Storytelling di Mutuo Soccorso

L’esperienza della Bottega Exodus Ahref di Cassino
Narrazioni in corso d’opera
Luigi Maccaro Rosy Marino Vincenzo Moretti Alessio Strazzullo


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Il senso di questa storia
Vincenzo Moretti

1. Questa storia ha inizio nel settembre 2012, quando arrivo a Exodus
Cassino per un dibattito sui nuovi media digitali e incontro Luigi Maccaro,
responsabile della comunità e referente nazionale delle attività legate alla
comunicazione, al web e ai social network. Mi bastano poche battute per
rendermi conto che le cose che racconta Luigi non sono usuali, qualche
minuto ancora e comincio a pensare che quello potrebbe essere il posto
giusto per provare ad aggiungere un nuovo mattoncino alla voce
narrazione e inchiesta partecipata. Naturalmente, assieme alle ragioni e ai
contenuti, sono anche la reciproca simpatia, l’approccio scugnizzo e il
daimon, la streppegna, che mi aiutano a intuire, a immaginare, questa
opportunità, e così comincio a raccontare di Le vie del lavoro, l’attività di
narrazione e inchiesta partecipata nata dalla collaborazione tra Fondazione
Ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Da qui al progetto Botteghe,
questi luoghi sociocognitivi serendipitosi dove vorremmo provare a tenere
assieme informazione e partecipazione, narrazione e inchiesta, qualità e
verifica del processo informativo, il passo è breve. Alla fine butto lì per
genio e per caso che sarebbe bello mettere su una Bottega Exodus Ahref e
farla funzionare con l’apporto delle ragazze e dei ragazzi della comunità.

Devo dire che mi è sempre piaciuta l’idea della Bottega associata alla
possibilità di sviluppare, all’interno di specifici contesti sociali che hanno
già sperimentato processi di mobilitazione e di cambiamento dal basso,
percorsi sul giornalismo (scrittura di articoli, produzione di foto e video,
ecc.), sullo storytelling e sull’utilizzo dei nuovi media (blog, web radio,
media civici), sul coinvolgimento dei cittadini nella pratica del citizen
journalism (strumenti, interazione, metodo Timu, inchiesta partecipata,
giornale iperlocale), con il duplice obiettivo di coinvolgere i partecipanti in
percorsi di senso, formativi e informativi che migliorino la loro occupabilità
e di dare loro la possibilità di essere protagonisti più consapevoli del
processo di cambiamento nel quale le associazioni, le cooperative, ecc. di
quel determinato contesto o territorio stanno investendo.
Nel caso di Exodus Cassino l’opportunità mi sembra ancora più grande,
con il passare delle settimane diventerà sempre più evidente che nello
specifico di Exodus Cassino il modello “standard” non basta, che c’è
bisogno di una metodologia e di un approccio che tenga conto delle
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caratteristiche specifiche dei nostri cittadini reporter, che possiamo per
grandi linee comprendere in tre tipologie:
quelle/i che sono arrivate/i non si sa più quanti anni prima e vi hanno
trovato letteralmente casa, chi “trasformandosi” in operatore, chi
rendendosi in vario modo utile, chi acquisendo lo status di “ospite fisso”
che fuori di lì non saprebbe dove andare;
quelle/i che fanno il percorso che devono fare, della durata di un tot
numero di mesi, e dopo provano a reinserirsi, con tutte le fatiche che
questo comporta;
quelle/i che sono come le nuvole di De André, vengono, vanno, qualche
volta ritornano.

Per ora, però, il gioco è interamente nelle mani di Luigi, che un po’ mi
asseconda e un po’ di più intuisce che l’idea è buona. Quando ci salutiamo
mi dice che la proposta è interessante, che naturalmente bisogna
approfondirla, che però se si decide di partire bisogna organizzarla bene,
perché altrimenti si rischia che si blocca tutto al primo intoppo. Sono
contento. Di più, mi sembra un ottimo inizio.

2. Quando ne parlo con Alessio Strazzullo sono consapevole che senza le
sue competenze, la sua energia e il suo tempo la mia idea è destinata a
rimanere soltanto un’astrazione.
Alessio lo conosco bene, mi aspetto la sua risposta tipo, che in casi come
questi è “Vincenzo, ci devo pensare”, e invece questa volta no, questa volta
solo “Vincenzo” è uguale, perché il resto è “mi sembra un’ottima idea, da
questa esperienza possiamo tirare fuori qualcosa di veramente bello”.
Ci mettiamo al lavoro. Nello zaino abbiamo la metodologia in tre mosse
che abbiamo adottato fin dai giorni de “La scuola abbandonata”, la prima
inchiesta di Fondazione Ahref alla quale abbiamo partecipato:
i. scegliere con cura le persone con le quali lavorare;
ii. definire gli obiettivi, individuare il percorso per raggiungerli nella
maniera più chiara possibile e condividere gli uni e l’altro con tutti coloro
con i quali in vario mondo ci troveremo a interagire;
iii. riflettere nel corso dell’azione sulle cose che facciamo, il che vuol dire
che dal lavoro in bottega dovremo tirare fuori gli elementi per valutare
l’efficacia del percorso, la sua rispondenza agli obiettivi, la necessità di
apportare aggiustamenti.
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Definiamo una primissima bozza di lavoro, ci riflettiamo e ci lavoriamo un
bel po’ su e finalmente viene il momento in cui tiriamo fuori le cinque idee
guida (parole chiave) che ci saranno utili per la nostra attività prossima
ventura: lavoro; ciò che va quasi bene non va bene; sensemaking; timu;
racconto.

3. Lavoro è lavoro, lo dice la parola stessa. Il lavoro che c’è dietro le cose, il
lavoro che non è solo un modo per soddisfare esigenze materiali, il lavoro
che è anche sinonimo di identità, rispetto di sé e degli altri, collaborazione,
socializzazione.

Ciò che va quasi bene non va bene definisce l’approccio, quello che ti
spinge a fare bene le cose perché è così che si fa, quello ti porta a fare le
cose come se avessi la febbre nel cuore, quello che ti fa pensare “lo faccio
bene, dunque sono, valgo, merito considerazione”. Vale per il lavoro, vale
per lo studio, vale per la vita.

Il sensemaking, l’attività di costruzione di senso e significato, è un processo
sociale strettamente legato alle persone e al loro vissuto che si basa su 7
caratteristiche: identità (chi sono io, in che contesto agisco, perché ho
molte identità); retrospezione (riflettendo su ciò che è accaduto lo
interpreto e lo comprendo); enactment (istituzione di ambienti sensati, con
le mie idee e il mio comportamento influisco sull'ambiente circostante e lo
plasmo); sociale (la relazione con l'altro è fondamentale); continuo (il
sensemaking potenzialmente non ha mai termine); centrato su e da
informazioni selezionate (si commenta da solo); guidato dalla plausibilità
più che dall'accuratezza (l'importanza dell'istinto, la capacità di gettare il
cuore oltre l’ostacolo).

Timu è il media civico che fa da interfaccia web alle nostre attività di
narrazione, di citizen journalism e di inchiesta, ci aiuterà a pensarci come
cittadini reporter a partire dal suo metodo e dai quattro principi su cui si
basa: accuratezza; imparzialità; indipendenza; legalità.

Per dire a cosa serve il racconto e perché ha senso condividerlo mi faccio
aiutare da tre citazioni a cui sono molto affezionato, idee e pensieri partoriti
dalle teste ben fatte di Karl Weick (1997), di Barry Lopez (1999) e di Richard
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Sennett (2002), che loro lo hanno raccontato così bene che è un peccato
dirlo in un altro modo che alla fine ci metti più tempo e lo dici peggio.

Le tre citazioni sono, nell’ordine, le seguenti:
“Le storie aiutano la comprensione, perché integrano quello che si sa di un
evento con quello che è ipotizzato [...]; suggeriscono un ordine causale tra
eventi che in origine sono percepiti come non interconnessi [...];
consentono di parlare di cose assenti e di connetterle con cose presenti a
vantaggio del significato [...]; sono mnemotecniche che permettono di
ricostruire eventi complessi precedenti [...]; possono guidare l’azione prima
che siano formulate delle routine e possono arricchire le routine quando
sono state formulate [...]; consentono di costruire un database
dell’esperienza da cui è possibile inferire come vanno le cose”.
“Le storie che raccontiamo alla fine si prendono cura di noi. A volte una
persona per sopravvivere ha bisogno di una storia più ancora che di cibo.
Ecco perché inseriamo queste storie nella memoria gli uni degli altri. È il
nostro modo di prenderci cura di noi stessi”.
“Un racconto non è solo un semplice susseguirsi di eventi, ma dà forma al
trascorrere del tempo, indica cause, segnala conseguenze possibili”.

4. Di tutto questo e di molto altro ancora discuteremo a più riprese con
Luigi, con il quale ci impegnano a condividere tutto questo, e il tanto altro
che strada facendo incroceremo, con leggerezza.
La leggerezza che toglie peso alla teoria e ai concetti, che aiuta a
coinvolgere e non ad “arruolare” le persone, che porta a fare tesoro, fino
all’infinito e oltre, delle esperienze e delle buone pratiche della comunità,
che consente di costruire la “redazione” sulla base di un metodo condiviso,
di esempi e metafore.
L’auspicio, la scommessa, è riuscire non solo a collegare il lavoro della
bottega ad argomenti condivisi ma anche a farlo in un contesto
sufficientemente ampio e libero da mettere chiunque nella condizione di
partecipare senza doversi chiedere se è o no all’altezza.

Trascorsa una prima fase di “orientamento”, perché sì, Alessio e io come
tutte le persone normali abbiamo avuto bisogno di orientarci, decidiamo di
organizzare le nostre attività in due format complementari:
il laboratorio, il venerdì pomeriggio, in plenaria, al quale partecipano tutte/i
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le ragazze e i ragazzi ospiti di Cassino più almeno un operatore e qualche
volontaria/o;
la bottega più propriamente detta, che si incontra di norma con Alessio 2- 3
volte a settimana e con me il venerdì, della quale fanno parte di volta in
volta due - tre persone sulle quali abbiamo pensato, in qualche caso
sperato, di poter fare affidamento per una certa fase, insomma le persone
sulle quali contare, quelle che se a un certo punti ne perdi una, nei casi più
fortunati perché ha terminato il proprio percorso, devi riuscire in men che
non si dica a trovarne un’altra perché altrimenti non ce la farai a verificare la
possibilità di attivare processi di isomorfismo, di continuare lì il lavoro che
stai facendo e di esportare in altri contesti questa esperienza.

5. Quando penso che per quanto riguarda la sperimentazione possiamo
dire di avercela fatta resto dell’idea che per chi sta vivendo questa
esperienza “normalmente” eccezionale chiamata Bottega Exodus Ahref di
Cassino la cosa veramente importante non è l’essere riusciti a “coprire” nel
migliore dei modi, proprio come dei giornalisti “veri”, una settimana piena
piena di eventi come la “Mille Giovani per la Pace” 2013.
Certo che fa piacere farcela, quando le persone ci mettono tanta fatica,
passione, impegno, non è solo normale, è indispensabile che ti faccia
piacere perché altrimenti, come si diceva a Secondigliano da ragazzi,
significa che “stai a problemi”. Diciamo che fa piacere però dentro di te lo
sai che la parola giusta, la cosa davvero importante, si chiama “opportunità”,
L’opportunità che hai contribuito a mettere su grazie alle ragazze e ai
ragazzi della comunità che, per quanto il posto sia accogliente, loro se
stanno lì non è certo perché ci sono venuti a passare le ferie.
L’opportunità che hai costruito insieme a chi dirige la comunità e a chi nella
comunità ci lavora, perché poi, in contesti così, se non si rema tutti nella
stessa direzione non è che la barca affonda, ma solo perché non riesce
neanche a staccarsi dal molo.
L’opportunità che queste ragazze e questi ragazzi “a finale” si sono costruiti
da soli, perché in fondo, come ci ricorda il poeta “si può comunicare solo
ciò che è condiviso dall’altro, le parole presuppongono esperienze
condivise” e se non fosse stato così non avrebbero potuto mica
“cominciare” il loro lavoro in bottega da cavie, definizione loro, of course, e
“finirlo” da cittadine/i reporter.

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6. Affinché chi legge non sia preso dal dubbio che abbiamo giocato a fare i
giornalisti come da bambini si giocava a fare i dottori, che dato il contesto
non ci sarebbe stato neanche niente di male, solo che non c’entra con la
nostra storia, provo a mettere in fila alcune, ma davvero solo alcune, delle
cose che la Bottega Exodus Ahref di Cassino ha imparato a fare e ha fatto
nel corso di questi 18 mesi:
i. condivisione del metodo e delle quattro parole chiave che lo riassumono:
accuratezza, indipendenza, imparzialità, legalità;
ii. come si fanno articoli, foto, interviste audio e video;
iii. come si usano i social network;
iv. che cos’è e come si usa il media civico Timu;
v. come si organizza e si fa un giornale;
vi. come si “copre” un evento dal punto di vista giornalistico.

In ossequio al diritto del lettore di dubitare di ciò che legge, che magari nei
romanzi non serve e solo per questo Pennac non ci ha pensato, ma qui
invece si, metto in fila una parte, davvero solo una parte, dei risultati
prodotti da questo lavoro:
i. l’attività di narrazione e inchiesta partecipata della bottega su Timu;
ii. i 5 numeri del bimestrale BEA (realizzati tutti ma proprio tutti dalle
ragazze e dai ragazzi della comunità);
iii. il profilo Facebook;
iv. il canale youtube;
v. il sito della Mille Giovani per la Pace (la struttura è preesistente ma la
stragrande maggioranza dei contenuti foto, audio, video e testo relativi
all’edizione 2013 sono stati realizzati dalla Bottega).

7. Ecco, adesso che vi ho raccontato come è cominciato, come si è
sviluppato e un po’ anche come è finito una parte del nostro lavoro alla
Bottega Exosud Ahref di Cassino, posso aggiungere che quando l’avevo
visto per la prima volta, G., era un’altra G.
Guardinga, per taluni versi persino sospettosa, gelosa delle sue cose e del
suo sapere, che si vedeva subito che lei aveva un background culturale
superiore alla media. In fondo era stato proprio questo a indurmi in errore,
quella sera che ho cercato di tirarla per la giacca, si, di coinvolgerla senza
preavviso, senza darle il tempo di capire e soprattutto di decidere, perché
come sempre e più di sempre in posti come la comunità di Cassino
funziona così, le cose cambiano veramente quando le persone decidono
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consapevolmente di farle cambiare, e per fortuna G. da lì a poco ha deciso
ed è stata una delle colonne della Bottega per un bel numero di mesi e di
risultati.

Mi ricordo anche che è stata contenta quando le ho detto che Luca De
Biase, giornalista, scrittore, presidente della Fondazione Ahref, aveva
raccontato sul suo blog di “Andrea Contino che cita un pezzo di Callie
Schweitzer, su Medium, e commenta: Siamo ciò che condividiamo”. Sì, è
stata contenta perché proprio lei, G., durante la riunione del venerdì
pomeriggio, quando abbiamo chiesto di definire con una parola il tema
intorno al quale organizzare il numero successivo di Bea, il periodico online
della Bottega, ha proposto“condivisione”. Lei che non ha neanche finito di
pronunciare la fatidica parola che una voce alle mie spalle, quella di L., un
altro degli inquilini di casa Exodus, ha aggiunto: “forzata?”.
Sapete cosa abbiamo pensato noi a quel punto, quando è apparso
evidente a tutti che avevamo individuato al primo colpo il tema giusto non
solo dal versante “cittadini” ma anche da quello “reporter”? Che nelle
settimane successive avremmo dovuto continuare a scavare nelle relazioni
feconde e pericolose tra il sostantivo e l’aggettivo, tra “condivisione” e
“forzata”.

Perché si, quando questi ragazzi di Exodus ti spiegano che nella comunità
la vita e il tempo li condividi per intero, che mangiare, dormire, fumare,
guardare un film, fare sport, lavorare non sono mai un’attività individuale,
ma sempre collettiva, e poi ti dicono delle difficoltà che tutto questo
comporta, soprattutto all’inizio, e poi ti raccontano che più vanno avanti e
più si rendono conto che più condividono e più stanno meglio, fisicamente
e mentalmente, con la testa e con il cuore, allora ti rendi conto che ti stanno
suggerendo qualcosa che non è banale, che non vale solo per loro,
qualcosa che ha un valore generale.
Perché in fondo le regole non sono anche uno strumento per “forzare” i
processi di condivisione? E quando si vuole recuperare un gap, uno
squilibrio, non c’è forse bisogno di “forzare” il corso per così dire normale
dei processi economici e sociali?

8. Forzare le regole. Un po’ come abbiamo fatto Luigi, Rosy, Alessio e io che
all’inizio avevamo pensato di scrivere un saggio a più mani e poi invece ci
siamo detti - dopo averne discusso il tempo necessario -, che un lavoro di
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quel tipo andrà fatto magari più avanti, con una storia più lunga alle spalle
e maggiori elementi di valutazione. Per adesso, a un anno e mezzo dalla
nascita della Bottega Exodus Ahref di Cassino e con una cinquantina di
persone che in vario modo con diversi ruoli e per vario tempo ci sono
passate/i, è meglio lasciare spazio alla narrazione in corso d’opera di questa
esperienza molto particolare di storytelling a più teste, a più mani e a più
cuori.

9. Tre cose ancora prima di passare il testimone a Luigi.
La prima è che il titolo di questo nostro racconto è un omaggio al libro di
Luca De Biase, I Media Civici. Informazione di mutuo soccorso (Feltrinelli
Vita). Di Luca ho già detto e anche dei mille sentieri che connettono la
Fondazione Ahref, che Luca dirige assieme al direttore generale Michele
Kettmaier, con la Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi, avete trovato e
troverete tracce a più riprese in questo nostro racconto.
Quello che mi preme invece rimarcare ancora è che intorno a questo filone
che connette l’informazione con la narrazione c’è uno spazio vero in grado
di sostenere le persone nei loro quotidiani sforzi per recuperare senso e
rispetto di sé, per leggere meglio i contesti nei quali vivono, per
comunicare meglio con gli altri.
Se è vero, come sostiene il filosofo Salvatore Veca, che un criterio
importante per vivere vite più degne di essere vissute è data dalla qualità e
dalla quantità di connessioni che riusciamo a stabilire con altri esseri, come
noi, umani, ecco che il senso di questa sperimentazione si evidenzia in tutte
le sue potenzialità e la sua rilevanza, al netto dei molti limiti di chi la sta
conducendo, i miei obiettivamente molti di più di quelli di Alessio, di Luigi
e di Rosy.

La seconda è che la vita nella bottega non è tutta rose e fiori.
Le persone che devono fare i conti con la droga, con l’alcool, con la
dipendenza da gioco, con il reinserimento che troppe volte non c’è (a
proposito, proprio il reinserimento sarà la storia di copertina di un altro
numero di Bea), le opportunità devono prenderle a morsi, ogni giorno,
ogni momento, perché la vita non regala loro niente e non è mai scontato
che quello che fanno con te sia per loro una cosa che vale. Finisce così che
loro prendono a morsi la vita e le opportunità, e tu prendi a morsi il loro
interesse, la loro disponibilità, la loro voglia di uscire dalla situazione nella
quale si sono e sono state cacciate. Forse è per questo che quando ci riesci
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sei contento, contento per quel pezzettino più o meno piccolo che ci riesci,
per quella cosa che fanno e tu glielo leggi negli occhi che sono contente di
averla fatta bene, per il fatto che a un certo punto qualcuno ti dice che le
attività della Bottega sono entrate a far parte del programma ufficiale di
recupero delle donne e degli uomini che sono ospiti della Comunità.
Mio padre, uomo molto saggio nonostante la licenza di quinta elementare
strappata alla guerra e alla fatica, amava dire che la vita è fatta soprattutto
di soddisfazioni. Credetemi, papà aveva ragione.

La terza è che ci piacerebbe, darebbe più senso al nostro lavoro, che
queste nostre riflessioni fossero il pretesto per aprire una discussione con
tutti coloro - ospiti della comunità, cittadini, educatori, storyteller, sociologi,
psicologi, giornalisti, amministratori, politici - che pensano che due teste
sono meglio di una, quattro meglio di due, otto meglio di quattro e così via
fino all’infinito e oltre. Perché si, Luigi, Rosy, Alessio e io la pensiamo
esattamente così, e saremo davvero felici di leggere le vostre riflessioni, le
vostre proposte, le vostre critiche.



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La Parola che educa
Luigi Maccaro

Per Exodus la Parola è stata una conquista: all’ inizio c’erano
prevalentemente le cose da fare, le attività, le persone da accogliere, poi
dopo un paio di anni si è cominciato a connotare in maniera specifica il
momento di confronto di gruppo con i ragazzi. In modo significativo ha
cambiato anche nome: da “riunione” è diventata “la parola”. La parola è il
momento centrale della giornata, nel quale ognuno impara a svelare,
proprio nel senso di togliere il velo (quello che copre il volto e nasconde i
fatti) nel quale ognuno impara a purificare la propria parola, a renderla più
vera.

Si è compreso che la parola è elemento vitale delle relazioni. Tra le persone
e tra i corpi sociali. C’è un grande bisogno di purificare la parola anche
all’interno del più vasto mondo sociale, sempre più intossicato da parole
false. C’è bisogno di cercare parole autentiche e per questo motivo don
Antonio Mazzi non solo ha dato alla parola un posto rilevante all’interno dei
programmi educativi delle comunità ma ha messo tante sue energie per
farla diventare anche strategia comunicativa con e verso la società intera e
veicolo fondamentale per la testimonianza di un possibile mondo migliore.
Per far questo ha utilizzato gli strumenti che erano a disposizione: la radio,
la televisione, internet, con i loro canoni, senza vagheggiare strumenti più
puri, senza attendere che si confezionassero format adeguati. Così,
rischiando e giocando la partita dall’interno, ha potuto autorevolmente
proporre un approccio critico alla grande macchina della comunicazione
mediatica. Ha usato la parola sia per lanciare con il suo stile i contenuti
della follia positiva e sia per invitare al consumo critico dell’informazione.

La comunicazione è testimonianza se ha caratteristiche precise. É umile,
fatta di piccoli fuochi, non di incendi. Siamo consapevoli delle nostre
energie. È esigente, è una azione che chiede di uscire allo scoperto, non è
solo teoria sperimentata all’interno della casa. È paziente: non bisogna
accenderlo una sola volta! I fuocherelli si possono spegnere e allora se ne
devono accendere altri. È familiare: il fuoco raduna la famiglia, attorno al
fuoco si fa festa. È visibile: i fuochi sono cose che non stanno nascoste. Anzi
sono proprio messi per fare luce. Infine è vitale: il fuoco si muove, genera
calore, energia. Il piccolo fuoco può essere l’inizio di un grande movimento.
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Dunque la comunicazione, per Exodus, è senza dubbio uno strumento
essenziale per promuovere e valorizzare una esperienza educativa che
vuole essere modello per la società, per promuovere e valorizzare il tema
dell’educazione a partire dalle nostre attività, per rendere visibile,
riconoscibile ed apprezzabile la presenza sui territori. E, non ultimo, per
sostenere l’attività di raccolta fondi che nella comunicazione trova un
sostegno importantissimo.

Con queste idee nella testa non potevamo non accogliere con entusiasmo
la proposta di Vincenzo Moretti di iniziare, assieme alla Fondazione
Giuseppe Di Vittorio e alla Fondazione Ahref, un percorso sui temi della
comunicazione ma, soprattutto, sulla possibilità che i ragazzi della
Comunità fossero i protagonisti di questa esperienza. Cosa non affatto
scontata, anzi! La comunicazione per una organizzazione come la nostra è
certamente una scelta di fondo, che però nell'azione educativa scompare e
si mescola negli stili e nelle capacità degli educatori. Oppure è un'opzione
fondamentale nel momento in cui ci rivolgiamo alla società e proponiamo
un paradigma fondato sulle relazioni sociali. Infine la comunicazione si
riduce al ruolo di tecnica finalizzata alla raccolta fondi.

Stavolta invece la proposta era realmente nuova, innovativa, inaspettata,
carica di sviluppi possibili: lavorare insieme ai ragazzi con gli strumenti
della comunicazione e, attraverso la condivisione di questa esperienza,
sperimentare una comunicazione realmente capace di rinforzare la
riflessione su di sé, la riflessione intorno al gruppo fuori dagli schemi
classici, la costruzione di un sistema di relazioni capace di rinnovare dal di
dentro l'ossatura del gruppo.

Ecco la parola che educa, teorizzata dagli educatori e messa in pratica dai
ragazzi all'interno di un processo di autoeducazione di grande efficacia.
Ecco che comunicare diventa realmente mettere sul tavolo, a disposizione
di tutti, una parte importante di sé. Ecco che la parola non è più
chiacchiera, sfogatoio, narcisismo come facilmente può accadere che sia,
talvolta anche sui social network, ma diventa specchio di quello che siamo:
ognuno di noi è quello che dice. Anzi, ognuno di noi è continuamente
rigenerato dalla parola. E noi sappiamo quanto, in posti come la comunità,
ci sia bisogno di rigenerarsi!
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La riunione di redazione dunque diventa un momento educativo di
altissimo livello. L'articolo si scrive dopo una riflessione su di sé e sul
gruppo, dopo un confronto anche serrato. Il giornalino della comunità
parla della profondità di questa esperienza, narrandone le vicende la
trasforma e le consente di ridefinire la propria identità. Perché la comunità
non è una struttura ma un organismo che vive delle persone che la
compongono e si trasforma, cresce, cambia insieme a loro.

Le comunità poi si portano dietro da sempre una caratteristica di
isolamento, a causa dei modelli organizzativi piuttosto che dei pregiudizi
della gente, una caratteristica che, se da un lato favorisce la costruzione del
gruppo, la riflessione su di sé, dall'altro rischia di lasciare le persone in una
bolla di sapone. Rischia di pregiudicare quelle opportunità formative e di
crescita che vengono dallo scambio, dal confronto col mondo esterno.
Questo scambio di risorse fra comunità e territorio è vitale ed è facile
comprenderlo se si pensa che le persone stanno in comunità solamente
per prepararsi a rientrare nella società da persone libere, autonome e
consapevoli.

La comunicazione è straricca di strumenti che ci aiutano, non solo a non
perdere il contatto con l'esterno, ma soprattutto a far si che questo contatto
sia virtuoso per entrambi i mondi: per i ragazzi affinché non subiscano
processi di alienazione, per la società che ne trae un beneficio in termini
educativi e di prevenzione. Il giornalino, il blog, l'organizzazione di eventi,
le campagne informative, l'utilizzo dei social network hanno la capacità di
mescolare l'interno e l'esterno se sostenuti da una riflessione educativa
appropriata come quella di cui possiamo beneficiare grazie alla
collaborazione con la Fondazione Ahref e grazie al “genio” di Vincenzo ed
Alessio.

Ovviamente per utilizzare questi strumenti è necessario anche un percorso
di formazione professionale, ad un livello adeguato alle persone con le
quali si lavora: la ricerca sui temi, utilizzando le fonti o intervistando le
persone, le tecniche di scrittura per la stampa e per il web, l'acquisizione e
l'elaborazione delle immagini, la realizzazione ed il montaggio di video
servizi giornalistici, le tecniche di diffusione dei contenuti. Un lavoro che
mette in moto risorse della persona tenute “a riposo” per diversi anni,
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dunque un contributo alla motivazione delle persone a crescere, a
cambiare, a costruire senso e significati nuovi e più profondi alla propria
esistenza. Non ultimo, la possibilità di ottenere un feedback del proprio
impegno non solo più dagli educatori della comunità, istituzionalmente
deputati a valutare la progressione personale degli ospiti della comunità,
ma da un pubblico più grande composto dai lettori del giornalino, del
blog, dei social.

Ma la comunicazione, anche quella agita in un contesto educativo come è
quello della comunità, porta con sé una serie di rischi che dobbiamo tener
presenti per non trasformare una buona intenzione in una esperienza fine a
se stessa.
“La comunicazione è l'opposto della conoscenza. E' nemica delle idee
perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti” ammonisce Perniola nel
suo “Contro la comunicazione”. E' importante allora cogliere un'ulteriore
opportunità, quella di educare anche alla qualità delle cose,
all'appropriatezza delle forme e dei contenuti, alla attendibilità di ciò che si
comunica, ad un fare “ben fatto” che richiede passione, impegno e
responsabilità.

Un'esperienza dunque che si inserisce perfettamente nel progetto
educativo della comunità, che fornisce un contributo di altissimo livello
all'offerta formativa proposta agli ospiti, un'occasione di crescita umana e
professionale per persone impegnate nella costruzione di un nuovo
percorso di vita che, dopo aver commesso sbagli anche importanti, sono
alla ricerca di una via di riscatto.

Chi sbaglia si chiude a riccio. Diventa un rizoma: pianta senza radice e
senza fusto. Un fusto che vive senza radice e una radice che vive senza
fusto. Il rifiuto totale dell'altro. Per sopravvivere, molte volte, la persona che
ha commesso errori gravi come la droga, l'alcol, la prostituzione, si chiude
in se stesso, taglia tutti i ponti con gli altri. Riattivare canali di
comunicazione con gli altri e con il gruppo è dunque di vitale importanza.
Riscoprire la parola che educa, la parola che costruisce relazioni, la parola
che è motivo di condivisione è caratteristica essenziale della comunità
Exodus.

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Michel Foucault, in "Le parole e le cose" dice: "Il linguaggio non viene
parlato, ma dal linguaggio si è parlati". La comunicazione con gli altri è allo
stesso tempo, dono di sé e ricostruzione continua della propria identità.
Chi scopre la parola scopre questa ebbrezza. E tutto diventa liturgia della
parola, o meglio, memoriale della parola. La scoperta della parola vera, dà
origine alla scoperta della comunità. Comunità non fatta di segregazioni,
regole, vigilanze, mura. O meglio, ci sono anche delle paratie, ma solo
quelle appena sufficienti a non spegnere la fiamma che si sta liberando.
Quel fuocherello tipico fatto di legna dura, senza vampate, che scava
dentro gli occhi di tutti, le storie, anche le più piccole, perché la fiamma è
qualcosa più dell'acqua: non solo purifica ma il suo gioco di luce ed ombra
come un bisturi, pulisce pezzo per pezzo il volto, poi il cuore, poi il corpo,
poi l'anima. La conversazione è questa fiamma. La Bottega di
comunicazione Exodus-Ahref uno splendido focolare.
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Un laboratorio per raccontarsi
Rosy Marino

E' passato ormai quasi un anno e mezzo da quando ha avuto inizio
l'esperienza del Laboratorio di Web Journalism. Ricordo ancora la prima
volta che ho visto Vincenzo, un omone altissimo e dall'aspetto di un
“gigante buono”, che parlava con Luigi, il responsabile di sede, che ha
fortemente voluto questo Laboratorio con grande entusiasmo.
Io non nascondo invece che all'inizio, schiava ormai delle pastoie della
comunità che rallentano e/o scoraggiano ogni nuova iniziativa, ero molto
scettica; pensavo che questo sarebbe stato l'ennesimo tentativo di
motivare, coinvolgere i ragazzi che sono “apatici” nei confronti di ogni
nostra proposta ed ero convinta che anche questa bella iniziativa sarebbe
naufragata nel giro di poco tempo così come molte altre, ma “strada
facendo” mi sono dovuta ricredere! L'entusiasmo di questo “omone” che
con il suo simpatico e coinvolgente idioma partenopeo riesce ad abbattere
ogni pregiudizio e la tenacia di Alessio che ha affiancato dall'inizio il prof.
Moretti (il gigante buono n.d.r.) e che ancora oggi continua a portare avanti
il Laboratorio, sono riusciti a coinvolgere così tanto i ragazzi della comunità
(ovviamente non tutti... n.d.r.) da riuscire a realizzare perfino un giornalino
dove ciascuno trova spazio per “raccontarsi” e per “raccontare” l'esperienza
che stanno vivendo.

Scrivere di sé, raccontarsi è uno degli obiettivi più importanti per dare inizio
al proprio percorso educativo, che prevede la costruzione di un Progetto
educativo individualizzato che va pian piano definendosi attraverso piccoli
step che la ragazza o il ragazzo raggiunge mediante l'impegno e la
costanza che profonde nel portare avanti i suoi obiettivi personali. Tra
questi il più importante, nei primi mesi di comunità, è proprio la stesura
della propria storia di vita che poi il ragazzo sceglie di condividere con i
suoi compagni di viaggio.
A distanza di circa un anno dalla permanenza in sede, il ragazzo si “riscrive”
e questo gli dà la possibilità di verificare come e quando la presa di
consapevolezza e la conoscenza migliore di se stessi ci aiuta a “rivedere” la
nostra storia in maniera diversa. Tutto questo per far capire a chi legge
quale grande opportunità offriva, a chi intendeva coglierla, questo
laboratorio che era un momento privilegiato per imparare a raccontarsi e
scriversi piuttosto che raccontare e scrivere!
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Leggere il primo numero di BEA (il giornalino realizzato dai ragazzi … n.d.r)
mi commosse moltissimo poiché mi riportava alla mente ricordi felici della
mia adolescenza e della mia giovinezza che raccontai a chi colse la mia
commozione.

Ricordo con molta tenerezza la mia prima esperienza di piccola giornalista
tredicenne nel mio gruppo scout. I capi ci lanciarono una sfida (“Impresa di
giornalismo” nel gergo scout … n.d.r.) e cioè la realizzazione di un
giornalino a cadenza mensile in cui raccontare la vita del Reparto (il Reparto
è la branca che accoglie ragazzi/e in una fascia di età compresa tra gli 11
ed i 15 anni … n.d.r). E ricordo anche che la realizzazione di quella Impresa
ci vide impegnati pomeriggi interi a discutere, a realizzare interviste da
riportare in pulito con una Olivetti portatile!
Le mie esperienze da “reporter” sono poi continuate al liceo con il comitato
studentesco. (Io non ho vissuto il '68 se non attraverso i racconti dei miei
cugini più grandi di me, ma in compenso ho vissuto intensamente il fervore
politico degli anni '70 fino ad arrivare ai tragici eventi dell'uccisione di Aldo
Moro … n.d.r).
Ricordo che con i miei compagni mettemmo su una sorta di redazione che
denunciava tutto ciò che a scuola non andava o che avremmo voluto
migliorare, e anche lì pomeriggi interi rubati allo studio della letteratura
Latina e Greca per non arrivare “impreparati” alla prossima assemblea
d'Istituto che, proprio perché agognata e partecipata, durava sempre oltre
l'orario scolastico per la disperazione di insegnanti e bidelli che dovevano
trattenersi oltre il loro orario di lavoro!

Ecco, tutto questo per dire che mi è sembrato ad un certo punto
dell'evolversi dei lavori del Laboratorio, di cogliere in alcuni dei ragazzi lo
stesso entusiasmo che muoveva me ed i miei compagni. Ho iniziato così ad
interessarmi un po' di più, ho voluto capire un po' meglio come si
svolgevano gli incontri e sono rimasta piacevolmente stupita dal
coinvolgimento di molti di loro.
Ho iniziato quindi ad ascoltare di più i responsabili del laboratorio, a
cogliere le loro richieste di fare in modo di pretendere un maggiore
coinvolgimento anche da parte di coloro che non sembravano troppo
interessati e che soprattutto non avevano troppo rispetto per l'impegno ed
il lavoro degli altri.
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Insieme a loro, a Vincenzo ed Alessio, abbiamo cercato quindi di capire
come migliorare ed ottimizzare il Laboratorio al fine di riuscire a
coinvolgere anche quelli più “resistenti”, e devo dire che sia Alessio con la
sua pazienza e dedizione, che Vincenzo con la sua capacità di
sdrammatizzare ogni cosa e di rendere semplici anche le cose che
apparentemente sembrano impossibili, hanno reso possibile il tutto e sono
riusciti ad ottenere il meglio da ciascuno dei ragazzi.

Un primo traguardo importante è stato la realizzazione di un lavoro
multimediale in occasione della Manifestazione “1000 Giovani Per La Pace
2013” che si tiene in sede ogni anno i primi di settembre. Alcune di loro ci
hanno lavorato con talmente tanta dedizione da vederle “piangere” di
rabbia quando per un inconveniente tecnico - il video che girava al
rallentatore invece che a velocità normale - non hanno potuto condividere
con il pubblico la loro “creatura”.
Erano letteralmente incazzate nere, gridavano vendetta! Ecco, in quel
momento ho pensato che se noi educatori riuscissimo a coinvolgerli con lo
stesso entusiasmo nelle attività che quotidianamente svolgono in sede,
avremmo risolto la metà dei nostri problemi.

La proposta educativa che Exodus mette in campo per il recupero dei
disagi di cui sono portatori i ragazzi che ospitiamo, una proposta
principalmente educativa, che utilizza strumenti semplici per cercare di
rinnoviate i ragazzi alla vita. Lo sport, il teatro, la musica ed il lavoro/
volontariato sono quelle che nel metodo sono definite “ Le Quattro Ruote”.
Purtroppo però non sempre noi educatori siamo capaci di coinvolgere i
ragazzi come si potrebbe fare e in qualche caso fanno le persone che
hanno dedicato la loro vita a tali attività. Accade così che la presenza di
Nadia (la volontaria che allena i ragazzi … n.d.r) riesca a rendere piacevole
anche un’attività che, svolta quotidianamente soprattutto nelle mattine
invernali, non sempre crea entusiasmo. Oppure che la presenza di Fulvio (il
direttore del Coro S. Giovanni Battista città di Cassino che da alcuni mesi ci
ha messo a disposizione la sua professionalità … n.d.r.) riesca a fare
“miracoli” riuscendo a far cogliere la nota giusta anche a quelli più stonati!
E' evidente dunque che persone come Vincenzo, Alessio, Nadia, Fulvio e
molti altri volontari che ci regalano un po' del loro tempo, sono per noi
“risorse preziose” per riuscire a tirare fuori i ragazzi dalla loro congenita
apatia nei confronti della vita.
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E' per questo che mi sento di ringraziare tutti per la dedizione e la
disponibilità che ci dimostrano e l'amicizia di cui ci fanno dono!

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Gli strumenti della narrazione
Alessio Strazzullo

Ho capito che avremmo fatto sul serio quando Enzo, al tempo educatore
nella comunità di Fondazione Exodus Onlus di Cassino, ha accettato di farsi
intervistare. Non da me, al quale avrebbe dato una serie di risposte
probabilmente prevedibili, ma dai ragazzi della Bottega, i suoi ragazzi,
quelli che seguiva da qualche mese, in alcuni casi, o da qualche anno in
altri.
Non è stato tanto per il fatto che ero fiducioso che i ragazzi avrebbero fatto
le domande giuste, anche se come si sa nulla è più importante di una
domanda giusta ai fini di un’intervista. E’ stato perché in tutto il “casino” che
stavamo mettendo in piedi (un casino controllato e metodologicamente
accurato, sia chiaro) un operatore della comunità si stava prestando ad un
gioco molto serio. Sui nostri spazi online, abbiamo caricato un video che
mostra proprio questa intervista. C'è un momento in cui compaio
nell'inquadratura - la telecamera era stata affidata a S. che in passato aveva
lavorato come operatrice video - in cui si vede chiaramente il mio sguardo
cambiare espressione. Non che ci fossimo mai lasciati sfuggire quanto quel
luogo fosse pieno di possibilità, pieno di vita e di reali esperienze da
condividere sin dal primo momento in cui abbiamo messo piede al di qua
del cancello, ma in quel momento - credo si trattasse del secondo o del
terzo incontro - ho capito che saremmo andati fino in fondo.
Da un lato quindi abbiamo un operatore, una delle guide dei ragazzi e
delle ragazze della comunità che hanno intrapreso un percorso per
liberarsi da una dipendenza, e dall'altro i ragazzi stessi, che con telecamera
alla mano e registratore pongono delle domande all'operatore. Domande
scelte e formulate durante la prima riunione di redazione, buone domande
che ottengono buone risposte.

Il primo incontro, una settimana prima, aveva visto come protagonista un
oggetto materiale, la piccola camera dolly che con i miei colleghi ed amici
avevo costruito per girare una sequenza con carrellata in un documentario
che stavo girando. Cosa c'entra la camera dolly con il percorso di
Storytelling, comunicazione e di citizen journalism che stavamo
impostando nella comunità di Cassino di Fondazione Exodus? Non era
tanto l'oggetto in se a spingermi a partire da lì, ma il modo in cui l'avevamo
costruito. Insieme, certo, con altri tre amici dalle competenze più variegate,
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ma soprattutto grazie alla rete e grazie a due ragazzi indiani che avevano
permesso a tutti di scaricare i progetti per costruire un prototipo
modificabile. Ecco apparire la rete quindi, come un moltiplicatore di
possibilità.

Poi siamo passati all'analisi dei modi attraverso i quali si può stare in rete,
abbiamo analizzato come lavorano i giornali sul web ed abbiamo discusso i
temi caldi a riguardo: il rapporto tra blog e giornali, il modo attraverso il
quale si veicolano le notizie, l'ossessione per le visualizzazioni (la versione
più moderna della corsa alla notizia a tutti i costi), i procedimenti, spesso
facilmente interpretabili alla base, della capacità di un contenuto di essere
appetibile o no.
La prima cosa che noto, è non è banale, è il modo in cui recepiscono l'idea
di informazione. Un'idea pratica, legata a quello che sulle pagine dei
giornali locali è stato scritto su di loro, spesso vissuto come gogna
mediatica.

Come si struttura un'intervista? Quali domande fare? Quali evitare e
soprattutto perché? L'idea che ci siano domande scomode, e quindi
inappropriate è un tema da affrontare, perché, così come suggeriscono i
ragazzi durante i primi incontri, uno dei problemi che riscontrano negli
esempi che studiamo è l'incapacità di affrontare frontalmente un problema
da parte del giornalista. Per quanto ci riguarda, almeno in questa prima
fase di studio ed analisi, ci affidiamo ai quattro principi alla base della
metodologia per migliorare la qualità dell'informazione sviluppata da
Fondazione Ahref: Accuratezza, Imparzialità, Indipendenza, Legalità. E la
seconda prova che affrontiamo nel laboratorio è proprio di tipo
giornalistica, molto più accurata della prima, fondata sulla volontà di
sperimentare un primo percorso, di testare l'istinto, di mettere alla prova la
risposta dei muscoli allo sparo dello starter.

È un esperimento, il secondo, di giornalismo al quadrato: intervistiamo
Carlo Ruggiero, giornalista. Durante una riunione stabiliamo le domande e
qual è il tema della nostra intervista. La scelta cade sul mestiere del
giornalista, scelta non casuale perché l'idea di raccontare il lavoro, in una
comunità che alla base del suo percorso terapeutico pone l'attività pratica,
ci sembra un buon modo per avviare un interessante percorso di
Storytelling.
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In previsione dell'aiuto che la Bottega potrà dare alle attività di
comunicazione della Comunità intera studiamo una serie di questioni
teoriche e pratiche: come strutturare un piano di comunicazione, e quindi
come comporre i comunicati stampa, un press kit e come impostare
“visivamente” la nostra comunicazione. E partiamo dalla base, dal logo che
ci dovrà identificare.
Gelosamente custodisco i fogli con le bozze disegnate quel pomeriggio, e
l'immagine di Matteo, che dopo aver visto il logo digitalizzato e chiamato in
causa per dire una battuta sul significato di quel logo (l'idea scelta nella
cinquina presentata è la sua) - battuta da inserire in un comunicato stampa
di inizio lavori della Bottega - in un primo momento mi chiede di non
inserire alla fine della citazione il suo nome.
Ne parliamo insieme, gli spiego che capisco il suo bisogno di non voler far
sapere in giro di essere in una Comunità, e che in qualche modo firmare col
proprio nome, in un posto del genere un qualsiasi prodotto, può voler dire
caricarsi di una grande responsabilità. Passano alcuni giorni, il logo viene
perfezionato e piace molto anche a graphic designer professionisti, Matteo
gira il foglio tra le mani e al momento di preparare il comunicato accetta di
firmare il logo. «Per una volta che faccio qualcosa di buono - dice -
mettiamoci nome e cognome».

Dopo una prima fase più giornalistica, nei mesi successivi ci siamo
concentrati sulle basi dello storytelling e del racconto. Da dove partire per
raccontare la comunità? Che strumenti utilizzare per invitare la cittadinanza
di Cassino a venire a vivere un luogo che ghetto non è, ma anzi, è un luogo
pieno di vita in cui si possono realizzare cose importanti? Decidiamo prima
di tutto di partire dalla verità, utilizzando tutto quello che è possibile
utilizzare: foto, video, scritti, disegni.

L'occasione per testare le nostre capacità su un prodotto audiovisivo
arrivano quando Luigi Maccaro, la cui pazienza, cortesia e fiducia nei
confronti del progetto non è mai venuta a mancare nonostante le difficoltà,
ci propone di realizzare un paio di video. Il primo è uno spot per la 99°
giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati, in cui decidiamo di
raccontare in un video molto breve, la storia di Asif, uno dei ragazzi ospiti
della comunità, fuggito dall'Afganistan a soli diciassettenne anni.

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Scegliamo uno stile, ci dividiamo i compiti e facciamo del nostro meglio. F.
fa l'operatore, io gli controllo il fuoco sul monitor, T. è il fonico di presa
diretta, gli altri ragazzi bloccano le attività della comunità per qualche
minuto. Il risultato ci soddisfa e molto anche, ma è con il secondo video che
testiamo davvero le nostre capacità. Per la prima volta calchiamo un terreno
difficile, quello della testimonianza. La comunità parteciperà ad un incontro
che ha come tema la violenza sulle donne, e dobbiamo raccogliere il
racconto di due ragazze, provare a trasformarlo in un video che riesca in
qualche modo ad essere efficace ma che allo stesso tempo abbia rispetto
della storia che raccontiamo, e dei visi di chi ci parlerà.

Dopo una lunga riunione, ad L. viene un'ottima idea. Piuttosto che
riprendere il testimone di spalle, dice, perché non provare a raccontarlo
solo con le parole, e le immagini di mani ed occhi? Gli spiego che è una
cosa ottima da cui partire, ma che è una tecnica abbastanza consumata
quella di utilizzare una voce narrante e immagini di copertura per
nascondere i volti. Ma commetto un errore, perché in un primo momento
sottovaluto l'idea di L., che mi si avvicina e mi spiega meglio cosa vuole
fare: due telecamere che riprendono le reazioni di occhi e mani in tempo
reale, e contemporaneamente al racconto cogliere l'emozione attraverso i
più impercettibili segnali del corpo, senza utilizzare in una seconda fase
immagini di copertura. L'idea non solo è molto buona, è ottima e la sua
resa davvero emozionante. Certo, in parte dipende dalle nostre due storie,
storie dure e vere, terribili nella loro spietatezza, ma in parte anche dallo
stile scelto: liberate dalla paura di mostrare il proprio volto, le due testimoni
rivelano davvero se stessi, e lo fanno nel modo più incisivo possibile, con
sguardo, lacrime, occhi e mani.

Contemporaneamente lanciamo il primo numero del nostro giornale BEA
Magazine, completamente realizzato all'interno della Bottega, con l'aiuto di
Fabio Ariano, altra figura chiave del progetto. A guidare il progetto
editoriale sempre la voglia di raccontarsi, attraverso la scelta di un
argomento e di un percorso tematico da sviluppare.

La nostra voglia di dimostrare, appoggiati in maniera incondizionata da
Luigi Maccaro, che le attività di Storytelling e comunicazione possano in
qualche modo migliorare il percorso dei ragazzi e la vita stessa della
comunità, la capacità di Vincenzo di scovare possibilità e di avviare percorsi
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di senso, il mio lavoro e quello degli operatori e volontari che ci hanno
aiutato nella prima fase (su tutti Enzo Passaretti, Andrea Volante, Fabio
Ariano, Egidio Cavallaro, Chiara Soave e Ambra Dell'unto) ci porta a
chiederci sosa possiamo fare di più. Che l'incontro tra Fondazione Exodus
Onlus e Fondazione Ahref abbia portato dei primi risultati è indubbio, che
la Bottega debba fare un salto di qualità, anche.
Ci proviamo, e i nostri sforzi vengono premiati quando Rosy Marino,
supervisore del progetto educativo, ci informa che questa attività di
Storytelling e Comunicazione diventerà uno dei settori della Comunità.
Questo vuol dire che esattamente come per i lavori quotidiani in cucina e
nella lavanderia, nell'orto e nel reparto manutenzione, ci sarà un gruppo di
ragazzi che ci dedicherà tempo e si occuperà dei lavori della Bottega
durante tutta la settimana (rimando, per considerazioni più specifiche
riguardo il percorso terapeutico e l'aiuto del nostro progetto alle parole di
Rosy Marino).

I miei viaggi da Napoli a Cassino si intensificano e passano a tre volte alla
settimana, prevediamo incontri in mattina e pomeriggio, lavoriamo
intensamente (anche grazie all'aiuto di Federica Palmirani). Consapevoli,
però, che le riflessioni sulla Comunità e su come poterla raccontare non
possano prescindere dalle considerazione dell'intero gruppo di abitanti
della Comunità stessa confermiamo alcune ore per svolgere una riunione
plenaria alla settimana, per condividere temi, scegliere gli argomenti da
trattare su BEA magazine, discutere di come portare avanti i lavori, farci
venire nuove idee ed ipotizzare nuovi percorsi.

Esperienza molto forte l'organizzazione degli eventi della Mille Giovani Per
la Pace 2013, tenutasi dal 2 al 8 settembre, evento che la Comunità Exodus
di Cassino porta avanti da 19 anni. La Bottega ha avuto un ruolo
organizzativo importante, gestendo la comunicazione dell'evento a 360°.
Una settimana intensa, passata all'interno della comunità, raccontando in
rete quello che accadeva, tra musica ed incontri di altissimo spessore come
quello con padre Alex Zanotelli. Durante la manifestazione la bottega ha
realizzato un video per raccontare l'evento, presentato la sera della
chiusura.

Il quarto numero del giornale, arrivato dopo il primo numero di
presentazione, un numero sulla condivisione ed un numero sul lavoro ben
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fatto, tratta del reinserimento lavorativo. In redazione, dopo aver discusso
tanto, è venuta a G. un'idea molto interessante. Per ottenere risposte
sincere, riguardo la possibilità o meno di dare ad un ex-tossicodipendente
un lavoro per ricostruirsi una vita, abbiamo postato una domanda su Yahoo
Answers. E di risposte, alcune molto dure, ne abbiamo ricevute molte. Ma il
numero del magazine che ne è venuto fuori crediamo sia molto valido,
proprio per la capacità che ha avuto la redazione di mettersi in discussione
in maniera così netta.

Prima di lasciarmi andare ad una serie di considerazioni più personali,
riguardo quanto quest'esperienza possa aver modificato alcuni miei
orizzonti che consideravo immutabili, vorrei spendere alcune righe per
descrivere alcuni comportamenti, secondo me molto indicativi, ed alcune
risposte dei partecipanti al laboratorio.
La frase è condensata in un pensiero di P., altro membro attivo nella
redazione, che chiamato ad esprimersi sull'ultimo numero del magazine
prodotto ha fatto spallucce ed ha aggiunto: «E pensare che avevamo
cominciato con gli sbadigli e i “vaffanculo”».
Si, proprio così, non è sempre stato tutto rose e fiori, e mai lo sarà, perché
come ha scritto Vincenzo “loro se stanno lì non è mica perché ci sono venuti
a passare le ferie”. E le criticità sono alte, perché immaginare una Comunità
come un luogo in cui le cose accadono lentamente o in cui - peggio ancora
- non accade nulla vuol dire commettere un errore.
Tra chi decide di andare via, chi molla prima del tempo, chi è costretto a
farlo, chi torna, chi decide di occuparsi d'altro, chi perde fiducia, si rischia di
non farcela, di perdere la direzione, di non riuscire a portare a termine
quello che si è cominciato. Il gruppo si modifica, e quando arrivano ragazzi
nuovi bisogna ripartire. Ma quella frase di P., quella frase contiene una
verità difficile da mettere in discussione. Nel corso dei mesi - anche chi non
riponeva fiducia nei lavori della Bottega ha cambiato idea. Penso al primo
gruppo con cui abbiamo lavorato in maniera continuativa, penso a G., S. e
F., che hanno prodotto materiale eccellente, articoli di alto livello la
seconda, fotografie piene di intuito e talento la terza, e mostrato, nel caso
di G., capacità organizzative davvero di altissimo profilo, nonostante nelle
prime settimane di attività fossero molto scettiche a riguardo, spaventate
dalla possibilità di firmare un lavoro, di attribuirsi un merito.
Richiamo la frase di M., quella che ho citato all'inizio: «Per una volta che
faccio qualcosa di buono mettiamoci nome e cognome». Si, perché alla
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fine, scavando tra le tante cose fatte, risplende il nucleo più puro della
questione: la creazione di qualcosa di bello, di utile, di ben fatto e
prendersene i meriti. E in un'attività di Storytelling o giornalistica, o che più
comunemente viene definita autoriale, si è più portati a mostrare se stessi.
Si è spinti a mostrarsi di più. Accade a F., che in un articolo su Bea Magazine
#3 racconta del proprio lavoro, e parla dei motivi che l'hanno spinto ad
entrare in Comunità. Nonostante potesse scegliere di non farsi fotografare,
di non mostrare il suo volto, preso atto dell'importanza delle sue parole, del
racconto fatto, di ciò che ha voluto comunicare, decide di pubblicare una
sua foto. Un atto estremamente coraggioso, forse, o molto consapevole,
più vicino all'accettazione di se stessi che ad altro.

Imparare a comunicare, a raccontare se stessi. Ma non banalmente, come
sentiamo spesso, per mettere in atto false rappresentazioni di sé, ma per
costruire percorsi di senso, per riflettere sulla propria storia, per trasmettere
qualcosa a chi verrà dopo di noi, imparare, insomma, a prendersi cura di
ciò che abbiamo da raccontare, per rimettere in circolo ciò che abbiamo
vissuto, per fare in modo che sia utile a noi stessi e agli altri. Ed oggi, oltre a
poter essere autori, possiamo essere autori insieme, condividendo grandi
narrazioni, grandi percorsi d'inchiesta, intrecciando pensieri e competenze.
Uno dei punti di partenza di questa bella esperienza, base mai venuta
meno a quello che è di fatto un lavoro di ricerca, è la voglia di non “fingere”.
Abbiamo fatto sul serio fino ad ora e continueremo a fare sul serio,
mettendo in condizione i gruppi di lavoro che verranno, di diventare autori
come quelli che li hanno preceduti, protagonisti: di renderli, così come intuì
T. all'inizio del nostro percorso buttando giù alcune idee per il titolo del
comunicato stampa, “Da cavie” dei “cittadini reporter”.

Storytelling, condivisione, sensemaking, comunicazione. Parole già presenti
nella Comunità di Cassino prima che arrivassimo noi, perché in un luogo
del genere, se viene a mancare la comunicazione rischia di saltare tutto.
“Parola” la chiamano, essenzialmente, per definire quel momento in cui ci si
riunisce e si fa il punto della situazione, si discute delle ultime novità, di
qualcosa di bello o brutto che è accaduto, di qualcosa che possa
modificare i rapporti interni. O semplicemente si dice la propria su di un
argomento.
Quale luogo migliore, quindi, per ragionare sul Sensemaking e gli aspetti
che lo compongono? Quale sfida migliore da raccogliere di quella che
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vede come protagonisti i ragazzi e le ragazze della comunità e come
obiettivo il racconto di una realtà poco conosciuta?

Per chi ama le storie, e soprattutto per chi ama ascoltare quelle degli altri,
un'esperienza del genere è come una corsa sulle montagne russe. Esistono
territori di confine, in cui accadono cose che la maggior parte di noi ignora.
Scoprire questi luoghi, entrare in contatto con queste storie può
rappresentare un punto di svolta per rimettere in discussione i nostri
orizzonti immutabili, quelli personali, e quindi della società intera. Allo
stesso modo, probabilmente, c'è bisogno che questi luoghi riescano a
raccontarsi in maniera adeguata - ovviamente quanto basta e senza mettere
in pericolo il piano educativo e terapeutico - per diventare luoghi in cui
passare e trascorrere tempo da ospiti possa essere piacevole ed educativo.

Cosa diventerà la Bottega Exodus Ahref? Dipenderà molto da ciò che
decideremo, ma anche molto dalle risposte che avremo. L'idea che questo
luogo possa diventare un centro d'aggregazione per il territorio è un'idea
che ci affascina e ci convince, di non facile realizzazione, ma la Bottega può
essere un motore capace di spingere verso questa direzione.
E poi ci sono i rapporti personali e gli orizzonti che cambiano. Le certezze
messe in discussione, l'impatto con storie difficili che mettono a dura prova
le cose in cui credi, i dubbi, i forti rapporti personali che si possono
instaurare in luoghi del genere. E l'esperienza, che considero preziosa e
impagabile, di mettere in discussione e alla prova la propria professionalità,
arricchendo la propria cassetta degli attrezzi di strumenti che solo luoghi
del genere ti insegnano ad usare, o a rispolverarne altri che credevi non
servissero più.

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Per saperne di più

Bottega Exodus Ahref
Lo spazio della Bottega su Timu, media civico realizzato da Fondazione
Ahref.
https://timu.civiclinks.it/it/m/inquiry/bottega-exodus/

BEA Magazine
La pagina online che raccoglie i numeri del periodico prodotti dalla
Bottega.
http://issuu.com/bottegaexodusahrefcassino

Canale Youtube
https://timu.civiclinks.it/it/m/inquiry/bottega-exodus/

Pagina Facebook
https://www.facebook.com/bottegaexodusahref.cassino

Fondazione Exodus Onlus
www.exodus.it

Fondazione Ahref
www.ahref.eu

Scriveteci
bottegaexodusahref@gmail.com
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About us

Luigi Maccaro è in Exodus dal 1994, prima come volontario, poi come
operatore, dal 1999 come Responsabile della sede di Cassino.
E’ Presidente dell’Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze e membro
del Consiglio Direttivo di Comunitalia, organo consultivo della Presidenza
del Consiglio dei Ministri.
Tra le numerose esperienze precedenti è stato Presidente del CdA della
Coop. Kelle terre, Presidente di CO.E.SO. (Consorzio per l’Economia
Sociale), componente della Commissione consultiva in materia di
Dipendenze patologiche nel settore della prevenzione, del consumo e
dell’abuso di sostanze psicoattive, nonché della cura e del reinserimento
sociale dei tossicodipendenti, componente della Commissione degli
operatori e degli esperti sulle tossicodipendenze, componente del Gruppo
di lavoro della Consulta degli esperti e degli operatori sociali del Ministero
della Solidarietà Sociale, su: Il sistema dei servizi: integrazione,
coordinamento e governance, Responsabile del Servizio Civile Nazionale
per l’Amministrazione provinciale di Frosinone.

Rosy Marino, psico-pedagoga, è docente di ruolo utilizzata dall’anno
scolastico 1997/98 presso la Fondazione Exodus, sede di Cassino (FR), per
svolgere attività di prevenzione del disagio psico- sociale, assistenza, cura,
riabilitazione e reinserimento di tossicodipendenti ai sensi della Legge
23.12.98 n. 448.
E' la responsabile del progetto educativo della sede; coordina l'equipe
educativa, la programmazione e la realizzane delle attività educative rivolte
ai ragazzi ed i PEI (progetti educativi individualizzati); coordina il “Progetto
Famiglie” destinato ai familiari dei ragazzi; coordina gli incontri di
prevenzione realizzati in sede con le scuole del territorio; è tutor referente
per i tirocini formativi delle studentesse universitarie di scienze
dell'educazione.
Ha partecipato al coordinamento ed alla realizzazione di progetti di
cooperazione internazionale promossi dall'Associazione “Educatori senza
Frontiere” in Madagascar, Kenia, Patagonia negli anni 2002 - 2007.

Vincenzo Moretti, sociologo, dirige la sezione Società, Culture e
Innovazione della Fondazione Giuseppe Di Vittorio.
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E’ responsabile della disseminazione dei risultati e dell’analisi delle possibili
ricadute socio-economiche di progetti di ricerca in campo energetico
nell'ambito del progetto ICT based Intelligent management of Integrated
RES for the Smart Grid optimal operation - I3RES del Dipartimento di
Ingegneria dell'Università del Sannio.
E’ ideatore di Le vie del lavoro, attività di narrazione e inchiesta partecipata
promossa da Fondazione Ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio.
Innovazione e cambiamento (culturale, sociale, tecnologico) sono i muri
maestri della sua attività di studio e di ricerca. Sensemaking, decision
making, organizing, serendipity, storytelling, processi di competizione –
collaborazione, apprendimento i tag che lo aiutano a saperne di più.
E’ autore di numerosi volumi. Testa, Mani e Cuore, il romanzo del lavoro
ben fatto, è nelle librerie da Marzo 2013. Per Ediesse ha scritto anche Bella
Napoli (2011, 2 ed.), Rione Sanità (2011, con Cinzia Massa), Dizionario del
pensiero organizzativo (2008, 3 ed.).
È stato professore a contratto di Sociologia dell’organizzazione presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno.
Scrive attualmente per Resto al Sud, Nòva100 - Il Sole 24 Ore, Rassegna
Sindacale, Rassegna.it

Alessio Strazzullo, giornalista ed autore multimediale, da diversi anni è
impegnato nella ricerca di storie di lavoro ben fatto e approccio artigiano
per “Le vie del lavoro” inchiesta partecipata promossa da Fondazione Ahref
e Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Regista (Tutti i cinesi conoscono il Kung
Fu, La tela e il ciliegio, La notte del lavoro narrato - anteprima). Sensemaker
e storyteller, adora ascoltare le storie degli altri, e riflettere sul modo
attraverso il quale queste ultime possano cambiare il senso e la cultura di
società, organizzazioni e comunità. E’ autore di “101 tesori nascosti di
Napoli da vedere almeno una volta nella vita” (Newton Compton, 2012)
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