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Ateismo e credenza religiosa.

Una panoramica sul dibattito attuale


Marco Trainito
(novembre 2007)

È uscito da pochi giorni presso Fazi Editore un bel volume dal titolo Atei o
credenti? Filosofia, politica, etica, scienza (173 pp., € 15,00). Si tratta della
rielaborazione di un dialogo a tre fra Paolo Flores d’Arcais, Michel Onfray e Gianni
Vattimo, avvenuto a casa di quest’ultimo a Torino l’8 dicembre 2006, con l’aggiunta di
tre “Poscritti”, in cui ciascuno dei tre filosofi fa un bilancio della discussione ed espone
in maniera più sistematica la propria posizione. È una bella lotta, anche perché i tre sono
anticlericali per ragioni diverse. Vattimo, autore di testi sul tema come Credere di
credere (1996) e Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso (2002), assume
il ruolo del credente eretico e soggettivista, che non aderisce ai dogmi della fede
cattolica e difende un cristianesimo pragmatico, storicista, relativista ed ermeneutico.
Flores d’Arcais, che da Direttore di “Micromega” conduce da anni una coraggiosa
battaglia laicista in un Paese baciapile come il nostro, oppone la ragione scientifica
illuminista e un individualismo democratico agli argomenti irrazionali della fede
istituzionalizzata e intrinsecamente collettivista e antidemocratica. Onfray, invece, già
autore di un memorabile Trattato di ateologia (2005), difende un’antimetafisica post-
nietzscheana che mira a decostruire il discorso religioso opponendogli un edonismo
corporale ateo sospettoso anche della razionalità scientifica e aperto a “un’etica, una
politica, una bioetica, un’estetica, una pedagogia al di là del Bene e del Male ebraico-
cristiani” (p. 173). La lettura è molto avvincente, perché i tre filosofi, pur concordando
su diversi punti (ad esempio la condanna del neoimperialismo teocon americano,
scimmiottato in Italia dai teocon del centro-destra e dai teodem del centro-sinistra,
nonché dagli intellettuali cosiddetti “atei devoti” alla Giuliano Ferrara, Marcello Pera e
altri berluscones), si rifanno a tradizioni di pensiero diverse e ricapitolano, ciascuno a
suo modo, buona parte del pensiero occidentale.
Confesso che sono rimasto molto deluso da Vattimo. Quando ero un giovane
apprendista della filosofia, i suoi studi su Nietzsche, Heidegger e Gadamer mi sono stati
preziosi e di lui ho sempre avuto un’idea altissima come studioso. Non mi ha mai
convinto la sua nozione di “pensiero debole”, lanciata negli anni ’80, che pure ha
contribuito a sprovincializzare la filosofia italiana, incagliata per decenni sulla scelta tra
idealismo crociano-gentiliano e marxismo gramsciano; negli ultimi anni, da
omosessuale dichiarato, si è reso protagonista di una importante battaglia civile a difesa
dei diritti degli omosessuali contro le discriminazioni guidate dalla Chiesa cattolica.
Tuttavia, nella sua peculiare difesa della credenza religiosa, in questi anni dominati da
uno scontro quasi ottocentesco tra laicismo e clericalismo, con un Vaticano sempre più
presente negli affari legislativi dello Stato italiano e con i difensori della laicità
ridotti quasi al silenzio dalla grancassa mediatica totalmente asservita a papi
opportunamente trasformati in star televisive, Vattimo sembra attardato su posizioni
filosofiche del tutto ignare della reale posta in gioco e di una valida percezione della
portata del pensiero scientifico contemporaneo.
Quando, nel corso del dialogo, si mette a citare con grande approvazione le
assurde idee sulla scienza di Croce (“la scienza è un affare della pratica”, p. 32) e
Heidegger (“la scienza non pensa”, p. 161), cioè di due filosofi dominati da un
pregiudizio antiscientifico dovuto a pura e semplice ignoranza, si ha l’impressione che
egli sia rimasto prigioniero dell’umanismo poetante e misticheggiante tipicamente
italiano, che ancora oggi dà i suoi frutti velenosi nell’arretratezza culturale della nostra
scuola, in gran parte rimasta all’impostazione gentiliana e quasi del tutto incapace di
sfornare menti autenticamente scientifiche. Sulla sua posizione religiosa, che è
difficilmente contestabile a causa del suo carattere soggettivistico e che quando fa uso
di nozioni come “grazia” e “carità” guarda non alla Dottrina ufficiale ma
rispettivamente alle nozioni di ’“evento” e “cura” di Heidegger, valga il fulminante
giudizio espresso da Onfray nel suo Trattato di ateologia: «Ovvero come immergere la
Bibbia nell’acqua lustrale di Essere e tempo per ottenere una soluzione – in senso
chimico – miracolosa» (Fazi Editore 2005, p. 204).
Ben diverso l’approccio di Onfray, che pure, da francese laico educato alla
scuola di Camus, Sartre, Deleuze e Foucault, condivide con Vattimo il sospetto
umanista nei confronti della ragione scientifica e del suo (presunto) imperialismo
occidentalista. In questi anni Onfray è impegnato in una monumentale opera di recupero
delle filosofie occidentali dimenticate da una tradizione storiografica – ben rispecchiata
nella scansione dei manuali scolastici – appiattita quasi esclusivamente
sull’impostazione idealistica platonico-cristiana, che da Platone e dal cristianesimo ha
ereditato senza discussione la violenta messa all’Indice di tutte le opzioni materialiste,
edoniste, immanentiste e relativiste (sono ben noti il silenzio sprezzante di Platone su
Democrito e Aristippo e i suoi ritratti mistificanti dei sofisti, nonché la demonizzazione
isterica dell’epicureismo ad opera del cristianesimo dominante). Quest’opera si tradurrà
nella realizzazione di una “Controstoria della filosofia” in sei volumi, di cui finora
hanno visto la luce solo i primi due: Le saggezze antiche (2006), sui filosofi dimenticati
o quasi del mondo greco e romano, da Leucippo a Diogene di Enoanda, e Il
cristianesimo edonista (2007), sulle correnti cristiane denigrate dall’ortodossia, dalla
Gnosi a Montaigne (entrambi i volumi sono editi in italiano da Fazi Editore).
Da parte sua, Flores d’Arcais è l’unico dei tre a inserirsi in quella corrente di
pensiero contemporanea che difende la scelta illuminista e radicalmente atea in nome
delle dettagliate conoscenze scientifiche sul mondo fisico e biologico che l’umanità ha
raggiunto da Darwin in poi e che portano alla confutazione senza appello di qualsiasi
fantasia su una presunta origine divina dell’universo e dell’uomo, nonché a una risposta
inequivocabile alle famose grandi questioni della filosofia tradizionale: «Sappiamo chi
siamo: delle scimmie appena modificate, benché questo ‘appena’ (una percentuale
irrisoria del DNA) abbia aperto l’animale-uomo a possibilità sconvolgenti. Sappiamo da
dove veniamo: da un inizio che chiamiamo Big Bang e da uno svolgersi di universi
ricostruito con sempre maggiore precisione dalla scienza, senza alcun bisogno di far
intervenire l’ipotesi-creazione da parte di una ipotesi-Dio. E sappiamo dove andiamo:
da nessuna parte, poiché nessun destino è già iscritto nel nostro futuro» (p. 4).
In tal modo, Flores d’Arcais, insieme a Piergiorgio Odifreddi, Maurizio Ferraris
e a pochi altri in Italia, si aggancia alla grande offensiva atea di questi anni guidata da
filosofi e scienziati di prim’ordine, come Richard Dawkins, l’autore dei fondamentali Il
gene egoista (1976 & 1989) e L’orologiaio cieco (1986), e Daniel Dennett, autore del
monumentale e controverso L’idea pericolosa di Darwin (1995). Lo scorso anno i due
hanno pubblicato rispettivamente L’illusione di Dio e Rompere l’incantesimo (in
italiano usciti solo quest’anno), che costituiscono i più distruttivi attacchi mai sferrati
non solo contro la credenza religiosa, ma anche contro quello che Dennett chiama il
“credere nella credenza”, cioè l’idea apparentemente tollerante secondo cui è
politicamente e socialmente conveniente e auspicabile che gli altri, cioè la massa,
abbiano credenze religiose di un qualche tipo.
Personalmente considero ormai superata la questione dell’esistenza o meno di
Dio. Tutti gli dèi esistono allo stesso modo, ma solo nel linguaggio umano che li crea (e
non è poco, vista l’influenza che hanno sulla vita di moltissimi esseri umani). Si tratta di
un’esistenza culturale, non certo oggettiva, per cui non c’è alcuna differenza di status
ontologico, ad esempio, tra Zeus e il Dio ebraico-cristiano. Da qualche tempo mi
interessa di più analizzare le forme del discorso religioso, chiedendomi ad esempio (con
Dennett e Ferraris) in cosa crede chi asserisce di credere e quali sono le ragioni
cognitive alla base della credenza in una qualche divinità da un punto di vista logico ed
evolutivo.
Il libro di Dennett cui mi riferisco, ad esempio, è il già citato Rompere
l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale (Raffaello Cortina 2007). Dennett
è un filosofo americano che si occupa della mente da un punto di vista cognitivo ed
evolutivo e questo suo libro tra qualche anno sarà considerato una pietra miliare del
settore, perché, sulla scia di Hume e con gli strumenti concettuali del neo-darwinismo
(tra cui l’approccio “memetico” del suo amico inglese Dawkins), indaga il fenomeno
della credenza religiosa sul piano puramente biologico. Maurizio Ferraris, invece, ha
pubblicato di recente un pamphlet spassosissimo (Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa
crede chi crede, Bompiani 2006), la cui sorprendente conclusione è che oggi,
soprattutto in Italia, chi dice di credere in realtà non crede in Dio (visto che non ne sa
nulla), ma nel Papa (di cui si sa tutto grazie alla sovra-esposizione mediatica), cioè in
uno che dice di parlare in nome di un altro che non s’è mai visto.
Com’è noto, molti oggi credono per tradizione, senza sapere nemmeno bene in
cosa credono, anche perché l’oggetto preciso della credenza non è una cosa che in
genere si è disposti a confessare in una pubblica discussione. E già questa è una
circostanza estremamente preoccupante, perché in Italia gente così costituisce una
maggioranza in grado di influire sulla vita civile e politica (penso al referendum sulla
procreazione assistita e alla reazione della Chiesa alla proposta di legge sui DICO, già
PACS e ora CUS). A mio parere, la situazione italiana attuale della credenza nella
religione cattolica (ma il discorso vale anche per le altre confessioni religiose, mutatis
mutandis) è la seguente.
Per dirla con metafore desunte dall’epistemologia di Imre Lakatos, c’è un
nucleo di “fatti” teologici, ontologici ed epistemologici, che costituisce il corpus
dottrinario, l’ossatura della fede cattolica custodita dalla Chiesa. Questo corpus duro è
depositato in testi canonici cui in genere pochi hanno accesso (né la loro attenta lettura è
incoraggiata dalla Chiesa più di tanto). Attorno a questo nucleo “fattuale”, espresso con
linguaggio e concetti oggi obsoleti e francamente imbarazzanti, si è andata formando
una cintura protettiva costituita essenzialmente da interpretazioni di carattere etico-
pratico (morale sessuale in primo luogo, più altre regole di condotta ordinaria) e
politico. Queste interpretazioni sono ciò che ci sentiamo ripetere a tutte le ore del
giorno, grazie alla compiacenza di molti media. La relazione logica di derivazione di
questa cintura dal nucleo è anch’essa occultata, e la sua intelligenza e istituzione è
affidata ufficialmente ai capi, in genere il Papa e il presidente della CEI. I fedeli hanno
il compito, al più, di prenderne atto e di fidarsi (ad esempio: cosa c’entra la posizione
della chiesa sui DICO con la Dottrina, ovvero con Cristo? Qualcosa c’entrerà, pensa il
fedele, visto che loro dicono che c’entra, e così evita il fastidio di una verifica diretta e
autonoma). Ora, lo scandalo, l’impostura di questo circo sta in questo. La cintura delle
interpretazioni etico-politiche è come la gomma di una ruota, che è riempita d’aria e si
regge sulla solidità del cerchione. Ma se il cerchione è fradicio, la ruota non può
reggere. Invece, la ruota della Chiesa continua a girare nonostante il nucleo “fattuale”
della Dottrina sia del tutto “scaduto”. Penso, ad esempio, all’anacronistico lessico
aristotelico, condito con residui di pensiero magico, cui ricorre il Catechismo della
Chiesa Cattolica per spiegare la presenza fisica di Cristo nell’ostia nel corso della
transustanziazione: «Che cosa significa transustanziazione? Transustanziazione
significa la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo,
e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione si attua
nella preghiera eucaristica, mediante l'efficacia della parola di Cristo e dell’azione dello
Spirito Santo. Tuttavia, le caratteristiche sensibili del pane e del vino, cioè le “specie
eucaristiche”, rimangono inalterate» (Compendio, § 283).
A ben vedere, quasi mai ormai si sente un alto prelato che parli pubblicamente di
questi dogmi imbarazzanti, mentre tutti, dal Papa in giù, sono interessatissimi a parlare
di politica e di sesso (e mica degli angeli, che pure sarebbe un argomento di gran lunga
più pertinente sul piano dei “fatti” teologici del nucleo...). Come fanno allora delle
interpretazioni a sopravvivere alla morte dei fatti? Ebbene, io ritengo che a sostenere
sul nulla referenziale la camera d’aria delle interpretazioni sia soprattutto il fiato delle
trombe della propaganda, che naturalmente non è un pasto gratis, visto che a mantenere
in vita un morto così c’è da guadagnarci per molti parassiti della massa dei poveri di
spirito. L’economia del sacro, infatti, fattura miliardi di euro e finanzia la politica
compiacente, per esempio quella che elimina l’ICI su certi immobili ecclesiastici,
garantisce l’8 x mille ecc. ecc., in un circolo vizioso (o virtuoso, a seconda dei punti di
vista) di interessi in cui a rimetterci è solo l’intelligenza collettiva media di una nazione,
che è una cosa che non si vede e non si mangia e se va a rotoli nessuno se ne accorge sul
medio-breve termine, mentre sul lungo termine, per dirla con il grande economista John
Maynard Keynes, saremo comunque tutti morti.