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Guarigione e sintesi (1918-1923

)
di Ernst H. Gombrich


(Ernst H. Gombrich, Aby Warburg. Una biografia intellettuale, cap.XI,
pp.190-197, Feltrinelli 1983)

La conferenza sul "Rituale del Serpente"

Lo scoppio della malattia mentale di Warburg coincise con
il crollo militare della Germania nell'ottobre 1918. Era
stato ricoverato in varie case di cura e infine nella clinica
di Ludwig Binswanger a Kreuzlingen. Per diversi anni le
sue condizioni erano sembrate disperate, ma nel 1923
cominciò a ristabilirsi. Chiese ai medici di poter essere
dimesso dimostrando il suo autocontrollo con una
conferenza da tenere ai pazienti della casa di cura. I medici
accettarono la scommessa, dubitando però che il miracolo
fosse possibile. Ma si sbagliavano. Warburg scelse come
oggetto la sua esperienza tra gli Indiani d'America, di
ventisei anni prima, su cui non aveva mai pubblicato nulla.
Il 21 aprile 1923 tenne la conferenza sul rituale del
serpente. Gli appunti e gli abbozzi per tale lavoro
mostrano i suoi sforzi e il suo conflitto interiore. Ma
rivelano anche quanto questo argomento significasse per
lui. Ricordava le idee degli anni universitari sulla
liberazione umana dai timori magici, le teorie di Vignoli e
di Usener che lo avevano tanto influenzato. Sentiva che la
sua malattia mentale gli aveva conferito una nuova
capacità di scrutare questi stati "primitivi" e confidava che,
descrivendoli, avrebbe ottenuto un "distacco" sufficiente
per conquistare quell'equilibrio che aveva sempre
considerato così precario.
Gran parte degli appunti e degli abbozzi che scrisse in quei
giorni decisivi ritornano inevitabilmente alle sue
precedenti riflessioni sulla natura dell'uomo primitivo. Ma
ora gli aforismi documentano una nuova coesione. Benché
siano scritti in una terminologia quasi privata che presenta
ostacoli insormontabili al traduttore, questi appunti
contengono in realtà la formulazione più esplicita che
Warburg abbia mai tentato delle sue idee. Nelle pagine
seguenti, le citazioni saranno precedute da una parafrasi,
per permettere al lettore di accostarsi al nucleo del
pensiero di Warburg senza ulteriori commenti.
L'uomo primitivo è come un bambino nel buio. E'
circondato da un caos minaccioso che mette
costantemente in pericolo la sua sopravvivenza. La
condizione umana alle origini è perciò dominata dalla
paura, da quei "riflessi fobici" a cui Tito Vignoli, studiato
da Warburg nei suoi primi anni di università, attribuiva
tanta importanza per la genesi del mito e in definitiva
anche della scienza. La nostra mente è costantemente
all'erta per assumere una posizione difensiva contro le
cause reali o immaginate delle impressioni minacciose che
ci assalgono. Un bambino al quale siano state raccontate
delle fiabe, udendo una porta scricchiolare immagina di
udire un lupo che ringhia. Lo stimolo uditivo evoca, nel
deposito della sua memoria. l'immagine di un lupo. Data
la sua condizione mentale, il lupo è una causa sufficiente
per suscitare quei particolari stimoli che condividono la
caratteristica del ringhio. Perciò, da un punto di vista
logico, l'immagine "lupo" può essere paragonata a un
concetto astratto la cui "estensione" coincide con tutte le
qualità particolari di determinati fenomeni. Il lupo
immaginario è la forma germinale del concetto logico del
"ringhio". Questo riflesso fobico che sostituisce
un'immagine conosciuta, per quanto minacciosa, alla
paura di una causa sconosciuta ha un'importante funzione
biologica: anche la causa immaginaria più terrorizzante fa
meno paura di una cosa ignota spaventevole. Il lupo
immaginario può ancora essere ucciso, propiziato, tenuto
a bada. Anziché con una forza naturale sconosciuta e
incontrollabile, l'uomo primitivo sente di avere a che fare
con un pericolo affrontabile.
Da questo punto di vista, la reazione fobica prepara il
terreno al padroneggiamento del mondo mediante l'atto
della "denominazione", e permette perciò l'avvento del
pensiero logico.

Primo appunto

E' caratteristico della mentalità mitopoietica (cfr. Tito
Vignoli, Mito e scienza) che per ogni stimolo, visivo o
uditivo, sia proiettata una causa biomorfica di natura
definita e intelligibile, capace di far assumere alla mente
delle misure di difesa. Ciò avviene ad esempio nel caso di
rumori lontani, come una porta che scricchiola per il
vento, poiché questi stimoli suscitano ansia tra i selvaggi e
i bambini, che possono proiettare in questo ambiente
l'immagine di un cane che ringhia. Analogamente, quando
un africano della tribù Bafiote paragona una locomotiva
all'ippopotamo, questo è per lui un atto di illuminismo
razionalistico: egli ingloba questo animale sconosciuto,
che avanza in modo travolgente, nella creatura che ben
conosce e che è solito cacciare e uccidere. Questo tipo di
reazione difensiva che si avvale di un collegamento tra il
soggetto o l'oggetto ed esseri dotati di grandissimo potere,
ma che si possono cogliere nella loro estensione, è l'atto
fondamentale della lotta per l'esistenza, così come è
combattuta da coloro il cui pensiero è ancora fabulatorio.
Nell'uomo primitivo la memoria funziona mediante la
sostituzione di paragoni biomorfici. Ciò può essere
compreso come una misura di difesa nella lotta per
l'esistenza contro nemici viventi che la memoria, in uno
stato di eccitazione fobica, cerca di cogliere nella loro
conformazione più evidente e distinta, e di misurarne la
forza, sì da poter prendere le misure di difesa più efficaci.
Queste tendenze non raggiungono la soglia della
coscienza.
L'immagine sostituita oggettualizza lo stimolo che ha
causato l'impressione, e crea un'entità contro cui possono
essere mobilitate delle difese.

Secondo appunto

Una creatura favolosa, che sembrerebbe il più tipico
prodotto di un gioco dell'immaginazione, è in realtà, nello
status nascendo, l'arduo risultato di una lotta per afferrare
un'idea astratta. E' un tentativo di definire l'estensione di
fenomeni che, data la loro elusività e rapidità, non
potrebbero essere inquadrati altrimenti.

Per Warburg il "riflesso fobico della proiezione di cause" è
sempre presente al di sotto della soglia della coscienza.
L'umanità non è mai riuscita a sottometterlo. Ha però
sviluppato una concezione più complessa della causalità,
in cui l'automatismo fobico è dominato. E' questa l'idea di
un nesso causale tra due immagini, ognuna delle quali è
originariamente concepita come causa immediata di una
sensazione fobica. Quando l'immaginazione mitologica
dell'uomo raggiunge questa fase di sistematizzazione, in
cui le cause mitiche sono messe in ordine e disposte in
sequenze stabili, emerge l'idea di un universo strutturato e
quindi la possibilità della scienza.
Il nesso primitivo tra due cause proiettate è quello della
maternità. Questa è la prima categoria causale. Gli alberi
genealogici degli esseri mitologici e il loro legame con la
tribù (mediante il sistema del totem) adombrano
l'immagine strutturata dell'universo che contiene i germi
del pensiero scientifico.

Terzo appunto

Nel pensiero mitopoietico la volontà che sembra
determinare gli eventi deve essere spiegata mediante la
delimitazione biomorfica, cioè mediante l'identificazione
delle cause con un organismo ben definito. Questa causa
sostituirà l'agente reale quale invece è conosciuto dalla
scienza. Ciò che è elusivo e indefinito è sostituito da
creature biomorfiche che gli animisti conoscono come
familiari e identificabili. Ogni volta che cerco di
organizzare il pensiero stabilisco dei nessi tra le immagini
che mi sono esterne. Il biomorfismo è un riflesso fobico.
L'altro è un atto cosmico... Al riflesso fobico
dell'immaginazione biomorfica manca la capacità di
condensare un'immagine cosmica fondata su un ordine
matematico. Questa distillazione oggettiva di un'immagine
può essere riscontrata tra gli Indiani americani e nella
cultura ellenistica come ricerca di un sistema armonico.
Ciò che costituisce uno straordinario progresso è il fatto
che mentre il biomorfismo reagisce alla funzione della
memoria con una misura di difesa, in questi esempi di
pensiero strutturato la mano non impugna più un'arma
ma uno strumento di misurazione, e le labbra formano dei
suoni.

Quarto appunto

La categoria primeva del pensiero causale è la maternità.
La relazione tra madre e figlio mostra l'enigma di una
tangibile connessione materiale radicata nel trauma
profondamente perturbante della separazione di un essere
vivente dall'altro. Il distacco del soggetto dall'oggetto, che
costituisce l'ambito del pensiero astratto, ha origine
nell'esperienza del taglio del cordone ombelicale. Il
"selvaggio", perplesso di fronte alla natura, è come un
orfano, privato della protezione paterna; il suo coraggio di
pensare in termini causali si manifesta per la prima volta
nella scelta di un animale-padre per affinità elettiva;
questo gli deve trasmettere quelle doti che gli sono
necessarie nella lotta contro la natura, qualità che, rispetto
all'animale, egli scopre in se stesso solo in dosi deboli e
limitate. Questa è l'origine del totemismo (Durkheim).

Come poteva l'uomo rappresentarsi un "mondo esterno"
che non fosse dotato, al pari di lui, di una sua propria
volontà? Il riflesso fobico ha popolato l'universo di forze
simili alle sue, solo più forti e più vaste. L'antilope è la
velocità in assoluto e il lupo la voracità in assoluto; onde
questi animali possono fungere da cause proiettate di
stimoli fuggevoli, alludere alla velocità o alla voracità.
L'idea di una materia inorganica e inanimata non è perciò
possibile in questo originario stadio animistico. L'uomo vi
è pervenuto soltanto mediante l'uso di strumenti. Solo
questi hanno dato all'uomo la prima nozione di un oggetto
che può essere maneggiato, collegato o separato, e così
hanno permesso quell'esperienza originaria su cui poggia
l'idea di un universo strutturato.
C'è perciò un dualismo irrisolto nel modo in cui l'uomo
reagisce alla materia inanimata che manipola. Questa
rappresenta per lui il "non-io" - quelle cose distanti prive
di volontà propria e che non necessariamente provocano
reazioni fobiche. Ma l'uomo fin dall'inizio ha usato queste
cose inanimate per ampliare l'estensione dell'io. Nello
strumento, nell'ornamento e nell'abito, l'uomo estende
l'ambito del suo io avvalendosi della materia inanimata.
Questa esperienza degli oggetti, tale che essi ricadono sia
all'interno che all'esterno del nostro io organico, è alla
base degli atti di empatia con la natura inanimata. Di fatto
la linea di confine tra io e non-io, tra il nostro corpo e il
mondo esterno, non è immediatamente evidente per
l'uomo primitivo. Ci sono infatti parti del nostro io
organico, i capelli, le unghie e perfino gli organi interni, di
cui non sappiamo molto di più che degli oggetti inanimati
che maneggiamo. In questa duplice funzione degli
strumenti - estensione dell'io e rappresentazione del non-
io - emerge una bipolarítà che può avere per l'uomo delle
conseguenze tragiche.

Quinto appunto

Il mio punto di partenza è considerare l'uomo come un
animale capace di usare strumenti, la cui attività consiste
nel connettere e nel separare. Nel corso di questa attività,
l'uomo può perdere il senso organico dell'io. La mano gli
permette di manipolare le cose che, in quanto oggetti
inanimati, mancano di un sistema nervoso, ma che
forniscono tuttavia all'io una estensione materiale. Questa
è la tragedia dell'uomo che, mediante l'uso degli
strumenti, ha trasceso la sua specifica dimensione
organica...
Qual è la causa di tutte le domande e gli enigmi che l'uomo
si pone quando l'empatia si scontra con la natura
inanimata? Essi scaturiscono dal fatto che esiste una
situazione in cui l'uomo può assimilarsi a qualcosa che gli
è estraneo, proprio manipolando o indossando oggetti che
sono esterni alla sua circolazione sanguigna. La tragedia
del costume e dell'attrezzo è in definitiva la storia della
tragedia umana, e il libro più profondo che ne parla è il
Sartor Resartus di Carlyle.

Ciò che noi chiamiamo memoria deve dunque svolgere un
duplice ruolo. E' il magazzino delle immagini che,
mediante il riflesso fobico, sono evocate sostituendo degli
esseri mitici alle cause reali. Ma è anche il ricettacolo dei
nomi e delle immagini mediante i quali giungiamo a
concepire un universo oggettivo governato da leggi. In
questo ricettacolo le nostre reazioni linguistiche agli eventi
(e alle loro immagini equivalenti) sono scelte e
immagazzinate, costituendo così la nostra permanente
documentazione dell'esperienza. Chiamiamo "espressioni"
queste reazioni, linguistiche o visuali, agli stimoli; la storia
della civiltà riguarda così le "espressioni" depositate nei
documenti dell'umanità.
La conoscenza del duplice ruolo svolto dalla memoria è di
vitale importanza per l'autoconoscenza dell'uomo. Infatti
ogni stimolo è ancor sempre capace di suscitare in noi una
reazione fobica primitiva della proiezione; ma accanto a
questa produce anche la reazione, tipica della civiltà, che si
esprime nel denominare e nello spiegare; ciò che è un altro
modo di usare le reazioni collettive del passato per
dominare le impressioni.
In questo schema evoluzionistico le attività religiose e
artistiche si collocano a mezza strada tra la proiezione
fobica di cause e il pensiero logico-discorsivo. Nella
religione infatti la causa proiettata richiede ancora un
attivo comportamento propiziatorio, che si esprime nei
rituali e nei sacrifici; nell'arte, l'immagine evocata dallo
stimolo è ancora un fine in sé. Sia l'arte sia la religione
appartengono così alla regione intermedia dell'"agire
simbolico", in cui la tragica bipolarità dell'uomo trova
espressione e conciliazione.

Sesto appunto

La memoria non è che una collezione di quegli stimoli a
cui si risponde mediante emissioni verbali (discorso
esplicito o interiore). Per questa ragione ho in mente per la
mia biblioteca una definizione come questa: una raccolta
di documenti relativi alla psicologia dell'espressione
umana. Il problema è: in che modo hanno origine le
espressioni linguistiche figurative? Quali sono i sentimenti
e i punti di vista, consci o inconsci, che guidano il loro
immagazzinamento negli archivi della memoria? Ci sono
leggi che governano la loro sedimentazione e il loro
riemergere?
Gli strumenti della mia biblioteca dovrebbero servire a
rispondere al problema che Hering ha formulato così
bene: "La memoria come materia organizzata".(1) Allo
stesso modo si dovrebbe usare la psicologia dell'uomo
primitivo - cioè il tipo d'uomo che reagisce con riflessi
immediati invece che in modo discorsivo - e anche
spiegare la psicologia dell'uomo civilizzato che si richiama
coscientemente alla formazione stratificata (cioè storica)
delle sue memorie ancestrali e dirette. Nell'uomo
primitivo l'immagine della memoria produce
un'incarnazione religiosa delle cause; nell'uomo civilizzato
un distacco mediante l'atto del denominare.
L'intera umanità è eternamente, e in ogni epoca,
schizofrenica. Da un punto di vista ontogenetico possiamo
forse descrivere una risposta alle immagini della memoria
come originaria e primitiva, benché essa continui a
sopravvivere. In uno stadio successivo la memoria non
suscita un movimento immediato, un riflesso diretto a uno
scopo - sia esso di natura religiosa o aggressiva -, ma le
immagini della memoria sono ormai consciamente
immagazzinate nelle raffigurazioni e nei segni. Tra queste
due fasi si situa un modo di manipolare le impressioni che
possiamo definire simbolico.

L'idea che la reazione originaria dell'uomo al terrore
cosmico della sua esistenza sia alla base di tutti i tentativi
di orientamento spirituale è fondamentale nel tardo
pensiero di Warburg. La storia della civiltà è per lui una
storia della battaglia contro il mostro, contro il riflesso
coatto della proiezione di cause. Non si tratta di una
battaglia che possa terminare con una vittoria definitiva.
L'idea della causa tangibile e della sua forza compulsiva è
tragicamente radicata nelle nostre menti - non possiamo
sperare mai di sfuggirvi; tutto quello che possiamo fare è
purificare e sublimare questa reazione in qualcosa di più
spirituale, di più umano. In questo atto di
spiritualizzazione delle reazioni fobiche primitive
dell'uomo riposa la nostra speranza di salvezza.
Solo poche di queste idee sono formulate esplicitamente
nel testo finale della conferenza sul rituale del serpente.(2)
Ma il concetto di "proiezione di cause" emerge
nell'interpretazione del ruolo del serpente. Per gli Indiani,
costantemente minacciati dalla carestia e dalla siccità, il
fulmine che annuncia la pioggia rappresenta una delle
forze naturali più importanti. Un bisogno vitale li spinge a
cercare di controllare le cause del fulmine, e così a
intervenire sulle condizioni atmosferiche. Dato il suo
aspetto, che corrisponde alla "forma" del fulmine, il
serpente è proiettato come causa del fenomeno: in questo
modo l'Indiano ha ottenuto un simbolo tangibile, che può
controllare per "creare" le condizioni atmosferiche. Le
danze del serpente dell'uomo primitivo sono il
corrispettivo dei risultati conseguiti dall'uomo civilizzato
nel controllo dell'energia elettrica.
All'epoca della conferenza, Warburg era però molto
lontano dall'interpretazione ottimistica dell'evoluzione
spirituale dell'umanità che aveva fatto propria negli anni
dell'università. Al contrario, considerava adesso essenziale
applicare il principio della polarità anche a questi sviluppi.
Avendo spiegato il rituale del serpente nella sua duplice
funzione di atto di magia primitiva e di tentativo di
controllare i fenomeni naturali, non voleva concludere la
sua conferenza senza sottolineare gli aspetti negativi del
dominio tecnologico sulle forze che producono i fulmini.
Egli vedeva un pericolo per l'umanità in ciò che chiamava
la "distruzione della distanza". L'elettricità addomesticata
nel telegrafo annichilisce lo spazio.
Indubbiamente questa diagnosi pessimistica era
influenzata da alcune delle paure ossessive di Warburg.
Afflitto com'era dall'ansia, aveva bisogno di rassicurarsi
con la distanza e il distacco intellettuali. Nel mondo
razionale le cose non agiscono reciprocamente a distanza
senza intermediari, come avviene nel mondo della magia e
della stregoneria. L'uomo non ha più bisogno di paure
perché può afferrare e isolare le cause mediante il
distacco, soffermandosi, per così dire, a contemplare la
catena degli eventi. Questa possibilità di conquistare
spazio al pensiero è chiamata da Warburg Denkraum, la
zona del ragionamento; egli vedeva questa possibilità di
riflessione minacciata dalla "velocità fulminea"
dell'informazione elettrotecnica. Egli non approvò mai la
trasmissione senza fili a causa del suo minaccioso
annullamento delle distanze. Che cosa avrebbe detto delle
trasmissioni televisive dalla Luna?
In una certa misura la conclusione della conferenza
tradisce l'irruzione della sua malattia mentale; ma
documenta anche il suo tendere verso una coerente
filosofia della civiltà che scuota il facile ottimismo delle
concezioni progressive, senza rinunciare al diritto di
valutare e di criticare la cultura umana passata e presente.

Riuscii ad afferrare con il mio obiettivo fotografico, per le
strade di San Francisco, il trionfatore sul culto del
serpente e sulla paura del fulmine, l'erede degli aborigeni,
il cercatore d'oro che aveva invaso le terre degli Indiani: lo
zio Sam in cilindro che incede orgogliosamente per strada
davanti all'imitazione di una rotonda classica. Molto più in
alto del suo cilindro si stendono i fili elettrici. Con il
serpente di rame di Edison, egli ha strappa il lampo alla
natura.
L'Americano moderno non teme il serpente a sonagli. Lo
caccia e lo stermina, ma sicuramente non lo adora... Il
fulmine imprigionato nel filo, l'elettricità catturata ha
creato una civiltà che si allontana dal paganesimo. Ma che
cosa mette al suo posto? Le forze della natura non sono
concepite come entità biomorfiche o antropomorfiche,
bensì come onde infinite che obbediscono alla pressione
della mano umana. In questo modo la civiltà delle
macchine distrugge ciò che la scienza, scaturita dal mito,
aveva faticosamente conquistato, la sfera della
contemplazione che crea spazio al pensiero.
Il moderno Prometeo e il moderno Icaro, Franklin e i
fratelli Wright, che hanno inventato l'aeroplano, sono i
fatidici distruttori di quel senso di distanza, ciò che
minaccia di riportare il globo nel caos. Il telegramma e il
telefono distruggono il cosmo. Il pensiero mitopoietico e
quello simbolico, nella loro lotta per spiritualizzare la
relazione dell'uomo con l'ambiente, hanno creato lo spazio
come zona di contemplazione e di ragionamento, quello
spazio che la connessione istantanea dell'elettricità
distrugge, a meno che un'umanità disciplinata ristabilisca
le inibizioni della coscienza.

Warburg non ha mai voluto che questa conferenza fosse
pubblicata; era anzi profondamente consapevole della sua
natura personale, e quindi del suo carattere di confessione
privata. Non c'è forse dichiarazione più commovente, tra
tutti i suoi appunti, dell'annotazione che pospose
all'abbozzo della conferenza, in cui rifiuta di descriverla
come un "riassunto di una spedizione antropologica". Allo
stesso tempo questa protesta rivela la consapevolezza che
la ricerca sulla natura delle "reazioni fobiche" dell'uomo lo
aveva aiutato a costruire la sua salvezza.

Settimo appunto

Questi appunti non devono essere considerati come i
risultati di un presunto sapere e meno che meno di una
scienza superiore, ma come le disperate confessioni di chi,
alla ricerca della salvezza, parla del nesso inesorabile con
cui i conflitti superiori della mente rimangono legati alla
coazione a proiettare cause corporee. Il problema più
profondo è la catarsi di questa opprimente coazione
ontogenetica a proiettare cause d'ordine sensibile. Io non
voglio che nemmeno la più lieve traccia di un blasfemo
spaccio della scienza affiori in questa ricerca comparativa
del pellerossa eternamente immutabile che vive nel
desolato animo umano. Queste parole e queste immagini
hanno lo scopo di aiutare. coloro che, dopo di me,
tenteranno di conquistare la chiarezza, e di superare così
la tragica tensione tra il pensiero magico istintivo e la
logica discorsiva. Queste sono le confessioni di uno
schizoide (incurabile), depositate negli archivi degli
psichiatri.

© Feltrinelli 1983


NOTE

1. Über das Gedächtnis als eine altgemeine Funktion der organisierten
Materie (Wien, Akademie der Wissenschaften, conferenza, 30 maggio
1870), 3 ed., Leipzig, 1921.
2 Per una traduzione inglese di questa conferenza, corredata delle sue
illustrazioni, vedi "Journal of the Warburg Institute", vol. II, 1939, pp.
277-292 [Op. Pubbl., 341].