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Urbino, aprile 2014

il Ducato
dossier
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Periodico dellIstituto per la formazione al giornalismo di Urbino

Prato parla cinese

Storie di vita e di integrazione. Un passo in Toscana che un viaggio in Oriente


di Agnese Fioretti

il Ducato

Il quartiere era sede delle fabbriche di lato. Oggi conna con la Chinatown

Narnali, il telaio sotto casa


Da dieci anni unassociazione culturale della zona organizza feste ed eventi a favore dellintegrazione

un filo rosso che unisce i pratesi agli immigrati cinesi e che solo in pochi riescono a ricordare. Per scorgerlo necessario aver vissuto il boom economico di Prato, quel ventennio - iniziato negli anni 60 e terminato con gli 80 - in cui il capoluogo toscano si imposto come uno dei principali distretti tessili italiani. Questa citt era piena di lavoro e sotto ogni casa cera un telaio. Oliviero Giorgi, un pensionato dal volto pimpante, Prato se la ricorda cos. Mentre oggi ci si scandalizza della presenza dei bambini cinesi negli stanzoni, bisognerebbe ricordare che molti bimbi pratesi sono nati nei contenitori del tessuto. Respiravano icch cera in uno stanzone e i loro box da gioco erano le casse da filato. Sembra quasi una specie di nemesi storica la vita di questa citt, un ritornello che passa attraverso le fabbriche e lirregolarit delle condizioni lavorative. Prima erano i filati e oggi il pronto moda, prima i pratesi e oggi i cinesi: Oliviero non ha dimenticato i primi e vive quotidianamente a contatto con i secondi. Oliviero aveva un negozio di frutta e verdura in via Pistoiese, lattuale cuore pulsante della Chinatown pratese, nel quartiere di Narnali. Gli odori dei suoi ricordi oggi si mescolano a quelli della comunit cinese e Oliviero interpreta tutto questo come unopportunit. Dieci anni fa ha fondato il gruppo culturale Narnali Insieme, dedicato al quartiere ma soprattutto ai giovanissimi. E qui, tra queste strade, ha sempre organizzato feste per bambini: La scuola il pi bel segnale, il modo migliore con cui Prato abbia reagito allarrivo degli orientali. Il problema, p u r t ro p p o, a r r i va d o p o. Ma anche durante, soprattutto per quei ragazzi cinesi che vedono i loro genitori lavorare in nero e fare turni estenuanti nelle ditte di pronto moda. Oliviero lo sa, ma non smette di ricordare come a Prato, quando a lavorare nelle fabbriche erano solo i pratesi, la situazione non fosse molto diversa. Prima di arrivare qui ho frequentato lambiente sindacale fiorentino. Ricordo che si parlava delle famose otto ore, che erano un obiettivo importante. A Prato, invece, se si lavorava meno di dieci ore era crisi nera. Mentre Oliviero racconta e rivive, Giuseppe Maurizi vicepresidente di Narnali Insieme gli d un ultimo tocco al taglio di capelli, in una piccola stanza disordinata che la sede del gruppo. E sovrappone ricordi alle parole dellamico, facendo riferimento a come, in quegli anni, il settore tessile avesse arricchito quasi tutti:

Quando le mogli degli imprenditori venivano nel mio negozio non mi chiedevano mai il prezzo dei prodotti. Mi dicevano il mi marito lavora 12 ore al giorno e mi porta a casa certi malloppi, alla mi figliola che le dico a fare di andare a scuola. In quegli anni Montecatini e Forte dei Marmi si sono arricchite grazie ai pratesi. Giuseppe era anche proprietario del bar Silvana come il nome della mi moglie, ma soprattutto stato il barbiere storico del quartiere dopo aver comprato la bottega da Pomodoro. Perch a Narnali tutti avevano un soprannome: cera ad esempio Pastine, il pap (anzi, babbo) del noto ciclista Giulio Bresci, che possedeva le pompe di benzina in via Pistoiese, in quel tratto della strada che oggi vissuto quasi esclusivamente da cinesi. Nel frattempo Narnali continua ad essere l accanto, con la sede della Misericordia (unassociazione di volontari che garantisce assistenza sociale e sanitaria) che era la vecchia casa del fascio, il chiesino dove, dal 1200, si fermavano i viandanti diretti a Vinci e il circolo Renzo Grassi: Qui cera una sala da ballo che oggi diventata una palestra, dove sono passati Giorgio Gaber, Gianni Morandi e Rita Pavone. Tanti i ricordi di Oliviero e Giuseppe, i ricordi di un quartiere e di una societ in cui era maturato un modello di ricchezza ben preciso, dove si spendeva senza sperperare: I fratelli Dante e Tonio Bucciantini avevano unofficina in cui costruivano i telai. Una volta Tonio and a ballare in un night club di Firenze con altri ragazzi, allalba presero il treno per tornare a Prato ma, arrivati in stazione, lautobus non passava e pioveva molto. Gli altri gli dissero: prendiamo un taxi, ma lui rispose: no, i soldi un si sciupano. Giuseppe riporta questo aneddoto con gli occhi divertiti, Oliviero ride ma aggiunge: Quando a Prato arrivata la crisi, verso met degli anni 80, la si sentita doppiamente. Non stato coinvolto solo il settore in s, ma anche tutta l a t t i v i t d e i f o r n i t o r i . Poi i ricordi si sfumano e arrivano a venti anni fa, quando i primi cinesi si insediarono a Prato. Se loro andassero via spiega Oliviero la crisi attuale crescerebbe molto di pi. Dal mercato degli affitti alle trattorie, che vendono pasti da asporto soprattutto ai lavoratori degli stanzoni arrivati dalla Cina. Non a caso, i pochi negozi storici sopravvissuti a Narnali sono proprio quelli con unimportante clientela orientale, come la pasticceria Peruzzi e il fioraio Baldesi. Perch i cinesi quando inaugurano le loro attivit ordinano molti fiori, conclude Giuseppe. I capelli di Oliviero ora sono ben pettinati. E i ricordi possono tornare ad assopirsi.

I cinesi di Prato, senza luoghi comuni


Teresa Moda, via Toscana, Prato. il 1 dicembre 2013 quando la morte di sette operai cinesi che lavoravano e vivevano in una ditta di pronto moda riporta locchio mediatico sul capoluogo toscano. Sono passati oltre 20 anni dallinsediamento dei primi orientali: oggi alcune strade di Prato hanno cartelli e insegne bilingue e la comunit cinese della citt la seconda in Italia. I cinesi di Prato appartengono quasi tutti ad uno stesso flusso migratorio: la maggior parte di loro arrivata negli anni 90 dalla regione dello Zhenjiang, soprattutto dalla citt di Wenzhou. I primi anni hanno lavorato come operai nelle aziende di maglieria: si sono dunque inseriti in un settore che, nellallora distretto pratese, era molto marginale. I pratesi avevano costruito la loro fama attorno alla produzione di filati, mentre gli immigrati cinesi stavano per diventare i protagonisti del mercato di abiti low cost. Il salto di qualit lo hanno fatto alla fine degli anni 90 - spiega Saida Petrelli, addetto stampa dellUnione industriale pratese quando si sono sostituiti ai datori di lavoro per diventare loro stessi imprenditori, passando dalla sola maglieria al confezionamento dei vestiti. Hanno preso in affitto da proprietari italiani i primi capannoni, il business si progressivamente ingrossato proprio come la comunit stessa. Oggi, secondo le stime ufficiali, i cinesi che vivono a Prato sono oltre 13.000 (molti sostengono che siano almeno 20.000). I ragazzi di seconda generazione parlano con accento toscano e spesso non hanno mai visto la Cina. Nel frattempo i vizi innati delleconomia orientale a Prato - lavoro in nero, sfruttamento di manodopera e pessime condizioni igienico-sanitarie - sono stati impropriamente elevati a tratto distintivo di tutta la comunit. Oggi donne e uomini cinesi chiedono una seconda opportunit. E soprattutto labbattimento dei luoghi comuni.

IERI&OGGI

La strada, cuore della comunit

Via Pistoiese che sa di Cina


come essere catapultati in una citt orientale
Foto in prima pagina: di Ilaria Costanzo. In alto: due novelli sposi appena usciti dalla chiesa di Santa Maria Assunta a Narnali. A sinistra, invece, la strada che segnava lingresso al paese (Narnali oggi un quartiere di Prato, ma stato per molti anni una frazione della citt). In basso, nella foto piccola, un edicio della zona. La foto grande, invece, ritrae la classe di una scuola di Narnali: stata scattata il 13 aprile 1967 e tutte queste immagini sono conservate dal gruppo culturale Narnali Insieme. A destra, due ragazze passeggiano nella Chinatown, accanto a un muro deturpato da scritte in italiano e in cinese

i sono strade che restano impresse nella mente di chi le attraversa per la loro bellezza o, al contrario, per il livello di degrado e sporcizia. Ci sono poi strade che la memoria non getta nel dimenticatoio a causa dei loro odori. Via Pistoiese, un serpente che attraversa la citt di Prato per oltre due chilometri, una di queste. Chi la raggiunge, superato larco con cui finisce via San Vincenzo, ha limpressione di lasciarsi alle spalle molto di pi di una porzione del capoluogo toscano. Ha limpressione, piuttosto, di lasciarsi alle spalle lItalia per entrare in un altro paese, per immergersi in unaltra cultura. Chi arriva in via Pistoiese ed ha avuto lopportunit di vivere o visitare la Cina dice spontaneamente che in questa strada come tornare in una citt cinese, molto pi che in altre Chinatown italiane e persino europee. Qui i cartelli diventano bilingue e i tratti somatici occidentali sembrano il frutto di una genetica molto lontana. In farmacia, la scritta Per maggiore riservatezza la preghiamo di attendere il suo turno in compagnia della speculare traduzione in lingua cinese. I supermercati e le pasticcerie non hanno nulla che un occidentale sappia riconoscere o nominare. I dolci hanno nomi difficili e sono confezionati quasi tutti in vaschette di plastica. La proprietaria di un piccolo negozio che ne vende di ogni tipo spiega che sono di produzione propria, infornati e impacchettati nel retrobottega. Uno dei tanti esempi di made in Italy che di nostrano ha solo letichetta. Ci sono delle tortine al miele e il pan di spagna al dattero; sugli scaffali, posizionate le une accanto alle altre, si accatastano confezioni di lao po bing (focacce dette della moglie e ripiene di sesamo nero) e di lao geng bing (la focaccia del marito al sesamo bianco). Alcuni vassoi sono ricoperti di you shen (letteralmente, corde allolio): per immaginarli attraverso i sapori della cucina italiana, basti pensare a dei taralli glassati. Qualche metro oltre la piccola pasticceria, una tavola calda ha la televisione sintonizzata su un canale cinese. I clienti sono quasi tutti orientali, ma gli italiani stanno imparando ad apprezzare la nostra cucina. Lo spiega una donna che lavora in via Pistoiese da quattro anni, che serve ai tavoli del-

la rosticceria assieme ad altre ragazze. Vorrebbe tornare in Cina, anche se ormai si abituata alla vita in questa fetta di mondo e al business del marito. A chi le chiede in cosa consista questo aleatorio business preferisce non rispondere. Nel frattempo i clienti continuano ad occupare i tavoli e a ordinare lamian (letteralmente, spaghetti tirati a mano). Sono ciotole di pasta lunga cotta in un brodo di carne e verdure, un piatto unico che sazia e riscalda. Perch quello che si respira, si mangia, si beve e si odora in via Pistoiese non cultura cinese corretta allitaliana, ma un vero e proprio angolo di Cina. I ristoranti non offrono i classici riso alla cantonese, involtini primavera e pollo alle mandorle, ma piuttosto bao zi e bing. I primi sono i grandi ravioli di cui si nutriva Kung Fu Panda, ripieni di carne o verdure, mentre per bing si intendono delle focacce farcite e saltate sulla piastra. I ristoranti di via Pistoiese hanno cucine a vista in cui il cuoco, invece di portare il cappello bianco, preferisce accendersi una sigaretta e fumare accanto ai fornelli; hanno grandi bollitori rotondi da cui viene estratto il riso e come bevanda servono acqua calda. A fianco della ristorazione, un brulicare di attivit tutte esclusivamente cinesi: agenzie di viaggi, gioiellerie, negozi di abbigliamento e di elettronica, parrucchieri e centri estetici. Questa la zona loro, hanno i medici sua, i dentisti sua, tutto sua, spiega in un italiano un po dantesco Simona, che guida la Lam (linea di autobus frequenti) arancione e quotidianamente lascia i passeggeri alle fermate della zona. Salgono e scendono mamme con i passeggini e nonne con i nipoti, ragazzi con lo zaino sulle spalle appena usciti da scuola e giovani imprenditori. Tutti che ritornano nella loro piccola Chinatown, tra odori e suoni familiari. Passano davanti a una sala slot, ai bar e ai cancelli chiusi degli stanzoni sequestrati, dove alcuni loro connazionali lavoravano illegalmente. Passano davanti ai supermercati in cui solo loro sanno riconoscere i prodotti: frutti derivati dallincrocio di mele e pere che nella lingua italiana non hanno un nome, bustine di t alla patata dolce, biscotti ripieni di crema ai piselli e fili di carne essiccata. Non tutti i pratesi lo hanno ancora accettato, ma la loro citt custodisce una realt che fa dimenticare lItalia per vivere la Cina.

il Ducato

A Prato oltre 4.000 imprese

Abiti low cost, un business da capogiro

ono 4.265 le imprese cinesi registrate nella provincia di Prato dallultimo studio Irpet (Istituto regionale programmazione economica della Toscana) e appartengono quasi tutte allo stesso settore: abbigliamento e in particolare pronto moda. Negli ultimi dieci anni il loro peso nel territorio cresciuto in modo esponenziale: dal 5,2 per cento del totale delle imprese presenti nella provincia, oggi le attivit cinesi ne costituiscono il 16,6 per cento. Al proliferare di ditte orientali corrisposto un parallelo aumento dei controlli, volti ad arginare soprattutto il fenomeno dei capannoni alveare: gli stanzoni presi in affitto dai titolari cinesi per la produzione di abiti low cost. Si tratta di uneconomia ingestibile, cresciuta a macchia dolio e caratterizzata da reati congeniti come lo sfruttamento della manodopera clandestina, labusivismo edilizio e levasione fiscale. Dal 2009 al 2013 abbiamo effettuato 1570 controlli a imprese cinesi spiega lassessore alla Sicurezza di Prato Aldo Milone sequestrato 612 immobili e 27.622 macchinari. E per affrontare questo fenomeno la polizia muni-

cipale pratese gode di un organo speciale: il nucleo edilizia e antidegrado, composto da 16 persone che compiono una media di due sequestri alla settimana. Numeri altrettanto allarmanti emergono dallattivit della Guardia di Finanza di Prato: Nel 2013 abbiamo sequestrato 49 immobili, 2544 macchinari e 900 loculi/dormitorio afferma il colonnello Gino Reolon e abbiamo individuato 181 lavoratori in nero. Lo scorso anno le fiamme gialle hanno inoltre sottoposto a controllo 90 capannoni, nei quali coabitavano 118 societ cinesi, e registrato un flusso di 10 milioni di euro verso la Cina, provenienti dalla contraffazione dei prodotti. Spesso incorriamo in reati legati alla violazione delle regole del Made in Italy continua Reolon ma anche della normativa sanitaria: nel maggio del 2013 loperazione Skull 2 ha portato al sequestro di 500.000 articoli di bigiotteria, contenenti livelli di nichel superiori a quelli consentiti dalla legge. A caratterizzare lillegalit cinese a Prato anche la volatilit delle imprese, che spesso aprono e chiudono nellarco di due anni. Le imprese cinesi con profilo industriale sono

molto poche, la maggior parte sono ditte individuali. Inoltre sottolinea Saida Petrelli, addetto stampa dellUnione industriale pratese molte di queste attivit sono riluttanti ad inserirsi nella business community locale. Noi ne abbiamo solo due associate e basti pensare che, delle oltre 4.000 attivit cinesi presenti nel territorio, quelle che fanno parte delle varie associazioni di categoria non sono pi di 200. Un aspetto, questo, che oltre ad avere risvolti economici va analizzato anche dal punto di vista legale: I cittadini cinesi che delinquono, e che sono una minoranza rispetto allintera comunit, sono spesso in-

teressati ad ottenere false residenze spiega il magistrato Antonio Sangermano e quando vengono inseriti nelle liste anagrafiche di Prato diventano automaticamente dei fantasmi. Una volta presa la residenza, gli orientali possono diventare titolari di imprese e aprire la loro partita Iva: Diventano prestanomi di titolari effettivi che a loro volta sono sconosciuti, continua Sangermano. Tutto questo circuito dillegalit non nato su una base di criminalit organizzata, che comunque non si pu considerare del tutto estranea alla citt di Prato: Circa otto mesi fa ho condotto un procedimento contro cinque cinesi

che avevano commesso estorsioni a dei loro connazionali proprietari di una pescheria ricorda il magistrato e ho riscontrato negli aggressori una vera e propria capacit dintimidazione: questo vuol dire che stanno emergendo fenomeni criminali associativi molto pregnanti, di cui la comunit sembra aver paura. Nonostante la paura, i due commercianti che hanno subito violenze fisiche, minacce ed estorsioni hanno collaborato con la Polizia: Nelle varie querelle culturali si tende a liquidare tutto in un unicum, ad attribuire a tutti i cinesi le stesse caratteristiche socio-culturali - conclude Sangermano - e questo un grave errore.

I racconti dei commercianti cinesi nel Macrolotto

Storie di vita dallo Zhenjiang


H
anno i nomi delle regioni italiane le strade che si intersecano nel Macrolotto, la zona industriale di Prato, anche se a regnare sovrana tra le tante aziende del quartiere una regione molto lontana dai nostri confini. Si chiama Zhenjiang, situata nel sud-est della Cina e soprattutto custodisce la citt di Wenzhou, roccaforte della maggioranza dei cinesi approdati a Prato. Alcuni di loro lavorano irregolarmente nelle fabbriche di pronto moda, altri vendono i vestiti cuciti dai loro connazionali proprio in queste strade: abiti eleganti, camice e pantaloni sono appesi su lunghi stand o ammassati in scatoloni di cartone. Lesterno dei fabbricati spesso decorato da coccarde e fili di tessuto, tutti rigorosamente rossi. Le storie delle persone che popolano la scacchiera di strade del Macrolotto sono tanto simili quanto divergenti, tanto vicine quanto lontane. Sono storie che parlano di abbandono e solitudine, di difficolt e parentesi di illegalit, per poi concludersi nel riscatto e nella stabilit. I cinesi oggi titolari di ditte sono arrivati quasi tutti da clandestini, hanno fatto gli operai nelle fabbriche-dormitorio per poi mettersi in proprio. Luca (i nomi sono tutti di fantasia) ricorda di essere arrivato in Italia allet di sette anni e di aver visto i suoi genitori lavorare dalle 16 alle 18 ore al giorno: Non siamo mica venuti qui con la valigia piena di soldi. Il padrone della ditta gli diceva di andare a dormire, ma loro volevano guadagnare il pi possibile per rendersi autonomi. Con ritmi di questo genere, scindere il luogo di lavoro dalla propria abitazione diventa impossibile, a discapito soprattutto delle condizioni igienico-sanitarie: Il tessuto genera polvere, ma se cuci tutto il giorno non puoi anche pulire. E poi noi cuciniamo con molto pi olio rispetto a voi italiani, che usate solo quello doliva. normale che diventi tutto appiccicoso. Oggi Luca ha due figli ed responsabile della sua azienda, anche se per fare i veri affari bisognerebbe tornare in Cina. Nel 1989 dalla Cina arrivato invece Andrea, approdato in Italia dopo aver vissuto in vari paesi europei: Allinizio trovare lavoro non stato affatto facile, anche a causa delle difficolt linguistiche. Litaliano lho imparato leggendo libri e usando il lu yin ji (mangianastri, ndr). Oggi Andrea ha unazienda che vende abiti a livello internazionale e, anche se non ricorda la parola mangianastri, pu considerarsi un bravo autodidatta.

In alto, un lavoratore cinese che costruisce accessori di montaggio per prodotti di alta moda. In basso, una strada del Macrolotto: il quartiere di Prato in cui si concentrano le attivit del pronto moda cinese

LECONOMIA CINESE

Viaggio in una ditta di pronto moda, sequestrata dalla Polizia il 17 febbraio

I prigionieri delle fabbriche


Undici operai lavoravano e dormivano in un unico ambiente senza nestre. Erano tutti in nero, tranne uno

e pareti tappezzate di foto del loro bambino neonato, il letto in disordine e un appendiabiti su cui sono rimasti solo due cappotti. Nella fretta dello sgombero sarebbe stato impossibile racimolare tutto, recuperare la spazzola, i prodotti di cosmesi e i festoni dellultimo capodanno cinese. Nella fretta dello sgombero i due coniugi hanno dovuto lasciare la loro camera ma forse anche tutta la loro vita, perch nel capannone lavoravano, dormivano, cucinavano e mangiavano. il 17 febbraio quando la polizia municipale di Prato mette sotto sequestro la sede della ditta di pronto moda che ha dato un impiego anche a loro: in totale ci sono 11 persone, hanno tutte il permesso di soggiorno ma solo una assunta regolarmente. Per noi questa la normalit, facciamo in media due sequestri alla settimana spiega uno degli agenti lultimo stato gioved scorso, nel portone proprio accanto a questo. I portoni sono entrambi molto grandi e di metallo, ognuno con una piccola telecamera appesa in cima. Servono a vericare costantemente cosa accade fuori e sono collegate a un televisore interno. Entrare in quello stanzone appena sequestrato come aprire una cantina dopo che stata chiusa per anni. Lumidit e la sporcizia hanno annerito tutte le pareti e la prima cosa che balza allocchio lassenza di nestre, spiragli di luce e aria fresca. Il pavimento lercio e tutto si inserisce in un unico grande disordine. A terra, disseminate un po ovunque, ci sono scatole di cartone e grandi buste blu riempite di vestiti e tessuti. Alcuni oggetti segnalano la presenza di bambini: un libro di abe, una piccola bicicletta rosa nascosta in softta. Forse le condizioni igieniche non sono cos terribili, forse non come sembra se qui ci stavano anche i pi piccini. Provi a pensarlo, ma non vero. Gli scaffali sono ricoperti di sterco di ratto e il muro sopra il lavello della cucina di uno strato di unto. Di fronte allo spazio riservato ai pasti, gli operai avevano improvvisato anche un piccolo salottino: un televisore (non quello collegato alla telecamera esterna) e un divano di pelle marrone, accanto una tavola da stiro, scatoloni, rocchi di tessuto e modelli degli abiti realizzati su cartone. Poco pi avanti inizia la zona in cui i dipendenti cinesi passavano la maggior parte del loro tempo, quella in cui sono disposte le loro postazioni, ognuna con la propria macchina da cucire, con i colori da usare per un ultimo abito che non completeranno mai. I pi sfortunati erano sicuramente quelli che lavoravano accanto al muro, perch nei loro polmoni arrivava tutta lumidit che ha tinto le pareti di enormi macchie nere. Ogni oggetto, in questa fetta del capan-

A sinistra una macchina da cucito nella fabbrica cinese sequestrata lo scorso 17 febbraio. In basso nella foto piccola, altre postazioni lavorative degli operai. Nella foto grande, invece, larea della ditta adibita a salotto
none, nascosto sotto uno strato grigio di polvere e tessuto. Ancora avanti, oltre i macchinari, due camere da letto sono separate dal resto delledicio tramite delle tende a ori. Da una di queste il letto gi stato rimosso e restano solo una poltrona, un comodino e i pannelli di cartone usati come muri divisori. Le altre stanze da letto sono invece al piano superiore: ci si accede da una fatiscente scala a chiocciola subito dopo lingresso. L, chiss ancora per quanto tempo, le foto di un neonato con gli occhi a mandorla e di due genitori felici resteranno appese alle pareti.

Da cameriere a imprenditore

Il riscatto di Huan

un pregiudizio che a Prato condividono in tanti e che frutto di una banale generalizzazione. Dato che molte ditte cinesi sono state sequestrate, praticamente impossibile imbattersi in un orientale che lavori regolarmente. In realt, molto pi facile di quanto sembri. Uno di loro si chiama Huan Xiong Lin ed un uomo di 38 anni, arrivato in Italia nel 2003 dal distretto cinese che fa capo alla citt di Wenzhou. il titolare di una ditta che si chiama Xu Jianjun e che produce accessori di montaggio per le grandi griffe. Vendo a Prada, Fendi e Cavalli spiega Huan ma gli italiani con cui mi sono confrontato non sono tutti uguali: alcuni sono buoni, altri non nascondono che gli d noia. Huan ha assunto sette dipendenti, tutti con un contratto regolare e di cui mostra con orgoglio la busta paga. Guadagnano circa 1.000 euro al mese e lavorano otto ore al giorno. Il mio vecchio socio mi aveva portato due operai clandestini racconta poi arrivata la polizia e dal 2010 ho deciso di gestire lazienda da solo. Nello stabile che Huan ha preso in affitto da un italiano, lambiente pulito e i dipendenti lavorano ordinatamente su antichi tavoli di legno. Nessuno di loro dorme o vive l e le finestre ci sono.I pochi snack sui tavoli dimostrano che gli operai mangiano in ditta solo quando capita. La vita di molti cinesi allinterno delle fabbriche del pronto moda qui sembra lontana anni luce. Huan arrivato in Italia da clandestino e senza soldi: dieci anni fa ha preso un aereo per la Bulgaria, da l salito in macchina con dei suoi amici e infine arrivato a Udine. Ha fatto il cameriere in un ristorante cinese a Roma, ha lavorato come operaio in una fabbrica a Venezia e nel 2006 approdato a Prato. Oggi ha la sua azienda e la sua autonomia economica, un italiano ancora maccheronico e una cultura da cui non vuole staccarsi.

il Ducato

La storia di Xiaoyun, arrivata a Prato a 6 anni

I mei gli li farei vivere in fabbrica


cresciuta nel capannone in cui lavoravano i genitori
iaoyun ha setosi capelli neri e qualche lentiggine sparsa sulla pelle bianca. Il suo nome frutto dellunione delle parole che in cinese significano mattina e nuvola, perch sono nata allalba e quando i miei genitori hanno alzato lo sguardo verso il cielo hanno intravisto una nube. Me lo racconta mentre passeggiamo nel centro di Prato, la citt che lha accolta quando aveva sei anni. Abbiamo appena lasciato il caff Le logge in piazza del Comune, dove lei scherza con Simone, il barista egiziano, si fa servire un cappuccino con cacao ma poi prende un po della mia acqua calda. Io lho gi trasformata in t ai frutti rossi, mentre lei la beve proprio cos. In Cina lacqua del rubinetto si sorseggia spesso riscaldata, perch non essendo potabile viene prima portata a ebollizione. Xiaoyun nata 22 anni fa nella regione cinese del Fujian, in una casa che oggi non esiste pi. stata demolita per costruire una tangenziale. Era una di quelle case in cui lacqua doveva essere riscaldata, una di quelle case in cui a volte mancava la legna. Come quando, nel 1990, nacque Jie, il fratello maggiore. Lideogramma con cui si scrive il suo nome composto da quello che simboleggia il legno e da quattro punti che ne rappresentano lassenza. Ma se un nome o un simbolo possono spiegare la nascita di una persona, quando la vita si srotola la faccenda si fa pi complicata. Xiaoyun si racconta con semplicit ed entusiasmo, entra con fierezza negli angoli pi difficili della sua infanzia e sembra che da ognuno di questi abbia raccolto una lezione. Da vera toscana aspira ogni c e t in cui inciampa, ma la sua storia inizia a oltre 14 ore di volo dallItalia. Inizia nella casa che non c pi, dove il padre la lasci a soli otto mesi per cercare il lavoro e una vita migliore in un altro continente. Mio pap lho conosciuto a sei anni, quando sono arrivata in Italia con mamma e mio fratello. Lui non era mai tornato in Cina e allinizio non riuscivo a chiamarlo pap perch per me era gi un uomo. Un uomo arrivato in Toscana da clandestino, che solo nel 1996 riesce a regolarizzarsi con una sanatoria e a chiedere il ricongiungimento familiare. Prima di trasferirci in una casa vera abbiamo vissuto per quasi cinque anni nel capannone di una fabbrica. I miei facevano turni estenuanti, lavoravano decine di ore al giorno e aveva-

mo solo una stanzina in cui dormivamo. Io ci stavo male, per vivere in uno stabilimento particolare perch unisci il lavoro, il tempo libero e quello per la famiglia. Se i miei genitori avessero lavorato fuori, avrebbero avuto meno tempo per stare con me. Xiaoyun, nel frattempo, cambia cinque scuole in otto anni. In terza elementare sapevo coniugare perfettamente i verbi, ma non sapevo come usarli. Non ero capace a inserire le parole nel posto giusto. Con lo scorrere del tempo la conoscenza dellitaliano e laccento pratese crescono in fretta, nonostante con mamma e pap Xiaoyun abbia sempre parlato cinese. Nel frattempo i genitori riescono a diventare indipendenti e decidono di aprire una ditta che produce divani. Comprano una casa a Vaiano e fanno i pendolari, lavorano a Prato otto ore al giorno. Io e mio fratello ce la siamo cavata e a dieci anni ho imparato a cucinare. Le chiedo se preferisce il cibo italiano a quello cinese e nella sua risposta c qualcosa che oltrepassa le mura della cucina: Non esiste mai un periodo in cui io mi senta solo cinese e poi uno in cui io possa definirmi solo italiana, devo sempre avere un po e un po. Voglio gli spaghetti e la pizza, ma anche il riso. Xiaoyun ha unidentit che mescola tutti i suoi ingredienti senza fonderli. Odia i pregiudizi e li combatte sfrontata, senza paura di esprimere le sue opinioni pi estreme. Certe persone non sarebbero daccordo con me, ma se avessi dei figli li farei vivere in un capannone. Per molti versi unesperienza difficile che ti segna, ma allo stesso tempo ti permette di capire quanto sia importante avere un tetto sulla testa. Ma ancora troppo presto per diventare mamma. Ci sono prima la laurea in infermieristica e la cittadinanza italiana da ottenere per non dover pi andare ogni due anni in procura a rinnovare il permesso di soggiorno: Questa una di quelle cose che mi fanno rabbia. Io a Prato ci sto bene e pensare che la mia vita in Italia sia come una scadenza da rinnovare brutto. E poi c la voglia di rivedere la Cina, di cui non ha ricordi assieme al suo pap e dove non mai tornata dopo essere arrivata a Prato. Anche se la casa in cui nata, in una mattinata nuvolosa del 1992, potr solo immaginarsela sul bordo di una tangenziale.

Sopra, Xiaoyun di spalle. A destra, una classe dellistituto statale di istruzione superiore Gramsci-Keynes. I ragazzi sono stati immortalati da Ilaria Costanzo e limmagine fa parte del progetto fotograco Facewall

I GIOVANI
La III C della scuola Mascagni: 19 bambini, di cui 13 sono stranieri

Piccoli interpreti crescono, dove le maestre studiano cinese

utti in classe, dopo essere rientrati dalla gita. Fuori ha iniziato a piovere appena i bambini sono scesi dallautobus, la maestra Angela riuscita a fatica a mantenere ordinata la fila per due e a farli camminare mano nella mano. Scrollati i cappotti e preso posto tra i banchi, gli alunni della III C dellistituto comprensivo Mascagni ripassano, disegnano e chiacchierano in quellultima ora che li separa dal pranzo. Quando la maestra chiede di definire il lavoro del giornalista, le risposte sono variopinte: Il giornalista quello che sta in edicola (non fisicamente, ma ci siamo quasi), o meglio colui che va a un evento, fa le foto, scrive e poi attacca tutto sul giornale (magari!). Matteo mette la scarpa da ginnastica ad asciugare sul termosifone, perch si bagnata durante il tragitto. Matteo entra tutti i giorni nella classe, composta da 19 bambini di cui 13 stranieri: sette sono di nazionalit cinese, poi ci sono due gemelle marocchine, una bambina di origini russe, un alunno albanese, uno serbo e uno bengalese. Fino al 29 novembre cera anche Lu racconta la maestra Angela con il suo accento catanese arrivato a settembre, catapultato in terza elementare senza saper parlare litaliano, e quando eravamo riusciti ad integrarlo quasi completamente i genitori lo hanno portato via. Perch listituto Mascagni non so-

lo una scuola, con i disegni di Peppa Pig, Barbie e Braccio di Ferro appesi alle pareti. Appena entrati nel grande edificio di via Toscanini, sul vetro che circonda la mensa appare un cartellone intitolato Larcobaleno dei valori: i bambini hanno associato un messaggio a ognuno dei sette colori, dallamicizia alla condivisione passando per laiuto reciproco, il rispetto e la collaborazione. In una scuola che accoglie il 40 per cento di alunni stranieri e che solo allasilo raggiunge picchi del 60 per cento queste parole risuonano con una forza particolarmente tagliente e reale. Al Mascagni lintegrazione non un bene ideale, piuttosto pane quotidiano. Si pratica ogni giorno con pazienza e perseveranza, alunno dopo alunno e classe dopo classe. I bambini cinesi spesso traducevano per Lu ricorda Angela anche perch tra di loro non parlano quasi mai in italiano. Quando litigano si insultano direttamente in cinese per non farsi capire dagli altri. La loro lingua la parlano benissimo e spesso sono iscritti a scuole cinesi che frequentano nel fine settimana. Ma se nelle scuole pratesi, oltre a bravi scolari crescono anche piccoli interpreti, negli ultimi anni le difficolt si sono attenuate. Tranne Lu, i miei alunni li ho presi tutti in prima spiega Angela sono nati tutti in Toscana, non hanno difficolt linguistiche e tra di loro c un bellissimo rapporto. La conferma arriva anche da Laura Papini, dirigente scolastico dellistituto: Da quando i bambini cinesi hanno iniziato a fre-

quentare la scuola dellinfanzia, la loro confidenza con la lingua notevolmente migliorata. Circa sette anni fa, invece, arrivavano spesso nelle nostre classi in terza o quarta elementare, perch i genitori li facevano nascere a Prato e poi li rimandavano in Cina per qualche anno. Cos lintegrazione diventava praticamente impossibile. Per affrontare il dislivello di competenze linguistiche che si crea tra i bambini di una stessa classe, la scuola si rimboccata le maniche. Organizziamo dei laboratori di alfabetizzazione per stranieri in cui i bambini che ancora non conoscono la nostra lingua studiano solo litaliano sottolinea il preside Papini in pi il Comune ha istituito delle ore di intercultura, durante le quali il docente un mediatore assegnato e mandato a scuola dalle istituzioni. Ma viene circa una volta al mese e non basta, afferma Angela. Labbattimento delle barriere, linguistiche in primis, un impegno da portare avanti su tutti i fronti, rovesciando i ruoli e scambiando i poli. Cos anche le maestre sono tornate tra i banchi e, per unora e mezza alla settimana, lasciano la cattedra a una professoressa che insegna loro il cinese. una lingua difficile, non avrei mai pensato di ritrovarmi a studiarla. Ma molto bella. Angela lo dice sorridendo, mentre i bambini continuano ad aspettare il suono della campanella. E la scarpa di Matteo si quasi asciugata.

In alto, Luigi e Alessandro mentre suonano un violino e una tromba. Limmagine stata scattata da Ilaria Costanzo, la fotografa che ha realizzato tutti gli scatti del progetto Facewall. Questo uno dei pi recenti: stato pubblicato il 31 marzo 2014 sul sito www.facewallprato.it A destra, un disegno colorato dai bambini della scuola primaria Pietro Mascagni. Listituto tra quelli che, a Prato, hanno una delle percentuali pi alte di alunni stranieri, in particolare cinesi

il Ducato

LARTE

Facewall il progetto fotograco dellassociazione culturale Spaziocompost

10.000 bandiere per lintegrazione


Ogni foto immortala due persone di nazionalit diverse: sono 100 scatti, di cui 60 con una persona cinese

hen e Pietro lavorano nella stessa farmacia, si sorridono mentre sistemano i medicinali tra le file di cassetti. Malia e Agnese sono sedute in un set fotografico, con le luci gi accese e le macchine posizionate: stanno realizzato un libro multimediale che racconta la vita a Prato dei ragazzi cinesi di seconda generazione. Sergio e YiSong indossano la divisa e il cappello bianco, si aiutano davanti ai fornelli del ristorante per cui lavorano. Anthony insegna il cinese ad Elisabetta, 75 anni e la voglia di imparare gli ideogrammi. Sono scene di vita quotidiana, queste, a Prato. Sono scene che lassociazione culturale Spaziocompost, in collaborazione con il giornale online Pratosfera, ha voluto immortalare e spargere per tutta la citt attraverso il progetto Facewall. La fotografa Ilaria Costanzo ha scattato 100 foto: ognuna racconta una storia di integrazione, un legame tra due persone di origini e nazionalit diverse. Su 100 scatti, 60 ritraggono una persona cinese. Assieme a un italiano, un albanese o un marocchino. Le 100 foto sono poi diventate 10.000 bandiere, distribuite gratuitamente da dicembre 2013 a tutti i cittadini interessati. Molti le hanno appese alle finestre, ai balconi: passeggiare per Prato con il naso allins, dalla fine dello scorso anno, non pi solo loccasione per apprezzarne le bellezze architettoniche. loccasione per vedere lessenza di una citt che convive con gli scandali continui, per osservare quel brulicare di 119 etnie che a Prato si incrociano e si mescolano. Facewall frutto di anni di lavoro spiega Cristina Pezzoli, presidente di Spaziocompost e soprattutto di quello che abbiamo raccolto in alcuni incontri organizzati la scorsa estate. emerso che cinesi e italiani, a Prato, hanno parole e obiettivi comuni: vogliono cambiare il volto della citt. Facewall un progetto nato non solo per cambiare, ma anche per svelare le vere facce della citt: Abbiamo voluto mostrare quello che c ma che si vede troppo poco continua abbiamo voluto rompere la spettacolarizzazione della realt offerta dai giornali e contrastare una fuorviante rappresentazione mediatica. Spaziocompost unassociazione culturale e un laboratorio di ricerca teatrale nato nel 2009, sulla base di uniniziativa messa a punto gi nel 2007: Assieme agli altri del gruppo racconta Cristina Pezzoli volevo seppellire i cadaveri culturali del nostro paese. Siamo stati zingari per due anni, ospitati qua e l da altre associazioni. Fino a quando siamo arrivati a Prato e abbiamo capito che dovevamo restare, che qui cera linfa in abbondanza per coltivare le nostre idee. A Prato trovarono una polveriera, una citt incapace di stare al passo con i cambiamenti sociali e culturali da cui era stata travolta. Proprio nelle sue crepe, negli interstizi di una realt che doveva rinnovare se stessa senza sapere da dove iniziare, i membri di Spaziocompost si sono inseriti. Sono stati irriverenti cercando di indagare le ragioni del nemico: Abbiamo voluto usare il nostro format principale, ossia la tragedia greca - ricorda Cristina - quello che gli antichi greci mettevano in scena il vero conflitto di opposti, che spesso si rivela tragico proprio come a Prato. Spaziocompost ha anche provocato qualche mal di pancia: Nel giugno del

2009 abbiamo fatto una conferenza, in cui alcuni attori si fingevano relatori e portavano sul palco i problemi della citt spiega poi la situazione ci sfuggita di mano, iniziata una vera e propria rissa verbale e molti nel pubblico sono rimasti a discutere fino alle due di notte. Alcuni, con il tempo, hanno capito che quella conferenza aveva raccontato una verit, che bisognava prendere coscienza piuttosto che arrabbiarsi. Una di loro Luisella: Quando ad agosto del 2009 ci siamo trasferiti in questa sede conclude Cristina, che tutti i giorni fa la pendolare da Pistoia lei poco dopo venuta a vivere qui accanto. Ci ha detto che, quando nel corso dello spettacolo i finti disoccupati italiani se lerano presa con i 50 cinesi presenti, lei si era molto spaventata perch non aveva mai pensato che a Prato la situazione potesse essere cos pericolosa e latente. Larte di Spaziocompost, a Luisella, ha fatto aprire gli occhi.

Le immagini, scattate da Ilaria Costanzo, fanno parte del progetto fotograco Facewall: sono state distribuite gratuitamente, sotto forma di bandiere, in tutta Prato. In senso orario: Malia e Agnese, Sergio e YiSong, Anthony ed Elisabetta, Jiao jing assieme a Simona (ostetrica dellospedale di Prato) mentre tiene in braccio la piccola Miranda