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CARLA DI FRANCESCO A MIRANDOLA (4.5.

2014)

Ringrazio i funzionari dell’area colpita dal sisma di questo invito che ci dà l’opportunità di
presentare alcuni temi della nostra azione di tutela negli ormai due anni dagli eventi
sismici del 2012 e spero che questo momento possa essere utile a chiarire, al di là degli
slogan, quelli che sono gli snodi del restauro dei beni culturali colpiti e la strada che
abbiamo intrapreso.

Non è possibile qui riassumere l’enorme mole di lavoro che le Soprintendenze, riunite
nell’unità di crisi regionale presso la Direzione Regionale per i Beni Culturali e
Paesaggistici dell’Emilia Romagna, hanno svolto in questi due complicatissimi anni. Non
posso però non dire che gli uffici di tutela tutti hanno reagito immediatamente al colpo con
determinazione e concretezza, oltre che con la generosità e la competenza che da
sempre li contraddistingue. Coadiuvati dai vigili del fuoco e dai carabinieri del Comando
Patrimonio Culturale sono stati sul campo, anche in situazioni di oggettivo pericolo, per
censire e schedare danni, per puntellare e salvare muri ed edifici, per raccogliere macerie,
per sottrarre opere d’arte al pericolo di permanenza in chiese e musei danneggiati e
semicrollati e al pericolo di sottrazioni o di interventi spontanei, pieni di buone intenzioni
ma impropri. Per salvare archivi ribaltati e scompaginati recuperandoli in situazioni
emergenziali di grande difficoltà.

Hanno lavorato, in armonia e coesione, architetti e storici dell’arte, archivisti, archeologi e
restauratori, interni principalmente ma anche esterni, con una regia tutta interna messa a
punto prendendo atto di una organizzazione assai diversa rispetto a quella dei precedenti
terremoti, che ci lasciava ai margini delle operazioni di emergenza. Da tutto questo e da
tanto altro emerge che abbiamo, a nostro giudizio, lavorato bene. Abbiamo la mappa
precisa di geo-refenziazione dei beni architettonici colpiti e buona parte di quelli in più
gravi condizioni sono in sicurezza. Non abbiamo perso le tracce di nessuna opera d’arte,
la maggior parte delle quali è nel centro di raccolta e primo intervento di Sassuolo che
prosegue nelle attività esemplari di messa in sicurezza, anche con la collaborazione
dell’Istituto Superiore di Conservazione e Restauro e dell’Opificio delle Pietre Dure.
Abbiamo anche disposto e a breve sarà in funzione a Vignola un centro per il recupero e il
riordino degli archivi.
Abbiamo conquistato sul campo quella considerazione che per antichi pregiudizi,
ampiamente coltivati anche al nostro interno, inizialmente ci veniva negata, dalle curie,
dalle regioni, dai comuni e dai privati, che oggi invece sanno di poter contare su un
soprintendente dotato di tecniche altamente professionali e volte ad esercitare i loro
compiti, improntandoli con fermezza a principi di tutela ma con atteggiamento di apertura
e collaborazione, e ci viene riconosciuta quotidianamente anche nei casi in cui abbiamo
svolto visite guidate ai cantieri, come recentemente a Mirandola proprio su S. Francesco e
il duomo.

Sul fronte beni architettonici abbiamo esaminato, nella commissione interna di valutazione
dei progetti, 1.300 tra piccoli e pronti interventi di messa in sicurezza, urgenti puntellature,
progetti di riparazione e miglioramento sismico. Lavoriamo a fianco del Servizio Sismico
Regionale e gli uffici del Commissario Delegato per l’esame dei progetti di restauro con
miglioramento sismico, per gli edifici compresi nel piano 2013-2014. Abbiamo svolto
interventi di coperture provvisorie e messa in sicurezza di chiese particolarmente
danneggiate e stiamo progettando interventi per beni monumentali di proprietà demaniale:
chiese, conventi, musei, archivi di Stato.

Ora gettiamo uno sguardo sul futuro dei beni architettonici. Si tratta di chiese per
larghissima parte, ma anche di castelli, palazzi, rocche, conventi, teatri e altri. In grande
maggioranza i beni architettonici sono collocati all’interno dei centri di antica fondazione, a
testimoniare la storia artistica e culturale ma anche e soprattutto a mantenere fermi i
riferimenti civili e religiosi, assumendo spesso valori e significati di simboli della comunità
intera. Sono quindi oggetti e complessi architettonici di particolare rilevanza, inseriti in un
più generale sistema di relazioni, fatto di strade, di piazze e di case che costituiscono il
tessuto connettivo storico e attuale nello stesso tempo, dei centri urbani come il luogo
della vita che è stata interrotta il 20 maggio del 2012.
Oggi che ci ritroviamo a dover ricomporre i monumenti e gli edifici tutelati nella loro
integrità fisica, ci rendiamo conto che ogni azione in questo senso rischia di essere vana
se i cittadini non coltivano la concreta prospettiva di tornare nelle loro case. Dobbiamo in
primo luogo favorire il processo di riparazione e ricostruzione dei centri storici restituendo
vita a tessuti urbani a suo tempo usati, o creando nuova vita nei centri già in fase di
popolamento prima del sisma. Questa è la prima condizione per il recupero di una storia
delle comunità che non deve assolutamente essere abbandonata. Il tema del restauro dei
beni culturali, quindi, si pone in primo luogo come esigenza delle comunità che nel corso
dei secoli li hanno prodotti, utilizzati e modificati, e che crediamo debbano continuare a
considerarli come parte irrinunciabile della loro vita.
Com’era e dov’era hanno esclamato dal primo giorno alcuni. Dov’era ma non com’era è
stato detto da chi sa che ricostruire anche fedelmente non significa far tornare identico a
sé stesso quanto non c’è più. Da chi ritiene che per quanto si utilizzino materiali
recuperati, rilievi più che attendibili, indagini prestigiose, tecniche tradizionali e innovative
insieme a raffinati accorgimenti, la costruzione di nuovo innalzata potrà avvicinarsi anche
molto a quella perduta o quasi perduta, ma avrà sempre qualcosa di diverso e di meno,
magari dettagli, sculture, parti di soffitti dipinti o elementi di arredo o intonaci decorati,
complementi minimi non più esattamente replicabili. Ma avrà quanto meno perduto le
irriproducibili patine sedimentate nei secoli, i segni del tempo trascorso e della vita di una
quotidianità interrotta all’improvviso. E’ in questo senso che è stato coniato il dov’era ma
non com’era.

Ma il dibattito che si ferma agli slogan è sterile, e nel nostro caso emiliano oltretutto è
funzionale a descrivere in minima parte la realtà. Infatti il tema del come ricostruire si
applica appunto agli edifici che hanno subito crolli importanti, tali da aver provocato la
perdita di tutto o di gran parte della struttura, che viene così a perdere i tratti distintivi dello
spazio architettonico e che non costituiscono la maggioranza dei casi.
Rimaniamo nell’esempio delle chiese: delle 482 effettivamente danneggiate dal sisma,
nell’area cosiddetta di cratere, secondo la nostra scala di valutazioni qualitative 368 sono
quelle lesionate, 58 quelle gravemente lesionate, 45 quelle parzialmente crollate mentre
risultano 11 le chiese che si possono definire crollate.
Allora, in termini quantitativi, il tema dell’intervento post sisma sui beni architettonici non è
quello che si incentra sulla ricostruzione dei beni crollati - certo importante – e che può
essere di ricostruzione com’era dov’era, mimetica, imitativa, per analogia, dov’era ma non
com’era, in chiave contemporanea, in stato di rudere o in qualunque altro motto, suffisso o
aggettivo si voglia aggiungere. E gli edifici crollati costituiscono casi davvero speciali che
non possono essere affrontati solo su basi teoriche e di orientamento culturale, senza
aver discusso con gli enti proprietari, con le autorità religiose e civili e con le comunità il
futuro che essi si attendono di realizzare, e senza aver condiviso le linee di indirizzo e
progettuali.

La storia delle ricostruzioni dei monumenti a seguito dei disastri, per cause naturali o
belliche ci insegna, infatti, che la cultura italiana del restauro dopo aver elaborato teorie e
principi, proposto scuole e suscitato dibattiti, ha praticato soluzioni anche profondamente
diverse e concettualmente antitetiche; in dipendenza dei luoghi, delle circostanze, del
comune sentire delle popolazioni nei confronti degli edifici del loro passato. Non c’è
dubbio infatti che l’emblematico caso di ricostruzione com’era e dov’era, del duomo di
Venzone, sia frutto di un profondo attaccamento dell’intera comunità alla sua chiesa,
sentita come simbolo, e che senza questa condizione probabilmente la chiesa avrebbe
oggi un aspetto diverso che, per quanto ripristinato nelle forme, non è proprio esattamente
com’era. Ma nello stesso Friuli altre chiese sono state abbandonate e lasciate a rudere
mentre nuove architetture hanno preso io loro posto.

In Emilia, come c’era da attendersi, constatiamo che ci sono gruppi di cittadini di piccole
frazioni che si mobilitano per il recupero della loro chiesa ed altri, nelle medesime
condizioni, che ritengono inutili le azioni di messa in sicurezza, chiedendo piuttosto la
demolizione delle strutture risparmiate dal sisma. Sulla ricostruzione dei beni crollati
dunque idee, temi, moti e prese di posizione orientate dovranno confrontarsi con altre
istanze; in questi casi i tempi saranno inevitabilmente lunghi. Ma ricordiamo anche che il
duomo di Venzone è stato completato vent’anni dopo il suo crollo.
Ad oggi sono iniziati studi e rilievi, recuperi selezionati di materia, opere di messa in
sicurezza su quasi tutte le chiese crollate, come premessa essenziale per conservare le
parti rimanenti per il tempo che servirà all’elaborazione di decisioni e di progetti per forza
leggeri. Per esser chiari nulla dovrà essere abbandonato a se stesso.
La chiesa di S. Francesco, che abbiamo visto questa mattina, appartiene al gruppo delle
chiese crollate. Disponiamo oggi delle indicazioni necessarie a mettere al lavoro il gruppo
che predisporrà le linee guida per il concorso di progettazione. La volontà è quella di
ricostruire la chiesa come …. valutando proposte progettuali alternative ma che dovranno
essere coerenti alle indicazioni programmatiche del bando.

Nel ricordare che il concorso di progettazione è uno strumento molto diverso da un
concorso di idee, una precisazione mi sembra doverosa: nello stand del comune di Milano
alla Fiera del Restauro di quest’anno sono stati esposti alcuni elaborati tratti da un
concorso di idee lanciato dal comune stesso per vagliare idee in relazione al modello
urbano. Non sta a me dire se il concorso sia stato utile, opportuno o no, o entrare nel
merito di quanto ipotizzato alla scala della città. Voglio invece dire che le ipotesi del tutto
impensabili e fantasiose riguardanti S. Francesco nulla hanno a che vedere con i lavori di
conservazione e messa in sicurezza e con le nostre linee guida alla progettazione. E
colgo l’occasione per ringraziare Andrea Emiliani per avermi dato modo di capire
l’equivoco che si era verificato e di chiarire con lui alcuni aspetti del problema.
Per evitare che definizioni e slogan continuino a produrre incomprensioni che riteniamo
non debbano esistere: non siamo contrari in maniera precostituita a nessun progetto che
sia in grado di usare le parole e i concetti del restauro in modo appropriato per ciascun
edificio. Proprio noi ci siamo dedicati alla ricostituzione del piccolo oratorio di S. Luca di
Mirabello, utilizzando gli stessi materiali del crollo, anche se ancora non terminata.
Appunto parliamo di progetti e di edifici, cioè di cose concrete. Ad oggi pochi sono i
progetti, che non sono solo di chiese, con problematiche complesse di ricostruzioni che
abbiamo preliminarmente esaminato. Gli indirizzi da noi forniti raccomandano cautela,
osservazione del contesto storico, in quanto ogni crollo ha prodotto ciò che noi definiamo
una lacuna urbana, che la ricostruzione deve chiudere, ricomponendo le relazioni perdute
tra edifici e tessuto storico. Abbiamo dato indicazioni di conservazione di quanto ancora in
essere, di recupero dei materiali, ove possibile l’utilizzo di tecniche costruttive della
tradizione. In realtà quindi gli aspetti che riguardano questioni di ricostruzione nel senso
fino ad ora detto, cioè applicata ai beni crollati, cominciano ad essere affrontati in questi
mesi e saranno motivo di lavoro e discussione nei prossimi tempi.

Ma l’impegno quantitativamente maggiore per la tutela è, e sarà costituito per il prossimi
anni fino a quando non avremo finito quello di progettare e realizzare, così come previsto
dall’articolo 29 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, da interventi di
miglioramento sismico sulle strutture architettoniche, che siano calibrati correttamente
sulle indicazioni delle linee guida per la valutazione e la riduzione del rischio sismico del
patrimonio culturale, elaborate dal Ministero nel 2006; quindi sulla lettura degli edifici e
delle loro caratteristiche, sulla loro storia, sulle necessità di integrazione delle lacune
prodotte da crolli limitati, sugli elementi strutturali e il loro funzionamento. Con l’obiettivo di
fornire agli edifici i presidi tecnici che li rendano capaci di resistere ad altri possibili eventi
sismici.

Non sono pochi i problemi già riscontrati sotto questo aspetto. Problemi che tendono ad
esaltare quell’antitesi tra sicurezza e conservazione, che è invece solo il limite di chi è
disabituato a considerare il restauro architettonico come approccio integrato tra struttura e
superficie. Molti dei circa 400 interventi inseriti nel programma della ricostruzione sui beni
culturali, finanziati dal programma 2013-2014 dal Commissario Delegato, si misurano oggi
proprio con queste complesse tematiche progettuali. E per questo abbiamo promosso fin
dallo scorso anno, con gli ordini professionali, in particolare quello di Modena e Ferrara,
un corso sulle tematiche delle analisi e dell’intervento sui manufatti storici e continuiamo
incessantemente a collaborare per la crescita di una cultura della compatibilità, nelle
opere di miglioramento sismico, che interpreti un’area contigua e non troppo presente. Vi
ringrazio. Approfitto di questa occasione per comunicare che il giorno 19 maggio,
presenteremo un dettagliato resoconto consuntivo del lavoro svolto in questi due anni.
Grazie