Disegno di A. N.

Avinov: Nascita del sacerdote
EXIT
LO STESSO DIPLOMA
Al direttore della dissertazione
signore professore Beschìn ed all’
assistente signore professore Martini
dall’ aspirante della Laurea
Specialistica: Filosofia e linguaggi
della modernità di
(matricola 103686
dell’anno accademico 2003/2004 / 10
cm 2002/2003)
LA DISSERTAZIONE della LAUREA SPECIALISTICA quinquennali

dell’ aspirante dell’ Università degli Studi di Trento del dott.
Alexander Kiriyàtskiy

INDICE
BASE TEORETICA
OGGETTO DELLA DISSERTAZIONE
A) OGGETTO DELL’ ANALISI (breve enumerazione cronologica)
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B) GENERALIZAZZIONE E OGGETTIVAZIONE:
TRE TIPI DELLA MEMORIA
II) LA DESSERTAZIONE: L’ANALISI COMPARATIVA DEI CONCETTI
INTRODUZIONE:
La circostanza storica. (Zinaida Ghippius (“Fiamma quieta”)/Poesie 1889-1938, dalla prosa
autobiografica, dai diurni/ 100 1996 (Mosca, Centro-100 1996)).

OGGETTI STUDIATI: Gheorghi Golokhvàstov nella «Rovina di Atlantide» /circostanza storica, destino,
breve descrizione dell’opera/. . (Gennadi Golochvastov, “Rovina di Atlantide”, Edizione della Società
degli amatori del linguaggio squisito, New York 1938)
I) LA DISSERTAZIONE:
Che cos’è la “Rovina di Atlantide”?
A) Le memorie della sensazione, della saggezza umana e della divinità.
1. 1. L’ambito introduttivo della memoria della sensazione.
B) L’ambito della memoria dell’intelletto o della saggezza umana come sintesi delle
informazioni degli oggetti concepiti da noi mediante la coscienza.
2. 2. L’inizio dell’analisi della memoria della sensazione sulla base della memoria della
saggezza umana
3. 3. L’inizio dell’analisi della memoria divina sulla base della seconda memoria

OGGETTO STUDIATO DELLA TESI

Circostanza storica
Esiste un autore di poesia narrativa estraneo al processo dell' evoluzione della letteratura
russa. Nel XX secolo manca il concetto di “SOGGETTO POETICO” nella lirica, nel realismo,
nel modernismo e nel primitivismo. Queste quattro tendenze sono ermetiche. Esse negano il
genere epico e rifiutano grandi misure di complessità a causa della loro debolezza. Vittima
degli esponenti invidiosi di queste tendenze è Gheorghi Golokhvàstov, poeta epico, che osa
scrivere in un’ altra maniera diversa, assai vicina alla maniera medievale! Si tratta di un
nobile che fa parte della schiera dei numerosi emigranti russi negli Stati Uniti dopo la
rivoluzione dell' ottobre del 1917.
L’ epoca successiva alla rivoluzione aveva molti elementi in comuni con il tempo di
Boezio, in cui il prezzo della civilizzazione era percepito anche come la perdizione lasciata nel
passato. Peggio dei barbari gotti, i comunisti, simili ai longobardi negli anni successivi al 568,
a partire dal 1917 si impegnarono nella distruzione dell’ eredità della civilizzazione: diritto,
fede, cultura, relazioni economiche, ecc.. Il loro disprezzo per l’arte e per la scienza,
trasformava artisti e scienziati in schiavi senza diritto alla parola costretti a servire soltanto gli
interessi dei loro oppressori. I comunisti barbari del XX secolo uccidevano bruttamente non
solo i loro nemici. Essi obbligavano a morire, nelle tormente, non sottoposti fino alla loro
caduta del 1991. Rapidamente dall’ autunno del 1917 cominciarono a perseguitare i loro
rappresentati non tanto attivi, come esigeva Lenin e dopo Stalin, che introducono le leggi dell’
inquisizione medioevale per tenere il popolo nella paura interrotta, inviando alle esecuzioni, ai
diversi campi di concentramento, ecc. più di 45 milioni di cittadini.
La famiglia di Gheorghi Golokhvastov non torna alla Russia dopo la revoluzione di
ottobre si va in nave verso l’America.
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Negli Stati Uniti il futuro poeta cresce e riceve l’aristocratica istruzione che non gli fa perdere
l’ eredità della cultura russa che si apre alla percezione di tutta la cultura mondiale. Per
rappresentare tutte e due insieme a Gheorghi sconosciuto diventa lo scopo della sua famiglia,
nascono la traduzione libera della “Parola del reggimento di Igor” fatta da Gheorghi
Golokhvastov, i suoi mezzo sonetti, la lirica spirituale, la “Rovina di Atlantide”, ecc. sotto l’
influenza di tutta la cultura mondiale.
Esistono cinque cause, per cui molti critici russi non riconoscono il talento di
Golokhvastov sulla base delle sue opere letterarie.
1) Nell' epoca del comunismo tutti gli intellettuali che si trovavano fuori dall' Unione
Sovietico e rimanevano indipendenti dall' Impero dei comunisti non esistevano per la critica
ufficiale, dove si svolgevano: Ghìppius, Meregikòvski, Bùnin, Tèffi, Tsvetàieva, Gumiliòv,
Briùssov, Severiànin, ecc.. Golokhvastov manteneva i contatti con la famiglia regia di
Romanov ed anche con la nobiltà antisovietica.
2) Golokhvastov non diventò famoso prima della rivoluzione come gli scrittori chiamati
prima. Un po' più fortunato di Golokhvastov fu Igor Severiànin purché egli non divenne
celebre abbastanza prima della rivoluzione. La società letteraria di Ghippius gli pagava la borsa
che Severianin non stampasse le sue poesie. Così hanno voluto neutralizzare la concorrenza all'
elite che fu fondata già tra gli emigranti. Gheorghi Golokhvastov era sconosciuto prima della
rivoluzione dunque questa elite gli sarà rimasta chiusa.
3) Golokhvastov non abitava in Europa. Quando furono stampati i quattro suoi libri con i
soldi della società dei nobili russi (1933 - 1944) negli Stati Uniti il presidente Roosevelt
difendeva alcuni principi di matrice socialistica e collaborava con Stalin nella seconda guerra
mondiale. Per questa ragione tutti gli elementi antisovietici non si accettavano negli Stati Uniti
nella stessa misura in cui si accettavano in Europa. Gheorghi Golochvastov apparteneva alla
società degli amatori della poesia esquisita, dunque i suoi libri si pubblicarono nell' alfabeto
antico. Questi due fattori (poesia esquisita ed alfabeto) irritavano i rappresentanti di Roosevelt
e dell' Impero Sovietico.
4) La poesia lirica di Golokhvastov è inferiore alla sua poesia epica perché rassomiglia
quella di altri poeti. Perciò la sua lirica è peggiore della lirica di molti poeti russi del XX
secolo. La lirica di Golokhvastov coltiva le tradizioni del secolo precedente.
5) Nel XX secolo nessun poeta russo è riuscito a scrivere nel genere epico qualcosa
paragonabile alla “Rovina di Atlantide”. L' ossequio per la tradizione di Golokhvastov fece che
la poesia epica del Medioevo si potesse sviluppare nel XX secolo come in quello precedente,
ma non nacquero talenti per continuarla. Due o tre anni fa su internet comparvero alcuni
articoli di filologi indipendenti che cercavano di definire il ruolo della “Rovina di Atlantide”
nella storia della letteratura.
Come prima oggigiorno la società non gradisce gli sconosciuti, i quali talora cozzano
contro la società costituita e spingono la letteratura in una direzione dimenticata o nuova
perché non sono del tutto corrisposto alle tradizioni del tempo.
La descrizione spirituale della “Rovina di Atlantide” fa ricordare quella di Dante, ma la
composizione musicale rassomiglia un po’ alla “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso.
Solo quando i personaggi dell' epopea leggono manoscritti e preghiere religiose, l' autore
passa alle terzine dantesche per mettere in rilievo alcuni testi sacri. Lo scopo generale della
dissertazione è un confronto e non un paragone dei concetti e delle idee. Sebbene l’ opera non
tratti dello stesso soggetto della “Divina Commedia” e non provenga neppure della stessa
fonte, esiste una fonte indiretta.
Lo scopo secondario è di confrontare la “DIVINA COMMEDIA” e la “Rovina di
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Atlantide” (B 2 secondo l’epilogo “Letterature comparate”).
Lo scopo principale si risolve nei tre concetti (sensazione, saggezza umana e divinità) del
capolavoro di Golokhvastov.
Breve contenuto della Rovina di Atlantide.

Il narratore, che scrive in prima persona, legge Platone. Capisce che la storia dell'
Antichità avanzata conserva il mistero di Atlantide. Il tempo ha dimenticato il tutto nelle guerre
infinite. Il poeta ricorda il passato e si riconosce nella vita precedente mille anni fa prima della
reincarnazione. La prima breve parte dell' epopea stampata nelle prime 10 pagine si intitola i
“Miracoli di Atlantide”.
La seconda parte si chiama l' Atlantide e consiste in XLVIII capitoli da pagina 27 fino a
252.
L' autore, il servitore supremo del tempio di Ra in Atlantide si riconosce e corre con la
memoria al passato. Lo stato dell' anima mi ricorda il sentimento di Dante Alighieri nel primo
canto dell' Inferno fino all' apparizione di Virgilio (61-81).
Il primo capitolo della Rovina di Atlantide descrive l’età d' oro che riflette quasi
interamente quello delle Metamorfosi di Ovidio. La prima metà del secondo capitolo (unisce le
età d' argento, di bronzo e l’inizio di quella di ferro) imita, come Ovidio, la descrizione della
causa del passaggio all’inizio dell’ età di ferro dove alle anime primitive Dio sembrava
sconosciuto minaccioso e odioso. La nascita e l' insegnamento del profeta Atlasso cambiano
l’uomo. Egli spiegò che l’ uomo dovesse vergognarsi la comprensione dell' insuccesso terrestre
che la civilizzazione non lo chiamasse la punizione del cielo. Gli atlanti vogliono costruire il
grande tempio di dio Ra con lui, col suo gemello, dopo con quattro minori paia dei primi
grandi gemelli.
Il terzo capitolo narra dell’ ascesa di Atlasso al trono del primo re di Atlantide. Il profeta
ordina di iniziare la costruzione del tempio di sette torri l' una sull' altra di sette diversi colori:
bianco, nero, rosso, blu, giallo, argento e oro.
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Disegno di A. N. Avinov: Nascita dello Ziggurat
L' alternanza dei primi tre colori (bianco, nero e rosso) ricorda la descrizione dei tre gradi
sotto il giro alla porta del purgatorio della COMMEDIA di Dante (Purg., IX Canto: 94-103). Il
tempio di Ziggurat è costruito sull' ultima torre si dipinge nel ruolo della porta al purgatorio
dove gli atlanti salgono per pulire le anime. Questo capitolo narra di cinque copie dei gemelli
che separano tra di loro le isole vicine ad Atlantide. Golokhvastov versifica il soggetto del
dialogo di Emocrato e di Crizia del “Crizia” di Platone. L' autore allude al gemello Eumelo e
alle altre quattro copie nel Crizia (Platone, “Dialoghi” VI vol., La terza 1993, Roma-Bari)..
Nel poema sono assenti i nomi di ogni dei fratelli maggiori di ogni copia che si chiamano
Amfereo, Eumeno, Autottono, Elasippo e Mnestro. Nella quarta pagina del terzo capitolo si
versifica nello stile dantesco la descrizione platonica della città Atslano capitale di Atlantide.
Sono tre giri dei canali rotondi e tre parti della terraferma all' interno di essi dove nel centro si
trova il tempio di Ziggurat. Si descrivono il porto, i ponti, le muri cittadini e il canale a
settentrione che conduce al mare, ecc., nella “Rovina di Atlantide”. Quelli superano di molto
gli analoghi nel Crizia di Platone.
Passa il tempo. Il narratore adombra se stesso nella vita del sacerdote supremo di Ra. Il
suo volto è inciso nel soffitto del tempio. Egli mette a tacere i suoi sentimenti corporali della
vita per depurare l' anima ed entra sulla quadriga in Atslano vestito nella toga rossa del
sacerdote supremo per la vecchiaia. Egli fa dimenticare il suo nome affinché quello non figuri
per molti anni tra i numerosi peccatori.
Il V capitolo è dedicato al mondo dell' armonia dei morti. I tre successivi trattano della famiglia
regia. Viene descritta la vita precedente dell' autore sotto i costumi del sacerdote. L' Impero
dell' isola Atlantide (palazzi, fori, arche e colonne) assomiglia all' Impero Romano della prima
metà del IV secolo D. C.
Quando nacquero un principe e una principessa gemelli cadeva una pioggia di stelle
geminati (gemini dei gemelli) che previdero il loro destino miracoloso. Per predirlo il sacerdote
legge manoscritti antichi. Allora egli capisce che il loro ruolo avrebbe stato quello di salvatori
del mondo. Dopo quindici anni li avrebbero aspettato l' amore divino, la morte, l' inseparabilità,
in cui fra tutti e due è il legame a Dio, avrebbero passato numerosi vulcani ed inondazioni. Il
sacerdote di Ra desidera salvarli, però non rende conto che dovrà sottrarli dal suo stesso
spirito!
La felicità e l' amicizia accompagnano l' infanzia. A poco a poco l’ amicizia si trasforma
in amore platonico. I gemelli capiscono tragicamente che all' età di quindici anni ambedue si
amano come fidanzati. Sono fratelli e non potrebbero raccontare il segreto terribile a nessuno!
Nella selva i fanciulli predicano al gioco, la principessa nascostasi, perde la sua ghirlanda d'
erba che cade nel ruscello. Ella indovina: la sua vita con l' amato durerà quanto sarà il
galleggiamento della ghirlanda sulla superficie corrente del fiume e subito essa affonda.
Il capo dell’ esercito di Atlantide diventata molto peccata spalma il suo corpo dal sangue
di prostitute, schiave nella plebe maledetta dal sacerdote. Egli è stato innamorato della
principessa. All'età di quindici anni il fratello deve trascorrere una notte con delle donne per
diventare adulto. Questa notte si trasforma nell' orrore per la principessa. Numerose giovani
ragazze l' invitano a passare con esse la sua prima notte. Nessuno è a conoscenza del mistero
dei gemelli. La sorella resta in solitudine. Le sembra che molte donne bacino ed abbraccino il
suo amato e non vuole vivere dalla tempesta vicino al mare. Grida inconsapevolmente: «Egli è
mio!», però nella sua immaginazione le donne rispondono: «No! Egli è nostro». Sembra che gli
spiriti di quelle allontanino il suo preferito, ella ripete nella sofferenza al vento: « Egli è mio!»,
ma come un eco esse rendono nella tempesta del mare: «No! Egli è nostro!»
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Infatti il fratello mentiva che egli fu il ragazzo precoce ed egli non capiva niente dell'
amore e non volle nessuna delle donne. Così egli ingannava per quanto l' una fosse più bella
dell' altra. L' indomani mattina la principessa non può parlare col principe e non risponde allo
scherzo. La sorella non crede possibile che non sia successo niente tra egli ed esse. Il fratello
giura che il suo amore è eterno. Il principe si meraviglia come ella abbia immaginato che egli l'
avrebbe tradito.
Il re aspettava la nave nera del barbaro androfago nemico (XXIII capitolo). Solo quando
si convince delle sue buone intenzioni che il re invita l' ambasciatore androfago all' interno dei
muri grossi di tre colori. Il XXIII capitolo descrive la città Atslano. La sua descrizione riflette
l’analogo del poema più lungo del “Satiricon” di Petronio (Petroneo, “Satiricon”, introduzione di Luca
Canali, traduzione di Ugo Dettore, Biblioteca Universale Rizzoli 1953, 1981 RCS Rizzoli, Libri S. p. A., Milano 1981, 87) dove
il più vecchio dei tre amici descrisse poeticamente l' esercito invincibile di Roma.
Allo stesso tempo il XXIV capitolo racconta che tra i manoscritti antici e polverosi del
tempio il sacerdote di Ra, dalla cui voce si narra la “Rovina di Atlantide”, trova una scura
pergamena a metà mangiata con i vermi dove nelle terzine di Dante si narra del profeta
Atlasso, come Dio è sceso per regalargli il mistero dell' immortalità. Erano sette gradi, sette
gradini come sette P, i peccati che il portinaio del IX canto del Purgatorio di Dante scrisse col
punton' della spada sulla fronte di Dante Alighieri prima di salire in cui tre gradini (bianco, di
colore più scuro del perso e rosso) che Dante e Vergilio salgano alla porta del purgatorio. Nella
“Rovina di Atlantide” si avverte l' influenza di Dante Alighieri ma questi sette gradini dei
peccati vengono rappresentati da Golokhvastov invece come i sette gradini all' immortalità
infernale sulla terra che il sacerdote di Ra conoscerà alla fine. Questi gradini sono rappresentati
nel manoscritto 1) dalla Verginità, 2) dall' inseparabilità con Dio, 4) dalla Fede inesauribile, 5)
dal Saggio, 5) dall' Amore di figlio, 6) dalla Fioritura del tatto, della vista e dell' udito, 7)...
traverso la pergamena era stata stracciata con la mano tremante. Il cammino verso la sapienza
dell' immortalità eccita il servitore supremo dello Ziggurat.
La principessa arriva al servitore e con timore racconta del loro amore contro natura nel
XXV capitolo. In futuro la società potrebbe essere più libera ed indipendente, allora quella
capirà la loro sofferenza. Ma, No! No!!!
I l servitore scende nel tempio sotterraneo chiuso a tutti ed aperto solo a lui nei capitoli
seguenti dove i servitori di Ra appaiono assai raramente, dove giacciono i sarcofagi delle
mummie; si sente gorgogliare di due sorgenti di due inizi. Sono le fonti della morte e della vita,
rappresentati con l' acqua morta e con l' acqua viva. Il sacerdote di Ra trova un scheletro nel
tempio dei morti. Non sapendo chi è, guarda, tenendo nella mano, il suo cranio giallo e orribile.
Vede sul suo collo un amuleto di oro che ha la forma di un uovo. Il sacerdote capisce che
questo era il profeta Atlasso, è colui che stracciò il settimo gradino per non svelare il mistero
dell' immortalità. Perché il profeta non desiderò diventare immortale? Chi sceglie la morte? L'
ultimo grado si nasconde nell' unità inseparabile del maschile e del femminile, nell'
inseparabilità tra la morte corporale e il desiderio di due amati di diventare un solo Androgino
d' armonia. Decidono salire per i gradini precedenti per unificarsi nell' Androgino Spirituale,
con lo scopo di regalare con la loro morte a qualche esecutore dei rituali la sapienza dell'
immortalità.
La cerimonia grande incontra l' ambasciatore barbaro. Egli regala i doni ricchi al regno
degli atlanti. La principessa spaventata ed innamorata del fratello lo respinge e il re padre
risponde che tutti gli atlanti sono liberi di decidere ciò che debbono fare. Il capo dell’ esercito,
visto il segno del principe alla principessa, capisce tutto. Egli e il barbaro la rapiscono ed
abbandonano la capitale dell' Atlantide navigando. Il fratello innamorato, che mostra la forza
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dell’ esercito, si trasformò subito nel nuovo capo dell’ esercito e raduna la marina da guerra di
tutta l' Atlantide e velocemente raggiunge la nave nera con la sorella rapita e dopo una battaglia
prolungata vince.
In casa passa la celebrazione della vittoria. Nessuno sa che i gemelli si amano. Il
servitore supremo di Ra pensa che siano essi, il principe e la principessa a dovere unire le
anime nell' Androgino leggendario.
Il sacerdote supremo di Ra crede di fare due imprese gloriose, farà felici i gemelli nell'
Androgino e la loro morte desiderata lo farà immortale.
Allora il sacerdote supremo racconta il mistero alla sorella come si potrà aiutare al loro
amore contro natura. Il fratello sostiene il pensiero dell' educatore spirituale nel convegno con
la sorella, poiché tutti e due non desiderano continuare la vita ove non fossero insieme.
Molte pagine sono dedicati alla loro speranza: con che miracolo i gemelli saliranno al
cielo. Per l' usanza disegnata nella prima pagina della prima pubblicazione del libro il principe
e la principessa felici si danno alle mani della morte tra la sofferenza corporale, quando il
sacerdote versa il loro sangue in un’ anfora col serpente. Dopo il sacerdote supremo del dio Ra
distrugge i loro corpi, che sono privi di vita, con l' acqua morta presa nel tempio sotterraneo.
Dopo nelle regole del culto dimenticato tre volte spruzza l' aria con l' acqua viva sopra l' anfora
del loro sangue dove sale un spirito dello sfinge multicolore che rassomiglia ad entrambi. Non
gli interessa questo mondo, lo spirito vola sull' anfora piena del loro sangue ed esso comincia a
bollire. Qui Gheorghi Golokhvastov finisce la seconda parte che si intitola l' “Atlantide”.
La terza parte la “Rovina di Atlantide” è breve come la prima ed è stata editata solamente
in 9 pagine. Questa miscela di sangue come un' ombra rossa grande sale al cielo per provocare
l'apocalisse. Si ricorda la descrizione della morte di Pompea quando si leggono queste pagine
per paragonarle all' Inferno di Dante
Disegno di A. N. Avinov: Morte del sacerdote
Il sacerdote vede come Atlantide affonda tra le onde dell' oceano. Nell’orrore invoca la morte
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da Dio per salvare benché le terre rimanenti dei barbari e muore subito come gli uomini. Così
termina la terza parte.
La prima pubblicazione della Rovina di Atlantide si data dal 1938. Per 300 copie pagò la
SOCIETÀ DEGLI AMATORI DELLA POESIA RUSSA ESQUISITA con i seguenti
contribuiti:
1) La Grande Contessa Ksènia Alexàndrovna Romànova.
2) La Grande Contessa Olga Alexandrovna Romanova.
3) La Contessa Ksenia Gheòrghievna.
4) La Contessa Nina Gheòrghievna e il Conto Pàvel Alexàndrovitsch Ciavciavàdze.
5) L' Associazione della Lebguardia del Reggimento Egerico: i 114 nomi dei grandi nobili: B.
C. Iliàscenko, A. N. Avìnov, E. N. Sciumàtova, ecc..
Disegno di A. N. Avinov: Rovina di Atlantide
Le illustrazioni alla prima pubblicazione del libro la Rovina di Atlantide sono state fatte
dal nobile A. N. Avìnov.
Ci sono alla prima parte «Miracoli di Atlantide»: 1) Mistero dell' immortalità, 2) Segreto
dell' isola stupenda, 3) Mistero del sacerdote supremo di Ra.
Ci sono alla seconda parte l' «Atlantide»: 1) Nascita dell' Atlantide, 2) Nascita dello
Ziggurat, 3) Nascita del sacerdote, 4) Nascita dei gemelli, 5) Vicino al portone della sapienza,
6) Vicino al portone dell' amore, 7) Vicino al portone dell' immortalità, 8) Vicino al portone
della morte.
Ci sono alla terza parte la «Rovina di Atlantide»: 1) Morte del sacerdote, 2) Fine dello
Ziggurat, 3) Rovina di Atlantide.


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Prima di tutto è l’epopea poetica che si evidenzia come il frutto della difficile
costruzione e la diffusione sulla base della memoria umana. La memoria di ogni uomo consiste
in tre tipi: a) la memoria della sensazione che riflette su tutto ciò che viene visto e sentito
durante la vita, b) la memoria dell’ intelletto come sintesi delle informazioni degli oggetti
mai visti e sentiti che sono state concepite mediante la coscienza e c) la memoria della
bellezza divina primordiale che è stata dotata da su, prima della nascita, Platone scrive della
terza parte della memoria nel suo dialogo “Fedro” (249 c) Questo è ricordo di quelle cose che
una volta la nostra anima ha visto quando seguiva un dio e disdegnava quelle cose che noi ora
diciamo essere e levava la testa verso ciò che realmente… Ogni corpo a cui il muoversi venga da
fuori è privo di anima; quello a cui proviene da dentro…(245 e) (Platone, “Fedro”, Per conto di Zachinelli
Editore S. p. A., Bologna 1998-2002) Adrastea corrisponde probabilmente alla figura di Anagchi nella teologia orfica
(cfr. de Vries (1969), p. 142 nota a 248c 2; Brisson (1989), p. 212 .203, che suppone un riferimento ad Empedocle, 31 B
115 DK). Il senso platonico, confermato dall’unica altra ricorrenza in Resp. 451°, è comunque quello di divinità che
presiede al destino, inteso come necessità e come legge.
La logica della legge di Adrastea sta nel porre a fondamento del destino individuale la visione della realtà vera,
da cui dipende la capacità di giudicare e di scegliere rettamente. Compare qui il tema della memoria come mediazione
profonda tra verità e coscienza, luogo inconscio dell’ identità individuale e delle possibilità di sviluppo a disposizione di
un’esistenza: un’anima che abbia goduto anche pochi frammenti di autentica visione, trattenendone la memoria, non
perderà la sua posizione nella parte alta dei valori spaziali, conserverà ali e leggerezza; ma un’anima che, perso il
controllo della guida, si sia riempita “di oblio e di cattiveria” (248c 7), precipita nella pesantezza e per una volta
soltanto le sarà risparmiata la degradazione di impiantarsi in un corpo animale (248c 9-d 1). La forma umana appare
allora in molti sensi una condizione intermedia, un luogo di passaggio, di scelta, di possibile transizione. Più che il
rapporto con il corpo, è il rapporto con la propria interiorità a diventare problematico per l’anima, che adesso, chiuso il
passaggio reale e mnestico verso l’ identità perduta, potrà riconoscere se stessa solo attraverso le figure sociali in cui le
accade di incarnarsi… (1) (“Fedro: Le parole e l’anima” a cura di Fulvia De Luise (p.201) 1997 Zanichelli Editore S.p.A.,
via Irnerio 34, 40126 Bologna (88838 Commentario: 248c-249b. Il secondo discorso di Socrate: e) la legge di adrastea e
il ruolo della memoria)
Infatti in Platone il problema dell’ “io” è ancora indissolubilmente legato a quello dell’anima, cosi ché lo stesso
linguaggio filosofico di Platone non usa altra terminologia, per un simile problema, se non quella che si riconnette, in un
modo o nell’altro, al concetto fondamentalmente di “psichi”… La distinzione fra i diversi gradi di certezza si fonda sulla
distinzione fra le diverse parti dell’anima… sebbene il Teeteto definisca ancora l’unità della coscienza come unità
dell’anima, come en ti yuchV , questo concetto dell’anima è libero da tutti gli elementi mitico primitivi… La filosofia di
Platone conosce due forme di esposizione nettamente antitetiche l’una all’altra, di cui l’una vale per il regno dell’essere,
l’altra per quello del divenire. (2) (Ernst Cassirer “Individuo e cosmo” nella filosofia del rinascimento(pp. 199-200).
(Leipzig, G. B. Teubner, 1927) Traduzione di Federico Federdi. Proprietà letteraria Reservata)
Sovente l’anima nel corpo confonde tutti e tre i tipi di memoria.
Secondo il primo libro di “Isagoge” di Boezio, in tutti i corpi vivi, regna la potenza
triplice dell’ anima. La prima parte non è preoccupata che del crescere e del nutrirsi. La
seconda parte (sensus), corrispondente alla memoria della sensazione fa differenziare i
sentimenti e le percezione della vita. La terza parte è fondata sulla potenza dell’ intelletto
(ratio) e della mente (mens). La prima senza la seconda e senza la terza caratterizza solo la vita
vegetale delle piante e si relaziona solo all’ livello inferiore istintivo che, dall’incoscienza si
avvicina al livello inferiore della terza memoria della bellezza divina, la cui memoria
ubbidiente è quella della sensazione suprema ma quella essenziale è la memoria divina (la
nostra terza che è data da Dio, prima della nascita). La seconda parte (sensus /la nostra prima
memoria/) della potenza triplice dell’ anima senza la ratio e la mens non possiede che la prima
parte non dominante ed è stata destinata agli animali. Quelli possiedono la memoria vegetale
che già rispecchia tutto ciò che era visto e sentito, ma percepiscono solo le formae rerum. Le
forme delle cose influiscono sugli animali che le ricordano attraverso la presenza di qualche
corpo. Se il corpo si allontanasse essi conserverebbero le immagini nella sensazione come le
altre forme percepite. Queste imaginationes sono state confuse, male chiarite e non assimilate. I
frutti della prima memoria degli animali sono capaci di ricordare qualcosa caoticamente. Però
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se gli animali dimenticassero qualche immagine non sarebbero capaci né di restaurarla né di
ricordarla logicamente, perché all’interno dei frutti della prima memoria (dopo la prima
separata fra essa e gli animali) è assente la benedizione divina. (Bordai: Boezio, “Commento a Porfirio”
(pp. 348-360)Editore “Scienza” Mosca 1990)
Solo gli uomini hanno la facoltà logica dell’ imaginatio e dell’ inteligentia. L’ umanità
possiede la nostra seconda memoria e la terza di Boezio, che mediante l’immaginazione e con
l’ intelligenza analizza, accumula, sistematizza e sintetizza le cose e gli eventi del presente, del
passato e del futuro. Esistono le informazioni, nella vita umana, solo sulla base della memoria
dell’intelletto in cui partecipa quella della sensazione. Senza partecipazione della memoria dei
sentimenti, quella seconda non è che i morti testamenti documentali. Ad esempio, esiste il fatto
che sotto la terra è l’ amuleto col mistero dell’ immortalità ma non c’ è nessun soggetto.
Solo ai talenti è conosciuta la memoria della bellezza divina come ai gemelli e al
servitore di Ra, in cui la nostra terza è come la quarta suprema inesistente di Boezio. L’autore
costruisce molti caratteri mediante la diffusione con la prima (seconda di Boezio) e la seconda
(la terza di Boezio). Ad esempio, il carattere della sorella che desidera sapere il futuro secondo
l’itinerario della ghirlanda sulla superficie corrente del fiume. Il carattere romantico fedele,
passionale e geloso non fa dorme ed obbliga a soffrire tutta la notte in cui il fratello viene
tentato dalla lussuria. Il carattere del fratello è diverso perché esso possiede la potenza
maschile. Il suo carattere è molto simile al carattere della sorella. Il carattere del sacerdote di
Ra deve essere simile al carattere dell’ autore sebbene siano gli antipodi. La terza memoria
della bellezza divina è dominante nel carattere dell’ autore, la prima memoria della sensazione
domina nel carattere del servitore di Ra che ancora lo obbliga a rimanere nel mondo delle
formae rerum sempre anche a non morire mai.
Nessuna delle tre memorie può esistere isolata dalle altre due nell’anima umana.
L’appartenenza ad ogni tipo di memorie è stata definita mediante la maggioranza delle loro
proprietà nell’ anima di ogni protagonista.
La memoria della sensazione è la nostra prima. Essa riflette tutto quanto viene visto e
sentito. Quella conquista l’anima e l’uomo felice non desidera mai abbandonare il suo ambito.
Quando gli uomini, invece sono infelici come i gemelli e vogliono l’indipendenza dal mondo
materiale questa dipendenza è concentrata nel desiderio di abbandonare le forme delle cose
prima della scadenza. Allora in entrambi casi vengono dominati i sentimenti sopra l’intelletto e
sopra la sintesi delle conoscenze, quando la memoria della bellezza divina comincia a
diminuire e l’anima allo stesso tempo comincia ad invertire la sua essenza mediante
l’aspirazione incosciente a qualche supremo dimenticato: nel primo caso rimanere sempre nel
mondo della memoria della sensazione, nel secondo caso l’ inversione si manifesta attraverso il
loro amore innaturale che non potrà continuare la loro vita.
Quando domina la memoria della sensazione e il secondo posto è separato parimente
dalle altre memorie, i proprietari di queste anime si evidenziano come i partecipanti delle feste
di Atlantide. Quando nessuna memoria è stata dominata, i portatori di quelle anime sono
caratterizzati così come recita Dante Alighieri nel III canto dell’ “Inferno” nei versi 34-51: “e
la lor cieca vita è tanto bassa, // che ‘nvidiosi son d’ ogni altra sorte” (47-48). Questi sono
gli ignavi “che di sé non davano alcuna cagione di parlare.“ (Boccaccio) Pensaron solo a sé; non seguendo il ribelle
Lucifero, né san Michele. Per la loro viltà, i cieli li disdegnano, ché male sarebbero stati accanto ai beati: né li vuole l’
inferno, perché gli angeli che furon risolutamente ribelli avrebbero, a paragone di que’ vizi, trovata ragione
d’insuperbire. (Cfr. Conv., II, 33). (p.25) …Essi non hanno speranza di morte: “la speranza che il loro misero stato abbia
a cessare” (Casini). Nel mondo non è rimasta di loro alcuna memoria. (“La Divina Commedia” ristampa anastatica
dell’editore G.C. Sansoni p.3 (p.27), Firenze 1922,1988)
Se nel dominio della memoria della sensazione il secondo posto è occupato dalla
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memoria dell’intelletto i proprietari di queste anime diventano peccatori senza poter fare nulla
con i progetti buoni o cattivi che sono stati inutili sempre. Se il secondo posto occupa la terza
memoria della bellezza divina, affinché sia un uomo conoscitore di qualche arte ma senza
talento destinato a soffrire da tutta la vita.
Platone descrive precisamente questo stato dell’ anima: …ma rimangono poche a cui
resta a sufficienza la capacità di ricordare; e quelli, nel caso in cui vedano una qualche
immagine delle cose di là, ne sono sbigottite e non sono più padrone di sé. Ma quello
che è questa emozione non sanno, poiché non riescono a discernere in modo
sufficiente… non c’ è nessun bagliore nei simulacri di quaggiù della giustizia e della
saggezza… (“Fedro” 250 a-b). Un recupero pieno della propria natura l’anima può compierlo solo invertendo
il senso del movimento che l’ha portata a precipitare in un corpo... Superare la molteplicità delle sensazioni nell’unità
del ragionamento, come il cammino verso l’ idealità richiede (249b 9-10), non è soltanto un’operazione logica: esso
comporta il “disdegno” per quelle cose a cui gli uomini danno importanza, dimenticando “ciò che è realmente”… Il
“bello di quaggiù” ha il potere di ricordare “quello vero” e spinge l’anima a desiderare il volo “guardando in su come
un uccello” (249d)… …tra tutte le forme di follia, questa è il solo tramite che possa aprirgli uno spiraglio diretto sulla
sua interiorità. Platone sembra non voler precludere a nessuno una tale esperienza. Perché la memoria della
saggezza umana occupa il secondo posto dopo la memoria della sensazione molto sovente. La
difficoltà a ricordare, dopo le trasformazioni legate alla caduta, costruisce per i più un ostacolo di fatto insormontabile
e, anche per i pochi che conservano la capacità di ricordare (quando la memoria divina occupa il secondo
posto), l’esperienza amorosa si presenta come un evento eccezionale di cui il protagonista non riesce a dare
spiegazione (250a-b) (“Fedro: le parole e l’anima” a cura di Fulvia De Luise (pp.203-204) 1997 Zanichelli Editore S.p.A.,
via Irnerio 34, 40126 Bologna (88838 Commentario: 249b-251a. Il secondo discorso di Socrate: f) il delirio come destino
delle anime migliori (memoria, eros e bellezza)
Quando nell’anima domina la memoria dell’intelletto sintetizzato sopra tutte le tre, il suo
proprietario diventa conoscibile, dipendendo dalla dominazione quantitativa della seconda, in
cui parzialmente soffre l’anima se nessun’altra memoria domina dopo. Se il secondo posto
appartiene alla memoria della sensazione l’effetto negativo dipende dal dominio quantitativo di
ogni delle altre due memorie. Il dominio della sensazione porta in sé il pericolo all’ umanità e il
suo proprietario diventa il tiranno. Se il secondo posto occupa la memoria primordiale della
bellezza divina il suo titolare condivide il destino del sacerdote di Ra.
Se il primo posto lo ha, nell’ anima, la terza memoria della bellezza divina, la memoria
suprema diminuisce il peccato dell’ incoscienza (la dipendenza dalle forze infernali)
dipendendo anche dalla dominazione quantitativa di quella. Se nessun’ altra memoria occupa il
secondo posto l’ anima diventa beata e non percepisce niente in questo mondo come l’
androgino, lo scopo fatale di tutta la vita del sacerdote.
Quando il secondo posto, nella dominazione della terza memoria, lo ha la memoria della
saggezza umana o dell’intelletto l’uomo aspira alla scienza e si avvicina al genio anche
dipendendo dalla proporzione quantitativa.
Ad esempio, domina, nell’anima, la terza memoria. Se il secondo posto lo ha la memoria della
sensazione migliore, l’uomo diventa genio in qualche arte, diventa il santo o il profeta. Anche a
volta, il cui portatore confonde il gioco dell’immaginazione e la sincerità divina con lui, data
da Dio, allora la terza memoria domina poco sopra le altre due. Ai rappresentanti dell’ ultimo
gruppo fra i menzionati appartiene l’autore della “Rovina di Atlantide” Gheorghi
Golokhvastov verosimilmente. O no?
È la spiegazione molto ipotetica secondo la sintesi dei ragionamenti filosofici dell’
Occidente: perché è tale l’ itinerario dei destini umani.
L’ambito introduttivo della memoria della sensazione
La prima memoria rapportata alla sensazione, come l’aspetto della “Rovina di
Atlantide”, fa idealizzare l’armonia della bellezza visibile dell’ architettura che conforma la
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bellezza umana dei gemelli. Il sacerdote di Ra può uccidere in sé questa bellezza, ma non può
evitare la sua previsione fatale.
Nell’ introduzione all’epopea dedicata al suo amico Vladìmir Stepànovitsh Iliàscenko
Golochvastov descrive le montagne e i boschi che sono stati sopra il magma vulcanico, sulle
schiere delle colonne e sui manoscritti nei dormitori fra le selve di cromlech, la cui ricettività
appartiene solo alla prima memoria, in cui il secondo posto è occupato dalla memoria della
bellezza divina. Golochvastov ricorda come erano piacevoli le conversazioni con l’ amico
Iliascenko. Essi parlavano di come molti secoli fa era stata sospirata la vita, i cui misteri
univano il Sureme, l’Egitto, il Crete, la Giàmbud-vìpa e il Sino. La memoria del senso lo fa
concepire come le divinità di Panteon. I misteri si trasformano nel pensiero umano, in cui la
prima memoria di tutto il visibile e percepibile si concepisce con la memoria ragionevole della
storia. Il pensiero della divinità racconta che si maturava il sogno dell’ immortalità, il sogno
ancora non concertato. Attraverso tutta la natura la storia genera l’unione della bellezza della
spiritualità e della fisiologia pericolosa. L’ immagine del pericolo itinerario alle metamorfosi
riesce a nascere solo con la prima memoria per peccato mediante i desideri corporei della
sensazione di tutto il visibile e tutto il sensibile.
La dottrina di Cusano non ha una estetica, ma nella sua gnoseologia ha innalzata la sensibilità, e ciò contro
l’opinione di Platone, ad una nuova dignità e l’ha valutata in un modo al tutto nuovo. Ed è significativo e caratteristico
il fatto, che il Cusano, allorquando si richiama e si ricollega direttamente a Platone, cerchi di trovare questo punto di
contatto proprio là dove Platone sembra riaccostarsi, più che in altri luoghi, alla percezione sensibile e sembra
attribuirle un valore, sia pur solo relativo e condizionato, in rapporto alla conoscenza. Cita infatti quelle proposizioni
della Repubblica platonica, le quali affermano, che singole classi di percezioni sensibili, proprio grazie alle loro intime
contraddizioni, collaborano mediatamente allo scopo al quale è diretta la conoscenza: sono infatti proprio queste
contraddizioni che non permettono all’anima di trovare il suo appagamento nelle nude percezioni. Sono esse, che
rendono necessario il pensiero e divengono il suo “paracleto”: la contraddizione del sensibile spinge a cercare il senso
vero e genuino altrove, nella sfera della dianoia (dziania) (1). Ma ciò che Platone attribuisce solo ad una particolare
specie di percezioni sensibili, Cusano lo estende ora al genere. Non solamente questa o quella specie di percezioni, ma
l’esperienza sensibile, nella sua totalità, ha questa forza che anima e che suscita. L’intelletto non può prendere coscienza
di ciò che è e che può, se prima non viene stimolato al suo particolare movimento delle forze della sensibilità. Quando
questo stimolo lo porta a volgersi alla sfera del sensibile, l’intelletto non lo fa certo per sottomettersi a quello, ma per
innalzarlo fino a sé. Il suo apparente abbassarsi fino al sensibile è piuttosto un elevarsi di questo fino a lui. Infatti nell’
”altrità” del mondo sensibile egli trova ora la propria inevitabile unità ed identità; nel darsi a ciò che sembra essergli
estraneo nella sua essenza stessa, egli trova la sua perfezione, la possibilità di dispiegarsi e concepirsi (2). (Ernst
Cassirer “Individuo e cosmo” nella filosofia del rinascimento (pp. 268-269). (Leipzig, G. B. Teubner, 1927) Traduzione di
Federico Federdi. Proprietà letteraria Reservata)
Così Cassirer descrive la migliore memoria della sensazione che riaccosta l’uomo verso
la memoria della bellezza divina.
Ma a volte il mondo sensibile sottopone l’intelletto ed esso trasforma l’uomo
nell’animale o invece gli scopre la memoria della divinità. Nel primo breve capitolo la prima
memoria descrive la sera breve che spaventa nelle prime due strofe dell’epopea “Rovina di
Atlantide”. Anche Dante così incomincia la “Divina Commedia”:
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
che la diritta via era smarrita.
E quanto dir qual era è cosa dura ;;4
esta selva e aspra e forte
che nel persier rinnova la paura.
1.Nell mezzo… vita: a trentacinque anni. “Tutte le terrene vite.., montando e volgendo, convengono essere quasi
ad immagine d’arco assomiglianti.. Il punto sommo di questo arco.. ne li più io credo tra il trentesimo e quarantesimo
anno, e… ne li perfettamente naturali… nel trentacinquesimo anno” (Conv., IV, XXIII, 6-109: dottrina, che si fonda sull’
autorità di Psalm., 89, 10… (cfr. B. Nardi, Saggi di filosofia dantesca, Milano, soc. Dante Alighieri, 1930, pp. 123-53).
La finzione del viaggio oltremondano viene a collocarsi nell’anno 1300, e precisamente in una data prossima
all’equinozio di primavera (cfr., in questo stesso canto i vv. 37-40). Tale data trova conferma in numerosi passi del
poema, che contengono accenti cronologici più o meno precisi (cfr. Inf., VI, 64-8; X,79-81; XI, 112-4; XXIV, 122-3;
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XXVIII, 55-60, 76 sgg.; Purg., II, 98-9; XXIII, 76-8;XXIV, 82-4; Par., IX, 40; XVII, 80-1 ecc.)… 2. una selva oscura: “la
selva erronea di questa vita” (Conv., IV, XXIV, 12). Rispetto a Dante, raffigura un periodo di traviamento morale ed
intellettuale, come si deduce da Purg., XXIII, 155-20; in generale, è simbolo dello stato d’ignoranza e di corruzione dell’
umanità. — occorre tener presente fin da ora (anche se tale concetto si viene chiarendo e precisando soltanto nel corso
della lunga composizione del libro) che tutto il poema è inteso a rappresentare una duplice redenzione: dell’uomo Dante,
dai suoi errori, attraverso la considerazione delle conseguenze del peccato e la speranza dell’ eternità beatitudine; dell’
umanità tutta, dallo stato di decadenza e disordine in cui è caduta, mediante l’acquistata consapevolezza dei fini terreno
ed oltre terreno che le sono proposti dalla Provvidenza e delle esatte attribuzioni dei due poteri, temporale e spirituale,
che hanno il compito di condurla al raggiungimento di quei fini. L’opera, nel suo complesso, non si genera,
nell’intenzione di Dante, da una disposizione contemplativa, e tanto meno lirica; per esplicita attestazione del poeta,
essa si propone di stabilire i fondamenti dell’umana felicità.. ritrovare la forma della felicitas importa dunque, per
Dante, superare nella propria coscienza, soggettivamente, e, oggettivamente, operando a redimere il “mondo che mal
vive”, le ragioni dello status miseriae; ristabilire la saldezza, ch’egli sente pericolosamente minacciata, di un ordine
intellettuale e normativo, consacrato da una tradizione secolare di cultura; ricordare la città dell’uomo a combaciare in
ogni momento e condizione con il modello trascendente della città di Dio.
3. Che: in modo che, la diritta via: che conduce alla virtù del singolo e allo stato ben ordinato dell’uman genere;
smarrita: “e non perduta; perché chi è già trascorso ne’ vizi, e quando che sia tornata alla virtù, non aveva perduta ma
smarrita la via” (Landino)..
4. Ah: è la lezione da preferirsi (anche se la maggioranza dei codici porta “e” o “et”, e gli altri oscillano fra “ah,
ahi, oh, deh”); così legeva Iacopo di Dante; e il periodo esclamativo esige al principio (come avvertiva già Benvenuto)
un’intenzione piuttosto che una congiunzione (cfr. M.Barvi, Problemi, I, pp.258-9; G. Randelli, in “Studi danteschi”, Iv,
pp.39-53); dura: ardua.
5. esta: questa. Forma arcaica dell’aggettivo dimostrativo, frequente nel linguaggio dantesco; selva selvaggia:
replicazione e figura etimologica, secondo i canoni del gusto retorico medievale (cfr.,al v.36, volte volto) forte: difficile
(cfr., per es., Prg., XXII, 50; Par., XVI, 77; XXI, 76, ecc.). Il nesso apra e forte, anche in Purg., II, 65 — La selva è
“selvaggia… , senza abitazione umana e per questo orribile et aspra; cioè malagevole ad andare per essa… e forte,
quanto allo svilupparsi e liberamente uscire d’essa” (Buti) 6 : nel pensier: solo a ripensarvi. (“La Divina Commedia” a
cura di Natalino Spegno. Ricardo Ricciardi editore. Milano-Napoli, 1954 pp.3-4)
Mi trovai: sottint.: quando mi destai; quando, cioè, tornai signore de’ miei sensi che la colpa (sonno) aveva vinti,
aggiogati. (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 3); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Come Dante Golokhvastov inizia il suo capolavoro con la descrizione delle ore dopo il
tramonto. Come Dante egli si destò quando scoprì il mistero della sua vita precedente per
trascriverla nella forma poetica avvicinata simbolicamente alla “Divina Commedia”. Ma non
ripete e non imita la descrizione dantesca. Quella sera, come Nostradamus nel XVI secolo
immaginava il futuro, Golokhvastov incline al passato. Egli si è stato rivolto molte volte sopra
il volume corvo (aperto così) di Platone. L’autore prova a prevedere e a capire tutto quello che
egli stesso percepisce come è così conosciuto e vicino. Scopre, attraverso la confusione della
memoria della sensazione la memoria del intelletto, e rivolge le immagini visibili della storia:
l’Atlantide nell’ enigma della Sfinge si nasconde con la rottura triste. Vede le tracce degli
atlanti nel delta del Nilo, nella salvezza di Honduras, nelle onde biscaie, dove abitava
cro-maniono. Sente la voce di Atlantide sopra il Tigre, in cui alle terrazze conducevano le
scale di Ziggurat. Il poema fa sentire l’eco di Atlantide nelle saggezze delle Veda e di antiche
scritture religiose composte da Viassa.
Viassa è il saggio indiano di Leggende che è stato dipinto, o come il creatore, o come il
ricercatore da tanta parte della letteratura in sanscrito. Secondo la tradizione gli
appartengono la redazione degli inni vedici e l’ autorità della Magabgarata; il suo nome è
anche legato alle Purane, alla Brachma-Sutra e a molte altre opere. Le opere attribuite a
Viassa divergono secondo le scadenze delle loro scritture, dunque non si può riconoscerlo
come l’ unico autore. Occorre considerarlo solo come il nome che simbolizza l’ attività
letteraria che ordinò la massa caotica della scrittura in sanscrito. Anche la parola “Vyasa” è
stata interpretata come “raccolta”. (The New Internazional Enciclopedia, Second Edition.
1916. Vol. XXIII, page 2532)”. (Gheorghi Golokhvastov: “Spiegazione delle parole e i commenti dell’ autore”
stampati nel fine del libro la “Rovina di Atlantide” N. Y. 1938 )
Quello si concepisce nell’ Orione, nei fuochi di Volopasso, nel culto di Atone, del primo
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dio del sole degli egiziani antichi. Atone allude alla memoria dell’ incoscienza di tutto quanto è
stato visto e sentito sa dell’Atlantide, ma solo tace per la coscienza così come tacciono i perduti
manoscritti di Platone. Egli dice che le pietre irragionevoli ricordano quello che l’uomo ha ma
non comprende e prova a sostituire dalla dimenticanza mediante il conosciuto.
L’epopea mostra l’imperfezione della sensazione e del destino e paragona questa
imperfezione alla perfezione. Tutti gli uomini aspirano allo scopo perfetto sempre
condizionale. I gemelli portano in sé e per sé la bellezza, la salvazione e la rovina previste col
sacerdote di Ra, e come tali inevitabili. Che sia l’intelletto orgoglioso giusto immediato, le
speranze con l’ ala stanno nella vicinanza falsa a noi, al sogno sembrava che si poteva
rompere il bollo sul manoscritto sacramentale. La memoria della sensazione si scopre in cui il
sacerdote si inclinerà sopra lo scheletro del profeta Atlasso col sentimento sprezzante e pieno
del sorpasso falso che si realizza come pericolo di dominazione della prima memoria sopra
quelle dell’ intelletto e della bellezza divina. Dal miracolo scomparvero lo spazio e il tempo;
Ho visto tutto il cammino dell’ umanità… Il legame dei panorami fiorisce intorno all’ unico
sguardo nell’ etere. Sembra che il mondo della sensazione sia costituito dalla prima memoria e
se quella sappia tutto – non dominerebbero la seconda dell’ intelletto e la terza della bellezza
divina sopra la possibilità invertita della prima memoria.
Vicino alla sensazione del sacerdote di dio Ra comparirà assolutamente l’ altro essere
indifferente a tutto il terreno, al di fuori da tutti i sentimenti; l’androgino perderà tutta la
memoria della sensazione e sarà come se non percepisse nulla e nessuno nell’ambito del
mondo materiale. Il desiderio del sacerdote di Ra è contrapposto all’ androgino. Egli non vuole
mai abbandonare il corpo e perdere la sua prima memoria essenziale di tutto quanto visto e
sensibile che è falsa principalmente e non conduce alla divinità, ma provoca l’ apocalisse che
guardasse la fine del mondo o dopo la petizione affinché il sacerdote morisse ma prima di
morire visse la rovina dell’isola verde.
Nel “Fedro” Platone scrive: …l’ intelligenza divina, nutrita di pensiero e conoscenza
pura, e anche ogni anima che abbia intenzione di accogliere ciò che le conviene, vedendo nel
corso del tempo, ciò che è, è felice e, contemplando il vero… Mentre si compie il circolo,
contempla la giustizia in sé, contempla la saggezza, contempla la conoscenza, non quella a cui è
legato il divenire, né quella che è in qualche modo diversa, stando in uno dei diversi oggetti che
noi ora chiamiamo enti, ma quella che è conoscenza in ciò che è realmente essere…(247 c-d)… i
diversi piani di realtà si dispongono gerarchicamente, dal luogo “dove risiede la stirpe degli dei” a quello a cui tendono
le cose “pesanti”, mentre l’ala, forza che agisce dal basso verso l’alto, trae, in qualche modo, il suo nutrimento dal
luogo degli dei e dei valori che ad essi si riferiscono (dove ciò che è divino è “bello, saggio, buono e tutto ciò che è
simile a questo., 246e 1), instaurando un rapporto di duplice mediazione tra i due piani separati. In ordine a questa
simbologia dei valori spaziali, il movimento dell’anima non faceva sospettare: allontanandosi dal luogo dei valori da cui
l’ala riceve nutrimento, l’anima rischia di veder morire una parte di sé (“con il turpe ed il cattivo (…) deperisce e
muore”., 246e 3-49 e di non potersi mai più risollevare dalla pesantezza, dove il suo principio di eterno movimento
continuerebbe a rinnovare una forma degradata e avvilente di esistenza…) … (“Fedro: Le parole e l’anima” a cura di
Fulvia De Luise 1997 Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio 34, 40126 Bologna (88838 Commentario: 246a-247c. Il secondo
discorso di Socrate: c) il mito dell’anima: pp.198-199)
Il profeta Atlasso e l’ultimo sacerdote stavano spiritualmente nei diversi piani. Atlasso
capiva che la natura che obbliga a morire costruisce così il bello in cui l’ala dell’anima riceve
il nutrimento. L’ immortalità di ciascuno creato rompe quello in ordine di questa simbologia
naturale. Atlasso poteva discernere la verità, che nutriva l’anima di pensiero e di conoscenza
pura, dalla falsificazione cui essa diventa pesante e perde l’ala al contrario della natura. Il
livello spirituale dell’ultimo sacerdote non permetteva di vederlo e di nutrire dello stesso
pensiero. Invece egli disdegna la necessità e la legge e leva la testa verso l’essere (imitazione
falsa) perché all’interno della sua anima la memoria della sensazione domina sopra quelle
dell’intelletto e della divinità. Egli non riesce a capire che la vita immortale non è che un
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modello limite di felicità, sicuramente precluso agli uomini in quanto anime squilibrare e poi
contaminate dal corpo. La vita eterna nel corpo non è che i frammenti del paradiso perduto
basteranno a giustificare lo sforzo e la fatica in cui nessuno sarebbe disposto a riconoscere
prima facie un modello di felicità...
Il luogo iperuranio, al di là dei limiti del cielo, è anche oltre i confini della sensibilità e della figuralità
linguistica. Accedervi è per gli dei condizione di un sapere puro, senza forme e colori, incomunicabile nella lingua degli
uomini, neppure in quella ispirata dagli dei (247 c-d); ed è condizione di felicità, che Platone esprime con la metafora
quieta della sazietà fisica (antitetica rispetto al modello dinamico - tensionale dell’eros), sottolineando la stabilità degli
oggetti fonte di appagamento (la giustizia, la saggezza, la conoscenza in sé), che è ciò che determina un’analoga
stabilità interiore: desiderio e soddisfazione sono tutt’uno, per gli dei, in un corto circuito intellettuale ed emotivo
(247d-e). Una breve frase, che si inserisce come una parentesi nella descrizione di questa condizione esclusiva (sul
valore parentetico del passo 247d1-2 – “e anche ogni anima che abbia intenzione di accogliere ciò che le conviene”-,
cfr. Hackforth (1952), p. 78 n.1), suggerisce che questa potrebbe essere anche la condizione degli uomini se sapessero
distinguere ciò che davvero conviene alla loro anima. Collocata in questo punto, che precede di poco la caduta delle
anime umane nella vicenda esistenziale, l’allusione segnala un modello limite di felicità, sicuramente precluso agli
uomini in quanto anime squilibrare e poi contaminate dal corpo; ma a questa immagine solleverà la testa chiunque sarà
in grado di godere, anche soltanto per un attimo, la gioia della contemplazione intellettuale; i frammenti del paradiso
perduto basteranno a giustificare lo sforzo e la fatica in cui nessuno sarebbe disposto a riconoscere prima facie un
modello di felicità... l’oggetto reale è la visione è la conquista della visione intellettuale simile a quella degli dei i
migliori godono dell’attingere a “ciò che è realmente essere” (247e 3), a sufficienza perché un criterio di distinzione si
imprima nella loro memoria, i più si allontano senza aver visto, del mondo vero, abbastanza per diffidare delle immagini
(248 a-b). Così la differenza antropologica (tra chi mantiene l’aspirazione a nutrirsi di verità e chi è disposto, senza
neanche avvedersi dell’errore, a lasciarsi irretire da opinioni congetturali, il “cibo immaginario”, 248b6) appare
fondata, senza rimedio, nell’esperienza pre-esistenziale dell’anima; essa si manifesta nell’esistenza, dopo l’ inevitabile
caduta dell’anima alla sua prima prova, come disposizione naturale, che fissa precisi limiti alle possibilità di progresso
di ciascun uomo… (“Fedro: le parole e l’anima” a cura di Fulvia De Luise 1997 Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio 34, 40126
Bologna (88838 Commentario: 247c-248c. Il secondo discorso di Socrate: d) luogo iperuranio: pp. 200-201)
Le anime che sostituiscono le visioni naturali della divinità dal cibo immaginario
confondono gli scopi ed aspirano agli errori perché la sensazione migliore conduce a ciò che è
divino irreale realmente e la sensazione peggiore, invece, agli sbagli. Quelli accecano tutti e
provocano i peccati. Le loro vittime materializzate sono state reincarnate nei corpi del
condottiero, e del ambasciatore dal regno dei barbari, anche del sacerdote, dei gemelli, ecc..
Perché l’ umanità è l’errore ed evidenzia la natura stessa della memoria peggiore della
sensazione? Le loro anime non capiscono e non conoscono nulla al di fuori del mondo
temporaneo. Il peccato umano provoca i guai e le preghiere nei templi durante le guerre dopo
la “Rovina di Atlantide”.
La confusione tra il sentimento della prima peggiore memoria e la memoria della bellezza
divina predice la fine tragica perché la prima migliore memoria conduce alla terza. La terza
vuole evitarlo ma non riesce a cambiare nulla perché è la confusione e la radice della
confusione è diversa dalla divinità a cui la prima memoria aspira sempre come ogni essere
aspira alle perfezioni falsa e vera mediante la terza memoria invertita nell’incoscienza. Ma i
sentimenti corporei dei gemelli cessano con la loro eutanasia al di fuori di tutte le memorie.
Dante soffriva più di tutti ma non ha mai desiderato di scappare dal destino e le memorie di
tutto quanto aveva visto e sentito e che lo legò a Beatrice Portinari nel 1274, è stata acquisita,
nella confusione tra la prima memoria migliore e la terza, la migliore forma nella storia umana
perché obbliga a trasformare i sentimenti supremi della memoria della sensazione nel frutto
geniale della terza memoria della bellezza divina.
Il dottorato “Letterature comparate” esaminerà, in particolare, i capitoli XI –XXIII (p. 67-126):
l’ amore puro nella concentrazione di tutti i vizi possibili della memoria della peggiore
sensazione anche analizzerà la migliore sensazione della principessa dei capitoli XLI – XLII,
ecc.

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L’ambito della memoria della saggezza umana o dell’ intelletto come sintesi
delle informazioni degli oggetti mai visti e mai sentiti concepite da noi
mediante la coscienza.

La “Rovina di Atlantide” concentra l’attenzione nell’eredità dell’antichità orientale che è
rapportata alla seconda memoria della mente come sintesi delle informazioni concepite con la
coscienza. La memoria sintetizzata è evidenziata nella dedica a V. S. Iliascenko. Si afferma nel
viaggio dell’immaginazione quando entrambi, nelle conversazioni dell’ Atlantide, entrano nel
mondo delle leggende come nel miraggio aureo. Nel miraggio d’oro viene rappresentata
l’eredità della seconda memoria umana. La storia della memoria dell’intelletto lasciò, come i
miraggi del passato, la sintesi dell’ attività umana dimenticata. Essa si nasconde nei disegni
antichi delle caverne oscure e nello spirito della cenere contemplata. La seconda memoria
sintetizza le conoscenze ed avvicinava la forza degli usi delle eredità delle leggende. Tentava la
notizia delle verità sotto le tradizioni sacerdotali, sussurrava della verità il mito, in cui lo
spirito di Iliascenko diventava il guida sul camino del sogno dell’ umanità. Iliascenko conduce
all’essere – previsione, al testamento dell’ antichità; il tesoro trovato con Iliascinko gli è stato
dedicato come sintesi della cognizione perduta.
Nella prima parte “ATLANTIDE” il nostro mondo arriva alla conoscenza con il miracolo
delle copie dei gemelli supremi dopo Atlasso. Se la natura dell’incoscienza e il testo perso di
Platone sanno ma tacciono dell’ Atlantide nella prima memoria della sensazione, nessuno la
concepite dalla coscienza umana nella seconda memoria della sintesi delle informazioni
nessuno sa! L’ Oracolo di Parnaso tace e non rivela affari, né nomi, tacciono i profeti dei
tempi più antichi di quello che sentì, in Saese, Salone;… all’inizio del “Timeo”, Crizia dà esplicitamente
conto degli anelli di questa catena di trasmissione, che dal bisnonno Dropide — amico e parente di Solone — mediante il
racconto del nonno di Crizia — omonimo del nipote — giunge fino a lui. (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla
storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da
Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p. 47). Federa editrice, Padova, 1997)
Ed anche lo stesso Platone non ci racconta dell’ ultima ora… i venti - desideri delle tormente
cantano sopra l’ abisso in cui l’ esistenza di Atlantide trovò l’ ultimo esilio per sempre.
Golokhvastov capisce l’assenza dei nessi storici concreti fra le persone che legavano i dialoghi
platonici a Solone e circonda la sua immagine con la nuvola del mistero.
La memoria sussurra, splendendo nel mondo antico, conquista l’autore che già si va alla terza
memoria della bellezza divina descritta da Platone. Questa mezzanotte la terza memoria si
confonde con la seconda sulla base della prima che ci fa rapportare noi stessi al mondo
materiale e ci fa percepire e capire tutto nell’illusione. E, nella luce morta della lampara sulla
tavola, il sogno aspetta sempre non detto nelle pagine, sopra esso il pensiero è stato
tormentato ed è stato svelto il silenzio delle tombe mute. Quello che aveva scoperto il loro
mistero dimenticato provocò l’ ira di Nemesida lasciata dalle lettere antichi. Nel “Timeo” e nel
“Crizia” egli (Crizia) è il vero protagonista, incaricato di esporre, dietro precisa richiesta di Socrate e in forza di una
competenza riconosciuta, senza mezzi termini, come estesa a ogni aspetto della questione — esempi di realizzazione
concreta dello Stato ideale: esempi non solo “realmente viventi”, ma anche “in movimento” del modello utopistico
proposto nella “Repubblica”. … Timeo, Crizia ed Ermocrate sono i protagonisti cui è determinato questo compito,
protagonisti di dialoghi omonime in un probabile progetto di trilogia, di cui, come è noto, Platone realizzò solo il
“Timeo” e l’incompiuto “Crizia” (“Maledetta democrazia” studi su Crizia V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra lunga
della. “Crizia” e Crizia (pp. 256-257). Edizione dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999).
Golokhvastov utilizza la ricchezza dell’eredità storica sintetizzata dalla modernità. Sulla
base della loro sintesi costruisce le catene delle sue immagini, ove la seconda memoria gioca il
ruolo del materiale costruttivo. Secondo la memoria della sintesi delle cognizioni concepite,
Dante scopre i destini degli attivisti storici perché si appoggia sulla memoria ragionevole della
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sua epoca nelle dimensioni più espansibili di tutti gli altri poeti epici.
Gli interessi di Dante corrispondono alle ricerche del suo periodo storico quando l’
umanità sintetizza il passato e la nuova caratteristica della gerarchia religiosa. Già alcuni
pontefici non sono inviati in Paradiso. Dante osa dirlo come nessuno in precedenza, per la
prima volta nella storia, del supremo. (Inferno XI, 7 – 13: papa Anastasio / Purgatorio XIX,
Adreano V, 79 – 145), papa Nicolò III (Inferno XIX, 31- 120), papa Bonifazio VIII candidato
all’ Inferno (Inferno XIX, XXVII 70, / Purgatorio XX 87, XXXII 149 / Paradiso XVII 49,
XXVII 27, XXX 148 — simboleggiato), inoltre guadagnarono il Purgatorio gli ebrei del
Vecchio Testamento e due gentili: Catone (Purgatori I, 31 – 108) e Stazio (Purgatorio, XXI 10
– 136, XXII – XXXIII, in cui dal 133 – 134 XXXIII canto del Purg. Beatrice dice a
donnescamente: “Vien con lui”, invitandolo al Paradiso).
E ancora Bonaventura (1217 – 1274) nel “Itinerarium mentis in Deum” (1259 – 1260) aspira
a descrivere, in termini teorici, l’ ambito divino sulla terra. Al inizio del XIV secolo questo
desiderio si trasforma nello scopo di descrivere totalmente il mondo divino che ci governa da
cui si svolgono tre regni dei morti: l’ Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.
Dalla fine del XIX secolo sino alla seconda guerra mondiale domina l’interesse, in
Europa e in America, per i culti orientali non musulmani del Buddismo, all’ enigma di
Sciàmbala, agli egiziani, alle civilizzazioni scomparsi dei latinoamericani, ai cinesi, ecc.. L’
interesse per quel periodo corrisponde alla descrizione totale dei mondi dei morti nel XIV
secolo come, nella seconda metà del primo secolo A. C., dominava l’ idea di superare Omero
nello spirito latino che è stata rappresentata nell’ “Eneida” di Publio Vergilio Marone.
Se Vergilio realizzò lo scopo della sua epoca parzialmente perché non completò l’
epopea “Eneide” a causa della morte lungo il viaggio per i luoghi leggendari. Dante superò lo
scopo stesso, la sua “Divina commedia” divenne imparagonabile alle epopee poetiche
antecedenti e successivi fino al XXI secolo. Il tentativo di comporre l’ opera epocale simile si
evidenzia due volte nella poesia epica della Russia.
La prima prova “Sibiriada” di Tretiakòv del XVIII secolo fu più vicina a Vergilio ma non
conseguì nessun successo. La seconda prova fu più vicina a Dante e costituisce l’oggetto della
dissertazione attuale; è la “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov che riflette lo scopo epocale
di avvicinare il lettore europeo all’eredità dei culti orientali non musulmani.
I significati essenziali dei 133 concetti filosofici dell’ antichità rappresentati da
Golokhvastov alla fine del libro la “Rovina di Atlantide” secondo la memoria della
saggezza umana o dell’ intelletto .
La potenza poetica diffonde la memoria dell’ intelletto con la memoria della sensazione
mediante l’ espressione poetica che si evidenzia con la memoria della bellezza divina, la cui
base, analizzata in questo capitolo essenziale della dissertazione, è la seconda memoria della
sintesi dell’ informazione con l’intelletto. La seconda memoria viene svolta con la spiegazione
dell’ autore stesso Gheorghi Golokhvastov ed anche è stata confrontata alla sintesi di questa
informazione esaminata nella fine del XX secolo e nell’ inizio del XXI. La ristampa
dell’edizione G. C. Sansoni pubblicò “La Divina commedia” di Dante Alighieri nel 1922 a
Firenze, in cui ogni pagina di destra rappresenta le spiegazioni dei concetti filosofici delle
immagini implicite e delle parole diventate non utilizzabili nella lingua contemporanea.
La “Rovina di Atlantide”, composta nel 1935, ha l’ enumerazione dei termini filosofici e
la loro spiegazione fatta con l’ autore stesso. Essi sono stampate nelle 27 pagine nella fine del
libro. Questa spiegazione comprende 133 concetti la maggioranza dei quali è legata all’
antichità che diventa la base essenziale della seconda memoria. L’ultima sintetizza le
informazioni storiche concepite con la coscienza umana.
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Ad esempio: Cromlech — il tipo speciale dei monumenti megalitici (Inghilterra). Esso consiste
di 2 enormi mengiri, le pietre spostate in verticale che formano uno o alcuni cerchi. Essi
circondano la piazza, al centro della quale sta la pietra più grossa. Presuppongono che i
cromvech avevano il significato religioso. Nella dedica a Vladimir Stepanovitsh Iliascenko
Golochvastov presuppone che gli abitanti di Atlantide siano famosi fra i popoli primitivi che
imitarono, nei loro primi monumenti storici, gli atlanti, i fondatori della prima civilizzazione
umana. Le pietre grandiose, spostate in verticale con i cerchi intorno, verosimilmente,
simbolizzano la civilizzazione più alta che si descrive con la “Rovina di Atlantide” di
Golokhvastov.
La prima parte “MAGIA DI ATLANTIDE”:

P. 15: 2.“Timeo” di Platone (427-347 A. C.), in cui il filosofo descrive la fine di Atlantide
seguendo la decisione degli dei. (Platone, “Timeo” e“Crizia” , Rusconi Libri s. r. l., Milano 1994, 1997)
L’articolata struttura di opposizioni, elaborata da Platone nella potente metafora mitistorica del “Timeo” e del
“Crizia”, è stata messa in luce ed ampiamente analizzata negli studi. Plat. “Timeo” 20d-25d; Crit. 108c-121c. Per le
considerazioni che seguono gli studi di Vidal-Naquet e di Brisson vd. Anche “Le méme et l’autre dans la structure
ontologique du Temée de Platon. Un commentaire systématique du Temée de Platon”, Paris 1974, e l’ introduzione e
commento a Platone, “Timée” / ”Critias”, Paris 1992) Cfr. Gill, pp. 294 ss. (e bibl. Essenziale alle nn.1-3 p. 287). Vd.
Ora Bertelli e della p 610s. (cfr. Id., “Itinerari”, pp. 42 s., 51); Desclos, pp. 141 ss. (con bil. Alla n.2 p. 141); Ellinger,
pp. 863 s; Centenni pp. 45 ss.; Morgan, pp. 108 ss. (ultimo contributo in ordine di tempo, in cui spiccia la totale assenza
di attenzione per il ruolo di Crizia come narratore designato del mito). Cfr. suggerimenti negli studi del passato ricordati
Da Lévèque – Vidal-Naquet, n. 10 p. 138 e da Vedal-Naquet n. 28 p. 252 (cfr. Id., “Hérote et l’Atlantide: entre les Grecs
e les Juifs. Réflexions sur l’historiagraphie du siècle des lumière”, “OS” 16, 1982, pp 3 ss., in part. pp. 43 ss.). Minore
attenzione nel complesso è stata riservata al significato della designazione di Crizia a un ruolo di depositario e latore
della narrazione mitologica. (1) (“Maledetta democrazia” studi su Crizia V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra lunga
della. “Crizia” e Crizia. (p. 257) Edizione dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999)
Pensati come un’opera suddivisa in due parti narrativi, il Timeo e il Crizia sono strettamente conseguenti al
progetto, teoretico e politico, presentato nella “Repubblica”. Nella finzione politica, il Timeo — e quindi il Crizia,
immediatamente successivo a quello — è posto in diretta successione cronologica rispetto alla “Repubblica”, dialogo
che si immaginava abbia avuto luogo il giorno precedente… senza soluzione del filo concettuale e narrativo che si
interrompe alla fine del Timeo, nel Crizia il protagonista riprende la narrazione del mythos storico sulle origini
antichissime di Atene e sullo sviluppo — parallelamente alla politeia nell’Attica — della civiltà di Atlantide, al di là
delle colonne d’Ercole. Questo lo schema compositivo del Timeo e del Crizia: Timeo: 17 A-C Incontro dei personaggi:
Socrate, Ermocrate, Crizia, Timeo; 17 C – 19 B Socrate riassume il suo discorso nella “Repubblica”; 19 C – 20 B
Socrate chiede di vedere la città in azione; 20 C – D: Ermocrate propone che Crizia narri un mito; 20 D – 25 D Crizia
inizia il mito dell’ Atene antica e di Atlantide; 25 D – 26 E Crizia si interrompe; 26 E – 27 C Socrate e Crizia passano la
parola a Timeo; 27 D- 92 C Timeo racconta il mito cosmologico. Crizia: 106 A – B Timeo conclude e passa la parola a
Crizia; 106 C – 108 C Dialogo fra Crizia, Socrate, Ermocrate, 108 c – 121 C Crizia riprende con il mito di Atlantide;
121 C ss. (il dialogo è mutilo dell’ultima parte che doveva comprendere la fine del discorso di Crizia, e il discorso di
Ermocrate). (pp. 45-46) … Crizia dunque, o meglio la memoria di Crizia, è l’ archivio di una tradizione antichissima,
altrimenti perduta, che solo per lui si conserva; in questo senso risulta importante il metodo di rammemorizzazione che
Crizia mette in atto per prepararsi al racconto del Timeo e la preghiera a Mnemosine che introduce l’inizio della
narrazione nel Timeo e la sua ripresa nel Crizia. (p. 47) (2) (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica
Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi
(pp. 45-47), Francesca Ghedini e Alessandra Coppola. Federa editrice, Padova, 1997)
“Timeo”: p.1 3. Rianimazione di Solone. Nel “Timeo”, Socrate paragona il suo stato d’anima, nei
confronti della città ideale, a quello di chi non si accontenta di vedere degli animali dipinti o vivi ma immortali, ma
desidera osservarli in movimento (kinumenna) mentre danno prova di sé. (Plat. Tim. 19b-c (vd. Supra, cap. I, 1.4 ) … Il
cui possibile è in cielo, in Resp. IX 592°-b, e i “fatti a quanto pare accaduti” grazie ai quali si potrà “fare ricerca non sul
vuoto, ma sull’ accaduto e sulla verità ”, in Leg. II 683e-684°. Sulla centralità del tema politico nel “Timeo”, cfr.
C.Osborne, Topography in the pp. 104 ss.; per i fondamenti contribuiti di Bertelli e della Isnardi, vd. Nn. Ss.).
Il linguaggio mitico del Timeo platonico deve, per forza, attenuare questa distinzione: infatti, poiché conosce solo la
dimensione dell’accadere temporale, deve convertire tutte le differenze qualitative in differenze dell’origine de della
creazione del tempo. Così l’anima diviene qui un essere misto, nel quale il creatore, il demiurgo, ha impresso, e in certo
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modo, le due nature opposte dello stesso e del diverso, del taftòn e fsateron. (Ernst Cassirer “Individuo e cosmo” nella
filosofia del rinascimento (p. 201). (Leipzig, G. B. Teubner, 1927) Traduzione di Federico Federdi. Proprietà letteraria
Reservata)
III Cap. p. 35: Ziggurat e Il XLVI cap. p. 234. sm. E f. Invar. Archeol. Nell’antica Mesopotamia,
sorta di torre costituita da piani o terrazze sovrapposte e di ampiezza decrescente verso l’alto, sulla cui sommità sorgeva
un tempio. Fogazzaro, XIV-179: Sullo Ziggurat di Borsippa,.. salirono mitrati sacerdoti alternanti allo studio del cielo
canti e sacrifici propiziatori degli astri. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese .
9/V71964.)
2. “Crizia”: Platone, con le parole di Crizia racconta dei bravi uomini dell’ altra città
Atene nove mila anni fa che venne dimenticata a cause di molte catastrofi. Crizia descrive la
potenza dell’ esercito di Atlantide desideroso di conquistare il mondo, la cui isola venne
sprofondata nel mare. Dal paragrafo (113 a) Crizia narra la storia di Atlantide. Egli racconta
che Cleitò, la figlia di Eunore e Leucippa morti prima della scadenza, diventa la moglie di
Nettuno (Poseidone) e generò dieci fratelli, cinque copie di gemelli principi. Tutt’altro che casuale,
in realtà, il fatto che Platone disegni proprio Crizia per il ruolo di interprete e possessore delle chiavi di quella che, con
le dovute cautele, potremmo chiamare utopia e che è una delle forme in cui viene proposto un modello ideale di
organizzazione politica… Cfr. le premesse metodologiche e le puntualizzazione di Bertelli, “Utopia”, pp. 472 ss. (in
”Motivi utopistici, pp. 137 ss. Cfr. anche Quarta, pp. 9 ss.; Ambaglio, “Diodoro”, pp. 154 ss.; A. m. Iacono. “L’utopia e
i Greci”, in “I Gheci”, I, Torino 1996, pp. 883 ss..) Sull’evoluzione del genere cosiddetto “utopistico”, da premesse
platoniche (con antecedenti) finalizzate alla “rifondazione logica dell’universo della politica che cerca un rapporto
dialettico con la realtà”, vd. In partic. Bertelli, “L’utopia”, pp. 480 ss., 549 ss.; Id., “Itinari”, pp. 40 ss., 44. Cfr. anche
“Introduzione” (“Maledetta democrazia” studi su Crizia V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra lunga della. “Crizia” e
Crizia. (pp. 257-258) Edizione dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999)
Golokhvastov scrive di quello sulla pagina 34 del II cap.: …Gli risponde, con l’ estasi
viva, il gemello di Atlasso, nato il secondo; dopo lui i loro fratelli minori — quattro ceti
educati nella famiglia dei gemelli… Nella pagina 37 del III cap. della “Rovina di Atlantide”
narra che Atlasso, fra le eredità dei padri ordinò di dare le decime parti a sé e ai fratelli: cinque
pari dei gemelli. Secondo questo frammento si capisce che il profeta Atlasso non è Nettuno, il
cui culto gentile è assente nell’ opera dell’ autore cristiano. Ma Golokhvastov, al massimo,
utilizza il testo del “Crizia”, in cui si racconta che Nettuno circondò il colle centrale con tre
anelli di acqua e di terraferma e fece due fonti dell’ acqua calda e dell’ acqua fredda. Egli
separò l’isola in dieci parti e la distribuì fra i fratelli. Egli regalò la casa della madre al
maggiore, secondo Golokhvastov, il cui nome di Atlante si sostituisce da Atlasso. Non si può
non ricordare la fine del XXIX canto del “Purgatorio” della “Divina commedia” di Dante
Alighieri (versi: 133-141):
Appresso tutto il per trattato nodo 133
vidi due vecchi in abito dispàri,
ma pari in atto e onesto e sodo.
L’ un si mostrava alcun de’ famigliari 136
di quel sommo Ipocrite che natura
a li animali fe’ ch’ ell’ ha più cari;
mostrava l’ altro la contraria cura 139
con una spada lucida e aguta,
tal, che di qua dal rio mi fe’ paura…
133. Apresso… nodo: dietro al gruppo ( nodo ) di personaggi già descritti (per trattato: cfr. Inf., Xi, 80). 134.
dispari: differenti. 135. pari… sodo: simili nell’atteggiamento dignitoso (onesto) e grave (sodo: propriamente “non
mutevole, che non scompone”). 136-8. L’un … cari: uno appariva, all’abito, un seguace di quell’ Ipocrite, che la natura
creò a beneficio degli animali che essa predilige, per la salute cioè degli uomini. Mostrava d’essere un medico; ed è san
Luca, qui considerato in quanto autore in quanto autore e simbolo degli “Atti degli Apostoli”. 139-40. l’altro… aguta:
san Paolo, in quanto autore e simbolo delle Epistole. È rappresentato tradizionalmente con la spada; e Dante gli
attribuisce contraria cura a quella del medico, non di sanare i corpi, bensì di ferire le anime e scuoterle con la parola
eloquente e severa: “gladium spiritus, quod est verbum Dei” (ad Eph., 6, 17; cfr. Ad Herb., 4, 12, e Isai., 49, 2). 141.
“di qua dal rio”: benché mi trovassi di qua dal fiume. (pp. 731-732) (1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino
Sapegno. Riccardo Ricciardi. Editore –Milano-Napoli 1954.)
“Due vecchi: l’uno rappresenta gli Atti degli Appostoli, scritti da san Luca, l’altro è san Paolo, autore delle
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Epistole. Sodo: grave. Famigliari: seguaci, discepoli (Paul ad Coloss., IV, 149 d’ Ippocrate, il famoso medico (Inf., IV,
14) nato per la sanità degli uomini. Contraria cura: cioè la cura di ferire anziché di sanare (2) (“La Divina Commedia” p.
3 (p.691) ; ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Questi due vecchi emergono dall’ incoscienza di Dante e subito, verosimilmente, Dante
ricorda le immagini leggendarie del “Crizia” il primo è la copia riflessa del primo fratello con
una spada brillante, la sua contrapposizione. Ma egli capisce che la loro origine è il frutto del
paganesimo, dal rio delle immagini incalcolabili lo spaventa la moralità cristiana. Forse per
quella causa stessa quattro individui (simboli delle epistole canoniche) in umile paruta
(apparenza) al contrario di quattro copie di gemelli che così sono mutati sotto la riconoscenza
dell’ eredità antica e sotto l’ influenza del cristianesimo. Tutte e due legate insieme si
trasformano nei simboli canonici. Il settimo, verosimilmente, è , invece, il prototipo
condizionale dell’ultimo sacerdote antipodo di san Giovanni evangelista, secondo la critica
tradizionale, come l’ autore dell’ “Apocalisse”: e di retro da tutti un vecchio solo venir,
dormendo, con la faccia arguta (Purg. XXIX 143-144). San Giovanni era tuttavia l’ apostolo
che accompagna tutti visti e benedetti con Cristo. Essi ereditarono il Paradiso e non possono
stare nei supremi cerchi del Purgatorio. Allora questo settimo vecchio non è san Giovanni? Se
Stazio ottiene la possibilità di accompagnare Dante fino al Paradiso, quei sette vecchi,
dormendo, potrebbero rappresentare le anime sacrali ancora non cristiane che provocano la
paura di Dante. Il settimo, simbolizza sette principi antichi come sette alberi d’ oro (Purg.
XXIX 46). Il desiderio esplicito di Dante non identifica dopo i due vecchi simili con i primi
gemelli atlanti. Ma prima di introdurre, dall’ incoscienza, queste due vecchie copie, nel 134
verso, Dante, verosimilmente, allude alle prime genti che non erano peccatori ancora come i
primi atlanti, non secondo la Bibbia ma secondo la leggenda gentile dell’età d’ oro, che si
evidenzia in quello stesso XXIX canto del “Purgatorio” (versi 85-86): Tutti cantavan:
“Benedicta tue!” // ne le figlie d’ Adamo, e benedette // sieno in eterno le bellezze tue!”. Il
primo vecchio è, e dopo mascheramento con la paura evidente, poteva essere, Atlante di
Platone e Atlasso di Golokhvastov. L’immagine di Atlasso assume il ruolo del primo vecchio
dantesco perché il primo profeta cura le anime infelici come il settimo vecchio bipolare e
predice l’apocalisse con l’ amuleto celato nel tempio dei morti.
Perché Dante descrive qualche principio nel XIX canto del “Paradiso” (55-69) che
conduce al fondo del mare?
non può da sua natura esser possente 55
tanto, che suo principio non discerna
molto di là da quel che l’ è parvente.
Però ne la giustizia sempiterna 58
la vista che riceve il vostro mondo,
com’ occhio per lo mare, entro s’ interna;
che, ben che da la proda veggia il fondo, 61
in pelago nol vede; e non dimeno
ègli, ma cela lui l’ esser profondo.
on è, se non vien dal sereno 64
che non si turba mai; anzi è tenèbra,
od ombra de la carne, o suo veleno.
Assai t’ è mo aperta la latèbra 67
che t’ ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotando crebra.
Parvente: appariscente: appariscente, manifesto alla mente degli uomini. la vista: dell’intelletto. L’intelligenza
che gli uomini ricevono da Dio. com’occhio: vede poco o niente, come occhio che cerchi, guardando nelle acque, di
indagare gli abissi del mare profondo. in pelago: lunghi dalla proda, nell’alto mare. ègli: vi è ; sottint: il fondo. Intendi:
anche in pelago, anche sotto le alte acque del mare è il fondo, ma la sua profondità lo nasconde, lo rende impenetrabile
allo sguardo umano. Lume non è: non v’è sapienza, se non emana da Dio. ombra de la carne: falso vedere dei sensi. Suo
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veleno: peccato, “perversità carnale” (Scartazzini). Latèbra: nascondiglio. di che: del quale nascondiglio, del celarsi
della viva giustizia. Crebra: voce lat.; frequente. (“La Divina Commedia” p. 3 (p.945); ristampa anastatica dell’editore
G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Il suo principio non discerna come occhio, che vede poco, per lo mare, entro s’ interna in cui
si nasconde qualche mistero. Forse Dante perde l’ autocontrollo cristiano inconsciamente ed
allude all’ immagine di Atlantide gentile? Egli vuole giustificarla? Perché? Verosimilmente
egli non leggeva Platone ed aveva solo sentore della terra uscita sotto l’ acqua? Egli desidera
rapportare la terra leggendaria alle figlie d’ Adamo? Si può capire perché compare la paura che
ferma il racconto dei primi gemelli del 141 verso del XXIX canto del “Purgatorio” dantesco?!
Com’ occhio: vede poco o niente del passato, come occhio che cerchi, guardando nelle
acque, di indagare gli abissi del mare profondo… verosimilmente per trovare l’Atlantide rovinata
sul fondo, la cui tematica era proibita e provocava involontario la paura del XXIX canto del
“Purgatorio”? Capiamo il concetto “in pelago” come “lunghi dalla proda” forse della terra
scomparsa che sfondò nel fondo dell’ ”altro mare”. La nozione “ombra di carne” è compresa
verosimilmente come “falso vedere del senso”. Verosimilmente questa visione falsa del senso
diviene la falsa visione del senso della memoria della sensazione dell’ultimo sacerdote. La
perversità carnale si incarna nell’amore pervertibile dei gemelli nella “Rovina di Atlantide” che
diviene il veleno che conduce al Paradiso secondo la comprensione di Golokhvastov. La sua
immaginazione poteva interpretare il concetto “errato visto” come l’ errata comprensione del
mondo. Egli lo trasforma nello scopo errato dell’ ultimo sacerdote che voleva ottenere l’
immortalità errata. Il concetto “latebra: nascondiglio” si riflette nella predestinazione reale
della nascita dei gemelli innamorati e del desiderio dell’ ultimo ad essere immortale. Entrambi
fati erano previsti con Atlasso e celati nel nascondiglio dell’ amulete sul suo scheletro.
Dopo questo principio vuole giustificare, nei versi 70-81, un’ uomo che nasce a la riva de
l’ Indo, e quivi non è chi ragioni di Cristo né chi legga ne chi scriva? Forse Dante paragona le figlie
d’ Adamo benedette in eterno e quello indiano che muore non battezzato senza peccato in vita e
in sermone (75)? Così Dante percepisce l’esistenza naturale dei gentili come la principe e la
principessa innocenti?
A la riva de l’Indo: Asia. Cfr. Purg., XXVI, 21. chi ragione: chi cerchi divulgare la fede di Cristo, con
predicazione, letture e scritture intorno alla venuta, alla passione, alla morte e alla resurrezione del Salvatore. “Ai tempi
di Dante l’India era riguardata come una delle parti del mondo più remote da Roma” (Scartazzini). in vita: in opere, o
in parole (sermoni). ov’è: qual’ è: per qual ragione di giustizia. spanna: palmo: l’ apertura della mano. Cfr. Inf., VI, 25.
(“La Divina Commedia” p. 3 (p. 945); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Può essere che queste questioni siano la causa essenziale perciò Golokhvastov è legato
alla “Divina commedia” affinché essa divenga una delle basi principali, dopo “Crizia”, della
memoria oggettiva dell’ intelletto ed affinché Golochvastov componga simbolicamente le idee
primordiali e le immagini della “Rovina di Atlantide”?
L’ immagine stessa di Atlantide diventa cristiana nella “Rovina di Atlantide” in cui
domina il monoteismo di Ra e la proibizione dei sacrifici degli uomini con l’unità della trinità.
Quei dieci re sono sostituiti dall’ unico che è il padre dei gemelli nell’epoca dell’ultimo
sacerdote. Secondo la sintesi dell’ eredità storica, nella “Rovina di Atlantide” agli altri nove re
appartengono le altre isole circondate che non partecipano nello sviluppo degli eventi della
“Rovina di Atlantide”.
La natura dell’ isola, nel “Crizia” di Platone, era la più ricca di tutto il mondo. I re
atlanti di volta in volta ricostruivano di nuovo l’edificio, in cui abitava Nettuno, secondo la
leggenda, e lo idealizzarono. I re ordinarono di costruire i ponti fra gli anelli acquatici avendo
fatto gli itinerari dalla capitale e al ritorno per permettere una sola triera. Così formarono
l’entrata dal mare. L’ anello estremo era più esteso ed aveva il diametro di tre stadi. Il diametro
stesso aveva l’ anello di terra. Gli anelli seguenti di acqua e di terra avevano l’ estensione di
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due stadi. Il diametro dell’ ultimo anello acquatico aveva l’ estensione di uno stadio. Le pietre
con i colori bianco, nero e rosso prendevano da ogni anello. Molte costruzioni erano facili.
Alcune erano state costruite con le pietre di diversi colori. Vicino ad ogni ponte fecero le torri e
i portoni. Le mura intorno al primo cerchio vennero coperto col metallo cupreo. Il muro del
cerchio interno venne coperto con lo stagno. Il muro che circondava l’acropoli venne coperto
con l’oricalco brillante che rifletteva i raggi solari. Il diametro dell’ isola centrale della capitale
aveva 5 stadi dove stava il palazzo descritto, il tempio di Cleitò e di Nettuno, il tempio di
Nettuno, il giardino degli alberi della bellezza inesauribile, ecc.. Il tempio essenziale di Cleitò e
Nettuno era circondato dal muro d’ oro. Era il tempio di Nettuno della lunghezza di uno stadio,
il largo di tre pletri. Lo stile della costruzione aveva un che di barbarico. Secondo
Golokhvastov così deve essere stato descritto lo Ziggurat. Secondo “Crizia” (118) all’ interno
l’ Atlantide aveva la pianura circondata con le montagne più alte di tutte le esistenti. La
lunghezza di questa pianura era di tre mila stadi.
L’insieme delle caratteristiche di Atlantide realizza in uno stesso tempo la paradigmaticità alternativa all’ Atene
primordiale e l’analogia con l’ Atene classica, l’Atene sbagliata da rifare. Abbiamo così l’allusione alla dismisura già a
livello di risorse primarie e di sfruttamento del suolo (i due racconti l’hanno, Crit. 118) … (“ATENE ASSOLUTA” Crizia
dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia”
Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p.261). Federa editrice, Padova, 1997)
La distanza, dal mare fino alla capitale (Atslano di Golokhvastov), ammontava a due
mila stadi. Perciò l’ Atlantide, nel poema di Golokhvastov, resta l’ isola e non si trasforma nel
continente secondo il “Timeo” in cui, invece, il sacerdote egiziano racconta a Solone che
l’Atlantide era più estesa della Libia e l’ Asia insieme. La pianura di Atlantide aveva la forma
del tetragono. Molti genitori dei re la trasformarono nel paradiso che aveva la foresta di tutti gli
alberi, i fiumi, i laghi, i prati. Il grande canale, circondante tutta la pianura, conservava la sua
forma armonica. Esso attingeva le acque di tutti i fiumi ed usciva al mare. Tutte queste
informazioni, sintetizzate con la memoria dell’ intelletto di Golochvastov, sono evidenziate
nella seconda metà nel III cap. della “Rovina di Atlantide” nelle pagine 36 e 37.
Le donne di Atlantide, così come gli uomini dovevano servire nell’ esercito. Ogni
territorio, composto di dieci stadi per dieci, era rappresentato dal proprio capo militare. La
quantità di tutti i partecipanti alle guerre consisteva in 60 000 persone. Durante le guerre le
quadrighe dovevano avere una consistenza di 10 000 individui. Crizia, nel “Timeo”, enumera
tutti i tipi di soldati, di tecniche militari e dell’ arma conosciuti nell’ antichità.
Ognuno dei dieci re poteva comminare la penna capitale ai suoi sottoposti. Le regole fra
i re erano scritte sulla stella costruita nell’ epoca dei primi re all’ interno del tempio di Nettuno,
secondo Golokhvastov nello Ziggurat, in cui i re si riunivano ogni quinto o ogni sesto anno.
Nel giardino di Nettuno abitavano i tori che rappresentavano il simbolo dell’ animale sacrale.
Prima di discutere i loro problemi i re sceglievano l’ animale per il sacrificio e sulla stella
uccidevano in modo che il loro sangue si riversasse sulle scritture. Qui Golokhvastov
contraddice a Platone. Il processo della vittima non religiosa passa, alle pagine 102-106 del
XVIII cap., nel palazzo, nel tempio del condottiero, invece, non all’ interno del tempio di
Ziggurat. Golokhvastov descrive come gli uomini, invertiti con la vita dolce, conducono, al
sacrificio laico e orribile del sacrilegio, due animali. La pecora doveva essere tagliata. Il nero
capro compariva sopra la stella sanguinosa. Nel XVIII cap.(p. 109), la plebe senza vergogna è
stata introdotta all’ interno dello Ziggurat. Prima nella pagina 36 del terzo capitolo della
“Rovina di Atlantide” è scritto che sulla blu altezza celeste, su tutti le torri della santa
Montagna era il settimo grado coronato col tempio. Lì il testatore muto della sventura, la pietra
di Altare dei sacrifici sanguinosi proibiti, fu innalzato con lo sforzo difficilissimo degli uomini,
e la lama di sacrifici con i rilievi a sempre è messo sulla pietra canuta.
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Fra i re di Atlantide vigeva la legge secondo la quale, che nessun re dovesse combattere
contro altri re dell’ isola, e prescriveva che tutti aiutassero reciprocamente durante le guerre.
Pochi generi osavano ribellarsi per sostituire la dinastia. Prima, quando vivevano nell’
amicizia, disprezzavano i tesori materiali e rispettavano gli ordini degli antenati e la natura
divina conservava fra essi la sua potenza. Quando prevalsero l’avarizia incontrollabile e la sete
del potere illimitato Zeus volle condannarli. Perché egli riunì gli dei e vi si appellò,
verosimilmente, con la domanda che fare. Dopo il testo di Platone è perso. Si può solo
supporre perché il testo sia stato interrotto o Platone stesso non volle sviluppare questa
tematica? …L’immagine iniziale di Atlantide è quella di un equilibrio realizzato e tuttavia dal principio precario.
L’ottimo contributo della Desclos (pp. 142 ss.) non tiene conto della precarietà congenita adombrata nella metafora
Atlantide / Atene imperialistica marinara, e democratica, volata alla catastrofe. Le trasgressioni degli Atlanti —i quali
ad esempio violano con ponti e collegamenti la posizione separata dell’isola centrale stabilita da Poseidone (Crit. 113
d-e), così come gli Ateniesi collegano la città al porto con le lunghe Mura (pp. 144, 154) – accelerano un processo
degenerativo, che è però predestinato. Atlantide, a differenza dell’antica Atene, contiene in sé i germi della decadenza,
perché nasce già nel segno della hybris, della dismisura correlata alla vocazione marinara. (“ATENE ASSOLUTA” Crizia
dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia”
Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p. 262). Federa editrice, Padova, 1997)
La seconda memoria sintetizza il “Crizia” di Platone dal punto di vista del cristianesimo
moderno con l’ illusione speciale alla svastica della sua fatalità.

В нижнем храме алтарь Зиггурата
Роскошно тонет в убранстве цветов.
Моя одежда бела и богата
Расшивкой свастик, быков и крестов.
В моей тиаре рубин над рубином
На трёх коронах тройного венца,
Как символ три знаменует Лица
Того, Кто слит в естестве триедином.
Мой посох острый, как луч у конца —
Из ветви кедра источен; вкруг трости
Две кобры вьются из матовой кости
Клыков слоновьих; они скрещены
Внизу у тонких и гибких ухвостий;
Вверху их главам скрещенным даны
Черты людские: в одной величавый
Праобраз мужа, в другой же лукавый
И томный облик желанной жены;
И знаком солнца карбункул кровавый
Венчает, рдея, союз их двуглавй...

E nel basso tempio l’ altare di Ziggurat si perde nelle decorazioni dei fiori. Il mio
vestito è bianco e ricco; è la svastica dei tori e delle croci. Nella mia tiara il rubino sta sopra il
rubino su tre corone della ghirlanda tripartita, come il simbolo, prevede tre Facce di quello
che è unito nell’ unità triplice. Il mio batocchio piccante, come il raggio alla fine, dal ramo del
cedro esso è intagliato; intorno al batocchio sono state serpeggiate due corbe fatte di denti di
elefantino; esse sono state in crociate giù con le code sottili e inclinabili. Sulle loro teste sono
regalati i tratti umani: di una cobra è il grande prototipo del marito, dell’ altra è la lussuria e
l’immagine tentata della moglie desiderabile; e con il segno del sole il carbuncolo sanguinoso
corona, brillando, l’ unione di loro ambedue.
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Il cifrano arde con la vittima della benedizione; colmo è il tempio con la fumata beata
del sandalo…E con il fumo al cielo si alzano i famosi inni, per il posto regio, vicino al trono
ove fumo il ladano: i leoni intagliati su metallo servono ai piedi del re. (Dalla prima metà del
V c., pp. 44-45)
L’ informazione del “Crizia” che racconta dell’ isola scomparsa diventa la base essenziale della
memoria dell’ intelletto alla composizione della “Rovina di Atlantide”. La memoria dell’
intelletto non riesce ad esistere in nessun arte senza diffusione con la memoria della sensazione
e con la memoria della bellezza divina, mediante la quale viene sintetizzata l’ eredità storica
dell’ umanità.
5. Cromanioni o Cro-manioni sono tribù che abitavano in Europa nella regione di
Biscaia e sono da considerarsi gli immigranti salvati dall’ Atlantide (Lewis Spence: “The
problem of Atlantis”; charter V: the Evidenze from Pre-History. (Pages 57-72.) London. 1924)
Golochvastov presuppone che il cro-manionus in cui ascoltiamo la notizia dei discepoli del
profeta Atlasso che prima, nella storia, regalò il concetto della bontà divina agli atlanti che,
verosimilmente, erano i cromanioni, la quinta e la prima, simultaneamente, razza umana.
Secondo la teoria di Darwin il cromaniono è da considerarsi l’ ultima specie della scala
dell’evoluzione degli umanoidi: 1) Parapiteco, 2) Driopiteco, 3) Ramapiteco, 4) Australopiteco, 5)
Pitecantropo, 6) Sinantropo, 7) Neandertaliano, 8) Cromagnono, 9) Il mutante, in una parte di una
quarta neandertaliano e per tre quarte parti cromagnono è l’ uomo contemporaneo che è da
considerarsi l’ HOMO SAPIENS; l’ analisi biologica dimostra che la massa del cervello dei
cromanioni suprema la massa del cervello degli uomini contemporanei. Chi era quella razza
scomparsa resta l’ enigma fino ai nostri giorni. Verosimilmente essa era la razza degli atlanti?
P. 16: 8. Atono o Aten (Atem, Tem, Atmu) è il dio egiziano del sole, il cui culto era
coltivato dai periodi più antichi nella città Geliopolis (Anu), in cui fu costruito il suo tempio.
Nel periodo temprano delle dinastie della città, in Egitto Basso, cominciò ad essere stato
coltivato l’ altro dio del sole Ra. Il suo culto aveva l’ origine asiatica molto simile al culto del
dio babilonese Madùk. Esiste la tesi secondo la quale entrambi culti avrebbero una sola
origine. Più tardi il faraone Amenhoten IV, l’antenato di Tutankamen, provò a fondare il
monoteismo. Egli restaurò Atone nella qualità dell’ unico dio, il dio del sole, “Vissuto sul
Disco”. (Sir Ernest A. Wallis Budge: “Tutankhamen” New York, 1923). Il tentativo di
trasformare Atono nell’ immagine di un solo Dio Assoluto libero dagli altri è da considerarsi il
primo passo al monoteismo. Bisogna capire che questo monoteismo aveva lo scopo di
giustificare il potere assoluto di una sola persona che di comprendere ragione dell’unità divina.
Perché Amenhoten IV desiderava convertire il suo culto. Ma la sua monarchia non era ancora
assoluta. I sacerdoti gentili guadagnarono nel loro discorso globale. Ma la fede nell’ unico Dio
rimase, nella società degli dei falsi, fra i sacerdoti gentili, che diventò il mistero sacrale della
verità occulta fino alla comparsa del Cristianesimo. Millecinquecento di anni A. C., dalla vita
fra egiziani, Mose colse l’ idea principale da questo culto e lo rivestì dei suoi costumi (mori
coltivati) degli ebrei. Atone è stato sostituito da Ra nella “Rovina di Atlantide”, anche l’ unico,
che sognava di conseguire Amenhoten IV. Però il monoteismo di Ra nella “Rovina di
Atlantide” non è ancora il monoteismo ebraico. Allo stesso tempo è vicino in campo artistico al
Cristianesimo mediante la trinità simbolica ancora gentile.
9. Veda è la letteratura religiosa indiana più antica (1500 –1000 A. C.) che è stata unita
più di 100 libri. Golokhvastov unifica le immagini delle scale di Ziggurat, di Atone nel sole e
delle Veda nelle saggezze che sono incise con Viassa ispirato.
Vèda, sm. Invar. (plur. Disus. Vèdas, vèdi). Relig. E filos. Ciascuna delle quattro raccolte di testi religiosi, in
partic. In versi, che costruiscono la più antica testimonianza della letteratura indoaria (e sono il Riveda, degli inni, il più
antico e importante; lo Yajurzveda, delle formule sacrificali; il Samaveda, delle melodie, dedicato al canto liturgico;
l’Atharveda, delle formule magiche, fortemente improntato alla superstizione popolare). — Al plur. l’insieme di tali
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opere, considerate nel brahmaneismo come frutto di ispirazione divina.
Berchet, Conc., II-200: Io son uno che medita sui sacri Vedas. Gioberti, 2-109: I Vedi, che sono l’unico documento del
Bramanismo nella sua purezza, contengono una filosofia speculativa sostanzialmente identica a quella dei Samanei, ed
esprimono l’emanatismo nei due cicli della Maia e del Nirvana, che rispondono e all’ emanazione. = Voce sanscrit.,
propr. « scienza, conoscenza », attraverso l’ingl. veda nel 1734. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione
tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
13. Solo in seguito, più di un secolo dopo, Platone rianimò la leggenda di Atlatide nello
stato in cui lo sentiva Solone (639 ?-559 A. C.). Però Platone non disse tutto che sapeva”. Egli
scrive: “e decidendo di condannarli, il dio fra i dei, Zeus ha riunito tutti gli dei al consiglio,
nella parte migliore del cielo, da cui è stato scoperto il visto di tutto il mondo, e li ha detto
così…”, qua egli cessa il suo racconto.
È rischioso, in primo luogo, stabilire, in base allo scolio, un Anacreonte-Crizia-Eschilo sul piano cronologico,
collegamento che potrebbe essere frutto di autoschediasma… Crizia il Vecchio — figlio del Dropide nato intorno al 580
A. C. ed eròmenos di Solone — all’epoca del primo arrivo di Anacreonte ad Atene, dietro invito di Ipparco, nel 522 A.
C., potrebbe avere avuto intorno ai diciotto anni… (p. 284) … a partire dal 509 A. C., in cui Anacreonte deve essere
rientrato ad Atene dalla Tessaglia, dove era probabilmente riparato dopo la morte di Ipparco (514 A. C.)… nella
tradizione famigliare di Platone, di Crizia e di Carmide, il dato era conservato come prezioso; Platone può riferire
questo dato, sulla base di un calcolo di generazioni quarantennali, al nonno omonimo di Crizia, nato intorno al 540 A.
C., riferimento importante per Crizia è confermato dai celebri esametri in cui quest’ultimo loda e idealizza il poeta di
Teo, facendone una sorta di ipostasi del simposio aristocratico (D.-K. 88 B 1).
Per tentare una soluzione del nodo centrale — il fatto che il nonno omonimo di Crizia abbia ascoltato il racconto del
mito di Atlantide dalla bocca stessa di Solone — è opportuno riconsiderare i punti salienti, nel Timeo, in cui la
circolazione è suggerita con una certa insistenza: (p. 285)
…Crizia: Ascolta dunque, Socrate, un racconto dunque piuttosto strano, ma assolutamente vero, come disse una
volta Solone, il più sapiente dei Sette. (20e) Egli era parente e intimo amico del nostro bisnonno Dropide, come ricorda
lui stesso più volte nei suoi versi. A mio nonno Crizia (egli) raccontò dunque, e il vecchio a sua volta narrò a noi… …
(21 c) il racconto che aveva portato qui dall’ Egitto (25 d) Ora, Socrate, hai udito, in breve, il racconto del vecchio Crizia
(35e) quale egli lo ascoltò da Solone…(Timeo 20c-21d; 25 d (trad. Lozza) (p.286)… … Non è necessario peraltro
pensare a un problematico cambiamento di soggetto in “Timeo”. 20e, dove, secondo alcuni, il soggetto sottinteso di “A
mio nonno Crizia raccontò” sarebbe appunto Dropide e non Solone (p.287) (Rosenmeyer, n. 4, p 404, con rif. Bibl.)
Dropide (arconte nel 593/2; nato prima del 623 A. C. : nel 635 A. C.) — Crizia il vecchio (nato prima del 570 A.
C.: nel 600 ca) — Crizia (III) (nato intorno al 520 A. C.) — Callescro — Crizia (IV, il tiranno) (nato nel 460 A. C. ca)
(p. 274)
1) è difficile stabilire calcoli sicuri sulla base della cronologia di Solone e della sua presunta data di morte Molti
sono, come è noto, i problemi di cronologia soloniana. Si deve tener conto anche delle argomentazioni avanzate negli
studi a favore di una data più bassa per la legislazione soloniana (Hignett, pp. 316 ss.; m. miller, The Accepted date for
Solon, precise, but wrong?, “Aretusa” 2, 1969, pp.62 ss.; W. H. plommer, The Tyrannny of the Arcon List, “CR” 19,
1969, pp. 126 ss.; F. Cassola, “La proprietà del suolo in Attica fino a Pisistrato, “PP” 28, 1973 (ora in Scritti di storia
antica. Istituzioni e politica, molto più bassa rispetto a quella del 560/59 a. c.., comunemente ammessa in base alla
testimonianza di Faina (F 21 Whrli in Plut, ibid), fosse originata unicamente da un condizionamento della tradizione
erodotea sull’ incontro tra Crizia e Solone (cfr. Freeman, pp. 153 ss.; Masaracchia, pp. 5 ss.; davies, APF, pp 323 s.;
Piccirilli, “Solone”, pp. 112 s., 281 s.). Anche se sembra la possibilità meno forte, la cronologia bassa di Solone, o
almeno della sua morte, rappresenta pur sempre una possibilità, che in qualche misura accorcerebbe la distanza
genealogica tra Crizia e Solone;…
2) Il rapporto Solone / Dropide non implica con certezza, a ben vedere, una loro “coerenza”. (p. 275) 3) Le
testimonianze sul rapporto Anacreonte / Crizia (il Vecchio) non hanno implicazioni cronologiche incontrovertibili. 4) la
data “drammatica” del “Timeo”, se si vuol pensare a un Platone attento alla verosimiglianza cronologica, rende assai
problematica la scelta del Crizia (III) nato intorno al 530 A. C. (su ciò vd. Appendice). 5) Il gap. di ottant’ anno tra
nonno e nipote (Crizia, il Vecchio e Crizia tiranno), dato centrale per inquadrare il (probabile) artificio genealogico
messo in opera da Platone. 6) L’idea dell’akoé, dell’ ASCOLTO DIRETTO delle parole di Solone da parte di Crizia il
Vecchio. (p. 276) (“Maledetta democrazia” studi su Crizia V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra lunga della. Crizia
sdopiato rifondazione (pp. 284-285, 275-276). Edizione dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999)
“Timeo”. La prima idea essenziale di questo trattato utilizzata da Platone si esplica dal
paragrafo 22 fino al 25 in cui si racconta che Salone, viaggiando attraverso l’ Egitto, domandò
del passato leggendario e provò a descrivere il suo passato, ascoltò la risposta ossia che i greci
come egli restano sempre bambini perché non riescono a conservare quasi nulla del loro
passato. A causa dei luoghi pericolosi in cui abitano. Ricordano la storia, ma non quella antica,
relativa ad esempio all’ unica inondazione che Deucalione e Pirra superarono. Ma era la
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moltitudine delle inondazioni, come molte volte il fuoco celeste uccideva le popolazioni
umane, e gli uomini non riuscivano ad accumulare l’ eredità storica dei loro antenati. Solo gli
egiziani possiedono il dono di conservare questa informazione sacrale. L’acqua non getta mai
da su e sempre compara da giù in Egitto. Il paese, che adesso porta il nome Atene è la più
antica della città egiziana Sais costruita un millennio dopo la fondazione di Atene. Solone aveva
infatti composto un racconto sull’antica storia di Atene, in base a quanto aveva appreso in Egitto; ma la composizione di
quella “storia” rimase incompiuta e la narrazione andò perduta “per il tempo trascorso e per la morte di coloro che
l’hanno composta”. Gli Egizi —- diceva Solone — sorridono della corta memoria dei Greci, “fanciulli” della storia. (1)
(“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I,
II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p. 47). Federa
editrice, Padova, 1997)
Ciclicamente sulla terra si abbattono grandi catastrofi e in particolari diluvi, che distruggono ogni cosa e
riportano le persone che si salvano allo stato primitivo, privi di cultura e dimentichi di tutto quanto era avvenuto in
passato. Fanno eccezione gli abitanti dell’Egitto, per la particolare posizione in cui il paese si trova, e per il costume dei
sacerdoti di conservare, mediante la scrittura, la memoria di tutte le cose belle e grandi avvenute non solo nel paese, ma
anche regioni. E fra le cose belle e grandi conservate nelle scritture dai sacerdoti d’Egitto si trova la memoria dell’
eccellenza dell’antica Atene prima dell’ultimo diluvio,.. (2) (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni
Reale, Introduzione “Fortuna, struttura, concetti cardine e significato del “Timeo” di Platone”, Il “Timeo” è stato lo
scritto di Platone più influente fino agli inizi dell’età moderna1 (p. 9), Risconti Libri s.r. l., Milano 1994)
Qui Platone sbaglia. Nell’ inizio del XX secolo gli archeologi affermarono che il più antico
monumento egiziano è stato datato al QUARTO millennio A. C.. Ma alla fine del XX secolo l’analisi di
tester della rovina radioattiva dimostra che la costruzione della Sfinge leggendaria ha circa a 14 000
di anni.
Golokhvastov scrive con l’ incoscienza nella pagina 15: Lì, di Atlantide, la faccia
stupefatta, come la Sfinge, con l’ enigma comparve. Verosimilmente, qui allude che la Sfinge
comparve come il riflettere, e può essere primo, di Atlantide. Ma il tempo dimenticò, secondo
il racconto del sacerdote egiziano a Solone, l’eroismo dei liberatori greci dagli atlanti, la cui
armata incommensurabile desiderò conquistare tutto il mondo. Su questa isola, racconta,
comparve il regno meraviglioso per il suo territorio e per il suo potere. Golokhvastov allude a
questa informazione, ma presenta gli atlanti come i lussuriosi di quanto abbia conquistatori più
selvaggi, avari patto Platone che è stato evidenziato dal XII cap. fino al XX cap. nelle pp. 72 –
112. Come è scritto nel 25 paragrafo del “Timeo” gli atlanti conquistarono tutta la Libia fino
all’ Egitto e tutta l’Europa fino alla Tirrenia per trasformare i loro abitanti in schiavi. Allora il
paese Atene, secondo “Timeo” mostrò la forza del suo spirito e l’ esperienza nell’ affare
militare. Qualche tempo dopo i terremoti, da una notte e da un giorno, l’ Atlantide scomparve
nell’abisso del mare. … in particolare la grande impresa condotta da essa contro la grande invadenza
dell’Atlantide, che stava conquistando tutti i territori limitrofi e sottomettendo a sé molti popoli. E affrontando pericoli
estremi, l’antica “Atene impedì che venissero sottomessi, e liberò con generosità tutti coloro che abitano al di qua delle
colonne di Eracle” (25 C) (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni Reale, Introduzione “Fortuna,
struttura, concetti cardine e significato del “Timeo” di Platone”, Il “Timeo” è stato lo scritto di Platone più influente fino
agli inizi dell’età moderna1, (pp. 9-10) Risconti Libri s.r. l., Milano 1994-97)
Secondo la tesi contemporanea l’ Atlantide è il continente leggendario fra l’ America, l’ Africa
e l’Europa; è la parte assente nell’ ente di tutti i nostri 6 continenti che componevano l’ unico
continente gigante Pangea o la Megagea. Più tardi la Megagea fu separata per la Gondwana e la
Laurasia nell’ inizio dell’ era Paleozoica circa a 2 000 000 000 di anni fa. Ma l’ Atlantide scomparve
nell’abisso del mare, presuppongono, nel 12 millennio A. C. Non nel ottavo millennio, secondo il
“Timeo”. Perché? Questa scadenza è, convenzionale, collegata all’ unico inizio delle ere dei
calendari antichi legati a un evento epocale. Il calendario egiziano lunare di 7 cicli, comune
abbraccia 1460 di anni secondo tre calendari lunari, incomincia 10 220 di anni fa dalla fine dell’
ultimo ciclo e ci conduce al 11 653 A. C.. Il calendario dell’ India consiste nei cicli, in cui ciascuno tra
quelli ha 1805 di anni. La fine di un ciclo di quelli sottolinea il 712 A. C. storicamente, i cui 6 cicli ci
conducono al 11 555 A. C.. Secondo il calendario lunare dei Maya l’ inizio tradizionale è stato fissato
dal 3373 A. C., ogni ciclo di questo calendario consiste in 2760 di anni. Questo calendario di tre cicli
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va dal 3373 A. C. anche ci conduce al 11 653 A. C.
Testimonia l’esistenza della Globale civilizzazione anche che conquistò non solo la parte dell’
Europa e dell’ Asia ma tutto il pianeta e obbligò a parlare tutti le tribù del pianeta la sua lingua dei
suoni (in volume di 53): dei suoni vocali, dei mezze vocali e dei consonanti. 40 000 di anni fa le
lingue dei popoli primitivi erano caotiche e consistevano nei suoni somiglianti alle voci degli animali
anche i suoni non si differenziavano con quelli tre tipi: vocali, mezze vocali e consonanti.
Dell’ esistenza dell’ unica lingua globale di una sola famiglia di Adamo e di Eva o della civilizzazione
globale scomparsa è stato pubblicato nella rivista scientifica dell’ Unione sovietica ( “Cognizione è la
Forza” N 5 e N 7 «Знание — сила» n 5 è n 7; 1985 год).
Lì si dimostra che esisteva la Grande Prima Lingua che generò tre essenziali e globali
tendenze linguistiche: INDOEUROPEA, INDOCINESE e AFROASIATICA che fecero da base a tutte
le famiglie linguistiche contemporanee. Questa ipotesi contemporanea contraddice all’ ipotesa dell’
inizio del XX secolo e prova a confutarla. Gli astronomi contemporanei presuppongono che, in quel
periodo, la cometa Galea si avvicinò alla terra per alcuni centinaia di chilometri accompagnata
sempre con la corrente delle meteoriti. Alcune di quelle, col diametro grosso, poteva cadere sul
continente di Atlantide e provocare la sua scomparsa alla fine dell’ epoca dei ghiacciai. La caduta
simile è predetta con Nostradamus che succederebbe alla fine della prima metà del quarto millennio
prima del 3 797 D. C. Ces sont perpetuelles vaticinations, pour d’icy à l’année 3797 (Ci sono le perpetue vicinanze
per da qua all’anno 3797) (par.62) (pp. 41 e 56)
NOSTADAMUS, il pittore e sconosciuto
1.69 La grand montaigne ronde de septs stades, (La grande montagna rotonda di 2 km)
Après paix, guerre, faim, inodation: (Dopo pace, guerra, fame, inondazione :)
Roulera loin abismant grans contrades,(Rullerà lontano l’abisso i grandi contraddittori)
Mesmes antiques, et grand fondations.(Le stesse antiche e grandi fondazioni). (p. 120) (Nostradamus the
complete propheties John Hogue: Nostradamus, Complete profezie John Hogue (pp. 41, 56, 120), first published in Great
britain in 1996 by Element Books Limited, Shaftesbury, Dorset,ФАИР ПРЕСС, Mosca 1999, ISBN 5-8183-0077-3, originali
francesi, traduzione dall’ inglese in russo di I. Gavrilova)
La seconda idea (27 c – 92 c) della Creazione dell’ Universo del “Timeo” di Platone è
utilizzata da Golokhvastov in precedenza secondo la struttura bipolare fra la comprensione
intelligibile (memoria della saggezza oggettiva umana nata dalla memoria divina) e quella
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sensibile (memoria della sensazione salita alla memoria divina). L’asse portante principale di tutto
quanto il discorso in tutte le sue parti consiste in una stupenda messa in rilievo della struttura bipolare del reale come
una mediazione sintetica della componente intelligibile e di quella sensibile. Questa mediazione sintetica è operata, per
quanto concerne il cosmo fisico, nel suo insieme (nella memoria divina) e in tutte le sue parti, dal Demiurgo
(Demirgo — Ra), ossia dall’Intelligenza cosmica, la quale si avvale, come strumento per operare la mediazione fra
l’intelligibile e il sensibile, della matematica, dei numeri, dei rapporti numerici e delle figure geometriche. (Platone
“Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni Reale, Introduzione “Fortuna, struttura, concetti cardine e significato del
“Timeo” di Platone”, la struttura del “Timeo”, la cospicua ricchezza di contenuti di dottrine metafisiche, cosmologiche,
matematiche, scienze naturali, medicina e il modo in cui questo scritto va riletto dall’uomo di oggi (p. 11), Risconti Libri
s.r. l., Milano 1994-97)
In questo caso, secondo Golokhvastov, l’Universo sembra più finito dell’infinito, e la
Creazione dell’Universo si utilizza come la base che si evidenzia nella pagina 36. Secondo i
paragrafi (50 a-b) del “Timeo” qualche individuo compone innumerevoli figure diverse dall’
unico pezzo dell’ oro. È inutile determinare perché immagine sia propria di questa cosa. È più
corretto dire che questa cosa coincide con loro. La fede nella reincarnazione gentile di Platone
spaventa tutti coloro che non riescono a filosofare in modo libero, tutti hanno paura che dipendono
dalla dittatura medioevale delle religioni domini in Israele, in Iran, in Algeria, ecc.. Solo secondo la
proposizione filosofica al di fuori di tutte le religioni monoteistiche, come il destino dell’ oro del
“Timeo” l’ uomo, che in questa vita è il fanatico musulmano che va al suicidio finale e prima di
nascere nel corpo dell’ animale va ad uccidere alcuni “infedeli” cristiani, ebrei, buddisti o laici.
Secondo questa teoria platonica nella vita precedente con la passione stessa, egli inviava ai fuochi
dell’ inquisizione molti musulmani perché nacque allora dalla famiglia cattolica fedelissima a Gesù.
Prima, come il famoso romano fedele all’alto stoicismo, guarda col piacere come i leoni mangiano
“questi stupidi” cristiani, ecc… Solo i defunti per la verità possono guadagnare il paradiso. Tutti i
peccati passano alla reincarnazione eterna senza fine secondo la proposta di Golokhvatov.
Anche l’ autore, in questa vita riceve il corpo di Golokhvastov. Verosimilmente ciò che era,
come gli sembra, nel soggetto del poema “Rovina di Atlantide”, quello ultimo sacerdote di Ra,
la cui storia si raccontata in prima persona.

La seconda parte “ATLANTIDE”
Il primo capitolo p. 27: Centro dell’Atlantide, — secondo le spiegazioni di Luis Spense
in 2 pagine, è la sorgente delle immagini delle piramidi egiziane, messicane e centroamericane
(The Kus), le gopure indiane e le pagode dell’ India e della Cina, le antiche costruzioni Broch
scote, le Nuraghe in Sardegna; esse hanno i coni su. Sono simbolizzate la montagna
leggendaria, il centro di Atlantide col tempio di Ziggurat. La memoria dell’ intelletto ottiene l’
entità con la memoria della bellezza divina nell’ espressione poetica con le alternanze eventi
che sono stati presentati come gli inizi di tutti i tesori sacrali, in cui il Pittore Mistero troncò,
con la parola, il sogno del caos e pose la vita sopra la morte in sempre, allor che, negli usi
della terra, l’ uomo abbia avvicinato il cielo, in cui è la sua Casa Paterna, costituì il Creatore,
con la mano, la santa montagna, il suo trono, l’ Altare della terra presso Dio invisibile… Così
comincia il primo capitolo tradotto dal russo senza rima e metrica dell’ epopea rimata
dappertutto con la metrica fissata con le circostanze. Il lettore capisce subito che scrive il
cristiano condotto con i simboli cristiani, ma che sia liberato dai dogmi tradizionali. L’ autore,
prima della nascita di tutti i profeti e il Figlio di Dio Salvatore Gesù, sostiene che il cielo è la
Casa Paterna dell’ uomo presso la Divinità invisibile. Solo all’ inizio del XXI secolo
cominciamo a capire che lo Scopo Sacrale di tutta l’ umanità è l’ unire tutte le confessioni
religiose sotto l’ aspirazione al Supremo, alla Divinità, al di fuori dell’ orientamento religioso
di ognuno fra tutti i gentili e i monoteisti. Questo scopo si manifesta, subito, nel primo
paragrafo del primo capitolo col desiderio dell’ autore di esporre nella Montagna Sacra il
simbolo iniziale di molti genitori futuri, la cui Casa Paterna, secondo Golochvatov, è il cielo.
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Ma la Montagna è comparsa nella tormenta e la caduta fece tremare la terra, il che significa che
tutto, in questo mondo, deve lottare. Allora l’Atlantide ha ricevuto l’ ospite, la sorella dell’
ambasciatore del cielo. I miti sussurrano che la pietra regia non voleva abbandonare i cieli
azzurri. Nella pioggia, circondato col fuoco, con tutta la potenza corrotta al ritorno, all’
altezza aspirava, contraddicendo alla caduta, meravigliandosi mediante la svelta, cambiava la
forma nel volo, la pietra ferì la terra col colpo, ma al cielo alzò la vetta. Così come la pietra
celeste, in cui volava, sognava di tornare al cielo, le gopure indiane, le pagode cinese e le
antiche costruzioni Broch e le Nuraghe in Sardegna col simbolo del tempio di Ziggurat dall’
incoscienza, aspirano a tornare all’ epoca di Atlantide. Così poeticamente la memoria dell’
intelletto è vestita con il costume della poesia della memoria della bellezza divina.
P. 29: Sandalo o santalo — le fumate di colori, al giorno rosso di Sole ed ogni settimana
di Luna, di Marte, di Mercurio, di Giove, di Venere e di Saturno; Amaranto — l’assenza dei
sogni degli atlanti addormentati.
Sàntalo, sm. Bot. Genere di piante Santalacee, a cui appartiene il sandalo (Santalum album). Scarfoglio, 1-10: Per voi il
boscaiolo malese devasta le sue foreste di santalo. = Voce dotta, lat. Scient. Santalum, dal greco santalon (v. Sandalo);
cfr. anche fra. Santal. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
Le fumate di colori sono state legate, nella “Rovina di Atlantide” al secolo d’ oro che si
evidenzia sotto l’ antichità e verosimilmente sotto l’ influire dell’ età d’ oro delle
“Metamorfosi” di Ovidio. Questo concetto della memoria dell’intelletto umano è riflesso nell’
entità inseparabile della bellezza divina e la percezione della natura che è stata rappresentata
con tutti i colori naturali che furono fumati. Allora erano belle le enti umane: splendevano gli
occhi come le riflessioni delle stelle, la voce amante suonava come le canzoni, quando le estasi
di due corpi tremanti facevano bere i piaceri, con la sete dei desideri, come le fonte nelle
montagne. Le nascite dei bambini passavano senza dolori, senza grida dell’angoscia, senza
sofferenze orribili delle generate il figlio. Egli entrava nel mondo di amici. Nei giardini oscuri,
nei quali insieme con le fumate saliva fino al cielo il sandalo odorato, i sacerdoti lo ardevano
con la preghiera, come il sacrificio, il fiore amaranto: sulla tavola di vittime l’ Atlante non
versò sangue per Dio con l’amore di figlio. E santo era il riposo ai figli Divini, le loro notti
erano pacifiche e il loro dormire senza sogni. Così caratterizzò Golokhvastov l’ entità dell’
incoscienza umana e della natura che, secondo la mitologia. La coscienza dei popoli, con la
fumata ad ogni pianeta nei primi secoli dell’ umanità, non era macchiata, ma allo stesso tempo
la prima coscienza non sapeva sognare ancora nel paradiso terrestre. Secondo la filosofia
cristiana di Dante, l’uomo peccatore che vede il sogno, dormendo, deve traversare la fiamme
del Purgatorio per tornare alla purezza: Poscia: “Più non si va, se pria non morde, // anime
sante, il foco: entrate in esso, ed al cantar di là non siate sorde”,… (Purg. XXVII
10-13).
10-12. Più.. sorde: non si procede oltre, se prima il fuoco non vi fa il suo morso (se, cioè, non si attraversa
questa barriera di fiamme); entrate dunque nel fuoco, lasciandovi guidare dal canto, che si sente al di là di esso, di un
altro angelo (cfr. vv. 55-60). — Le parole che qui pronunzia l’angelo guardando del settimo cerchio, si indirizzano
indeterminatamente a tutte le anime sante… (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 698); ristampa anastatica dell’editore G.C.
Sansoni, Firenze 1922,1988)
Dante Alighieri scrive, con i versi 139 – 144 nel XXVIII canto del “Purgatorio”, dei
poeti che sanno sognare e vedono i sogni quando dormono e dopo dedicano i loro canti a quell’
età d’oro:
Quelli ch’ anticamente poetaro 139
l’ età de l’ oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.
Qui fu innocente l’ umana radice; 142
qui primavera sempre ed ogni frutto;
nèttare è questo e questo di che ciascun dice…”
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139-140. Quelli felice: i poeti antichi; specialmente Ovidio, alla cui descrizione dell’età dell’oro, nel primo libro
delle “Metamorfosi”, si riferiscono gli accenti dei versi che seguono. (L’età d’oro cade subito all’inizio
dell’età di ferro senza divisione per tre periodi nella “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov e
che è legata al testo di Crizia tiranno e filosofo stabilito da Snell) 139. poetaro: rappresentarono
poeticamente. La poesia è sentita qui come favola che adombra una verità, intuita quasi sognando nella fantasia; la
conoscenza poetica degli antichi, come vago presentimento del vero cristiano. 142 Qui.. radice: cfr. “Metamorfosi”, I,
89-90: “Aurea… prima aetas… / sine lege fidem rectumque colebat”; l’umana radice: i progenitori del genere umano.
(D’ oro,… in precedenza l’ età / senza legge della fede e diritto viveva) 143 qui … futuro: cfr. ivi, 107-109: “Ver erat
aeternum, placidique tepentibus auris / mulcebant zephiri natos sine semine flores; / mox etiam fruges tellus inarata
ferebat”. (La primavera era eterna, e l’orchio tranquillo degli innamorati / toccavano gli zefiri i fiori nati senza semi /
dopo anche i frutti generava la terra arata) 144. nettare… dice: cfr. ivi, III 2: “flumina iam lactis, iam fulmina nectaris
ibant” (già i fimi di latte, gia le cui correnti dell’ acqua erano nettaree). (“La Divina Commedia” p. 3 (p.720); ristampa
anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)
…dice quando il poeta sa conservare e non perde la memoria della bellezza divina e allo
stesso tempo accumula l’ eredità della memoria dell’intelletto per sintetizzare gli eventi storici
e la percezione dell’ anima mediante il riflettere poetico, nel caso concreto, che è la recettività
e la descrizione dell’ età d’ oro. Così Golokhvastov, nella “Rovina di Atlantide”, svolge il suo
sogno del Parnaso, in cui narra dell’ Atlantide, iniziando a descrivere la mattina della sua
civilizzazione sulla base della comune memoria umana.
P. 33: Eterno appello dei saggi — Svami Paramanda, il XIV paragrafo della terza parte
di Khata Upanisad. Upànisad (upanisadi), sf.plur. Relig. Gruppo di scritti speculativi dell’induismo appartenenti
alla tradizione vedica dell’ induismo appartenenti alla tradizione vedica, composti fra il IX e il VI sec. A. C., che trattano
in particolare il problema della salvazione delle anime attraverso il ciclo delle varie esistenze.
Piccola enciclopedia Hoepli, I-III-3261: “Upanisadi”: sono libri vedici. Migliorini (s. v.): “Upanisad”: testi
filosofico-religiosi dell’India prebuddistica, contenenti una dottrina esoterica (rivelata dal maestro allo scolaro ‘che gli
siede accanto’ ‘upa-nisidati’), che ha per obiettivo la meditazione dell’Assoluto, del Barman. = Adattamento di una voce
sanscrita, forse attraverso l’ingl.: upanishad (nel 1805). (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-
editrice Torinese . 9/V71964.)
Il popolo, cacciato via dal paradiso terrestre spiritualmente e materialmente, concepì
tutto naturale. Esso cominciò a ritenere che il mondo divenne il suo primo nemico dopo che lo
obbliga a lavorare duramente per alimentare la sua famiglia col pane. L’ inizio dell’età di ferro
di Golokhvastov è stata descritta verosimilmente sotto l’influenza del frammento dal “Sisifo”
di Crizia tiranno e filosofo stabilito da Snell.
Wilamowitz ricostruì l’esistenza di una tetralogia drammatica di Crizia (Tennes, Radamanto, Piritoo più il
Sisifo) che sarebbe andata confusa nella tradizione con la tetralogia di Euripide che ottenne il secondo premio nel 415
(Alessandro, Palamede, Troiane, Sisifo), per la coincidenza tra il titolo del dramma satirico di Euripide con quello della
tetralogia criziana. (Wilamowitz 1875, p. 166) ( p. 148)
Il frammento del Sisifo — il più lungo brano attribuito dalle fonti antiche a Crizia — viene dunque citato da
Sesto Empirico come esempio di ateismo… contro Zeus o contro Aide, Sisifo è costretto a rotolare (p. 144) eternamente
un masso sopra un’altura del tartaro e il masso è destinato a ricadere ogni volta che il percorso arriva al culmine
(Odissea XI, 593-600).
Secondo alcuni fonti il motivo della punizione di Sisifo sta nella sua straordinaria intelligenza: nel suo mito, che
racconta una lunga storia di inganni e raggiri, riesce fra l’alto ad intrappolare Autolico, il furbo e ladro figlio di
Hermes, e a sedurre anticlea, che secondo una variante litografica gli avrebbe partorito Odisseo. (p. 145)
Secondo una delle versione del mito, Aide stesso (o Thonatos) viene ingannato ed imprigionato nella sua casa da
Sisifo, interrompendo così l’ordine della vita e della morte di tutto il cosmo. (Pindaro, Olimp. XIII 52-53)… Sisifo è il
più bravo a manipolare parole, come sarà suo figlio Ulisse. Ma per questo viene punito. (Che cosa voleva
realizzare l’ultimo sacerdote di Ra. Ma tutto doveva essere contrario nella “Rovina di
Atlantide. Se Sisifo lo fa prima della nascita della propria civilizzazione, il sacerdote lo ripete
invece al tramonto dell’esistenza di Atlantide.)
Il passo di Stesso Empidoclo che introduce il frammento di Crizia non menziona Sisifo; Aezio, che come si è visto
attribuisce il frammento a Euripide, dice che il tragediografo “introdusse Sisifo come esponente di questa
opinione”(DK 888 B 25). La fonte dunque non è chiara su un punto importante: Sisifo sia il protagonista del dramma,
oppure soltanto il personaggio che pronuncia questi versi (Come il sacerdote legge le sue preghiere.)e forse
la maschera attraverso cui il tragediografo esprime il suo pensiero. (Secondo Walzer 1923, pp. 104-105, il frammento
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sarebbe tratto dal Radamanto: l’ipotesi resta isolata nelle ricostruzioni critiche che invece concordemente riconoscono
in questi versi un frammento da un dramma di Crizia, intitolato a Sisifo.) … (p.146)
Dunque Sisifo potrebbe essere piuttosto che la voce narrante, proprio quel pyknos aner, e al personaggio del
mito paradigmatico per la sua “astuzia” Crizia potrebbe anche aver attribuito l’invenzione dei demoni.
Ci fu un tempo quando la vita
Degli uomini era senz’ ordine
Ferina, schiava di violenza:
non c’era alcuna ricompensa per chi ecceleva
né punizione per i malvagi.
Allora gli uomini pensarono di istituire
Leggi punitive perché giustizia fosse tiranna
E tenesse per schiava l’inferiore arroganza: per schiava la tenesse!
E veniva condannato chi errava.
Ma le leggi solo l’azione apertamente violenta
Impedivano, non il misfatto nascosto. Fu perciò io credo
Che un uomo astuto, bravo e intelligente,
fu lui ad inventare per i mortali, che ci fosse
una sorta di terrore per malvagi, anche se di nascosto
operassero in parole o in pensiero.
Ed allora venne introdotto il divino:
un demone che fiorisce di vita immortale,
e con la mente ascolta osserva comprende,
di sé signore, nulla sua divina natura.
Tutto ciò che fra gli uomini si dice, lui ode;
tutto ciò che viene fatto lui potrà vedere.
E se anche in silenzio tu mediti qualcosa di male
Non sfuggirà agli dei: perché in potere degli dei
È l’intelligenza di ogni cosa. Parlando con tali parole
Introdusse l’insegnamento più dolce
E coprì la verità di false parole.
Andava dicendo che gli dei stavano sempre là,
dove più potevano atterrire gli uomini,
donde sapeva venivano le paure ai mortali,
il peso sulla loro misera vita.
Nel cielo più alto, dove si vedono
I fulmini e i paurosi boati
Di tuono: nella volta stellata del cielo,
variegata bellezza di Crono, architetto sapiente,
là, donde muove la fulgida sfera dell’astro,
donde la pioggia porta alla terra il suo umore.
Circondò gli uomini di queste paure:
con le parole quel uomo riuscì ad insediare
la divinità nel luogo più adatto,
e con le leggi estinse l’anarchia.
Così, io credo, un tempo qualcuno persuase
I mortali a credere che esistesse la razza divina.

(TGF 43 F 19 (DK 88 B 25)… il dossografo attribuisce i versi a Euripide…
Nel frammento di Crizia gli dei appaiono un’istituzione secondaria, che viene dopo le stesse leggi per controllare quei
crimini che le leggi non riescono a individuare e a punire. (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica
Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo III: Il tiranno a teatro, Sisifo o l’invenzione degli dei.
rancesca Ghedini e Alessandra Coppola (pp. 147-148). Federa editrice, Padova, 1997)
Verosimilmente, il profeta Atlasso rappresenta la riflessione contraria della mente
suprema di Sisifo il cui nero diventa bianco ed invece nella “Rovina di Atlantide”.
Golokhvastov idealizza l’età d’oro e giudica l’epoca quando si immaginava Crono di Crizia e
per contraddire a Crizia egli sostituisce gli dei vincenti Crono dalla comprensione monoteistica
di Atlasso antipodo di Sisifo. Il profeta comincia a spiegare che non si può confondere la
crudeltà della natura inanimata e il Creatore, il cui simbolo è il sole. Ma il sacerdote assume
tutte molti tratti di Sisifo desiderando ad essere immortale. Golokhvastov utilizza l’ idea della
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Khata Upanisad in cui parla, all’ uomo selvaggio e cieco, il profeta Atlasso: Egli appellò:
“Figli, riavetevi per alzarsi, con la volontà ragionevole curando l’assenza della volontà!
Affinché vedano la potestà nell’ Atlante il fuoco e l’ aria, l’ acqua e la terra. Qui vediamo che
l’ autore afferma che due filosofi greci, Platone nel “Timeo” parlato con le parole di Timeo ed
Aristotele in “Fisica”, utilizzano l’ insegnamento indiano secondo cui l’origine di tutto il
mondo è la miscela di quattro elementi primordiali. Tutto si fa con la misura guadagnata: il
nostro giudizio è nella nostra aspirazione. La saggezza santa, con l’ amore e con la fede, è il
genio libero e il lavoro d’ arte che ci faranno le ali durante la caduta inferiore, ammireranno e
condurranno i sentimenti e il pensiero alle altezze. Ecco c’è Lui, l’ Unico immortale, dietro il
Disco dell’ Astro della Fama: invisibile Egli — sta lì! Egli è lì come l’ occhio brillante del
mondo, come il raggio della vita attraverso l’ oscurità della morte! E il nostro cammino
conduce al cielo dall’ abisso profondo, dall’ oscurità alla luce tramite il Sole (aspirare) a Lui! È
l’ aspirazione di tutte le religioni incontrare un solo Dio che non fu realizzata in Egitto. E che si
evidenzia nell’ immagine di Atlasso.
III Cap. p. 35: Ziggurat — la forma abituale dei templi di Babele, è la piramide di alcuni
ripiani. A volte le terrazze venivano sostituite dalle spirali condotte dal suolo fino alla vetta.
Sulla vetta era situato l’ altare religioso circondato. (The Encyclopea Britannica, 14 Edition,
1929; vol. 23, page 950). Verosimilmente, pensa Golokhvastov, la memoria incosciente
dirigeva gli antichi. Essi sapevano qualcosa e non sapevano allo stesso tempo e il mistero
celato si trasformava nelle leggende dello Ziggurat. Essi lo percepivano come il cammino alla
divinità simbolizzata. Quello poteva essere la Montagna di Atlantide. Nell’ inizio del XIV
secolo Dante rappresenta il Purgatorio come una Grande Montagna (XXVII canto), di 14
livelli spirituali: di due ripiani (IV e V Canti), di sette cerchi: (X, XIII, XVI, XVIII, XX,
XXIII, XXV-XXVII canti) e di cinque canti del Paradiso Terrestre.
EXIT
2 In Babele la forma dello Ziggurat è legata alla creazione del mondo. Rispetto al loro
punto di vista “la nostra terra è la riflessione microcosmica del mondo supremo, in cui il
zodiaco è formato la Terra come l’ universo sopra il quale è stato alzato l’ oceano celeste.
Dunque, sette pianeti sono stati passati attraverso lo zodiaco nella distanza diversa e per la
diversa scadenza, lo zodiaco si evidenzia come i sette circhi girati ognuno diminuito sopra
ogni altro. Queste zone parallele come sette gradini costituiscono la montagna piramidale. Il
settimo grado conduce al cielo supremo del dio Anu (Atone) (p. 14).
Bisogna sottolineare che questa creazione dell’Universo viene ripetuta secondo Platone
con le parole di Timio nel trattato omonimo. L’ origine straordinaria si dimostra con la
possibilità rara di interpretare il “Timeo” dal punto di vista classico, che fece Golochvatov, che
si può interpretare dal punto di vista contemporaneo dell’ inizio del XXI secolo anche. La
prima domanda è (27 c - d) come comparve l’ Universo, nacque o era sempre stato? Secondo la
tradizione classica si può scegliere una sola risposta. Golokhvastov segue Platone perciò
sceglie la prima.
Nel rileggere il “Timeo” si possono assumere punti di vista assai diversi. Lo si può considerare una sorta di
museo archeologico, contenente teorie che con l’uomo di oggi non hanno più nulla a che vedere: e questo accade se si
assumono i punti di vista della storia delle scienze particolari. Oppure si può cercare in esso presentimenti della
moderna fisica, ossia dell’ interpretazione del cosmo mediante la matematica. Oppure si può dare rilievo alla
componente “mitica”, cui Platone fa, sì, più volte richiamo, ma interpretandola in modo del tutto particolare… … è
proprio su questi che il nostro filosofo concentra i suoi veri interessi, considerando tali concetti-chiavi come
incontrovertibili, mentre presenta le singole dottrine di scienze naturali come “probabile” e “verosimile”, e niente
affatto di assoluta necessità. Una concezione, questa, che, fino a ieri, poteva considerarsi del tutto obsoleta, mentre oggi,
al contrario, si presenta come sorprendentemente moderna. (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni
Reale, Introduzione “Fortuna, La struttura del “Timeo, la cospicua ricchezza di contenuti di dottrine metafisiche,
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cosmologiche, matematiche, scienze naturali, medicina e il modo in cui questo scritto va riletto dall’uomo di oggi,
concetti cardine e significato del “Timeo” di Platone”, 1. (pp. 11-12). Risconti Libri s.r. l., Milano 1994-97)
La teoria della Relatività non è stata rifiutata da nessun ambiente fra molti ambienti di 11,1
dimensioni, in cui l’ una non riesce ad esistere senza altra. Sì, circa a 13 miliardi di anni fa succede
l’ esplosione di qualche “nulla” che viene preso dalle altre dimensioni e non aveva “nulla” dei frutti
dell’ esplosione sudetta. Questa esplosione è da considerarsi la nascita del nostro spazio cosmico
che genera l’infinità di 3 dimensioni secondo la velocità, il tempo e lo spazio, in cui all’ interno, tra le
cui leggi condizionali il passato, il presente e il futuro diventano illimitati e dipendenti dalla velocità di
qualche oggetto nello spazio. Secondo la “Dotta ignoranza” di Nicolò Cusano (N. Cusano, “Dotta
Ignoranza”, a cura di Giovani Santinello, Rusconi, Milano 1988) esiste nessuna misura né massimale, né
minimale in questo spazio perché tutte e due appartengono solo a Dio inseparabile. Allora ogni
punto corporeo separabile deve essere il centro dell’ Universo, se il raggio infinito è la retta
(XIII Cap. 35). Secondo il suo insegnamento il mondo è finito, secondo lo scopo, è infinito allo
stesso tempo, rispetto a questa retta condizionale. Il primo libro tratterà del maximum assolutum “che la
fede di tutte le nazioni crede esser Dio”. Il secondo libro tratterà di quel maximum la cui unità è “contratta nella
pluralità ” e sarà l’universo. Nel terzo libro, infine, si parlerà di quel maximum “che è insieme contratto e assoluto”,
cioè di Cristo che è tale in quanto uomo-Dio. (26) “Tutti coloro che ricercano giudicano ciò che è incerto paragonandolo
e proporzionandolo ad un presupposto che sia cert. Ogni ricerca ha carattere comparativo ed impiega come mezzo la
proporzione. E quando l’oggetto della ricerca può esser paragonato riducendolo al presupposto mediante una proporzione
breve, allora l’apprendimento è facile…” (I,1 § 2).
Poco dopo il Cusano insiste nel dire che la conoscenza per proporzione deve impiegare la matematica, e ricorda
Pitagora per il quale il numero è costitutivo d’ogni cosa. S’intende che il numero costituisce proporzioni non soltanto
nell’ambito della quantità, ma anche in ogni altro tipo di convenienza fra cose che, sostanzialmente o accidentalmente,
possono fra loro compararsi. Di qui due conseguenze. “L’infinito, in quanto infinito, poiché sfugge ad ogni proporzione,
ci è ignoto” (I, 1, § 3). Ma anche nell’ambito del finito ogni conoscenza precisa, o verità ultima ed assoluta, è
impossibile. Infatti conoscenza è proporzione, non si può conoscere se non relazionando una cosa all’altra; la
conoscenza d’una cosa è in relazione alla conoscenza che si abbia di un’altra. Ed in ogni relazione si dà sempre un più
ed un meno: date due cose simili, se ne possono sempre pensare altre due più simili, e così via all’infinito. Perciò la
verità, che equivale all’essenza d’una cosa, è irraggiungibile. (“I FILOSOFI” Introduzione a Nicolo Cusano di Giovanni
Santinello (pp.26-28), Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1987)
Secondo la legge corrisposta nessun concetto e nessuna dimensione può essere stremale,
come il termine di qualche fine ed anche di qualche inizio perché la fine è massimale già e l’ inizio è
da considerarsi il minimale. Allora lo spazio cosmico è sempre senza inizio? In quelle 3 dimensioni
sì, come il tempo all’ interno del TEMPO è sempre! Ma nella realtà di 11,1 dimensioni NO, di
quello fa ricordare sovente l’ accademico russo Kapizza minore Perché l’ esistenza stessa di
sempre è il negativo concetto MASSIMO che riesce a sussistere nel mondo separabile e misurato
come il negativo concetto minimale dell’ inizio stesso (esplosione) anche da cui compare la radice
relativa della relatività di Einstein. Esiste un solo essere corrisposto nel “Timeo”che è eterno e
non comparsa perché non esiste senza idea. È ciò che è stato ottenuto e compreso con l’
intelletto. Tutto ciò che è sottoposto alla sensazione, come molti culti religiosi legati solo alla stima
dei nostri antenati “sacrali” ecc., compare, declina e scompare perché non esiste nella realtà (28
a). Ogni cosa comparente deve avere la sua causa perché senza causa nessuno può comparire.
Senza circostanza è stato realizzato nessun ordine fisico, chimico, biologico, matematico, storico,
ecc… Se il demiurgo, nella composizione di qualcosa, contempla l’ essere eterno il futuro dell’
oggetto creato sarà bello sempre. Se il demiurgo, facendo qualcosa, contempla qualche oggetto
e lo utilizza come l’ immagine primordiale, la sua opera avrà la qualità cattiva: la creazione di
Atone aveva uno scopo temporale che era la monarchia assoluta che era contemplata prima della
nascita dell’idea monoteistica e non generò nessun frutto al suo popolo. La stessa idea rubata con
Mosè non aveva altro scopo che la fede e generò il primo monoteismo. La relazione a Gesù in un
primo tempo era fondata sul vantaggio ed aveva l’ unico scopo di non rompere l’ amicizia degli ebrei
e dell’ imperatore romano. Secondo le tradizioni, l’inquisizione non aveva altro scopo se non quello
di compiere le tradizioni storiche solo dei loro antenati, come quello che contemplava il demiurgo
durante la loro creazione avvenuta dopo la conquista di Costantinopoli nel 1204 (anno della
fondazione della “santa inquisizione”), abbiamo solo quello che abbiamo e niente più fra i monumenti
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letterari dell’ antichità, ecc..Il cosmo è bello perché il demiurgo contemplava l’eterno. Il cosmo è
creato secondo l’ esempio unico ed immutabile. La classica capisce che questo pensiero è l’
unità di tutto il visibile che non si sviluppa mai. L’ analisi della logica contemporanea dà l’
ambigua risposta anche. Se, la base di tutto l’ Universo è costituita tre dimensioni in cinque
dimensioni; quelle ultime sono determinate con la simmetria all’ interno della quantità di 11,1
dimensioni immutabili, secondo Capizza minore. Anche la velocità, il tempo e lo spazio sono
composti solo con l’ unione atomica di due segni contrapposti del Più e del meno. All’ interno delle
dimensioni del nostro Universo nessun altro segno è possibile solo due segni contrapposti Più e
meno (i protoni nei nucleoni e gli elettroni girati ed invece). Nel nostro sistema solare, di quello e non
più, la base fondamentale è immutabile come tutto nello spazio cosmico dalla scadenza dell’
esistenza della civilizzazione umana? Ma! Non è mutabile solo l’ eterno ma tutto ciò che compare è
mortale e mutabile sempre. La civilizzazione umana ora sa che gli astri celesti sono comparse. Se
non sono eterne sono mutabili e mortali, come le dimensioni non come i segni Più e meno, che
corrisponde a questa teoria che, verosimilmente, si comprende solo con gli antichi che non avevano
la preparazione specialistica per l’ analisi necessaria che, verosimilmente, noi stessi non abbiamo
ancora. Allo stesso tempo è la teoria falsa come è la vera della creazione universale secondo le
proprie leggi.
Dio desiderò che tutte le cose diventassero come Egli Stesso. È giusto affinché tutte le
cose rispondano alle leggi naturali (matematiche, fisiche, chimiche, biologiche, logiche, storiche,
linguistiche, ecc.) del loro generale ambito temporale anche.
Egli regalò l’ intelletto e l’ anima all’Universo (30 c - d). È il pensiero essenziale che
dimostra l’ origine non terrena di tutta la teoria. La vita non può essere solo quella organica e non è
limitata solo con le misure del Globo Terrestre così come l’ uomo non è lo scopo finale, come ci
persuade la mitologia ebraica che generò le radici dell’ inquisizione, dei terroristi islamici negli altri
popoli, ecc. che simbolizzano il “loro dio” nel ruolo del tiranno del creato finito ed ubbidiente alla sua
potenza temporale come la fede politeistica. Il ruolo della vita organica nell’ Universo è avvicinato al
minimo ma non è minimo, scrive Giordano Bruno sulla base giustificata della scienza, nella sua
profezia “De l’ Infinito, Universo e Mondi”, molte idee di quella sono dimostrate dalla scienza e dai
filosofi indiani come Shri Auro Bindo, secondo la sudetta idea dell’ intelletto e dell’ anima (di
creatura) dell’ Universo, di ogni astro e di ogni pianeta nell’ armonia cosmica. Timeo si domanda se
occorra parlare della moltitudine infinita dei mondi o dell’ unico Universo. Qui vediamo il
dubbio prima di affermare che l’ Universo è l’ unico. Perché Platone in “Timeo” scrive così?
Perché l’ infinità di Pitagora era osservata solo come l’infinità diabolica della separazione al
meno dell’infinità e l’ uomo non poteva immaginare ancora l’ unione, non come la montagna,
ma come il Più dell’ Infinità SENZA CONO. La mancanza ideologica dell’infinità, secondo
Platone, è stata sostenuta ed evidenziata nella “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov. Ma
l’interesse non è andato scemando per questa teoria. Perché? Secondo l’ affermazione di Giordano
Bruno, l’ Universo è infinito e immobile e non vi è nulla al di fuori di esso. È davvero così, ma solo in
3 dimensioni, solo secondo la velocità, lo spazio e il tempo.
Per rispondere a questa domanda bisogna citare un frammento “Della Dotta ignoranza”
di Nicolò Cusano, dal XXIII capitolo:
71. Perciò Parmenide, con una considerazione molto sottile, diceva che Dio è “colui per il quale, qualunque ente
esistente è tutto l’ essere di ciò è”. Come dunque la sfera è la perfezione ultima delle figure, quella figura di cui non vi è
altra che sia maggiore, così il massimo è di tutte le cose la perfezione più perfetta, in maniera tale che ogni cosa
imperfetta è in lui perfettissima, come la linea infinita è sfera, la curvità (deviazione) è rettitudine, la composizione è
semplicità, la diversità è l’ identità, l’ alterità (molteplicità) è unità, e così via… (N. Cusano: “La dotta ignoranza”, “Le
congetture” a cura di G. Santinello, (p. 114),Risconti, Milano 1988) Da tre copie dei concetti contrapposti di
Cusano: la curvità-rettitudine, la diversità-identità e l’alterità-unità compariscono tre concetti
alternativi di Kant che si incarnano con Paul Ricoeur nelle relazioni umani e che si
interpretano, verosimilmente, nella “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov: La forza della morale
della comunicazione, fondamentalmente, si basa sull’aver fuso in una sola problematica i tre imperativi kantiani: il
principio di autonomia secondo la categoria di unità (1) (i gemelli rappresentano due emisferi dell’unica
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anima primordiale che dalla stessa nascita ed in precedenza è autonoma e non obbedisce e non
dipende dalle leggi oggettive del mondo), il principio del rispetto secondo la categoria di pluralità (2) (il
mondo è molto contrasto perché così al di fuori della nostra comprensione è composto da Dio
che capisce e prevede meglio di tutti nell’universo. Malgrado nessuna natura specifica il
mondo fatto così obbliga a rispettare i suoi ordini e nessuna sofferenza e nessun’idea geniale ha
nessun diritto per cambiarlo perché nessun essere creato di pluralità potrà ottenere nessun
massimo assoluto come nessun minimo), e il principio del regno dei fini secondo la categoria di totalità (3) 1,
2, 3 (P. Ricoeur, “Sé come un altro” a cura di D.Iannotta (pp. 310-311), Jaca Book, Milano 1999)
(I destini contrasti non possono essere spiegati con noi perché ogni fato della provvidenza si
compone sempre sulla base della totalità capita, prevista e creata soltanto da Dio al migliore
passaggio attraverso lo spazio, il tempo e le nascite delle nuove anime). L’epoca di Atlantide
doveva finire. Per terminare la sua ultima corda nacquero l’ultimo sacerdote supremo di Ra e i
gemelli che, secondo la provvidenza totale di tutte le dimensioni, dovevano condurre
all’apocalisse per continuare lo sviluppo del Globo Terrestre nell’Universo.
Secondo tutte le leggi e le percezioni dei primi 3 concetti è giusto. Ma in 5 dimensioni al di
fuori degli spazi, il cui ambito è più complesso e più sviluppato di tutti gli spazi, ogni retta del nostro
Universo diventa il cerchio. Ancora una volta è dimostrata la relativa ambiguità di questa strana
eredità storica della Creazione Universale che è stata attribuita agli indiani, ai cinesi, ai persiani, ai
greci, ecc. Quando è stato dimostrato che il nostro Universo è potenzialmente finito come allo stesso
tempo infinito, compare l’idea che, in quanto — l’ Universo con la sua interna infinità è da
considerarsi finito, in tanto — il concetto dell’ infinità è relativo e permette di presupporre l’ infinita
quantità degli Universi, al di fuori di ogni interna finitezza relativa infinita anche in 3 dimensioni, che
rappresentano le Particelle Universi Neutrali più elementari in quell’ ambito sopraspaziale di ogni
Macro Universo condizionale di cui gli Universi Neutroni condizionali non sono minimali come i
macro universi non sono massimali perché all’ interno sono unite fino al Più dell’ infinità in 11,1
dimensioni e sono separate fino al meno dell’ infinità secondo i neutroni universi all’interno di ogni
macro universo. I nostri Universi corrispondono al loro sopraspazio condizionale ed ogni fra essi
deve avere le loro particelle neutrali, ma non minimali perché il Minimo e Massimo appartengono
solo a Dio.
Fondato così il metodo, il Cusano affronta il primo argomento. Impiegando un linguaggio aritmetico, pitagorico
dirà poi, Dio massimo coincide col minimo appare come l’unità. È l’unità cui nulla si oppone, ed è “tutto ciò che può
essere. Ma essa non può diventar numero” (I, 5, § 14). Il Cusano insiste nel dire che l’unità di cui qui si parla non è
quella numerica; i numeri sono costruzioni della nostra mente nell’origine gnoseologico, l’unità divina è ontologica e
l’unità numerica ne è soltanto il simbolo. (“I FILOSOFI” Introduzione a Nicolo Cusano di Giovanni Santinello, II le prime
formulazioni del sistema. 1) Argomento e metodo del “De dotca ignorantia” (p. 33). Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari,
1987)
Egli (Cusano) rifiuta tale concezione, per ammettere invece la simultaneità della creazione di ogni parte
dell’universo. Il concetto di contrazione comporta che le parti, i singoli enti, non siano parti, ma un tutto nel tutto.
L’universo, sebbene non sia né sole né luna, è tuttavia sole nel sole e luna nella luna”. Se l’unità dell’universo è
contratta nella molteplicità degli enti, ciò significa che l’universo non è nulla senza gli enti che lo costituiscono. L’
attualità dell’universo è in ciascuno degli enti che esistono in atto. Vi saranno gradi diversi di contrazione, cioè di
limitazione, a seconda della perfezione degli enti; ma ogni ente è, in maniera diversa da tutti gli altri, tutto l’universo
contratto nella caratteristica modalità sua. Questo concetto viene espresso dal Cusano con esplicito riferimento ad
Anassagora: quod libet in quo libet. (“I FILOSOFI” Introduzione a Nicolo Cusano di Giovanni Santinello, II le prime
formulazioni del sistema. 5) L’universo e la sua unità (II, 5, § 117) (p. 45) . Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1987)
Le particelle, i neutroni, devono essere neutrali per diventare le cause degli scopi di quei due
segni: del segno meno, che aspira a fermare tutti gli sviluppi soprattutto ed indirizzare la materia
sottoposta a distruggere tutto fino al meno dell’ infinità, e del Segno Più dell’ Infinità, anche senza
massimo, che salva la materia composta o distrutta e la trasforma nell’ infinità positiva che lotta
contro la distruzione assoluta e permette le separazioni soltanto delle megagalassie fino alle
galassie, le galassie fino ai sistemi solari, i sistemi solari fino ai pianeti, i pianeti e gli astri fino alle
molecole, le molecole fino agli atomi, gli atomi fino alle parti elementari, e le particelle: quelle sono i
neutroni all’ interno degli atomi come tutta la materia separate ed unite allo stesso tempo con la
legge divina neutrale fino alle megagalassie all’interno di ogni neutrone (Universo) e così fino ai
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neutroni(Universi) all’interno di ogni neutrone che anche sono stati separati fino al meno
condizionale dell’ infinità. E tutto quello che è separato aspira ad unirsi, con la forza e con lo scopo
del Divino Segno il Più dell’ infinità, fino al Più dell’ infinità materiale: dalle particelle fino agli atomi,
gli atomi fino alle molecole, le molecole ai sistemi solari, fino alle galassie, fino alle megagalassie,
aspirando dalle megagalassie infinite al suo neutrone universo interno per unirsi negli ambiti
sopraspaziali, i sopraspazzi nelle macro sopraspazzi e così senza limiti unendo sino all’ infinità,
secondo la legge divina, come è stata separata fino al meno dell’ infinità. In quella struttura il tempo
infinito genera il tempo finito per ogni velocità. 13 miliardi di anni fa all’ interno di quella struttura
infinita avvenne l’ esplosione del nostro universo che diventa uno dei neutroni incommensurabili
negli atomi infiniti del sopraspazio soprauniversale, in cui il tempo passa tante volte più lento, in
quanto il sopraspazio è più grosso del nostro neutrone-universo, che è solo un neutrone atomico, nel
finito ed infinito all’ interno di sé macroambito.
Nel passaggio dal primo al secondo momento, cioè nel transferre concetti riguardanti una figura geometrica
finita ad una figura geometrica infinita, avviene una contraddizione: il triangolo infinito, ad esempio, non ha più tre lati,
ma essi costituiscono una sola linea infinita; dunque triangolo che non è triangolo… Nell’ambito della quantità,
avvenuto il trasferimento all’infinito, si verifica una contraddizione che l’intelletto vede necessaria, ma la ragione non
può concepire: “ciò che risulta impossibile nella quantità, vede che è del tutto necessario” (I, 14, § 39). Questo vedere è
un sapere di non sapere, nel terzo momento, poi, l’infinito quantitativo diventa il simbolo dell’infinito divino assoluto,
ossia sciolto da ogni quantità. In questo senso, dunque, l’esercizio della dianoia (dziània) matematica porta alla visione
nella tenebra della negazione, che è la dotta ignoranza noetica… Il misticismo della dotta ignoranza non spegne la
rinuncia il desiderio di conoscere il mondo, ma anzi ne è l’incentivo. Non si arriva all’ignoranza non approfondendo
tutte le possibilità dell’unica nostra conoscenza positiva valida, che è quella matematica e mondana, anche se essa è
sempre finita e relativa. (“I FILOSOFI” Introduzione a Nicolo Cusano di Giovanni Santinello, II le prime formulazioni del
sistema. 1) Argomento e metodo del “De dotca ignorantia” (p. 32). Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1987)
Le immagini di due coni aspirati al cielo (su) e alla terra (giù) sono la scorretta comprensione
della teoria dell’ eredità del passato sconosciuto, o sono i codici, detti agli analfabeti, che sono
facilitati rispetto agli esseri, stati fra gli animali e i futuri esseri ragionevoli nello sviluppo, abbiano
capito molti migliaia di anni fa solo la differenza fra su e giù, all’ unione e alla separazione, al Dio e al
diavolo.
Quando il fuoco interno e il fuoco esterno sono insieme nelle buone relazioni essi si
svuotano (46 a). Se il foco esterno manca notte il foco interno è tagliato da noi: quando il fuoco
interno incontra qualche non confermato muta e si spegne (45 d) ma, solo nello stato della
tranquillità, si accende la luce interna nel costume dei sogni, anche sulla base della nostra
seconda memoria dell’ intelletto che appena ci dirige sempre. Questo dominio della seconda
memoria dimostra che siamo ancora deboli senza telepatia e concepiamo il fondamento logico
del mondo solo mediante tutto quello che ci sta intorno. Molto poco della terza memoria, che è
percepito sulla base della luce esterna di tutto circondato, diventa il frutto della bellezza divina
o della luce interna sudetta. Il tempo, le leggi delle tradizioni globali non ci fanno percepire la
realtà. Michel de Nostredame (Nostradamus) scrive dello stato dell’ uomo che dipende dal
tempo nella lettera al suo figlio Cesare Nostradamus, secondo i frammenti 12-15 fatti dal
dottore John Hogue:
... ayant voulu taire et délaisser pour cause de l' injure, et non tant seulement du
temps présent, mais aussi de la plus grande part du futeure, de mettre par éscrit,
pource que les régnes, sectes et religions feront changes si opposites, voire au
respect du présent diamétralement, que si je venois à l' advenir sera ceux de régne,
secte, religion, et foy trouveroyent si mal accordant à leur fantasie auriculaire,
qu' ils viendroyent à damner ce que par les siècles advenir on cognoîstra êstre veu et
apperceu. (… avendo voluto celare e rifiutarsi a causa dell’ ingiuriare (offendere), e non
solamente del tempo presente, ma anche (ingiuriare) la maggior parte del futuro, di mettere
per iscritto (di scrivere, di mettere in rilievo), perché i regni, le sette e le religioni faranno
cambiare sé opposti, vedere al rispetto del presente diametralmente da quello che io venni all’
avvenire sarà questo di regni, sette, religione, e la fede quelli che si troverebbero male
accordando alla loro fantasia orecchiabile, che essi verrebbero a dannare quello che fra i secoli,
l´avvenire, conosceranno essere visto ed accettato.) (Nostradamus the complete propheties John Hogue:
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Nostradamus, Complete profezie John Hogue (pp. 34-35), first published in Great britain in 1996 by Element Books
Limited, Shaftesbury, Dorset,ÔÀÈÐ ÏÐÅÑÑ, Mosca 1999, ISBN 5-8183-0077-3, originali francesi, traduzione dall’ inglese in
russo di I. Gavrilova)
La nostra realtà è sempre relativa. Platone meglio di tutti gli altri filosofi fu in grado di
conservare la parte della sua memoria della bellezza divina. Ma anche egli non riesce a capire,
al di fuori dei limiti del suo tempo, e non può intendere la realtà di questa teoria della creazione
universale malgrado il suo talento logico sopranaturale. Anche il nostro uomo contemporaneo,
verosimilmente, non è in tanto sviluppato, in quanto ha bisogno di capire ed analizzare l’
eredità storica della teoria menzionata che è, senza dubbi, in quanto relativa, anche implicita.
Tre tipi che crearono l’ Universo secondo il “Timeo” di Platone sono il Demiurgo (Dio Padre),
l’ immagine eterna contemplata dal Demiurgo durante il processo della creazione (Spirito
Santo) e l’ Heidron libero da tutte le forme prima (Dio Figlio) all’ interno della cui sostanza
passa il processo della Creazione Suprema che prima di creare la sostanza non aveva nessuna
qualità per avere in sé tutto possibile.
Queste proposizioni assiomatiche vengono presentate nella assolutezza veritativa, e la “probabilità” dei discorsi
cosmologici e fisici che seguiranno verrà dedotta proprio dalla verità incontrovertibile di tali proposizioni.
1) L’essere che è sempre (ossia l’essere eterno) non è soggetto alla generazione e al divenire, in quanto
continuamente si genera e muta: esso viene colto dall’intelligenza e dal ragionamento.
2) Il devinire non è mai un vero essere, in quanto continuamente si genera e muta: esso viene colto
dall’impressione sensoriale e dall’opinione, che è ben distinta dalla ragione.
3) Tutto ciò che è soggetto al processo del divenire richiede strutturalmente una causa che ne produca la
generazione. Questa causa è il Demiurgo o Artefice, causa efficiente (produttrice delle cose che si generarono).
4) Il Demiurgo o Artefice, considerato in generale nella sua funzione, produce sempre qualcosa, guardando ad
alcunché come a punto di riferimento, e prendendo questo come modello. Considerando il problema in generale, si deve
dire che l’Artefice potrebbe rifarsi a due differenti tipi di modelli: a ciò che esiste sempre e allo stesso modo (ossia
all’essere cui si riferisce il punto assioma), oppure a qualcosa che è soggetto a generazione (ossia a quel tipo di realtà
cui si è detto nel secondo assioma). Ma se l’Artefice prende come modello l’essere eterno, ciò che produce è bello; se,
invece, prende come modello qualcosa di generato, ciò che produce non è bello. (Platone “Timeo” testo greco a fronte a
cura di Giovanni Reale, Introduzione “Fortuna”, Il preludio teorico e i principi (pp. 12-13) Zanichelli Editore S. p. A.,
Bologna 1997)
ed in terra lasciai la mia memoria 16
sì fatta, che le genti lì malvage
commendan lei, ma non seguon la storia”.
Così un sol calor di molte brage 19
Si fa sentir, come di molti amori
Usciva solo un suon di quella image.
(Par, XIX canto, 16-21)
la mia… storia: una tale memoria delle mie azioni buone, che perfino le genti malvage che popolano il mondo al
presente son costrette a lodare a parole questa memoria, anche se poi di fatto trascurano di imitarne l’esempio (la
storia). Già il Daniello notava la somiglianza fra questo passo dantesco e l’altro di Petrarca: “quelle ghiande / le qual
fuggendo tutto ‘l mondo onora” (Rime, L, 23-4). 19-21. Così un sol… image: da molti carboni ardenti risulta un’unica
impressione di calore; così qui di molti amori, da tanti spiriti affocati di carità e uniti a costruire l’immagine dell’aquila,
si sprigiona una voce sola (non un coro). L’immagine (che si prolunga, quasi musicale). (“La Divina Commedia a cura di
Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 1013). Editore –Milano-Napoli 1954.)
la storia: il ricordo di giustizia e di pietà che i beati spiriti del cielo di Giove avevano lasciato in eredità agli
uomini. Molti amori: le anime de’ giusti, affocati di amore divino. “Qui descrive per esempio che, sì come di molte
bragie si sente solo uno calore, così di quella moltitudine d’anime si sentìa solo una singolar parlatura” (Anonimo).
(“La Divina Commedia” p. 3 (p. 941); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)
La modernizzazione filosofica di Dante è utilizzata solo per trovare le sorgenti
simboliche da cui Golokhvastov attinge le sue idee e le sue immagini primordiali. Ogni
ricercatore esaminato Dante non deve modernizzarlo. “La storia” del frammento soprascritto
non è che “il ricordo di giustizia e di pietà che i beati spiriti del cielo di Giove avevano lasciato
in eredità agli uomini”.
3. Nel poema la parola “ziggurat” è il nome proprio. Lo Ziggurat divenne il primo
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simbolo della fede degli Atlanti. Secondo il soggetto di Golokhvastov gli atlanti credevano in
un solo dio e le loro anime erano salve già con la profezia di Atlasso quando alzarono sette
torri, una sopra l’ altra, le cime aspiravano al cielo che lì, al di fuori della vita, a metà fra la
terra e il cielo si incontrano sempre, che col cuore puro a cui libero salgono le genti col sogno
di Dio. E dal cielo, come alla sua casa, scende nel mondo Dio beneficente. L’ inizio della
narrazione epica del quarto capitolo, che descrive la montagna sacra di Ziggurat, fa ricordare l’
espressione di tutto il XXVIII Canto del “Purgatorio” della “Divina commedia”. Leggendo
questo capitolo della “Rovina di Atlantide” lo fa ricordare attraverso l’ incoscienza la foresta
divina spessa e viva come Dante, Vergilio e Stazio lasciarono la riva, prendendo la campagna
lento su per lo suol che d’ ogni parte auliva (4-6), per cui le fronde, tremolando pronte (docile al
soffio del venticello), tutte quante piegavano a la parte (occidentale; dove al levare del sole il
sacro monte getta l’ ombra sua) u’ la prim’ ombra getta il santo monte. È molto difficile non
sottolineare questa reminiscenza delle alternanze delle immagine di Dante che si riflettono nell’
inizio del quarto capitolo della “Rovina di Atlantide” di Gheorghi Golokhvastov. Ma dopo il
suo sviluppo della narratività passa al racconto di come gli uomini tutti i giorni e tutte le notte
costruissero il sacro fondamento, dal marmo di sette colori, al tempio di Ra per proibire i
sacrifici umani al contrario dell’ ultimo supremo sacerdote di Ra, verosimilmente fino all’
ultima corda della provvidenza che si realizza con il fato del personaggio essenziale dell’
epopea.
P. 36: Glifi — i segni condizionali che simbolizzano le idee nelle scritture, nelle pitture,
nelle sculture e nelle architetture della Grecia Antica; i colori e i metalli di ogni pianeta — l’
oro di Sole, l’ argento di Luna, il coloro giallo o il colore verde di Venere, il blu di Giove, il
colore rosso secondo il ferro di Marte, il nero secondo il piombo di Saturno, Mercurio non
acquista nessun colore o ha il colore bianco. Glifo (g+l), sm. Archit. Solco concavo a spigolo vivo usato
come elemento ornamentale. – In paratic.: decorazione dei triglifi. Baldinuccci, 68: ‘Glifi, triglifi’. Una sorta di membra
degli ornamenti. Milizia, 330: ‘Diglifo’, Ornamento lavorato in incavo da due parti, come doppio glifo. Carena, 1-40:
‘Glifo’, è un solco o cataletto verticale sfondato ad angolo retto nel fregio dorico. Adoperasi d’ordinario nel numero dei
più, perché non suol porsi solo, ma si due nei di glifi e tre nei triglifi. Ling. Segno geroglifico dell’antico alfabeto dei
Maya. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese. 9/V71964.)
Gli Atlanti costruirono sette torri superbe, sette scale brusche e sette larghi portoni che
divennero l’ostacolo, per i mortali, alle altezze sante. Presso le portine si inclinarono le
chimere e le aquile(aguglie): (le statue di loro); Fra le mura e le scale, fra gli emblemi dei
misteri, essi nascondevano i glifi condizionali, tutta la saggezza delle cognizioni scoperte non
a tutti: l’ essenza dei misteri, i miti bifronti e la verità di teoremi facili sempre …Il concetto dei
glifi concentra il mistero dell’ immortalità. L’ autore disegna la chiusura del tempio antico che
è stato nascosto l’ incapace di comprendere all’ uomo normale. Il significato della scrittura
sacrale fatta con i glifi cela il mistero sino al termine.
P. 37: L’ oricalco — il metallo sacrale nei tempi antichi, della cui dono scrive Platone. Il
lettore vede come vicino al tempio supremo, per le parole della leggenda, come il primo
sacerdote dello Ziggurat, Atlasso portò, per la prima volta, al Padre dell’ Universo il suo inno
nell’ ora romantica del tramonto…
Il verbo fiammeggiato delle preghiere delle anime convertite, la prima volta, si accese e
si girò per il Padre vissuto sul Disco seguendo l’ alternanza della Notte e del Giorno. Il tripode
pesante ricorda sino ad oggigiorno come, nell’ oscurità grigia, del vecchio Atlasso si alzava la
preghiera. E nel tempio inferiore (è il tempio sottoterrestre dei morti messi nei sarcofagi)
condusse all’ Immortalità il suo ordine regio, all’ eternità, diedi il trionfo all’ oricalco.
Secondo il pensiero del profeta Atlasso, nessuno fra gli altri troverà il cammino al tempio dei
morti, e se lo trovasse non capirebbe in alcun modo il significato dei simboli del disegno sul
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metallo. I sacerdoti di Ra non disturberanno mai le tombe sacrali. L’ immagine “oricalco” si
incontra alcune volte nel “Crizia” di Platone dal paragrafo (114 e), in cui il personaggio Crizia
interpreta la storia di Solone. Il muro esterno dell’ acropoli era stata coperta con l’ oricalco
nella “Rovina di Atlantide”. Alcune pareti del tempio di Nettuno (verosimilmente di Ziggurat)
avevano la copertura di questo metallo brillante. Tutti i pavimenti del tempio consistevano nell’
oricalco. Anche il suo soffitto di ossa elefantiaca era decorato col metallo menzionato. Le
stelle, in cui erano scritte le regole delle relazioni fra i re, erano in oricalco. In seguito l’
oricalco si svalutò e divenne un metallo comune. Anche il desiderio dell’ immortalità del
sacerdote perde il suo prezzo alla fine dell’ epopea. Questa immagine della memoria dell’
intelletto è bene utilizzata nella descrizione del tempio, in cui si svolge l’essenziale diffusione
della memoria della bellezza divina e della peggiore memoria della sensazione (legata alla sete
dell’ immortalità) mediante la memoria dell’ intelletto o della saggezza umana.
IV cap. p. 42: Nada – la voce dello spirito del silenzio, descrive la scala della perfezione
che ha sette gradi e sette portoni. Nada, pron. Indef. Invar. Niente, nulla. Aretino Vi-125: Ora il caso è questo,
io andrò a trovare Aluigia, la quale corromperia la castità, che senza lei non si può far nada. Idem, Vi-172: Non
mancherà nada.. – Con valore avverb. Loredano, 5-182: Non potendo fuggire, erano costretti / per non morire a
maneggiar la spada, / onde riusciano bravi maledetti / coloro al fin che non valevan nada…= Dallo spagn. Nada ‘nulla’.
(“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
Nella “Divina commedia” di Dante Alighieri la città della saggezza gentile e il castello
di sette mura e sette porte sono stati descritti nel Limbo del IV Canto dell’ Inferno (106-111),
in cui stanno le anime di Elettra, Ettore, Enea, Cesare con gli occhi grifagni, Cammilla,
Pantasilea figlia del Marte, Latino: re del Lazio e padre della Lavina, Lavina, Bruto: che ha
cacciato via l’ ultimo re Tarquinio, Lucrezia, Iulia, Marzia, Coniglia, Socrate, Platone,
Democrito, Diogenès, Anassagora, Tale, Empedoclès, Eraclito, Zenone (di Elea o lo stoico di
Cittico, Dioscroride, Orfeo, Tulio Cicerone, Seneca, Euclide, Tolomeo, Ippocrate, Avicenna,
Galieno: medico di Pergamo, Averroìs (Ibn Roschid, filosofo di Cordova (1126 – 1198)), ecc.:
Veniamo al pie’ d’ un nobile castello, 106
Sette volte cerchiato d’ alte mura,
difeso intorno d’ un bel fiumicello.
Questo passiamo come terra dura; 109
per sette porte entrai non questi savi:
giungemmo in prato di fresca verdura.
(“La Divina Commedia”, l’ Inferno IV, 106 - 111)
106-110. un nobile… savi: tutto lo scenario, e anche i particolari, hanno un carattere evidentemente allegorico.
Ma già i commentatori più antichi discordano sul modo d’interpretarlo, e più i moderni. La spiegazione di Pietro di
Dante,, secondo cui il castello simboleggia la filosofia ( cioè la sapienza umana, intesa in largo senso, come la teoria e
pratica) e i sette cerchi di mura stanno a rappresentare le sette parti della filosofia (fisica, metafisica, etica, politica,
economia, matematica, dialettica), è quella che forse, meglio di tutte, corrisponde al gusto intellettualistico di siffatte
invenzioni. Altri fra antichi commentatori vedono nelle mura o nelle porte le sette arti liberali (del trivio e del
quadrivio); e il Landino e il Vellutello, le virtù morali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) e quelle speculative
(intelletto, scienza, sapienza). Opinione quest’ultima, che è piaciuta agli interpreti più recenti, ma che non ha un preciso
riscontro nella terminologia di Dante (cfr. Conv., IV, XVII; III, II). Più difficile è determinare il valore simbolico del
fiumicello: la disposizione dell’intelletto umano alla scienza? O l’abito al bene operare? O l’esperienza? O l’eloquenza,
come strumento di iniziazione al sapere? Che i poeti passino il rivo come terra dura, asciutta, significherà che per essi
non avevano più forza gli impedimenti frapposti alla conquista della saggezza umana, e della gloria, così da renderle
difficilmente accessibili ai più. 111. in prato… verdura: lo schema della rappresentazione è virgiliano: “similiter
Virgilius Vi Eneidos, et Homerus XI Odysseae, fingunt viros illustres stare in prato virenti” (Benvenuto). (“La Divina
Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 51). Editore –Milano-Napoli 1954.)
nobile castello: simbolo della umana sapienza. È certificato di 7 mura, simbolo ciascuna di una delle arti
liberali (la grammatica, la dialettica, la retorica, l’aritmetica, la geometria, la musica e l’astrologia). Al. intende il
castello come simbolo della filosofia, e le mura delle sue 7 parti (la fisica, la metafisica, l’etica, la politica, l’economia,
la matematica, la sillogistica): per al. Ancora, il castello è simbolo dell’ unione delle virtù morali (prudenza, giustizia,
fortezza, temperanza) con le speculative (intelligenza, scienza e sapienza). dura: asciutta, secca. Alcuni scorgono in
questo fiumicello il simbolo della eloquenza). sette porte: le porte di ciascun muro. (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 39);
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ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Quei sette portoni mostrano che chi conseguirà il quarto grado unirà in sé tutti i
sentimenti fisici e stato unito con lo spirito (“Il Libro delle Regole di Oro”, Frammenti scelti; la prima parte:
“La voce del silenzio” — traduzione E. P. B. del 1889. Stampa del 1923. Tallin, Est.)
Quei tre gradi e il quarto, la porta al Purgatorio nella “Divina Commedia”, tutto è inserito
anche nella “Rovina di Atlantide”, in cui sono stati descritti sette gradi ogni col suo colore,
secondo Dante sette peccati, e forse essi alludono indirettamente al IX canto del Purgatorio (94
- 132) della“Divina commedia”. Se la vetta dello Ziggurat era invece da considerarsi come il
fondo dell’Inferno della “Divina Commedia” in cui Dante scende il servitore di Ra “sale” e
quando Dante sale Golokhastov cade, ma Golokhvastov non vuole mostrarlo direttamente. Ma
l’allusione all’ antipode riflesso di Dante esiste secondo le contraddizioni dell’ordine delle
alternanze dei gradi e dei colori. Se nella “Divina Commedia” lo scalgion primaio, marmo
bianco era sì pulito e terso,..(94-95) nella spiegazione della “Rovina di Atlantide” in
particolare è l’ultimo colore di Mercurio bianco. Il secondo tinto (nero) più che perso, d’ una
petrina ruvida e arsiccia,…(97-98). Anche, nella “Rovina di Atlantide”, il secondo colore di
Saturno è nero ma dalla fine. Lo terzo (rosso), che di sopra s’ammassiccia (si sovrappone assai
pesantemente) porfido mi parea fiammeggiante,… (100-101). Nella “Rovina di Atlantide”, il
terzo coloro dalla fine, come il primo tra gli ultimi tre gradi, è di Marte, anche che è il rosso.
Golokhvastov teoricamente imita le leggi universali delle alternanze delle immagini della
“Divina commedia” ma ordina, filosoficamente come nel rispecchio in cui il destro diventa
sinistro secondo il servitore di Ra accecato; il suo desiderio dell’ immortalità contraddice al
fine di Dante.
Possono fare tre supposte:
1) Golokhvastov specialmente riprende e contraddice la “Divina commedia” e a questa
causa allude implicitamente a quella nella sua spiegazione affinché solo gli specialisti trovino il
rapporto contrapposto che è il suo desiderio sacramentale?
2) Golokhvastov non lesse mai la “Divina commedia”. E molti immagini simili e relative
contraddizioni ordinate non sono che coincidenze.
La famiglia Romanov dell’ ultimo imperatore russo non sostenerebbe se i migliori
intellettuali bianchi immigrati conoscessero non meno di cinque – sei lingue straniere. La
società della famiglia dell’ ultimo zar-imperatore russo conosceva la classica europea quanto la
corte francese anche senza potere (a quella era sempre legata da vincoli di amicizia). Quasi
tutti i rappresentanti dell’aristocrazia russa, e non legati alla famiglia Romanov, leggevano tutta
la letteratura classica in lingua originale: in greco, in latino, in francese, in tedesco, in italiano e
in inglese. Quei rappresentanti dell’intelligenza non potevano comparire nella società
aristocratica senza conoscere le lingue menzionate. Se la stessa famiglia dell’imperatore
finanziò la prima pubblicazione della “Rovina di Antantide”, non è da mettere in dubbi che
Golokhvastov conoscesse la letteratura classica europea, ma è ragionevole pensare che lesse la
“Divina commedia” (verosimilmente in lingua originale) tradotta in russo già così come molti
altri classici.
3) Golokhvastov non vuole che lo sappiano; Egli lo mostra mediante immagini orientali
contrapposte a Dante affinché queste immagini filosofiche e le loro alternanze fossero
contraste. Golokhvastov desidera dimostrare mediante la spiegazione che l’ oggettiva memoria
dell’ intelletto che sintetizza l’ eredità storica è indipendente in tutte le epoche.
P. 43: Archat — santo nel buddismo. I sacerdoti supremi di Ra sono da considerarsi gli
achati, i profeti del vissuto nel Disco. Diventavano i proprietari delle verità immortali, che non
esiste come è dimostrato prima secondo Cusano, i rappresentanti della generazione dei
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sacerdoti. Contemplavano e conservavano i misteri della terra e dei cieli, difendevano i deboli,
erano i portatori delle leggi, ed avevano anche le chiavi dei portoni dello Ziggurat. I re gli
facevano educare gli eredi al trono. Prima di diventare i servitori di Ra passavano, nel silenzio,
molti anni fra i deserti spirituali in cui diventavano i vecchi e i grandi maghi. Rifiutavano la
vita per ottenere il bene, lasciando sé stessi nelle ricerche delle santità. E solo quando lo spirito
vinceva se stesso essi univano insieme lo spirito, l’ anima e la carne. Si separavano dal mondo
e, nelle sfere della luce, si fondevano con l’anima dell’Universo. L’ anima dell’ autore si vede
nella vita precedente prima della reincarnazione attuale, in cui egli stesso era uno di quei
supremi sacerdoti. L’ universo si scoprì più esteso Per la vita nuova, negli altri ambiti; Io
potessi essere diverso agli uomini nel loro mondo ondeggiato nelle buie inferiori passioni. Ma
noi achati consideravamo il debito ereditario come il bene per gli uomini, di partecipare alla
loro vita e, nella prigionia non lunga, di servirli nel regno del peccato e delle sofferenze, per
curare. E, per la pace, dalla plebe peggiore la Crocifissione dello spirito sopportare, non
querelando. Al riguardo l’ immagine poetica “Crocifissione dello spirito” dimostra che,
malgrado le influenze filosofiche dell’ oriente gentile del Buddismo, ecc., l’ anima di
Golochvastov è cristiana.
Il V Cap. l’ inizio della p. 44: Geminati sono i corpi celesti della corrente meteorica o
della pioggia dei meteoriti che passa ogni anno dal 10 all’ 11 dicembre nella terza
costellazione zodiacale dei Gemini. Questa immagine filosofica sviluppa il soggetto della
“Rovina di Atlantide” e conduce il lettore sino alla culminazione finale. L’ essenziale concetto
di questa immagine si svolge nei V, VI e VII capitoli. I capitoli menzionati sono accompagnati
più degli altri dalla diffusione della seconda memoria e della terza memoria della bellezza
divina, in cui, senza dubbio, è dominata la terza che veste la narrazione dell’ autore nei costumi
magici. L’alternanza delle sillabe lunghe e brevi, la metrica (quantità delle sillabe) e le
alternanze fisse delle strofe rimate mutano quando è stata esposta la preghiera del sacerdote, gli
inni degli altri personaggi, la canzone della bambinaia, ecc.. Gli ordini poetici sono cambiati
con lo sviluppo degli eventi portando in sé la profezia della fine tragica. Nelle costellazioni, in
doppio, brillano i Geminati, volando per il cielo nella pioggia di fochi. È la festa più amata
nel cerchio annuale che incontra oggi il popolo di Atlantide. Siamo la vita e la morte di due
sorelle-gemini (che non sono il principe e la principessa che dovranno simbolizzare la loro
comparsa) nei misteri bivalenti dei vicini, dell’ unico pensiero dei messaggeri senza idea, dell’
unico arbitrio dei creatori senza volontà allo stesso tempo li rispettiamo come due grandi
miracoli… Così inizia il quinto capitolo della “Rovina di Atlantide”, in cui il destino fatale di
due gemelli, del sacerdote supremo e dell’ Atlantide si svolge nei Geminati come nel simbolo
essenziale della fatalità che è stato espresso dalla memoria dell’ intelletto che così sintetizza il
concetto fatale dei Geminati splendenti. Il destino prescritto prima della nascita dei gemelli si
evidenzia con la descrizione della caduta dei gemini nel cap. VI nelle pp. 48-51:
Su era messo il bollo della scelta doppia dai primi giorni, in loro si concentravano le
predizioni degli astri ed esse si realizzavano per lo più in loro i segni delle profezie conservate
tra le scritture antiche dei sacerdoti predicati: è la salvazione del mondo, nei pensieri amanti,
usavo il destino dei bambini gemelli. E nuovamente tentavo di prevedere i loro destini oggi,
con i pensieri guardando come l’ itinerario della loro vita serpeggi. Sono in fretta i
quinquennali — dalla loro nascita tre scadenze hanno passato.
Come scrisse Platone nel “Timeo” la luce interna cessa di essere percepibile se scompare
la luce esterna. Non è possibile uscire dalla memoria dell’intelletto che è analizzato e
sintetizzato l’eredità del passato. Ogni ripetizione delle creature è bruta secondo Platone.
Nessun monumento della cultura umana comparve senza influenza di qualche arte precedente.
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Prima della composizione delle Veda che è da considerarsi il primo testo religioso si fonda sui
testi più antichi dei soggetti leggendari. Anche prima di Omero sussisteva la mitologia e l’
attività poetica dei greci. Lo stesso fatto appartiene all’“Eneide” di Virgilio e alla “Divina
commedia” di Dante. Il loro aspetto ai fonti è fondamentale. Se le fonti non fossero – nessun
capolavoro comparerebbe. Ma ogni originale, che non ripete nulla, genera il miracolo quando
costruisce il proprio ambito artistico mediante le creazioni geniali. Si può presupporre che
Golochvastov scelga le immagini e i pensieri primordiali di Dante per installare nello sviluppo
del suo soggetto originale il contrario della composizione dantesca. I VII e VIII capitoli
verosimilmente, mediante l’ implicito nascosto dagli analfabeti e mostrato agli intellettuali
specialmente, sono posti in correlazione al VIII Canto e parzialmente al IX Canto del
“Paradiso” della “Divina commedia”.
VIII Canto
«E come in fiamma favilla si vede, 16
e come in voce voce si discerne,
quand’ una è ferma e l’ altra va a riede;
vid’ io in essa luce altre lucerne 19
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.
Di fredda nube non discerner vènti, 22
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti
a chi avesse quei lumi divini 25
veduti a noi venir, lasciando il giro
prìa cominciato in li altri Serafini.”
Più bella: cfr. Par., v, 94. quand’una: allorché di due voci che cantano insieme l’una tiene la nota dell’altra,
gorgheggiando, va e viene sulle stesse note. Altre lucerne: altri splendori. Gli spiriti amorosi (v. 38). al modo: secondo la
maggiore o la minore intensità dei gaudi spirituali (viste interne) da Dio concessa a ciascuna di quelle anime beate. (“La
Divina Commedia” p. 3 (p. 821); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)
Questo frammento poteva generare, nell’ anima di Golokhvastov la doppia voce del
destino che apparterrà a due fiamme divine nate oggi dal principe e dalla principessa. Secondo
la filosofia di Golokhvastov le anime vivevano ed esistevano prima della nascita e possono
scendere molte volte dal paradiso. “Allorché di due voci che cantavano insieme” nel paradiso
non potranno essere separate l’ una dall’ altra dopo la nascita. Anche nella vita del doppio
destino è con la loro unità inseparabile a che “l’ una tenga la nota e l’ altra e, gorgheggiando, a
che vada e venga sulle stesse note”. Sono scese da cui fra le altre lucerne. Ambedue erano gli
spiriti amorosi sempre e verosimilmente l’ unità delle loro visioni interne diventò separata con
la loro nascita. “Al modo, secondo la maggiore (del futuro principe) e la minore (della futura
principessa) intensità dei guadi spirituali, da Dio concessa a ciascuna” anima separata con la
vita corporea per rimanere “quelle anime beate” sino alla morte naturale.
Ricordo la notte di Geminate. Illuminando l’ Isola di Atlasso da paese a paese, (p. 49)
splendevano i fuochi delle lampade notturne; e al cielo in modo misterioso l’ Atlantide natale
conduceva il linguaggio, ricordando il passato remoto, parlando sempre di qualche vivo;
allora, nell’ oscurità della memoria sacrale, era la caduta di due stelle sopra il tetto regio che
ho visto; Quelle due stelle fanno prevedere quel doppio destino che resterà il mistero fino alla
morte per essere vivi sempre insieme. Il sacerdote non sa prevedere lo scopo della caduta di
due stelle, di quelle due fiamme sopra il tetto del re di Atlantide.
VIII Canto
“per che, quantunque quest’ arco saetta, 103
disposto cade a provveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.
Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine 106
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Producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;
103-5. per che… diretta: ne consegue che tutto ciò che quest’arco saetta (tutte insomma le influenze celesti) è
disposto ad un fine preordinato da Dio, come freccia diretta al suo bersaglio. Arco è la virtù dei corpi superiori, saette
gli influssi che ne discendono, segno il fine stabilito dalla Provvidenza. 103. quantunque: tutto ciò che. Cfr. Purg., XXX,
52; Par., XIII, 43 ; XXII, 82, ecc. 105. cosa: Benvenuto legge “cocca” (sineddoche per “strale”). 106-11. Se ciò non…
perfetti: se gli influissi celesti preordinati da Dio, i cieli che tu percorri produrrebbono effetti tali, che non sarebbero
cose fatte con ordine e con ragione come fanno quelle dell’arte, ma ruine: imperò che andrebbono le cose senza ordine e
con temerità” (Buti); la qual cosa è impossibile, se le intelligenze mortici di queste stelle non sono difettose, e difettoso
anche il Primo Motore, che in tal caso le avrebbe create imperfette (insufficienti al loro compito): supposizione assurda.
(1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 884). Editore –Milano-Napoli 1954.)
quantunque: tutto ciò che; e intendi: “tutte le operazioni di quassù son disposte a fine infallibile” (Tommasèo),
come cosa scagliata corre a ferire il bersaglio. sì: così, in tal maniera. arti: “cose fatte con ordine e con ragione” (Buti).
(2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 827); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Ma l’ arco divino saetta ora per condannare gli atlanti quindici anni dopo. Il sacerdote
non percepisce la previdenza che la relazione incorretta ai gemelli animerà le forze naturali
senza coscienza. La pena divina consiste nella cecità e nella sordità alla perdizione delle
catastrofi future. Se non fosse così il mondo non avrebbe fatto tutte le “cose con l’ordine e con
la ragione” che erano previste e lasciate con il primo profeta Atlasso sino alla necessaria
scadenza. Ma quindici anni prima le cadute delle stelle sembrano tutte insomma le influenze celesti
sono disposte ad un fine preordinato da Dio, come freccia diretta al suo bersaglio. L’ arco divino saette
gli influssi che ne discendono, segno il fine stabilito dalla Provvidenza per regalare la possibilità
cambiare che non si cambia mai con la debolezza umana.
…e la nostra valle era brillante in festa a quel mattino: la regina ha generato, due gemelli al
re: l’ orgoglio al cuore del padre è il figlio e la gloria agli occhi è la figlia bella. Sono nati
nella notte dei Testamenti! È chiaro che il cielo, con la potenza profetica, prometteva la grande
sorte ai bambini.
Nessuno non sa perché la regina generò questi gemelli con il loro destino doppio che
promette allo stesso tempo la sorte della rovina e della salvazione di tutte le anime degli atlanti.

VIII Canto
Lo Ben che tutto il regno che tu scandi 97
Volge e contenta, fa essere virtute
Sua provedenza in questi corpi grandi.
E non pur le nature provedute 100
Sono in la Mente ch’ è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:
97-9. Lo ben… grandi: Dio, sommo bene, che fa muovere ed allietai cieli, per i quali tu sali (sacandi: latinismo),
fa sì che la sua provvidenza diventi in questi corpi celesti (stelle cadute dei gemelli)virtù capace di influire sul
mondo inferiore. Insomma: i decreti provvidenziali di Dio si attuano indirettamente attraverso gli influssi che i cieli
diffondono. (È il mistero di Atlasso con l’eutanasia dei gemelli) 100-2 E non pur… salutate: nella mente
divina, perfettissima in sé, le varie nature sono prevedute, e cioè prevedute e determinate, non solo per quanto si riferisce
al loro essere, sì anche per quel che riguarda la loro disposizione in cui consiste il loro benessere (la lor salute
Golochvastov trasforma la salute dei gemelli stabilità dell’isola verde nella contraddizione che
nuda la realtà celata con la morte violente). “Iddio non solamente con la divina provvidenza produce le cose
in essere, ma ancora provvede che siano per lo meglio, se non del particolare, almeno dell’universo” (Landino) (1) (“La
Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 884). Editore –Milano-Napoli 1954.)
Lo Ben: Iddio, che muove ed allieta i cieli per i quali tu sali (scand, lat. Scandere), opera in modo che la sua
provvidenza divenga virtù influente da questi pianeti (corpi grandi). E non pur: e non solamente la mente divina
provvede (anche provvede la mente umana). quantunque: tutto ciò che; e intendi: “tutte le operazioni di quassù
son disposte a fine infallibile” (Tommasèo), come cosa scagliata corre a ferire il bersaglio (a ferire la terra per
liberarla dal’isola verde). (2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 827); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni,
La Dissertation du niveau MASTER 2 en philosophie http://www.er.uqam.ca/nobel/m310014/Dissert1.htm
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Firenze 1922,1988)
Dio prevede non solo l’esistenza buona e corretta per il futuro ma anche l’“Iddio, che
muove ed allieta i cieli” descritti dal sacerdote maledetto nel XX cap. 15 anni dopo la nascita di
ambedue, “in modo che la sua provvidenza divenga virtù influente dai corpi grandi” del cosmo.
“E non pur: e non solamente la mente divina provvede”. Le fiamme delle loro anime sono nate
insieme con la salute nel palazzo, nei corpi dei figli del re stesso perché solo il loro genere
potrà ispirare il sacerdote affinché egli desiderasse ad ucciderli per unirli alla catastrofe, per
ferirli come il bersaglio con la divina provvidenza in questi corpi celesti virtù capace di influire sul
mondo inferiore. Perciò essi sono nati nella famiglia regia e in nessun’ altra. Per ottenere questo
scopo Dio saettò in modo così preciso. La prima volta, ricordo, li ho visti quando, secondo le
esigenze antiche della fede, sono arrivato alla sera del loro primo giorno per pulire con la
fumata …Il sacerdote era solo un uomo che sa prevedere, non potrà mai capire tutto perché non
è Dio. La voce incosciente della bambinaia voleva salvare ambedue ed egli, che li amerà come
nessun altro, non li avrebbe uccisi se il destino avesse scelto la parte migliore della doppia
previdenza.
IX Canto:
ma disse: “Taci, e lascia volger li anni”; 4
si ch’ io non posso dir se non che piano
giusto verrà di retro ai vostri danni.
E già la vita di quel lume santo 7
Rivolta s’ era al Sol che la riempie,
come quel ben ch’ a ogni cosa è tanto.
Ahi, anime ingannate e fatture empie, 10
che di sì fatto ben torcete i cori,
drizzando in vanità le vostre tempie!
4. disse: soggiunse; Taci: non far cenno per ora di quanto io ti ho rivelato. (Taci sacerdote affinché tu
non faccia cenno che Dio ti ha rivelato il futuro terribile.) 4-6. Taci… danni: il tono della profezia è tanto
più misterioso (come passerà l’apocalisse), quanto meno essa allude a circostanze ed eventi storici determinabili
con precisione. Secondo Pietro di Dante nel pianto giusto si dovrebbe riconoscere un accenno alla battaglia di
Montecatini (1315), dove trovarono la morte Pietro e Parlotto d’ Angiò rispettivamente fratello e nipote di Roberto; ma
proprio il tono vago, con cui il poeta s’esprime, è se mai un argomento per datare la composizione di questo canto
innanzi all’agosto del 15. 4. volger: cfr. Inf., v, 65; XXXIII, 132. 5-6. pianto giusto: un giusto castigo; verrà… danni:
terrà dietro da vicino a torti (danni) da voi subiti; quasi necessaria conseguenza e naturale espiazione di quelli. 7. La
vita: l’anima, che è per così dire il principio vitale del lume: essa lo emana come espressione della sua letizia e se ne
faccia (soltanto la vita senza morte violente conserverà l’ anama alla vita eterna e non uccidere
le altre vite successive). Vita, nel senso di “anima”, anche in Par., XII, 127; XIV, 6, ecc. 8-9. al Sol… tanto: a Dio,
che la sazia della sua luce (la riempie), come quel Bene, che, per essere infinito ed inesauribile, “ad ogni cosa è tanto
quanto fa bisogno; imperò che ogni cosa riempie e contenta” (Buti). 10. ingannate: “da’ beni mondati che sono falsi”;
fatture empie: creature perverse. “Impia creatura è quella che non seguita lo suo creatore” (Buti). Per fattura, cfr. Purg.,
XVII, 102; Par., XXXIII, 6, ecc. II. sì fatto: tale quale s’ è detto; così infinitamente grande. 12. drizzando… tempie:
rivolgendo verso oggetti vani di piacere le vostre tempie (e cioè i volti, gli sguardi).-I vv. 7-12 sottolineano, in un’
antitesi efficace, il contrasto fra il disordine della società terrena e l’ordine celeste, e placano l’amaro cruccio della
profezia in un movimento di abbandonano contemplativo. Con angolo ritmo di contrappunto, Canizza scioglierà lo
sdegno dell’invettiva contro le genti della sua terra affissandosi nella luce degli specchi angelici e riprendendo il suo
posto nella carola dei beati (vv. 61-6); e alle fiere parole di Falchetto contro la curia adultera terrà dietro
immediatamente, con improvviso stacco, il moto di elevazione e di liberazione dell’animo di Dante, che alza lo sguardo
alle “alte ruote”, a vagheggiarvi l’arte perfetta dell’ordine divino (Par., X, 1-12). (1) (“La Divina Commedia a cura di
Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 889). Editore –Milano-Napoli 1954.)
pianto giusto: cioè, i danni che vi furon recati, cagioneranno meritato dolore a’ vostri nemici. E il vaticinio
dantesco si avverò! la vita: l’anima di Carlo Martello. Cfr. Par., XII, 127, ecc. Al sol: a Dio, che la conforta (riempie) del
suo benefico lume. tanto: bastevole. Jerem., XXIII, 24. fatture empie: cattive creature (tutta la società di Atlantide
e non solo il condottiero). vostre tempie: gli occhi vostri, gli sguardi. (2) (“La Divina Commedia” p. 3; ristampa
anastatica dell’editore G.C. Sansoni (p. 833), Firenze 1922,1988 )
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Taci, sacerdote, e lascia trascorrere quei quindici anni! Tu puoi e potrai non compiere ciò
che ti era prescritto molti millenni fa, ma tu, cieco, farai tutto ciò che dovevi e dovrai fare il tono
della profezia è tanto più misterioso, quanto meno essa allude a circostanze ed eventi storici determinabili con
precisione. E piangeranno tutti che vi faranno danni, moriranno il barbaro e il capo insaziabile di
tutte le galere e di tutti gli eserciti di Atlantide quando rischieranno di rubare la principessa. Il
fato terrà dietro da vicino a torti (danni) da voi…; quasi necessaria conseguenza e naturale espiazione di
quelli. La vita del principe, come della principessa, sarà più breve della vita del principe Carlo
Martello morto nel 1308, del figlio di Carlo Roberto re di Ungheria. La vita: l’anima, che è per così
dire il principio vitale del lume che la sua vita di quel lume santo si rivolga al Sole con la vittoria, “a
Dio che la conforta del suo benefico lume” che tu, sacerdote, compi il tuo sacrilegio
avvicinandoti all’ “immortalità”, all’ apocalisse per voi, anime ingannate degli atlanti lussuriosi
che non credete in Dio che siate morti ingannati: “da’ beni mondati che sono falsi”; fatture empie:
creature perverse. “Impia creatura è quella che non seguita lo suo creatore” per i vostri “atti empi: cattive
creature” perché aspirate in vanità con i vostri cuori e con “le vostre tempie: i vostri sguardi”
pieni della speranza all’ amore al di fuori di questo mondo per condannarvi e se stesso dopo. Il
sacerdote cieco è arrivato la sera del loro primo giorno per pulire con la fumata la salute dei
gemelli figli regi. Solo essi avranno, in futuro, la grande sorte del prezzo per le loro vite
condotte alla vittima fatale.
(Dal fine della p. 50) Ma no! Sopra il loro letto, con la gloria beata, l’ anima del vecchio ha
dominato in me il fiume come nella tormenta. Ho ottenuto con lo spirito che con lo scopo
supremo i fuochi di due vite ha acceso il destino previsto vicino al tempio, al cuore di Atslano,
nella famiglia superiore del genere più antico alla scadenza santa e piena di significati. La
natura umana è composta in modo da credere nel bene. Essa crede nella felicità nel momento
del pericolo soltanto sembra che vada bene. Essa ignora la previsione e tutti i segni se sono
stati rappresentati vaghi e non mostrano in concreto che non tutto va bene come desidera.
Dante affermava, come già si era detto prima, che se non fossero questi fati così … non sarebbero
arti, ma ruine. Sarebbero solo le rovine della memoria della saggezza umana umano perché la
maggioranza degli eventi, nella vita umana, è negativa. Ma invece, l’ uomo non cessa di
credere nel futuro desiderato.
VIII Canto
per te si veggia come vegg’ io, 88
grata m’ è più; e anco quest’ ho caro,
perché ’l discerni rimirando in Dio.
Fatto m’ hai lieto, e così mi fa’ chiaro, 91
poi che, parlando, a dubitar m’ hai mosso,
com’ esser può di dolce seme amaro”.
Questo io a lui; e elli a me: “S’ io posso 94
Mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terra’ il viso come tieni ’l dosso.
85-90. Però… Dio: poiché io credo che la profonda letizia che il tuo parlare m’infonde sia vista da te in Dio,
principio e termine d’ogni bene, con la stessa chiarezza con cui io la vedo in me (e senza che io tenti di esprimerla in
maniera che riuscirebbe comunque inadeguata), questa letizia mi è più gradita; e inoltre mi è caro questo accrescimento
di gioia, perché tu lo discerni rimirando, come beato, in Dio (e così puoi sapere quanto io mi rallegri della tua sorte). —
La destinazione accennata da Dante è sottile, ma non “inafferrabile”, come qualcuno ha detto: “diversi sono i punti di
partenza dei due concetti (il primo parte dall’alta letizia, il secondo dall’essergli essa più grata); diversi… i loro fulcri
(il primo si aggira intorno alla qualità, il secondo intorno al mezzo della veduta di Carlo); diverso, infine, lo scopo
sottinteso cui… tendono (l’uno vuol giustificare perché il poeta si ritenga dispensato dall’esprimere all’ amico la gioia di
quell’incontro, l’altro dall’esprimergli la gioia di vederlo beato: egli sa che Carlo vede in Dio entrambi i suoi
sentimenti)” (A. Pezard, op. cit., p. 17). 91 mi fa chiaro: chiarissimi. 92. parlando: con le tue parole. 93. com’esser…
amaro: come da un dolce seme possa generarsi un frutto amaro; come cioè su un ceppo buono possano allignare
discendenti degeneri. La formula metaforica, in cui il dubbio si esprime, richiama per contrasto quelle evangeliche
sull’albero buono che dà sempre buoni frutti (Matth., 7, 17-8; Luc., 6, 43; Iac., 3, II). Ed è chiaro poi che il dubbio verte
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intorno alle parole usate da Carlo, a proposito di Roberto: La sua natura, che di larga parca discese. 94-96. S’io posso…
dosso: se mi sarà concesso di illustrarti una fondamentale verità, tu vedrai chiara la spiegazione del fatto che ti fa
dubitare, come se tu l’avessi davanti agli occhi (al viso), mentre ora non la vedi perché le volgi le spalle (‘l dosso). Cfr. il
v. 136. (1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (pp. 883-884). Editore –Milano-Napoli
1954.)
e così: come con le parole tue mi hai fatto lieto, ora ti piaccia di chiarirmi il dubbio in cui le tue stesse parole mi
han tratto: come, cioè, possa di buon padre (dolce seme) venir cattivo (amaro) figliuolo. un vero: una verità Intendi: se
mi riesce di mostrarti una verità, a ciò che tu ora ignori, volti le spalle (tieni ‘l dosso), portai liberamente indirizzare i
tuoi occhi (terra ‘ il viso) per modo che ti sarà palese in ogni sua parte. (2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 827);
ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)
È capito che, verosimilmente, se è stato letto con gli occhi di Golokhvastov, questo
frammento dantesco rappresenta la preghiera del sacerdote, la sua domanda e il desiderio
esplicito nella relazione ai bambini. Se sono state lette tutte le strofe, ma non l’ultima, invece,
dalla fine all’ inizio se è stata composta la previsione di tutta la sua condotta i 15 anni dopo e la
regola delle relazioni: Io vedo come si veda te per(ché) io caro ho questo (può essere tesoro, la
facoltà carissima) anche; più è me (più è per me) grata (prigioniera, della prigione); Dio, in
riguardo, discernilo (questo pericolo in me) perché chiaro fa/ccia/ me (mi fa/) così, lieto mi hai fatto
(mi hai fatto lieto e io no potrò capire che farò), mosso, (terra) mi hai a dubitare (in sé), parlando,
che poi (dopo) amaro (l’ uccisione violenta prima di diventare l’ androgino per provocare l’
apocalisse) di seme dolce (l’ infanzia e l’ adolescenza felici dei gemelli) può essere come se posso io
qui egli non trova nulla per la composizione del suo soggetto simbolico secondo la moda dei
poeti simbolisti della prima metà del XX secolo. È giusto perché la “Divina commedia” non
era composta, nel 1321, agli sperimenti dei simbolisti russi del XX secolo. Ma si può
indovinare che il soggetto implicito della “Rovina di Atlantide” fu composto seguendo
moltissimi esempi simili ai suddetti simboli artistici mediante l’informazione menzionata nella
spiegazione dell’ autore e mediante la seconda memoria implicita della “Divina commedia” di
Dante Alighieri, il poetato (119) della guerra civile di “Satiricon” di Petroneo, la
“Consolazione della filosofia” e molti altri capolavori in francese e in inglese. Si può supporre
che la composizione dei pronomi danteschi Questo io a lui; e elli a me: letti invece dalla fine all’
inizio era interpretata /può essere come se potessi io/ nel relazionarmi a lui (all’ androgino, o all’
apocalisse) corrispondere alla relazione che ha con me (a questa mia condotta): (?)“Se io scegliessi di
rimanere mortale secondo la legge naturale di Dio i gemelli, passando molte sofferenze come
Dante, salverebbero l’ Atlantide”(?) secondo l’ altra parte del destino doppio. Ma l’ uomo,
secondo Boezio, può cambiare ma non cambia nulla a causa della sua ignoranza e la speranza
di una fine felice. La verità è negata ai protagonisti della “Rovina di Atlantide” come a tutti gli
uomini secondo la strofa dantesca Mostrarti un vero, a quel che tu dimandi letta invece dai
simbolisti russi: Domandi tu perché, a quel (Perché bisogna mostrare la verità di quella fine
tragica?) un vero, mostrarti (mostrare il tuo scopo orribile per rovinare l’ isola del sacrilegio
totale?).
L’ ultima strofa che non è stata messa su questo esperimento simbolico di Golokhvastov
può essere stata interpretata come terra’ il dosso ai infelici bambini durante il processo
tormentato della loro eutanasia come tieni a tutti i due prima di quello il viso. Per le regole dell’
indovinare implicito questa interpretazione filosofica potesse essere il mistero della caduta di
quelle due stelle sopra il tetto del palazzo regio durante la nascita dei gemelli.

Я понял символ ночного виденья
Двух звёзд падучих над кровлей дворца;
Cкатились звёзды, как два близнеца,
Из сфер блаженства в изгнанье паденья,
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Потухли вместе, сгорев без следа,
Но жизнью новой зажглись для вхожденья
На праздник Жизни и Смерти – сюда.
Две смерти в небе, а здесь два рожденья, –
Двойная завязь начал и концов
В явленьи миру детей-бизнецов:
Их путь начертан рукой Провиденья.

Ho compreso il simbolo della visione notturna di due stelle cadute sopra il tetto del palazzo:
(p. 51) ruotavano le stelle, come due gemelli dalle sfere della beatitudine all’ esulare della
caduta, si sono spenti insieme, bruciandosi senza traccia, ma con la vita nuova si sono accesi
per entrare nella festa della Vita e della Morte. Ci sono due morti nel cielo, e per due nascite,
— è il doppio legame degli inizi e delle fini alla comparsa, nel mondo, di due bambini gemelli:
il loro cammino è disegnato con la mano della previsione…
Ancora una volta è stata ripresa l’ allusione a che l’ uomo percepisce solo il desiderato
ed inventa moltissime spiegazioni per capire l’ incomprensibile.

VIII Canto

Natura generata il suo cammino 133
simil farebbe sempre a’ generanti,
se non vincesse il proveder divino.
Or quel che t’era dietro t’è davanti: 136
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t’ ammanti.
Sempre natura se fortuna trova 139
Discorde a sé, com’ ogni altra semente
Fuor di sua region, fa mala prova.

133-5. Natura… divino: la natura dei figli ricalcherebbe sempre quella dei padri, se non intervenisse, a vincere
questa tendenza all’ uniformità, la provvidenza di Dio, per mezzo degli influssi celesti. Infatti, “in rebus naturalibus
forma generati est similitudo quaedam formae generantis” (Summa teol., II,II, q. CLXXI, art. 6). 136. Or quel…
davanti: cfr. il v.96. 137. che di te mi giova: quanto piace io provi nell’intrattenermi con te e rispondere alle tue
domande. Ritorna, in un fuggevole accenno, il motivo del legame d’affetto tra il personaggio e il poeta. 138. un
corollario… t’ammanti: aggiungerò un corollario (cfr. Purg., XXVIII, 136), quasi “una giunta ornata, come è uno
mantello sopra li altri drappi, che rende altri più orrevole” (Ottimo). 139-41. Sempre.. prova: se la natura, cioè la
disposizione naturale del singolo, trova discordante a sé la fortuna, le condizioni esterne in cui è collocata dalla sorte, fa
mala prova, come ogni seme che venga gettato in un terreno disadatto al suo sviluppo. In altre parole: se si pretende di
distogliere a forza l’individuo dalla sua vocazione, il risultato sarà cattivo per lui e per la società. — Per l’immagine del
seme, cfr.. Convivio, III, III, 4: “Le piante… hanno amore a certo luogo più manifestamente, secondo che la
complessione richiede; e però vedemmo certe piante lungo l’acque quasi contentarsi, e certe sopra li gioghi de le
montagne, e certe ne le piange e dappiè’ monti; le quali se si trasmutano, o muoiono del tutto vivono quasi triste” (da
Boezio, De cons. phil., III, pr. II). (1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (pp.
886-887). Editore –Milano-Napoli 1954.)
Natura generata: la natura de’ figliuoli. — Or: ora sai ciò che poc’ anzi ignoravi. — t’ammanti: ti accresca
sapienza. — Sempre: come il seme, che deposto in terreno ingrato (fuor di sua region) dà frutti cattivi, così la natura, se
fortuna non la seconda. (2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 829); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze
1922,1988 )
“Natura generata: la natura de’ figlioli” dovrebbe condurli secondo l’ itinerario dei
figlioli regi se non fossero l’ essere unico e inseparabile, se nascessero in due altre famiglie e a
quindici anni si incontrassero la natura avrebbe il suo cammino. Ma il preveder divino diceva
all’ altro. “Or: ora sai ciò che poc’ anzi ignoravi.” Adesso il sacerdote supremo di Ra sa che
due stelle cadute sono morte ma egli comincia a capire ciò che poco tempo fa ignorava. “di te
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mi giova: ti accresca sapienza”, sacerdote di Ra, è il doppio legame degli inizi e delle fini e
non invece, come mostra il testo di Golokhvastov, non c’ è legame delle fini e degli inizi, ma
solo c’è degli inizi e delle fini. “Sempre: come il seme, che deposto in terreno ingrato (fuor di
sua region) dà frutti cattivi, così la natura, se fortuna non la seconda.” Sempre il seme che cade
nel campo di altri per la natura, non ha continuità. Se queste due parti dell’unica anima
cadessero in due altre famiglie riuscirebbero ad unirsi secondo la legge della natura. Ma Dio li
ha inviati non per l’ amore del cammino desiderabile. Dio li ha separati e pose nell’ unica
famiglia che non si siano mai uniti in questi corpi e in questa vita e che l’ Atlantide, secondo
Gheorghi Golokhvastov, cessasse la sua esistenza. (L’ ultima quartina del VI cap.) E con la
volontà del cielo, ai miei occhi oggi è fatto vedere il Bambino, sì lo riconosco alla fine degli
anni, nel figlio umano, il Re dei Re e la mattina dell’ immortalità. L’ autore mostra in
particolare che l’ uomo amato dovrà sottoporre il suo amore al segno del destino perché ama e
vuole la felicità dei suoi amati, che l’ incoscienza nascosta dirige tutta l’ umanità
indifferentemente ma l’ umanità crede al destino felice.
P. 54: segno di Gorus (sole). Qui il sacerdote prevede ciò che dovrà succedere. Ma la
previsione e la salvazione, sotto il segno di Gorus, non cambiano nulla. La metà della p. 52:
Non posso dimenticare come, in quella notte era abbracciata, con la speranza e con la fede, l’
anima! Al Tempio della Cognizione fra le pareti dello Ziggurat dalla camera dei bambini
andavo io, non avendo fretta. È portavo, nel cuore, lo splendore glorioso dell’ indovinare
brillante. …Come la sopraguardia notturna, il lanciatore è fisso e tiene, con la mano di ferro,
l’ arma all’ interno della torre grandiosa; dove regnava la grande tranquillità immobile nelle
catene dei centinai. Golokhvastov descrive lo stato del sacerdote mediante la memoria dell’
intelletto che così, verosimilmente, sintetizzò l’ eredità storica forse dei monaci maggiori del
Medioevo temprano.
Tremava il fuoco dei purgatori delle lampade, baciando il marmo col paraggio d’ oro;
Penetrato con la luce il fumo inanimato soffiava; nei pretori freddi si concentrava l’ oscurità.
Si fumava l’ anice, le ombre si approfondivano nelle colonne e negli archi. Come il vaso sopra
essi è stata pesata la cupola di lapislazzuli; il cui soffitto, come il cielo notturno, ha colmato il
mosaico degli astri celesti conosciuti.
Attraverso la cornice l’ anello zodiacale, come la cintura chiara, splendeva nell’ oscurità,
come se vivesse nelle nuvole vive del fumo trasferente, ove vedo le cariatide, biancheggiavano
sulle pareti bianche; le (cariatide) sottoposte portavano la cupola nelle mani. E tutto, in cui c’è
il genio e lo spirito di Atlantide, con quello che le anime umane suonano nella vita, in quella
sale rotonda era stato conservato lo Ziggurat.
Lì negli angoli bui, come nei buchi profondi, era chiuso con l’ eredità dei centinai lontani (p.
53) il tesoro delle cognizioni aumentate: c’ erano il fuoco e la saggezza delle profezie
supreme, i frutti delle previsioni degli intelletti solitari e il dono delle umane glorie ispirate; le
parole dei poeti, come le fusioni preziose, l’ osare dei pensieri non saputi nessun ostacolo
sono, mediante le aspirazioni alla luce, i tentativi ciechi e la luce dei ritrovamenti durante il
vago all’ avventura. Comparivano allo sguardo, sotto la luce delle lampade, le tavolette
coperte con le schiere dei segni, le scritte con l’ incisione dura delle parole, il pergamenato
delle canti, i ruoli immortali nelle polveri e nelle ceneri terrene, le sopravvivenze dei
testamenti che cessarono di suonare nel corrente dei secoli.

Mi piaceva, nella sale muta e vuota, cancellando, con la volontà, i confini dei tempi, leggere
del passato nelle leggende antiche oppure guardando a prolungo sul papiro di comporre i
disegni dei destini lontani.
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Il sacerdote di Ra è stato rappresentato nell’ immagine generativa dei saggi medioevali
che desideravano a vedere il futuro e che credevano nelle loro predizioni sbagliando sempre.

VIII Canto

Sì venne deducendo infino a quici; 121
poscia conchiuse: “Dunque essere diverse
convien di vostri effetti le radici:
per ch’ un nasce Salone e altro Serse, 124
altro Melchisedech e altro quello
che, volando per l’aere, il figlio perse.

121. deducendo: svolgendo le sue deduzioni; a quinci: a questo punto (cfr. Purg., VII, 66). 122-3. Dunque…
radici: se alla vita della società occorre che gli uomini esplichino diverse funzioni, debbono necessariamente essere
diverse le attitudini (le radici) nei singoli uomini, onde renderli atti ciascuno all’esercizio delle sue specifiche operazioni
(gli effetti). Tali attitudini sono inizialmente regolate dagli influssi celesti. 124-26. un nasce… perse: v’è chi nasce con la
vocazione del legislatore e del politico, come Solone; e chi disposto alla guerra, come Serse; chi per essere sacerdote,
come Melchisedech (cf. Gen., 14, 18 sgg.), e chi invece artefice ingegnoso e inventore, come Dedalo (cfr. Inf.,
XVII,109-11). ). (1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (pp. 885-886). Editore
–Milano-Napoli 1954.)
esser diverse: se al vostro viver civile si convengono diversi offici, è altresì necessario che diversi e vari siano i
principi donde l’uomo attinge le sue attitudini: così avviene che altro nasca disposto allo studio delle leggi, altri alle
armi e alle grandi imprese, altri si senta portato alle cose di chiesa; altri o alle industrie. Così il mondo potè avere un
Solone (convivio, II, 11) legislatore di Atene (638-558 A. C.); un Serse, re guerriero di Persia (Purg., XXVIII, 71, De
Mon., II, 9); un Melchesedech re e sacerdote di Gerusalemme (Gen, XIV, 18) e un uomo ingegnoso quale fu Dedalo,
padre di Icaro (Inf., XVII, 109). (2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 829); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni,
Firenze 1922,1988)
L’analisi filosofica, come molte immagini della “Rovina di Atlantide” che riflettono le
immagini di alcuni frammenti della “Divina commedia”, conduce alla deduzione che la loro
comprensione contraddetta divenga una delle essenziali regoli dell’ ermeneutica che ci aiuta
capire perché Golokhvastov scelga questo itinerario e non un altro. Benché possano comparire
le obiezioni che tutti gli esempi menzionati non sono che le contingenze nate sotto le
percezioni simili della memoria dell’ eredità intellettuale di tutta l’ umanità. Ma
verosimilmente che questa deduzione sia stata prevista dall’ autore della “Rovina di Atlantide”
per suscitare il futuro interesse al suo poema; “quini o quinci: da questa legge può seguire che
un fratello, come fu di Esaù e di Giacobbe (Iacob) non somigli nell’ indole sua all’ altro,
sebbene siano nati gemelli.” (Cfr. Cen., XXV, 21). Al contrario di queste due immagini i
gemelli regi della “Rovina di Atlantide” sono rappresentati come il fratello e la sorella all’
interno di sé simili, e diversi come l’ uomo e la donna. Gli effetti delle loro radici innamorati l’
una dell’ altra si differenziano come la maschile e la femminile e non come i diversi caratteri di
Esaù e di Giacobbe ma il principe e la principessa sono a metta strada fra la santità e il peccato
contro natura nel loro santo amore irraggiungibile. Il soggetto della “Rovina di Atlantide” è
stato contrapposto a uno e mezzo dei versi danteschi: e altro quello che, volando per l’aere, il figlio
perse. Il padre sarà battuto sotto la lava vulcanica e si perderà sul fondo del mare e, i figli si
trasformeranno nell’ unico figlio che volerà per l’ aere nell’ immagine dell’ Androgino. Può
essere la comparsa di Salone prima di tutto concentrò Golokhvastov in questo frammento. E
verosimilmente dopo questo interesse, che non generò l’ effetto aspettato, provocò il giovane
Golokhvastov all’ esperimento supposto che divenne una delle basi della composizione della
“Rovina di Atlantide” nel gioco dell’ immaginazione dell’ autore.
E quella notte, come nell’ attimo del risveglio, ero colmato con lo spirito e con il dono della
nuova visione, ho cominciato a leggere l’ oroscopo dei gemelli. Si alzava il sole della doppia
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vocazione e intorno tutto era pieno della gioia al chiaro mattino dei sentieri dei bambini.
La basculla ondulava. Alla fine del bilancio il vaso fu inclinato di due vite alla fortuna, al bene
profeto si componevano i cifri, la stazionarietà degli astri prometteva la felicità.
Su si incontrarono le desideranti stelle, gli indici della felicità si univano giù: in modo
impeccabile maturavano due infanzie, come quando le grappe decoravano il sarmento ancora
preparano il suo succo all’ affilatoio… Ma l’ ombra del cammino oscurò i gemelli.
Il sacerdote non deve capire che questa ombra sarà egli stesso.

IX Canto

Per letiziar là su fulgor s’ acquista, 70
sì come riso qui; ma giù s’ abbuia
l’ ombra di fuor, come la mente è trista.
io vede tutto, e tuo veder s’ inluia”, 73
diss’ io, “beato spirto, sì che nulla
voglia di sé a te puot’ esser fuia.
Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla 76
sempre col canto di quei fuochi pii
che di sei ali fatt’ han la coculla,
perché non satisface a’ miei disii? 79
già non attendere’ io tua dimanda,
s’ io m’ intuissi, come tu t’ inmii.”

Per letiziar: ordina e intendi: come in terra per mostrar gioia gli uomini sorridono, così nel cielo le anime
risplendono; giù nell’inferno invece le ombre tanto più appaion fosche, quanto più internam. Son triste. — s’inluia: si
trasfonde in lui, cioè in Dio, si che “nessuna volontà può esser fuia, o ladra (Inf., XII, 90; Purg., XXXIII, 44) di sé
medesima a te “Casini”. — fuochi pii: i serafini che si cingono di sei ali. Cfr. Esech., I,11. — cocolla: “idest habitum”
(Benvenuto), cocolla (Par., XII, 77). — m’intuassi: mi trasfondessi in te, conoscendo così il tuo intimo pensiero, come tu
ti trasfondi in me e conosci il mio. (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 837); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni,
Firenze 1922,1988)
Il sacerdote prova gioia pensando di avvicinarsi a Dio, ed al migliore futuro dei gemelli.
Per letiziar: ordina e intendi: come in terra per mostrar gioia gli uomini sorridono,” perché il
sacerdote ignorante prima era felice, “così nel cielo le anime risplendono;” questo segno è
stato evidenziato, nella “Rovina di Atlantide”, al contrario del pensiero dantesco, solo all’
inizio, all’ infanzia del principe e della principessa su si incontrano le desideranti stelle, “giù
nell’ inferno invece le ombre tanto più appaion fosche, quanto più internam. son triste”. Gli
indici della felicità dei gemelli si univano giù. Questo significava che la loro felicità naturale
sarà contro natura, contro Dio e condurrà alla tristezza fosca dell’ inferno. Ma giù s’ abbuia la
loro ombra al di fuori di tutti corpi. Al contrario della gioia ignorante la mente è triste perché
indovina e capisce, dall’ incoscienza, la fatalità di ambedue che si concepisce confusamente. Il
sacerdote vede tutto e tuo veder “s’ inluia: si trasfonde in lui,” dovrà trasformarsi nell’
immortalità, mediante l’ Androgino, “nella sua cioè Dio, sì che “nessuna volontà può esser
fuia, o ladra (Inf., XII, 77) di sé medesima a te” CASINI.
L’ interpretazione di questo pensiero del critico G. L. Passerini dal 1922 è stata espressa
con due affermazioni implicite: 1) Il sacerdote con l’ anima dell’ autore rivelerà che egli, fra
quindici anni, diverrà immortale come Dio e al contrario di Dio. 2) Nessuna volontà ruberà
questo pensiero di Dante, allo stesso tempo Golochvastov, che nella vita precedente prima di
questa reincarnazione fu l’ultimo sacerdote supremo di Ra, rischiò di rubarlo, invertendolo
così, prima che qualcuno lo vedesse, nessuno fra i lirici e i realisti anche fra i loro critici della
letteratura russa, i quali da tutto il XX secolo ebbero, hanno ed avranno paura sempre di tutti i
talenti naturali.
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Quando sono nati i gemelli beato è lo spirito del sacerdote di Ra perché non vuole
ancora nulla perché non vuole di sé ad essere ladro, e non diventare “immortale come Dio”, a
non uccidere i gemelli, l’ Atlantide e sé medesimo. Il cielo trastulla sempre col canto di quei fuochi
pii affinché le stelle mostrino la verità a lui che è vestito nella cocolla, che uccide in sé tutti
sentimenti corporei e la giovinezza, che è entrato sulla quadriga nel portone di Atslano come il
vincitore di tutto l’ umano, che rappresenta il simbolo del dio Ra che si cinge di sei ali, che
domanderà a Dio all’ ora dell’ apocalisse: «…perché non satisface a’ miei disii (desi, desideri)? di
me, dell’ uccisore di tutta l’isola, del mentitore di se stesso quando, in uno solo essere cieco e
indifferente e perciò verosimilmente infernale, ognuno dei gemelli uccisi dovesse dire: “m’
intuassi: mi trasfondesi in te, conoscendo così il tuo intimo pensiero, come tu ti trasfondi in me e
conosci il mio”.
E dopo, il termine di quindici anni, la combinazione dei pianeti si fece minacciosa, (p. 54) il
significato dei segni era più oscuro, ed ho visto, nel cielo, lo splendore del balenare: nella
tormenta rafforzata la sorte di due bambini era forgiata! Il destino conduceva, all’ unico
punto, gli itinerari dei nuovi abitanti terreni; Vicino alla bordino dell’ abisso, si svolgevano
minacciante, essi si traversavano; sopra il nodo fatale piangeva la Vergine Celeste; e fino alla
morte combattevano, nel fuoco di tormenta, il Minotauro e il Leone nascono al rincontro.
Dopo, interrompendo, la coda dell’ itinerario dei due in cammino si perdeva. Ed io, l’
astrologo non potei indovinare il significato delle costellazioni, — così tutto era vago fra i
concetti del bene e delle predestinazioni del male: fiorivano, sul terno, le rose sanguinose e la
mola grossa parcellizzava le ossa umani; si univano insieme, sotto il segno della minaccia, le
ghirlande delle sofferenze e le metamorfosi del nimbo futuro; ed intorno ad esse, splendendo,
cadeva la pioggia sulfurea soffocante, bruciava la lava, bollivano i mari, tremava il sottosuolo
aprendo le caverne.
Qualche altro dei suoi antenati non dimentichi mai questo segno celeste che le
costellazioni dei destini dei gemelli e di nessun altro saranno rapportati al segno della minaccia
tramite la pioggia sulfurea soffocante, in cui brucerà la lava e bolliranno i mari. Tutto questo
avverrà tre quinquenni dopo. Egli doveva avere l’esperienza che tali previsioni arrivassero
implicitamente molto tempo prima. Così è offerta la possibilità per evitare gli eventi futuri.

VIII Canto

E se ’l mondo là giù ponesse mente 142
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.
Ma voi torcete a la religione 145
Tal che fia nato a cingersi la spada,
e fate re di tal ch’ è da sermone:
onde la traccia vostra è fuor di strada. 148

142-143. ponesse… pone: tenesse conto del fondamento, dell’inclinazione che la natura impone a ciascun uomo.
144. buona: valente; ciascun uomo. 144. buona: valente; ciascuno rispetto al compito che da natura gli è assegnato.
145-7. torcete… sermone: piegate, costringete a diventar monaco o prete chi è nato con la disposizione alla milizia, e
mettere su un trono quello che, “secondo la sua inclinazione naturale, sarebbe da essere religioso per sermocinare e
predicare” (Buti). — Già i commentatori antichi vedevano in queste parole una possibile allusione ai due fratelli minori
di Carlo Martello: Luigi, che divenne frate minore e quindi vescovo di Tolosa, e Roberto, fatto re di Napoli nel 1309 e
celebrato dai contemporanei, tra cui il Boccaccia e il Petrarca, per la sua grande dottrina, soprattutto teologica. Ma se
la qualifica di re da sermone può bene adattarsi, nel sentimento di Dante, quel Roberto che egli disprezzava come cattivo
politico (cfr. vv. 76-84) e come accatino avversario dell’impero, e di cui ci son pervenuti trattati di materia teologica e
poco meno di trecento predice (cfr. “Giorn. Stor. D. lett. Ital.”, LVIII, pp. 418-20; R. Caggesse, op. cit.., II, 1930, pp.
363 sgg.); resta assai improbabile l’allusione a Luigi, che pare si facesse religioso per sincera vocazione, e, poco dopo
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la morte, nel 1317, fu canonizzato. 147. da sermone: anche Pietro de’ Faitinelli, parlando del “pigro” re Roberto: “or
sermoneggi, e dica prima e tersa” (son. Non sper ‘l pigro re, v. 14). 148. la traccia… strada: il vostro cammino procede
fuori della retta via; “extra viam naturae”, come spiega Benvenuto. (1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino
Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 887). Editore –Milano-Napoli 1954.)
al fondamento: alle naturali inclinazioni che ciascun uomo reca seco fin dalla nascita. avrìa: avrebbe cittadini
buoni e utili al civile consorzio. Torcete: piegate, volgete al sacerdozio (a la religione) chi era nato per trattare le armi; e
fate re chi sarebbe invece stato bene sul pulpito a predicare. — Qui si allude a Roberto, uno dei figliuoli di Carlo II d’
Angiò, al quale succedette nel regno il 1309 e morì l’anno 1343. Il Villani, XII, 10, fra molte altre lodi che ne fa, lo dice
“grandissimo maestro in teologia e sommo filosofo”; ma par che queste vitrù che allo storico de’ Neri piacquero non
trovasser grazia appresso il Poeta di parte bianca. la traccia: il cammino vostro è fuora della via diritta. (2) (“La Divina
Commedia” p. 3; ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni (p. 831); Firenze 1922,1988)
Se il mondo degli Atlanti ponesse mente al fondamento della castità sessuale e morale
che natura pone, seguendo il testamento degli antenati saggi, sarebbe meglio che la gente e la
natura divina non inviasse a tale orribile destino i gemelli e, mediante le metamorfosi, non gli
collegasse ai peccati dell’ isola verde. Tale che sia il carattere dell’ ultimo sacerdote di Ra per
cingere la spada sul posto del capo delle galere e di tutto l’ esercito. Quello sarà in peggio di
Roberto avaro, uno dei figli di Carlo II d’ Angiò. Se il servitore di Ra fosse il sacerdote del re!
perché egli, che adesso è diventato incapace di una comprensione corretta della previdenza,
non coltiverebbe il sacrilegio e non permetterebbe di conquistare, con gli ubriachi nudi, il
Tempio della Cognizione. Questa conquista in una delle sere della memoria dei morti, in
futuro, sarà la dimostrazione del termine avvenuto. Tutto il diciannovesimo capitolo sarà
dedicato alla descrizione delle sofferenze del sacerdote di Ra che vedrà come quel condottiero,
che nel XVIII capitolo sarà l’ iniziatore dell’ orgia fra le donne e il peticantropo nel ruolo dell’
uomo-animale, dell’ orgia fra il centauro selvaggio e la donna nel ruolo della vittima dell’ orgia
di tutti gli uomini nel vapore del sangue, il capo dell’esercito condurrà per spogliarsi nel
Tempio delle Cognizioni, rompendo duramente i costumi della proibizione dai misteri
primordiali che erano sacrali prima, i frammenti delle conoscenze stanno nel potere dei
profani solo dei vantaggi inferiori, degli inganni corrotti che perseguitano lo scopo dell’ uopo
falso. Che re permetterebbe che il sacrilegio fosse dominato nel suo regno il più potente e più
ricco di tutto il mondo? Questo re non doveva essere anche tal ch’ è da sermone. Se la generosità
del re Carlo II Angiò evidenzia il suo tratto positivo, invece, la generosità infinita dell’ultimo
re di Atlantide sarà da considerarsi come il tatto, al massimo, negativo. Nessuno fosse
nell’esercito di questo re che sostituisse il traditore invertito? Al contrario della composizione
dantesca solo il figlio regio, a quindici anni, saprà sostituirlo e condannarlo combattendo in
mare. Allo stesso tempo questo re è degno di regnare se generò tale figlio eroe. Ma perché
nacque il figlio eroe? Per condannare i tutti permessi sopradescritti onde la traccia vostra è fuor di
strada con il suo amore fatale tramite l’ incoscienza, in cui “il suo cammino è al di fuori della
diritta via” che cosa fu mostrato, quindici anni fa, al sacerdote indegno quando sopra il nodo
fatale piangeva la Vergine Celeste.
Ma era il chiaro esodo finale, attraverso il foco e l’ inondazione, alle anime chiarite…
I tutto s’ è diffuso. Negli occhi stanchi s’ è spenta la gerba (l’ angolo) dei raggi mattini e nella
cenere grigia delle speranze arse s’ è oscurato l’ oroscopo fatale dei bambini.
L’ ultimo sacerdote indegno di Ra non potette vedere l’ entità della predestinazione di
quei tre quinquenni che gli danno la possibilità di evitare il fatale futuro e cambiarlo. Ma egli
non è Atlasso che verosimilmente non capì l’ orribile predestinazione del segreto ed aspettava
la comparsa del desiderio dell’ immortalità che condurrà l’ultimo sacerdote del suo popolo all’
apocalisse. L’ indegno sacerdote di Ra dopo nacque solo per provocare l’ apocalisse celato il
suo nome. La stessa tradizione poteva avere la sorgente nel mezzo del quinto capitolo del libro
di Cassirer (“Linguaggio e mito” Al problema dei titoli degli dei di Cassirer, Leipzig. Berlin, 1927, 38)
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Quindici anni prima il sacerdote prevede la conseguenza del proprio atto ma percepisce
l’ apocalisse, in particolare, così come l’ atto di un altro volto sconosciuto. Atlasso non
desiderò di essere immortale. Egli indovinò verosimilmente che significato porta in sé l’
apertura di questo mistero. Affinché egli non rompesse l’ ultimo gradino alla scopertura
pericolosa e portasse il suo mistero al tempio dei morti sul suo scheletro?

VIII Canto

e ciò esser non può, se li ’ntelletti 109
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il Primo, che non li ha perfetti.
Vuo’ tu che questo ver più ti s’ imbianchi?” 112
E io: “Non già; ché impossibil veggio
Che la natura, in quel ch’ è uopo, stanchi”.
Ond’ elli ancora: “Or dì: sarebbe il peggio 115
Per l’ uomo in terra, se non fosse cive?
“Sì”, ripos’ io; “e qui ragion non scheggio.”
“E può elli esser, se giù non si vive 118
diversamente per diversi offici?
Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive”.

106-11. Se ciò non… perfetti: se gli influissi celesti preordinati da Dio, i cieli che tu percorri produrrebbono
effetti tali, che non sarebbero cose fatte con ordine e con ragione come fanno quelle dell’arte, ma ruine: imperò che
anrebbono le cose senza ordine e con temerità” (Buti); la qual cosa è impossibile, se le intelligenze morteci di queste
stelle non sono difettose, e difettoso anche il Primo Motore, che in tal caso le avrebbe create imperfette (insufficienti al
loro compito): supposizione assurda. 112. s’imbianchi: sia illuminato, chiarito. — Le battute di dialogo e le relative
didascalie servono a separare la prima premessa del ragionamento (gli influssi celesti sono sempre ordinati ad un fine
provvidenziale) dalla seconda (all’ordine differenziato della società umana si richiede una regolata distribuzione delle
attitudini diverse nei singoli individui), e quest’ ultima dalla conclusione del discorso (vv. 122-35), che costituisce la
vera e propria risposta di Dante. 113. Non già: non certo. 113-4. impossibil… stanchi: so bene che la natura non può
trovarsi in difetto rispetto al fine che le è ordinato. È concetto e formula di Aristotele (De anima, III, 9, 6: “natura nihil
facit frustra neque deficit in necessariis”), spesso ripetuta nei testi scolastici, e anche da Dante: cfr. Conv., Iv, XXIV, 10;
Mon., I, X, I; II, VI, 2; e soprattutto “Questio de aqua et terra”, 44: “sciendum est quod Natura universalis non
frustratur suo fine; unde, licet natura particularis aliquando propter inobedientiam materie ab intento finefrustretur,
Natura tamen universalis nullo modo potest a sua intenzione deficere”. Il termine “natura” è usato qui, spiega il Buti,
come comprensivo così della natura “naturante, che è Iddio”, come della “natura naturata”, e cioè del complesso delle
creature. 115-6. sarebbe… cive?: sarebbe un male per l’uomo sulla terra se non facesse parte di un ordine civile, di un
organismo sociale? — Il latinismo cive sta qui per: naturalmente disposto a vivere in una società civilmente organizzata.
177. ragion non scheggio: non ho bisogno che ciò mi venga dimostrato. Anche questo era un concetto aristotelico dei più
riprese: cfr. Conv., IV, Iv, I; XXVII, 3; Mon., II, VII, 3, ecc. 1189. può elli… scrive: può l’uomo essere cittadino, può cioè
esistere un’organizzazione civile, se i suoi membri non siano ordinati a vivere esercitando diverse funzioni? — Il
principio che ad un ordinato vivere civile si richieda la differenziane delle idoli e degli uffici è largamente svolto da
Aristotele nella Politica, 1, 2, e nel “De anima”, III, 9, 6, e ripreso da Dante in Conv., IV, IV, 1-2. (1) (“La Divina
Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 885). Editore –Milano-Napoli 1954.)
li ‘ntelletti: le intelligenze che muovono le sfere. Cfr. Par., II, 127. manco: manchevole ; se non è imperfetto,
Iddio, primo motore (il Primo), che li ha creati perfetti. Stanchi: “venga meno alle cose necessarie” (Buti). — cive:
socievole. — E può: e vi potrebb’ esser civil consorzio senza varietà di arti e di offici? — maestro: Aristotele. (2)
(“La Divina Commedia” p. 3 (p.831); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)
Il sacerdote pensa se fosse predestinata la fine fatale ai gemelli con i fuochi celesti “li
’ntelletti: le intelligenze che muovono le sfere” se essi minacciassero davvero con tale chiaro
esodo finale, attraverso il foco e l’ inondazione, alle anime chiarite, alla sua coscienza umana
sarebbe “manco: manchevole”, cioè imperfetto, “il Primo motore che li ha creati perfetti”.
Perciò egli permette a se stesso di credere al migliore. Verosimilmente, la composizione di
Golokhvastov aspira a riflettere la composizione dantesca in cui la mano destra diventa sinistra,
ed invece, egli stesso o Dio domanda all’ ultimo sacerdote di Ra: Vuo’ tu che questo ver più ti s’
imbianchi?” La sua incoscienza umana risponde: “Non già; ché impossibil veggio Che la natura, in
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quel ch’ è uopo, stanchi”. Non già. Sono stanco morto, vedo che sarà sempre impossibile di
vederlo affinché il mio uopo non stanchi la natura. Ma la natura e l’ uopo di lui non
corrisponderanno alla volontà del destino perché la terra non stanchi più agli Atlanti peccati. E
Dio ridomanda la suo incoscienza: sarebbe il peggio per l’ uomo in terra, se non fosse cive? No! Egli
medesimo maledirà gli uomini per il loro sacrilegio nel Tempio delle Cognizioni. Ma sarebbe
meglio per l’ uomo in tutta la terra se gli atlanti fossero meno simili agli altri uomini “e qui
ragion non scheggio.” Egli è concorde con questa ragione. Egli è reale e nessun altro fra questi
peccatori sarà l’ uccisore di tutti ed è giusto che egli non voglia rimanere lo scheggio
immortale di Atlantide dopo l’ apocalisse. Il maestro sbaglia sostenendo che l’ ombra della
terra cade solo sotto la Venere. Essa cade in tutti i posti. Non sta nel centro dell’ universo,
come il sacerdote non sarà immortale come Dio. La terra è piccola o grande più o meno di tutti
gli altri pianeti. Come nel paragone a tutti gli altri atlanti poco si differenzia fra loro l’ultimo
sacerdote di Ra. A questa causa egli è nato come lo scheggio finale dell’ Atlantide per
compiere il suo ultimo atto. Ma prima riceve la previdenza di tutto il descritto per smentire l’
ultimo dubbio in merito a Dio. Ma la sua natura sotto il coperto sottile resterà, 15 anni dopo,
simile alla natura di tutti loro ed egli dimenticherà Dio per ottenere il suo desiderio doppio che
condurrà alla fatalità tutta la civilizzazione di atlanti.
Questa maniera originale di comporre il soggetto e di sviluppare gli eventi diventa la
causa principale dell’ assenza del desiderio di studiare la “Rovina di Atlantide” nell’ ambito
della filologia russa. Comporre le analisi banali dei lirici simili è da considerarsi più
vantaggioso. Rivalutare la storia della letteratura russa è molto scomodo. Nessuno si incontra
paragonabile di tanto originale. Molti esempi tratti dalla “Divina commedia” sono compilati
secondo l’ ordine contrario alla composizione dantesca, andando dalla fine all’ inizio.
Golokhvastov credeva che, nella vita trascorsa, la sua anima era questo sacerdote. Perciò
cercava le fonti mistiche per il soggetto del suo capolavoro, trovandoli nella “Divina
commedia”, il cui significato storico, è quello della sua “Rovina di Atlantide”. Tuttavia egli
non imitò Dante. I suoi contemporanei, poeti lirici primitivi, affinché non lo indovinassero
perché questa maniera simbolica, contrapposta alla “Divina commedia” si evidenzia essa stessa
implicitamente.
Noi abbiamo tre unità simboliche A, B, C di tre trocaici simbolici: 1)A(16-28)/VIII/ B
(103-108) /VIII/, C(97-102)/VIII/, 2)A(4-12)/IX B(133-141)/VIII/,C(121-127)/VIII/ e 3)
A(70-81)/IX/ B(142-148)/VIII/, C(109-120)/VIII/ che corrispondono alle sorgenti dantesche da
cui, secondo questo ordine artistico, Golokhvastov compone il soggetto della “Rovina di
Atlantide”, costruito in modo sottile (implicit) che si dedica verosimilmente ai suoi successori
letterari in futuro.
Il suo schema si evidenzia mediante A (16-28), ma dopo B (103-108) e C (97-102) solo
del VIII canto. Perché la prima A (16-28) non è dal IX canto e si spiega nel paragrafo seguente.
Dopo l’ ordine dello schema passa avanti al IX canto all’ inizio non alla fine A(4-12) per
obbligare a muoversi dalla fine all’ inizio nel VIII canto: B(133-141),C (121-127), dopo si
utilizzano due frammenti danteschi, da cui compone il soggetto della “Rovina di Atlantide”. L’
autore ritorna nuovamente già alla metà del IX canto del “Paradiso” A(70-81) da cui per la
terza volta Golokhvastov va in dietro al VIII canto, in cui lo stesso movimento passa dalla fine
all’ inizio, B(142-148), C(109-120). Questa alternanza simbolica degli inizi delle sue idee
corrisponde alla composizione classica dell’ esametro: /1) [—] dall’ inizio alla fine, [V V] dalla
fine all’ inizio/ (16-28) [ — ] (103-108), (97-102) [V V]; in cui è lo schema menzionato /1)
[—] è dall’ inizio alla fine ((A4-21) <A(della seguente sillaba lunga: 70-81), che si evidenzia
nel IX canto, in cui il movimento passa dall’ inizio alla fine, solo nel IX canto, che corrisponde
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alla relazione fra la prima sillaba lunga A(16-28) a 1) tutta la strofa, 2) al primo trocaico e 3)
alla legge fra le sillabe lunghe/ A (16-28)/VIII/ < A(4-12) < A(70-81) /. Invece il movimento
delle sillabe brevi va dalla fine all’ inizio tre volte/
B (103-108) /VIII/> C (97-102)/VIII/
B(133-141)/VIII/ > C (121-127)/VIII/
B(142-148)/VIII/> C(109-120)/VIII/
Secondo la stessa legge si compongono le relazioni fra le sillabe lunghe e brevi di due
trocaici seguenti
A(4-12) [—] >B(133-141)>C(121-127)[VV]
A(70-81) [—]>B(142-148)>C(109-120)[VV]
La metrica di tutta la “Rovina di Atlantide” è basata sull’ endecasillabo nelle strofe in cui
l’ ultimo accento cade sulla sillaba prima dell’ ultima sillaba dell’ ultima parola. La stessa
legge corrisponde dopo al decasillabo dove l’ ultimo accento cade sull’ ultima sillaba dell’
ultima parola. L’ alternanza delle sillabe lunghe e brevi corrisponde all’ esametro in cui la
seconda lettera breve è sempre accentata come ogni quarta sillaba di ogni strofa, e come ogni
settima. La successiva sillaba accentata è sempre la decima. La prima A(16-28) simbolizza la
prima sillaba e non appartiene in particolare al IX canto dantesco perché la prima sillaba di
ogni strofa della “Rovina di Atlantide” è lunga e non è mai accentata come le sillabe dell’
origine simbolica del movimento dalla fine all’inizio.

Il VIII capitolo p. 55:
«В скрижалях неба, — твердил я, — немыслим
Обман светил; и правдивы слова
Примет священных: как мысль Божества,
Мы их читаем, толкуем и числим.
И будет участь детей такова,
Какою я в гороскопе зловещем
Её прочёл, если я без борьбы,
Сочту законом угрозы судьбы.
Судьба могуча, когда мы трепещем
При первом знаке невзгод, как рабы;
Её итоги тогда непреложны,
Как мёртвый лист на текучей воде.
Но смелый спор и борьба с ней возможны:
Не сам ли каждый из нас, как кузнец,
Себе куёт или жребий ничтожный,
Иль в час удачи победы венец…»

“Nelle scritture del cielo, ripetevo io, la menzogna degli astri è impossibile; e le parole veridiche dei segni
sacrali: come il pensiero della Divinità, li leggiamo, interpretiamo e calcoliamo. E il futuro dei bambini
sarebbe analogo a quello che ho letto nell’oroscopo terribile se, senza lotto, io lo considerassi la legge del
destino. Il destino è potente, se noi tremiamo al primo segno della sventura, come degli schiavi. I suoi importi
sono allora fatali come mostra la foglia sull’acqua che scorre. Ma il discorso coraggioso con esso (col
destino) e il lotto sono possibili: non ognuno, se stesso, di noi si fucina come fabbro o la sorte miserabile o la
corona della vittoria nell’ora della fortuna…”
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Disegno di A. N. Avinov: Nascita dei gemelli
Tutte le alternanze delle sillabe lunghe e brevi corrispondono alle alternanze delle leggi
delle alternanze dei frammenti danteschi da cui erano presi le implicite immagini primordiali
del soggetto per aumentare il significato simbolico e verosimilmente “profetico” della “Rovina
di Atlantide” per attirare l’attenzione dei suoi futuri ricercatori. Tale significato dovevano
portare in sé i concetti della memoria della saggezza umana: “Ahat” e “Segno Gorus”.
Il IX capitolo: p. 59: I giardini celesti del Cerne ad Atslano secondo il libro“Le Livre
De l’ Atlantide” di Michel Mansi (Paris 1900) composta sulla base delle ricerche
archeologiche in Cusco di Perù e secondo le descrizioni di Alonzo Martino.
Il XV cap. p. 87: Dalla secolarizzazione fino al sacrilegio. Qua vediamo che fra gli atlanti
domina l’inizio demonico e la memoria della sensazione vince la memoria della sintesi
dell’eredità umana. La prima cancella ed inverte la memoria divina. Questa vittoria diviene la
causa principale della fine tragica nascosta nel mistero dell’Androgino. Fra le case che si
alzano vicino, dove l’una è più lussuosa e fastosa dell’ altra, si trova il grande palazzo con la
facciata maestosa dalle pietre nere, bianche e rosse. Ancora una volta riecheggiano “i tre
scaglioni di color diversi (v.77) sui quali posa la porta del Purgatorio” della “Divina
commedia” (La D. C. di D. Al., Sansoni Editore 1922, 1988, p. 463). Il palazzo dove si potevano purgare le
anime brilla con i fuochi lungo il canale dormito. Qui il capo dei reggimenti atlanti e delle
galere dà ad Atslano l’esempio aperto del Peccato di livello mai visto. Rumoreggia la folla
degli ospiti parlanti; Già è svanita la loro solennità nel cerchio selvaggio col vino ubriacato e
con le passioni. Qua regna il sonno degli uomini infelici e spaventosi come la notte, veri come
occhi di cigni. Insolente, il sonno fece la nostra festa risoluzione al nuovo combattimento
contro il valore del Creatore, e le forze del male, alla lotta contro Dio, essi all’ unanimità si
unirono nella fermezza del palazzo. L’autore mostra l’inizio della dimenticanza della memoria
della saggezza umana nel sonno dei peccati. I figli del vizio, gli esseri ciechi! Essi non credono
né nell’ora della pena, né nell’ immortalità; la loro onestà è sorda alle testimonianze della
verità; le confessioni dei cieli gli tacevano. All’ interno delle consolazioni del peccato i folli
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cercano la dimenticanza del cuore, la gloria legata al breve attimo.
Nulla esiste e nulla avviene senza causa. Gli eventi descritti dall’ultimo sacerdote di Ra
spiegano la nascita dei gemelli e lo scopo dell’ incoscienza all’ immortalità attraverso
l’uccisione di entrambi sarà l’ultimo passo verso l’ apocalisse previsto e nascosto da Dio fino
al suo tempo. Il desiderio dell’ immortalità nasce dalla mancanza di perfezione nell’Atlantide e
per correggerla alla fine ne fa cessare l’esistenza. L’isola Atlantide scomparirà perché lo
provocano i vizi degli uomini imperfetti per dare l’ avvio alla nuova civilizzazione: È
innegabile che un tal bene esista e che sia per così dire come la fonte di ogni bene; tutto ciò
infatti che viene detto imperfetto, è evidentemente tale [10] per diminuzione del perfetto. Ne
consegue che, se in un qualsiasi genere di cose sembri esservi alcunché di imperfetto, debba ivi
trovarsi necessariamente anche un qualche cosa di perfetto; ed in effetti, tolta la perfezione,
non può neanche immaginarsi da dove sia venuto fuori quel che è imperfetto. La natura delle
cose non trae il suo inizio da realtà [15] sminuzzate e incompiute, ma, procedendo da ciò che è
integro e perfetto, digrada a queste estreme e svigorite conseguenze… (Boezio “Consolazione della
filosofia” (“Consolatio philosophiae”), III, 10, 9-16)
…Boezio abbia voluto comporre un prosimetro di contenuto filosofico, alla maniera di Marziano Capella, uno
scrittore che egli certamente conosceva, e su questa interpretazione del genere letterario della “Consolatio” insistono
soprattutto gli studiosi più recenti; a nostro parere, tuttavia, si dovrebbe tenere in maggiore considerazione, accanto
alla caratteristica della alternanza di prosa e versi, la struttura dialogica dell’opera, con la quale Boezio, da platonico
qual era, ha voluto sicuramente imitare gli scritti del suo maestro: il prosimetro, infatti, non è un genere letterario ben
definito, e questa varietà ben si inserisce nella tendenza artistica della letteratura tardoantica, che in età classica erano
tenuti ben distinti/ I carmi che Boezio inserisce nel corso della sua trattazione hanno, forse ancor picche in altre opere di
contenuto analogo… (p. 23) Il carme che, come si è detto, è un inno a Dio, ne celebra le lodi, e si colloca, come ultimo e
splendido esempio, nella lunga tradizione letteraria greca e latina degli inni alla divinità, che risaliva fino ad Omero. Il
cristiano Boezio si è rivolto a Dio scrivendo la sua preghiera nelle forme della cultura pagana, della quale era
imbevuto: e non solo in questo carme, del resto, ma nell’architettura del suo pensiero,… Niente delle nebbie di
Marziano, però, è passato nella limpida poesia di Boezio, il quale ha saputo concentrare in trenta versi la dottrina
platonica del “Timeo”, insieme a spunti di esegesi neoplatonica, tratti da Proclo e altri filosofi dell’ epoca… ma viene
meglio definita, in seguita, secondo gli sviluppi che il neoplatonismo ha dato alla dottrina del Timeo (36 b sgg.)… (p. 40)
La medesima esigenza del ‘ritorno’ (epistrophé) è presente nell’anima umana, arricchita dal conforto e dal sostegno che
l’intelletto le conferisce. Dall’anima del mondo provengono poi le anime dei singoli esseri viventi, cioè degli uomini e
degli animali tutti, le quali sono dotate di un ‘carro aereo’, cioè di un veicolo materiale, sì, ma leggerissimo, con il
quale esse possano attraversare le regioni del mondo terreno. Poiché, dunque, tutte le anime aspirano a questo ritorno al
Dio che le ha create, ora Boezio per bocca della Filosofia invoca: da, Pater, augustam menti conscendere sedem. Solo a
Dio, infatti, noi dobbiamo tener fisso lo sguardo, ché Dio è il nostro principio, la guida, la strada e il fine ultimo. (“La
consolazione della filosofia” di Severino Boezio a cura di Claudio Moreschini (p. 41), Unione Tipografico-Editrice
Torinese.)
La mancanza del perfetto all’interno della stessa fondazione della società d’Atlantide
conduce al termine quando l’uomo dimentica il perfetto principale. Questo periodo arriva
quando si perde la comprensione interna del nesso di ogni perfetto al perfetto primordiale che
succede alla fine dell’epoca dell’ esistenza di Atlantide di Golokhvastov.
Il XVI cap. p. 92: culti di Lingàm e Ioni in sanscrito — di Fallo e di Kteis in greco che
erano stati coltivati dalla Cina fino all’ Italia: grazie agli dei: Cuan, Jin, Siva, Osiris, Dionigi,
Vaal, Pano, Priapo; Culti indiani determinati il principio maschile e il principio femminile;
Solanaceae o Mandragora — culti delle pinte di droga nell’ antichità. Linga (limgàm), sm. Relig.
Emblema di carattere fallico, consistente in una pietra cilindrica, talora sola, talora posata su un basamento (yoni,
organo femminile), nel qual caso significa l’unione degli organi della generazione; emblema di Siva, è anche il distintivo
della setta, per molti aspetti contraria alla tradizione ortodossa indù, dei Lingayàt o Viràsaiva, fondata nel secolo XII. —
In senso generico: membro virile. Tramater (s. v.): ‘Lingam’: gl’indiani dànno questo nome ad un simulacro del loro Dio
Issora, che si può benissimo paragonare al Priapo e all’ Ittifallo degli antichi. Essi lo considerano come simbolo della
fecondazione, immagine della vita e della morte. Papini, 27-1120: La mia vita fu inutile tutta e sempre, ch’io fui poco più
di un lingam e di un ventre. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
Prima di avvicinare il lettore alla descrizione del culto antico del fallo Golokhvastov
unisce la comprensione invertita dell’ epicureismo, i rituali dei buddisti alla festa di Siva
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[Sciva] (dio induistico di fallo) e allo stesso tempo sottolinea le immagini che provocano
l’apocalisse ed inoltre l’ autore aggiunge i simboli dei satanisti alla messa spaventosa degli
ultimi atlanti.
Passa l’uffizio gentile. E nel vaso rotondo, con due servitori all’ ora di mezza notte il
profeta senza Dio incontra Istàr, è l’ estasi sulla faccia strapazzata e magra, i ricci densi si
vedono sopra la fronte scura; come il becco rapace è il naso curvo; sulle labbra vermiglie e
sentimentali trema il malo sorriso. La regola di sacrilegio come la chiamata è tessuta, per il
lutto, sulle sagrestie. Lo zolfo col respiro delle uova guastata fuma. Nella mano magra il mago
falso stringe l’ attrezzo di vittime il triplo coltello,… Il lettore vede l’inizio della
barbarizzazione dell’Impero Romano al suo tramonto. Egli riconosce i capi selvaggi
dell’esercito che superano gli ultimi imperatori fissi dell’ Età potente ancora che devono
riflettere le loro immagini nella miscredenza del condottiero di Atlantide. La sfumatura, il naso
dell’uccello predatore ricorda i caratteri degli ultimi condottieri di Roma Antica.
Sul muro è sospesa la ghirlanda a serpente, lo strappo dell’ erba è dal prugnolo col duro
fogliame il purpureo delle bacche sul marmo nero, come il sangue, brilla. Sulla volta, in alto,
regnano, come il sangue, gli acuti angoli della stella di sei estremità in corallo. Al centro del
loro tempio è l’ alto palco; sul quale in metallo colorato sta l’ idolo fuso della statura umana,
la sorgente della vita nella prefigurazione del fallo. Con l’ ornamento delle figure grossolane
ed ignominiose la coltre del palco è ricamata intenzionalmente. Il fuoco del braciere d’altare
arde appena. Turbina e sale sino alle nuvole il fumo della mandragora e l’idolo cupo è
affumicato. La seconda parte della pagina è legata ai culti di Siva nell’immagine di Fallo e alla
divinazione del serpente in Egitto due mila anni prima dell’India in cui ambedue hanno la
sorgente, verosimilmente, dall’ultimo periodo dell’esistenza di Atlantide. Verosimilmente
l’ultima epoca di Roma Antica e la sua influenza sul Medioevo europeo presentano l’ affinità
con le ultime immagini sacrali del Regno di Atlantide e i culti incoscienti dei popoli orientali
che riflettevano in sé la memoria dimenticata della saggezza umana.
P. 94: Belladonna — Mandragora;
E le vergini hanno fretta con la canzone, come alla cena, di coronarsi con la ghirlanda di
prugnola; e all’ onestà dell’ idolo il mago dal palco le annaffia dal sangue della pecora
sacrificata. La sete delle sofferenze è diabolica per piacere le vergini dimostrano la
miscredenza attraverso la sete del dolore masochistica e perché piacevole. Il dolore si coltiva
come il simbolo dell’inferno e della miscredenza. In precedenza la memoria della sensazione
vuole cancellare i frammenti della memoria divina attraverso il sacrilegio coltivato della
memoria della falsa saggezza umana. Egli gettò le ebre sul carbone nella caldaia; con l’ onda
navigò l’ odore della Belladonna e tutti entrarono, come gli uccelli, nella febbre della danza…
L’odore inebriante della belladonna utilizza la distruzione della memoria divina per vincere la
memoria laica della falsa saggezza umana.
P.95: E brilla la libido negli occhi splendenti: “Girate!…Serpeggiate!” Non
l’agglomerazione infuriata degli spiriti sotterrane sulle ali nere, alzando porta la polvere
presa? “Lingam!.. Girate!”, Stringenti guai; la gente straccia i vestiti dai pezzi; Afferrano i
rami e col fischio si colpiscono dalla prugnola. Dalle ulcere i ruscelli del sangue caldo
versano, e sotto la pioggia scocciata delle punture si inebriano gli uomini, girando come le
trottole. Gli uomini ubriachi senza memoria della saggezza umana dimenticano la vergogna.
Senza vergogna essi non svestono la roba. Essi la stracciano perché essa è lordata già col
sangue dalle zarine della prugnola. Se la prugnola di Cristo dimostra che egli è Dio salvatore la
loro prugnola simbolizza la trasformazione della folla degli atlanti negli animali infernali
contrari ai primi uomini e agli animali terreni. Nuovamente dal vaso d’altare il pseudomago
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annaffia tutti di sangue in modo rabbioso e danza egli stesso insanguinato e nudo, girando con
la tempesta nella febbre soffocante:“Confluite e vi fondete! Egli gridò il comando felice, e la
rabbia dell’ anima punzecchiò come il tiro…
P. 96: Sikèr —qui si trova la bevanda inebriante. Sikkari (sikari), sm. Invar. Guida indiana. Salgari,
23-75: Se ciò può farti felice, io ti offro alla mia corte un appartamento, i miei elefanti ed i miei ‘sikkari’. Idem, 30-12:
Yanez, appena veduta innanzi a sé la pagoda, come abbiamo detto, si era avanzato subito in silenzio alla testa di cento
‘rajaputi’ e dei suoi fedelissimi ‘sikar’.
Adattamento dell’hindi sikàri. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese .
9/V71964.) Il fine del XVI capitolo ricorda il 15 capitolo del “Satiricon” dove è descritta la cena
nella casa di Trimalchione.
Saziando in abbondanza, come i barbari di carne, ubriacando con i vini tracannati,
seguono gli uomini pigri per la danza delle schiave sotto il canto rauco delle ocarine. Gli altri
conducono le donne nude quasi, e subito sulle peli delle pantere la libido cieca, più inebriante
delle sikere è intessuta per il serpente… e desta la delizia della bestia nei corpi… Tristemente
appassiscono i fiori sulle tavole.
Il XVIII cap. p 102: Descrizione della colonna dello scaldabagno è legata al culto di
fallo di Ermete. Il piatto di marmo da cui sgorga la sorgente si contrappone al condottiero dei
reggimenti d’ Atlantide. La sua barba come il piccolo triangolo con l’ inferiore angolo acuto, il
sorriso e i lunghi ricci fino alle spalle sono percepiti come il primo pericolo. Ma questo
pericolo sarà la cagione per rafforzare il pericolo reale dell’ amore che condurrà gli atlanti
peccatori all’ apocalisse attraverso l’ eutanasia dei gemelli e la nascita dell’ androgino.
P. 103: Peticantropus — il primato, nello sviluppo fra l’uomo e la scimmia, trovato sull’
isola Java. P. 102 Rumoreggia il carro. Le enormi e pesanti ruote scricchiolano. Come cavalli
nel collare, mettendosi nei tiri delle cinghie, passando avanti ed appoggiandosi anche alle
rase, tre neri portano (p. 103) la gabbia grossa. Dietro la griglia fitta e forte, che è intessuta
con le croci, si tiene afferrandosi fortemente alle verghe, nell’angolo si condensò il colosso, il
pitecantropo mezzo scimmia, era il prigioniero spaventoso, grosso e cattivo, tutto il corpo era
coperto del duro pelame come l’animale in piedi dalla foresta; scendeva la ciocca dei pelli
bruni e scuri come il grappolo peloso dal petto muscoloso; la grossa mandibola, il naso piatto,
i tratti facevano l’immagine bestiale della fronte declive e tagliata come dalla falce; e lo
splendore degli occhi caduti dietro profondamente biglia con l’ acciaio senza vita, nascondeva
la paura permanente d’ animale e con curiosità stupida propria di tutte le bestie… l’allegria,
gli scherzi sono e l’ esplosione del riso... Gli uomini discutono dell’ animale senza vergogna,
provvisoriamente dimenticando le coppe e le donne.
Suonano le lire. La ballerina entrò. Ella, nascondendosi sotto lo strato spesso, restò
immobile in piedi vicino alla gabbia dell’ispirato. Intorno ci fu un riso sordo. E subito dopo
tutto si calmò. La sensibilità pugnò la pinza nei cuori; segretamente bollì il desiderio nei corpi
come tritume putrefatto: con l’emozione gli ospiti aspettano lo spettacolo mai visto. La
composizione e la maniera della rappresentazione dei vizi invertiti conducono alla sua
sorgente, verosimile, che può nascondersi soltanto nei versi successivi dal “Bellum civile” del
“Satyricon” di Petronio:
Ecce aliae clades et laese vulnera pacis…
(Ecco così sono le altre sventure e i danni per ferire la pace) / Ed ecco nuova strage viene a strazar la pace
Queritur in silvis auro fera, et ultimas Hamon
(Acquistano per molto d’oro i predatori e crudelmente in Ammone)/ snidata dalle selve è la fiera predace
Afrorum excutitur, ne disit belva dente
(Africano ha fretta per cogliersi il mostro prezioso di denti) / dell’ Ammone africano, cruda belva pregiata
ad motres pretiosa; fames premit advena classes,
(per fare le morti, straniero famelico, trasloca) / per dente che da morte; una mandria affamata
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trigis et aurata gradiens vectatur in aula,
(la tigre che marcia piedi nella gabbia aurea) / recan le navi: ed ora la tigre si satolla
ut bibat humanum popolo plaudente cruorem.
(domani berrà, tra il plauso popolare di folla, il sangue umano) / di sangue uman nel circo, tra il plauso della folla.
Heu, pudet effari perituraque prodere fata,
(Ahi, è il pudore di pronunciare il disonore fatto a gente)/ Ahi, vergogna! Dei fati svelar la decadenza!
Persarum ritu male pubescentibus annis
(Il rito persiano, per gli anni non maturati ancora)/ Sol sulla soglia d’una sciagurata adolescenza,
surripuere viros, exsectaque viscera ferro
(sono i sopraragazzi agli uomini, gli castra la carne col ferro) / col ferro, all’uso perso, il maschio si snatura
in venerem fregere, atque ut fuga mobilis aevi
(alla delizia d’amore per fregare anche la fuga dell’età mobile)/ e si nega all’amore; e mentre la premura
circumscripta mora properantes differat annos,
(La circoscritta mora in fretta trattene gli anni)/ cerchi arrestar del tempo perché più lento muova,
quaerit se natura nec inventit. Omnibus ergo
(ricerca se stessa la natura e non si trova. Perché a tutti)/ la natura sé stessa ricerca e non si trova
scorta placent fractique enervi corpore gressus
(corrotti piacciono i soavi col gesto anche del corpo snervato anche)/ Piaccion dello snervato efebo i molli gesti,
et laxi crines et tot nova nomina vestis,
(e con i lunghi capelli e chiama, con tutto l’appello dei nuovi vesti,)/ e i crini disciolti, ed ogni nuova moda di vesti
quaeque virum quaerunt.
(che all’uomo suscita (cerca). /che l’uom invita.
Il traduttore di “Satyricon” in italiano Ugo Dottore dà la caratteristica successiva al
“Bellum civile”: Questo poemetto sulla guerra civile, povero d’invenzioni e spesso volutamente
sciato, ha fatto pensare a una specie di parodia della Farsalia di Lucano, con cui ha molte affinità di
espressione se non di costanza chiaramente né felicemente, ed è probabile che Petroneo abbia
inteso solo dare una caricatura dell’epica di maniera, di imitazione virgiliana:caricatura, del resto,
alquanto pallida. (Petroneo “Satyricon”: editr. Proprietà letteraria riservata 1953, 1981 RCS Rizzoli Libri S.p.A., Milano)
Roma Antica: la strada centrale del Foro
La tigre nella gabbia è sostituita dal peticantropo nella «Rovina di Atlantide» per
suscitare l’estasi della folla. L’interesse romano ai ragazzi è scarso dalla fine della prima metà
del XX secolo. Golokhvastov lo sostituisce con l’interesse per il sesso fra la donna e l’animale.
Al contrario del “Satyricon”, che è la caricatura, la “Rovina di Atlantide” è l’epopea tragica
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che composta nello stile del medioevo temprano. Lo sviluppo degli eventi della “Rovina di
Atlantide” è pieno di eresie gentili che la riconducono all’ antichità cristiana del IV secolo. La
serietà e il desiderio affinché Dio condoni i vizi, caratterizzano già la tendenza medioevale.
Come le opere scritte nello stile medioevale essa è piena di immagini della santità delle croci e
delle trinità che si evidenziano nelle immagini dell’Anco, delle croci dell’uccisione dei gemelli
regi, nella trinità della parole sacrale “AUM”, nell’ipostasi triplice dell’amore, nell’unità di tre
confluenze dei gemelli, ecc. Lo stile medioevale della “Rovina di Atlantide” è verosimilmente
la ragione principale per cui l’opera non divenne popolare né riconosciuta dalla critica né nel
tempo della sua prima edizione, né nell’epoca postsovietica.
Il XIX cap. p 107: Simbolicamente la notte della memoria dei morti si trasforma nella
notte dell’orgia selvaggia della cieca felicità prima dell’ invasione nel tempio di Ra e l’ultimo
sacerdote maledirà il popolo d’ Atlantide nell’incoscienza.
Il XIX cap.: p. 109: Due scuole di Budda esistono intitolate”Insegnamento del Cuore” e
“Insegnamento dell’ Occhio”in Cina e in Tibet. Il primo esoterico sale dal cuore. Il secondo,
anche esoterico, è il frutto della mentalità per differenziare la tendenza razionalistica delle
scienze. Quello non concepisce nulla al di fuori della logica del fatto ed al di fuori dell’
intelletto, al contrario della prima tendenza del cuore. La prima crede nel principio
sopranaturale conosciuto non solo mediante l’intelletto. Golokhvastov mostra come i
testamenti della fede divennero dimenticati e la Saggezza del Cuore è sostituita dall’
insegnamento cieco e spente dell’ occhio delle scienze senza fede.
P. 115: Sambuca o Sabbka — lo strumento musicale più antico nella storia umana simile
all’ arpa triangolare di quattro note. Sambuca (ant. Sambuca), sf. (plur. Ant.. anche –ce). Mus. Antico
strumento musicale siriano a corde con suono analogo a quello della lira greca (ma considerato meno nobile) e di forma
simile a quella dell’arpa. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
La ghirlanda scivolata dall’ onda all’ onda preconizza la realizzazione autentica dei
desideri; la ghirlanda impotente caduta sul fondo a sempre porta via il tesoro delle speranze,
profetando il guaio. Aspetta l’afflizione? Chiama la felicità? Però al cuore sbagliato non si
può credere. Così era e in precedenza e così sarà lungo tempo, così sarà sempre. L’ umanità
non sa che è scritto nella Provvidenza. Gli adolescenti consegnano la scoperta del futuro
misterioso alla corrente del fiume che aveva la possibilità magica della previsione perché il
cuore umano sarà sempre allontanato dall’analisi diretta delle circostanze reali è perché non si
poteva credere al cuore, al migliore frutto della memoria della sensazione, che contrasta la
memoria della saggezza umana senza pietà. La seconda memoria diventa la vittima della
volontà divina della Provvidenza. La volontà divina vede tutto e giudica più oggettivamente in
un modo che sarà sempre inattendibile da parte del cuore umano. Gli adolescenti utilizzano la
forza del feticismo e di prevedere la decisione della volontà costante.
In un luogo le corde della sambuca cantano con l’appello dell’amore tremendo: le coppie degli
amanti, allontanati dalle gioie scivolano sulle vie dove le chiare sfumature giocano sulla
sabbia gialla sotto l’ombra. Allora la principessa triste pensa soltanto del fratello. Vuole sapere
il loro destino. La sua ghirlanda navigava molto tempo e nella metà del fiume all’improvviso s’
è fermata girando.
P. 117: La principessa vede nella sofferenza beata che tutto il fulgore dei raggi si
riunisce nella ghirlanda, la Santa Faccia del sole si riflette nel fiume col suo giro. I raggi si
concentrarono nel cerchio della ghirlanda come nella vittima cieca innocente affinché la
principessa sappia il suo ruolo e quello del suo fratello che avranno un grande significato.
Quello del loro futuro sconosciuto suscita il sogno della memoria della sensazione, e del cuore.
Sembrava che il segno predicesse la felicità! Ma non era lungo il mandato felice, e la
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ghirlanda annegò nella carezza della luce calda. La principessa lesse la sentenza severa nella
risposta indifferente e pesante. Tutto prediceva l’assenza del loro futuro che era destinato nella
provvidenza iniziale prima della nascita dei gemelli che dovranno giocare il ruolo delle vittime
apocalittiche. Ma il cuore continua a credere nella felicità quando la memoria della saggezza
umana e la memoria della sensazione devono sacrificarsi per la memoria divina.
Il XXI cap. p. 121: G. R. Tabouis, nel suo libro “The Private Life of Tutankhamon” (N.
Y., 1929) dice che il mistero della notte matrimoniale del faraone è l’ “ora dell’ eternità”,
secondo “ tudes Egyptiennes” di Maspereau, in cui è stato scritto: “il mio cuore si ferma
quando si compie il desiderabile e quando sto nei tuoi abbracci, o, padrone del mio corpo.
Come è bella la mia ora dell’ eternità”. Lo stesso significato ha, nel poema, l’espressione dell’
“attimo dell’ eternità”, mediante quel concetto in Attlantide la notte matrimoniale fu nascosto,
la MEMORIA umana, nell’ unione d’ amore ottiene mediante l’ incoscienza, il sogno dell’
androgismo che regala l’ attimo dell’ immortalità agli amanti.
Le fidanzate vogliono piacere al principe al compimento di 15 anni per avere l’onore di
passare con lui il magico attimo dell’ eternità. La principessa lo sa. Il fratello deve giocare il
ruolo del bambino come la prima prova per non permettere di unire la memoria della
sensazione, la memoria tradizionale della saggezza umana e la memoria divina al di fuori dell’
unità inseparabile dei gemelli nell’amore falso.
Il XXIII cap.: p. 128 Androfagi — è il popolo che è stato notato da Erodoto. Gli
androfagi abitavano nel paese occidentale vicino al settennio dalle correnti settentrionali dei
fiumi il Dnepr e la Volga sulla carta delle migrazioni dei popoli, secondo Erodoto. I commenti
notano che quelle terre erano deserti. La seconda volta per provare la forza dell’ amore dei
gemelli Dio gli invia l’ambasciatore perfido degli androfagi affinché il barbaro e il capo dei
reggimenti rapissero la principessa, affinché il principe la salvasse prima della terza prova
ultima della morte. I gemelli aspireravano all’unico scopo poco tempo prima della seconda
prova.
Il XXIV cap.: p. 132: 1. Soma — la bevanda inebriante secondo gli inni delle Rig-Veda,
“indra” ecc. (International Theological Library. George Foot Moore: History of Religions.
Religion of the Veda. New York, 1920); Fra i libri polverosi nel Tempio della Conoscenza il
sacerdote supremo trovò una pergamena antica e scura mangiata dai vermi. Essa era coperto
dai manoscritti colorati. L’ inchiostro era fioco e l’ornamento era perso il colore. Ma il suo
senso nascosto dei segni misteriosi era, come la voce suprema dall’ oscurità dei secoli, la
chiarezza della verità che era come il fuoco nella bevanda della Santa Soma. questa sorgente
della conoscenza dell’ immortalità esisteva come la Somma per la natura bilaterale dell’
umanità.
2. Atma — la macroanima; l’ essenza della vita, l’essenza individuale, l’ “Io” mondiale,
da quello compaiono tutte le anime alte soggettive. Il manoscritto composto con le terzine
dantesche racconta come, per aprire il mistero dell’ immortalità in sette testamenti, Dio è di
sceso al primo profeta Atslano affinché l’ uomo lo ascoltasse e vivesse all’interno dell’ atma.

“Живущим — мир! А миру написанье,
Как заповедь, как верная скрижаль
Тех вечных тайн, к которым прикасанье

Для смертного и счастье и печаль,
Вчера, в мой срок молитвы ежедневной
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Молился я, cветло синела даль,

Но трижды гром прошёл в лазури гневно,
Наскрылся неба царственный чертог
И трижды голос звал меня напевно,

Как будто звонко кликал дальний рог:
“Очнись! Воспрянь! Внимай!” И атмы взором
Увидел я, что в Лике Солнца — Бог…

Ai vivi pace! Ma al mondo la Scrittura! Come il testamento, come il manoscritto sacrale dei
misteri ai quali il tocco è e la felicità e la tristezza al mortale …Tre volte il tuono ha passato
nell’ azzurro sdegno, s’ è aperto il regno celeste e tre volte la Voce mi ha massaggiato
cantabilmente come mi chiamava il corno sonoro: “Ritorna in te! Alzati! Ed ascolta!” E ho
visto le atme dallo sguardo che, nel rostro del sole, è il Signore…
Р. 133 Le visioni della bellezza non di qua, si ricordavano come le riflessioni del tesoro
invisibile negli abissi del vuoto…

Тогда-то мне, не в явь и не во сне,
А в грёзе сладостной меж сном и бденьем,
На лотосе явился в вышине

Сам светлый Бог нежизненным виденьем!
И я, прозрев, постиг бессмертья суть.
Но скрылось всё… Стремительным паденьем

Для духа был в наш мир возвратный путь.

Allora per me, lo Stesso Dio lucido, mai visto in vita, è venuto nell’ altezza non nella realtà e
non nel sonno ma attraverso la previsione dolce fra il sogno e l’ attualità sul lotos! Ed io,
divenendo non cieco, ho conosciuto l’essenza dell’ immortalità. Ma ha scomparso tutto… Con
la caduta impetuosa allo spirito era, al nostro mondo, il ritorno. Così Golokhvastov descrive la
sincerità divina che, nella storia successiva dell’ umanità, si presentava ai profeti in modo
simile a quando l’immagine di Dio sarebbe divenuta comune a tute le anime. Questo pensiero
è, abbastanza precisamente, formulato con Boezio nella “Consolatione della filosofia”.
È concezione comune degli animi umani che Dio, autore di tutte le cose, sia buono; ed invero, poiché
NON V’ è NULLA CHE POSSA ESSER PENSATO MIGLIORE di DIO, dubiterà forse alcuno che sia buono
quel di cui nulla è migliore? Ma la ragione dimostra in tal modo che Dio è buono, [25] da convincerci che in lui
inibita pure il bene perfetto… il bene perfetto è vera beatitudine: pertanto la vera beatitudine è
necessariamente nel sommo Dio… (Boezio “Consolazione della filosofia”, III, 10, 21-25.., 30-31)
Dio creatore, rimanendo immoto, è il motore dell’universo, e tutto lo governa con leggi eterne e razionali; tale
governo del mondo è ispirato esclusivamente dalla bontà e si manifesta mediante un ininterrotto rapporto armonioso
delle singole parti tra di loro, rese vitali dalla presenza dell’anima cosmica, che tutte le pervade. Quest’anima, che è
all’interno del mondo, è da intendersi alla maniera platonica come principio eterno di vita e di moto (cfr. il passo,
fondamentalmente per tutta l’esegesi neoplatonica, di Phaedr. 245 c sgg.)… (“La consolazione della filosofia” di
Severino Boezio a cura di Claudio Moreschini (p. 41), Unione Tipografico-Editrice Torinese.) Se l’ordine
universale è realizzato nella forma che ne è percepita soltanto da noi non significa che la
realizzazione imperfetta non ha l’altro scopo falso per perfezionare qualche più importante di
noi. Se Dio è il perfetto assoluto nessun altro può fare alcunché meglio di Dio. Chi pensa
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diversamente sbaglia sempre. L’ultimo sacerdote supremo di Ra comincia a pensare che egli
potrebbe fare meglio di Dio dopo della visione della sincerità divina. Se la sua anima fosse più
vicina a Dio egli rifiuterebbe il mistero dell’ immortalità come Atlasso ed in precedenza,
secondo la provvidenza suprema, non sarebbe nato alla fine dell’ esistenza di Atlantide. Ma
l’anima dell’ultimo sacerdote, da Dio, era più lontana dell’anima di Atlasso perché questa è
stata scelta da Dio affinché quella diventi l’educatore dei bambini e quindici anni dopo per
crollare alla prova della sincerità divina dopo della lettura del santo manoscritto. Essa desiderò
fare meglio di Dio, pensando che essa stessa è il perfetto assoluto. Perché il sacerdote diviene
la vittima cieca non di Dio però-- di se stesso come è formulato nella Provvidenza ed incarnato
e realizzato automaticamente con la volontà divina del destino.
Non devi supporre che quel Padre di tutte le cose abbia ricevuto dall’ esterno quel sommo bene di cui
viene detto pieno, né che lo possieda per natura, [40] ma in modo tale da pensare che sia diversa la sostanza
di Dio che la possiede e della felicità che ne è posseduta. Infatti, se tu ritieni che l’ abbia ricevuto dall’ esterno,
potresti considerare più eccellente chi l’ ha ricevuto; ma noi giustamente riconosciamo che Dio è senza
confronto eminente sopra tutte le cose. Se poi il sommo bene inerisse in Dio per natura, ma fosse da Lui [45]
concettualmente diverso, dal momento che parliamo di Dio che è dominatore di tutte le cose, si immagini chi
ne è capace chi abbia congiunto insieme queste diverse realtà. Infine, se qualcosa è diverso da una qualsiasi
altra, da cui per definizione è diverso; pertanto, quel che è diverso per propria natura dal sommo bene, non è
il sommo bene; ma è mostruoso pensare questo di Colui [50] del quale sappiamo nulla esser più eccellente. E
in verità di alcuna cosa non potrà mai esser migliore del suo principio; vorrei perciò concludere con un’
affermazione verissima, che quel che è principio di tutte le cose è anche per sua stessa sostanza il sommo
bene.” “Giustissimo!” esclamai.“Ma abbiamo riconosciuto che il sommo bene è la [55] felicità.” “E’ così risposi.
“Dunque si deve necessariamente ammettere che Dio è la felicità stessa.” (Boezio “Consolazione della filosofia”,
III, 10, 36-56)
… solo Dio costruisce il vero e massimo bene… In sostanza, come si può dimostrare che il summum bonum, che
costruisce il telos della vita umana, è Dio?… (p. 41)… Da nessuna parte, finora, era stato detto che esiste un fons
bonorum, e questo perché l’origine di tutti i beni è Dio,.. Orbene, nella discussione precedente era pur sempre emerso
che nella felicità consisteva il sommo bene degli uomini, anche se gli altri beni terreni apparivano soltanto come beni
parziali e non si identificavano totalmente con essa né la procuravano in modo assoluto… Poiché non possono esistere
due realtà somme, se ne deve concludere che, anche per l’uomo, e non solo considerato ontologicamente in sé, Dio si
confronta e si presenta come summum bonum e quindi si identifica con la felicità. Infatti, prosegue Boezio, gli uomini,
partecipando a tale felicità, che si identifica con il sommo bene, diventato, in un certo senso, partecipi di Dio: una
affermazione, questa, densa di significato, che porta alle estreme conseguenze la riflessione sul concetto di
partecipazione, che era stato tipico della scuola platonica e a cui si era interessato anche Agostino. Studi aspetti
neoplatonici di questa dottrina boeziana hanno insistito in modo particolare Courcelle ( “La consolation etc. cit., pp.
170-172), che osserva che, comunque, è Plotino, non Agostino, a sottolineare l’identificazione fra dio e il bene (Enn. I,
4), e Chadwick (op. cit., pp. 297-298), che vede spunti di questa dottrina anche nelle opere logiche di Boezio stesso (cfr.
de interpr. Sec. 42, 3-6; opusc. III, 93). Cfr. inoltre August., de vera redig., 32, 60. (p. 42) (“La consolazione della
filosofia” di Severino Boezio a cura di Claudio Moreschini, Unione Tipografico-Editrice Torinese.)
Le tragedie di tutte le anime umane e la loro fatalità, come quella dell’isola verde di
Atlantide, sono caratterizzate con l’assenza collerica della comprensione della realtà: qualsiasi
cosa riceve una porzione del bene e lo conosce peggio della sorgente di Tutto il Bene dalla
quale, sempre è minore rispetto al Tutto, riceve in qualche tempo e in qualche spazio. Il nostro
peccato universale è questa assenza collerica della comprensione che qualche parte di tutto è
sempre minore dell’ insieme. Come tutti noi l’ultimo sacerdote non potette reggere alla prova
più difficile di tutte le altre.
P. 133: La teosofia contemporanea è fondata sullo gnosticismo e sul culto orfico. Essi
riflettono l’ insegnamento religioso e filosofico dell’ India. La teosofia di tutte le grandi
religioni è concentrata nella Divinità che è, nella sua entità, infinita e perfetta al di fuori della
comprensione umana, del ragionamento e della conoscenza che è sempre impossibile da
conseguire al nostro stato quotidiano e allo stato della profezia. Dio disegnò il circolo delle
creazioni, al cui interno creò il cosmo separò sé e la creazione. All’ interno dei limiti è
evidente quello che potremmo conoscere di Lui. Dio, che si realizza negli atti delle creazioni, è
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conosciuto sotto il nome di Logos o Fohat, che è la Divinità o il Fuoco. Come la Trinità
cristiana, il Logos si svela agli uomini in tre ipostasi, e ci sembra separato, ma è, nella realtà,
l’ unico. Queste tre ipostasi si chiamano l’ Attività, la Saggezza e la Volontà innalzate da tre
potenze. L’ Attività crea la materia, la saggezza regalata alla materia, la forma e la Volontà
che animano la materia formata. La Volontà costituisce il processo dell’ evoluzione. L’ energia
della Volontà è sempre la Monade, il lustro subito, lo splendor divino, la parte del Fuoco
Divino e del Logos-Fohat.
Golokhvastov sottolinea che il profeta Atlasso era impotente ad alzare il sogno con le ali
di aquila come Dante Alighieri era alzato con l’ aquila (aguglia) nel sonno: come folgor
discendesse, e me rapisse suso al foco (Purg., IX, 25-26). Invece, la sincerità divina sulla
pergamena diviene chiarore improvviso all’ultimo sacerdote di Ra che è accecata dalla stessa
Provvidenza, non come il lustro rapido dal XXIX canto del “Purgatorio” della “Divina
Commedia”, che lo accecò in senso contrario rispetto a Dante. Di quel lustro rapido (chiarore
improvviso), che nella vita si spegne con la stessa rapidità con cui si accende, di quel miracolo
scrive Dante Alighieri nel Paradiso terrestre dalla strofa 16 fino all’ultima del XXIX canto del
Purgatorio:

Ed ecco un lustro subito trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
tal, che di balenar mi mise in forse.
Ma perché ‘l balenar, come (appena) vien, resta (cessa),
e quel, durando, più splendeva,
nel mio pensar dicea: “Che cosa è questa?”
E una melodia dolce correva
Per l’aere luminoso; onde buon zelo (giusto amore)
Mi fe’ risplender (rimproverare) l’ ardimente d’ Eva, (il desiderio di essere disubbidiente)
che fa dove ubidia la terra e il cielo…ecc.

mi rendei : tornai a camminare in direzione di levante. Frate: fratello (Purg., IV, 127). un lustro: un chiarore
improvviso (subito). Tal che: tale, che mi fece, a un fratto, credere che balenasse. (“La Divina Commedia” p. 3(p.
683);ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)
Come Eva, il sacerdote di Ra, dimorante nel paradiso terrestre di Atlantide, desidera più
di quello che ha e farà il peccato più grave di Eva e dovrà pagare per la realizzazione del suo
desiderio dopo della lettura del manoscritto accecante..
Il sommo, dell’Attività, della Saggezza e della Volontà è, secondo Golochvastov, il Logos
stesso, la Parola-Verbo.
Il XXVI cap.: pp. 144-146: 1. L’essenza interna dell’ inno all’ AUM è stata descritta
nell’ articolo speciale di Iliàscenko, stampato dopo la spiegazione alla fine del libro. 2. I
significati simbolici dell’ AUM corrispondono alla Divinità e sono stati presi dalle Upanisad.
Nel tempio sotterraneo fra i sarcofagi dei supremi sacerdoti anteriori il protagonista dell’
opera iniziò la sua preghiera dedicata al suono AUM l’essenza del cosmo, la triplice della
divinità per avvicinarsi all’Essere Divino: Nel linguaggio è il misterioso e davvero l’ unico, il
meraviglioso suono, la madre di tutti i suoni! Tutto è legato alla sua natura … … Se lo scopo
della conoscenza della Divinità è unico o bino nella trinità del suono, come di tre note la
corda tesa dell’ arco, come da due fini, all’ unica curvatura dell’ arco, è l’ anima, la freccia di
penna. È la ripetizione come in precedenza, nuovamente anche ancora, la parola che conduce
all’ altezza, di tutte le preghiere, in essa sta la lode antica; in essa, tra tutti gli inni, è il fuoco
maestoso, tutto il Testamento dei pensieri santi e rigorosi, in essa è Lui stesso senza morte,
senza nascita, i tre nell’ uno a cui si intitola Aum…l’ inconcepibile all’ anima quando tace la
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mente umana è davvero l’ Aum… ecc.
Il XXVII cap. p. 147. … Le rovine irsute e grigie erano sospese come le ciocche canute.
La polvere ricopre senza mercé la lapide del trono; la ruggine strisciante corrompe gli attrezzi.
La cella respirava con la stagnazione morta. Io entrai, tenendo la fiaccola in alto. E nella
trepidazione debole del suo fuoco intorno a me dall’ oscurità mi guardò qualcuno col sorriso
immobile e povero degli zigomi: Lo spirito della cella portava in se stesso il pericolo. L’ultimo
sacerdote lo ha presente ma è accecato dal desiderio di scoprire il mistero. Così vuole il
destino.
La colonna vertebrale dello scheletro giaceva in ginocchio nella cenere, e il cranio terribile
stava cola nello splendore della luce, guardano dalle sfere oculari splendenti e vuote. Il corpo
in ginocchio dell’uomo che era degno del tempio sotterraneo. Questo fatto doveva spaventare
l’ultimo sacerdote supremo prima di scoprire il mistero doveva meravigliare e spaventare
vedendolo.
P. 148: Chi è l’otturato? Chi conosceva il cammino proibito e nella cella stretta della
gola della roccia ed incontrò la morte? Chi è dimenticato nell’ oscurità dei tempi vicino ai
sarcofagi e privato della sepoltura? Perché preferiva a morire così da percorrere l’itinerario
proibito all’ immortalità?
“Tu sei questo profeta, le tue parole bruciavano il cuore con l’estasi come i carboni? Non tu,
compiendo la rinuncia, hai nascosto, nella carne della terra natale, il mistero dell’ immortalità
per lasciare, nella tomba silenziosa e scura, la paura sacrale e il lotto dei dubbi?”
Egli capisce di avvicinarsi all’ immagine miracolosa di Atl+asso che era da considerarsi
indegno all’ esistenza immortale o doveva esistere l’ altra ragione per realizzarlo quando
bisognerebbe condannare l’ umanità? O per lasciare la soluzione del mistero a qualunque
individuo più DEGNO della scoperta? Perché? Per giudicare l’ umanità?
E qua, dove hai passato gli anni nel silenzio solo con la tua Grande Visione, la tua Miracolosa
Immagine non viva, eterna, come il pensiero, è invisibile? Mi minaccia il tuo cranio giallo,
tacendo, ugualmente nascondi le parole del Testamento, le chiavi dell’essere? O sei contento
con l’arrivato? O vuoi sussurrare senza suoni di quello che è ora come sempre inseparabile
dalla stessa morte?… E così mi faccia il segno ed affida il mistero!” L’ anima IMMORTALE
di Atlasso doveva aspettarlo ed essere felice al suo arrivo?
Inclinandomi beato toccai la testa dello scheletro. E la luce della fiaccola cade sull’amuleto,
nascosto nella polvere, splendente dalla catenella.
P. 148: La descrizione dell’ amuleto interpreta i disegni e le statue in cui la divinità
indiana di molte facce e di molte mani è stata evidenziata nell’ unità del principio maschile e
del principio femminile. Essa è stata esposta nel momento dell’ abbraccio d’ amore di se stesso
con molti mani.
La perfezione divina allora abbraccerà sé e nessun altro. Qui si celava la chiave alla
soluzione dell’ enigma perché l’Androgino perfetto e chiuso nella sua completezza e nella sua
felicità sarà indifferente alla penna degli uomini nell’ apocalisse.
P. 149: Attorno al torso di Dio si trovano le mani incommensurabili che giacciono con lo
splendore, come i raggi del sole, e tengono gli archi della vendetta e le spade della vittoria.
Duplicandosi, triplicandosi, si moltiplicano i rostri nell’ Unica Faccia del Signore dei
signori…
Le mani che tengono gli archi della vendetta dovevano raffreddare ciascuno ma non
colui che era accecato dalla volontà della Provvidenza.
P. 149: Il contenuto della scrittura sull’ amuleto è la libera interpretazione di due
citazioni attribuite a Clemente Alessandrino (XII -2)”… Il Signore stesso, interrogato: Quando
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verrà il Suo regno?, disse: “Quando due si trasformeranno in uno, quando l’esterno sarà
come l’ interno, e quando il maschile con la femminile sarà né maschile, né femminile”. —
Secondo il Vangelo degli Egiziani, risponde Clemente Alessandrino alla domanda di Solomea
da quanto a lungo domina il potere della morte? Il Signore esclamò: “Fino al tempo, in cui
voi, donne sarete generate dai figli; Io venni per distruggere l’ affare di moglie”. E alla
domanda: “Quando questo succederà?” il Salvatore parlò: “Quando voi romperete i costumi
della vergogna, quando due saranno uno, e il maschile con la femminile sarà né maschile, né
femminile” (G. R. S. Mead: “Thrice Great Hermes.” Vol. 1 page 153, 1906, London.)
Clemente Alessandrino Apostolico si identica a Clemente Alessandrino del II secolo
D.C. morto prima del 215 D. C. scrittore e pensatore fatto il suo fine di sintetizzare ampiamente la cultura ellenica e la
fede cristiana diventa il predecessore del pensiero temprano bizantino. (S. S. Avèrintsev: “Poetica della temprana
letteratura bizantina” (p. 325) , Mosca, Coda 1997) La sua idea parla che quando cesserà la circolazione
quotidiana verrà l’ apocalisse degli immortali.

E l’infaticabile Chronos, nell’eterna
corrente, gravido, scorre, partorendo
se stesso; e le orse gemelle
nei loro slanci; veloci
sorvegliano il di Atlante.

Nato da te, nel turbine celeste
Intessi la natura delle cose;
intorno a te la luce,
intorno la cieca notte scintillante,
intorno la folla indistinta degli astri,
continua intorno a danzare.

La lettura del contesto in cui Clemente inserisce la citazione dei due frammenti, chiarisce che le due immagini
non sono affatto assimilabili l’una all’altra: la differenza sta nelle due concezioni del tempo espresse nelle figure di
Chronos e di Aion (Eon)…
Nel primo dei due frammenti anapestici riposati, Clemente cita il passaggio dal “Peritoo” sul tempo-Chronos,
che instancabilmente “partorisce se stesso”, come prefigurazione di un’allegoria istoriata sulla sacra arca di Mosè,
dove viene rappresentato il moto dei Cherubini intorno al polo che non subisce moto, immagine di Aion (Eon), l’Eterno.
Così il contesto di Clemente che introduce la citazione:
Le figure rappresentate sulla sacra arca rivelano le cose del mondo intelleggibile che è velato e al più precluso. Proprio
quelle figure d’oro, ciascuna con sei ali (come, sull’amuleto di Atlasso il dio seduto ha sei mani
trasformate nell’ eternità), rappresentano sia le due orse — come vogliono alcuni — sia, come pare preferibile, i
due emisferi (due gemelli separati). Il nome di Cherubini vuole significare un’ampia conoscenza: entrambi hanno
dodici ali, e significano, mediante il cerchio dello zodiaco, e il tempo che scorre con esso, il mondo sensibile. Credo che
così dice anche la tragedia che ragiona sulla natura delle cose… (Clemente, Stremata V 35). Agli angeli dalle sei ali
dorate dei testi sacri corrisponde nei versi tragici, il moto incessante di Chronos che si trasmette alle due Orse “alate,
veloci” (1)(come il principe e la principessa che prendono la decisione di morire subito attirati
alle croci di vittime con le ali come due Orse, due emisferi che non possono essere separati e
pieni di se stessi conducono all’Apocalisse), ovvero ai due emisferi, allegorie del mondo intelligibile, che
ruotano intorno all’ immobilità assiale di Aion (2) (così l’unità di entrambi è rappresentata
nell’androgino con l’anima immobile ed indifferente al mondo materiale). Nota Clemente che “il
polo di atlante impassibile può essere anche la sfera delle stelle fisse, o forse è meglio intenderlo come l’ Eternità
immobile”.
Il tempo-Chronos è dunque figura del tempo che non può fermarsi (come non si può evitare la fine
profetizzata di Atlantide come non si può fermare l’ultimo sacerdote accecato) e instancabilmente si
autoriproduce: il moto di Chronos acquista evidenza per contrasto con la fissità immutevole dell’asse attorno a cui
girano le Orse. Atlante sarebbe dunque, già alla fine del V secolo, figura dell’axis mundi. (3) 1, 2, 3 (“ATENE ASSOLUTA”
Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia”
Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (pp. 131-135). Federa editrice, Padova,
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1997)
L’idea si interpreta dall’intaglio della scrittura sull’amuleto dell’eroe apostolico, lo
stesso Clemente Alessandrino, che predice la fine del mondo alla regina Solomea in
Egitto:“Quando riuscirete, voi, Figli Divini, a calpestare le veste della vergogna nelle ceneri,
come l’ autunno calpesta il tappeto delle foglie; quando non carne e non donna madre
regaleranno la nascita ai vostri figli; quando i due saranno l’uno, come nel grano, come nel
cerchio confluito da due emisferi; quando tutto sarà all’interno come all’ esterno l’ unico;
quando non femminile e non maschile divenendo maschile e femminile si fondarono senza
tracce, allora soltanto la vita brillerà vittoriosamente e la Morte perderà i diritti violenti.”
L’ultimo sacerdote di Ra doveva presentire il pericolo. Lo avvertì nel capitolo successivo
ma non potette cambiare nulla perché la vittima di due emisferi nel ruolo dell’Androgino
doveva compiere tutto ciò che era formulato dalla provvidenza posto che il sacerdote era un
peccatore come tutti gli atlanti.
Boezio caratterizza più concretamente i concetti della provvidenza e del destino e
determina i loro legami che si evidenziano nel nostro mondo in modo che aiutassero a capire
molti atti simbolici dei protagonisti della “Rovina di Atalantide”.
L’ origine di tutte le cose, l’evoluzione delle nature in divenire, [20] e tutto ciò che in
qualche modo si muove, traggono le loro cause, l’ordine e le forme dall’ immutabilità della
mente divina. Essa, raccolta nella roccaforte della sua semplicità, determina la molteplice
modalità in cui gli eventi si svolgono. Questa modalità, quando la si considera nella purezza
stessa dell’intelligenza divina, viene detta provvidenza; quando invece [25] la si riferisce agli
esseri che muove e dispone, è stata chiamata fato dagli antichi. (Boezio “Consolazione della filosofia,
IV, 6, 20-89)
L’opera si presenta come un dialogo, nel corso del quale la Filosofia, apparsa improvvisamente allo scrittore
come in una visione, gli mostra che le sciagure che lo hanno colpito, inserendosi, come quelle di tutti gli altri uomini,
anzi, come qualunque fatto umano, in una realtà retta e governata dalla Provvidenza divina per il meglio, a ben
considerare non richiedono commiserazione, ma una personale e convinta adesione al volere di tale Provvidenza…. (1)

La Provvidenza predispone tutto ciò che esiste e non esiste nella realtà. Il fato consiste
nel governo della Provvidenza delle cose materiali e del destino (fato) di tutti i personaggi
reali. La loro diversità apparirà evidente a chi penetri con la mente la loro reciproca capacità
operativa; la provvidenza infatti quella stessa ragione divina, riposa nel sommo Sovrano di
tutte le cose, che tutto dispone; mentre il fato è l’ assetto inerente alle cose mutevoli, [30] per
mezzo del quale la provvidenza inserisce ogni cosa nel proprio ordine. Per spiegare l’esistenza del
bene e del male si deve passare all’esame delle due forze, apparentemente contrastanti, che regolano le vicende di tutti:
la provvidenza e il fato… (2)
La provvidenza ha le anime di Atlasso, dei gemelli, dell’ultimo sacerdote, ecc.., prima
dell’incarnazione di tutti e di ciascuno. Il fato è come il mezzo mediante il quale la
provvidenza fa nascere ciascuno nel proprio tempo per avere il destino che è già scritto. La
provvidenza pertanto abbraccia egualmente tutte le cose, benché diverse, benché infinite; il
fato invece muove le singole cose secondo che sono distribuite nei diversi luoghi, nelle diverse
forme e nei diversi tempi. La provvidenza e il fatto sono esattamente due facce della medesima realtà: la prima è
la razionalità, fondata in Dio, che tutto ordina in modo conforme alla semplicità e alla immobilità del suo essere stesso;
il fato è il medesimo ordine, considerato, però, dal punto di vista del mondo; esso significa il molteplice intrecciarsi di
tutte le cose che divengono e si muovono: tutto quello che è sottoposto al fato è sottoposto anche alla provvidenza,
perché il primo è subordinato alla seconda. Provvidenza e fato dispongono la vita dell’uomo, perché Dio conosce in
anticipo il bene e il male. (3).1, 2, 3 (“La consolazione della filosofia” di Severino Boezio a cura di Claudio Moreschini,
Unione Tipografico-Editrice Torinese.) Nella provvidenza esistono tutte le variazioni dei fati. Esiste il
destino in cui gli atlanti non divennero assai miscredenti ed invertiti. Si presuppone il destino
in cui i gemelli risorgono nell’unico uomo corporeo, anche c’è il destino del fato presupposto
che potesse realizzarsi dove essi nascono nelle famiglie diverse per incontrarsi nella vita
quotidiana e per non incontrarsi mai. Anche il sacerdote potesse nascere nelle epoche diverse
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appartenuto agli scopi numerosi come potesse cambiare la sua scelta tra la conseguenza l’
immortalità e la saggezza per lasciare il mistero pericoloso come fece Atlasso. Se egli rifiutasse
di ottenere l’ immortalità attraverso il suicidio che farebbe l’assenza della possibilità della
sopravivenza della prima società umana? E questa variazione delle decisioni è evidenziato
all’interno della stessa provvidenza come del tutto imprevisto. Così il dispiegarsi dell’ ordine
temporale raccolto in unità dinanzi allo sguardo della mente divina [35] è provvidenza, mentre il
medesimo complesso, distribuito secondo la successione temporale, viene chiamato fato. Il fato
dà la possibilità della scelta agli esseri ragionevoli. Tuttavia vince la linea principale della
provvidenza al contrario della possibilità della scelta quasi mai realizzata perché Dio non
sbagliava mai quando regalava ogni incarnazione perciò Atlasso rifiutò il mistero dell’
immortalità e salvò il mondo ma l’ultimo sacerdote non lo fece al contrario della possibilità che
gli suggerivano esplicitamente i fattori dell’apocalisse.
“Pur essendo essi diversi, sono tra di sé interdipendenti; l’ ordine del fato deriva infatti
dalla semplicità della provvidenza. E come l’artefice dapprima concepisce nella mente la forma
dell’opera che vuole realizzare e dopo [40] la porta a compimento, sviluppando in diversi
momenti di tempo quel che aveva unitariamente contemplato dentro di sé, così Dio mediante la
provvidenza dispone in maniera singolare e immutabile quel che deve essere fato, e dopo
mediante il fato sovrintende all’attuazione nella molteplicità e nel tempo delle cose che aveva
preordinato. Pertanto, sia che il fato si compia [45] per l’ opera di spiriti divini al servizio della
provvidenza,… (1) Il fato si manifesta mediante tutto ciò che è previsto e contraddetto. La
provvidenza predispone comunque tutto, indipendentemente da come contraddice la possibilità
della scelta, per condurre la società d’Atlantide alla fine della sussistenza. Golokhvastov
verifica questa teoria filosofica di Boezio in modo pittoresco e con una maestria. La
provocavano due stelle cadute sopra il tetto del palazzo regio, canzone della bambinaia che
vuole salvare i gemelli dal destino terribile del loro fato e l’obbliga a cadere senza coscienza
dal rito prima della loro vittima, il contrasto fra i desideri dell’ultimo sacerdote nel giorno della
nascita dei gemelli e dopo: la scoperta del mistero dell’ immortalità nel tempio sotterraneo, la
sete insaziabile del condottiero perfido e lussurioso che lo induce a rapire la principessa con
l’ambasciatore dal regno barbarico, ecc..
“Ne consegue che tutte le cose sottoposte al fato sono pure soggette alla provvidenza, alla
quale è soggetto lo stesso fato. [55] Però alcune delle cose che soggiacciono alla provvidenza
trascendono il corso del fato, e sono quelle che, stabilmente fisse vicino alla prima Divinità, si
collocano al di fuori dell’ordine inerente alla mutevolezza del fato… [69] (2) L’immagine dell’
inseparabilità dell’unica anima dei gemelli è molto vicina alla prima Divinità con la memoria
della migliore sensazione malgrado la sete corporea proibita dalla natura. Essa si colloca al di
fuori delle leggi interne ed esterne anche al cambiamento del destino del fato e preferisce che la
morte violata sostituisca la mutevolezza l’unità inseparabile della loro anima che utilizza la
provvidenza come il fato inevitabile. Come dunque il ragionamento sta all’intuizione, [70] ciò
che viene generato a ciò che è, il tempo all’ eternità, la circonferenza al centro, così il corso
mutevole del fato sta all’ immobile semplicità della provvidenza. (3) 1, 2, 3 (Boezio “Consolazione
della filosofia, IV, 6, 20-89)
L’infanzia, il passaggio all’adolescenza che svela il loro amore nato prima della loro
incarnazione, la comprensione dell’assenza della possibilità di vivere insieme, l’arrivo della
principessa all’ultimo sacerdote e la loro eutanasia dopo il consiglio di essere l’unica anima, la
perdita del sangue sulle croci attraverso le sofferenze infernali con i timbri della dimenticanza,
della cecità, della sordità e l’indifferenza a questo mondo e l’unificazione nell’Androgino
Cieco, Sordo e Indifferente, avuto tutte le caratteristiche della loro esistenza vicina alla prima
Divinità non sono che le ruote interne dell’ assi. Essi diventano meno mobili e più vicini
all’asse ideale che era stato creato ed inviato da Dio sulla terra per concludere ciò che era
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previsto e lasciato sullo scheletro di Atlasso sino alla scadenza inevitabile. Golokhvastov fa la
domanda automaticamente: L’asse immobile, cieco, sordo, indifferente è divino? E la Divinità
è immobile e perfetta in se stessa?
Il XXVIII cap. p. 150: O maledizione dell’ inamabilità primordiale degli uomini, io la
sentivo soltanto con l’ anima triste, come la luce attraverso la pellicola delle palpebre calate;
per l’afflizione ostile all’ essenza della creazione io cercavo inutilmente la soluzione salubre e
il titanio e pigmeo uomo mi sembrava lo sbaglio miracoloso del mondo.
Il sacerdote supremo di Ra presentiva che l’ uomo è l’ errore. Egli come tutto si
individualizza e si separa dal mondo comune pensando che egli stesso non gli apparteneva. Ma
non era così. Attraverso l’idealizzazione di se stesso la provvidenza realizzava tutto ciò che
aveva previsto il primo profeta Atlasso. Verosimilmente, Atlasso riusciva a non isolarsi dal
mondo. È perché egli rifiutò la sua immortalità presentendo il pericolo della violazione delle
leggi universali, posto che nessun uomo è perfetto e capace per fare questo. Il sacerdote
supremo di Ra non capiva che ciascun’ immortale non verrà mai Dio che si vede dopo la morte
perché la sua vita eterna lo legherà all’imperfezione di questo mondo alla dipendenza dal suo
stesso nome, dalla percezione imperfetta dell’ umanità, dall’ impossibilità di decidere i conflitti
umani. E se l’apocalisse non si provocasse l’immortale si alzerebbe soltanto sopra l’ umanità
miserabile e non attingerebbe la verità del Paradiso Divino. Soltanto la debolezza e la mortalità
alzano l’uomo sopra gli angeli. Tutto il XXVIII capitolo è dedicato alla comprensione di come
l’uomo imperfetto non deve essere spostato, allontanato dalle sue mancanze e compatto alla
perfezione falsa fermato lo sviluppo divino attraverso l’ immortalità fatale.
Il XXXI cap. p. 161: Cinotaphe è la tomba vuota o qualche monumento. Un mausoleo
canuto di sette angoli stava fra le querce eterne vicino ad Atslano sulla pianura. Molto tempo fa
il mausoleo era da considerarsi il mistero antico. Col passare dei secoli le colonne diventavano
più pesanti e vetuste una è caduta sotto la pesantezza del tempo. Le colonne si sono inclinate.
Nell’ intaglio del lavoro abile e sottile sulla pietra dura scorre la Cinotafe: sono i disegni dell’
essere, dei combattimenti e della caccia: qua col collo lungo è la giraffa graziosa che scappa,
salvando sé in modo ridicolo, dalla nuvola delle freccie volanti; qua è il lotto degli Atlanti
minacciati ai nemici, e il capo dei reggimenti, sopra il mucchio dei corpi uccisi, sta in piedi
vittoriosamente bello e audace;… La descrizione de mausoleo fa ricordare gli ornamenti delle
rovine dei monumenti della Grecia Antica.
P. 162: Lì è pittata la festa della mietitura e le preghiere al dio Ra. Albeggiava. Si
scioglieva la nebbia dell’alba.… Sotto il sicuro passo tremava la terra, e con i rintocchi
minacciosi delle arme i reggimenti arrivavano da tutti i lati, sollevando la polvere. Vicino alla
tomba oggi, è fissata la riunione dell’ esercito per mostrare all’ ambasciatore l’ appoggio del
regno, la forza di Atlantide nella bellezza e nella gloria della potenza militare… Gli atlanti
organizzano la parata per mostrare la potenza del loro esercito agli stranieri che sono sempre da
considerarsi i nemici così come nella Roma Antica, da cui Golokhvastov trae le ponti per la
costruzione del soggetto.
P.163: … E il re, ammirato dagli uomini, stava in piedi nella quadriga, nell’armatura
splendente, con il casco leggero, l’incarnazione viva della potenza tranquilla è pronta alla
guerra. Egli andava sicuro lungo i reggimenti. Soltanto il picchio delle ruote violava il
silenzio. La quadriga si fermò a piè di collina: Il regnante fece il segno con la mano. Come
l’imperatore romano il re d’Atlantide passò lungo i reggimenti sulla quadriga.
P. 163: Cinocefali — la tribù degli uomini con le teste dei cani descritte da Erodoto. I
soldati simili ai cani sentivano le tacce del nemico con il loro fiuto.
P. 164: Tra le grida del reggimento, a capo della legione, sopra la foresta delle lance
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alzato sul quadro, portano l’erede del trono col trionfo. L’inondato dal Sole, uno nell’ altezza,
nave il principe: oggi la prima volta come il figlio regio per il testamento dei secoli. Col
combattente egli entrò nelle file della guerra che furono coperte dalla fama dei reggimenti
vittoriosi. Ora la provvidenza vuole provare per la seconda volta come è preparato il principe
prima della vittima sacrale per divenire l’emisfero dell’Androgino e per punire il popolo per la
caduta dell’onestà e dello spirito come era previsto in relazione alla fine dell’esistenza
dell’isola verde di Atlantide.
È molto difficile paragonare il principe al diciottenne Ottavio quando i repubblicani
uccisero Cesare. È più probabile che l’immagine successiva del giovanissimo condottiero
stanco dai giochi politici si riflette nel “Trionfo” di Orazio, verosimilmente, affinché essa sia
divenuta il prototipo del principe prima della composizione della “Rovina di Atlantide”.

heu! nimis longo // satiate ludo, /se stancasti dai // giochi tropo lunghi
quem juvat clamor // galeaeque leves/ suscitano già // l’elmo e il lotto,
acer et Marsi // peditis cruentum /sotto Marte sei, //fante sul nemico
voltus in hostem. / Insanguinato.


(Tu, che ahi del troppo lungo ludo
clamori ami e politi elmi e la dura
faccia del Marso fante sul nemico
insanguinato)

Perché, a quanto pare, Golokhvastov trasforma l’immagine ritratta da Orazio nella
stanchezza dal gioco inutile dell’infanzia dei gemelli regi senza futuro. Verosimilmente lo
condottiero precedente coperto di sangue è la sorgente iniziale della caduta della nave
dell’ambasciatore dal regno barbarico nel combattimento marino?
Il principe ha tutto chiaro, senza alcuna confusione. Già non è ragazzo, il cui riso felice
suonava nei Giardini delle Piacevolezze. Non è adulto scampato alle carezze nelle seduzioni
delle fidanzate.
Il principe indirizzò lo sguardo alla montagna ed inviò il saluto alla sorella.
Per caso il condottiero precedente visse questo vivo movimento. Il peccato, abbassando la
fronte, il geloso capì il suo significato. Nel mistero il capo di ieri e l’ambasciatore affermarono
il desiderio istantaneo di rapire la principessa che nacque allo stesso tempo nelle anime nere di
entrambi. Essi lo realizzeranno nel capitolo successivo affinché il principe dimostri la sua
fedeltà nel XXXIII capitolo per divenire degno all’emisfero dell’Androgino Sacrale. Perché i
due dovevano soffrire come non mai e la seconda prova deve aumentare la forza divina
dell’amore fra due emisferi dell’unica anima separata dopo la loro nascita.
Verosimilmente il poema successivo di Orazio divenne una delle prime opere che
costruirono il soggetto della “Rovina di Atlantide” mediante la riflessione sul passaggio in cui
la mano destra è sinistra e dove scendono e perdono nella sorgente, mentre nella “Rovina di
Atlantide” salgono e vincono ed anzi.

O navis, referent in mare//te novi (O nave, ti riporteranno in alto mare)
fluctus! O quid agis? Fortiter //occupa (nuovi flutti? Che fai? Imbocca)
portum. Nonne //vides ut (il porto e stavvi salda! Non vedi)
nudum remigi//o latus (com’ è nudo di remi il tuo fianco,)
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et malus celeri saucius //Africo (e già incrinato è l’albero)
antemneque gemant ac sine//funibus (dall’Africo veloce? Gemono le antenne,)
vix durare //carinae (priva di funi la chiglia non regge)
possint omperi//osius (alla soverchia forza dell’onde.)

aequor? non tibi sunt integra// linea (Non hai intatte le vele,)
non di, quos iterum pressa vo//ces malo.(non hai Dei che tu possa invocare)
Quamvis Ponti//ca pinus, (se sarai ancora stretta dal pericolo.)
silvae filia //nobilis. (E, benché tu sia pino del Ponto,
figlia di un bosco nobile,)
Jactes et genus et nomen i//nutile, (se metti avanti discendenza e nome, ti sarà inutile)
nil pictis timidus navica //puppibus (che vuoi, che un navigante impaurito)
fidit. Tu, ni//si ventis (si affidi agli dei dipinti)
debes ludimbri//um, cave. (sulla poppa? Sta in guardia, se non vuoi
cadere in ludibrio dei venti!)
Nuper sollicitum quae mihi //taedium,(Tu, per l’innanzi a me fastidio ansioso,)
nunc desiderium curvaque// non levis. (ora amore e inquietudine profonda,)
Iinterfusa// nitentes (evita le alte distese)
Vites aequora //Cycladas. (fluctuanti fra le branche Cicladi.)

Documenti: “L’allegoria, che ci chiama inversio, consiste in fare intendere un senso differente del senso letterario…
Così tutto questo passaggio di Orazio dove dicono “navire” per “repubblica”, “flota” e “Tempeste” per “guerre civili”,
“porto” per “pace e concordia” (Quintilion, “Innstitution Oratoire”, VIII, 6, 44.)
“Io sono distrutto per la mischia dei venti; là l’ onda che rotola viene tanto di qua, e tanto di là; noi allo stesso tempo
alla metà di flotta, noi siamo andati via con la nostra nera vela dondolati violamene per la grande tempesta; l’acqua,
nella sentina, copre le piedi dell’albero, la vola è rotta; essa pende in grande straccio; e i cavi si demoliscono.” Alceo,
fr. 54 (Trad. Th. Reinach).
Per capirlo: tutta l’oda è allegorica. Si può spiegare il senso allegorico di ogni dettaglio. 1. Fortiter occupa —
rientra decisamente in… 2. Ut — come. 3. Malus et — al verso 10, malo: attenzione alla quantità. 4. Funibus: si dice di
cavoche inserrono e proteggono il guscio (carinae: plurale poetico per carina, cf. puppibus al verso del navire. 5.
imperiosius — “più imperioso (come d’abitudine)”. 6. Di (integri): gli dei protettori sculturati. 7. Quos — ut eos. 8. Le
foreste di pigne dei bordi del Ponte Euxin fornivano per la costruzione delle navi un legno rinomato. 9. Nobilis si
rapporta a selve. 10. Iutile — qualifica gli dei sostantivi precedenti. 12. Timidus — divenuto spaventato. 13. Cave,
nisi… debes — “prende, conserva, o allora ed ecco bisogno…”. 14. Interfusa regge Cyclades. — Il mare delle Cicladi,
ingombrato da isole, da scogli e da correnti, era assai pericoloso. 5 Nitentes — “brillanti” (dal fulmine del marmo al
sole). 16. Vites: si spiega così il cambiamento dei modi (cf. v. 2 e 16) (“Les Carmina d’Horace” Odes et épodes. Presentés
par A. Debidour (professeur de Première Supérieure au Lycée Condorcet. Classiques ROMA sous la direction de Gy
Michaud Agrégé de l’Université Docteur ès lettres (pp. 51-52). Librairie «Hachette», 1938.)
Secondo il poema di Golokhvastov, l’immagine condizionale del fratello conduce alla
contraddizione di Orazio. La contraddizione del fratello è il condottiero precedente. Si può
paragonare il messaggio di Orazio all’immagine ribaltata del fratello e l’immagine reale del
condottiero e dell’ambasciatore barbaro che scappano con la principessa rapita. L’immagine
del loro destino sulla nave, dal Ponte verosimilmente, è molto simile all’immagine del
navigatore impotente di Orazio. L’albero è incrinato, gemono le antenne e la chiglia della nave
dell’ambasciatore barbarico non può reggere alla soverchia forza delle onde. I bordi dipinti del
pino delle terre barbariche non salveranno i ladroni della principessa. Si può supporre che
entrambi esprimono il loro ludibrio al giovane principe in precedenza: benché tu sia pino del
Ponte figlia di un bosco nobile. Si può ritenere che essi pensavano che il principe di 15 anni è
come la figlia di un bosco nobile. Invece, al contrario del poema di Orazio il fato dell’opera di
Golokhvastov obbliga il fratello ad aspirare al mare mosso fra le Cicladi per salvare la sorella
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come il secondo emisfero dell’anima. Verosimilmente, prima della nascita della “Rovina di
Atlantide” nell’immaginazione di Golokhvastov, la comparsa dell’immagine del fratello
emisfero dell’Androgino nasce come contrario dell’ immagine del giovane del poema antico di
Quinto Orazio Flacco. Verosimilmente, la comparsa della sua immagine si disgiunse (slego)
dal desiderio di seguire e allo stesso tempo contraddire la “Divina commedia” di Dante. Si può
supporre tuttavia che il poema di Orazio divenne la sorgente anche per la riflessione
contraddetta della memoria generale della saggezza umana propria.
Il XXXIV cap. p. 177: Il sacerdote supremo di Ra ricerca il giorno alla festa del
Matrimonio spirituale fra i cerchi del Sole di Ishtar e della Luna prima di confluire i due
gemelli nell’unico miracolo affinché la vergine fidanzata passi sola tutta la notte dimostrando
la propria purezza preparata alla vittima.
P. 178: Secondo i dogmi antichi della memoria della saggezza umana l’ultimo sacerdote
supremo ricercava il collegamento all’anima mondiale da otto settimane. Esigeva tutto il
giorno il rito della purificazione e leggeva tutta la notte le preghiere prima della Festa di
Matrimonio. Egli vestiva il costume dei poveri, mettendo la cenere sulla testa. Andava lungo le
cale di sette salite in piedi per alzarsi all’ottava, apriva sette porti fino al tempio di Ziggurat.
Quando apriva l’ultima serratura l’oriente s’è acceso con l’alba splendente. Egli presentiva
dall’incoscienza che la realizzazione del suo desiderio sarebbe stata il delitto spirituale. La luce
entrò nel tempio tremendo.
P. 179: 1. Esiste il mosaico dei pesci beventi che decorava gli edifici delle città distrutte
dell’America Latina (Copan in Honduras), Luwis Spence lo intitola “Plan and Fish Motif”
sulla base delle ricerche due di suoi altri collegi ricercatori. Egli presuppone che sia il disegno
degli atlanti (Lewis Spence. The The problem of Atlantis: Central American Archaeology, page
138 and plate X, 1).
L’ornamento dei pesci degli animali rapaci conduce al simbolo nascosto del leone.
3. La bocca aperta di leone con la lingua pesata in cui l’emblema erotico di ioni è la
bocca e la lingua gioca il ruolo del Lingam (fallo). Essi si incontrano all’ interno di molte
sinagoghe fino ai nostri giorni secondo l’ affermazione di B. Z. Goldberg, l’autore del libro
“The Sacred Fire”. L’autore unisce i monumenti latinoamericani e la descrizione delle chiese
caloriche di barocco.
4. Cherubini — l’immagine simbolica del Vecchio Testamento. Sono del secondo rango
al di sotto del cerchio dei serafini. Hanno quattro ipostasi dell’ uomo, del leone, del vitello e
dell’ aquila che diventarono gli attributi dei quattro vangelisti. Secondo le analisi del libro di
B. Z. Goldberg The Sared Fire — The Story of Sex in Religion: Book III, Charter I, Love in the
Synagoue, page 224. — Garden City, N. Y. 1930 le immagini dei cherubini rappresentano la
sintesi della genesi maschile e femminile, anche il Cherubino Tetramorfo è unito in sé e non
furono solo quelle quattro nature la coincidenza misteriosa di Lingam e di Ioni.
Cherubino (letter. E disus. Cherubo, chèrubo), sm. Natura angelica o spirito celeste che fa parte del secondo
ordine della più alta e più nobile delle tre gerarchie angeliche, a cui si attribuisce pienezza di scienza. — Finche: essere
intercessore presso Dio, di forma umana e alato, che è a protezione dell’ingresso del paradiso oppure copre l’arca santa
o sta davanti al Santissimo (nell’Antico Testamento). Iacopone, 69-127: l’om che iogne tanto en suso, co li cherubini ha
puso: / ben po’ viver gloriuso, ché vede Deo per veretate. Dante, Conv., II-v-6: Sopra questi (i sei ordini delle prime due
gerarchie) sono le Potestati e li Cherubini, e sopra tutti sono li Serafini: e questi fanno la terza gerarchia. Idem, Par.,
28-99: Io sentiva osannar di coro in coro: /…/ e quella che vedea i pensier dubi / nella mia mente, disse: “I cerchi primi /
t’hanno mostrati serafi e Cherubi”. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese .
9/V71964.) La bocca aperta, che simbolizza la sorgente vitale si armonizzava col Cherubino di sei
ali. Vicino al palco dei misteri primordiali, come i vecchi con le tortuosità scure delle rughe,
stanno due croci di tre fini.
Nei gambi, come fantasma si oscurava l’una, l’altra immobile e buia è vicino al capezzale;
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come se ambedue crescessero dalla terra. Si possono riscontrare due linee opposte fra il
significato delle immagini gentili della “Rovina di Atlantide” che provocavano la discesa
nell’abisso infernale e invece garantivano l’ascesa al Paradiso. Questo confronto dimostra
ancora una volta la riflessione speciale della contraddizione della “Divina Commedia” nella
“Rovina di Atlantide” in cui Dante sale Golokhvastov scende e invece.
Nella “Divina commedia” quei sacri animali sono citati nei versi successivi

sì come luce luce in ciel seconda, 91
vennero appresso lor quattro animali,
cornati ciascun di verde fonda.
Ognuno era pennuto di sei ali; 94
le penne piene d’ occhi: e li occhi d’ Argo,
se fosser vivi, sarebber cotali.

(91- 96 del XXIX canto del “Purgatorio”)
91. sì come… seconda: come, nel rotare del cielo, una costellazione segue ad un’altra e ne occupa il posto. 92.
quattro animali: i Vangeli; secondo il simbolo tradizionalmente adottato. Per la loro figura, Dante stesso rimanda alla
visione di Ezech., I, 4-14 (cfr. pure Dan., 7, 2-7), ma segue anche qui più da vicino la descrizione di Apoc., 4, 6-8. 93.
verde fronda: è simbolo di speranza, secondo il Lana: con la buona novella si apre all’uomo redento dalla colpa
originale la speranza della salvezza. I più intendono: fronde d’ alloro sempre verdi, vive perennemente come la dottrina
evangelica; ma rompono in tal modo il parallelismo dei simboli, coi vv. 84, 148. 94. sei ali: “quia alte volaverunt”
(Benvenuto). Le sei ali erano il segno distintivo dei serafini (cfr. Isai., 6, 2); e il simbolo biblico era variamente
interpretato. Qui potrebbe significare che “per ogni dimensione la Scrittura… si estende in altezza, in larghezza e in
profonditade” (Lana). 95. piene d’occhi: “quia omnia acute viderunt” (Benvenuto). Qui è probabile che Dante avesse
presente l’interpretazione di san Girolamo; Argo: l’occhiuto guardiano di Io, ingannato e ucciso da Mercurio (cfr.
Ovideo, Metam., I, 622-723). 96. cotali: altrettanto vivi e penetranti. (1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino
Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 729). Editore –Milano-Napoli 1954.)
sì come: come in cielo una stella (luce) succede a un’altra stella, occupandone il luogo. — quattro animali:
simbolo de’ quattro Vangeli; e sec. Al., de’ Vangelisti; ma Luca e Giovanni appariscono più tardi (vv. 136 e segg.),
sebbene in altra veste. La verde fronda denota l’ eternità delle dottrine cristiane, e le occhiute penne “Io ‘ntendo delle
cose passate et avvenire” An. Fior. — Argo: cfr. Purg., XXXII, 65. L’onniveggente fg. Di Agenore, custode d’Io (Metam.,
I, 625). (2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 683); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)
Il numero quattro in questo caso è sacro. Ogni animale ha il proprio significato filosofico
di quattro Evangelisti. L’agno
corrisponde all’ apostolo Marco, il leone esprime lo spirito di Luca, il toro è il simbolo di
Matteo e l’aquila quello di Giovanni. Ma gli animali simbolizzano solo le anime e gli affari
degli apostoli ma non sono gli apostoli stessi. L’ aquila è il simbolo di san Luca, ma non lo
stesso san Luca, ecc., e questo perché le anime degli apostoli si trovano nei supremi cieli del
Paradiso con Gesù.
Il XXXV cap. p. 182: La descrizione del tempio si concentra nel cristallo diamantato,
nell’unità del maschile e del femminile e conduce al discorso per persuadere il desiderio dell’
immortalità deciderebbe il problema dell’ influenza delle magie dannose; Perché, ogni notte
con la seduzione affascinata, se il cristallo fosse torbido il dono di vita si perderebbe nella luce
contagiosa, però sopra la vita è debole la malattia. L’ autore torna nuovamente alla
descrizione dell’ alba affinché il sacerdote si persuada che la scoperta del mistero avrà la sua
validità, anche se lo spirito interno del tempio lo contraddice.
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Disegno di A. N. Avinov: Anco e fluidi
P. 183: 3. Anco — Crux ansata, una delle leggi più antiche dell’ Egitto che simbolizzano
l’unità maschile che serviva da emblema della generazione e della vita eterna. Prima della
discrizione dell’Anco l’autore aspira al cristallo torbido della temporalità e del peccato.
P. 184: 4 L’ “aspirazione” — è il “dito indice” secondo i commenti ebraici simbolizza il
tetrogramma del nome orribile di Gegova ed è composta dalle lettere iod-hei-bau-hei, in cui
“iod” rappresenta l’ ideogramma di Lingam e la lettera “hei” porta il significato di Ioni che
simbolizza l’ armonia della Divinità. Allo steso tempo la “hei” significa l’aspirazione e la
lettera “iod” simbolizza il “dito indice”. Non sarà mai possibile capire Dio positivamente,
come affermava Nicolò Cusano nella sua “Dotta Ignoranza”: solo la pronuncia simbolica di
quattro lettere illeggibili ci aiuta ad immaginare, ma solo negativamente, l’ immensità del
Creatore e la sua potenza assoluta ovunque.
L’ aspirazione desta il raggio viaggiante nell’ attimo sacro della santa alt zza, toccando il
punto splendente dello scudo, come il dito indice della palma di Ra. Il sacerdote vuole
persuadersi affinché tutti i dubbi lo fermino in precedenza dell’autorealizzazione del destino.
Ra è inclinato nel disco solare così che la pietra santa viene gettata sul Palco del Testamento.
Unisce il Matrimonio: immediatamente dal cristallo torbido dalla patina per la parola nera si
ne va la luce. L’ Anco vittorioso scintilla come il Diamante, ma lo splendore della fama eterna
fa la gioia della luce all’ occhio visto nuovamente. Il fato che la luce se ne vada dal Diamante
spaventa il sacerdote che si vede nell’allusione che mostra ancora una volta che sarebbe celato
il pericolo nel mistero della vittima. Egli caccia ancora i dubiti una volta tuttavia per assolvere
al suo cieco ruolo nello spettacolo crudele della vita.
Io stavo in potere ai sonni profetici, nello stato beato dei pensieri provocanti; la luce
della provvidenza è accecata e mi deste nuovamente la conoscenza dei fondamenti dimenticati,
eterni nella loro essenza vera. L’illusione inebriante gioca nel suo caso lo stesso ruolo che
l’entusiasmo delle folle giocava nel 1935 per i grandi politici della metà del XX secolo.
Verosimilmente, Golokhvastov faceva alcuni paralleli (molto lontani) fra essi e il ruolo
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dell’ultimo sacerdote supremo di Ra.
P. 184: 5. I Fluidi — sono le emanazioni: fini della potenza e dell’ energia. Fluido, agg.
(superl. Fluidissimo). Che ha limitata consistenza e densità, scorrevole (una sostanza per lo più allo stato liquido e
gassoso). Galileo, 3-4-136: Non val l’argomentare dalle stelle solidissime ai cieli tenui e fluidi, e la terra stessa per la
sua durezza è aspra e montuosa, e l’acqua sferica perfettamente, rimosse le cause esterne e accidentali. (“Grande
Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
6. Sefiròt — uno dei 10 messaggi di Dio contemplava, secondo Cabala, l’universo. Il
sogno del sacerdote accecato comincia ad avvicinarlo al feticismo, all’animazione degli oggetti
inanimati. Così si sottolinea la fatalità del paganesimo ed implicitamente il suo spirito aspira al
nuovo futuro senza Atlantide, che si incarnerà nella prima religione monoteistica del Vecchio
Testamento.
L’accesso della beatitudine è aperto agli uomini: l’ anello splendente genera i Fluidi della vita
dei due sessi al respiro della Pietra... Essi sono l’ unità e il vivo sefirot (i futuri 10 messaggi,
l’universo). Chi gli darà l’incarnazione, farà i figli di Atlantide immortali. Così il desiderio
sbagliato dell’ultimo sacerdote supremo e la vendetta dai peccati confluiscono.
Il XXXVIII cap. p. 196: La tradizione matrimoniale della vergine con la divinità è
descritta in questo capitolo e nel seguente. Il matrimonio cerimoniale col toro (col toro
animale: capitoli XII e XIII) simbolizza l’ unità mondiale. Il viaggio delle vergini verso lo
Ziggurat corrisponde al rituale sumero dello smentire delle vergini mediante il passaggio fra
sette portine su alternativi livelli del tempio. L’ origine di questo rituale mistico è legato alle
comprensioni cosmogoniche dei babilonesi antichi. L’ inferno o il mondo dei morti fu
concepito come la caverna enorme nel cuore della terra. Al contrario dei sette gradi del cielo
planetario e delle sette zone dei suoli, l’ itinerario attraverso la città infernale passava fra
sette portoni all’ interno di sette mura concentriche. Un poema dell’ Oriente Antico ci descrive
la discesa, alla Curnagea, all’ inferno, della dea della fruttificazione Istàr. Istar è da
considerarsi la figlia del dio della Luna Nannar. Se gli ultimi passaggi sono state intesi
correttamente, ella si indirizzò al “paese oscuro da cui non esiste uscita”, per liberare il suo
amante perduto, il giovane Tamuz. Vicino al portale esterno Ishtar pretese che il portinaio le
permettesse di accedere, avendo minacciato di rompere il portone e di condurre, sulla terra, i
morti“ più numerosi dei vivi”. La dea dell’inferno Erikigàl ordina di far passare l’ ospite
secondo le leggi antiche. Il portinaio apre ogni portone, ma prima la spoglia e prende di volta
in volta qualche porzione del suo vestito: 1) la tiara grande della testa, 2) i pendenti degli
orecchi, 3) la collana del collo, 4) le decorazioni del petto, 5) la cintura con le pietre del mago,
6) le decorazioni delle branche e delle gambe, 7) la roba. Secondo l’ abbandono di ogni
cerchio, al ritorno dalla Curnagea, le resero tutta la sua proprietà. Tamuz supplicò Erishkigal
col suo flauto. Ella le permette di abbandonare il regno dei morti e ordina che il “demone
della pesta” la benefichi con l’ acqua della vita. (Gorge Foot Moore: History of Religions.
Babilonia, page 229 – 230.) Secondo questo ordine dei cerchi del regno gentile dei morti, con
la vetta all’ ingiù, la memoria dell’intelletto di Dante costruisce i suoi sette cerchi infernali.
La principessa sta vicino alle mura di Ziggurat alla soglia del primo portone: “Addio,
sogni dell’amore, senza ritorno. Scusa, principe, fratello amato!…Di rosso splende il
tramonto, e la vicinanza della notte è terribile. Sulle torri tremano le tracce rosse. E lì, dove si
alza la salita ripida delle scale condotte al cielo di sera si sdraia la fresca oscurità,
scivolando. E le ombre girano come lo sciame dei misteri delle profezie che non si può
comprendere col pensiero. La memoria della sensualità meno peccata che ci sia si avvicina alla
memoria divina e suggerisce all’anima che il destino conduce all’abisso attraverso il male
tramonto splendente e rossiccio. Ma la memoria della saggezza umana la persuade che si possa
entrare nel mistero senza pensiero.
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Oggi notte sotto il velo dell’ oscurità, scendendo dal cielo alla sua incarnazione, Dio si
sdraierà a lei nel mistero. Si placano i suoni dei dubbi. E con la fede nel Miracolo ella non ha
il passato caro. Intonando la preghiera di passione ella alzò le mani con impeto verso il cielo
remoto. La coscienza verifica la vittima e sostituisce la morte violata dal matrimonio con Dio.
P. 198: I sacerdoti minori versano le iride ai piedi della principessa come simboli della pace. I
ciechi cantori cantano del sole. Sotto le grida del popolo il vecchio eremita conduce la
principessa alle soglie del cerimoniale gentile affinché la principessa salga al tempio passando
attraverso sette portoni secondo sette gradini del cielo planetario come Istar si era calata nel
regno dei morti vicino ad ogni portone lasciando una parte dei suoi vestiti e delle sue
decorazioni. I partecipanti al rito svestono la principessa con in sottofondo la lettura delle
preghiere che diverranno, secondo Golokhvastov, la sorgente delle tradizioni degli americani
precolombiani e dei popoli orientali antichi, divenendo la cieca memoria della saggezza umana.

P. 198: 3. Reseda — è l’ emblema della soavità; la fumata suscita l’ umore degli amanti.
Reseda (rèseda), sf. Bot. Pianta erbacea della famiglia Resedacee, alta fino a 40 cm, con fiori giallo-verdastri è
diffusa nei climi temperati; è coltivata anche a scopo ornamentale e per l’odore dei fiori. (“Grande Dizionario della
lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
Nel fumo garofano il portone è decorato con la Reseda dove il giovane sacerdote che
non ha mai visto donne prende i suoi orecchini e la sua collana. Dopo due sacerdoti
accompagnano la principessa nel cammino santo verso il terzo portone.
4. Rosa — è l’ emblema dell’ amore; la fumata che conduce all’ umore religioso. Le
rose simbolizzano l’amore vicino al terzo portone sulle piastre fredde. L’anice alletta l’ anima
che non conosceva ancora i miracoli degli amati. Il giovane sacerdote non conosceva le
seduzioni ma ora il corpo della principessa risvegliava in lui i barlumi di un sentimento che
cacciò via con la preghiera. Qui in modo particolare l’ autore provoca specialmente il dominio
della memoria della sensazione sopra la memoria divina quando ambedue resteranno sempre i
servitori della memoria della saggezza umana che doveva fallare sotto l’inno dei ciechi.
P. 199: Giglio — è l’ emblema della purezza; la fumata della lavanda suscita il disprezzo
del sentimentalismo. Vicino al quarto portone incontra la ghirlanda dei gigli di cristallo.
Il cap. XXXIX p. 200: Lotos — è l’ emblema della castità; il fumo suscita dalla mirra. Il
colore della mela — è l’ emblema del peccato primordiale. Dai vasi di alabastro fuma la
lavanda e il fanciullo indifferente, che è stato all’interno del mistero del rito, denuda il petto
della principessa. Il popolo è scomparso.
P. 205: I fiori del melo sono l’emblema della verginità. La ghirlanda dei fiori del melo
terminavano il viaggio spaventoso della principessa. All’ interno del tempio l’ aspettava il
sacerdote supremo.
Il XL cap. p. 206 L’ Osmos (greco) — è la specie del processo chimico e fisico durante
la diffusione di due fluidi che aspirano a penetrare l’ uno all’ interno dell’ altro attraverso
molti ostacoli. Osmosi, sf. Fis. Fenomeno consistente nel movimento di diffusione di due liquidi miscibili, di diversa
concentrazione, attraverso un setto poroso o una membrana separatoria, semipermeabile o permeabile ai due mezzi (e
può essere provocato, oltre che dalla differenza di concentrazione, anche da cause termiche). Lesione, 1044: ‘Osmosi’:
trasmissione reciproca dei due liquidi attraverso ad umana membrana che li divide. (“Grande Dizionario della lingua
italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
La memoria sensibile e la memoria della saggezza umana non vincessero ancora la voce
della memoria divina. Per due volte la terza memoria mostrò il pericolo tramite la perdita della
coscienza della vecchia bambinaia e tramite il dubbio interno dell’anima dell’ultimo sacerdote
supremo: L’ immortalità tornerà alla natura umana dall’ armonia precedente colmando il
cosmonella loro confluenza il misterioso osmos della natura maschile con la natura femminile.
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Io avvenivo la genesi dell’ universo nuovo; esperivo i germogli della vita fiorente!…La
tenacia del pensiero e la vigilanza lunga suonavano nelle tempie dall’ afflusso del sangue… Ed
io iniziai a pregare nella sofferenza silenziosa, nell’ impeto muto per cacciare via il reggimento
turbato dai neri dubbi con il sentimento terribile della tristezza pezzata, con l’ansia, con la
nuova rottura dell’ anima. L’unità delle anime separate dalla natura lo vinceva dall’ interno.
Il XLI cap. p. 211: 1. Le strofe 15-27 prima mostrano uno dei casi in cui il mago utilizza
il significato della parola “AUM”. Il sacerdote incontra il principe nel dormitorio. Egli si
prepara al suicidio. Navigai tre volte dall’ unico suono tre lettre in due sillabe della santa
Parola, perdendo la forma corporea che aveva all’ interno di sé la forza dell’Universo.
2. “… allora sarai, discepolo, il viandante più forte dei venti, sopra le onde volanti, che
non toccano la copertura dei mari…” — così recita il “Libro delle Regole d’ Oro”, di cui il
traduttore commenta le righe 89-93 del capitolo IV e spiega che la parola “Kechara”è stata
tradotta come il “Vago Celeste” o l’ “andato per il cielo”. Nel capitolo VI “Adhyaya
Inaneshvari” commenta che il corpo dell’ giogo diventa la creazione del vento, corrisponde
alla “nuvola, dai cui membri divengono i rami”, dopo il giogo contempla le cose sulle altre
rive dei mari e delle stelle; egli ode e comprende la lingua dei Devi e conosce che succede
nella coscienza. Il vecchio arrestò il filo avvelenato della spada del principe con la volontà del
suo spirito, con l’ arte di ioga, con il dominio sopra il pensiero e sopra il sentimento. Il nostro
lenzuolo funebre e stretto temporaneamente divenne invisibile come il Viaggiatore Celeste, non
apparteneva all’ esistenza, come lo spirito… Dallo stato spirituale il sacerdote entrò nell’
essere corporeo e subito derivò la punta avvelenata prima di entrare nel corpo. La caduta del
filo sulla piastra suonò nella sala. Noi tacevamo vicino al trono. Il sacerdote era tranquillo
quando tentava di correre al volo con lo sguardo del principe. Allora la memoria divina
vincesse la prima memoria e la seconda prima della pena inevitabile.
P. 214: 4. Il significato della parola “Androgino” e il concetto dell’
“androginismo”erano ignoti al lettore di massa. Anche il grande dizionario del inglese
“Webster’s New International Dictionary, 1934” non presenta la loro spiegazione precisa e si
limita alle spiegazioni successive: “I. Androgyne — 1) Hermaphrodite; 2) A Eunuch; An
Effeminate Man; 3) A Virile or Mascoline Woman. II. Androgynous — uniting both sexes in one
or having characteristics of both; being in nature both male and female; hermaphroditic. III.
Androgyny — Hermaphrodism. Effeminati”. Al tempo stesso il concetto dell’ androginismo è
più alto e più ampio dell’ anomalia fisica dell’ ermafrodismo. La perfetta caratteristica dell’
androgino e dell’ androginità si riscontra nel lavoro del prof. Nicolài Berdiàiev: “l’ Essenza
dell’ Atro: l’ Esperienza della giustificazione dell’ uomo” (Mosca 1916), in cui troviamo la
determinazione successiva: “L’ Androginismo è l’ unità finale del maschile e della femminile
nel supremo essere divino, l’ ultimo sorpasso delle distruzioni e dei conflitti, la restaurazione
dell’ immagine e dell’ identità divina che si realizza nell’ uomo”. Più tardi Berdiàiev dice che
nell’ androgino — è “lo splendore della natura divina”; in esso deve trovarsi “l’ entità finale”
perché l’ unione fusa insieme del maschile e della femminile deve essere stata approfondita”.
E, infine, “l’ essere androgino è — il mistero che non sarà mai svelato nei limiti di questo
mondo”. Golokhvastov riflette l’immagine di Dio e del tempio divino che non hanno la dualità
dei sessi. Egli aspira alla neutralità divina che consiste nella ricchezza inseparabile di entrambi.
E solo la volontà violenta della natura separò per emisferi l’unità delle anime dei gemelli. Voi
siete un’unica carne, in voi è una sola anima. La polvere della nascita vi separò in due, è l’
unico cuore delle vostre vite, il santo amore che vi illumina. Così il sacerdote verifica il
bisogno della sua immortalità che sarà ottenuta soltanto attraverso la confluenza suprema dei
gemelli all’Unità sacrale. Egli si persuade che l’amore eterno dimostra la distruzione degli
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ordini delle forze della natura che sono formulati soltanto secondo la volontà divina.
Attraverso il grande grado vi restituirò l’uno all’altro come il fiore e lo stelo della pianta
celeste e creerò il tempio solenne della vita immortale il sogno dell’ anima universale,
l’Androgino. L’idea generale di questa immagine della saggezza umana significa che nessuna
saggezza terrena potrà rappresentare da sola il ruolo divino perché nessun essere umano vedrà
e comprenderà il mondo come Dio.
Il XLIII cap. p. 221: 4. Il pentacolo — è l’esposizione sintetica e condizionale che
esprime, in ogni segno o in ogni simbolo sacrale, preciso gli inizi, le leggi e i fatti che
determinano l’ entità principale e il pensiero essenziale dell’ atto magico realizzato. Le
immagini sono intagliate sui metalli dedicati ai pianeti; il materiale cupreo è la proprietà di
Venere. Pentacolo (ant. Pentàculo) sm. Figura costituita da una stella a cinque punte, per lo più accompagnata da
altri simboli o parole, a cui era attribuito potere magico, e che veniva tracciata su pezzi di pergamena, di pietra o di
metallo da portare apersi al collo come amuleti. — In senso generico: amuleto, talismano che reca segni magici.
(“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
Il principe concepì positivamente l’unione con la sorella. Essi si incontrarono nel
tempio e accesero i fuochi dei vasi d’alabastro e sette fuochi d’altare. Il principe serviva al
sacerdote supremo per preparare la sala per portare nella vittima il proprio corpo e il corpo del
suo amore proibito. Io aprii il disegno del pentacolo nel carbonio ardente coperto dal tessuto. I
cadì sono colmati con l’aroma… Sono preparate le candele di cera d’ ambra i recipienti col
miro, tre fresche ghirlande; la mia spada è illuminata all’incontro degli spiriti dei nemici con
la minaccia del filo, sono l’Acqua Viva nel vaso di cristallo e l’Acqua Morta nella brocca
tombale… Il tempio è pronto al rito e oggi restituirò, nella santità svolta al mondo, il
testamento lontano e scuro come il mito…

Il principe sale verso la sorella sul tetto. Passano. Sento il loro sussurro già, il sussurro caldo
dei minuti d’addio: I fidanzati vanno al matrimonio. Il sacerdote in attesa all’interno del
tempio fa il segno e il principe getta la tunica. Il velo dell’amore soave innocente è più fedele
della sopraguardia della veste pudica, dimostra ancora una volta il simbolo sacrale della
memoria della saggezza umana.
P. 221: 8 L’Eone — è la scadenza enorme del tempo con la quantità incommensurabile
degli anni. Eòne nello gnosticismo, ciascuno degli esseri spirituali derivanti da Dio per emanazione (fra i quali era
ascritto Gesù Cristo), con funzione mediatrice fra Dio e il mondo, ordinati gerarchicamente secondo il grado di
perfezione, sempre più tenue quanto più l’emanazione era lontana dall’origine divina; l’insieme degli eoni (il cui numero
e i cui nomi variavano presso le varie sette gnostiche) e della divinità da cui traevano origine, che era l’Eone perfetto,
costruiva il pleroma (propriamente ‘pienezza’), regno della perfetta vita divina. Più raro. In senso etimologico: secolo.
(“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.). Il concetto di
“secolo” si evidenzia nella “Rovina di Atlantide”.
il Creatore-Natura non conosceva la copia nata da esso nella perfezione impeccabile e
semplice del sogno nell’alternanza degli eoni, nell’abbondanza infinita, nell’ordine della
bellezza mondiale. Essi insieme sembravano riflettere la verità miracolosa e la leggenda.
P. 222: 10. La mistica religiosa considerava molto il significato dell’“alto amore”. Ad
esempio, si può ricordare che P. Giuda, il figlio di Isaac Abravangelo, meglio conosciuto come
Leone Giudeo afferma: “Il significato generale dell’ amore è quello di ciò che è lo spirito e di
ciò che porta la vita. Il significato e lo spirito animano tutto il mondo, è il legame di tutto
l’universo. Il significato dell’ alto amore fra l’uomo è nascosto nella relazione dell’
innamorato e l’ amante in cui lo scopo essenziale è la trasformazione dell’ amante nell’
innamorato. Quando tale amore è ambiguo, è descritto come la trasformazione ambigua di un
essere nell’ altro”. — E dopo: “L’ amore, l’ amante e l’ innamorato sono l’ unione in Dio,
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perché Dio è il fine di tutto l’ amore saldo in tutto l’ universo. (Artur Edward Waite: The
doctrine and oiterature of the Cabalah, page 314. The Mysteries of Love). L’istante trascorse e
l’estasi del sacerdote si placava. Essa era indimenticabile per l’immaginazione e l’incoscienza
dell’autore.
Istantaneamente, all’anima col fumo triste penetrò la pietà che fa pensare che attraverso
questo rito santo il cammino alla nozze sarà il loro cammino tombale e la canzone della
morte sarà la canzone matrimoniale e il lenzuolo del matrimonio si trasformerà nel luogo
della sepoltura. Ancora una volta la memoria della saggezza umana, accecata dalla prima
memoria della sensazione, ascolta la voce appellata dall’interno della memoria divina affinché
il sacerdote supremo fermi il rito che sarà la pena della provvidenza.
Tuttavia la scelta è fatta al tempo in cui nell’oriente scese Ishtar dorata quando di notte
si avvicinò la scadenza degli atti sacrali…Perché sia la lode delle Forze Incorporee e degli
Spiriti Astrali!… Ogni persuasione della giustizia dei propri atti conduce l’ umanità agli abissi.
L’uomo errante conosciuto che sbaglia non riesce a fermarsi e rifiutare i sogni che possono
realizzarsi. È, davvero, veridica la frase di Socrate: “Abbiate paura dei vostri sogni, essi si
realizzeranno”.
Disegno di A. H. Avinov: Vicino al portone dell’amore
P. 223 “… sono il battesimo con l’ etere, il battesimo col mondo e il battesimo con l’
aspirazione viva della luce”. Secondo la testimonianza di uno degli apocrifi, avendo
raccontato ai ricercatori questi misteri supremi “Gesù disse loro: Non è quello che voi cercate,
non sono misteri più alti di essi. Essi innalzeranno le vostre anime alla Luce di tutte le luci,
alla Santità di tutte le santità, innalzeranno all’ambito della verità e della giustizia, all’
ambito, in cui NON E’ MASCHILE, NE’ FEMMINILE, all’ ambito, in cui non ci sono forme,
ma solo la luce infinita e inesplicabile”. (“The Book of the Savior” — dal Vangelo gnostico
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“Pisis Sophia” G. R. S. Mead: Pisis Sophia; p. 380. London, 1896).
Il sacerdote supremo appella all’incoscienza dei gemelli in precedenza e dopo la
preghiera fatale. Essa si pronunciava e contraddiceva alla voce della memoria divina e a lla
voce della pietà: “Coraggio, figli! All’ atto eroico della sofferenza, in pegno della beatitudine,
vi appunto. Arriva l’alba già nella notte della creatura, è vicina l’ ora della vita eterna.”
Il lettore comincia a capire che il sacerdote vede, negli gemelli, soltanto il mezzo per
ottenere la sua immortalità e nessun fine. È perché si verifica l’oroscopo dei figli regi. L’addio
breve non contenevano la passione attraverso l’abbraccia e la bacia. Soltanto consistevano nel
sogno sacrale dell’incontro per l’altro mondo.
“Or dunque l’ umana [40] perversione smembra quel che è semplice e unitario per
natura, e mentre cerca di afferrare una parte di quella realtà che è priva di parti, non giunge a
possedere né la parte, poiché non ve ne è alcuna, né il tutto, che non cerca per nulla… [55]
invero, poiché cerca di scindere ciascuna dalle altre, non riesce ad ottenere neppure quel che
desidera.” “E che accade” dissi “ se alcuno desideri acquisirle tutte insieme?” “Egli vorrebbe
certamente la pienezza della felicità; ma potrebbe forse trovarla in quelle cose [60] che, come
abbiamo dimostrato, non possono dare ciò che promettono?” “Per nulla” risposi. “Dunque la
felicità non va cercata in alcun modo in quelle cose che si crede procurino l’ uno o l’ altro dei
beni desiderabili.” “Ne convengo” risposi; “e non si può dire nulla più vero di questo… (Boezio
“Consolazione della filosofia”, III, 9, 40, 55-60)
Questa affermazione deriva a Boezio da una lunga tradizione neoplatonica: accennata, in ambiente latino, da
Falcidio, che nelle sue linee fondamentali si era rifatto a Porfirio (è in Porfirio, infatti, che si trova esplicitamente
affermata l’identificazione di Dio con il bene), questa identificazione ebbe poi più ampia applicazione in Agostino, il
quale, tuttavia, evita quella accentuazione di tipo panteistico che Boezio le conferisce… (“La consolazione della
filosofia” di Severino Boezio a cura di Claudio Moreschini (p. 42), Unione Tipografico-Editrice Torinese.)
I congedati non percepiscono l’unitario per natura a causa della perversione, così la
persuasione del sacerdote non riesce ad ottenere quel che desidera. Egli pensa che l’
immortalità, che come egli ritiene contiene in sé tutte le specie della felicità, lo condurrà alle
soglie della felicità assoluta. Il sacerdote capisce nell’ anima che sbaglia e non può capire di
essere in errore.
Il XLIV cap. p. 225 2. Esiste l’interno significato del testo magico, pronunciato dal sacerdote
di Ra durante il matrimonio mistico (strofe 11 – 24), che si svolge nell’ insegnamento di
Cabala delle 10 sefiròt (libri) o dei 10 avvicinamenti della Divinità che creò l’ universo. Si
evidenzia l’ aspirazione caotica e cosmica a superare il dualismo mondiale tramite l’ unione
del principio maschile e del principio femminile. Dio è lo Spirito ma il mondo è la materia. Dio
è l’ infinità il mondo è finito, da ciò che nasce il dualismo nella Creazione dell’ Universo e l’
unione deve essere restaurata. L’aspirazione all’ unione e la sete della totalità passano
attraverso tutto il misticismo ebraico. Esiste la schiera delle emanazioni — queste10 sefirot
che sono le radiazioni della Volontà Divina che legano il Creatore al Suo universo. 5 sefiròt
hanno la natura maschile e 5 hanno la natura femminile. La vita del mondo è fondata su quelle
aspirazioni ininterrotti all’ unione della maschile e della femminile. La Corona, la Saggezza, la
Benevolenza, la Vittoria e la Bellezza sono le sefirot maschili. Il Regno, l’ Intelletto, il
Giudizio, la Felicità e il Fondamento appartengono femminili. La Corona è l’ emblema del
mondo ideale, il Regno è l’ emblema del mondo reale: essi sono lo spirito e la materia, l’eterno
e il temporaneo, il loro ceto è stato chiamato sovente “Due facce”. La loro sostanza porta
sempre la benedizione al mondo. Mediante la loro unione il processo della creazione continua.
Aspirano all’ unità anche la Benevolenza (la fonte delle anime maschili) e il Giudizio (la fonte
delle anime femminili) rappresentano le due mani di Dio. La Benevolenza da la vita. Il
Giudizio porta la morte. La loro separazione condusse all’ apocalisse. Essi si evidenziano nel
concetto della bellezza, il cui simbolo è il cuore. La bellezza riflette il cielo; però aspira all’
unione con l’ ambito del Regno. Il regno riflette la Terra. La loro unione si realizza nell’
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ambito della “base” o del fondamento. La coincidenza della Bellezza e del Regno nell’ ambito
del Fondamento è la coincidenza d’ amore del Cielo e della Terra; essa diventa possibile solo
quando è l’ unione sessuale del genere umano. Le coincidenze degli uomini hanno il proprio
significato in questo schema mistico della vita. Il mondo di montagne (Corona) esisteva
prima del nostro mondo reale che è il mondo di valli (Regno); prima del secondo regnava l’
amore. Il tutto fu disturbato con la comparsa del mondo fisico, quando l’ unione costante
venne sostituita alle unioni temporali, alle coincidenze, a quelle succedono come nel mondo
delle montagne, e in quello delle valli. Dio stesso, con tutta la Sua unità, non era perfetto e non
percepiva l’ armonia prima della creazione dell’ universo. Egli divenne se stesso solo quando
“entrò nell’ unione con la gloria sua” e scelse Israele come sua moglie. E così il Creatore si
riflette nella Sua creatura, essendo lo Stesso Unico, Egli abita solo in quello che Gli è
contrapposto, l’ unico. E l’ uomo può essere chiamato unico e saldo solo nel quadro dell’unità
del marito e della moglie. La presenza perfetta è da considerarsi come il dualismo nell’ unità
con tutte le unioni delle sefirot. Alla fine, tutte quelle unioni temporali saranno sostituiti dall’
unione costante della totalità assoluta dopo la comparsa del Messia. Ma l’ anima del Messia è
l’ ultima delle anime create da Dio nella creazione del mondo. Il Messia verrà quando tutte le
anime saranno nate e, mediante la schiera delle trasformazioni, saranno purgate per il ritorno
alla loro Prima Fonte Divina. Mano a mano che aumenta la popolazione della Terra
diminuisce la scadenza fra il suo tempo residuo e quello dell’ arrivo del Messia: si avvicina il
legame dell’ Essere divino e la vita della creazione, l’ unione del Creatore e della Sua
creazione è l’ unità eterna. (B. Z. Goldberg. The Sacred Fire — The Story of Religion. Book III,
Chapter I,: Love in the Synagogue. Garden City, N. Y. — 1930.).
Il sacerdote si appella alla Giustizia e allo Spirito della Pietà che dovranno versare
l’estasi nell’anima con la loro purezza come nel vaso d’oro. Ma la sua preghiera lo porta subito
all’estasi di se stesso al di fuori dell’unione del Creatore e della sua creatura. La visione di sé
nel ruolo del Messia acceca l’anima che obbliga a non vedere il contrasto fra il suo atto e
l’ordine divino. Allora l’anima umana dimentica tutto solo per sostenere il suo egocentrismo
che muta nell’egoismo diabolico che acceca le anime come quella dell’ultimo sacerdote
supremo di Ra. Affinché io veda l’ Eternità e la Fama, affinché io trova le ghirlande della
Vittoria. Io conseguirò la Maestosità per il diritto con la potenza delle mani destra e sinistra.
Egli vede che il destino allontana da Dio il mezzo per raggiungere il suo scopo. Egli garantisce
a Dio che poi, quando sarà immortale e abbastanza potente come il Creatore, tornerà
obbligatoriamente nella sua direzione. In precedenza il sacerdote si era rivolto a Dio nella sua
preghiera simbolica per ottenere ciò per cui tutti sono puniti: Per te come Padre e Signore che
ci restituì la Fama nella parola, nell’ebollizione, nell’ululato e nel ruggito. Perché dal
principio ti sia la lode. Ma dopo sarà in ritardo e l’anima votata ai 4 elementi inconsolabili
dimenticherà tutto osservando l’Universo nella pagina 240 del XLVIII capitolo come Dante nel
Paradiso.
P. 225: 3. Nella tradizione del matrimonio si evidenzia il ricordo della futura unione
miracolosa “delle fini e della metà”, mostra ancora una volta alla futura conciliazione del
dualismo mondiale, a riguardo del quale Budda dice al suo discepolo Cacciana: “Questo
mondo è inclinato in bilico.” “Questo qualche neutrale esiste” e “Questo qualche neutrale
non esiste”. Ma chi, oh Cacciana, nella verità e nella saggezza, contempla come tutto è
scomparso, per quello non c’ è nessuno “Quello che qualche neutrale esiste” in questo
mondo… “Questo qualche neutrale esiste” è una fine, oh Cacciana, “Questo qualche neutrale
non esiste” è l’altra fine. Ma nella metà, stando lontano da ambedue fini, il Perfetto benedice
la verità: dall’ ignoranza compaiono i fenomeni. (Samyutta Nikaya, Vol. II, p. 17 and Vol. III,
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p. 134 fg. By Herman Oldenberg: Budda. Sein Leben. Seine Lehre. Seine Gemeide. Page 288.
— 4 Edition, Stuttgart and Berlin, 1903). Il sacerdote aspira al suo scopo utilizzando la regola
di due scopi dell’esistenza e dell’inesistenza. Golokhvastov fa confluire la dualità di Budda e
due anime dei gemelli all’unica perfezione affinché il lettore percepisca prima la divinità
dell’androgino: E soltanto nell’unico splende l’Unico. Col Nome del Cielo e col potere del
sacerdote supremo, oggi alla Regina dei Re, due visi del coronato Completo, i due emisferi, io
decoro con l’unità della Ghirlanda Matrimoniale. Il sacerdote ammette che il mistero non
appartiene a questo mondo, ma il miracolo della confluenza fra i fini e la metà si avvelenerà
quando i coniugi saranno, nella confluenza doppia, un unico spirito ed unica carne.
Il XLV cap. p. 229: 1. Il coriandrum è l’erba di uno state che ha i frutti ovoidali. La
pianta fresca esercita un’influenza inebriante. Il sacerdote combinava la fede del giovane e la
fede del vecchio. Egli alzò il vaso trasparente di quarzo cantando. La bevanda dell’eterna Soma
divina era limpida e fresca come la lega di rubino che splendeva in esso e le svolte dei raggi
ardevano caldamente col fuoco sanguinoso. Il sacerdote gettò il grano perfido dell’ubbidienza
prima della morte violata. Egli spruzzò la bevanda di coriandrum sui carboni. Il fumo della
beatitudine penetrava nei cuori. Più tardi egli inumidì i ricci dei gemelli con la bevanda
ubriacata dei secoli dal vaso antico. Io verso il vino della vita sui riccioli. Nell’ubriacatura
beata è il pegno dell’unità. Perché simbolizza la navigazione dell’ubriachezza e la passione
pura nella sorgente della castità. Egli legge la preghiera ed indebolisce le loro coscienze:
Confluite con l’amore, da nessun avvertito. Confluite con l’amore, da nessun conosciuto. La
prima volta si impregnò col respiro della vita nella stagnazione morta del mondo per condurlo
al sacrificio. I raggi strisciarono con le ombre come i serpenti dalla paura. Soltanto allora
ambedue bevettero tre sorsi dal vaso con il succo inebriante.
P. 231: 2. L’Astrale — è la sostanza, nella teosofia, che colma il mondo soprasensibile.
Quello mondo sussiste vicino al nostro delle sensazioni. L’inno faceva tremare l’Universo nella
tempesta di fuoco dove ancora non era il male bruciato. Ed io previdi la lontananza della
Creazione del mondo come gli scritti santi delle verità nuove: il coro sembrava suonare e
l’astrale splendeva con l’alba eterna in luogo dell’alba quotidiana… L’estasi sacrale
raggiunse l’apogeo. È la partenza dal mondo nella follia della fede. In pieno della sua
maturità diviene più pesante e lo stesso frutto si tarla dal ramo? Ancora una volta il lettore si
persuade affinché i gemelli siano soltanto i mezzi del sacerdote accecato e accecante. Essi
rimassero vicino ai pali; all’altezza, lungo i paralleli, levarono le mani senza paura come i
gabbiani le ali, preparandosi al volo. Ma il sacerdote lega strettamente le loro mani e le gambe
alle croci con le corde.
Il XLVI cap. p. 233: Il sacerdote getta una sola goccia dell’acqua viva sul fondo del vaso
sacrale dove verserà il sangue delle vittime umane perché essa splenda con l’inizio della sua
immortalità. Egli sposta il vaso profondo sopra le teste dei gemelli per il sangue sacrale sotto le
loro mani e prende il coltello proibito. Come il simbolo del passato di sacrilegio il coltello è
arrugginito in alcuni luoghi come il destino. La principessa sente per prima il freddo del
coltello.
P. 234 2. In questo capitolo si svela tutto il mistico atto successivo all’uccisione dei
gemelli da parte del Sacerdote mediante la grande Forza misteriosa e la distruzione dei loro
nomi, le spiegazioni descrivono il successivo: a) Già nell’ antichità profonda le scienze
occulte, dopo aver studiato le proprietà psichiche dell’ uomo, notavano l’influsso della volontà
umana; era posto l’accento sul fatto che questo a influenza — addirittura proporzionale alla
Forza della Volontà. Già molto tempo fa, alcun degli scopi dell’arte spirituale, per le persone
ammesse ai misteri delle conoscenze occulte, si proponevano di rafforzare la Volontà. Lo
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sviluppo di questa facoltà psichica era ottenuto mediante l’esercizio concepito la sua
utilizzazione pratica sotto il governo ragionevole della forza dell’ intelletto. Bisogna ricordare
che, secondo la concezione delle scienze occulte, il mondo reale e visibile (il modo esterno o il
mondo della sensazione), in ogni luogo, è penetrato e abbracciato dall’altro mondo invisibile
(astrale o soprasensibile). Questo mondo astrale è abitato dagli esseri spirituali e dai nostri
pensieri. Ogni pensiero umano, generata dalla mente, passa al mondo spirituale al momento
della sua nascita, e ci vive come l’essere ragionevole e attivo per un periodo più o meno
prolungata. La vita di ogni nostro pensiero dipende dal livello della tensione della forza
pensata dall’individuo che la fece. L’uomo genera ininterrottamente gli esseri-pensieri dell’
itinerario attraverso lo spazio mondiale. Quello spazio è ricco di immagini. Queste sono i
desideri degli uomini, le loro aspirazioni, le loro passioni e le loro fantasie. I concetti e le
immagini generati nell’ essere irreale si sono potute materializzare mediante la Forza della
Volontà nel mondo esterno. Eleface Lévi pubblicò la schiera dei lavori legati all’ occultismo. I
lettori lo conoscono sotto lo pseudonimo di Constant Alphonse Louis, mediante il libro “La
Clef des Grands Mystères Suivant Hénoch, Abraham, Hermès Trismégiste et Solomon (Félix
Alcon, Paris, 1897)”, in cui troviamo l’esempio seguente: “Noi parlavamo della sostanza
distribuita nell’ infinità che è insieme il cielo e la terra, ecc. mobile o immobile. La sostanza
dipende dal grado della polarizzazione. Ermete Trasmigista intitola questa sostanza “Il
Grande Telesma”. Quando irradia splendore, si chiama luce. È ciò che creò Dio prima di tutto
e disse: “Affinché sia la luce”. Essa, al tempo stesso, è la sostanza e il movimento, è il fluido e
la vibrazione eterna. La forza, che obbliga tutto a muoversi ed appartiene alla natura, si
chiama il magnetismo. Nell’ infinità questa unica sostanza è l’ etere o la luce; essa diventa,
negli esseri organici, la luce magnetica e il fluido; il corpo astrale o l’ ambito plastico si
organizza nell’ uomo. La Volontà degli esseri ragionevoli influisce immediatamente su questa
luce, attraverso quella, la Volontà influisce su tutta la natura sottoposta all’ influenza dell’
intelletto. Questa luce è lo specchio generalizzato di tutti i pensieri e di tutte le forme;
conserva le configurazioni di tutto ciò che era, riflette gli splendori dei mondi passati e,
secondo l’ analogia, disegna i progetti dei mondi futuri. È lo strumento della taumaturgia e
della previsione. (Troisème Partie: Les Mistères de la Nature. Le Grand Agent Magique. Pages
115 – 116).
“La volontà è la madre di tutto, dice Ermete Trasmigista, la sua forza è piena quando è
indirizzata alla terra. Sale dalla terra al cielo e scende sulla terra. La volontà acquista la forza
di tutto il supremo e di tutto l’ inferiore. Questa forza è più potente di tutte le altre: essa vince
tutto lo spirituale e penetra all’interno di tutto il materiale. Così è la creazione del mondo. (P.
Piobb. Formulaire de haute magie.)
Secondo questi fondamenti le scienze magiche insegnano che l’energia psicofisica della
Volontà può essere sviluppata fino ai gradi più alti che ha la possibilità di raggiungere,
proporzionalmente alla sua tensione dinamica, influire su qualche organizzazione sensuale a
che si lega: la Forza della volontà sa influire anche sui fenomeni della natura; Il mago, che
sviluppò la sua arte, è capace di governare sopra le sensazioni delle altre persone, di cambiare
le condizioni dei corpi fisici e astrali, di governare gli spiriti di natura, non facendo nulla
nuovamente, anche il mago dirige la natura e trasforma, secondo i suoi progetti, i materiali
della natura, anche il mago esperto forma la materia primordiale passata attraverso tutti i tipi
dell’ evoluzione.
La teosofia contemporanea fa la volontà a una delle tre onde vitali che contemplano
l’universo, secondo questa teoria (3. al cap. XXIV). La volontà, che anima la materia
(contemplata l’ evoluzione), diventa la volontà del lustro rapido (chiarore improvviso) divino,
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la parte del Fuoco Divino — del Fohat-Logos che avvicina questa parte del Fuoco Divino al
Cundalini dei gioghi indiani. Nelle spiegazioni 24, 25 e 33 di certi frammenti del menzionato
già “Libro delle Regole d’ Oro”, il traduttore compone le determinazioni brevi di questa Forza
misteriosa che corrisponde al concetto “AUM”: il concetto “Cundalini” rappresenta il Fuoco
mistico o la Forza di serpente. È questa Potenza occulta di Fohat; questa forza primordiale
costituisce tutta la materia organica e non organica. Essa ha la forma di anello per il
movimento spirale e per il lavoro mediante il corpo dell’ accetto che lo rappresenta e lo
sviluppa. È l’ artistica forza elettro-spirituale la quale, se provocasse qualche azione, potrebbe
facilmente distruggere, come creare, e uccidere ed al tempo stesso regalare la vita. È la madre
dell’Universo…”. La principessa era tranquilla seguendo la fontana del suo sangue. Prima di
sacrificare la sua vita il principe sussurrò: “Sono felice”.
Con la preghiera nuova, curando la puntura approfondita con la parola nuova alzai la
vittima nel vaso sacrale al trono antico per chiudere sotto il tessuto ricamato con l’ornamento.
E tocai dal fronte il vaso caldo col sangue, creavo la preghiera… La sua ispirazione unì e
rafforzò i miei sentimenti all’unica aspirazione calmò il corpo e io uscii alla dimenticanza di
sé conquistato con la beatitudine fra la realtà e il sonno. Entro il suo corpo, il sacerdote era il
diavolo.
P. 235: Nella tranquillità chiara, splendente e senza personalità con l’anima del mondo
confluendo armoniosamente, l’anima ringiovanita strappava gli strati delle influenze terrene
come la pelle del serpente.
Così l’anima del sacerdote si nutriva dall’incoscienza con la forza della giovinezza rifiorita e
sembrava unirsi con l’Universo in vigore del dolore e della sofferenza delle vittime che stava
sospesa tra la vita e la morte nello stesso processo.
Allora la Forza, come la corrente anulare, accese spontaneamente nel mio sangue. E nel cuore
la fiamma del santo fuoco, tremando, trepidò come il pungiglione.
P. 236: 3 L’ unità dello spazio cosmico e di qualche individuo è stata espressa con la
formula triplice: “Io sono Brama” — “Io sono quello”— “Quello che tu sei”. Brama, sf. Desiderio
inteso, violento, smodato (di cibo, di ricchezze; anche di onori, di sapere); avidità sferenata (che non rifugge da nessun
mezzo per appagarsi, e nell’attesa si arrovella e tormenta). Dante, Inf., 1-49: Ed una lupa, che di tutte brame / sembrava
carca nella sua magrezza. Boccacio, 3-1.26 (Inf., 1, 49): Brama è propriamente il bestiale appetito di minacciare. Buti,
1-34 (Inf., 1-49): Cioè parea caricata di tutte brame, di tutta fame. Dante, Inf., 15-III: Anche vedervi, / s’avessi avuto di
tal tigna brama / colui potei che dal servo de’ servi / fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, / dove lasciò li mal protesi
nervi. Idem, Inf., 32-94: Ed elli a me: “Del contrario ho io brama”. Idem, Par., 4-4: Sì ristarebbe un agno intra due
brame / di fieri lupi, igualmente temendo. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice
Torinese . 9/V71964.). Essi obbligarono a leggere le altre preghiere demoniche:
ha il confine col mondo nostro, ma è chiusa dalla gente, si sparge infinito il mondo delle idee
senza sentimenti. Sono i sogni del Caos, i sogni del Titano nello specchio morto dei secoli è
come l’ombra del vapore delle nuvole sulla superficie tranquilla dell’oceano. Lì nasceranno,
senza concezioni al di fuori delle cagioni ed al di fuori delle alternanze, le orde senza nomi dei
concetti incoscienti… Inquietando e violando con la pesantezza del sentimento scuro, li
disturba la volontà cieca della sete perfida dell’essere. Soltanto la potenza artistica della
parola è vincente sopra l’essere senza viso. Il silenzio si frantumerà col suono dell’appello. Le
parole potenti del fulmine si spruzzeranno all’ oscurità del non essere, nell’immagine evidente
della risonanza, animando l’essenza senza nome. Il lato positivo della vita e il desiderio della
felicità comuni a tutti superano le forze del Caos nell’anima persa del sacerdote. Il folle
sacerdote decide di obbedire e superare le forze incoscienti delle orde senza nome. Sentendo il
potere della parola non di qua comanda: ”Affinché tu sia quello!” per entrare visibilmente nel
cerchio esterno, o Nulla incarnato. Però essi privarono della pietà ai gemelli.
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P. 237: Ancora non è placato l’ ultimo suono nel tempio e si ode il breve sospiro
strozzato simile al pianto. Io capì la tortura. Ma, estraneo alla pietà io stavo nella previsione
sacrale. Lo toccai con lo sguardo, col piacere del creatore, come immagine putrefatta, la forma
corporea del ceto dei gemelli. Egli non uccideva. Il sacerdote si nutriva con l’energia della loro
vita e della loro freschezza, della loro tortura e della loro morte. Verosimilmente, desiderava
obbedire e superare la loro confluenza reincarnata nell’Androgino allo scopo di ottenere l’
immortalità attraverso le potenze senza coscienza e senza immagini per salvare il mondo? La
memoria della saggezza umana del sacerdote si obbediva alla memoria diabolica della
sensazione nell’estasi che lo obbligò ad obliare le pietà per sofferenze dei gemelli. Essi non
potevano morire velocemente come il sacerdote aveva progettato in precedenza. La loro estasi
fu spenta. Le corde li tormentarono; la febbre terribile gli seccò le labbra. Le loro sofferenze
furono imprese negli occhi. Sotto i nodi si enfiarono le tumefazioni delle vene gonfie di
sangue…Il sacerdote seguitava ad ignorarlo.
P. 238: Per celare il suo atto alle vittime E ALLA PROPRIA COSCIENZA nel XLVII
capitolo egli parla ai gemelli tormentati e ancora vivi: “Coraggio, figli! Non molto tempo ci
sarà dalla fine!” Egli sogna come il loro padre vedrà l’erede eterno nell’Androgino. Ma le
forze del male non riescono a cancellare la memoria della saggezza umana nell’anima del
sacerdote potente. E il Grande Drago della Potenza minacciante turbina in me: stringe il mio
cuore dolorosamente come nelle zampe del piovra e sventola nel corpo come il ciclone arso.
Così la forza del Caos lo portò a dimenticare il mondo e se stesso. La forza della volontà
tuttavia lo salvò prima della perdita del controllo degli elementi. Questa forza lo aiutò a
scansare l’inferno e reincarlo nel corpo dell’autore della “Rovina di Atlantide”.
Ma con la volontà dura adusa agli sforzi, faccio il discorso approfondendo la natura e
placando la pressione potente e terribile degli elementi cechi. Il nome comune e proibito dei
gemelli fusi lo ammira. Il principe chiamava la sorella gemente nel delirio. Il sacerdote
indifferente alle torture scriveva il loro nome col sangue sulle loro fronti come sulla materia
agognata. Quando i corpi cessarono di sospirare egli vidi la memoria della saggezza umana e
per un attimo fugace la memoria divina dell’Universo, ma con che prezzo? L’autore completa il
capitolo con la descrizione dei gemelli defunti tutta la loro bellezza.
XLVIII Cap. p. 242 Dopo la visione, simile alle canzoni invertite del “Paradiso”
dantesco l’ultimo sacerdote di Ra brucia i loro corpi con l’acqua morta come col fuoco senza
che si decomponessero.
P. 243: I sette demoni della mitologia ebraica antica sono: Belzebù — è il conte dei
demoni e dell’ oscurità; Samaele — è il conte dell’ aria e l’ angelo del tribunale; Pitone — è lo
spirito degli indovini; Azmodeo — è l’ angelo uccisore; Belialo — è lo spirito dei traditori fitti
nel ghiaccio; Lucifero — è lo spirito della luce astrale; Satana — è lo spirito opposto a Dio.
Nel venir meno ratto della bellezza mondana resiede l’immagine chiara della temporalità
vitale. Egli pronuncia il loro nome proibito la prima volta e la notte della natura mischiata si
rianimò nuovamente. Egli spruzza le tracce dei corpi scomparsi con l’acqua viva. Che potenza
salvava l’anima dell’ultimo sacerdote secondo la concezione teosofica di Golokhastov? Prima
di tutto, egli non dimenticò lo stimolo impeccabile della memoria della saggezza umana e
l’aspirazione alla memoria divina. Egli continuava a concentrarsi sulla salvezza del mondo. Le
forze delle orde senza coscienza e senza nome non poterono condurlo al Caos quando il
sacerdote divenne il proprietario della natura senza regole. Egli cacciò via il diavolo da sé e da
tutto: Io spruzzo conducendo gli Inizi Spirituali nel cammino all’ Eternità dalla prigione
caduta. Contrapposto a Dio, Dominio dell’ astrale, Potere dell’Aria, Dominio degli spiriti
dell’ oscurità, Egemone della predizione, Angelo Sterminatore e Demonio della Caduta della
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fede! Dal potere delle Magie Supreme vi caccio via come il mago guida di questi atti sacrali
all’ora prediletta di Istar.
“…[75]… quest’ordine (del fato) avvince le azioni e le varie vicende degli uomini con
un’inscindibile connessione causale; la qual connessione procedendo nella sua origine dai
principi dell’immobile provvidenza, è necessario che anche quelle cause siano immutabili. Le
cose infatti sono ordinate [80] nella maniera migliore se la semplicità che risiede nella mente
divina dà origine a un ordine irremovibile di cause, e quest’ ordine poi con la sua immutabilità
raffrena le cose mutevoli che altrimenti andrebbero vagando caoticamente. (1)
Il sacerdote provocò l’apocalisse di Atlantide e deste regola a un ordine nuovo del
rinnovamento dell’ umanità. Si può supporre che Golokhvastov voglia mostrare i tratti pagani e
sbagliati della fede nel dio del sole perché il sole non muove nel mondo caotico regolarmente.
Secondo Boezio e il cristianesimo, il Dio Assoluto, Signore di tutto è immobile e dirige il
mondo instabile e mortale. La divinità eterna è ovunque. Dio creò questo mondo dinamico i cui
movimenti corrispondono alla volontà di Dio che sostituisce la Divinità statica ovunque dal
frutto dinamico dell’ attività divina, in cui si nasconde la legge principale della civilizzazione
di Atlantide che doveva scomparire.
Per quanto dunque a voi, del tutto incapaci di discernere quest’ordine, tutte le cose
appaiano confuse e sconvolte, [85] non di meno obbediscono tutte ad una loro norma, che le
orienta verso il bene. Nessun’azione, infatti, viene compiuta a fin di male neppure dagli stessi
malvagi; questi, come ho abbondantemente dimostrato, cercano sì il bene, ma ne sono sviati da
un perverso errore; tanto è impensabile che l’ordine che scaturisce dal fulcro che è il sommo
bene possa mai deflettere dal suo ordine. (2) 1, 2 (Boezio “Consolazione della filosofia, IV, 6)
Perciò non si poteva evitare la catastrofe della civilizzazione di Atlantide. Gli errori del
sacerdote salvano tutti gli altri continenti dal peccato e, verosimilmente, restituisce due
emisferi al loro inizio prima della loro nascita nei corpi dei gemelli che non erano che la
separazione dell’anima inseparabile anche la sua apocalisse innalzò il mondo disturbato come
la condanna di Boezio innalzò la potenza della sua anima fino al libro d’oro “Consolatio
philosofiae” (“Consolazione della filosofia”)
…Boezio sostiene che i malvagi sono infelici appunto in quanto tali e che potranno avere un sollievo alla loro
infelicità solo scontando la pena dovuta alla loro malvagità. Chi riesce ad evitarla merita più compassione di chi,
invece, la sconta, perché quest’ultimo riesce almeno in parte a liberarsi dal male (cfr. 472e sgg. che si evidenzia,
nella “Rovina di Atlantide” come alcuna liberazione dell’ultimo sacerdote supremo dalla
società incurabile e da sé, perché egli stesso non era che la sua particella)… Precisato questo, si torna
al punto iniziale: come si armonizza la certezza dell’esistenza del bene e del male con il dispiegarsi della provvidenza di
Dio? se, come è evidente a tutti, i beni terreni (i quali, pur non essendo veri beni, sono però almeno in parte tali: cfr.
Arisot., Eth. Nicom. 117 8° 25- b 3) toccano a caso agli uomini, allora bisogna concludere che la loro distribuzione è
ingiusta. Ma se c’è un Dio che guida ogni cosa, anche l’attribuzione del bene e del male deve dipendere da certe cause:
bisogna, dunque, conoscere siffatte cause. È evidente l’allusione di Boezio a se stesso e alla propria vicenda, nella quale
la sua nobile condotta era stata così ingiustamente ricompensata (prosa 5). In modo un po’ criptico ciò è confermato dal
successivo carme V: se uno osserva i fenomeni celesti a cui è abituato, non se ne meraviglia, mentre se gli capita di
osservare dei fenomeni non usuali (ad esempio, una eclissi), rimane sbigottito, perché non ne conosce le cause.
Altrettanto avviene per il bene e il male che sono sulla terra, la cui intima giustificazione sfugge ad un primo sguardo
degli uomini. (“La consolazione della filosofia” di Severino Boezio a cura di Claudio Moreschini (p.46), Unione
Tipografico-Editrice Torinese.)
L’ultimo sacerdote diviene la vittima implicita, espressione di questa incapacità umana
di discernere l’ordine universale dal disordine anche di capire che il desiderio di cambiare
l’ordine delle forze della natura condurrà al caos, alla perdizione del controllo degli elementi.
Scendete all’ Oscurità! Vi comando con la Forza Chiara e con l’Angelo del pentacolo… Allo
stesso tempo egli continuò a chiamare l’Androgino dal Regno dei morti. All’interno della sua
anima la menzogna della memoria della saggezza umana e il desiderio accecante e accecato
della memoria della sensazione superarono la memoria divina che era stata violata ed era
scomparsa per vincere distruggere il sacerdote e la civilizzazione di Atlantide alla fine
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dell’epopea.

III ROVINA DI ATLANTIDE p. 254: Sicofante — il mentitore, è il testimone falso. Quasi
tutta la copertura del tempio Ziggurat era d’argento, i cui acroteri erano coperti d’oro. Il
soffitto era fatto con ossa di elefanti. Nella “Rovina di Atlantide”, il culto del dio vissuto sul
sole simbolizza un Dio monoteistico. Il significato essenziale filosofico aveva il suo volto
umano nel corpo del dio Ra. Lo simbolizzava il suo ultimo servitore all’inizio dell’epopea che
simbolizza, alla fine, la sua antitesi. Egli diventa il mentitore di se stesso. Ancora prima di
uccidere i gemelli presentiva che non tutto sarebbe stato conforme ai suoi desideri. Perché
Atlasso non utilizzò il mistero dell’ immortalità? Si portò questo segreto nella tomba, dove lo
nascose sul suo cadavere. Pensava che nessuno fra coloro che erano ammessi allo Ziggurat
sarebbe riscritto a tormentare la sua cenere. Il protagonista all’inizio non riusciva a non capire
il pericolo dell’apertura di questo mistero. Ma l’interesse di animale, che dirige la memoria
della sensazione, suscita il desiderio fanatico di raggiungere lo scopo dello schiavo cieco
mentitore di se stesso. Verosimilmente, Golokhvastov vuole paragonarlo ai liberi politici della
sua epoca. Ma utilizza la filosofia, la magia e lo scopo dell’ Antichità e del Medioevo che
fanno comparire l’Androgino desiderato, l’ autenticità, la perfezione di tutto l’umano. Solo alla
fine si può indovinare perché la sua faccia, che in prima simbolizzava e armonizzava il dio che
si contrappone all’animale. Golokhvastov utilizza questa immagine del dio simile a quattro
animali e ne armonizza quattro in sé: aquila, vitello, leone ed agno. L’immagine di questo dio
aveva il volto di ogni sacerdote nuovo regnato secondo la tradizione. Questo dio con l’aspetto e
il posto del sacerdote lo spinse a fare il crimine previsto per ottenere il desiderio innaturale. Per
questo motivo il desiderio di essere immortale reca in sé il malinteso che si trasformerà nella
menzogna fatale. Il sacerdote prevede la fine tragica dei gemelli nella notte della loro nascita.
Tuttavia nei primi capitoli egli non capisce che egli stesso, che simbolizza il dio animale con la
faccia umana sarà la causa di questa morte orribile. Il dio che riunisce in sé quei quattro
animali deve essere simile al Grifone che sale al “Paradiso”. Ma il Grifone dantesco non ha la
faccia umana e il corpo di animale allo stesso tempo. Il Grifone è solo l’uccello di colore
vermiglio allo stesso tempo il Grifone riunisce in sé quattro animali all’interno dell’incoscienza
nel XXIX Canto del “Purgatorio” della “Divina commedia” di Dante (106-114):

Lo spazio dentro a lor quattro contenne
Un carro, in su due rote, trionfale,
ch’al collo d’ un Grifon tirato venne.
Esso tendea in su l’ una e l’altra ale
Tra la mezzana e le tre e tre liste,
sì ch’ a nulla, fendendo, facea male.
Tanto salivan che non eran viste
Le membra d’oro avea quant’era uccello,
e bianche altre, di vermiglio miste.

106. contenne: accolse. 107-14. carro…miste: più che non da qualche vago spunto scrittuale (Ezech., I, 15-21;
Psalm., 67, 18; IV Reg., 2, II), avverte (vv. 115-7). Che il carro sia simbolo della Chiesa, è interpretazione concorde di
tutti i commentatori antichi; ed è anche quella che meglio s’adegua agli svolgimenti successivi dell’invenzione.
(Invece, l’immagine dell’animale ha il volto del sacerdote supremo con la sua invenzione
bipolare.) Le due rote significheranno le due Leggi o i due Testamenti, come intendono e più; ovvero (come pensano il
Lana, Benvenuto e l’Anonimo fiorentino) la vita attiva e la contemplativa; o anche, secondo altri, la sapienza e la carità
(Cfr. Par., XI, 28-36; XII, 106-7), o l’amor di Dio e quello del prossimo (Cuchitto). Il Grifon, leone con testa e ali di
aquila, è certo il Cristo, in cui si congiungono la natura umana e la divina (cfr. Isidoro di Siviglia, Orig., XII, 2, 17): le
parti in cui è uccello sono d’oro, “quantum ad divinitatem”, le rimanenti bianche, “quantum ad carnem humanam
puram”, e inoltre di vermiglio miste, “quia sanguine rubricata in ipsa passione eiusdem domini Iesu Cristi”
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(Benvenuto); le sue ali si protendono verso la zona del cielo striata dalle sette liste luminose, passando per gli spazi a
sinistra e a destra della lista mediana e lasciando fuori da ciascuna parte tre liste, senza toccarne alcuna e vederla in
qualche modo (probabile simbolo della perfetta concordia fra la dottrina di Gesù e la sapienza dello Spirito Santo); e
inoltre si levano tanto in alto che la vista umana non può seguirle, perché “salgono infino a Dio, il quale nessuno può
comprendere” (Buti). 108. al collo: dal collo. (1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi
(pp. 729-730). Editore –Milano-Napoli 1954.)

Lo spazio: intendi: in mezzo ai quattro animali venne un carro tirato da un grifone. Il carro rappresenta la Chiesa; le
due ruote il Testamento vecchio e il nuovo, il grifone Gesù Cristo, uomo e dio, fondatore e guida della Chiesa. — tendea
in su: alzava le ali per modo, che ciascuna “veniva ad esser tesa infra la lista media e le tre di quel lato, e nessuna delle
sette liste (v. 77) turbava ( a nulla facea male) intersecandola (fendendo)” (Andreoli). d’oro: simbolo della essenza
divina. Il bianco e vermiglio delle altre membra è simbolo della natura umana. (“La Divina Commedia” p. 3 (pp. 689-691);
ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Ma l’ immagine di Grifone simbolizza filosoficamente Gesù Cristo (Dio) fondatore e
guida della chiesa. Gesù sta nel XXXIII canto del Paradiso. Verosimilmente, Golokhvastov
vuole dire, mediante l’allusione accessibile solo ai più istruiti lettori, che l’ immagine del dio
Ra non è il Dio naturale. Alla fine della “Rovina di Atlantide” l’ autore mostra la percezione
egoistica della divinità falsa; essa ha la faccia dell’uomo simile a tutta l’ umanità della sua
epoca. Perché, all’ inizio del poema, l’ esposizione del dio Ra ha la faccia umana e non solo
quella, ad esempio, del Profeta Atlasso? Perché il primo profeta non era come tutti. Invece il
dio del corpo dell’ animale ha la faccia del suo sacerdote cambiato che non è che il servitore
spirituale del tempio, in cui uno si sostituisce dall’altro fino all’ultimo per accecare il proprio
spirito e trasformare se stesso e tutto il mondo nelle vittime del rinnovamento. Quando egli
capisce il suo ruolo fatale nella storia la sua volontà spirituale desidera affinché dimentichino il
suo maledetto nome della vita precedente che non lo declinino fra i nomi più orribili di tutta la
storia. Il nome implicito del tentatore con la faccia umana non è di Grifone; ma di Gerione dal
XVII canto dell’ “Inferno” (dei versi: dal 131 del XVI canto – fino al 32 del XVII canto dell’
Inf.) di Dante:
+
“Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti, e rompe i muri e l’armi; (come l’apocalisse dell’ultimo sacerdote)
ecco colei che tutto il mondo appuzza!” (portasse la malattia apocalittica al mondo)
Si cominciò lo mio duca a parlarmi; 4
e accennolle che venisse a proda
vicino al fin de’ passeggiati marmi.
E quella sozza immagine di froda 7 (soffocante, falso testimone)
sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto,
ma ’n su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d’ uom giusto, 10
tanto benigna avea di fior la pelle, (come il tessuto ricamato che
e d’ un serpente tutto l’ altro fusto: copre il vaso del sangue col serpente)
due branche avea pilose in fin l’ ascelle, 13
lo dorso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.

La fiera: Gerione, fg. di Crisaore e della oceanina Calliroe, ucciso da Ercole. Si figurava in forma di mostro
tergemito, e appresso gli antichi era simbolo dell’ abbandonanza. Dante gli dà aspetto e significato diverso dal
mitologico accostandolo alla forma de’ mostri biblici (Apoccal., IX, 7-10) e ponendolo, simbolo della frode, a custodio
dell’ottavo cerchio. passa i monti: va in ogni luogo, vincendo e abbattendo ogni ostacolo. Appuzza: fa puzzolento. Cfr.
Inf., XI, 52. passeggiati marmi: gli argini impietrati del fiume, sopra i quali i due Porti avevano camminato,
attraversando il settimo cerchio. arrivò: approdò, giunse, come navicella, alla riva, appoggiandovisi con la parte
superiore del corpo, e rimanendo col resto nel vuoto. La faccia: “la frode, esecuzione d’ingiuria con inganno, assume
l’aspetto del contrario dell’ingiusto” Torraca. Cfr. Conv., 1, 12. avea: sott.: la faccia. La pelle: il sembiante, l’aspetto.
(“La Divina Commedia” p. 3 (p. 169); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
I simboli, come l’ ordine dell’ alternanza dei colori, possono scaturire dall’ incoscienza,
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oppure possono essere composti specialmente per contraddire la “Divina commedia”, a volte
rifiutandola. Nella “Divina commedia” in precedenza compare l’immagine infernale di Gerione
e dopo, nel “Paradiso” il viaggiatore incontra il Grifone, l’opposto del primo. Ma entrambi
nella “Divina commedia” hanno nomi simili. Nella “Rovina di Atlantide” l’immagine del dio
Ra, intagliata e disegnata sul soffitto dello Ziggurat con la faccia dell’ultimo sacerdote
supremo, sintetizza ambedue immagini dantesche. Ma, al contrario di Dante all’ inizio, il
lettore percepisce il prototipo del Grifone, alla fine la salita al cielo dell’ Androgino con la
nuvola rossa il lettore, abbastanza istruito, vede Gerione nell’ immagine dell’ ultimo sacerdote
sicofante. Perché così come in un primo tempo Dante scende all’“Inferno”, quanto prima il
sacerdote ascende seguendo la realizzazione del suo progetto. In seguito, secondo lo schema
implicito della composizione della “Rovina di Atlantide”, di tanto Dante si alza, quanto il
sacerdote cade. La caduta della sua anima inizia con la sua prima visita nel tempio sottoterreno
ma non a scopo formativo come Dante! Scende là per trovare la risposta negata sempre agli
uomini.
Il Gerione di Crisaore passa i monti. Va in ogni luogo, vincendo e abbattendo ogni
ostacolo come fece il sacerdote di Ra avvicinandosi al suo scopo. Egli vinceva tutti i sentimenti
della giovinezza per conseguire i misteri sacrali. Nessun’ostacolo esisteva nella sua anima. Egli
pensava di lottare sempre per l’affare divino sotto il segno del sole con la faccia dell’ uomo
giusto in seguito quando ucciderà i gemelli per l’ immortalità giustificherà il sacrilegio.
Dopo pronuncerà la punizione:
Suona dall’ oscurità dei tempi: “Non uccidere!”, ma l’ultimo sacerdote coronato con la
fama, io ho trasgredito questo come il mago sicofante che onorava sacramentalmente il
primario di Atlantide!…
La faccia simbolizza “la frode, esecuzione dell’ ingiuria con l’inganno, assume l’ aspetto del
contrario, dell’ ingiusto”, scrive Torraca (Cfr. Conv., I, 12) del Grifone della “Divina commedia”.
Il corpo sibolico del sacerdote non corrisponde al corpo di Grifone ma corrisponde al serpente
fatale nel vaso del sangue dei gemelli. Come il destino questa immagine si esamina,
verosimilmente, solo dall’ interno. Due branche di Grifone sono state contrapposte ai piedi del
toro simbolizzato il dio Ra. Gerione è la fatalità del sacerdote che lascia la sua faccia dopo
l’uccisione dei gemelli attraverso il sacrificio proibito e la loro trasformazione nell’Androgino.
Il dio Ra è generoso e resta tale se rapportato al nostro Dio e non al suo simbolo corrotto
costruito col suo ultimo sacerdote come il titolo di Papa di Roma non è mai stato identificato a
molti pontefici Anastasio, Adreano V, Nicolò III e Bonifazio VIII nella “Divina commedia”.
Il popolo dell’ ultimo sacerdote supremo, che lo simbolizzava, dimenticò Dio, secondo
le ultime righe del “Crizia”, il cui pensiero è riflessivo alla fine del cap. III della “Rovina di
Atlantide” È la dimostrazione, implicita tramite le immagini celate, che il simbolo dell’
immortalità non è l’ immortalità stessa come il simbolo del bene non è il bene stesso. La
previsione della catastrofe e il desiderio di evitarla non realizzano la salvazione. Qui si
nasconde la tragedia di tutta l’esistenza umana fino ai nostri giorni. Questo fatalismo filosofico
diventa la fonte principale della memoria della saggezza umana che sintetizza si sé la
giustificazione e l’inganno, il simbolo e la realtà.
Analisi della memoria del senso sulla base della memoria della saggezza umana
A) I naturalisti (“della descrizione di eventi … senza alcun tentativo di offrire
spiegazioni” / del libero arbitrio e della responsabilità umana di ogni atto)
Secondo la prima di tali concezioni le espressioni implicanti la categoria di causalità assumono nella storia un
significato diverso da quello che hanno quando sono impiegate dagli scienziati naturali: gli storici, avendo un compito
più descrittivo che esplicativo, quando enumerano le cause di un certo evento intendono in realtà riferirsi alle
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circostanze, ai motivi, alle ragioni, alle intenzioni o agli scopi che rendono comprensibile perché degli uomini, posti in
una data situazione, agirono come agirono. (p. 3)
…coloro che “restringono la loro ricerca alla “pura descrizione” del passato senza alcun tentativo di offrire
spiegazione, asserzioni riguardanti la rivelanza e la determinazione ecc.” (Hempel 1942, p. 355), vale a dire gli storici
nella prima accezione tardo-ottocentesca del termine, secondo i quali lo storico, per citare il celebre morto di Ranke,
deve limitarsi a narrare “come sono andate effettivamente le cose” (wie es eigetlich gewesen); (p. 6) (Hempel, Negel e le
leggi di copertura: Cause e ragione che si evidenziano in tre gruppi delle conformità umana. (C. G. Hempel, “Aspetti
della spiegazione scientifica” (pp. 3 e 6), il Saggiatore, Milano 1986)
Secondo la prima teoria di Hempel, si può credere nell’esistenza del libero arbitrio in ogni
protagonista della “Rovina di Atlantide”. Nessun fatto epocale, sociale e spirituale non
giustifica il desiderio dell’ultimo sacerdote, il modo di ottenerlo e il l’eutanasia di due amanti
contrapposti alla natura. Anche se il profeta Atlasso capì che la scoperta del mistero dell’
immortalità distrugge l’armonia della natura non sarà mai possibile aprirlo a nessun mortale.
Perché il primo profeta lasciò l’amuleto, che spiega l’ultima gradina della scala al mistero, sul
suo collo prima di morire. Verosimilmente, egli voleva rigenerare la civilizzazione dell’isola
verde e distruggerla in seguito al periodo prestabilito? Se non è così perché egli non sterminò
tutte le tracce della memoria di quello? Allora possiamo supporre che egli stesso assuma il
peccato dell’ultimo sacerdote e dei gemelli infelici. Atlasso analizzò la capacità della memoria
della sensazione peggiore della natura umana e quando venne il tempo dell’incarnazione della
persona prevista volle giocare il ruolo di Dio nella storia e trovò l’amuleto sullo scheletro di
Atlasso per provocare l’apocalisse. Se questa proposta è corretta Golokhvastov riflette le
immagini del Principe Amleto e del suo educatore scherzoso Yorik nei personaggi dell’ultimo
sacerdote di Ra e il profeta. Sono entrambi le vittime del destino ed entrambi tengono in mano i
crani dei loro insegnanti con l’orgoglio e con l’illusione affinché le loro vite superino la morte
perfida. L’incontro tra il sacerdote vivo ed il profeta morto fa presupporre che non Dio avesse
previsto tutto ma che il ruolo di Dio assumesse il profeta presentito lo stesso incontro. La
colpa del profeta diventa più pesante di quella del sacerdote accecato se analizzano i fatti
storici senza alcun tentativo di offrire spiegazioni delle circostanze e dimenticano la
provvidenza divina.
B) Agli antinaturalisti (“affidano alla storiografia il compito di descrivere e
comprendere…, tale comprensione è ritenuta ermeneutica e distinta dalle spiegazioni delle
scienze naturali,”… si evidenzia “il fondamento della cultura concepita in opposizione alla
natura.” / essi sono da considerarsi i compatibilisti) appartengono tutti e tre i protagonisti
dell’epopea.
In base alla seconda concezione un’ azione umana o un processo storico possono essere spiegati casualmente…
perché non è contraddittorio asserire che un certo evento (c) fu causa di un altro evento (e) e negare, al contempo,
l’esistenza di una qualsiasi legge, secondo la quale ogni volta che accade un evento del tipo di (c) segue (o accade
simultaneamente) con regolarità un evento del tipo di (e). Ad esempio asserisca che l’assassinio dell’arciduca d’Austria
a Sarajevo causò lo scoppio della prima guerra mondiale non è costretto ad ammettere la validità di una qualche
implausibile legge, secondo la quale gli assassini provocano sempre (o quanto meno in genere) delle guerre mondiali. È
questa una posizione basata sulla nozione di “causalità singolare” (p. 4)
…quegli storicismi (nel principale dei significati assunti dalla parola nel Novecento) che, sulla scorta di Windelband e
Rickert, distinguono le scienze idiografiche da quelle nomotetiche e pertanto, mentre riservano alle “cosiddette scienze
fisiche” e ad altre discipline metodologicamente affini la ricerca di leggi, affidano invece alla storiografia il compito di
descrivere e comprendere dall’interno, nella loro irriducibile individualità, dagli eventi che si configurano come storici
proprio perché unici ed irrepetibili; tale comprensione è ritenuta simpatetica (o ermeneutica) e comunque distante dalle
spiegazioni delle scienze naturali, perché fa riferimento a dei valori che sono esclusivamente umani e che costituiscono,
in Rickert, il fondamento della “cultura” concepita in opposizione alla “natura”. (Hempel, Negel e le leggi di copertura:
Cause e ragione che si evidenziano in tre gruppi delle conformità umana C. G. Hempel, “Aspetti della spiegazione
scientifica”(pp. 4 e 6), il Saggiatore, Milano 1986)
Molti elementi dimostravano al sacerdote che il suo itinerario è sbagliato. Quando vedeva
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il pericolo dopo quindici anni nelle stelle voleva sinceramente difendere i bambini reggi. Perché
la stessa anima non vedeva il pericolo quando arrivò il termine? Perché la natura umana crede
nelle proprie forze e sbaglia sempre? A tutti gli uomini si presenta la possibilità di scegliere e
ciascuno sceglie entro i termini della predestinazione. Nel XXXVIII capitolo (pp. 191-195) il
sacerdote prega affinché i gemelli rinunzino al suicidio. Egli crede che quello sarà da
considerarsi come l’atto eroico ma dopo la voce dell’anima suggerisce che sulla cima della
Santa Montagna si nasconde il pericolo. Anche la bambinaia non accecata capisce la follia del
rito che accompagna i gemelli saliti alla morte apocalittica, ella non riesce a compiere il suo
ruolo rituale nel XXXIX capitolo nelle pp. 202-203. Il suo cuore sente il pericolo e pertanto le
labbra pronunciano l’altra preghiera contraddetta il rito del suicidio e il sacerdote la interrompe.
Nella pagina 204 la vecchia cade incosciente. L’ anima può scegliere e sceglie che non volesse
stare sotto l’influenza delle circostanze persuase. Il sacerdote poteva scegliere la morte
contrapposta all’ immortalità. Il destino lo fa essere supremo nell’epoca in cui nacquero i
gemelli. Tutti e tre dovevano e non dovevano allo stesso tempo compiere le loro
predestinazioni, ciò che si può spiegare secondo le circostanze e la volontà umana dipendente
dalla memoria del sensazione. Verosimilmente, si poteva andare contro le circostanze, la
previsione di Atasso di condannare l’ umanità, di vincere e di comprendere il desiderio di
immortalità. Tutto poteva sviluppare gli eventi ma non esisteva invece la giustificazione per il
tradimento dell’amore al di fuori della natura e per il legame all’eredità di Atlasso. Se si
analizza la “Rovina di Atlantide” dal punto di vista dei compatibilisti si vede che l’uomo ha il
diritto di combinare le circostanze storiche e sociali ma soltanto quelle dirigono gli atti umani e
fanno la storia. Le anime come quelle del principe e della bambinaia vedono la realtà in modo
più preciso della sorella e dell’ ultimo sacerdote ma non possono lottare contro la loro fatalità.
Le altre persone come l’ultimo sacerdote entrano nello stato di cecità in cui non perdono la
potenza e resistono alle forze caotiche del male e allo steso tempo non desistono dallo scopo
sbagliato e restano indifferenti alle sofferenze delle vittime come nel XLVII capitolo nelle pp.
238-241 e nel XLVIII capitolo nella p. 243.
Nulla est virtus in coelo aut in terra seminaliter et separata, quam et actuale et unire magus non possit (Non c’è la
virtù nel cielo anche sulla terra di seme e separata come ed attualmente il mago non potesse unire) (Conclusiones
magicae 5, Opera, 104 Pico della Mirandola), “Idea del microcosmo e “Dignità umana”, Seconda parte, terzo capitolo,
Ernst Cassirer, (p. 1), Leipzig, Berlin, 1938).
Dopo il rito dell’uccisione e della disgregazione dei loro corpi le potenze caotiche della
memoria della peggiore sensazione colmano l’anima del sacerdote e lo obbligano a pronunciare
le preghiere diaboliche dove la met r i ca ( quant i t à dei suoni vocal i ) e
l’alternanza tonica delle sillabe lunghe e brevi costruiscono l’esametro classico e non
corrispondono al ordine totale (_VV__VV__VV__V(V)) di tutta l’epopea. Verosimilmente,
egli perde l’anima indipendente nella fine dell’ ultimo capitolo dell’“Atlantide”, seconda parte
dell’epopea nelle pp. 246-247:

Празднества Вечного Духа я праздную 9
И поднимаю на бой торжества
Древнюю, тёмную, спящую, праздную,
Косную мощь вещества

Io celebro la festa dello spirito eterno ed alzo, al combattimento del trionfo, la potenza antica,
scura, festeggiata, corrotta della sostanza d’ossa.

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Вас вызываю я, Силы природные, 8
Вас заклинаю я, Силы начальные,
Вас, неразумные, в безднах бесплодные,
Всех вас, бездушные, в недрах кабальные!
Vi Chiamo, Forze naturali, vi messaggioForze Primordiali, voi incoscienti, negli abissi, senza
carne, senza anime voi tute sotterranee di Cabala
Гении Ветра, титаны воздушные! 7
Демоны Моря, колоссы подводные!
Гномы Земли И Циклопы Огня!
Вам заповедую: встаньте свободные,
Встаньте могучие, встаньте послушные –
Все за меня!

Geni del Vento, tiranni d’aria! Demoni del Mare, colossi subacquei! Gnomi della Terra! E
Ciclopi del Fuoco! Vi prego: alzatevi liberi, alzatevi potenti, salite ubbidienti per me!

В битву! Дарую вам уз разрешение! 6
Где созидание – там разрушение.
Смерть лишь даёт осознать вoскрешение:
Зиждится мир их борьбой.

Al combattimento! Vi regalo il permesso! Dov’è la concordia perché sia la distruzione. Solo la
morte permette di intendere la resurrezione: si fonda il loro mondo sul lotto.

В каждом мгновении – исчезновение; 5
В каждом мгновении – возникновение…
Именем истины, благославение
Силам воставшим на бой!
In ogni attimo c’è la scomparsa. In ogni momento è la comparsa. Perché, dal nome della
verità, sia la benedizione alle potenze alzate al combattimento!

Рушься во прах, мироздание прежнее! 4
Дали вселенной, раскройтесь безбрежные!
Гасни, Иштар! Раздавайся мятежнее
Всесокрушающий шум

Rompetevi nelle ceneri le creazioni precedenti! Gli spazi dell’Universo aprite vi senza lidi!
Spegniti Ishtar! Perché faccia chiasso più ribelle rumore distruttivo tutto.
Близится!… Яростней вихрей дыхание, 3
Страшно озлобленных вод колыхание,
Жжёт исступлённей огня – полыхание,
Душит сыпучий саум…

Si avvicina il sospiro più furioso delle tempeste! Turbamento terribile delle acque arrabbiate,
brucia folle l’ardore più stupido del fuoco, soffoca il samoom sparso.
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Verosimilmente il sacerdote credeva nella propria potenza e non aveva paura delle forze
caotiche della natura.
Nihil magnum in terra praeter hominem, nihil magnum in nomine praeter mentem et animum,
huc si ascendis, coelum trascendis, si ad corpus inclinas et coelum suspicis, muscam le vides et et
musca aliquid minus. (Nulla più magno sulla terra non è oltre che l’uomo, niente più magno nell’uomo
non è oltre che la mente e l’anima, se ti alzi fino a quello sei trascendente il cielo, se ti inclini al corpo
e sospiri (guardi) il cielo ti vedi la mosca e meno). (Conclusiones magicae 5, Opera, 104 Pico della
Mirandola), “ Idea del microcosmo e “ Dignità umana” , Seconda parte, terzo capitolo, Ernst Cassirer, p.
1, Leipzig, Berlin, 1938)
Si può supporre anche che solo nella seconda quartina dalla fine del capitolo la
coscienza torni al sacerdote e la memoria della sua migliore sensazione avvicinata alla
memoria divina che comanda agli elementi perturbati:

Стой, торжество, из хаоса изтечное! 2
Я возбуждаю течение встречное:
Именем Благости, Слово Предвечное,
Дай единение – двум!…

Fermati trionfo versato dal caos! Io eccito la corrente opposta: col nome della benedizione,
Parola Proeterna da l’unità a due!…

Кончено! Солнце Бессмертья в преддверии! 1 (dalla fine capitolo)
Явлена тайна стихийной мистерии:
Творческим Духом я косной материи
Повелеваю… АУМ!…

Finito! Sole dell’ immortalità sul solito! È evidenziato il segreto degli elementi misteriosi: con
lo Spirito d’Arte della materia corrotta io ordino… AUM!
Queste sei ultime quartine hanno la stessa rima delle prime tre strofe.Ogni quarta strofa è
la comune di tutte e due le quartine precedenti ed anche le ultime strofe delle quattro ultime
quartine hanno la stessa rima. Questo ordine della monorima medioevale corrisponde alla
tradizione dei trovatori della prima metà del XII secolo ed anche dei poemi di Jacopone da
Todi nato nel 1236 circa. Verosimilmente, questa preghiera eretica riflette invece la loda 1
(LXXII) di Jacopone da Todi e come allo stesso tempo la stessa logica è contraddetta la
“Divina commedia” affinché ogni destro (ad esempio bianco) rappresentasse il corrispondente
sinistro (ad esempio nero) ecc. che succede, nella “Rovina di Atlantide”, ogni volta in cui
qualche immagine riflette il suo analogo contrario delle altre opere.
Vorria trovar chi ama: [Vorrei trovare che ama
multi trovo che s’ama. Trovo molti che amano soltanto se stessi
Questi due strofe ricordano da vicino le caratteristiche dell’amore reale dell’ ultimo
sacerdote di Ra ai gemelli adulti. Si può supporre che le prime due righe del poema si
relazionano alle prime tre quartine precedenti (non corrisposte alla metrica di Jacopone) che
obbligano le anime dei gemelli uccisi a trasformarsi nell’unico maschile e femminile
immortale.
Credeva essere amato: Credevo che si può essere amato
retrovome engannato, mi ritrovo ingannato
dividenno lo stato 5 va dividendo lo stato (dividono il mio stato)
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per che l’omo sì m’ama. è perciò se l’uomo mi ama (se mi amano) .
Il sacerdote accecato credeva nell’ inganno di se stesso e dei gemelli tormentati prima di
morire. L’uccisione magica trasformò i gemelli nelle vittime fatali attraverso la sofferenza
infernale a causa delle preghiere diaboliche. Quelle ritirarono le potenze della loro adolescenza,
nutrirono la vecchiaia con la loro energia
ed obbligarono a perdere la loro memoria innocente della sensazione e la memoria della
saggezza umana. La loro confessione divide lo stato fatale dell’ amore del sacerdote.
L’omo non ama mene: L’uomo non mi ama:
ama que en me ène: ama quanto fa conseguire
però, vedenno bene, perciò vedendo bene,
veio che falso m’ama. 10 vedo che mi amano falso.
La natura umana non ama gli altri come ama se stessa. Essa persuade ed obbliga a
credere che ama gli altri. I cari diventano più cari per quanto fanno conseguire lo scopo di tutta
la vita. La principessa e il principe credevano che il vecchio educatore “mi ama più di tutto nel
mondo” vedendo bene la realtà del suo amore falso dopo, con le torture prima di morire.
Si so’ rico, potente, Se sono ricco, potente
amato da la gente, sono amato dalla gente
rentrovanno a niente, quando dopo torno a niente
onn’ ono si me esciama. a cui se mi disamano.
Se i gemelli non fossero i figli del re di Atlantide il sacerdote non li amerebbe. Se il loro
amore non lo collegasse all’ immortalità egli non si preoccuperebbe così tanto della risoluzione
del loro problema fatale.
Та Сила – пламень, душа мирозданья,[Quella potenza è il fuoco,l’anima del mondo]
Всего благая и грозная мать, [la madre benedetta e minacciata]
Тая предвечный родник созиданья,[Nascondendo il suggerimento della contemplazione]
Равно способна она убивать. [Ella è dotata anche per uccidere],
si canta nel XLVI capitolo nella p. 235 quando il sacerdote tagliò le vene dei gemelli e la loro
forza caricò il suo vecchio corpo. Egli resta indifferente alla grida di entrambi nel delirio
descritto nelle pagine 238-239. Nella pagina 240 il narratore mostra la memoria della sua
sensazione, che visse tutto l’Universo con la libertà del Serpente di fuoco alzato al cielo
quando l’incarnazione dell’ultimo sacerdote di Ra violò l’equilibrio del lotto.
Ergo l’avere è amato, 15 Dunque il tesoro è amato
ca io so’ ennodiato: perché io sono odiato
però è folle stato perciò è stato folle
chi ‘n tal pensier s’ennama. in tale pensiero quando si amano c’è il falso amore.
(si fa prendere all’amo)

La realtà mostrò per quanto il tesoro della predestinazione apocalittica dei gemelli è
amato dalla natura interna del sacerdote e come egli è odiato dopo dalle anime di tutti gli
atlanti e da se stesso nel caos apocalittico quando il sacerdote, torna alla propria memoria della
migliore sensazione indipendente perché perde il controllo degli elementi naturali senza anima
e senza ragione. Egli capisce in che stato di follia stava quando si fece assumere il falso amore
della violenza sulla natura.
Veio la gentilezza Vedo la nobiltà
Che non aia ricchezza 20 affinché essa non abbia ricchezza
Retornar a vivezza: per ritornare alla bassa stima
onn’ omo l’apella brama. Da cui l’uomo chiama l’ambizione.

Quando il sacerdote visse se stesso senza potenza e la gentilezza dell’ Androgino cieco e
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sordo in questo mondo senza ricchezza delle anime cancellate da se stesso egli maledice e
cancella il suo nome con la sua presunzione affinché nessuno lo pronunciasse nella
maledizione.

L’omo enserviziato L’uomo che rende servizi
da molta gente è amato: da molta gente è amato
vedutolo enfermato, 25 lo vedono malato
onn’omo sì l’alama. di cui egli sprofonda nel fango.

Il sacerdote utilizza i gemelli come un mezzo pertanto le circostanze lo obbligano ad
amare così. La trasformazione dei fini nei mezzo diventa la malattia della società che tutti gli
atlanti sprofondano nel fango. L’uccisione dei gemelli sacrificati e utilizzati come strumento
dimostra che il sacerdote non si differenzia da tutti gli altri elementi sociali spiegati
storicamente che diventano responsabili dai suoi atti.

L’omo te vole amare L’uomo vuole amarti
mentre ne pò lograre: finché ne può lucrare
si no i pòi satisfare, se non puoi soddisfarlo
tòllete la tua fama. 30 togliti la tua fama

Invece, prima il sacerdote amava i bambini finché essi non rappresentavano lo mezzo di
lucrare niente. Quando la sua incoscienza capisce che la vittima può soddisfare il suo
desiderio l’amore si amplifica in molte volte ma soltanto all’esterno, mentre all’interno
svanisce. La sete di immortalità conquista il posto dell’amore che si cela sotto il velo
dell’aiuto. Lo sviluppo degli eventi suggerisce quasi in ogni capitolo: “Ricupera i sensi e
caccia via quella di fama, la tua natura è mortale e tu non capisci ciò che fai, fermati se vuoi
amare davvero “finché ne puoi lucrare”.

L’omo c’ha santetate Perciò l’uomo è da considerare la tua santità
Trova granne amistate: Trova la grande amicizia:
se i ven la tempestate, se gli viene l’avvertità
rompeglisi la trama. Rompigli da sé stesso la trama.

Sacerdote, i figli regi credono nella tua santità e dunque trovano in te la grande amicizia
come in nessuno e ti raccontano il loro terribile mistero. Se viene l’avvertità rompila, tu vuoi
sostituire Dio da te? Invece tu gli porti la trama dell’eutanasia rituale contrapposta alla pietra
dei sacrifici sanguinosi e il coltello portati con molta difficoltà sulla cima della Santa
Montagna. Atlasso li volle simboli degli accessori delle vittime sacrificali contro Dio. Le
circostanze ti conducono alla scelta. Il tuo tempo è attuale, sacerdote.

Fuggo lo falso amore, 35 Scappo dal falso amore
che no me prenda ‘l core: perché non mi prenda il cuore
retornome al Segnore, ritornami al Signore
che ‘ ssolo vero ama. solo vero, opposto a falso, che ama.]

Atlasso scelse la morte e vuole dire “Io scapo dall’ immortalità perché non mi collegi alla
vittima umana contro Dio solo, il vero (opposto a falso) che ama. Io non sono Dio perciò
scappo dal falso amore affinché non mi prenda il cuore il desiderio di vivere a sempre. Tempo,
io non voglio essere il tuo signore, so di non capire nulla e ritorno al Signore che ama
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realmente. Sacerdote tu pensi di essere più potente, più intelligente e più degno del Primo
Profeta? Invece hai sacrificato i figli regi contro Dio e susciti gli elementi del falso amore. Se
tu cieco e accecante conoscessi la verità…
2 multi: si registra una volta per tutte il plurale metafonetico, ossia con ù per ò (oppure ì per è) in presenza di – ì; s’ama:
“amano soltanto se stessi” (Sapegno). Nella rima costante del componimento il vocabolo ama compare di frequente,
solo (versi primo e ultimo) o preceduto da pronome (2, 6, 10) o da prefisso (14 esciama “disama” ), oppure attraverso
un composto di amo ( 18 s’ennama “si fa prendere all’amo”); e tale artifizio di rima identica o composta o equivoca
ribadisce ossessivamente il tema. 6. “Se esaminano la circostanza”. Si segnala in dividenno, una volta per tutte,
assimilazione centro-meridionale nn per nd. 6. l’omo, qui e in séguito, ha valore impersonale. 7-8. mene, ène: con
paragone o epitesi di –ne (probabilmente sul modello d’un’ alternanza t(i)e’ / t(i)ene) che è tipica dei dialetti centrali,
inclusa l’Emilia, e occorre anche in Dante (fane, Par. XXVII 33; salìne e partine, Purg. IV 22’4, ecc.) que: «quanto» (che
è la lezione glossematica dell’edizione Bonaccorsi). 9. però: “perciò” è così sempre. 10. falso: neutro, con valore
avverbiale. Si segnala una volta per tutte la conservazione umbro-laziale di i consonante (veio per toscano veggio).
13-4. Il gerundio si riferisce all’oggetto me: “quando poi torno”. 16. ennodiato: “odiato” (se però non sia en odiato, cfr.
Iv 10 e 14). 18. pensier, dell’amore umano: il falso amore di 35. 19. gentilezza: “nobilità”. 21 vilezza: “bassa
estimazione”. 22. brama: varrà “ambizione, presunzione”. 23. enserviziato: atto a render servizi” (se però non vada
letto en serviato). 26. alama: apax legòmenon come transitivo, che il Mancini (RLI LVII 152) rende con “sprofonda nel
fango”. 28. mentre: finché”; logorare: “lucrare, trarre guadagno”. 33. tempestate: avversità”. 38. vero: opposto a falso
10. («Poeti del Duecento e poesia “popolare” e giullaresca» (pp. 67-68), Milano, Liguri editori, s. r. l. 1979)
C) I rappresentanti di questo gruppo del comportamento di causalità, secondo cui tutto
dipende dalla previsione del destino e non si può cambiare nulla. Ritengono possibile una
spiegazione di taluni eventi particolari senza ricorrere ad alcuna legge. Secondo la terza concezione,
ogni spiegazione causale, tanto di un evento naturale quanto l’azione umana o di un processo storico di un evento
naturale quanto di un’azione umana o di un processo storico, implica un riferimento ad una qualche legge scientifica o
generalizzazione empirica. È questa la posizione di quei naturalisti che, come gli empiristi logici anzitutto, si sono
riconosciuti nell’analisi della causalità, detta anche in termine contemporanei Regularity Theory, l’espressione “(c)
causa (e)” può essere correttamente usata solo se la descrizione di (e) e risultano empiricamente confermabili delle
leggi scientifiche, che, nel loro insieme, implichino (e quindi non ha alcun valore informativo, né esplicativo ne
predittivo) tanto nel caso che la descrizione proposta di (e) derivi tautologicamente da quella di (c) quanto nel caso che
(c) ed (e) siano, nelle descrizioni proposte, dissimili sotto ogni punto di vista da ogni altro evento noto. Ad esempio il
fatto che Cesare passò il Rubiconde e marciò su Roma non può spiegare, in virtù di una impossibilità concettuale, perché
(ossia non può essere causa del fatto che) Cesare passò il Rubicone… gli scopi non avrebbero mai scorto tra l’uno e
l’altro quella connessione che, sia esistita veramente o meno, appare comunque,… come del tutto plausibile. (p.5)
… coloro che ritengono possibile una spiegazione causale di eventi particolari senza ricorrere ad alcuna legge, cioè i
sostenitori della causalità singolare. (p.6)
Secondo la terza concezione di Hempel, la memoria della sensazione senza legami alla
memoria divina è l’illusione anche il diritto della scelta dei personaggi storici non è nient’altro
che l’inganno di loro stessi. Dio diede ad Atlasso il dono della Provvidenza e la comprensione
esatta di cos’è il tempo e per ruolo dei mortali. Ma Atlasso non può scegliere. Egli non può
scegliere perché capisce la realtà delle circostanze come Cristo Figlio di Dio non può scegliere
fra il Regno Celeste e il regno terreno perché se egli avesse scelto non sarebbe stato Dio, non
sarebbe stato inviato sulla Terra, teoricamente, per salvare l’ umanità. Gesù diceva che
avrebbero utilizzato il suo nome per scopi infernali e non poteva influire sulle circostanze per
evitarlo. Atlasso previde la fine fatale dell’isola verde; allo stesso modo obbligò a portare la
pietra delle vittime umane e il coltello sulla cima della Santa Montagna e a metterli nel centro
del tempio del Dio del Sole. Secondo la prima concezione, la colpa primordiale della catastrofe
cade sull’ anima di Atlasso perché previde lo sviluppo di tutti gli eventi avendo la possibilità di
cambiarlo. Nel secondo caso la sua colpa si limita dall’ annientamento scorretto dell’ ultimo
livello della scala all’ immortalità legata alle vittime umane. Egli doveva annientare tutta la
pergamena dove erano descritte le conseguenze dell’ immortalità. Secondo la terza concezione
nessuno è responsabile perché le circostanze storiche spiegano tutto ciò che era programmato
dalla Provvidenza Divina.
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3) Filosofia morale Sulla menzogna: la presenza del malinteso (fraintendimento) degli eventi. Il
sacerdote di Ra non doveva comprenderli nella “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov.
La menzogna: il mentire attraverso il linguaggio nega in modo cosciente la funzione
fondamentale del linguaggio. La comunicazione tra gli uomini costituisce la coscienza
menzognera. Il mentitore è colui che mente in modo cosciente in quanto ha in sé la capacità di
comprendere la verità e la volontà specifica di nascondere attraverso il linguaggio. Per Platone
mentire a bella posta equivale ad agire con prossimo deliberato… … una forza un po’ selvaggia che non batte lo stesso
tempo della conoscenza”.
Il malinteso: A) … le devastazioni operate nella società dal MALINTESO, dalla somiglianza dei dissimili,
dall’ incapacità di riconoscere la realtà. (1)
1) L’amore è il primo malinteso. Il bene può essere senza il bello come la bellezza senza
l’essenza…. Le donne non sono tutto ciò che significano. Ad esempio, le fidanzate del principe
non possono essere identiche all’ideale della donna che si nasconde nella relazione alla sorella.
Ma la società provoca il malinteso di questo ideale sensibile che non corrisponde alla stessa
natura.
2) Il successo dipende dal malinteso, è una mitologia illusoria. Il famoso concetto che
attira le folle maschera forse le opere più disconoscenti del compositore acclamato
(Golokhvastov).
3) Il malinteso politico. Il principio negativo della lotta comune è il codazzo di malintesi nei disegni
ambigui degli stessi vincitori. (2) Il principe vince i pirati che rapirono la sorella e torna con la
principessa allo stesso tempo la vittoria accresce il malinteso dello scopo essenziale.
La verità è una. Si nasconde nel loro amore, nella tensione verso l’Androgino che dovrà
provocare l’apocalisse e liquidare la civilizzazione di Atlantide. Il desiderio di nascondere la
verità compare sempre. La possibilità di nasconderla nasce con la menzogna. Ambedue sono
infinite. La gestione matematica di questa infinità è la malafede. Essa manifesta le orge del popolo
invertito e la conquista dei tempi simboli della sacralità ecc.. Addirittura in questa varietà, infinità di
menzogne è la verità stessa che prepara l’esponente di coscienza della menzogna. La frammentazione del “io” in tanti
attori sociali. (3) Allegoria è alcuna cosa attraverso un altro. L’egocentrismo del sacerdote supremo
rafforza la frammentazione della sua vita che esiste soltanto per provocare il sentimento
dell’egocentrismo. Il suo ruolo sociale conduce la società alla fine attraverso il desiderio divino
fondato sul malinteso politico del profeta Atlasso.
È la tabulazione che diventa la creazione di una realtà falsa., è il concetto sociale o più esattamente (dal
momento che il due è già plurale elementare) la presenza dell’altro. L’altra verità non esiste. (4) 1, 2, 3, 4 (Vladimir
Jankelevich, “La menzogna e il malinteso”, Raffaello Cortina, Milano 2000) (13) Agostino, “Sulla bugia”, a cura di M.
Bettetini, Bompiani, Milano 2001) (14) A. Tagliapietre, “Filosofia della bugia”: “Figure della menzogna nella storia del
pensiero occidentale”, Bruno Mondatori, Milano 2001).
L’ordine divino è il migliore. Esso si fonda sul divenire della natura, sulla nascita, sulla
sofferenza, sulla felicità e sulla morte,sul tutto ciò che muove l’esistenza dell’ Universo e
nessun mortale riesce a sostituire l’unica verità dal le altre che ci paiono prossime a Dio così
come nessun mortale può prendere il posto di Dio eterno.
I quattro vari modi di mascheramento della realtà sono la dissimulazione, l’alternazione, la deformazione e
l’allegoria. La ragione sufficiente che fa dalla menzogna un inganno, ossia un’ induzione in falsità, è il concetto sociale
o più esattamente elementare) la presenza dell’altro. L’altra verità non esiste.
La menzogna di due casi ha uno scenario. La menzogna è in stato d’allerta. Le sue costruzioni non
esistono e bisogna confermarle continuamente e difendere contro le smentite del reale mediante un’autentica creazione.
Un momento di disattenzione ed ecco crollare il castello di carte. Questa fragilità è semplice e naturale, tanto la
menzogna tradisce l’equilibrio precario, la situazione tesa e tormentata senza posa. È la perdita dell’”io” da parte del
mentitore. Egli è sola una serie di maschere di linguaggi: (1)

Я пал пред Ложем поруганным ниц…
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98 di 134 19/04/2014 18:23
Предстал пред взором прозревших зениц
Мой грех великий: в слепом искушеньи
Я вызвал ярость стихий из границ.
«Великий! Правдой безумье карая,
Десницей властной гордыню казня,
Воззри на участь праотчего края!
Пусть гнев твой правый падёт на меня!…

Не властен был над сомненьями дум.
Напрасно снова я, маг недостойный
Трикратно пел Триединый АУМ:
Могучий в зове своём накануне,
Глагол сегодня, средь павших святынь,
Звучал бессильно, затянутый втуне,
Как тщетный голос в молчаньи пустынь. (“Rovina di Atlantide”, p. 252)

La fede nel sentimento della propria forza provocò il malinteso, trasformò l’ultimo
sacerdote nel mentitore di se stesso provocò la perdita del sentimento del suo “io” come era
scritto nella Provvidenza sconosciuta ai mortali.
La causa della menzogna fondamentale è la mancanza di generosità e soltanto la generosità, sorgente
dell’esistenza ritrovata, ritornerà innocente e trasparenti come al primo mattino del mondo. (2) 1, 2 (Vladimir
Jankelevich, “La menzogna e il malinteso”, Raffaello Cortina, Milano 2000) (13) Agostino, “Sulla bugia”, a cura di M.
Bettetini, Bompiani, Milano 2001) (14) A. Tagliapietre, “Filosofia della bugia”: “Figure della menzogna nella storia del
pensiero occidentale”, Bruno Mondatori, Milano 2001)
огда дремоту хаоса рассек
Творящим словом Таинственный Зодчий
И Жизнь над Смертью поставил навек,
Тогда, чтоб в узах земли человек
Был сближен с небом, где Дом его Отчий,
Воздвиг Создатель рукою десной
Святую Гору, союза залогом:
Святую Гору — престол свой земной,
Алтарь земли пред неведомым Богом. (“Rovina di Atlantide”, p. 27 dal I capitolo)

Varietà del malinteso. Il malinteso è soggettivamente fondato sulla potenza del desiderio (nel caso concreto di
raggiungere l’ immortalità). Il manifesto è fondato sul desiderio. Il linguaggio è inteso di desiderio che utilizza l’amore
immenso dei gemelli. È il veicolo del malinteso. Desiderio (dell’amore) — linguaggio (confessione della
principessa al sacerdote) — desiderio (di realizzare il sogno accecato) — malinteso (di trasformare l’
eutanasia nell’ Androgino Apocalittico). Il malinteso ha come il territorio interiore l’ inconciliabilità dei
linguaggi che si fondano su alcuni desideri diversi. (1)
Il tempo rende la vera autenticità, una cosa o un rapporto tra gli uomini. L’unità
inseparabile dei gemelli sarà fatale, secondo il malinteso celato ai mortali. Essa provocherà il
dolore spirituale e fisico dal riconoscimento fino all’eutanasia trasformata nell’Androgino
Apocalittico. Il dolore rende davvero autentico il rapporto fra gli uomini. Compare la
comprensione che esiste il metodo storico e dialettico per andare incontro al vero. È il tempo
del pentimento (della sorella), del dolore (con l’assenza della scelta), del coraggio (del
passaggio attraverso la morte innocente all’ unità delle anime), del merito (di fare l’amore
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accrescente di entrambi nell’ Androgino), e della nuova tentazione (raggiungere l’ immortalità
attraverso il pentimento, il dolore, il coraggio e il merito) che conduce le vittime cieche alla
realizzazione della Provvidenza disegnata sull’amuleto di Atlasso e pentimento per lo stesso
sacerdote pente prima di morire. Così tutti gli uomini passano attraverso quei quattro cerchi
alla tentazione molte volte nella vita. E tutto si ripete nuovamente, secondo la “Rovina di
Atantide”, nelle civilizzazioni successive.
Il tempo scandisce le tappe menzionate (pentimento, dolore, coraggio, merito, tentazione) attraverso le
quali una individualità fonda sé stessa e percepisce il vero che è in grado perciò essere senza menzogna con un
individuo che segue lo stesso metodo di vita. La conversazione (arte orale) e la scrittura diventano i veicoli del
malinteso. L’allegoria tipologica ci conduce all’introduzione al “De mendagio” di Aurelio Agostino, al suo
“ordine del malinteso e al modo di guarirne. L’ inconoscibilità dei desideri produce alcuni linguaggi che
trovano accordi provvisori che scompaiono velocemente perché sono fondati sul malinteso. Esso produce una
socievolezza in continuo mutamento perché è basata sul falso. (2) 1, 2 (Vladimir Jankelevich, “La menzogna e il
malinteso”, Raffaello Cortina, Milano 2000) (13) Agostino, “Sulla bugia”, a cura di M. Bettetini, Bompiani,
Milano 2001) (14) A. Tagliapietre, “Filosofia della bugia”: “Figure della menzogna nella storia del pensiero
occidentale”, Bruno Mondatori, Mila

Analisi della memoria divina sulla base della memoria della saggezza umana

Si dice che qualcosa appare, diventa visibile e intelligibile nel suo significato. Si dice che ‘qualcosa’
appare, dunque ciò che si mostra non è fantasma, ma il manifestarsi di un’essenza; si avvicina da sé, ed è
quindi indipendente da colui che si vede. … (Filosofia della religioni Romano Guardini Religione e
rivelazione: Concetti di Sacro che sta dietro ogni suo frutto; qui l’unico Sacro universale sta dietro il carattere
simbolico dell’ opera. () Romano Guardini, “Religione e rivelazione”, Via e Pensiero, Milano 2001)
In primo piano con questo concetto fa capire che un oggetto “compare”, lo vediamo e
pensiamo abbiamo da comprenderlo. La nostra comprensione ci detta quello che di questo
oggetto è visibile e non può essere nessun fantasma e l’ opinione di Platone che tutto il Mondo
Universale è solo il frutto della nostra immaginazione e verosimilmente senza di noi esso non
esisterebbe. Allora l’immagine di “ATLANTIDE” e l’interpretazione di Golokhvastov possono
essere verosimili e non corrispondere alla realtà materiale e allo stesso tempo non essere
fantasmi. Qui si tratta per fatto che questo punto di vista è nulla più che l’errore degli
spiritualisti. Il loro tentativo di trarre questa affermazione sbaglia quando vuole dimostrare che
l´ oggetto menzionato non esiste. E tutto questo dimostra la sensazione della vista “vedere”. Ma
vedere non è nulla se l´ uomo percepisce solo la riflessione della luce di ciò che l´ occhio sa
riflettere posto che l’ homo sapiens sta sul livello più basso di molte altre creature ragionevoli
dello spazio cosmico. L´ uomo vede solo l´ angolo di 180 gradi con la sua natura primitiva e
nella riflessione delle luci, come in una illusione naturale, quando tutte le cose si avvicinano
aumentano nella nostra ricezione, allora ciascuno provoca la riduzione del panorama del vedere
(quantità degli oggetti). E viceversa quando tutti gli oggetti (nel nostro vedere) si allontanano,
essi cominciano a diminuire e si allarga il panorama allo stesso tempo — la quantità degli
oggetti aumenta. E la larghezza di questi aumenti e diminuzioni è molto più breve di quella che
vediamo grazie alle due illusioni menzionate. L´ occhio primitivo dell’uomo delle relazioni
non lo farà mai osservare le galassie universali vedendo a 360 gradi senza riduzioni massimali
delle dimensioni degli oggetti! Ed anche senza apparati materiali non verrà mai le molecole e
gli atomi. In natura queste due dimostrazioni del nostro vedere mediante l´ illusione non
esistono. Dio è sempre al di fuori di tutte le dimensioni (3, 4, 5, 6, fino a 11) e al di fuori dei
loro concetti (velocità, distanza, tempo). Tutto quanto rappresentato è imperfetto ed è mosso
con la perfezione divina o con la perfezione assoluta che è sempre metafisica e immutabile
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perché sempre era, è e sarà perfetta al di fuori di questi primitivi concetti esistendo in, dietro,
sopra tutti i punti dello spazio eterno solo per noi. La percezione di sé nella vita precedente
prima della reincarnazione ha due forme reali come il gioco dell’immaginazione e come
l’interpretazione del mondo interno di Golokhvastov dove gli eventi dell’epopea poetica sono
rappresentati come la memoria divina che scopre il gioco dell’ immaginazione dell’autore.
Quando si apre la memoria divina è inevitabile l’accompagnamento dominante della suprema
memoria divina perché la terza memoria genera la prima quando la conduce il superego. Nella
“Rovina di Atlantide” nella p. 20 solo quando il narratore si concentra nell’unico desiderio fino
alla morte egli consegue l’unica aspirazione dell’anima. La voce sonora della volontà
persistente dice: “Se cominci, finisci! Desidera e sarà! Sei scelto, compi!..” Si arse il cielo con i
fuochi, con i fulmini e con la tormenta bruciò la notte alzando le stelle come la pioggia in
fiammata. La sua lingua si blocca, sembra che la cera inondi l’udito e lo sguardo sia accecato. Il
silenzio è l’ oscurità pesante, la cripta chiusa. Il cuore si fermò. Nell’inizio della p. 21 l’autore
mostra come senza putrefazione, nella disgregazione rapida, indolore si sparge la carne nelle
ceneri. Il narratore fa la domanda: “Noi chiamiamo tutta questa la morte?” Il mondo conosciuto
delle sensazioni fu spento. Lo spirito si liberò dopo aver ricuperato i sensi dagli usi della forma
instabile e lo sguardo incorporeo aspirò alle visioni dei tempi passati e molti secoli divennero i
minuti. La memoria divina torna alla nascita dell’ umanità attraverso gli anelli di tutta la storia.
Il passato è vivo, ciò che era morto diventa immortale. Essa conduce al discorso delle tempeste
dell’oceano, all’isola verde di Atlantide e l’aria dal nome trema: “Atslàno” come risposta alla
nebbia. Spruzza la luce e lo spirito si ridesta nella p. 22. Nascono i getti generati delle forze. Il
narratore sente la concezione del mistero non appena l’onda del sangue diviene più densa, si
costruiscono i tessuti corporei, si avvia il tremito della carne. L’autore vede come il Creatore
Eterno plasma il corpo anfora dell’anima. Il cuore batte suonando. Nessun mortale berrà mai
l’estasi analoga. Il narratore sente che gli si regala il ritorno al mondo dal portone sconosciuta.
Si percepisce la vita miracolosa dopo la separazione breve. O calore, splendore e suoni. Gioca il
sangue caldo e sospira il petto col piacere nuovamente. Quando si alza il sole sopra i miracoli
della natura e dell’architettura antica il narratore riconosce che c’è la sua patria nel paese
sconosciuto, nel regno dei Grandi Atlanti. Egli riconosce le curve delle rive, il linguaggio del
mare, la libertà dei prati, le altezze delle montagne giganti e silenziose. Tutto questo era come
ieri. Anima rationalis non est tempori subdita, sed ad tempus se habet anterioriter, sicut visus ad oculum. … ita anima
rationalis… non… ipsa sudest tempori, sed potius e converso. (L’anima di razionalità (ragionelevole) non è sottomessa al
tempo, ma precede al tempo come la visione all’ occhio. Dunque l’anima di razionalità (ragionelevole) … non…
sottopone, essa stessa, il tempo, ma verosimilmente ed invece) (Cusanus. De ludo globi, Lib. II, 232; cp. Ficino. Teologia
Platonica. VIII, 16)
Egli ha ricordato che è il sacerdote di Atlantide, il supremo mago del luminoso Ra. Così
termina la prima breve parte della “Rovina di Atlantide” nel dicembre del 1931 a New York.
Tutta l’atra continuazione dell’epopea è la narrazione della memoria divina che ricorda
gradualmente tutta la vita precedente del narratore, i suoi sentimenti, i desideri e gli eventi.

L’esperienza del sacro di Romano Guardini nell’analisi filosofica della
“Rovina di Atlantide”

Ad esempio, un’ osservatore attento e sensibile alza lo sguardo al cielo pieno di stelle e
nota le costellazioni. Allora ciascuno immagina la creazione del mondo, la nascita di un’altra
civilizzazione che è simile alla nostra oppure no, o riflette sul fatto che sotto sfera celeste si
verificavano i famosi eventi storici dell’ antichità o del Medioevo, o i fiori surrealistici
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disegnano le diversissime fantasmagorie che creano le opere paragonate a Salvador Dalli ecc.,
allora all’interno dell’anima il tutto diventa miracoloso, misterioso. L’autore del libro
“Religione e rivelazione”, il signore Romano Guardini scrive che da quelle immagini luminose
l´uomo sensibile può ricevere questa qualcosa che non rientra nei concetti esposti finora. Nel
silenzio e nell’ immensità può nascere qualcosa di diverso da tutto ciò che si può esprimere per
mezzo delle cose. L´uomo ammutolisce (1)
Perché? Non le stelle (oggetti materiali) gli regalano questo mistero miracoloso! Non lo
fa la struttura armonica della creazione divina. Perché lo spazio cosmico non è caos. È il frutto
della rappresentazione armonica creata come tutte le cose terrene da Dio. Ma questa
rappresentazione cosmica divina è molte volte più grandiosa e perfetta di tutta la
rappresentazione divina sulla terra, la seconda ci permette solo di riflettere (mediante l´occhio
nella comprensione) l´armonia della prima, rifletterla in modo molto più precoce in quanto la
seconda armonia terrena è più imperfetta e dell’ armonia cosmica. Ma ambedue sono primitive,
imperfette e miserabili se siano paragonate a Dio. Qui si nasconde l´errore essenziale quello
che confonde l´armonia cosmica con la perfezione divina che è l´essere e il nulla allo stesso
tempo.
Senza Dio questa armonia cosmica fondata sulle regole elementari — supercomplesse,
super stratificate e super ricche di diversissime tensioni sarebbe impossibile. Caos è l´assenza
di qualche armonia. Se lo spazio cosmico fosse caos non ci regalerebbe nulla dalle stelle che
ammirano e l´uomo non vorrebbe alzare lo sguardo e avrebbe paura del cielo con odio e senza
nessuna speranza, come ha paura dell’ inferno. Il silenzio e l´immensità ci aiutano per un po’
ad allontanarci dal terreno che fa ricordare Dio. Questo superiore regalo di Dio è ciò che si
chiama il SACRO.
Con il termine ”sacro” intendiamo ciò che induce l’uomo buono a inchinarsi — come mai potrebbe fare davanti a
qualcosa di unicamente terreno. (2) Il collegamento alla costruzione divina dell’armonia cosmica
induce l’incoscienza all’apogeo della sensazione ciò che era possibile alla nostra primitiva
mentalità durante il periodo dello sviluppo in cui il logwV è ancora l’unica forma di
cambiamento dell’informazione.
La recettività del Sacro fa liberare l’uomo abituale dai pensieri pesanti della Sansara. E
dopo il regalo sacro della liberazione una piccolissima parte del sacro umano emerge nel mondo
ma proviene da un’altra parte a volte fuori del desiderio primordiale. Anche la narrazione della
“Rovina di Atlantide” si svolge da un’altra prospettiva della percezione del mondo. I simboli
della memoria della saggezza umana ci avvicinano ai misteri della memoria divina che ci
mostra la nostra capacità di percepire la Sacralità. Il Sacro di Golokhvastov può
differenziarsi dal Sacro del Cristianesimo tradizionale come uno degli elementi
dell’esperienza religiosa, il nesso del Cristianesimo ai fati dei culti orientali prima di Cristo.
Il sacro può anche manifestarsi in un evento. Per esempio una disgrazia può essere sentita solo come danno o
atrocità. (3) Dio ama quelli che obbliga a soffrire come ha fatto soffrire il suo figlio sulla croce
in modo che ogni nostra sofferenza abbia la sensazione di un avvertimento: continuare la vita
così sarà pericoloso per la salvezza dell’anima. E per salvarci l’avvertimento ci giunge
nell’immagine della “collera” del regalo superiore. Dopo il contatto con il Sacro per certo
periodo l’uomo diventa indifferente a tutti i problemi terreni e si sente parte della gigantesca
unità cosmica e si relaziona al mondo non come l’uomo abituale, ma percepisce il tutto dal suo
ego superiore. Perché, come pensa Romano Guardini, può anche essere che si avverta la sensazione di un
decreto, non dovuto a un progetto logico, ma a un’ istanza irraggiungibile per iniziativa umana, che suscita gratitudine…
(4). Solo grazie all’ asserzione con il Sacro la natura umana in individui ottiene questa istanza
irraggiungibile e nascono così le opere come DE REUM NATURA di Lucrezio Caro, Le
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GEORGICHE di Virgilio, le METAMORFOSI di Ovidio, la CONSOLAZIONE DELLA
FILOSOFIA di Boezio, la DIVINA COMMEDIA di Dante, La GERUSALEMME LIBERATA
di Torquato Tasso, le Fresche e le statue di Michelangelo e molto altro che compaia più
frequentemente nella “Forza maggiore” grazie alla sofferenza che si presenta sempre nel ruolo
dell’ avvertimento e persone (come quelle menzionate) possiedono il grado più alto della
sensazione del decreto umano, a volte compreso scorretto mediante le loro astrazioni, e il
peccato primordiale tra la grande scadenza si trasforma nell’ eredità classica dell’ umanità. E le
cose come il viaggio di Dante attraverso l’Inferno, il Purgatorio, e il Paradiso dal 7 al 14 aprile
del 1300 sembrano aprirsi e diventare trasparenti. Ma questa trasparenza è diversa dalla luminosità fisica o dalla
comprensibilità razionale: l’elemento della divisione scompare, i veli cadono, essere e significato, esterno e interno,
dettaglio e contesto diventano una cosa sola, e non c’è più nulla da chiedere. (5) 1, 2, 3, 4, 5 (Filosofia della religioni
Romano Guardini Religione e rivelazione: Concetti di Sacro che sta dietro ogni suo frutto; qui l’unico Sacro universale
sta dietro il carattere simbolico dell’ opera. () Romano Guardini, “Religione e rivelazione”, Via e Pensiero, Milano 2001)
Lo sviluppo del soggetto e degli eventi della “ROVINA DI ATLANTIDE” si apre così
perché la discordia non cessa di smentire il cammino della concordia della logica con la
sensazione superiore. La memoria divina è il motore principale che collega l’ epopea alla
memoria del sensazione e alla memoria della saggezza umana.
Nel primo capitolo nella p. 27 i miti sussurravano della pietra precipitata dal cielo che si
trasformò nella Suprema Montagna, il simbolo di tutte le piramidi costruite più tardi. La
memoria divina vede la croce in quattro fiumi che scorrono dalla montagna a quattro lati del
mondo. Essa riflette la bellezza infinita nelle sante coscienze dei primi uomini, nelle stelle
notturne, nell’aroma dei fiori, nello splendore diamantato dell’acque vicino ai rivi, nel volo
degli uccelli, nelle notte degli atlanti senza sogni dell’ età d’oro.
P. 28 Ed era la gente libera nell’ anima, uguali nella viva natura e, nella fraternità con la
sorella minore, si univano con l’anima mondiale. Terra materna e cielo natale, l’atlante fu il
loro fratello libero e felice: come nell’inno dell’ordine armonioso comprendevano lo spuntare e
il tramonto del sole e gli era accessibile la scintillazione notturna delle stelle, l’aloe gli
sospirava dalla salute l’aroma dei fiori, li accarezzava insieme allo splendore diamantato nella
risacca costiera; le ali invisibili dei venti avvolgevano la freschezza marina dello specchio
acquatico, le spighe portavano i doni dell’abbondanza. La discrezione della natura divina
sembra la perla nel mare all’autore che la paragona alla divinità innocente dei primi uomini che
non si separavano dalla natura. Le loro anime erano in armonia. La ricchezza delle immagini
poetiche apre la profondità incommensurabile che rivela la memoria divina agli occhi del
lettore. A volte si alza nelle visioni non terrene, fa scendere l’immaginazione negli oceani della
libertà.

Во имя хлеба, по слову проклятья,
Aтлант не ведал дневного труда
И, словно птица, не знал никогда
Забот о пище. Чуждаясь стыда,
Мужи и жёны, как сёсты и братья,
Скрывать не мысля своей наготы,
Общались просто… Не так ли цветы,
Причудой форм и богатством окраски
Прельщая наш человеческий глаз,
Истому брачной изнеженной ласки
В своём бесстрастьи несут напоказ?
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Per il pane, per la parola della maledizione, l’atlante non conosceva il lavoro di giorno, e,
come l’uccello non aveva alcuna preoccupazione per il cibo. Non si vergognavano i mariti e le
mogli, senza pensare mai di celare la loro nudità erano semplici… Non così l’occhio umano
ammira i fiori con le forme miracolose e con la ricchezza dei colori mostrando la loro assenza
di passione, essi portano la delizia della carezza soave di matrimonio?…
Allo stesso tempo la descrizione del periodo del paradiso terreno senza coscienza umana
non evita la memoria della saggezza umana e conduce alla riflessione della stessa immagine
“Aurea prima sata” che ci fa ricordare le “Metamorfosi” di Publio Ovidio Nasone composte
nell’ 8 D. C. in cui si ripetono le leggende dei popoli antichi nelle “metamorfosi” degli autori
precedenti.
L’ età dell’oro fu la prima a nascere: essa spontaneamente, senza giudici, senza leggi praticava la
virtù e la giustizia. Il timore della pena era assente, né si leggevano sulle tavole fissate a muro
prescrizioni o sanzioni né implorante aveva paura del volto del proprio giudice, ma tutti erano
tranquilli mancando chi punisce… Non ancora cingevano le città fossati a strapiombo,…senza
bisogno di soldati la gente trascorrevano in tutta sicurezza ozi piacevoli. Da parte sua la terra libera
e non toccata dal rastrello, non solcata dagli aratri, da sé dava tutti i prodotti, e gli uomini soddisfatti
per cibi ottenuti senza sforzo raccoglievano i corbezzoli e le fragole dei monti e le corniole e le more
che allignavano sugli ispidi roveti e le ghiande che cadevano dalla vasta pianta di Giove. La
primavera era eterna e i placidi Zefiri accarezzavano con il loro tiepido soffio i fiori nati senza essere
stati seminati inoltre la terra non arata produceva anche messi e il campo pur non rinnovato
biondeggiava di turgide spighe: da un lato scorrevano fiumi di latte, dall’altro fiumi di nettare, e il
biondo miele stillava dalla verde elce… (Ovidio. OMNIA :“Metamorfosi” (p. 49), 2000 Unione Tipografico-
Editrice Torinese corso Raffaello, 28 – 10125 Torino)
La “Rovina di Atlantide" unisce nel secondo capitolo l’ età d’argento, di bronzo e l’inizio di
quella di ferro di Ovidio

Postquam Saturno tenebrosa in Tartara misso
sub Iove mundus erat, subiit argentea proles,
auro deterior, fulvo pretiosior aere…
…tum primum siccis a¸r fervoribus ustus
canduit, et ventis glacies adstricta pependit; 120
tum primum subiere domos: domus antra fuerunt
et densi frutices et vinctae cortice virgae;
semina tum primum longis Cerealia sulcis
obruta sunt, pressique iugo gemere iuvenci.
Tetria post illam successit aenea proles, 125
saevior ingeniis et ad horrida promptior arma,
non scelerata tamen; de duro est ultima ferro.
Protinus inrupit venae peoris in aevum
Omne nefas, furere pudor verumque fidesque;
in quorum subire locum fraudesque dolique 130
insidiaeque et vis et amor sceleratus habendi…

Dopo che il mondo, una volta cacciato Saturno nel tartaro tenebroso, fu sotto la potestà di Giove, subentrò l’ età
d’argento, meno prospera di quella dell’oro, di maggior valore rispetto a quella del fulgente bronzo… Allora per la
prima volta l’aria infuocata dal caldo asciutto divenne incandescente, e penzolò il ghiaccio rappreso dai venti; allora
per la prima volta gli uomini abitarono in case: ma a far da casa furono le spelonche e le frasche ammassate e i rami
tenuti insieme con la corteccia; allora per la prima volta la semenza di Cesare fu interrata nei lunghi solchi, e i
giovenchi si lamentarono sotto la pressione del giogo.
La terza che succedette a quella fu l’ età del bronzo, più violenta per carattere e più incline alle armi crudeli;
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tuttavia non a colmo della perversione; l’ultima si formò dal duro ferro. Subito si rivelò su quell’ età del peggior metallo
ogni nefandezza, scomparvero pudore, sincerità, lealtà; al loro posto subentrarono le frodi, gli inganni, le insidie e la
violenza e la scellerata cupidigia di ricchezze. (Ovidio. OMNIA :“Metamorfosi” (pp. 48-51), 2000 Unione Tipografico-
Editrice Torinese corso Raffaello, 28 – 10125 Torino)
Quando lo spirito ha conosciuto il peccato, ha scelto il lotto delle forze viste, gli splendori
lunari senza vita negli occhi scompare la faccia di Dio (pp. 30-31) del secondo capitolo.
Affinché il destino cominci a sembrare la maledizione agli uomini che lavorano sempre per non
morire dalla fame senza esperienza divina.
La religione non aveva, nell’epoca gentile di Ovidio, il significato per sacro monoteistico
del nuovo mondo di Golokhvastov. Perciò l’autore della “Rovina di Atlantide” separò
dall’abisso l’inizio dell’ età di ferro a partire dall’epoca del profeta Atlasso che regalò i primi
concetti del bene soltanto al popolo di Atlantide. Allo stesso tempo Golokhvastov non
dimentica che la peggiore età dura fino ai nostri giorni. Il narratore fa si che sviluppino le frodi,
gli inganni, le insidie e la violenza e la scellerata cupidigia di ricchezze dell’ età di ferro nella società
dell’ultimo sacerdote di Ra come la causa essenziale dell’ apocalisse.
Ma prima, molti millenni fa la memoria divina del profeta Atlasso fa ricordare Dio e il
passato. Essa fa prevedere la pena futura legata all’ultimo sacerdote e alla fine tragica della
civilizzazione. La memoria divina fa ricordare la bellezza incorporea di Dio che sta al di fuori
di questo mondo e al di fuori degli spazi, delle velocità e dei tempi. La memoria divina di
Atlasso è creata prima della nascita, più profonda e più colma dell’esperienza divina di tutti gli
altri mortali del passato e del futuro. Finché quella preferì non fare il suo corpo immortale e
nascondere il mistero fatale sino alla sua fine. La memoria divina di Atlasso scoprì Dio agli
uomini attraverso la prima religione. …religio da religare, legare, collegare, congiungere. Nella religione
viene stabilito e vissuto un legame, quello dell’uomo con ciò che è al disopra di lui. Alla base del rapporto religioso si
trova perciò un dualismo fondamentale e insuperabile: nella religione, quale che sia la sua forma concreta, ci sono
sempre due principi, due poli. La religione (come ha giustamente notato Feuerbah) è sempre uno sdoppiamento
dell’uomo in se stesso, un suo rapporto con sé come con l’altro, una seconda persona, non medesima, non unica, ma
collegata, congiunta, che si pone in relazione. Nella religione l’uomo ha coscienza di essere visto e conosciuto prima di
essersi conosciuto lui stesso, e allo stesso tempo si sente allontanato, distaccato da questa buona fonte della vita
(perché l’ultimo sacerdote sbagliando volle l’ immortalità per essere più vicino a Dio) con cui
cerca di instaurare un legame, di istituire una religione. Quindi, nella forma più generale, si può dare questa definizione
di religione: la religione è il riconoscimento di Dio e l’esperienza vissuta del legame a Dio. (“Luce senza tramonto”
Sergej N. Bulgakov p 17, Lipa Srt, Roma, febbraio 2002 ISBN 88-86517-49-1) Atlasso desiderò avvicinare la vita
umana a Dio e obbligò gli uomini a costruire il tempio, l’equivalente terreno di Dio sulla terra.
Nel terzo capitolo (p. 35) l’aurore ricorda le costruzioni di sette torri del tempio per
condurre le anime alle stelle e al Sole sopra le nuvole con la fede calda nella forza della
memoria divina di Atlasso affinché la terra e il Sole si incontrino sempre, gli uomini salgano
con i cuori puri e scenda Dio sulla terra. Gli uomini consegnarono la pietra dei sacrifici
sanguinosi e il coltello rugginoso con molta difficoltà sulla cima della santa Montagna per
proibire i sacrifici umani a sempre e per mettere in rilievo i riti contrari a Dio.
P. 37 La memoria divina attraversa tutta la storia della città essenziale Atslano e di dieci
regni separati fra i gemelli di Atlasso. Il narratore salva la generosità di Ra e la sollecitudine dei
monarchi e la sua memoria divina ricorda i cicli delle saghe degli eroi. La seconda metà della p.
39 narra come venne la stagione d’oro quando cantano le bocche durante il lavoro, quando la
ricchezza fiorisce e diventa la gioia viva e la conformità chiara. A pena! La gente pecca con la
fortuna. I loro petti raffermi non valutano la felicità, la loro ragione cieca non vede il bene. Gli
uomini rifiutarono il benessere celeste. La calma tormentava loro come una prigione; il lavoro
divenne difficile e il cuore desiderò i cambi. Essi dimenticarono Dio e cercarono l’altra felicità;
l’onda sorda della preoccupazione portava nuovamente all’abisso come nei giorni antichi.
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Il quarto capitolo alle p. 40-43 scopre la vita del narratore e allo stesso tempo del supremo
sacerdote di Ra portatore di sette chiavi sacrali nella vita precedente che contemplava l’ eternità
fra i misteri della terra e dei cieli. Il nome del sacerdote venne preso e nascosto nell’abisso
oceanico come la memoria di Atlantide affinché esso non si maledisse durante tutta la storia
dell’ umanità. Il sacerdote cancellò i propri sentimenti corporei da tutti i livelli prima di
diventare il sacerdote nella vecchiaia. Verosimilmente questa parte dell’epopea riflette le idee
del mezzo del quinto capitolo del trattato “Linguaggio e mito” (al problema dei titoli degli dei)
di Ernst Cassirer in cui si narra del concetto della parola incapace di esprimere l’unità del
soggetto e dell’oggetto e dunque i sacerdoti degli indiani americani e dei popoli dell’oriente
antico occultavano i propri nonni e i nomi degli dei chiamati dalla moltitudine dei nomi. (Ernst
Cassirer, Leipzig, Berlin, 1927)
Il quinto capitolo nelle pp. 44-47 descrive i riti sacrali della festa per Toro e della Vergine
e l’entrata tradizionale della memoria divina nei tempi aperti. Il popolo colma le tavole con i
frutti, il pane e molte altri offerte a Dio all’ ombra dei cipressi prima di avvicinarsi agli altari
sacrali. L’altare dello Ziggurat annega nei fiori. Il narratore descrive i vestivi sacrali dei
sacerdoti con le svastiche e con le croci e la tiara di tre rubini. L’ultima simbolizza tre facce del
Creatore nella triplice unità. Si descrivono due serpenti, incrociati giù, del barone del sacerdote.
Esprimono i tratti umani dell’uomo e della donna. Il rubino sanguinoso corona l’ unione di due
teste. Tritum in scholis verbum est, esse hominum minorem mundum, in quo mixtum ex elementis corpus et coelestis
spiritus et plantarum anima vegetalis et brutorum sensus et ratio et angelica mens et Dei similitudo conspicitur. (Trattato,
nelle scuole, il verbo è, esiste degli uomini il minore mondo, in quello [è] misto dagli elementi il corpo e lo spirito celeste
e delle piante vegetali l’anima e di bruti il senso e la ragione e la mente angelica e di Dio la similitudine si cospira(no))
(Dal Prefazio dell’ 8 Opera di Picco della Mirandola, “Idea del microcosmo e “Dignità umana”, Seconda parte, secondo
capitolo, Ernst Cassirer, p. 1, Leipzig, Berlin, 1927) Arde il fuoco delle lode di vittime spirituali e il tempio
si colma del odore del sandalo, in cui si alzano gli inni nei fumi sacrali. Il sacerdote pronuncia il
nome divino tre volte sull’altare vicino al disco di Ra. La voce clericale di tre canta teste (p.
46):

Пылающий чёлн
Властителя мира,
Плывя среди волн
Прозрачных эфира,
Сойдёт на закат
Дорогой исконной
К пучине бездонной
У западных врат.

За гранью заката
Бессмертия свет,
Откуда возврата
Для смертного нет…
“La nave arsa del Signore del mondo, nave fra le onde, scenderà al tramonto sul cammino
vero verso l’abisso senza fondo vicino al portone occidentale. Dopo il tramonto è la luce dell’
immortalità da cui non c’è ritorno per il mortale”…

Живые мёртвым об общей отчизне
Поют и верят, что благостный день
От смерти к жизни и смерти от жизни,
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В их вечной смене, двойная ступень.
I vivi cantano ai morti della patria e credono che il giorno beneficente sia il gradino doppio
dalla morte alla vita e dalla vita alla morte nell’ avvicendamento eterno.
Il narratore collega l’esistenza del paradiso divino alla reincarnazione infinita di tutte le
anime indipendenti dal tempo. Egli narra che la memoria della felicità rinasce come i sogni del
passato:

Но сны о прошлом, как память о счастьи,
Прожитом в жизни под солнцем живых,
Не чужды мёртвым, в их светлом бесстрастьи
Скользя, как дым облаков теневых,
И в мир наш тёмный подолгу ночами
Взирают предки созвездий лучами
И видят землю – свой прежний приют,
В потомстве дальнем себя узнают.
Порой мы чуем, не видя очами,

Ma i sogni del passato sono come la memoria della felicità vissuta nella vita sotto il sole dei
vivi, [passano] non strani ai morti nella loro chiara assenza delle passioni scivolando come il
fumo delle nuvole d’ ombre. E il nostro mondo scuro da molto tempo, gli antenati guardano dai
raggi delle costellazioni e vedono la terra, il loro ricovero scorso e si riconoscono nei posteri
lontani. A volte noi sentiamo, non vedendo con gli occhi,

Их близость в дни торжества и невзгод:
Их крыльев шелест у нас за плечами
Незримый нам возвращают приход.
La loro vicinanza nei giorni delle solennità e delle disgrazie: la loro ala ci torna l’arrivo
invisibile dietro le nostre spalle.
L’analisi della memoria divina dei capitoli successivi si collega alla memoria della
sensazione dai molti livelli di paragone attraverso la “Divina Commedia di Dante, “Primo
Amleto” di Shakespeare, “Consolazione della filosofia” e “Isagoge” di Boezio e di molto altro
che è la tematica non ricercata da nessuno che dunque diventa il materiale della Proposta di
Dottorato.

RESUME DELLA DISSERTAZIONE

1) Introduzione: A) Tre tipi di paragone e tre tipi di confronto. B) Metodica dell' analisi
comparata. C) Evoluzioni storiche delle lingue e delle letterature. D) Ermeneutica. E)
Applicazione pratica della metodica al concreto esempio breve: «Ritmo Laurenziano» e una
delle canzoni giullaresche di Colin Muset. Ossequio al genio e assenza dell' ossequio nella
società contemporanea: paragone dei destini.
Tematica della prima parte del dottorato: Destino dei geni esuli
Problematica generale della prima parte: A) Assenza della comprensione di nuove
tendenze di autori che non appaiono nel mondo letterario da nessuna parte e contraddicono
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talvolta la società costituita o svolgono la letteratura in altri modi e che non rispondono alle
tradizioni temporali. B) Paralleli storici degli esuli e loro opere artistiche:
2) LA PRIMA PARTE DEL DOTTORATO: La memoria della sensazione e la memoria
divina
3) LA SECONDA PARTE DEL DOTTORATO: Narratività della «DIVINA
COMMEDIA» di Dante Alighieri e della «Rovina di Atlàntide» di Gheorghi Golokhvàstov.
Tematica della seconda parte del dottorato: A) Il poeta epico Gheorghi Golokhvastov nel XX
secolo all' interno della società infinita dei lirici. Influenza indiretta di Dante Alighieri su
Ghennadi Golochvastov. B) Dante Alighieri vertice della poesia mondiale e poeti
contemporanei di Dante (Guido Guinizzelli, Jacopone da Todi, Guido Cavalcanti, Brunetto
Latini, Cecco Angiolieri e Cino da Pistoia). C) Dominio dello stile descrittivo sulla narratività
nella «Rovina di Atlantide» di Golokhvastov e nella «Divina Commedia» di Dante. D) Il
lessico poetico e l' immaginario poetico di Dante e di Golokhvastov.
Problematica generale della seconda parte del dottorato: A) Difficoltà e ricchezza del
genere epico. B) Dai piccoli lirici invidia e incomprensione della poesia epica con molti
soggetti e numerosi argomenti. C) Contemplazioni dell' immaginario poetico.
4) LA TERZA PARTE DEL DOTTORATO: Dante, Golokhvastov, Nostradamus e
Bo¸tius
Tematica della terza parte del dottorato: A) Genio poetico nell' assenza di profezie dove si
medita di diventare profeta. B) Dominio della Profezia sul fiacco ingegno poetico. C) Profezia
del genio filosofico e dell' ingegno poetico.
Problematica della terza parte: A) Filosofia di Dante Alighieri nella «DIVINA
COMMEDIA», filosofia di Golochvàstov nella «Rovina di Atlantide», filosofia di
Nostradamus nelle sue quartine e nelle due lettere al figliuolo e ad Henry II (Arrigo) re di
Francia, e filosofia di Boezio nella «Consolazione della filosofia». B) I concetti della felicità
nella «DIVINA COMMEDIA», felicità impossibile della «Rovina di Atlantide», felicità
nascosta nelle quartine suddette e nelle due lettere al figliuolo e al re, anche sette parti della
felicità nella «Consolazione della filosofia». C) Varie considerazioni della responsabilità
umana riguardo alla propria condotta, agli atti umani durante tutta la vita in queste quattro
opere. D) Il passato, il presente e il futuro dei quattro. E) Eternità perenne nel tempo e eternità
costante di Dio al di fuori da qualsiasi concetto spaziale e temporale dei quattro capolavori.

INTRODUZIONE

A) Tre tipi di paragone e tre tipi di confronto

Si contrappongono due materie che dipendono l' una dall' altra. Sono il paragone e il
confronto delle opere, dove si ricercano molti fatti e fenomeni e dove si incontrarono ogni volta
fattori ed ambiti non studiati o ricercati relativamente poco.
Si paragonano e si confrontano le opere di una sola nazione con altri poemi del
patrimonio di popoli diversi e lontani. Si analizzano così opere che sono state scritte in lingue
appartenenti a un solo gruppo linguistico e ad altri gruppi, si studiano opere composte anche in
periodi assai diversi della storia, al fine di considerare e ricercare le strutture di due o più
opere, come si potrebbe approfondire più avanti.
(A) Paragone è da considerarsi lo studio dei fattori comuni. Si trova lo scopo del
paragone nella costruzione dei paralleli storici, si trova nella ricerca e nella sistemazione di
numerosi fattori generali e soggettivi. Ambedue i tipi di fattori definiscono le fonti e il vigore
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delle influenze letterarie.
Talvolta tali definizioni permettono di capire meglio l' evoluzione di tutta la letteratura
mondiale.
La materia “Paragone tradizionale” in Russia ha tre tipi che non dipendono dai periodi
storici. (A 1) Il primo si fonda sull' influenza di un capolavoro quando si definiscono una sola
fonte e anche una sola reminescenza (tema) svolta in opere diverse ma appartenuti a un solo
genere. (A 2) Il secondo tipo di analisi comparativa si trova al limite fra paragone e confronto.
Le loro opere appartengono a una sola fonte anche a diversi soggetti. Sono unificate solo come
riflesso della prima opera, quando la prima diventa manifestazione indiretta della seconda. (A
3) Il terzo tipo di paragone ricerca lirica dove non esiste soggetto, dove qualche forma, o
qualche influenza ideologica, o qualche fenomeno storico diviene la fonte.
(B) Il confronto contrappone le letterature che hanno soggetti diversi senza origini
comuni. I confronti si dividono in tre tipi. (B 1) Il primo studia opere assolutamente opposte
per dimostrare la varietà di un solo genere anche per confrontare la diversità di numerose
professioni di fede estetiche. (B 2) Il secondo tipo ricerca letterature con assenza di una sola
fonte e di reminescenza comune, analizza i destini simili dei loro scrittori; poiché il secondo
tipo analizza indizi uguali che si ricercano nelle materie analizzate. Sebbene le due opere
non trattino della stessa tema e non provengano neppure della stessa fonte, esiste una fonte
indiretta che diventa la somma degli indizi comuni. Gli indizi comuni, che si incontrano nelle
letterature di popoli diversi, si fondano sull' influenza di una parte della prima opera che
determina talora indirettamente il soggetto della seconda opera. Il secondo tipo di confronto
disegna paralleli storici tra le letterature di numerosi popoli quando in esse si incontrano gli
indizi comuni. Svolge lo scopo generale del secondo tipo di confronto la ricerca di indizi
comuni all' interno delle letterature di periodi diversi che non solamente si confrontano e negli
ambiti dove sono state costituite le scale epocali anche si paragonano.
(B 3) Il terzo tipo di confronto è vicino al primo tipo di paragone e si usa quando si
ricerca l' influenza di un grande capolavoro su opere minori (che sia impossibile paragonare a
tale capolavoro e le opere sopraddette) che ne sono soltanto il riflesso.
(A 1) Sovente il primo tipo di paragone analizza alcune opere che hanno una sola fonte
classica. Ad esempio: ogni tragedia di Anneo Lucio Seneca (4 A. C - 65 d. C.), oltre «Ottavia».
Si incontrano gli stessi soggetti nelle tragedie greche: sono di Eschilo (525-456 A. C.), di
Sofocle (496-406 A. C.), di Euripide (480-406 A. C.) e di altri.
Prima variante: («Medea» di Seneca — «Medea» di Euripide), («Fedra» di Seneca —
«Ippolito» di Sofocle), («Edipo» di Seneca — «Edipo re» di Sofocle, anche di Acheo, di
Eschilo e di Euripide, di Carcino, di Diogene, ecc.), «Le Fenice» di Seneca — «Le Fenice»
come frammenti di qualche altre tragedie: di “Edipo a Colono” di Sofocle, “Fenice”di
Euripide, etc.), («Ercole Furente» di Seneca e di Euripide), («Ercole Eteo» di Seneca e anche
«Troiane» di Sofocle), («Tieste» di Seneca e tragedie di sette autori greci e di sette autori
romani), («Agamennone» di Seneca — «Agamennone» di Eschilo), ecc..
Per capire le leggi dell' influenza di un' opera sulle opere successive si ricerca lo sviluppo
storico dei soggetti, avvicinandosi alla seconda variante: paragone tra i capolavori dell'
antichità e le opere letterarie del classicismo. Cosi si paragonano «Medea» di Seneca e
«Médée» di Pierre Corneille (1635). Nella seconda variante del primo tipo si svolge il
paragone tra la tragedia «Fedra» di Seneca e il dramma «Thèdre» di Racine del 1677. Si
paragona la tragedia «Ottavia» di Seneca con «Britanicus» di Racine, scritto nel 1665.
(A 1) Il primo tipo di paragone esamina l' analisi delle «Metamorfosi» composte da
Nicandro di Colofonio e le «Metamorfosi» del 8 d. C., di Publio Ovidio Nasone (43 A. C. —
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18 D. C.). Si paragona la opera «Legenda di Barlabamo e di Giosafo» di Eutimio Iberico e di
Giovanni Sabbaito Damaschino (VIII secolo) con la corrispondente storia nella «Leggenda
aurea» di Jacopo da Varazze (Varagine o Voragine) (1230 — 1298). Il primo tipo di paragone
analizza: «Le Roman de Troie» (1160) che è composto da Benoît de Saint-More e la narrazione
di Troia di Guido delle Colonne (da Columna) del XIII secolo, anche la terza variante del
primo tipo studia «Canto de mìo Cid» (epopea popolare di Spagna) e la tragedia di Pierre
Corneille «le Cid» del 1636.
(A 2) Il secondo tipo di paragone si occupa di opere come l' «Odissea» di Omero e l'
«Eneide» di Virgilio che hanno una sola origine comune. Vediamo un solo viaggio leggendario
e avventure simili, i cui protagonisti e soggetti non sono uguali. Così si paragona il «Fedone»
di Platone col «Consolatio» di Annizio Manlio Severino Boezio; la «Legenda del beato don
Simone Palestrato», Curtius su « Saint Alessis» anche in italiano «Ritmo di Sant' Alessio»
incompiuto si paragonano dal secondo tipo. Le ballate volgari «Chançon de Rolland»
(francese) e «Canto de mìo Cid» (spagnola) si determinano da due diversi soggetti e da una
sola fonte. C' è la “guerra infinita”dei posteri di Carlo Magno contro i saraceni. Si paragonano
queste due ballate con la «Parola del reggimento ìgorevo» (ballata russa del Trecento). In
questo modo si paragonano «De rerum natura» del 55 A. C. di Lucrezio Caro e il «Libro della
composizione del mondo» del 1282 di Restoro d' Arezzo. «Le Roman de la Rose», la cui
prima parte conclusa nel 1236 da Guillaume de Lorris e la sua seconda parte finita nel 1275 da
Jean de Meyng. Esiste il paragone tra tutte e due e le lettere che sono state attribuite a Dante
Alighieri. Sono le rime sacre che divengono autenticamente, in sonetti italiani, un rifacimento
del «Roman de la Rose», intitolati «Il Fiore». Si paragonano «Orlando innamorato» di Matteo
Maria Boiardo (1441 —1494) ed «Orlando furioso» di Ludovico Ariosto (1474 — 1533). Si
disegnano due paralleli lirici in sonetti di Francesco Petrarca (1304 — 1374) e di Pierre de
Ronsard (1524 — 1585)
(A 3) Il terzo tipo di paragone letterario illustra lirica dove manca soggetto ma l' origine
si attribuisce a qualche forma, o ad influenza ideologica, o a fenomeno storico. Per esempio,
così si paragonano i sonetti italiani e francesi fino al XVI secolo (che ha esaminato il dottore
SLÀTKNE REPRÌNTS nel 1966 a Genova). Si paragona la lirica dei sonetti italiani: 1) del
Medioevo avanzato: con Guido Guinizelli (nato tra il 1230 o il 1240 — morto nel 1276), con
Guido Cavalcanti (circa del 1255 (o 1259) — 1312 (o 1300), col primo Dante Alighieri. 2) del
Rinascimento: con Francesco Petrarca (1304 — 1374)) e con Giovani Boccaccio (1313 —
1375). 3) Alto Rinascimento: con Lorenzo de’ Medici (1449 — 1492), con Matteo Maria
Boiardo (1441 — 1494), con Pietro Bembo (1470 —1547), con Michelangelo Buonarroti
(1475 — 1564) e con Torquato Tasso (ultimo poeta del Rinascimento italiano, 1544 — 1595).
(B 1) Consideriamo il primo tipo di confronto caotico e più libero dei primi poiché
dipende assolutamente dall' interpretazione. Esso confronta le tendenze contrapposte come il
«Consolatio» di Annizio Manlio Severino Boezio del 523 e la «DIVINA COMMEDIA» di
Dante Alighieri, dal 1307 fino al 1321, come due capolavori appartenenti a ideologie contrarie.
Riguardano il primo capolavoro uscito dai confini temporali dove si manifesta l' enorme
influenza platonica nella contemplazione dell' eternità divina e in sette aspetti della felicità
terrestre, dove si parla indirettamente della responsabilità degli uomini ai peccati. La
DIVINA COMMEDIA è fondata su una mentalità dogmatica e sull' educazione del
cattolicesimo medievale relativa al libero arbitrio alla responsabilità umana di tutta la vita in
che è stata concentrata l' idea generale dantesca.
Il primo tipo di confronto oppone l' amore generico che troviamo nel «Libro de Buen
Amor» terminato nel 1351 o nel 1381 da Johan Ruys arcipreste (arcivescovo) di Hita e l' amore
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dei sonetti di Francesco Petrarca che sono stati dedicati a Laura per 21 anni durante la sua vita
e sino a 10 anni dopo la morte; la poesia filosofica di Giordano Bruno (1548-1600) si confronta
alla scuola di Francesco Petrarca; il «marinismo», a partire da GIAMBATISTA MARINO
(1569 — 1625) si confronta con l' apparizione del classicismo italiano di Vincenzo da Filicaia
(1642 — 1707) come nella letteratura francese si confronta PIERRE DE RONSARD (1524 —
1585), capo della “Péiade” (Du Bellay, Belleau, Dorat, Jodelle, Baif e Thiard — but:
enrichissement de la langue française/ scopo: ricchezza della lingua francese) e François
Malhèrbe (1555 — 1628) che, come Vincenzo da Filicaia, lottava contro tutte le manifestazioni
della ragione contro natura dove nacque la poesia galante.
(B 2) Il secondo tipo del confronto esamina opere come l' «Eneide» di Publio Virgilio
Marrone (70-19 A. C.) e «La DIVINA COMMEDIA» di Dante Alighieri (1265-1321) (l'
unione sincretistica della Bibbia e dell' «Eneide», dove è più evidente una sola parte del primo
capolavoro, dove l' Enea di Virgilio scende nel regno dei morti, che ispira la nascita della
COMMEDIA).
Questo tipo di conforto letterario traccia molti paralleli storici fra scrittori e fra opere
diverse che non si paragonano: «Tristae» et «Ponticae» di Publio Ovidio Marone (8 d. C. — 18
d. C.), «Consolatio» (523) di Annizio Manlio Severino Boezio (475 o 480 — 524) — «Di
anima» di Cassiodoro, Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (489 —575) — «LA DIVINA
COMMEDIA» di Dante (1265 — 1321). L' influenza di Dante si riflette (indirettamente) nella
composizione russa dell' opera la «Rovina di Atlantide», e quest' ultima è stata scritta nel 1935
da Gheorghi Golokhvastov poeta del XX secolo che compose in uno stile medievale. Come
fece ad essere un poeta epico nell' epoca dei lirici e modernisti ove gli manca soggetto?
(B 3) Il terzo tipo di confronto esamina le influenze di capolavori su molte opere minori, che non sono
mai state paragonate al loro prototipo. Per esempio: numerosi opere poetiche che si ispirano in varia misura
alla DIVINA COMMEDIA.

B) Metodica dell' analisi comparativa.

Nei paragoni e nei confronti esistono due tipi dei metodi. Si tratta dei procedimenti
generali (1) e dei procedimenti soggettivi (2) usati nelle ricerche.
(1) I primi analizzano ambiti generali. I fattori storici (1 a), idee generali (1 b), problematiche
(1 c), tematiche (1 d), ideali estetici (sguardo sul mondo e ricerca di ideali nel mondo) (1 e),
credi artistici (1 f), intenzioni estetiche (1 g), composizioni poetiche (1 h), sviluppo degli eventi
(1 i), tendenze (1 l), generi (epico, drammatico, lirico, ecc.) (1 m), forma (prosa o poesia)
(1 n), sei procedimenti della ricerca (esplorativo, generalizzato, individualizzato, valutativo,
contemplativo e stato intermedio fra la critica letteraria e la linguistica teorica) (1 o).
(2) I secondi fattori soggettivi si presentano più concreti e più isolali poiché compaiono in
paragoni più frequentemente che in confronti. I metodi soggettivi si compongono di tre gruppi.
(2.1.) Nel primo gruppo entrano i fattori che discernono e mettono in rilievo le
particolarità degli argomenti, gli sviluppi degli eventi e le individualità. Sono: soggetto ed
argomento (2. 1. a), evoluzione dei soggetti (inizio, culmine e numerosi esiti [uno che
comprende la soluzione dei conflitti, il secondo tragico, il terzo senza soluzione dei problemi
ma con qualche speranza per il futuro, ecc.] (2. 1. b), personaggi essenziali e secondari (2. 1.
c), caratteri dei personaggi (2. 1. d), particolarità psicologica dei personaggi (2. 1. e), sorti degli
eroi (2. 1. f), interiorità psicologiche dei personaggi (2. 1. g), tipi di relazione tra i personaggi
(2. 1. h), differenza delle relazioni degli scrittori con i loro personaggi (2. 1. i) e stili del
discorso fra gli eroi (2. 1. l)
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(2.2.) Esiste un secondo gruppo di fattori soggettivi di paragoni anche di confronti, che
comprende solo la poesia e la prosa poetica dei generi lirico, epico, anche drammatico. Esso
analizza i concetti successivi ai fattori: il lessico poetico (2. 2. a), le regole sintattiche nella
poesia (2. 2. b), la semantica poetica (2. 2. c), la ritmica poetica (sillabica e metrica) (2. 2. d)
(2.3.) Il terzo gruppo si risolve in paragoni e in confronti delle opere. Questo gruppo dei
fattori esamina tutti i tropi: epiteti (2. 3. a), paragoni semantici (2. 3. b), metafore (2. 3. c)
metonimie (2. 3. d), iperboli (2. 3. e) ed antitesi (2. 3. f)
Tutti i fattori di questi metodi paragonati e confrontati consistono in 33 concetti. Ma non
sono indispensabili in paragone anche in confronto.

C) Evoluzioni storiche delle lingue e delle letterature.

(1.1) I fattori storici formano l' eredità letteraria di popolo e di sviluppo della lingua.

Filinia: Da, meus ocellus, mea rosa, mi anime, mea voluptas
Leonida, argentum mihi: no nos diiunge amantis.
Leon: Dic igitur me passerculum, gallinam, coturnicem,
Agnellum, haedilllum me tuom dic esse vel vitellum:
Praehende auriculis, conpra labella cum labellis,...

Filinia: Da, mio occhio, mia rosa, mia anima [mi-a-nima], mio piacere,
Leonido, tu da me soldi; non ci separa amanti.
Leonide: Dic' allora me: passero e gallina, coturnice,
Agnello, capretto, me, che ' l tuo sono, o vitello:
Prendi al orecchio, lega labelli con labelli,...

(Titus Maccius Plautus (254-184 a. C.))

Questo estratto illustra la particolarità del lessico popolare, dove si incontrano le forme
del linguaggio che si utilizzavano nella conversazione (OCELLUS al posto di OCULUS,
PASSERCULUM invece di PASSER, AGNELLUS in luogo di AGNUS /AGNELLO,
HAEDILLUS al posto di HAEDUS, VITELLUS al posto di VITULUS /VITELLO/, AURICULA
al posto di AURIS /in it. ORECCHIO, in fr. OREILLE, spagn. OREJA/, LABELLUM invece di
LABRUM. In oltre, al posto del caso vocativo si utilizza il nominativo (MEUS OCCELLUS),
nell' ultima sillaba non accentata s' impegna [o] in luogo di [u] (TUOM in posto di TUUM), in
luogo di AMANTIS è stato scritto AMANTES), è visibile la ricomposizione (ricostruzione
fraseologica), CONPRA in luogo della forma classica COMPRA, s'impegna il modo
imperativo con la preposizione negativa [ne] (NE DIIUNGE, NOLI DIIUNGERE), che quello
nel periodo classico si conservò solo nell' arte dei poeti. Anche il testo ha l'aggettivo BELLUS
(nella lingua classica PULCHER)... ( «Introduzione nella filologia romanza» M, Scuola superiora, 1987, pag.
132, autori: Alìssova, Rèpina, Tariverdìeva).
.
Vediamo che c' è il latino arcaico. È rimasto ancora assai vicino alla favella (parlata)
popolare. Nel primo secolo A. C. esso sarà più artistico e lontano dal popolo. La forza del
tempo lo restituì alle sue radici.
Antonio Viscardi nega la teoria del XIX secolo che a partire dalla somiglianza del
«volgare italiano» al latino si spiegano le tarde origini della letteratura italiana paragonate alle
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prime manifestazioni delle letterature tedesca e francese. I teorici del XIX s. si fondano sul
documento storico «Gunzonem Italicum» dal 965 D. C. dove è stato detto: Falso putavit sancti
Galli monachus me remotum a scentia grammatice artis, licet aliquando retarder usu nostre
vulgaris lingue, que Latinitate vicena est (“Falsa, pensava il monaco da santi Galli, e lontana
da me è l' arte della scienza grammaticale, propone alle volte di fermare i nostri usi con la
lingua volgare, perciò ' l latino pulito è vicino”[a questi usi del volgare]). Nei manoscritti
italiani dal VII secolo fino al X non di raro si incontrano parole e gruppi di parole che
dimostrano che la lingua viva era da quella insegnata nelle scuole. Il problema della
formazione delle lingue romanze non si limita alla teoria dei tre strati di Shuhard (substrati —
lingue morte ma antenate della lingua studiata / superstrati — lingue che penetrano nella lingua
ricercata, che già esiste, la influenzano e dopo si sciolgono in essa / adstrati — lingue che
influenzano la lingua oggetto di studio, ma non si sciolgono in essa e continuano a sussistere
come unità indipendenti). («Storia della letteratura italiana dalle origini al Rinascimento»: capitoli
«Pseudoproblema delle “tarde origini” italiane» e «Dogmi, idoli, miti della storia letteraria all' origine», Milano, 1960)
Nel 1884 il Grober dimostrava che il processo della romanizzazione all’ interno delle
province durò più di 300 anni: Durante questo periodo il latino mutò. Per esempio, il dialetto
sardo ha tratti che mancano nelle altre lingue romanze, la sua conquista dell' isola da parte dei
romani avvenne nel III s. A. C.. Il latino era arcaico dunque molte parole nel linguaggio
quotidiano di Sardegna non cambiarono. Per esempio si conservò la diversità tra le vocali: e ed
i anche tra i suoni o ed u nella posizione accentata: fede — fide, bocca — bukka. Anche nel
dialetto dell' isola sopravissero i suoni arcaici: k — prima di e ed i: cinque — kimbe, cento —
kentu. Talvolta in Sardegna si pronunciano s nelle terminazioni dei sostantivi maschi in
singolare: tempo — tempus. Non mutò t nella terminazione verbali della terza voce in
singolare del modo indicativo presente. Nei verbi del francese antico si pronunciavano
solamente le terminazioni s e t. Solo al sardo e al rumeno appartengono facendo i fenomeni
menzionati paragoni e confronti letterari questi fattori storici dimostrano che nel linguaggio
dell' Impero Romano Antico — la lettera i si trasformò nell' e, il suono u nell' o dopo la
conquista della Sardegna. La terminazione verbale t sparì dopo la conquista della Gallia, s —
dopo l' occupazione della Dacia. In base a simili ricerche il Grober propone la scala dei periodi
che fa dipendere i mutamenti morfologici dalle conquiste territoriali e dall' evoluzione
cronologica dei dialetti romani, ancora non romanzi, prima del 476: Sardegna, Spagna,
Portogallo, Catalogna, Francia meridionale, Francia settentrionale e Recia. In Italia lo sviluppo
fu indipendente da questo processo, e fu diverso.
Il Grober reputava che la diversità dei dialetti fosse antica. Essa incominciò dalla
romanizzazione della prima provincia fuori dall' Italia, proseguì dopo la conquista di ogni
nuova regione. Nelle province conquistate per prima la lingua non mutò. Simultaneamente il
linguaggio degli abitanti della penisola Appenninica e dei cittadini romani continuava il suo
sviluppo indipendente dal latino classico e dal latino volgare della plebe. Ogni nuova provincia
imparò e lasciò quasi invariata la lingua italica del periodo in cui avvenne la conquista da parte
dei romani. Questi fenomeni linguistici spiegano la prima separazione dal latino di moltissimi
dialetti romani. Ma la teoria di Grober non spiega in modo preciso la causa dell' evoluzione di
ciascun dialetto, diventato romanzo. (1)
Nel 1901 W. Meyer-Lubke riaffermò che la particolarità del sardo consiste nel suo
isolamento dagli altri dialetti romanzi fino alla conquista dei vandali nel VI secolo. (2) 1, 2
(«Ââåäåíèå â ðîìàíñêóþ ôèëîëîãèþ» Ì., Â. Øê. 1987 ã., (ñòð. 132), Àëèñîâà, Ðåïèíà, Òàðèâåðäèåâà — «Introduzione nella
filologia romanza» M, Scuola superiora, 1987, pag. 132, autori: Alìssova, Rèpina, Tariverdìeva).
Nel 1924 H. F. Meller afferma che dalla fine dell' VIII secolo fino al inizio del IX si
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conservò una koinè di lingua romanza sul territorio di tutto l' Impero caduto, ma le relazioni tra
le regioni lontane continuarono e i contatti furono regolari svolgendosi nei mercati e tramite la
diffusione del cristianesimo anche dopo le invasioni barbariche della Romania medievale. Le
grandi città si spopolarono, sia a causa dei molti conflitti feudali, sia a causa della mortalità,
della povertà e delle malattie e la maggioranza dei cittadini fuggì in campagna per non
pagare tasse, per trovare lavoro nelle proprietà terriere dei successori. L' economia bastava
esclusivamente sul lavoro contadino ed anche le antiche vie diventarono inutili e pericolose. L'
isolamento coatto influenzò la nascita di dialetti diversi in ogni regione. I dialetti iniziarono
svilupparsi indipendente l' uno dall' altro. (H. F. Meller «Cronica del latin volgare» (p. 7), Ber. 1924)
I. N. Golenìtshev-Kutùsov asserisce che nel 1924 lo Schiaparelli, paleografo italiano,
trovò a Verona due versi dal fine dell' VIII secolo o dell' inizio del IX che sono stati composti
all' epoca di Carlo Magno scritti in una lingua a metà fra il latino e l' italiano arcaico:

Se pareba boves alba pratalia araba
e albo versorio teneba e negro semen seminaba (da Monteverdi)

(I. N. Golenitshev-Kutusov: «Letteratura latina dell' Italia medievale», capitolo «Monumenti più antichi della lingua
italiana», (p. 190) Editrice “Scienza”, Mosca 1972)
Qui abbiamo il sostantivo boves (bovi) nella declinazione mutata. L' epiteto latino alba
del sostantivo ha il significato dell' aggettivo “bianchi”. Anche le parole versorio (aratro),
semen (seme) e l' imperativo sono termini ibridi.
La particolarità linguistica evidenzia che questo testo proviene dal Veneto. Lo dimostra il
passaggio della lettera e all' a (paraba > pareba). La parola ALBUS sarà sostituita dal
paradigma tedesco “blank” due o tre secoli dopo. Anche la parola PRATALIA esisterà solo
nella toponimica: “praglia” a Padova e “pradaia” a Trento. Già nel latino volgare i si
trasformerà nella lettera e (nigrum > negro)... («Ââåäåíèå â ðîìàíñêóþ ôèëîëîãèþ» Ì., Â. Øê. 1987 ã., (ñòð.
132), Àëèñîâà, Ðåïèíà, Òàðèâåðäèåâà — «Introduzione nella filologia romanza» M, Scuola superiora, 1987, pag. 132,
autori: Alìssova, Rèpina, Tariverdìeva).
L' enigma di Verona ò considerato da alcuni la più antica testimonianza in italiano.
Tuttora esistono molte controversie. Alcuni credono che esso abbia origine popolare, ma molti
altri ritengono che la sua fonte vada cercata nella poesia latina scientifica e che avesse il ruolo
del proverbio scolastico, diffuso sul territorio europeo.
Vari documenti dei notai dal X fino al XII secolo sono stati composti in latino scorretto e
vicino al linguaggio popolare. Molte testimonianze di analfabeti sono state citate nei rispettivi
dialetti.
La testimonianza giuridica più antica proviene dall' Abruzzo; è datata nel 819. Nel
convento di Montecassino, fondato da Benedictus de Nursia [in italiano Benedetto da Norcia] l'
8 aprile nel 529, tra molti documenti si conservò il successivo documento «Placito capuano»
composto nel 960:
Sao ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti
Benedicti... (“So che quelle terre, per quei confini che le contengono, le possiede di trenta anni
Santo Benedetto”...).
Due altri documenti analoghi da Benevento e da Teano sono stati datati al 963. Si
possono paragonare nel secondo tipo (A 2) con i Giuramenti di Strasbourg (Serments de
Strasbourg: tra di Luis Germanique e dei soldati di Carlo Magno: Pro Deo amur et pro
christian poblo et nostro commun salvament,..), le lettere sono paragonabili a molti documenti
giuridici degli altri popoli romanzi.
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Tutti questi dialetti divergeranno in modo poco significativo.
Nei tre secoli seguenti, simultaneamente, tutti i dialetti romanzi mutarono ciascuno nella
sua direzione, perdettero le loro declinazioni con tutti i casi. Il francese conservò il nominativo
e l' accusativo di tre declinazioni fino all' XI secolo, benché la lingua ufficiale in tutta l' Europa
rimanesse il latino per i cinque secoli successivi. (I. N. Golenitshev-Kutusov: «Letteratura latina dell' Italia
medievale», capitolo «Monumenti più antichi della lingua italiana», (p. 192) Editrice “Scienza”, Mosca 1972), al 1147
circa si data una quartina della cronica di Fiorenza. Il suo compilatore trascrisse la canzone
popolare, latinizzandola:

Nellia, Telia in ripa de mari sedebat.
Telia dixit: «Sedemus»
Nelia dixit: «Secessimus»
Male de oculis fannu li maris.

Girolamo Lazzari afferma che l' ultimo verso va letto come «Male de oculi fami lu mari».
Esistono tre tipi oggettivi di approccio teorico: filosofico, storico e letterario. Quando si
analizzano testi arcaici al di fuori dalla società scientifica, i confini tra la critica letteraria e le
lingue teorica fanno emergere con molte difficoltà nella comprensione precisa dei testi. Dunque
questa introduzione al dottorato è l' antologia di uno dei compilatori e niente più. La promessa
dimostra che il presente dottorato utilizzerà le ricerche delle edizioni speciali.
Della comprensione precisa dei testi arcaici dell' Medievo, della difficoltà nelle relative
interpretazioni anche dei compilatori è riferito nell' “Avvertenza” posta prima dell'
introduzione: ...Simile procedura era nel complesso evitabile per gli altri volumi della
collezione, ma era l' unica seriamente possibile per un settore, quale questo del nostro
Duecento poetico, quasi sprovvisto di volgare accettabile senza verifica: mentre dei testi più
recenti, in modo speciale di quelli che seguono l' inversione della stampa, la discutibilità in
massima verte solo su particolari, se non minori, discontinui, tanto che la relativa filologia
assume nel giudizio del pubblico veste d' un divertimento per specialisti, qui è revocabile, e l'
assistenza del tecnico è interrotamente necessaria a qualsiasi lettore. OCCORREVANO
DUNQUE UNA COLLAZIONE PRELIMINARE DEI DOCUMENTI, O NELL' ORIGINALE O
IN ACCETTABILI RIPRODUZIONI FOTOGRAFICHE ( SOLO IN RARI
CASI SI È STIMATA SUFFICENTE L' EDIZIONE DIPLOMATICA DI TALUNI
CANZONIERI), quindi una sistemazione razionale dei dati, a norma di critica interna o,
soccorrendo attestazione multiple, della logica in quella sua peculiare applicazione che si suol
chiamare metodo lachmanniano. Poiché tale lavoro varcava le possibilità d' un solo individuo,
si è ricorso all' industria ed alla compiacenza di studi giovani o (all' atto delle prestazioni)
giovanissimi, dei quali più d' uno è nel intervallo assurto a una posizione scientifica eminente,
cordialmente riconosciuta gli proprio dagli amici della Richiardina in cui hanno corso nobile
palestre. È sommamente doloroso che uno di essi, Achille Pagnucco, immaturamente spento si
in un lontano ospedale, a Johannesburg, dove professava con zelo la letteratura italiana, non
possa più ricevere il ringraziamento che gli è dovuto... («Poeti del Duecento e poesia “popolare” e
giullaresca» (pp. XI - XIII), Milano, Liguri editori, s. r. l. 1979)
L' esempio tragico di Achille Pagnucco dimostra l' impossibilità al di fuori dell' Italia, di
studiare in modo scientifico la letteratura italiana allo scopo di paragonarla alle sue radici e con
le letterature dei popoli diversi.
Il dottorato presente utilizzerà «La Divina Commedia» di Dante Alighieri curata da G. L.
Passerini nel 1922, nella nuova edizione eminente del 1988. L’edizione è stata interamente
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rifatta e riveduta sul testo dalla Società Dantesca Italiana nella pagina di sinistra sta il testo
originale e nella destra il vocabolario del lessico poetico di ciascuna pagina. Si utilizzerà anche
l' edizione di John Hogue «NOSTRADAMUS: Profezie complete» con gli originali francesi e
le sue interpretazioni tradotte in russo e in italiano (Edizione “Grand. Fair.Press.”, Mosca 1999,
ISBN 5-8183-0077-3.), ecc..

D) Ermeneutica.

Esiste un concetto del metodo non evidente in paragoni e in confronti che accompagna
sempre quei 33 fattori dei metodi generali e soggettivi. L' interpretazione ermeneutica apre
nuove forme che in diversi modi spiegano le influenze di letterature comparate sulle altre.
Fondandosi su certi libri che abbiano riunito singoli collaboratori, l' interpretazione
ermeneutica esamina immagini evidenti e celate nel testo, dove sovente le seconde alludono all'
idea principale di tutto il testo esaminato o spiegano dove si svolge la sostanza della
problematica.
La scienza che interpreta numerosi simboli concreti e celati si intitola Ermeneutica. In
Europa di ermeneutica s' è occupato il filosofo e psicologo Paul Ricoeur. Il suo migliore libro
in francese di teoria dell' ermeneutica si chiama «Conflitti tra le interpretazioni» («Conlicts des
interpretations» Èditions du seuil, 27, rue Jacob, Paris VI).
L' idea generale si concentra sulla diversità delle interpretazioni di un solo testo, ove ne
appaiono molte interpretazioni diverse e contrarie. Dai diversi livelli psicologici Paul
Ricoeur si avvicinò ai suoi precursori tedeschi Gusserle e Heidegger. Paul Ricoeur
contraddice Cassìrer. Cassirer ammette che qualsiasi concetto del mondo con l' aiuto dei segni
diventa simbolico. Paul Ricoeur afferma che il simbolo è una struttura dove il significato ha un
senso diretto importantissimo e letterale che porta simultaneamente una seconda sostanza,
indiretta che talora si ripete. La seconda sostanza si nota solamente quando si intende la prima.
Questo ambito delle espressioni da queste due sostanze si converte nel campo dell’
ermeneutica. Dunque l' interpretazione diventa indispensabile nell' analisi per capire numerosi
simboli, per paragonarli e confrontarli. Lo scopo dell' interpretazione nel volume di Paul
Ricoeur è far capire come con lo sforzo della mentalità si perviene qualsiasi seconda sostanza
in molti livelli della nostra comprensione. Perché questa seconda sostanza si nasconde sotto la
sostanza evidente...
...L' interpretazione propone a ogni studioso la scelta dei procedimenti per generalizzare,
simbolizzare, tipizzare, ecc., le letterature paragonate o confrontate o per idealizzare la seconda
sostanza che dipende sempre dalla prima. I fattori menzionati nella sesta pagina aiutano l'
interpretazione, perché da quelli si ricercano i valori nascosti.
L' ermeneutica senza confini regolari unifica le ricerche, analizza ed interpreta le opere,
così crede Hans-Georg Gadamer nel suo libro «Verità e metodo» La grande linea di una
filosofica ermeneutica. («Vérité et métode» Les grandes lignes d’ une herméneutique philosophique. Editions du
Seuil 27, rue Jacob, Parie VI
e
)
E) Applicazione pratica della metodica dell' analisi comparata al concreto esempio
breve: «Ritmo Laurenziano» e una delle canzoni giullaresche di Colin Muset.
L' interpretazione “esagerata”, se utilizzasse tutti i 33 fattori usati e non usati, si
servirebbe del secondo tipo di paragone, analizzando il «Ritmo Laurenziano» e una canzone di
Colin Muset. L' ermeneutica permette di capire i sottintesi poetici e i legami di molte immagini
concrete e celate.
Sullo scorcio del XX secolo si affermava che la prima opera completa in italiano arcaico
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si intitolava «Ritmo Laurenziano». Alla sua comprensione da parte dei lettori contemporanei
furono dedicati i lavori di filologi eminenti come Torraca, Cesareo, Monaci, Mazzoni, ecc.
Fondandosi sulla loro esperienza si compilano le interpretazioni e i paragoni seguenti:

Salva lo vescovo senato
1
, — lo mellior c' umque sia nato
2
[...] ora fue sagrato — tutt' allumina ' l cericato
3
.
Né Fisoloco né Cato — non fue si ringratiato
4
,
e ' l pap' ha ll [...-ato]
5
— per suo drudo plu privato.
6
Suo gentile vescovato — ben' è cresciuto e meliorato.

L' apostolico romano — lo [...] Laterano
7
.
San Benedetto e san Germano — ' l destinòe d' esser sovrano
8
de tutto regno cristiano
8a
— peròe venne da lor mano
8b
,
del paradìs delitïano
9
. — ça non fue ques[to] vilano
10
:
da ce ' l mondo fue pagano
11a
— non ci so tal marchisciano
11b
.
Se mi da caval baliano
11c
, — monsterròll' al bon Galgano
11d
,
a lo vescovo volterano
11e
, — cui bendicente bascio mano
11f
.

Lo vecovo Grimaldesco
12
, — cento cavalier' a [desco]
12a
di nun tempo no lli' ncrescono
13
,— ançi plaçono et abelli[e-i]scono
13a
.
Né latino né tedesco
14
— né lombardo né fra[ncesco]
suo mellior re no' nvesti[e-i]sco
15
— tant' è di bontate fresco
15a
.
A llui ne vo [...]oresco
1 6
— corridor caval pultresco
17
:
li arcador ne vann' a tresco
18
;— di paura sbaguiti[e-i]sco;
rispos' e disse latinesco
19
— «stenetietti nutiaresco»
19a
.
Di lui bendicer non feni[e-i]sco — mentre ' n questo mondo vesco.

Qui si vede l’ influenza diretta dei trovatori sulla metrica e sulla rima.
Nell' opera si sente anche la latinizzazione indiretta. E’ visibile l' influenza dei trovatori
sul lessico poetico. Il messer I. N. Golenitshev-Kutusov pensa che la prima poesia in italiano
arcaico derivi dalla poesia provenzale e francese; è vero che la poetica italiana ha radici nella
letteratura francese. Allora ambedue lingue non erano che i dialetti romanzi.
Ambedue le poesie, la provenzale e la francese si allontanarono dalle loro radici all'
intero dell' epica popolare. Così la letteratura provenzale e la francese nacquero due secoli
prima dell' italiana a causa della somiglianza del linguaggio popolare italico al latino volgare,
menzionato nel «Gunzonem Italicum» del 965 D. C. (nell' ottava pagina della presente
introduzione).
Dal X secolo fino ai nostri giorni in relazione al francese arcaico si conservarono:
«Cantilène de Sainte Eulalie» (29 versi), «Vie de Saint Léger» (40 strofe) e «Fragment de
Valencienne» (della predicazione apostolica di San. Giovani). Nell' undicesimo secolo la
letteratura arcaica di Francia si divide in tre cicli: francese, bretone e antico. Per il genere epico
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si cita il ciclo francese o «Chançons de geste» (“Canzoni di gesta”), le cui opere più antiche
esistevano già nella seconda metà dell' XI secolo. Le «Canzoni di gesta» hanno due gruppi. Il
primo gruppo unifica le «Epopee regie» dedicate alle leggende di Carlo Magno. Tra di loro si
distingue la «Chançon de Roland». Nel secondo gruppo del ciclo francese rientrano le epopee
feudali dedicate alle battaglie dei baroni o fra loro contro il re. Sono «Raoul de Cambrai» e
«Geste ds Lorrains». Il gruppo del successivo ciclo bretone o ciclo d' Arturo è contrario alle
usanze brutali delle canzoni regie. I loro capolavori nacquero dalle fiabe popolari. Si intitolano
i «Romans de la Table ronde» (Romanzi della Tavola rotonda). In un primo tempo l' autore
sconosciuto li scrisse in prosa. Dopo li versificò il poeta Chrestien de Troyes (Cretienne di
Troia). Il ciclo antico unifica i poemi dedicati agli eroi dell' antichità. Si è ritenuto per molto
tempo che la poesia francese fosse di importazione e che fosse stata presa dai trovatori del
Midi; non è vero come la letteratura italiana nacque solo sulla base della latina. Essa aveva le
radici anche nelle opere francese e provenzale che influenzarono su queste radici.
Insieme con la letteratura della lingua d' oil si svolgeva la poesia provenzale sviluppata
prima della francese, tutto comunque avvenne in Francia. Già è apparsa la lirica originale dei
trovatori, le cui prime ispirazioni sono ancora le vicende all' epica. Alla seconda metà del XII
secolo, la influenza provenzale si fanno sentire sulle canzoni francesi, piuttosto indirettamente
un’influenza indiretta ad ampio va anche attribuita alle crociate.
La contessa Marie de Champagne, nipote di Guillaume IX, il più antico dei trovatori, è
figlia di Eléonore d' Aquitaine o contribuì molto alla difesa della poesia provenzale in Francia.
L' influenza dei trovatori cleri e giullari si propagava nella Champagne e nella Picardie, nella
Fiandre (Fiandre) e nell' Artois. Verosimilmente si popolarizzava nella Burgogne, nella
Normandie e nell' Ile-de-France dove nell' XI secolo i poeti provenzali ammiravano il
pubblico.
La poesia dei trovatori era di contenuto morale, satirico, politico, prima ancora di
amorosa. Ma la poesia dei lirici trovieri (non trovatore; trouvers in francese che cantavano in
francese e non erano trovatori) diventò quasi esclusivamente amorosa. Le descrizioni poetiche
dell' amore stettero sotto l' influenza del Midi.
Si conservò finora la poesia del troviero francese Colin Muset della seconda metà del XII
secolo che scrisse le sue canzoni in lingua d' oc che sono da considerarsi assai vicine all' usanza
provenzale. Dal secondo tipo (A 2) si paragona il «Ritmo Laurenziano» con un dei poemi di
Colin Muset.

Sire cuens, j' ai vielé, [Sir' conte, io ho toccato un antico strumento a corda;]
Devant vos en vostre osté, [Davanti a Lei nella (vostra) sua osteria (o ostello),]
Si ne m' avés rien doné [Se non m' ha niente dato]
Ne mes gages aquitté; [Non i miei guadagni ottenuti;]
C' est vilenie. [Questo è l’ antico strumento a corda]

Foi que doi Sainte Marie, [Talora debbo a Santa Madonna]
Ainc ne vos siervai je mie: [Mai non La perseguiterà affatto]
M' aumosnière est mal garnie, [La mia borsa del mendicante riempita è male,]
Et ma malle mal farcie. [E il mio cofano stradale ho male colmato.]
Sire cuens, car comandez [Sir' conte, se Lei comanda]
De moi vostre volonté. [me la sua volontà.]
Sire, s' il vos vient à gré, [Sir', se le viene ogni voglia,]
Un beau don car me donez, [Un bello dono perché mi dà]
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Par cortoise. [Per cortesia.]

Talent ai, n' en dotez mie, [Desiderio l' ho, Lei non né (lo) dota me affatto,]
De raler à mesnie: [Si n' andare a famiglia:]
Quant vois borse desgarnie, [Quando vedo la borsa vuota,]
Ma fame ne me rit mie... [La mia fame non mi ride affatto...]
Quant je vieng à mon osté, [Quando vengo al mio ostello,]
Et ma fame a regardé [E la mia fame ha guardato]
Derrier moi le sac enflé, [Dietro a me la borsa piena,]
Et ge qui suis bien paré [Ed uccello piccolo (geai /fr./) a quello sono bene avvicinato]
De robe grise, [Dal soprabito grigio,]

Sachiez qu' ele a tost jus mise [Che Lei sappia che (geai) è stata spostata sulla terra]
La quenoille sans faintise. [Lo strumento per filare senza pigrizia.]
Ele me rit par franchise, [Ella mi ride per liberazione,]
Ses deux bras ou col me lie. [Le sue due braccia o il collo mi lega (legare)]
Mes garçons, va abevrer [Miei ragazzi, vada a abbeverare]
Mon cheval et conreer [Il mio cavallo ed avere cura]
Ma pucèle va tuer [La mia fanciulla (vergine) va a mangiare (sterminare)]
Deux chapons par deporter [Due fettine di pane con l' aglio per dipartire (salire)]
A sauce aillie. [Con la salsa (indispensabile) alle ali.]

Il paragone tra il poema di Colin Muset e il «Ritmo Laurenziano utilizza il secondo tipo
di analisi comparativa (A 2). Tutti e due hanno una sola fonte (BISOGNO DEL GIULLARE),
ma hanno due diversi soggetti. Nel ritmo poetico è la preghiera del autore lontano dalla povertà
che vorrebbe rimanere sconosciuto nella petizione al vescovo generoso. Il secondo soggetto si
svolge nella preghiera a qualche conte astratto. Questo messaggio è cantato dal giullare sopra
la via che non nasconde il suo nome, soffre la fame, ma parla a tutto il mondo, a tutti i suoi
uditori affinché intendano il suo destino.
I fattori storici (1 a); essi furono influenzati dei trovatori. Lo dimostra la monorima, le
loro usanze rappresentarono i loro desideri. Colin Muset mantiene viva la tradizione del
«corrente francese» apparso nell' XI secolo tra i viaggiatori trovatori che, con le canzoni,
visitavano le corti.
L' autore sconosciuto del «Ritmo Laurenziano» segue gli stili dei giullari che erano i cleri
nelle chiese allo stesso tempo e per la tradizione del Medioevo preferivano celare i loro nomi.
L' idea generale (1 b) del poema di Colin Muset si concentra nell' idea di come ottenere la
grande generosità di ogni conte e di ogni nuovo ascoltatore.
L' idea generale (1 b) del «Ritmo Laurenziano»: come conseguire la generosità del
vescovo. Il loro desiderio essenziale ci sembra comune, ma gli loro scopi sono diversi.
La problematica (1 c) dell' opera di Colin Muset si riferisce alla sua povertà costante, alla
borsa vuota, alla fame, al modo di esprimere il dolore, affinché la fame non rida. La
problematica si manifesta nell' assenza di generosi signori, nel problema di come abbeverare il
cavallo e saziare la fanciulla.
La problematica (1 c) del «Ritmo Laurenziano» consiste in modo in cui persuade il
vescovo Grimaldesco, anche con tutti i metodi ad ogni immagine poetica il vescovo dovrebbe
donare o un cavallo balzano o un puledro.
La problematica del poema francese è irrisolvibile e non dipende da una soluzione di
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questo problema rinnovato ogni volta.
La problematica del «Ritmo Laurenziano» dipende da una sola decisione, perché la
decide solamente il consenso o il rifiuto del vescovo.
La tematica (1 d) di Colin Muset si svolge nel racconto della vita crudele con l’antico
strumento a corda.
La tematica (1 d) del ritmo si rispecchia nell' elogio in molte lingue del vescovo
gentiluomo, si svolge nel paragone tra lui e molte immagini vigorose dei pagani, e tra lui e i
famosi servi di Chiesa, la tematica si svolge poi nell’inverosimile glorificazione dei loro atti
salvifici, delle concessioni e dei regali si parla come nel suggerimento al vescovo Grimaldesco
faccia il suo dono al poeta.
Gli ideali estetici (1 e) di Colin Muset (sguardo sul mondo e ricerca di ideali in esso) si
definiscono attraverso l' attività dell' immagine senza pigrizia, nel debito spirituale a Santa
Maria, nel cavallo sano che beve a tempo debito, nella sincerità della fanciulla sazia; perché
Colin Muset guarda al mondo come a una turba avara ed indifferente ma pieno di speranza. La
sua ricerca disinteressata di ideali si limita a un solo Conte, capace di garantire al poeta la vita
degna del vassallo affinché l' autore esaudisca ogni suo desiderio con la cortesia.
Gli ideali estetici dell' autore laurenziano (analoghi a quelli di Colin Must) sembrano più
evoluti. Tra i pagani appare il censore Catone, l' apostolico romano papa di Roma, il palazzo
Laterano regalato dall' imperatore Costantino Magno, San Benedetto, San Germano, la
direzione al Paradiso non terrestre dove tutti i santi regnano, un Galgano vescovo di Volterra,
ed ancora tutti coloro che regalarono talvolta un cavallo o un puledro. Il suo sguardo sul
Mondo del poeta di talento è volto a conseguire un desiderio concreto. Gli ideali sembrano
abbastanza venali.
Il credo artistico (1 f) di Colin Muset si riflette nella poetica giullaresca dei trovatori e
verosimilmente degli autori francesi della fine del XII secolo. Emerge un dubbio: che Muset
abbia letto la poesia degli secoli passati?
Il credo artistico (1 f) del poeta italiano sembra diverso da quello di Colin Muset.
L' intenzione estetica (1 g) del giullare francese si riflette nel desiderio affinché la sua
opera mantenga in vita le tradizioni poetiche della sua adolescenza.
L' intenzione (1 g) dell’autore sconosciuto si concentra storicamente sulla nascita della
nuova poesia nella lingua compresa dal popolo.
La composizione poetica (non la stessa poesia, maniera di composizione) (1 h) del
«Ritmo Laurenziano» è composta di tre quintetti doppi. Ogni strofa consta di due versi. Ogni
quintetto è composto da dieci versi. Una sola monorima di tutti i dieci versi muta ad ogni
quintetto seguente, dove di tutti dieci versi di ogni quintetto doppio ha la medesima monorima.
La composizione poetica (1 h) di questo poema di Colin Muset ha tre colonne. Le prime
quattro strofe sono unite da una sola stessa monorima. Alla prima colonna appartiene un solo
quintetto. La seconda e la terza consistono in una quartina che sta sopra il quintetto. Ai
quintetti appartengono gli ultimi versi accorciati (più brevi), la cui rima non corrisponde alla
rima dei quattro versi anteriori ai quintetti. La rima trasforma i quintetti nelle quartine
condizionali in cui la quinta strofa non appartiene ad ogni quartina. Tutti i versi più brevi dei
quintetti hanno una sola monorima.
Sebbene le loro composizioni si distinguano, è evidente in entrambi l’ influenza dei
trovatori che formarono i due fondamenti delle loro diversi versificazioni (alternanze delle
rime, alternanze delle sillabe lunghe e brevi e metrica quantitativa delle sillabe).
Lo sviluppo degli eventi (1 i) del «Ritmo Laurenziano» incomincia dal messaggio all'
immagine lamentata che il poeta paragona i simboli del primo quintetto. La prima parte del
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secondo quintetto allude a che il vescovo, al quale è dedicato il poema, si paragoni alla
suprema destinazione dei cristiani. La parte rimanente del quintetto ricorda il dono del Villano.
L' autore dall’ indicativo arcaico promette che se il vescovo gli regalasse un cavallo bolzano
simile al dono di questo villano lo mostrerebbe al collega più rispettabile, all’ eccellente
Galgano vescovo di Volterra che lo benedirebbe con la mano. Nel terzo quintetto doppio lo
sviluppo degli eventi ripete la lode al vescovo dalla valenza inesauribile in modo che i colleghi
abbiano da coronarlo. Il giullare termina la colonna mostrando che l' autore trema dalla paura
vicino agli arcieri che proteggono le ricche stalle del vescovo. Lo sviluppo degli avventi si
svolge abbastanza vigorosamente per la prima opera completa in italiano.
Lo sviluppo degli eventi (1 i) del poema di Colin Muset, si può dire, non ha quasi
svolgimento e si limita alla speranza di trovare un conte e alla descrizione della povertà del
poeta. Il secondo quintetto manifesta la speranza e ci descrive la povertà fino al mezzo della
terza colonna, dove si allude solo a un cavallo e a una fanciulla, la cui fame l' autore ha da
saziare.
La tendenza (1 l) generale del «Ritmo Laurenziano» è la formazione inconsapevole della
poesia nazionale tra i cleri e i poeti tradizionali da molti secoli scritti le lettre con i versi rimati
in latino. Anche là domina la tendenza delle descrizioni degli atti valorosi all' autore.
(1 l) Nel poema di Muset c' è la scomparsa della popolarità della composizione dei
trovatori in francese e una concessione alla monorima che già incomincia ad alternarsi tra i
poeti come il famoso Thibaul IV, conte di Champagne, re di Navarra, uno dei signori
turbolenti, quando la minoranza rimase con santo Louis, Tibaul IV lottava contro tutti i suoi
nemici.
Il «Ritmo Laurenziano» appartiene al genere (1 m) del panegirico con tendenza più
descrittiva che narrativa.
L' opera francese utilizza il genere (1 m) lirico, dove emerge una sfumatura di folklor.
Il “Ritmo Laurenziano” ha la forma poetica della futura poetica italiana del duecento. La
canzone di Colin Muset utilizza la metrica (aaab aaab, ecc.) del passato della poesia francese
che si dimenticherà dopo la condanna nella condanna dei trovatori e sarà sostituita dalle
alternanze delle strofe rimate (abab cdcd o abba cddc) dei secoli seccessivi (1 n).

* * *
Per paragonare e confrontare esistono sei procedimenti nella ricerca (esplorativo,
generalizzante, individualizzate, valutativo, contemplativo e stato al limite fra la critica
letteraria e la linguistica teorica) (1 o) che analizzano più profondamente il «Ritmo
Laurenziano» e il poema sopraddetto di Muset.
Il procedimento esplorativo studia le origini, i manoscritti più antichi, che si sono
conservati finora ed esplora i ruoli di ogni individuo storica nella nascita delle opere analoghe.
La generalizzante studia le tendenze generali che apprezzano le fasi epocali: siano esse
messaggi tradizionali, relazioni di simboli, indizi tradizionali della costruzione poetica,
monorima, metrica, ecc..
La valutazione determina il valore del ritmo nella prima letteratura italiana e il suo
livello letterario paragonandola e confrontandola con l' opera di Colin Muset e con gli altri
poemi del periodo e delle epoche seguenti. Valutiamo la canzone di Colin Muset nell'
evoluzione della letteratura francese. Valutiamo anche il suo ruolo nella sparizione di tutta
questa tendenza.
Il procedimento contemplativo studia la comprensione di ambedue da parte di lettori di
ogni secolo fino ad oggi.
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Lo stato al confine tra la critica letteraria e la linguistica teorica spiega lo sviluppo della
lingua e analizza i concetti successivi: il lessico poetico (antiquato e contemporaneo) (2. 2. a),
le regole sintattiche della poesia (2. 2. b), la semantica poetica (2. 2. c), la ritmica poetica
(sillabica e metrica) (2. 2. d), i tropi: epiteti (2. 3. a), comparazioni semantiche (2. 3. b),
metafore (2. 3. c) metonimie (2. 3. d), iperboli (2. 3. e) ed antitesi (2. 3. f), per paragonare dal
secondo tipo il «Ritmo Laurenziano» e il poema francese di Colin Muset.
La ricerca del presente dottorato utilizzerà l' ermeneutica che paragona e confronta le
poesie narrative tramite innumerevoli paralleli storici.

Ossequio del genio e assenza dell' ossequio nella società contemporanea:
paragone dei destini.

Publio Virgilio Marrone (70-19 a.C.), Annizio Manlio Severino Boezio (475-524 d. C.) e
Dante Alighieri (1265-1321) sono da considerarsi isimboli sacri della letteratura europea.
Tuttora ammiriamo loro capolavori. Di Virgilio ci meravigliamo delle
Bucoliche, Georgiche ed Eneide. Da Boezio abbiamo Quadrivium, Dialettica, Trattati
teologici e Consolatio. Di Dante sono in latino De vulgari Eloquentia, De Monarchia,
Quaestio de acqua et terra, Epistole (11 o 14?) ed Egloghe (2) e in lingua volgare di Dante
leggiamo la Vita nova, il Convivio, le Rime e la Commedia.
Essi occupano i loro seggi nell' Empireo della cultura del Mondo Universale. Tra le loro
opere principali sono insuperabili ed imparagonabili a nulla teoricamente. Sono le Georgiche,
la Consolazione e la Commedia, che dai posteri sono state intitolate i tre “Libri d' oro”.
Da un Alighiero di Bellincione degli Alighieri, antica e nobile casata fiorentina di parte
guelfa (che non organizzò la nuova repubblica per non dipendere dagli ordini feudali), del sesto
di Porta san Pietro, derivata dall' altra, nobile e antica, degli Elisei, che avean lor case nella
via degli Speziali grossi, nacque Dante in Firenze... l' anno 1265, come oramai sembra certo,
sullo scorcio del mese di maggio... (Passerini, La D. C. NOTIZIA SULLA VITA e sulle opere di Dante (III), Milano
1922)
Alla sua nascita sotto le gloriose stelle si allude da parte del XXII canto (106-120) della terza cantica
della Commedia

S' io torni mai, lettore, a quel divoto 106
trionfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e ' l petto mi percuoto?
tu non avresti in tanto tratto e messo 109
nel foco il dito, in quant' io vidi ' l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.
O gloriose stelle, o lume pregno 112
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
con voi nasceva e s' ascondeva vosco 115
quegli ch' è padre d' ogni mortal vita,
quand' io senti ' di prima l' aere tòsco.

Vediamo che la Commedia è piena di allusioni e di avvertenze. Devoto è beato di Dante.
Egli non tornerà mai al luogo dove era nato e non è riuscito a fare carriera politica e neanche
a continuare il trionfo del poeta, sognando solamente come sarebbe stato possibile visitare la
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patria. O sentimenti ma non a Beatrice che furono, senza accordo dell'anima, stati regalati a
scelta in sposa Gemma di signore Manetto Donati.
All' età di 37 anni perse tutti i posti nel Consiglio generale, l' eleggibilità ad ogni pubblico
uffizio e pagò l' ammenda e fu condannato per tutta la vita all’esilio.
Questa vita è il destino di molti geni che a quelli Apollo insegnò del dono di diventare
immortali. Il leggendario Virgilio accompagna Dante fino al XXX canto del Purgatorio /Ma
Vergilio n' avea lasciati scemi (49)/ di sé, Virgilio dolcissimo parte, / Virgilio a cui per mia
salute die' mi;/... Perché Virgilio è da considerarsi il primo poeta romano e non qualcun altro?
Virgilio scrisse solo due epopee per intero e una (Eneide) incompiuta. Perché Ovidio non
diventò il primo? L' eredità del terzo poeta mondiale Publio Ovidio Nasone sembrò “più varia e
vigorosa” che quella di Publio Vergilio Marone. Il destino della storia dipendeva dal secondo
“primus inter pares” di Augusto che aveva già nominato il Primo poeta romano.
La società sovente è cieca e crudele con i geni di ogni epoca. I loro posti ufficiali sono
stati occupati dai loro precursori.

OVIDIO
Nacque a Sulmone nel 43 A. C., nella piccola città contadinesca del Samnium, da una
modesta famiglia di cavallieri. Verso il 30 si reca a Roma, col fratello maggiore, per studiare i
corsi del grammaticus, dove Ovidio apprende testi dei poeti romani (Ennius specialmente) e l'
introduzione alla Mitologia. Nel 27 sogna la toga virile e frequenta la scuola di retorica, il cui
programma insegna ai suoi scolari a interpretare molti soggetti. Nel 25 Ovidio viaggia in
Grecia e dopo in Asia Minore con l' amico poeta epico Pompeo Macero. Ritorna attraverso la
Sicilia, dopo aver visitato i luoghi più celebri della Mitologia. Nel 23 fa parte del Collegio dei
triunviri capitales, magistrati di polizia. Allora Ovidio capisce che la sua vocazione è un' altra.
Dal 22 fino al 20 Ovidio partecipa nel circolo dei poeti e fa a capo lo simbolo di Messalla
Corvino, protettore delle lettere. In questo circolo si svolgono due eminenti poeti di elegie:
Properzio e Tibullo. Dal 20 fino al 15 legge pubblicamente opere del suo proprio
componimento: gli “Amori”, la “Gigantomachia” (combattimenti degli Dei e delle Genti,
epici poemi mitologici). Nel 15 copiano i suoi “Amori”, e Ovidio diventa il primo poeta di
Roma tra i viventi. Nel 12 trascrivono la tragedia “Medea” tratta dalla mitologia (perduta per
noi). Copiano le “Eroide”, lettere dedicate alle eroine della “Mitologia”. Nel 1 D. C. copiano
l' “Arte d' amare”. Dal 3 fino al 8 compone le “Feste” (Calendario delle feste romane in
versi). Lavora alla composizione delle “Metamorfosi”.
Per ragioni sconosciute, è bruscamente cacciato da Roma, sull' ordine di Ottavio, alla
periferia dell' Impero, a Tome (Costanza, la riva meridionale del mare Nero). Dall' 8 fino al 18
scrive all' Imperatore, e agli amici di Roma, dedica numerose lettere piene di suppliche e di
lacrime: i “Tristi” e i “Pontici” e nel 18 non ottiene il perdono dall' imperatore Tiberio, che
utilizza il suo culto quando ne sente il bisogno; Ovidio, infelice, muore nella solitudine a Tome.
(Pierre-Jean MINICONI. Agragé de l' Université. Docteur ès lettres. «Les Métamorphoses» d' Ovide, extaits.: La vie du
poète. (pp. 2-3)Traduzione di Alexander Kiriyatskiy. “Classiques ROMA Hachètte 1953)
I capolavori offerti all' umanità dall' ultimo genio durante il regno di Augusto, non ebbero
forza bastante a far perdonare l' esule pentito? Solo dopo la sua morte il culto senza vita di
Ovidio stupirà l' umanità grazie ai soggetti e alle sue immagini. Ogni periodo seguente l'
umanità lo paragonerà a molti nuovi geni, ma senza dimenticare la sua colpa relazionata a
quella di Cicerone. Lo decapitarono i suoi “cari amici” nel 43 per consegnare la sua testa al
secondo triumvirato: Lepido, Antonio ed Ottavio, ancora non Augusto (43 —31 A. C.)
O Dracontius vir clarissimus che dedicò i versi all' imperatore bizantino Anastasio (491
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— 518 d. C.) nel territorio dell' Africa settentrionale. Il re vandalo Gutamundo, che regnò dal
484 fino il 496, lo catturò e lo lasciò in prigione. Gli ex-amici di Draconzio lo dimenticarono.
Il poeta scrisse l' epitalamio a Giovanni e Vitule dove li incolpa di tradimento e dedicò il
Satisfactio a Guntamundo. L' epitalamio non aiutò. Dopo scrisse l' epopea della creazione del
Mondo Universale e degli uomini beati. Nel poema descrisse i Testamenti Vecchio e Nuovo e
celebrò Trasimundo fratello del re. Allora Trasimundo lo rilasciò.
O Seneca e Petronio (autore della commedia Satiricon) che si tagliarono le vene a causa della
paura davanti a Nerone dopo la scoperta del loro complotto.
O Dracontius vir clarissimus che dedicò i versi all' imperatore bizantino Anastasio (491
— 518 d. C.) nel territorio dell' Africa settentrionale. Il re vandalo Gutamundo, che regnò dal
484 fino il 496, lo catturò e lo lasciò in prigione. Gli ex-amici di Draconzio lo dimenticarono.
Il poeta scrisse l' epitalamio a Giovanni e Vitule dove li incolpa di tradimento e dedicò il
Satisfactio a Guntamundo. L' epitalamio non aiutò. Dopo scrisse l' epopea della creazione del
Mondo Universale e degli uomini beati. Nel poema descrisse i Testamenti Vecchio e Nuovo e
celebrò Trasimundo fratello del re. Allora Trasimundo lo rilasciò.
O lo stesso Boezio, il Medioevo fino al XII secolo, la cui esecuzione privò di Platone
tradotto in latino tardo e può essere di molti altri capolavori. Si ricordi inoltre Boezio, il quale,
se non fosse stato giunsinato avrebbe perse tradotto Platone ed altri classici greci.

BOEZIO
Annizio Manlio Severino Boezio nacque tra il 475 e il 480; fu condannato a morte tra il
524 e il 526. Boezio era poeta, enciclopedista, insuperabile per molti secoli filosofo, storico,
filologo e retore del Medioevo. Nel 510 lo nominarono console onorario. Dopo il 493
Teodorico gli permise a fare la carriera letteraria durante i primi trenta anni. Dal 510 fino al
522 Manlio si occupò solamente di teologia e di letteratura. Il traduttore dei trattati di
Aristotele voleva tradurre molti lavori di Platone. Conoscitore di letteratura utilizzava nei suoi
componimenti l' esperienza dell' alessandrino Ammonio Sacca (175 — 242 d. C.). Boezio è l'
autore dell' opera Quadrivium: De instituzione arithmetica, geometria, musica et astronomia (il
più antico manoscritto si data dal X secolo: Ars geometrae et arithmeticae). Analizzò il libro
Commento (Isagoge) a Porfirio di Tiro (III s.), ricercò l' Introduzione a categorie o di cinque
suoni di Aristotele anche la Seconda Analitica e Topica di Cicerone. Appartengono al suo
nome De dialectica, Quomodo Trinitas unus Deus ac non tres dii o Liber de Trinitate (“In che
modo la Trinità è un Dio e non è tre dei”), Utrum Pater et Filius et Spitus Sanctus
substantialiter praedicentur (“Ossia Padre, Figlio e Spirito Santo sostanzialmente si
predicono”), Quomodo substantiae in eoquod sint bonae sint cum non sint substantialia bona o
De Hebdomadibus (“In che modo le sostanze che in quello fossero buone, sono buone perché
sostanzialmente sono” o “Di quantità”) e Liber contra Eutychen et Nestorium o Liber de
persona et duabus naturis (“Libro contro Eutichene e Nestorio” o “Libro dela persona e delle
due nature”). Nel 522 Boezio diventa il Magister officiorum della corte di Teodorico.
Nella cronica del 550, conservatasi nel manoscritto «Anonymus Valesianus», cita il poeta
bizantino Procopio Cesario, nato tra il 490 e il 507 e morto nel 562, che narra di come il
referendario Cipriano dimostrò a Teodorico che l' ex-console Albino stava trattando nelle
lettere all' imperatore da Costantinopoli Giustino allo scopo di restaurare la gloria passata di
Roma unendosi con l’ Impero Bizantino contro il progetto di Teodorico stesso. Durante il
tribunale del «san consistorio» del 523 Boezio disse: «La testimonianza di Cipriano è falsa. Se
Albino avese avuto quelle intenzioni, anche io, e anche tutto il senato così farebbe, è la
menzogna, sir' ...» Dopo di che Cipriano accusò anche Boezio. Egli si trovò nel carcere di
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Convelzano vicino a Milano prima della sua esecuzione tra il 524 e il 526, quando Boezio
scrisse il suo libro d’ oro Consolatio o De consolatione philosofiae (“Consolazione della
filosofia”). Della corrispondenza con l’autorità d’Oriente che, secondo l’uso, si svolge in
occasione dell’elezione del nuovo Papa, una o alcune lettere scritte dal patrizio Albino vengono a
conoscenza delle autorità gote. Il referendario Cipriano istruisce il processo contro Albino,
accusato di macchinazioni contro Teodorico, d’intesa con l’Impero d’Oriente. P. 29 …papa
Giovani I si trovava a Costantinopoli, ossia tra il dicembre del 525 e l’aprile del 526. Rientrato il
Papa a Ravenna nel maggio con l’accettazione da parte di Giustino delle richieste di Teodorico,
tranne di quella di indurre gli ariani convertiti a ritornare alle loro primitiva concessione, fu
malamente accolto dal re, e gettato in carcere, ove pochi giorni dopo viene a morte. Il 30
agosto, colpito da improvviso malore, Teodorico stesso ne seguì la sorte… (Introduzione del
traduttore di Boezio in italiano Luca Obertello cronologico alla “Consolazione della filosofia” (p. 28)/Rusconi Libri s. r.
l., viale Sacra 235, 20126 Milano ISBN 88-18-70150-9/, 1996)

Coms fo de Roma e ac ta gran valor
Aprob malio lo rey imperador
El era' l meler de tota la honor
De tot' l imperiel' tenien per sonîr
Mas d' una causa u nom avia genzor,
De sapientia l'apellaven doctor.

(Dal poema provenzale dell' XI secolo «Boezio»)
Era così nell' oscurità del Medioevo avanzato.
Conflitti analoghi sono successi (più duri degli antichi) tra i geni e la società costituita nel
tardo Medioevo. Si può dire che così si ripeté il destino di Draconzio per Jacopone da Todi
autore della lauda famosa «Stabat mater dolorosa/ Juxta cucem lacrimosa/ Dum pendebat
filius...».

JACOPONE DA TODI

La storia chiama Jacopone l' ultimo seguace famoso della terza scuola poetica che si
sviluppò sotto l' influenza dei provenzali cleri di tre le scuole diverse che utilizzavano la
monorima costante.
La prima presentava una monorima di tutti i versi della colonna come si svolge nel
«Ritmo Laurenziano».
La seconda scuola presentava una serie maggiore di ottonari-novenari in rima estesa da
due a nove strofe che cede poi il posto a una serie minore di versi endecasillabi o decasillabi,
che sta sotto la maggiore, composta da due o tre versi, alle volte quattro. Alla seconda scuola
della monorima di cleri appartiene il «Ritmo Cassinese», dove si svolge il discorso fra un
saggio d' oriente e un uomo d' occidente. Il ritmo incomincia con il breve prologo del
partigiano sconosciuto della confessione basiliana che si converte nel dialogo. Il primo
partecipante al discorso si chiama il celebratore orientale della vita contemplativa sopra la
necessità fisica. Il secondo sceglie il buonsenso terrestre.

«...Certe credotello, frate, [Certamente creduto, fratello,]
+ ca tutt' è' m beritate. [dunque qualcuno è me vero.]
Una caosa me dicate
d' essa bostra dignitate:
poi ke' n tale desduttu state, [poi che ' n tale piaciuto state,]
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quale vita bui menate?
que bidande manicate? [che vivande voi mangiate?]
Abete bidande cuscì amorose
como queste nostre saporose?»

Alla seconda scuola della monorima appartiene anche il «Ritmo di Sant' Alessio».
Alla terza scuola della monorima meno arcaica appartengono le «Laude Cortonesi» e le
laude di Jacopone da Todi ove spesso nelle prime tre strofe domina una sola rima se la stessa
monorima di ogni quarta strofa è uguale. Come i poeti francesi del secolo precedente Jacopone
da Todi talvolta utilizzava le alternanzi di due monorime interne diverse nelle colonne.

Quanno iubelo ha preso [Quando giubilo ha preso]
lo core ennamorato, [il cuore innamorato,]
la gente l' ha ' n deriso, [la gente l' ha in derisione]
pensanno el suo parlato, [pensando nel suo discorso,]
parlanno esmesurato [deridendo immensurabile]
de che sente calore. [di che sente il caldo sincero (dell' amore]

Una Vita conservata in un manoscritto del nostro Seicento afferma che Jacopone usci
dalla vita di settant' anni nel 1306. La lauda XCVI nel codice di Chantily allude alla data del
1236 dunque Dio dice di aver bussato trentadue anni alla porta del peccatore... circa il 1268...
Pare fosse notaio e procuratore, e appartenesse alla famiglia todina dei Benedetti. Viene pure
tramandato il nome della moglie, Vanna di Bernandino di Guidone, dei conti di Coldimezzo;
ed è lecito ogni dubbio, così su questo dato come sul racconto edificante della morte di lei
avvenuto in un crollo durante una festa da ballo: che sarebbe stata, per il cilicio trovato sulle
sue carni, occasione all’ abbandono del secolo da parte del marito... esso ebbe luogo nel
1268... «Araldo poetico degli Spirituali lo definì giustamente il Casella: degli
Spirituali, cioè della corrente francescana rigorista che faceva capo a Giovanni da Parma e a
Pier Giovanni Olivi e trovò il suo maggiore scrittore in Ubertino da Casale... Jacopone
approvò, come testimonia Angelo Clarino, l' ambasceria degli Spirituali a Celestino V (1294),
e prese parte eminente nella lotta che, potetti dai Colonna, essi conducessero contro Bonifacio
VIII. Fu del manifesto di Lunghezza con cui si deponeva e si chiedeva la convocazione del
concilio (10 maggio 1297); fu tra gli assediati di Palestrina, catturato nel settembre 1298 e
tenuto in un carcere conventuale finché visse quel papa (morto nell' ottobre 1303). E’ questo l'
unico episodio ben noto della vita di Jacopone, documentato nella polemica poetica conto
Bonifacio. Liberato e dalla prigione e dalla scomunica a opera di Benedetto XI, sopravvisse
soli tre anni, vivendo presso le Clarisse di San Lorenzo, a Collazione vicino a Todi. Dal
Quattrocento è sepolto in San Fortunato a Todi. («Poeti del Duecento e poesia “popolare” e giullaresca»
(p.61) ), Milano, Liguri editori, s. r. l. 1979)
Prima del carcere Jacopone da Todi descrisse il tradimento umano dalla lauda I [lxxii]
nello stile abituale della terza scuola della monorima.

Vorria trovar chi ama:
multi trovo che s' ama. [molti trovo che amano soltanto se stessi]

Credeva essere amato:
retrovome enganato, [ritrovo me ingannato]
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dividenno lo sato [dividendo lo stato]
per che falso m' ama. [Se esamino circostanza]

L' omo non ama mene: [l' uomo non ama, possiede o utilizza]
ama que en me ène [ama quanto in me tiene]
però, vedenno bene, [perciò, vedendo bene,]
veio che falso m' ama... [vedo che vantaggiosamente mi ama]

L' Inferno della Commedia di Dante incomincia dalle sue parole: Dov' è piana la lettera
// non fare oscura glossa.
Nella seconda metà del Duecento dominano tre tendenze nella poesia italiana: l'
ecclesiastica (dei cleri sconosciuti e di Jacopone, ecc.), la francese sotto l' influenza diretta
della Francia contemporanea, il cui rappresentante più famoso fu Brunetto Latini (1220 —
1294), la terza tendenza si chiama il Dolce Stil Novo, il cui ispiratore diventa Guido
Guinizzeli (fra il 1230 e il 1240 — 1276). Lo svolsero più vigorosamente Guido Cavalcanti,
Dante Alighieri e Cino da Pistoia.

BRUNETTO LATINI
Un capolavoro in prosa in francese, intitolato Li livres dou tresor (“Les livres du trésor”
— “I libri del tesoro”), appartiene costui. L' opera consta di tre parti. Nel primo libro
Brunetto Latini spiega la creazione di tutte le cose e della natura degli angeli, racconta la storia
biblica, la storia di Troia e di Roma. Con l' utilizzo di parole italiane Brunetto Latini non viola
le regole della grammatica francese. Nella prima parte narra la storia del Nuovo Testamento e
narra del Medioevo come continuazione della storia romana. Dopo segue la storia della natura
dove descrive gli astri celesti e la Luna. Poi il narratore illustra la geografia ed esamina le tre
parti del mondo: l' Asia, l' Africa e l' Europa.
Il secondo volume è dedicato all' etica, dove si spiegano le ragioni dei moralisti vogliosi
di creare cittadini degni. Le ragioni si alternano ai racconti, dove si irridono numerosi uomini
che compirono sacrifici di donne malvagie.
Il terzo descrive la politica e l' arte del regnare.
In italiano nello stile francese è stato composto il primo poema didattico che ripete il
soggetto del trattato francese Li livres dou tresor. Il poema si compone di più di 3000 versi ed è
ricco di motivi autobiografici.

...se non com' auro fino
io Brunetto Latino, 70
che vostro in ogni guisa
mi son sanza divisa,
a voi mi ricomando....
Ma i' ho già trovato
in prosa ed in rimato 100
cose di grande assetto,
e poi per gran sagretto
l' ho date a caro amico:
poi con dolor lo dico,
lu' vidi man d' i fanti, 105
e rasemprati tanti
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che si ruppe la bolla
e rimase per nulla...

Qui è assente la monorima come in molti poemi francesi.
Il poema termina con le sette arti. Si nota che Latini era abbastanza infelice. Si può
supporre che Dante Alighieri pensò che la sua anima era scesa nel settimo cerchio dell' Inferno
perché Latini era pieno di odio verso le donne. Così alla fine del XV canto dell' Inferno
Brunetto Latini interrompe il dialogo con Dante:

«...Di più direi; ma ' l venire e ' l sermone 115
più lungo esser non può, però ch' i' veggio
là surger novo fummo del sabbione.
Gente vien con la quale esser non deggio:
sieti raccomandato il mio Tesoro
nel qual io vivo ancòra, e più non chieggio»...

Nella conversazione con Dante vedo che la sua anima peccò , ciò per cui scese nell'
Inferno sopra la cui porta è stato scritto ciò che si dice nella nona strofa del terzo canto:
“...Lasciate ogni speranza, voi ch' entrate”.
Nella pagina destra 151 dell' edizione suddetta della DIVINA COMMEDIA G. L.
Passerini descrive Brunetto Latini: Fu notaio e segretario del Comune, e per saggezza politica
e civile sapienza fu tenuto in gran conto al suo tempo e lasciò degna fama di sé. Fu
ambasciatore ad Alfonso X, re di Castiglia, nel 1260, per muoverlo ad aiutare i guelfi contro
Manfredi: e dopo Montaperti esuli, con gli altri della sua parte, e andò in Francia, donde fece
ritorno nel ' 69...
Durante l' emigrazione coatta Brunetto Latini scrisse Li libres dou tresor e il Tesoretto.
A Firenze cambiano le sue idee politiche. In un primo tempo Brunetto Latini chiede l'
aiuto contro Manfredi, dopo corregge la sua opera francese in prosa dove elogia Arrigo II,
Charle de Valois e Manfredi. Il dottore Bono Giamboni (interprete della Storia contro pagani di
Orosio e dell' Arte della guerra di Vegezio) traduce Li libres dou tresor in italiano dopo la
correzione.
Sembra che senza pericolo di essere ucciso Latini ripeté il destino di Orazio quando
ritornò in Firenze. O, tradimento degli ideali! Ma Orazio sta già nel Limbo con tutti gli altri
pagani famosi.

Intanto voce fu per me udita: 79
«Onorate l' altissimo poeta!
l' ombra sua torna, ch' era diparita».
Poi che la voce fu restata e quieta, 82
vidi quattro grand' ombre a noi venire:
sembianza avean né trista né lieta.
Lo buon maestro cominciò a dire. 85
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sé come sire.
Quelli è Omero poeta sovrano; 88
l' altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è il terzo, e l' ultimo Lucàno.»
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(La DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri, INFERNO, IV Cànto)


Si ritiene che Dante lo mise nell' Inferno perché Latini era pieno d' odio verso le donne?
Prima dell' autunno del 42 A. C. Quinto Orazio Flacco lottava in Macedonia vicino alla città
Filippi contro i partigiani di Cesare. Orazio fu partigiano di Bruto e di Cassio e si procurò il
posto repubblicano tribunus militaris. Latini tradirà i suoi ideali, ritornerà in Fiorenza a
elogiare i nemici passati, come Flacco dopo la vittoria di due secondi triumviri Ottaviano ed
Antonio. 1310 anni fa nel 41 A. C. Flacco giunge in Roma dove diventa corrispondente di
questure e dove fa la conoscenza di Mecento. Dante capisce come il destino umano diventa
dipendente dalla società costituita e non incolpa Brunetto Latini di tradimento. Nella situazione
più tragica Dante rinuncia agli ideali repubblicani e manda simbolicamente Bruto e Cassio,
come l' apostolo Giuda che tradì Gesu Cristo, nel nono cerchio del quarto giro dell' inferno:

«Quell' anima là su c' ha maggior pena», 61
disse maestro, «è Giuda Scariotto,
che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c' hanno il capo di sotto, 64
quel che pende dal nero ceffo è Bruto
(vedi come si storce e non fa motto!)
e l' altro è Cassio che par si membruto. 67
Ma la notte risurge, e ormai
è da partir, ché tutto avem veduto.»

(Infento, il XXXIV canto «La Divina Commedia» di Dante Alighieri annotata da G. L. Passerini)

Dante, verosimilmente, mandò l' anima di ser Latini nell' inferno a causa non solo dell' odio
alle donne e del tradimento degli ideali. Anche Dante tradì gli ideali, lo dimostra il suo
trattamento degli eroi repubblicani Giunio Bruto e Cassio Longino. Piuttosto l' anima di
Brunetto Latini soffre nel terzo cerchio all' interno del terzo giro dell' “Inferno” a causa degli
elogi a Charle de Valois (Purg. XX 70-78) ed a Bonifazio VIII (Inf. XIX 52-57, XXVII 70,
85, Purg. XX 87, Par. XVII 49, XXX 148; — simboleggiato, Purg. XXXII 149, Purg. XXXIII
44 («La Divina Commedia» di Dante Alighieri (p.1120)annotata da G. L. Passerini).
Dante ha capito precisamente che il tutto dipenderà dalla società costituita ed essa sarà
indifferente anche ai geni come lui. Dante scrive il capolavoro La DIVINA COMMEDIA come
nessuno né prima né dopo lui. Ma la società contemporanea capisce l' imparagonabile valore
della sua ultima epopea non subito dopo la sua morte.
Io non voglio paragonare il genio supremo di Dante Alighieri con nessuno. Solo vorrei
analizzare l' influenza condizionale di Dante e di molti altri sull' esempio concreto nella storia
della letteratura russa.


A) La base fondamentale: “Commento all’ “Isagoge” di Porfirio” di Boezio è da considerarsi
come il principio teoretico universale delle analisi filosofiche singolari degli autori enumerati
nel paragrafo (B).
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2) Come è l’opera? per caratterizzare la sua qualità. 3) Perché sono tali le opere ricercate
secondo la narrazione?
2) In primo, mediante la ricerca precisa è stata scoperta la natura di ogni cosa e di carattere
sulla base del conosciuto. In secondo, ogni apertura diventa la fonte della conoscenza, in cui gli
errori diventano inevitabili e conducono al malinteso della realtà presupposta.
3) L’analisi filosofica secondo:
Dialettica di Aristotele (essa consiste in tre parti della filosofia dialettica: speculativa (teoretica),
attiva (pratica) e razionale (ragionamento logico provocatoalcuni dubbi)) ciò che è il mezzo per ottenere la
conoscenza. Lo

della natura di ogni cosa appartiene alle ricerche teoretiche (nature delle cose) tramite le
pratiche (costumi), in cui la logica, che dipende dalle prime due parti della filosofia, mediante i
sillogismi, conduce alle proposizioni dell’origine e dell’influenza di ogni concetto;
b) Che cos’è la dimostrazione e come è stata costruita la dimostrazione degli scopi per fare più
verosimile o vero ogni concetto, in cui la logica diventa il mezzo per ottenere ogni
dimostrazione secondo le immagini, gli scopi filosofici, le percezioni del tempo e della storia,
ecc.
c) Dieci categorie di Aristotele: qualità, quantità, relazione, luogo, tempo, stato, l’avere, il
fare (atto), passione.
d) Dipendenza e indipendenza delle intelligenze dai generi e dalle loro specie degli oggetti
corporali e incorporali.
e) Gli oggetti incorporali che possono esistere fuori dei corpi: Dio, intelletto, anima che si
evidenziano nella «Rovina di Atlantide» e nelle opere paragonate o confrontate.
f) Desideri di essere insieme di ogni opera.
g) L’ opinione falsa “se pensiamo non ciò che è, in cui il ragionamento, al contrario non è
falso perché esistono molte cose che hanno la loro entità all’interno delle altre cose
immaginabili e inseparabili dalle prime” (la percezione potenzialmente precisa delle immagini,
del tempo e del universo da nelle sua opere ricercate).
h) Oggetti sensibili e intelligibili.
i) Somiglianza ai paragoni e differenza ai confronti.
k) Lo spirito umano che separa tutto per i generi totali e dopo separa anche.
ogni genere per le specie col significato differenziale
4) Universalitas et singularitas: Il genere (metodo del “Commento all’ “Isagoge” di Porfirio”
menzionato di Boezio) è da considerarsi come il principio teoretico universale delle specie
(analisi filosofiche singolari degli autori seguenti):
a) gli naturalisti (“della descrizione di eventi … senza alcun tentativo di offrire spiegazioni” /
del libero arbitrio e della responsabilità umana di ogni atto)
b) gli antinaturalisti (“affidano alla storiografia il compito di descrivere e comprendere…, tale
comprensione è ritenuta ermeneutica e distinta dalle spiegazioni delle scienze naturali,”… si
evidenzia “il fondamento della cultura concepita in opposizione alla natura.” / loro sono di
considerarsi i compatibilisti) appartengono tutti e tre protagonisti.
c) i rappresentanti di questo gruppo del comportamento di causalità, in cui tutto dipende dalla
previsione del destino e non si può cambiare nulla. (“ritengono una spiegazione di eventi
particolari senza ricorrere ad alcuna legge, cioè i sostenitori della causalità singolare / loro
appartengono a questo gruppo tre essenziali protagonisti degli oggetti studiati.


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BIBLIOGRAFIA (50 libri rappresentano la metà della letteratura utilizzata)

1 (Г. Голохвастов, «Гибель Атлантиды», Изданiе Общества Ревнителей Изящной словесности в Нью-Iорке в 1938
г. (G. Golokhvastov, “Rovina di Atlantide”, Edizione della Società degli amatori del linguaggio squisito, New York 1938))

2 (Zinaida Ghippius, «Тихое пламя» (“Fiamma quieta”)/Poesie 1889-1938, dalla prosa autobiografica, dai diurni/
Моcква, Центр-100 1996 (Mosca, Centro-100 1996)).

3 (Platone, “Dialoghi” VI vol., Laterza 1993, Roma-Bari).

4 (Petroneo, “Satiricon”, introduzione di Luca Canali, traduzione di Ugo Dettore, Biblioteca Universale Rizzoli 1953, 1981
RCS Rizzoli, Libri S. p. A., Milano 1981, 87)

5 (Platone, “Fedro”, Per conto di Zachinelli Editore S. p. A., Bologna 1998-2002)

6 (“Fedro: Le parole e l’anima” a cura di Fulvia De Luise (p.201) 1997 Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio 34, 40126
Bologna (88838 Commentario: 248c249b. Il secondo discorso di Socrate: e) la legge di adrastea e il ruolo della
memoria)

7 (Ernst Cassirer “Individuo e cosmo” nella filosofia del rinascimento(pp. 199-200). (Leipzig, G. B. Teubner, 1927)
Traduzione di Federico Federdi. Proprietà letteraria Reservata)

8 (Бородай: Боэций, «Коментарий к Порфирию» «Наука», Моcква 1990, (Bordai: Boezio, “Commento a Porfirio” (pp.
348-360)Editore “Scienza” Mosca 1990)

9 (“La Divina Commedia” ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni p.3 (p.27), Firenze 1922,1988)

10 (“La Divina Commedia” a cura di Natalino Spegno. Ricardo Ricciardi editore. Milano-Napoli, 1954 pp.3-4)

11 (Gheorghi Golokhvastov: “Spiegazione delle parole e i commenti dell’ autore” stampati nel fine del libro la “Rovina di
Atlantide” N. Y. 1938 )

1 (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo
I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p. 47). Federa
editrice, Padova, 1997)

12 (“Maledetta democrazia” studi su Crizia V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra lunga della. “Crizia” e Crizia (pp.
256-257). Edizione dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999).

13 (Platone, “Timeo” e“Crizia” , Rusconi Libri s. r. l., Milano 1994, 1997)

14 (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)

15 (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni Reale, Introduzione “Fortuna, struttura, concetti cardine e
significato del “Timeo” di Platone”, Il “Timeo” è stato lo scritto di Platone più influente fino agli inizi dell’età moderna1
(p. 9), Risconti Libri s.r. l., Milano 1994)

16 ( “Cognizione è la Forza” N 5 e N 7 «Знание — сила» n 5 и n 7;1985 год).
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17 (Nostradamus the complete propheties John Hogue: Nostradamus, Complete profezie John Hogue (pp. 41, 56,
120), first published in Great britain in 1996 by Element Books Limited, Shaftesbury, Dorset,ФАИР ПРЕСС, Mosca 1999,
ISBN 5-8183-0077-3, originali francesi, traduzione dall’ inglese in russo di I. Gavrilova)

18 (“I FILOSOFI” Introduzione a Nicolo Cusano di Giovanni Santinello (pp.26-28), Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari,
1987)

19 (N. Cusano: “La dotta ignoranza”, “Le congetture” a cura di G. Santinello, (p. 114),Risconti, Milano 1988)

20 (P. Ricoeur, “Sé come un altro” a cura di D.Iannotta (pp. 310-311), Jaca Book, Milano 1999)

21 (“I FILOSOFI” Introduzione a Nicolo Cusano di Giovanni Santinello, II le prime formulazioni del sistema. 1) Argomento
e metodo del “De dotca ignorantia” (p. 33). Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1987)

22 (“Linguaggio e mito” Al problema dei titoli degli dei di Cassirer, Leipzig. Berlin, 1927, 38)

23 (“Il Libro delle Regole di Oro”, Frammenti scelti; la prima parte: “La voce del silenzio” — traduzione E. P. B. del 1889.
Stampa del 1923. Tallin, Est.)

24 (“La consolazione della filosofia” di Severino Boezio a cura di Claudio Moreschini (p. 41), Unione Tipografico-
Editrice Torinese.)

25 (Petroneo “Satyricon”: editr. Proprietà letteraria riservata 1953, 1981 RCS Rizzoli Libri S.p.A., Milano)

26 (S. S. Avèrintsev: “Poetica della temprana letteratura bizantina” (p. 325) , Mosca, Coda 1997) )

27 (“Les Carmina d’Horace” Odes et épodes. Presentés par A. Debidour (professeur de Première Supérieure au Lycée
Condorcet. Classiques ROMA sous la direction de Gy Michaud Agrégé de l’Université Docteur ès lettres (pp. 51-52).
Librairie «Hachette», 1938.)

28 (Hempel, Negel e le leggi di copertura: Cause e ragione che si evidenziano in tre gruppi delle conformità umana: C. G.
Hempel, “Aspetti della spiegazione scientifica” (pp. 3 e 6), il Saggiatore, Milano 1986)

29 (Conclusiones magicae 5, Opera, 104 Pico della Mirandola), “Idea del microcosmo e “Dignità umana”, Seconda parte,
terzo capitolo, Ernst Cassirer, (p. 1), Leipzig, Berlin, 1938)

30 («Poeti del Duecento e poesia “popolare” e giullaresca» (pp. 67-68), Milano, Liguri editori, s. r. l. 1979)

31 (Vladimir Jankelevich, “La menzogna e il malinteso”, Raffaello Cortina, Milano 2000) (13) Agostino, “Sulla bugia”, a
cura di M. Bettetini, Bompiani, Milano 2001) (14) A. Tagliapietre, “Filosofia della bugia”: “Figure della menzogna nella
storia del pensiero occidentale”, Bruno Mondatori, Milano 2001).

32 ( A. Tagliapietre, “Filosofia della bugia”: “Figure della menzogna nella storia del pensiero occidentale”, Bruno
Mondatori, Mila)(Filosofia della religioni Romano Guardini Religione e rivelazione: Concetti di Sacro che sta dietro ogni
suo frutto; qui l’unico Sacro universale sta dietro il carattere simbolico dell’ opera. () Romano Guardini, “Religione e
rivelazione”, Via e Pensiero, Milano 2001)
33 (Cusanus. De ludo globi, Lib. II, 232; cp. Ficino. Teologia Platonica. VIII, 16)

34 (Filosofia della religioni Romano Guardini Religione e rivelazione: Concetti di Sacro che sta dietro ogni suo frutto;
qui l’unico Sacro universale sta dietro il carattere simbolico dell’ opera. () Romano Guardini, “Religione e rivelazione”,
Via e Pensiero, Milano 2001)

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35 (Ovidio. OMNIA :“Metamorfosi” (p. 49), 2000 Unione Tipografico-Editrice Torinese corso Raffaello, 28 – 10125
Torino)

36 (“Luce senza tramonto” Sergej N. Bulgakov p 17, Lipa Srt, Roma, febbraio 2002 ISBN 88-86517-49-1)

37 (Dal Prefazio dell’ 8 Opera di Picco della Mirandola, “Idea del microcosmo e “Dignità umana”, Seconda parte, secondo
capitolo, Ernst Cassirer, p. 1, Leipzig, Berlin, 1927)

38 («Введение в романскую филологию» М., В. Шк. 1987 г., (стр. 94), Алисова, Репина, Таривердиева —
«Introduzione nella filologia romanza» M, Scuola superiora, 1987, pag. 132, autori: Alìssova, Rèpina, Tariverdìeva).

39 («Storia della letteratura italiana dalle origini al Rinascimento»: capitoli «Pseudoproblema delle “tarde origini”
italiane» e «Dogmi, idoli, miti della storia letteraria all' origine», Milano, 1960)

40 (H. F. Meller «Cronica del latin volgare» (p. 7), Ber. 1924)

41 (I. N. Golenitshev-Kutusov: «Letteratura latina dell' Italia medievale», capitolo «Monumenti più antichi della lingua
italiana», (p. 190) Editrice “Scienza”, Mosca 1972)

42 («Conflitti tra le interpretazioni» -- «Conlicts des interpretations» Èditions du seuil, 27, rue Jacob, Paris VI).

43 («Vérité et métode» Les grandes lignes d’ une herméneutique philosophique. Editions du Seuil 27, rue Jacob, Parie VI
e
)

44 (Passerini, La D. C. NOTIZIA SULLA VITA e sulle opere di Dante (III), Milano 1922)

45 (Pierre-Jean MINICONI. Agragé de l' Université. Docteur ès lettres. «Les Métamorphoses» d' Ovide, extaits.: La vie du
poète. (pp. 2-3)Traduzione di Alexander Kiriyatskiy. “Classiques ROMA Hachètte 1953)

46 (Introduzione del traduttore di Boezio in italiano Luca Obertello cronologico alla “Consolazione della filosofia” (p.
28)/Rusconi Libri s. r. l., viale Sacra 235, 20126 Milano ISBN 88-18-70150-9/, 1996)

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Disegno di A. N. Avinov: Vicino al portone della morte
EXIT
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