità e. 37). 165). pp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 82 LOGICA E TEMPO lei il mito. e campane serali” (ivi. La città invece implica ramificazioni. a un rimanere in attesa abitando la propria terra. stendardi di celebrazioni.

I processi inconsci sono tutt’al più oggetto di un’analisi di tipo normotipico. il registro difensivo cambia radicalmente e diviene un passivo prepararsi agli eventi attraverso un rischio che è sempre un raccogliersi in sé: la storia non la fa più l’Esserci. molto di più dell’Heidegger del discorso di Rettorato del 1933: le idee di pro-getto. essa palesa cionondimeno alcune debolezze metodologiche dal punto di vista ermeneutico: la strategia messa in atto ruota infatti intorno a un presupposto indimostrabile e indimostrato. cielo e terra.Logica e tempo imp. invece. ecco le vere istanze fasciste serpeggianti nel suo pensiero in quegli anni. quanto un certo qual rapporto con il reale (utilizzando un termine lacaniano). È l’Heidegger nazista. ma è l’essere in quanto Ereignis che “detta i tempi” e che suo malgrado tende sempre ad es-propriarlo. ossia che il contesto fisicoambientale in cui vive ed è vissuto un filosofo. parliamo. ma ben poco ci dice circa il suo pensiero filosofico. ambientale. prospettive. abitare. Successivamente. Rispetto alla lettura di Sloterdijk. come nota Sloterdijk. tuttavia. di un aver-da-essere connotato eticamente. culturale in cui è vissuto un autore può spiegare forse qualcosa della sua biografia. divini. filosofemi. cioè con la Quadratura irriducibile di mortali. Dal nostro punto di vista. abitare. valutiamo. di una storicità immanente in ogni gesto dell’Esserci come se fosse chiamato a un compito epocale affidatogli dall’essere stesso. pensare tenuta a Darmstadt nel 1951 nell’ambito di un colloquio su “Uomo e spazio”. dobbiamo notare che. ne condizioni irrimediabilmente linguaggio. ad esempio. sebbene sia stata utile per il prosieguo della nostra argomentazione. la quale analisi tende a vagliare quei grandi orizzonti di senso nei quali siamo immersi e i piani di referenza (normotipie) “rispetto-a-cui” pensiamo. Il tema dell’abitare assume quindi un ruolo determinante in questa demarché poiché catalizza lo spostamento prospettico da Essere e tempo alla conferenza. anche la logica e la metafisica scientifica in quanto forme inautentiche e dispersive: era un movimento di “introiezione” e di assunzione di responsabilità innanzi al baratro della morte di cui l’Esserci doveva (per vivere autenticamente) farsi carico. Ora. la conferenza Costruire. pensare viene chiamata eloquentemente in gioco da Heidegger nel 1962 per dimostrare l’inderi- 83 . se non nella forma di un determinato “materiale onirico” atto a riempire certi contenuti profondi preesistenti. Costruire. dobbiamo operare una distinzione assimilabile a quella tra processo primario e processo secondario nell’ambito del lavoro onirico così come enucleato da Freud nell’Interpretazione dei sogni: il milieu sociale. e l’autenticità non è più questione della voce della coscienza e del conseguente attivismo del soggetto.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 83 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO attraverso di essa.

p. dall’angoscia per la nullità della propria esistenza in quanto fondata sulla possibilità dell’impossibilità. essa dice anche fin dove arriva l’essenza dell’abitare. 1950. p. “Costruire significa originariamente abitare. le stagioni dell’anno e il loro volgere. di un “approssimare” ciò che sfugge e inquieta: “il cielo è il cammino arcuato del sole. mentre viene tematizzato più radicalmente l’in-essere. bhu. Heidegger aveva introdotto un elemento ulteriore — il “Mondo” — che. Mortali. p. non ek-siste primariamente in quanto essente. la forma imperativa bis. il mortale. il luminoso corso delle stelle. alla stregua di un ente semplicemente-presente. o. 97). in quanto tale. si pro-getta come aver-da-essere soltanto alla luce del suo abitare originario. abitando. attraverso quella particolare mediazione che è la costruzione. ma bauen significa anche “coltivare” e corrisponde al latino colere. beo sono infatti la stessa parola che il nostro bin (sono) nelle sue varie forme: ich bin (io sono). Emerge e ridonda l’elemento “ctonio”: l’uomo. Bauen (costruire). meglio.Logica e tempo imp. buan. e cioè: abitare” (ibidem). assumendo un ruolo satellitare: cambiano lessico e dimensioni. cielo e terra sono i Tre convocati dall’abitare. Là dove la parola abitare parla ancora in modo originario. E se il pro-getto diviene secondario. ma soltanto in apparenza? Heidegger. sii” (Heidegger. costituiva l’essenza dell’opera in una contrapposizione caratterizzata dal Riss. ma sono anche i titoli di un addomesticamento. il buio e il chiarore della notte. la luce e il declino del giorno. du bist (tu sei). la clemenza e l’inclemenza del tempo. sia un coltivare che implica protezione e custodia (ivi. dal tratto differenziale o “lotta” che separa il cielo dalla terra (Heidegger. L’essere dell’Esserci come inessere è dunque primariamente un abitare. 84 . 1954. il vario apparire della luna nelle sue diverse fasi. ossia l’abitare in cui l’uomo “è” sulla terra costituisce sia un edificare delle costruzioni. così innocua e poco influente. Nel Saggio sull’origine dell’opera d’arte. intensificando proprio il senso del prefisso in. Che cosa significa “in”? Che orizzonte dispiega questa piccola preposizione. bauen. l’addensarsi delle nuvole e l’azzurra profondità dell’etere” (Heidegger.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 84 LOGICA E TEMPO vabilità dello spazio dal tempo: l’uomo non si caratterizza più come oltrepassante e comprendente. però. 98). anche l’analisi della mondità effettuata in Essere e tempo si svuota. 48). edifica coltivando e proteggendo la terra. ma ek-siste in quanto abita e. inizia la sua riflessione sul wohnen esaminando l’essenza del costruire. Egli essenzialmente abita e non si pro-getta: o meglio. ma sembra assumere un profilo più statico e sedentario. colui che è destinato a morire o che è ossessionato dall’Angst. “Esser uomo significa: essere sulla terra come mortale.

:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 85 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO 1954. costituisce il Geviert. che tuttavia devono esser comprese unitariamente. divengono gli apriori trascendentali e orizzontali di una comprensione che non è più mero oltrepassamento progettante del soggetto. assistiamo a un ricentramento della tematica topologica con un riverbero semantico sempre più presente. come una quinta modalità. infatti. riportandoci a un livello istintuale e 85 . Heidegger tenta una ricomposizione radicale e mostrare come l’apriori sia in fondo fenomenologico. p. ai quattro modi menzionati dell’aver cura. la Quadratura. sebbene non aposteriori. il Geviert ricalca la struttura del reale lacaniano e declina nelle sue sfaccettature quello che potremmo chiamare genericamente non-senso: il cielo con il moto celeste che da sempre ha sovrastato l’uomo nella sua regolarità e puntualità. la "#$%# intesa come un ritrarsi raccogliente. il tempo cosmico e lo spazio ctonio. l’Angst dell’Esserci non è più l’aprimento dell’orizzonte di senso dell’essere. 100-101). 99). in questo rivolgimento teso perlopiù a suturare l’impasse di Essere e tempo..!. l’onnipervasività della Terra e il ruolo di maternità che incarna. cosicché “i mortali sono nella Quadratura in quanto abitano. Anticipando le nostre riflessioni. Ma il tratto fondamentale dell’abitare è l’aver cura. il soggiornare presso le cose è l’unico modo in cui di volta in volta si compie unitariamete il quadruplice soggiornare nella Quadratura” (ivi. pp..Logica e tempo imp. Il viraggio rispetto Essere e tempo non è solo terminologico: l’avercura non è più una Sorge.) Il soggiornare presso le cose non si aggiunge però. (. I mortali abitano nel modo dell’aver cura della Quadratura nella sua essenza. Se Husserl voleva arrivare là dove Kant era partito. Se dovessimo riprendere l’impostazione ricoeuriana che abbiamo utilizzato quale viatico per la nostra analisi. ma tale trascendentalismo pare ricomporsi con quell’istanza fenomenologica che il criticismo aveva di fatto espunto. a una figurazione comunque di tipo geometrico: il residuo del trascendentalismo kantiano permane nella misura in cui la Quadratura sembra riproporre un certo tipo di schematismo. potremmo dire che Heidegger cerca di superare l’aporetica della Zeitlichkeit attraverso l’ingredienza di quei fattori cosmici che invece erano derivati dall’intratemporalità.'+($* non è temporale. L’orizzonte lascia così il passo prima alla contrada (Gegend) e successivamente al Geviert. Rimane più oscuro l’elemento sacro — i divini — che si manifestano talora nella loro potenza o si nascondono: la loro essenza è infatti il celarsi. ma è appena uno degli elementi in gioco. paradossalmente. un potersi dispiegare completamente. In qualche maniera la situazione si capovolge e. ma legato ad una dimensione ctonia. l’’&+4. L’insieme di queste dimensioni. anziché derivati. cosmico-celeste e mitico-divina. E. ma uno schonen. anzi.

prodotto della terra e del cielo. un fare-spazio: alla luce della nuova determinazione dell’aperto in cui il soggetto si muove. fa spazio. evento sempre mancato e impossibile. sempre raccolta in Saggi e discorsi. 103). è una Geworfenheit che nello stesso rimane inconscia ed è sempre al di là della nostra comprensione. “Il rapporto dell’uomo ai luoghi e. da un (. Nel § 2. 102). nell’omonima conferenza Das Ding del 1950. deve accordare uno spazio alle istanze del non-senso: cielo. la cosa è la “brocca” che versando il vino. l’insensatezza del morire e l’abisso che noi stessi siamo (l’agalma di Lacan). l’impossibilità del reale in quanto . Potremmo dire che tale apriori è sin troppo apriori da essere aposteriori.2 abbiamo introdotto un formalismo con il 86 . abitare. p. abbracciano spazi e si mantengono in essi sulla base del loro soggiornare presso cose e luoghi” (ibidem): l’essere dell’Esserci non è più la comprensione oltrepassante o la Cura dell’ente sulla base dell’unità estatica della temporalità. terra.Logica e tempo imp. delimita-aprendo e raccoglie in sé qualcosa del reale. è immesso in un gioco di dis-velamento e nascondimento. risiede nell’abitare. divini. richiama gli orizzonti del Geviert e. in tal modo. mortali.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 86 LOGICA E TEMPO pre-razionale. ma è un soggiornare che accorda spazio e che. ma soltanto in quanto de-limitato da confini. 105). Il termine tedesco Ort significava anticamente “un posto reso libero per un insediamento di coloni o per un accampamento” (ivi. das Ding. l’Ort istituisce un orizzonte ed è legato a una Cosa. “Che i mortali sono vuol dire che. Ora. pensare la cosa è il “ponte” che. Il luogo costituisce in questo senso la dimora della Quadratura. attraverso i luoghi. che “chiude” istituendo dei limiti. La casa o il ricetto (Hut) che circoscrive un luogo.6$2#. e il costruire è quell’erigere luoghi che la custodiscono e la preservano. crea un luogo occluso che “territorializza”. Ritorna la Stimmung evidenziata da Sloterdijk e la valenza sferologica del pensiero heideggeriano: la casa protegge. si raccordano i Quattro. convoca gli dei nell’ambito rituale della “libagione sacrificale”. “solo ciò che è esso stesso un luogo (Ort) può accordare un posto” (ivi. agli spazi. p. al di là delle capacità di un linguaggio di rappresentarlo e di renderne ragione. abitando. come tale. Lo spazio veniva definito nel § 70 di Essere e tempo come uno sgombrare. nella sua funzione di raccordare due regioni limitrofe divise dal fiume. p. anche se per salvaguardare la propria incolumità deve aprirsi comunque al Fuori.(s: in altre parole. Nella conferenza Costruire. La relazione di uomo e spazio non è null’altro che l’abitare pensato nella sua essenza” (ivi. in essi. Lo spazio deriva dai luoghi e dalle Cose e. Heidegger compie uno spostamento significativo che polarizza l’attenzione sulla “cosa”.

1. luogo (Ort) raccogliente. della dislocazione del soggetto si sono condensate in una topologia che ha mutato il registro linguistico della riflessione heideggeriana e che ha traslato il fulcro dell’argomentazione sull’essere in generale ancorché sull’Essserci. questione che Heidegger riprenderà e riprenderà più volte. dacché se in Essere e tempo essa subìva una contaminazione con lo spazio. Quadratura di terra cielo mortali divini. in un complesso intrico di dimensione trascendentale e di dimensione empirica. successivamente viene ripresa proprio grazie ad un lungo détour attraverso le problematiche esistenziali ed ontologiche concernenti lo spazio stesso. Esso è inoltre. L’esclusione della questione temporale è però solo apparente. sconosciuto a se stesso: se chiamiamo ~S “reale” o “Quadratura”. come abbiamo visto. in quanto mortale. del carattere trascendente dell’Esserci. E il nesso che lega tra di loro questi momenti è la radicalizzazione. di una fenomenologia dell’abitare quale momento originario e costitutivo della soggettività: il Chi della domanda ontologica fondamentale deve essere affrontato alla luce del wohnen. si ripropone anche in questo caso: l’uomo è in quanto abita e soggiorna-aprendo (presso) i luoghi in cui dimorano i Quattro nel loro essenziale essernascosti. Il senso dell’essere è temporale e spaziale soltanto perché tale è l’abitare. nel reale e nella Quadratura. Come vedremo è in questa commessura logica (o alogica) che si situa la questione spazio-temporale.6 Tempo ed essere Il problema della temporalità sembra esser stato messo tra parentesi negli 40-50: le tematiche dell’orizzontalità.2. e tale wohnen si dimostra connotato spazio-temporalmente. colà applicato ad Essere e tempo e rappresentativo del paradosso di un Esserci che ha-da-essere il proprio Ci. Il senso dell’essere infatti — termine che peraltro Heidegger utilizza sempre meno — subisce una decisa torsione e diviene libera vastità della contrada.Logica e tempo imp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 87 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO quale dovremo fare il callo nella seconda sezione: S=S/~S S0~S Tale grafo. Il fil rouge che lega tra loro la spazialità del Geviert e la temporalità si ritrova nella particolare declinazione del termine tedesco eigen. e che il soggetto è incluso. “proprio”: c’è un particolare diagramma che parte dal residuo impen- 87 . pure nella sua valenza insensata ed ascosa. del soggiorno dell’uomo sulla terra. vediamo che il soggetto “è” in quanto unito al reale. pur non riuscendo a circoscriverla del tutto. in quanto mortale.

ma il Tu in quanto qualcosa del reale. soltanto che chi si raccoglie e avvicina sono la terra. il cielo. epifania levinassiana del Volto. per giungere alla fine — come vedremo — ad una concezione del tempo come Ereignis (evento). Nel versare si riuniscono i mor- 88 . ma un altro tipo di costrutto umano. 1954. in un’epoca in cui “tutte le distanze nel tempo e nello spazio si accorciano” (ibidem)? Come nel caso di Costruire. in un gioco di velamenti e svelamenti. Facendo avvenire la Quadratura. per certi aspetti più umile e modesto: la brocca. raccoglie il dimorare di essa in ogni singolo durare: ora in questa. e non è da cercare altrove quello che vi ho presentato oggi come das Ding” (Lacan. In tale prospettiva la riflessione heideggeriana sul concetto generico di “cosa” parte ancora da un elemento spaziale. L’abitare dunque ha a che fare in qualche maniera con un “proprio” che non dev’essere inteso nel senso della proprietà (Eigentum). il reale lacaniano sembra condensarsi proprio sulla riunione del Geviert che avviene nella Cosa: “la brocca è brocca in quanto è una cosa. l’Altro indimenticabile che rischia tutt’a un tratto di sorprenderci e di precipitarci dall’alto della sua apparizione. Ma come è la cosa? La cosa coseggia. è tutto in questo Tu. Lacan nel suo Seminario dedicato all’etica riprende eloquentemente questi passaggi heideggeriani per evidenziare come la creazione del vasaio consista in uno strano maneggiamento con il reale: “credo che in esso vi sia la tentazione di addomesticare l’Altro. alla dinamica dello zueinaderereignen (transpropriare) nella conferenza La cosa. 69). L’altotedesco per dire “cosa” è thing. i mortali e i divini: l’esser-brocca della brocca si esplica nel “versare” l’acqua. Che cosa significa originariamente la vicinanza e l’avvicinarsi? E in qual modo possiamo definire la “distanza”.Logica e tempo imp. 109). VII. Il coseggiare riunisce. p. termine peraltro ancora utilizzato nell’inglese corrente: thing significava originariamente il “riunirsi” per discutere e alludeva pertanto ad un contesto comunitario. contiene chissà quale difesa — e direi che quando viene pronunciato. ma come una sorta di gioco (Spiel) di appropriazione ed espropriazione tra i Quattro. La cosa nel senso originario mantiene questi caratteri della riunione e del raccogliersi avvicinando. L’Altro preistorico non è il grande Altro in quanto insieme strutturato del simbolico e del linguaggio. nel quale gli uomini si raccoglievano nella piazza del paese e argomentavano tra di loro. ora in quella cosa” (Heidegger. 115). la vicinanza (ivi. p. Ora. abitare.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 88 LOGICA E TEMPO sato dell’Eigentlichkeit (autenticità) in Essere e tempo. Tu. ma in quest’ultima affiora la terra donde è sgorgata e il cielo che sovrasta la sorgente. p. pensare ciò che determina in maniera essenziale la vicinanza è la Cosa: in questo caso non è più il ponte che unisce due lande. l’Altro preistorico.

sì che tale trattenere “porta i Quattro nella luce di ciò che è loro proprio (Eigenes)” (ivi. mortali e divini. rischiarandosi in un gioco di rispecchiamento e ritraendosi in un permanere e in un rinserrarsi in se stesse. “Ognuno dei Quattro rispecchia (spiegelt) a suo modo l’essenza degli altri. uno stare-assieme. dall’altro emerge nuovamente la figura del circolo o.Logica e tempo imp. p. l’avvicinarsi “trattenendosi” di terra. del “riunente far permanere che fa avvenire” (ibidem). per dirla nel linguaggio di Das Ding. Riprendendo il nostro grafo.. era rimasto ai margini della riflessione heideggeriana: S0~S.) Portando alla luce ognuno dei Quattro. Il prefisso Ge. di “poco conto”. L’essere-nel-mondo che. cielo.. pur compresente. Nell’appropriazione c’è però anche un esproprio. dell’eterno ritorno nietzschiano. se Essere e tempo in fondo enfatizzava la prima esemplificazione logica del Dasein. La distanza spaziale ha a che fare con il movimento di questo Ge-. Rispecchiando nel modo di questo appropriante-illuminante far avvenire. Grazie al Ge. Il soggetto è incluso nel non-soggetto. ora emerge nella sua dirompenza il secondo fattore che ivi. (. ma coinvolge le dimensioni del trattenere “facendo-avvenire” e del “proprio”. come se il Ci dell’Esserci nel quale si condensava in Essere e tempo fosse divenuto così preminente da inglobare in sé il soggetto stesso. il rispecchiare fa avvenire in una reciproca appropriazione la loro propria essenza nella semplicità del traspropriare. 114-115). possiamo affiancare alla Lebenswelt husserliana. in qualche maniera. ciascuno dei Quattro si dà (sich zuspielt) a ognuno degli altri” (ivi. nello stesso tempo. un debordamento danzante e circolare (Ring): da un lato viene rimarcata l’impossibilità di una vicinanza che non sia un distanziamento (la traspropriazione come “oscillazione” nel proprio. i mortali sono parte del “mondo” inteso come “movimento” del Geviert: “il facente-avvenire-traspropriante gioco di specchi della sem- 89 . o. 115). ma nell’offerta della bevanda risuona sempre la sua origine sacrificale: ecco dunque che anche nella brocca. di “duttile” e “malleabile” e. assume delle nuove coloriture.i Quattro (vier) si raccolgono secondo uno “squadrare” (Vierung) e il Ring diviene un qualcosa di gering. se vogliamo. essa non è una distanza tra cose semplicemente-presenti. rilancio continuo da una prossimità alla frapposizione di una distanza). pp. così come nel “ponte” o in altre cose di poco conto (gering) si articola nella sua complessità di relazioni il Geviert (ivi.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 89 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO tali. Le dimensioni velate ed ascose del reale si rilanciano a vicenda. cioè l’espressione S=S/~S: “il soggetto deriva dalla riunione logica del soggetto stesso e del non-soggetto”. p.che Heidegger utilizza in modo molto frequente in questa conferenza ci pare oltremodo significativo: esso indica infatti già per sé un riunirsi. 119).

un “sostegno che le mantiene in rapporto (Sacherverhalt). 1969a. coniuga in sé sia la problematica ontologica dell’essere in generale. dunque. divini e mortali. Se la posta in gioco è il ripensamento della differenza ontologica a partire dall’essere (Heidegger. Il tempo è pertanto determinato mediante un essere” (ibidem). 4). dunque. sia quella della temporalità originaria: non si tratta più di addivenire a una Temporalität intesa quale senso dell’essere. conseguentemente. Ora. cielo. Il mondo è. ora diviene “il” problema preliminare (ivi. p. Restare significa: non-svanire.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 90 LOGICA E TEMPO plicità di terra. quindi un rapporto che tiene (hält) reciprocamente insieme le due cose e sostiene (aushält) questo loro rapporto” (ivi. lo squadrare hanno sostituito il vecchio moto di trascendimento estatico che caratterizzava la Zeitlichkeit. più precisamente. la traspropriazione. mentre in Essere e tempo essa veniva di fatto derivata nell’ambito della dispersione deiettiva del tempo pubblico. La sintesi che Heidegger ricerca nella conferenza del 1962 a parziale completamento di quanto lasciato inespresso in Essere e tempo passa attraverso un ripensamento dell’abitare attraverso un’accezione “cinetica” della temporalità. che articola lo spazio e il tempo in un plesso sempre più unitario. noi lo chiamiamo il mondo. il tempo è rimasto per così dire in una posizione di co-fungenza nella forma “aristotelica” del movimento: la “danza”. L’“essere-nel-tempo”. Da un lato ci sono degli enti “temporali” che si trovano nel tempo. dall’altro il tempo si caratterizza cone qualcosa che permane e. sembra completare la sezione “Tempo e essere” appena abbozzata nei Grundprobleme: soltanto che è stata necessaria una topologia dell’abitare e la parziale lateralizzazione della questione della temporalità. la sostanziale inderivabilità dell’uno e dell’altro e. Spicca un’evidente declinazione echologica. così come l’abbiamo variegatamente disegnata in questi anni: essere e tempo sono “legati” non da un rapporto a sua volta ontologi- 90 . Sussiste. Il punto di partenza di Heidegger nella conferenza Tempo e essere è ancora significativamente il livello di quell’intratemporalità che per Ricoeur costituiva il maggior punto di debolezza di tutta l’analisi del 1927. come osserva Sloterdijk. 7). nello stesso tempo. ma nel suo passare costantemente resta in quanto tempo. p. fluisce. dunque: essere presente.Logica e tempo imp. il loro statuto di co-originarietà. questo implica una riconsiderazione dei reciproci ruoli dello spazio e del tempo e. ma di man-tenere entrambe le dimensioni nel loro relazionarsi (Verhältnis). come un ciò-rispetto-a-cui non oltrepassabile né tantomeno descrivibile. in quanto mondeggia” (ibidem). 5): che cosa significa che qualcosa sia nel tempo? “Il tempo stesso passa. C’è il sopravvenire di una motilità originaria. p. Il mondo come orizzonte degli orizzonti. In questo passaggio.

:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 91 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO co. usualmente alternativo o “lateralizzato” che è quello pre-aristotelico dell’échein: “Essere — una cosa. Questa reciprocità che articola il dono nella sua essenziale duplicità definisce il destino. si caratterizzava come il “mondo”. Nel termine “cosa” risuona ancora das Ding nella sua articolazione traspropriante che caratterizza l’abitare dell’uomo: nell’analisi dell’essere-nel-tempo non si indaga nulla di temporale e nulla di ontologico. ancora un movimento. E pure 91 . bensì il tratto fondamentale che caratterizza il destinare come un astenersi che trattiene di volta in volta se stesso a favore della percepibilità del dono. a qualche istanza che fa sì che l’essere in quanto tale appaia così com’è. ora il destino concerne il modo di darsi e annunciarsi-ritraendosi dell’essere in se stesso. si caratterizza con il termine greco &’ 7(2#$ che indica un “astenersi”. del “darsi dell’essere”. il destino dell’essere. il Geschick von Sein. Se nel primo Heidegger il destino si configurava come una forma della storicità originaria sostenuta dal con-Esserci. cioè dell’essere” (ivi. come già evidenziato nel saggio Il detto di Anassimandro. ‘es gibt tempo’: ‘c’è. ma anche un trattenersi. Heidegger si sofferma dapprima sull’essere: l’es gibt. Infatti proprio in quanto “cose”. in Essere e tempo. ma abbisogna di un tutt’altro registro non per questo più originario: se mi interrogo sull’essere del tempo o l’“essere dell’essere”. ma niente di temporale” (ibidem). ma da un intricato tessuto di sostegni e di relazioni. La temporalità cosmico-mondana entra così in gioco non a partire da una riflessione sul tempo. essere e tempo si articolano o articolano un mondo: da qui le espressioni heideggeriane che ora esprimono il tempo e l’essere. da un tenere giocato tra trattenimenti e rilasci. p. un relazionarsi: nell’espressione “epoche del destino dell’essere”. ma niente di essente. Tempo — una cosa. ‘il tempo è’. 12). si dà tempo’” (ibidem). “‘epoca’ non indica un periodo di tempo nell’accadere inteso come un succedersi di accadimenti. si dà essere’.Logica e tempo imp. ma da un’analisi dell’es gibt Sein. cioè quando incominciamo a problematizzare l’Es. il “c’è” che egli traduce letteralmente con “si dà” allude a un’ulteriorità. e a doppia mandata. E questo modo. ‘c’è. mentre rimane in sospeso il ruolo “mediano” dell’in che. cioè il “Chi” dà l’essere. In questo modo la tautologia parmenidea dell’”essere-è” viene aggirata ricorrendo al registro echologico del dare reciproco e del dono. mi devo disporre su un altro piano. dunque. “Non diciamo: ‘l’essere è’. Nel geben risuonano sia un “dare” che un “ricevere”. ma diciamo ‘es gibt essere’. In altri termini una radicalizzazione ontologica non può essere espressa per Heidegger ancora ontologicamente. il tempo tuttavia si insinua a un secondo livello. un andirivieni e una reciprocità che abbiamo già trovato nell’übereignen e nell’enteignen.

un Bereich. il proprio presente e questo offrire presentificantesi dispiega uno Zeit-Raum. p. in altre parole. all’ora (Jetzt)” (ivi. qualcosa come una “presenza” che non corrisponde più alla semplice-presenza di Essere e tempo. ma è in qualche maniera spaziale. esser-stato e presente per arricchirsi a vicenda” (ivi. meglio. La contaminazione spazio-temporale emerge poi con maggior enfasi quando Heidegger si interroga sull’unità di questo movimento altalenante che caratterizza le estasi temporali. poiché ciò che si dirada è un intorno.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 92 LOGICA E TEMPO in questo caso l’analisi di Heidegger si muove in senso opposto rispetto al 1927: invece di partire dal carattere ad-veniente dell’Esserci in quanto pro-getto. die nähernde Nähe (ivi. di “dimensioni” intese come un “allungarsi da un capo all’altro” (hindurchlangen). È lo Zeit-Raum nella sua pre-spazialità originaria che determina lo spazio come lo conosciamo: l’apertura. 18) e proprio questa articolazione è quella che possiamo chiamare “tempo”. in quanto insieme di orizzonti o. uno spazio-di-tempo.Logica e tempo imp. dobbiamo per forza affrontare l’Anwesenheit e. “L’espressione spazio-di-tempo nomina adesso l’aperto che si dirada nel reciproco offrirsi di advento. p. p. Essa è temporale in quanto le regioni che offrono diradando e ritraendosi corrispondono alle estasi temporali del presente. Si tratta ovviamente anche in questo caso di una vicinanza ambivalente. 14). egli parte dal carattere deiettivo dell’“ora” per raggiungere una determinazione originaria della presenza (quella che nei Grundprobleme veniva determinata come “schema orizzontale dell’estasi”) in quanto modo dell’offrirsi dell’essere. dando luogo all’intenzionalità longitudinale che aveva enucleato Husserl nella sua analisi fenomenologica dell’oggetto temporale. nella misura in cui anche esse si arricchiscono a vicenda. L’unità in quanto tale infatti costituisce la quarta dimensione ed essa si caratterizza eloquentemente come “vicinanza avvicinante”. vale a dire al prima e al dopo in relazione all’adesso. ma esso è presente solo grazie alla presenza intesa come Anwesenheit che richiama un “perdurare” e un “rimanere” nel donare. già pensiamo al passato e al futuro. permane nell’offrire e arricchire (reichen) l’uomo nell’articolazione del presente. La presenza. 19). che si gioca cioè su un movimento di andirivieni. di andata e ritorno 92 . L’ora come “adesso” o “presente” e la sequenza degli “ora” non ci offrono infatti alcuna caratterizzazione del tempo: “il presente (Gegenwart) — non appena lo nominiamo da solo. assume dunque una doppia determinazione. passato e futuro. 21). quindi. In breve se indaghiamo profondamente l’espressione Es gibt sein. passato e del futuro (ivi. Ciascuna di esse offre a suo modo il proprio anwesen. L’offrirsi arricchente concerne in questo modo anche le estasi temporali. p.

più genericamente. potrebbe essere intesa anche come una “risposta” (simile a quella di Bergson in Durata e simultaneità) alla relatività generale di Einstein: lo spazio non può più essere avulso dal tempo. anticipando le tesi che svolgeremo più innanzi. ovvero l’ambito arricchito e aperto (Bereich) dal suo triplice offrire determinato dalla vicinanza avvicinante. ma spazio e tempo costituiscono delle dimensioni co-varianti. Assistiamo ancora all’ingredienza di una dimensione etica — il riserbo. In questa rilettura. ma esso viene a sfumare nel passaggio successivo. cioè come un avvicinante-ritraentesi gioco spazio-temporale: o meglio. cioè di un rapporto tra il linguaggio (o. Heidegger osserva significativamente che “lo spazio-tempo non costituisce l’abbinamento di spazio e tempo nel senso che il tempo preso come (t) del calcolo diventi il quarto parametro per postulare lo ‘spazio’ tetradimensionale della fisica” (Heidegger. come località pre-spaziale in virtù della quale soltanto c’è un possibile ‘dove’” (ibidem). L’impianto generale della conferenza. tuttavia. p. 369).:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 93 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO (movimento peraltro già presente nel dis-allontanamento dell’analisi sull’utilizzabilità): “la vicinanza avvicinante ha il carattere del rifiuto e del riserbo” (ibidem). cioè sembra riproporre una “materia” (pregna però di tutte le coordinate fenomenologico-esistenziali che abbiamo visto) capace di dimensionare uno spazio e temporalizzare un’epoca. Sembrerebbe rimanere un residuo topologico. il rifiuto — che dev’essere tuttavia intesa nell’accezione lacaniana. allora è indispensabile uno scompaginamento. cosicché le dimensioni del tempo divengono tre e quella spaziale — la vicinanza avvicinante — si riduce paradossalmente all’unità. immediatamente dopo la fase “politica” del 1933). 1989. Il modo in cui l’uomo si relaziona ad esso. Nei Beiträge (e quindi negli anni Trenta. non può essere che “etico”. il non-senso. lo spazio e il tempo nella loro unità costituiscono i modi simbolici o l’éthos collettivo in cui l’uomo affronta — difensivamente — il reale o. cioè quando finalmente Heidegger chiarisce il carattere dell’Es dell’Es gibt sein. il senso) con il “reale”. è quella dimensione che si caratterizza come luogo. Uno dei punti che balza alla nostra attenzione in Tempo e essere è la delineazione di un nuovo rapporto tra tempo e spazio: “il tempo autentico stesso.Logica e tempo imp. Tralasciando queste suggestioni ermeneutiche — difficili peraltro da 93 . Heidegger vuole infatti dimostrare come lo spazio-tempo misurabile non sia che una derivazione da uno Zeit-Raum più originario che costituisce l’orizzonte di ogni presenza e di ogni misurazione. rimasto ancora inespresso. Anche la cosa nella sua funzione “mondeggiante” sembra replicare alla struttura curvata dello spazio-tempo einsteniano. più genericamente. Se vogliamo parlare necessariamente di quadridimensionalità.

mortali e divini. e questo passo consiste nel far coincidere l’Es dell’Es gibt Sein e l’Es dell’Es gibt Zeit con il medesimo Ereignis. p. Il passo che dobbiamo ancora compiere è di rintracciare il nesso che lega tra di loro l’abitare. noi lo chiamiamo: das Ereignis. cielo. essendo appropriato all’evento stesso.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 94 LOGICA E TEMPO rintracciare con evidenze filologiche poiché Heidegger raramente ci dà delle basi esplicite sulle quali ragionare — ciò che risulta pregnante è comunque il pervenire a una definizione dello Zeit-Raum. p. cioè al prevalere di una contaminazione o dualismo a fronte di un predominio della temporalità in Essere e tempo e di un predominio topologico negli anni successivi. cioè come una certa auto-riflessività dell’oltrepassamento: è la temporalità stessa quale senso dell’essere che progetta se stessa attraverso il progetto dell’Esserci. ove le preposizioni “con” e “in” rappresentano le istanze dell’intersoggettività e dello spazio. nell’offrire il tempo. Se nei Grundprobleme la temporalità originaria si caratterizzava come orizzonte dell’esser-fuori-di-sé. Anche nell’Ereignis inteso come dinamica traspropriante di essere e tempo. 29). Ciò che determina entrambi — tempo e essere — nel loro carattere proprio. similmente a Kant e Husserl. prefigurante una derivazione dello spazio dal tempo. non riesce affatto a dipanare. l’evento (ivi. come un auto-progetto. il Geviert. lo Zeit-Raum attraverso l’Ereignis. si mostra un ‘assegnare in proprietà’ (Zueignen) — un ‘trasmettere in proprietà’ (Überereignen) — l’essere come presenza e il tempo come ambito dell’aperto. All’appropriazione inoltre consegue un’espropriazione (Enteignis): “con essa l’evento non rinuncia a se stesso. Quest’ultimo alla fine si configura. Ritroviamo così la medesima dinamica che caratterizzava il Geviert: è l’eignen come “proprio” che si trasmette che connota analogamente i rapporti tra essere e tempo e i rapporti tra terra. 25). ora il movimento che prevale è quello del co-in-volgimento. ma salvaguarda la sua proprietà (Eigentum)” (ivi. Cerchiamo allora di riassumere il percorso heideggeriano da Essere e tempo a Tempo e essere per quanto riguarda la tematizzazione della temporalità: siamo partiti da una temporalità dell’Esserci in quanto estasi orizzontale della Cura alla temporalità dell’essere in generale che funge da orizzonte ulteriore o da “schema” del trascendimento in generale. In particolare l’orizzonte costituisce un trade union tematico tra l’Heidegger del 1927 e 94 . l’uomo è co-involto stando all’interno. nel carattere che è loro proprio (in ihr Eigenes). La nozione di orizzonte tuttavia inizia ad evidenziare una certa contaminazione o “sintesi disgiuntiva” tra spazio e tempo che il § 70.Logica e tempo imp. “Nel destinare l’essere da parte del destino. cioè nel loro coappartenersi. l’’evento’” (ibidem). così come nel Geviert.

mentre l’’!"#$%&'!. l’innan in effetti era prevalente già nelle prime pagine di Essere e tempo e forniva il filo rosso per enucleare gli esistenziali dell’in-essere e della mondità. mortali e divini. Tempo e essere riprende la struttura del Geviert per integrarla con quella dello Zeit-Raum: lo spazio si contamina con la temporalità e diviene quella vicinanza avvicinante che unisce nella traspropriazione futuro. nonché presente. Ora. ma essa è un misto di verità e non-verità talché è proprio la non-verità a predominare e ad essere preponderante. contrata) e come l’abitare: il wohnen o. Il co-involgimento descrive perfettamente l’impasse dell’espressione S0~S. la verità come dis-velamento. in quanto originariamente co-involto in essa. andirivieni e moto d’altalena basculante. descrive anche l’altra proposizione correlata: S=S/~S. vero e proprio erede della Temporalität: l’evento avviene. il cielo che lo sovrasta. L’abitare comporta innanzitutto la parziale lateralizzazione dell’approccio propriamente ontologico e riprende la nozione di eigen trapelata in Essere e tempo nelle forme dell’autenticità e dell’inautenticità. più originariamente. Il “proprio” in quanto gioco di appropriazione ed espropriazione. nella misura in cui esso articola un 95 . ma. passato e presente. Entrano in gioco termini come la contrada (o Gegnet. La Verità è dell’uomo. ma anche il rapporto tra le istanze del “reale”: la vicinanza e la prossimità descrivono queste relazioni paradossali e iniziano a delineare un’idea di spazialità intesa come rapporto di senso e non-senso. almeno per quel che riguarda la questione spazio-temporale. p. rappresenta non solo il modo in cui l’uomo soggiorna sulla terra. lo spazio-di-tempo o Zeit-Spiel-Raum. ma nell’avvenire convoca terra. ma anche metaforico della spazialità dell’abitare.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 95 PARTE PRIMA: TEMPO E SPAZIO-TEMPO l’Heidegger degli anni Quaranta: la temporalità in quanto tale sembra venir lateralizzata a favore di un approfondimento non solo tematico. “gioco dello spazio-tempo”). passato e futuro nella loro vicinanza. Con l’Ereignis Heidegger sembra addivenire a un plesso unitario di spazio e tempo (lo Zeit-Raum. Il problema che deve affrontare Heidegger nella sua analisi della spaziotemporalità è infatti l’impossibile risoluzione del nostro grafo: S=S/~S e S0~S. cielo. cielo. Si potrebbe così dire che il wohnen diviene la vera questione-guida che porta Heidegger a tematizzare il Raum e il Geviert inteso come riunione di terra. mortali e divini. con cui si conclude Tempo e essere (ivi. 31). il divino che lo accompagna occultandosi. donde quindi la nostra idea dell’insostenibilità della tesi ermeneutica della Kehre.Logica e tempo imp. L’uomo abita nel co-involgimento dell’evento che apre lo spazio delle estasi temporali e riunisce separando-occultando la terra che abita. C’è una sorta di isomorfismo che ci riconduce alla dimensione dell’Ereignis.

I tre elementi fondamentali che sono emersi. come luogo in cui l’evento “avviene”. un destino dell’essere e caratterizza ugualmente le cose (Dingen). Che cosa significa tutto ciò? Significa forse che il tempo è pure esso das Ding e non un modus o una struttura della cosa stessa mentre “coseggia”? 96 . appunto.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 96 LOGICA E TEMPO Geschick von Sein. invece. risponde al problema dell’ente intratemporale che si rivela. sembra rispondere anche alle critiche ricoeuriane limitate a Essere e tempo: il destino dell’essere integra quel processo originario che istituisce le “epoche” storiche. Ding — non riescono a nostro avviso ad amalgamarsi omogeneamente e sembrano articolarsi su binari separati: in particolare è enigmatico quando Heidegger ci dice che tempo ed essere sono cose. Ereignis. das Ding. tuttavia — Geviert.Logica e tempo imp.

(. e ciò perché l’apertura dell’essere-nel-mondo non è ‘riempibile’ che attraverso l’ente in essa scoperto” (ivi. o. La medesima Seinsfrage ontologica fondamentale che Heidegger problematizza nella struttura del Dasein in quanto “Esser-ci” questionante (ivi.1. p. È la paradossale orizzontalità del senso che lo caratterizza — quasi similmente al “tempo” — come “qualcosa” e come-ciò-in-cui qualcosa può sussistere: “il senso è il ‘rispettoa-che’ del progetto in base a cui qualcosa diviene comprensibile in quanto qualcosa. pp. come abbiamo visto.. alla fine rimanda a un livello ulteriore d’analisi che viene di fatto glissata allorché la temporalità in generale finisce per replicare. Che il senso dell’essere in generale sia in fondo il medesimo senso della Grundfrage. 37). 1927.o 2.) Solo l’Esserci ‘ha’ senso. p. più radicalmente. articolata attorno al Dasein (il soggetto come “essere-nel-mondo” e Cura). la struttura della temporalità articolata dal Dasein. 192-193). pp. 20-21). che il senso sia il tempo 97 ..:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 97 PARTE SECONDA SENSO E SPAZIO-TEMPO 2)1 >&3o+ogia $'+ . non prima d’aver chiarito il senso dell’essere dell’Esserci (Heidegger.'n.Logica e tempo imp. non costituisce d’altra parte una défaillance del pensiero heideggeriano. se ne deduce che il senso sia in ultima istanza temporale. 20).1 Senso e non-senso In Essere e tempo Heidegger si interroga sul senso dell’essere in generale. Se d’altronde l’orizzontalità si è manifestata come originariamente temporale. È comunque significativo notare come egli ricorra proprio all’idea di senso per delineare l’orizzonte generale in cui qualcosa come l’essere medesimo può “avere senso”: “il problema del senso dell’essere deve esser posto” (ivi.

lo “squadrare” del Geviert è circolare. il fattore cinetico. dell’emotività e dell’utilizzabilità. d’altronde. infatti. l’oscillazione sono l’altra marca del senso: nulla di statico. Ciò che contraddistingue essenzialmente tale struttura è il gioco di andirivieni e di occultamento-rischiaramento dell’ !"# ’ $ %&'!. La verità si esplica come un dis-velamento che si ritrae e si occulta. orizzonte. una danza inanellantesi e sempre ritornante su di sé.. Noi 98 . poiché riesce a coniugare l’elemento dell’apertura con quello della chiusura. Ci. quantomeno. non un Bedeutung fissato una volta per tutte.” (Heidegger. si struttura in modo ambivalente. è l’angoscia che dà senso all’essere. e così via sembrano divenire per Heidegger sinonimi o. L’orizzonte. 175). una sorta di apriori o “sfera” sloterdijkiana in cui si muove il soggetto. apertura. nella sua struttura cinetica e orizzontale: il senso della scienza. da un certo rapporto con il reale: “la tonalità emotiva ha già sempre aperto l’essere-nel-mondo nella sua totalità. Senso. In Essere e tempo. il “proprio” è soprattutto un traspropriare espropriante. L’Esserci ha senso nella misura in cui ha-da-essere il proprio Ci. per esprimersi in termini lacaniani..:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 98 LOGICA E TEMPO tout court in quanto il ciò-rispetto-a-cui della Cura. ovvero come l’in-vistadi e rispetto-a della comprensione. 1989. la vicinanza si caratterizza originariamente come un allontanamento. non un oggetto. la sua “sensatezza” sono possibili soltanto grazie alla finitezza che lo caratterizza ontologicamente. Non si tratta di una “cosa” o di un ente semplicemente-presente. p. in breve: la domanda della verità dell’Essere. secondo il grafo più volte introdotto: S=S/~S e S0~S.Logica e tempo imp. così come quello dei grandi costrutti della civiltà umana dipendono paradossalmente dall’Angst derivante dallo zum-Todt-sein o. L’orizzontalità costituisce allora la prima cifra del senso: essa si pone come la “fondazione dell’ambito del progetto”. cioè — secondo la delucidazione fornita in Essere e tempo — la domanda della fondazione dell’ambito del progetto.(s: il movimento dell’Esserci e il suo pro-gettarsi. Il senso è flusso. La motilità. riconsiderando tutta la serie di filosofemi via via articolati come il tentativo di delineare quel “senso” emerso sin dalle prime pagine di Essere e tempo: “la domanda del ‘senso’. p. 40). ma semmai è assimilabile ad una condizione di possibilità trascendentale. temporalità. è e rimane la mia domanda” (Heidegger. movimento paradossale in quanto sempre compensato da un contromovimento. la quale ci porta a rileggere in maniera inedita il Denkweg heideggeriano. 1927. palesano una struttura isomorfa. rendendo possibile un dirigersi verso. dell’oltrepassamento e della finitudine dell’(. ossia la propria apertura. sfuggimento. grazie insomma alla possibilità dell’impossibilità della morte.

la @ in grassetto. Quando allora sosteniamo in una sorta di cortocircuito che “il senso ha senso”. Spiel o. egli non erige barriere che lo proteggano dalle forze ignote 99 . ridotto a “cosa”. Partendo così dall’interrogazione sul Chi della domanda ontologica fondamentale di Essere e tempo. a schiarire quello spazio ambiguo che nella sicurezza incerta della Contrada. Spiegel-Spiel. che è “frammezzo” eroso dal non-senso. Non dobbiamo tuttavia pensare. L’orizzontalità. rimandando necessariamente al di là di sé. sono sempre-già-qui eppure sono comprensibili o costituiscono l’orizzonte della nostra esistenza soltanto grazie alla loro abissale insensatezza. in quanto scaturisce anch’esso nell’essenziale permanenza dell’Essere come evento che. p. bensì a un “esser-ci” per così dire impersonale. la Contrada.Logica e tempo imp. rende decidibili gli uni per gli altri gli uomini e gli dèi” (Heidegger. la Lichtung e lo Spiegel-Spiel del Geviert si condensano in qualche maniera nel Ci dell’Esserci: “l’esserci è così il frammezzo tra l’uomo (in quanto fonda la storia) e gli dèi (nella loro storia). 33): il non-senso non costituisce quell’esterno che il soggetto non smette di allontanare e glissare. ef-ferendo. Il frammezzo che non risulta soltanto dal riferimento degli dèi agli uomini. Heidegger si ritrova negli anni seguenti di fronte ad un soggetto che non è più l’Esser-ci in quanto condizione modificata dell’essere-sé dell’uomo. In un altro grafo. bensì quel frammezzo che solo fonda lo spaziotempo per il riferimento. diciamo anche che il senso non “è” senza qualche rapporto con il non-senso. 2001b. I Quattro che “rappresentano” il reale. 1989. in questo continuo scarto.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 99 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO diciamo così che il senso è flusso e rimando. in un rimando all’infinito. all’impossibilità di un redde rationem esaustivo. un maneggiamento sempre in bilico che deve intrecciare continuamente senso e non-senso. “gioco dello specchio-rimando”. un rallentamento. ad una semplicistica contrapposizione tra dentro e fuori (Sloterdijk. dobbiamo affrontare immediatamente un paradosso. in cui il senso si misura con un se stesso oggettivato o. L’abitare heideggeriano indica un soggiornare in questa condizione. in quanto centro aprentesi. Tutto lo sforzo teoretico heideggeriano sembra volto ad esplicare questo paradosso. una "#$%# che non può essere costitutivamente lumeggiata. p. come sembra talora fare Sloterdijk. ma ciò nonostante trabalzato sempre altrove. dove un “senso” rimanda ad un altro senso e ad un altro ancora e il Soggetto. in altre parole. 310). articolato in un continuo movimento di chiusura (nel da). abbiamo espresso questa condizione formalizzandola in questo modo: S S S @ S S S !. più esattamente. meglio. lascia sempre trapelare uno sfondo oscuro. indica una sorta di impotente e parziale sospensione del movimento.

il Qui rassicurante.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 100 LOGICA E TEMPO del male. senza una perdita o un furto della propria sicurezza e tranquillità. la Cosa “coseggia”. l’articolazione complessa dell’eigen. un aliquid indefinibile: si pone in altri termini in un milieu echologico. questo senso non può essere in alcun modo “ontologico”: l’altro-essere. e di un rapporto patetico con esso. un’assenza. costituisce un extra-essere. 2. l’essere a-metafisico o non-semplicemente-presente deve venir articolato diversamente. andirivieni ambivalente nel quale la “domesticazione” dell’essere non è mai compiuta del tutto. Il senso. VII. senza una co-occorrente espropriazione. Paradossalmente il Fuori è anche immanente al Ci. può bordare o con- 100 . lo sorregge in ogni istante essendone l’elemento essenziale e imprescindibile. non-è. o con Deleuze. bensì secondo la complessa dimensione del proprio: il senso è. in una misura però che si condensa parimenti nel Ci dell’Esserci. che il soggetto conserva la sua distanza e si costituisce in una modalità di rapporto e di affetto primario. Questo spazio però implica una sorta di extimità. recinzione delimitante e difensiva. 67) Il soggetto può solo fare-il-giro. al di là della capacità irretente e difensiva delle varie simbolizzazioni culturali e delle sovrastrutture delle scienze. l’Evento “avviene”: e il mondeggiare coseggiante-eveniente si presenta come movimento della traspropriazione. In questo modo. l’idea in apparenza paradossale che non c’è appropriazione. quel pezzo di reale che egli stesso è.2 L’Ereignis Gran parte delle aporie costitutive del senso affiorano dunque nelle nozioni heideggeriane di Ereignis e Ding: Lacan ne aveva notato la complessità cercando di articolarle nel suo settimo seminario. quindi. Il mondo “mondeggia”. antecedente a qualunque rimozione” (Lacan. “Das Ding è originariamente ciò che chiameremo il fuori significato. Se tutta la ricerca heideggeriana è volta alla delineazione del “senso dell’essere”. dunque. ossia un’intimità che ha uno stretto legame con il Fuori: all’interno della Cosa. un pezzo di reale. p. L’etica della psicanalisi. L’uomo comprenderà meglio se stesso quando riconoscerà il nonsenso che lo abita originariamente. dove la categorizzazione ontologica non riesce più ad essere esplicativa. “crea” una serra o uno spazio difensivo di senso all’interno del nonsenso (reale). Essa deriva da un processo di “sublimazione” che. troviamo un “buco” e. per continuare la nostra terminologia.Logica e tempo imp.1. È in funzione di questo fuori significato. per Heidegger. La Cosa ha a che fare con il reale. la vicinanza stessa non sono una vicinanza da intendere secondo una topologia metrica e ordinaria.

dall’altro la ripetitività del sapere e del senso che tende sempre a costruire degli spazi circolari e.Logica e tempo imp. In tal modo “il reale è ciò che giace sempre dietro l’autómaton. 52-53). Il non-senso. il senso è questo gioco paradossale tra senso e non-senso. argomentando sul reale. in tutta la ricerca di Freud. ovvero Ereignis. pertanto. chiusi. per apparentemente differenti digressioni. insomma — ed è ciò che lo rende davvero unheimlich — ce lo ritroviamo tanto all’esterno infinito dello spazio cosmico “sempre ritornante allo stesso posto”. la Cosa che elude la nostra presa E lo schermo distorcente che ci fa perdere la Cosa” (Z izek. 2003. l’altra verso le proposizioni. Nel Seminario XI. sembra pervenire alle medesime conclusioni heideggeriane. ma nello stesso tempo incorpora la medesima insensatezza in se stessa: ecco. l’eterno ritorno nietzschiano nella sua prorompente forza decostruttiva. senza tuttavia l’implicazione tutta ancora da sviscerare inerente al tempo. “mi trovo per caso”. pp. Deleuze. sia — lo vedremo più avanti — della temporalità: . È quell’aliquid. e ciò proprio nella misura in cui s’intrude nell’insensatezza del reale. quel minimo di essere che conviene alle insistenze.6)2!$*9: nell’incontro appropriante-espropriante sono in gioco il “reale” e il tentativo addomesticante del soggetto. “Inscindibilmente il senso è l’esprimibile o l’espresso della proposizione e l’attributo dello stato di cose.6$2# e autómaton. 1980. 78-79). nella raccolta del 1967 intitolata significativamente Logica del senso. “Il Reale è così SIMULTANEAMENTE la Cosa alla quale non è possibile un accesso diretto E l’ostacolo che impedisce questo accesso diretto. per Heidegger. e l’automatismo della ripetizione. p. a un tempo extra-essere e insistenza. dal greco . Da un lato ritroviamo la “semelfattività” del kairós (Jankélévitch. Ed è in questo senso che è ‘evento’: a condizione di non confondere l’evento con la sua effettuazione spazio-temporale in uno stato di cose. 99). Ma non si confonde con la proposizione che lo esprime più che con lo stato di cose o la qualità che la proposizione designa: è esattamente la frontiera delle proposizioni e delle cose. conferisce senso. che è proprio lì il suo cruccio” (Lacan. XVII. Lacan evidenzia due tropi fondamentali sia del senso in generale. alla fine si ritrova sempre alle spalle il non-senso irriducibile del reale.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 101 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO tornare il non-senso con una linea o “marca” di senso. pp. nell’apertura che noi stessi siamo e che abbiamo-da-essere in quanto “frammezzo”. Ed è evidente. 86$2# significa anche “incontro”. l’evento o fato in-sensato. Non si chiederà dunque quale sia il senso di un evento: 101 . Tende una faccia verso le cose. Das Ding nella creazione sublimante dà senso. quanto al nostro interno. Il giro del Geviert che articola continuamente le strutture dilemmatiche della nostra esistenza nella speranza di “controllarle”.

che d’altronde si palesa come qualcosa di indecente ed osceno.3 Logica del senso Abbiamo già introdotto una sorta di formalizzazione logica per cercare di esemplificare alcuni meccanismi del pensiero heideggeriano. p. si condensa nel Ci. Il superamento della semplice-presenza comporta in effetti uno slabbramento dei confini che separavano metafisicamente il soggetto e l’oggetto: il Fuori. ma nel Ci si apre quel mondo o frammezzo che contiene l’Esserci stesso: “l’Esserci è la sua apertura” (Heidegger. XX. evidenzia questa contaminazione o chiasmo. un non-senso o. La fondazione heideggeriana della Zeitlichkeit sulla base della “situazione emotiva” e sull’angoscia. effetto di posizione. cioè che appartiene a un tutt’altro registro (quello libidico-pulsionale o. secondo una logica che ricorda quella cusaniana dell’implicatio e dell’explicatio. Questi meccanismi abbiamo evidenziato esser soprattutto dei meccanismi temporali. 1927. 68). peraltro già evidenziata da Hegel nelle Lezioni di estetica. 2. 79). o meglio effetto di superficie.1. L’Esserci è quell’ente che ha-da-essere il proprio Ci. per Heidegger. La parola Sinn in tedesco significa “senso” in quanto sensibilità o sensazione. 27).Logica e tempo imp. il 102 . indé-sens (Lacan. più genericamente. con questo. effetto di linguaggio” (ivi. ‘effetto sonoro’. ma questo Ci è anche il sistema aperturale-orizzontale grazie al quale sono possibili la comprensione dell’essere e l’estaticità (o l’“essere-fuori-di-sé”) dell’Esserci stesso. p. datoché — almeno in Essere e tempo — ciò che viene questionata è la temporalità in quanto senso dell’essere. ed entrambi contemporaneamente. manifestando la sua bifaccialità essenziale e costitutiva.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 102 LOGICA E TEMPO l’evento è il senso stesso” (Deleuze. e “senso” in quanto “senso logico”. In altre parole. Non soltanto un effetto nel senso causale. p. La bifaccialità anfibolica del senso coniuga assieme il suo carattere tychico e il suo carattere d’effetto automatico. Deleuze evidenzia allora come accanto alle due istanze antitetiche. l’!'4%#4's: il paradosso del senso insiste proprio in quest’ambiguità originaria ed abissale. ci sia pure in gioco l’elemento affettivo-emozionale o. 1969. cioè “in breve. contro tutte le nostre aspettative. delinea l’opera d’arte. il senso è sempre un effetto. p. un non-sense. 170). ma anche il “tratto” che nel saggio sul L’origine dell’opera d’arte separa il cielo dal mondo e. quello affettivo-emotivo). ma un effetto nel senso di ‘effetto ottico’. kantianamente. all’inglese. Giocando con le parole Lacan esprime significativamente quest’impasse dicendo che il senso è. non è né nell’uno né nell’altro assieme. Il senso è se stesso e il proprio altro. per dirla à la Frege.

cioè è implicato o coinvolto in un proprio elemento costitutivo.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 103 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO mondo diviene nel medesimo tempo “contenente” e “contenuto”. tecnicamente. Per ogni x. pur essendo debordante: il mondo nella sua abissale complessità e infinita aperturalità è-nell’Esserci. cioè :(x): (x. Da un lato dunque il senso deriva dall’unione logica di se stesso con il suo insieme complementare. poiché non potrà mai essere rappresentata in quanto tale. :(x): (x.S) (x. esso appartiene o all’insieme S o all’insieme ~S e. che il senso in toto include necessariamente una parte di non-senso. ma esso di fatto fa parte del soggetto. tuttavia. può essere il senso o il non-senso. è un sottoinsieme del non senso: S0~S. cioè. contravvenendo palesemente al principio di contraddizione espresso classicamente dalla proposizione ~(S=~S). “parte” e “totalità” di questa medesima parte. rientra nella sfera dell’umano. il non-senso. In questo ritrarsi si cela il suo mistero. Il senso consiste nell’”unione logica” di se stesso con il proprio opposto.S)=(x. con un certo azzardo. Sebbene sorregga la struttura esistenziale dell’Esser-ci e rappresenti il Ci una sua parte esistenzialmente originaria.S)<(x. L’Esserci nella sua completezza è parte del proprio Ci.Logica e tempo imp. ne tenta un capovolgimento.~S). Heidegger sembra insomma suggerirci che il nostro tentativo di costruire attorno a sé degli spazi sempre più ampi di famigliarità è destinato allo scacco: l’eigen e l’Heimat si ottengono paradossalmente attraverso ciò che è unheimlich. ci dice ancora qualcosa di più. cioè :(x): (x. decisivo sin da Essere e tempo nel caratterizzare autenticamente il metodo fenomenologico heideggeriano. Heidegger. dall’altro S è incluso nel proprio complementare. nello stesso tempo. Heidegger. esso appartiene e all’insieme S e all’insieme ~S. ma rifuggirà ogni tentativo di prensione e concezione. ecco che dovremmo formalizzare questa condizione con la seguente formula: S=S/~S. tuttavia — e in particolare il “secondo” Heidegger (utilizzando questo schematismo per un unico scopo esemplificativo e descrittivo) — anche mantenendo inalterata questa Gefüge. quasi a voler complicare la situazione: la Contrada o “frammezzo” nella quale l’uomo è co-involto è l’orizzonte degli orizzonti che permane serbando e ritraendosi.~S). cioè una sorta di abbandono (Gelassenheit). Nel Da-sein è il Da che implica il non-senso. sovvertendo completamente l’assunto di Essere e tempo. Di fronte a questo ritrarsi.~S). il senso in qualche maniera è incluso nel non-senso. l’unico atteggiamento possibile del soggetto è la dismissione della propria attitudine appropriante e “prensiva”. e parimenti essere entrambi. estraneo e inquietante in quanto non- 103 . nel quale ridonda quel verbo lassen. Se interpretiamo dunque questo paradosso in termini di senso e diciamo.

‘il raccoglimento che custodisce il Tutto’. un eccesso: laddove infatti la nominazione risulta troppo pretenziosa. di potenza. ma c’è qualche elemento di ~S che non appartiene a S. è il limite asintotico di ogni nostro tentativo di addomesticarlo. ma descrive il destino stesso dell’essere e il suo “epochizzarsi” storico. ciò che Heidegger non ha mai cessato di articolare. &*& ’ $. ci si ritrova d’improvviso dall’altra parte del chiasmo. oppure l’eccesso di senso finisce per rivolgersi nel proprio opposto. proveniente dalla "#%#. p. è questa: S0~S.)&'!. “L’’essere-presente’ si è mostrato come >*. dell’onnisenso. ma anche che questo non-senso è in qualche maniera predominante.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 104 LOGICA E TEMPO famigliare. come preferiamo dire. L’esempio tipico di Heidegger in questo senso riguarda l’età della tecnica. (64'$!. Se procediamo troppo lungo il senso. il senso è incluso nel nonsenso. d’amore. Siamo. di spirito. e questa autenticità non è solo specifica del singolo soggetto. co-involti nel gioco del Geviert. Esso infatti si ritrova in noi e fuori di noi. actualitas. procediamo così tanto innanzi da ritrovarci nell’esatto contrario. come oggettualità. Ogni elemento di S appartiene a ~S. Dal nostro punto di vista. Tutti questi modi in cui l’uomo ha storicamente nominato l’essere. associata alla precedente.Logica e tempo imp. vista come im-posizione (Gestell) da parte dell’essere di un certo modo del dis-velamento inteso come pro-vocazione delle forze della natura: se l’uomo non man-tiene il “fondo” oscuro che si ritrae alla provocazione e che è ciò che comunque rimane 104 . come se camminassimo sempre lungo una banda di Möbius. Il modo in cui l’uomo si rapporta al non-senso. ‘l’uno che unicamente unifica’. 1988. manifestano tuttavia un aspetto dissennato. come "($)(-. questa proposizione esprime nel modo più radicale la concezione heideggeriana della verità ed è l’elemento ispiratore di tutta la sua filosofia. come volontà di volontà nell’eterno ritorno dell’uguale” (Heidegger. 11). ossia s’illude di circoscrivere ultimativamente il non-senso istituendo il nuovo regno del senso pieno o. p. in quanto uomini. e parimenti la nostra stessa “carne”. perceptio. Verità significa che noi siamo gettati in una condizione spuria in cui il senso è frammisto al non-senso e nella quale talvolta è difficile discernere l’uno dall’altro e il non-senso costituisce l’altra faccia chiasmatica del senso. 112). dall’altra parte della banda (Zizek. come '’ ?&$!. 1969a. capace di decidere o non decidere per essa. monade. come l’essere-posto del por-si nel senso della volontà di ragione. L’espressione logica di tale condizione. substantia. la “gettatezza” che da-sempre-già-siamo. costituisce l’altro côté del Denkweg heideggeriano: sin da Essere e tempo si evidenzia un modo “autentico” di relazionarsi al mondo. ma questo coinvolgimento non significa soltanto che abbiamo a che fare con il non-senso.

La metafisica così come si esprime e si è espressa nei grandi totalitarismi e nelle grandi ideologie. Il dominio dell’im-posizione minaccia fondando la possibilità che all’uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l’appello di una verità più principale” (Heidegger. che possono anche avere effetti mortali. una Kehre nel non-senso. egli corre il rischio di non accedere a una verità più originaria. 1954. diviene folle per eccesso di senso. p. rimane se stessa in ogni forma si esplichi (occultandosi). ovvero in quanto ritrarsi che permane e serba nel raccoglimento. il non-senso quale “altra faccia” del senso stesso. dono ributtante quanto desiderato. lungo la radicalizzazione del senso. che concerne i variegati modi in cui il non-senso si manifesta: la "#$ %# in quanto tale. ossia l’inclusione S0~S e si continui a considerare l’essere come semplice-presenza: non c’è dunque un pericolo intrinseco. bensì un pericolo in termini di verità. Abbiamo però un’ulteriore osservazione da compiere. Il rischio della tecnica emerge laddove se ne misconosca l’insensatezza originaria. fissandosi per così dire nel non-senso. dell’ágalma che ci portiamo dentro. di !"# ’ $%&'!. Ora. con Lacan. “La minaccia per l’uomo non viene anzitutto dalle macchine e dagli apparati tecnici.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 105 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO velato. né dell’espressione tipica del principio di identità. per compiere una svolta. il paranoico che cerca di razionalizzare e rendere consequenziale e sensato ogni aspetto della propria esistenza. così come il non-senso del nostro Unbewusste. ma è sufficiente fare un passo in più. il non-senso è uguale al non-senso. Questa emergenza segnala la delicatezza della situazione: non solo il non-senso con-tiene il senso. Dunque ~S=~S.Logica e tempo imp. il non-senso degli spazi celesti e della vita cosmica. della nostra carne o. per un parossismo di razionalità e sensatezza. diviene palesemente insensata per l’eccesso di senso che ha promosso. 21). peraltro violato dalle altre proposizioni del nostro grafo: è in gioco anche una differenziazione termino- 105 . Non si tratta di una semplice tautologia. cioè se neghiamo la struttura originaria dell’!"#%&'! in quanto unione logica di senso e non senso. non soltanto lo infarcisce sin nei più intimi penetrali. cioè di contaminazione tra senso e nonsenso. In altri termini. suo unico e definitivo esito (a meno di non rapportarsi ad esso nell’abbandono e nel lasciar-essere del pudore e del riserbo): ecco ogni non-senso siffatto è e rimane lo stesso non-senso. ci ritroviamo comunque all’interno del non-senso. La minaccia vera ha già raggiunto l’uomo nella sua essenza. potremmo formalizzare anche questo misconoscimento o questa “elusione” dell’insensatezza con una proposizione del tipo: ~(S=S=S/~S) (S=~S).

ciò che Lacan sembra aggiungere significativamente alle analisi heideggeriane. così come dev’essere radicalmente differenziata dalla nozione ontologica di “essere”. rappresenta una sorta di cortina difensiva con la quale l’uomo si emancipa dalla dimensione immaginaria che invece caratterizza i primi momenti dello sviluppo della soggettività. e di "#$%# velata e nascosta. per certi aspetti. si condensa nei due caratteri distintivi e fondanti del reale e cioè la sua impossibilità e il suo tropismo tipicamente circolare. cioè mixture di sensatezza famigliare e addomesticata.Logica e tempo imp. Il non-senso è lo stesso nonsenso in quanto das Selbe. che Lacan definisce significativamente “Altro”. non in quanto das Gleiche: nel Selbe risuona la differenza (Heidegger. Noi viviamo immersi nella sfera simbolica e la “realtà” che sembra circondarci nella sua “aseità”. quindi. ossia una sorta di fissazione simbolica che. 1994. si dimostra uno strenuo heideggeriano. Potremmo anche dire che in tale identità sottentri in modo più o meno velato la dimensione temporale. così come lo è il senso assoluto. ossia “il reale più il simbolico” (e — sebbene ciò non trapeli sovente nei testi lacaniani — anche “il reale più l’immaginario”. poiché sembra ricercare un livello argomentativo che non sia contaminato dal pensiero metafisico.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 106 LOGICA E TEMPO logica che per Heidegger è sostanziale. Lacan. non posso non contaminarmi con il senso e.1. 2. L’impossibilità introduce una nozione fondamentale in echologia. in verità non è definibile se non attraverso un’addizione. Ora. subire un esproprio o una perdita necessaria e confermare latatamente l’originarietà della struttura alethologica. in qualche maniera. infatti.4 Il reale Il “reale” è una figura lacaniana che abbiamo già utilizzato in precedenza e che bisogna innanzitutto distinguere da un semplicistico e generico concetto di “realtà”. condiziona un intero regime di discorso: in particolare il simbolico tout court. assecondando così un’implicita ascendenza peirceana). Potremmo anche dire che la realtà corrisponde alla definizione del senso in quanto unione logica di senso e non-senso: essa “ha senso” in quanto commistione di simbolico e reale. è un “significante-Maestro”. 153). 106 . p. poiché ci immette in un contesto che non è assimilabile alla logica o all’ontologia. ossia il rapporto di appropriazione ed espropriazione che lega il soggetto all’epoché dell’essere. L’essere. usualmente espunta da ogni formalizzazione logica: il non-senso assoluto è impossibile. Nella misura in cui esprimo la tautologia ~S=~S. Impossibile significa soprattutto “non-padroneggiabile”.

35). nonostante sia costituito in maniera tychica: è un evento-incontro innanzi al quale il linguaggio non trova più parole. ma è parimenti un moto ritornante su se stesso. immaginario e reale — reale e simbolico si sostengano vicendevolmente.Logica e tempo imp. pare in effetti individuare una fonte pulsionale differenziata rispetto al Lustprinzip che era stato individuato sin dai primi anni della ricerca psicanalitica quale motore del funzionamento psichico. paradossalmente. l’uomo disegna i contorni di un mondo fatto su misura. Questo moto circolare. il reale è il Fuori assoluto nella sua impenetrabilità. nel quale “serre tecniche” via via più vaste e diffuse consentono una sorta di illusorio controllo dell’impossibile. 1974. ovvero la sua temporalità intrinseca che si esplica in un paradossale intreccio di 107 . il reale dimostra una motilità circolare. il +6$+"(s degli oggetti celesti e del ripetersi delle generazioni. infatti. cioè nella danza circolare che caratterizza lo squadrare dei Quattro in quell’incontro appropriante-espropriante nel quale l’uomo è co-involto. Il simbolico. Potremmo infatti dire che “impossibilità” e “ripetizione circolare” ripropongono i due côtes dell’abitare dell’uomo. si caratterizza per essere una forma eminente di controllo o. se vogliamo. In altre parole. p. Lacan rielabora questa nuova fonte pulsionale (il Todestrieb) in quanto tendenza dell’organico a ritornare compulsivamente verso l’inanimato e ne enfatizza il meccanismo intrinseco della ripetizione (Wiederholung). ma come ogni padronanza sia controbilanciata da una non-padronanza. ma questo fallimento fa sì che — attraverso il nodo borromeo che lega tra di loro simbolico. è “il-reale-del-simbolico”. ma questa impossibilità è immanente al simbolico stesso. Il reale o il non-senso sono impossibili in quanto di essi non vi può essere alcun sapere. Il carattere di trascendenza e. Il reale consiste in un certo fallimento del linguaggio (Lacan. di addomesticamento del Fuori: nominando le cose. trova tuttavia la propria matrice genetica nella coazione a ripetere che Freud aveva sviscerato nel saggio Al di là del principio di piacere: la tendenza a riproporre sempre quelle circostanze sintomatiche dolorose e traumatiche che abbiamo rimosso. e cioè che il reale torna sempre allo stesso posto. Il grafo S=S/~S indica tuttavia come non esista un addomesticamento assoluto. ma è parimenti l’altra faccia del linguaggio e l’altra faccia che noi stessi incarniamo. si compendia nell’altro aforisma lacaniano. che peraltro ci riporta a Nietzsche. fissandole e astraendo dalle circostanze contingenti.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 107 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO ossia indica (in maniera necessariamente indiretta e allusiva) ciò di cui non possiamo avere padronanza. In breve. Similari connotazioni avevamo ritrovato nella struttura heideggeriana del Geviert. di immanenza del reale.

facendoli rovinare all’improvviso nel mare dell’insensatezza. 85). il reale è là. non è fatto per essere saputo. per aggiungere subito dopo. cioè l’oggetto “perduto” diventato l’oggetto del desiderio: in esso ritroviamo il reale. introduce un’ulteriore bivalenza: da un lato il reale possiede i caratteri orrorifici del disastro. ma ciò che alla fine ricerchiamo è quello che Lacan chiama godimento. p. ossia il linguaggio.Logica e tempo imp. ma ciò nondimeno esso funziona e agisce nel nostro universo simbolico e immaginario: il desiderio come metonimia del significante è ciò che ci porta sempre nelle sue vicinanze. in quanto approccio privilegiato al reale. come strutture difensive che mirano all’evitamento di un impatto necessariamente traumatico. 41).:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 108 LOGICA E TEMPO evento soggettivo in cui l’ora trapassa tosto nel passato per aprirsi all’indeterminatezza del futuro. XI. ma il bello è che non si sa “dove”. in una specie di diallele. Come acca- 108 . infatti. La novità lacaniana però insiste invece su alcune tonalità tipiche del reale. A godere. il desiderio risulta sempre “desiderio mancato” poiché l’oggetto a fantasmatico cui si rivolge è sempre una costruzione immaginaria che ricopre il buco del reale. epperò all’interno di una trama molto complessa. e dell’immersione dell’Esserci in un tempo cosmico e ubiquo. rispetto a das Ding. Attraverso il significante. sempre identico a se stesso e indifferente al suo destino. Ciò che invece emerge è l’esser scavato al suo interno da un buco o un’assenza che costituisce il reale stesso. il reale non può essere incontrato: potremmo definire unitariamente il simbolico e l’immaginario come quelle formazioni (di senso) che preservano il soggetto nei confronti del reale (Lacan. XI. è sempre l’Altro. Si tratta pur sempre di godimento” (Lacan. XVII. che in Heidegger vengono appena adombrate. In questo modo. è l’objet petit a. p. dunque. 163). dell’osceno o dell’indecente. tant’è che Zizek nella sua esegesi lacaniana tenderebbe a sovrapporli: il reale è il godimento. Per tali ragioni. dall’altro lato però il reale dimostra un bizzarro coniugio con il godimento. Vi si percepiscono e apprendono la distinzione dei registri e il paradossale legame che li lega tra di loro: l’oggetto a (rielaborazione dell’“oggetto perduto” kleiniano) è sempre dotato di una cortina immaginaria che ne fa appunto l’oggetto impossibile del desiderio. ma assume pure un ruolo simbolico nell’economia del linguaggio. ossia di quell’evento traumatico che scompiglia radicalmente tutti i nostri costrutti simbolici (Lacan. La Cosa lacaniana. p. Il godimento. che con la medesima ambivalenza il godimento può essere l’estremo piacere orgasmico oppure il dolore acuto di una ferita che lacera le membra: “si inizia con il solletico e si finisce arsi vivi con la benzina.

Sperduto si mette al sicuro come può o si orienta alla meno peggio con la sua canzoncina. Il senso. del Volto d’Autrui. ciò che viene differito da una parte. 2. Ma l’Altro è anche l’Autrui levinassiano. “Non c’è rapporto sessuale perché il godimento dell’Altro preso come corpo è sempre inadeguato — perverso d’un lato.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 109 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO de tuttavia anche nell’echologia del senso. mentre canta. XX. dall’altro esso “non cessa di non scriversi”. e rischia di smembrarsi a ogni istante” (Deleuze-Guattari. cioè l’alterità assoluta e non riducibile con cui abbiamo a che fare appunto nell’ambito del rapporto sessuale (l’altro sesso: Lacan. è la scoperta insostenibile del carattere reale del Tu o. un bambino si rassicura canticchiando. p. L’Altro è il luogo del linguaggio. cosicché il “godimento dell’Altro” significa che non possiamo godere che attraverso il sapere e il simbolico. si ferma al ritmo della sua canzone. Nel buio. nel caos. enigmatico. e del carattere simbolico dell’Altro in quanto sistema del linguaggio e unica via d’accesso a un godimento impossibile.1. insomma. 439).Logica e tempo imp. “sperduto si mette al sicuro come può o si orienta alla meno peggio”. Cammina. con Lévinas. colto dalla paura. rientra dall’altra sotto mentite spoglie: donde la notevole complessità di una dinamica nella quale si è costretti a maneggiare continuamente l’impossibilità. p. p. Scritti. che acceleri o rallenti la sua andatura. Si noti come in tali espressioni sia concentrata tutta la paradossalità della situazione. Può accadere che il bambino si metta a saltare. Essa è come l’abbozzo. oppure del genitivo soggettivo [Lacan. ma la canzone stessa è già un salto: salta dal caos a un principio d’ordine nel caos. di un centro stabile e calmo. cioè motiva e articola — nella sua mancanza — l’intero sistema simbolico. il quale da un lato è sempre mancato e fallimentare. 817]) che caratterizza il godimento dell’Altro. 39) e che è quello che gode al posto nostro. 145). che si configura con un’essenziale ambiguità dell’Altro. p. con questa impossibilità da cui si definisce un reale. Ma il senso non costituisce un’entità trascenden- 109 . in quanto sempre godimento dell’Altro. cioè il fallimento del linguaggio stesso.5 Il ritornello e la padronanza “1. Paradigmatica in questo senso l’analisi lacaniana del rapporto sessuale nel Seminario XX. nonché della preposizione composta (“del” nel senso del de latino. in quanto l’Altro si riduce all’oggetto a — e dall’altro. dirò folle. Il bambino cerca un senso. stabilizzante e calmante. Non è forse dallo scontro con questa impasse. che è messo alla prova l’amore?” (Lacan. XX. laddove il godimento significa esattamente il contrario. 1981.

siamo a casa nostra. semmai implica uno strano groviglio tra senso e non-senso. all’interno del disordine. di estrazione. Questo accadeva già nel caso precedente. di eliminazione. Intervengono parecchie componenti molto diverse. Ecco che le forze del caos son tenute all’esterno nei limiti del possibile. Al contrario. si lascia entrare qualcuno. Le forze del caos si contrappongono alle forze della terra. Adesso. co-involgendo l’uomo ed espropriandolo. si comincia ad aprire il cerchio. lo si apre. ci si getta verso l’esterno. “3. non vengano sommerse. La dimora è allora anch’essa una sorta di ritornello. Ma casa nostra non preesistente: si è dovuto tracciare un cerchio attorno al centro fragile e incerto. che può sfaldarsi a ogni istante. rappresenta un abbozzo d’ordine o d’andatura. e subendo a sua volta l’espropriazione del caos medesimo. non costituisce una verità inconcussa che bisognerebbe scoprire e identificare attraverso i velamenti del caos. come se l’oscurità caotica del non-senso accompagnasse continuamente la temporanea sicurezza garantita dal ritmo della canzone. affinché le intime forze terrestri. affinché possano resistere o.Logica e tempo imp. possano attingere qualcosa dal caos attraverso il filtro o il vaglio dello spazio tracciato” (ibidem). anzi. in modo da costituire una serra rassicurante dove l’elemento “ritornante” e circolare prende il sopravvento sul carattere evenemenziale e incontrollabile del Fuori. Ma ora si tratta di componenti per l’organizzazione di uno spazio e non più per la determinazione momentanea di un centro. di un’opera da fare. si chiama qualcuno. ma tali forze rimangono espressione di un’impossibilità persistente e sono pertanto essenzialmente in-sensate. mentre lo spazio interno protegge le forze germinative di un compito da assolvere. Il “luogo” non è un interno circoscritto e separato da un Fuori periglioso ed orrorifico. simbolizzazione e reale. le forze interne della terra. 110 . Essa poi è inizialmente qualcosa di sovrapposto: è il simbolico misto di reale che tenta di sostituirsi al reale stesso. oppure si esce.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 110 LOGICA E TEMPO te o metafisica di qualche tipo. a loro volta stacciate e commessurate dallo spazio chiuso della dimora. invece. finalmente. Adesso. punti di riferimento e contrassegni di ogni genere. Assistiamo dunque a un nuovo passaggio. fatta di accelerazioni e rallentamenti. organizzare uno spazio limitato. in cui risuona il bauen heideggeriano: l’uomo è innanzitutto poiché edifica coltivando. C’è qui tutta un’attività di selezione. insito nel medesimo tessuto ontologico della musica in cui ogni “ora” non è già-più lo stesso “ora”. ma questo edificare coltivante significa uno sgombrare o “fare-spazio” all’articolazione del Geviert. una tracciatura che prende le sembianze d’un cerchio e tende suo malgrado a slabbrarsi e sfilacciarsi. “2.

ma in un’altra regione. è un concatenamento territoriale. gestuali. con anelli. Sono tre aspetti di una sola. 440). e anche nei lieder. Si esce di casa al suono di una canzonetta. I canti degli uccelli: l’uccello che canta delimita così il suo territorio…Anche i modi greci. sonore che indicano il percorso abituale di un bambino. provinciali. nodi. (…) Ci si lancia. Il senso non consiste soltanto o non consiste affatto nel semplice “salto” nel centro o nella tracciatura di uno spazio. A volte si esce dal concatenamento territoriale. “ci si getta verso l’esterno” lungo “linee di erranza” che naturalmente deviano. Deleuze-Guattari utilizzano significativamente una metaforica musicale. un territorio che delimiti un interno da un esterno caotico. ma sempre seguendo una determinata “andatura”. 111 . (…) Si è spesso sottolineato il ruolo del ritornello: è territoriale. velocità. su quest’andatura. s’innesca una fuga. s’innestano o iniziano a germogliare delle ‘linee di erranza’. movimenti. regionali. p. infatti. si rischia un’improvvisazione. (…) E a volte si va dal caos a una soglia di concatenamento territoriale: componenti direzionali. allontanano e improvvisano. “Non sono tre momenti successivi in un’evoluzione. il caos è un immenso buco nero. A volte si organizza il concatenamento: componenti dimensionali. fuori dal buco nero. Ma improvvisare è raggiungere il Mondo o confondersi con esso.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 111 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO Non si apre il cerchio dal lato sul quale si accalcano le antiche forze del caos. Il filosofo francolituano V.Logica e tempo imp. pp. li rende simultanei o li confonde: a volte. creata dal cerchio stesso. e lo stesso Husserl. una stessa cosa. intraconcatenamento. i ritmi indù. evidenzia come la musica nella sua struttura ontologica sia articolata temporalmente. Altre volte si organizza attorno il punto un’‘andatura’ (più che una forma) stabile e calma: il buco nero è divenuto una dimora. Jankélévitch. verso altri concatenamenti o ancora altrove: interconcatenamento. e si cerca di fissarvi un punto fragile come centro. il Ritornello. dal momento che il senso è in se stesso un flusso e un divenire. altre volte. Ecco invece che il territorio concluso si apre. pur dimostrando in vari segmenti del loro pensiero tracce eminentemente bergsoniane. Il ritornello presenta i tre aspetti. A volte. 440-441). Sulle linee motrici. E le tre cose insieme” (ivi. Altre volte ancora. componenti di passaggio o anche di fuga. gesti e sonorità differenti” (ivi. infraconcatenamento. declinano. altre volte ancora. sono territoriali. l’irrigidimento in tali condizioni segna al contrario un’istanza dispotica e sostanzialmente insensata. Si possono ritrovare nelle fiabe o nei racconti del terrore. diciamo significativamente poiché essa rilancia all’interno di questa figura una dimensione temporale che altrove i due filosofi francesi sembravano aver lateralizzato. Anzi.

Non si sa bene quando nasce la musica. Ma ciò che Deleuze-Guattari introducono quasi surrettiziamente a questo punto.Logica e tempo imp. pp. La musica è l’operazione attiva. e. Nel ritornello deleuze-guattariano s’ insinua tuttavia un elemento paradossale: la nenia canticchiata che rassicura l’infante. simile a quella narratologica evidenziata da Ricoeur. L’uomo è un animale territoriale e la sua esistenza è volta alla continua tracciatura di confini e all’inesausto lavorìo di “marcatura”. nella misura in cui lo imita. anche la filosofia “non è altro che una specie di Sprachgesang cosmico” (ivi. Il ritornello medesimo costituisce già una forma di “controllo” o “chiusura” all’interno o nella nicchia insulare che separa il senso dal non-senso: la musica in se stessa come flusso in-sensato del reale o come limite (7&$. sembra articolare una particolare imitatio del “reale”. ed essendo esso stesso insensato. I segni che l’animale-uomo rilascia ovunque sono innanzitutto “costruzioni”. Ma la musica esiste perché anche il ritornello esiste. prende in esame — come abbiamo visto — proprio il suono. perché la musica si impadronisce del ritornello (…). in modo più complesso. cioè diviene paradossalmente un “misto” ipnotico che intrattiene un rapporto occulto con il reale. Parlare di territorio significa introdurre nell’argomentazione un’istanza eticoantropologica o. S0~S. territorializzante o riterritorializzante (…)” (ivi. nello stesso modo. Nella ripetizione ossessiva. Mentre il ritornello è essenzialmente territoriale. 31). il ritornello diviene una sorta di mimesi. l’Ort heideggeriano 112 . così come nell’audace tangenza nei confronti dell’impossibilità. a nuova conferma del nostro grafo: S=S/~S. è un inatteso plesso spazio-temporale: il ritornello è nella sua essenza territorializzante nei confronti della Musica deterritorializzante. rappresenta già nei confronti della ripetizione della canzonetta una zona di debordamento e di slittamento.!-) minimale che contempera il senso e il non-senso nella loro lotta. “Non diciamo affatto che il ritornello è l’origine della musica o che la musica nasce con esso. una paradossale extimità. oltre al suo indubbio effetto ipnotico. Il ritornello sarebbe piuttosto un mezzo di impedire. il “concetto” è ritornellizzante. ma che è ancora insensato e allotrio. ossia è un pezzo del reale. creatrice. di contro. di scongiurare la musica o di farne a meno. un’istanza etico-etologica. le opere di “chiusura” che lo difendono dal Fuori. In altri termini il senso può essere ciò che è soltanto relazionandosi intrinsecamente al non-senso. In questo modo. esso è pure nella sua essenza musicale. p. Il ritornello insomma si articola in un “Fuori” musicale che è già in parte addomesticato. che consiste nel deterritorializzare il ritornello.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 112 LOGICA E TEMPO quando deve analizzare fenomenologicamente la coscienza interna del tempo. 415-416).

La padronanza non è che un altro modo per definire il senso e il suo funzionamento: la storia dell’ontologia come privilegiamento dell’essere in quanto signifiant-Maître. come se fosse sopraelevato. la religione. talché. esse vengono erose al proprio 113 . per ivi dimorarvi nella rassicurazione di un’esistenza di serra. l’uomo si apre al rischio del debordamento e del naufragio. Come abbiamo già sottolineato precedentemente. Per tali ragioni l’animale territoriale “uomo” è spinto verso sempre più ampie territorializzazioni (Sloterdijk. il continuo percorso circolare dell’animale che traccia simbolicamente il proprio spazioserra pur trovandosi in un’altra dimensione. facendo del globo terrestre e dello spazio cosmico qualcosa di nominabile e pertanto qualcosa di marcato. Il ritornello diviene dunque questo movimento originario. all’opposto. allo scivolamento nel non-senso) e nello stesso tempo “aperture” verso l’abisso. Tuttavia. 2001b). Il simbolico in se stesso non sarebbe che un enorme meccanismo territorializzante. cioè ha a che fare con la terra e con lo spazio (o con la musica). Deleuze-Guattari hanno cercato di articolare è l’instabilità necessaria di questa territorializzazione: la motilità heideggeriana. e più originariamente. sia in senso puramente topologico e geografico. nella misura in cui spazio. l’esser-rapito-verso delle estasi temporali. man mano queste antropotecniche si estendono e allargano i confini insulari dell’ambiente umano. definiamo il conatus primigenio dell’uomo verso la territorializzazione padronanza.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 113 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO che istituisce uno spazio sgomberando è comprensibile proprio in quest’ottica territorializzante in cui il soggetto sottrae dei luoghi alla Terra. Esso territorializza. Ciò tuttavia che Heidegger e. sia nel senso isomorfo del simbolico.Logica e tempo imp. Si tratta semmai di guadagnare un ambito più orginario in cui lo specifico ontologico dell’uomo divengono il senso e gli spazi annessi e sempre più ampi di non-senso. la metafisica della semplice-presenza dell’ente manipolabile e controllabile. chiamiamo l’istanza deterritorializzante che le è co-originaria non-padronanza. il nomadismo deleuze-guattariano ci indicano come ogni tracciatura del territorio sia costitutivamente aperta al Fuori e istituisca essa stessa l’orizzonte della deterritorializzazione. tempo e musica sono in se stesse già delle forme di territorializzazione o tracciatura (destinate anch’esse. non si tratta di inoculare la dimensione etologico-antropologica all’interno di un’argomentazione filosofica per trarne delle conclusioni necessariamente inficiate da tale presupposto. la tecnica e le scienze sono spiegabili attraverso questo processo di allargamento della padronanza mercè la territorializzazione del senso. dopo di lui e con diverso linguaggio. Ora. proprio in siffatto gesto finzionale. in grado di ampliare a dismisura le nostre abitazioni.

ci preme ciò nondimento sottolineare una certa consentaneità con le posizioni espresse da DeleuzeGuattari. Habermas. perché la non-padronanza è “fondativa” (nel senso abgründig di Heidegger. Il padrone non è né padrone di se stesso. un tanto di reale intaccato dal simbolico. Esprimendo tale situazione ricorrendo alla sua isomorfia con la struttura del senso. allievo di A. ma l’idea di fondo è quella antropologica di un uomo territoriale che si difende dal Fuori 114 . Gehlen e J. ci troviamo innanzi al paradosso dell’inversione dei termini: quantopiù ci convinciamo d’essere i padroni assoluti e inconcussi. tantopiù perderemo qualsiasi possibilità di esercitare la nostra padronanza e anzi ci ritroveremo in completa balìa dell’altro (la dialettica servo-padrone di Hegel). è paradossalmente necessaria un’imbricazione con l’estraneità e con l’Altro. si involge sistematicamente nel proprio contrario.1. Tralasciando l’impianto generale della sua filosofia che a nostro avviso — lo abbiamo sopra evidenziato — manifesta una debolezza strutturale non indifferente. donde il significato dell’espressione ~(P/~P) (P=~P). se vogliamo.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 114 LOGICA E TEMPO interno.Logica e tempo imp. cioè la padronanza.G. sicura di se stessa e infinitamente estendibile. così come all’esterno: sia “qui” che “là” il soggetto ritrova davanti al naso esattamente l’opposto di ciò che si aspettava e si rende conto del carattere provvisorio e ambivalente della sua territorializzazione. se resa assoluta e irrelata. Se invece ci illudiamo di poter conseguire una padronanza assoluta. In effetti ciò avviene. sotto certi aspetti. Gadamer). 2. né può esserlo del servo che lavora in vece sua: ovunque insomma aleggia la non-padronanza o. possiamo così schematizzarla logicamente: P=P/~P @(P/~P) (P=~P) @P=@P P0~P La padronanza si costituisce non senza un certo rapporto con la nonpadronanza: ciò significa che per mantenere una certa famigliarità e sicurezza nei confronti d’un ambiente estraneo e allotrio.6 La sferologia Abbiamo già sorvolato il pensiero del filosofo tedesco Sloterdijk. peraltro già perseguita — a detta dello stesso Habermas — da H. soprattutto per quanto riguarda la sua originale rilettura della filosofia di Heidegger (lettura che sembra procedere sulla via dell’“urbanizzazione” della provincia heideggeriana. C’è un lieve spostamento terminologico. senso peraltro tutto da pensare) rispetto alla padronanza.

2001a. p. Attraverso il quarto principio della trasposizione arriviamo così all’uso del linguaggio. come se l’uomo vivesse per tutta la sua esistenza all’interno del ventre materno. 143). p. la tecnica della pietra produce un evitamento positivo. essa tuttavia espone l’uomo a grandi rischi e lo spinge a prendere le distanze dai contatti esterni. p. ma gli conferisce un nuovo potere. Se infatti la neotenia gli garantisce una maggiore plasticità adattiva (ivi. 139) che consiste. “Gli uomini sono degli esseri-viventi che non vengono al mondo. in parte desunta dall’etologia. Ma solo dei mezzi tecnici 115 . Le varie definizioni via via storicamente conferite all’uomo sembrano in effetti disporsi lungo questa precisa linea evolutiva: l’homo faber. cioè la “progressiva infantilizzazione delle forme corporee” (ibidem) che deriva da un maternage sempre più prolungato e da un “ambiente” che ripropone delle forme intrauterine. p. l’uomo che “pensa”. l’uomo è costretto a instaurare ulteriori barriere difensive nei confronti della realtà. Il secondo principio antropologico di Sloterdijk è infatti la neotenia. come la riscoperta di questo originario insieme delle abitazioni” (Sloterdijk. l’uomo che “prende le distanze dalla realtà”. bensì alla serra. 150). Sloterdijk sviluppa così una teoria in parte tratta dalla paleontologia. Questa prima forma di serra intraspecifica. l’homo technologicus. certo una serra che per loro significa il mondo. nel caso dell’uomo viene radicalizzata in tal modo da estenuare il principio dell’infanzia estendendolo a dismisura. l’homo sapiens sapiens. Il terzo principio è legato sia all’homo faber che all’homo technologicus: di contro all’infantilizzazione progressiva. graduando i passaggi evolutivi che hanno definito l’uomo così come lo conosciamo: in primo luogo emerge il cosiddetto meccanismo di insulazione (ivi.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 115 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO con strategie evolutivamente sempre più complesse e sviluppate. l’uomo che “gioca”. 140). che può venire costruita e mantenuta solo attraverso l’introduzione di rozzi mezzi tecnici per la presa di distanza dall’ambiente. l’homo sapiens. nel costruire dei confini viventi come quello tra la madre con i suoi piccoli e il branco. l’uomo che “organizza il proprio pensiero”. cioè il controllo mediato dell’intero mondo.Logica e tempo imp. l’homo ludens. Ma “mentre la fuga è l’evitamento negativo nei confronti dei contatti corporei indesiderati. all’interno di una comunità di animali. che costituisce una sorta di climatizzazione ambientale: “l’insieme delle abitazioni è un’incubatrice aperta. La tecnica primitiva diviene uno strumento che Heidegger definirebbe dis-allontanante: essa emancipa l’uomo dalla rischiosa materialità del contatto con il mondo esterno. ovvero l’uomo che “fa”. In ogni caso si può sempre leggere ciò che il tardo Heidegger ha detto sulla ‘contrada’ e sull’abitare. che si trasforma in un potere” (ivi.

i media in senso stretto. di tipo comunicativo e simbolico. con le sue innate qualità di lanciatore. però coniugata con l’estaticità. 2001b. si apre ad un accrescimento di realtà (ivi. “Ciò che Heidegger chiama ‘la cura’ è l’autoassicurazione di questa condizione viziata. Lo specifico dell’uomo è l’insularità. Il tempo insorge laddove la serra protettiva. per Sloterdijk. 156). prescidendone in modo radicale e restando legato ad una prospettiva sostanzialmente topologica? Non abbiamo introdotto la questione spazio-temporale a caso: essa assilla Sloterdijk continuamente. È attraverso questo processo di trasposizione e simbolizzazione che la territorializzazione deleuze-guattariana si compie definitavemente: ma che ne è. L’uomo neotenico non può difendersi se non ampliando la territorializzazione e ciò attraverso un ritmo di incubazione-apertura continua: “le caratteristiche dell’’insieme dei modi dell’abitare’ umani che simulano la condizione intrauterina. p. e con la sua mano quasi universale. vengono dati i mezzi per la difesa della sua condizione viziata” (ivi.Logica e tempo imp. 151). si estendono agli adolescenti e agli adulti del gruppo e liberano anche in essi le tendenze a ritardare le forme mature” (ivi. della deterritorializzazione? E come spiegare la dimensione della temporalità. attraverso il Geviert ci conduce alla dimensione temporale dell’evento. diviene per Sloterdijk l’essere specifico dell’uomo in quanto quell’essente che espande in maniera incrementale l’abitabilità della terra: “l’abitare originario ha degli effetti di allevamento sugli abitanti mentre trascina i locali gene flows verso forme possibili che riescono fisiologicamente bene nelle serre. ciò nonostante. 162). e tale situazione diventa possibile solo perché all’animale viziato. ‘l’uomo in fieri’ con il suo cervello ad alta prestazione. 103). cioè l’estensione — attraverso livelli concentrici via via più ampi di incubazione e di serra — dei propri confini territoriali. Il tempo si inserisce a questo livello dapprima come “ritardo” dello sviluppo. p.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 116 LOGICA E TEMPO sofisticati. p. sono capaci di ordinare e climatizzare lo spazio interno così prodotto” (ivi. attraverso i 116 . 2001a. e sono possibili però solo all’interno di una serra locale” (Sloterdijk. poiché la sua scelta topologica sembra arrecare alla propria teoria un vulnus abbastanza evidente e mai del tutto richiuso. 155). L’abitare heideggeriano che. p. ma la strategia difensiva trasla necessariamente su di un piano spaziale. secondariamente come mantenimento infantile del proprio “esser-viziati”. L’uomo controlla l’esterno e si difende da esso puramente in termini di spazio e di espansione territoriale: “conquistabile è soltanto ciò che è riducibile a una dimensione” (Sloterdijk. p. 152). p. Il feed-back diventa necessario poiché l’improbabilità della situazione lussureggiante dà vita a un senso di pericolo.

“gli uomini navigano negli spazi della similitudine” poiché esso “‘avvicina’ l’estraneo e lo spaesante includendoli in una sfera abitabile. dunque. Nell’abitudine risuona l’habitus e. nella misura in cui l’estraneo orripilante viene maneggiato e addomesticato attraverso la “ripetizione”. La sfera è una figura geometrica particolare che ricorda soprattutto la forma uterina: l’uomo a cagione della sua immaturità costitutiva è immerso in una serie di sfere placentari che fungono da “mondo”. dell’offrirsi alla comprensione attraverso il serbante celarsi dei misteri del bosco. comprensibile. La verità è allora essenzialmente ctonia. ma anche il luogo delle fiere. 165). accanto al suo gregge.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 117 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO meccanismi dell’abitudine e della trasposizione. come la definisce Sloterdijk. Dispone di pietre e di derivati della pietra. tipica dei meccanismi simbolici. l’estraneo viene ricondotto al passato. “abitudinarizzato”. Lo stesso utilizzo di Sloterdijk del termine heideggeriano di Lichtung marca soprattutto l’aspetto topologico-ctonio della “radura” e non certo il gioco di luci ed ombre. ogni irruzione del Fuori viene compensata da un’estensione sferica. il pericolo tout court: per Sloterdijk. Nella trasposizione invece. cioè essa viene elusa attraverso un accrescimento topologico che non è necessariamente un accrescimento metrico. È come se Lacan ci dicesse che esso è stato definitivamente controllato dalla magìa onnicomprensiva del grande Altro e dell’immaginario. immaginario e reale — non sono affatto distinti e distinguibili. cosa peraltro tipica della psicosi nella quale i confini tra i tre registri — simbolico. non è pensabile senza la sua origine tecnogena. L’animale-uomo è in questo senso un animale estensivo-orizzontale: il reale lacaniano viene tenuto a distanza. foderata di empatia” (ivi. “la Lichtung però.Logica e tempo imp. Il bosco può essere infatti ciò che preserva e protegge. Grazie ai meccanismi traspositivi del linguaggio e all’antropotecnica. come dimostrarono le scoperte geografiche dei secoli scorsi e le conseguenti colonizzazioni. è di ampliarsi progressivamente. come suggeriscono le metafore pastorali di Heidegger. 85). come ora sappiamo. il rituale e la religione assistiamo a una “stabilizzazione” dell’apertura del mondo (ibidem). non se ne sta lì come un custode vigile privo di mezzi. cioè dis-velamento nella misura in cui il Fuori estraneo è temporale e la sfera conosciuta e addomesticata è puramente spaziale (Sloterdijk. diviene un “già-avvenuto” che ha perso ogni carica negativa: con il linguaggio. 2001b. l’antropotecnica. L’uomo non se ne sta a mani vuote nella Lichtung. Ma il destino di questa sfera o insieme sferologico. p. p. e come ce lo evidenzia oggi icasticamente lo sviluppo parossistico della tecnica o. di strumenti e di armi: ciò che diviene è condizio- 117 . trasposto simbolicamente. l’habitare: attraverso il mito.

L’humanitas dipende dallo stato della tecnica” (Sloterdijk. In altre parole. Sloterdijk vuole arrivare là donde Heidegger era partito. La terza proposizione è più problematica poiché. Lo sviluppo simbolico e antropotecnico è stato reso possibile soltanto grazie a questo processo espansivo di “dis-allontanamento” (Entfernung) nel quale il “lontano” viene riconosciuto e mantenuto nella sua coessenzialità. secondo una lettura di Heidegger che a nostro avviso sembra caratterizzarsi in modo molto più complesso. 176-177). 2001a. la padronanza non risulta “primaria” ma in quanto plesso sapere-potere deriva dalla necessità umana di proteggere la propria sfera uterina. così come le espansioni coloniali o la cosiddetta globalizzazione. cioè a una caratterizzazione genealogica e sferologica della Lichtung.Logica e tempo imp. Ora. infatti. è certo che si mantenga una certa ibridazione tra lo sferico e il Fuori: quest’ultimo preme continuamente e l’uomo è da parte sua costretto a preservarsi attraverso il progressivo incremento dei propri orizzonti sferici. alla religione. come un og-getto non ancora conosciuto. al di là di una sem- 118 . Le grandi scoperte scientifiche. a un più generico abitare. Vediamo dunque nella nostra formalizzazione logica del senso — cui più avanti ricondurremo il problema spazio-temporale — fin dove Sloterdijk si è spinto e che cosa ha sacrificato: S=S/~S ~(S/~S) (S=~S) ~S=~S S0~S Potremmo considerare la S come una “sfera”: la concezione del senso di Sloterdijk. appare sferologica.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 118 LOGICA E TEMPO nato da ciò che ha in mano. ma collocabile sempre come un là-fuori. ma addomesticabile con le tecniche simboliche e linguistiche. pp. Ecco dunque che viene confermata anche la seconda tesi: se l’uomo non avesse dovuto storicamente affrontare livelli via via più pericolosi di ~S. estendendola sempre più in senso orizzontale: tale padronanza dunque è compensata da una non-padronanza certamente infinita. E questa mossa non può non avere altro contrappasso che l’enfasi topologica e un’evidente esclusione della questione della temporalità. probabilmente non sarebbe stato capace di erigere il suo sistema sferico e con una certa probabilità non si sarebbe adattato alle condizioni ambientali continuamente cangianti. ma in tale approccio opera a sua volta una trasposizione di tipo “metafisico”: ovvero colloca la "# $ %# come un Gegenstand. sono tutte tecniche equiparabili al linguaggio. cioè come un sistema di addomesticamento e difesa nei confronti di un Fuori o ~S insensato. cioè secondo circostanze topologiche ben precise.

“Il mondo prende forma come un insieme di evidenza e mascheramento. vorrebbe mettere in luce il paradosso del Selbe heideggeriano. la sfera è inclusa nella non-sfera. Sostenere invece la possibile non-sfericità della sfera significherebbe da un lato evidenziarne il carattere finzionale. il senso è stato associato a una dimensione originaria della padronanza e della non-padronanza: il senso può così esser inteso come un meccanismo di territorializzazione dell’animale-uomo teso a mantenere delle condizioni abitative confortevoli e a scongiurare i rischi provenienti dal Fuori. p. Questo dimensionamento abissale. che emerge soprattutto in un contesto psicanalitico. assieme alla prima.1 L’esclusione logica della temporalità Abbiamo fatto un breve cenno alla teoria echologica del senso. e dall’altro sottolineare il carattere di extimità del Fuori. è fondamentale per il medesimo pensiero heideggeriano cui Sloterdijk spesso si richiama: S0~S. Questa deficienza emerge ancora più chiaramente nella quarta proposizione che. Le analisi del ritornello deleuze-guattariano e i rapidi cenni alla sferologia di Sloterdijk hanno rivestito una sorta di funzioneponte. Esso non è la semplice somma di tutti i corpi o contenuti (‘tutto quello che si dà’). cioè il suo paradossale essere-dentro. cioè ogni simbolo è uguale a se stesso. 161). il non-sferico temporale rimane identico e rimane comunque sempre un “fuori” senza possibilità di intimità o extimità. invece.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 119 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO plice tautologia. cioè di una “stessità” nonostante la differenza: per Sloterdijk. bensì è l’orizzonte degli orizzonti. infatti. 2)2 2ogi&a $'+ t'mpo ' t'mpo $'++a +ogi&a 2. L’orizzonte è sferico e il non-senso o reale si dà come non-ancora-conosciuto. cioè secondo un’accezione metafisica del concetto di verità. questa rimane una semplice espressione del principio di identità. cioè essa di fatto “non è” — più o meno propriamente — una sfera.2. ma con ciò stesso evitando abbastanza sintomaticamente la questione della temporalità ridotta a fattore esistenziale. introducendo una formalizzazione logica che utilizzeremo spesso anche in seguito. nel quale ciò che ora è presente si separa da ciò che ora è nascosto” (ivi. In entrambi i casi. viene glissato da Sloterdijk a favore di una sorta di “messa in piano” topologica della questione. cioè hanno riportato il nostro focus sulla questione spazio-temporale.Logica e tempo imp. La fuori-sfera. 119 .

In altri termini. ad un tempo. meglio. cioè lo spazio non cessa di temporalizzarsi nella misura in cui ogni sfera necessariamente si apre all’evento del Fuori. lo spazio e il tempo costituiscono una sorta di banda di oscillazione tra territorializzazione e deterritorializzazione. e il tempo non cessa di spazializzarsi nella misura in cui l’abitudine rende indifferente l’ora e ripetibile l’evento stesso. homo sapiens. 1005 b 19-20). A 3. 2) “è impossibile essere e non essere ad un tempo” (Met. secondo lo stesso rispetto” (Met. etc. che la respinge. soprattutto nel ritornello di Deleuze-Guattari. quell’’!&ì(* che deve soggiacere quale implicito presupposto di ogni nostra argomentazione? Se partiamo dal noto principio di contraddizione così come emerge dalla logica aristotelica notiamo tuttavia come la parola “tempo” faccia la propria comparsa essenziale e imprescindibile: 1) “è impossibile che la stessa cosa. Heidegger assume quale volano della sua filosofia proprio l’espressione logica S0~S: il senso è incluso nel non-senso. Questo plesso o.. come se il tempo fosse il Fuori continuamente respinto dall’espansione spaziale dell’uomo. lo rende domestico e famigliare: per Heidegger al contrario il Ci diviene preponderante e assorbe nel vero senso della parola il soggetto. 120 . presentandosi nella sua valenza di indice di esternità e di precarietà. viene invece sfumato in Sloterdijk in una semplice contrapposizione. B 2. Ma che correlazione possiamo trovare tra logica e tempo. prima ancora che d’un homo faber. ove questa parte diviene infinita e abissalmente estranea: a differenza di Sloterdijk. significa dire che l’uomo è paradossalmente una parte di se stesso. pare necessariamente infistolato da una dimensione temporale che ripresenta inequivocabilmente i caratteri del reale lacaniano: l’impossibilità (non-padronanza) e la ripetizione infinita. è attraverso il "($)(.. ma lo spazio. questo chiasmo emerso nell’approfondimento della riflessione heideggeriana.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 120 LOGICA E TEMPO In tale prospettiva dovremmo parlare propriamente di un homo topologicus. appartenga e non appartenga ad una medesima cosa. In altre parole. se la logica è da sempre apparsa come qualcosa di assolutamente intemporale. 996 b 30). Nella sfera l’Esserci controlla il proprio Ci.che lo spazio-tempo affiora dal suo limbo di implicitezza.. La nostra tesi dunque è che la logica costituisce una sorta di territorializzazione difensiva. Dire che l’Esserci ha-da-essere la propria apertura.Logica e tempo imp. è insensato. cioè ogni senso per certi aspetti è parte del non-senso. al di là delle cosiddette logiche modali? Le leggi sintattico-formali della logica non sono forse immutabili e imprescindibili. e che tale statuto è a sua volta necessariamente imbricato alla temporalità.

il dire della stessa cosa che è un uomo e che non è un uomo (oppure un essere animato. dunque. dall’altro palesa un certo fastidio. e in base a tale impossibilità abbiamo dimostrato che questo è il più saldo di tutti i principi. ovvero come l’(64'! 121 . dobbiamo innanzitutto collocarci in un mondo platonico. è impossibile che si dia dimostrazione di tutte quante le cose. Infatti. Quando argomentiamo sul metodo del ragionamento corretto. come se alla fine tale principio non abbisognasse d’essere dimostrato poiché così evidente ed essenziale da dover essere accettato apriori. se per lo Stagirita il tempo era legato al movimento e.. Ma ancora più significativamente: “noi abbiamo appena stabilito che è impossibile che una cosa ci sia e non ci sia allo stesso tempo. altrimenti si andrebbe all’infinito e così non si produrrebbe alcuna dimostrazione. A4. quindi. ma fissa la riflessione logica congelandola a un “ora” eternizzato. Provi qualcuno a dire una sola parola! Se però non dicesse nulla. bipede)” (Met. In quest’ultime righe della Metafisica Aristotele dimostra tutto il suo imbarazzo: da un lato introduce l’orizzonte temporale quale sfondo del principio fondamentale di tutta la sua logica e che riguarda dappresso proprio lo stesso processo di “simbolizzazione”. 1006 a 3-15). 1006 b 28-34). riguardando tale cicostanza con occhi heideggeriani. al divenire eracliteo. In altre parole. parzialmente. dobbiamo nostro malgrado riferirci a una precisa determinazione temporale. dove il tempo. quando egli parla di logica deve necessariamente cedere a Parmenide e. Un simbolo non può essere se stesso e un altro nel medesimo tempo: Aristotele non esclude la dimensione empirica del divenire.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 121 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO 3) “non è dunque possibile che sia vero. ad un tempo. allora sì che ne abbiamo.. comunque articolato in un prima-poi. ma non sono le solite. viene per così dire sospeso. A 4. L’elemento tuttavia che ci pare determinante è proprio l’inserzione del tempo nell’ambito del processo primario della costituzione della logica simbolica e la sua successiva sparizione: quando assegnamo dei simboli a degli oggetti o quando “poniamo” questi simboli tout court astraendo da qualsiasi circostanza empirica.Logica e tempo imp. bensì sono le prove ‘elenctiche’. emerge in maniera evidente come già nel pensiero aristotelico l’essere si offra come semplice-presenza. allora sarebbe ridicolo discutere con lui: sarebbe come parlare a un albero” (Met. Volete le prove? Non ce ne sono! È infatti un segno d’ignoranza il non sapere distinguere tra cosa esige una dimostrazione e cosa non lo esige. sconfessare un po’ tutta la sua metafisica centrata sul “sinolo”. O meglio. Tuttavia se ci tenete tanto alle prove.

: “la Struttura può funzionare solo attraverso l’occultamento della violenza del suo Evento fondante. l’uomo compie la prima grande approssimazione nei confronti del reale e inizia così a tracciare intorno a sé quella sfera tecnico-culturale o “antropotecnica” che lo isolerà sempre di più dal mondo esterno. però la narrazione stessa di questo Evento. 85). in definitiva. Ciò significa che Aristotele è costretto ad escludere l’essere potenziale e a riferirsi esclusivamente a un’improbabile attualità assoluta: “il principio di contraddizione riguarda solo degli enti attuali”. che imporrebbe un’indagine simile a quella husserliana delle Ricerche logiche. 1988. 1954. A 4. p. 186). egli oscilla continuamente da un piano logico-ontologico a un piano psicologico. L’evento contraddittorio della “posizione” del simbolo logico. è facile capire perché Aristotele. “Gli oggetti della percezione in quanto enti potenziali potrebbero possedere nello stesso tempo caratteri contrari e quindi anche contraddittori. dall’altra la caratterizzazione della medesima logica quale tentativo incessante e deficitario di descrivere e narrare questa medesima impossibilità (Badiou. con il rischio implicito di scadere nello psicologismo. 87). 2000. 97). p. la sua “esistentificazione” per dirla con Leibniz. nelle sue prove. L’esclusione del tempo tradisce in questo senso la struttura originaria del "()(s greco. p.Logica e tempo imp. In altre parole. 1007 b 28-29).:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 122 LOGICA E TEMPO utilizzabile e zuhanden. 155): eternizzando l’atto istitutivo della simbolizzazione. cioè concerne quegli enti che non posseggono quell’alone di indeterminatezza che connota l’essere in potenza (Met. 1910. (…) Ora. Questo doppio movimento (esclusione dell’evento e narrazione compensatoria e fantasmatica) — al di là di ogni istanza psicologistico-fenomenologica — traspare in taluni decorsi della stessa evoluzione contemporanea della logica e. non è niente altro che una fantasia destinata a risolvere l’antagonismo/incongruenza che debilita l’Ordine sincronico/strutturante” (Zizek. 122 . più precisamente.. implica da un lato l’impossibilità di nominare l’evento stesso. inteso come il “lasciar stare dinanzi raccolto” (Heidegger. sforzandosi di dimostrare la tesi che accanto alle cose contraddittorie deve tuttavia esistere una verità assoluta e non contraddittoria” Lukasiewicz. per affermare alla fine un significato puramente metafisico (ivi. Ma è possibile — ci chiediamo allora — un processo di istituzione della simbolizzazione logica senza prescindere dalla fissazione del divenire temporale? Esiste una logica pura nella quale il divenire assuma un ruolo determinante e dove il principio di contraddizione perda il suo ruolo fondante e originario? Sono interrogazioni che convocano un approccio perlopiù fenomenologico. p. p. sposti il punto di vista iniziale.

parleremo di verità o falsità in relazione a un certo universo del discorso. in cui il linguaggio L viene interpretato” (Berto. [a]M. Una proposizione non è mai vera in assoluto.g = g(z) per ogni variabile individuale z. 4. Tarski individua una serie di simboli. È chiaro infatti che. successivamente definisce un modello. cosicché “una formula è vera in un modello M se è vera rispetto a tutte le assegnazioni di quel modello” (Bonomi-Zucchi. 2001. cioè “significa” rimandare al suo “significato”. 25). Se M è il modello con il dominio D e le funzioni di assegnazione per le costanti F e per le variabili g(z) allora la formula tarskiana diviene: [z]M. 161).g = F(Pn) per ogni costante predicativa Pn. ma deve rimandare a uno o più metalinguaggi che danno senso ai propri simboli: per stabilire la verità di un enunciato si deve quindi ricorrere a una serie di funzioni interpretative o assegnazioni e domini di applicazione. anzi. cioè al “riempimento” di senso degli enunciati logici: tale passaggio implica uno spostamento dal livello puramente sintattico-formale a una logica delle condizioni di verità di tipo wittgensteiniano: “comprendere una proposizione vuol dire sapere che accade se essa è vera” (Wittgenstein. in questa prospettiva. esse vengono associate al dominio da un’ulteriore funzione di assegnazione. Tractatus. Per quanto riguarda le variabili. di costanti e di variabili logiche. ma dalle condizioni di attribuzione delle costanti e variabili logiche. Formalizzando questa struttura logica. p. in una specie di rebound inatteso.Logica e tempo imp. dal dominio e dalle funzioni che legano tra di loro costanti e variabili a questo stesso dominio. 2007.g = F(a) per ogni costante individuale a. “Si tratta di far sì che il nostro linguaggio formale L parli di un certo mondo o universo strutturato di enti. La verità non deriva da condizioni intrinseche. p. Ciò che importa a Tarski è proprio l’evento della simbolizzazione. [Pn]M. Il che significa — come dimostra 123 . ciò che era stato perliminarmente escluso.024). la logica di Tarski riesce a collegare questo momento proprio alle condizioni di verità.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 123 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO nell’emersione perentoria di sempre ulteriori istanze contestuali che sembrano reimportare. introducendo il concetto di metalinguaggio. Bisogna in tal senso ricorrere a un altro livello logico che pertiene propriamente alla semantica. ovvero dell’assegnazione denotativa. e poi di stabilire sotto quali condizioni una certa formula di L è vera in quell’universo di discorso. Questa tesi non neutralizza d’altronde del tutto la questione dell’istituzione simbolica. che è sostanzialmente composto da un dominio e da una funzione di interpretazione che assegna a ogni costante non logica una denotazione.

qual è il luogo o il tempo in cui si parla. sono vere in L e in D?).. p. certe altre caratteristiche o situazioni (.. ma è necessario sempre un metalinguaggio: “la conclusione tarskiana è che il predicato di verità per un linguaggio L non deve essere esprimibile entro lo stesso linguaggio L (. cioè pertiene necessariamente al livello contestuale e circostanziale della logica semantica. che serve a fissare il contenuto espresso.). significa che c’è topologicamente un “intorno” proposizionale che rende vera o “decidibile” la proposizione stessa. Orbene. che permettono di attribuire un valore di verità a quel contenuto” (Bonomi-Zucchi. in effetti. 2001. a loro volta denotati secondo le funzioni di interpretazione F. e definire la verità in L1.Logica e tempo imp. cioè una serie di possibilità delle quali soltanto una può essere vera in determinate circostanze.. Con-testo significa che qualcosa si congiunge al testo. questo intorno individua dei mondi possibili..). Una logica della temporalità si inserisce a questo livello. a un contesto. secondariamente. serve a collegare una serie di simboli logici a un generico “fuori” o. circum-stanza. che c’è un altro testo. né tantomeno il decorso possibile di even- 124 . ..:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 124 LOGICA E TEMPO Gödel proprio partendo da un modello logico similare a quello tarskiano — che non è possibile un linguaggio completamente autonomo (cioè in grado di dimostrare la propria “completezza”). al suo contenuto di verità (le relazioni.. più tecnicamente. Il metalinguaggio. Per questo occorrerà un metalinguaggio L2 nel quale possiamo parlare dei concetti semantici riguardanti L1. etc. ci dicono che sussistono delle circostanze di interpretazione che sono necessarie per qualsiasi valutazione di una proposizione: “certe caratteristiche o situazioni del mondo (come per esempio chi è il parlante. tra gli oggetti di un determinato dominio D. Una conseguenza di questa situazione e di questa gerarchia di metalinguaggi è che una caratterizzazione universale della verità è impossibile” (Berto. universi di discorso e circostanze non può essere eluso il tempo t. etc. espresse da una formula Pn in un linguaggio L. 29). e occorrerà un metametalinguaggio L3. 2007. rappresentano circostanze di valutazione. Le funzioni di assegnazione di Tarski. Ma nell’ambito di queste valutazioni semantiche che si rifanno a contesti. e si connette a una logica modale: quando valutiamo una formula la valutiamo innanzitutto in base alla sua denotazione (e quindi all’applicazione dei significati a un determinato dominio di oggetti) e. d’altronde.. A loro volta i concetti semantici per L2 saranno inesprimibili in L2. p.) rappresentano il contesto d’emissione di un enunciato.. 172).

:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 125 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO ti che ne consegue. In questo modo. o quella degli universi “rotanti” o detti “universi di Gödel”) possa all’improvviso incrinare tutto il sistema. un mondo possibile viene ricondotto a una storia: il modello prioriano M. estendendo proprio l’impostazione tarskiana. 40). ma anche da una determinazione temporale che implica vari decorsi possibili. meglio. In quest’ottica. Proviamo allora a riprendere il principio di contraddizione di Aristotele. che costituisce notoriamente un’espressione logica di tipo sintattico-formale.. Ora. dev’essere sempre inserita in un certo linguaggio L. conversamente. implica una funzione F che è una funzione di assegnazione in base al tempo-dominio T che è l’insieme degli istanti e degli intervalli. la sua caratteristica è di essere vera a prescindere di qualsiasi assegnazione delle variabili enunciative e viene pertanto definita tautologia. ci dice ancora poco nella sua forma “nuda”. futuro)” (ivi. passato. oltre al dominio D. “Le tautologie vengono anche chiamate leggi logico-enunciative” (Berto. Prior. con tutti i rischi che una nuova Weltanschauung (come quella della relatività generale di Einstein. ogni mondo possibile w può essere associato a una pluralità di tempi (presente. il tempo assume un ruolo quasi trascendentale. poiché onde essere valutata. la conditio sine qua non per l’enunciazione di una 125 . 58). dal dominio e dalle funzioni di assegnazione. che si potrebbe rivolgere coeteris paribus al criticismo kantiano e che peraltro si potrebbe generalizzare nella gödeliana dipendenza di ogni linguaggio logico dalle circostanze metalinguistiche.Logica e tempo imp. p. ad esempio. Si tratta di fatto di un ampliamento delle circostanze di dipendenza di qualsiasi enunciato formale. p. poiché si dà per scontato che esso si articoli necessariamente come un vettore che si sposta dal passato al futuro: ciò implica paradossalmente l’ingredienza surrettizia di un fattore psicologistico sotto le vesti apparenti della logica formale. un enunciato si compone anche di un insieme W dei tempi (istanti e intervalli) con un operatore < (prima. Tralasciando tuttavia quest’obiezione. Riprendendo la formalizzazione tarskiana. Essa. 2007. tuttavia. ossia di una più complessa valutazione delle funzioni di assegnazione.) e. il valore di verità di un enunciato non dipende soltanto dalla coerenza sintattica della formula.. dopo) e da un insieme P delle possibilità correlate. poiché esprimono il modo corretto o. dunque. In altre parole. e un vettore di direzione temporale < che allude dunque a un “decorso”. La novità di Prior consiste però nel connettere tra di loro una logica temporale a una logica dei mondi possibili: “ogni istante o intervallo t può essere associato a una pluralità di mondi possibili (. il più importante tentativo di formalizzare logicamente il contesto temporale di valutazione è stato compiuto da Arthur N.

Proviamo infatti a concepire A come quell'elemento tale che A=~A in un determinato intervallo t2-t1!0 e tale che t2>t1.Logica e tempo imp. sebbene ciò non implichi una subordinazione della logica sintattica a quella semantica. Ciò significa d’altra parte che esse non dicono nulla intorno a un determinato dominio dell’universo. però. da una logica semantica. in quanto mancante degli elementi indispensabili per deciderne la falsità o la verità. la quale. essendo una tautologia. In altre parole. La formulazione logica classica del principio è la seguente: F=~(A =~A): essa è vera se è soddisfatta da qualsiasi elemento sostituiamo alla variabile enunciativa A e per qualsiasi dominio d’oggetti donde traiamo l’elemento A. è anche vero che ciò è possibile soltanto in un determinato contesto temporale e indicale. Probabilmente per tali ragioni. ma se la fase di istituzione simbolica è vera solo e soltanto in base a un dominio temporale limitato all'istante t eternizzato. quindi. Aristotele si trova in grande difficoltà nel dimostrare il principio di contraddizione: egli ricorre dapprima 126 . nella misura in cui dipende direttamente dalla condizione temporale t2-t1!0. non inerisce soltanto ed esclusivamente al campo semantico. così come il teorema di incompletezza di Gödel sembrano rappresentare i due versanti della stessa esclusione della condizione temporale t2-t1!0. Estremizzando il principio di contraddizione è indecidibile. ma dall'altro esso stesso deriva da precise circostanze temporali e. ciò significa che il principio di contraddizione da un lato astrae da ogni dominio ontologico possibile. cioè ai principi che regolano l'istituzione simbolica in se stessa. dipende paradossalmente da quelle circostanze contestuali dell'istituzione simbolica che hanno necessariamente a che fare con una logica di tipo prioriano. ma esprimono una pura forma astratta senza contenuto che vale in tutti i mondi possibili.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 126 LOGICA E TEMPO formula in un determinato linguaggio. e in quanto indefinito per quanto riguarda la sua medesima espressione "tipografica". non facilmente determinabile ed articolabile: l'impossibilità della nozione semantica di verità di Tarski. Il tempo sembra così rimanere un fattore latente in logica. Ogni forma argomentativa deve alla fine condurre a una legge tautologica siffatta. ma ha a che fare direttamente con le circostanze sintattico-formali dell'istituzione simbolica stessa. a nostro avviso. Come abbiamo visto. la struttura sintattico-formale della logica proposizionale. Risulta evidente che in una siffatta situazione il principio di contraddizione non può essere valido. nella formulazione originaria di Aristotele assistiamo alla sorprendente ingredienza del fattore temporale: se è vero che il principio di contraddizione. prescinde dall’universo di discorso in cui si esprime ed è vero in tutti i mondi possibili.

la perdita sia nel caso della logica del principio di contraddizione che nell’istituzione sferologica è ciò che abbiamo espresso nella nostra formalizzazione desunta da Heidegger: S0 ~S. p.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 127 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO all’impossibilità del regressus ad infinitum e cioè all’idea di una costruzione assiomatica della logica (L ukasiewicz. probabilmente ci ritroveremmo a ripetere le medesime obiezioni. sia la sferologia di Sloterdijk sospingono il Fuori sempre più all’esterno e non ammettono d’esserne pericolosamente intimi. “incorniciando” — per dirla à la Bateson — la realtà in un riquadro intemporale. Iniziamo così a creare delle sfere via via più ampie che ci proteggono dal pericolo di un mondo esterno ostile ed aggressivo. Orbene. 1910. In altri passi. in cui si “finge” di assumere la tesi dell’avversario per dimostrarne l’assurdità o si dimostra che le obiezioni dell’avversario non possono prescindere dalle stesse tesi che si vogliono confutare. ovvero non riescono a sopportare il suo carattere paradossalmente chiasmatico e extimo: il tempo viene sospinto così nelle circo- 127 . Sia la logica classica. Alla fine noi dobbiamo tener ferme una o più proposizioni fondamentali e questo anche a scapito di un’approssimazione originaria: la logica aristotelica diviene una logica senza-tempo o una logica impossibile dell’”adesso”.2. ecco che il nostro rapporto con essa diviene positivo. Un simile sillogismo si forma quando l’avversario viene indotto a riconoscere dei giudizi da cui deriva una conseguenza contraddittoria rispetto alla tesi da lui difesa” (ivi.Logica e tempo imp. ciò che emerge è il tentativo di creare una distanza nei confronti del Fuori. mentre di fatto il tempo in se stesso diviene di esclusiva pertinenza della fisica. 2. L’’&$"&)2(s è un sillogismo con conclusione contraddittoria rispetto alla tesi posta. Si tratta infatti di dimostrazioni “per assurdo” e di tipo dialogico. Aristotele ricorre allora a quelle dimostrazioni elenctiche (modus ponens) che altrove aveva invece sconfessato in quanto non sufficientemente e rigorosamente dimostrative. congelando per così dire un’”ora” indifferente ed irrelata. 56). tantoché non ne potremmo fare nessuna logica né tantomeno una scienza. 42-43). etica e reale Se dovessimo confrontare l’impasse costitutiva del principio di contraddizione con il concetto di sfera di Sloterdijk. oppure alle cosiddette “dimostrazioni apagogiche” (modus tollens). ma sclerotizzando il divenire. Tutto passa e diviene. Per certi aspetti. il principio logico come un momento istitutivo di una simbolica assume indubbiamente un rilievo sferologico: quando l’istituzione simbolica prescinde dall’orizzonte temporale. infatti. pp.2 Logica.

il discorso analitico — un reale che non ha niente a che fare con ciò cui la conoscenza tradizionale ha dato supporto. in cui si situa ogni possibilità di simbolizzazione e di luogo di discorso. semmai. il reale lacaniano: il senso logico non può non cedere nei confronti del non-senso e la sua sensatezza deriva paradossalmente dal mantenere questo cedimento. dirò io. Il mathema in apparenza riesce a formalizzare l'intero universo. la contraddizione è espressione) che fa della logica una sorta di struttura sloterdikijana (Wittgenstein. meglio. XX. e che non è ciò che essa crede. p. ma paradossalmente ciò che gli è più prossimo e intimo diviene informalizzabile: "tutto il tormento della nostra esperienza dipende dal fatto che il rapporto con l'Altro. quello che di esso non è formalizzabile rimanendo perciò inconscio. che peraltro criticava l'impostazione gödeliana. Il reale non è dunque semplicemente un Fuori minaccioso. E ciò cui cede spazio non è altro che il non-senso o. 140). cioè di una sicurezza dell'uomo nei confronti del "reale" (di cui. Per dirla in termini echologici.. l'idea di assicurazione. in un 128 . Per lo stesso Wittgenstein. Il reale. è qualcosa che. bensì un'evidenza certamente non drammatica con la quale dobbiamo comunque aver a che fare quando ci occupiamo di sistemi formali: è in gioco. il tempo segna la zona di nonpadronanza cui la logica stessa. Le logiche di Gödel e Tarski e le logiche paraconsistenti sembrano dimostrare proprio questo. la contraddizione non assume quel ruolo di noli tangere da eludere con particolari "meccaniche" logiche. e cioè che la "performatività" della logica stessa è basata paradossalmente sull'incompletezza costitutiva dei linguaggi formali e quindi sulla possibilità sempre incombente dell'autocontradditorietà e dell'incoerenza. 1956. è il mistero del corpo parlante. allora.Logica e tempo imp. deve suo malgrado cedere spazio. (. Abbiamo già individuato le caratteristiche temporali del reale: l'impossibilità in quanto fallimento del linguaggio (e la sua non-padroneggiabilità) e il movimento del ritorno circolare. più esattamente. per occultare il fatto inequivocabile che esso è essenzialmente compresente già nella stessa istituzione simbolica che sostiene l’intero apparato logico. da cui emerge che vi è del significante.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 128 LOGICA E TEMPO stanze contestuali della logica semantica. bensì fantasma. realtà.) Questo punto. Nel Seminario XX Lacan ha dunque espresso enigmaticamente lo strano rapporto che intercorre in questo senso tra il mathema e il reale: "soltanto la matematizzazione raggiunge un reale — e in questo è compatibile con il nostro discorso. nonostante la sua apparente intemporalità. 131).. raggiunge un vizio di struttura. è il mistero dell'inconscio" (Lacan. p. ma è il nostro corpo o. in fondo.

non supera i paradossi dell'indicalità (cioè del rimandare comunque a circostanze "esterne" che esorbitano dall'autoriferimento stesso. Nell'introduzione nel reale del significante. È quello che io chiamo il punto mancanza-di-significante" (Lacan. La procedura logica dell'autoriferimento. rendendolo immanente. di de-soggettivarsi o destabilizzarsi. ma si tratta di scavare un buco al proprio interno. un buco che Lacan attribuisce all'etica. meglio. X. aprendo un corridoio in cui il "dentro" e il "fuori" entrano in contatto e si scambiano vicendevolmente le posizioni (Rovatti. dall'altro. non cessano di rendere necessaria una continua evoluzione della logica stessa. Il buco — che non è altro che il reale — è ciò che rende possibile la Quadratura dei Quattro e. Egli maneggia la materia con incredibile maestria. attraverso un certo rapporto con il simbolico. ma il suo operare è soprattutto una strana e complessa confidenza con il vuoto. Per Lacan il rapporto dell’uomo con la Cosa è di tipo etico. Nel meccanismo di istituzione simbolica. quindi. contornando e “facendo il giro” del buco. In essa il Trieb trova 129 . detto diversamente. 146). pur trasfigurati. cioè blocca quel processo di "rimando" che sta alla base di ogni "semantica".:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 129 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO certo senso. è intrinseca una deficienza strutturale o. 48). quindi. In altre parole il vasaio si rapporta alla Cosa in quanto la “crea” e. cioè la circostanza fondante dell'autoreferenzialità dei simboli logici (il loro significare o denotare se stessi. p. come il "nello stesso tempo" del principio di contraddizione di Aristotele) se non a scapito di effetti di ritorno (e di non-senso) che. Nel Seminario VII Lacan riprende l’analisi heideggeriana della conferenza Das Ding. puri elementi "tipografici"). il cielo. non può essere significato. l’abitare dell’uomo. i mortali e i divini. la riprende focalizzando immediatamente quello che per lui rimane il nucleo del problema. nella misura in cui il vasaio mette in gioco il Fuori. immette nella logica una tensionalità tra un puro formalismo senza significato e una semantica che suo malgrado non può far a meno dell'autoriferimento e che così è costretta a ricorrere all'infinità dei metalinguaggi e a una generica indecidibilità. assistiamo a una serie di perdite e di erosioni che connotano il nostro rapporto con esso: non si tratta soltanto di una serra difensiva che in qualche modo tenta di isolare il soggetto "infantilizzato" dal Fuori. il loro essere "autonimi".Logica e tempo imp. o. 2007). ossia l’assenza o il buco all’interno della Cosa stessa. dunque. nella misura in cui sublima una certa carica pulsionale. isolandolo ma nello stesso tempo facendolo in qualche modo affiorare. Il vasaio non modella soltanto quel contenitore che avrebbe raccolto insieme la terra. Da un lato l'autoriferimento con il suo "effetto specchio" implica una perdita di significatività.

Il bordo.Logica e tempo imp. Ebbene — e siamo al secondo livello della sublimazione — uno dei modi di questo “giro” è quello della creazione. un ambito di creazione ex nihilo. avviene secondo due livelli: il primo rappresenta per così dire la sua struttura. p. XI. che non significa affatto l’introduzione di nuovi significanti “pieni”.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 130 LOGICA E TEMPO una certa soddisfazione permutando la sua meta originaria e questa meta. 164). La pulsione allora. Giro deve essere preso qui con l’ambiguità che gli dà la lingua francese. 141). da parte sua. e trick. il turn lamellare (simile a quello degli orifizi e degli sfinteri). ovvero descrive il modo in cui la pulsione viene in contatto con la Cosa. poiché si tratta di pensare direttamente e senza mediazioni il rapporto tra il reale e il significante: esiste cioè un côté reale del significante. Ma come si articola questa soddisfazione? In che modo viene sublimata la pulsione attraverso das Ding? Questo processo. bensì. in effetti. proprio nel cambiare d’oggetto. articola del reale. non può affatto essere assimilata all’istinto: essa mette in gioco una dimensione finzionale che articola sia il momento simbolico — l’articolazione del significante — sia il reale. come già osservava Freud. VII. p.. è impossibile che la sublimazione raggiunga il nucleo della Cosa. nella misura in cui lo contorna marcandolo-mancandolo. Lacan allude in effetti a un “plasmare” — l’operazione del vasaio appunto — ossia a una torsione della catena dei significanti. se non l’ambito problematico tout court. limite attorno a cui si gira. può essere introdotto nel reale? “La produzione è un ambito originale. in quanto introduce nel mondo naturale l’organizzazione del significante” (Lacan. l’altra faccia della medaglia oscura e insensata. occulta la lacuna che essa finge invece di riempirla e colorarla incantatoriamente. cioè un’esistenza liminale o semi-esistenza che. al tempo stesso turn. un trucco da gioco di prestigio” (Lacan. per quanto “esistente” e incombente? E il significante. Semmai si tratta di un movimento rotatorio. XVII. è ciò che occhiella un buco. p. la fessurazione dello stesso reale. ambito questo nel quale ritroviamo un nesso esplicativo con la dimensione etica. la sua “lacunariz- 130 . Per la natura di quest’ultima non è infatti ipotizzabile un contatto diretto e immediato: anche se si tratta di una permutazione della meta pulsionale. Troveremo di applicarla a proposito di altri oggetti. “E la formula più generale che vi dò della sublimazione è questa — essa eleva un oggetto (.. paradossalmente. Per Lacan la creazione costituisce un ambito problematico. al pari d’un trucco da gioco di prestigio. 272). una sorta di girotondo. può agire nel reale. tanto ripetitivo quanto finzionale: “la formula migliore ci sembra essere questa — che la pulsione ne fa il giro.) alla dignità della Cosa” (Lacan.

:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 131 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO zazione” attraverso il medesimo significante. in qualche maniera. che il vuoto e il pieno entrano come tali nel mondo. etica e reale: la matematizzazione logica possiede la strana caratteristica di approssimare in maniera unica il reale. Riusciamo finalmente a cogliere il tragitto che ci fa compiere Lacan. un trucco. Nella nostra formalizzazione dunque. come un flatus vocis la creazione non è l’invenzione di un oggetto solido e controllabile. La stessa “digitalizzazione” del mondo cui stiamo oggidì assistendo può essere riletta come una forma di istituzione simbolica che. Ciò che tuttavia polarizza la nostra attenzione è il plesso abbastanza curioso tra logica. 24). la tesi lacaniana evidenzia l’unione logica del senso e del non-senso: S=S/~S. si presentifica il reale — il reale come tale. bensì una sua formalizzazione. p. 155) e si tratta più di creare dei buchi e di infistolare il senso con spazi di non-senso e viceversa. XVII. ma la strutturazione di una Cosa che articola simultaneamente i pieni e i vuoti o. nell’incapacità stessa (che poi diviene un pregio) di aderire completamente alla realtà. p. così come dal confondersi con il campo irriflesso dell’agire umano. È a partire da questo significante plasmato che è il vaso. Ora. ancora meglio. 154). né più né meno. Si tratta invece dell’inserzione del significante nel reale o. nella nostra attività in quanto strutturata dal simbolico. così come la creazione del vasaio — ha a che fare con l’etica: “la mia tesi è che la legge morale. Ma lo zero non è già il non-senso in se stesso. e con lo stesso senso” (Lacan. XII. p. si inserisce nel reale. ossia articolando semplicemente il vuoto e il pieno. 0 e 1. che di introdurre semplicemente un significante nel reale illudendosi che quest’ultimo non ne venga in alcun modo intaccato. Infatti “c’è identità tra il modellamento del significante e l’introduzione nel reale di uno iato” (Lacan. La perdita in questo caso è evidente: il mondo viene descritto e fatto funzionare attraverso l’algebra booleana. la presenza dell’istanza morale è ciò attraverso cui. non conosce niente di simile. il peso del reale” (ivi. di non-essere un semplice “trucco”. pur attraverso una perdita necessaria. contorna e incornicia finzionalmente un buco con una cortina di significanti. il comandamento morale. Lacan ci dà un’ulteriore informazione a proposito: tutto questo — la stessa digitalizzazione del mondo.Logica e tempo imp. meglio. del baluginare improvviso e oscillante del lato reale del significante. di per sé. cosicché la lacuna o il buco di cui parla Lacan è ancora altrove. “Il vuoto e il pieno vengono introdotti dal vaso in un mondo che. come se fosse appunto un trick. attraverso das Ding e i processi sublimatori della creazione: l’ethos è lungi dal costituirsi come un semplice sistema ideale di obbligazioni. 131 .

In altre parole. ci riporta con Tarski e Gödel a un’essenziale impasse intrinseca proprio in ogni linguaggio: ogni linguaggio ha bisogno di un ulteriore linguaggio definito metalinguaggio. come se senso e nonsenso andassero sempre a braccetto e noi dormissimo nell’illusione di poterli discernere e discriminare. ma che più precisamente si caratterizza come il “reale primordiale”. La differenziazione tra logiche sintattico-formali.3 L’’1"#$%&'! Nell’istituzione simbolica. il dominio temporale e la sua funzione <. alla nostra quarta formula: S0~S. 817): chi è che patisce. invece. non è sufficiente a nostro avviso per superare l’impasse. è tipicamente patologica. cioè il senso è uguale a se stesso ed è isolato dal non-senso. alla stregua di entità differenziate e distinte? Siamo. 151) riporta tutta l’ambiguità di questo meccanismo.Logica e tempo imp. Nella Cosa c’è un fattore di terribilità e angoscia che possiamo chiamare non-senso. cosicché non esiste una verità definita una volta per tutte. si esprime nella tautologia S=S. 2007). e logiche semantiche che valutano le proposizioni in base all’assegnazione di determinati valori a costanti e variabili enunciative. L’espressione “quel che del reale patisce del significante” (ivi. lacanianamente. in effetti. ottenuta.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 132 LOGICA E TEMPO della sua efficacia e della sua “performatività”. p. ad esempio? È il reale che viene intaccato dal significante. più radicalmente ancora. che caratterizza la logica assistiamo a una “neutralizzazione” delle circostanze temporali dell’istituzione stessa. Scritti. devo definire preliminarmente il modello M (con il suo dominio e le sue funzioni di assegnazione). alla fine riconducibili ad una serie di tautologie e di autoriferimenti. Per definire infatti la verità di una proposizione nel linguaggio L. a causa dello statuto indefinito della preposizione composta (Lacan. grazie a una semplificazione e a una perdita che non appartengono all’ordine logico. 2006. la logica sorge grazie alla propria a-temporalità originaria. come abbiamo visto altrove (Bazzanella. potremmo descrivere come “del significante è incluso nel reale”. siamo di fronte a un problematico chiasmo. La logica semantica. p. in effetti.2. quello che altrove Lacan definisce come impossibilità o fallimento del linguaggio. però. cioè ci riporta paradossalmente alla seconda proposizione del nostro grafo: ~(S=S/~S) (S=~S). nonché delineare (attraverso la cosiddetta gödelizzazione) ogni 132 . dunque. ma sempre una verità contestuale e circostanziale. Questa circostanza. o è il significante che viene scavato e infiltrato dal reale? Oppure. cioè innanzi alle due facce della medesima medaglia. 2. Il livello formale. che.

Se ampliamo poi questa tesi. Il tempo. cioè se essa si situa di un ! ’$ "()(* che a sua volta non è formalizzabile. seguendo il nostro percorso teoretico. nel caso di Gödel. infatti. la logica si presume intemporale. poiché essa si struttura. 2007. Ora. ovvero — per dirla in modo heideggeriano . Non ci troviamo però nella medesima situazione dei principi logici nei quali abbiamo sopra evidenziato i processi di esclusione soggiacenti e l’insufficienza dei processi di auto-riferimento: anzi.Logica e tempo imp. ma trova sempre nella medesima temporalità il suo necessario sostegno. L’unica espressione adeguata è ancora una tautologia: l’Ereignis ereignet. ma ne sia necessariamente intrisa. p. Ciò che tuttavia viene obliato è forse un approfondimento dell’ontologia di Heidegger. concludeva la sua analisi sullo Zeit-Raum tratteggiando i caratteri dell’Ereignis. Heidegger aggiunge immediatamente dopo che 133 . Ciò che si evince è che se voglio dimostrare la “coerenza” o non autocontraddittorietà di un sistema formale. è l’aritmetica). l’evento fa avvenire (Heidegger. Ora. L’evento è indefinibile. etc. ritorna dalla finestra. più genericamente. con metodi che non fanno parte del sistema” (Berto. Dimenticando questa circostanza. il ricorso al reale di Lacan. Dal punto di vista echologico. funzione.il segno di un oblio. testimonia l’esistenza di quella zona paradossalmente prossima ma oscura che alimenta sempre nuove formalizzazioni: la logica S è possibile soltanto se S0~S. cioè non si può affermare predicativamente che “l’evento è questo o quello”. Il suo sviluppo continuo. sostenuto dal bisogno di dover chiarire la sua tesi enigmatica. escluso nella tautologia del principio di contraddizione. dal Fuori. ciò significa che paradossalmente abbiamo a che fare con il non-senso: la catena dei metalinguaggi è in effetti infinita e la stessa istituzione simbolica necessariamente autocontraddittoria. infatti. il formale dipende dall’informalizzabile che non smette di tentare di formalizzare. nella nostra analisi della conferenza Tempo e essere. variabile. sempre con la medesima formula S0~S: il senso è incluso nel non-senso. nell’ambito di un metalinguaggio (che. ci troviamo ad evidenziare come la temporalità costituisca la cifra di un’impasse. 184). per così dire. quantificatore esistenziale. p. sotto le vesti della catena infinita dei metalinguaggi che garantirebbero quel medesimo principio.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 133 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO costante. in tutto il tragitto del suo pensiero. devo per forza “utilizzare strumenti deduttivi non disponibili all’interno dei formalismi stessi di cui provano la coerenza: questa è accertata solo ‘dall’esterno’. 1969a. ci è servito per dimostrare come la logica non costituisca un sapere astratto e formalizzato avulso dalla realtà o. 30). abbiamo volutamente lasciato in sospeso proprio l’ultimo passaggio teoretico: Heidegger.

in sostanza. 142). pp. una disposizione del soggetto che riprende per certi versi la struttura del Ci dell’Esserci: è soltanto grazie all’aprirsi e al mantenere aperto che la cosa e la proposizione possono concordare. Ebbene. quando Heidegger riprende di sorvolo la questione spazio-temporale (Heidegger. l’interesse per la spazialità. alla cosa?” (ivi. è la libertà” (ivi. viene innanzitutto presa di mira la definizione aristotelica di verità. Ma “come può l’asserzione. adeguarsi ad altro. l’adeguazione non dipende dalla natura dell’asserzione e dal suo intrinseco riferimento alla cosa. Tale tropismo. a nostro avviso è sintomatico di un tropismo presente sin dal 1927 e che ritroviamo persino nei Beiträge (1936-38).).:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 134 LOGICA E TEMPO alla base di tale espressione c’è “quell’antichissimo che si nasconde nel nome di ’1B"#$%&'!” (ivi. invece. p. Secondo taluni interpreti (Sinn. assistiamo a un cambio di tono: ad aprire e mantenere aperto l’orizzonte della relazione (Bezug) tra cosa e asserzione è paradossalmente la libertà: “l’essenza della verità. Per Heidegger. compresa come conformità dell’asserzione. p. p. In Essere e tempo l’apertura si basava sull’aver-da-essere del soggetto: questo aver-da-essere caratterizzava la comprensione e il progetto. è quello che viene riassunto dalle nostre formule: S=S/~S. attraverso le sue enunciazioni. 1983). il “luogo” della Kehre sarebbe da situare nella conferenza Dell’essenza della verità del 1930. come se le due dimensioni fossero di fatto pacificamente relazionabili. 1967. la critica all’età della tecnica. 139). Beaufret. la prossimità alla poesia. L’essenza della libertà è per lui qualcosa di rimasto incompreso. etc. p.Logica e tempo imp. Il fatto che ancora nel 1962 sia la “verità” a tenere assieme le fila di un discorso heideggeriano che si è nel tempo sviluppato verso molteplici direzioni (la storia dell’essere. Non si tratta ovviamente di una nozione che Heidegger desume dalle filosofie morali classiche. 1989. 136). seguendo i fitti passaggi filosofici che Heidegger propone nella conferenza del 1930. In questa conferenza. C’è un intelletto ordinatore che legifera e. cosicché bisognerebbe guadagnare uno spazio più originario per definire l’essenza della verità. S0~S nella misura in cui caratterizza nella maniera più essenziale possibile la struttura ontologica del Dasein. 370-371). poiché essa si definisce come un paradossale lasciar-liberi: la libertà è innanzitutto lasciare che l’altro ne disponga. infatti. proprio conservando la sua essenza. A monte ci dev’essere un “comportar-si”. nella quale Heidegger sembra enfatizzare alcuni aspetti rimasti in parte occultati in Essere e tempo. 1987. è uno spiazzarsi origina- 134 . come strutture estatiche e trascendenti della temporalità. 31). organizza il mondo: la verità diviene in questo senso la concordanza del simbolico con il reale. ovvero veritas est adaequatio rei et intellectus (Heidegger.

ossia esso è in-cluso sin dal principio nella "#%# reale: infatti. come . “la libertà e-sistente non è una proprietà dell’uomo. La non-verità deve piuttosto venire dall’essenza della verità” (ivi. da una "#$%# che è il reale lacaniano (Richardson. Questo lasco. anche la non-essenza della verità non può sorgere successivamente dalla semplice incapacità o dalla negligenza. come conformità dell’asserzione. in quell’orizzonte non ancora capito della svelatezza e dello svelamento dell’ente” (ibidem). in quanto fondo abissale. pp. sono accettabili le formalizzazioni già emerse in Essere e tempo: S=S/~S. la permanenza essenziale della verità” (Heidegger. 146-147). se obliato o frainteso. al suo inizio. che. Detto brevemente. “Lasciar-essere — nel senso di lasciar-essere l’ente come quell’ente che è — significa lasciarsi coinvolgere da ciò che è aperto nella sua apertura. e-sistente” (ibidem) riprendendo il carattere del “rapimento” della Temporalität originaria. Ma verso cosa si cede? E che rapporto ha l’uomo con l’Aperto che pure “lascia-essere”? “Questo ‘aperto’ è stato concepito dal pensiero occidentale. Ma l’uomo. essa è. invece che con ‘verità’. ~(S=S/~S) (S=~S) e S0~S. 1993. “è il protoessenziale velamento diradante. Se traduciamo !"# ’ $ %&'!. della fissazione dell’ente nel suo “ora” intemporale che ha obliato il movimento traspropriante dell’Ereignis. La libertà è il lasco che fa sì che l’ente si s-veli dal nascondimento originario. allora questa traduzione non è solamente ‘più letterale’. solo se è posseduto da questa libertà. lo svelato.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 135 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO rio che lascia spazio al manifestarsi dell’ente. implica una ricaduta nel velamento. p. con un’ipotesi ermeneutica che non è nostra. lo Zeit-Raum che.Logica e tempo imp. cioè una sorta di non-senso di secondo grado. tradotte secondo la conferenza Dell’essenza della verità.!$ !"# ’ $ %&!. e diventa così capace di storia. ma contiene anche l’indicazione che induce a pensare e a ripensare il concetto abituale di verità. in quanto essente conferitore di senso. 371). p. si trova paradossalmente “appropriato” al non-senso. Assistiamo quindi a un relativo spostamento rispetto ai corsi di Marburgo: la libertà è certamente “es-ponente. 1989. Heidegger probabilmente non accetterebbe questa dinamica: il nonsenso che permane e serbando svela raccogliendosi non è lo stesso non-senso della semplice-presenza. con una terminologia di poco successiva. p. una sorta di cedimento. ma nella sua natura è un lasciar-essere. L’aperto è lo s-velato. ossia se non viene sostenuto paradossalmente nella sua “abissalità”. ciò che viene — con il nostro linguaggio — dal non-senso o. che 135 . con ‘svelatezza’. significano che la verità è essenzialmente relazionata alla non-verità (nel senso radicale che non c’è verità che non sia intrinsecamente non-vera). 62). ma l’uomo e-siste. 144). entro cui ogni ente sta” (ivi. tuttavia.

ma non è insensato quanto o come il nascondimento costitutivo dell’ !"# ’ $ %&'!. In tal maniera l’aporetica ricoeuriana sembra trovare una sorta di pacificazione. peraltro non ininfluenti nella filosofia heideggeriana — non è sempre la “stessa” cecità. 82-83). che la verità tradizionale.1 Prima definizione del concetto echologico di temporalità Dobbiamo a questo punto consolidare un primo approccio alla questione della temporalità. è che il tempo abbia in qualche modo a che fare con il “velamento”.t'ma @A 2. cioè quella che fissa l’ente nella sua svelatezza semplicemente-presente. esistono dei differenti dello stesso e delle identità dei differenti. il tempo nella sua carica aporetica incarna il non-senso nella sua dimensione essenziale. ricade suo malgrado nella non-verità. L’ente semplicemente-presente è insensato.continuiamo per metafore fotologiche. dopo i nostri détours nella filosofia heideggeriana.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 136 LOGICA E TEMPO la verità in qualche maniera pro-viene o “e-siste” dalla non-verità (che quindi la in-clude) e. È la medesima insensatezza che caratterizza le due polarità e che si estrinseca nelle caratteristiche specifiche del reale dell’impossibilità-infinità e del ritorno circolare. Orbene. A nostro avviso è in questa schisi che si situa l’aporetica della temporalità e si annodano così tutti i paradossi evidenziati da Ricoeur. La prima sensazione che ci sovviene. per poi successivamente e surrettiziamente rimarcarne una distanza ontologica. ciò che Heidegger sembra non accettare è la terza enunciazione echologica: ~S=~S. 2)3 2ogi&a no5motipi&a ' . ossia che la nonverità della "#$%# è la medesima non-verità dell’eccesso dello s-velamento.i. dell’abbacinamento dovuto alla “troppa” luce. la "#$%# oppure — con altro linguaggio — pertenga alle dimensioni ambigue del Fuori e del reale lacaniano (Zizek. Se infatti Sloterdijk deve supporre un Fuori oggettivo obliando il Fuori soggettivo — l’agalma lacaniano. quindi. poiché vengono saldati tra di loro i momenti apparentemente contraddittori della temporalità soggettivo-psicologica e della temporalità cosmico-mondana. 136 . Eppure la nozione del das Selbe sembrava aver messo enigmaticamente in contatto il concetto di “stessità” con quello di differenza: lo stesso si articola nel diverso e.Logica e tempo imp. l’oggetto a — Heidegger sembra dapprima evidenziarne l’omogeneità.3. infine. La cecità . Per certi aspetti. pp. dunque. 2000.

e cioè attraverso un processo emancipatorio ed evolutivo. coniugandosi così con un processo di razionalizzazione laica e secolarizzazione della condizione umana in generale e. Tale direzionalità o progressione d’altronde si è perpetuata nell’Illuminismo. che in fondo riassume il dualismo bergsoniano tra tempo-spazio e tempo-durata (ivi. istanti densi di significato che non potranno mai più riprodursi. antesignano — come abbiamo visto nella prima sezione — dell’assoluta indifferenza dell’ora. queste polarità devono essere risolte in un plesso unitario e. condurrebbe irreversibilmente alla morte atomica. La caduta originaria dell’uomo. successivamente. con l’evoluzionismo darwiniano e post-darwiniano. invece. quindi. oppure. “come un circolo in cui la materia determina la curvatura dello spazio-tempo e questa determina a sua volta il movimento della materia” (Marramao. gettato suo malgrado in una situazione che egli potrà mutare soltanto facendosi carico del suo essere-mortale e finito. in un sistema chiuso come il cosmo. instaurando così quella che ancora oggi gli scienziati definiscono “freccia del tempo”. 1990.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 137 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO Analogamente. il greco ha inteso il tempo in modo circolare. l’Apocalissi. troviamo una concezione quantistica e relativistica. 17). Con parole differenti. secondo una tradizione cosmogonica che probabilmente gli proveniva dalle culture iranico-accadiche e che si è propagata attraverso i culti ermetici ed esoterici sino al Rinascimento.Logica e tempo imp. p. in alternativa. 16). infatti. invece. Dal punto di vista echologico. costituiscono eventi irripetibili o semelfattivi. Ma se Heidegger appare ad esempio palesemente cristiano e Aristotele. secondo la quale ogni relazione spazio-temporale con la materia risulta essenzialmente simmetrica e paritaria. quindi. Prigogine secondo la quale ogni processo chimico-fisico dell’universo comporta un dispendio energetico che. assistiamo anche ad una saldatura delle concezioni della temporalità usualmente ascritte a una visione religiosa dell’universo: la temporalità greca e la temporalità di origine cristiana. è interessante notare come queste due antiche polarità si ripresentino anche nelle più diffuse concezioni scientifiche del nostro tempo: ancora oggi infatti troviamo il concetto entropico del tempo. p. ha imposto un orientamento messianico al decorso degli eventi. Tradizionalmente. ossia l’idea del chimico I. la salvazione attraverso la crocifissione e la resurrezione di Gesù. potremmo dire che da un lato emerge un orizzonte per lo più finitistico e nichilistico. non può essere reintegrato e. dall’altro un orizzonte infinitistico e meccanicistico: l’aporia del tempo consiste proprio in questa doppia polarità. Il cristianesimo. L’uomo subisce il tempo in quanto heideggerianamente geworfen. rimeditate alla luce dell’altra profonda sal- 137 .

:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 138 LOGICA E TEMPO datura. ossia quella tra spazio e tempo (ivi. poiché marca soltanto il momento sfuggente e allotrio della temporalità. In termini echologici. In tal modo essi corrono frequentemente il pericolo di smarrirsi nel groviglio dei loro stessi simboli. p. Dunque. Riflettendo su che cosa significhi un “atto” propriamente detto. quella medesima 138 . cioè la possibilità di un tempo pubblico e misurabile dagli orologi. mitizzandola. allora. ma che talvolta divengono oscuri ai propri creatori: l’inconoscibilità o l’apriorità (che è la stessa cosa) delle dimensioni spazio-temporali dipendono dal fatto che esse costituiscono quel livello basico di simbolizzazione senza il quale non ci sarebbe alcuna conoscenza e alcuna società. ossia rientri nei suoi meccanismi simbolici. È un insieme di “simboli di orientamento” che vengono tramandati ed appresi. il tempo sembra spesso agli uomini qualcosa di enigmatico” (Elias. Zizek arriva a una tensionalità affatto simile in cui il gesto insensato “reale-etico-eterno” dà luogo al tempo come “narrazione-divenire-senso-simbolico” grazie al quale l’uomo crea quello schermo fantasmatico che sostiene. il tempo è essenzialmente una formazione di senso. “È una difficoltà tipica delle indagini sul tempo che gli uomini siano ancora molto poco consapevoli della natura e del modo di funzionare dei simboli che essi hanno creato e che utilizzano costantemente. senza tener conto del fatto che in fondo esiste anche il “tempo deiettivo”. in quanto essa caratterizza quel versante normalmente obliato dalle concezioni esistenzialistiche e psicologistiche della temporalità. sia ancora un effetto di senso. Con Heidegger dobbiamo considerare questa componente deietta coessenziale alla temporalità originaria. Addirittura Elias suggerisce l’idea che la sua insensatezza o inconoscibilità. 128). Ciò significa che il tempo non ha solo a che fare con il non-senso. ma è pure una forma di senso. pp. I calendari che gli uomini hanno creato e i quadranti degli orologi sono una testimonianza del carattere simbolico del tempo. 1984. Elias sembra indirizzarci verso un percorso che ricorda per certi aspetti la sferologia di Sloterdijk: il tempo rientra tra quei processi di formalizzazione e ritualizzazione collettiva con la quale l’uomo costruisce e mantiene i propri spazi sociali. Tuttavia. La semplicistica equazione tempo=non-senso infatti non è del tutto soddisfacente. 37-38). L’uomo crea delle cortine simboliche collettive che poi non riesce più a comprendere e che in tal modo assumono vieppiù un carattere esterno ed enigmatico.Logica e tempo imp. dobbiamo affermare che il tempo ha la struttura di un senso che in qualche maniera è commisto al nonsenso. In quest’ottica il sociologo N. l’Entscheidung schellinghiana che sta alla base della mitizzazione e dell’uscita dal reale caotico.

aprendo la dimensione della temporalità/storicità” (Zizek. e dell’origine della narrazione temporale-simbolica che tenta invano di rendere ragione di se stessa. sono lo stesso reale. con tutte le conseguenze che potremo trarne: S=S /~S ~(S=S / ~S) (S=~S) ~S=~S S0~S Iniziamo a tradurre questi enunciati con un linguaggio più consueto: 1) il tempo è un senso o una simbolizzazione che è unita necessariamente al non-senso o al reale: esso è quel tanto di sapere o “gesto” che però è destinato a debordare e che in qualche maniera ci sfugge. è "impossibile" o. esso rimane incluso nel reale insensato. è nel suo complesso incoerente nella misura in cui da esso sono derivabili proposizioni contraddittorie. La proposizione S0~S è sempre falsa. i nostri medesimi atti. p. Ciò significa dal nostro punto d’osservazione che anche al tempo è applicabile la nostra formalizzazione. poiché una sua razionalizzazione eccessiva conduce nuovamente al non-senso. 98). la componente temporale rientra in una concezione tarskiana della verità. 2000. se invece attribuiamo al senso S un valore F. 3) il reale esterno. Il grafo echologico del senso. dunque. cioè ci apre senza più alcuna difesa a quel reale che avremmo voluto allontanare. un atto propriamente detto è il paradosso del gesto ‘eterno’/senza tempo di sconfiggere l’eternità. costituisce un'affermazione meno pacificante di quanto possa apparire. 2) l’aspetto simbolico non può quindi esaurire del tutto il fenomeno della temporalità. "Il tempo è un senso". L’atto dell’istituzione simbolica è dell’ordine del reale ed è quindi temporale nella doppia valenza di traccia (etica) della giunzione paradossale tra reale e simbolico. ossia il nostro destino di mortali. infatti. 4) per quanto il tempo simbolico cerchi di allargare i propri confini.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 139 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO eternità insostenibile che vuole occultare: “in breve. la proposizione S=S /~S può essere vera. Tuttavia. cioè considerando i fattori contestuali e metalinguistici che regolano l'assegnazione dei valori F e V (vero e falso). ossia l’eterno ritorno dell’universo.Logica e tempo imp. sono le due facce della medesima medaglia. e il reale interno. è un pezzo di non-senso eterno e senza-tempo che talvolta non riusciamo a riconoscere. ossia se lo consideriamo — come pensiamo — una finzione. La S0~S è contraddittoria e incompatibile con un sistema logico coerente. qualunque sia il valore di verità che attribuiamo alle variabili. meglio. ma se valutata in base a specifiche circostanze temporali può assumere un valore di verità: soltanto per fare 139 .

dal quale non si può uscire se non inserendo all'interno del discorso dei contesti e dei blocchi. che il tempo non può essere trattato come un oggetto logico qualunque. pur essendo esso stesso un senso. Questo indica. di far evolvere qualsiasi simbolizzazione collettiva. assieme allo spazio. le scelte implicite e nascoste del (nostro) pensiero perché sono ciò a partire da cui pensiamo e che. non possa divenire maggioranza e includere l'etnia dominante. ritualizzazione. nello stesso momento. anzi le abbiamo incrementate a dismisura. fatto questo sostenibile soltanto in una sfera di finzionalità: "non possiamo pensare le (nostre) radici. Quando Prior inserisce all'interno della freccia del tempo "prima-poi" un vettore direzionale. "nel tempo". cioè. 2) se le condizioni tarskiano-prioriane di verità implicano una contestualizzazione temporale. non è detto che nel tempo un'etnia minoritaria all'interno di una determinata comunità. Dovremo pertanto continuare la nostra indagine approfondendo quegli aspetti 140 .:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 140 LOGICA E TEMPO un esempio che riguarda i rapporti tra popoli maggioritari e popoli minoritari. si pone come un "da-cui" e "rispetto-a-cui" il senso ha senso.2 Ritmo. come vedremo. quindi. ma emerge nell'ambito di un debordamento e di uno scarto.3. 2. anch'essi finzionali. per noi ha il significato di una "finzionalità" intrinseca nel senso e. però.Logica e tempo imp. valutata da una temporalità esplicitabile con la medesima formula. quindi. visto che quest'ultimo è isomorfo al senso stesso. si innesca un processo infinito.. non abbiamo guadagnato granché nel senso di una risoluzione delle aporetiche della temporalità. dunque. destorificazione In apparenza. non possiamo pensare" (Milanaccio. Dobbiamo allora segnalare due emergenze che a nostro avviso costituiscono la vera aporetica della temporalità: 1) che la S=S /~S possa essere vera nella misura in cui S=F. Abbiamo appreso però preliminarmente che per certi aspetti il tempo concerne dappresso la costituzione di ogni senso e. p. 2007. come se "ci fosse sempre un tempo in più" ed è ciò che emerge d'altronde nell'espressione S0~S. ipotizzando una non tematizzabilità del tempo o una sua infinita tematizzazione.. Il tempo.. ci ritroviamo di fronte al paradosso di una formula del tempo. nell’ambito di un paradossale contesto finzionale. presuppone già una costruzione del senso del tempo e della sua logica che è quella che deve valutare contestualizzando e circostanziando. La questione è che la funzione finzionale f è tale che coinvolge anche ~S. In altre parole. il nonsenso: è la riproposizione del paradosso di Epimenide. 31). consente di stabilizzare e.

si colloca in un crocevia abbastanza complesso che non ha pochi rapporti con la questione del tempo e della sua inaddomesticabile paradossalità. il tempo delle fasi della crescita fisiologica. allora. quelli che Weber definisce i ‘problemi del senso’. con i concetti di sfera di Sloterdijk e di “simboli di orientamento” di Elias. emerge da un lato un rapporto affatto specifico con la dimensione del tempo: il tempo delle stagioni. La neotenia dell’individuo umano necessita di una serie di barriere difensive. Le credenze religiose e i riti sono ovviamente l’ambito privilegiato entro cui si manifesta la ricerca del significato dell’esistenza” (Scarduelli. il tempo della nascita e della morte. p. Esso. sulla fede. ma che proprio nella spazio-temporalità affiorano con particolare intensità e vividezza. non è simbolizzabile. dall’altro un processo “ritornellizzante” che attraverso la codificazione-finzione e la ripetizione riesce in qualche maniera a conferire senso e a “controllare” ciò che di fatto. ovvero basato sulla 7'4. è necessario un ulteriore breve détour nel campo dell’antropologia del rito. ma riproduce parimenti anche degli elementi caratterizzanti il reale e la temporalità. è un evento che ha un carattere di irripetibilità. Ad esempio. In tale prospettiva simboli- 141 . per essenza.'s. azioni e simboli infinitamente ripetibili e socialmente codificati. ma come neutralizzato o messo-traparentesi: il senso come unione logica del senso e del non-senso è paradossalmente fondato sulla “credenza” del senso e la lateralizzazione del non-senso. In altre parole. Su quest’ultimo aspetto non ci soffermeremo in questa sede. ma marca soprattutto la componente temporale-diveniente. Il rito rimanda a un . le iniziazioni. Ciò risulta indispensabile poiché raccorda la nozione echologica di padronanza. dunque. qualcosa del reale e del non-senso rimane. “per Geertz ogni cultura tenta di elaborare una propria specifica risposta ai problemi fondamentali dell’esperienza. In essa. Prima di continuare il nostro approfondimento echologico. di ritornelli e territorializzazioni che allontanino il Fuori e lo controllino: il senso in se stesso. 46). può essere definito come una grande invenzione o antropotecnica che possiede i caratteri del rituale e della credenza. Il “rito” fa coagulare in sé varie istanze tipiche della struttura del senso.Logica e tempo imp.&$&'*.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 141 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO echologici che non soltanto caratterizzano il senso tout court. ma è pure un insieme performativo di gesti. insomma. 2000. Il rito è infatti nello stesso momento evenemenziale e ripetibile. ma potremmo dire genericamente che uno dei modi in cui il grafo echologico del senso diviene in qualche maniera sostenibile è proprio un rapporto di tipo pistemico. a uno scorrere: esso è basato su una credenza più o meno diffusa e inconscia.

tra-dizionalizzato all’interno di una determinata comunità. 64). il rito viene così tra-mandato. 67). nel quale trovano un orizzonte di arresto e di ripresa. la società agricola compie una sorta di esorcismo nei confronti del peri- 142 . cioè l’affezione patologica causata dal morso della “taranta” nelle regioni del Salento. all’invecchiare e al morire del re e alle crisi della successione. costituisce invece nelle civiltà del mondo antico un esempio di simbolo religioso collettivo. “Il grande tema mitico del ‘nume che scompare e torna’. sia una dimensione inconscia. l’”anabasi” riporta verso una nuova dimensione dell’umano. 65) che significa in primo luogo un’uscita dall’orizzonte della temporalità: il movimento della “catabasi” configura una sorta di aderenza al reale. mantenendo certi stilemi e forme. De Martino ha notato come il rito manifesti il tentativo di “controllare” temporalmente sia una dimensione oscura della natura.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 142 LOGICA E TEMPO ca. il rito stesso rimanda ad altri riti. 1962. Successivamente. viceversa. mantenendo inalterate le forme. ma cangiando i significati. infatti. 108) che diffonderebbero territorialmente delle credenze native secondo un processo epidemiologico (Dan Sperber. p. mutandolo e talvolta coniugandolo con altre tradizioni rituali. in cui la “tarantata” si dimena e agita come se fosse in preda a una crisi vera e propria. 2000. Si tratta dei cosiddetti “contagi emici” (Allovio. p. i momenti critici connessi al ritmo stagionale della vegetazione. il tentativo sempre mancato e sempre iterato di “sostenerne l’essenziale insostenibilità”. sussistendo nella sua struttura nella misura in cui le generazioni ne interpretano il senso. ma virando decisamente il senso dei gesti e del rituale in se stesso. La padronanza nei confronti del non-senso emerge attraverso un processo di destorificazione (ivi. e che nel rito è fatto scomparire e tornare. p. p. ai lutti famigliari e al rischioso ritorno dei morti. La prossimità del reale alla struttura del senso si evince a nostro avviso proprio nel rapporto particolarmente stretto (e invero paradossale) tra rituale e temporalità: soprattutto E. 1999) il quale avrebbe come scopo primario la liberazione dell’uomo dall’ “angoscia” nei confronti del reale. si diffonde territorialmente. oppure. una sorta di “riumanizzazione” che rende più forti i soggetti grazie alla mimesi e alla ripetizione ossessiva di eventi traumatici e minacciosi (ivi. e infine a episodi traumatizzanti che ricorrono nell’infanzia e nell’adolescenza di ciascun individuo” (De Martino.Logica e tempo imp. di controllo e di risoluzione. Secondo taluni autori. cioè il Fuori nelle sue dimensioni di esterno allotrio e di extimità soggettiva. Il latrodectismo. Nella ripetizione del trauma. una fuoriuscita dal simbolico che paradossalmente congela il divenire degli eventi. si fonde e si riassume nelle crisi simboliche. ad esempio.

dal retro e diviene a fortiori il nucleo fondamentale di ogni forma di ritualizzazione. proprio nel suo carattere di ri-petizione e di ri-figurazione implica da una parte una sospensione della temporalità. 143 . dall’altro l’immanente prossimità del simbolico stesso. implica un allontanamento dal nonsenso del reale attraverso una paradossale prossimità. 53). la crescita e la morte: il rituale. Nel meccanismo della destorificazione assistiamo alla compenetrazione delle due facce della temporalità: la sospensione momentanea dell’attuale corso degli eventi. Lacan. Ciò significa che anche le strutture più complesse come l’etica. il senso propriamente detto come paradossale congiunzione di senso e non-senso. Il simbolismo della taranta si era cioè reso autonomo (…)” (De Martino. la scienza e la religione non rappresentano che delle forme rituali in cui la costruzione del senso svolge la sua funzione evolutiva nella specie umana. ad esempio. come strumento filosofico per antonomasia. E la ri-flessione stessa.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 143 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO colo e degli “avvelenamenti” possibili negli imminenti raccolti: “il tarantismo come orizzonte mitico-culturale definito. 1961. la danza e i colori. incorporando simbolicamente questi fatti o pezzi di reale. di creare delle serre climatizzate capaci di scongiurare l’incontro con la realtà.Logica e tempo imp. p. per essere ogni anno esorcizzato con la musica. articolando un livello normativo e obbligazionale necessario al consolidamento di un gruppo sociale e circoscrivendo degli spazi chiusi all’interno del non-senso che costituiscono il proprio modo di “territorializzare” il reale e. Il tempo tuttavia non viene in questo modo controllato: nella ripetizione del rito esso rientra. in quanto il latrodectismo doveva essere considerato una importante condizione storica ed esistenziale per la genesi del tarantismo. Nel rito viene sospesa parzialmente l’usuale prassi simbolica in favore di una sorta di “mimesi” psicotica in cui simbolico e reale tendono a fondersi tra di loro. garantisce una sensatezza alla nostra esistenza che altrimenti deborderebbe nel non-senso. Esso è da un lato il Fuori minaccioso. per così dire. nota come spesso l’entrata nella psicosi sia dovuta dall’incapacità del soggetto di spiegare simbolicamente quei fatti misteriosi e in-sensati che sono la procreazione. non era ‘riducibile’ al latrodectismo ma non era ‘indipendente’ da esso. dall’altra l’iterazione di un controllo che dona sicurezza e padronanza. quindi. cioè come morso della taranta che avvelena nella stagione del raccolto dei frutti estivi e che ogni anno torna ad agire come morso e come veleno.

venendone esso medesimo incluso. invece. Sono infiniti i sensi con i quali l’uomo affronta il reale.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 144 LOGICA E TEMPO 2. delle leggi e delle regole nei quali l’infante viene immesso in seguito al superamento del complesso edipico. Vale in questo senso l’enunciazione S1FS2 ~S. poiché S1 e S2 divengono insieme e paradossalmente inclu- 144 . che risulta palesemente un’affermazione contraddittoria e quindi insensata.S1)] = G(x):[(x.S2)=(xHS1)]}= (x. 80). Non esistono livelli gerarchici o regioni privilegiate: i tipi logici di Russell o l’impianto categoriale di Aristotele indicano un determinato “regime” o “rituale” che funziona in una determinata situazione simbolica. dove l’Altro . mentre con un’altra formalizzazione possiamo esplicitare questa tesi nel seguente modo: S S S S S S S S !D oppure. abbiamo: :(x):{[(x. come se ce ne fosse uno soltanto: il senso della vita.S1)Ÿ(xHS2)]}.Logica e tempo imp.come è noto .S2)]=G(x):[(x. Lacan ha espresso ripetutamente quest’evenienza fondamentale dicendo che “non c’è Altro dell’Altro” (Lacan.S1) :(x):{[(x.indica genericamente il simbolico. Sino ad ora. p. noi diciamo che c’è sempre un senso in più. il senso dell’universo. Cs=oDEs+1. Invece il senso è per sua natura plurale e molteplice: con un aforisma. senza tuttavia che si possa in qualche maniera ritrovare un fondamento di tale esistenza: sussiste infatti una sorta di principio di pariteticità echologica in base al quale ogni formazione di senso è uguale ed ha i medesimi diritti di qualsiasi altra formazione di senso.S2) (x. Formalizzando infatti il processo riflessivo nella sua completezza echologica. XX. oppure “ek-siste”. Questa pariteticità può essere espressa col dire che non esiste un metasenso. ma che non per questo può assurgere al ruolo di struttura apriori di ogni articolazione possibile del senso. il senso dello spazio. diviene ipso facto insensato. matematicamente. abbiamo parlato di senso al singolare. cioè l’insieme dei linguaggi.3 Il paradosso del meta-senso Il rito e la concezione di Elias del tempo hanno più volte rimarcato il significato collettivo di queste formazioni difensive. il che significa che dobbiamo affrontare il plesso paradossale dell’infinita pluralizzazione dei sensi e dell’impossibilità di qualsiasi gerarchia.3. ovvero qualsiasi S2 che tenti in qualche maniera di prevalere (attraverso l’inclusione o — secondo la tradizione filosofica — la riflessione) su un altro senso S1. il senso del tempo.

è una sorta di operatore di debordamento o eccedenza. poiché non soltanto le formule del senso risultano insostenibili per se stesse. è quella che giustifica la co-fungenza del non-senso all’interno del senso. sempre emendabile e sempre sovvertibile da un nuovo ordine: riflettente e riflesso si possono scambiare in ogni istante i ruoli. ci troviamo in una palese condizione paradossale. il paradosso echologico della riflessione insiste proprio sul carattere finzionale di questa “cifra evenemenziale”. in un’iterazione che avrà sempre una marca eccedente e una cifra ulteriore del ri-torno. L’espressione S1FS2 ~S semplifica questi passaggi e implica in maniera forse più lineare lo statuto sostanzialmente illusorio e “teatrale-posizionale” della riflessione: il metalinguaggio che “parentetizza” un linguaggio-oggetto ri-comprendendolo. S1FS2 ~S che dovremo affiancare alle precedenti. applicabile a qualsiasi formazione simbolica. Riprendendo quindi le nostre formule: Cs=oDE s+1 . deriva dalla stessa infinità del senso. Ma in che senso possiamo parlare di una pluralità infinita di sensi? E lo scivolamento — termine generico e non specialistico — come si 145 . In sostanza. la quale non può in alcun modo essere controllata sulla scorta della sistematica cantoriana degli insiemi infiniti.Logica e tempo imp. Questa co-fungenza. cioè anfibolicamente anche il sapere S1 a sua volta riflette sul sapere-riflessione S2. in un gioco di specchi senza confini. di fatto viene proprio ri-compreso in questo linguaggiooggetto nella misura in cui cerca o s’illude di ri-fletterlo. Per certi versi. spesso mascherata. una statuizione provvisoria ancorché arbitraria. Non si tratta infatti di “rinominare” degli infiniti. l’elemento del sapere S2 che però non appartiene a S1 costituisce quell’elemento “eccedente” che è la riflessione tout court e che potremmo esemplificare come la “cifra evenemenziale” del ri-torno. ma anche perché si trovano in un contesto aperto.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 145 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO si l’uno nell’altro. dove non è possibile definire alcun tipo di dominio definito. E il meta costituisce essenzialmente un fattore topologico-posizionale. oppure possono mantenere contemporaneamente questa doppia funzione. questa forma contestuale aperta e priva di ogni gerarchia o tipizzazione logica che fissi “livelli” e meta-contesti. dacché si dà anche contemporaneamente che esiste un elemento di S1 che non appartiene a S2. Ora. sì da trattarli operativamente come insiemi chiusi: l’infinito che dobbiamo originariamente maneggiare è l’infinito scivolamento o slittamento di un senso verso un altro.

che in Heidegger rimanevano problematicamente prossime e interagenti: un movimento colonialistico che cerca continuamente di guadagnare spazio. una finzione che 146 . costituisce l’impasse del meccanismo riflessivo. sia che ci muoviamo scavando nella profondità di un qualsiasi concetto. come se la territorializzazione deleuze-guattariana consistesse effettivamente in una sottrazione di terra alla foresta. in una sorta di invaginazione. vuole dimostrare questa circostanza ambivalente. infatti. un movimento di esorcismo intimo che implica un controllo delle forze insensate che abitano in noi e che ciò nondimento ci mettono drammaticamente in contatto con il Fuori e l’Unheimlich. Orbene. allude invece a un “rimando intensionale”. Sia che ci muoviamo in senso orizzontale. La riflessione. Nel Ci dell’Esser-ci si condensano sia l’apertura della radura e della Lichtung sia l’orizzonte temporale aperto dall’Angst per la possibilità dell’impossibilità della morte: anticipando le nostre tesi. L’altra formula. quella della riflessione: S1FS2 ~S. Conversamente. Questi due movimenti. sebbene finzionali o per essenza insensati? In effetti già nelle precedenti analisi avevamo evidenziato due polarità. mentre d’altra parte la stessa catena Rn delle riflessioni si configura come una collezione di riflessioni complanari e adiacenti. però. ci troviamo a manipolare degli infiniti che rendono inefficace e illusoria qualsiasi forma di chiusura. se parliamo di inclusione o incorporazione ri-flessiva.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 146 LOGICA E TEMPO articola. giustapposte una al fianco dell’altra senza alcuna differenziazione di livello. potremmo infatti dire che lo spazio-tempo costituisce una forma di chiusura (riprendendo così l’idea di “limite” immanente nell’”orizzonte” heideggeriano) che concerne il reale tout court nella sua ambivalente duplicità e. conduce ad un’altra riflessione e ad un’altra ancora. all’infinito. ad esempio. ossia il suo debordare in una sequenza infinita di sensi “orizzontali” .Logica e tempo imp. l’espressione Cs=oDE s+1 integra quello che definiamo “rimando estensionale”: essa potrebbe essere ascritta in maniera superficiale a una forma di territorializzazione spaziale. cioè all’inclusione di un senso da parte di un altro. sono spesso dal punto di vista echologico indistinguibili. ovvero come il passaggio da una semplice giustapposizione degli eventi a una sussunzione causalistica costituisca di fatto un’illusione del nostro intelletto. dove l’uomo cerca di guadagnare territori spostandosi sul piano orizzontale. medesimamente. la sequenza di sensi semplicemente giustapposti può profilarsi come un rimando intensionale: la critica humiana al principio di causalità.

sovrapponendo la “serrificazione” geografica e territoriale alla “climatizzazione” simbolica. ossia l’affermazione che un senso può “avere” senso soltanto nella sua monolitica singolarità. In altri termini è come se affermassimo che una pluralità di sensi diviene alla fine insensata. diviene 147 . invece. né d’un nemico che ci assilla e ci minaccia. ma che solo il senso. quindi.sottolinea l’identità tautologica del non-senso con se stesso: ~S=~S. Essa rappresenta in maniera metaforica l’uguaglianza tra il non-senso cosmico e il non-senso soggettivo. per rendere in apparenza più chiare le cose.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 147 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO camuffa intensionalmente un semplice rimando estensionale.e qui incominciamo a riconoscerne l’importanza . può sussistere e consistere. la serie dei sensi infiniti C equivale a al senso unito al non-senso. cioè in virtù della costitutiva indiscernibilità di rimando intensionale e di rimando estensionale. La terza proposizione infatti . Traducendo però anche la seconda formula. ovvero all’istituzione di sempre più ampie (nel senso della profondità intensionale e riflessiva) aree difensive. cioè per essere espressione di una serie infinita: Cs=oDE . Più brevemente. e. ecco che troviamo la seguente espressione: ~(Cs=oDE=S/~S) (S=~S). l’insensatezza del senso viene adombrata proprio a livello di struttura echologica. S=S/~S. L’insensatezza del senso non dipende dall’oscurità terrifica di un Fuori di cui costantemente presentiamo il pericolo. Sulla scorta di queste osservazioni dovremmo ridisegnare parzialmente le nostre formule: l’enunciazione principale. allora senso e non-senso coincidono.Logica e tempo imp. la negazione che la pluralità di sensi sia in parte insensata. proprio in virtù di questo suo carattere infinitamente molteplice. tende suo malgrado a confondere i piani. ma qui li propone nella paradossale identità di serie infinite di sensi tra di loro costitutivamente eterogenei. stesso. Così risulterebbe dunque la versione più completa del grafo echologico: Cs=oDE =S/~S. Dobbiamo tuttavia stare attenti alla nostra simbolizzazione: un po’ surrettiziamente abbiamo introdotto infatti un’ulteriore differenziazione. il senso invece unito al non-senso è ciò che ci dà la serie. né tantomeno degli oscuri meandri del nostro animo che di tanto in tanto ci angosciano o ci fanno agire in modo inatteso o inconsulto. cioè se neghiamo che la serie di sensi sia composta dal senso e dal non-senso. Sloterdijk. a livello del nostro grafo. dalla consequenziale deriva infinita che viene messa in gioco. sia esso il “buon senso” o il “senso comune” o il “senso” proprie dictu come il Geist hegeliano. deve tener conto che ogni senso S si caratterizza per essere una batteria di sensi ulteriori. Il senso come serie Cs=oDE pare differire dal semplice senso S.

2004) ecco che la serie Cs=oDE dovrebbe così essere ulteriormente caratterizzata: 148 . così come non è possibile alcuna logica senza che essa rimanga ancorata a una deriva insensata. attraverso quello che definiamo un blocco del rimando che è ad un tempo insensato nella sua radicalità. Quest’ultima è in fondo necessaria. ossia Cs=oDE0~S: una serie infinita di sensi. La serie in se stessa nell’indiscernibilità di rimando che la caratterizza risulta di fatto impossibile ed è così insensata da approssimare il reale e riprodurne per certi aspetti la struttura intrinseca (Bazzanella. È come se d’un tratto avessimo trovato il bandolo della matassa che già l’analitica esistenziale di Heidegger aveva scompigliato: non esiste un solo senso.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 148 LOGICA E TEMPO tosto un’enunciazione insensata. ma dev’essere mantenuta sempre all’orizzonte dello sciame infinito delle serie di sensi che da essa in qualche maniera si dipartono. 2006). ma una pluralità di sensi. suo malgrado. e la concezione univoca del senso quale la conosciamo può essere mantenuta soltanto attraverso un irrigidimento metafisico in se stesso. Se riprendiamo allora un’altra formalizzazione che avevamo ampiamente utilizzato nel nostro Trattato di echologia (Bazzanella. La quarta espressione sembra confermare questo approccio: S0~S. riportando presso di sé. è nel suo insieme insensata. Ciò che la logica ha da sempre espunto sin dalla sua costituzione. Diviene allora necessaria una soggezione o.Logica e tempo imp. un tratto unario che funga da elemento di chiusura e di taglio. le tracce dell’incontro traumatico con il reale stesso. la fissazione soggettiva. quindi. Questo blocco ha anche a che fare con una forma traslata di soggezione: nella differenziazione tra Cs=oDE e S c’è infatti di mezzo paradossalmente il soggetto. come vedremo — con il blocco del rimando simbolico e. ecco che sottentra in altri modi. come afferma Lacan. da discrimine che da un lato eluda la deriva infinita del non-senso e dall’altro che ne mantenga la co-fungenza. e necessario per il conferimento di senso. attraverso l’espunzione parzialmente fallita della temporalità dall’ambito dell’istituzione simbolica e — con un meccanismo affine. ancorché composta da sensi “sensati”. ossia il plesso paradossale espresso dalla S=S/~S: non è possibile alcuna logica senza questo fenomeno di blocco che paradossalmente ha a che fare con il tempo nella sua medianità tra senso e reale.

L’epoca attuale si profila ad esempio con talune connotazioni patologiche proprio perché il discorso del Padrone è stato sostituito dal “discorso dell’Università”. rimane un fatto indecidibile. solo retroattivamente. lo oblia artatamente. ove evidenzia come nell’articolazione di vari tipi di discorsi tenda comunque ad affermarsi il discorso del Padrone. pp. va a direzionare e subordinare. implica che “quel” senso è differente dagli altri. del sapere del servo. poiché le parentesi (indice di “incassamento” e intensione) sono essenzialmente permutabili e mai definite una volta per tutte. “Il padrone che compie questa operazione di spostamento. 19-20). XVII. ossia una rimozione che non è affatto riflessiva: qualsiasi ulteriore riflessione non farebbe infatti che reintrodurre un senso ulteriore. senza tuttavia saperne. La @ grande. In ogni articolazione di senso questa frangia viene per così dire epochizzata e soltanto nel pensiero creativo affiora per dar luogo a nuove soggezioni e nuovi sensi. con il rischio conseguente di scadere nel non-senso. Il senso--Padrone @ instaura la propria padronanza immettendosi in una catena di sensi-significanti Cs=oDE che gli preesiste e che lui. Che un senso s piccolo sia riferibile a un altro senso in modo estensionale o intensionale. raggiungendo il piano formalizzato dell’argomentazione logica. Lacan ha descritto questo processo del senso nel Seminario XVII. Il non-saperne-nulla descrive la “messatra-parentesi” della Cs=oDE. cioè da un sapere illimitato ma senza soggetto.Logica e tempo imp. anche se lo si vede sempre meno — un vero padrone non desidera sapere assolutamente nulla — desidera solo che la cosa funzioni.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 149 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO " (" s-s-s-s-s-s-s-s-s-s-@-s-s-s-s-s-s-s-s-s-s ") " La serie implica un rimando intensionale ed estensionale infiniti. invece. pur articolandosi nel reale. di bonifico bancario. E perché mai dovrebbe aver voglia di sapere?” (Lacan. nel senso che ogni senso rimanda estensivamente ad infiniti altri sensi e “incassa” (o embeds) intensivamente altri sensi inclusi. ha forse voglia di sapere? Un vero padrone — l’abbiamo visto in generale fino a un’epoca recente. ovverosia implica una soggezione che di fatto neutralizza la nebulosa della pluralità di sensi co-occorrenti. Orbene: il sapere dell’Università tende invece a met- 149 . inficiando così sin dall’inizio la supposta aseità del senso S. Si tratta di una forzatura che.

cioè nessuna assialità di tipo aristotelico-porfiriano “superiore-inferiore”. “alto-basso”. Abbiamo visto che una radicalizzazione di questa tesi. una sorta di solipsismo (per quanto. S1FS2 ~S. pp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 150 LOGICA E TEMPO tere problematicamente assieme la Cs=oDE e il senso egemone S. quindi. etc. ma come pluralità indefinita e indefinibile dei soggetti. Ora. la possibilità di ogni logica e di ogni senso si fonda suo malgrado su un’azione riduttiva che mantiene dei caratteri di violenza e forzatura. sebbene non ci sia alcun rapporto di tipo gerarchico. non come residuo della soggezione stessa (l’istituzione simbolica).4 La normotipia Nel precedente paragrafo abbiamo consolidato la necessità di una concezione pluralistica del senso.Logica e tempo imp. che talvolta un po’ eufemisticamente viene defi- 150 . analogamente peraltro all’istituzione simbolica che sta alla base di ogni logica: invero.. In effetti. Non esiste un solo senso e. “migliore-peggiore”. “ogni metasenso non ha senso”).3. dal nostro punto di vista. “c’è sempre un senso in più” e “non esiste un metasenso” (o. cioè un’assoluta e infinita serialità del senso. 1985. Questo passaggio teoretico è fondamentale. La fissazione-blocco del significante si articola paradossalmente nella fissazione dell’infinità dei significanti. poiché tenta di colmare un’impasse presente nelle analisi heideggeriane di Essere e tempo: infatti la struttura esistenziale del con-Esserci — come osserva Ricoeur (Ricoeur. Riprendiamo quindi la nostra notazione della pluralità (o “molteplicità” per dirla con Deleuze): Cs=oDE s+1. 116-117) — risulta troppo debole per giustificare la traslazione da una temporalità soggettiva e individuale al concetto di storicità pubblica. cosicché il nonsenso è divenuto “soggetto”. rende di fatto impossibile il senso stesso. il senso non debba necessariamente essere legato a una soggettività “umana” o ad un “io”): ogni senso rimanda a un senso ulteriore. La stessa storia del sapere occidentale si basa su questa profonda semplificazione. già la semplice notazione S occulta una serie di presupposizioni e una serie infinita di rimandi e di orizzonti. ossia lo rende assimilabile al non-senso. cioè l’infinità di un sapere che non riesce a discernere tra livello estensionale e livello intensionale è divenuto nel capitalismo il vero Soggetto. 2. detto altrimenti. tale notazione è riduttiva e “neutralizzante”. cioè mette tra parentesi ciò che in echologia definiamo “campo essematico” (il campo infinito dei rimandi e delle relazioni articolate da qualsiasi essente).

M’essére. sussumendole. XX. niente obbliga in alcun modo a isolare il verbo essere. Lacan. per definizione. ad esempio. è un’accentuazione piena di rischi. però. Anch’essa. quante più possibili linee di divergenza. produrlo in quanto tale. “L’ontologia è ciò che ha messo in vigore nel linguaggio l’uso della copula. cioè tende a direzionare. un impostore: il Master è qualcuno che. Si pronuncia è quel che è. Il significante è innanzitutto imperativo” (ibidem). p. èkuelkeè appunto. poiché di fatto non ne ha alcun titolo e tenta di prendere più spazio possibile all’interno di infiniti ulteriori sensi. che dipende dal fatto che il significante comanda. 31). ma diviene cogente nella misura in cui dispone anche le altre articolazioni di senso. colui che. quando si dice di una qualsiasi cosa che è quel che è. p. Non ci sarebbe niente da vedere se un discorso. Ma la curiosità assale quando ci accorgiamo che questa riduzione possiede anche i caratteri dell’arbitrarietà se non della vera e propria impostura. che potrebbe benissimo scriversi èkuelkeè. che è il discorso del padrone. 162). Osserva infatti Zizek evidenziando quest’aspetto decisivo: “la tesi fondamentale di Lacan è che il Master è. del misterioso X che elude la comprensione della struttura” (Zizek. un “blocco” all’interno di una sequenza di senso Cs=oDE s+1 cui non corrisponde nessun riscontro “reale”. isolandola come significante. nel campo completo della diversità delle lingue. 151 . della lacuna creata dall’inserzione di un senso nel mondo. 1992. L’ontologia si fonda sulla fissazione di un significante specifico che. tratta nello stesso modo uno dei grandi saperi della cultura occidentale: l’ontologia. proferendo il significante. e probabilmente non avremmo avuto decorsi differenti di senso. basterebbe forse affermare che. In quest’uso della copula non ci sarebbe niente da vedere. Lacan ci dice che si sarebbe potuto scegliere anche un altro significante. agisce come se tenesse le redini di quel surplus. trovandosi al posto della mancanza costitutiva della struttura.Logica e tempo imp. non mettesse l’accento sul verbo essere” (Lacan. che possa essere qualificato come universale -. M’être. Maître. Fermarsi al verbo essere . Il Padrone prende il posto del buco del reale. ma nel far questo è un ingannatore. “Ogni dimensione dell’essere si produce nella corrente del discorso del padrone. Per esorcizzarlo. Il senso imposturale non soltanto è arbitrario. nonostante la sua storia millenaria.un verbo che non ha nemmeno un uso. costituisce una sorta di finzione imposturale.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 151 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO nita “astrazione”. poiché di fatto è l’ontologia stessa che si è trasformata in un piano di referenza. se ne aspetta quello che è uno dei suoi effetti di legame non trascurabile. mantiene la sua essenziale arbitrarietà.

bensì in qualche maniera già “edulcorate” da una certa sensatezza. con il non-senso. Il processo del rimando intensionale segnala questa occorrenza e. Esse non sono soltanto il ciò-rispetto-a-cui. 2) è un senso imperativo che introduce una sorta di modello di conformità o. differenziazione che ripete il meccanismo della fissazioneblocco di un senso all’interno delle linee di slittamento infinito che lo caratterizzano. per quanto la sua struttura sia ancora più complessa e non possa essere semplicisticamente coniugata al non-senso. ma anche il da-cui ogni senso pro-viene. In altre parole. infatti. anzi. 3) costituisce un piano di referenza. 4) è assolutamente arbitrario e dipende da un particolare processo di astrazione che probabilmente può essere datato e soprattutto circostanziato. Durkheim (Farr- 152 . ad infinitum.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 152 LOGICA E TEMPO La necessità di un’astrazione escludente è quindi uno dei meccanismi essenziali nella produzione di senso. e quest’ultime in altre ancora. cioè diviene ciò-rispetto-a-cui un’altra costruzione di senso ha senso. la radicalizza sin quasi al paradosso: non solo ogni serie di sensi costituisce di per sé una serra. di normalità. poiché è la stessa la normotipia che produce quei punti di soggezione che poi garantiscono il senso stesso. Moscovici e. Questo profilo peculiare di certi regimi di senso s’è già peraltro configurato nel nostro esempio dell’ontologia: 1) si tratta di un senso complesso e collettivo che include innumeri altri sensi. i meccanismi di serra di Sloterdijk sono talmente raffinati che impediscono di fatto qualsiasi contatto veramente diretto. chiamiamo questi particolari regimi di senso normotipie. Le emergenze del reale insensato all’interno del senso. La “rappresentazione sociale” moscoviciana è erede in parte delle rappresentazioni collettive di E. il concetto husserliano di Lebenswelt. ossia la referenza di qualsiasi senso. se vogliamo. Dobbiamo infatti tener conto che già all’interno del senso stesso si formano delle serre o enclaves che occultano per così dire quelle cicatrici e tracce dell’inserzione di un senso nel reale. soprattutto. aperta facie. non sono mai “pure”. ma questa è inclusa in ulteriori sfere e serre difensive.Logica e tempo imp. Orbene. C’è tuttavia un’ulteriore differenziazione all’interno di queste serre simboliche. sebbene il non-senso gli rimanga per così dire appiccicato sotto la suola delle scarpe: il tempo è a nostro avviso uno degli indici o cerniera di questa com-presenza silente. ma che si articola per così dire su una diversa scala e con delle funzioni accessorie affatto specifiche. Per caratterizzare introduttivamente la struttura normotipica ci sembrano abbastanza esemplificative le teorie delle rappresentazioni sociali di S.

Logica e tempo imp. ha intitolato New Religion (2007) la sua nuova opera. tantoché l’artista inglese Damien Hirst. dunque. (…) In secondo luogo. 1984. in un Grund di senso dal quale nessun’altra articolazione di senso poteva prescindere. come se si trattasse di un processo silente. fornendo loro una forma precisa. Ciò che comunque distingue le rappresentazioni sociali dalle semplici formazioni ideologiche è soprattutto la sua apparente spontaneità. per Moscovici esse funzionano soprattutto a livello di sensatezza. (le rappresentazioni sociali) convenzionalizzano gli oggetti. un certo “scientismo” diffuso. è ben distinto da quello dell’ideologia: esso è per così dire strutturale. Mentre per Durkheim tali strutture. cioè si impongono a noi con forza irresistibile. assegnandoli a una data categoria e definendoli in maniera graduale quale modello di un certo tipo. forza che è la combinazione di una struttura che è presente addirittura prima che noi cominciamo a pensare e di una tradizione che stabilisce cosa dobbiamo pensare” (Farr-Moscovici. “In primo luogo esse. pp. ma soprattutto fungono da “norma” poiché offrono quegli elementi di senso cui ogni attore sociale è tenuto a conformarsi. ancora. distinto e condiviso da un gruppo di persone. cioè ad assumere il ruolo di un essente sociale che costituisce la realtà sociale stessa. noto per le sue provocazioni. 27-29). semantica e sintattica. nella sua imprescindibile oggettività. assumevano una valenza “religiosa”. Lo stesso potremmo dire oggi del “senso economico” che pare intridere ogni aspetto della nostra esistenza sociale. Oppure. concerne il carattere di “rappresentazione sociale” del freudismo nella Francia degli anni Sessanta: egli nota una specifica diffusione terminologica.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 153 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO Moscovici. L’altro côté della normotipia afferisce alla nozione husserliana di 153 . infatti. proprio riferendosi all’attuale preminenza ideologico-religiosa della scienza. poiché — diciamo noi — la rappresentazione sociale tende a divenire-reale. una precisa ridondanza con una vera e propria epidemia lessicale. Il suo carattere coercitivo. per lo più finzionali. la psicanalisi si era trasformata in un piano di referenza sociale. 37): l’idea di fondo che la sorregge è che il vivere sociale sia organizzato e cementato da strutture di sapere collettive molto profonde che regolano le interazioni sociali. le rappresentazioni sono prescrittive. L’esempio noto che egli riporta. p. che avviene nei reconditori più dislocati del senso. assumendo persino una valenza etica e assiologica e diventando una linea di demarcazione tra appartenenza o non-appartenenza a un determinato gruppo sociale. le persone e gli eventi che incontriamo nel nostro percorso. In altri termini. quasi fossero dei rituali ad ampia diffusione in grado di contemperare il mondo sociale con quello numenico. 1984.

l’esperienza dell’Alter-ego. la Lebenswelt che compare significativamente nella Crisi delle scienze europee. In effetti è come se. epperò mai del tutto compiuta). peraltro. Per certi versi. in quanto evoluzione di un fondazionalismo logico abbastanza esasperato. dopo un processo parossistico di esclusione del reale.Logica e tempo imp. Curiosamente. finisce anch’essa per agganciarsi alla “vita” in generale come correlazione intermonadica di infiniti vissuti soggettivi. così come e contrario un umanismo senza scienza non rappresenta null’altro che la rimozione dei suo medesimi meccanismi funzionali. Paci descrive molto bene questa 154 . nella Lebenswelt Husserl cerca una radicalizzazione nel reale. sembra tentare una giunzione tra simbolico e reale che la stessa fenomenologia sembrava aver in parte tralasciato (a parte l’approfondimento husserliano della dimensione hyletica dell’esperienza. Mentre nelle rappresentazioni sociali prevale l’aspetto simbolico. senza che d’altronde se ne possa trovare un qualche rapporto stabile e definito: il “mondo per tutti” si dispiega mediante una generalizzata estraneità. la fenomenologia. dalla semplice ritenzione intenzionale al puro flusso impersonale e inconscio degli Erlebnisse. coniugando tra di loro il livello hyletico-materiale della percezione. quest’ultimo sottentrasse con le vesti di un variegato e sempre cangiante caleidoscopio vitalistico. il quale. ossia tenta di radiografare i punti di sutura o imbiettatura tra senso e non-senso. la temporalità in tutte le sue gradazioni. p. rientra nella forma fondazionalistica dell’orizzonte trascendentale che rende possibile qualsiasi logica e qualsiasi matematica: come dire che uno scientismo senza umanismo non può che rivolgersi in se stesso e trovare il proprio fondamento in ciò che aveva preventivamente espunto. con un certo parallelismo nei confronti di Wittgenstein. risulta già mediato da ulteriori categorizzazioni. la Lebenswelt si costituisce attraverso una collazione di differenti livelli di alterità. Infatti la maglia strutturale che sostiene il “mondo-della-vita” concerne soprattutto i rapporti hyletici e l’intersoggettività fenomenologica così come enucleata nelle Meditazioni cartesiane: “sulla base del sistema fungente dei poli egologici si costituisce per ogni soggetto il ‘mondo per tutti’ in quanto mondo per tutti” (Husserl. Ciò che è stato espunto dall’astrazione logicistica. Orbene. 1950.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 154 LOGICA E TEMPO Lebenswelt sulla quale ci siamo già in parte soffermati. anche Husserl al termine del suo percorso di pensiero giunge ad uno strano allacciamento con un livello per così dire vitalistico: il logicismo del Tractatus alla fine perviene alle Lebensformen delle Ricerche logiche in quanto base coesistente dei vari “giochi linguistici” su cui è fondabile non soltanto una logica vera e propria. 135). ma anche qualunque forma di comunicazione. E.

paradossalmente. p. Quando Merleau-Ponty allude significativamente a un Essere aperto di tipo eracliteo. o possa pensare un mondo precostituito nel momento stesso in cui lo costituisce: l’inerenza del sé al mondo o del mondo al sé. La “rappresentazione sociale” moscoviciana mette in risalto l’aspetto prescrittivo e finzionale di determinati sistemi di senso in grado di orientare e motivare l’azione sociale. del sé all’altro o dell’altro al sé. 186). sia quella dimensione “reale” di cui. sembra infatti riecheggiare il contenuto delle nostre formule: Cs=oDE s+1.3.). la Lebenswelt mette in luce il carattere ambivalente di questa struttura. Tutto il mondo è per l’altro Leib nel suo orizzonte cinestetico. nor- 155 .. a nostro parere. un Essere aperto” (Merleau-Ponty. a un concatenamento di orizzonti. La materia comune nella quale ci muoviamo io e l’altro Leib è ciò che ciascuno di noi sperimenta come corporeità spaziotemporale materiale. ne-siamo. emergono senz’altro delle criticità teoretiche che fanno il paio con quelle enucleate nella nostra indagine: e cioè il ritrovare all’interno di una serra simbolico-normativa degli elementi paradossali che sembrano continuamente inocularvi degli “slarghi” di non-senso. 1963.Logica e tempo imp.. “Non dobbiamo più comprendere come un Per Sé possa pensare un altro a partire dalla sua solitudine assoluta. Questo sfondo è la radice hyletica che io e l’altro abbiamo dentro di noi. è inscritta silenziosamente in una esperienza integrale (. cioè c’è sempre un senso-orizzonte in più e ogni senso è mutuamentente incluso in un altro e in un altro ancora. 2. come mondo delle cose. sia la materialità esterna. senza prevaricazione o gerarchia di sorta. in quanto necessariamente “contaminata” con il reale: essa diviene così sia il piano di referenza “oggettivo” cui ogni esperienza umana fa “riferimento”.5 Logica normotipica L’orizzonte moscoviciano ha messo in luce gli aspetti referenziali.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 155 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO condizione che. ciò che Husserl chiama Ineinander. come sfondo hyletico nel quale siamo radicati sia io che l’altro. S1FS2 ~S. materialità spaziotemporale che limita i nostri movimenti” (Paci. rispecchia puntualmente la struttura paradossale del reale lacaniano: “tutto il mondo è per me ‘nell’orizzonte cinestetico’ del mio Leib. 1968). Se dunque la normotipia così come l’abbiamo abbozzata possiede anche soltanto in minima parte la struttura della Lebenswelt. è all’anima di Eraclito che ci riconduce.

Gibson pensava a quest’ultima come a quella circostanza ambientale invariante che induce delle modificazioni adattive nell’animale: nel nostro linguaggio. senza tuttavia alcuna motivazione intrinseca: in questo modo diciamo che la sua posizione è imposturale. la Lebenswelt husserliana. ossia il ciò rispetto a cui ogni senso di auto-determina.Logica e tempo imp. ma dall’altro ne ha ovviamente evidenziato il carattere aporetico e insensato. 4) tutto ciò non riesce tuttavia a celare il fatto che la normotipia sia un senso come un altro. Questo significa che qualsiasi senso ulteriore tende a masterizzarsi e. Il senso. appunto. Detto diversamente. a conformarsi alla masterizzazione normotipica. però. dimostra da un lato il carattere “reale” della normotipia. come “possibilità di invarianza”). cioè integri i momenti paradossali riassunti nelle nostre formule: S=S/~S. però. S1FS2 ~S. dovremmo approfondire in maggiore dettaglio il meccanismo “masterizzante” in se stesso e la sua ridondanza all’interno degli altri sensi. Gibson: l’affordanza. cioè diviene il canone di riferimento per qualsiasi altro senso. reale tuttavia che il senso non può controllare se non occultandolo con una cortina di significanti. per 156 . la normotipia possiede un carattere normativo e normalizzante. ma che la conducono suo malgrado verso uno scivolamento infinito. come abbiamo osservato. 2) nonostante tale imposturalità. poiché proprio in esso si condensano gli aspetti contraddittori che abbiamo sinora visto caratterizzare la normotipia.J. Noi ne traiamo soprattutto i significati di “invarianza” e di “possibilità” (da intendersi. così come determina ciò che è normale e ciò che è anormale. cioè ogni fissazione di un senso mediante astrazione ed esclusione (del reale). cioè dipende da una sorta di “masterizzazione” che rende egemone un determinato senso. Abbiamo così evidenziato i seguenti punti caratterizzanti la normotipia: 1) essa è un senso finzionale. Per giungere a questo approfondimento è necessario introdurre un’ulteriore nozione che prende il nome dalla psicologia “ecologica” di J. A questo punto. la normotipia nasconde in sé dei pezzi di reale che non cessa di occultare. ha a che fare con un’affordanza.. Cs=oDE s+1. invece. significa l’inserzione di un pezzo di reale nell’ambito del simbolico. costituisce una sorta di “zonizzazione” climatica all’interno di un debordamento infinito che implicherebbe la sua insensatezza: ma ciò che induce questa esclusione astraente che tenta di “allontanare” il reale insito nel senso stesso è un’altra formazione di senso: la normotipia. 3) in questo modo essa diviene un piano di referenza. Ogni masterizzazione. È come se l’affordanza mantenesse dei “buchi” all’interno della normotipia. S0~S.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 156 LOGICA E TEMPO mativi e prescrittivi della normotipia. tuttavia. cioè viziata sin dall’inizio dall’arbitrarietà. tendenzialmente.

Significa stabilire quella che volentieri chiamerei una positività” (Foucault. ma poi tende a “narcisizzare”. mettere in evidenza degli atti costitutivi. Foucault è giunto probabilmente a conclusioni analoghe con le sue definizioni di enunciato e archivio: l’idea di fondo è che il senso si articoli in formazioni d’esteriorità che non sono né oggettive. ove il “documento” assume un’esistenza efficace e performativa in un ambito sociale grazie ai processi di iscrizione. ossia delinea quello spazio connettivale in cui uomo e reale s’incontrano traumaticamente e si definiscono reciprocamente. 2002. 168). p. non significa neppure decidere su una razionalità o percorrere una teleologia. semmai è ciò che fa sì che esso possa essere utilizzato anche in tal modo. non in riferimento all’interiorità di un’intenzione. L’invarianza affordanziale non rappresenta dunque un significato occulto e originario che reggerebbe un intero sistema di senso. In fondo. scoprire un fondamento. Definiamo questa sorta di “panspermia” di invarianze “processo di narcisizzazione del senso”. Foucault nell’Archeologia del sapere dice di voler “descrivere un insieme di enunciati non come la totalità chiusa e pletorica di un significato. L’invarianza affordanziale. dunque. ricopre il buco del reale con la fissazione di un senso. cioè a propagare questa fissazione iterandola anche lungo altre linee di senso: questa iterazione l’abbiamo definita ridondanza ed è un fenomeno abbastanza evidente nella normotipia economica che caratterizza la nostra epoca e che si esplicita nella ripetizione di lessico e significati di tipo economicistico (Latouche. ma come una figura lacunosa e frammentaria. tuttavia essa rende molto bene l’idea di un conatus insito nel senso di allargare epidemicamente i propri confini e di produrre quante più possibili invarianze. non per ritrovarvi il momento o la traccia dell’origine. ma secondo la dispersione di una esteriorità. è quella “padronanza” che abbiamo visto essere una sua caratteristica essenziale: non è una semplice proprietà estrinseca. 33). si 157 . osserva Foucault. Sulla stessa linea si pone anche un’ontologia della documentalità (Ferraris. Si tratta di un’espressione metaforica. che ben poco ha in comune con l’omonimo disturbo della personalità. descrivere un insieme di enunciati. p.Logica e tempo imp. di un pensiero o di un soggetto. 2007). descrivere un insieme di enunciati. intesa nel modo tradizionale: semmai. ma le forme specifiche di un cumulo. registrazione e memorizzazione. come se il senso umano costituisse una delle strategie adattive volte a difendersi o ad allargare il controllo del territorio. 1969. né tantomeno vi si nasconde la verità. né soggettive ma che funzionano per cumulo e dispersione. Da un punto di vista differente.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 157 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO farli “funzionare” in qualità di generatori di senso e di ulteriori invarianze. non significa certamente mettere in luce un’interpretazione.

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LOGICA E TEMPO

tratta di una “piegatura” del Fuori, dell’incidenza d’evento o del reale
stesso. In questa prospettiva, “l’analisi degli enunciati li tratta nella
forma sistematica dell’esteriorità. Abitualmente, la descrizione storica
delle cose dette è tutta quanta permeata dalla contrapposizione tra
interno ed esterno, e tutta quanta condizionata dal proposito di ritornare da questa esteriorità — che non sarebbe altro che contingenza o
pura necessità materiale, corpo visibile o incerta traduzione — verso il
nucleo essenziale dell’interiorità” (ivi, p. 162). Il senso normotipico
assume un’autonomia referenziale, che non è la semplice oggettivazione dello Spirito di cui si occupava Dilthey: esso invece diviene il reale
medesimo che, come abbiamo visto, non fa alcuna distinzione tra soggetto ed oggetto. Allora “l’analisi degli enunciati si effettua dunque
senza riferimento a un cogito. Essa non pone la questione di colui che
parla, che si manifesta o si nasconde in ciò che dice, che esercita prendendo la parola la sua sovrana libertà, o che si sottomette senza saperlo a delle costrizioni che non percepisce bene. In pratica essa si colloca
al livello del ‘si dice’, e con ciò non si deve intendere una specie di opinione comune, di rappresentazione collettiva che s’imponga a ogni
individuo; non si deve intendere una grande voce anonima che parli
necessariamente attraverso i discorsi di ciascuno; ma l’insieme delle
cose dette, le relazioni, le regolarità e le trasformazioni che vi si possono osservare (...). ‘Chiunque parla’, ma ciò che dice, non lo dice da una
posizione qualunque. È necessariamente implicato nel meccanismo di
un’esteriorità” (Foucault, 1969, pp. 64-65). È il Fuori, come gioco di
forze, che s’invagina creando un mondo chiuso e una soggezione: ciò
avviene attraverso un doppio movimento — la dispersione-rarefazione
e il cumulo — cosicché un senso diviene ad un certo punto “imperativo” e prescrittivo e non si può dire più nulla, né enunciare alcunché in
una determinata sfera socio-culturale che non faccia riferimento a questo sfondo normotipico.
Se riassumiamo dunque il meccanismo che soggiace alla normotipia
così come all’archivio foucaultiano, dobbiamo affrontare una certa
interferenza di un Fuori che non cessa però di ritrarsi ed occultarsi:
buco del reale
affordanza in quanto “misto” di reale e simbolico
fissazione del senso-Master narcisizzazione in quanto propagazione
del senso-Master ridondanza del senso-Master
Ciò che sorprende nella normotipia è la sua tendenza a “reificare”,
cioè a divenire-reale essa stessa. Quasi obliando la sua origine imposturale e finzionale, essa tende a divenire il l’“essere” o, meglio, la

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PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO

Lebenswelt in cui gli esseri umani vivono e sopravvivono. Questa evenienza l’abbiamo analizzata abbastanza acribicamente nel caso del tardocapitalismo (Bazzanella, 2006), il quale, oltre alla propria valenza
normotipica (cioè all’essere il ciò-rispetto-a-cui ogni senso si articola),
ha palesato la tendenza a voler imitare il reale nella sua medesima processualità (ossia coniugando impossibilità e permanenza del moto circolare). Se dunque affrontiamo la questione gettando un occhio alla
questione della temporalità e della spazialità, potremmo definirla
come una tendenza all’eternizzazione immobilizzante: ogni normotipia
non è altro che una finzione dell’ !
’ '9$* o del quod quid erat esse, una
teatralizzazione difensiva che simula il reale mettendolo continuamente in gioco attraverso una narrazione mitopoietica che introduce la storia e la narratività. Di fatto, ciò che la normotipia vuole celare è proprio
l’accidentalità della propria origine, l’essere cioè intaccata sin dal principio dal reale in quanto evento traumatico della sua istituzione. Per
éiûek il paradosso del tempo si situa proprio a questo livello: “se il
trauma potesse essere temporalizzato/storicizzato con successo, la
dimensione stessa del tempo imploderebbe/collasserebbe in un
Adesso eterno senza tempo” (Zizek, 2000, p. 100). In altri termini è
proprio l’”eternità” dell’eterno ritorno del reale, immanente nell’arbitrarietà paradossale dell’istituzione normotipica medesima, che si
pone alla base della storicità e del tempo come successione orientata
d’eventi, e non viceversa: l’eternità non è l’illusione mitizzata di una
temporalità originaria in cui l’essente è destinato a divenire e deperire.
“L’Eternità non è atemporale semplicemente nel senso di continuare al
di là del tempo; piuttosto, è il nome dell’Evento o Taglio che sostiene,
apre, la dimensione della temporalità come serie/successione d(e)i
tentativi falliti di afferarla” (ibidem). In questa prospettiva, la normotipia cerca di eternizzarsi per rinsaldarsi al reale che l’ha originata; ma
per far ciò è condannata a un’”eterna” finzione, ossia a mettere in gioco
il reale collateralmente, nei suoi effetti enigmatici e “traumatici” di
“traccia” o cicatrice.

2.3.6 Normotipia e reale
G. Bateson e successivamente E. Goffman hanno introdotto nell’ambito degli studi sociali la nozione di “cornice” (frame). “La cornice di
un quadro — osserva Bateson — dice all’osservatore che nell’interpretare il quadro egli non deve impiegare lo stesso tipo di ragionamento
che potrebbe impiegare per interpretare la carta da parati esterna alla
cornice” (Bateson, 1972, p. 228). Si tratta in altri termini di seguire

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LOGICA E TEMPO

quel tratto differenziale che isola un contesto dal metacontesto: ciò che
usualmente si definisce “contesto” infatti non serve solo all’attribuzione di significato a costanti e variabili di un enunciato in una determinata lingua L, ovvero non ha soltanto una funzione interpretativa nell’ambito dei linguaggi formalizzati. Esso ci offre delle vere e proprie
marche distintive che svolgono una funzione per così dire “ontologica”
nell’ambito di una comunità e che direzionano così i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti. Molte realtà sociali, infatti, “esistono”
soltanto in virtù di un sistema determinato di cornici-contesti che ne
definiscono il funzionamento e che forniscono quelle regole implicite
che prescrivono le modalità in cui gli attori sociali devono atteggiarsi
nei suoi confronti. Nella finzione scenica messa in gioco al teatro, ad
esempio, lo spettatore riconosce una serie di cifre che fanno sì che egli
non confonda la dinamica attoriale con la realtà circostante, che si disponga alla cosiddetta “fruizione estetica”, che rispetti intervalli e scansioni temporali ormai tradizionalizzati in un determinato genere
drammatico, etc. Ci troviamo ad affrontare una specie di affastellamento di cornici, tutte elicitate da precise marche di riconoscimento,
come ad esempio la stessa struttura architettonica del teatro, l’aprirsi
del sipario, l’illuminotecnica, e così via. Il caso del teatro però non può
essere considerato un fatto specifico e limitato a pochi appassionati,
bensì può divenire un vero e proprio modello della vita sociale intera,
con tutte le sue articolazioni finzionali e rituali. “Al centro dell’interesse sono solo i problemi drammaturgici incontrati da un attore nel presentare la sua attività di fronte ad altri. Questi problemi drammaturgici possono sembrare banali, ma si verificano in ogni momento e
dovunque nella vita sociale, offrendo precise dimensioni per un’analisi metodologica formale” (Goffman, 1959, p. 25).
Detto brevemente, dunque, la cornice assolve una funzione metacomunicativa e tenta una differenziazione di tipo logico (Bateson, 1972,
p. 229); concerne il senso stesso della vita sociale in generale e conferisce un significato a catene di eventi che senza di essa risulterebbero
del tutto insensati. Nell’antropologia del “rito”, ad esempio, una delle
difficoltà analitiche dipende soprattutto dall’incapacità di discernere le
cornici indigene o “emiche” e parallelamente dall’ingredienza di cornici allogeniche. Ciò non vale soltanto per le popolazioni culturalmente
più lontane da noi, ma si applica anche ai fenomeni sociali che viviamo
ogni giorno, quando molteplici incomprensioni e anomalie comportamentali dipendono proprio da un fraintendimento dei contesti e delle
loro marche di riconoscimento. Molte abitudini comportamentali della
società contemporanea, ad esempio, hanno un carattere eminente-

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PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO

mente ritualizzante, con elementi di finzione e di demarcazione che
distinguono schematicamente i confini temporali e spaziali del rituale
stesso: “prese tutte assieme, le strutture primarie di un particolare
gruppo sociale costituiscono un elemento centrale della sua cultura,
specialmente nel senso che emergono interpretazioni riguardo alle
principali classi di schemi, la relazione di queste classi l’una con l’altra,
e la somma totale di forze e di agenti che questi modelli interpretativi
riconoscono essere sparsi nel mondo” (Goffman, 1974, p. 69). La realtà sociale, quindi, appare strutturata in modo molto complesso, cioè
essa è attraversata da molteplici regimi di senso con stratificazioni e
intrecci talvolta indiscernibili: è come se, con Sloterdijk, l’uomo mettesse in gioco livelli drammaturgici finzionali, molteplici e diversificati, passando da l’uno all’altro in una sorta di “messa in scena” di un
rapporto referenziale. Detto altrimenti, la struttura di senso tipicamente umana è riuscita ad integrare perfettamente una sostanziale
autoreferenzialità con l’illusione di continui e sempre più raffinati
rapporti referenziali con il reale. In questo modo, la funzione di chiusura operata dalla cornice delimita un debordamento che rischierebbe
di scoprirsi insensato.
Ebbene, in quale posizione collochiamo quella metacornice che
abbiamo chiamato normotipia? E quali spazi troviamo per il reale,
segregato sempre di più in un Fuori irraggiungibile, che fa per così dire
capolino quando meno ce l’aspettiamo e con effetti drammaticamente
traumatici?
Lo diciamo con un aforisma: la normotipia è una cornice senza cornice, ovvero essa rappresenta quel paradossale metacontesto o — per
dirla con Goffman — quella paradossale “struttura primaria” che nega
il proprio carattere di framework e cela le proprie marche distintive.
L’orizzonte normotipico è il ciò-rispetto-a-cui ogni nostra espressione
simbolica e ogni nostra azione hanno senso; kantianamente, è l’apriori trascendentale in cui qualche “oggetto sociale” può esistere e presentarsi alla nostra facoltà conoscitiva. Ma per conformarsi in siffatto
modo, esso non può commisurarsi ad alcuna ulteriore cornice: in altre
parole, non se ne può sapere, poiché ogni riflessione sarebbe condannata al fallimento e al non-senso, come più volte espresso dalla nostra
formula
S1FS2 ~S.
Noi ci siamo e ne siamo, ma non possiamo saper-ne: in sostanza, l’aporia di Essere e tempo e l’impossibilità di una comprensione della
Temporalität in quanto senso dell’essere in generale. Ciò significa che
il framework infinito e caratterizzato dall’aprirsi e dal rinchiudersi

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LOGICA E TEMPO

relativo e finzionale di infiniti contesti e metacontesti, è possibile soltanto a partire da un “luogo” definitivo e non tematizzabile, del quale
peraltro non vi può essere più cornice ulteriore.
Questa cornice senza cornice costituisce un rituale assoluto, come se
non vi fosse alcuna marca differenziale che selezioni i momenti del rito
dalla vita normale. In questo rituale assoluto, seguendo l’ipotesi di De
Martino, assistiamo parimenti a una destorificazione altrettanto radicale, cioè a un intervallo indefinito senza tempo. La normotipia in
quanto tale tende a un siffatto allargamento rituale, potendo solo in tal
maniera “reificarsi” e assurgere a quell’eternità o impossibilità che è
invece tipica del reale.
Dobbiamo comunque cautelarci rispetto alle aporie dell’autoaffezione e dell’autoreferenzialità che abbiamo visto caratterizzare - non a
caso - proprio il dilemma della temporalità: l’apparente autosufficienza della normotipia è invero il frutto di un’ulteriore finzione, cioè essa
costituisce una sorta di “messa in scena” primaria, di schematismo
“finzionale” della struttura del senso. È il modo in cui il soggetto
affronta il non-senso del reale, senza nemmeno approssimarlo troppo,
ma facendone una sorta di pantomima: la normotipia diviene il piano
di referenza per qualsiasi senso ulteriore in quanto “mima” il reale
stesso come un “velo di Maja”, “perché IL REALE CHE RITORNA HA
LO STATUS DI UN’ULTERIORE APPARENZA: proprio perché è
reale, e cioè per il suo carattare traumatico ed eccessivo, noi non possiamo integrarlo nella (ciò che percepiamo come) nostra realtà, e
siamo quindi costretti a esperirlo come un’apparizione da incubo”
(Zizek, 2002a, p. 134). Reale e senso normotipico, allora, sono così
mischiati tra di loro che non ne possiamo distinguere i tratti differenziali, né delimitarli in spazi autonomi e confrontabili. In effetti quella
che éiûek definisce l’attuale “passione per il reale” (Zizek, 2002b, p. 16)
descrive una particolare condizione dell’uomo contemporaneo che non
riesce più ad accontentarsi delle “grandi narrazioni”, rappresentanti
goffi orizzonti di senso o sfere protettive in grado di scongiurare l’eccessiva prossimità del non-senso; oggi, invece, si manifesta una tendenza che mira proprio allo strato normotipico, cioè alla supposta realtà o piano di referenza, ma “l’idea stessa che, sotto le apparenze fuorvianti, giaccia nascosta qualche ultima Cosa Reale troppo orribile per
poter essere guardata direttamente, è in effetti l’ultima apparenza:
questa Cosa Reale è uno spettro fantasmatico la cui presenza garantisce la consistenza del nostro edificio simbolico, consentendoci così di
evitare di fare i conti proprio con la sua costitutiva inconsistenza” (ivi,
p. 35).

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PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO

2.3.7 Il sinecismo normotipico
Proviamo a formalizzare le osservazioni appena fatte, integrandole con
la nostra notazione precedente. La normotipia ¿ costituisce innanzitutto una struttura di senso, cioè integra la nostra formula fondamentale:
I=S/~S o, se chiamiamo con J il reale: I=S/J. Ciò significa che la
normotipia sorge sulla scorta di un’affordanza, cioè di un’invarianza
simbolica che non è senza rapporti con il reale. Inoltre della normotipia, almeno in linea teorica, non possiamo avere alcun meta-senso,
cioè essa costituisce il “da-cui” e “rispetto-a-cui” qualsiasi senso “ha
senso”. Possiamo esprimere questa tesi con una notazione appena
modificata del “paradosso della riflessione”: IFSm
~S, ogni metasenso Sm che rifletta sulla normotipia implica di fatto una perdita di
senso essendo-ne paradossalmente ri-flesso, in una ripetizione infinita (e come se, tra ri-flessione e ri-petizione, ci fosse uno straordinario
sodalizio, una sorta di identità che non è senza rapporti con la temporalità e la ritualità stessa).
L’altro aspetto filosoficamente rilevante della normotipia è il suo
carattere finzionale: essa, in altri termini, si pone come propaggine del
senso incuneandosi nel non-senso, ma poi tende suo malgrado a reificarsi, cioè a divenire-reale. Il passaggio che vogliamo sottolineare è un
lasco di nutazione o vacillamento tra reale e realtà: per Lacan, la realtà è il reale sommato al simbolico, l’abbiamo visto; ma la normotipia
pur fungendo da piano di referenza e, quindi, da paradossale commistione di senso e non-senso, tende per sua natura a re-ificarsi, cioè a
divenire-reale. Tutto ciò — e qui insiste la sorpresa — dipende da una
certa teatralizzazione, cioè da un inganno imposturale: dapprima la
normotipia si fonda su una masterizzazione ingannevole, secondariamente finge il proprio carattere in-sensato e reale, eternizzandosi in
una staticità e omeostaticità che ricorda il Todestrieb freudiano.
Orbene, per formalizzare questa intenzionalità normotipica, dobbiamo
articolare paradossalmente l’auto-identità I=I, cioè la permanenza
della normotipia; la referenzialità che significa la coincidenza con il
reale: I=J o l’inclusione nel reale: IKJ; la sensatezza e, quindi,
I=S/J. Congiungendo queste formule: I=I; IKJ; I=S/J e cercando di risolverle, giungiamo alla seguente espressione:
I=(S/J)KJ. La normotipia è quel senso S che intrecciato al reale è
incluso o coincidente con il reale stesso; e la finzione F è quella funzione che rende il senso S un insieme vuoto e che, quindi, rende vera la
I=(S/J)KJ: il limite per la funzione finzionale F(S, I, J) per S "

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LOGICA E TEMPO

si profila così: Gs: (s;S) tale che IKJ. Sostenere questa tesi, significa
di fatto affermare che il senso della finzione normotipica protratto al
limite non può che essere insensato o inesistente: esso giunge così al
limite nella sua aderenza al reale, da esserne inghiottito perdendo
necessariamente le proprie funzioni di padronanza e sensatezza. Si
tratta di un rischio-limite permanente nel caso della normotipia,
rischio particolarmente evidente oggi nel caso della normotipia tardocapitalistica che denuncia palesi indici patologici, cioè una sorta di psicotizzazione del senso in cui — seguendo Lacan — raggiungiamo una
perfetta sovrapponibilità di simbolico e reale. Il sistema IJ, cioè il
plesso ambivalente normotipia-reale, soffre di un equilibrio instabile
che rischia di debordare nel non-senso nelle sue differenti determinazioni: il non-senso come l’Umgreifende jaspersiano in cui il senso è suo
malgrado incluso: S0~S; e il non-senso in quanto paradosso dell’onnisenso o della riflessione parossistica: S1FS2 ~S.
Ci troviamo indubbiamente innanzi a un’aporia: la normotipia sorge
grazie a una finzione e continua a fingere “ciò che non è” nell’illusione
dell’eternità. Potremmo esprimere la situazione un po’ brutalmente
dicendo che con essa il senso vuole temporalizzarsi, cioè esser-tempo
nelle sue ambivalenti determinazioni del divenire assoluto e dell’!'9*.
Strana µ'µ#4's davvero, ma che descrive molto bene l’impasse che
siamo costretti a maneggiare. Tuttavia, la normotipia tende per sua
natura a sfuggire una psicotizzazione immanente nei suoi meccanismi
funzionali: da un lato essa possiede un conatus totalizzante, cioè tende
a divenire il reale; dall’altro, per le leggi fondamentali dell’echologia, si
situa in un contesto inflazionistico di normotipie, cioè coesiste con infinite ulteriori normotipie. Nella nostra analisi del tardocapitalismo cui
abbiamo già fatto cenno, in effetti evidenziammo come ogni normotipia si costituisca necessariamente all’interno di una collezione di ulteriori normotipie: per dirla brevemente, “c’è sempre una normotipia in
più”, il che equivale a dire che abbiamo sempre un ulteriore piano di
referenza, e un altro, e un altro ancora. Dal punto di vista “sferologico”
questa circostanza individua una sorta di “buccia di cipolla” di tipo
batesoniano, nella quale struttura più orizzonti simbolici si sovrappongo l’uno sopra all’altro in vista di una maggiore efficacia difensiva
nei confronti del Fuori. La formula di questa circostanza è dunque la
seguente: Cn=0DEI+1.
Ovviamente la linea di rimando di una normotipia è identica a quella di qualsiasi altro senso, per cui abbiamo una serie inclusiva con una
certa stratificazione gerarchica (la “normotipia” della base americana

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PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO

di Guantanamo, all’interno di una più ampia normotipia “militare”
americana, all’interno a sua volta di una normotipia geo-politica globalizzata e legata al tardocapitalismo). Nell’ambito di questa pluralità
normotipica assistiamo a un “gioco referenziale”, nel quale una normotipia oscilla e rimanda referenzialmente a un’altra normotipia. In
altre parole è come se essa rifuggisse l’esito psicotico della reificazione
totale e invece interagisse relazionalmente con un altro livello di referenza. La formula della funzione finzionale F, che aveva palesato un’insensatezza implicita, riesce a ricevere in tal modo un nuovo senso: lim
S
":f(S, I, J):Gs:(s;S) tale che IKJ, ma esiste sempre una normotipia Im tale che Im e I costituiscono due insiemi disgiunti:
ImLI. Posta una normotipia I quale piano di referenza di un insieme di sensi e posta la tendenza a divenire-reale di questa normotipia,
esiste sempre un’altra normotipia cui la prima rimanda come al proprio senso, dando quindi senso anche a se stessa. Diciamo anche che
ogni normotipia “slitta”, cioè non rimane sempre la stessa (I=I) ma
scivola attraverso mille infinite normotipie: l’auto-identità (o autonimia) già rilevata, manifesta il carattere imposturalmente totalizzante di ogni normotipia e, tenta di dissimulare la radice strutturale della
propria costituzione evidenziata dalla formula: IKJ. Allorquando
viene meno la sua intrinseca capacità totalizzante, la normotipia,
rimanda a un’altra normotipia, sino a quel momento sopita, come ai
suo piano ulteriore di referenza e come suo proprio contenitore di
senso.
Abbiamo consolidato così alcuni strumenti per definire un particolare “gioco referenziale” che chiamiamo sinecismo normotipico: quando
due normotipie si trovano “accoppiate” e rimandano l’una all’altra
secondo un movimento di oscillazione, esse si intrecciano a tal punto
da divenire i propri esclusivi piani di referenza. Proviamo a fare un
esempio: i costumi e le usanze di una determinata popolazione rimandano sovente a un sostrato di principi e regole legislative che costituiscono tuttavia un altro livello di sapere formalizzato. Si dice anche
abbastanza significativamente, nel linguaggio giuridico, che ubi societas, ibi ius, marcando tuttavia la differenza delle due normotipie, quella per così dire “etica” che riguarda l’effettivo comportamento regolamentato dall’abitudine degli attori sociali, e quella giuridica che invece
concerne il piano formalizzato dei principi, nei quali quei medesimi
comportamenti negli anni sono stati astratti e codificati. Dal nostro
punto di vista ci troviamo di fronte a un sinecismo echologico, dimodoché un piano rimanda all’altro e viceversa, senza l’interferenza di

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abbiamo perlomeno conseguito una base dalla quale continuare la nostra indagine speculativa sul problema della temporalità. 378). Il tempo. nell’ambito di una logica normotipica il diallele è un meccanismo funzionale molto frequente e molto più diffuso di quanto ci possiamo immaginare. e il tempo dà significato allo spazio. dunque. I logici antichi definivano questo mutuo rimando con il termine diallele. non riesce ad essere autonomo. Si tratta dunque di una relazione simmetrica. il tempo rappresenta il dominio di assegnazione dello spazio. dove un termine viziosamente fonda l’altro e viceversa: se però nell’ambito astratto della logica ciò può apparire aporetico. per svolgere la sua funzione di sfondo referenziale. ora appare come un senso particolarmente strutturato che fa da orizzonte a qualsiasi nostro sapere e che deriva dal tentativo di “re-integrare” l’evento accidentale e traumatico (eterno) dell’istituzione del senso medesimo. da ciò che è ingiusto e immorale. 2. nella misura in cui lo spazio dà significato al tempo. oppure — come dice Heidegger — che aprono un “‘frammezzo’ che temporalizzando e spazializzando oscilla pendolarmente” (Heidegger. cioè un accoppiamento a mo’ di diallele di due normotipie che si rimandano reciprocamente secondo un “senso” per così dire sussultorio. talora invece invochiamo il “diritto” come l’ultimo livello per discernere ciò che è giusto e regolare. Se. Questa relazione può essere letta dal punto di vista semantico. Questa tesi ci dice innanzitutto una cosa un po’ sorprendente. lo spaziotempo (che d’ora innanzi chiameremo sistema ST) costituisce un sinecismo normotipico.3.Logica e tempo imp. viceversa.8 Il sistema ST Nonostante una certa difficoltà teoretica. accoppiarsi allo spazio. ma deve. dobbiamo d’altronde estendere questa tesi alla spazialità: ciò non significa sol- 166 .:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 166 LOGICA E TEMPO alcun piano ulteriore. Talora infatti diciamo che la legge non è sufficientemente pronta a regolamentare dei fenomeni sociali nuovi. potremmo concordare con Elias che il tempo è un sistema simbolico collettivo atto a direzionare l’azione e la conoscenza dell’uomo. E per certi versi ci dobbiamo ricollegare all’ipotesi heideggeriana del 1962 di una certa relazionalità reciproca tra spazio e tempo. In questo modo il sistema ST si sostiene dal punto di vista della sensatezza grazie a una relazione sinecistica tra lo spazio e tempo. p. tuttavia. dal punto di vista echologico. 1989. Orbene. soprattutto se valutata alla luce delle nostre precedenti osservazioni: se infatti il tempo appariva come un “fuorisenso” o l’emergenza del reale. ovvero lo spazio costituisce il dominio di assegnazione del tempo e.

ciò normalmente non avviene e. 3) ogni normotipia e. deve essa stessa slittare. Come abbiamo visto. ovverosia dei sistemi di referenza collettivi che. cioè contaminarsi in qualche maniera con il non-senso. Nel caso del singolo individuo la psicotizzazione può in effetti creare delle patologie: l’ansia paranoica della territorializzazione e dell’occupare spazio. non deve apparire così bizzarro: lo spazio e il tempo. A livello normotipico. per avere senso. ogni normotipia si fonda su un momento di sutura tra senso e non-senso e. Cerchiamo allora di riassumere ciò che potrebbe significare una concezione del sistema ST come sinecismo normotipico: 1) spazio e tempo costituiscono delle formazioni di senso normotipico. a fortiori il sistema ST. 4) ogni normotipia costituisce una formazione di senso imposturale e finzionale: la funzione F della finzionalità normotipica implica una sostanziale insensatezza della normotipia. invece. poiché da un lato tende a psicotizzare. per essere sensata. nescio” che non fa altro che integrare la formula: S1FS2 ~S. Che poi questo fenomeno riguardi lo spazio e il tempo. cioè cercano di suturare nel reciproco rimando le derive infinite in un senso e nell’altro. cercando così un controllo “simulato” del non-senso. concernono tutti i sistemi di senso di un determinato gruppo sociale. l’angoscia nevrotico-ossessiva per il passare del tempo e per la morte. a divenire-reale. ma dall’altro. però. assistiamo a continui cangiamenti. qualora essa sia soggetta a riflessione. 2) spazio e tempo. al livello normotipico di cui stiamo parlando. dunque. Per sfuggire l’insensatezza tempo e spazio si sono associati in una par- 167 . sono formazioni simboliche continuamente soggette a mutamento. d’altronde. 1984). infatti. 1966. come diciamo con linguaggio deleuze-guattariano. ma implica una comprensione molto complessa del rapporto reciproco di queste due dimensioni. cambia continuamente il proprio assetto. anzi. si quaerenti explicare velim. Da qui risulta facilmente comprensibile l’espressione agostiniania “quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat. quindi. ossia a re-ificarsi o. si articola attraverso un movimento contraddittorio.Logica e tempo imp. rimanda a ulteriori normotipie e. attraverso la narcisizzazione affordanziale. quindi. scio.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 167 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO tanto propendere per una normotipizzazione dello spazio e del tempo. sono quelle normotipie che “danno senso” allo slittamento: esse articolano quindi il rimando estensionale e il rimando intensionale nella loro indiscernibilità. cosicché lo spazio rinascimentale appare decisamente diverso dallo spazio classico e ancora di più dallo spazio contemporaneo (Foucault.

le topologie del secondo Heidegger o la stessa topologia di Lacan e Sloterdijk enfatizzano l’altro momento dell’oscillazione. quell’unità unificante che sola fa sì che essi si divarichino separandosi” (ivi. Di contro. Si evidenzia dunque lo strano rapporto dello spazio e del tempo con il non-senso: “l’abisso è l’unità originaria di spazio e tempo. 6) il processo di oscillazione che tiene legato assieme il sistema ST ci dimostra come i vari approcci al problema della temporalità non abbiano fallito per una propria deficienza speculativa: il primato assegnato al tempo da Kant. non posso che abbandonarmi all’atto diveniente della misurazione. finisco mio malgrado per fissare nello spazio gli istanti temporali che caratterizzano il divenire. pp. 5) il sinecismo echologico incarna il miglior stratagemma del senso per occultare la propria insensatezza attraverso i processi di regressus. p.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 168 LOGICA E TEMPO ticolare struttura echologica che rende funzionale ed efficiente il diallele: il sinecismo normotipico che implica il reciproco rapporto referenziale e fondativo dei due sensi normotipici. cioè di un’ulteriore normotipizzazione). Husserl. però legate alla medesima radice (il non-senso dell’ ! ’ "#$%&'!): “questo originario è la radice comune di entrambi in quanto altro rispetto a essi.Logica e tempo imp. 168 . Tempo e spazio rimangono dimensioni differenziate. Se provo a spiegare che cos’è lo spazio. 1989. 370-371). ove la dinamica intensionale del tempo non può che esplicarsi nei rapporti estensionali dello spazio. Il tempo non può che spazializzarsi. ci vuole indicare un meccanismo siffatto. un lasco aperto dall’Ereignis che dispiega un reciproco relazionarsi (e fondarsi) tra spazio e tempo (sebbene poi l’Ereignis stesso sia inquadrabile nell’ambito del Geschick dell’essere. Heidegger e Bergson definisce soltanto un momento della nutazione. in cui la “verità” della spazializzazione ha a che fare con un divenire dell’anima. se invece affronto l’essenza del tempo. 369). lo spazio non può che temporalizzarsi: quando Heidegger allude allo Zeit-Spiel-Raum. In altri termini il sistema ST costituisce quell’inteialatura simbolica che ha consentito l’originarsi e lo sviluppo del pensiero logico e nello stesso tempo dimostra da un lato l’aporia di ogni processo riflessivo (il dar-senso al da-cui e al rispetto-a-cui quel medesimo senso si articola) e dall’altro l’impossibilità di uscire da un orizzonte normotipico che non cessa di velare il reale etico-eterno-evenemenziale della sua fondazione. probabilmente. e tuttavia tale da aver bisogno di loro — come la radice ha bisogno di ‘tronchi’ — per essere fondamento che ha radici (l’essenza della verità)” (Heidegger.

ancorché parzialmente ridotto dal relativismo einsteiniano. l'immota resistenza con l'evento "tychico". emergono degli allacciamenti inquietanti che rafforzano la nostra idea di un rapporto privilegiato e funzionale del sistema ST con la dimensione del reale. Eppure. 41) attraverso delle formazioni fantasmatiche (che sono appunto uno strano intreccio di significante e di a piccolo. Questo esser-ne costituisce il cruccio lacaniano e la posta in gioco della pratica analitica e dell'etica tout court. fanno affiorare in tutta la sua evidenza la struttura contraddittoria e paradossale del "reale". pare un introdurre un elemento quantomeno spiazzante: lo spazio e il tempo hanno in qualche modo a che fare con il godimento.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 169 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO 2. Il sinecismo ST ha mostrato come il dualismo spazio-tempo. però. a questo punto della nostra ricerca. soprattutto nell'ultimo Lacan. costituisce quell'"apparecchio" che ci consente di affrontare il reale e che. ossia. poiché talora sembra ancorato a una determinazione ancora kantiana della spazio-temporalità. Il reale infatti tentativamente occultato dal sistema ST si pone da una parte come un buco che alimenta nel suo assentarsi il senso. l'altro immaginario). il reale non può essere incontrato: potremmo in quest'ottica definire unitariamente i registri lacaniani del simbolico e dell'immaginario come quelle formazioni (di senso) che preservano il soggetto nei confronti del reale (Lacan. detto brevemente. attraversando i suoi scritti. ovvero dell'inserzione creativa del significante nel reale: e questo -ne. manifesta un'ambiguità costitutiva che lo porta a dare un piacere orgasmico intensissimo oppure il dolore acuto di una ferita che lacera le membra. XI. 169 . La topologia dei nodi borromei e la concezione di una temporalità "pulsatile" dell'inconscio sembrano infatti mettere assieme l'istanza eternizzante di Parmenide (il ritorno delle cose sempre allo stesso posto) con l'istanza divenirale di Eraclito (l'impossibilità). ha a che fare con il "godimento" e con il suo esser paradossalmente sempre un godimento dell'Altro. Il godimento intrattiene in effetti una relazione specifica con esso. dall'altra è pure qualcosa di cui il senso ne-è (S0~S). come abbiamo visto. Non è che l'analista francese ne abbia mai parlato esplicitamente. tende ad occultare l'abissalità immanente nello spazio e nel tempo stessi.Logica e tempo imp. sia per così dire strutturale e metta in gioco un andamento oscillatorio cui corrispondono grosso modo tutti gli altri dualismi impliciti in ogni riflessione sulla spazio-temporalità e che. nel suo gioco di continuo rimando. e a tal punto da identificarvisi.8 Sistema ST e godimento Lacan. proprio in tale funzione. p. Per tali ragioni.3.

ma in modo siffatto che permanga una costante ed essenziale ambiguità di rapporto. cosicché l'intero edificio della cultura umana risulterebbe spaziotemporale in quanto sistematica forclusione della jouissance del soggetto individuale e godimento di quell'Altro normotipico che si è assunto l'onere dell'incontro traumatico con il reale. infatti. la logica "gode" nella misura in cui si iscrive. questa ha a che fare con il godimento (il godimento della scrittura joyceana. si gode spazio-temporalmente e colui che gode è sempre l'Altro: ciò rafforza la nostra tesi che in qualche maniera il sistema ST abbia a che fare privilegiatamente con il reale. ma colui che gode e che quindi affronta "realmente" il reale è l'Altro. ma ciò facendo forclude un godimento che non cessa di iscriversi in una tracciatura spazio-temporale e in una narrazione mitopoietica che fantasmizza quest'evento e lo collettivizza in una struttura normotipica alienata. ci segnalano che quando pensiamo o agiamo nello spazio e nel tempo. manifestando tale scrittura e tale tracciatura il momento di sutura tra 170 .:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 170 LOGICA E TEMPO Potremmo dire allora brevemente che laddove si gode. un godimento "perduto". quindi. pur trattadosi di entità simboliche e linguistiche. secondo la concezione lacaniana. si traccia materialmente. poiché il godimento è sempre il godimento di un Altro e. quindi. del gesto "astrattivo" tout court) e. mutatis mutandis il sistema normotipico). dell'annodamento lacaniano. La componente sublimatoria immanente in ogni atto creativo-astrattivo. nella misura in cui il sistema ST in quanto normotipia si fonda necessariamente su una soggezione affordanziale che nella sua invarianza integra la formula del senso I=S/J.Logica e tempo imp. contorna e addomestica il reale. p. Il godimento e il suo dimensionamento spazio-temporale. La logica in se stessa è così un siffatto tipo di fantasmizzazione. con un dimensionamento spazio-temporale che concerne paradossalmente l'Altro normotipico. pertanto. Il godimento ci fornisce così un ulteriore indizio riguardante la giunzione sussistente tra logica e dimensione spazio-temporale: se infatti la logica sorge sulla base di una singolare tangenza con il reale (l'istituzione simbolica). cioè. D'altronde il reale stesso s'insinua nelle maglie dello spazio e del tempo. Le tracce oscene e rimosse del reale sono sempre ricoperte dall'insieme indefinito di significanti e formalizzazioni che costituiscono il simbolico. il racconto di un mondo algido e inumano che cela la dimensione del godimento (reale) che vi soggiace: in breve. affrontiamo per certi aspetti dei pezzi di reale. Osserva significativamente Lacan: "il pensiero è godimento" (Lacan. il sistema delle leggi e del linguaggio (e. XX. ma ciò non vuol dire certamente che nell'atto del pensare in se stesso si goda automaticamente. 70).

ma il modo più prossimo in cui si manifesta è l'aporetica di uno spazio-tempo che. In altre parole. un atto che era in un certo senso più primordiale del Reale del 'Passato eterno' stesso" (Zizek. dal Reale al Simbolico. proprio nel punto in cui il passaggio da mythos a lógos. avrebbe dovuto essere spiegato — Schelling fu costretto a porre un misterioso atto di Ent-Scheidung. in quanto la Terra — come osservano DeleuzeGuattari — è la deterritorializzazione stessa (Deleuze-Guattari.10 La marca della soggezione e il carattere normotipico del tempo Il tempo normotipico. 77): esso costituisce parimenti un sistema IJ. Ma chi gode è sempre la logica stessa. costituisce un sistema IJ. tuttavia. proprio alla fine di ognuna delle tre successive stesure dei Weltalter — e cioè. fungendo così da struttura matriciale del senso in quando unione logica del senso con il non-senso: S=S/~S. facendosene carico e godendo al posto nostro. pur costituito simbolicamente. non cessa di esibire la propria lacunosità e la propria famigliarità con l'insensatezza del reale. non cessa di far trapelare le tracce di questo reale medesimo. l'imbrigliare un godimento che tuttavia non smette di assillarci come rimosso osceno immanente in ciascheduno. ossia il tempo pubblico in quanto senso “finzionale” commisto al non-senso. ciò che ogni sistema normotipico cerca di occultare. Z izek rilegge le Età del mondo di Schelling nel senso di una narrazione mitopoietica che narra del gesto o della decisione "oscena" alla base del lógos umano: "ciò che Schelling cercò di portare a termine con i Weltalter è esattamente questa narrativa fantasmatica mitopietica che spiega l'emergere del lógos stesso fuori dal Reale protocosmico e prelogico. e la necessaria "perdita" del soggetto in quanto luogo cicatriziale in cui il reale occultato lascia i propri segni. il sistema ST è quell'orizzonte normotipico "debole" che pur proteggendoci dal non-senso e pur sobbarcandosi l'incontro con il reale. e non il logico! In tale prospettiva. p. 1991. Analogamente potremmo dire dello spazio. È l'astrazione logica in se stessa. 2000. è il reale "eterno" (in quanto "atto" creativo e istitutivo della logica e della normotipia).Logica e tempo imp. 2. Il godimento è reale. ossia una forma difen- 171 . 74). un senso prescrittivo-normalizzante che tuttavia non cessa di avere rapporti con il reale dal quale tenta di salvaguardarsi e che potrebbe essere definito una sorta di cristallizzazione di godimento. p.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 171 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO simbolico e reale.3.

secondariamente fungono da copertura di un buco. sono dunque emerse due evidenze che dovremo cercare di mettere assieme. quindi. dunque. da cortina difensiva e compromissoria che occulta l’ingredienza inoppugnabile del reale all’interno delle maglie del simbolico. dove il termine “punto” o “marca” indica sia un luogo determinato nell’ambito del senso. Il sistema ST è un sinecismo referenziale che mette in relazione due normotipie: (IJ) r (IJ). così come lo spazio. un significato: lo spazio-tempo. per non incorrere nel dualismo aporetico fatto affiorare da Ricoeur: 1) il tempo. insomma. L’analisi del processo logico di istituzione simbolica. La relazione r è simmetrica. gode. il tempo rimanda allo spazio e lo spazio rimanda al tempo. In altre parole il senso è spazio-temporale. ovvero servono in primis da “punto di capitone” à la Lacan. mantiene un raccordo segreto con il reale ctonio.Logica e tempo imp. da aggraffatura in cui il mantello del simbolico entra in contatto e si aggancia al reale. quindi. Ma non solo: essi sono interrelati in modo tale da fornirsi reciprocamente il fondamento referenziale. è innanzitutto un “punto di soggezione” o “marca di senso” nella misura in cui esso costituisce e sostiene la struttura del senso. sia lo stesso punto di sutura che “chiude” la ferita inferta dal reale al simbolico con il godimento che ne consegue. cioè di estremo dolore e piacere orgasmico). cioè implica un livello per così dire primario in cui reale e simbolico s’incontrano. che preso nella sua integrità diviene autoreferenziale. nella misura in cui mette in gioco se stesso e il non-senso. sono già delle formazioni di senso. e si struttura di conseguenza come “il godimento del’Altro” (poiché è sempre l’Altro che affronta il reale e. costituisce la cicatrice o la sutura del rapporto traumatico tra reale e simbolico. di un insieme chiuso. facendo così funzionare il simbolico medesimo. Per come è strutturato il sistema IJ. Questi due sistemi che evitano all’uomo l’incontro tychico con il reale. Un siffatto rapporto 172 . esso si fonda a sua volta su una serie di affordanze imposturali. Tali finzioni primarie svolgono due funzioni differenziate. cioè è tale che T S e S T.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 172 LOGICA E TEMPO siva di padronanza nei confronti della terra insensata e deterritorializzante e. dall’altro lo mette in gioco nella misura in cui la normotipia in se stessa slitta e scivola continuamente verso altre normotipie. nella doppia valenza della jouissance lacaniana. ci ha poi mostrato come lo spazio e il tempo abbiano a che fare con la stessa “soggezione” che “pone” un “soggetto” e. Nell’analisi che abbiamo sin qui condotto. Si tratta. facendo godere sempre un Altro. tuttavia. Quindi l’espressione IJ indica che la normotipia nasconde da un lato il reale in se stesso. facendosene carico ma anche occultandolo. ciò facendo.

nel Fuori impossibile cui non si potrà mai accedere. poiché camuffa l’invarianza reale o affordanziale con una sorta di cortina fumogena fatta di significanti. nella misura in cui riflettiamo.=. con Lacan.=.Logica e tempo imp.=. J ! I (! . 173 .=. 2) Quando però ci interroghiamo con Agostino sull’essenza dello spazio e del tempo.=. indicando senz’altro. in un sistema combinato in cui spazialità e temporalità si associano in un gioco oscillante del rimando. Questa @.=.=.=.=. ma manifestando parimenti una funzione di blocco e di referenza. che tra l’altro rappresenta il soggetto tout court. il non-senso che scardina l’articolazione del senso. tuttavia. !) ! J Nel grafo soprastante riportiamo la struttura del sistema IJ: il reale è l’orizzonte esterno in-sensato nei confronti del quale la normotipia implica una “chiusura” sferica. il grafo mostra come il reale si articoli sia all’esterno. ma così essenziali da costituire dei modi fenomenologici del senso stesso. una sostituzione metaforica.=.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 173 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO non può significare semplicisticamente che il tempo costituisce il Fuori.=. In altri termini.=.=. riproponendo così i medesimi problemi di qualsiasi metanormotipia. il reale si ritrova parentetizzato accanto alla @ in grassetto. ci porgono innanzi agli occhi un sistema normotipizzato che. dove appunto la soggezione è già una finzione necessaria al senso. 2004) l’abbiamo semplicemente definita significato. alfine non fa altro che traslarci sul problema della spazialità. anche se lo sforziamo con una riflessione iterata e reiterata. che abbiamo visto costituire il punto di soggezione.=. E questo discorso concerne parimenti il cosiddetto tempo dell’anima e il tempo del mondo: entrambi. All’interno della normotipia stessa.=@(J)=.=. c’immettiamo d’emblée nell’orizzonte normotipico e.=. sia nella prossimità del soggetto-significato.=. nella misura in cui la finzione si gioca attraverso un significante come un altro. Altrove (Bazzanella. quindi.=. Tempo e spazio sono già delle simbolizzazioni finzionali. costituisce soprattutto un’impostura.

:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 174 LOGICA E TEMPO L’obiezione che in questo modo non faremmo altro che traslare il problema soggetto-oggetto. ~(S=S/~S) (S=~S). sia che lo reperiamo nei meandri delle soggezioni fondamentali a quella stessa normotipia. cioè di un passaggio oscillante tra spazialità e temporalità che non riuscirà giammai a raggiungere un livello originario.Logica e tempo imp. ovvero integrerà le usuali formule del senso: S=S/~S. viene accoppiato all’interno dell’Ereignis. Messo alle corde poi. sia che lo reperiamo all’esterno di una supposta serra normotipica. costituisce UN SENSO COME UN ALTRO e si inserisce in un contesto inflazionistico di infiniti ulteriori sensi all’interno dei quali si paleserà nelle forme derivate di una normotipia. essendo entrambe le temporalità già normotipizzate e riferite al medesimo Fuori con il quale esse si rapportano in quanto “punti di soggezione”. Anche nel caso di Heidegger. a sua volta integrato in un Geschick dell’essere che si presenta palesemente come una normotipizzazione. ~S=~S. dunque. come qualsiasi altro senso. 475). pur essendo una “marca di senso” o una cifra di sensatezza (nella misura in cui di-mostra la sutura del reale e il godimento “forcluso” che ne deriva). Detto diversamente. non potremo far altro che accontentarci del gioco basculante della referenza sinecistica. infatti. su un altro piano. indipendentemente dalla rappresentazione del divenire e dello sviluppo. tempo oggettivo-tempo soggettivo. argomentando dello spazio-tempo ci ritroveremo sempre. come una “storia dell’essere” che diviene referenza per ogni senso. nostro malgrado. ci mostrerà la struttura cicatriziale che costituisce il senso propriamente detto. 174 . 1989. Il tempo. in un orizzonte normotipico e. la differenziazione tra un tempo pubblico deietto e un tempo inteso come senso dell’essere dell’Esserci finisce ineluttabilmente per sfumare in una paradossale coincidenza: in Tempo e essere. lo spazio-tempo o Zeit-Raum. p. indipendentemente dall’osservazione e spiegazione storiografica” (Heidegger. Ciò significa che la differenziazione tra una temporalità aristotelica e una temporalità agostiniana perde del tutto significato. “L’essere in quanto evento-appropriazione è la storia. collide con i meccanismi che stanno alla base della costituzione del senso: il reale è sempre lo stesso. S0~S cui dovremmo aggiungere la formula dell’insensatezza della ri-flessione: S1FS2 ~S. di qui va determinata l’essenza di quest’ultima. anche quando vorremo riflettere su tale orizzonte.

un tempo 175 . nei confronti dei quali cerca di difendere l’uomo sovrapponendovi una certa illusione di controllo e misurabilità.Logica e tempo imp. 197). è anch’esso un “pezzo” di reale. ma essa in genere collide sempre con il meccanismo dell’impossibilità di una metanormotipia e. deve prendere posto come colui che porta la parola.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 175 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO 2. p. l’éthos. un giro infinito. Per certi aspetti. dacché contengono il rimando o il footing del senso nell’ambito di un gioco à deux: ecco perché lo Zeit-Raum heideggeriano è soprattutto uno Zeit-”Spiel”-Raum. è un contromovimento: in effetti. dal potenziale poietico infinito. è esterna essa stessa. è una struttura di finzione” (Lacan. e dall’altro la scena dell’Altro.11 “Il reale che finge” Il senso è il modo.3. questo medesimo senso articolato nel campo dell’Altro e strutturato a partire da un soggetto finzionale. È quello che d’altronde emerge dalla nostra formula S0~S ed è forse l’essenza della concezione heideggeriana della verità come !"# ’ $%&'!. la tecnica o antropotecnica. tende a fare dello spazio-tempo un’entità reale. ma potrà portarla solo in una struttura che. Paradossalmente. La normotipia in se stessa cerca per un suo moto naturale di re-ificarsi. con la necessità di uno scivolamento indeterminato. ci offre lo spazio e il tempo come realtà a se stanti e autosufficienti. quindi. il non-senso di un reale che finge di essere simbolico. per quanto si ponga come veridica. X. il grande Altro lacaniano è anche l’Altro primordiale. così apparentemente aereo e inesistente. quasi incantatorio. Questa proposizione è sempre falsa e ciò significa che istituisce un contesto finzionale dove sia S che ~S sono altrettante finzioni. cioè di divenire-reale. il mondo. luogo in cui accalca il reale. p. quindi. è un “Altro reale” (ivi. Insiste qui la sovversione che proponiamo: la normotipia spazio-temporale non dipende da uno spazio e un tempo reali. Il rischio dunque è proprio questa inversione: noi siamo-già soggetti a una finzione e ciò che finge è proprio quel reale che credevamo di aver incantenato con i nostri giochi di prestigio simbolico. cioè nell’aver inteso la temporalità come un connotato originario ed essenziale del senso e nell’aver ritrovato poi. 126). il meta-rituale con cui l’uomo affronta il reale. La sfera sloterdijkiana con la quale ci proteggiamo dall’esterno minaccioso. Il vero movimento in gioco è esattamente contrario. in cui l’uomo come soggetto deve costituirsi. però. dopo una lunga e suggestiva analisi. attraverso il meccanismo del sinecismo normotipico finge di essere “reale” e. è lo stesso sistema ST che. un gioco dell’appropriazione e dell’espropriazione. lo spazio e il tempo. attraverso il sinecismo normotipico. “Da un lato. che. Lo scacco heideggeriano di Essere e tempo si situa proprio a questo livello. si pongono in una posizione privilegiata. però.

pur cercando un’asintotica aderenza ad essa. dall’altro illudendo l’uomo della “realtà” di questa medesima misurazione. un terzo e ultimo livello. preliminari a qualsiasi misurazione e a qualsiasi simbolizzazione finzionale.Logica e tempo imp. è-già-qui. ma noi lo vestiamo di uno statuto finzionale che non possiede. camuffandosi come qualcosa di originario che gode sempre al posto nostro. lo spazio si presentò all’uomo sin dal principio con i tratti normotipici di una modalità etico-difensiva nell’evitare o controllare quanto più possibile il reale. siamo in questo caso di fronte a una finzione di finzione. fingendo appunto un tempo e uno spazio assoluti. e solo successivamente queste normotipie divennero reali. segmenti sono tutti significanti tratti dalla sfera semantica della coltivazione e si riferiscono esplicitamente ad antiche pratiche di misurazione agreste. Serres sembra spiegare molto bene questi passaggi (Serres. cioè alla specificità per Lacan dell’animale-uomo (Zizek. insomma. in cui alla fine è il reale medesimo che “finge” duplicemente. ma d’altra parte è pure una “finzione di finzione”. sebbene il medesimo meccanismo di soggezione-significato 176 . cioè una Verità o reale che alla fine imita uno statuto finzionale che non c’è. 82): la normotipia in quanto produzione simbolica umana è senz’altro una finzione che maschera la realtà. illudendo in un “al di là” metafisico e più originario. cioè fingiamo di fingere. M. non pensò ad uno spazio astratto e formalizzato per applicare le sue leggi alla “terra” reale: fu l’ombra proiettata dalle piramidi che gli suggerì una nuova metodica di organizzazione e segmentazione delle terre. angoli. La stessa geometria euclidea riporta nella terminologia utilizzata un esplicito rimando alla sfera “pratica” o “etica” del rapporto dell’uomo con il reale: rette. Il sistema ST d’altra parte in tale matassa finzionale costituisce una normotipia tra infinite altre: esso di fatto non possiede alcun privilegio specifico. Quando l’uomo egizio inventò la misura e la divisione geometrica degli spazi. dunque: il primo livello normotipico in cui il soggetto disegna un proprio spazio e un proprio tempo addomesticati e simbolizzati. da un lato concedendosi alla misurazione. ad esempio. Il reale. 2000. la nascita della geometria non è secondaria rispetto ad un rapporto perlopiù “pratico” dell’uomo con la natura. Doppia finzione. 1994): dal suo punto di vista.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 176 LOGICA E TEMPO finzionale e normotipico. p. un secondo livello in cui la finzione finge di essere qualcosa di reale. In altri termini. illudendo così il soggetto di una lontananza del reale insussistente. ma alla fine è la medesima normotipia che cerca di divenire-reale finzionalmente. Emerge in questo quadro un movimento a doppia mandata: la normotipia in se stessa è un pezzo di reale che finge d’avere senso. Espresso altrimenti.

primato peraltro via via affievolito. il proprio da-cui e rispetto-a-cui. 29) oppure a quella temporale. è soltanto nella modernità e. cioè un senso economicistico del mondo: questa normotipia ha sempre funzionato nell’ambito delle costruzioni di senso umano e. Se dovessimo presentare un grafo di questa condizione inflazionistica. nella contemporaneità che la normotipia capitalistica diviene veramente egemone e condiziona tutte le altre normotipie. in questa prospettiva. poiché ogni senso ha il proprio contesto referenziale. p. Tutti i riti legati alla terra e alla sua fertilità. in modo separato. Ogni normotipia infatti si ritrova all’interno di una collezione di infinite normotipie. In sostanza. ha indubbiamente ragione Marx. funzioni anche all’interno di una collezione di normotipie. e il suo decadimento nei confronti della “materia” e dell’economicismo? 2. invece. la normotipia egemone pare quella tardocapitalistica. 2001b. i colonialismi e le grandi esplorazioni. esiste un processo di soggezione che conferisce una certa egemonia ad una normotipia particolare. dovremmo ricorrere a ciò che abbiamo già proposto a proposito del senso in generale: 177 . Ciò che allora cercheremo di analizzare nelle prossime pagine sono proprio le influenze che tale normotipia può sortire sul sistema ST: come è mutato — ci chiediamo allora — il nostro modo di concepire lo spazio e il tempo nell’epoca del tardocapitalismo? Lo stesso relativismo — lo diciamo a titolo di suggestione — non costituisce forse il momento di cesura tra il primato del sistema ST. In tempi antichi probabilmente la normotipia ST risultava egemone. Tuttavia.3. Oggi. anche se probabilmente era scissa.12 Struttura normotipica del tardocapitalismo Dobbiamo innanzitutto stabilire che cosa significhi normotipia egemone in ambito echologico.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 177 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO che abbiamo visto funzionare all’interno della normotipia. soprattutto. oppure le escatologie delle varie religioni avevano in effetti sullo sfondo alcune normotipie di riferimento di questo genere.Logica e tempo imp. ossia assistevamo all’egemonia della normotipia spaziale (Sloterdijk.

Logica e tempo imp. il tardocapitalismo “finge” di lasciare spazi di libertà alle normotipie concorrenti e ciò per aprirsi infiniti spazi di decorso e. Si tratta di una sorta di fistola o infistolimento. in cui il reale esterno. non ultima il sistema ST che. ma. Ma come si articola questa normotipia? Come riesce a reggere la sua egemonia. facendone finzionalmente una metanormotipia. attraverso il meccanismo del “lasco echologico”. c’è un processo di soggezione che fissa e blocca una normotipia. la normotipia egemone nell’epoca contemporanea è quella tardocapitalistica: essa costituisce il da-cui e il rispetto-a-cui di ogni altra normotipia. garantire la propria apparente sensatezza. anche quello più minuscolo e inifluente. sotto “mentite spoglie”. una zonizzazione sferologica che ha una funzione difensiva nei confronti del reale. nel suo ambiguo ruolo di invarianza finzionale: il soggetto che ne esce — E — tende ad assoggettare le altre normotipie. Questo blocco o masterizzazione opera una chiusura. Quest’ultimo sta comunque dietro al processo di soggezione. si fa invece più prossimo. quindi. la strategia del tardocapitalismo si gioca in due momenti fondamentali: 1) innanzitutto esso non radicalizza il movimento rimandativo dell’intensione. 2) secondariamente. occulta un pezzo di reale che si ficca all’interno del simbolico e che spingerà successivamente la normotipia a re-ificarsi e a divenire-reale. Ebbene.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 178 LOGICA E TEMPO J " (" n-n-n-n-n-n-n-n-n-n-E(J)-n-n-n-n-n-n-n-n-n-n ") " J Nell’ambito del défilé infinito delle normotipie. grazie al suo sinecismo. pur essendo da parte sua soggiogato e sog-getto al reale stesso. cioè dell’inclusione-sussunzione delle altre normotipie abbozzando una struttura gerarchica. anzi. mescolandosi all’interno delle altre normotipie. Uno dei rischi di ogni normotipia egemone è in effetti l’eccesso di fis- 178 . si pone paradossalmente a latere o in modo “estensionale”. pare ben attrezzato nei confronti del non-senso? Dal nostro punto di vista. l’orizzonte donde ogni senso. il Fuori tenuto sempre a distanza. la sua istituzione ed “erezione” fittiziamente trascendente. In altri termini la radicalizzazione di E. trae la sua direzione essenziale. a fronte di un pullulo di ulteriori normotipie.

conserva lo status quo: esso è una rivoluzione continuamente in atto. Ne consegue che il carattere finzionale-simbolico del nostro modo di vivere e di abitare oggi il mondo risulta assolutamente occultato e il Fuori paradossalmente addomesticato non è mai stato così prossimo e “amico”. ci troviamo di fronte a una paradossale negazione del non-senso che conduce nuovamente a un non-senso “di ritorno”: è il significato della nostra formula ~(S=S/~S) (S=~S). il tardocapitalismo sembra aver esteso questo processo. incircoscrivibile. Se infatti il sistema ST si basava su un rimando pulsatile e ondulatorio tra due poli. tuttavia. che integra in sé tutte le istanze innovatrici e solo in apparenza antagonistiche che vi si formano all’interno. poiché ne va di una supposta e insensata integrità del sistema).Logica e tempo imp. aprendosi continue e sempre nuove linee di rimando. immobile e stabile (l’eternità del rituale “assoluto” destorificato). ossia se lascia-spazio al non-senso. ciascuna possiede il proprio spazio e il proprio valore nei confronti di un reale che ormai 179 . esso bascula e oscilla attraverso infinite ulteriori normotipie che lascia liberamente basculare nel proprio seno. Il modo in cui il tardocapitalismo mantiene dunque il proprio carattere di perenne rivoluzione e il modo in cui sostiene sempre una certa sensatezza potrebbero essere assimilabili a un sinecismo multiplo: con più raffinatezza rispetto al sistema ST. L’indifferenza è in questo quadro la cifra echologica che caratterizza il tardocapitalismo: ogni senso divergente o non consentaneo viene indifferentemente accettato. Qualora. un sistema di senso sclerotizzi il proprio assetto e tenda alla totalizzazione (secondo un processo che abbiamo definito significativamente integralismo. Nella congerie di finzioni normotipiche che caratterizzano la nostra età. È un senso che scivola e rimanda da una normotipia all’altra. il capitalismo non costituisce una formazione di senso reazionaria. che a fronte di interessi particolari di tipo economico-politico. In tale maniera. invece. il senso ha senso se deborda. pp. assolutamente “aperto” e. Come hanno dimostrato bene Marx e Deleuze-Guattari (Zizek. ciò nondimeno. infatti. il piano referenziale che viene messo in gioco tradisce una somiglianza quantomai estremizzata al reale stesso: esso diviene indifferente. 2004. senza mantenere alcuna posizione di eminenza o di egemonia.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 179 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO sazione e l’immobilità che l’egemonia comporta: come sappiamo. Il tardocapitalismo ha invece la caratteristica peculiare di una normotipia egemone che mette in gioco una rivoluzione continua. ma disponendosi in una condizione di indifferente lateralità o di meta-ritualità deprivata delle proprie cifre distintive. 162-163). che muta i propri assetti e persino la propria natura. senza l’inserzione di alcuna gerarchia o assiologia precostituita.

Dobbiamo dunque valutare la posizione del sistema ST nell'ambito di questa complessa processualità: trattandosi di una normotipia all'interno di un sistema egemonico di tipo capitalistico. porta i "segni" invarianti e affordanziali del reale nel suo rapporto traumatizzante con il simboli- 180 . “Qui incontriamo la differenza lacaniana tra realtà e Reale: ‘realtà’ è la realtà sociale delle persone reali che interagiscono e sono coinvolte nel processo produttivo. artistica. scientifica. cioè coesistono in uno statuto di com-planarità: perciò esso è eminentemente un senso ed ha senso. L'indifferenza è appunto la caratteristica echologica che la distingue dalle altre normotipie egemoni delle epoche passate: in essa coesistono paritariamente infinite ulteriori normotipie. in sostanza.3. Le normotipie verso cui slitta il tardocapitalismo sono "adiacenti".Logica e tempo imp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 180 LOGICA E TEMPO coincide del tutto con la normotipia tardocapitalistica. mentre il Reale è la logica spettrale ‘astratta’. 2.13 L'esclusione tardocapitalistica del sistema ST Una delle caratteristiche emergenti del tardocapitalismo è dunque quella di articolare indifferentemente una molteplicità di normotipie. e così via. 22). talché ogni posizione appena raggiunta non è che provvisoria. p. come quella religiosa. Ma è proprio così? È possibile che lo spazio-tempo sia divenuto un senso per così dire ininfluente o di secondo piano in un'epoca in cui invece i valori determinanti sono ben altri? Abbiamo prima notato come lo spazio-tempo sia una componente essenziale del senso e in quale maniera entri in gioco nell'ambito dei processi di soggezione: esso. cioè riesce a tenere assieme il senso e il non-senso attraverso un movimento continuo da una normotipia ad un'altra. inesorabile del capitale che determina cosa succede nella società reale” (Zizek. come gli antichi imperi o le teocrazie) attraverso un movimento continuo di spostamento da una normotipia all'altra. essa si dovrebbe situare in modo adiacente e indifferente accanto ad altre normotipie. Il rischio implicito in ciascuna normotipia è quello di fissarsi in una specifica strutturazione di senso e conseguentemente di scadere nel non-senso per eccesso di senso: il tardocapitalismo sfugge il rischio di "integralizzarsi" (cioè di chiudersi in una totalità autoreferenziale. 2000. verso le quali esso stesso tende a decorrere. sempre sul punto di precipitare in una condizione del tutto nuova. Esso è in quest'ottica una rivoluzione continuamente in atto.

Il Soggetto è la normotipia stessa in quanto si è fatta carico. tuttavia. incarna l'eterno ritorno delle "cose" e. Ciò significa che di fatto. esso implica d'altra parte una paradossale "perdita di mondo".:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 181 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO co. cioè all'essere l'unica fonte di senso normotipico nel suo moto rivoluzionario infinito. nella sua indifferenza. nella misura in cui il tardocapitalismo tenderebbe per un suo moto proprio all'onnisensualità. ma se questo processo porta a termine l'addomesticamento del Fuori messo in atto sin dai primi manufatti del neolitico. al posto dell'uomo. il tardocapitalismo mira all'eslcusione del sistema ST.Logica e tempo imp. in uno spostamento in cui le marche affordanziali non sono più interne al singolo individuo o alla comunità. ma ciò comporta almeno due momenti decisivi: 1) un processo di desoggettivazione. il tempo. non solo limitato ai confini del nostro pianeta. poiché i processi globalizzanti e il relativismo fanno di ogni luogo "un luogo come un altro" e di ogni istante "un isante come un altro". Questa esclusione si compie paradossalmente attraverso un'estensione parossistica degli spazi e dei tempi: lo spazio è un onni-spazio. Questo passaggio viene ulteriormente corroborato dal predominio del sapere scientifico e dallo sviluppo delle tecniche che notoriamente prescindono da un preciso hic et nunc: le produzioni industriali ormai sono delocalizzate e non è più decisivo il rapporto salario/tempo lavorato perché ormai le macchine lavorano indifferentemente al posto dell'uomo. quindi. ma esteso all'intero universo e invaginato in infiniti mondi virtuali. piuttosto. in cui il Soggetto diviene il tardocapitalismo tout court nella sua assoluta e paradossale indifferenza. una sorta di eternità insensata che ricorda quella del reale. La conseguenza dell'esclusione del sistema ST si condensa nella definitiva destituzione del soggetto o. ma alla normotipia tardocapitalistica nella sua totalità. conduce nel caso del sistema ST ad una vera e propria esclusione. che equivale ad una sorta di alloppiamento onirico nel quale siamo immersi (come se fossimo inclusi nostro mal- 181 . del rapporto traumatico con il reale. il tardocapitalismo tenta di fatto di portare a compimento l'addomesticamento del non-senso attraverso una sorta di processo finzionale di imitatio del reale. proprio a cagione della sua specificità. L'indifferenziazione. Questo processo si articola inizialmente in una sorta di "indifferenziazione" che rende lo spazio-tempo una normotipia adiacente simile ad infinite altre: nel tardocapitalismo la definizione di uno spazio delimitato e la determinazione del tempo non sono più così strategici come nell'Ottocento. 2) un processo di esclusione di quei momenti invarianti in cui il non-senso fa breccia e si mantiene all'interno del tessuto del simbolico. Ora.

ma non siamo più nemmeno in grado di "dire" questo "noi". 2008. Lo spazio e il tempo indicano indubbiamente una padronanza "debole" nei confronti del reale. 2004. al di là delle sindromi primarie dipendenti da specifiche eziologie biologiche o genetiche. dall'altro lato espone gli individui ad una indifferenza insopportabile in cui l'insensatezza della propria esistenza si fa davvero palpabile. p. gli spazi sono moltiplicati ed estesi all'infinito. privando così la grande maggioranza delle persone di una qualsiasi mappa cognitiva dotata di significato" (Z izek. pp. attraverso un 'osso in gola' che sempre impedirà di raggiungere la proizek. 2000.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 182 LOGICA E TEMPO grado nel sogno di un Altro. Uno degli effetti più evidenti dell'esclusione del sistema ST e della conseguente desoggettivazione lo intravvediamo in un particolare decorso delle psicopatologie contemporanee: a nostro avviso. Il reale insomma è ormai qui. poiché — al di là del loro carattere normotipico — essi recano ancora e ineludibilmente le tracce traumatiche e affordanziali-invarianti dell'Altro. Come osserva Zizek.Logica e tempo imp. c'è un riflesso abbastanza immediato sul senso individuale del depotenziamento soggettivo e dell'indifferenziazione delle dimensioni spazio-temporali. 83). stricto sensu. 'senza mondo'. In altri termini. è il senso medesimo nella sua configurazione tardocapitalistica in quanto Soggetto che ha preso su di sé l'onere dell'incontro traumatico con l'Altro. sono "commiste" con 182 . gran parte degli altri disturbi mentali pare strettamente correlata alle strutturazioni di senso che generalmente regolano una comunità umana in un determinato periodo storico. pria piena identità ontologica" (Z Nel tardocapitalismo tutto è divenuto rito. in quanto ormai senza-soggetto e "poiché il paradosso del soggetto è che esiste solo attraverso la propria radicale impossibilità. troppo accelerati da essere percepiti o fissati in una pseudo-eternità. tutto è destorificato ed eternizzato senza alcuna differenza tra reale e simbolico. l'esclusione del sistema ST comporta da un lato il rischio dell'insensatezza dell'intera normotipia. ovvero. in quanto monoliticamente invariante e incapace di sostenere la struttura del senso S=S/~S. in breve. esso sostiene una costellazione ideologica che è. Oggi noi siamo nel "senza-tempo" e nel "senza-spazio". In altri termini. 36). senza possibilità di risveglio). poiché è il simbolico stesso ad "imitare" totalmente il reale: i tempi sono ormai indifferenti. pare connessa solidalmente (per "consentaneità" o "dissonanza") al sistema normotipico egemone (Bazzanella. cioè "senza-mondo". tantoché non ha più significato parlare di "luoghi" o di contrade in senso heideggeriano. 145-211). "forse è qui che va individuato uno dei principali pericoli del capitalismo: nonostante sia globale ed abbracci il mondo intero. p.

Egli manca di quegli appoggi affordanziali che implicano una commistione di senso e non-senso. o non ci sono più spazio e più tempo. divenuto "apparentemente" concreto. garantisce una certa sensatezza della propria esistenza. in particolare. La "morte" diviene sempre più insostenibile poiché ad essa fa da contralto l'eternità del sistema simbolico: che cosa significa morire? E che cosa significa abitare nella propria dimora. Ma questa paradossale "debolezza" è quella che caratterizza i processi di soggezione e nell'impossibilità che articola.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 183 PARTE SECONDA: SENSO E SPAZIO-TEMPO il Fuori. L'ansia e la depressione dipendono da una messa in crisi di un uomo immerso in un orizzonte referenziale caratterizzato dall'onnitemporalità e dall'onnispazialità: il sogno delirante. 183 . 106) perché non sa più collocarsi (as-soggettarsi) nello spazio e nel tempo. Il dilagare delle sindromi ansioso-depressive (genericamente classificate come "disturbi dell'umore") deriva principalmente dall'inadeguatezza del soggetto nei confronti di un mondo eterno e immortale che è pure infinitamente esteso. Ci sono troppo spazio e troppo tempo.Logica e tempo imp. 2007. invece. essere radicati sulla terra. L'egemonia del tardocapitalismo. Giddens) a una "società del rischio" che è insicura paradossalmente per un eccesso di sicurezza. dell'eternità e dello spazio infiniti. sacrificando talune essenziali componenti del senso e. p. ma dall'altro implica una de-soggettivazione radicale. poiché tale vittoria viene conseguita attraverso un'indifferenza parossistica. cosicché l'animale-uomo si trova "gettato" in un Aperto senza limiti che non riesce più a territorializzare: egli è disperso nel Fuori insensato. non sappia più di esistere (Recalcati. la fondamentale commistione con il non-senso. se lo spazio globale è divenuto infinito e mille e mille altri spazi virtuali vi si sovrappongono senza distinzione? Dove siamo. ma che proprio in tale labilità per-mangono in quanto invarianze. detto in poche parole. fa sì che l'uomo contemporaneo. dove abitiamo? Ecco le domande senza risposta che stanno assillando l'uomo contemporaneo e che lo stanno conducendo in maniera "intrinseca" (e non estrinseca come vorrebbero U. Beck e A. da un lato pare segnare la vittoria del simbolico sul reale e quindi l'assunzione di un'acme di sicurezza mai raggiunta precedentemente nella storia. contro il quale non riesce più a circoscrivere un "luogo" a mo' di baluardo difensivo o di serra di senso.

Logica e tempo imp.:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 184 .

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:Impaginato 145x230 15/01/09 18:04 Pagina 208 .Logica e tempo imp.

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