Antonio Montanari

Giornalismo riminese.
Appunti sparsi.





1. 2007, il «Carlino» di Rimini ha 50 anni
Mi hanno detto che il «Carlino» ha festeggiato i 50 anni della sua
pagina riminese. Auguri.
Sono affezionato alla redazione del 1960-62, quando da
studentello vi feci un apprendistato fondamentale sotto la guida
del capo-pagina prof. Amedeo Montemaggi, un giornalista di
vaglia e soprattutto un maestro di cronaca dalla rara efficacia e
intelligenza delle cose.
L'idea di riempire le giornate con un diversivo allo studio
universitario, mi venne appena conclusa la sessione d'esami
dell'abilitazione magistrale (la nostra non era allora chiamata
maturità).
Dissi a mio padre se mi poteva presentare a Montemaggi che lo
conosceva bene.
Una mattina di fine luglio andammo mio padre ed io in piazza
Cavour, ed incontrammo Montemaggi proprio sulla porta del
palazzo dove ha tuttora la sede il «Carlino» riminese.
Dopo i convenevoli di rito, Montemaggi mi disse una cosa che ho
sempre conservato in memoria come prima regola del lavoro di
cronista: «Bisogna imparare a lavorare di corsa. Ieri sera ho
fatto in tre quarti d'ora un pezzo di due cartelle e mezzo per
l'edizione nazionale».
In quella regola c'è tutto quanto è utile ai cronisti (e anche ai
blogger) in certi momenti. Ovvero concentrarsi sull'argomento,
saper tirare fuori tutto quello che serve, scrivere, rileggere e
spedire...
Allora non c'erano né telescriventi né computer, si andava col
«fuori sacco» in stazione o al massimo per le cose urgentissime
si ricorreva telefono. Che andava però usato con parsimonia per
non essere sgridati dall'amministratore bolognese, tal Barbieri,
celebre, temuto e tiratissimo.
Il vice di Montemaggi (che cominciava allora le sue ricerche sulla
Linea gotica) era Gianni Bezzi, studente in legge, bravo,
intelligente e soprattutto amico, nell'impostarmi sul lavoro di
ricerca della notizia e nella stesura dei breve testi di cronaca.
Bezzi ha poi lavorato a Roma al «Corriere dello Sport».
Corrispondente da Riccione era Duilio Cavalli, maestro
elementare, e conoscitore dei segreti dello sport, materia affidata
per il calcio al celebre Marino Ferri. Mentre «Isi», Isidoro Lanari,
curava le recensione cinematografiche.
E poi c'erano i padri nobili del giornalismo riminese che
frequentavano la nostra redazione. O che collaboravano allo
stesso «Carlino». Giulio Cesare Mengozzi, antico amico della mia
famiglia, sostituiva Montemaggi durante le sue ferie. Luigi
Pasquini, una celebrità che non si fece mai monumento di se
stesso, ed ebbe sempre parole di incoraggiamento con noi
giovani. Ai quali Flavio Lombardini offrì di collaborare alle sue
iniziative editoriali.
C'era poi la simpatica e discreta presenza di Davide Minghini, il
fotoreporter, l'unico che aveva un'auto con cui andare sul luogo
di fatti e fattacci.
Arrivò ad un certo punto Marian Urbani, il cui marito gestiva
l'agenzia di pubblicità del «Carlino». Si mise a fare la simpatica
imitazione di Elsa Maxvell, la cronista delle dive americane. Dove
c'era mondanità c'era Marian che le ragazze in carne
corteggiavano per avere appoggi in qualche concorso di
bellezza....
C'era poi un collega giovane come me, che era figlio di un
poliziotto, e che andava in commissariato a rubare le foto degli
arrestati dalle scrivanie dei colleghi di suo padre. E noi le
dovevamo restituire...
C'era una bellissima ragazza, Nicoletta, che da allora non ho più
rivisto a Rimini. Ricordo una simpatica serata che Gianni ed io
trascorremmo con lei ed una sua amica inglese al concorso ippico
di Marina centro. Cercavamo di insegnare alla giovane
d'Oltremanica tutte le espressioni più strane del parlare corrente
italiano, al limite di quello che il perbenismo di allora poteva
considerare turpiloquio. Ma la frase più ardita era
semplicemente: «Ma va a magnà er sapone».
Leggo sul Carlino-on line le parole di Piero Meldini per i 50 anni
dell'edizione riminese: «Chiunque sapesse tenere in mano una
penna (tenerla bene) è passato dal Carlino».
Posso di dire di aver fatto con Montemaggi, Bezzi e Cavalli una
gavetta che mi è servita sempre. Forse appartengo ad una
generazione che è consapevole dei debiti verso i maestri che ha
avuto.
Forse ho la fortuna di essere consapevole dei miei molti limiti per
poter riconoscere l'aiuto ricevuto nel miglioramento dalle persone
con cui sono venuto a contatto allora e poi. Fatto sta che quei
due anni nel «Carlino» per me sono stati fondamentali.
Studio e passione per argomenti diversi hanno la radice in quella
curiosità che mi insegnarono essere la prima dote di un cronista.


2. Gianni Bezzi.
Gianni Bezzi scomparve giovedì 17 febbraio 2000, a 60 anni. Lo
ricordai sul web con queste righe.
Aveva debuttato al "Carlino" riminese, come vice-capopagina. Ma
uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna
nella redazione centrale, lo ha buttato sulla strada.
Ha diretto poi a Rimini il periodico "Il Corso". Nel 1969 è stato
assunto a Roma al "Corriere dello Sport", dove è rimasto fino alla
pensione. Ha scritto anche un volume su Renzo Pasolini ed ha
curato, nel 2006, un libro sullo sport riminese nel XX secolo.
Persona buona ed onesta, professionista serio, amico di una
lontana giovinezza nel mio debutto giornalistico, lo ricordo e ne
piango la scomparsa con animo rattristato. E queste parole
possano farlo conoscere anche fuori della Rimini astiosa dove
venne tradito e ferito dal disonesto comportamento di chi volle
ostacolargli una carriera meritata per la correttezza umana e
professionale.

Sul settimanale Il Ponte pubblicai questo articolo a lui dedicato
(Tam Tama 749, febbraio 2000).
Ciao, Gianni
Quando qualcuno si metterà a scrivere con completezza ed
onestamente una storia del giornalismo riminese di questi ultimi
cinquant'anni, dovrà dedicare un capitolo a Gianni Bezzi, appena
scomparso a Roma, dove aveva lavorato per tre decenni al
"Corriere dello Sport" come cronista ed inviato speciale.
Lo ricordo con infinito dolore. Ho perso un amico onesto, buono,
corretto.
Ci eravamo conosciuti nel 1960 alla redazione riminese del
"Carlino", dove guidava con serenità e buon gusto il lavoro di un
gruppo di giovani, molti dei quali poi hanno cambiato strada, chi
ora è architetto, chi docente universitario.
C'era uno di noi, figlio di un questurino, che a volte voleva fare
degli scoop e prelevava in Commissariato le foto degli arrestati,
poi arrivava una telefonata e noi le dovevamo restituire.
Gianni amava lo sport che aveva in Marino Ferri la penna-
principe del "Carlino". Fece il corrispondente locale del "Corriere
dello Sport". Aveva un linguaggio asciutto, il senso della notizia,
era insomma bravo.
Un bel giorno, mentre frequentava già di sera la redazione
bolognese del "Carlino", dopo aver lavorato al mattino in quella
di Rimini, e mentre gli si prospettava un trasferimento sotto le
due torri, successe questo, come si ascoltò a Palazzo di Giustizia:
risultò che lui in ufficio c'era andato così, per sport.
Diresse poi un nuovo giornale "Il Corso", che usciva ogni dieci
giorni. Mi chiamò, affidandomi una pagina letteraria (che
battezzai "Libri uomini idee", rubando il titolo ad una rubrica del
"Politecnico" di Vittorini), ed anche una rubrica di costume
("Controcorrente") che firmavo come Luca Ramin.
Fu un sodalizio di lavoro intenso ed appassionato. Mi nominò
persino redattore-capo, e credo che sia stato l'unico errore della
sua vita.
Per Marian Urbani inventai una sezione definita "Bel mondo", nel
tamburino redazionale. La cosa fece andare su tutte le furie il
giornale del Pci che ci dava dei "fascisti" ogni settimana,
avvantaggiandosi su di noi che, come ho detto, andavamo in
edicola solo tre volte al mese. E non sempre.
Nel gennaio del 1967 il nevone ci fece saltare un numero. Due
anni dopo, Gianni fu assunto a Roma.
Queste mie misere parole possano, in questa città di smemorati,
ricordare un giornalista che proprio a Rimini ha dedicato la sua
ultima fatica, un libro sullo sport del '900. Ciao, Gianni.

Nel 2011 sul "Ponte" nella rubrica speciale sui 150 anni dell'Unità
d'Italia, scrissi queste righe (puntata 6).
Valfredo Montanari raccontò a Gianni Bezzi («il Resto del
Carlino», 13.2.1962): «Il vero successo si ottenne l'anno
successivo. Il 5 agosto 1937, cinquemila persone affollarono il
parco del Kursaal» che non era soltanto «il più raffinato edificio
della città» ma anche uno dei 'personaggi' che «diedero la loro
impronta, la loro voce, il loro spirito alla storia di una marina che
accolse gente di ogni Paese».
Come ogni bella idea riminese, non va avanti. Per il festival, nel
dopoguerra ad imitarci ci pensa Sanremo. Dove (1951) si sente
un "Grazie dei fior". Rivolto a Rimini?


3. Silvano Cardellini.
Nel 2006 era scomparso Silvano Cardellini, anche lui celebre
firma del «Carlino». Oggi lo celebrano, ma non fu sempre
trattato bene da quel giornale. Allora osservai in ricordo del caro
amico:
«Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per
colpa di chi, forse per il fatto che (come hai scritto tu) «normali
non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se
avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di
alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche
se esse stanno ben lontane dall'informazione della quale a Rimini
non frega nulla a nessuno».


4. Giulio Cesare Mengozzi.
"Mengozzi, la passione per la Storia di Rimini", era il titolo del
pezzo apparso su "il Ponte", n. 7, 1988. Eccolo.
Giulio Cesare Mengozzi è scomparso mercoledì 4 febbraio all'età
di 88 anni. È doveroso ricordarlo non soltanto per la sua lunga
militanza giornalistica sulle colonne dei giornali cittadini, ed in
particolare di quelli cattolici, ma soprattutto per la meritoria
passione con cui sin dalla giovinezza ha saputo coltivare gli studi
storici, raggiungendo in essi una rara competenza.
Egli sapeva metterla a frutto, oltre che per sé e per le pagine che
componeva con una diligenza che mai soffocava il guizzo
narrativo ed il gusto della notizia, anche per quanti, e sono
sempre stati molti, gli chiedevano un suggerimento,
un'informazione con cui aprire una pista di ricerca oppure
compilare una lista di testi da esaminare.
Aveva lavorato per molti anni nella nostra grande
Gambalunghiana, e come pochi altri ne aveva esplorato gli angoli
più nascosti. Cito un saggio sulle biblioteche appartenute agli
Ordini monastici soppressi in età napoleonica, apparso nella
locale Rivista Diocesana, che in poche pagine offriva un nuovo
strumento d'indagine a proposito di quel grande mare
inesplorato e pieno di sorprese che sono appunto le collezioni di
testi.
Anche laicamente bisogna forse credere alle «vocazioni».
Mengozzi l'aveva per tutto quanto costituiva la vita della città, il
suo presente ed il suo passato. Come pochi altri, egli ha sempre
avuto forte e pulsante lo spirito della memoria che, per avere
significato e forza, deve tradursi non in un gesto di gratuita
erudizione, ma in una testimonianza dell'ieri nell'oggi, per non
dimenticare chi aveva dato il meglio di sé nei vari settori della
nostra realtà sociale, politica o culturale, senza pregiudizi di
sorta nella scelta delle figure e degli eventi.
Dove si parlava di stampa e di storia cittadina, Mengozzi non
poteva mancare, con il suo entusiasmo, la sua capacità di
organizzare, di costruire assieme ad altre persone (ricorderemo
ad esempio la sua fraterna amicizia con Flavio Lombardini, un
altro innamorato della carta scritta e della vita 'civile', non dico
soltanto politica, di Rimini). Le pagine dei giornali e dei suoi
lavori dell'anteguerra raccontano direttamente il lavoro di
Mengozzi. Per esperienza personale posso riferire della sua
dedizione, nei primi anni Sessanta, ad un'iniziativa che le nuove
leve non hanno saputo rinnovare, l'Associazione della Stampa
riminese, che pubblicava dignitosi «Quaderni», curava
interessanti manifestazioni giocate su due toni, la celebrazione di
qualche gloria locale, ed il lancio di nuove firme, individuate in
quel mondo della scuola che cominciava a dare i suoi primi segni
di insofferenza verso la vita placida della Rimini di allora, che
scendeva nei letarghi invernali dopo gli splendori delle 'stagioni'
balneari.
Mengozzi, Lombardini, Luigi Pasquini e Davide Minghini amavano
la cultura riminese e si adoperavano per migliorarla. C'è un
valore altamente morale nel loro operato, nella loro volontà di
agire senza alcun interesse pratico, senza alcuna finalità volta
alla ricerca di un qualche prestigio, desiderando unicamente di
essere paghi di aver fatto qualcosa di utile per tutti.
In quei primi anni Sessanta ricordo Mengozzi che al Carlino
riminese sostituiva come capo-pagina Amedeo Montemaggi
quando questi andava in vacanza. Arrivava nella metà del
pomeriggio, chiedeva a Gianni Bezzi, vice di Montemaggi,
qualche notizia sul secondo "fuori-sacco" per il treno per Bologna
delle 19, non interferiva sul lavoro della redazione, che seguiva
con attenzione ma senza pedanteria. Insomma, non ci metteva
mai a disagio. E la serata si chiudeva sempre con qualche
arguzia, che Mengozzi si divertiva ad esporre come noi ad
ascoltare.
Lungo decenni di letture e raccolte di notizie, egli aveva formato
un archivio di fonti poi utilizzato per lavori pubblicati in sede
locale (come le storie del nostro turismo ed alcune piccole e
preziose guide a qualche chiesa), od apparsi su pubblicazioni di
prestigio come i volumi della Società di Studi Romagnoli, quelli di
«Ravennatensia» (l'antica Provincia religiosa ravennate), e quelli
della Storia di Rimini moderna, edita da Bruno Ghigi proprio
vent'anni fa.
Per Ghigi, Mengozzi firmò assieme a Luigi Lotti, Angelo Varni e
Piergiorgio Grassi La storia politica, occupandosi precisamente in
un lungo saggio di «Figure e vicende del Risorgimento». Il
Risorgimento fu una costante delle pagine di Mengozzi, perché in
esso trovava importanti motivazioni ideali.
Nel 1988, in occasione dell'Anno Mariano, il nostro giornale
aveva ospitato sette suoi supplementi speciali dedicati ai santuari
mariani della Diocesi.
Mengozzi aveva l'abitudine di scrivere di Storia senza
contorcimenti accademici, ma con una chiarezza cronistica che
sapeva esporre fatti, soltanto fatti, davanti ai quali il lettore
raccoglieva il risultato di una documentazione ineccepibile.
Mengozzi è anche stato sempre assiduo redattore della «Piê», la
rivista fondata da Spallicci e che compendia ancora con successo
umori, stranezze e virtù della nostra terra di Romagna. Sia
nell'impegno per i saggi di valore, sia in queste attività minori,
Mengozzi (che spesso usava lo pseudonimo Ariminello), ha
sempre lasciato il segno del suo lavoro di storico e di giornalista.
A lui, che spese tante energie nel ricordo delle generazioni
passate (nel quale ricordo faceva consistere l'intrinseca eticità di
quello stesso lavoro), speriamo sia ricambiata la memoria per
quanto realizzato durante la sua lunga vita. Per questo, nello
stringerci affettuosamente ai figli ed ai famigliari tutti, vogliamo
auspicare che di Giulio Cesare Mengozzi le nostre istituzioni
culturali possano occuparsi con un omaggio alla sua figura che
sia pure l'occasione per far rivivere una civiltà intellettuale che,
con l'aria che tira nei giornali e nella vita cittadina, corre il rischio
di svanire in una pigra, malinconica nebbia.

5. Altri appunti sparsi.
In una conferenza in ricordo di un mio caro maestro di
giornalismo ed amico prematuramente scomparso (Gianni Bezzi),
dissi che nella piazza centrale di Rimini il muro di Berlino passava
in mezzo: da una parte il Municipio e dall'altra la sede del "Resto
del Carlino". Erano (ripeto) gli anni Sessanta. Nessuna nostalgia.

Un Tama del 1993. Trecento anni fa, il 3 gennaio 1693 nasceva a
Rimini un personaggio che avrebbe caratterizzato la vita
culturale della città e dell'Italia. Si chiamava Giovanni Bianchi.
Per diventare famoso si fece ribattezzare Ianus Plancus. Grazie
all'esaltazione che ne fece lo storico Carlo Tonini, tutti ancor oggi
ne parlano ricordandone soltanto i pregi. È vero che lo stesso
Tonini ammise a mezza voce che Planco ebbe un'«indole
sarcastica e battagliera», ma questo giudizio non rispecchia in
pieno il cattivo carattere che costò al dottor Bianchi la
permanenza all'università di Siena.
Il medico riminese fu sempre un bastian contrario per vocazione,
un attaccabrighe per diletto, ed un censore petulante delle altrui
opinioni. Appena qualcuno scriveva qualcosa, lui pubblicava un
opuscolo (mai firmando con il proprio nome), per censurare,
criticare, deridere. Se fosse vissuto nella nostra città degli anni
Trenta, sarebbe finito immancabilmente nel repertorio felliniano
di quella mitologia ossessiva e retorica che si sintetizza con la
parola «riminesità».
La quale esiste purtroppo ancora. L'ultimo opuscolo dell'Apt
(«Conoscere Rimini»), è una conferma di quella mentalità che
soltanto pochi non vogliono abbandonare, quando parla ai turisti
di persone che hanno una loro "fama" limitata ad un borgo o ad
un gruppo di amici.
Sergio Zavoli, che con un romanzo ha costruito il suo
monumento alla memoria degli anni Trenta, oggi rimedita su
quei giorni, e rovescia addosso a Rimini affettuose critiche. In
una trasmissione di Telesanmarino ha detto: «Rimini non onora il
cittadino che si fa onore. È dissacrante, disincantata, ironica. Non
concede più di tanto, è scettica. La sua diversità risale al tempo
dell'inverno vissuto nei caffè, che è il suo tempo, non l'estate: e
noi d'inverno discutevamo se si dovesse dire "tela gommata" o
"gomma telata". Rimini gode nell'immaginare, nell'esagerare».
Non è un ritratto consolotario, ma un'analisi del negativo che
invade la città, con il suo voler essere contro tutto e tutti,
semplicemente per quel gusto (planchiano) di finta furbizia che
porta lo «zio pataca» di «Amarcord» a prevedere che la neve
quell'inverno non si sarebbe "attaccata". Era il '29, l'anno del
nevone.
Oggi questa «riminesità» dei bastian contrari per professione,
non si esprime più soltanto nei caffè d'inverno, ma sale alle
ribalte televisive nazionali. Così, certe stramberie che baristi
(abituati a sentirle), perdonavano un tempo con una battuta,
adesso offrono all'Italia un ritratto che non è il nostro. E nel
teleschermo a colori, predomina il rossore della nostra vergogna.
(467)

Nota. Il punto di partenza di queste pagine, sui 50 anni della
redazione riminese del «Carlino», è un testo pubblicato in un mio
blog aperto tra quelli dei lettori del quotidiano torinese «La
Stampa», aboliti poi dal nuovo direttore al suo arrivo.

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