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SAN SIMONE

SIMONOV ZALIV
Marko Stokin
Katharina Zanier
Vestnik XXIII / I
SANSIMONE / SIMONOV ZALIV 3
INDICE
Prefazione 5
Introduzione 7
Topografa antica dell’Istria nordoccidentale 9
Rassegna storica delle indagini archeologiche e degli interventi di protezione
e valorizzazione del sito 23
Ritrovamenti casuali dal XVI al XIX secolo 25
Interventi di ricerca e valorizzazione nel XX secolo 30
Villa maritima: l’edifcio residenziale e gli impianti infrastrutturali 48
Pars urbana: analisi architettonica 49
Il porto 76
La conduttura idrica 80
Inquadramento sintetico dei reperti 82
Elementi architettonici 83
Instrumentum domesticum 88
Analisi della fora e della fauna 93
San Simone nel contesto dello sviluppo storico dell’Istria nordoccidentale 95
Epoca tardorepubblicana 95
All’inizio dell’età imperiale 97
Tra primo e medio impero 103
Periodo tardoantico 105
Nel medioevo 105
Bibliografa 106
Indice delle immagini 120
Partner attuatore / Izdajatelj – partner projekta:
Zavod za varstvo kulturne dediščine Slovenije / Pubblicazione a cura dell’Istituto per la Tutela dei Beni Culturali della Slovenia
Marko Stokin, Katharina Zanier
SAN SIMONE / SIMONOV ZALIV
Per l’Istituto / Zanj: Jelka Pirkovič
Curatrice della collana / Urednica zbirke: Biserka Ribnikar
Recensione del libro / Recenzija: Jana Horvat, Irena Lazar
Traduzioni / Prevodi: “Nova” Riccardo Bertoni s.p. (slov. / it.)
Progetto grafco / Grafčna obdelava in predogled tiska: Nuit d. o. o.
Stampa / Tisk: Littera picta d. o. o.
Tiratura / Naklada: 200
In copertina: San Simone, mosaico (foto: Triptih d. o. o.)
Fotografja na naslovnici: mozaik iz Simonovega zaliva (foto: Triptih d. o. o.)
Ljubljana, 2012
Pubblicazione fnanziata nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007
_
2013, dal Fondo europeo
di sviluppo regionale e dai fondi nazionali.
Publikacija je sofnancirana v okviru Programa čezmejnega sodelovanja Slovenija-Italija 2007
_
2013 iz sredstev Evropskega sklada za
regionalni razvoj in iz nacionalnih sredstev.
I contenuti della pubblicazione non rispecchiano necessariamente la posizione ufciale dell’Unione europea.
Vsebina publikacije ne odraža nujno uradnega stališča Evropske unije.
Responsabili dei contenuti della pubblicazione sono da considerarsi esclusivamente gli autori.
Za vsebino publikacije sta odgovorna izključno avtorja.
CIP - Kataložni zapis o publikaciji
Narodna in univerzitetna knjižnica, Ljubljana
904(497.4Simonov zaliv)
STOKIN, Marko
San Simone = Simonov zaliv / Marko Stokin, Katharina Zanier ; [traduzioni Nova R. Bertoni]. - Ljubljana : Zavod za varstvo
kulturne dediščine Slovenije = Istituto per la tutela dei beni culturali della Slovenia, 2012. - (Vestnik / Zavod za varstvo kulturne
dediščine Slovenije ; 23, 1)
ISBN 978-961-6420-96-9
1. Zanier, Katharina
262253824
SANSIMONE / SIMONOV ZALIV SANSIMONE / SIMONOV ZALIV
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Prefazione
Sono trascorsi quasi cinquecento anni da quando sono avvenute le prime scoperte archeologiche nella baia di San
Simone (Simonov zaliv), ma l’interesse e le indagini archeologiche non sono venuti meno e continuano a tutt’oggi.
L’impegno di archeologi e altri esperti di vari Paesi ha reso possibile sia l’indagine sia la valorizzazione del sito, che per
i numerosi e rafnati mosaici e l’elaborato impianto architettonico costituisce uno dei monumenti romani più impor-
tanti della Slovenia. L’importanza del sito è testimoniata anche dalle dimensioni del porto antistante la villa, il quale
costituisce coni suoi quasi 8000 m
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di superfcie unodei piùgrandi della costa occidentale dell’Istria, inferiore soltanto
a quello di Fasana (Fažana).
Con questa pubblicazione intendiamo presentare tutti gli interventi archeologici, i resti architettonici ed una sintetica
rassegna dei reperti rinvenuti, sinora pubblicati inmaniera estremamente frammentaria e discontinua. Poiché le ricer-
che nella baia di SanSimone vanno avanti già da lungo tempo, abbiamo dovuto fare i conti conuna documentazione
molto varia e spesso carente e quindi le ricostruzioni presentate nel volume non possono considerarsi complete.
Il libro inizia con inquadramento storico-topografco dell’area nordoccidentale dell’Istria, fnalizzato alla contestualiz-
zazione del complesso di San Simone nell’ambito del sistema insediativo formato da analoghi siti. Il secondo capitolo
illustra la lunga storia delle ricerche, con un cenno allo sviluppo che negli ultimi cent’anni ha conosciuto l’archeologia
proprio nel luogo in questione, sempre al centro dell’interesse degli esperti. Nella terza parte vengono descritti gli
elementi architettonici della villa e delle infrastrutture, dunque sia della parte residenziale sul promontorio di Punta
Corbato (rtič Korbat) sia del porto che collega tutta la baia. Nel quarto capitolo sono presentati in maniera sintetica
i reperti: trattasi di una scelta operata tra i ritrovamenti più signifcativi, che nel nostro caso risultano relativamente
modesti, mentre non viene inclusa nel volume la descrizione catalografca completa dei reperti. Il capitolo conclusivo
è dedicato alle varie fasi del sito, inquadrato nel contesto dello sviluppo e del declino del processo di romanizzazione
di questa parte dell’Istria.
Il volume è stato cofnanziato nell’ambito del Programma per la CooperazioneTransfrontaliera Italia – Slovenia 2007–
2013dal FondoEuropeodi SviluppoRegionaleedai fondi nazionali, inquantopartedel progettostrategicoPArSJAd–
“ParcoArcheologicodell’AltoAdriatico”. LeadPartner del progettoèlaRegioneVeneto–UnitàComplessaProgetti Stra-
tegici e Politiche Comunitarie, mentre gli altri Partner di Progetto sono: l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali
della Regione Emilia Romagna; il Comune di Bagnara di Romagna (RA); il Comune di Russi (RA); il Comune di Voghiera
(FE); il Centroregionaledi CatalogazioneeRestaurodei Beni culturali –RegioneFriuli VeneziaGiulia–Direzionecentra-
le istruzione, formazione e cultura, Servizio beni e attività culturali; il Museo Nazionale della Slovenia (Narodni muzej
Slovenije); l’Università del Litorale, Centrodi ricerche scientifche a (Univerza na Primorskem, Znanstveno-raziskovalno
središče, d’orainpoi UPZRS); l’Istitutoper latuteladei beni culturali dellaSlovenia(Zavodzavarstvokulturnedediščine
Slovenije, d’ora in poi ZVKDS). Il progetto interessa i beni archeologici dell’area costiera dell’Alto Adriatico, dal litorale
emiliano a quello sloveno. Le attività previste sono fnalizzate allo sviluppo di strumenti che permettano di imple-
mentare una rete di cooperazione e fruizione tra le diverse evidenze di interesse archeologico anche nel campo della
didattica e della catalogazione del patrimonio archeologico, con l’obiettivo di concorrere all’ideazione di un parco ar-
cheologicovirtuale dell’AltoAdriatico. È previstoinoltre l’avviodi progetti pilota per la valorizzazione dei singoli parchi
archeologici dell’area interessata con la realizzazione di itinerari culturali transfrontalieri.
Ringraziamo tutti coloro che hanno lavorato e che ancora operano nel campo delle indagini e della protezione del
monumento archeologico di San Simone.
***
Avvertenzaall’edizione italianadel volume
Nel testo toponimi e nomi di enti vengono indicati nella versione italiana, afancata in occasione della loro prima
menzione dalla denominazione nella lingua del Paese di pertinenza.
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Introduzione
A sudovest dell’odierno porto di Isola (Izola), tra le Punte Corbato e Canè (rtič Kane), è ubicata la baia di San
Simone, importante e ben conservato sito archeologico, così chiamato per una chiesetta dedicata al santo omo-
nimo, che sarebbe sorta nella zona della baia nell’alto medioevo o più tardi. L’area archeologica di San Simone
comprende un importante porto romano e l’edifcio di una villa.
La prima menzione della zona archeologica in questo sito risale già al XVI secolo. P. Coppo (Coppo 1830, 34) ne
illustra il porto romano, mentre un abitante del luogo, G. Tamar, descrive con ammirazione la residenza antica e
ricorda oggetti preziosi rinvenuti nella baia (Tamar 1848). Tra il 1922 ed il 1924 furono portati alla luce nella parte
centrale di Punta Corbato diversi ambienti della villa con pavimenti musivi, in seguito ricoperti (Degrassi 1923,
332–333; Tamaro 1928, 412–413).
Punta Corbato è protetta a norma di legge dal 1961, dopo che i sondaggi efettuati nel 1958–1960 da V. Šribar
avevano rivelato che i reperti archeologici erano sparsi su un’area di cinque ettari compresa tra Punta Corbato
e Punta Canè, fatto che lo aveva indotto a credere che il sito avesse le caratteristiche di un insediamento agglo-
merato (Šribar 1958–1959, 276). In quello stesso periodo I. Mikl ed E. Boltin eseguirono un saggio nel luogo
(settore 1) messo in luce per la prima volta dal Degrassi e dalla Tamaro (Degrassi 1923, 332–333; Tamaro 1928,
412–413; Boltin, Mikl 1958–1959; Boltin, Mikl 1959).
Nel 1967 e nel 1968 furono compiute le prime ricognizioni subacquee nella baia di San Simone (Boltin-Tome
1991, 54) e nel 1970 anche le prime indagini geofsiche su Punta Corbato (Lapajne, Kelhar 1970). Tutti gli inter-
venti citati, condotti dal Museo Nazionale della Slovenia di Lubiana (Ljubljana) e dal Museo del Mare “Sergej
Mašera”di Pirano (Pomorski muzej “Sergej Mašera”Piran), risalgono all’epoca in cui ebbero inizio i lavori di costru-
zione del complesso alberghiero Haliaetum (Šribar 1968) e di ricostruzione del porto (Boltin-Tome 1968b; Boltin-
Tome 1970b). Agli inizi degli anni ‘80 fu invece eretto un muro a protezione delle evidenze archeologico sul
promontorio di Punta Corbato (Kramarič 1981). Nel 1982 il Museo del Mare di Pirano efettuò un limitato saggio
di scavo nell’area presso l’area di accesso al porto (Boltin-Tome 1983, 223).
Proprio a causa delle previste costruzioni per un complesso turistico nei pressi dei resti già noti della villa, nel
1986 si diede inizio a scavi d’emergenza sotto la direzione dell’allora Istituto intercomunale per la tutela dei
beni naturali e culturali di Pirano (Medobčinski zavod za varstvo naravne in kulturne dediščine Piran) (M. Stokin)
in collaborazione con il Dipartimento di Studi Classici (P. G. Gierow, G. Labud) dell’Università di Lund (Svezia),
cui si afancò negli anni 1988 e 1989 anche il Dipartimento di Archeologia della Facoltà di Lettere e Filosofa
dell’Università di Lubiana (Univerza v Ljubljani, Filozofska fakulteta, Oddelek za arheologijo). Le indagini, che
continuarono anche negli anni successivi, contribuirono in maniera signifcativa all’acquisizione di nuove in-
formazioni sull’area ed alla sua tutela (Stokin 1987b; Stokin 1987c; Stokin 1988a; Labud 1989b; Labud 1990),
favorendo inoltre il riconoscimento del sito archeologico di San Simone quale monumento culturale di impor-
tanza nazionale, tramite dichiarazione ufciale nel 1999. Parallelamente alle ricerche succitate, furono eseguite
numerose ricognizioni subacquee (Boltin-Tome 1991) e nuove misurazioni geofsiche, condotte nel 1987 da A.
Waters (Waters 1989). Ulteriori indagini geofsiche furono efettuate nel 1994 (TecnoFutureService 1994), nel
2006 (Mušič 2006) ed anche negli anni 2008 e 2009 nell’ambito del nuovo programma di ricerca dell’Istituto
per il Patrimonio del Mediterraneo (Inštitut za dediščino Sredozemlja) UP ZRS e dell’Istituto Archeologico Au-
striaco di Vienna (Groh et al. 2009); il merito per la ripresa delle attività nel sito va in particolare a M. Guštin, Capo
dell’Istituto per il Patrimonio del Mediterraneo, il quale ha anche sostenuto la realizzazione di questa pubblica-
zione, impegnandosi inoltre per la rivitalizzazione e la creazione del parco archeologico di San Simone, insieme
a I. Lazar e in collaborazione con il Comune di Isola (Občina Izola).
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Tutte queste ricerche ci hanno permesso di indagare in maniera approfondita l’estensione delle strutture por-
tuali, parzialmente coperte dall’odierno stabilimento balneare costruito nel 1968; per quanto concerne invece
l’edifcio della villa, le informazioni di cui attualmente disponiamo sono soltanto parziali. Conosciamo due ampi
gruppi di strutture: uno nella zona centrale di Punta Corbato ed un altro nella sua parte sudoccidentale ed inoltre
alcune aree minori, indagate nell’ambito di più modeste campagne di scavo. In ogni caso, si può afermare che il
complesso della villa nella baia di San Simone si estendeva su tutta l’area di Punta Corbato sino al promontorio
di Canè ad ovest, là dove oggi il mare ricopre una notevole superfcie lastricata, mentre ad est il confne del com-
plesso era probabilmente segnato dal torrente Ricorvo (Rikorvo).
Topografa antica dell’Istria
nordoccidentale
La baia di San Simone fa parte del Golfo di Trieste ed è situata tra i fumi Risano (Rižana) e Dragogna (Dragonja),
conosciuti nell’antichità con i nomi di Formio (denominato in documenti più tardi anche Rusano) e Argaone.
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Il
territorio di questa parte dell’Istria è formato da una sequenza longitudinale di basse selle – creste e da valli –
colline con fertili depositi alluvionali. La costa piuttosto frastagliata, caratterizzata da dolci declivi verso il mare,
con quelle che un tempo erano le isole di Capodistria (Koper) e Isola e numerose baie naturali e penisole, come
Sermino (Sermin) e Pirano (Piran), era abitata già in età preistorica (Stokin 1997; Svetličič 1997; Sakara Sučević,
Stokin 2007; Sakara Sučević 2008a; Sakara Sučević 2008b).
1. Carta dell’Alto Adriatico con indicazione dei principali centri antichi tra Aquileia ed Emona.
Alla vigilia della romanizzazione l’area in questione rientrava nel territorio degli Istri, il cui regno – in base alle
fonti letterarie antiche (Liv. XLI.2.1; Strab. V.1.9, p. 215 C) – era delimitato dai fumi Timavo ed Arsa (Raša). Gli Istri
entrarono nell’orbita politica romana sullo scorcio del III secolo a.C., quando nel 221 a.C. i Romani mossero guerra
contro di loro allo scopo di reprimerne l’attività di pirateria. Vari confitti si registrarono poi tra gli anni 189 e 181
a.C. ed una seconda guerra istrica avvenne tra il 178 e il 177 a.C., in seguito alla quale i centri di Nesazio, Mutila e
Faveria, non arresisi, furono distrutti ed un presidio militare fu stabilmente stanziato in Istria. Le operazioni militari
di C. Sempronio Tuditano portarono nel 129 a.C. ad un consolidamento del possesso di quelle parti dell’Istria che,
per lo meno in pratica, erano rimaste indipendenti. A cavallo tra la fne del II e l’inizio del I secolo a.C. i Carni, forse
autorizzati dai Romani che intendevano verosimilmente confnare più ad est i bellicosi Istri, penetrarono da nord
verso Tergeste, che da Strabone (VII.5.2, p. 314 C) viene defnita kome karniké (Vedaldi Iasbez 1994, 27 ss.; Starac
1999, 7 ss.; Šašel Kos 2000; Bandelli, Chiabà 2005).
1 Per una discussione delle fonti che nominano tali corsi d’acqua ed eventuali identifcazioni alternative cfr. Vedaldi Iasbez 1994, 122, 127 ss., 155; Križman
1997, 266 ss., 378 ss.
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L’Istria entrò a fare parte della provincia dell’Illirico, che presso il Timavo o il Risano confnava con la Gallia Cisalpina,
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la quale fu annessa all’Italia nel 42 a.C. ed il suo confne orientale venne a trovarsi presso il Formio – Risano; con la
suddivisione del territorio dell’Italia romana in undici regiones, avvenuta in epoca augustea, gran parte dell’Istria
fu poi inglobata nella X regio, il cui confne orientale era defnito dall’Arsia – Arsa a sud (Degrassi 1954; Degrassi
1962; Vedaldi Iasbez 1994, 43 ss.; Starac 1999, 57 ss.) e dai territori di Emona – Lubiana a nord (Šašel Kos 2002a;
Šašel Kos 2002b). Tale assetto rimase sostanzialmente immutato fno alla riforma dioclezianea dell’ordinamento
provinciale romano (297 d.C.), con la quale l’Italia fu divisa in province, prima in numero di dodici, poi – nel IV secolo
– diciassette, raggruppate in diocesi; il territorio dell’antica Xregio, con piccole variazioni di confni, fu così attribuito
alla provincia Venetia et Histria che faceva parte dell’Italia annonaria (Vedaldi Iasbez 1994, 41; Ivetić 2006, 105 ss.).
2. Carta dell’Istria nordoccidentale con indicazione dei siti archeologici menzionati nel volume.
L’area che qui maggiormente ci interessa rientra nella sfera di infuenza della colonia di Tergeste, il cui ager giungeva
dapprima fno al Formio – Risano, poi fno al fume Ningum – Quieto (Mirna) (Vedaldi Iasbez 1994, 421 ss.; Starac
1999, 108 ss.). I prossimi centri più importanti erano costituiti da Parentium – Parenzo (Poreč) e Pola – Pola (Pula),
che alla città di Tergeste erano collegate attraverso la via Flavia, via publica risistemata per opera di Vespasiano
sulla base di un percorso preesistente, con un tracciato che attraversava il retroterra dell’Istria nordoccidentale
(Šašel 1975, 81; Truhlar 1975, 100; Bosio 1991, 220 ss.; Novšak, Trenz 2003; Gramaticopolo 2004; Župančič 2005,
231 ss.). Questa strada era afancata da una strada litoranea che toccava i siti principali della costa e a questa
era verosimilmente collegata tramite alcuni raccordi trasversali.
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A quanto pare il tratto di strada litoranea che
collegava i porti di San Simone e Villisano (Viližan) rimase in uso anche nei secoli successivi, conservando nella
tradizione popolare il nome di “strada romana”. Da San Simone la strada si dirigeva verosimilmente verso il Monte
Malio (Maljski hrib) (Degrassi 1923, 340) per proseguire il suo tracciato lungo la costa occidentale istriana fno a
giungere a Parentium (Truhlar 1975, 100; Bosio 1991, 220 ss.).
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Un altro abitato di rilievo, situato nell’area in questione, era costituito da Agida o Aegida, menzionata da Plinio
(nat. III.19.129) fra gli oppida Histriae civium Romanorum insieme a Parentium e alla “colonia Pola”. Trattasi di un
2 Sul problema del confne nordorientale della Gallia Cisalpina si veda in particolare Rossi 1991; Zaccaria 1992, 152; Vedaldi Iasbez 1994, 30, 44; Starac
1999, 11 ss.; Šašel Kos 2000.
3 Sono state formulate diverse ipotesi circa il tracciato delle vie che componevano la rete viaria della zona, cfr. soprattutto Poglajen 2007, appendice
14–16, 23–31; Poglajen 2008a.
4 Resti di questa strada di età augustea sono stati di recente rinvenuti negli scavi efettuati dall’Istituto per la tutela dei beni culturali della Slovenia –
Unità territoriale di Pirano, nell’ambito del complesso alberghiero Metropol a Lucia (Lucija) presso Portorose (Portorož), dove sono state anche scoperte
evidenze pertinenti a una necropoli e a una villa (Stokin, Lazar 2009, 160).
municipium o più probabilmente di un vicus, localizzato da taluni sull’antica isola di Capodistria o ai piedi del
monte Sermino (Degrassi 1962, 787; Fraschetti 1975; Semi 1975, 11; Šašel 1976, 456; Cunja 1989, 22; Župančič
1989a, 15 ss.; Cunja 1992, 67; Horvat 1997b, 132; Starac 1999, 110; Župančič 2005; Župančič 2008).
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3. Capodistria, ex Convento dei Serviti, scavi realizzati nel 2011 dall’Istituto per il Patrimonio del Mediterraneo UP ZRS, saggio 1, muro
con soglia lapidea e mosaico coperti da tomba medievale.
Alla luce degli scavi archeologici fnora efettuati, una localizzazione di Agida / Aegida a Capodistria appare
piuttosto improbabile, in quanto la presenza di strutture romane risulta accertata soltanto per l’area intorno
all’ex Convento dei Serviti, a cui possiamo riferire rinvenimenti occasionali di vecchia data (Parentin 1975–1977,
169; Semi 1975, 12; Župančič 1989a), nonché i risultati di recenti scavi efettuati dall’Istituto per il Patrimonio del
Mediterraneo UP ZRS (fg. 3): le pavimentazioni musive e le strutture qui rinvenute (fra cui anche resti di colonne
realizzate con elementi fttili a quarto di cerchio), sembrano piuttosto appartenere a una villa marittima della
prima epoca imperiale, sistemata sul versante sudoccidentale dell’antica isola, provvista di un proprio porto, di
cui parimenti in passato sono stati rinvenuti i resti (Parentin 1975–1977, 167; Župančič 1989a). Ipotetica risulta
5 Suggestiva appare anche l’ipotesi di Franca Maselli Scotti, relativa ad una possibile localizzazione del centro a Elleri, cfr. Maselli Scotti 1990, 628 ss.
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l’esistenza di un secondo simile complesso, ubicato invece sul versante nordorientale, nei pressi del palazzo de
Belli (Semi 1975, 11; Župančič 1989a), per il quale allo stesso modo si potrebbe presupporre il collegamento con
strutture di approdo antiche, intraviste verso la fne dell’Ottocento (Hilber 1889, 292). Per il resto, reperti di epoca
altoimperiale ma anche tardorepubblicana, indice comunque di una precoce frequentazione dell’isola, o ci
sono noti attraverso rinvenimenti occasionali senza indicazioni sul loro contesto archeologico (Billanovich 1971;
Parentin 1975–77; Semi 1975, 11 ss.; Župančič 1989a; Župančič 2008) oppure provengono da scavi archeologici
in cui il materiale risulta avere carattere residuale, in quanto associato ad apprestamenti di epoca tardoantica
o altomedievale (Župančič 1982b; Guštin 1989; Kajfež, Stokin 1990; Stokin 1995; Cunja 1996; Snoj 1996; Stokin
2006a; Stokin 2006b; Stokin, Žitko 2006; Lazar 2009; Zanier 2011), periodo al quale possiamo verosimilmente
riferire lo sviluppo dell’agglomerato “urbano” e forse anche la migrazione e un primo reimpiego almeno di una
parte del cospicuo materiale lapideo iscritto, riutilizzato in vari edifci capodistriani.
4. Aerofotogramma dell’area di Sermino con indicazione degli interventi archeologici realizzati fno all’anno 2005.
Diversa appare invece la situazione di Sermino, che si trova alla foce del fume Risano ed è rivolto verso il golfo
di Capodistria, il più ampio lungo la costa nordoccidentale dell’Istria. Importante centro preistorico, il sito
presenta resti signifcativi di un abitato romano (Degrassi 1962, 787; Snoj 1992, 91; Horvat 1997a; Sakara Sučević
2008a, 440; Sakara Sučević 2008b), purtroppo ampiamente compromesso dalla recente costruzione di varie
infrastrutture e dunque tuttora soltanto ipoteticamente identifcabile con il centro di Agida / Aegida. Durante le
prospezioni subacquee efettuate presso le foci del Risano sono stati rinvenuti muri di edifci romani e copiosi
frammenti di anfore, a testimonianza del fatto che l’abitato è stato nel tempo parzialmente sommerso, mentre la
posizione del porto di Sermino nella preistoria, nell’era antica e nel basso medioevo non è ancora nota (Stokin et
al. 2008, 67–68). Nel corso dei più recenti scavi d’emergenza efettuati nell’area di Sermino, in particolare lungo
le sponde del Risano (Stokin 2006c, 11–12), in località Bivio (Križišče) e Valmarin (Školarice) (Novšak, Trenz 2003,
258–259), sono state ritrovate evidenze che potremmo riferire al “suburbio” del centro romano afacciato sul
mare, sul percorso fuviale del Risano e sulla via Flavia. Resti della via publica, nella fattispecie dell’incrocio della
stessa con una strada secondaria diretta da una parte verso il monte di Sermino e dall’altra verso il complesso
di Valmarin, sono stati rinvenuti in località Bivio, dove alla via si afancava una necropoli (Novšak, Trenz 2003,
258–259). Presso la località di Valmarin, è stato rinvenuto un edifcio romano con impianto produttivo e settore
termale, che potremmo identifcare con una villa (Novšak, Trenz 2003, 258–259; Trenz 2004; Žerjal 2005; Žerjal
2008), forse anche con funzione di mansio, in considerazione in particolare della posizione e delle dimensioni del
complesso.
Un’altra villa è stata indagata sul versante occidentale del monte Sermino, sopra la sponda del Risano (Stokin
2006c, 11), nei cui pressi sono stati di recente messi in luce tratti della viabilità locale di collegamento di quest’area
densamente abitata (Plestenjak 2011, 40). Un altro complesso residenziale è stato parzialmente indagato tra
2010 e 2011 nei pressi della stazione ferroviaria presso Sermino. Nel circondario di Sermino si collocano anche
i siti di altre ville limitatamente indagate, ad esempio a Colombano (Kolomban) (Župančič 1982a) e Villa Decani
(Dekani) (Kajfež 1999). I vari siti risultano collegati alla via di navigazione fuviale lungo la quale, sino al Seicento,
erano ancora in uso quantomeno gli approdi ed altri impianti simili, ad esempio il Carigador presso la chiesa della
Madonna della Ruota (Alberi 1997, 405).
5. Carta aerofotogrammetrica di Pirano con indicazione dei siti preistorici e romani.
La presenza di un altro insediamento agglomerato può essere supposta per Pirano, in cui parimenti l’abitato
romano si pone in continuità con quello preistorico (Kandler 1870, 64 ss.; Stokin 1990, 181 ss.; Snoj, Novšak 1992,
268 ss.; Stokin 2004, 21 ss.; Stokin, Karinja 2004, 45 ss.; Sakara Sučević 2008b, 444). L’importanza del sito è vero-
similmente legata alla sua conformazione peninsulare, dominante sul mare, sfruttata per l’impianto di un faro,
che sembra aver determinato anche il nome del centro.
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Le indagini archeologiche condotte nell’antico nucleo
urbano (Piazza Vecchia), nelle immediate vicinanze del porto interno (oggi Piazza Tartini) e nell’area della chiesa
di San Giorgio, hanno riportato alla luce testimonianze di un’intensa attività edilizia che, a partire dalla preistoria
e poi in epoca romana tardorepubblicana (I secolo a.C.) e imperiale, determinò un’espansione dell’abitato dalla
punta del promontorio conico (Punta Madonna) oggi dominato dalla chiesa di San Giorgio sino all’antico man-
dracchio, dove poteva essere situato il porto romano (Stokin 2004, 33); nei primi anni dell’Impero l’insediamento
acquisì forse lo status di vicus.
6 Piranon sembra, infatti, derivare dal greco pyr – ‘fuoco’: per lo sviluppo dell’insediamento sarebbe dunque stata determinante la vocazione marinara dei
coloni greci che, navigando lungo le coste, in età tardoellenistica approdarono in quest’angolo dell’Adriatico, cfr. Šašel 1992, 685; Vedaldi Iasbez 1994,
374; Križman 1997, 300).
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L’area qui in esame presenta comunque in generale ritrovamenti molto copiosi di epoca romana che nella mag-
gior parte dei casi possono essere messi in relazione con impianti di ville o con altre forme di insediamento rurali.
La migliore testimonianza della colonizzazione della regione da parte dei Romani è costituita dai numerosi siti
archeologici sulla costa, come San Bartolomeo (Jernejev zaliv), Ancarano (Ankaran), Sermino, Capodistria, Isola
con Villisano e San Simone, Strugnano (Strunjan), Pirano, Fornace (Fornače), Fisine (Fizine) e Sezza (Seča), che at-
testano il ruolo predominante svolto all’epoca dal trafco marittimo. Questi complessi proseguono ovviamente
la ftta rete di ville marittime e litoranee presenti in particolare a partire dall’area del Timavo, sull’adiacente tratto
di costa italiano, come anche su tutta la costa occidentale dell’Istria croata, per le quali si rimanda a recenti studi
(Degrassi 1955; Degrassi, Giovannini 2001; Lafon 2001, 443 ss., 454 ss.; Begović, Schrunk 2003; Auriemma, Karinja
2008, passim; Tassaux 2010).
I siti della parte slovena dell’Istria identifcati dal Lafon con delle ville marittime (Lafon 2001, 454 ss.), sono in
molti casi noti in maniera molto approssimativa e non è forse necessario assimilarli tutti a singole ville, in quanto
è ipotizzabile la presenza anche di unità minori, legate ad esempio a impianti produttivi e di servizio dislocati,
pertinenti a complessi di raccordo più ampi. Per questo motivo ci sofermeremo in seguito soprattutto su alcuni
siti maggiormente indagati e che, come la villa di San Simone, presentano tutte le caratteristiche delle ville marit-
time, come evidenziate dagli studiosi (Lafon 2001; Begović, Schrunk 2003; Marzano 2007). Riguardo a tutti questi
siti costieri appare comunque importante sottolineare che il livello del mare si è alzato di ca. 1,50 m rispetto
all’epoca romana (Antonioli et al. 2007; Antonioli et al. 2008); questo innalzamento ha portato alla sommersione
di strutture che in quel periodo erano situate sulla terraferma, mentre l’erosione marina ha parzialmente distrutto
i resti archeologici più prossimi alla costa.
Partendo dal confne italo-sloveno, appare doveroso sofermarsi sulla baia di San Bartolomeo, che ha
probabilmente preso il nome dalla chiesa omonima che un tempo si trovava nelle immediate vicinanze.
Segnalazioni di vecchia data menzionano ritrovamenti romani in tutta l’area: frammenti di vasellame, tegole ed
embrici, tessere di mosaico bianche e nere e pesi ceramici per le reti da pesca (Benussi 1927–1928, 260; Boltin-
Tome 1979, 47–48), tutte testimonianze di un possedimento romano non ancora identifcato. I modesti dati
riportati da Carlo Vasari fanno però pensare all’esistenza di una villa ubicata sui versanti oggi in parte occupati
dalle strutture del campeggio (Župančič 1989b, 18–19; Župančič 1989–1990; Auriemma et al. 2008, 135–142;
Stokin et al. 2008, 71–73).
6. Baia di San Bartolomeo, fotografa aerea, 2003.
7. Baia di San Bartolomeo, resti di approdi e bacini per l’allevamento o la conservazione di pesce vivo (“Molere di Sant’Ilario”) presso
la penisola del Carigador.
8. Baia di San Bartolomeo, peschiera provvista di struttura di approdo.
Resti architettonici di età romana saltuariamente o completamente sommersi sono stati rinvenuti sino ad ora in
più punti, sia in territorio sloveno sia in quello italiano (Auriemma et al. 2008, 135–142; Stokin et al. 2008, 71–73).
Vestigia di un impianto di grandi dimensioni si trovano nella parte interna della baia presso la piccola penisola
artifciale del Carigador,
7
con le ampie strutture di approdo provviste di bacini per l’allevamento o la conservazione
7 La piccola penisola in parola, con il caratteristico nome di Carigador, è stata realizzata agli inizi dell’età moderna nella parte più interna della baia, forse
per servire da piazzale di carico per la vicina cava. I sedimenti situati più in profondità nascondono sicuramente strutture architettoniche romane. Lo si
deduce dai resti di tre muri che in spessore misurano sino a 0,8 m: due sono stati documentati sulle rive est e nordest, l’altro invece, lungo 18 m, nella
parte centrale della penisola (Knifc 1983, 15–16; Stokin et al. 2008, 69).
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di pesce vivo (“Molere di Sant’Ilario”) (fgg. 6–7),
8
mentre il più vasto complesso, identifcato con una peschiera
provvista di struttura di approdo, si estende sul fondale marino lungo il limite occidentale della baia (fgg. 6, 8).
9
I
ruderi antichi in questione, costituenti l’infrastruttura a mare di un possedimento romano non ancora identifcato,
sono anche presenti nel disegno topografco di A. Visconti del XVIII secolo (Stokin et al. 2008, 68–69).
Proseguendo lungo la costa, possiamo citare i rinvenimenti di Ancarano
10
e i complessi già menzionati nel “su-
burbio”di Sermino, che ipoteticamente identifchiamo con il centro di Agida / Aegida. Segue l’area di Capodistria,
per la quale abbiamo già rilevato la presenza di per lo meno una, o forse più ville sull’antica isola. Altri impianti
dovevano però disporsi anche lungo la costa, sulla terraferma: a Perariol è stato di recente scavato un butto di
materiali ceramici, che va verosimilmente messo in relazione con una fornace situata nei paraggi (Hofman, Trenz
2006) e anche a Giusterna (Žusterna) sono in passato venuti alla luce reperti che lasciano presupporre l’esistenza
di una villa romana (Boltin-Tome 1979, 52; Boltin-Tome 1989a, 6).
Strutture di attracco sono ancora visibili presso la costa di Villisano, di fronte alle quali sono stati indagati sulla
terraferma alcuni ambienti di un edifcio romano (Degrassi 1955; Boltin-Tome 1991a; Fontana 1993, 190–191; Ka-
rinja 1997; Stokin et al. 2008, 67). Presso l’ex fabbrica Ruda, nelle immediate vicinanze, sono stati rinvenuti i resti
di un’altra fornace, purtroppo non indagata archeologicamente (Šribar 1967, 271–274). Anche in questo caso si
può dunque ipotizzare la presenza di un’ampia villa marittima provvista di impianto produttivo e porto.
Ad Isola i ritrovamenti romani sono attestati anche nell’area dell’antica isola (ANSl 1975, 144; Frelih 1994; Karinja
2006),
11
in particolare nell’area del palazzo Manzioli (Frelih 1994), dove era forse situata una villa marittima, nonché
in località Cervignano, in cui era verosimilmente localizzata un’altra villa romana, come si può dedurre anche dal
toponimo prediale all’origine del nome della località; qui sono stati ritrovati tegole, elementi fttili per colonne,
frammenti di anfore, tessere di mosaico bianche e nere ed un piccolo capitello (Degrassi 1926, 156; ANSl 1975, 144).
Passando oltre i resti poco indagati di Strugnano, dove possiamo senza dubbio collocare un’ulteriore villa,
12
si in-
contra l’agglomerato di Pirano a cui abbiamo già accennato in precedenza, e poi l’area di Fornace in cui sono stati
8 Sul fondale marino, ad ovest della penisoletta, si sono conservate due imponenti strutture. Entrambe comprendono rampe d’accesso di scaglie lapidee,
con cortine esterne composte da due flari di grossi blocchi di arenaria (sino a 2,8 x 1,2 m). La struttura d’approdo occidentale è costituita da uno stretto
molo con un muro orientale diritto, lungo 69,5 m, una testata quadrata larga 16,8 m verso il mare ed un tratto della cortina ovest che ha andamento
curvilineo. Particolare è la sistemazione della testata dell’approdo con un bacino interno che misura m 10,6 x 10,5 e che con tutta probabilità era aperto
sul lato est, dove il muro esterno è mal conservato. La seconda “molera” è costruita in maniera simile, ma ha allineamento, dimensioni e forma diferenti. I
resti della struttura, situata più a nordest e chiusa su tutti i lati ad eccezione di quello verso riva, comprendono un muro occidentale di 18,1 m, un muro di
chiusura della parte terminale (largo 5,6 m) sul lato mare con un muro di raccordo angolare a collegamento di una struttura orientale lunga 13,3 m e una
cortina ad est lunga 10,1 m. Considerato l’orientamento delle strutture, la loro tecnica costruttiva ed il loro livello rispetto al fondale marino circostante,
si può dedurre che si tratta di un porto con strutture d’approdo e due bacini per la conservazione di pesce vivo, pertinenti ad un complesso insediativo
sulla penisola e costituenti l’infrastruttura a mare di un possedimento romano non ancora identifcato (Stokin et al. 2008, 71).
9 L’altro grande complesso di evidenze architettoniche antiche sommerse, situato al limite occidentale della baia, non lontano da Punta Grossa,
comprende un’imponente struttura edilizia con due piscine, una diga ed un molo. I resti di questa costruzione sono lunghi 135 m e larghi dai 50 agli
80 m. Aveva una pianta originariamente quadrata, tuttavia, a causa dell’erosione marina, gli argini, un tempo più stretti, hanno acquisito una forma più
allungata. Lungo tutto il perimetro ed anche sulla gettata, che divide la struttura in due bacini chiusi, sono visibili i grossi blocchi d’arenaria lunghi più
di 3 e spessi 0,4 m, che un tempo formavano la parte superiore della struttura stessa. Questa, nella parte est, confna con un molo costituito da un muro
“a sacco” con doppia cortina di blocchi di pietra e riempimento interno. Questo molo si conclude con una terminazione a semicerchio lunga 30 m, ai lati
della quale giacciono numerosi blocchi crollati dall’alto. La forma del molo asseconda quella dell’argine in pietra immediatamente vicino alla riva, là dove
è oggi ubicato l’approdo semicircolare. Sulla base della tecnica costruttiva e delle analogie, tutto questo impianto può essere interpretato come una
peschiera con una struttura di approdo, in cui i due bacini servivano per la conservazione o l’allevamento del pesce (piscina vivaria). Il sito è stato scelto
per l’erezione della struttura in considerazione della sufciente profondità del mare e della posizione al limite esterno della baia che, assieme alle aperture
presenti nella struttura stessa, assicuravano la naturale circolazione dell’acqua nelle piscine. La tecnica di costruzione e la sistemazione dei due bacini
coincidono con quelle dell’impianto presente a Fisine presso Portorose, che aveva probabilmente la stessa destinazione d’uso (Stokin et al. 2008, 71–73).
Lungo la costa istriana sono noti diversi siti analoghi, ad es. nella penisola di Kupanja, non lontano da Loron (Tassaux, Matijašić, Kovačić 2001, 90, fgg. 36,
37), ma anche lungo quella dalmata, dove in genere erano pertinenti a ville o a grandi centri economici (Vrsalović 1979, 465, 466; Matijašić 1998, 262–268).
10 Reperti e strutture romane sono venuti alla luce in più punti: un ampio complesso è stato individuato in località Valdoltra (Puschi 1914, 159 ss.; Benussi
1927–1928, 260; Scrinari 1951, 131; Župančič 1989–1990; Fontana 1993, 189–190).
11 A Isola sono state rinvenute anche numerose iscrizioni romane (CIL V, 482 = II X.3, 36; CIL V, 497 = II X.3, 37; CIL V, 483 = II X.3, 38; Museo Regionale di
Capodistria, inv. n. 4116), probabilmente portate in città dal circondario.
12 Infatti, presso San Basso, accanto al vecchio molo sulla spiaggia di Strugnano, sono stati rinvenuti evidenti resti di un edifcio di età romana. In un
documento d’archivio conservato presso il Museo Archeologico di Pola viene specifcato il ritrovamento di “masse di pietra lavorata e levigata, resti di
muro romano, vasche a doppio scolo di cotto, un canale sotterraneo, campi seminati di pietruzze di mosaico romano, camerino a muratura romana e a
triplice intonaco bianco, rosso e verde, resti dispersi di opere edilizie” (Mikeln et al. 1983). A Strugnano è stato rinvenuto anche materiale architettonico
romano, reimpiegato però in un frantoio (Boltin-Tome 1990, 249–256).
rinvenuti a più riprese strutture e reperti romani che possono essere collegati ad una villa con annessa fullonica,
dato il copioso ritrovamento di gusci di molluschi (Benussi 1927–1928, 258; Stokin 1992, 80).
13
9. Fisine, peschiera romana.
Segue poi il sito archeologico di Fisine (Gaspari 2005; Gaspari et al. 2006), che si trova ad ovest di quelli che un
tempo erano i magazzini del sale sulla riva nord del golfo di Portorose. Non lontano, nel corso degli scavi d’emer-
genza che nel 1998 sono stati realizzati dall’Istituto intercomunale per la tutela dei beni naturali e culturali di Pira-
no, sono stati rinvenuti resti di strutture architettoniche romane, mentre ruderi e strati ricchi di reperti sono stati
segnalati sui pendii sovrastanti il sito subacqueo (fg. 9). Resti di strutture architettoniche romane giacevano sulla
metà orientale dell’ampio argine in pietra di forma rettangolare che fu realizzato come prolungamento della
costa. I muri della parte orientale della riva racchiudevano due bacini quadrati. Il lato meridionale documentato
della struttura, ovvero l’area manipolativa a nord del bacino occidentale, era indubbiamente sulla terraferma ed
il molo, ai tempi in cui era in uso, si ergeva con tutta probabilità ad un buon metro sopra il livello medio del mare.
Ne consegue che certamente l’impianto fungeva da porto, sebbene al molo si potessero ormeggiare soltanto im-
barcazioni con pescaggio ridotto. Navi da carico di maggior portata, con più di un metro di pescaggio, potevano
attraccare solo con l’alta marea, oppure dovevano ancorarsi in acque più profonde di fronte alla struttura d’ap-
prodo. I bacini probabilmente erano utilizzati come peschiere per l’allevamento o la conservazione dei pesci. La
struttura di Fisine può essere datata grazie alle anfore Dressel 6B rinvenute tra il materiale di deposito nel bacino
orientale; i frammenti di orli appartengono esclusivamente alle forme allungate e convesse del periodo antece-
dente il governo di Domiziano (Tassaux, Matijašić, Kovačić 2001, 113–115, fgg. 32, 33). Tra i resti fttili rinvenuti
nell’area ci sono frammenti di anfore nonché vasellame da cucina e da mensa, tutti databili tra il I secolo a.C. ed
il V secolo d.C., con una netta predominanza di materiale del periodo tardoantico (Karinja 2002, 268). Sono stati
rinvenuti anche diversi pesi ceramici per le reti da pesca ed una lucerna tardoantica di provenienza africana. I
ritrovamenti archeologici a Fisine attestano l’esistenza di un insediamento portuale, delineando un’occupazione
del sito più o meno continuata almeno tra la metà del I secolo a.C. e la seconda metà o la fne del VI secolo d.C.
(Stokin et al. 2008, 57–63).
13 Allo stesso complesso possiamo forse anche riferire i ritrovamenti di materiali romani nella vicina area del promontorio di San Bernardino (Bernardin)
(Benussi 1927–1928, 258; Boltin-Tome 1977, 119–122; Fontana 1993, 194).
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I resti architettonici delle strutture e dell’area di smistamento sulla costa, nonché le peschiere nei pressi dell’im-
pianto d’approdo al limite occidentale della baia, si trovavano all’imbocco di una vallata che oggi è notevol-
mente cambiata in seguito alla costruzione dei magazzini del sale ed alle recenti opere di consolidamento delle
rive. Nell’antichità l’estremità meridionale probabilmente terminava in una baia con acque poco profonde, molto
adatta ad un approdo vista la sua posizione riparata. L’area piatta ai piedi della vallata era d’altro canto idonea alla
nascita di un insediamento gravitante sulla struttura in parola. I muri, che furono distrutti durante la costruzione
del vecchio distributore di benzina, ed i ritrovamenti del 1998 provano che i resti architettonici sono sparsi in
tutte le direzioni, ma soprattutto verso il fronte della vallata a nord. Lo scarso perimetro degli scavi d’emergenza
nell’area della pompa ofre una modesta ma sufciente testimonianza del signifcato e della datazione dei resti
portati alla luce. La struttura più antica rinvenuta nella parte indagata del sito è un muro di sostegno non ben de-
fnito, costruito sui depositi costieri. Considerata la profondità nonché le relazioni stratigrafche con gli strati della
seconda metà del I secolo a.C., è possibile dedurre che risalga allo stesso periodo se non addirittura ad alcuni
decenni prima. Il materiale degli strati più profondi indica che la fase più antica a Fisine è un po’ più tarda rispetto
alla maggior parte delle evidenze del sito di Fornace (Stokin 1992, 187). Fisine ha vissuto un primo periodo di fo-
ritura alla fne del I secolo e nel II secolo d.C., come si evince sia dalle strutture murarie sia dalla presenza di vasel-
lame da tavola di elevata qualità, di brocche, nonché di vasellame da cucina e recipienti da trasporto provenienti
dall’Egeo (Gaspari et al. 2007b). I resti architettonici comprendono una struttura a pianta rettangolare di ottima
fattura, con pareti divisorie in legno ed uno stretto ingresso che presumibilmente portava all’interno del com-
plesso. Considerati i ritrovamenti, si può ragionevolmente supporre una sua destinazione ad attività produttive.
Per questa fase e per quelle successive sono, infatti, caratteristici i chiodi fusi di bronzo utilizzati nella costruzione
delle navi, come pure gli ami ed i pesi ceramici per le reti da pesca; il rinvenimento di elementi di rivestimento
pavimentale e di frammenti di intonaco indicano la presenza di edifci residenziali, che vanno probabilmente
individuati sul versante sopra la baia (Stokin et al. 2008, 63).
Come si deduce dalle numerose monete e dai prodotti provenienti dall’Africa, il sito di Fisine ha vissuto il periodo
di massima foritura tra la prima metà del IV e la prima metà del V secolo (Gaspari et al. 2007b). Questa fase è rap-
presentata da una struttura di notevoli dimensioni, circondata da muri massicci e costruita sulle fondamenta di
un’architettura più antica. I numerosi frammenti di monete, di vasellame da cucina e in terra sigillata, di recipienti
da trasporto ben corrispondono al quadro cronologico proposto. Lo confermano anche i manufatti in vetro ed
una fbula a balestra tipo Certosa frammentaria. Alcuni ritrovamenti potrebbero addirittura indicare che l’abitato
esisteva ancora nella seconda metà del VI secolo. In quel periodo, o poco più tardi, nell’area circostante la baia fu
edifcata una chiesa, il che ben si accorda con le caratteristiche dello sviluppo topografco del territorio istriano in
cui, sui ruderi delle ville costiere romane abbandonate, sorsero spesso edifci sacri, come ad esempio nella baia
di San Bartolomeo presso Ancarano, a Sermino, a Santo Stefano e nella baia di San Simone (Gaspari et al. 2007b).
Lanciando un rapido sguardo proprio agli sviluppi topografci che coinvolgono il territorio nel periodo tardoim-
periale, l’area in questione dimostra di subire grandi cambiamenti, dettati dalla riconversione produttiva, nonché
da un rinnovamento più generale dei modelli insediativi. Già sul fnire del periodo della Pax Romana, a partire
dalla metà del II e nel III secolo d.C., sembra, infatti, avere inizio anche nelle nostre aree un periodo di stagnazione
del sistema insediativo basato sulle ville, di cui si abbandonano soprattutto i settori di rappresentanza (Verzár
Bass 1986, 654–655; Matijašić 1997, 206; De Franceschini 1998, 801; Begović, Schrunk 2003, 105), mentre nel
periodo tardoantico vari impianti sembrano essere stati parzialmente reinsediati, sebbene con un proflo più
marcatamente produttivo e rurale (Verzár Bass 1986, 677; Matijašić 1997, 211; De Franceschini 1998, 789–790;
Busana 2002, 16; Begović, Schrunk 2003, 105).
Verso la fne del IV e nella prima metà del V secolo furono abbandonate anche le ville costiere e marittime già
menzionate, ad esempio quelle di Sermino, Valmarin e San Simone, che si trovavano vicino al mare o lungo il
fume Risano (Formio). Ma i ritrovamenti nei piccoli porti non protetti, come Salvore e Fisine, mostrano una fre-
quentazione ancora più prolungata, con una foritura sino al tardo IV e V secolo e oltre fno al VI secolo, sebbene
i reperti databili alla fne del V ed alla prima metà del VI secolo siano nel complesso piuttosto rari (Gaspari et al.
2007b).
In epoca tardoantica cresce al contempo l’importanza strategica della regione costiero-carsica che si rifette in
un forte impulso dell’attività fortifcatoria attraverso l’apparato di sbarramento noto come Claustra Alpium Iulia-
rum. La fortezza di Ad Pirum risulta già abbandonata alla fne del IV secolo, mentre le fortifcazioni strategiche del
sistema difensivo dei Claustra a sud e ad est conservarono il loro ruolo almeno sino ai primi decenni, se non fno
alla fne del V secolo (Šašel, Petru 1971; Ulbert 1981). Alla fne del IV secolo mostrarono i primi segni di decadenza
anche gli insediamenti d’altura a carattere militare ed i piccoli presidi sulle vie di trafco nell’area del Carso e nella
valle del Vipacco (Ciglenečki 1987, 70–71; Bigliardi 2004, 350–355).
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Il periodo in cui i Claustra erano ancora operativi coincide con l’ultimo forire dei vicini centri dell’interno, fra i
quali Emona era uno dei più importanti. Le città dove erano accampate grosse unità militari (foederati), come ad
esempio Poetovio, vissero l’ultimo breve momento di foritura proprio nel IV e all’inizio del V secolo. Ad Emona,
Celeia e Poetovio sono stati rinvenuti estesi strati ricchi di reperti databili alla prima metà del V secolo; dopo le in-
cursioni degli Unni nella metà del V secolo, le città erano sostanzialmente in rovina e abbandonate da gran parte
della popolazione (Kos 1902, 17; Klemenc 1955, 353; Slabe 1975, 84–86; Plesničar, Sivec 1978, 61; Bratož 1984,
64–68; Plesničar Gec 1997, 366–368; Ciglenečki 2001, 180; Plesničar Gec 2006, 54–55, 61–62).
A Capodistria e Pirano troviamo invece evidenze archeologiche molto ricche risalenti alla fne del V e al VI secolo,
il che conferma la migrazione, storicamente attestata, della popolazione verso l’Istria costiera. Causa i crescenti
pericoli ed un potere statale e militare sempre più debole, anche abitanti delle zone rurali del circondario si
trasferirono verosimilmente nelle città della costa istriana, che come quella lagunare friulana e veneta, costituì
rifugio per le genti in fuga.
Va però tenuto presente che gli inizi dell’urbanizzazione dell’isola di Capodistria e della penisola piranese nelle
più antiche fasi archeologiche si diferenziano in maniera sostanziale. Come è già stato precedentemente rileva-
to, per Pirano la continuità dello stanziamento è evidente a partire dall’età del bronzo (Stokin 1988b, 181), come
appare confermato dai ritrovamenti efettuati a Punta Madonna. Nel tardo periodo repubblicano e nel primo
periodo imperiale l’insediamento si espanse sino a quello che un tempo era il mandracchio interno, l’attuale
Piazza Tartini (fg. 5) (Stokin 2004, 31; Snoj 2004a, 31). Evidenti cambiamenti nel modello insediativo si hanno
nel V secolo, quando l’area urbana è nuovamente limitata alla Punta ovvero alla Piazza Vecchia, dove sono state
rinvenute le mura assieme a numerosi reperti ceramici (Stokin 2004, 34). Questo periodo che va dal V al VII secolo,
ha inciso profondamente sulla futura organizzazione urbana della Piazza Vecchia, il che pone i confni della città
entro lo stretto promontorio, collegato con il luogo in cui sorge l’odierna chiesa di San Giorgio (Snoj 2004b, 29).
L’edifcio sacro occupava quel sito almeno dall’XI secolo (Sagadin 1977, nn. 18–20), dando continuità alla desti-
nazione sacrale dell’area, afermatasi già in precedenza. L’abitato di Pirano, densamente popolato, si era dunque
sensibilmente ridotto e si era cinto di mura (Stokin 2004).
L’isola di Capodistria si caratterizza invece per un diverso modello insediativo: le ricerche archeologiche compiute
in diversi siti hanno posto in luce per l’epoca romana una tipologia abitativa estremamente sparsa che, come
abbiamo già evidenziato, possiamo mettere in relazione con l’esistenza di una o più ville, difcilmente invece con
la presenza di un insediamento organizzato. Il periodo tardoantico si caratterizza invece per una colonizzazione
estensiva in tutta l’area dell’isola, la quale appare ancora più intensa nel periodo altomedievale. Numerosi resti di
architetture di questo periodo, realizzate in buona parte con materiali deperibili e regolarmente accompagnate
da una grande quantità di reperti, sono state scoperte nelle aree più disparate, come Bossadraga (fg. 10: 43),
14 In epoca tardoantica comparvero anche nuovi presidi militari ed altri piccoli rifugi sulle alture. Alla metà del V secolo il loro numero prese a crescere
rapidamente. Le fortifcazioni sui rilievi della fne del V e del VI secolo si trasformarono gradatamente in insediamenti a carattere permanente con
chiese e centri amministrativi, diventando luogo di rifugio per la popolazione che non si era trasferita in Italia o in Istria. Le fortifcazioni sui rilievi erano
centri di potere locale, indipendenti dallo stato, o civitates. Sopravvissute alla caduta dell’Impero mantennero un’amministrazione locale parzialmente
funzionante ben oltre la metà del VI secolo. Ne sono una conferma i resti di chiese ed edifci annessi, ma anche reperti minori (ad esempio gli stili) ed una
pressoché costante presenza di vasellame mediterraneo importato di buona qualità. Si tratta di anfore vinarie tipo spatheion, anfore olearie di più ampie
dimensioni e rari esemplari di terra sigillata africana tarda, che si possono forse interpretare come vasellame per uso liturgico, importati singolarmente.
Queste fortifcazioni d’altura erano centri amministrativi e probabilmente anche sedi di un potere militare di basso livello; si presume che avessero
un’importanza locale, infatti, assicuravano una protezione basilare alla popolazione stanziata nelle fertili pianure circostanti (Ciglenečki 1987; Ciglenečki
2001; Vidrih-Perko, Župančič 2003; Bigliardi 2004, 360 ss.).
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Orto dei Cappuccini (fg. 10: 48), Santa Chiara (fg. 10: 34), vari siti in via Garibaldi (fg. 10: 4, 5, 6), via Marušič (fg.
10: 52), via Kumar (fg. 10: 44), Ordinariato vescovile (fg. 10: 24), via Basovizza (fg. 10: 1), via Krelj (fg. 10: 44) e
via della Gioventù (fg. 10: 9) (Župančič 1982b; Guštin 1989; Kajfež, Stokin 1990; Stokin 1995; Cunja 1996; Snoj
1996; Stokin 2006a; Stokin 2006b; Stokin, Žitko 2006; Lazar 2009; Sakara Sučević 2010; Zanier 2011), e potremmo
dunque dedurre che l’insediamento si era allora esteso su buona parte del perimetro dell’isola.
10. Carta di Capodistria con indicazione degli interventi archeologici realizzati fno al 2008.
Numerosi rinvenimenti a Capodistria e Pirano testimoniano del ricco commercio con i grandi centri di produzio-
ne altomedievali situati in particolare nell’Africa settentrionale e in Oriente (Snoj, Novšak 1992; Vidrih-Perko 1995;
Pröttel 1996, 234 ss.; Cunja 1996; Snoj 1996; Vidrih-Perko, Župančič 2003). Recentemente sono state scoperte
ceramiche tardoantiche d’importazione anche in alcuni siti nell’immediato entroterra delle città istriane, ad es.
Gason (Gažon), Carcase ovvero Carcauzze (Krkavče), Paugnano (Pomjan) e nella valle del Risano. Tra essi troviamo
delle forme che sono ben note da Capodistria e dalla chiesa di San Giorgio a Pirano. Se consideriamo l’intera fa-
scia insediativa costiera, possiamo interpretare i materiali tardoantichi (in prevalenza recipienti da trasporto) alla
luce dell’esistenza di una cintura difensiva nei pressi delle città costiere e dei punti strategicamente importanti
nelle vicinanze. La difesa era indubbiamente ben organizzata e le unità dell’esercito erano regolarmente rifornite
in virtù della tassazione per scopi militari (annona) (Vidrih-Perko, Župančič 2003).
In posizione marginale rispetto alle principali vie di trafco che collegavano l’Italia con l’Oriente, l’Istria continuò
a prosperare sul piano economico, anche dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente. A quanto sembra, la
penisola, a quel tempo compresa nel regno di Teodorico, fu risparmiata dalle incursioni degli Unni (Kos 1902, 17),
come risulta evidente anche dalle lettere di Cassiodoro, che ci illustrano una situazione di benessere. I prodotti
agricoli istriani – grano, olio, vino – erano ancora molto importanti per l’economia italiana, sebbene le lodi di
Cassiodoro siano forse da considerarsi esagerate (Cassiod. var. XII.22–24, 26).
La campagna di Giustiniano in Adriatico e l’occupazione di Ravenna ostrogota si conclusero con la sua vittoriosa
marcia lungo la Dalmazia, in Istria e sulla costa veneta. I bizantini assunsero il potere a metà del VI secolo (Kos
1902, 19). Dopo questi avvenimenti i Longobardi calarono in Italia, oltrepassando il limes senza incontrare una
resistenza armata. La spartizione dell’Italia tra possedimenti costieri bizantini e stato longobardo all’interno por-
tò al raforzamento dell’organizzazione militare ed alla costituzione dell’Esarcato di Ravenna. Fu quello l’inizio del
periodo di militarizzazione del potere bizantino e di consolidamento delle difese nelle terre di confne (Gasparri
2001; Ciglenečki 2001; Ivetić 2006, 159; Štih, Simoniti, Vodopivec 2009, 19).
L’Istria divenne una provincia dell’Esarcato di Ravenna sotto il comando di magistri militum, con sede verosimilmen-
te a Pola (Ferluga 1992; Margetić 1996, 120; Krahwinkler 2004, 38–39; Novak 2005). L’accelerato processo di insedia-
mento delle popolazioni provenienti dall’entroterra pannonico e norico determinò un consolidamento dei vecchi
abitati urbani in Istria come pure la nascita di nuovi centri. Il trasferimento della sede vescovile attivò lo sviluppo di
nuove diocesi, come ad esempio quelle di Capodistria e Cittanova (Novigrad), denominata Emon(i)a, per la quale si
presuppone il trasferimento della sede vescovile da Emona (Bratož 1994; Bratož 2001; Štih 2001; Krahwinkler 2004,
39; Cuscito 2008, 74; Darovec 2008, 54–55; Cuscito 2009, 248; Štih, Simoniti, Vodopivec 2009, 89).
Negli ultimi decenni del VI secolo e agli inizi del VII gli Slavi fanno le prime incursioni in Istria. Gregorio Magno
comunica all’esarca Callinico (599 e 600): de Sclavorum gente quia per Histrae adytum iam ad Italiam intrare coe-
perunt. Alle prime incursioni seguono interventi militari dell’esarcato e più tardi un graduale processo di insedia-
mento degli Slavi nelle parti interne della penisola istriana tra il VII e l’VIII secolo (Bratulić 1956; Ivetić 2006, 159
ss.; Darovec 2008, 53). Dopo la caduta dell’Esarcato di Ravenna (751) l’Istria passò probabilmente sotto il dominio
longobardo. Dopo una nuova, breve parentesi bizantina, al più tardi nel 791 diventa parte dello stato carolingio
(Margetić 1994; Štih 2005; Ivetić 2006, 168; Darovec 2008, 55 ss.).
Il complesso equilibrio di poteri, nonché il rapporto tra la vecchia popolazione costiera, di origine latina, ed i nuo-
vi arrivati slavi risultano ben descritti dal documento intitolato Placitus Risani dell’804. All’assemblea in territorio
Caprense in loco cui dicitur Riziano parteciparono i missi dominici di Carlo Magno ed i rappresentanti del potere
ecclesiastico e statale delle città istriane. Erano presenti anche il promotore dell’incontro, il patriarca di Grado,
Fortunato (803–826), ed il duca istriano Giovanni. I bizantini persero l’Istria ancor prima della frma del trattato
di pace di Aquisgrana (812, 815), mantenendo però Venezia, il suo estuario e le città costiere della Dalmazia
(Margetić 1993; Bratož 1994; Bratož 2001; Margetić 2000; Krahwinkler 2004; Štih 2005).
A livello archeologico alcuni siti, meglio di altri, illustrano il complesso sviluppo storico che coinvolse l’area in
seguito allo sgretolamento del potere romano, travolgendo i sistemi insediativi costituiti. Ad esempio a Prelocca
ovvero Pieve di Lonche (Predloka), nell’entroterra di Capodistria, a una villa rustica del primo periodo imperiale
si sostituisce un insediamento agglomerato tardoantico. Nell’area dell’insediamento tardoantico sono state rin-
venute anche tombe paleoslave con un repertorio che appartiene alle culture di Ketlah, Belo Brdo e dalmata del
periodo compreso tra l’VIII e l’XI secolo (Boltin-Tome 2005).
I processi insediativi caratteristici di questo periodo sono ben illustrati anche dai risultati delle recenti indagini
condotte a Sermino. È, infatti, possibile trovarvi le tracce di una villa romana e del successivo insediamento alto-
medievale. Accanto a una piccola chiesa, costruita con i ruderi della villa, sono state scoperte ed indagate 27 tom-
be ad inumazione (Stokin 2006c). Sfortunatamente, causa l’assenza del corredo funerario, non è stato possibile
datarle con precisione. Sono state rinvenute alcune borchie di cintura, che secondo esperti italiani risalgono al
periodo tra il VI e l’XI secolo e una piccola focina. L’analisi con il C14 (Oxford Radiocarbon Accelerator Unit, 2002)
ha stabilito che gli scheletri risalgono a un periodo compreso tra il VI e il IX secolo. Le analisi osteo-archeologiche
degli scheletri hanno messo in luce tracce riconducibili a pesante lavoro fsico e notevoli diferenze tra la popo-
lazione femminile e quella maschile (Marsden 2001). I risultati delle analisi si sono dimostrati particolarmente
suggestivi, specie per la datazione della necropoli al periodo compreso tra il VI ed il IX secolo ovvero ai tempi del
Placito del Risano.
Nelle vicinanze c’erano appunto i resti mal conservati della modesta chiesa di Santa Maria della Ruota, uno dei
rari edifci sacri in Istria di cui è attestata la continuità. Edifci sacri, modesti come questo, impiantati nell’area
di antiche ville, costituiscono una realtà ben documentata nell’Istria costiera (Matijašić 1997), la cui presenza è
attestata anche per molti dei siti già menzionati in precedenza (San Bartolomeo, Colombano, San Simone, Santo
Stefano ovvero Pastoran, San Basso a Strugnano, Fisine); analogo risulta anche il quadro dello sviluppo dei mona-
steri, i quali sono stati spesso parimenti eretti nei siti precedentemente occupati da ville romane (San Bernardino
a Pirano, San Lorenzo a Lucia).
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22
23
11. Sermino, modello tridimensionale della chiesa con il sepolcreto databile tra VI e IX secolo.
Importante per l’interpretazione delle forme di insediamento instauratesi in seguito all’abbandono delle unità
insediative romane costituite, che nell’area in questione erano formate soprattutto da ville, quando la migrazione
verso i più sicuri centri della costa si fece intensa, è l’osservazione che le campagne erano abitate, sebbene in
maniera molto diversa rispetto al periodo precedente. I cambiamenti politici avvenuti in epoca tardoantica e al-
tomedievale modifcarono defnitivamente e stabilmente il quadro topografco dell’area: in parte furono reinse-
diate le antiche ville romane o anche i castellieri, si raforzò la funzione delle città-rifugio della costa (Capodistria,
Isola, Pirano, Umago (Umag), Cittanova, Parenzo, Orsera (Vrsar), Rovigno (Rovinj), Brioni (Brijuni))
15
ed anche in
campagna si svilupparono numerosi insediamenti agglomerati di varia entità.
16
15 Particolarmente signifcativo è il caso del cosiddetto castrum di Val Madonna (uvala Dobrika) sull’isola di Brioni Maggiore (Veliki Brijun), in cui l’impianto
di una precedente villa viene fortifcato e trasformato in un agglomerato urbano a partire dal IV secolo d.C.; analogo sembra essere il caso di Cittanova e
Umago (Jurkić Girardi 1981; Jurkić Girardi 1981–1982; Begović, Schrunk 2001; Matijašić 2001, 709; Begović, Schrunk 2007) e uno sviluppo confrontabile
sembra potersi ricostruire anche per Isola e Capodistria. A Rovigno e Orsera furono invece rioccupati i siti in cui erano precedentemente ubicati i castellieri
preistorici, abbandonati all’inizio dell’epoca romana (Matijašić 2001, 709).
16 Il fatto che alcuni di questi insediamenti abbiano acquisito un’importanza notevole appare ad esempio indicato dal fatto che nella più stretta fascia
litoranea dell’Istria nordoccidentale sono stati rinvenuti numerosi resti lapidei con ornamentazione ad intreccio pertinenti ad edifci di culto, sia nelle città
costiere (Cittanova, Umago, Pirano, Isola, Capodistria, Muggia, Trieste e San Giovanni di Duino) ma anche nelle piccole località d’altura (nei villaggi come
S. Maria in Monte (Šmarje), Padena (Padna) e Carcase). Questi ornamenti possono essere ricondotti al persistere in questi luoghi della popolazione latina,
all’assetto amministrativo e all’organizzazione ecclesiastica che erano direttamente collegati ad Aquileia, a Grado e Ravenna. Considerata la qualità dei
motivi e la loro realizzazione, possiamo collegare almeno una parte degli esemplari nord-istriani ad Aquileia e Grado, dunque al patriarca gradese ed al
metropolita istriano Fortunato (803–824). Va sottolineato che gli ornamenti ad intreccio erano caratteristici soprattutto per il periodo iniziale del IX secolo
e rifettevano la forte infuenza della corte carolingia (Župančič 2003; Župančič, Tumpić 2003; Župančič 2005).
Rassegna storica delle indagini
archeologiche e degli interventi di
protezione e valorizzazione del sito
La storia delle ricerche nell’area di San Simone copre un arco cronologico molto ampio. L’interesse per questa
zona in quanto sito archeologico inizia già nel XVI secolo, periodo in cui da un lato proliferano gli scritti geografci
e corografci legati soprattutto ai territori adriatici della Repubblica di Venezia e dall’altra si difonde la passione
per le antichità da parte di eruditi ed antiquari, nei cui scritti si susseguono tra Cinque e Novecento numerosi
accenni, più o meno dettagliati, alle scoperte fortuite efettuate nel sito in questione. All’aforamento casuale
ma continuo di materiali fa seguito, nel 1922, il primo vero e proprio scavo archeologico condotto su iniziativa
di Attilio Degrassi. Da allora, il sito è stato oggetto di numerose ricerche e indagini, che hanno portato ad una
conoscenza piuttosto circostanziata, seppure parziale del complesso. Oltre ai saggi di scavo, sono state, infatti,
realizzate ricognizioni di superfcie, analisi geofsiche, prospezioni subacquee, nonché uno scavo sottomarino,
accompagnati da preliminari interventi di protezione, manutenzione e valorizzazione del sito.
Frutto del loro tempo, le ricerche efettuate nel sito di San Simone rispecchiano evidentemente lo sviluppo mol-
to graduale delle metodologie e delle fnalità dell’indagine archeologica. Durante un primo, lungo periodo, lo
scopo principale delle ricerche era mirato all’individuazione di strutture, mosaici (ovvero di resti architettonici)
e reperti di pregio, che vengono presi in considerazione di per sé stessi, senza il tentativo di una lettura per fasi
del contesto. Siccome i ritrovamenti di queste ricerche sono per altro documentati in maniera estremamente
schematica, si è scelto di riportare in nota i succinti resoconti delle scoperte efettuate in quegli anni, in quanto
in alcuni casi soggetti a più possibilità di lettura e di interpretazione. Nel secondo periodo rientrano gli scavi
realizzati dal 1986 in poi, nei quali sono stati applicati i principi della metodologia stratigrafca e sono inoltre ben
percepibili i progressi delle tecniche utilizzate per la documentazione archeologica, con un maggiore grado di
afdabilità dei risultati.
12. Veduta di Isola e della baia di San Simone con il promontorio di Punta Corbato, 1986.
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25
Meraviglia, soprattutto, la varietà di metodologie utilizzate in questo sito, in parte con notevole precocità, come
ad esempio le avanguardistiche prospezioni geofsiche realizzate nel 1970 dall’Istituto di Geologia della Slovenia
(Geološki zavod Slovenije). Si può sostanzialmente afermare che il sito di San Simone sia in qualche modo servi-
to come area di sperimentazione archeologica, mantenendo sempre vivo l’interesse degli studiosi.
13. Veduta prospettica della baia di San Simone, 2005.
14. Carta aerofotogrammetrica della baia di San Simone, 2005.
RITROVAMENTI CASUALI DAL XVI AL XIX SECOLO
La più antica menzione della villa e del porto nella baia di San Simone compare nel libro Del Sito de l’Istria, pubbli-
cato nel 1540 da Pietro Coppo (Venezia, 1470–1555 ovvero 1556, Isola): P. Coppo cita in particolare il porto con i
resti del molo costituito da grandi blocchi che si estende sulla baia di San Simone, così denominata per la presenza
dell’omonima chiesa. L’autore ha localizzatoil sitoanche nelle sue Tabulae datate al 1524–1526(fg. 15).
17
La testimo-
nianza del geografo, inrealtà soltantounrapidoaccennoal portoconi resti del molocostruitocongrandi blocchi di
pietra, è particolarmente importante perché attesta la presenza della chiesa di San Simone che alla baia ha lasciato
il nome, segnata anche in altre carte istriane della stessa epoca (fg. 16).
18
“Il porto e ridotto di mare dal quale dista […] Isola mezzo miglio, fu un luogo detto San Simone dal nome della chiesa ivi
a tal santo dedicata, il quale fu poi aumentato dagli Aquilejesi da molo di grande pietre, e pesanti massi cubici, come lo
dimostrano ancora oggidì i fondamenti d’edifzi del molo disfatto.”(Coppo 1830, 35; cfr. anche Žitko 1999, 50.)
15. Pietro Coppo, carta dell’Istria, 1525.
In quello stesso periodo Giovanni Tamar ricorda i resti di un’antica residenza con gli ambienti pavimentati a mo-
saico dove si sarebbero rinvenuti tesori, monete e urne cinerarie.
“[...] tre miglia discosto dal detto Castellier, e mezzo miglio da Isola si trova un luoco detto S. Simon per la chiesa ivi
dedicata al detto santo, nel quale hoggidì si vedono fondamenti d’edifcii antichi con mosaichi, che dimostrano essere
stati habitationi magnifcamente fatte et habitate da persone potenti, essendo stato ivi anticamente il Porto, e redutto
17 Pietro Coppo, geografo e cartografo, allievo del Sabellico, è noto in particolare per la sua opera principale, il De toto orbe (ca. 1520), una descrizione
del mondo conosciuto a quel tempo, corredata di mappe geografche. Sulla sua vita e sulle sue opere si veda in particolare Lago, Rossit 1984; Žitko 1999;
Terčon 2001.
18 Si veda ad esempio: Lago, Rossit 1981, 71–72, fg. XXXIV; Lago 1993, 52, fg. 26.
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27
d’esso Castellier, aumentato da Aquilegiensi al tempo de’ Romani. [...]; e si vede ancora il molo d’esso Porto fatto di
grandi e ponderosi quadroni sott’acqua, ma disfatto, e dirupato, ed era Porto capace per il fondo d’ogni grosso navi-
glio. In detto luoco ancora dicesi esservi stati ritrovati delli tesori, medaglie, carboni, et alcune sorti di coppi larghi, che
soleano coprire le case, fatti a guisa di lastre larghe con due orli dalle bande a modo di gorna per il scorrere dell’acque
piovane, vasi coperti pieni di cenere, fatte, come si crede, dalli cadaveri, che in quel tempo soleano abbruciare, et altri
metalli.” (Tamar 1848, 47.)
16. Carta anonima dell’Archivio di Stato di Stato di Venezia con indicazione della chiesa di “San Simò”, prima metà del XVI secolo.
Una nuova descrizione dell’approdo in questo sito si deve a Paolo Naldini; nel 1700, anno in cui il vescovo pubbli-
cava la sua Corografa ecclesiastica, erano ancora conservati i grandi anelli metallici che servivano per l’ormeggio
delle navi, mentre sotto la superfcie del mare erano visibili piccoli ambienti con pavimenti musivi o simili che il
Naldini collega alla presenza di terme, menzionando inoltre che dal mare erano stati recuperati alcuni oggetti di
piombo o di ottone e medaglioni in metalli preziosi.
“Appressodi S. Simone al bassopianodel Mare euvi un vastoseno, giàcelebre PortonellaCartaNauticasottotal nome
inserito. Qualora stagnano limpide l’acque, e riluce sereno il Cielo, scorgonsi oggi pure le vestigia d’un grande Molo co’
grossi annelli di ferro, che forse servivano ad assicurare i Navilj nel Porto. Vi si ravisano pure alcune piccole stanze, ò
siano Camerette col lastrico à Mosaico, ò altro simile intreccio, che forse erano Stufe, ò Bagni; e talora ci si ripescano
fragmenti di Piombo, ò d’Ottone, oltre le molte Medaglie estrattene di pretiosi metalli.” (Naldini 1700, 359.)
Successivamente alla caduta delle Repubblica di Venezia ed alle vicende storiche che portarono l’Istria sotto
il dominio austriaco, l’interesse per il sito di San Simone non diminuì. Nel 1842 Giacomo Besenghi, fratello del
poeta Pasquale, misurò il porto di San Simone, come lui stesso riferisce in una postilla autografa segnata sul
frontespizio del codice degli Statuti d’Isola (fg. 17), custodito nell’Archivio Diplomatico della Biblioteca Civica A.
Hortis di Trieste,
19
nonché a pagina 140 dell’Isolario dell’Atlante veneto del padre Coronelli (Coronelli 1696) della
biblioteca del palazzo Besenghi di Isola, conservato oggi presso la Biblioteca Civica S. Vilhar a Capodistria,
20
ed in
seguito pubblicata da Domenico Venturini.
“Dallaseguente incognitainvestigazione rilevasi l’origine degli abitanti d’Isola, i quali diederoil nome di Alieto, abban-
donato. Alieto è un nome etrusco. Il paese d’Alieto esisteva ove ora si chiama San Simone. Ivi esiste il porto costrutto
con bellissime pietre, il quale si scopre questo quando è secca grande in mare. È lungo 80 Klafter e largo 29. [...] Nella
suddetta località, cioé San Simone, si trovano sempre lavorando la terra varie monete romane, come pure furono rin-
venute delle monete con l’impronta d’una barchetta avente una donna nuda entro con l’ancora e perché essere vere
etrusche.
Giacomo Besengo fece nel 10 agosto 1842 questa dichiarazione ignota a tutti. Simili monete furono rinvenute nei
dintorni di Adria con l’ancora e Nettuno. Furono ancora rinvenute delle iscrizioni in cotto e in pietra nella descritta
località di San Simone, le quali furono poste in opera nei nuovi grotteschi muri che eressero all’intorno de’ suoi campi
la famiglia Udine. Tanto il genitore, quanto i viventi fgli Pietro e Giovanni conoscono bene il leggere e scrivere, ma
non furono in istato di poter rilevare una lettera dell’inciso carattere; per cui è moltissimo probabile essere l’etrusco o il
pelasgico.” (Venturini 1899, 62–63.)
17. Annotazioni di Giacomo Besenghi sul frontespizio del codice degli Statuti d’Isola.
Scorrette le misure del porto, completamente acritico il riepilogo su svariati toponimi del territorio di Isola di pre-
sunta ascendenza etrusca, la postilla del Besenghi, seppure annotata soltanto a mano su due esemplari librari di
pregio, ha provocato la difusione di alcune strampalate idee sul sito di San Simone ed in particolare sulla localiz-
zazione del toponimo di Alieto presso tale baia in quanto nome di un insediamento etrusco lì ubicato. Per quan-
19 Cfr. Kos 2006, 547.
20 Cfr. Marković 2001, 169, 171, fg. a p. [275].
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to l’idea dell’ascendenza etrusca del toponimo e dell’insediamento antico non abbia trovato altri sostenitori,
21

molte teorie sono state invece sviluppate in relazione all’attinenza del toponimo di Alieto ai resti archeologici
individuati a San Simone. Da una parte il toponimo viene evidentemente latinizzato in Haliaetum o Halietum,
22

dall’altra viene invece collegato al toponimo Αλοũον, segnato presso la penisola istriana in una mappa geo-
grafca attribuita a Claudio Tolomeo (III.1.24; cfr. anche II.16.1), vissuto nel II secolo d.C. Per quanto riguarda in
particolare quest’ultimo toponimo, una sua connessione con la villa di San Simone è palesemente errata, stando
Αλοũον certamente per Alvona ossia l’odierna Albona (Labin) (Križman 1997, 122 ss.) ed essendo comunque già
in partenza assurda l’idea che su una carta geografca dell’intero Mediterraneo potesse comparire il toponimo di
una delle numerosissime ville della penisola istriana. Inoltre, Alieto non presenta afatto le caratteristiche tipiche
dei toponimi fondiari romani ed appare per di più fortemente radicato in tutt’altra zona di Isola, essendo la chiesa
di Santa Maria d’Alieto nonché la piazza antistante collegate a tale denominazione anche in documenti antichis-
simi.
23
Nessuna, dunque, pare essere la relazione tra il sito di San Simone ed il toponimo di Alieto, su cui fumi di
inchiostro sono stati scritti in passato.
24
18. Catasto Franceschino del Litorale, “Isola d’Istria” (1819), con indicazione dell’estensione dell’area protetta del monumento.
Successivamente la baia di San Simone viene descritta da Pietro Kandler (1804–1872), storico e giureconsulto
nonché primo “Conservatore Imperiale del Litorale” dal 1856 al 1871, che menziona la considerevole estensione
del sito, le tecniche costruttive, i resti delle strutture ed i ritrovamenti casuali in mare lungo la costa della baia e
nelle sue vicinanze sino alla “Fontana”di Isola (Kandler 1848, 52). Le afermazioni del Kandler
25
su tale dispersione
21 Fidente il Venturini (Venturini 1899, 62), meno convinto il Morteani (Morteani 1887, 355 ss.), essi sono gli unici a riportare le notizie del Besenghi
relative ai ritrovamenti etruschi nell’area di San Simone.
22 Pietro Kandler, ad esempio, sembra talvolta condividere l’identifcazione del sito di San Simone con un abitato denominato Halietum (sic: Kandler
1855, 177), talvolta invece collega il toponimo con il centro di Isola (Kandler 1848, 52). L’attribuzione del toponimo all’insedimaneto di San Simone risulta
ampiamente condivisa soprattutto nell’ambito di pubblicazioni divulgative anche molto recenti. Si vedano ad esempio le guide turistiche: Bernik 1968,
99; Gosar, Jeršič 1997, 290; Stewart 2006, 135; Fallon 2007, 168.
23 Si veda ad esempio: Kos 2006, II/36, 42, 73, 83, 90; III/28, 66; IV/b, s, 179, 182.
24 Cfr. anche le considerazioni di Degrassi 1923, 340–341.
25 Altre menzioni del sito si trovano in Kandler 1866; Kandler 1870. I laterizi bollati rinvenuti nel sito sono menzionati in opere manoscritte inedite del
Kandler, i cui dati sono però riportati dal Mommsen nel CIL, come anche in Gregorutti 1888 e più recentemente in Zaccaria, Župančič 1987.
dei ritrovamenti sono state successivamente confutate da Attilio Degrassi (Degrassi 1923, 330, nt. 2).
“Il porto artifciale è tuttora visibile. È questo un quadrilatero perfetto, il lato maggiore del quale misura 47 tese vien-
nesi, il minore 27; la muraglia che sosteneva la terra è ancora visibile; i due moli che si protendevano in mare avevano
nella parte superiore la larghezza di 15 piedi austriaci ed erano costruiti a gradata cioè a corsi di pietre disposte a
gradini; vi si vedevano anelli di bronzo per legare le barche. L’apertura d’ingresso aveva la larghezza di 25 tese, il porto
la superfcie di 2400 tese. Il mare in questa parte ha guadagnato sulla terra perché il terreno si è abbassato come in
altre parti della spiaggia istriana; però sotto l’acqua del mare si veggono le fondamenta di antiche abitazioni che si
dilungano fn presso la fontana d’Isola, e dappertutto si trovano musaici, cotti bollati, frammenti di stoviglie, mattoni
da comporre colonne, monete romane del primo e del secondo secolo, vetri ed altre minutaglie; dal che deve indursi
che stesse qui borgata come in altre parti della spiaggia istriana.” (Kandler 1848, 52.)
A San Simone si riferisce anche un passo del Morteani che, oltre alla descrizione del porto fatta da P. Kandler
ed alle indicazioni fornite da Giacomo Besenghi, riporta notizia del rinvenimento di tappeti musivi e di monete
romane, fra cui una di Plautilla.
“Anche Giacomo Besenghi, fratello del poeta, ci rivela l’importanza archeologica della suddetta località, ove in qual-
che campo esistono de’ pezzi intieri di selciato mosaico molto al di sotto dell’aratura. Si rinvennero delle monete ro-
mane, fra cui una di Plautinella, moglie di Caracalla. Il suddetto Besenghi ci dice che furono trovate anche delle conso-
lari e delle etrusche; ed etrusca egli ritiene una moneta coll’impronta di una barchetta avente una donna nuda entro
coll’ancora.”(Morteani 1887, 355–356.)
19. Progetto per la costruzione di una fabbrica per la produzione di conserve di pesce a San Simone per conto dei proprietari Giovanni
Troian e Giovanni Russignan, 1905.
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INTERVENTI DI RICERCA E VALORIZZAZIONE NEL XX SECOLO
20. Carta con indicazione degli interventi archeologici 1922–2008.
Le prime ricerche archeologiche iniziarono nel 1922, sebbene parti della villa fossero già venute alla luce alla fne
dell’Ottocento quando i contadini, lavorando nei vigneti, avevano fatto riaforare pavimenti musivi, strutture
edilizie e grandi lastroni di arenaria (lunghezza 1,10; larghezza 0,60; altezza 0,24 m), come riportato nel 1923 da
Attilio Degrassi, che menziona anche un gran numero di ritrovamenti fortuiti sulla costa e nei campi vicini: tes-
sere di mosaici, tegole, piastre di marmo e una base di colonna in calcare con plinto e modanatura arrotondata
(alt. tot. 0,16 m), destinato a un fusto dal diametro di 0,32 m. Nel gennaio del 1922, durante i lavori in un campo
sul promontorio di Punta Corbato, a 1,5 m sotto il piano di calpestio, fu trovato un pilastro di pietra bianca istria-
na rastremato nelle facce laterali, la cui porzione conservata misurava 0,85 m in altezza, con la parte posteriore
incassata nel muro. La base modanata del pilastro era costituita da un plinto rettangolare che misurava 0,075 m
in altezza, 0,5 in larghezza e 0,4 in profondità, sormontato da due listelli e da un tondino. Nelle vicinanze venne
alla luce una base di colonna in calcare (per un fusto di 0,32 m di diametro), con plinto di 0,52 m per lato, sormon-
tato da una gola diritta posta tra due listelli (altezza totale 0,14 m). Furono scoperte anche alcune tegole bollate
(Degrassi 1923, 329).
Verso la fne dello stesso anno ripresero i lavori di scasso nel terreno di proprietà Dudine, in cui già si era scavato
alla fne dell’Ottocento. Venutone a conoscenza, con l’autorizzazione del direttore del Museo di Storia e Arte di
Trieste, Pietro Sticotti, il Degrassi riuscì a realizzare in quell’occasione la prima indagine di scavo a scopo scienti-
fco nell’area. Lo scavo, esteso poi anche sul fondo confnante di proprietà Drioli, mise in luce alcuni pavimenti
musivi a poco più di 30 cm di profondità (fg. 42: settore 1, ambienti 14, 15, 16).
21. Attilio Degrassi, rilievo del porto e dello stato di fatto della baia di San Simone.
Il Degrassi menziona inoltre la presenza di due ampie strutture murarie situate nell’area meridionale della baia
(fg. 21). Una si trovava vicino al molo ed era all’epoca del Degrassi sommersa dal mare, che rispetto all’età antica
aveva guadagnato sulla terraferma, mentre attualmente – dopo che nel 1969 la parte interna della baia è stata
reinterrata fno a raggiungere la linea di costa antica – tale punto corrisponde all’area antistante all’odierna strut-
tura dello scivolo. L’altro muro era situato più a sud, al tempo del Degrassi ubicato sulla spiaggia, ai piedi del pro-
montorio di Punta Canè, oggi nella porzione sudoccidentale dello stabilimento balneare. Al Degrassi si devono
infne anche una prima accurata descrizione dell’impianto portuale ed il suo rilievo che, ad un esame recente, si
è peraltro dimostrato piuttosto preciso. Seguono ampi passi della descrizione del Degrassi:
“A ogni passo s’incontrano colla bassa marea sulla spiaggia laterizi di fabbrica romana. Nei fondi vicini, e specialmen-
te presso alla Punta, chiamata anch’essa di S. Simone, abbondano sul terreno, indizio sicuro di pavimenti romani, qua
piccoli dadi di pietra bianchi e neri, là cubetti di terra cotta rossi e gialli; nei muri a secco di campagna non è difcile
scoprire frammenti di lastre di marmo bianco di Carrara. Zappature più profonde portano sempre alla luce vestigia
di antiche costruzioni. Circa trent’anni or sono, durante i lavori per una piantagione di viti, si scopersero, a quanto mi
comunica il proprietario del fondo signor Dudine, fondamenta antiche, un canaletto in muratura, pavimenti musivi a
tessere bianche e nere, e furono tratti alla luce grossi lastroni rettangolari di arenaria, lunghi m. 1,10, larghi 0,60, alti
0,24, che sono ancora sul posto. Frutto di questi o di precedenti scassi dev’essere anche la base di colonnina di pietra
calcarea nostrana che sbuca ancora da un ciglio erboso; alta m. 0,16, consta del cuscinetto e del plinto, molto mal
conservato, e portava una colonnina di m. 0,32 di diametro.
Nel gennaiodell’annopassato[1922] nuovi scassi del terrenoprocuravanoaltre scoperte. Acircaunmetroe mezzosotto
il livello del suolo, si trovò (inb della fg. 2) accanto a uno dei soliti lastroni unpilastro di pietra bianca istriana conmoda-
nature alla base. Il pilastrino, rotto com’è nella parte superiore, è alto m. 0,85 e si rastrema fortemente nelle facce laterali;
la base è formata da uno zoccolo (m. 0,50 x 0,40 x 0,075) e si restringe sui tre lati anteriori con due listelli sormontati da
un bastoncino all’altezza di 20 centimetri dal piano del pilastro; la parte posteriore e metà circa delle due laterali, senza
ornamenti e contracce ancoradi malta, eranoincassate nel muro. Pocodistante, circaallastessaprofondità, fumessain
luce una base di colonna dello stesso materiale dell’altra base di colonnina. Un plinto di m. 0,52 di lato sostiene una gola
diritta posta tra due listelli; la base, alta in tutto m. 0,14, reggeva una colonnina del diametro di m. 0,36 m.
In seguito a questi lavori potei ricuperare anche due tegole bollate. Una, di terra rossa, porta in belle lettere rilevate,
alte 20 millimetri, entrorettangoloincussomancante di piccolaparte, lanotamarcaL. Q. Thal …, di cui altroesempla-
SANSIMONE / SIMONOV ZALIV SANSIMONE / SIMONOV ZALIV
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re furinvenutoaS. Simone”(CIL V, 8110, 122; Gregorutti 1888, 388, n. 154); “l’altra, di argillagiallastra, halaleggenda
T. Coeli, pure in caratteri a rilievo, alti 16 millimetri, entro rettangolo incusso, anch’essa comunissima nella nostra
regione” [CIL V, 8110, 68; Gregorutti 1888, 360, n. 60]. A queste due marche va aggiunta la marca Crispini, trovata
pure, per testimonianza del Kandler, a S. Simone [CIL V, 8110, 73; Gregorutti 1888, 362, n. 65].
Loscorsodicembre [1922] i signori Dudine ripreserogli scassi e incontraronoalcuni dei pavimenti amosaicogiànotati
nei lavori di trent’anni fa. Venuto a conoscenza della cosa, ne informai subito il chiarissimo direttore del Museo di sto-
ria e arte di Trieste prof. Sticotti, e grazie alla sua compiacenza potei recarmi sul posto insieme coll’impiegato del Mu-
seosignor Opiglia. Eseguimmoun saggiodi scavoche si estese anche allaparte confnante dellacampagnaDrioli, e in
due ore di lavoro potemmo mettere allo scoperto, a poco più di 30 cm. di profondità, tratti del pavimento di tre locali
(circa nel punto a della carta). Un locale, lungo più di 9 metri e largo forse 5, col pavimento a piccole tessere bianche di
un centimetro quadrato ordinate in linee regolari; per tutta la lunghezza corre una fascia di cubetti neri larga 7 cm. Ac-
canto ad esso, una stanza di circa 4 metri di lato; il mosaico è anche qui tutto bianco, ma ai lati è decorato da una bella
bordura, larga 40 cm., a doppio intreccio bianco e nero tra liste degli stessi colori. Di un terzo locale, pure adiacente
al primo, ma dalla parte opposta, non vedemmo per mancanza di tempo, che un pezzo di mosaico bianco. I mosaici,
generalmente conservati molto bene, sono di fattura accurata e per la fnezza a precisione del lavoro superano quelli
della villa romana di Barcola nel Museo di Trieste; credo di non errare se ne attribuisco l’esecuzione al primo o secondo
secolo dell’era volgare. L’antico edifzio non si limitava naturalmente ai locali da noi scoperti, ma doveva occupare va-
sto tratto di terreno. A questo proposito il signor Dudine ci assicura di aver osservato in quei lavori di tanti anni fa una
magnifca stella a cubetti bianchi e neri. Speriamo di non dover attendere una futura piantagione di viti per vederne il
disegno, ma che prima con scavi sistematici, che vorrei augurarmi prossimi, sia esplorata tutta quella marina.
Non è dunque dubbio che alla Punta di S. Simone sorgeva un edifzio romano, che dagli avanzi architettonici messi
in luce, dai fni mosaici, dai marmi, non doveva neppure mancare di decorazione lussuosa. Ma le abitazioni si esten-
devano anche fuori del terreno della Punta. A più di 200 metri dal luogo dove furono scoperti i mosaici, si scorge colla
bassa marea sulla spiaggia una fla di lastroni, lunghi ciascuno più di un metro e larghi circa mezzo, collocati l’uno
appresso all’altro nel senso della lunghezza, i quali vicino alla linea della terra ferma scompaiono sotto un alto strato
di ciottoli e di sabbia. Volli mettere a nudo con poca fatica la linea delle pietre e trovai che su di esse era costruito nella
tecnica detta opus incertum un muro di 65 centimetri di spessore, che s’interna chi sa quanto sotto i campi: perché
non potesse abbassarsi dato il fondo sabbioso, l’avevano costruito con prudente pensiero su quel largo fondamento.
Un altro tratto di muro della stessa grossezza si vede sotto acqua vicino al muraglione del porto di cui dirò più sotto.
E v’è ragione di credere che anche lo spazio intermedio fosse occupato da edifzi, le cui rovine furono inghiottite dal
mare, che in questo punto avanzò di più sulla spiaggia, o sono celate più profondamente dallo strato maggiore di
terra che le ricopre; tant’è vero che neanche in questa parte della spiaggia mancano cocci di laterizi e di vasi e cubetti
di pietra variamente colorati.
Ma il monumento che meglio attesta la romanità del luogo è il porto, che per la grandezza dei suoi blocchi e la solidità
del lavoro desta l’ammirazione di chi lo vede. […] Mi è parso […] opportuno procedere a nuovi e più accurati rilievi
prima che l’erezione, già da anni progettata, di qualche stabilimento balneare cambiasse l’aspetto della spiaggia e
fors’anche distruggesse parte degli antichi moli.
Il porto è ora tutto sottacqua coll’alta marea. Colle basse maree estive solo i massi più elevati emergono dall’acqua,
ma le maggiori basse maree dell’inverno lasciano all’asciutto buon tratto delle costruzioni. Non soltanto l’opera della
natura ha contribuito ad abbassare, insieme col fondo del mare, anche le opere del porto, ma vi concorse in misura
forse maggiore la mano dell’uomo, asportando sin nei tempi recenti i bei massi squadrati delle fle superiori.
Esso presenta uno dei tipi più soliti del porto romano: due moli che dalla riva si spingono nel mare, disposti in modo da
proteggere lo spazio d’acqua racchiuso. Le sue opere constano di tre parti distinte: della banchina, che con un potente
muraglione sosteneva la terra, del molo e della lunga diga gettata a protezione del vento. La banchina, conservata
ancora abbastanza bene e formata di poderosi blocchi di arenaria, lunghi anche tre metri, larghi uno e alti mezzo,
corre scoperta, o a pochi centimetri sotto la ghiaia, per circa 93 metri; quanto continui ancora verso terra in direzione
nord-est, celata dalla sabbia e dai ciottoli, non mi fu dato di rilevare. All’altra estremità, dalla parte del molo, sporge
per la lunghezza di circa 19 metri un’opera aggettante larga poco più di 4, aggiunta in epoca più recente, come appare
manifesto anche dal lavoro meno accurato e dalla minor mole delle pietre.
Dallabanchinasi staccaad angoloretto, avanzandoversonord-ovest, il molo, lungocinquantametri e largopocopiù
di quattro, l’opera del porto meglio conservata e che più impone per la solidità e bellezza del lavoro. Costruito a ripie-
no, è esteriormente fasciato da massi di arenaria delle stesse dimensioni di quelli del muraglione; ne restano ancora
tre corsi. […]; la stessa struttura si riscontra, come è naturale, anche nel vicino porto di Villisan, l’altro porto romano
del territorio d’Isola, dal quale la costruzione del nostro non diferisce se non per la maggior grandezza e migliore
riquadratura delle pietre. La fla più bassa dei blocchi esce fuori della linea dei massi superiori, formando una specie di
gradino (visibile ora nella parte estrema del molo dove l’acqua è più fonda) alto in qualche punto fno a 70 centimetri
dal fondo marino. È escluso però che il molo, come vorrebbe il Kandler, fosse costruito tutto a gradinate. Semplice-
mente, le fondamenta furono scavate più larghe, come consiglia anche Vitruvio per la costruzione di moli di un tale
sistema [Vitr. V,12,88]; del resto anche in porti moderni si vede sporgere a guisa di gradino la parte del muro prossima
alle fondamenta. La fla superiore portava dei grossi anelli di ferro o di bronzo per legare le navi, che ricordo io stesso
d’aver osservato sott’acqua da bambino; ora gli anelli sono scomparsi.
La lunga diga, che per un tratto di più di 120 metri proteggeva il porto dalla tramontana e dalla bora, non poté resistere
all’impetodelleondees’èsfasciata. I poderosi blocchi chelaformavanogiaccionoscomposti enonpermettonodi rilevare
né quantofosse larga(lasuppongounpo’ piùlargadel molo), né se avesse unfaroallatestata. Certaè soltantolasuadi-
rezione, cheèbenlontanadall’essereparallelaallabanchina, comesembracredereil Kandler. Il bisognodi avereunporto
più ampio e d’altra parte l’impossibilità, causa la conformazione della costa, di allungare di più il lato orientale, ché la
diga s’appoggiava proprio alle rocce del piccolo promontorio, indussero i costruttori ad abbandonare la forma regolare.
Mentre la lunghezza del lato del porto opposto al molo e data, almeno in misura approssimativa, delle altre opere
esistenti, mancanoinvece elementi sicuri per stabilirne laformae ladirezione: le due otre pietre staccate che si vedono
sul fondo marino presso alla radice della diga non permettono alcuna conclusione certa. Il muraglione potrebbe esse-
re coperto anche qui dalla sabbia e dai ciottoli; ma forse che da questa parte, dove non batte l’onda di nessun vento,
la banchina mancava afatto e si saliva alla villa vicina per una scalinata, come nella villa romana scavata a Barcola
dal Puschi [Puschi 1896–1897, 304]. Ma sarebbe arrischiato avanzare qualunque ipotesi. Solo qualche tasto, piccolo
sì, ma difcile perché ostacolato dall’acqua che colma subito lo spazio sterrato, potrebbe darci qualche ragguaglio
anche su questo lato del porto.
Secondo le mie misurazioni, il porto, che alla testata del molo è fondo attualmente due metri e mezzo colla bassa
marea, ha una superfcie di circa 8400 metri quadrati. Confrontato per l’ampiezza ai porti romani della costa istriana
ancora esistenti, sarebbe minore, per i dati che possediamo, soltanto del porto di Fasana, che avrebbe circa 14.000
metri quadrati di superfcie, e di quello che stava dinanzi alla follonica di S. Sabba, superante i diecimila metri qua-
drati; è maggiore invece dei porti di Cedas, di Villisan, dei due ai lati della Punta Catoro di Umago e degli altri due a
settentrione e a mezzogiorno della Val Catena nell’isola di Brioni maggiore. Ma non solo per la sua ampiezza merita
considerazione il porto isolano: non può essere trascurata la sua ubicazione su di una spiaggia ottimamente riparata
dai venti dominanti, quale non si trova su tutta la costa da Capodistria a Pirano, e si deve ammirare la sagacia e peri-
zia degli antichi costruttori che, pur lasciando al porto un’apertura di più di cinquanta metri, gettarono lunga diga in
modo che nell’interno non potessero entrare i futti dei venti: il maestro era l’unico vento che vi poteva mandare le sue
onde.” (Degrassi 1923, 332–335.)
Gli scavi furono proseguiti nel 1924 da Bruna Tamaro che, nell’area in cui per primo aveva indagato il Degrassi,
rinvenne anche altri ambienti. L’archeologa ne pubblicò pure la pianta (fg. 22) (Tamaro 1928, 413). Questi vani
furono subito considerati come parte di una villa rustica (Tamaro 1928, 412; Degrassi 1928–1929, 400) oppure di
un abitato (Benussi 1927–28, 243). Nel 1925 il mosaico con le arcate, scoperto nel vano 20 fu trasferito dapprima
nell’“Ospizio Besenghi” e successivamente nel Museo Regionale di Capodistria (Pokrajinski muzej Koper).
26
Alla
fne della sua relazione Bruna Tamaro menzionava un piccolo capitello ionico che sarebbe stato rinvenuto a San
Simone: il pezzo era stato scoperto già da Attilio Degrassi (e pubblicato nel 1926); fu ritrovato nella contrada det-
ta di Cervignano, dove si portarono alla luce anche altri reperti antichi, probabilmente pertinenti al complesso
di un’altra villa.
27
26 “A spese della Soprintendenza d’arte di Trieste e del Municipio d’Isola fu estratto un mosaico con caratteristico disegno scoperto in uno dei locali della villa
romanadi S. Simone […] messi in luce negli scavi del 1924. Il mosaicoinsieme cogli altri oggetti ricuperati nelloscavofuprovvisoriamente depositatonell’Ospizio
Besenghi” (Degrassi 1926, 156).
27 “Nella campagna del signor Giovanni Vascotto, sita nella contrada detta di Cervignano, a poco più di un chilometro a sud della stazione ferroviaria, fu
rinvenuto casualmente un piccolo capitello romano (alt. cm 45) fnemente decorato. Lo scrivente recatosi sul posto osservò nella suddetta campagna e nella
vicina di proprietà della Confraternita del SS. Sacramento numerose tegole, delle quali una col bollo C · LAB · SEV (CIL V 8110, 100), embrici, mattoni da colonna,
grosse punte d’anforae seppe che eranostate trovate anche tessere di mosaicobianche e nere. Se anche non sonoapparse ancoratracce di antichi muri, tuttavia
i trovamenti avvenuti bastano per constatare l’esistenza in quella contrada di una fattoria romana.”(Degrassi 1926, 156.) Cfr. anche Degrassi 1929, 401.
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“A circa un chilometro da Isola si trova l’insenatura detta di S. Simone in posizione particolarmente favorevole perché
al riparo dei venti: in essa infatti si apriva il porto romano che serviva con ogni probabilità per tutto l’agro da Punta
Rocco a Punta Villisan, e di cui sono tuttora visibili con la bassa marea la banchina, il molo e la diga. Inoltre nella fertile
campagna che la circonda si trovano numerose tracce di abitati: tanto queste che quello furono già accuratamente
studiate dal Degrassi [Degrassi 1923]. A complemento delle notizie da lui pubblicate dò qui relazione di un piccolo
saggio eseguito nel 1923 nel fondo Drioli che confna con la proprietà Dudine. Anche qui non si tratta di un vero e
proprio scavo, ma solo dell’esame di un tratto di fondazioni in gran parte tornato alla luce fortuitamente durante i
lavori agricoli.
Come si vede nella carta una serie di locali si dispone sul lato settentrionale e orientale di un ampio ambiente (m 13,40
x 5,90) probabilmente scoperto, con un pavimento a mosaico fne, bianco e nero, riprodotto dal Degrassi nella sua ci-
tata pubblicazione; sul lato meridionale esso è invece chiuso da uno stretto corridoio (m 13,40 x 1,40). Ritengo si abbia
qui l’ala di un’abitazione privata, forse una villa rustica, la cui pianta doveva essere simile, per quanto in misura molto
più ridotta, a quelle studiate dallo Gnirs [Gnirs 1915, 124]. Né il ripetersi del tipo pressoché invariato può stupire, data
la nota costanza dei tipi a cui si informa l’architettura degli edifci privati dell’antichità.
Certo non si può dire nulla dell’ufcio a cui erano destinati i singoli locali della villa di S. Simone: aforando essi quasi
ovunque (la profondità massima a cui si ritrovarono le fondazioni è di m 0,40), tutto l’elevato è andato distrutto. Ri-
cordo solo alcuni frammenti di marmo di cui uno in verde antico, pezzi d’intonaco color rosso vivo, un frammentino
in calcare con tre lettere indecifrabili, due bolli di mattone (T. COELI e CRISPINI) già notissimi nelle nostre regioni [CIL
V, 8110–68; 8110–73].
La parte più importante ci è data dal primo locale del lato settentrionale che conservava ancora in posto buon tratto
del pavimento a mosaico: è un tessellato di buona epoca, accurato di fattura, che dal lato interno presenta una bor-
dura di un disegno geometrico, di cui non conosco altri esempi nella nostra regione […]. Certo sarebbe interessante
poter fare l’esplorazione completa di questa località, ma essa è rea quanto mai difcile dal prezzo elevato del terreno
fertilissimo e coltivato con molta cura.
Faccio infne menzione di un interessante minuscolo capitello (cm 8 x 7,5 x 4,5) di marmo molto levigato e conservato
solo per tre lati e nella parte superiore, trovato casualmente nello stesso fondo. La forma è quella di un capitello ionico,
ma estremamente stilizzato e irrigidito. Non so intendere l’uso cui esso fosse destinato.” (Tamaro 1928.)
22. Bruna Tamaro, planimetria del settore 1.
23. Dettaglio del mosaico rinvenuto nell’ambiente 20, oggi esposto nel Museo Regionale di Capodistria.
Nel 1925, a 130 metri dall’area centrale già scavata da A. Degrassi e B. Tamaro, si rinvenne una struttura in blocchi
di arenaria lunga 16 metri. Il Degrassi la interpretò come parte delle fondazioni della villa, l’ubicazione precisa del
muro rimane tuttavia non meglio circostanziata.
“Negli sterri praticati per le fondamentadel villinodel signor Besostri sullaspiaggiadi San Simone, acirca130m anord
del punto dove nel 1924 si scavarono alcuni locali di una villa romana, fu messa in luce per circa 16 m una fla di grossi
blocchi d’arenaria. I blocchi, a detta di chi li vide, lunghi anche due metri, larghi in media uno e strettamenti commessi
l’uno coll’altro come nel vicino porto romano […], dovevano formare parte del muro di sostegno della piattaforma
sulla quale era costruita la villa” (Degrassi 1926, 156).
Nel 1931 il Degrassi menziona per la prima volta la conduttura che era parte integrante del sistema di approvvi-
gionamento idrico della villa nella baia di San Simone; anche in questo caso la localizzazione del ritrovamento è
solamente approssimativa.
“Nella campagna del signor Alessandro Gubertini sita nella contrada detta di Canè, poco lungi dal punto dove la stra-
da maestra Isola – Pirano attraversa il ruscello, giace sepolta, in qualche punto ancora intatta, una conduttura roma-
na che scende dal pendio settentrionale del monte vicino e prosegue in direzione di San Simone. La conduttura, che
dovrebbe provenire dalla sorgente che pullula non lontano dall’imbocco della galleria ferroviaria, approvvigionava
d’acqua la villa romana che sorgeva sulla marina di San Simone […]. Aveva la lunghezza di circa un chilometro. Con-
sta di tubi di laterizio lunghi 42 cm del diametro massimo esterno di cm 16,5, che si restringono leggermente alle due
estremità dove s’innestano l’uno coll’altro” (Degrassi 1931, 377–378).
Ad ampliare le nostre conoscenze sul complesso della villa in questione hanno contribuito sensibilmente le in-
dagini e gli scavi d’emergenza eseguiti nel periodo dopo la seconda guerra mondiale. Tra il 1958 ed il 1960 Vinko
Šribar efettuò dei sondaggi per conto del Museo Nazionale di Lubiana nell’area già scavata dal Degrassi e dalla
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Tamaro (fg. 42: settore 1, ambienti 14, 15, 16, 17) e dove nel 1958 il proprietario del fondo, Santo Carpinetti, aveva
rinvenuto un mosaico monocromo, ma anche in vari altri punti della baia.
Come appare chiaramente dai rilievi operati da Vinko Šribar (fg. 24), la linea di costa era cambiata molto rispetto
al 1922, quando Attilio Degrassi fece eseguire ai fratelli Beniamino e Rafaele Battigelli il rilievo del porto, con
riferimento sia alla linea di costa antica sia a quella della nostra epoca. In particolare sul lato occidentale di Punta
Corbato il mare aveva guadagnato spazio sulla terraferma, erodendone i depositi terrosi e mettendo così a nudo
una pavimentazione ed una serie di strutture murarie, pertinenti a diversi ambienti della villa, nonché – più a est
e con un orientamento nord–sud completamente diverso da quello dei muri antichi – una struttura di conteni-
mento della costa, verosimilmente di epoca moderna. Nella porzione meridionale di quest’area di aforamento
di strutture e materiali archeologici, era inoltre visibile, nel proflo della sezione erosa dal mare, uno scheletro
umano adulto, che giaceva in senso nord–sud, con la testa rivolta verso nord e che misurava dal capo al tronco
0,75 m. La fossa per tale inumazione era stata scavata in uno strato di detriti di materiale edilizio che ricopriva
uniformemente le strutture situate presso questo tratto di costa e in cui erano presenti scarti di pietra locale, mat-
toni, tegole, cubetti lapidei di 7 cm di lato, elementi rettangolari in terracotta per opus spicatum (10 x 6 x 2,5 cm),
cubetti fttili di 3 cm di lato, elementi in cotto di forma esagonale (larghezza 2 cm, altezza 3 cm) e tessere musive,
bianche, nere e di colore rosato (0,8 x 1,5 cm).
Un muro, costruito con una tecnica edilizia analoga a quella dei muri situati lungo il lato occidentale del promon-
torio di Punta Corbato, era allora visibile presso il limite nordorientale del promontorio stesso.
Lo Šribar descrive anche un altro allineamento di blocchi con andamento est–ovest, afancato da una pavi-
mentazione in scaglie di calcare, che all’epoca si riuscivano a seguire soltanto nell’area meridionale della baia (a
sudovest dell’impianto dello scivolo odierno), poiché più a nord erano stati sommersi dal mare. L’allineamento di
blocchi, di forma e dimensioni diverse, pare costituire una struttura di contenimento e di sistemazione della costa
e la stessa funzione sembra avere anche l’antistante massicciata di scaglie. Come il già menzionato cordolo di
contenimento presente sul lato occidentale del promontorio di Punta Corbato, queste strutture vanno verosimil-
mente riferite all’epoca post-romana, quando la linea di costa già corrispondeva più o meno a quella del primo
Novecento, molto più rientrante rispetto a quella di epoca antica.
Vinko Šribar conferma inoltre la presenza delle altre strutture situate nella parte meridionale della baia (una pres-
so il molo e l’altra ancora più a sud), che precedentemente erano già state segnalate dal Degrassi.
Viene infne rilevato, nel proflo della parte iniziale del promontorio di Punta Canè (a 4 m di altezza sopra il livello
del mare), l’aforamento di un frammento di osso umano e di una fbula di bronzo.
Secondo lo Šribar si trattava di un insediamento urbano in quanto i reperti erano disseminati su una superfcie di
quattro ettari (Šribar 1958–1959, 276; Šribar 1961; Šribar 1962).
24. Vinko Šribar, ricerche archeologiche compiute nel 1958-1960.
Nel 1958 Elica Boltin e Iva Mikl efettuarono un ulteriore scavo (su di una superfcie di 128 m
2
) nell’area già in-
dagata da Degrassi, Tamaro e Šribar. In quell’occasione furono scoperti due vani con pavimenti musivi bianchi,
uno bordato di nero, l’altro con una bordura bianca e nera ad intreccio (fg. 25). Le due archeologhe hanno anche
descritto i muri che delimitavano le due stanze; essi erano realizzati in pietra a spacco, gli elementi lapidei erano
collocati in strati orizzontali e legati con malta (Boltin, Mikl 1959).
25. Elica Boltin e Iva Mikl, planimetria degli ambienti 14, 15, 16 e 17a nel settore 1.
Le prime ricerche subacquee nell’area del porto di San Simone si datano al 1967–1968, per opera di Elica Boltin-
Tome (fg. 26) (Boltin-Tome 1970, 155). Tali ricerche erano fnalizzate soprattutto a documentare lo stato di fatto
dell’antico porto prima della realizzazione del progetto di sistemazione del nuovo impianto balneare che venne
sostanzialmente a coprire e obliterare le strutture romane: moloe banchina dell’epoca romana funseroda supporto
per le moderne strutture in cemento. Nel 1968 e nel 1970 fu demandata al Museo del Mare“Sergej Mašera”anche la
supervisione archeologica sui lavori edili, durante la costruzione del secondo albergo nella baia (Boltin-Tome 1970).
26. Elica Boltin-Tome, ricognizioni del porto romano efettuate nel 1968.
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Nel 1970, al fne di rilevare con misurazioni geoelettriche non distruttive le strutture archeologiche coperte dalla
coltre di terra, l’Istituto di Geologia della Slovenia condusse indagini geofsiche sul promontorio di Punta Cor-
bato, fra le prime prospezioni di questo tipo realizzate in Slovenia, sostanzialmente contemporanee soltanto
alle indagini eseguite nel 1969 da Franc Miklič dello stesso istituto nel sito di Dolge nijve a Vrhnika (Mušič 1999,
350, 396).
28
Sfortunatamente con queste indagini (Lapajne, Kelhar 1970) non fu possibile verifcare l’estensione
dei resti architettonici, per cause sia idrologiche che litologiche, date le specifche caratteristiche del sottosuolo
costituito da calcare e arenaria.
Elica Boltin-Tome, sempre per conto del Museo del Mare di Pirano, si occupò nuovamente delle indagini di scavo
efettuate sulla terraferma in occasione della costruzione della passeggiata e della cintura di protezione lungo
il promontorio di Punta Corbato nel 1982. Per proteggere l’area con i resti della villa romana, attorno al piccolo
promontorio furono realizzati un muro in cemento ed un sentiero pedonale, evitando così l’ulteriore degrado dei
resti archeologici (Kramarič 1981). Prima dell’erezione del muro in oggetto, che ha contribuito in maniera signi-
fcativa alla salvaguardia dei resti della villa romana, il Museo del Mare ha efettuato sondaggi archeologici preli-
minari in prossimità della costa. I muri che erano visibili e che a causa dell’erosione marina sporgevano dai profli,
avevano ancora in parte conservato l’intonaco, tuttavia senza evidenti elementi cromatici (fg. 27). I sondaggi
non hanno prodotto risultati rilevanti in questa parte del sito, ad eccezione di singoli ritrovamenti sporadici e di
una grande soglia in pietra che evidentemente rappresentava l’accesso all’area portuale (Boltin-Tome 1983, 223).
Negli stessi anni furono efettuati scavi d’emergenza nell’area dell’albergo Simonov zaliv, durante i quali furono
portati alla luce i resti delle condutture, costituite da tubi di terracotta, che rifornivano d’acqua la villa, già segna-
lati in passato dal Degrassi. Gli scavi, condotti nel 1984, furono curati da Radovan Cunja (Cunja, Župančič 1984)
del Museo Regionale di Capodistria, dove gli elementi dell’acquedotto sono tuttora esposti.
27. Ricerche archeologiche efettuate nel 1982 nella parte occidentale di Punta Corbato.
28 I primi, rudimentali tentativi fnalizzati a rilevare strutture archeologiche sommerse attraverso analisi geomagnetiche e geoelettriche risalgono agli
anni ‘20 e ‘30 del Novecento (Gafney, Gater 2003, 14; Conyers 2004, 4). Le prime ricerche geofsiche efettivamente applicate all’archeologia si datano
sostanzialmente agli anni ‘50 del Novecento (Bevan 1998; Bevan 2000).
28. Conduttura idrica romana rinvenuta nel 1984 presso la piscina dell’albergo Simonov zaliv.
Ancora nel 1985 l’azione del mare portò alla luce un muro lungo la costa occidentale del promontorio, che va
verosimilmente identifcato con uno degli allineamenti murari già documentati dallo Šribar, ma non ne rimane
che una foto, senza indicazioni relative alla posizione e all’orientamento della struttura (fg. 29).
29. Muro aforato nel 1985 presso il limite occidentale di Punta Corbato.
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41
Sempre a questo periodo risale anche un rinvenimento fortuito efettuato nei dintorni della villa in occasione di
ricognizioni operate dall’Istituto intercomunale per la tutela dei beni naturali e culturali di Pirano: sull’incrocio
presso via Tomažič fu infatti rinvenuta una moneta romana repubblicana, databile alla fne del III secolo a.C.
30. Rinvenimento fortuito di una moneta repubblicana, 1986.
Il più importante progetto archeologico nella baia di San Simone, nato dalla collaborazione tra l’Istituto inter-
comunale per la tutela dei beni naturali e culturali di Pirano ed il Dipartimento di Studi Classici dell’Università
di Lund (Svezia), fu avviato nel 1986 (Labud 1989a; Labud 1989b; Mikl-Curk, Stokin 1989). Scopo del progetto
denominato “Simonov zaliv”, era quello di salvaguardare il monumento archeologico dal degrado. Sin dall’inizio,
particolare attenzione fu rivolta a quella parte dei resti architettonici antichi che si trovavano sul promontorio di
Punta Corbato. Il progetto aveva due obiettivi prioritari: proteggere le strutture antiche dalle forti pressioni volte
alla costruzione di un nuovo complesso turistico e appurare l’estensione originaria della villa romana. Il progetto
archeologico fu inizialmente suddiviso in tre parti: scavi scientifci a campione; conservazione e presentazione
dell’area; programma didattico (questo ha preso il via nel 1990).
Nel 1986, quando il progetto sloveno-svedese fu avviato, l’unico metodo di lavoro possibile nella baia era costituito
da sondaggi realizzati a campione. Principale intento dell’operazione, iniziata a causa delle suddette strategie di
sviluppo dell’area, era quello di verifcare la consistenza dei resti sul promontorio di Punta Corbato, raccogliendo il
maggior numero di informazioni al fne di migliorare la comprensione del sito. L’importanza del progetto era tripli-
ce: a) Si trattava dei primi scavi e delle prime ricerche sistematiche di un sito romano sulla costa slovena, sottoposto
a una sequenza completa di interventi di conservazione. b) Gli scavi furono efettuati con tecniche archeologiche
moderne. c) In quel periodo gli interventi operati in regione erano per lo più scavi d’emergenza, mentre negli altri
siti conosciuti di ville romane della zona erano state scavate solo trincee di verifca preliminari (Boltin-Tome 1979).
Nellapartesudoccidentaledel promontoriofurealizzatanel 1986unatrinceadi scavochemisurava3,7x 10m(fgg. 20
e 31) e che tra gli anni 1987 e 1991 è stata progressivamente ampliata ad una superfcie di 336 m
2
(Stokin 1987b, 268).
31. Saggio di verifca realizzato nel 1986.
Alla campagna hanno partecipato studenti di varie università e dipartimenti della Svezia come pure studenti del
Dipartimento di Archeologia della Facoltà di Lettere e Filosofa dell’Università di Lubiana. Oltre ai colleghi svede-
si, che hanno collaborato al progetto sino al 1991, hanno operato saltuariamente sul campo numerosi altri esper-
ti. Così, ad esempio, nel 1986, estese misurazioni di resistenza geoelettrica, in collaborazione con il Dipartimento
di Archeologia dell’Università di Lubiana, sono state efettuate da Andrew Waters (University of Bradford),
29
ma
senza risultati evidenti. Mark Bell (Museum of London) ha collaborato dal 1988, Vladimir Kovačić (Museo Civico di
Parenzo (Zavičajni muzej Poreštine)) ha partecipato agli scavi come pure alla documentazione delle strutture sot-
tomarine assieme al Museo del Mare “Sergej Mašera”di Pirano ed al Museo Nazionale della Slovenia, che nel 1989
ha efettuato le prospezioni subacquee in vista della costruzione del marina: in questo modo è stato esaminato
l’intero acquatorio del golfo di Isola. Tra il 1987 e il 1991 sono stati documentati alcuni ritrovamenti sommersi
(Boltin-Tome 1988, 233–234; Boltin-Tome 1989b) ed è importante sottolineare che le ricognizioni subacquee
sono state anche flmate, probabilmente per la prima volta in Slovenia (Knifc 1990, 177; Knifc 1993).
Per il sito di San Simone questi scavi rivestono un’importanza del tutto particolare, in quanto per la prima volta le
indagini sono state eseguite con metodologia stratigrafca. Fu inoltre messa in luce un’ampia area pertinente al
settore di rappresentanza della villa afacciata su un portico (fg. 42: settore 2, ambienti 1, 2, 3, 4, 5), il che permise
di identifcare il complesso di San Simone con una villa marittima con prospetto porticato (Stokin 2001, 405).
Nel 1990, al termine del primo quadriennio di collaborazione agli scavi di San Simone, si tenne la mostra Simonov
zaliv – San Simone: Villa et portus Romanus nel Centro culturale informativo del Museo Civico di Lubiana (Mestni
muzej Ljubljana, Kulturno-informacijski center), con la quale furono presentate le metodologie impiegate per la
produzione di un’adeguata documentazione archeologica, l’analisi stratigrafca, la fotogrammetria e le riprese
cicliche. Furono inoltre illustrate le nuove scoperte, le rifessioni sulle varie opinioni correnti in quel periodo in
materia di presentazione dei resti architettonici nonché il flm documentario sulle prospezioni subacquee. La
mostra fu successivamente ospitata anche a Lund (1991) e ad Isola (1992).
29 Andy Waters del Dipartimento di Scienze Archeologiche dell’Università di Bradford realizzò le prospezioni geofsiche nell’area della baia antistante alla
banchina del porto romano (attualmente occupata dal prato destinato ai bagnanti). Tali misurazioni, eseguite analizzando la resistenza elettrica del suolo,
si inserivano in un più ampio progetto di ricerca e di mappatura delle resistenze geoelettriche esteso ai più importanti siti archeologici sloveni, avviato
su iniziativa del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Lubiana ed in particolare da Božidar Slapšak (Waters 1989; Mušič 1999, 350, 384, 396, 404).
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La cooperazione tra l’Istituto intercomunale per la tutela dei beni naturali e culturali di Pirano ed il Dipartimento
di Antichità Classiche dell’Università di Lund cessò soprattutto a causa degli avvenimenti legati alla dichiarazione
di indipendenza della Repubblica di Slovenia: in parte per la forte infazione precedente questi eventi, che rese
impossibile una programmazione fnanziaria delle campagne di scavo, in parte per il rischio dei vicini atti di guerra.
Le ricerche archeologiche nel sito di San Simone proseguirono comunque anche nel 1991, con quattro ridotti
saggi di scavo (fgg. 20 e 32), compiuti dagli archeologi inglesi Brona Langton e Robert Ellis (Ellis et al. 1992, 221).
I saggi furono realizzati nella parte meridionale dell’areale della villa e furono in realtà soltanto in parte portati a
termine. Risultato più importante di questi scavi fu la scoperta della continuazione del portico della villa nell’am-
bito della particella catastale confnante (Ellis et al. 1992).
Al fne di procedere ad una graduale presentazione delle aree della villa romana sul promontorio di Punta Corba-
to, furono efettuati nel 1991 anche scavi di revisione nella parte centrale della villa (fgg. 20 in 33) (Stokin 1991,
213), precedentemente indagata da A. Degrassi, B. Tamaro, V. Šribar, I. Mikl-Curk e E. Boltin-Tome.
Nel contestodel progettoarcheologicosi sonosvolteanchealtreattività: laboratori archeologici estivi, campi arche-
ologici “latini” del ginnasio Poljanska gimnazija di Lubiana coordinati da Tomo Kajfež negli anni 1991 e 1992, inter-
venti sui mosaici da parte del Centro di Restauro della Slovenia (Restavratorski center Slovenije) con Ivan Bogovčič
(Bogovčič 1994) e una serie di progetti di massima per sistemi di copertura per salvaguardare nel tempo i resti ar-
chitettonici (Stokin2002, 107). Finoal 1999 l’Istitutointercomunale per la tutela dei beni naturali e culturali di Pirano
ha regolarmente provveduto alla manutenzione dei mosaici (Vrzelj 1993) ed alla pulizia del sito con il supporto del
Ministero per la Cultura della Repubblica di Slovenia (Republika Slovenija, Ministrstvo za kulturo) (fg. 34).
32. Saggio di verifca realizzato nel 1991.
33. Interventi fnalizzati alla revisione della documentazione del settore 1, operati nel 1991.
34. Pulitura del mosaico nell’ambiente 5, settore 2, 1999.
A partire dal 1992, Snejžana Karinja e Peter Čerče hanno efettuato altre prospezioni subacquee per individuare
il collegamento tra il porto e la villa ed identifcare i resti delle strutture architettoniche nella parte orientale del
porto. Nel 1994 l’avvio dei lavori di costruzione (peraltro non autorizzati) del grande scivolo nella parte occiden-
tale della baia di San Simone rese necessaria la realizzazione di uno scavo d’emergenza subacqueo, eseguito
proprio da S. Karinja e P. Čerče (fgg. 20 e 35). I risultati di questa ricerca furono senza dubbio di grande interesse,
in quanto fu possibile delimitare cronologicamente le fasi di frequentazione della baia: la presenza di materiali
tardorepubblicani dimostra che la baia era già frequentata in questo periodo e che il porto rimase in uso fno in
epoca altomedievale (Karinja 1997a; Karinja 1997b; Karinja, Čerče 2008).
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35. Scavo subacqueo realizzato nel 1994.
Nel 1992 fu anche indagata la zona orientale del promontorio di Punta Corbato, in occasione della sistemazione
delle opere di canalizzazione disposte al limite del promontorio, presso l’area retrostante il porto turistico di Isola.
Gli scavi non raggiunsero grande profondità e non portarono a nessuna scoperta (Kajfež 1992). Nel 1994 un ridotto
saggio di scavo fu realizzato anche nella parte settentrionale del prato antistante alla banchina (fgg. 20 e 36).
30

36. Saggio di verifca realizzato nel 1994.
30 Data la ridotta profondità del sondaggio, furono sondati soltanto gli strati di riporto trasportati nell’area nel 1969, quando fu efettuato il pesante
intervento di risistemazione della baia, in seguito al quale la linea di costa (all’epoca di molto rientrata) venne rispostata sulla linea della banchina romana.
Negli anni 1994 in 1995 si svolsero due laboratori architettonico-archeologici estivi ai quali parteciparono stu-
denti di architettura ed archeologia in collaborazione con la Facoltà di Architettura dell’Università di Lubiana
(Univerza v Ljubljani, Fakulteta za arhitekturo) e con l’allora Istituto intercomunale per la tutela dei beni naturali
e culturali di Pirano. I laboratori della Scuola di Architettura dell’Università di Lubiana, sotto la guida di Lučka
Ažman Momirovski e Andrew Hersher, si basavano su un approccio interdisciplinare. Nel 1994 obiettivo del la-
boratorio dal titolo “Siti e spazi urbani marginali” era quello di proporre una collocazione del sito nell’ambiente
urbanizzato – la mostra relativa si tenne presso il Centro Culturale Informativo del Museo Civico di Lubiana dall’8
al 24 settembre 1994. L’anno successivo il tema fu quello dell’interpretazione del sito; il laboratorio estivo si con-
cluse con la mostra “Interpretazione dello spazio, rapporto tra archeologia, architettura e città” rimasta aperta
negli stessi spazi espositivi dal 31 agosto al 9 settembre 1995 (Ažman Momirski 2004). Nel 1994 fu anche realiz-
zata la documentazione del progetto per la realizzazione di pannelli esplicativi, della recinzione e del cancello.
Al 1994 si datano nuove misurazioni geofsiche condotte dalla ditta Tecno Futur Service di Bomporto (Modena).
In seguito alle misurazioni efettuate con georadar, furono realizzati 10 ridottissimi saggi di scavo (fg. 20), fna-
lizzati alla verifca dei risultati delle prospezioni (TecnoFuturService 1994); i sondaggi, sparpagliati sulla metà set-
tentrionale del promontorio di Punta Corbato, furono eseguiti nel 1995 da Tomislav Kajfež (fg. 37) (Kajfež 1995).
Scavi di limitata estensione e di poca profondità furono anche realizzati nei pressi dei servizi igienici pubblici,
senza rinvenimento alcuno (Frelih 1995).
37. Saggio di verifca eseguito nel 1995.
Nel 1999 il sito di San Simone fu dichiarato monumento di interesse nazionale in base al decreto Odlok o razglasitvi
Arheološkega najdišča Simonov zaliv za kulturni spomenik državnega pomena (Ur.l. RS, št. 81/1999) e rientrò dunque
in un regime di protezione particolare (fg. 38), fnalizzato certo alla tutela e preservazione dei resti, ma che ebbe
come efetto collaterale una certa stagnazione degli interventi di ricerca ed anche di conservazione nel sito.
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38. La baia di San Simone con indicazione dell’area soggetta a vincolo (EŠD 195).
Tre ridotti interventi di scavo furono ancora efettuati nel 2001 nella parte occidentale della baia di San Simone,
ovvero alla base di Punta Canè, comunque al di fuori del più stretto areale di protezione (fgg. 20 e 38). Gli scavi
furono condotti da Matjaž Novšak e portarono ad interessanti risultati: infatti, questi ridotti saggi di scavo, ese-
guiti prima della realizzazione di opere infrastrutturali, hanno accertato la presenza di strutture architettoniche
anche nella parte ovest del sito (Novšak 2006, 182).
39. Saggio di verifca realizzato nel 2001.
Nell’ambito del progetto Interreg Slovenia – Croazia HEART of Istria: Heritage and Art. Development of cross-border
tourist itineraries in urban and rural areas (2005–2007), l’Istituto per il Patrimonio del Mediterraneo UP ZRS, con
il coordinamento di Mitja Guštin e in collaborazione con l’Istituto per la tutela dei beni culturali di Pirano, ha av-
viato nuove attività nel sito di San Simone, volte allo studio e alla valorizzazione della villa maritima.
31
Obiettivo
principale del progetto, a cui hanno partecipato anche i comuni di Capodistria, Isola, Pirano, Pinguente (Buzet) e
la Regione istriana (Istarska županija), era quello di contribuire allo sviluppo del turismo culturale in Istria attra-
verso la valorizzazione del suo ricco patrimonio culturale (Darovec et al. 2007).

Allo scopo di un inquadramento generale dell’edifcio della villa, un’équipe diretta da Branko Mušič dell’Univer-
sità di Lubiana ha realizzato nel 2006 prospezioni geofsiche che hanno evidenziato l’estensione dei resti ar-
chitettonici su tutta l’area destinata al parco archeologico (fg. 40) (Mušič 2006), sebbene anche in questo caso
siano stati riscontrati problemi nella lettura delle misurazioni efettuate, soprattutto a causa di imprecisioni nella
mappatura delle strutture precedentemente individuate negli scavi.
Negli stessi anni, ovvero nel 2007, il rilievo di dettaglio delle strutture del porto di San Simone è stato completato
con notevoli risultati dalla ditta Harpha Sea di Capodistria, che ha realizzato con l’impiego di un multi beam sonar
un accurato modello batimetrico del frangifutti (Poglajen 2008b, 93–94).
L’ultimo programma di ricerca nel sito di San Simone è stato avviato nel 2008, grazie alla cooperazione tra l’Istitu-
to per il Patrimonio del Mediterraneo UP ZRS e l’Istituto Archeologico Austriaco di Vienna: nell’ambito di questo
progetto, si devono in particolare a Stefan Groh ed a Helga Sedlmayer dell’istituto viennese nuovi mirati sondag-
gi di scavo di revisione presso il settore 1 ed estese prospezioni geofsiche nel più ampio areale della villa (Groh,
Sedlmayer 2008; Groh et al. 2009; Groh, Sedlmayer 2009). Al contempo, sono state avviate attività didattiche e di
promozione volte a favorire una valorizzazione proattiva del sito: il programma di gestione e valorizzazione viene
coordinato da Irena Lazar dell’Istituto per il Patrimonio del Mediterraneo UP ZRS (Zanier 2008).
40. Analisi geofsiche realizzate nel 2006.
31 Con lo scopo di presentare ai visitatori un esempio del ricco patrimonio musivo della villa, è stata realizzata dall’artista e mosaicista Megi Calzi Uršič
la copia del mosaico parzialmente asportato nel 1925 (Calzi Uršič 2007).
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Villa maritima: l’edifcio residenziale
e gli impianti infrastrutturali
Il complesso archeologico-architettonico nella baia di San Simone si estende su un’area di cinque ettari (fg. 41)
ed è composto dalla parte residenziale della villa maritima (soltanto parzialmente indagata) sul promontorio di
Punta Corbato, da un sistema di condutture per l’acqua ed inoltre da un approdo con un molo, una diga ed una
grande superfcie di smistamento costituita dalla banchina ed ancora dai resti di una struttura (Novšak 2006,
181–183), destinata verosimilmente al deposito di merci o a funzionalità similari, ubicato immediatamente ai
piedi del colle di Punta Corbato, laddove in mare è ancora visibile uno spiazzo lastricato, forse adibito anch’esso
ad operazioni di carico e scarico.
LECEN0A l LECCEN0A
hEPILD l SCALA
PIhSKA VILA S PPISTANISCEh
VILLA PDhANA CDN PDPTD
hozaIkI l mosaIcI
ZIdovI l murI
KanaII l canaII
KamnItI pragovI l sogIIe IapIdee
haItnI estrIhI l pavImentI cementIzI
Dpus spIcatum
SEKTDP 1
SETTDPE 1
SEKTDP 2
SETTDPE 2
41. Aerofotogramma dell’area presa in esame.
Ad est il confne del complesso era probabilmente cosituito dal torrente Ricorvo (fg. 14), seppure non abbiamo
elementi circa il percorso e nemmeno circa l’esistenza di questo corso d’acqua in epoca antica: sicuro appare
tutt’al più che i ritrovamenti archeologici risultano molto intensi su tutta l’area del promontorio compresa dal
torrente, come si rileva anche dai rinvenimenti efettuati nei suoi pressi nel 1925 (Degrassi 1926, 156), mentre
non sono state riconosciute evidenze archeologiche nei più recenti scavi realizzati nella zona della marina (Kajfež
1992).
I resti dell’edifcio di Punta Corbato fnora indagati indicano che in questa parte della villa si sono conservati una
serie di elementi architettonici di carattere residenziale particolarmente ricchi, come mosaici, pitture parietali,
portici e diversi capitelli di colonne. Tutto ciò evidenzia il carattere prettamente di rappresentanza di questa zona
all’interno del complesso ed attesta che si tratta quindi degli ambienti della pars urbana della villa.
La porticus meridionale (settore 2, ambiente 1) (fgg. 20 e 42) era lunga oltre 66 me collegava la zona del porto alla
parte suddella villa. Proprio grazie adessa, e nonostante le indagini limitate, possiamo collocare la villa di San Simone
nel novero delle ville con portico, che sono particolarmente difuse nelle zone costiere (McKay 1975; Percival 1976;
Marzano2007, 7). Lunghi portici colonnati univanospessol’edifciodellavillaallestrutturedi approdoantistanti, come
è il caso della villa sulla penisola di Isola (Vižula) presso Medolino e di altri complessi simili che hanno le caratteristiche
di ville a peristilio, come ad esempio quelle di Val Catena (Veriga) a Brioni, di Sorna, Loron e Barbariga (Matijašić 1985;
Matijašić 1987; Begović Dvoržak 1997–1998; Begović Dvoržak 1999–2000; Matijašić 2001; Begović, Schrunk 2003, 101;
Begović Dvoržak, Dvoržak Schrunk 2004a), come anche quella di Barcola presso Tergeste (Fontana 1993).
Il complesso architettonico nella baia di San Simone aveva tutte le caratteristiche di una villa maritima come le
descrive il Lafon (Lafon 2001, 3; Begovič Dvoržak, Dvoržak Schrunk 2004b, 87–89): le dimensioni considerevoli, un
edifcio fortemente rappresentativo immediatamente prospiciente il mare, una suggestiva cornice paesaggistica
inquadrata verosimilmente da portici, con una composizione architettonica dilagante su tutta l’area della baia e
in armonia con la confgurazione del terreno. L’architettura della zona residenziale della villa su Punta Corbato si
apriva su tutti e tre i lati verso il mare, ubicata com’era sia nella baia sia sul promontorio, situazione caratteristica,
riscontrabile anche in altre ville di questo tipo che si trovano in Istria (Begovič Dvoržak, Dvoržak Schrunk 2004b).
Considerata la sua vicinanza al mare, dal punto di vista tipologico possiamo dunque includere questa villa tra le
ville maritime (Begovič, Schrunk 2003, 101). Queste ultime costituivano una categoria particolare di ville costiere,
ed erano caratterizzate – come spiega il Lafon – dalla presenza di edifci posti direttamente sulla riva, nelle cui
stanze si sente il rumore del mare (Lafon 2001, 3), mentre altri studiosi hanno un approccio più complesso alla
questione (Marzano 2007, 14–16): in primo luogo sarebbe da tener conto anche del fattore economico, oltre che
della posizione, infatti, questi complessi prospicienti il mare ofrivano maggiori opportunità di sviluppo econo-
mico, rispetto a quelli situati nel retroterra o ancora più all’interno (Marzano 2007, 75).
PARS URBANA: ANALISI ARCHITETTONICA
I vani residenziali della villa di San Simone sul promontorio di Punta Corbato, soltanto parzialmente indagati e parte
costituente di un complesso di più vaste dimensioni, sono stati suddivisi in due settori per facilitarne l’identifcazio-
ne, ossia nel settore 1 a nord e nel settore 2 a sud. Gli ambienti dei diversi settori sono stati convenzionalmente nu-
merati inuna serie, laddove l’assettoplanimetricodegli stessi risultava almenoinparte visibile: la numerazione ha lo
scopodi favorire l’identifcazione dei vani, prescindendoper forza di cose da unprecisoordine planimetricoologico
che allo stato attuale delle ricerche non è possibile ricostruire in maniera organica per l’intero impianto della villa.
L’area del settore 2, corrispondente alla zona meridionale della villa incentrata sulla porticus, è stata scavata preva-
lentemente tra il 1986 e il 1991, ma anche nel 1994 e costituisce il comparto stratigrafcamente meglio indagato,
sebbene in passato gli strati di preparazione dei pavimenti siano stati scavati soltanto per ridotte porzioni, il che ha
evidentemente limitato l’individuazione cronologica della fase di costruzione del settore, che possiamo comunque
inquadrare nell’ambito dell’età tiberiana. Nell’area del settore 1, oggetto in passato di numerosi sondaggi e scavi, e
nella qualenel 1991sonostati condotti soltantodegli scavi di revisioneovverouna campagna di documentazione,
32

non è stato possibile individuare depositi stratigrafci intatti (Ellis et al. 1992). Fino a pochi anni fa mancavano dun-
que completamente i dati stratigrafci edè proprio per questo motivo che nel 2008 l’Istituto Archeologico Austriaco
e l’Istituto per il Patrimonio del Mediterraneo UP ZRS hanno realizzato un ridotto saggio di scavo nell’area a sud del
settore 1. Inbase ai risultati di questoscavo, pare che l’area di ambienti raggruppati nel settore 1 costituisse il nucleo
più antico della villa, costruito negli ultimi decenni a.C. (Groh, Sedlmayer 2008; Groh et al. 2009; Groh, Sedlmayer
2009), mentre fanno parte di un ampliamento – di pochi decenni successivo (età tiberiana) – i vani del settore 2. I
due settori mostrano del resto anche lievi divergenze nell’orientamento dei setti murari e notevoli diversità nelle
quote dei piani pavimentali, che nel settore 2 sono di circa 0,30 minferiori rispetto al settore 1.
32 L’ampia area scavata da B. Tamaro nel 1924, ma già prima, e soprattutto dopo, indagata per più ridotti segmenti da A. Degrassi, V. Šribar, I. Mikl e E.
Boltin, è stata rimessa in luce quasi per intero nel 1991, ad eccezione della fascia più meridionale, stante la presenza di coltivazioni di viti. Lo sviluppo
planimetrico degli ambienti in questa zona risulta tuttavia approssimativamente ricostruibile grazie alla documentazione grafca dei precedenti scavi.
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51
42. Planimetria con indicazione della numerazione degli ambienti dei settori 1 e 2.
Per un certo periodo i due settori hanno evidentemente funzionato in concomitanza. In base ai risultati del sag-
gio realizzato nel 2008, pare che già nel terzo quarto del I secolo d.C. (50–70 d.C.) l’area del settore 1 sia stata
abbandonata, forse in seguito ad un crollo dovuto a cause non identifcate, come viene rilevato da Stefan Groh e
Helga Sedlmayer (Groh, Sedelmeyer 2008; Groh et al. 2009; Groh, Sedelmeyer 2009). Il collasso improvviso di una
parte dell’edifcio sembrerebbe anche essere indicato dalla presenza di lacerti di intonaco da softto in stato di
crollo, direttamente aderenti alla pavimentazione dell’ambiente 16.
L’area del settore 2 è stata invece mantenuta in uso con, però, una chiara defunzionalizzazione degli spazi, che mo-
strano un abbassamento del tenore di vita. Le strutture costruite in questo periodo paiono essere state realizzate
con materiale di reimpiego, proveniente verosimilmente dalle zone defnitivamente abbandonate della villa, tra cui
fgura in particolare l’area del settore 1. L’abbandono defnitivo dell’edifcio della villa si data al IV secolo d.C.
Il settore 1 è formato dall’ambiente centrale 17, dal vano di passaggio 20 e dagli altri spazi residenziali 14, 15,
16
33
e ancora dagli ambienti di servizio 18, 19 e 20 (senza pavimentazione musiva) situati nell’ala orientale della
struttura. L’ambiente 22, solo parzialmente indagato, risulta quasi interamente occupato da una vasca, per la
quale sono plausibili diverse interpretazioni: potrebbe trattarsi di un bacino di raccolta dell’acqua piovana, ossia
di una cisterna, oppure di una vasca pertinente ad un settore termale.
34
Per il resto, va sottolineato che lungo il
perimetro del settore 1 è visibile l’attacco di più setti murari,
35
la cui organizzazione planimetrica nell’ambito di
ambienti specifci non è tuttavia meglio circostanziabile.
Nella parte meridionale del settore 1 sono state messe in luce nel 2008 porzioni ridotte di altri tre vani 11–13
(Groh, Sedelmeyer 2008; Groh et al. 2009; Groh, Sedelmeyer 2009), ma soltanto l’ambiente 13, dove era anche
presente un piccolo lacerto di mosaico, mostra lo stesso orientamento del settore 1. Gli ambienti 12 e 11, che
forse possono essere collegati ad una corte interna, rientrano invece nell’orientamento del settore 2.
33Un sondaggio archeologico localizzato tra gli ambienti 15, 16e 17(settore 1), condotto negli anni 1958–1960(Šribar 1960), ha gravemente danneggiato
i mosaici di tutti questi spazi; successivi interventi archeologici e di altra natura hanno ulteriormente degradato questi due ambienti.
34 Per la menzione di terme nel sito di San Simone cfr. Naldini 1700, 359; Naldini, Darovec 2001, 262. Signifcativo appare inoltre il rinvenimento di tubuli
per i quali si rimanda al capitolo seguente.
35 I setti murari sono visibili ad ovest dell’ambiente 14, a nord dei vani 20 e 21, nonché ad est del corridoio 19.
Gli ambienti scavati nel settore 2 fanno parte del comparto più rappresentativo della villa, afacciato su una porticus
(ambiente 1) che costituiva sostanzialmente il limite e fronte sudoccidentale dell’edifcio della villa; è proprio per
questo motivo che la descrizione degli ambienti dell’edifcio partirà da questo spazio, in quanto monumentale area
di accesso durante la fase di maggiore foritura del complesso. Sul portico si afacciano ambienti di rappresentanza
di grandi dimensioni, caratterizzati da una ricca decorazione musiva (sale 3 e 5), fra i quali si dispone il corridoio ov-
vero le fauces di accesso alla villa (ambiente 4); al portico si afanca, inoltre, tuttavia senza un varco di collegamento
diretto con lo stesso (per quanto attiene per lo meno l’area fnora indagata), un corridoio di proporzioni molto
allungate e ad andamento angolare (2a–b) che inquadra l’area 2c. A parte quest’ultimo settore, gli altri ambienti
3, 4 e 5 sono collegati al portico attraverso ampie aperture provviste di soglie formate da grandi blocchi lapidei
in cui si osservano i fori per i cardini.
36
Le sale 3 e 5 sono inoltre comunicanti con il corridoio 4; qui, le soglie erano
invece mosaicate. Al vano 3 si accedeva anche da un varco situato all’estremità settentrionale della parete nordest,
mentre la stanza 5 era provvista di un’ulteriore ampia apertura presso l’estremità meridionale della parete sudest.
Quest’ultima metteva in comunicazione l’ambiente 5 con il vano 6, di cui è stato portato alla luce un ridottissimo
settore. Poco più a sudest, un piccolo sondaggio realizzato nel 1991 ha permesso di individuare la continuazione
della porticus (1), nonché altri ambienti (7 e 8) afacciati su di essa. Nell’area a nord dell’ambiente 3 è stato inoltre
parzialmente individuato un corridoio (9), al quale si afancava a settentrione un ulteriore ambiente (10).
Al settore organizzato sulla porticus esterna possiamo riferire anche un gruppo di ambienti indagati in maniera
molto parziale nel settore occidentale del promontorio, i cui setti murari fortuitamente aforanti sono stati docu-
mentati nell’ambito delle prime ricerche archeologiche efettuate nell’area (Degrassi 1923, 325; Šribar 1958–1959,
274), come anche nel corso dello scavo realizzato da Elica Boltin-Tome nel 1982 (Boltin-Tome 1983; Boltin-Tome
1989a; Boltin-Tome 1991). Queste evidenze sono però di difcile lettura, inparte date le ridotte dimensioni dell’area
indagata, in cui si possono tutt’al più riconoscere gli angoli di più ambienti, in parte per le metodologie applicate
nelle ricerche, in parte, anche, per la probabile compresenza di testimonianze archeologiche pertinenti a diverse
fasi di sviluppo del sito, documentate però come se appartenenti ad uno stesso periodo. Qui, i dati tramandati non
permettono dunque una trattazione descrittiva sistematica ambiente per ambiente, in quanto in realtà ne sono
stati rintracciati diversi, ma tutti soltanto per ridottissime porzioni, ed eviteremo quindi di sofermarci ulteriormen-
te sugli stessi. Va comunque rilevato che in questa parte non sono stati individuati resti di mosaici, tuttavia strati
preparatori di malta, di cui uno con lo strato sottostante a base di pietrisco e l’altro caratterizzato dall’aggiunta di
cocciopesto (Šribar 1958–1959, 273), i quali possono dunque essere collegati a pavimentazioni musive non conser-
vate, il che, con molta probabilità, va ascritto in buona misura all’azione erosiva svolta in passato dal mare, molto
vicino, come ben documentano i rilievi di Attilio Degrassi eVinko Šribar (Degrassi 1923, 339, Šribar 1958–1959, 272,
allegato 1). Signifcativo risulta anche il rinvenimento di un’ampia soglia lapidea situata nell’area settentrionale di
questa parte della villa, documentata sia da V. Šribar che da E. Boltin (Šribar 1958–1959, 273; Boltin-Tome 1989a, 9,
fg. 3; Boltin-Tome 1991, 54–57, allegato3). Fra i vari setti murari qui indagati, quellodi maggiore lunghezza, caratte-
rizzato da un orientamento nord–sud, completamente diverso dal resto dell’impianto della villa, pare si possa attri-
buire ad una fase di sviluppo decisamente successiva al defnitivo abbandono del complesso: come per la struttura
individuata dal Degrassi presso l’attacco del promontorio Canè, sull’altro lato della baia, sembrerebbe trattarsi di
unozoccolodi rinsaldamentoe sistemazione della costa, riferibile all’epoca moderna (forse all’Ottocento), quandoil
mare si era notevolmente inoltrato sulla terraferma, come risulta ben visibile sulle mappe del Catasto Franceschino.
Di difcile interpretazione è anche la serie di sondaggi di circa 2 x 2 m realizzati nel 1995, sparsi sull’intera area del
promontorio di Punta Corbato, a verifca dei risultati delle prospezioni geofsiche efettuate dalla Tecno Futur Service;
anche nell’ambito di queste ricerche sono state documentate alcune strutture, che date le ridotte porzioni indagate
non è stato possibile contestualizzare e attribuire ad ambienti specifci; pure in questo caso si è dunque rinunciato a
descriverne sistematicamente le evidenze, in quanto poco indicative per lo sviluppo architettonico dell’edifcio.
Riguardo alle strutture messe in luce nel sito, va in generale rilevato che queste erano costituite soprattutto da
blocchetti di arenaria più o meno regolari legati da malta ed erano dunque realizzati in una tecnica assimilabile
ad un opus vittatum o listatum irregolare, il che permette di prescindere da una descrizione dettagliata delle
36 La quota delle soglie è di circa 10 cm più alta rispetto al piano di calpestio del portico 1.
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singole murature in quanto per lo più omogenee. Nell’analisi architettonica che qui segue, verranno dunque evi-
denziate soltanto le caratteristiche specifche di singole strutture costruite con altre tecniche, come ad esempio
nel caso della muratura di fondazione dello stilobate della porticus meridionale realizzata in opus incertum. Per
quanto attiene poi i rivestimenti parietali di intonaco va sottolineato che questi sono stati per lo più rinvenuti
nell’ambito di strati di crollo o anche di reinterro
37
e non è dunque possibile attribuire i frammenti ad ambienti
specifci. Nell’analisi architettonica si farà quindi riferimento soltanto ai lacerti di intonaco conservati in situ, men-
tre gli altri frammenti verranno trattati nell’ambito del capitolo dedicato all’inquadramento dei reperti.
Settore 2
43. Fotografa zenitale del settore 2, ambienti 1, 3, 4 e 5.
Ambiente 1
L’ambiente 1 del settore 2, parte integrante dell’ala meridionale del complesso residenziale della villa romana
nella baia di San Simone, è costituito da due muri che corrono paralleli e che sono stati scoperti sotto uno strato
di materiale edilizio di crollo (US 5), che in parte riempiva anche lo spazio tra i due setti (largo 4,10 m). Nel con-
testo architettonico l’ambiente rappresenta il corridoio meridionale (portico sud), che correva verso il porto e
verso la parte sudest del piccolo promontorio, parzialmente indagato negli anni 1986–1990 (Stokin 1990, 176),
ma anche con il saggio 4 eseguito nel 1991 (Ellis et al. 1992, 223–224). Da quanto emerso dalle ricerche sinora
compiute, mettendo in relazione l’area indagata con il saggio 4 del 1991 ed i resti documentati dei muri che van-
37 Proprio nell’area del settore 1 sono stati raccolti nel 1991 numerosi frammenti di intonaco dipinto, stratigrafcamente però decontestualizzati. I
frammenti di decorazione parietale sono pertinenti al cosiddetto terzo stile pompeiano iniziale con architetture e motivi illusionistici, come indicato dai
frammenti dipinti con edicole (aedicule) e fgure a racemi (Bogovčič 1994; Košir 2009, 186).
no verso il porto nella parte ovest di Punta Corbato, questo corridoio era lungo oltre 66 m. Il colonnato sul fronte
meridionale del settore ci indica che il corridoio sud si apriva verso il mare, collegando la parte meridionale del
complesso residenziale anche con il settore centrale. Il portico colonnato rappresenta un elemento di estrema
importanza per questa villa, in quanto permette l’identifcazione del complesso con una villa provvista di portico.
44. Veduta dell’ambiente 1 verso sudest: strato di crollo US 5.
45. Fotografa zenitale dell’ambiente 1 con indicazione delle unità stratigrafche.
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46. Ambiente 1, veduta delle strutture USM2, USM6 e USM22.
Il muro esterno (USM 2) del porticato meridionale era costruito in opus incertum (larghezza 0,45 m) e costituiva
la struttura di fondazione del colonnato. Nei pressi della struttura USM 2 sono stati documentati tre gruppi di
colonne crollate, parzialmente conservate (USM 26, USM 4, USM 29 e USM 32). Sulla base dei resti superstiti e di
confronti, possiamo concludere che le colonne, altre tre metri e con un diametro di circa 0,35 m, erano poste ad
una distanza di circa due metri l’una dall’altra. Erano costruite con spicchi di pietra e di mattoni, che da un lato
avevano forma convessa, allettati con malta e quindi nella tecnica dell’opus vittatum mixtum. Le colonne, prive di
basi, erano poi ricoperte di intonaco bianco. I capitelli sono stati rinvenuti in giacitura secondaria in vari punti del
promontorio: si tratta di semplici capitelli dorici (cfr. Inquadramento sintetico dei reperti).
Il muro interno del portico è costituito da USM 22 (spessore 0,5–0,6 m), costruito con blocchetti di calcare e are-
naria di varie dimensioni, legati con malta. Nel tratto nordovest del portico, sostanzialmente in corrispondenza
del vano 2a, l’alzato del muro USM 22 appare essere stato ricostruito, o in funzione del sottostante sistema di
canalizzazione – nell’area sono, infatti, stati individuati due tratti di canalette – oppure quando parte del portico
venne defunzionalizzata con la costruzione del tramezzo USM 21. La più recente struttura muraria (USM 6) (fg.
51), realizzata sempre con gli stessi materiali ma con uno spessore inferiore (0,45 m), si imposta sopra alle fonda-
zioni del precedente muro USM 22, che raggiungono una profondità di 1,70 m. La base dell’allineamento murario
composto da USM 6 e USM 22 recava ancora limitati resti del rivestimento di intonaco, con tracce di colore az-
zurro e verde.
38
La continuazione dello stesso setto, rinvenuta nel saggio 4 del 1991 (USM 419: altezza alzato 0,7
m; spessore 0,5 m) (fg. 47), presentava – per un’altezza di 0,55 m – un rivestimento di intonaco dipinto di rosso
(spessore circa 1 cm) con l’intonachino steso sopra ad un unico strato preparatorio.
In giacitura secondaria, all’interno dell’ambiente 1, era conservato anche un elemento lapideo (1 x 0,48 m) costi-
tuente parte della soglia che portava al vano 5 (larghezza complessiva della soglia: 3,50 m). Soglie analoghe com-
38 Altri frammenti di intonaco, in stato di crollo, sono stati individuati a nordovest del muretto USM21. Si tratta per lo più di lacerti monocromi (bianchi,
rosa, rossi, azzurri); soltanto un pezzo a fondo nero (20 x 20 cm) presentava una banda rossa.
paiono di seguito in giacitura primaria (USM 30) (fg. 52), e rappresentano gli accessi agli ambienti 4 (larghezza
della soglia: 1,35 m) e 3 (larghezza della soglia: 1,20 m).
Nel 1994 un piccolo sondaggio, operato nell’ambiente 1 al fne di individuare le cause che determinavano un
ristagno d’acqua sotto il portico meridionale, ha rivelato la presenza di un canale che corre sotto i muri esistenti e
può essere interpretato come parte del sistema infrastrutturale del settore, e più precisamente come il canale di
scolo atto ad assicurare il defusso dell’acqua da una cisterna che, sebbene non sia stata rinvenuta nel corso degli
scavi, con tutta probabilità era situata nella parte centrale della villa. Questo scarico era composto da elementi
di arenaria e tegole ed era coperto da lastre di dimensioni irregolari. Il canale potrebbe in particolare essere col-
legato con l’impianto delle terme, che ipoteticamente localizziamo ad ovest del settore 1 (cfr. ambiente 22).
47. Veduta verso sudovest dell’ambiente 1 all’interno del saggio 4 realizzato nel 1991.
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48. Fotografa zenitale (orientata verso nordovest) dell’ambiente 1 all’interno del saggio 4 realizzato nel 1991.
Il portico presentava una pavimentazione a mosaico, che però nella parte settentrionale si è conservata in ma-
niera molto frammentaria:
39
nell’angolo formato dal muro esterno USM 2 e dal tramezzo USM 21 è stata riscon-
trata la presenza di uno strato molto compatto di 5–10 cm di spessore (US 14), ricco di materiale archeologico
e con abbondanti tracce di bruciato, che copriva un ridottissimo lacerto dell’originaria pavimentazione musiva
realizzata sopra allo strato di livellamento di terra compattata US 43. Per il resto, la presenza di tale rivestimento
a mosaico appare testimoniata dal ritrovamento di circa 2000 tessere sciolte, sparse in vari punti sopra allo strato
US 43, che in epoca tarda fungeva probabilmente da piano di calpestio nell’area defunzionalizzata del portico.
I resti musivi, quali elementi della pavimentazione del portico, possono essere messi in relazione con il pavimen-
to musivo scoperto nel corso degli scavi operati nel saggio 4 nel 1991 (Ellis et al. 1992): quest’ultimo, molto me-
glio conservato, attesta che si trattava di un mosaico bianco contornato da una fascia composita bianca e nera.
Oltre ai segmenti superstiti di mosaico, in questo luogo erano ben visibili anche resti di cocciopesto (US 416), che
costituiva lo strato di preparazione del tappeto musivo.
Nello specifco, la pavimentazione appare costituita da un tappeto di tessere bianche in ordito obliquo, provvisto
di una fascia di bordura realizzata con tre flari di tessere nere disposte in ordito diritto, delimitata su entrambi i
lati da due flari di tessere bianche, anch’esse allettate in ordito diritto. La soluzione decorativa adottata nell’am-
biente in esame ha un’ampia difusione sia cronologica sia geografca, trovando impiego sia in ambienti di scarsa
pregnanza funzionale, sia in contesti rappresentativi (Rinaldi 2007, 71). In linea generale va comunque sottoline-
ato che pavimenti tessellati monocromi, o bianchi o neri, bordati da un’unica fascia di colore contrastante, sono
tipici del periodo del cosiddetto secondo stile pompeiano ovvero dell’epoca tardorepubblicana, presentando in
questa fase un ordito di tessere molto irregolare; con l’età cesariano-augustea la doppia fascia inizia a sostituirsi
alla singola, rimanendo poi in uso fno all’età imperiale avanzata (IV secolo d.C.) (Morricone Matini 1973, 504).
Nella fase di passaggio tra l’epoca tardorepubblicana e la prima epoca imperiale, la distinzione in base al numero
di fasce non appare però rigidamente applicata (Rinaldi 2007, 70).
40
39 Il complessivo danneggiamento della pavimentazione musiva del portico era probabilmente dovuto, oltre che ad una notevole sollecitazione da
parte delle intemperie, in quanto ambiente semiaperto, all’infltrazione di acque marine, anche oggi spesso presenti nell’area. Il portico si presentava
particolarmente degradato nella sua parte settentrionale: il cattivo stato di conservazione può essere ricollegato alla presenza di acqua nel sottosuolo ed
all’azione delle maree, evento direttamente connesso a questo fenomeno, come anche ad interventi antropici.
40 Ad esempio nella villa romana di Gorgona Isola, nell’arcipelago toscano, databile tra l’epoca tardorepubblicana e l’inizio dell’età augustea, coesistono
pavimenti con fascia di bordura singola e fascia di bordura doppia (Gambogi, Firmati 1995, 143 ss., fgg. 1–3). Similmente, anche nella villa di San Simone
si trovano afancate entrambe le soluzioni: tappeti con fascia di bordura singola si trovano nel settore 2 (portico 1 e corridoio 4), mentre nel settore 1, che
dovrebbe corrispondere al nucleo più antico della villa, troviamo pavimenti sia a fascia singola (ambiente 15) sia a fascia doppia (ambienti 16 e 17), forse
ad indicare che le diferenti soluzioni trovavano applicazione anche a seconda della diversa larghezza degli ambienti.
49. Veduta della struttura USM415 presente nell’ambiente 1 all’interno del saggio 4 realizzato nel 1991.
In un periodo più tardo, furono collocate trasversalmente nel portico delle strutture in muratura USM 21 (lun-
ghezza: 3 m; spessore: 1,5 m) (fgg. 45 e 50) e US 415 (lunghezza: 3 m e spessore: 1,5 m) (fg. 49), quest’ultima rin-
venuta nella prosecuzione del portico 1 nel saggio 4 del 1991 (Ellis et al. 1992, 223–224). Questi tramezzi, realizza-
ti con materiale edilizio di reimpiego, soprattutto laterizi frammisti a elementi lapidei, sono privi di fondazione ed
in particolare quello individuato nel saggio 4 (USM 415) poggia direttamente sulla pavimentazione musiva. Qui,
inoltre, il muretto presenta per un’altezza di 0,55 m un rivestimento di intonaco dipinto di rosso (come il muro
interno del portico USM 419). Queste opere in muratura divisero quindi lo spazio del portico sud, che pertanto
venne a perdere la sua funzione originaria, forse acquisendo nuove funzioni in relazione alle attività del porto, in
rapporto con altri interventi simili operati sui muri USM 55 e USM 33 nell’ambiente 3.
50. Fotografa zenitale degli ambienti 1, 2 e 3 con indicazione delle unità stratigrafche.
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51. Fotografa zenitale degli ambienti 1, 2 e 3 con indicazione delle unità stratigrafche.
Ambiente 2
Un secondo ambulacro a linea spezzata (ambiente 2a e 2b) conduceva dall’area del porto verso l’interno della
villa (fgg. 50 e 51). Un braccio di questo corridoio (2a), parallelo al portico 1 ha una larghezza 2 m ed è stato
indagato per una lunghezza di 5 m; a sudovest è delimitato dal muro USM 22, il quale è stato parzialmente rico-
struito (USM 6). Il tratto seguente dell’ambulacro svolta accanto all’ambiente 3 verso nordest: è stato indagato
per una lunghezza di 1,5 m, ha una larghezza 1,5 m ed è delimitato dai muri USM 13 e USM 57. Di questo vano si
fa parola già nel 1958, quando fu oggetto di un saggio di scavo ad opera del Museo Nazionale di Lubiana (Šribar
1958–1959). Il corridoio (2a–b) era pavimentato con ciottoli di mare, allettati sopra uno strato di preparazione di
terra e calce.
41
A nordovest dell’ambulacro 2a–b si colloca lo spazio 2c, di cui è stata messa in luce soltanto una
porzione molto ridotta e che in base all’assenza di una pavimentazione può verosimilmente essere identifcato
con un’area scoperta.
Nell’area indagata è stato rinvenuto pure un canale orientato in direzione nordest – sudovest (US 17) (fgg. 50 e
51), costruito con lastre di pietra come il canale ritrovato nell’ambiente 1, e con tutta probabilità era collegato
ai vani centrali della struttura. Più a nordovest, è stato messo in luce un altro tratto della canalizzazione, con un
braccio orientato in senso sudest – nordovest al quale si congiunge un ramo allienato in senso nordest – sudo-
vest (USM 9 e USM 10). Tali canalette, con pareti di tegole e copertura di lastre lapidee, hanno all’interno una
larghezza di 0,28 m (ossia all’incirca di un piede romano), all’esterno una larghezza di 0,5–0,6 m.
Nel caso dell’ambulacro, si tratta forse di un vano che correva dal posticum (cioè dall’ingresso laterale della villa)
verso l’interno del complesso ed era usato sia dai servi sia dal proprietario. In base al ridotto spessore, alla dispo-
sizione planimetrica ed alla tecnica costruttiva della struttura di delimitazione interna del corridoio, formata dagli
allineamenti USM 7 e USM 57, costruiti con blocchetti lapidei, tegole ed embrici legati da malta per uno spessore
di 0,4–0,45 m, si può ipoteticamente identifcare il complesso di ambienti 2a–c con l’angolo meridionale di un
peristilio; lo stilobate del porticato sarebbe in questo caso costituito dai setti murari USM 7 e USM 57, mentre
l’area 2c andrebbe identifcata con l’area scoperta interna allestita a giardino.
41 Nella porzione nordorientale la pavimentazione si presentava danneggiata e sconvolta, probabilmente a causa del crollo delle strutture.
Ambiente 3
Il vano 3 costituisce uno degli ambienti interni della villa ed è stato completamente indagato; ha un’ampiezza di
6,8 x 4,2 m. È delimitato a sudovest dal muro USM 22, a nordovest da USM 13 ed a sudest da USM 36 (fgg. 50, 52
e 53), tutti realizzati in blocchetti di arenaria. Del rivestimento delle pareti sono stati rinvenuti frammenti di into-
naco di colore rosso, in stato di crollo. Trattasi di un ambiente di rappresentanza che possiamo forse identifcare
con un triclinio o oecus invernale, in quanto in ampia misura chiuso verso l’area del portico.
52. Fotografa zenitale degli ambienti 1, 2b, 3, 4, e 5.
53. Veduta verso nordovest degli ambienti 3 e 4.
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Il pavimento (parzialmente distrutto nella zona vicino all’ingresso) era a mosaico di tessere bianche e nere, deco-
rato a rombi e contornato da una bordura a fasce bianche e nere alternate. La scacchiera di losanghe in redazio-
ne iterativa e coprente è attestata già nel IV e III secolo a.C. nella tecnica musiva a ciottoli; tra II e I secolo a.C. lo
schema viene trasferito nella tecnica dell’opus sectile, mentre nell’ambito del tessellato la difusione del motivo
appare concentrarsi tra l’età augustea ed i primi decenni del I secolo d.C. (Meder 2003, 76; Rinaldi 2007, 96).
Nell’area di passaggio tra ambiente 3 e corridoio 4 è stato documentato sulla soglia un piccolo mosaico di 1 m x
1,5 m, parzialmente conservato, con motivi bianchi ad ottagono su sfondo mosaicato nero, riquadrato con una
bordura bianca e nera (fgg. 43 e 55).
42
In epoche più recenti venne eretta accanto al muro USM 36 la struttura rettangolare USM 33 (fgg. 43, 50 e 55),
ampia 1 x 0,7 m, probabilmente coeva al tramezzo USM21 presente nel portico, la quale al centro presentava uno
spazio vuoto. Si tratta verosimilmente di un focolare, costruito sopra alla pavimentazione musiva di questo ambien-
te dopo che la villa era andata in rovina, al tempo in cui furono operati nuovi interventi edilizi, testimoniati anche
da altre strutture (USM6 e USM55) che si sovrappongono alla struttura originaria di questo settore e in particolare
al muro USM22 e al mosaico dell’ambiente in parola, sopra il quale fu sistemato anche il piccolo tramezzo USM55.
Ambiente 4
Il vano 4 rappresenta il vano di accesso alla villa, largo 1,90 m, indagato per un tratto di 7 m, ma la sua efettiva
lunghezza non è stata ancora determinata. Questo corridoio d’ingresso (fauces) collegava il portico meridionale
con la parte interna dell’edifcio (fgg. 43, 52, 53, 54 e 56).
54. Veduta verso sudovest dell’ambiente 4.
42 Cfr. la descrizione e il commento relativo all’ambiente 4.
55. Dettaglio del mosaico della soglia dell’apertura tra gli ambienti 3 ed 4.
L’accesso al corridoio è costituito da una soglia di pietra (US 30; larghezza: 1,35 m) e il corridoio stesso si presenta
pavimentato a mosaico (US 39): il tappeto di tessere bianche è realizzato in ordito obliquo e presenta una fascia
di bordura formata da due flari di tessere nere disposte in ordito diritto, delimitata su entrambi i lati da due flari
di tessere bianche, anch’esse allettate in ordito diritto (fgg. 43 e 52).
43

Il corridoio era collegato ad entrambi i vani laterali 3 e 5 con passaggi pavimentati a mosaico. La soglia della porta
che conduce all’ambiente 3 presenta una decorazione a ottagoni delineati adiacenti (larghezza della soglia: 1,15
m), con ottagoni neri circondati da flari di tessere nere e quadrati di risulta neri; ai lati la soglia è inquadrata da
fasce di bordura bianche e nere. La composizione comprente a ottagoni compare per la prima volta a Roma, tra la
fne del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C. e inizia a difondersi nel corso del I secolo d.C., complicandosi via via
con l’aggiunta di elementi decorativi e policromi (Meder 2003, 76; Rinaldi 2007, 122). Della pavimentazione della
soglia dell’apertura verso l’ambiente 5 (larghezza della soglia: 1,8 m) si è conservata solamente la preparazione.
Ambiente 5
L’ambiente 5 del settore 2 è di forma rettangolare, ma non è stato indagato per intero (fgg. 43, 52 e 56). Come
all’ambiente 3, anche a questo, che è il vano più ampio della parte sinora indagata del settore 2, si accedeva dal
portico meridionale 1, come anche dal corridoio 4. La sala misura 7,80 m in larghezza e 7 m in lunghezza. Come
i vani 3 e 4, anche questo ambiente presentava una soglia lapidea, rinvenuta in giacitura secondaria nel portico
sud.
43 Per il commento tipologico del pavimento musivo si veda quanto rilevato in relazione alla pavimentazione del portico (ambiente 1).
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56. Mosaici degli ambienti 4 e 5.
Sotto allo strato di crollo si era conservato un mosaico geometrico bianco e nero con una ricca decorazione che ne
fa uno dei mosaici più rafnati di tutta la villa, ad indicare la sua funzione di ambiente destinato ad accogliere gli
ospiti.
44
La pavimentazione presenta, entro un’ampia cornice decorata, un tappeto con schema a riquadri delimitati
da un reticolato di fasce caricate da losanghe e quadrati. Le losanghe sono nere su fondo bianco, mentre i quadrati,
bianchi, mostrano una doppia proflatura di tessere nere. I riquadri a fondo nero sono decorati da stelle bianche a
quattropunte dai lati concavi. Il tappetocosì decoratoè circondatoda un’ampia cornice a fondobianco, contessere
disposte in ordito obliquo, decorata da due trecce a due capi bianche su fondo nero, delimitate su entrambi i lati da
due flari di tessere bianche, due flari di tessere nere e due flari di tessere bianche disposte in ordito diritto.
Lo schema compositivo del mosaico in esame deriva dai primi mosaici “a cassettoni”imitanti in maniera realistica
i lacunari dei softti; questi primi pavimenti cassettonati, difusi durante il periodo avanzato del cosiddetto se-
condo stile (seconda metà del I secolo a.C.), si distinguono per la molteplicità dei motivi di riempimento dei cas-
settoni, la presenza di incorniciature con efetto prospettico o con elementi obliqui che suggeriscono tale efetto
e un’attenta imitazione dei particolari dei lacunari dei softti. Con il terzo stile il cassettonato diviene più sche-
matico: la varietà dei riempitivi – dapprima ancora policromi poi bicromi – si riduce, le incorniciature perdono il
carattere prospettico e via via scompaiono. A partire dalla fne del I secolo a.C. – inizi del I secolo d.C. ai mosaici
cassettonati si sostituiscono così gli schemi a riquadri o compartimenti, difusi in tutta la penisola italiana, dove
le attestazioni si fanno molto più numerose a partire dalla prima metà del I secolo d.C. Già a partire da questo
periodo, gli esemplari, ovunque molto simili, iniziano ad essere caratterizzati da uno stile molto più schematico
e lineare, con losanghe e quadrati ribattuti e con i lacunari campiti da semplici fgure geometriche o da motivi
44Immagini del pavimentosonostatepubblicatedaLabud1989b, 12, fg. b; DeFranceschini 1998, 747s., fg. 288. Quandoèstatamessainluce, lapavimentazione
presentava uno stato di conservazione piuttosto buono, via via peggiorato negli anni successivi allo scavo. Soltanto nel settore sudovest, lungo il muro divisorio
rispetto al portico 1, si trovava un’ampia lacuna, dove si conservava soltano lo strato di preparazione del mosaico. Perduta era anche la decorazione musiva
dell’ampia soglia della porta tra la stanza 5edil corridoio4, la quale, comela soglia tra i vani 4e3, doveva presentareuna trama decorativa a séstante. Nel settore
sudovest dell’ambiente, dove la pavimentazione era appunto danneggiata, è stato realizzato un tassello per indagare la stratigrafa sottostante al mosaico.
foreali privi di efetti naturalistici.
45
Con la fne del I secolo d.C. e la prima metà del II secolo d.C. gli esemplari, che
divengono più rari, mostrano una maggiore rigidità e un progressivo aumento del carattere ornamentale della
decorazione, discostandosi sempre di più dallo schema a cassettoni (Rinaldi 2007, 153).
46
Per quanto riguarda invece la fascia di cornice si può inoltre rilevare l’ampia difusione del motivo decorativo
della treccia che si trova in redazioni a due, tre, quattro e a più capi. Nella redazione più semplice a due capi, il
motivo a treccia compare come elemento di bordura fn dall’età ellenistica, rimanendo in uso senza soluzione di
continuità fno all’epoca tardoantica; nel corso dei secoli si riconosce però una progressiva tendenza verso l’ispes-
simento e l’ampliamento del modulo dello schema (Rinaldi 2007, 33 ss.).
47
Ambiente 6
L’ambiente 6 è uno dei vani che si avvicendano lungo il portico sud. La stanza è stata indagata solo in parte, e
precisamente sino allo strato costituito dal materiale di crollo US 5. Sulla base della situazione messa in luce ripu-
lendo appunto lo strato di crollo (US 5), si può preliminarmente notare che anche questo ambiente era pavimen-
tato a mosaico, come pure il passaggio (dove però il mosaico è malamente conservato) che lo collegava al vano 5.
57. Fotografa zenitale degli ambienti 5 e 6, strati di crollo.
45 Cfr. Morricone Matini 1965, 79 ss.; Lancha 1977, 32 ss.; Pallasmann-Unteregger 1986–1987, 221 ss.; Ghedini, Baggio, Toso 1998, 177 ss.; Rinaldi 2007,
151. Confronti si trovano a Roma nell’ambiente g della domus sotto la chiesa di S. Pudenziana a Roma (Angelelli 2006, 294, fg. 10), a Spoleto nell’ambiente
8 della domus di Spoleto, in relazione con pitture di terzo stile (Cante et al. 2003, fg. 47; Manconi 2005, fg. 7), ad Arezzo (Ciampoltrini 1993, 57 ss., n.
11.1, fgg. 17–18), nelle terme di Bussete databili al I–II secolo d.C. nel Viterbese (Barbieri 1991, 45 s., fg. 7), a Libarna (Finocchi 1996, 216, fg. 104). Il
motivo appare molto difuso nella regio X, con attestazioni a Imola (Maioli 1994, 233 ss., fg. 4), Vicenza (Ghedini, Baggio 2010), Piacenza, Cremona,
Mantova, Concordia eVal Bandon (Ghedini, Baggio, Toso 1998, 181 s., fgg. 6–7). In area provinciale il motivo è attestato in Gallia, dove gli esemplari, datati
preferibilmente tra la metà e la fne del I secolo d.C., mostrano una stretta afnità con i pavimenti nord-italici (Lavagne 1985–1987, 386, fg. 7).
46 Si vedano a questo riguardo un esemplare di Reggio Emilia (Scagliarini Corlaita, Venturi, Coralini 1999, 70 ss., n. 47, tav. XXI) ed uno di Ravenna (Marini
Calvani, Maioli 1995, 83, fg. 69).
47 S. Gozlan data l’introduzione della treccia a quattro capi policroma in età antonina ed il periodo della sua massima difusione a partire dal III secolo
d.C. (Gozlan 1992, 164; cfr. anche Rinaldi 2007, 37).
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58. Fotografa zenitale degli ambienti 5 e 6, crollo del muro.
59. Dettaglio del crollo del tetto.
Ambienti 7 e 8
Nel saggio4del 1991sonostati individuati, oltreallacontinuazionedellaporticus meridionale, anchealtri dueambien-
ti afacciati su di essa: le parti messe in luce sono molto ridotte e corrispondono sostanzialmente all’area contigua alla
paretedivisoriatrai duevani, pressoil murocheli dividevadallaporticus. Laparetedivisoriatrai dueambienti risultava
però spogliata; dato che il riempimento della fossa di spogliazione non è stato scavato, mancano quindi dati stratigra-
fci per datare l’intervento che va comunque verosimilmente inquadrato nella fase di disuso della villa.
60. Fotografa zenitale (orientata verso sudovest) degli ambienti 7 e 8 e in secondo piano l’ambiente 1.
61. Veduta dell’ambiente 7 verso nordovest.
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Entrambi i vani sono provvisti di pavimentazioni in cementizio di cocciopesto (US 423 e US 424) situati pressap-
poco allo stesso livello, che possiamo forse identifcare con preparazioni di pavimenti musivi oppure con veri e
propri rivestimenti pavimentali.
Ambienti 9 e 10
Il vano 9 (dimensioni dell’area indagata: 2,24 x 5 m) e quello 10 (dimensioni dell’area indagata: 2,24 x 1,9 m) co-
stituiscono parti non ancora completamente esplorate del settore 2, e sono frutto delle attività di scavo svolte
nell’ambito del campo archeologico latino (Kajfež 1992), nel corso del quale è stato messo in luce lo strato di
crollo US 5, nonché le creste dei muri che delineano appunto questi ambienti. In questa sede, quindi, non sa-
ranno oggetto di trattazione, sebbene la planimetria del vano 9 ne indichi chiaramente la funzione di corridoio
in direzione sudest – nordovest a collegamento degli ambienti 4 e 2. Per quanto riguarda l’ambiente 10 si può
soltanto afermare la sua presenza a nord del corridoio 9, senza che però sia possibile circoscriverne meglio asset-
to volumetrico e funzione; in linea generale è tuttavia chiaro che si tratta di un ambiente di proporzioni strette,
simile ad un corridoio.
62. Fotografa zenitale degli ambienti 9 e 10.
Settore 1
63. Fotografa zenitale del settore 1.
Ambiente 14
L’ambiente 14 (4,5 x 5,9 m) costituisce un ampio vano di rappresentanza accessibile dal corridoio 15 (fg. 63).
Per quanto riguarda la pavimentazione dell’ambiente, occorre rettifcare un errore di attribuzione e valutazione
occorso nelle precedenti descrizioni del pavimento pubblicate dal Djurić e dal Donderer (Djurić 1976, 562, n. 1.1;
Donderer 1986, 188), dovuto verosimilmente alla mancanza di un’adeguata pubblicazione della documentazio-
ne degli scavi fno a quel momento efettuati. B Djurić e di rifesso M. Donderer afermano che la pavimentazione
dell’ambiente era suddivisa in due settori di diverse dimensioni da una fascia di bordura con ornamento non più
riconoscibile, come pare, in efetti, potersi intuire dal disegno allegato alla relazione della campagna di scavo
realizzata da E. Boltin e I. Mikl nel 1958 (Boltin, Mikl 1958–1959, 332). Il settore più piccolo, situato a nordest,
sarebbe stato provvisto di un tappeto musivo bianco con fascia di bordura semplice nera, mentre il settore più
ampio, a sudovest, sempre a fondo bianco, sarebbe stato incorniciato da una treccia a quattro capi. Sulla base
di questa ricostruzione, l’ambiente pareva presentare la caratteristica distinzione in anticamera e sala, tipica per
triclinia e oeci. I due settori attribuiti da questi studiosi ad un unico vano appartengono invece a due ambienti
diversi, come risulta evidente nelle fotografe realizzate nel 1991 (fg. 63), quando l’area è stata rimessa in luce da
M. Stokin. Quanto è stato interpretato come il residuo di una fascia di bordura tra i due settori, deve invece essere
identifcato con la decorazione della soglia della porta che metteva in comunicazione le stanze 14 e 15.
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All’ambiente 14 va dunque riferito il tappeto musivo a fondo bianco con tessere allettate in ordito obliquo, provvi-
sto di cornice con treccia a quattro capi bianca su fondo nero; tale cornice è delimitata su entrambi i lati da un flare
di tessere bianche, tre flari di tessere nere e tre flari di tessere bianche disposte in ordito diritto (fg. 25).
48
La zona
della soglia, presso l’apertura tra i vani 14 e 15, è decorata da un riquadro a fondo bianco di forma pressappoco
quadrata, delimitato da due flari di tessere nere in ordito diritto, con all’interno un ornamento circolare delineato
da tessere nere, formato da due semicerchi con diametro concavo che abbracciano un fuso (fgg. 65, 66).
49
Il mosai-
co non è interamente conservato: i tre piccoli scavi eseguiti nell’ambiente 14 e le tracce visibili di aratura lo hanno
ampiamente deformato. In base al rilievo efettuato da E. Boltin e I. Mikl (Boltin, Mikl 1958–1959, 332) ed alle foto
scattate nel 1991, del tappeto musivo pare essere superstite soltanto la metà settentrionale, essa stessa caratte-
rizzata da un cattivo stato di conservazione. Si osservano, infatti, varie lacune e fori, probabilmente da mettere in
relazione con le fasi di disuso della villa o con più recenti attività agricole condotte sul posto, come lo scavo di fossi
per la piantumazione delle viti, la cui coltivazione è qui documentata per l’epoca moderna e contemporanea (fg.
64) (Degrassi 1923, 330), ma anche con le ripetute indagini di scavo operate proprio in questa area.
64. Veduta verso nordovest dell’ambiente 14.
65. Dettaglio del mosaico della soglia tra gli ambienti 14 e 15.
48 Le tessere misurano 0,6–0,8 cm per lato (Djurić 1976, 562, n. 1.1). Per un sintetico commento connesso alla difusione (molto ampia) del motivo
decorativo della treccia, si veda la descrizione dell’ambiente 5. Poco comune appare invece il motivo decorativo della soglia verso l’ambiente 15.
49 Il pavimento è stato pubblicato a più riprese: Degrassi 1923, 333, fg. 5; Tamaro 1928, 413; Boltin, Mikl 1958–1959, 331; Šribar 1958–1959, 274, fg. 9, 10;
Boltin, Mikl 1959, 103–104; Djurić 1976, 562, n. 1.1, tav. 28, 29.a, 31; Donderer 1986, 188, tav. 58.1; De Franceschini 1998, 742–744, fg. 285.
Ambiente 15
Si tratta di un vano piccolo e stretto (4,5 x 1,7 m) (fg. 66), ossia un corridoio che collega gli ambienti 17, 14 e 16
e la zona ad ovest del settore 1. Presentava un pavimento mosaicato: il tappeto di tessere bianche è disposto in
ordito obliquo, mentre la fascia di bordura appare realizzata con tre flari di tessere nere disposte in ordito diritto,
delimitata su entrambi i lati da tre flari di tessere bianche, anch’esse allettate in ordito diritto.
50
66. Veduta verso sudovest dell’ambiente 15.
Ambiente 16
Nel vano 16 (4,5 x 8 m) il mosaico è caratterizzato da uno stato di conservazione compromesso:
51
il pavimento è
a fondo bianco ed a ordito obliquo e presenta una doppia fascia di bordura nera in ordito diritto, realizzata con
due bande di tre flari di tessere nere separate da quattro flari di tessere bianche e inquadrate ai lati da tre flari
di tessere bianche
52
. Nel 1991 inquesto ambiente è stato rinvenuto lo strato di crollo, intatto, del rivestimento di
intonaco bianco del softto, sul quale erano ancora evidenti i segni di incannucciata.
67. Veduta verso sudovest dell’ambiente 16 con residui di intonaco da softto in stato di crollo.
50 Sulla tipologia del tappeto musivo si veda quanto rilevato riguardo alla pavimentazione dell’ambiente 1.
51 Il mosaico è stato via via pubblicato da: Degrassi 1923, 333; Tamaro 1928, 413; Boltin, Mikl 1958–1959, 331; Šribar 1958–1959, 274, fg. 9, 10; Boltin, Mikl
1959, 103–104; Djurić 1976, 562, n. 1.1, tav. 28, 29.a, 31; Donderer 1986, 188, tav. 58.1.
52 Le dimensioni delle tessere si aggirano attorno agli 0,6–0,8 cm (Djurić 1976, 562, n. 1.1).
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68. Dettaglio del mosaico dell’ambiente 16 con residui di intonaco da softto in stato di crollo.
69. Dettaglio del mosaico dell’ambiente 16 con evidenti lacune causate da attività di aratura e residui
di intonaco da softto in stato di crollo.
Ambiente 17
Il vano più ampio del settore 1 è l’ambiente 17a-b (larghezza massima: 5,9 m; lungh. mass. 13,4 m). Quando nel
1991 il settore 1 è stato rimesso in luce, non è stata scavata la porzione meridionale dell’ambiente, il cui assetto
rimane dunque poco chiaro anche confrontando la documentazione grafca prodotta da B. Tamaro negli anni ‘20
del secolo scorso: nell’angolo meridionale una porzione di forma parrallelepipeda (17b) sembra essere sprovvista
della pavimentazione musiva, altrimenti presente nell’intero vano e la cui fascia di bordura inoltre delimita l’area
risparmiata. Lo spazio rettangolare in questione potrebbe dunque costituire un piccolo ambiente a sé stante, di
cui però nel 1991 furono messe in luce sostanzialmente solo le pareti divisorie sui lati nordest e nordovest.
70. Fotograifa zenitale della parte meridionale dell’ambiente 17.
Nel 1991 sono state documentate in pianta tre sottobasi quadrate in muratura (0,5 x 0,5 m) (fg. 70), che si susse-
guono ad intervalli di 2,70 m l’una dall’altra, ad una distanza di 1,5 m dal muro sudest; una sottobase più stretta è
visibile accanto al muro nordest. Nel corso della campagna di revisione della documentazione condotta nel 1991,
sono venute alla luce numerose parti di colonna, sia di pietra sia di mattoni. Riteniamo, pertanto, molto probabile
che queste sottobasi fossero destinate proprio alla sistemazione di colonne, a cui con ogni verosimiglianza pos-
siamo riferire le due basi di colonna, nonché la base di lesena, rinvenute negli scavi di Attilio Degrassi (Degrassi
1923, 330–332); ipoteticamente potremmo attribuirvi inoltre il frammento di capitello corinzio, ritrovato nel 1991
nello strato di reinterro di questo settore.
53
Data la presenza del rivestimento musivo sull’intera superfcie dell’ambiente (fg. 63), dobbiamo però presuppor-
re che si trattasse di un ambiente interamente coperto, in cui l’impiego di colonne doveva essere dovuto a motivi
statici o/e alla contaminazione con vani di rappresentanza particolarmente elaborati come gli oeci corinzi, carat-
terizzati da bracci colonnati su tre lati, destinati ad agevolare il movimento discreto della servitù nell’atto di ser-
vire i commensali banchettanti nell’area interna dell’ambiente. Un simile ambiente è stato ad esempio rinvenuto
nella villa di Valdonega presso Verona, che risale all’epoca tiberiana (Tosi 1975; Cavalieri Manasse, Bruno 2003).
54
Il rivestimento musivo è a fondo bianco, in ordito obliquo, e presenta una grossa fascia di bordura nera, costituita
da 5 flari di tessere nere e circoscritta da tre flari di tessere bianche in ordito diritto, la quale delimita chiaramen-
te anche lo spazio parallelepipedo 17b situato a meridione, purtroppo soltanto parzialmente rimesso in luce nel
1991.
53 Cfr. il seguente capitolo dedicato Inquadramento sintetico dei reperti.
54 Altre attestazioni molto note di questo tipo di ambiente, descritto anche da Vitruvio (VI.3.8–9), si trovano in area vesuviana (De Albentiis 1990, 153–
155), ma anche a Settefnestre (Carandini, Ricci 1985 II, 20–21, 41–42).
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Ambienti 18 e 19
Un corridoio, che in periodi più recenti è stato suddiviso in due vani – 18 (1,75 x 3,125 m) e 19 (1,75 x 5,75 m)
– perdendo dunque la sua funzione originaria, si sviluppava parallelamente all’ambiente 17. Presso l’estremità
settentrionale dell’ambiente 19 sono ancora visibili resti di una pavimentazione in opus spicatum, la quale sta ad
indicare che il vano costituiva un ambiente di servizio.
71. Veduta verso sudovest degli ambienti 18 e 19.
72. Dettaglio della pavimentazione in opus spicatum dell’ambiente 19.
Ambiente 20
Un ampio varco collega l’ambiente 17 al piccolo vano 20 (2,62 m x 3,25 m), che rappresenta una specie di vestibo-
lo di raccordo con l’area non ancora scavata situata a nord del settore 1. Quest’ultima sembra costituire una zona
collegata ad un’area scoperta (forse identifcabile con un peristilio), in quanto su questo lato è presente un’ampia
soglia di grandi blocchi di arenaria con i fori di alloggiamento per i cardini della porta (fg. 73), come si incontrano
anche nelle parti afacciate sulla porticus. Il tappeto musivo (fgg. 75 e 23)
55
presentava nel settore sudovest, dun-
que in corrispondenza dell’ampia soglia (fg. 74) che collegava l’ambiente 20 con la sala 17, una fascia articolata
in sei arcate sormontate da merli e decorata con oscilla a forma di stelle e pelte, il cui orientamento indica chia-
ramente che la direzione preferenziale e principale di accesso procedeva da sud verso nord (dunque dal vano 17
verso l’area situata a nord). Due bande nere separano la soglia decorata dal campo centrale bianco, provvisto di
una fascia di bordura nera.
56
La parte centrale della soglia sudovest con le arcate (1,78 x 1,14 m) è stata asportata
e portata prima ad Isola nell’Ospizio Besenghi (Degrassi 1926) ed in seguito al Museo Regionale di Capodistria.
73. Veduta verso sudest dell’ambiente 20.
74. Veduta verso sudovest dell’ambiente 20: dettaglio della lacuna risultante dall’asportazione del segmento musivo.
55 Le tessere misurano da 1,2 a1,5 cm.
56 Il pavimento è stato pubblicato a più riprese, cfr. Degrassi 1926, 156; Tamaro 1928, 413–414, fg.1; Boehringer 1929, 55; Degrassi 1929, 400–401;
Degrassi 1935, 286; Blake 1936, 189; Mirabella Roberti 1966, 52; Djurić 1977, 562–563, tav. 29 b; Donderer 1986, 188–190; Fontana 1993, 193.
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75. Segmento musivo inserito nel pavimento del Museo Regionale di Capodistria.
Il motivo decorativo ad arcate si trova nella produzione musiva centro-italica fn dall’età tardorepubblicana. A
quest’epoca risalgono alcuni esempi a Roma, Lanuvio, Pompei e Albano Laziale, in cui queste architetture ad
archi vanno talvolta messe in relazione con i navalia (ossia gli edifci adibiti alla costruzione e riparazione delle
navi),
57
presentando all’interno delle arcate delle prore di navi, talvolta con acquedotti,
58
altre volte con mura
cittadine provviste di porte urbiche. Ad esempio, in un mosaico di Pompei il motivo viene impiegato per rappre-
sentare le mura di una città in associazione con vari elementi legati alla sfera marina.
59
Alla prima età augustea
appartiene un altro mosaico pompeiano, nel quale le arcate accolgono busti e oggetti pertinenti a diversi ambiti,
fra cui anche quello marino.
60
Nella decorazione musiva di una soglia a Sangemini, riferibile allo stesso periodo,
le arcate –contenenti dei quadrati – sembrano assumere un valore puramente ornamentale. Un mosaico di Roma
ed uno di Napoli, con arcate provviste di grate, fanno invece chiaramente riferimento ai carceres dei circhi. Vari
esempi, ad Anse, Ostia, Napoli e Nîmes, in cui il motivo è solitamente connesso con l’elemento marino, risalgo-
no al II secolo d.C., e per tutta l’età imperiale e fno all’epoca tardoantica risulta essere molto difusa la versione
semplifcata/schematizzata del motivo ridotto a semplice teoria di archi: gli esempi si trovano sia in Italia sia nelle
province, le attestazioni tardoantiche si concentrano tuttavia nella Venetia (Aquileia, Grado, Murano, Orsera, San
Canzian d’Isonzo) (Donderer 1989, 188–190; Vincenti 2001; Rinaldi 2005; Rinaldi 2007, 46–47).
Nel mosaico in questione, le arcate vanno senza dubbio riferite ad un portico decorato con oscilla, con cui si può
confrontare una decorazione musiva di Roma con la rappresentazione di erme all’interno degli intercolumni
(Bartoli 1727, tav. 17; Blake 1940, 120). Stilisticamente, il tessellato di San Simone è vicino agli esemplari coevi al
cosiddetto secondo stile pittorico (80–20 a.C.). Anche la posizione della fascia ad arcate, impiegata per evidenzia-
57 Cfr. per esempio il tappeto musivo delle fauces a della Casa del Marinaio (VII, 15, 2) di Pompei (Franklin 1990, 22).
58 Cfr. il mosaico presso la soglia del vano v della Casa delle Nozze d’Argento (V, 2, h) a Pompei: l’ambiente v costituisce l’anticamera al cubiculum, nella
zona delle terme della ricca domus (PPM III, 731, fg. 115). Un altro esemplare di questo tipo è stato individuato negli scavi delleTerme Stabiane di Pompei:
in questo caso le arcate decoravano la soglia del tablino di una precedente domus (Eschehach1979, tav. 68 g).
59 Il mosaico si trova nelle fauces della Casa di Caesius Blandus (VII, 1, 40) (PPM VI, 381).
60 Si tratta della decorazione musiva presente sui quattro lati dell’impluvio nell’atrio della Casa di Paquius Proculus (I, 7, 1) (Ehrhardt 1998, 18).
re la zona di ingresso della stanza, risulta essere caratteristica delle prime attestazioni del motivo, che in seguito
compare più frequentemente con la funzione di cornice.
Per quanto riguarda più in generale il rapporto tra decorazione musiva e funzione dell’ambiente, si nota che il
motivo ad archi è spesso presente nella pavimentazione di vani di accesso o di passaggio, come vestibula, fauces,
atria e tablina o anticamere a stanze o a settori di particolare rilievo, in particolare anche ad ambienti termali.

La rappresentazione del mosaico in esame, ovvero il portico arricchito da oscilla, deve essere messo in relazione
con il lussuoso mondo dell’architettura residenziale dell’aristocrazia romana e ben si presta a decorare un vano
di un complesso come quello della villa maritima di San Simone, in cui ampi spazi dovevano essere riservati alle
attività di otium del dominus, nonché alla sua autorappresentazione.
61
Ambiente 21
Il vano 21 rappresenta probabilmente un ambiente di servizio, in quanto non vi furono rinvenuti resti alcuni di
pavimentazioni o preparazioni musive; il piano di calpestio era con tutta probabilità costituito da un battuto di
terra. Il vano si caratterizza anche per l’ampia estensione delle fondazioni dei muri, disposte inoltre a una quota
molto elevata.
76. Veduta verso nordovest dell’ambiente 21.
Ambiente 22
L’ambiente 22 è stato messo in luce nella sua parte meridionale, che risulta occupata da una vasca: potrebbe
trattarsi di un bacino di raccolta dell’acqua piovana ovvero di una cisterna, confrontabile con la grande vasca
mosaicata (14,4 x 10,3 m) nella corte centrale di Loron (Tassaux 2010, 22), oppure di una vasca pertinente ad un
settore termale. Sul fondo la vasca era rivestita di uno strato di cementizio di cocciopesto, che non era invece più
conservato sulle strutture di delimitazione verticali, di cui quella sudoccidentale presenta un foro di scolo.
61 In questo senso non appare giustifcata l’opinione del Donderer che attribuisce la trasposizione del motivo ad arcate, dalla rappresentazione di navalia
e acquedotti a quella di un portico, all’ignoranza dei mosaicisti attivi nella villa di Isola, cfr. Donderer 1986,189. Le numerose varianti del motivo, impiegato
per rappresentare costruzioni molto diverse, dimostrano piuttosto la sua forte adattabilità e la grande attrazione esercitata dall’elemento dell’arco in
ambito romano.
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77. Veduta verso sud dell’ambiente 22.
IL PORTO
Il porto romano nella baia di San Simone fu menzionato già nel 1540 da Pietro Coppo, verso la fne del XIX secolo
lo descrisse Pietro Kandler e poi ancora Attilio Degrassi nella prima metà del Novecento, quando era già parzial-
mente sommerso. Il primo rilievo sistematico del porto in questo sito fu realizzato nel 1922 proprio dal Degrassi,
con il concorso degli ingegneri Cusmani e Valesini e del fotografo Pietro Opiglia (fg. 21) (Degrassi 1923, 338; De-
grassi 1955). Dopo la seconda guerra mondiale, agli inizi degli anni ‘60 del secolo scorso, le prime misurazioni dei
muri dell’antico porto nella baia di San Simone furono eseguite da Šribar (fg. 24) (Šribar 1962, 252), mentre vere
e proprie campagne di misurazione e prospezione subacquea furono avviate dal Museo del Mare “Sergej Mašera”
di Pirano (Boltin-Tome 1975). Nel 1968, per ampliare e sistemare la spiaggia ed evitare l’allagamento della parte
interna del porto, fu interrata l’area interna della baia, utilizzando il muro di contenimento e la struttura di appro-
do romani come basamento per la nuova banchina in cemento e per il molo (Boltin-Tome 1968b). Nel periodo tra
il 1983 ed il 1987, in vista della costruzione del marina di Isola, in collaborazione con il Museo Civico di Parenzo, il
Museo Regionale di Capodistria, il Dipartimento di Archeologia della Facoltà di Lettere e Filosofa dell’Università
di Lubiana, sotto la guida di Timotej Knifc del Museo Nazionale della Slovenia, il Museo del Mare “Sergej Mašera”
di Pirano efettuò una dettagliata prospezione subacquea del porto nella baia di San Simone ed un’indagine
estensiva dell’acquatorio di Isola. L’intera indagine fu documentata per la prima volta in video; le riprese subac-
quee furono efettuate da fotograf professionisti (Knifc 1993). Le ricerche sottomarine proseguirono sotto la
guida di E. Boltin-Tome in collaborazione con V. Kovačić (Museo Civico di Parenzo) e G. Labud (Università di Lund).
Dal 1994 P. Čerče e S. Karinja (Museo del Mare “Sergej Mašera” di Pirano), con interventi di carattere conservativo
e fnalizzati ad appurare le connessione tra le strutture di approdo e la villa, efettuarono un consistente numero
di prospezioni nonché uno scavo subacqueo ed identifcarono i resti architettonici della parte orientale del porto
(Karinja 1997b). Nel 2001, nell’ambito dell’Istituto per la tutela dei beni culturali della Slovenia, è stato costituito
un gruppo per le ricerche archeologiche subacquee, che ha operato anche nel sito di San Simone.
78. Veduta del porto durante la bassa marea nel 1968.
Grazie a queste ricerche possiamo seguire il processo di graduale variazione della linea di costa almeno per gli
ultimi duemila anni. Infatti, come ha rilevato l’Antonioli, il livello del mare nella baia di San Simone si è innalzato
di 1,6 m (Antonioli et al. 2007; Antonioli et al. 2008). La baia sembra essere stata frequentata dall’epoca tardore-
pubblicana, mentre le strutture dell’impianto portuale risalgono alla fne del I secolo a.C.; l’approdo è stato poi
probabilmente utilizzato almeno sino al IX secolo con l’aggiunta di diverse strutture lignee (Karinja 1997a, 155;
Karinja 2002, 269; Karinja, Čerče 2008).
Il porto è costituito da tre parti distinte costruite con grossi blocchi di arenaria: il muro di contenimento costiero
ossia la banchina, che sosteneva il terreno proteggendolo dall’erosione, il molo ed una lunga diga che lo ripara
dal vento (fg. 20).
L’opera meglio conservata del porto è il molo, lungo 55 e largo 5,1 m (fgg. 78 e 79), che si protende da ovest verso
est perpendicolarmente alla banchina. Le sue fondamenta, più larghe rispetto all’approdo stesso, furono costru-
ite secondo la lezione di Vitruvio e formano una sorta di gradino ancor oggi visibile sul bordo esterno della strut-
tura (Degrassi 1923, 335–336). Gli enormi blocchi con i quali è stato eretto sono allineati in due corsi. In alcune
parti si sono conservate tre fle di blocchi posti uno sull’altro, mentre gli spazi intermedi sono riempiti di tegole.
Nei secoli XVIII–XIX sul molo erano ancora presenti i grandi anelli di ferro o di bronzo di cui fanno menzione P.
Naldini e P. Kandler (Naldini 1700, 360; Kandler 1848, 52), mentre A. Degrassi ne conservava il ricordo dall’infan-
zia (Degrassi 1923, 336). Le prospezioni subacquee efettuate a partire dal 1988 hanno portato alla riscoperta, a
due metri dall’odierna superfcie del mare e sotto alle strutture moderne, delle fondamenta del molo, costruito
con grandi blocchi di pietra (lunghi 2–3 m, larghi 1 m ed alti 1 m). Della fla superiore sono rimasti al loro posto
soltanto alcuni blocchi (Stokin et al. 2008).
79. Veduta del molo durante la bassa marea nel 1968.
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Ben conservato è anche il muro di contenimento, ossia la banchina. Lunga 120 metri e situata ad angolo retto
rispetto al molo, si compone di una sola fla di blocchi che misurano fno a 3 x 1 x 0,5 m. Nell’angolo tra il molo
e questo manufatto era stata costruita anche una struttura rettangolare lunga 19 m e larga 4 m. Probabilmente
si tratta di una realizzazione successiva in quanto risultano evidenti le diferenze nella tecnica costruttiva e nei
materiali: i blocchi sono di dimensioni minori e non sono così ben rifniti e accuratamente sistemati come nelle
altre zone del porto (Stokin et al. 2008).
La lunga diga difendeva il porto dai forti venti, dalla bora e dalla tramontana (fgg. 20, 78, 80). Con la bassa marea
è possibile scorgere a 50 m dalla costa la parte superiore della diga. In quella zona il mare è profondo da 3 a 4 m,
la struttura è invece alta circa 2 m. La parte esterna è lunga 110 m, quella interna 84,2 m. La larghezza all’entrata è
di 6,4 m. Tutta l’opera è realizzata in arenaria (Stokin et al. 2008). La struttura della diga è stata indagata nel corso
delle prospezioni subacquee efettuate da E. Boltin Tome, V. Kovačić e G. Labud (1989). Di recente ne è stato ese-
guito il rilievo con metodologia sonar da parte della ditta Harpa Sea (Poglajen 2008b). La ricognizione ha rivelato
che la diga è costituita da blocchi lunghi 4–5 m, largi 1–2 m e alti 1 m; le fle superiori in alcuni punti sono cadute
di lato e pertanto non è stato possibile misurarne l’originale spessore. Ad un metro sotto l’attuale superfcie del
mare sono state scoperte fle di blocchi che correvano dalla diga verso la banchina. Si tratta probabilmente di
costruzioni di rinsaldamento della linea di costa, che in epoca antica era qui certamente più avanzata. In parte
questi resti possono forse anche essere riferiti a strutture connesse ad un avancorpo della villa afacciato sul mare
aperto. Attorno a quest’area ampia 20/25 x 7 m, con evidenti resti di costruzioni, sono stati trovati sul fondale
melmoso abbondanti frammenti di materiale edilizio, anfore e ceramica di epoca romana. Frammenti di anfore e
ceramica sono stati rinvenuti anche sul fondale, sul lato esterno della diga (Stokin et al. 2008).
80. Veduta del frangifutti durante la bassa marea nel 2006.
Ad ovest del molo è visibile il bordo di una struttura oggi sommersa, forse il piazzale del porto, che in epoca
romana era probabilmente parte integrante dell’infrastruttura dell’approdo (Stokin et al. 2008) e che possiamo
associare alle costruzioni situate ai piedi di Punta Canè (Novšak 2006, 183). È ragionevole supporre un loro colle-
gamento con gli edifci ed i magazzini che facevano parte dell’impianto portuale.
81. Spazio manipolativo lastricato ai piedi di Punta Canè.
Il porto della baia di San Simone, con i suoi quasi 8000 m
2
di superfcie, è uno dei più grandi della costa occi-
dentale dell’Istria insieme a Fasana (Degrassi 1923, 338). Grazie alla sua posizione favorevole ed alla lunga diga,
permetteva un approdo sicuro anche in situazioni di vento forte, cosa impossibile nel vicino porto di Villisano
(Degrassi 1923, 340). Vi potevano attraccare anche navi del tipo myriophorus, corbita e corbita vinaria con una
lunghezza fno a 25 m e pescaggio massimo di 3 m, capaci di trasportare anche 1000 anfore di vino (Viereck 1975,
148–149) o beni di consumo simili. È però poco probabile che l’eventuale produzione locale di vino, olio d’oliva e
di altri prodotti stagionali bastasse per giustifcare economicamente la costruzione di un così grande complesso
portuale (Stokin 2001, 407). È quindi da supporre che questo porto così ben protetto servisse non soltanto gli
abitanti della villa ma anche un’area più ampia dell’entroterra che, ovviamente, era collegato al mare mediante
diverse vie di terra. Il porto si trovava sul percorso della strada litoranea che congiungeva i siti costieri della zona
e dalla quale partivano raccordi trasversali che si allacciavano all’importante tracciato della via Flavia, situata più
all’interno, che univa Tergeste a Pola. Resti della strada litoranea, datata ai tempi di Augusto, sono stati rinvenuti
ed esaminati in prossimità di quella che un tempo era la costa di fronte all’albergo Lucija a Lucia presso Portorose
(Stokin, Lazar 2009).
In questo tratto di costa gli approdi romani erano molto ravvicinati: considerando soltanto il territorio di Isola si
contano addirittura tre strutture portuali. Oltre al porto di San Simone, si conoscono un molo romano ad Isola nei
pressi dell’odierna piazza Manzioli (dunque nell’area sudoccidentale dell’isola antica) e l’impianto di Villisano. La
porzione di costa in questione si trova di fronte al porto aquileiese di Grado, che costituiva molto probabilmente
il punto di arrivo, di partenza e di smistamento di molte delle merci trasportate attraverso tali porti sussidiari.
Dall’Istria verso Aquileia, ma forse anche verso altri centri della Venetia nordorientale, partiva verosimilmente in
primo luogo l’olio, noto nelle fonti letterarie antiche del I secolo d.C. per la sua elevata qualità, mentre dal porto
aquileiese poteva giungere tutta una serie di beni, soprattutto di importazione, richiesti nell’area, la cui sfera di
utenza – in particolare per la presenza sparsa di ville di un certo tenore – doveva essere piuttosto varia ed esi-
gente.
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82. Veduta aerea verso sud della costa nordoccidentale dell’Istria con la zona di Isola in primo piano.
LA CONDUTTURA IDRICA
Nel corso dei lavori di sterro immediatamente a ridosso del sito archeologico di San Simone sono stati portati in
luce in vari punti i resti di un impianto idraulico antico. Di ritrovamenti più lontani nel passato troviamo notizie nelle
relazioni del Degrassi, secondo il quale la conduttura portava alla villa di San Simone l’acqua di una sorgente che si
trovava non lontano dall’imbocco della galleria ferroviaria nell’entroterra isolano; e lo deduceva probabilmente dal
fatto che le tubature erano state casualmente rinvenute in una campagna sita a poca distanza dal punto in cui la
strada principale Isola – Pirano, prima di salire verso Loreto, attraversava un ruscello (Degrassi 1931, 377).
Sulla scorta dei tubi rinvenuti in epoche più recenti accanto all’albergo Haliaetum (Boltin-Tome 1968b, 2; Cunja,
Župančič 1984, 2; Kajfež 1991) e nella zona di Valleggia (Jagodje) (Milk-Curk 1974, 198), è possibile tentare di
ricostruire approssimativamente il tracciato della conduttura, mentre il punto esatto da cui si estraeva l’acqua
non è stato ancora individuato.
83. Conduttura fttile messa in luce nel 1984.
La conduttura era composta da tubi di laterizio, uniti tra loro con malta, lunghi 40–42 cm (Degrassi 1931, 377;
Boltin-Tome 1968b, 2), con un diametro esterno massimo di 14–16,5 cm e un diametro interno di 8,5 cm (Degrassi
1931, 377; Cunja, Župančič 1984, 4).
62
La massiccia presenza di depositi successivi non permette di defnire in maniera univoca la profondità media di
questa conduttura. Il tubo rinvenuto davanti all’albergo giaceva a 0,95 m sotto la superfcie (Boltin-Tome 1968b,
2; Kajfež 1991, 214).
63
L’altra parte dell’impianto idrico, venuta alla luce tra la piscina e lo stesso albergo, era ad
una profondità di 1,60 m. Risulta verosimile che in epoca antica la conduttura si trovasse 40–45 cm sotto al piano
di calpestio (Cunja, Župančič 1984, 5).
Analoghe condutture idriche sono ora venute alla luce nell’area di Sermino, dove la tubatura in terracotta è si-
tuata presso un tracciato viario che dalla falda nordoccidentale del colle di Sermino, dove è anche ubicata la villa
sul Risano (Stokin 2006c), conduceva verso l’area di Bivio e Valmarin vicino a Scofe (Škofje) (Plestenjak 2011).
62 Le tubature rinvenute nel 1984 sono esposte nel Museo Regionale di Capodistria.
63 A sudovest della conduttura antica scoperta nel 1990 si trova l’alveo cementato del torrente Ricorvo, che è andato evidentemente a troncare la
conduttura stessa.
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Inquadramento sintetico dei reperti
Delle ripetute indagini archeologiche efettuate nel sito di San Simone si è conservato un numero piuttosto limi-
tato di reperti che solo in parte provengono da contesti stratigrafcamente indagati. Delle prime ricerche esegui-
te nell’area disponiamo soltanto di brevi appunti relativi ai rinvenimenti più signifcativi. Utili appaiono a questo
riguardo alcune note di Pietro Kandler, che menziona alcune tegole con bolli, riportati anche da Carlo Gregorutti
e da Theodor Mommsen nel Corpus Inscriptionum Latinarum.
64
Degli scavi di Attilio Degrassi e di Bruna Tamaro non ci sono sostanzialmente giunti reperti, sebbene il Degrassi
menzioni nel suo dettagliato resoconto due “basi”di colonna, di cui una va probabilmente identifcata con un ca-
pitello, nonché una base rettangolare di lesena di ampie dimensioni (Degrassi 1923, 332–335). Un piccolo nucleo
di reperti conservato nel Museo Regionale di Capodistria e costituito da alcune tessere musive di vari materiali
può verosimilmente essere attribuito a questo periodo delle ricerche, in quanto provvisto di cartiglio con la dici-
tura in bella calligrafa “Isola d’Istria San Simon”.
Alle ricerche di Vinko Šribar possiamo invece riferire la fbula, anch’essa conservata presso il Museo Regionale di
Capodistria (Šribar 1958–1959, 275; Guštin 1987, 44–45; Cunja, Mlinar 2010, 47, 111, n. 106), dove sono anche
custoditi alcuni “rinvenimenti di superfcie”, consegnati al museo nel 1975 da un turista tedesco, nonché elementi
della conduttura idrica in terracotta messa in luce nel 1984 nei pressi dell’albergo Simonov zaliv.
Il materiale rinvenuto nell’ambito degli scavi efettuati dal Museo del Mare “Sergej Mašera” di Pirano sia a terra
(1982) che a mare (1991), è invece custodito da quest’ultimo museo.
La maggior parte dei reperti di cui oggi possiamo disporre sono quelli recuperati nel corso delle più ampie cam-
pagne di scavo realizzate tra il 1986 e il 1991, ma anche in questo caso alcuni, anche signifcativi reperti sono
privi del contesto stratigrafco, in quanto l’intensa attività di scavo svolta in quegli anni è stata accompagnata da
ricognizioni non sistematiche nell’intero areale, che hanno portato alla scoperta di svariati ritrovamenti sporadici.
Del tutto particolare è inoltre la situazione dello scavo operato per rimettere in luce l’area del settore 1, prece-
dentemente già indagata a più riprese, nel cui reinterro sono però stati raccolti numerosi reperti evidentemente
decontestualizzati. Molto limitati sono poi i reperti rinvenuti negli scavi più recenti (1992, 1994, 1995, 2001).
65
Durante le campagne di scavo condotte tra gli anni 1986 e 1991 sono stati documentati 2300 reperti archeologici,
tra cui 284 ritrovamenti di particolare interesse. Ovviamente sono molto cospicui i materiali architettonici come te-
gole, embrici, tubuli, capitelli, basi ed altre parti di colonne, frammenti di intonaco parietale – in molti casi provvisti
di decorazione dipinta, e lacerti di intonaco da softto. Furono portati alla luce anche elementi di sculture votive,
come il frammento di una fgurina di terracotta e una statuetta di piombo rafgurante una Vittoria, con molta pro-
babilità facenti parte del larario della casa. Tra i reperti ceramici la maggior parte dei frammenti documentati era
pertinente a ceramica grezza da cucina e da mensa, di produzione sia locale sia italica (79,5 %), tra cui spicca un
pezzo di ceramica veneta grigia. Pochi erano i resti di anfore (3,2%). Per quanto concerne invece la ceramica fne
(2,7%), ne sonostati rinvenuti frammenti di provenienza italica, africana e orientale, conuna spiccata predominanza
di terra sigillata; scarsi invece i frammenti di ceramica a pareti sottili e a vernice nera (2 pezzi). Furonoscoperte anche
delle lucerne con i bolli Fo(rtis) e Vi(biani) ed una lucerna con rilievi, oltre ad alcuni pesi fttili per le reti da pesca ed
alcuni pesi da telaio. Numerosi, ma mal conservati, sono i frammenti di recipienti di vetro. Rinvenuti anche qualche
gettone da gioco ed un anello di conocchia. Tra gli oggetti metallici, accanto a piccoli elementi pertinenti a fstule
plumbee, era presente una notevole quantità di chiodi di ferro, ami, dei pesi per le reti da pesca ed anche un con-
trappeso da stadera a forma di anfora. Gli scavi hanno restituito soltanto sette monete.
64 Cfr. l’elenco in Zaccaria, Župančič 1987.
65 In corso di pubblicazione da parte dell’Istituto Archeologico Austriaco sono invece i reperti rinvenuti nelle ultime campagne di scavo realizzate tra il
2008 e il 2011.
La maggior parte dei singoli reperti archeologici era presente in tre unità stratigrafche: US 5, US 43 e US 14. Le unità
stratigrafche US 5 e US 14 sono strati di crollo e pertanto si può ipotizzare che il crollo dell’edifcio sia avvenuto in
due periodi distinti. Lo strato di detriti US 5 (numero di reperti: 116), che rappresenta l’ultimo strato di crollo della
struttura, era sparso su tutto il campo di indagine. I reperti rinvenuti in questo strato indicano che la villa fu abban-
donata e quindi ridotta in rovina nel IV secolo, come testimoniato dai resti di ceramica nordafricana (Pröttel 1999,
27), da una moneta di Valentiniano I o di Valente come pure da un non meglio precisabile centenionale/AE dello
stesso periodo (Kos, Šemrov 1995, 88). Lo strato di crollo sottostante, US 14, dove è stata rinvenuta la maggior parte
dei reperti archeologici di particolare interesse (numero di reperti: 114), copre un lasso cronologico più ampio. L’in-
quadramento temporale dei ritrovamenti nel settore 2 ne colloca invece l’erezione nei primi decenni d.C.
ELEMENTI ARCHITETTONICI
Materiale edilizio lapideo
Nell’ambito del materiale edilizio lapideo possiamo considerare, oltre ai numerosissimi rinvenimenti di tessere
musive bianche e nere, alcuni elementi di decorazione architettonica, come anche spicchi lapidei che costitui-
vano in maniera prevalente la tessitura delle colonne del portico meridionale nel settore 2, come anche dell’am-
biente porticato 17 nel settore 1.
84. Capitello dorico.
Alle colonne del portico 1 nel settore 2 possiamo riferire due capitelli dorici in calcare (rinvenuti in giacitura se-
condaria) (fg. 84), provvisti di sommoscapo di colonna (con un diametro di circa 33 cm), che cronologicamente
si collocano all’inizio dell’epoca imperiale.
66
Nell’ambito della regio X si possono ricordare pochi altri esemplari di
capitelli tuscanici e dorici, ovvero ad Aquileia (Cavalieri Manasse 1978, 44, n. 1), a Padova (Zampieri, Cisotto Nalon
1994, 159–162, nn. E.1–7) e a Cremona (Slavazzi 2009, 37, fg. 1, n. 35).
66 Nelle opere di restauro e valorizzazione efettuate negli anni ‘90 del secolo scorso i capitelli erano stati utilizzati come basi per la ricostruzione delle
colonne nell’ambiente 17 del settore 1.
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85. Base di colonna.
Nell’area del settore 2 è stata inoltre rinvenuta una base di colonna molto rovinata (fg. 85), tuttavia identifcabile
con una base tuscanica in calcare con imoscapo di colonna (con un diametro di circa 34 cm), sprovvista di plinto,
la quale può forse anch’essa essere attribuita alle colonne del portico sud.
86. Frammento di capitello corinzio.
Durante l’ultimo sterro del settore 1 è stato raccolto un frammento di voluta angolare di capitello corinzio in cal-
care con foglia d’acanto a resa lineare e spigolosa, ad efetto piuttosto rigido, che si lascia inquadrare al più tardi
in epoca augustea, con confronti piuttosto puntuali nei capitelli dell’arco dei Sergi a Pola (Traversari 1971; Chiabà
2005). Ipoteticamente, possiamo attribuire il capitello alle colonne dell’aula porticata 17, a cui potremmo forse
anche riferire le basi rinvenute e menzionate dal Degrassi (Degrassi 1923, 330–332).
87. Frammento di supporto scanalato marmoreo.
Fuori contesto stratigrafco è stata anche scoperta la parte inferiore di un supporto scanalato marmoreo (con un
diametro di circa 25 cm), che si potrebbe forse riferire a un labrum o a un altro oggetto di arredo domestico di
lusso.
Bruna Tamaro segnala inoltre il ritrovamento di frammenti di verde antico (Tamaro 1928, 414), ovvero di marmor
thessalicum, difuso a Roma a partire dall’età adrianea (Lazzarini, Cancelliere 2009).
Materiale edilizio fttile
Fra il materiale edilizio fttile merita menzionare in particolare il ritrovamento di qualche tubulo parietale, inte-
ressante soprattutto per la localizzazione a San Simone di un impianto termale o per lo meno di vani riscaldati. La
superfcie appare solcata da linee incise, utili all’adesione dell’intonaco.
È stato inoltre rinvenuto materiale pertinente a rivestimenti pavimentali, come cubetti di terracotta ed elementi
parallelepipedi di forma allungata che possiamo riferire a tessiture in opus spicatum, fra cui risalta in particolare
un pezzo con iscrizione grafta SECVN(---).
88. Elemento fttile per opus spicatum con iscrizione grafta SECVN(---).
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Nell’ambito del materiale edilizio fttile possiamo inoltre citare gli elementi di colonna a quarto di cerchio che doveva-
no comporre, insieme agli spicchi lapidei, la tessitura muraria delle colonne in opus vittatummixtum. Va però rilevato
che i “gavelli”fttili sono tuttavia molto meno numerosi di quelli lapidei: anche nei diari di scavo del 1986–1991 la pre-
senza di elementi fttili a quarto di cerchio si rileva soltanto per una delle colonne rinvenute in stato di crollo (USM32).
Chiaramente molto numerosi sono i ritrovamenti di tegole ed embrici. Nel corso degli scavi di San Simone sono
state rinvenute nello specifco diverse tegole bollate:
Tegole con bollo C(ai) Alten(i) sono state trovate esclusivamente negli scavi del 1986–1991. Trattasi di un bollo
poco difuso, di cui si hanno attestazioni in località Caneda presso Mulini (Mlini) tra Pirano e Buie (Buje), come
anche a Seghetto (Seget) presso Umago (Zaccaria, Župančič 1993, 139, n. 3).
Tegole con bollo T(iti) Coeli sono state rinvenute a più riprese a San Simone (Degrassi 1923, 332, fg. 4:f; Tamaro
1928, 413; Stokin 1988; Zaccaria, Župančič 1993, 141, n. 16). Il bollo è ampiamente difuso tra il Veneto e l’Istria
ed ha una datazione compresa tra la fne del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C. (Zaccaria, Župančič 1993, 141,
n. 16; Gomezel 1996, 82).
A Pietro Kandler ed a Bruna Tamaro si deve il rinvenimento di tegole con bollo Crispini (CIL V, 8110, 73; Gregorutti
1888, 362, n. 65; Tamaro 1928, 413; Zaccaria, Župančič 1993, 141, n. 19), confermato nuovamente dai risultati dei
recenti scavi. Trattasi anche in questo caso di un bollo di notevole difusione nella fascia costiera che va da Aqui-
leia ai limiti orientali del territorio tergestino, che si trova anche su anfore del tipo Dressel 6B, collocandosi tra I
secolo a.C e I secolo d.C. (Zaccaria, Župančič 1993, 167; Gomezel 1996, 82; Žerjal 2005; Žerjal 2008, 466).
Tegole con bollo Crispinillae, ampiamente attestati in regione ed anche altrove (Zaccaria, Župančič 1993, 168 ss.),
sono state rinvenute dal Kandler (Gregorutti 1888, n. 65c; Zaccaria, Župančič 1993, 142, n. 20), ma anche negli
estesi scavi degli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso. Tegulae con bollo Crispinillae sono riferibili a Calvia Crispinilla,
magistra libidinum Neronis (Tac. hist. I.73), con ricche proprietà in Africa, Puglia ed in Istria, e sono dunque databili
in età neroniana-vespasianea (Zaccaria, Župančič 1993, 169).
Elica Boltin-Tome riporta inoltre per il sito di San Simone anche il bollo P(ubli) Itvri Sab(ini) (Boltin-Tome 1974, n.
5; Zaccaria, Župančič 1993, 143–144, n. 34), nuovamente di difusione molto ampia in tutta l’Istria settentrionale,
in particolare nei dintorni di Capodistria, dove si suppone che fossero situati gli impiatni produttivi, il cui proprie-
tario, Publius Iturius Sabinus, generalmente si identifca con un personaggio, di cui parla Tacito (ann. XIII.19.3–4;
21.2; 21.6; 22.2; XIV.12.4) come di uno degli accusatori di Agrippina nel 55 d.C. e per questo messo al bando da
Nerone, in seguito riabilitato nel 59 d.C. Un bollo analogo risulta attestato anche su anfore del tipo Dessel 6B, per-
mettendo dunque di precisare la portata dell’attività economica del personaggio (Zaccaria, Župančič 1993, 166).
Tegole con bollo L. Q(---) Thal(---) sono state raccolte in varie occasioni (CIL V, 8110, 122; Gregorutti 1888, 388, n.
154; Degrassi 1923, 332; Stokin 1987, 29; Zaccaria, Župančič 1993, 147, n. 55; Karinja 1997b, 186–187). Si tratta di
bolli abbastanza frequenti in regione, ma anche altrove (Zaccaria, Župančič 1993, 169).
Risulta, inoltre, la presenza di tegole con bollo C. Lab(---) Sev(---) (Zaccaria, Župančič 1993, 144–145, n. 36).
Dobbiamo menzionare anche i tubi di terracotta della conduttura idrica rinvenuta a più riprese nell’area retro-
stante alla villa. Gli elementi scoperti nei più recenti scavi sono stati asportati e sono ora conservati presso il
Museo Regionale di Capodistria.
Intonaci
Molti frammenti di decorazione parietale (fgg. 89 e 90) sono stati raccolti nel 1991 negli strati di reinterro dell’a-
rea del settore 1, messa in luce per la prima volta dal Degrassi e dalla Tamaro negli anni ‘20 del secolo scorso e poi
riscavata a più riprese. Qui una parte del rivestimento dei softti è stata rinvenuta in stato di crollo, direttamente
aderente alle pavimentazioni musive. Anche numerosi lacerti di intonaco relativi ai softti, con decorazioni a
fnto cassettonato che mostrano motivi e stilemi inquadrabili ancora nel cosiddetto secondo stile pompeiano
avanzato, sono stati trovati negli strati di reinterro.
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I frammenti pertinenti ai rivestimenti delle pareti presentano
tuttavia elementi per lo più riferibili al cosiddetto terzo stile pittorico. A questo ambito rimandano in particolare
alcuni frammenti con fascia decorata da piccole edicole alternate ad esseri a racemi alati, altri con ghirlande mi-
niaturistiche, nonché alcuni frammenti con amorini verosimilmente rafgurati nell’atto di manovrare strumenti
di culto, che nel complesso trovano puntuali confronti nel ricco repertorio del terzo stile dell’area vesuviana
(Bastet, de Vos 1979, passim) ma anche dell’Italia settentrionale e, stilisticamente, in particolare nelle pitture del
terzo stile iniziale della domus augustea presso il convento di San Domenico ad Imola (Maioli 1997).
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89. Frammenti di decorazione parietale con edicole alternate ad esseri a racemi alati.
90. Frammento di decorazione parietale con amorini.
I frammenti di intonaco dipinto rinvenuti nel settore 2 sono invece prevalentemente monocromi, ma anche qui
un frammento con rosetta a otto petali e gemma sembra comunque rimandare a una fase decorativa inquadra-
bile ancora nel terzo stile.
All’iniziodegli anni ‘90 del secoloscorsoalcuni frammenti di decorazione parietale (19 campioni) sonostati sottopo-
sti adanalisi microscopiche e chimiche, realizzate da IvoNemec e da IvanBogočič del Centrodi Restaurodell’Istituto
per la tutela dei beni culturali della Slovenia. Oltre alla stratigrafa delle preparazioni, fra cui sonoperaltrostati distin-
ti tre ovvero quattro gruppi di strati di intonaco, diferenti per composizione, sono stati defniti i pigmenti utilizzati
nella pellicola pittorica: il pigmento di colore azzurro composto da silicati di rame è risultato essere blu egiziano, il
rosso costituito da ossidi ferro può essere identifcato con un’ocra, il nero appare realizzato con carbonato di calcio
e materiali organici carbonizzati (Nemec et al. 1991, 22–27; Nemec et al. 1993; Bogovčič 1994, 10–13).
67 Cfr. a questo riguardo l’inquadramento delle decorazioni da softto di questo periodo in Barbet 1985, 77–89. Si vedano inoltre i frammenti di intonaco
da softto con pitture di secondo stile avanzato, rinvenuti nella Casa di Sextus Pompeius Axiochus a Pompei (VI, 13, 19/12): Zanier 2009a, 291–294.
68 Per un inquadramento più approfondito dei frammenti rinvenuti a San Simone si veda Zanier c.s., negli atti della XLI Settimana di Studi Aquileiesi La
pittura romana nell’Italia settentrionale e nelle regioni limitrofe (in corso di pubblicazione), in cui si trovano anche contributi sul complesso di Imola (Maioli
c.s.) e sulle altre testimonianze pittoriche dell’Italia settentrionale.
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INSTRUMENTUM DOMESTICUM
Plastica votiva
Nella villa di San Simone sono state rinvenute due statuette, riferibili alla religiosità domestica. Una, di terracotta,
rappresenta una fgura femminile stante (altezza conservata: 7,2 cm), con veste pesante e manto appoggiato sul
braccio destro ripiegato sul ventre, reggente un elemento in cui potremmo forse ravvisare un remo o una cornu-
copia (fg. 91). Quest’ultimo dettaglio permetterebbe di identifcare nel personaggio Iside o Fortuna. La statuetta è
cava e realizzata conuna matrice moltostanca: la resa della fgura risulta comunque estremamente gofa e stilizzata.
91. Figura femminile di terracotta.
92. Statuetta di piombo rafgurante una Vittoria.
L’altra statuetta è di piombo, la fgura è a fusione piena, mentre la basetta parallelepipeda proflata risulta cava
(altezza totale: 7 cm) (fg. 92).
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Anche questa fgura si caratterizza per una resa molto stilizzata, lontana dalla
compiutezza e dalla plasticità delle statuette da larario romane comunemente difuse. Le statuette di piombo co-
stituivano evidentemente una variante più economica di quelle bronzee: ricordiamo che esistevano anche interi
larari lavorati in piombo, come quelli rinvenuti nel relitto della nave di Comacchio di età augustea (Berti 1990).
Tuttavia, la fgura di San Simone, la quale rappresenta una Vittoria coperta da una sottile veste spiegazzata, con
in mano una corona, sembra quasi scheletrifcata e trova per la resa così rudimentale soltanto pochi confronti,
richiamando per l’efetto più grafco che plastico iconografe monetali tardoantiche.
Monete
Oltre alle monete repubblicane scoperte casualmente nei pressi del sito, ossia la semuncia (215–212 a.C., zecca:
Roma, RRC 41/11) e l’asse (II secolo a.C., zecca: Roma, RIC?), nelle unità stratigrafche di scavo sono state rinvenute
le seguenti monete: un quadrante di Augusto (5 a.C., zecca: Roma, RIC 459), un asse di Domiziano (81–96, zecca:
Roma, RIC?), un asse di Nerva (97, zecca: Roma, RIC 83), un semisse di Adriano (125–128, zecca: Roma, RIC 638),
un AE3 di Valentiniano I o di Valente (364–378, zecca: ?, RIC) ed un centenionale/AE3 non meglio identifcabile (IV
secolo d.C., zecca: ?, RIC ?) (Kos, Šemrov 1995, 88).
Oggetti metallici
Proviene dalle prime campagne di scavo nella baia di San Simone la fbula di schema medio La Tène del tipo Piz-
zughi databile al II–I secolo a.C. (Šribar 1958–1959, 275; Guštin 1987, 44–45; Cunja, Mlinar 2010, 47, 111, št.106).
93. Ami da pesca. 94. Pesi per le reti da pesca.
Quasi cento sono i reperti metallici portati alla luce tra gli anni 1986 e 1991. Si tratta perlopiù di chiodi di ferro,
pezzi di piombo dell’impianto idrico, ami da pesca (fg. 93) e pesi (fg. 94). In genere si tratta di elementi pertinenti
alla costruzione, a strutture idrauliche o al mobilio (fstulae plumbeae, chiodi). In relazione alle attività che si svol-
gevano nella villa sono particolarmente indicativi gli ami da pesca in bronzo ed i pesi di piombo per le reti, ma
69 Un primo inquadramento del pezzo si deve a Tomislav Kajfež (Kajfež 1993).
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anche il contrappeso da stadera a forma di anfora (fg. 95), la cui conformazione risulta ampiamente difusa, con
attestazioni molto numerose nel Friuli centro-occidentale ed in particolare nel territorio di Lestizza (Cividini 2000,
40, n. P1; 173–175, nn. P1, P2, P8, P9; Sedran 2009, 56–59). Si ricorda che le stadere a piatto unico erano utilizzate
soprattutto nell’ambito commerciale, ovvero per merci di maggiore ingombro e peso, mentre le bilance a due
piatti erano impiegate principalmente per piccoli oggetti di valore (Roversi 1990, 7–8; Tarpini 2001).
95. Contrappeso da stadera a forma di anfora.
Utensili fttili
Nell’ambito degli scavi della villa sono stati rinvenuti pesi da telaio di forma troncopiramidale, nonché pesi fttili
circolari a sezione biconica arrotondata che possiamo identifcare con pesi per reti da pesca.
Ceramica grigia
Il frammento di mortaio in ceramica grigia non è stato scoperto in un contesto statigrafco, ossia nel reinterro del
settore 1. I recipienti in ceramica grigia, che erano impiegati come vasellame da cucina, possono essere datati
al periodo compreso tra il IV secolo a.C. ed il I secolo d.C. sulla base di una vasta indagine relativa ai prodotti di
questo materiale rinvenuti nell’area ex Pilsen a Padova (Gamba, Ruta Serafni 1984, 22). Nel nostro caso di tratta
di una produzione tarda, riferibile al periodo augusteo.
Ceramica a vernice nera
Nel settore 1 sono stati portati alla luce due frammenti di ceramica a vernice nera, di cui non è stato possibile
ricostruire la forma. Questo tipo di ceramica fece la sua comparsa in Istria già a metà del III e agli inizi del II secolo
a.C, rimanendo in uso sino alla tarda età repubblicana (Stokin 1992, 84). È stato individuato nei siti pertinenti alla
fne del II e agli inizi del I secolo a.C. (Horvat 1997b, 121) ossia Fornace, Pirano, Sermino, Paugnano (Horvat 1997b,
125–126), dove compaiono forme più antiche (Istria, Friuli, Razdrto), mentre quelle più recenti sono tipiche del
periodo compreso tra la metà del I secolo a.C. e l’epoca augustea e sono attestate soprattutto nell’area interna
delle Alpi orientali (Horvat 199b7, 121). Nella baia di San Simone entrambi i frammenti sono stati trovati nell’am-
bito degli strati di reinterro del settore 1, tuttavia ne testimoniano in generale una datazione più antica rispetto
ai reperti rinvenuti nel settore 2, in cui questo tipo di ceramica non è stata sinora individuata.
Ceramica a pareti sottili
Questo tipo di ceramica è presente in singoli piccoli esemplari di ollette e coppe, che si caratterizzano per le
pareti sottili decorate e per l’impasto friabile. Di tale varietà di ceramica abbiamo alcuni esempi di coppe caratte-
rizzate da un impasto grigio chiaro. Si tratta di produzioni tipiche dell’Italia settentrionale (Marabini Moevs 1973,
212–215). Gli esemplari più antichi fanno la loro comparsa all’inizio del I secolo d.C. (Lamboglia 1943, 180–183)
e sono massicciamente rappresentati nei siti di Emona (Petru 1972, tavola 24:9), Nauportus (Horvat 1990, 223,
tavola 13:13) e Fornace (Stokin 1991, tavola 1:2).
Terra sigillata
Nel caso di San Simone la terra sigillata si presenta poco conservata. Poiché è di difcile identifcazione e ne
hanno già ampiamente trattato Iva Mikl-Curk e Philipp M. Pröttel, qui di seguito ne illustreremo per sommi capi
le caratteristiche salienti.
Nel sito sono stati scoperti diversi piatti in terra sigillata del tipo Consp. 3, 4 e 20 su piede B 6,9, coppe del tipo
Consp. 7 e 26, tutte caratterizzate da pareti molto sottili, ascrivibili al I secolo d.C. (Mikl-Curk 1996, 250). Più nu-
merosi sono i piatti tipo Consp. 1 e 7 e le coppe del tipo 24, databili al secondo quarto del I secolo d.C. Queste
ceramiche si collocano nell’ambito del vasellame italico modo confectum, per il quale troviamo confronti puntua-
li soprattutto nell’Italia settentrionale (Mikl-Curk 1996, 250). L’origine può quindi essere ricercata nelle ofcine
nord-italiche, con analogie particolarmente strette con reperti rinvenuti nell’area del Golfo di Trieste (Mikl-Curk
1996, 252). Le coppe tipo Sarius rinvenute a San Simone sono riconducibili alla metà del I secolo d.C. (Mikl-Curk
1996, 252).
Nel sito è stato inoltre rinvenuto un limitato numero di frammenti di terra sigillata pertinenti a produzioni decisa-
mente successive. Un esempio è costituito da un piatto con orlo rientrante, simile a Consp. 47 e 48, che possiamo
attribuire alle produzioni di terra sigillata orientale del II secolo d.C. (Mikl-Curk 1996, 252).
Il vasellame africano di produzione tunisina, sigillata A, è stato studiato dal Pröttel, che ne ha individuato alcuni
tipi abbinati a proposte cronologiche diferenti, ovvero: Hayes 8A databile al II secolo d.C., Hayes 9 dall’inizio del
II alla metà del III secolo, Hayes 9B dalla fne del II secolo alla metà del III, ed inoltre le scodelle del tipo Hayes 14B
dal III secolo e fno alla metà del IV secolo d.C. (Pröttel 1996, 26–27, 239).
Interessante è constatare che i singoli reperti di ceramica fne africana rinvenuti a San Simone e in altri siti analo-
ghi dell’Istria nordoccidentale attestano la precocità di tali importazioni in quest’area rispetto ai centri del Vene-
to, avvenute attraverso Tergeste e non attraverso Aquileia (Pröttel 1996, 27).
Ceramica comune
Ceramiche comuni, depurate e grezze, destinate alla mensa, alla conservazione, alla preparazione e alla cottura
dei cibi, sono rappresentate soprattutto da produzioni locali. Risulta attestata anche la ceramica da cucina africa-
na, a cui sono riferibili i seguenti tipi: Hayes 23A (II secolo d.C), Hayes 182 (dal II secolo d.C. alla metà del IV), Hayes
197 (dal II secolo d.C. alla fne del IV) (Pröttel 1996, 26–27, 82–85, 239).
Anfore
Il limitato numero di frammenti di anfore scoperti nel sito, che sono stati studiati da Giordano Labud (Labud
1996), comprende soprattutto pezzi pertinenti ad anfore Dressel 2–4. Questo tipo di anfora vinaria fu in uso in
tutta l’area mediterranea, nell’Adriatico a partire dalla metà del I secolo a.C. fno all’inizio del II secolo d.C., nel
Tirreno anche fno alla fne del II o addirittura all’inizio del III secolo d.C. (Panella 2001, 193-194; Carre, Pesavento
Mattioli 2003a; Maggi 2007, 123).
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I frammenti di anfora del tipo Dessel 6B rappresentano la tipologia anforaria istriana più importante. Venivano im-
piegate per il trasporto dell’olio d’oliva e furono in uso dalla metà del I secolo a.C. e almeno fno alla fne del II secolo
d.C. Produzioni particolarmente note sono quelle delle ofcine di C. Laecanius Bassus e di Calvia Crispinilla (Tassaux
2001; Carre, Pesavento Mattioli 2003a; Carre, Pesavento Mattioli 2003b; Maggi 2007, 124-127; Cipriano 2009).
È stato scoperto anche un frammento di anfora Dressel 7–13 di produzione ispanica, impiegata per il trasporto
del garum e di altri prodotti ittici. Questo tipo di recipiente compare agli inizi dell’età augustea e rimane in uso
sino alla fne del I secolo d.C. (Pesavento Mattioli 2000).
Da notare la presenza di frammenti di anfora africana II, difusa inItalia, inGallia e nel Mediterraneoorientale soprat-
tutto nell’ambito del III secolo (Bonifay 2004; Zulini 2007, 156-158; Žerjal 2008, 467).
Un’altra tipologia di anfora, attestata da un limitato numero di frammenti, è quella dall’orlo molto basso del tipo
Berenice, di produzione africana e frequente in tutta l’area mediterranea tra III e IV secolo d.C. (Riley 1973, 207, 296).
Soltanto un frammento di anfora, simile al tipo Berenice e che compare anch’essa nel III e nel IV secolo, può essere
ascritto ad un recipiente che veniva prodotto nell’area egea settentrionale o lungo il Mar Nero. Questo tipo di
anfora è attestato a Malta, Atene, Neapolis, Tanais e Chersoneso (Riley 1973, 88, 207, 296).
Lucerne
Tra le lucerne rinvenute possiamo citare quella provvista del bollo Fo(rtis), che deriva dalle ofcine nord-italiche
e che veniva fabbricata prima dell’inizio degli anni 60 del I secolo d.C (a Pompei risulta ad esempio scarsamente
attestata). In Italia fu prodotta fno agli inizi mentre nelle province fno alla fne del II secolo. Si tratta della lucerna
a canale chiuso del tipo Loeschcke IX (Istenič 1999, 105).
Una lucerna simile con bollo Vi(biani) è identifcabile con il tipo Buchi Xa/b, databile al primo terzo o alla prima
metà del II secolo (Istenič, 1999, 155).
Una lucerna con gladiatore (fg. 96) del tipo Loeschcke I (B/) C 2b è, come le precedenti, un prodotto delle ofcine
nord-italiche. Queste lucerne si fabbricavano nel primo periodo favio, ma si trovano spesso fno al terzo quarto
del II secolo (Istenič 1999, 163).
96. Lucerna con gladiatore.
Vetro
Tra i reperti di vetro studiati da Irena Lazar (Lazar 2005) vanno ricordate le basse coppe con l’orlo fortemente
estrofesso della forma Lazar 2.4.2. (Lazar 2003, 73) ovvero Isings 42a variante Limburg 1971 (Tarpini 2000, 95),
databile alla seconda metà del I secolo e soprattutto al II secolo d.C. (Lazar 2005, 5).
Numerosi frammenti di orli un po’ ingrossati e rientranti sono pertinenti alle forme Lazar 3.6.1. e 3.6.2. (Lazar 2003,
102–104) e rappresentano il vasellame potorio maggiormente difuso tra II e III secolo d.C. Tra questo materiale
è conservato anche un frammento di coppa della forma Lazar 3.5.1. (Lazar 2003, 97), con le pareti caratterizzate
dalla presenza di quattro depressioni ovvero solcature, databile dalla metà del I alla prima metà del II secolo
(Lazar 2005, 5).
È stata rinvenuta anche l’ansa di una carafa della forma Lazar 5.1.4. o 5.1.3. (Lazar 2003, 126–128) oppure Isings
52, tipologia difusa soprattutto sul fnire del I secolo ed ancora nella prima metà del II secolo (Lazar 2005, 6). Di-
versi frammenti appartenevano a bottiglie a sezione quadrata della forma Lazar 6.3.1. (Lazar 2003, 149) della fne
del I e del II secolo. Tra i reperti anche il frammento di una piccola bottiglia “mercuriale” a sezione quadrata della
forma Lazar 8.4.1. (Lazar 2003, 173), difusa soprattutto tra II e III secolo (Lazar 2005, 6–7).
Sono stati portati in luce anche due gettoni da gioco e un disco di vetro ovvero una fusaiola da conocchia (Lazar
2005, 7).
Tra il materiale scoperto a San Simone ci sono anche frammenti di vetro medievale, ad esempio vetri sofati per
fnestre e pezzi di bottiglie (Lazar 2005, 7).
ANALISI DELLA FLORA E DELLA FAUNA
Un segmento signifcativo delle ricerche compiute nella baia di San Simone è stato quello relativo alle analisi dei
resti di fora e fauna, eseguite tra il 1989 e il 1991 al fne di interpretare sia i cambiamenti culturali sia quelli del
contesto paleo-ambientale dell’area. Le indagini compiute hanno riguardato microfossili di ossa animali, mollu-
schi, chiocciole e vegetali. In questo sito uno dei problemi maggiori era costituito dal cattivo stato di conserva-
zione dei singoli resti vegetali, dovuto alle specifche condizioni del suolo ed all’immediata vicinanza del mare.
Le analisi sono state condotte in prevalenza su campioni ritrovati nell’ambito delle unità stratigrafche all’interno
della villa e che quindi non possono essere intesi come tracce dirette del paleo-ambiente di quell’epoca, quanto
piuttosto come materiale di scarto prodotto in diversi periodi di vita della villa, distribuito in diverse unità stra-
tigrafche.
Ossa animali – soprattutto di maiale (Sus) e, in misura minore, di bestiame minuto (Ovis s. Capra, Capra hircus) e
di bovino (Bostaurus) – sono state individuate nelle unità stratigrafche 87, 111, 115, 110, 51, 79, 5, 14, 5, 14, 5, 43
(Turk, Dirjec 1992).
Nelle unità stratigrafche 110, 111, 115, 3, 87, 96, 79, 112, 109, 48, 116, 98, 95, 121, 81, 78, 63, 85, 80, 59 sono state
scoperte conchiglie e chiocciole di 17 diverse famiglie e generi, appartenenti alla classe dei Gasteropodi e dei
Bivalvi (Vrišer 1993). Tra le specie di chiocciole sono state rinvenute Murex (Bolinus brandaris), Gibbula biasolet-
ti, Rumina decollata (specie terrestre), Patella caerulae, Trunculario psistrunculus adriaticus, Gourmya (Thericium)
vulgata, Gourmya (Thericium) rupestris, Eubania vermiculata (specie terrestre), Rumina decollata, Astraea rugosa,
Gibbula sp. (Vrišer 1993). Oltre alle chiocciole erano molto numerose anche le conchiglie: Ostrea edulis, Cardium
sp., Pinna sp., Laevicardium sp., Arca Noae, Venerupis decussata, Glycimeris glycimeris, Irus Irus, Pitar sp., Ostrea la-
mellosa (Vrišer 1993). Il rinvenimento di grandi quantità di queste conchiglie e chiocciole può essere collegato in
particolare con attività antropiche di deposizione di materiale di scarto.
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I resti di microfossili nel sito ci ofrono una testimonianza delle abitudini alimentari e dell’economia del posse-
dimento nella baia di San Simone, infatti, le specie di conchiglie si possono rafrontare con quelle rinvenute in
complessi simili, come ad esempio quello di Loron (Marchiori et al. 2008, 17), dove si raccoglievano direttamente
lungo la spiaggia oppure impiegando le barche per profondità maggiori o dove, addirittura, venivano allevate
(Ostrea edulis e lamellosa) (Tassaux et al. 2008, 17). Tra i reperti archeologici portati alla luce c’è anche un gran
numero di pesi per le reti, a conferma del fatto che la pesca costituiva una voce importante dell’economia locale
della villa.
A diferenza dei siti di Brioni – Val Catena, dove è stata scoperta una fullonica (Begović Dvoržak, Dvoržak Schrunk
2005, 137) e, verosimilmente, di Fornace (Stokin 1992, 72), dove sono stati massicciamente rinvenuti resti di Mu-
rex Hexaplex trunculus e Bolinus brandaris, da cui si ricavava la porpora (Marchiori et al. 2008, 17), nella baia di San
Simone – a parte la presenza di poche murici Bolinus brandaris – per tale attività non ci sono riscontri.
Sono stati inoltre esaminati 8 campioni di resti vegetali, ma non è stato possibile determinare se erano tutti di
interesse archeologico (Regnell 1993). Tra gli esemplari analizzati vanno ricordati la correggiola (Polygonuma
viculare), il lampone (Rubus idaeus), il caglio (Galium sp.), la vite (Vitis vinifera), la veronica (Veronica sp.), il corniolo
(Cornus sp.), le Chenopodiaceae e le Caryophyllaceae. Tra tutti spicca la verbena (Verbena ofcinalis) che i Romani
chiamavano anche “erba sacra”. Questa pianta è notevolmente difusa nell’Europa continentale, prospera nei ter-
reni molto umidi ricchi di azoto e spesso cresce nelle vicinanze di terre coltivate. In epoca romana era considerata
una pianta dalle magiche proprietà medicamentose (Regnell 1993).
L’analisi dei resti di animali e piante scoperti negli ambienti di uso residenziale della villa ci rivela quali erano le
abitudini alimentari del tempo ed attesta lo sviluppo della pesca, caratteristica che, probabilmente, accomuna la
maggior parte dei complessi analoghi distribuiti lungo la costa (Marchiori et al. 2008, 17).
San Simone nel contesto dello
sviluppo storico dell’Istria
nordoccidentale
EPOCA TARDOREPUBBLICANA
Alla presenza di attività nell’area della baia di San Simone durante il periodo tardorepubblicano rimandano sin-
goli reperti archeologici come la semuncia del 212–215 a.C. (Kos, Šemrov 1995, 88), una fbula di schema medio
La Tène del tipo Pizzughi risalente al II–I secolo a.C. (Šribar 1958–1959, 275; Guštin 1987, 44–45; Cunja, Mlinar
2010, 47, 111, n. 106) e il fatto che nel corso dello scavo subacqueo eseguito nel 1994 nel fondale del porto siano
stati rinvenuti un frammento di legno datato con il metodo del C14 al 150–124 a.C. nonché frammenti ceramici
genericamente attribuiti al I secolo (Karinja, Čerče 2008, 206; Stokin et al. 2008, 65). Stando ai reperti ritrovati,
l’area gravitante intorno alla baia era probabilmente in uso o forse anche abitata ancora prima della costruzione
della villa e del porto, sebbene sino ad oggi non siano venuti alla luce elementi edilizi delle epoche più antiche.
Tenendo conto della vicinanza di abitati e castellieri nel più vicino retroterra, in cui è attestatata una continuità
insediativa dalla preistoria al primo periodo della romanizzazione, potremmo supporre che la zona della baia, so-
prattutto per la sua specifca posizione, abbia avuto una funzione simile – forse portuale – già in questo periodo,
ma probabilmente di entità molto diversa.
Nell’area in questione, tra la penisola di Muggia e il fume Dragogna, sono numerosi i siti contenenti indicatori
archeologici della prima romanizzazione. Primo fra questi è sicuramente il sito di Sermino, ricco di reperti riferibili
a questo periodo (Horvat 1997a), sede di un abitato importante a carattere emporiale, che proprio sotto questa
luce si presta ad essere identifcato con l’oppidum di Agida / Aegida nominato da Plinio.
70
Nei pressi, a Sant’Anto-
nio (Sveti Anton) di Capodistria, è stato rinvenuto nel XIX secolo un elmo bronzeo di tipo etrusco del II–I secolo
a.C. – che è stato inviato a Vienna e poi a Graz (Reinecke 1942, 190, nt. 132; Cunja, Župančič 1992, 33–34, fg. 25;
Karl et al. 2009, 74, n. 391). L’elmo, in quanto indice della presenza militare romana, pone ulteriormente in risal-
to l’importanza di questo insediamento. Come già rilevato, rinvenimenti di ceramica d’importazione italica di
età tardorepubblicana sono noti per vari castellieri dell’area, come quelli di Villanova (Nova vas) (Sakara Sučević
2004), Corte d’Isola (Korte) (Boltin-Tome 1960; Boltin-Tome 1962; Sakara Sučević 2008b; Sakara Sučević 2011, 45),
Paugnano (Stokin 1987a) ed Elleri (Jelarji) (Maselli Scotti 1997, 55 ss., 89 ss.). In alcuni di questi casi appare tuttavia
probabile che il materiale indichi soprattutto importazioni di merci utilizzate dalle popolazioni locali e non una
efettiva colonizzazione degli antichi abitati fortifcati. Allo stato attuale delle ricerche, la reale presenza di cives
Romani risulta accertata soltanto per l’insediamento di Elleri, in base al rinvenimento di due iscrizioni databili al
primo quarto del I secolo a.C. Tali iscrizioni costituiscono al contempo un elemento di prova per la localizzazione
del confne tra Cisalpina e Illirico non sul Timavo, bensì presso il Risano, a comprendere appunto l’area di Elleri la
quale, stando alle epigraf, sembra attribuibile al territorio di Aquileia.
71
Un massiccio arrivo e passaggio di merci,
in questo precoce periodo della romanizzazione, è comunque testimoniato, oltre che dall’impianto portuale di
Sermino, anche dai reperti di Fornace (Stokin 1992) e dal ritrovamento di anfore databili al II e I secolo a.C. efet-
tuato sul fondale marino presso Punta Madonna a Pirano,
72
e dunque soprattutto da siti costieri, che si ricollega-
no alle vie di comunicazione verso l’interno. In questo ambito cronologico, il trasporto di merci di importazione
romana in direzione delle aree a nord della penisola istriana risulta testimoniato in particolare dai resti archeolo-
70 Si veda a questo riguardo quanto già espresso nella Topografa antica dell’Istria nordoccidentale.
71 Per una discussione più approfondita del problema si veda soprattutto Rossi 1991; Zaccaria 1992, 240–243; Vedaldi Iasbez 1994, 30, 44; Starac 1999,
11 ss.; Šašel Kos 2000; Zaccaria 2009, 89.
72 Le anfore, rinvenute nel 1955 a 3 m di profondità, erano forse parte di un carico afondato. Oggi sono conservate nel Museo del Mare“Sergej Mašera”
di Pirano (Boltin-Tome 1979, 56; Boltin-Tome 1989a, 15).
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gici di Razdrto, in cui è stato riconosciuto un insediamento della fne del II – inizi I secolo a.C., in connessione con i
trafci di merci sul tracciato dell’antica strada del valico di Postumia. Nelle vicinanze, al più tardi nella prima metà
del II secolo a.C., doveva essere avvenuta un’importante azione militare, testimoniata dal ricco deposito di armi
di Grad presso Šmihel (Horvat, Bavdek 2009).
73

Il quadro fnora delineato sembra dunque ricollegarsi ad una prima occupazione dell’Istria che potremmo defni-
re soprattutto commerciale, a cui si associa il sussidio della presenza militare a controllo dei trafci, ma anche del
pagamento dei tributi e di eventuali rivolte, in cui le evidenze di San Simone come quelle di molti altri siti dell’a-
rea, caratterizzati dalla presenza di materiali soprattutto residuali di epoca tardorepubblicana (come sembra ad
esempio essere il caso di Capodistria), si pongono come segni di una frequentazione romana difusa, collegata
però ad un numero ridotto di impianti più propriamente “romani”, collocati soprattutto nell’area settentrionale
della penisola istriana, almeno a giudicare dai materiali fnora pubblicati per la parte croata dell’Istria (Matijašić
2009, 387).
74
97. Fasi edilizie del complesso.
73 Per un inquadramento degli altri siti dell’Istria interna, riferibili al primo periodo di romanizzazione, si veda in particolare Horvat 1999, 218–219; Horvat
2008; Horvat 2009.
74 Non convince, infatti, il tentativo di riconoscere un edifcio anteriore alla villa romana di Val Madonna sull’isola di Brioni Maggiore, che sarebbe
databile agli anni 70 del I secolo a.C., sulla base del rinvenimento di un denario repubblicano riferibile a tale periodo (Vitasović 2005; Begović, Schrunk,
2007, 40–42).
ALL’INIZIO DELL’ETÀ IMPERIALE
Sulla base dei dati sinora acquisiti, possiamo far risalire al primo impianto della villa di San Simone (I fase edilizia)
l’intero settore 1 (fg. 97), in passato più volte oggetto di scavi, nel quale nel corso della campagna di revisione
della documentazione efettuata nel 1991 non è stato possibile documentare depositi stratigrafci intatti. Nel
reinterro dell’area erano presenti soprattutto materiali da costruzione, tegole, embrici, intonaci (anche da sof-
ftto), elementi di pietra per fusti di colonna, tessere musive ed anche rari reperti ceramici (Ellis et al. 1992). La
Horvat assegna i reperti ceramici più antichi rinvenuti in questo settore al periodo centrale dell’età augustea,
sulla base di frammenti di terra sigillata (Consp. 12), di ceramica a vernice nera, di un mortaio di ceramica grigia,
di un alto bicchiere di ceramica a pareti sottili (B1/2) e di una lucerna cilindrica nord-italica (Horvat 1993, 76). Tali
materiali, sebbene decontestualizzati, sono utili a inquadrare indicativamente l’ambito cronologico di costruzio-
ne di questa parte del complesso. Risultano in particolare signifcativi i frammenti di decorazione parietale qui
rinvenuti, con motivi e stilemi caratteristici, tipici della fase iniziale del cosiddetto terzo stile pompeiano, avvalo-
rando dunque una datazione nell’ambito dell’età augustea, cronologia per altro confermata anche dal saggio di
scavo efettuato nel 2008 nell’area meridionale del settore 1 dall’Istituto Archeologico Austriaco e dall’Istituto per
il Patrimonio del Mediterraneo UP ZRS (Groh, Sedlmayer 2008; Groh et al. 2009; Groh, Sedlmayer 2009).
Con tutta probabilità il settore 1 fu costruito prima del settore 2, come starebbero forse ad indicare anche al-
cune disparità nei materiali o nelle tecniche di esecuzione. Queste diferenze, tuttavia, non si possono ritenere
un sicuro indicatore della loro successione cronologica in quanto una certa diversità, soprattutto nell’utilizzo di
particolari materiali, rimane comunque ipotizzabile anche nell’ambito di una fase costruttiva unica, data la logica
suddivisione del lavoro su periodi anche protratti nel tempo, durante i quali rifornimenti di materiali e miscele
potevano cambiare. È importante sottolineare che queste diferenze sono riscontrabili nella struttura del masset-
to, che nell’ambito del settore 1 contiene anche materiale di scarto proveniente dalla lavorazione delle tessere
musive, mentre nel settore 2 questo tipo di inclusi non compaiono. Va rilevato, inoltre, che i mosaici presenti negli
ambienti 14, 15 e 16 sono tutti realizzati con tessere molto più piccole rispetto a quelle impiegate per i mosaici
degli altri ambienti.
Nell’ambito dei motivi decorativi presenti nei tappeti musivi non è in realtà possibile distinguere elementi carat-
teristici, dirimenti per la questione cronologica, in quanto il repertorio di entrambi i settori appare variamento
attestato tra la fne dell’epoca repubblicana e il primo periodo imperiale. Vale però la pena di osservare l’esecu-
zione degli elementi più semplici ovvero modulari, come le fasce di bordura nere nei tappeti monocromi bianchi.
I corridoi e gli ambienti di ricevimento, pavimentati con mosaici bianchi, presentano, infatti, diferenti fasce di
bordura realizzate con tessere nere. A questo riguardo appare utile confrontare in particolare i corridoi 4 e 15, i
quali hanno larghezza e funzione del tutto simili: il primo presenta una banda singola formata da due flari di tes-
sere nere disposte in ordito diritto, delimitata su entrambi i lati da due flari di tessere bianche, mentre nel vano
15 la fascia appare realizzata con tre flari di tessere nere disposte in ordito diritto, delimitata su entrambi i lati da
tre flari di tessere bianche.
75
La fascia nell’ambiente 15 del settore 1 è quindi più spessa di quella del corridorio 4
nel settore 2, ad indicare, forse, manodopera e cronologia diverse.
Simili disparità si notano anche nell’ambito dei frammenti di intonaco rinvenuti. Diferenze sono presenti so-
prattutto nella preparazione dell’intonaco (Nemec et al. 1991; Nemec et al. 1993; Bogovčič 1994), mentre appare
difcile confrontare i rivestimenti sulla base dei motivi decorativi, in quanto nel settore 2 i frammenti di intonaco
recuperati risultano molto meno numerosi (forse a causa di un utilizzo più prolungato degli ambienti, dunque
esposti a un degrado progressivo molto maggiore) e sono limitati ad alcuni lacerti, per lo più monocromi.
75 Per completare il quadro sulle fasce di bordura riportiamo anche i dati relativi agli altri tappeti musivi a fondo bianco, che però per diversità nell’assetto
volumetrico non possono essere confrontati tra di loro: nel portico 1 la bordura è realizzata con tre flari di tessere nere disposte in ordito diritto, delimitata
su entrambi i lati da due flari di tessere bianche, anch’esse allettate in ordito diritto; nella sala 17 costituisce una grossa fascia di bordura nera, formata
da 5 flari di tessere nere e delimitata da tre flari di tessere bianche in ordito diritto; mentre nell’ambiente 16 il mosaico presenta una doppia fascia di
bordura nera in ordito diritto, realizzata con due bande di tre flari di tessere nere, separate da quattro flari di tessere bianche e inquadrate ai lati da tre
flari di tessere bianche.
SANSIMONE / SIMONOV ZALIV SANSIMONE / SIMONOV ZALIV
98
99
Un altro motivo a sostegno della diversa epoca di realizzazione è la divergenza nell’orientamento dei settori 1
e 2. Il punto di contatto tra le due aree, caratterizzate da un orientamento in realtà soltanto di poco disassato, è
stato individuato nell’ambito del limitato saggio realizzato nel 2008: lo scavo ha portato alla luce un ambiente
piuttosto stretto (vano 13), situato a sud dell’ambiente 14, con lo stesso orientamento comune all’area del settore
1, mentre gli spazi 11 e 12, disposti contiguamente a sud, sono separati da un muro che presenta l’orientamento
distintivo del settore 2 (Groh, Sedlmayer 2008; Groh et al. 2009; Groh, Sedlmayer 2009). A questo riguardo ap-
pare importante sottolineare che l’area del settore 1 risulta sostanzialmente limitata alla parte del promontorio
contraddistinta dagli aforamenti più elevati del banco di calcare caratteristico della zona di Isola (Plesničar et al.
1973), che proprio in corrispondenza di Punta Corbato va a congiungersi con le massicce stratifcazioni di arena-
ria tipiche della costa nordoccidentale dell’Istria. Chiaro è che la roccia calcarea costituisce un sostrato più idoneo
ai fni costruttivi, in quanto permeabile e dunque meno soggetto a problemi idrologici, circostanza che potrebbe
aver infuito sulla scelta dell’ubicazione del primo impianto della villa.
Dato che l’orientamento del settore 2 è coerente con quello della banchina e del molo del porto, possiamo pre-
supporre che la costruzione di questi ultimi elementi sia da mettere in relazione con la fase di ampliamento (II
fase edilizia) della villa. La cronologia dell’intero impianto portuale, ma anche degli apprestamenti ad esso colle-
gati, situati alla base del promontorio di punta Canè, non è tuttavia accertata, come non è chiaro se molo, ban-
china e anche frangifutti siano del tutto coevi. Si può dunque tutt’al più ipotizzare che il nucleo più antico della
villa, impostato sulla parte più eminente del promontorio di Punta Corbato, fosse in connessione con un’area di
attracco meno sviluppata, forse costituita solamente dalla cosiddetta diga, che si pone a prolungamento del pro-
flo del promontorio di punta Corbato presentando in realtà una struttura molto più accurata e regolare rispetto
ad altri manufatti analoghi destinati unicamente all’arginamento del moto ondoso. In base a questa ricostruzio-
ne ipotetica il completamento dell’intero impianto portuale sarebbe poi avvenuto in concomitanza con la II fase
edilizia, a cui possiamo riferire anche l’ampliamento con la relativa monumentalizzazione dell’edifcio della villa.
Dunque, in via ipotetica, riteniamo che l’area del settore 2 costituisca l’ampliamento monumentale del comples-
so verso sud (II fase edilizia), che possiamo datare all’età di Tiberio.
Con un inquadramento cronologico dell’area della porticus nell’ambito dell’epoca tiberiana risulta in particolare
compatibile la fattura dei capitelli dorici in pietra istriana che dovevano sormontare le colonne che scandivano
il lato a mare.
Per l’individuazione cronologica del settore 2 sono inoltre indicative le tegole bollate qui rinvenute – L. Q. Thal.,
C. Alten., T. Coeli, Crispini, Crispinillae: buona parte di questi bolli è attestata in particolare tra il I a.C. e il I secolo
d.C., mentre quello di Crispinillae risulta chiaramente riferibile all’età neroniana, indicando l’esistenza di interventi
edilizi successivi.
76
Come già anticipato, la II fase edilizia sembrerebbe quindi implicare la costruzione dell’intero settore 2 della villa
(ovvero a sud dell’ambiente 13), delimitato a sudovest dalla porticus, nonché forse il completamento del grande
impianto portuale situato a sud, portando il complesso della villa al suo massimo sviluppo sia per quanto riguar-
da l’estensione sia sotto il proflo degli apparati decorativi. Forse in questo stesso periodo il settore 1 fu anche
rinnovato e ampliato, interventi di cui potrebbero essere una prova il muro trasversale che divise il corridoio
18–19 ed i mosaici con tessere più grandi negli ambienti 17 e 20.
Se ora cerchiamo di mettere in relazione queste prime due, ravvicinate fasi costruttive con il contesto storico e
insediativo dell’area, vediamo che in Istria è tipica proprio della prima età imperiale l’erezione di complessi arti-
colati come le ville a peristilio: le ville marittime erano spesso dotate di portici colonnati, sviluppandosi intorno a
76 Analogo è il discorso per le tegole bollate P. Itvri Sab., riportate per il sito di San Simone da Elica Boltin-Tome (Boltin-Tome 1974, n. 5; Zaccaria, Župančič
1993, 143–144, n. 34). Tali tegole non sono però state rinvenute nell’ambito degli scavi sloveno-svedesi della porticus. Il proprietario dell’impianto
produttivo delle tegole in questione, Publius Iturius Sabinus, viene generalmente identifcato con un personaggio di cui parla Tacito (ann. XIII.19.3–4; 21.2;
21.6; 22.2; XIV.12.4) e che sarebbe stato uno degli accusatori di Agrippina nel 55 d.C., per questo motivo messo al bando da Nerone e poi riabilitato nel
59 d.C. (Zaccaria, Župančič 1993, 166).
cortili interni, con un’archittetura che in generale assecondava l’andamento del terreno (Begović, Schrunk 2003,
104; Begović Dvoržak, Dvoržak Schrunk 2004b, 87). Una precoce realizzazione della villa è avvalorata proprio
dalla caratteristica tipologia del portico meridionale (McKay 1975), che sarebbe tipico per il periodo compreso
tra la prima età imperiale e l’epoca in cui regnò Caligola, quando l’architettura romana era ancora sotto l’infus-
so dell’architettura greca classica. Questo porticato richiamerebbe proprio la stoa greca, riproposta nei lunghi
portici colonnati, aperti verso l’ambiente naturale (Begovič, Schrunk 2003, 104). Il rapporto tra questi elementi
architettonici, messi in relazione diretta da Vlasta Begovič e Ivančica Schrunk, appare in realtà molto più com-
plesso, in quanto il modello di irradiazione per le forme architettoniche monumentali adottate nelle ville, come
in generale nell’edilizia domestica romana, è costituito in particolare dai palazzi ellenistici, in cui era già avvenuta
un’elaborazione originale degli schemi desunti dall’architettura classica.
77
L’arco cronologico tra la fne del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C. corrisponde comunque in linea generale al
periodo di difusione sistematica del fenomeno della villa nell’area istriana, ma anche in quella cisalpina (Verzár-
Bass 1986, 648–649; De Franceschini 1998, 346, 787; Busana 2002, 9), dove i complessi di datazione anteriore
risultano molto rari.
78
Formalmente, ovvero a livello di planimetrie, la varietà di soluzioni architettoniche impie-
gate nelle ville appare molto ampia, sebbene inquadrabile a grandi linee nell’ambito di approcci di classifca-
zione tipologica di carattere generale (Swoboda 1924; Mansuelli 1957; Mansuelli 1958; Mielsch 1987, 49 ss.; De
Franceschini 1998, 757 ss.; Scagliarini Corlaita 1998; Busana 2001; Lafon 2001, 112 ss.; Busana 2002, 6 ss., 103 ss.;
Begovič, Schrunk 2003, 101; Cividini, Ventura 2008). L’elemento distintivo principale tra i diversi tipi di ville appare
costituito dal fulcro dell’organizzazione planimetrica degli edifci. Nell’area della regio X si riconosce un’ampia
difusione di complessi con schema a “U”, dunque con ambienti disposti su tre lati di una corte scoperta, mentre
il quarto (in genere quello meridionale) risulta aperto o delimitato da un muro di recinzione (De Franceschini
1998, 758; Busana 2001, 512 ss.; Busana 2002, 6 ss., 103 ss.; Ventura 2008, 42 ss.). Non mancano inoltre attestazioni
riferibili a ville a peristilio interno (Verzár-Bass 1986, 651; De Franceschini 1998, 758; Busana 2001, 518; Begovič,
Schrunk 2003, 101), nonché a complessi a sviluppo lineare organizzati su un fronte porticato (Busana 2001, 518
ss.; Begovič, Schrunk 2003, 101). Ad edifci di entità spesso minore, identifcabili talvolta più con “fattorie” che
con ville, sono invece attribuibili gli impianti chiusi a corpo rettangolare compatto, caratterizzati dall’assenza di
corti scoperte interne e serviti da semplici disimpegni come corridoi (De Franceschini 1998, 757; Busana 2001,
510–511; Begovič, Schrunk 2003, 101).
Rimane comunque in molti casi una difcoltà di fondo nell’identifcazione univoca delle tipologie delle ville,
in parte date le indagini spesso soltanto parziali dei siti, in parte però anche a causa di un’evidente creatività e
originalità architettonica che investe questo tipo di edifci grazie ad una maggiore libertà nelle possibilità di uti-
lizzo dello spazio, non vincolato da una rigida parcellazione di tipo urbano, come anche per l’intrinseco rapporto
instaurato tra l’architettura della villa ed il paesaggio in cui si colloca (Tessaro Pinamonti 1984; Mielsch 1987, 137
ss.; Gros 2001, 269; Lafon 2001, 112 ss.).
Così anche per la villa di San Simone, allo stato attuale delle ricerche, una classifcazione tipologica dell’edifcio
appare aleatoria. La presenza del portico meridionale nel settore 2 – il quale, comunque, non è riferibile al primo
impianto della villa – nonconsente, infatti, di attribuire la costruzione inmaniera univoca al tipo a portico, inquanto
quest’ultimo si caratterizza per uno sviluppo lineare, allungato, in cui il portico, fulcro dell’organizzazione planime-
trica, viene a costituire la nervatura di raccordo e di accostamento dell’impianto architettonico (Mielsch 1987, 57
ss.). Prospetti porticati si giustappongono invece a numerosi complessi che nel loro sviluppo planimetrico interno
mostrano chiaramente di appartenere ad altre tipologie, come quelle a “U” o a peristilio interno,
79
proprio come
sembrerebbe essere il casodella villa di SanSimone. Qui, la presenza di corti scoperte interne è stata soltantolimita-
tamente attestata attraverso gli scavi archeologici, come appare indicato dallo spazio 2a–c nel settore 2, ma risulta
ampiamente intuibile dai risultati delle analisi geofsiche realizzate nel 2006 da Branko Mušič (fg. 40) (Mušič 2006).
77 Si veda da ultimo Merchattili 2011 e Oriolo, Zanier 2011 (con bibliografa precedente).
78 Tra fne II e inizi I secolo a.C. si collocano ad esempio i resti di Pradamano e Carlino – Planais (De Franceschini 1998, 355, 375, 787).
79 Si vedano ad esempio i casi della villa di Barcola (Fontana 1993, 50 ss.), di Ronchi dei Legionari (Ventura 2008, 43) e di Marina di Lugugnana (De
Franceschini 1998, 330, 757); i confronti sono tuttavia numerosissimi, a partire dalle ville centro-italiche tardorepubblicane (Carandini, Ricci 1985, 154;
Lafon 2001, 117 ss.).
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Analogamente al problema di identifcazione della conformazione planimetrica nel suo insieme, rimane aperta
anche la questione relativa alla proprietà della villa. Il complesso è stato avvicinato alla famiglia dei Caeserni (La-
bud 1990, 95), in quanto nella chiesa parrocchiale di Isola è stato rinvenuto in un contesto di reimpiego un altare
funerario dedicato al liberto di un importante notabile aquileiese (CIL 5, 482; InscrIt 10, 3, 36; Zaccaria 1992, 194),
che può essere identifcato o con il cavaliere T. Caesernius Statius Quinctius Pal. Macedo o con suo fglio, giunto al
rango senatoriale, T. Caesernius Statius Quinctius Macedo Quinctianus, console sufecto nel 138 d.C. e comes impe-
riale (PIR² C 181–182; Reali 1997, 36, 13C, tav. III, fg. 3; Andermahr 1998, 195, n. 105; Tassaux 2005, 145; Krieckhaus
2006, 67–76; Zaccaria 2006, 451). Il liberto Eucaerus, nominato nell’iscrizione funeraria in parola, avrebbe dunque
amministrato i possedimenti dislocati della gens Caesernia, proprietà che difcilmente possiamo identifcare con
la villa di San Simone la quale, come sarà esposto più avanti, subisce un netto declino a partire dal terzo quarto
del I secolo d.C. (cfr. infra).
Nonostante le indagini fnora efettuate forniscano dunque un quadro soltanto parziale in cui rimane ancora
irrisolta la questione relativa alla proprietà e alla classifcazione tipologica del complesso, possiamo paragonare
la villa di San Simone, sia sul piano temporale sia su quello funzionale, ad altre ville simili presenti in Istria, ad
esempio a Catoro (Katoro), Barbariga, Valbandon, Isola (Vižula) presso Medolino (Medulin), Sorna, Val Madonna
e Loron (Matijašić 1985; Matijašić 1987; Matijašić 2001; Begović, Schrunk 2002; Begović, Schrunk 2003; Begović
Dvoržak, Dvoržak Schrunk 2004b; Marchiori 2008) ed a costruzioni analoghe nei dintorni di Trieste ed alla foce
del Timavo (Fontana 1993; Fontana 2001; Degrassi, Giovannini 2001). Si può presumere che esistano anche altri
complessi afni nell’area nordoccidentale dell’Istria, come nella baia di San Bartolomeo, nei pressi dell’Ospedale
di Ancarano, nelle zone di Fornace e Fisine nei dintorni di Pirano, a Lucia e a Sezza, sebbene questi siti siano stati
sinora soltanto parzialmente indagati.
Molte di queste ville afacciate sul mare attestano la presenza di ricche ed estese parti residenziali, su cui in ge-
nere la letteratura scientifca si è più segnatamente sofermata, dando l’idea che questi complessi fossero sostan-
zialmente disgiunti da attività produttive e logiche economiche, ovvero luoghi di villeggiatura e di otium.
80
È cer-
tamente vero che questi edifci presentano apparati di “lusso” molto sviluppati; un indicatore ne è, ad esempio,
la presenza piuttosto difusa di impianti termali in questo tipo di complessi, impianti di cui nell’ambito generale
delle ville della regio X è stata rilevata una certa carenza (Donderer 1989, 228; de Franceschini 1999, 766). Terme
sono state individuate in una serie di complessi sulla o vicino alla costa, ad esempio a Monfalcone, Barcola, Val-
marin, Grubelce, Sorna, in località Valletta (Valeta) presso Abrega (Vabriga), Barbariga, Valbandon, Val Catena a
Brioni, in località Zonchi (Valdežunac) a Stignano (Štinjan) (de Franceschini 1999, 766). Nella villa di San Simone
la presenza di un simile impianto è sostanzialmente accertata e ne potrebbe essere identifcato un segmento
nell’ambiente 22 del settore 1. Interessante da puntualizzare la situazione dell’impianto termale di Valmarin
(Novšak, Trenz 2003; Trenz 2004), in quanto è ipotizzabile che fosse inserito nel contesto di una villa con funzione
di mansio, mentre per Grubelce (Boltin-Tome 1968a; Boltin-Tome, Karinja 2000) i dati di scavo a disposizione non
sono sufcienti a circostanziare meglio il contesto di riferimento.
Le ville litoranee e marittime ovvero i complessi insediativi nelle immediate vicinanze della costa testimoniano, da
un lato, l’elevato livello qualitativo degli elementi architettonici e residenziali e, dall’altro, l’ampia varietà ed articola-
ta prosperità di attività economiche che costituivano una parte essenziale dei possedimenti. Oltre alle attività agri-
cole maggiormente difuse in ambito rurale collegate alla produzione del vino e dell’olio d’oliva (Labud 1995, 137),
le quali appaiono attestate in particolare dai torchi e dalla pressa rinvenuti a Pirano (Stokin 1988b, 271), l’economia
di questa parte dell’Istria risulta strettamente legata alla pesca (Snoj 1994a) e forse anche alla produzione del garum,
come stanno a indicare i resti delle peschiere ossia della piscina vivaria
81
nella baia di San Bartolomeo e a Fisine
(Stokin et al. 2008; Gaspari 2004). In questo contesto è del tutto plausibile l’ipotesi che in quel periodo anche la pro-
duzione del sale fosse già sviluppata (Busana, D’Incà, Forti 2009, 61), sebbene fno ad oggi non siano state condotte
ricerche archeologiche nelle aree più antiche delle saline di Ancarano, Strugnano e Sicciole (Sečovlje).
80 Questo concetto è stato in letteratura sottolineato in maniera particolare per le ville marittime dell’area centro-italica, dove il fenomeno appare più
spiccatamente rappresentato (D’Arms 1970; D’Arms 1977; D’Arms 1979; Mielsch 1987, 94 ss.; Mielsch 1989; Lafon 2001, 187 ss.), ma è stato riproposto
anche per i complessi dell’area qui in esame (Matijašić 2001, 693; Begovič, Schrunk 2003, 103).
81 In relazione alle peschiere romane si veda soprattutto Hagginbothman 1997; Zaninović 2008.
Il mulino con il pozzo ed il forno per il pane scoperti nel quartiere produttivo del grande complesso insediativo
situato lungo il Risano sotto Sermino (Stokin 2006b), stanno ad indicare che l’attività molitoria rientrava fra i set-
tori economici più importanti del territorio, formando una tradizione che del resto si mantenne, probabilmente
in forma diversa, anche nel medioevo (Žitko 1993). Pertanto non deve stupire se l’analisi polinologica eseguita
nell’area intorno a Sermino ha riscontrato la presenza, già nell’eneolitico, del polline della vite (vitis) e del grano
(cerealia) (Culiberg 1997, 136). L’esistenza di ampi depositi all’interno di queste strutture è testimonata anche dai
recipienti per la conservazione ed il trasporto, come i due dolia rinvenuti a Villa Decani (Kajfež 1999) ed il dolium e
le numerose anfore scoperte nell’edifcio adibito ad attività economiche nel sito di Valmarin (Novšak, Trenz 2003;
Trenz 2004; Žerjal 2005; Žerjal 2008) ed a Sermino (Horvat 1997a, 75–77). Tutti questi siti non fanno che ribadire
l’estrema importanza economica rivestita da tali insediamenti posti nella fascia lungo il Risano, linea di confne
fno al periodo augusteo.
Accanto ai centri economici e produttivi lungo questo fume, possiamo ipotizzare l’esistenza di strutture produ-
ttive anche a Villisano dove, accanto alla villa, sarebbe esistito pure un impianto per la produzione di laterizi
(Šribar 1967, 271–274). Un’altra struttura probabilmente destinata alla stessa attività è stata scoperta a Perariol
presso Capodistria (Hofman, Trenz 2006). Per il sito di Fornace appare invece sostanzialmente accertata la pre-
senza di una fullonica, ossia un impianto di colorazione della lana, il quale a sua volta può essere ricollegato
all’allevamento degli ovini che doveva avere un’importanza certamente notevole, soprattutto nelle aree interne
dell’Istria (Benussi 1927, 258; D’Incà 1994). In considerazione del grande numero di chiodi rinvenuti nell’area di
Fisine, A. Gaspari non esclude la possibilità che nella zona, oltre all’allevamento del pesce, fosse praticata anche
la costruzione di imbarcazioni (Gaspari et al. 2006; Gaspari et al. 2007b; Stokin et al. 2008, 57–63).
La baia di San Simone, invece, grazie all’ampiezza del suo porto, costituiva uno dei punti centrali per l’importazio-
ne, lo stoccaggio e lo smistamento delle merci in questa parte dell’Istria. Oltre a ciò, anche la pesca risulta un’atti-
vità ben attestata, sebbene non per mezzo di particolari strutture a mare ma grazie al rinvenimento di numerosi
pesi per le reti, ami e resti di molluschi di varie specie.
Sebbene un inquadramento cronologico delle singole ville possa essere proposto soltanto in relazione ai risultati
delle indagini molto limitate sin qui eseguite, che quindi forniscono un quadro soltanto parzialmente rappresen-
tativo, il primo impianto dei complessi menzionati si colloca per lo più attorno all’inizio dell’età imperiale, periodo
a cui possiamo inoltre riferire la sistemazione di alcuni tracciati stradali dell’area, come la via Aquileia – Tergeste
82

e la via litoranea Tergeste – Parentium,
83
mentre risulta un po’ più tarda, ovvero databile attorno al 78–79 n. št.
(Bosio 1991, 223), la costruzione della via Flavia che costituiva il percorso più breve e diretto tra Tergeste e Pa-
rentium nonché Pola. Come la difusione capillare delle ville, anche tali infrastrutture si ricollegano chiaramente
ad un intenso e articolato progetto di romanizzazione, anticipato dalla fondazione delle colonie di Tergeste (54
a.C.?) e Pola (46/45 a.C.) e del centro di Parentium, che ultimamente si ritiene essere stato fondato insieme a Pola
o poco dopo (Šašel 1987; Šašel 1992; Matijašić 2009, 386). Analogo è il quadro dell’area subito a nord della peni-
sola istriana, in cui viene stabilito il controllo romano su Nauportus che ottiene lo status di vicus prima della metà
del I secolo a.C., mentre ad Emona viene fondata una colonia in epoca ottavianea (Šašel Kos 1995, 231–233, 240;
Horvat 2009, 366–371) ovvero tra la fne dell’età augustea e il regno di Tiberio (Gaspari 2010, 141-148). Anche
qui il sistema stradale viene completamente rinnovato nel periodo contiguo, ovvero durante l’epoca augustea
(Horvat, Bavdek 2009, 147–150).
Furono soprattutto l’epoca di Cesare e di Augusto con i loro grandi cambiamenti in campo sia politico sia ammi-
nistrativo – unione della Gallia Cisalpina all’Italia nel 42 a.C., creazione della regio X tra il 16 e il 12 a.C. – che infu-
82 La strada viene generalmente datata all’epoca augustea (ad esempio: Bosio 1991, 216), in quanto nel 1932 (in occasione della bonifca della palude
Lisert) è stato rinvenuto fra i resti del ponte romano sul Locavaz, un blocco con l’iscrizione LEGXIII, che è stata solitamente messa in relazione con
la legione XIII Gemina di età augustea, ma che può – con buona probabilità - essere anche identifcata con la legione XIII cesariana. Sul problema
dell’identifcazione della legione si veda in particolare Rossi 2000. Per un inquadramento sintetico della viabilità tra Aquileia e Tergeste e delle sue
infrastrutture cfr. Zanier 2009, 16 ss., 70, 77 (con rimandi alla bibliografa precedente).
83 Tratti della strada litoranea sono stati indagati presso l’Hotel Lucija e a Fisine. Sistemata in età augustea (Stokin, Lazar 2009), collegava gli insediamenti
costieri tra Trieste e Parenzo. Cfr. anche Truhlar 1975, 100; Bosio 1991, 220 ss.
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irono sullo sviluppo dell’Istria, evidentemente territorio con un ruolo geostrategico di eccezionale importanza
soprattutto sul piano politico ed economico, come attestato dai numerosi possedimenti senatoriali ed imperiali
ed anche dai centri commerciali presenti nella penisola (Starac 1999).
È chiaro che i cambiamenti di natura amministrativa avvenuti in questo periodo, come anche il consolidamento
del potere romano, garante di stabilità politica e di sviluppo economico, modifcarono defnitivamente il sistema
insediativo dell’area, a cui fece seguito l’abbandono dei castellieri e la difusione del nuovo modello basato sulla
villa.
A questo riguardo non si può fare a meno di ricordare l’ipotesi interpretativa formulata da Božidar Slapšak in
relazione al declino dei castellieri del Carso che appare contemperarsi alla difusione, attorno alla metà del II
secolo d.C., del diritto di cittadinanza latino alle comunità dei Carni e dei Catali (o Subocrini) rimaste fno a quel
momento peregrine, come appare testimoniato dall’iscrizione di L. Fabius Severus (InscrIt 10, 4, 31): in questo
modo le élites delle comunità locali sarebbero state integrate negli organi di amministrazione della colonia di
Tergeste e le comunità dei castellieri, depauperate del loro ceto dirigente, sarebbero pertanto irremediabilmente
decadute (Slapšak 2003).
Chiaramente, per l’Istria costiera questo fenomeno deve essere anticipato e più precoce risulta la fessione e
l’abbandono dei castellieri nonché l’adesione ai nuovi modelli insediativi ed economici. Ville di vario tipo con
vaste proprietà terriere e tutta l’infrastuttura cui abbiamo già ampiamente accennato – strade locali, porti ed ap-
prodi, impianti economici terrestri e marittimi - sono un indicatore di grandi e capillari trasformazioni ambientali
che, come detto, iniziarono soltanto a partire dal consolidamento della romanizzazione in Istria. La proliferazione
delle anfore istriane Dressel 6B indica chiaramente l’importanza e la foridezza della produzione olearia in Istria,
proprio a partire dall’età augustea. Ed è probabilmente da ascrivere alla forente economia il buon livello di svi-
luppo della regione, che si mantenne tale, almeno stando alle fonti antiche, anche dopo la caduta dell’Impero
romano d’Occidente, come riferisce Cassiodoro (var. XII.22.3–5).
I resti architettonici degli impianti, la tipologia e i metodi costruttivi, al pari dell’“arredo” interno delle ville, sono
una testimonianza del lusso profuso in questi complessi in relazione con le elevate esigenze dei proprietari,
dettate dalle mode del tempo. Le ville e i centri insediativi nell’area nordoccidentale dell’Istria attestano la pre-
coce integrazione di questo territorio nell’ambito dell’Italia romana, al contempo costituiscono anche durevoli
elementi di caratterizzazione della fsionomia del paesaggio in questa parte della penisola. I fertili terreni istriani
erano spartiti tra i grandi proprietari ed i coloni romani, mentre sembra che la popolazione locale – quella che
non era rimasta nei possedimenti come forza lavoro in stato servile – si trovò ad essere costretta a stabilirsi nelle
aree d’altura, sul Carso e nelle zone settentrionali dell’Istria e dell’Italia (ager aquileiese), dove si occupava dell’al-
levamento di ovini (Begovič Dvoržak, Dvoržak Schrunk 2005, 128; D’Incà 2004, 208). Un’importante certifcazione
della precoce e sistematica romanizzazione, chiaramente connessa all’intensità del fusso colonizzatore e quindi
alla densità della popolazione italica in questa parte dell’Istria, viene dai numerosi documenti epigrafci del pe-
riodo del principato (Starac 1993–1994, 29). Questo dato risulta particolarmente importante per la comprensione
del processo insediativo dell’Istria. I mutamenti politici derivanti dalla colonizzazione romana negli ultimi anni
di governo di Giulio Cesare portarono a grandi trasformazioni che si palesano nello sviluppo delle ville (sia “ma-
rittime” sia “litoranee” sia “rustiche” nell’entroterra) e nella creazione di vasti possedimenti terrieri, come attestato
dal fatto che, pare, lo stesso Augusto avesse un diretto interesse per lo sviluppo dell’economia istriana (Starac
1999, 139–140), in particolare per via dei nuovi mercati esistenti nelle aree vicine del Norico e della Pannonia.
L’espansione dell’impero romano era strettamente connessa allo sviluppo economico, espansione che si rifette
proprio nei grandi possedimenti e nelle ville marittime, complessi che ebbero un’importanza determinante e,
come constata la Marzano, un ruolo molteplice. Parte costituente di grandi possedimenti, che includevano anche
altre ville nel retroterra, possedevano strutture adibite alla produzione e magazzini ma, soprattutto, erano dotate
di approdi. Il loro ruolo si esplicava quindi su diversi livelli, avendo oltre a ciò anche una funzione nell’ambito
delle attività ricreative, di villeggiatura e di otium (Marzano 2007, 17). Non va dimenticato che queste ville molto
spesso erano anche un luogo della memoria, in cui si trovavano tombe o mausolei (Marzano 2007, 19), la cui pre-
senza – nel nostro caso – può essere ipotizzata nei complessi di Lucia (Stokin, Lazar 2009, 64) e Fornace ovvero
San Bernardino (Boltin-Tome 1977, 119).
Le indagini archeologiche condotte in questa parte dell’Istria hanno dimostrato che il perimetro occidentale
della penisola, caratterizzato da una costa bassa con numerose insenature accoglienti, fu in epoca romana un’a-
rea soggetta non tanto allo sviluppo di agglomerati urbani quanto, soprattutto, alla costruzione di numerose e
svariate ville. Le località venivano scelte con cura e l’intenso e ftto insediamento della fascia costiera, che vedeva
un ininterrotto susseguirsi di ville, è l’espressione di una pianifcazione progettata e di uno stanziamento sistema-
tico, compatibili con le motivazioni economiche e politiche succitate. Tutti questi complessi abitativi erano colle-
gati sia via mare – grazie ai porti, agli approdi ed agli ormeggi – sia via terra, come attestato dai vari tipi di strade.
Questo aspetto appare esemplifcato in maniera particolarmente evidente dal sito di Sermino. Le strade locali
collegavano le ville provviste di aree produttive sul Risano (Plestenjak 2011) alla via publica Tergeste – Pola nella
zona del Bivio, dove esisteva un grande incrocio contiguo al complesso insediativo situato nell’area di Valmarin.
Proprio nella zona dell’incrocio delle strade che raggiungevano Sermino, Valmarin e, probabilmente, Villa Decani,
sono state scoperte una necropoli e delle calcare (Novšak, Trenz 2003). Ed è molto probabile che nelle vicinanze
esistesse anche un porto marittimo e un approdo fuviale. Il Risano costituiva, infatti, con ogni verosimiglian-
za una via di trafco navigabile: ancora nel XVII secolo era in funzione il Carigador nei pressi della chiesa della
Madonna della Ruota (Alberi 1997, 405) e anfore e strutture murarie sono venute alla luce anche lungo il corso
inferiore del fume (Stokin et al. 2008, 67).
Laromanizzazionedell’Istrianordoccidentale, moltointensasoprattuttoall’epocadel primoImpero, comedimostra-
todai risultati delle indagini archeolgiche, fucaratterizzata da interventi antropici di vasta portata che modifcarono
in maniera sostanziale il paesaggio di quest’area. Come già rilevato dalla Marzano per l’Italia centrale (Marzano
2007, 232), anche in questa parte dell’Istria tali interventi richiesero ingenti capitali e numerosa forza lavoro: sul
fronte delle opere edilizie, accanto ai resti architettonici visibili sulla terraferma ed in mare, non vanno dimenticate
le estese opere infrastrutturali collegate alla costruzione di strade, porti, impianti di carattere produttivo, ecc. Tenen-
do conto della famosa produzione di olio e di vino e dei grandi possedimenti istriani delle famiglie senatorie, si può
presumere che parte di questi capitali fosse investita in“trasformazioni agrarie”. Forse pure in questa zona dell’Istria
le grandi opere infrastrutturali erano collegate anche alla realizzazione di sistemi di drenaggio e alla sistemazione
di terrazzamenti per la coltivazione in ambiente collinare, per evitare l’erosione, come era stato fatto anche in Ita-
lia (Marzano 2007, 224). Un ruolo siginifcativo era quello dei porti, che ofrivano più opportunità dell’entroterra
agricolo; per la lavorazione dei prodotti del mare era necessaria anche una manodopera qualifcata ed esperta. In
ogni caso possiamo concludere che la romanizzazione di questo territorio ha portato con sé un nuovo approccio
di padronanza sulla natura che a quel tempo i proprietari dei possedimenti erano riusciti a“civilizzare”. La Marzano
aferma, a ragione, che proprio la costruzione delle ville marittime nell’Italia centrale cosituì una manomissione ed
un duro colpo al paesaggio naturale. Questi interventi raggiunsero il loro apice nel I secolo d. C. per spegnersi nel V
secolo (Marzano 2007, 232) – cronologia che possiamo ritenere generalmente corrispondente anche per l’area da
noi presa in esame, almeno da quanto emerso dai risultati delle indagini sinora efettuate.
TRA PRIMO E MEDIO IMPERO
L’impianto della villa allestito, ampliato e monumentalizzato all’inizio dell’epoca imperiale subì certamente varie
modifche e ristrutturazioni in periodi successivi, che non hanno tutti lasciato segni evidenti nell’ambito delle
strutture individuate nelle aree fnora indagate, che corrispondono a porzioni relativamente ridotte rispetto
all’estensione dell’intero complesso. Inoltre, possiamo presumere che alcuni interventi abbiano coinvolto esclu-
sivamente gli alzati dell’edifcio, soltanto limitatamente conservati. Un esempio particolare a questo riguardo è
costituito dal ritrovamento di tegulae con bollo Crispinillae riferibili alla nota magistra libidinum Neronis (Tac. hist.
I.73) Calvia Crispinilla. La presenza di tali tegole suggerisce l’esistenza di una fase edilizia ovvero una ristruttur-
azione in epoca neroniana, per il resto attestata in maniera poco manifesta dalle evidenze stratigrafche. Ipotet-
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icamente potremmo riferire a questa fase la ricostruzione parziale del muro interno della porticus1 nel settore 2,
il cui alzato risulta essere stato rifatto nel suo segmento nordoccidentale (ovvero in corrispondenza dello spazio
2), in quanto qualche frammento di tegola con bollo Crispinillae è stato rinvenuto proprio in questa zona (angolo
meridionale dei bracci 2a e 2b) negli strati di livellamento addossati al segmento murario ricostruito. Tuttavia,
l’assenza di elementi chiaramente determinanti per la datazione di quest’ultimo intervento non permette di
circoscriverne l’attribuzione precisa ad una specifca fase costruttiva.
Il dato relativo all’eventuale esistenza di una fase edilizia inquadrabile in età neroniana appare comunque molto
importante poiché, in base ai risultati del piccolo sondaggio esplorativo realizzato nel 2008 nell’area a sud del
settore 1, questa zona sembrerebbe essere stata improvvisamente e defnitivamente abbandonata già nel terzo
quarto del I secolo d.C. (Groh, Sedlmayer 2008; Groh et al. 2009; Groh, Sedlmayer 2009). In realtà, date le carat-
teristiche specifche che contraddistinguono la successiva fase edilizia e di fruizione, in cui risulta evidente un
cambiamento profondo nella destinazione d’uso degli spazi del settore 2, sembrerebbe probabile che l’edifcio
fosse nel complesso abbandonato nel periodo in parola, per essere in seguito parzialmente rioccupato con scopi
e funzioni molto diverse da quelli primari.
La più tarda fase edilizia (III fase edilizia), collocabile nell’ambito del II secolo d.C., lascia, appunto, riconoscere
un’evidente defunzionalizzazione degli spazi del settore 2, dunque dell’area del portico e degli ambienti su di
esso afacciati. Nella porticus furono, infatti, costruiti due setti murari privi di fondazioni, appoggiati direttamente
sopra i resti del tappeto musivo già ampiamento compromesso e rovinato. Il portico fu così suddiviso in più seg-
menti, forse per ricavarne diversi ambienti di deposito e servizio. Parimenti nell’ambiente 3, una grezza struttura
di focolare in muratura venne a sovrapporsi al rafnato mosaico a scacchiera di rombi.
Cambiamenti ed ampliamenti in questa fase furono efettuati mediante l’utilizzazione del materiale di reimpiego,
per cui possiamo supporre che questi ultimi lavori edili siano stati eseguiti nel periodo successivo al declino del
complesso, ovvero quando la villa era già parzialmente in rovina: questo dato sembrerebbe dunque confermare
l’abbandono precoce e defnitivo del settore 1. Di certo gli elementi eretti a nuovo mutarono la destinazione d’u-
so del settore 2: pare che la parte meridionale dell’edifcio della villa costituisse in questa fase un’area di servizio
priva di caratteri rappresentativi, legata soprattutto al funzionamento del porto che, nel suo assetto originario, si
crede possa essere stato utilizzato fno al III secolo d.C. (Karinja, Čerče 2008, 206; Stokin et al. 2008, 65). Gli inter-
venti cui abbiamo accennato furono gli ultimi e si ricollegano all’ultima fase di utilizzo del complesso.
La crisi e la riconversione produttiva attestata per le ville centro-italiche tra fne del I e gli inizi del II secolo d.C.
84

trovano dunque nel sito di San Simone una notevole corrispondenza, in quanto il complesso subisce proprio
in questo periodo cambiamenti tali da svincolarsi sostanzialmente dal concetto di villa. Nelle aree più vicine il
fenomeno trova in generale un parziale riscontro con il passaggio delle grandi proprietà istriane alla casa impe-
riale, come anche con l’abbandono dei settori rappresentativi di alcune ville (Verzar Bass 1986, 652 ss.; Begovič,
Schrunk 2003, 105), mentre nell’area cisalpina è stata sottolineata una maggiore continuità degli insediamenti
(de Franceschini 1998, 801 ss.), seppure con evidenti cesure fra II e III secolo d.C., ricondotte anche a pestilenze ed
invasioni (Verzar Bass 1986, 674; de Franceschini 1998, 346–347; Busana 2002, 16).
Appare tuttavia importante ribadire che, come è già stato sottolineato (Fontana 2001, 657), la costruzione della
via Flavia in età vespasianea (Bosio 1991, 223) certamente ridusse l’importanza delle ville marittime dell’Istria,
le cui infrastrutture portuali potevano per lo più ospitare soltanto piccole imbarcazioni dagli scaf a pescaggio
ridotto, rimanendo in molti casi vincolate a forme di microeconomia cui erano estranei gli scambi di ampio rag-
gio.
85
Per un complesso come quello di San Simone, in cui l’attività economica principale appare concentrarsi
proprio nell’ambito del grande porto e dunque nello stoccaggio e smistamento di merci, la costruzione della
nuova arteria, con lo spostamento di una parte dei trafci nella parte interna dell’Istria occidentale, potrebbe
certo aver signifcato una causa di declino.
84 Sul tema si veda in particolare Schiavone 1989, 27 s. (con bibliografa precedente).
85 Per una rifessione generale su tali aspetti cfr. Schiavone 1989, 29 ss.; Foraboschi 1992, 107 ss.
PERIODO TARDOANTICO
Il settore 2 della villa sembra essere stato frequentato fno al temine del IV secolo d.C. Ne danno testimonianza so-
prattutto i rinvenimenti monetali, oltre che alcuni sporadici frammenti ceramici tardi. Di fatto, però, ci sono segni
di un degrado avanzato già precedentemente, quando all’area del settore 2 si sovrappone un primo strato di
abbandono dovuto allo sgretolamento progressivo dei rivestimenti parietali, che portò poi al collasso ed al crollo
defnitivo delle strutture di cui sono stati rinvenuti resti imponenti nell’area orientale del settore 2. Qui sono stati
individuati strati intatti di crollo del tetto e delle strutture che permettono di ricostruire la sequenza del collasso,
con uno strato di sole tegole coperto dal crollo di un muro.
Per il sito di San Simone non avviene dunque quella ripresa di attività nel periodo tardoantico, collegata talvolta
al ritorno dei domini su edifci precedentemente abbandonati, riscontrata in altre ville del territorio istriano (Ver-
zar Bass 1986, 656, 677 ss.; Begovič, Schrunk 2003, 105). Nell’area più prossima, alcune furono abbandonate alla
fne del IV secolo al pari di quella di San Simone, come ad esempio il grande complesso provvisto di quartiere
produttivo lungo il Risano (Stokin 2006c), mentre i complessi a Valmarin ed a Fisine continuarono a vivere anche
nel V e nel VI secolo (Novšak, Trenz 2003; Trenz 2004; Gaspari et al. 2006; Gaspari et al. 2007b; Stokin et al. 2008,
57–63).
NEL MEDIOEVO
Come altre località dell’Istria nordoccidentale, anche la baia di San Simone non fu completamente abbandonata
e lo testimoniano i risultati delle già ricordate indagini subacque nell’area del porto: qui è stata riscontrata la pre-
senza di palifcazioni, verosimilmente da collegare ad infrastrutture di approdo lignee, datate con il metodo del
C14 al 670–860 d.C. (Karinja, Čerče 2008, 206; Stokin et al. 2008, 65). Il dato è interessante soprattutto per la ricca
presenza di materiali d’importazione pertinenti a questo periodo riscontrata nella zona – ad esempio a Capodi-
stria e Pirano ma anche altrove (Cunja 1996; Pröttel 1996, 234 ss.; Vidrih-Perko, Župančič 2003) – la cui importa-
zione era forse favorita dal riutilizzo delle antiche infrastrutture portuali, sopravvissute all’abbandono delle ville.
In età medievale il popolamento della zona può anche essere messo in relazione con la costruzione di una chiesa,
secondo una dinamica ampiamente documentata in Istria (Matijašić 1997): l’edifcio sacro, dedicato a San Si-
mone, fu eretto nell’area gravitante sulla baia, ma la sua esatta ubicazione rimane per ora ignota. Nell’ambito di
questo contesto potremmo forse anche collocare la tomba ad inumazione rinvenuta da Vinko Šribar sul margine
esterno del promontorio di Punta Corbato della quale, in assenza di dati relativi al corredo, non è però possibile
specifcare la cronologia, sebbene possa evidentemente essere riferita al periodo successivo all’abbandono della
villa, in quanto risulta essere scavata negli strati di macerie della stessa (Šribar 1958–1959, 274).
Indefnita rimane, comunque, anche la datazione della chiesa di San Simone che è rappresentata su numerose
carte realizzate a partire dalla prima metà del Cinquecento (fgg. 15 e 16)
86
ed esisteva ancora all’epoca di Paolo
Naldini, che la usa come punto di riferimento per localizzare i resti della villa romana (Naldini 1700, 359; Naldini,
Darovec 2001, 261–262), mentre nell’Ottocento la chiesa risultava già distrutta e scomparsa, come si evince da
una descrizione delle chiese e delle cappelle del territorio di Isola pubblicata nel 1857 (Cumano 1857, 20).
86 Oltre alla carta di Pietro Coppo si veda ad esempio una carta manoscritta anonima dell’Archivio di Stato di Venezia (Lago, Rossit 1981, 35–38, tav. XVI;
71–72, tav. XXXIV; Lago 1993, 52, fg. 26).
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SANSIMONE / SIMONOV ZALIV SANSIMONE / SIMONOV ZALIV
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INDICE DELLE IMMAGINI
Figura 1. Carta dell’Alto Adriatico con indicazione dei principali centri antichi tra Aquileia ed Emona (realizzazione
grafca: Vida Bitenc)
Figura 2. Carta dell’Istria nordoccidentale con indicazione dei siti archeologici menzionati nel libro (realizzazione
grafca: Vida Bitenc)
Figura 3. Capodistria / Koper, ex Convento dei Serviti, scavi realizzati nel 2011 dall’Istituto per il Patrimonio del
Mediterraneo UP ZRS, saggio 1, muro con soglia lapidea e mosaico coperti da una tomba medievale (fotografa:
Boris Kavur, archivio UP ZRS)
Figura 4. Aerofotogramma dell’area di Sermino con indicazione degli interventi archeologici realizzati fno all’an-
no 2005 (realizzione grafca: Arhej d.o.o., archivio ZVKDS)
Figura 5. Carta aerofotogrammetrica di Pirano con indicazione dei siti preistorici e romani (realizzazione grafca:
Evgen Lazar, archivio ZVKDS, 2008)
Figura 6. Baia di San Bartolomeo, fotografa aerea, 2003 (Regione FVG – volo Trieste 2003, lotto 15, strisciata 44,
fotogramma 3) (Stokin et al. 2008, fg. 16)
Figura 7. Baia di San Bartolomeo, resti di approdi e bacini per l’allevamento o la conservazione di pesce vivo
(“Molere di Sant’Ilario”) presso la penisola del Carigador (misurazioni e realizzazione grafca: Miran Erič) (Stokin
et al. 2008, fg. 20)
Figura 8. Baia di San Bartolomeo, peschiera provvista di struttura di approdo (misurazioni e realizzazione grafca:
Miran Erič) (Stokin et al. 2008, fg. 25)
Figura 9. Fisine, peschiera romana (fotografa: Benjamin Jonathan) (Stokin et al. 2008, fg. 2)
Figura 10. Carta di Capodistria con indicazione degli interventi archeologici efettuati fno al 2008 (realizzazione
grafca: Evgen Lazar, 2008)
Figura 11. Sermino, modello tridimensionale della chiesa con il sepolcreto databile tra VI e IX secolo (realizzazio-
ne: Geodetski zavod Slovenije, Inštitut za geodezijo in fotogrametrijo [Istituto geodetico della Slovenia, Istituto
per la geodesia e fotogrammetria], Lubiana) (Stokin 2006c)
Figura 12. Veduta di Isola e della baia di San Simone con il promontorio di Punta Corbato, 1986 (fotografa: Marko
Stokin, archivio ZVKDS)
Figura 13. Veduta prospettica della baia di San Simone, 2005 (realizzazione: Andrej Grilc, archivio ZVKDS)
Figura 14. Carta aerofotogrammetrica della baia di San Simone, 2005 (realizzazione: Andrej Grilc, archivio ZVKDS)
Figura 15. Pietro Coppo, carta dell’Istria, 1525 (archivio del Museo del Mare “Sergej Mašera” di Pirano)
Figura 16. Carta anonima dell’Archivio di Stato di Stato di Venezia con indicazione della chiesa di “San Simò”, pri-
ma metà del XVI secolo (Lago 1993, fg. 26)
Figura 17. Annotazioni di Giacomo Besenghi sul frontespizio del codice degli Statuti d’Isola (conservato presso
l’Archivio Diplomatico nella Biblioteca Civica A. Hortis a Trieste, fondo Beta EE 14 Statuto d’Isola d’Istria dell’anno
1360 [sec. XVIII]) (Kos 2006, 547)
Figura 18. Catasto Franceschino del Litorale, “Isola d’Istria” (1819), con indicazione dell’estensione dell’area pro-
tetta del monumento (Republika Slovenija, Ministrstvo za kulturo, Register nepremične kulturne dediščine [Re-
pubblica di Slovenia, Ministero per la Cultura, Registro dei beni culturali immobili]: http://giskds.situla.org/giskd/)
Figura 19. Progetto per la costruzione di una fabbrica per la produzione di conserve di pesce a San Simone per
conto dei proprietari Giovanni Troian e Giovanni Russignan, 1905 (Archivio Regionale di Capodistria, fondo Načrti
[Progetti]) (Terčon 2004, fg. 14)
Figura 20. Carta con indicazione degli interventi archeologici 1922–2008 (realizzazione: Grangeo d.o.o., integra-
zioni grafche: Vida Bitenc, archivio ZVKDS, 2011)
Figura 21. Attilio Degrassi, rilievo del porto e dello stato di fatto della baia di San Simone (Degrassi 1923, fg. 2)
Figura 22. Bruna Tamaro, planimetria del settore 1 (Tamaro 1928, 413) (aggiunte grafche: Vida Bitenc, archivio
ZVKDS, 2011)
Figura 23. Dettaglio del mosaico rinvenuto nell’ambiente 20, oggi esposto nel Museo Regionale di Capodistria
(Degrassi 1929, 400)
Figura 24. Vinko Šribar, ricerche archeologiche compiute nel 1958-1960 (Šribar 1958–1959, allegato 1)
Figura 25. Elica Boltin e Iva Mikl, planimetria degli ambienti 14, 15, 16 e 17a nel settore 1 (Boltin, Mikl 1958–1959)
Figura 26. Elica Boltin-Tome, ricognizione del porto romano efettuate nel 1968 (archivio del Museo del Mare
“Sergej Mašera” di Pirano)
Figura 27. Ricerche archeologiche efettuate nel 1982 nella parte occidentale di Punta Corbato (Boltin-Tome
1983, fg. 3)
Figura 28. Conduttura idrica romana rinvenuta nel 1984 presso la piscina dell’albergo Simonov zaliv (archivio del
Museo Regionale di Capodistria)
Figura 29. Muro aforato nel 1985 presso il limite occidentale di Punta Corbato (archivio ZVKDS)
Figura 30. Rinvenimento fortuito di una moneta repubblicana, 1986 (fotografa: Andrej Šemrov, archivio ZVKDS)
Figura 31. Saggio di verifca realizzato nel 1986 (fotografa: Marko Stokin, archivio ZVKDS)
Figura 32. Saggio di verifca realizzato nel 1991 (fotografa: Robert Ellis, archivio ZVKDS)
Figura 33. Interventi fnalizzati alla revisione della documentazione del settore 1 operati nel 1991 (fotografa:
Marko Stokin, archivio ZVKDS)
Figura 34. Pulitura del mosaico nell’ambiente 5, settore 2, 1999 (fotografa: Jure Bernik, archivio ZVKDS)
Figura 35. Scavo subacqueo realizzato nel 1994 (archivio del Museo del Mare “Sergej Mašera” di Pirano)
Figura 36. Saggio di verifca realizzato nel 1994 (fotografa: Tomislav Kajfež, archivio ZVKDS)
Figura 37. Saggio di verifca eseguito nel 1995 (fotografa: Tomislav Kajfež, archivio ZVKDS)
Figura 38. La baia di San Simone con indicazione dell’area soggetta a vincolo (EŠD 195): immagine tratta dal Re-
gister nepremične kulturne dediščine [Registro dei beni culturali immobili] (Republika Slovenija, Ministrstvo za
kulturo, Register nepremične kulturne dediščine: http://giskds.situla.org/giskd/)
Figura 39. Saggio di verifca realizzato nel 2001 (fotografa: Arhej, d. o. o., archivio ZVKDS)
Figura 40. Analisi geofsiche realizzate nel 2006 (Mušič 2006)ù
Figura 41. Aerofotogramma dell’area presa in esame (archivio ZVKDS)
Figura 42. Planimetria con indicazione della numerazione degli ambienti dei settori 1 e 2 (realizzazione: Grangeo
d.o.o., aggiunte grafche: Vida Bitenc, archivio ZVKDS, 2011)
Figura 43. Fotografa zenitale del settore 2, ambienti 1, 3, 4 e 5; scala del rilevamento fotografco 1:20 (fotografa:
Bojan Zakeršnik, archivio ZVKDS, 1988)
Figura 44. Veduta dell’ambiente 1 verso sudest: strato di crollo US 5 (fotografa: Marko Stokin, archivio ZVKDS,
1989)
Figura 45. Fotografa zenitale dell’ambiente 1 con indicazione delle unità stratigrafche; scala del rilevamento
fotografco 1:20 (fotografa: Bojan Zakeršnik, archivio ZVKDS, 1989)
Figura 46. Ambiente 1, veduta delle strutture USM 2, USM 6 e USM 22; scala del rilevamento fotografco 1:20
(fotografa: Bojan Zakeršnik, archivio ZVKDS, 1989)
Figura 47. Veduta verso sudovest dell’ambiente 1 all’interno del saggio 4 realizzato nel 1991 (fotografa: Marko
Stokin, archivio ZVKDS)
Figura 48. Fotografa zenitale (orientata verso nordovest) dell’ambiente 1 all’interno del saggio 4 realizzato nel
1991 (fotografa: Robert Ellis, archivio ZVKDS)
Figura 49. Veduta della struttura USM 415 presente nell’ambiente 1 all’interno del saggio 4 realizzato nel 1991
(fotografa: Brona Langton, archivio ZVKDS)
Figura 50. Fotografa zenitale degli ambienti 1, 2 e 3 con indicazione delle unità stratigrafche (archivio ZVKDS,
1988)
Figura 51. Fotografa zenitale degli ambienti 1, 2 e 3 con indicazione delle unità stratigrafche (archivio ZVKDS,
1988)
Figura 52. Fotografa zenitale degli ambienti 1, 2b, 3, 4, e 5; scala del rilevamento fotografco 1:20 (fotografa:
Bojan Zakeršnik, archivio ZVKDS, 1989)
Figura 53. Veduta verso nordovest degli ambienti 3 e 4 (fotografa: Bojan Zakeršnik, archivio ZVKDS, 1989)
Figura 54. Veduta verso sudovest dell’ambiente 4; scala del rilevamento fotografco 1:20 (fotografa: Bojan
Zakeršnik, archivio ZVKDS, 1989)
Figura 55. Dettaglio del mosaico della soglia dell’apertura tra gli ambienti 3 ed 4 (fotografa: Marko Stokin, archi-
vio ZVKDS, 1989)
Figura 56. Mosaici degli ambienti 4 e 5 (fotografa: Marko Stokin, archivio ZVKDS, 1989)
SANSIMONE / SIMONOV ZALIV SANSIMONE / SIMONOV ZALIV
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Figura 57. Fotografa zenitale degli ambienti 5 e 6, strati di crollo (fotografa: Tomislav Kajfež, archivio ZVKDS,
1992)
Figura 58. Fotografa zenitale degli ambienti 5 e 6, crollo del muro (fotografa: Tomislav Kajfež, archivio ZVKDS,
1994)
Figura 59. Dettaglio del tetto crollato (fotografa: Tomislav Kajfež, archivio ZVKDS, 1995)
Figura 60. Fotografa zenitale (orientata verso sudovest) degli ambienti 7 e 8 e in secondo piano l’ambiente 1
(Archivio ZVKDS)
Figura 61. Veduta dell’ambiente 7 verso nordovest (archivio ZVKDS)
Figura 62. Fotografa zenitale degli ambienti 9 e 10 (fotografa: Tomislav Kajfež, archivio ZVKDS, 1994)
Figura 63. Fotografa zenitale del settore 1; scala del rilevamento fotografco 1:20 (fotografa: Bojan Zakeršnik,
archivio ZVKDS, 1991)
Figura 64. Veduta verso nordovest dell’ambiente 14 (archivio ZVKDS)
Figura 65. Dettaglio del mosaico della soglia tra gli ambienti 14 e 15 (archivio ZVKDS)
Figura 66. Veduta verso sudovest dell’ambiente 15 (fotografa: Marko Stokin, archivio ZVKDS, 1991)
Figura 67. Veduta verso sudovest dell’ambiente 16 con residui di intonaco da softto in stato di crollo (archivio
ZVKDS)
Figura 68. Dettaglio del mosaico dell’ambiente 16 con residui di intonaco da softto in stato di crollo (fotografa:
Boris Križan, archivio ZVKDS, 1992)
Figura 69. Dettaglio del mosaico dell’ambiente 16 con evidenti lacune causate da attività di aratura e residui di
intonaco da softto in stato di crollo (fotografa: Marko Stokin, archivio ZVKDS, 1991)
Figura 70. Fotografa zenitale della parte meridionale dell’ambiente 17; scala del rilevamento fotografco 1:20
(fotografa: Bojan Zakeršnik, arhivio ZVKDS, 1991)
Figura 71. Veduta verso sudovest degli ambienti 18 e 19 (fotografa: Marko Stokin, archivio ZVKDS, 1991)
Figura 72. Dettaglio della pavimentazione in opus spicatum dell’ambiente 19 (archivio UP ZRS IDS)
Figura 73. Veduta verso sudest dell’ambiente 20 (fotografa: Marko Stokin, archivio ZVKDS, 1992)
Figura 74. Veduta verso sudovest dell’ambiente 20: dettaglio della lacuna risultante dall’asportazione del seg-
mento musivo (archivio ZVKDS)
Figura 75. Segmento musivo inserito nel pavimento del Museo Regionale di Capodistria (fotografa: Maša Sakara
Sučević, archivio del Museo Regionale di Capodistria, 2011)
Figura 76. Veduta verso nordovest dell’ambiente 21 (archivio ZVKDS)
Figura 77. Veduta verso sud dell’ambiente 22 (fotografa: Alfred Trenz, archivio ZVKDS, 1991)
Figura 78. Veduta del porto durante la bassa marea nel 1968 (archivio del Museo del Mare “Sergej Mašera” di
Pirano)
Figura 79. Veduta del molo durante la bassa marea nel 1968 (archivio del Museo del Mare “Sergej Mašera” di
Pirano)
Figura 80. Veduta del frangifutti durante la bassa marea nel 2006 (fotografa: Marko Stokin, archivio ZVKDS)
Figura 81. Spazio manipolativo lastricato ai piedi di Punta Canè (fotografa: Marko Stokin, archivio ZVKDS, 1999)
Figura 82. Veduta aerea verso sud della costa nordoccidentale dell’Istria con la zona di Isola in primo piano (foto-
grafa: Jaka Jeraša)
Figura 83. Conduttura fttile messa in luce nel 1984 (archivio del Museo Regionale di Capodistria)
Figura 84. Capitello dorico (archivio ZVKDS)
Figura 85. Base di colonna (archivio ZVKDS)
Figura 86. Frammento di capitello corinzio (archivio ZVKDS)
Figura 87. Frammento di supporto scanalato marmoreo (fotografa: Boris Križan, archivio ZVKDS, 1992)
Figura 88. Elemento fttile per opus spicatum con iscrizione grafta SECVN(---) (fotografa: Boris Križan, archivio
ZVKDS, 1992)
Figura 89. Frammenti di decorazione parietale con edicole alternate ad esseri a racemi alati (fotografa: Boris
Križan, archivio ZVKDS, 1992)
Figura 90. Frammento di decorazione parietale con amorini (fotografa: Boris Križan, archivio ZVKDS, 1992)
Figura 91. Figura femminile di terracotta (archivio ZVKDS)
Figura 92. Statuetta di piombo rafgurante una Vittoria (archivio ZVKDS)
Figura 93. Ami da pesca (archivio ZVKDS)
Figura 94. Pesi per le reti da pesca (archivio ZVKDS)
Figura 95. Contrappeso da stadera a forma di anfora (archivio del Museo del Mare “Sergej Mašera” di Pirano)
Figura 96. Lucerna con gladiatore (fotografa: Maja Bjelica, archivio del Museo del Mare “Sergej Mašera” di Pirano)
Figura 97. Fasi edilizie del complesso (realizzazione: Grangeo d.o.o., archivio ZVKDS, 2011)
Parco Archeologico dell’Alto Adriatico
Arheološki parki severnega Jadrana
PArSJAd
(CB017)
Progetto PArSJAd 2007
_
2013 / Progetto strategico “Parco Archeologico dell’Alto Adriatico” fnanziato
nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia
_
Slovenia 2007
_
2013, dal Fondo europeo di
sviluppo regionale e dai fondi nazionali.
Projekt PArSJAd 2007
_
2013 / Strateški projekt “Arheološki parki severnega Jadrana” sofnanciran v okviru
Programa čezmejnega sodelovanja Slovenija
_
Italija 2007
_
2013 iz sredstev Evropskega sklada za regionalni razvoj
in nacionalnih sredstev.
Ministero dell'Economia
e delle Finanze
REPUBLIKA SLOVENIJA
MINISTRSTVO ZA GOSPODARSKI
RAZVOJ IN TEHNOLOGIJO