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Il Gruppo italiano di AIPPI – Associazione Internazionale per la Protezione della Proprietà

Intellettuale

Rilevato che:

• Il legislatore italiano è intervenuto due volte nel giro di pochi mesi – prima con l’art. 17,
comma 4° della legge n. 99/2009, poi con l’art. 16 del d.l. 26 settembre 2009 n. 135 – sulla
materia dell’origine dei prodotti, peraltro già disciplinata da una fonte sovraordinata al
nostro diritto nazionale e segnatamente dal Codice Doganale Comunitario, che prevede che i
prodotti che hanno subito lavorazioni in Paesi diversi debbano ritenersi originari dell’ultimo
Paese in cui hanno subito una trasformazione sostanziale

• Su questa materia si sono succeduti negli ultimi anni numerosi interventi legislativi, spesso
emanati sotto la pressione di esigenze contingenti e privi di un disegno unitario, il che non
ha giovato alla chiarezza della disciplina e alla certezza del diritto, necessarie in tutti i campi
ma specialmente in relazione a norme sanzionatici penali o che comunque prevedono
l’applicazione di sanzioni amministrative di tipo afflittivo

Considerato che:

a. La scelta di prevedere una sanzione non per ogni ipotesi di difformità tra provenienza
geografica apparente e reale dei prodotti, ma unicamente l’ipotesi in cui l’origine apparente
sia italiana sembra dare luogo ad una disparità di trattamento, che potrebbe essere sindacata
sia sotto il profilo della violazione del principio costituzionale di eguaglianza (art. 3 Cost.),
per cui la legge non può disciplinare in modo difforme fattispecie del tutto corrispondenti,
pena l’introduzione di una ingiustificata discriminazione; sia sotto quello di una violazione
dell’art. 28 (30) Trattato C.E., che sancisce il divieto dell’imposizione di misure di effetto
equivalente a restrizioni quantitative

b. La tecnica legislativa adottata non consente di comprendere che cosa esattamente sia
sanzionato, ossia se basti la semplice apposizione di un marchio dal «suono italiano» (o
comunque che sia notoriamente italiano) o se occorra anche il compimento di condotte
ulteriori, idonee appunto a far credere al consumatore che non solo il marchio sia italiano, ma
anche che la merce contraddistinta provenga dall’Italia

c. Analogamente, non è chiaro che cosa si debba intendere per «uso del marchio, da parte del
titolare o del licenziatario», poiché tale norma potrebbe essere interpretata anche nel senso di
sanzionare già la semplice immissione in Italia di prodotti non conformi alla prescrizione,
ancorché destinati a mercati diversi da quello italiano, dove essa ovviamente non opera: il
che appare contrario alla ratio dell’intervento sanzionatorio e rischia di condurre all’abnorme
risultato di indurre le nostre imprese a spostare fuori dell’Italia la loro logistica, penalizzando
anche sotto questo profilo la competitività del nostro Paese
d. Questi difetti sono ancora più evidenti in relazione alla previsione di sanzioni penali per
l’utilizzo di «un’indicazione di vendita che presenti il prodotto come interamente realizzato
in Italia, quale “100% made in Italy”, “100% Italia”, “tutto italiano”, in qualunque lingua
espressa, o altra che sia analogamente idonea ad ingenerare nel consumatore la convinzione
della realizzazione interamente in Italia del prodotto, ovvero segni o figure che inducano la
medesima fallace convinzione», dato che la norma si sovrappone contraddicendolo al criterio
previsto dalla legislazione comunitaria per definire l’origine delle merci.

e. Egualmente non chiaro appare determinare quali siano i segni il cui uso viene vietato e
sanzionato dalla norma, posto che espressioni come «Made in Italy» devono comunque
poter essere utilizzate anche per prodotti che in Italia hanno soltanto «subito l'ultima
trasformazione sostanziale», com’è prescritto dal Codice Doganale Comunitario

f. La scelta di sanzionare questa fattispecie con una pena aumentata di un terzo rispetto a quella
prevista dall’art. 517 c.p. per tutte le ipotesi con nomi o marchi «atti a indurre in inganno il
compratore sull’origine, provenienza o qualità dell’opera o del prodotto» desta a sua volta
perplessità in termini di una possibile violazione del principio costituzionale di eguaglianza

assume la seguente
RISOLUZIONE

1. La tutela dei consumatori e delle imprese contro l’uso di indicazioni idonee ad ingannare il
pubblico in relazione a caratteristiche rilevanti dei prodotti o dei servizi per i quali esse
vengono usate richiede una disciplina il più possibile lineare, fondata su prescrizioni
generali valide per tutte le fattispecie d’inganno, conformemente ai principî stabiliti dal
legislatore comunitario e nel rigoroso rispetto del principio costituzionale di eguaglianza

2. Specialmente in materia di origine dei prodotti le disposizioni adottate dal legislatore interno
devono rispettare il divieto d’introdurre misure di effetto equivalente a restrizioni
quantitative, vietate dall’art. 28 (30) Trattato C.E., e ciò anche per prevenire il rischio di
procedure d’infrazione contro il nostro Paese

3. È dunque auspicabile una correzione delle disposizioni contenute nell’art. 16 del d.l. n.
135/2009, che eviti ogni forma di possibile disparità di trattamento e contrarietà al diritto
comunitario e chiarisca i profili di ambiguità presenti nel testo

4. Il fine di garantire direttamente determinate caratteristiche qualitative dei prodotti, tra le
quali può rientrare anche una disciplina dell’origine più rigorosa di quella prevista dal
Codice Doganale Comunitario, può essere più utilmente perseguito, anziché attraverso
l’introduzione di disposizioni ad hoc, mediante il ricorso alla registrazione – possibile anche
a livello comunitario – di marchi collettivi, strumento che consente anche di adeguare questa
disciplina alle diverse esigenze che si pongono nei diversi settori produttivi, senza ricorrere
a generalizzazioni tanto più pericolose in un Paese come il nostro, povero di materie prime e
tradizionalmente vocato ad attività industriali di trasformazione.