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AA. VV.

DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
DISTANTI / DIVERSI
Per una cultura anticopyright
di
AA.VV.
PDA
(Pubblico Dominio Antiscadenza)
2
AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
D|ch|araz|one anncopyr|ght
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(A|| r|ghts renounced)

2014
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www.anticopyrightpedia.org/forum
info@anticopyrightpedia.org
INFORMAZIONI SULL' AUTOPRODUZIONE DEL LIBRO
“FAI DA TE” ANTICOPYRIGHT
___________
3
AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Questo libro anticopyright (all rights renounced) è stato, per la prima
volta, prodotto e stampato su carta riciclata, con una comune stampante a
getto d'inchiostro con cartuccia rigenerata e rilegato a mano da un sosteni-
tore del Progetto Anticopyrightpedia durante la 1^ manifestazione anticopy-
right intitolata “DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright” svoltasi
il 22 giugno 2013 presso la SMSbiblio (biblioteca comunale) di Pisa.
La guida per il download, la stampa e la “rilegatura a mano” del testo, è
consultabile in rete dal sito www.anticopyrightpedia.or g.
Per avere informazioni sul Progetto Anticopyrightpedia e sulle modalità
per aderire all'anticopyright e pubblicare in PDA (all rights renounced), o
p e r c o n t a t t a r e d i r e t t a me n t e g l i a u t o r i , s c r i v e t e a
info@anticopyrightpedia.org.
“DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright” di AA.VV. non è ac-
quistabile, è distribuito gratuitamente durante gli incontri pubblici ed è con-
sultabile presso la Biblioteca di Cascina (PI) e la Biblioteca Universitaria di
Pisa, ed è stato inserito nel catalogo METAOPAC (disponibile per il prestito
interbibliotecario) e nella Rete Bibliotecaria Provinciale di Pisa “Bibliolan-
dia”.
Il testo è stato anche depositato Online sul Forum di ANTICOPYRIGHT-
PEDIA www.anticopyrightpedia.org/forum nella sezione “OPERE IN PDA DI
AUTORI RINUNCIATARI DEI DIRITTI” ed è liberamente scaricabile sia nei
formati digitali EBOOK (.ePub) e PDF che in formato ODT, quest'ultimo ap-
positamente formattato per la rilegatura a mano.
Pisa Febbraio / 2014
In copertina è ritratta la locandina della manifestazione anticopyright
con, sullo sfondo, il 1° quadro anticopyright dell'artista Gianfranco
Tognarelli.
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
INTRODUZIONE
IL IA’ JOLIE ha realizzato presso la SMSBiblio (Biblioteca comunale) di Pisa
in via S. Michele degli Scalzi alle ore 17,00 del giorno 22 giugno 2013 la
manifestazione intitolata “ DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright” in
occasione della presentazione del primo libro anticopyright FAI DA TE di Rosella
Federigi intitolato “D’istanti di versi ” (libro di poesie), stampato in casa con una
normale stampante a getto d’inchiostro, rilegato a mano e rilasciato nel PDA –
Pubblico Dominio Antiscadenza (all rights renounced). Tale libro è gratuitamente
scaricabile (come tutte le altre opere degli autori aderenti al progetto PDA) in formato
elettronico dal Forum di Anticopyrightpedia www.anticopyrightpedia.org/forum
mentre in formato cartaceo il testo è ottenibile in prestito esterno presso la rete delle
biblioteche della provincia di Pisa “Bibliolandia”.
Promotore del progetto Anticopyrightpedia è l’artista Domenico Vitiello, fondatore
di IL IA’ JOLIE, un gruppo di teatro postmoderno nato a Napoli alla fine degli anni “70,
il quale è anche promotore del progetto BIOsCAMBIO (la comunità degli
autoproduttori/autocostruttori per l’autosostentamento) basato anch’esso sugli stessi
principi dell’anticopyright del PDA .
Durante l’evento del 22/Giugno/2013 altri artisti, sostenitori dell’anticopyright, si
sono affiancati a Rosella Federigi presentando ciascuno una propria opera rilasciata
in anticopyright nel PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza (all rights renounced) che,
come dice la stessa parola, è contro l’idea di un Pubblico Dominio, qual è quello
previsto dalla legge, fatto solo di opere dai diritti di autori scaduti perché morti da oltre
70 anni.
Il nascente PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza, partorito un paio di anni fa
nell’ambito di Anarchopedia (l’enciclopedia anarchica online) dopo un’ampia e
travagliata discussione, incarna l’altro volto, ad oggi sconosciuto in quanto ancora
inesistente, del Pubblico Dominio basato sulla “rinuncia volontaria ai diritti d’autore”
come pratica contro la proprietà intellettuale.
Con la manifestazione del 22/giugno alla SMSBiblio di Pisa, il pubblico presente in
sala, a partire dalle ore 17,00, ha avuto la possibilità di partecipare all’autoproduzione
di un libro collettivo anticopyright di AA. VV. in quanto sono state raccolte e rilegate a
mano, durante lo svolgersi della manifestazione, le prime cento pagine raccolte, a
contenuto libero, in parte scritte in sala dal pubblico tramite un computer collegato a
stampante e i n parte pre-i nvi ate onl i ne entro i l gi orno 20/gi ugno, a
pda@anticopyrightpedia.org e scritte su un modello writer (odt) oppure word (doc)
ent rambi scari cabi l i dal Forum di Anticopyrightpedia a l l a U R L
www.anticopyrightpedia.org/forum.
Il risultato dell’autoproduzione con la rilegatura a mano del testo AA.VV. durante
l’evento anticopyright, è rappresentato dal presente libro, che ha dunque una forte
valenza simbolica per il progetto Anticopyrightpedia del ”all rights renounced” e quindi
del nascente PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza. Il testo porta il titolo della
manifestazione e sarà consultabile alla SMSBiblio di Pisa, insieme alle opere
anticopyright degli altri artisti partecipanti all’incontro, ivi compreso il primo quadro
anticopyright “Macchia bianca” dell’artista pontederese Gianfranco Tognarelli, quale
icona della manifestazione, opera donata al PDA e che probabilmente resterà alla
SMSBiblio di Pisa in esposizione permanente.
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Una copia del presente testo in formato digitale (pdf) è stata depositata sul
Forum di Anticopyrightpedia ed è gratuitamente scaricabile come tutte le altre
opere in PDA.
Si ringraziano tutti gli autori che hanno contribuito alla realizzazione del
1° libro anticopyright AA.VV. (all rights renounced) donando una propria
opera al PDA - Pubblico Dominio Antiscadenza.
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
INDICE DEGLI AUTORI
Altipiani azionanti..............................................................................................11
- L'anarchia fai da te - Il Pubblico Dominio Antiscadenza contro la Proprietà
intellettuale..........................................................................................12
- Il PDA - Pubblico Dominio Antiscadenza.........................................16
Rosella Federigi...............................................................................................24
- Caffè accordato..................................................................................25
- Pulecenella... non è figlio di n.n. …...................................................30
- Un'altra piazza virtuale: il lago dell'accesa.......................................35
– Le mie impressioni sulle opere di Gianfranco Tognarelli alla mostra “Transiti: esp-
opposizione” Centro Congressi San Martino – Fermo................................38
Astrid Agius & Gennaro Francione................................................................41
- La lezione d’inglese............................................................,............43
Francesco Monda.............................................................................................68
- Riflessioni di rientro da un viaggio in Palestina.................................69
- Testamento biologico e disposizioni ulteriori.....................................73
Nudomafelice....................................................................................................76
Raffaele Puglisi.................................................................................................82
– Il concetto di benessere e l'intervento psicologico.
Benessere “verde…...............................................................................83
Gianni Ruggi.....................................................................................................88
- Intervento critico del libro di poesie “D'istanti di versi”
di Rosella Federigi........................................................................................89
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Domenico Vitiello.........................................................................................92
– Distanti / Diversi: per una cultura anticopyright..................................93
A seguire gli altri (eventuali) liberi contributi da parte del pubblico
intervenuto all'evento anticopyright del 22/giugno/2013 presso la SMS
Biblio di Pisa.
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Autore: Altipiani azionanti
Altipiani azionanti è un anarchico individualista che da diversi anni collabora alla
redazione della Wiki-enciclopedia ANARCHOPEDIA. È il promotore del Pubblico
Dominio Antiscadenza per la volontaria rinuncia ai diritti d’autore in opposizione al
Copyright ed al Copyleft, lanciando il progetto Anticopyrightpedia e invitando alla
partecipazione tutti gli autori che sono disposti a rilasciare in PDA - Pubblico Dominio
Antiscadenza le proprie opere rinunciando volontariamente ai diritti d’autore, in
contrapposizione ed in alternativa al Pubblico Dominio delle opere i cui diritti d’autore
scadono 70 anni dopo la loro morte.
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
L'ANARCHIA FAI DA TE - IL PUBBLICO DOMINIO ANTISCADENZA
CONTRO LA PROPRIETÀ INTELLETTUALE
È troppo tempo ormai che sento indegnamente associare la parola o il
concetto di anarchia al fenomeno dell’Open Source, l’Open Content , Copyleft o
al cosiddetto permesso d’autore. Ciò deve essere avvenuto probabilmente in
seguito alla pubblicazione in rete dell’articolo di Eben Moglen Il Trionfo
dell'Anarchia: il Software Libero e la Morte del Diritto d'Autore apparso per la
prima volta in First Monday, peer-reviewed journal on the internet vol. 4, n. 8 il 2-
agosto-1999 (titolo originale: Anarchism Triumphant: Free Software and the
Death of Copyright e tradotto da Francesco Paparella (l’articolo si può consultare
in italiano al link http://emoglen.law.columbia.edu/...).
Devo ammettere che, tutto sommato, il pezzo è stato scritto egregiamente,
come tra l’altro si conviene ad ogni buon giurista o avvocato che si rispetti (e
Eben Moglen è uno di questi), purtroppo il trionfo anarchico preannunciato dal
titolo non si vede per niente. Semmai è proprio il contrario: una strenua difesa
della proprietà intellettuale che ormai costretta a rinunciare al monopolio del full-
copyright ha bisogno di darsi una veste nuova, più moderna e tollerante, al passo
con la new economy.
L’articolo esordisce con una analisi alquanto approfondita e veritiera sulla
contraddittorietà e inapplicabilità del copyright per i prodotti informatici, chiarendo
che la validità legale del copyright sulle opere informatiche, essendo esse non
altro se non una comune sequenza numerica, si fonda su fumosi cavilli legali ed
in caso di controversia è a totale discrezionalità dei giudici.
Alla fine, l’articolo non si risolve nella preannunciata morte del diritto d’autore,
bensì in una idea di liberismo all’americana semplicemente avendo spostato il
meccanismo economico-commerciale dal monopolio del copyright (all right
riserved) ad una forma allargata di copyright, il copyleft, che manterrebbe tuttavia
intatta la sua principale funzione commerciale ma con in più la pretesa di
salvaguardare i principi di libertà (!?…)
Dice testualmente Eben Moglen:
«Quando si parla di software libero (free software), ci si riferisce alla libertà,
non al prezzo. Le nostre Licenze (la GPL e la LGPL) sono progettate per
assicurarsi che ciascuno abbia la libertà di distribuire copie del software libero (e
farsi pagare per questo, se vuole), che ciascuno riceva il codice sorgente o che lo
possa ottenere se lo desidera, che ciascuno possa modificare il programma o
usarne delle parti in nuovi programmi liberi e che ciascuno sappia di potere fare
queste cose.»
Quindi la libertà principale sarebbe quella di rendere accessibile dice Moglen
gratuitamente ma anche in cambio di un compenso, il software libero agli utenti
che lo vorranno e che a loro volta sono tenuti a rispettare tale condizione con
eventuali altri interessati, per evitare che qualcuno possa espropriare il diritto alla
libera divulgazione, apponendo il suo full-copyright su eventuali modifiche
apportate al software.
In particolare aggiunge Moglen:
«Per proteggere i diritti dell'utente, abbiamo bisogno di creare delle restrizioni
che vietino a chiunque di negare questi diritti o di chiedere di rinunciarvi. Queste
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restrizioni si traducono in certe responsabilità per chi distribuisce copie del software e
per chi lo modifica. Per esempio, chi distribuisce copie di un programma coperto da
GPL, sia gratis sia in cambio di un compenso, deve concedere ai destinatari tutti i
diritti che ha ricevuto. Deve anche assicurarsi che i destinatari ricevano o possano
ottenere il codice sorgente. E deve mostrar loro queste condizioni di licenza, in modo
che essi conoscano i propri diritti. [...] La GPL è differente dalle altre espressioni di
questi valori in un aspetto cruciale, formalizzato nel paragrafo 2 della licenza: È lecito
modificare la propria copia o copie del Programma, o parte di esso, creando perciò
un'opera basata sul Programma, e copiare o distribuire tali modifiche o tale opera
secondo i termini del precedente comma 1, a patto che siano soddisfatte tutte le
condizioni che seguono:
[...] b) Bisogna fare in modo che ogni opera distribuita o pubblicata, che in parte o
nella sua totalità derivi dal Programma o da parti di esso, sia concessa in licenza
gratuita nella sua interezza ad ogni terza parte, secondo i termini di questa Licenza.»
Si capisce intanto che queste necessarie restrizioni che ci consentirebbero di
raggiungere la libertà di poter accedere alle modifiche del lavoro svolto, sono
strettamente legate al software libero, un prodotto commerciale legato al mondo
dell’informatica in generale e che oggi ha molto mercato. Non è quindi un discorso
che possiamo estendere a un concetto più ampio di prodotto culturale come potrebbe
essere un libro o un’opera concettuale.
È più che altro riferito ad una applicazione e il poter accedere liberamente alle
eventuali modifiche di un software non è per se stesso un atto meritorio o di libertà:
possono esistere software (come i videogiochi) che esaltano anche principi illiberali ed
il cui sviluppo potrebbe a qualcuno non interessare affatto. In ogni caso avere
apportato delle modifiche ad un software non significa per questo averlo
necessariamente migliorato: potrebbe voler dire anche il contrario. Tutto dipende dal
tipo di software, dal contesto commerciale e dalle sue eventuali applicazioni. Inoltre
anche da un punto di vista culturale potrebbe significare una restrizione, un
condizionamento, perché si tende a modificare o migliorare una cosa che hanno
impostato altri prima di me e di cui io sono solo un mero operatore.
Fortunatamente la "cultura" è una cosa più generale e non è confinata
all’informatica, anzi...
Il più delle volte le idee, quando non trovano una diretta applicazione nel mondo
delle reali opportunità, rimangono concetti mentali, sono il prodotto, per lo più di
singoli individui e non sono necessariamente suscettibili di modifiche e/o
miglioramenti. Per dirla in breve c’è una sorta di prodotto culturale che non risponde
alla solita funzione commerciale alla quale siamo stati da sempre abituati dal sistema
capitalistico secondo cui ogni cosa, per funzionare bene, deve essere condivisa e
fruibile da più persone possibili, giusto perché bisogna salvaguardarne l’aspetto
utilitaristico, commerciale. La cultura non è popolare o impopolare: la cultura è quanto
di più ci sia e basta.
Ma a chiarire meglio le cose che dico è Lawrence Lessig, un altro giurista
statunitense famoso per essere il padre della Creative Commons e che nella
prefazione a pag. 11 del suo libro Cultura libera. Un equilibrio fra anarchia e controllo,
contro l'estremismo della proprietà intellettuale, Apogeo, 2005, afferma senza mezzi
termini:
«Analogamente alle posizioni di Stallmann sul software libero, la tesi a sostegno
sulla cultura libera inciampa su un malinteso difficile da evitare e ancora più difficile
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da comprendere. Una cultura libera non è priva di proprietà; non è una cultura in
cui gli artisti non vengono ricompensati. Una cultura senza proprietà, in cui i
creatori non ricevono un compenso, è anarchia, non libertà. E io non intendo
promuovere l’anarchia. Al contrario la cultura libera che difendo in questo libro è
in equilibrio tra anarchia e controllo. La cultura libera, al pari del libero mercato, è
colma di proprietà. Trabocca di norme sulla proprietà e di contratti che vengono
applicati dallo Stato. Ma proprio come il libero mercato si corrompe se la
proprietà diventa feudale, anche una cultura libera può essere danneggiata
dall’estremismo nei diritti di proprietà che la definiscono. Questo è ciò che oggi
temo per la nostra cultura. È per oppormi a tale estremismo che ho scritto questo
libro.»
Ora, sorvolando sulle inevitabili obiezioni circa l’improbabile uso del termine
corrente di anarchia in quanto disordine, che potrebbe aver fatto Lessig in questa
sua dichiarazione, un qualunque anarchico (forse non anglossassone) come lo
potrei essere io, comprende facilmente che una proprietà intellettuale, così come
viene concepita da Lessig e così come tutelato dal diritto giuridico Statale, non
può e non deve esistere. Mi spiego meglio. La cosiddetta cultura libera che
professa Lessig e come lui tutti gli altri sostenitori del permesso d’autore, sarebbe
quindi possibile, come sostiene egli stesso, solo in un contesto di tutela della
proprietà, perché lo scopo ultimo non è tanto quello della divulgazione, ma è
quello di salvaguardare il diritto economico esclusivo che ne deriva da esso,
anche se apparentemente non sembrerebbe, visto il diritto di accesso gratuito
che propugnerebbero.
Questi signori, quando parlano di cultura libera confondono due diversi
ambiti, quello informatico della realtà virtuale, con quello della editoria della carta
stampata, facendone un tutt’uno, quando di fatto sanno bene che una è in
funzione dell’altra. È vero che combattendo il full-copyright si evita il monopolio di
pochi proprio come è vero che i vari permessi d’autore fungono da volano per la
carta stampata in quanto prodotto commerciale, e a garanzia di tutto ciò vi è la
inviolabile legge sul copyright.
Un siffatto sistema di libera cultura è sostanzialmente finalizzato a rilanciare il
solito mercato dell'editoria, che in alcuni casi, seppur rinnovato (editoria
indipendente), continuerà ad applicare i principi di popolarità del testo imposti
dalle leggi del mercato, non favorendo per nulla i non abbienti (per intenderci
quelli che non possono accedere ai mezzi informatici) e non corrispondendo ai
principi di libera cultura, libera anche dai meccanismi commerciali.
Moglen, Stalmann, Lessig e tutti gli altri, così come anche per lo Stato, in
riferimento al diritto d’autore, considerano il concetto di proprietà di un’opera
come inscindibile da quello di paternità. Queste due cose per loro sono la stessa
cosa, solo perché, in questo modo, si potrà vantare il diritto economico
all’utilizzazione dell’opera stessa, sia direttamente quando l’autore è in vita, che
dopo la sua morte come "rendita".
Ma la proprietà per fortuna è cosa diversa dalla paternità e questo ogni buon
anarchico lo sa: la reale necessità di abitare in una casa dignitosa, ad esempio, è
cosa diversa dal sostenere che io ho il diritto di vendere tale casa o affittarla per
ricavarne un utile, una rendita, così come cedere al pubblico dominio una propria
opera frutto dell’ingegno, rinunciando ai diritti d’autore, non significa aver
rinunciato alla paternità dell’opera, giacché comparirà sempre il mio nome su
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quest’opera, e non vuol dire neanche essermi spossessato di qualcosa che poteva
appartenermi in maniera esclusiva, ma significa semplicemente aver condiviso con gli
altri l’utilizzazione e gli eventuali benefici dell’opera rinunciando a ogni eventuale
ricavo economico proprio per averne conservata la paternità, ma rifiutata la proprietà
intellettuale. Quello che avviene poi in futuro delle opere derivate ed eventuali
traduzioni a full-copyright non ci riguarda personalmente. In pratica relativamente alla
proprietà intellettuale la domanda da porsi da anarchici è quanto sia lecito ai fini di
una libera cultura continuare a vincolare in qualche modo la divulgazione delle
(proprie) idee ad un costo, un prezzo da pagare, qualunque esso sia. La mia risposta
è: per nulla!
A mio avviso la proprietà intellettuale e il mestiere di intellettuale devono essere
banditi dagli anarchici: non generano affatto una libera cultura e la prova evidente di
quello che sostengo è sotto gli occhi di tutti.
Altipiani azionanti

P.S.: il 26/10/2009 avevo invitato con una e-mail circolare diverse organizzazioni
anarchiche ad aprire un dibattito sulla mia proposta di PUBBLICO DOMINIO
ANARCHICO (Antiscadenza) ed in particolare a: [.....]
Ho ricevuto solo la risposta da Pino Bertelli che ho il piacere di pubblicare e che
approfitto per ringraziare:
«Carissimi/o di Altipiani Azionanti... non so quale sia la posizione degli anarchici
rispetto alle licenze di pubblicazione delle opere d'ingegno... e nemmeno mi
interessa... ciascuno è principe di sé e della propria mediocrità o bellezza... per
quanto mi riguarda posso dire quale è la mia visione dei diritti d'autore... ogni mio
lavoro può essere rubato, dètournato, plagiato.. senza l'obbligo di citare la fonte...
tuttavia sarebbe una cosa graziosa da parte del malfattore che si appropria della cosa
scippata, ricordare da qualche parte l'origine del saccheggio... un abbraccio fraterno,
Pino Bertelli.»
Peccato soltanto che ai propositi non corrispondono i fatti e sul suo sito compare il
simbolo © Copyright 2004-2009 (come per dire in fondo siamo uomini!). A tutti gli altri
la questione sembra non sfiorarli nemmeno, pur sfornando di continuo testi,
recensioni e opere varie.
Per me è un triste risultato...
Nota di aggiornamento al 2013: il suo sito appare sempre in © Copyright ma
questa volta sotto licenza Creative Commons BY-NC-SA Attribuzione - Non
commerciale - Condividi allo stesso modo - 3.0 Unported License (!).
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IL PDA - PUBBLICO DOMINIO ANTISCADENZA
“Ne stupirò più di uno, nel dimostrare tra breve la sbalorditiva proposta
che, fra le cose che rientrano nel commercio dell’umanità, che sono
oggetto della nostra incessante attività ed alle quali attribuiamo un valore,
non sono da considerarsi tali, sia per loro natura che per destinazione,
annoverandole tra le nostre produzioni più preziose, quelle dell’arte e della
letteratura. (…) Fino ad ora, abbiamo considerato lo scrittore soltanto come
un produttore di utilità: a tale scopo, abbiamo concluso per lui la legittimità
di una retribuzione. Ma c’è altro ancora nell’autore oltre che essere
produttore d’utilità. L’obiettivo che persegue non è semplicemente uno
scopo utilitario; è soprattutto uno scopo d’istruzione morale, ideale.
L’ideale, tanto nella sfera della coscienza che in quella della vita, ecco ciò
che costituisce il motivo dominante del produttore letterario, all’inverso
dell’industriale, il cui motivo dominante è l’utilità. Ragionando da questo
punto di vista, ritengo che l’opera di letteratura e d’arte cessa di essere
remunerabile, che perda il suo carattere di venalità, e che questo è il
principale motivo che proibisce ogni appropriazione nel settore
intellettuale. Sostengo, di conseguenza, che la creazione di una proprietà
artistica e letteraria, qualora fosse resa possibile, sarebbe la corruzione di
qualsiasi arte e di qualsiasi letteratura; che una letteratura animata da tale
spirito sarebbe in contraddizione con se stessa, contraria al progresso, in
opposizione al destino sociale, in una sola parola una letteratura di
immoralità. E’ inteso? Il paradosso è abbastanza chiaro?… Poveri aborti
rivoluzionari che siamo! Appena 80 anni fa tutto ciò sarebbe sembrato di
puro senso comune, una banalità“. (Pierre Joseph Proudhon) da “Les majorats
littéraires, 1862, II Parte: considerazioni morali ed estetiche – Cap.1. Della
distinzione delle cose venali e delle cose non venali”.
“Il pensiero è libero e l’intera sua produzione di immagini, suoni e
lettere dell’alfabeto, è patrimonio di tutti: la cultura non può essere di
proprietà e oggetto di commercio, ma solo una forma di libero e gratuito
scambio”. (Altipiani azionanti).
Ecco i principi fondanti del Pubblico Dominio Antiscadenza, un progetto per la
realizzazione di un pubblico dominio anarchico anticopyright e antilicenze,
dunque contro la proprietà intellettuale e basato sulla volontaria rinuncia ai diritti
d’autore.
La nascita del PDA
La nascita del “Pubblico Dominio Antiscadenza”, detto anche Pubblico
Dominio Anarchico e Pubblico Dominio Anticopyright, in acronimo PDA, è
praticamente contemporanea a quella di INGRESSO LIBERTARIO, uno spazio
online autogestito messo a disposizione di tutti dall’utente di ita.anarchopedia
Altipiani azionanti sulla sua pagina personale a partire dal 10 Settembre 2009, e
che di fatto è il primo documento del Pubblico Dominio Antiscadenza.
Nella denominazione, solo per semplicità, si è voluto lasciare il termine
“dominio” che, in questo caso, assume significato di “categoria”.
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Altipiani azionanti, nel contestare l’utilizzo di ogni tipo di licenza per le
pubblicazioni online di carattere e contenuto anarchico, ivi compresa la licenza di
default Copyzero 1.0 della stessa Anarchopedia e la CC0 1.0 Universal della Creative
Commmons (non applicabile in Italia), decide per primo di operare in INGRESSO
LIBERTARIO in totale regime di anticopyright promuovendo un PDA (Pubblico
Dominio Antiscadenza) come quell’estensione del PD (Pubblico Dominio) anche alle
opere di quegli autori viventi disposti liberamente a rinunciare ai propri diritti d’autore
come manifestazione di anticopyright e di lotta alla proprietà intellettuale. L’attuale PD,
infatti, è costituito dalle sole opere i cui diritti d’autore siano scaduti perché già
trascorso il periodo di beneficio economico successivo alla loro morte.
Ma la vera e propria diffusione online del PDA avviene il 13 Gennaio 2010 con la
pubblicazione sulla rivista online di critica dell’arte e della società Amnesia Vivace
dell’articolo di Altipiani azionanti intitolato L’anarchia fai da te – Il Pubblico dominio
anarchico contro la Proprietà intellettuale come critica anarchica all’articolo Eben
Moglen Il Trionfo dell’Anarchia: il Software Libero e la Morte del Diritto d’Autore
apparso per la prima volta in First Monday, peer-reviewed journal on the internet vol.
4, n. 8 il 2-agosto-1999 (titolo originale: Anarchism Triumphant: Free Software and the
Death of Copyright).
Il PDA è contro la proprietà intellettuale e i relativi diritti commerciali
Le opere rilasciate sotto un Pubblico Dominio Antiscadenza, a differenza di quelle
rilasciate sotto pubblico dominio generico normale, hanno alla base una precisa
scelta: una ferma presa di posizione contro il Copyright e i marchi registrati in
generale da esercitarsi tramite la rinuncia volontaria al diritto d’autore. E il classificarli
così, differenziandoli, vuole dimostrare questa protesta in atto.
Si parte dalla considerazione che, per quanto possa sembrare inedita e originale
una qualsiasi opera d’ingegno di un qualsivoglia autore, tuttavia essa non si può mai
ritenere di sua esclusiva competenza tale da consentirgli un eventuale diritto di
proprietà intellettuale; di fatto tale opera scaturisce, direttamente o indirettamente,
dalla serie numerosa di stimoli che sono alla base del vivere sociale e delle relazioni
con gli altri oltreché dal sapere già acquisito e consolidato dal quale ognuno di noi
continuamente attinge.
I sostenitori del PDA, sono inoltre convinti che, tra le professioni esercitabili in una
libera e ideale società, quella dell’intellettuale “retribuito” non sia eticamente
accettabi l e o quanto meno si a da evi tare, soprattutto per i ri schi di
strumentalizzazione e i danni da subordinazione e da servilismo che tale attività, se
esercitata per il mero profitto, inevitabilmente arreca ed ha arrecato all’umanità.
L’attività intellettuale retribuita, ha generato storicamente le note figure gerarchiche dei
vari “professionisti dell’ingegno” quali notai, avvocati, giuristi, docenti, politici, ecc…,
che hanno agito, nella maggioranza dei casi, per consolidare il potere politico dei
governanti in cambio di quei privilegi, per conservare i quali, bisognava perpetuare un
clima generale di sottocultura, di subordinazione politico-economica e quindi di
asservimento sociale nei confronti della moltitudine e dei meno abbienti.
Alla luce di tali considerazioni e soprattutto consapevoli della valenza gerarchica e
anticulturale che si cela dietro una qualunque “tutela legale dei diritti d’autore”, che di
fatto è solo una forma di controllo sociale ed economica atta a regolamentare e
strumentalizzare la libera circolazione delle idee, i sostenitori del PDA si oppongono
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
quindi alla “proprietà intellettuale” in maniera radicale, non solo nei confronti del
full-copyright, ma anche di tutte quelle forme di copyright limitato rappresentato
dalle “licenze di permesso d’autore” come Open Source, l’Open Content e
Copyleft.
Queste ultime, pur ammettendo alcuni diritti di utilizzazione dell’opera,
tuttavia continuano a difendere la proprietà del diritto d’autore del copyright e non
sono altro che manifestazioni della New Economy e Net Economy, vale a dire
quelle nuove innumerevoli opportunità di business di un’economia rinnovata ma
sempre basata sui “dogmi” della Old Economy del mero profitto.
L’anticopyright del PDA è contro il diritto legale dello Stato
Il PDA è contro il copyright della proprietà intellettuale sotto tutte le sue forme
e contrasta quella tendenza errata di considerare l’anticopyright come una
opposizione non solo totale ma anche parziale ai diritti d’autore (vedi copyright
limitato = solo alcuni diritti d’autore riservati).
L’anticopyright del PDA consiste nell’ignorare completamente il diritto dello
Stato nel valore legale di tutti i diritti d’autore (morali, patrimoniali e connessi)
perché considerati “inalienabili privilegi” e tale anticopyright viene esercitato, da
parte dell’autore, in una forma contestatoria, attiva e unilaterale (quindi oppositiva
in quanto alternativa allo Stato) che, nel pubblicare la propria opera in qualsiasi
formato duplicabile (sia esso cartaceo, elettronico, ecc.) rinuncia volontariamente
a tutti i diritti d’autore.
Riguardo all’aspetto della paternità (diritto morale) i sostenitori del PDA,
ritengono che essa sia una caratteristica connaturata all’opera in quanto libera
espressione dell’autore e pertanto concettualmente inespropriabile ma, al tempo
stesso, ininfluente dal punto di vista commerciale una volta che si è proceduto
alla rinuncia dei diritti (patrimoniali) d’autore. A quel punto, la paternità dell’opera
non generando alcun privilegio e non avendo alcun valore giuridico, assume una
giusta rilevanza solo ai fini della pari dignità nell’ambito del libero e reciproco
scambio tra individui di una collettività e il suo riconoscimento è naturale,
convenzionale e certamente non assoggettabile ad una logica di “difesa legale”.
Il PDA è anche contro le licenze Copyzero, CC0 1.0 Universal e Public
Domain Mark 1.0
Il PDA è un anticopyright e la “rinuncia ai diritti d’autore” è finalizzata a
combattere i diritti di utilizzazione delle opere d’ingegno ed in particolare quelli
relativi allo scopo di lucro, che esistono solo in virtù alla proprietà intellettuale e
che vengono salvaguardati dalle licenze del permesso d’autore tramite
l’applicazione legale del copyright, ivi compresa quella Copyleft del Copyzero 1.0,
con la quale, ad esempio, il licenziante autorizza il licenziatario ad esercitare tutti
i diritti sull’opera ivi compreso il “diritto di utilizzare a scopo di lucro l’opera” (art. 5
punto b) che, pertanto, non sono esercitabili in maniera esclusiva.
L’ultima versione Licenza CopyZero X v. 2.3, nella sua grande versatilità di
licenza multiopzionale, rappresenta addirittura un passo indietro rispetto alla non
esclusività dell’esercizio dei diritti trasmessi ed alla gratuità del diritto alla
comunicazione: il licenziante può compilarla stando comodamente al computer e
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
scegliendo di trasferire solo quei diritti che desidera, spuntando con delle “X” apposite
caselle vuote predisposte, (diritti che per default non essendo spuntati sarebbero in
pratica tutti riservati in partenza) e teoricamente far diventare tale licenza anche un
“full-copyright di libera scelta” (tutti i diritti riservati) qualora il licenziante dovesse per
esempio decidere di non trasferire il diritto di lucro, quello di opera derivata, ecc. o
permettere addirittura al licenziatario di apporre misure tecnologiche di protezione.
Un discorso a parte meritano le licenze CC0 1.0 Universal e Public Domain Mark
1.0 che rappresentano in pratica quel pubblico dominio valido a livello internazionale
in America ed in altri paesi europei. Tali licenze sono state confezionate “ad arte” dai
giuristi della Common Creative non certo per permettere una libera e gratuita
divulgazione delle opere, bensì per consentire e facilitare lo scopo di lucro delle opere
ad esse collegate, nell’intento di espropriare l’autore finanche della paternità
dell’opera medesima.
I creatori delle CC0 1.0 Universal e Public Domain Mark 1.0, nel concepire queste
ennesime licenze, che non sono affatto degli anticopyright bensì dei no-copyright
(nessun diritto d’autore), hanno voluto chiarire, seppur indirettamente, che tutto il
sapere culturale è riducibile a meri prodotti commercializzabili, nel senso che, una
volta applicate la suddette licenze ad un’opera, chiunque successivamente può
avanzare su di esse e legalmente, i propri diritti d’autore della proprietà intellettuale.
Il PDA non è pirateria informatica
Pur ritenendo valide e plausibili tutte le forme di anticopyright, il PDA non è
tuttavia una forma di pirateria informatica. Esso promuove semplicemente un ambito
di società alternativa e parallela, a carattere di volontariato, in cui viene messa
definitivamente al bando la proprietà intellettuale promuovendo la libera distribuzione
e utilizzazione delle opere dell’ingegno e la creazione di un Pubblico Dominio attivo e
attuale (Antiscadenza) costituito dalle opere di quegli autori che, rinunciando
volontariamente alla tutela legale del diritto d’autore, combattono quella comune e
insana tendenza di utilizzare solo a fini di lucro la produzione intellettuale.
Le opere rilasciate in PDA tramite rinuncia volontaria a i diritti d’autore vengono
liberamente condivise online in peer-to-peer, mentre in outline viene proposta
l’autoproduzione e dell’opera, ivi compreso il libro autoprodotto in formato cartaceo
per la distribuzione gratuita (dono-scambio) o al modico prezzo del rimborso spese.
Il PDA online e il concetto di reciproco e libero scambio del P2P
Si sa bene che le case editrici sono quelle che ricavano fino al 90% dei profitti
dalla pubblicazione delle opere d’ingegno, mentre solo il 10% (in molti casi anche
molto meno) degli utili sono destinati all’autore.
Ciò avviene perché l’editoria tradizionale, ricalca quel meccanismo economico-
commerciale di potere che è alla base di una società capitalistica, vale a dire la
tendenza a concentrare la produzione di beni di consumo su un determinato, per
quanto relativamente basso, numero di aziende, teoricamente in concorrenza leale tra
loro (quando non in monopolio), beni che poi vengono acquistati dal resto della
popolazione che li utilizza.
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Per risultare vantaggioso lo scambio commerciale deve quindi seguire un
flusso “da pochi a molti” e ciò vale per tutti i settori commerciali compresi quelli
della comunicazione (radiotelevisiva, della carta stampata, ecc.).
Come è facilmente intuibile, l’autoproduzione, in tale ambito, gioca un ruolo
controproducente e pertanto viene ostacolata.
La rete internet ha segnato un cambiamento epocale ed una inversione di
rotta rispetto a tale sistema commerciale ed ora con la libera condivisione in rete
dei contenuti si possono perseguire addirittura finalità anti-commerciali. La rete
internet ha attuato e prediletto, almeno fino ad oggi, un sistema di
comunicazione alla pari “one to one” laddove lo scambio reciproco e gratuito del
modello di rete peer-to-peer ne rappresenta la sua massima espressione: la
comunicazione tra utente e utente e la propagazione a ragnatela, orizzontale e
antigerarchica della rete di comunicazione P2P, consentono il più libero scambio
in senso assoluto, ovviando e ribaltando il vecchio sistema client-server per il
deposito ed il successivo download dei file.
Il PDA ha trovato così, nella rete P2P, la sua più consona espressione e la
sua più alta valorizzazione in senso libertario.
Ora si tratta solo di realizzare un peer-to-peer del PDA in outline attingendo
le opere elettroniche direttamente dalla rete P2P.
Il PDA outline del “self publishing” dell’opera anticopyright,
autoprodotta e scambiata in dono o al semplice rimborso spese.
A questo scopo la proposta di Altipiani azionanti è alquanto semplice e
risolutiva: realizzare un’opera cartacea come prodotto anticopyright con la
rinuncia dei diritti d’autore, stamparlo a casa con una normale stampante a
sistema CISS (a inchiostro continuo), rilegarlo a mano e scambiarlo
gratuitamente in dono o ad un prezzo modico di rimborso spese, laddove nelle
spese è inclusa anche la prestazione di lavoro dell’autore come impegno socio-
culturale.
Dato che la produzione manuale del libro è limitata ad un numero molto
ridotto di copie, assume allora un ruolo essenziale per l’autoproduttore la
distribuzione gratuita dell’opera nelle biblioteche pubbliche per consentirne la
lettura ed il prestito esterno e quindi una fruizione “da uno a molti”, ma questa
volta in modo efficace perché anticommerciale e diretto alla massima reciprocità,
senza altri secondi fini oltre quelli culturali a cui, una libera società dovrebbe
tendere, consentendo a chiunque di potersi liberamente esprimere e con una
minima spesa.
In tal modo si vuole in definitiva:
a) combattere l’ingiusto profitto, per non dire anche il sopruso, delle società
editrici e reso possibile dalla proprietà intellettuale e dalla normativa sul diritto
d’autore;
b) ridare dignità all’autore non professionista dando la possibilità a chiunque
di pubblicare una propria opera d’ingegno, anche se una sola volta nella propria
vita;
c) poter riconoscere il diritto agli autori aderenti al PDA di far comparire la
propria opera nel pubblico sistema bibliotecario;
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
d) combattere la logica commerciale e anticulturale del lucro derivante dalla
proprietà intellettuale e dell’obbligo alla minima tiratura della stampa tipografica
imposto delle case editrici, attraverso l’autoproduzione in anticopyright e la
distribuzione (on demand) preferibilmente gratuita o a prezzo modico (rimborso
spese) della propria opera tanto ai richiedenti quanto ai circuiti bibliotecari.
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Critiche al PDA
Una delle principali critiche al PDA emerse dal confronto-dibattito tra
anarcopediani, è stata quella di potersi rivelare “controproducente” dal momento
che chiunque potrebbe impossessarsi dell’opera modificandola e ripubblicandola
sotto full-copyright.
Per rispondere a tale affermazione non si può prescindere dal concetto di
“consumo e/o uso critico” attualmente dibattuto proprio per combattere in modo
consapevole e partecipato, tutte quelle forme commerciali insostenibili della
nostra società dei consumi. Ebbene il PDA, nel promuovere e favorire una
editoria no-profit collaterale e alternativa, subordinerebbe alla logica di
promozione al consumo consapevole e partecipato anche le opere d’ingegno
nell’intento di rafforzare coesione e benessere sociale non soltanto in risposta ai
limiti ambientali ma soprattutto, come nella fattispecie, a quelli sociali generati dal
mercato convenzionale dell’editoria della proprietà intellettuale.
Nella maggioranza dei casi le opere artistiche (video, audio, letterarie),
conservano una loro peculiarità di prodotto finito non suscettibile di ulteriori
rimaneggiamenti e la preoccupazione che un’opera già ascritta al PDA possa
essere oggetto di full-copyright diventa, a questo punto, un falso problema, dal
momento che i sostenitori del PDA, oltre a non essere minimamente interessati al
mercato culturale lucrativo ed ai rischi di plagio ad esso connessi, sarebbero
anche in grado di gestire autonomamente una propria editoria e di fornire una
copia dell’opera ad un prezzo di costo “certamente” inferiore a quello
eventualmente di mercato, per il semplice fatto che tale “rimborso spese” non
include i profitti per lucro garantiti dalla proprietà intellettuale.
La suddetta critica al PDA sarebbe in definitiva circoscritta ai soli “programmi
di computer e brevetti industriali”, quei prodotti commerciali, cioè, caratteristici
dell’attuale società dei consumi e che, proprio in quanto tali, andrebbero
riconsiderati e verificati, relativamente alla loro supposta utilità.
In secondo luogo il PDA, nel prendere definitivamente le distanze dall’editoria
consumistica lucrativa, anela a essere anche la sede più “evoluta e consapevole”
in fatto di software libero per la rielaborazione collettiva dei programmi di
computer anticopyright che siano veramente liberi, gratuiti e pertanto accessibili a
tutti.
Altipiani azionanti
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Il progetto Anticopyrightpedia…
ANTICOPYRIGHTPEDIA non è un Wiki, bensì, come dice la stessa parola, è il
luogo informativo ed educativo (paideia) all’anticopyright per la realizzazione del
PUBBLICO DOMINIO ANTISCADENZA vale a dire il Pubblico Dominio Anarchico
contro la proprietà intellettuale basato sulla rinuncia ai diritti d’autore.
Promotore del progetto è Altipiani azionanti, un utente di Anarcopedia.
Il sito è in costruzione e per qualsiasi contributo o suggerimento si può scrivere a
info@anticopyrightpedia.org.
Tutti gli “autori esclusivi” sostenitori dell’anticopyright, possono pubblicare nel
FORUM anticopyrightpedia in P2P le proprie opere donandole al Pubblico Dominio
Antiscadenza. In tal modo essi rinunciano ai diritti d’autore ma non alla paternità, che
è semplicemente un dato di fatto e non certo quello strumento per la rivendicazione in
sede legale dei propri diritti d’autore ai quali si è già rinunciato.
Anticopyrightpedia dispone per adesso di 2 spazi:
1) FORUM di discussione e segnalazione delle proprie opere (testi, immagini,
video, musica, invenzioni e quant’altro) per autori o anche semplici sostenitori del
Pubblico Dominio Antiscadenza (PDA);
2) INGRESSO LIBERTARIO, lo spazio online sotto PDA dove tutti possono
p a r t e c i p a r e p u b b l i c a n d o u n p r o p r i o i n t e r v e n t o i n v i a n d o l o a
info@anticopyrightpedia.org.
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Autrice: Rosella Federigi
Rosella Federigi, di origine labronica, si è laureata nel 1987 in Filosofia
presso l'Università degli Studi di Pisa.
Docente di Lettere, alterna la professione ad impegni artistici come autrice di
poesie e testi critici sulle sperimentazioni inerenti il rapporto arte-scienza.
Dal settembre 2006 al marzo 2009 ha collaborato con la Webzine trimestrale
di critica dell’arte e della società “Amnesia Vivace” pubblicando vari articoli.
Componente del Gruppo “IL IA’ JOLIE” (www.iliajolie.it) è interprete e
coautrice nel 2009 con Domenico Vitiello del videoart “Caffè accordato”, e
sempre con Domenico Vitiello nel 2012 realizza l’installazione-performance "La
bottiglia semenzaio: Guida pratica BIOsCAMBIO n.1” della serie "Autoproduzioni
Anticopyright".
D a l 2 0 1 1 a d e r i s c e a l p r o g e t t o A n t i c o p y r i g h t p e d i a
(www.anticopyrightpedia.org) rilasciando le proprie opere in PDA – Pubblico
Dominio Antiscadenza con la rinuncia volontaria ai diritti d’autore (All right
renounced).
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
CAFFE’ ACCORDATO
La storia del caffè ancora oggi è un fenomeno di costume, simbolo della socialità
e bevanda che desta un grande interesse scientifico e letterario. Una leggenda che si
trastulla nel tempo, incontrata spesso come curiosità mattutina: consumiamo caffè ma
in fondo lo conosciamo molto poco.
Nasce così l’idea di come sia possibile assaporare diversamente un trascorso e
quali sensazioni si elevino dalle proprie suggestioni percepite. Se non potesse
cambiare la percezione di un particolare status già vissuto, non diverrebbero vane
tutte le nostre azioni perpetrate nel futuro?
Infatti degustare non è abitudine al gusto, ma momento contingente e urgente,
desiderio continuo.
L’artista è colui che sa cogliere nell’infinitesimale un valore essenziale, appena
percettibile, determinante, peculiare e unico di quel momento in quello spazio e per
quella forma: saper rilevare la vaga essenza che non è mai vana.
Come le minime variazioni agli occhi di un artista generano complesse
perturbazioni sensoriali, così bere un caffè è piacevole, ma berne uno "accordato"
devia il senso del piacere verso la ricerca di una forma personale, un gusto proprio,
inviolabile e del tutto coinvolgente.

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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Il caffè accordato (1) è un’invenzione che sostanzia un’opera d’arte: la
scoperta di un nuovo modo di vivere la degustazione. Ad ogni nota
dell’accordatura il caffè si arricchisce di nomi propri tra molteplici sensibilità
percepite in una scala di valori e associata solo alle variazioni del suono.
L’aroma persiste nell’olfatto, si espande nel palato, induce piacere e
seduzione; e come il gesto del sorseggiare non si può ignorare, così l’azione si
evolve in un quadro di possibilità, non solo audiovisive, che vanno assolutamente
esplorate, indagate nei minimi dettagli, alla ricerca di quelle infime variazioni del
caffè, come quelle sonore, capaci di generare il viraggio del gusto, quando si
trovano a ridosso del limite. Il dettaglio si conforma in un tutto ideale; qualcosa di
nuovo sembra generarsi dal gesto divergente come un plusvalore che si spiega
solo per la grande attrazione verso una bevanda così comune ma tanto pregiata .
La percezione che diventa pensiero riflette e immagina: l’aroma si diffonde a
intermittenza ed elaborazioni immediate giungono dall’emisfero destro.
Inondazione di richiami attrattivi verso quella visione, quel profumo, quel suono
che percorre di colpo il liquido e così caricato inonda la nostra sfera emotiva.
Vellutata crema insinuante labbra nude o vestite di rosso; sferzate di dolce e
di amaro, di aspro, di acidulo, si sbrigliano al passaggio del nero fluido brioso. (2)
Accordatura temporale
Il caffè è una sorta di medium tra mondi lontani e diversi, con una sua storia
da vantare: civiltà d’Oriente e Occidente "pacificate" dalla pratica della
degustazione.
Come francobolli di tempo, storie curiose, suggellano la scoperta del frutto,
esaltandone le virtù benefiche e forse già Omero conosceva le proprietà
rinvigorenti delle bacche rossastre narrando del succo di cui si beavano i Troiani.
Così dopo la distruzione di Ilio e la diaspora dei suoi abitanti l’uso del caffè
proseguì verso le coste del Mar Rosso.
I popoli arabi lo sostituirono al vino perché vietato dal Corano e fu dichiarato
" V i n o d e l l ' I s l a m " .
(Si narra che in un pascolo dello Yemen un pastore scoprì le sue capre
improvvisamente irrequiete dopo aver mangiato alcune bacche.
L’ignaro confida la sua esperienza forse ad un viandante che incuriosito
sperimenta l’uso di quel frutto ricavandone un liquido prezioso).
Una storia verosimile, che parla della sua diffusione iniziata intorno al 900
-1000 d.C. Già nel 1454 nello Yemen era consuetudine sorseggiare il caffè e ne
fu approvato il consumo per le qualità corroboranti contrapposte a quelle
soporifere del kat, bevanda consueta in tutto il paese. Al diffondersi della
religione islamica si diffondeva altrettanto il fascino per questa nuova bevanda
scura.
Venezia per prima subì l'aroma del caffè, poi tutta la Penisola divenne punto
di riferimento per l’Europa.
Nacquero così le prime "Botteghe del Caffè", locali nuovi, mai esistiti prima
che indussero nuovi comportamenti: degustazione, convivialità e discussioni
intellettuali, caratteristiche riscontrabili prima nei privati salotti, poi nei pubblici
bar.
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
In Italia il caffè divenne presto dono da offrire come simbolo di amicizia e di
amore.
Ancora oggi nel cuore dei quartieri più popolari di Napoli magicamente pulsa la
sua presenza. Il tradizionale "pacco di zucchero e caffè" (in alternativa soldi e
sigarette) è quel regalo di circostanza, sempre a portata di mano e sempre gradito,
che coincide spesso con una ricorrenza o una visita improvvisata (non escluse le
condoglianze).

Particolarissimo il metodo di tostatura "arrangiato" ma efficace: un cono per
raccogliere i chicchi verdi (comprati a modico costo) dentro un barattolo crivellato reso
girevole con una manovella e posto sopra la brace… poi il soave aroma pronto a
rifrangersi fra le pareti dei vicoli.
Fra i primi a sceneggiare il gusto del caffè e a svelarne nella conservazione
l’arcano segreto del suo aroma, è stato Eduardo, con il suo "coppitello" di carta salva
aroma descritto in una celeberrima scena della commedia Questi fantasmi. In realtà,
dietro la sua sapiente descrizione fatta al professore, uomo di cultura che solo lui
poteva comprenderlo, si celava, nei suoi dettagli, il vero volto di un popolo: l’amplesso
fra una esile vagina di carta dal nome maschile "coppitello" che si accoppia col rigido
membro maschile "beccuccio" della femminea caffettiera, compiendosi il sublime rito
della difforme sessualità napoletana che nel suo spirito di intercambiabilità dei ruoli,
ben esprime l’atavico senso dell’adattamento, capace di generare quell’essere
amorfo, forse ermafrodita, amaro ma dolce, forte ma delicato, ristretto ma intenso
quale è il caffè.
Download del Videoart “Caffè accordato”
Url video:
http://www.anticopyrightpedia.org/forum/download/file.php?
id=32&sid=bafc2a1f04e9113f44347d4943185c64 (3)
Il caffè è esso stesso una creazione e come tale non può accompagnare un altro
soggetto d’arte. L’analogia tra caffè ed opera d’arte, si realizza nel desiderio di
esprimersi in una sensualità esclusiva, che trovi il suo essere in una "fisicità
dell’immaginario": chi potrà mai negare che un caffè accordato in "DO" sia altro da un
caffè accordato in "SOL"?
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Una nuova tendenza, dunque, si propone per i raffinati del caffè: la ricerca
della sonorità nella sua accordatura.
Ribellandosi alla sua schiavitù il Caffè si libera dalle catene: non più solo
strumento conviviale per la pausa quotidiana per intrattenere gli altri o
quell’amplesso da consumarsi in pochi istanti in anonimi bar suburbani. Si riveste
di nome e di vita propria cercando la realizzazione in se stesso, non essendo più
disposto a recitare un ruolo se non da protagonista. C’è un‘intera vita da rifare e
tante doti nascoste da scoprire.
E come spiega l'espressione tipicamente inglese per definire ciò che non
rientra nel proprio gusto personale: "It is not my cup of tea" - ossia, "Non è la mia
tazza di tè"; un autentico artista, di fronte ad un’opera mal riuscita, potrebbe
affermare: "It is not my cup of coffee", "Non è (la mia tazza) il mio caffè
(accordato) preferito".
Mettendo in relazione il caffè con l’arte, si può evidenziare, come entrambi
siano originati da atti elaborati e intensi, con effetti prolungati e verificabili nel
tempo.
Rosella Federigi
NOTE:

[1] Ricetta per preparare una tazzina di caffè accordato:

Preparare la moka con acqua e caffè macinato poi deporla sul fornello a fuoco
lento, lasciando il coperchio alzato; preparare una tazzina con un cucchiaino di
zucchero; appena inizia ad uscire il primo caffè concentrato, togliere velocemente
la moka dal fuoco e versarne solo alcune gocce sullo zucchero (lo zucchero deve
assorbire il caffè inumidendosi ma senza diventare liquido) e subito dopo riporre
nuovamente la moka sul fuoco a coperchio chiuso; mescolare con vigore e
montare lo zucchero fino al formarsi di una omogenea crema chiara; quando tutto
il caffè è sgorgato, spegnere la fiamma e girare con un cucchiaino pulito; riempire
per 2/3 di caffè la tazzina con la crema impugnandola rigorosamente dal manico
e con l’altra mano girare col cucchiaino fino a farla sciogliere; la crema si disporrà
in superficie e solo a questo punto si potrà accordare il caffè colpendo
ritmicamente il bordo della tazzina con il cucchiaino e ad ogni percussione si avrà
una variazione ascendente di nota fermarsi alla nota dell’ottava desiderata e
iniziare a godersi il caffè.
La scala di note che si può ottenere dipende da vari fattori: grandezza e
spessore della tazzina, livello di riempimento, quantità di zucchero, calore della
bevanda, grana della miscela, tipo di cucchiaino, tipo di impugnatura della
tazzina, sensibilità dell’udito, ecc.
[2] Risoluzione dei problemi:

Se la crema non si forma ci possono essere diversi motivi: il caffè versato sullo
zucchero è poco cremoso perché si messo troppa acqua o poca miscela nella
moka, oppure non si è fatto in tempo a prelevare il primo caffè; il caffè versato
sullo zucchero è troppo poco (lo zucchero rimane granuloso quando lo si monta);
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
il caffè versato sullo zucchero è troppo e la consistenza è troppo liquida; la miscela
usata per preparare il caffè è grossolana.
[3] Video CAFFE’ ACCORDATO, da un’idea di Domenico Vitiello, interpretato da
Rosella Federigi, musiche di MonCheese, prodotto da IL IA’ JOLIE.
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
PULECENELLA... NON È FIGLIO DI N.N.
(Le immagini delle maschere nell'articolo sono © Antonio Fava - website:
commediabyfava.it che ha gentilmente concesso la loro riproduzione).
Dopo un piacevole girovagare per i vicoli storici di Napoli, gustandomi le
appartate testimonianze visive dell’aspetto ordinario, quello più quotidiano della
città, che segna la tormentata bellezza di questo luogo, ho iniziato a soffermarmi
sui volti-maschera degli autoctoni, riconoscendo in essi il personaggio che
descrive e racchiude in sé l’essere partenopeo: Pulcinella.
Ho sempre affermato di conoscere questo personaggio e ritenevo superfluo e
ripetitivo il parlarne, ma ad una più agile riflessione, la sensazione di superficialità
e d’improvvisazione nel pensarlo e ancor di più nel sentirlo raccontare (le
Pulcellinate), mi ha suggerito che non si esaurisce mai la rappresentazione di ciò
che è l’archetipo di una tipologia umana e… di più si può sempre dire.
Figura 1 Pappus (Antonio Fava)
Pulcinella un significato storico ce l’ha, ma anche artistico-culturale e
soprattutto psico-sociale.
Descrive chiaramente una perenne emergenza. Simboleggia l’inerme plebeo
napoletano che stanco degli abusi e delle umiliazioni perpetrate dalla cinica
nobiltà e borghesia, istintivamente senza aver maturato una coscienza del
proprio ruolo sociale, si ribella ai potenti, a coloro che nel corso dei secoli hanno
imposto una vita dura e avversa al popolo. Quindi ogni partenopeo-Pulcinella con
la sua ironia e con la sua forza si burla di ogni forma di potere costituito ed
essendo esso stesso l’anima del popolo rispecchia il desiderio di ribellione e di
rivincita in ogni sua forma, incarnando il rifiuto per eccellenza di ogni regola o
norma, recepite come imposizione e legge estranea-straniera. La sua grande
versatilità e adattamento si traducono poi nello sbeffeggiare la tragicità
esistenziale con qualche imbroglio o a fare dispetti. E se non impara mai a stare
zitto "il segreto di Pulcinella" diventa condivisione del "tutto con tutti".
Chi non prova veramente simpatia per questo personaggio? Chi ovviamente
vuole liberarsi dall’ineluttabilità della rassegnazione-accettazione di un destino
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
preconfezionato. Amare Pulcinella invece è un altro modo di essere: "far capolino"
nella storia, forse, potrebbe farci comprendere come l’italum acetum, lo abbia creato.
Le sue origini sono molto lontane e secondo studi storici risalgono all’epoca latina.
Pulcinella infatti si può rintracciare fra i vari personaggi delle fabulae atellanae e si
può definire un cockteil che racchiude caratteristiche umane diversificate.
In Italia la maschera scenica (phersu- persona) era già in uso presso gli etruschi
ed i latini impararono ad usarla grazie ai ludiones (artisti dell’etruria) che eseguivano
danze al suono del flauto. Tito Livio tramanda che i giovani romani trasformarono le
danze rituali in veri e propri spettacoli teatrali, aggiungendo parti parlate in rozzi versi
(inconditis versibus) di contenuto scherzoso (iocularia). Il gusto per la caricatura e per
la beffa è una componente tipica della società romana, una comicità che si permea di
ingiurie grossolane, lazzi buffoneschi che insistono sui difetti fisici e morali. Emergono
in queste prime forme di recitazione (fescennini), i vissuti di una cultura contadina
legata alla terra e alla realtà delle cose che riproduce fedelmente l’essenza umana,
quella autentica e primitiva che rigurgita eros e tanatos.
Figura 2 Maccus (Antonio Fava)
Il carattere realistico e la tendenza alla comicità spassosa sono caratteristiche
anche di un altro popolo italico di cui non si ha una vera letteratura, ma solo la
testimonianza di una lingua diffusa nel IV sec a.C. dall’Abruzzo allo stretto di Messina
e alla penisola salentina. Dagli Oschi si fa derivare "l’atellana" rappresentata a Roma,
teatro popolare comico nato ad Atella, città osca della Campania, dove questo genere
prese origine, come tramandano varie fonti latine Diomede (GLK, I, 489, 32), Cicerone
(Ad fam. VII, 1, 3), Livio (VII, 2, 12). L’atellana primitiva era un genere scenico molto
simile alla commedia dell’arte italiana di epoca moderna. È affascinante notare come
questa creazione teatrale estemporanea sia nata in territorio osco e poi diffusasi in
territorio romano. Cicirrus "galletto" in lingua osca, come ci traduce in una sua glossa
il lessicografo greco del V secolo Esichio, che verosimilmente lo ha tratto dalle glosse
italiche di Diodoro, potrebbe essere il primo identificativo di Pulcinella; Orazio infatti ci
descrive nelle Satire una deliziosa scenetta di alterco comico con botta e risposta ( I,
5, 51 sgg), dove uno dei personaggi, l’osco Messio, è detto Cicirrus. Altri personaggi
dell’atellana che ci sono noti: Bucco, Dossennus, Maccus e Pappus rivelano, almeno
tre, sfumature caratteriali e fisiche tipiche di Pulcinella. Bucco deriva il suo nome da
31
AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
bucca, nome volgare di os "bocca", una maschera dalle guance gonfie e
chiacchierona; Dossennus invece da dossus dorsus, indicativo di gobbo
malizioso. Anche Maccus, in osco Makkiis, il balordo ghiottone e gran bevitore,
sempre alla ricerca di cibarie, è l'eterno innamorato canzonato e, come tale,
fulcro di molte avventure. La sua testa appuntita ed il naso prominente a becco di
gallinaceo, ricordano un possibile antenato del nostro Pulcinella.
Figura 3: Dossennus (Antonio Fava)
Il popolo osco come quello latino riecheggia il carattere comune italico del
realismo arguto, che ama cogliere della vita il lato comico e incisivo. In queste
prime espressioni artistiche, non sono da escludere, comunque, ascendenze
etrusche e, in particolare, influssi del teatro greco (le popolazioni osche della
Campania avevano stretti contatti con la cultura greca dell'Italia meridionale).
Come nella commedia dell’arte, nell’atellana, furono comuni l’improvvisazione, i
tipi comici cioè le maschere e il canovaccio (tricae), mentre le scene
privilegiavano l’intrigo e il complicato intrecciarsi degli eventi spassosi. Proprio in
queste atmosfere sceniche lontane presero forma i caratteri di Pulcinella, si
fusero insieme e il genio artistico dei suoi vari interpreti creò pian piano la
maschera "multifattoriale".
I napoletani vezzeggiano e cantano la loro maschera con "Pulecenella", un
appellativo dal volgare latino "pullicinellus", quel "personaggio fisso", proposto
appunto da Orazio. Dai suoi antenati latini, ha ereditato il naso appuntito, la
gobba e l’atteggiamento popolano e grossolano. Pulcinella è certamente di
origine campana, dell’antica città di Atella, la quale era situata in prossimità di
Capua. Curioso è indagare sul significato del suo nome. Secondo alcuni linguisti
si può associare a "pulcinello" cioè minuscolo pulcino con naso adunco, mentre
secondo altri la maschera ha derivato il nome da un teatrante del Seicento di
Acerra, "Puccio d’Aniello", che si esibiva con una Compagnia di guitti. E così
girando e girando, nel corso dei secoli, molti teatranti italiani costretti ad
espatriare per cercare fortuna e il "pane" altrove, hanno diffuso questo
"personaggio fisso" in varie nazioni: in Francia nasce Polichinelle, in Germania
Kaspar, in Inghilterra Punch, in Spagna Pulchinelo…
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Figura 4: Buccus (Antonio Fava)
Per il teatro Pulcinella è una maschera carnevalesca che fin dal Trecento si è
connotata per la sua voce stridula, legata alle maschere-anime dei morti: la maschera
nera, il vestito bianco con il cappuccio, il gesticolare, lo scherzo e la satira smodata.
Durante la seconda metà del Cinquecento, quando si diffuse la Commedia dell’Arte,
per la prima volta è stato impersonato dall’attore napoletano Silvio Fiorillo.
Oltre la Commedia dell’Arte Pulcinella è l’emblema del teatro dei burattini. Il
burattino però da servitore si trasforma in un simbolo di vitalità, un anti-eroe che
rappresenta i popoli vinti dai problemi quotidiani e dai nemici più impensabili. È
sempre il protagonista di uno spettacolo archetipo, di una rappresentazione in cui
l’eroe sconfigge a suon di bastonate le incarnazioni di paure ataviche: il boia, la morte,
il diavolo, il cane, ecc…
Figura 5 Pulcinella: "Tengo na famma ca me mangiarria Napole attorniato de
panelle"
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Pulcinella-girovago per le piazze del mondo affonda le radici di un teatro
primigenio, nel quale i problemi esistenziali (vivere, morire, fato, giustizia, rapporti
di potere) non ancora sviscerati, sono percepiti attraverso un gioco scaltro di
frammenti e metafore. In questo tipo di teatro c’è ancora qualche cosa di
viscerale e istintivo, senz’altro legato al vissuto di un popolo, che lo rende un
mistero affascinante, inquietante e incessante come l’avidità dell’uomo: "la fame
di Pulcinella". Oggi, finita la tradizione attoriale "pulcinellesca", il personaggio è
stato riportato alla ribalta dal teatro delle guarattelle.
Rosella Federigi
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UN'ALTRA PIAZZA VIRTUALE: IL LAGO DELL'ACCESA
L'idea di un "teatro indifferente", che si oppone alla classica rappresentazione
scenica, si permea di significato nel momento stesso della sua concezione, della sua
nascita, nella sua idea pura e tale rimane nella sua realizzazione mentale.
Il passaggio alla narrazione è privilegiato nel solo ambito del pensiero da cui
scaturiscono i segni che lo traducono, attraverso un linguaggio mentale e ancora
attraverso un codice e un mezzo, la lingua scritta.
Si realizza così uno spettacolo indifferente, etimologicamente non-differente, cioè
uguale, identico alla stessa realtà mentale che lo vive, lo assapora e lo contempla.
Immersione in un bel paesaggio lacustre, natura densa di natura; tutt'intorno
immagini che si proiettano negli occhi come sequenze di un tempo assoluto, ideale e
goduto all'istante. Innumerevoli fotogrammi di un pensiero apparentemente futile, di
sottofondo, scevro dall'assordante crepitìo delle parole. Colorate vibrazioni si
effondono mestamente da una natura che si esprime in un'idea unica di mondo,
irripetibile ma non per questo lontana, irraggiungibile; così la mente reagisce con
"filtrati" di teatri naturali a rappresentarci emozioni e tra queste le più pure.
Come tutti i segni linguistici "lago" svela un significante e un significato: "thèatron"
è un'immagine acustica e un concetto che rappresenta un luogo destinato allo
"spettacolo" = thèama, da thèa = il guardare, voce che fa capo alla radice di tha!ma =
ammirazione, meraviglia.
Un'esperienza estetica intensa che travolge il pensiero e in un fare si esprime
l'identità individuale: pensare è il primo passo di una esperienza estetica interiorizzata,
pensare l'aspetto "coreografico" del pensiero e quindi delle nostre immagini mentali è
il passo successivo nel dare una forma estetizzante ai nostri più probabili futuri atti
scenici.
L'impulso del sentimento primitivo crea una sorta di copione per salutare la genesi
del lago, non privo di suspance e di meraviglia: elementi naturali che si scatenano,
s'imbizzarriscono e, come spesso succede con i fenomeni carsici, il lago sorge quasi
dal nulla, da una grande voragine, dai bordi scoscesi e s'insinua a emiciclo fra
popolazioni di canne e ciperi.
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Così al lago dell'Accesa la storia si sfilaccia in leggendarie trasfigurazioni di
un'area boschiva tra i resti di un villaggio etrusco del VII-VI sec. a.C., una
necropoli già esistente dal IX sec. a.C. e giacimenti metalliferi. Un tuffo nel tempo
ed è già nuova scena: piccolo borgo disabitato con resti di altiforni per la
lavorazione del metallo (sec.XVIII d.C.).
Luogo nascosto e primigenio, sconvolge l'immaginario collettivo. E circolano
credenze dettate dal profilo selvaggio del luogo e dei nativi quali spontanei attori
di un dramma popolare, secolare, che è poi la tragica vita dei minatori.
Umani e non umani s'improvvisano spontaneamente interpreti, brulicano
come forme astratte in un palcoscenico avvolgente per quel digitale della mente
che trae le mosse da dettagli, scoperti solo a caso e che si impregnano di
carattere fino a sfociare in spettacolo.
Cosicché anche il lago è coinvolto e la sua complice e ingombrante presenza
è punita: il suo fondo sprofonda in quell'abisso che porta direttamente all'inferno,
dove l'acqua stessa si accende in un fuoco, almeno per un giorno all'anno, come
monito per gl'infedeli.
L'osservazione del lago (teatro dell'ambiente = ambiente del teatro) è la
scena più emozionale in cui si trasfigura l'idea stessa della trasformazione e della
creazione: le paure umane antiche e nuove vengono sublimate nell'immagine del
reale, che rimanda a memorie oniriche di un passato lontano e a teatri possibili,
edificati sui frammenti della storia.
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Il pensiero prolifera e prende forma come input digitali: l'occhio mentale cattura le
immagini e le evolve in una miriade di estetiche. L'aspetto connotativo delle immagini
si arrende a quello denotativo in un mirabolante girotondo di sensazioni.
Il riconoscimento reale di ogni nostra esperienza avviene con la produzione
artistica dell'improbabile: il mito e la leggenda.
E tutto fino all'atto finale: un pavido nuotatore, che sfidando l'epicentro dei
leggendari vortici infernali, flagella il liquido palcoscenico con larghe bracciate,
circondandosi di linee destinate a diradarsi, proprio come il rarefarsi della natura di
fronte all'urgenza delle idee.
Rosella Federigi
Dove: da Livorno, lungo la SS1 (Aurelia) direzione Roma, fino all' uscita di
Follonica Est, e poi per la SS439 fino a Massa Marittima (GR), a 5 km dal paese
l'indicazione Lago dell'Accesa.
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LE MIE IMPRESSIONI SULLE OPERE DI GIANFRANCO TOGNARELLI
ALLA MOSTRA “TRANSITI: ESP- OPPOSIZIONE” CENTRO CONGRESSI
SAN MARTINO – FERMO (MARZO 2013)
Si dice che in ogni quadro dovremmo essere in grado di scoprire cose nuove
ogni volta che lo guardiamo. Si può guardare un quadro per un po' di tempo e poi
non ripensarci più, si può guardare un quadro per un secondo e poi ripensarci
per tutto il resto della nostra vita, ma si può anche veder “transitare” il denso
coacervo di passato presente e futuro, nel fuggitivo scorcio di tela...
Quello che cerco nella pittura è il suo magnetismo, la sua emanazione di
sensazioni, quello che proietta nel nostro immaginario.
Ed il quadro si fa espressione, “il” luogo d'incontro, il portale d'ingresso a
condizioni pluridimensionali che si nutrono voracemente di emotività; onde
elettromagnetiche, che risuonando in lungo e in largo alle massime frequenze del
percettibile e oltre, inondano di bagliori visivi i percorsi ormai scialbi del pensiero,
generando eteree idee, così densamente profuse tra mente e spazio visivo, che
diventano della stessa sostanza e dove ciascuno, a suo modo, intuitivamente,
vede nascere a partire dai propri occhi il miracolo del reale che si protende
nell'immaginario di sé: un colore più due colori non fanno tre colori, ma una
miriade di sfumature luminose che fertilizzano le idee!
E così i quadri di Gianfranco Tognarelli, scaltriscono il fruitore attento e in un
attimo emettono scintille.
Alcuni infiammano come i tramonti estivi o rischiarano come terse mattine
primaverili, altri invece abbagliano come la bellezza prorompente della natura
selvaggia o la bellezza immaginifica di una poesia.
Questi dipinti, che ai più appaiono un innocente gioco di colori, ad un tratto
schizzano all'apice di un funambolico frastuono di luce, tra toni intensamente
sfumati e tratti densi di colore: “E' l'improvvisa irruzione dell'infinito nel finito”
(Kant)
Rosella Federigi
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“MACCHIA BIANCA” DI GIANFRANCO TOGNARELLI E’ IL 1° DIPINTO IN
ANTICOPYRIGHT RILASCIATO IN PDA - PUBBLICO DOMINIO ANTISCADENZA
(tecnica mista su tela 90 x 112)
Opera esposta alla mostra “Tansiti: esp-opposizione ” Fermo - Centro
Congressi di S. Martino 29 marzo - 13 aprile 2013
Gianfranco Tognarelli
Pittore con attività e ricerche nel campo della grafica, incisione ed acquaforte.
Nasce nel 1949 a Pontedera dove vive e lavora. Durante gli studi tecnici si
avvicina alla pittura.
In questo periodo incontra il pittore A.L. Gajoni, (pittore che ha fatto parte della
scuola di Parigi, città dove ha vissuto dal 1928 al 40), Incontro decisivo per la sua
formazione. Dopo il diploma tecnico, infatti,frequenta la Scuola Libera del Nudo e
l’Accademia di Belle Arti di Firenze, diplomandosi con una tesi sul pittore Antonio Luigi
Gajoni. Nel periodo dell’accademia incontra i pittori Sergio Michilini, Maurizio
Governatori, Giancarlo Splendiani, ed Erminio Poretti con i quali inizia un sodalizio
sulla base di valori e aspirazioni comuni che nonostante esperienze e vie diverse
intraprese,continua ancora oggi.
Negli anni successivi partecipa a varie rassegne e manifestazioni artistiche e
realizza le prime mostre personali:- Galleria”il Gabbiano” Gallarate,1975 - “Galleria
A5”, Pontedera 1976 e - galleria”Macchi” di Pisa nel 1979.
Insieme ai pittori, M. Frosini, F. Marconcini, L. Scarpellini , crea il “Gruppo di Buti”,
che come fondatore ed animatore annovera il critico N. Micieli, dando vita alla
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“Rassegna d’arte città di Buti” alla quale partecipa con una personale “VI°
Rassegna “1987.. Con il Gruppo organizza importanti mostre itineranti con
personali quali: “Itinerari pittorici” 1991-2, a Palazzo Pretorio- Volterra – Palazzo
Lanfranchi Pisa - Chiesa di . Cristoforo Lucca – Palazzo Pretorio Poggibonsi;ed
“Ah, Pittura!” 1993/94 - Galleria “lo Scalone” Mantova – Galleria “Atelier” Carrara
– Palazzo Ghibellino Empoli. Tra il 1996 ed il 2000 partecipa con personali ,alla
XVI rassegna d’arte città di Buti, al percorso d’arte a Barberino del Mugello ed a
“Contemporaneamente”mostra d’arte contemporanea nel museo Cassioli-
Asciano Senese. (con questa mostre termina l’attività del gruppo.)
Con gli amici pittori dello “Studio Aperto” di Montemarcello” Lelio Farina e
Paolino Rangoni, organizza le personali:”Arborea” palazzo Civico di Sarzana-
1998, “Montemarcello studio”Circolo culturale B. Brecht Milano 2002 e “Incontri a
Montemarcello” circolo culturale Milano 2007 e “Montemarcello spazio
Atelier”con “Attraversando Colori” fortezza Firmafede Sarzana 2010.
Nell’anno successivo organizza la mostra al centro d’arte “Futuramente” con
A. Morichetti “Verso l’altrove”Pontedera e per l’occasione viene presentato
l’audiovisivo”Attraversando Colori” di A. Morichetti; Invitato al Simposio di pittura
“Artisti in Piazza” Nicola di Ortonovo La Spezia; partecipa alla collettiva”Non
d’Itaca si sogna” Spazio d’arte A. Moretti- Carmignano – Prato.
Da questo anno partecipa alla collettiva “la Parola si fa muta” in occasione
della giornata del Ricordo- 27 gennaio - Fucecchio 2011 -2012 S. Miniato 2013.
L’attività di ricerca pittorica è stata sempre accompagnata da ricerche nel
campo della grafica con partecipazione a varie manifestazioni e rassegne
nazionali ed internazionali. Tra le più significative: “Incisione Pisana del
Novecento” eventi e protagonisti 1998-99; Viene inserito nel”repertorio degli
incisori Italiani 1998-2000, ;e 2001-2003, 2006-2008;Partecipa alla cartella “Per
un Museo”- Le due Matrici 2003 Modica; a “Signum 4 e “Signum 5”Rassegna
intern. di incisione contemporanea- Troina(En); alla Biennale internazionale di
grafica contemporanea CLUJ, Romania; al “Salone internazionale di grafica
contemporanea” Ploiesti(romania)2005 – 2007,.alla 13° Biennale internazionale
di Grafica Ostrow (polonia)2009; “Silenzio su Carta” Bologna-2010; Invitato alla
“16°Biennale internazionale” di Grafica- Varna Bulgaria
Tra le pubblicazioni ,oltre i cataloghi delle mostre, si segnalano: IL GRANDE
VETRO-N° 118-agosto-settembre 1993-dedicato al gruppo di Buti di N. Micieli;
“Accadde in Toscana 2” di Tommaso Paloscia-1997; “Storia dell’Arte Italiana del
900” Generazione anni 40, secondo tomo- Ed Bora 2009.
Ne hanno parlato i critici: Giorgio Di Genova, Marco Fagioli, Nicola Micieli
Dino Carlesi, Tommaso Paloscia, Benvenuto Guerra, Silvia Guidi, Salvatore
Amodei, Gianfranco Schialvino, Mario Meozzi; I Pittori, Marcello Frosini Renato
Carozzi Sergio Michilini. La Poetessa Rosella Federigi.
Per ulteriori informazioni si rimanda al
Sito web: http://www.gianfrancotognarelli.it
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Coautori: Astrid Agius & Gennaro Francione
Astrid Agius nativa di Mosta (Malta), coreografa, melomane (famosa una sua
interpretazione a Malta nella Madam Butterfly), affabulatrice, è giornalista (soprattutto
nel campo della Musica Classica)e P. R. Woman dell'Associazione Rinascimento
2000.
Con Francione ha composto la pièce Lezione d'inglese.
Gennaro Francione (Torre del Greco, 1 aprile 1950) è uno scrittore italiano.
Personaggio poliedrico, ha svolto anche attività di attore e regista teatrale,
saggista, pittore. Dal punto di vista artistico è influenzato dalla Hacker art, dall'arte
neogotica e dalla cosiddetta cyber-cultura.
È stato, inoltre, Consigliere di Corte di Cassazione, giudice presso la sezione
penale del Tribunale penale di Roma e membro del comitato scientifico del Centro
Studi Informatica Giuridica di Firenze. È stato autore di diverse sentenze che hanno
fatto molto discutere. Nel giugno 2000 ha emesso una sentenza che sollevava dubbi
di costituzionalità riguardanti il sistema processuale definito dal giudice "processo
indiziario", ed a favore del "processo scientifico popperiano"; la corte costituzionale ha
rigettato il 12 luglio 2001 tale interpretazione. Nel febbraio 2001 ha assolto quattro
venditori di cd contraffatti per "stato di necessità" dato da "bisogno alimentare non
altrimenti soddisfatto", decisione che è stata poi definita dallo stesso Francione
"sentenza anticopyright"; in merito ad essa è stata presentata un'interrogazione
parlamentare da parte del senatore Ettore Bucciero, ma il Consiglio Superiore della
Magistratura ha assolto il giudice nell'inchiesta che ne è scaturita. Il 13 aprile 2007 ha
emesso la cosiddetta sentenza della "tv sferica", con l'assoluzione del "disturbatore"
televisivo Gabriele Paolini per aver esercitato il diritto di manifestare liberamente il
proprio pensiero col media televisivo ex articolo 21 della Costituzione.
Francione ha proposto un progetto, chiamato Diritto 2000, che mira a sostituire
quello che l'autore definisce il "medievale diritto penitenziale" (basato sulla punizione)
con un neoumanistico "diritto medicinale" (cura, sanzioni e misure di sicurezza).
Francione è fondatore e presidente dell'Unione Europea dei Giudici Scrittori ed ha
promosso il Movimento Utopista-Antiarte 2000. È consulente artistico del Museo del
Cinema di Roma. Gli è stato assegnato il Premio della Cultura della Presidenza del
Consiglio dei ministri negli anni 1995, 1997, 2003, 2005.
Nel Maggio 2012 partecipa ad un importante Convegno Nazionale sul copyright
tenutosi a Cosenza, organizzato dal portale La legge per tutti, durante il quale si
definisce Giudice Pirata; e, ancora, "artista prestato alla magistratura".
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“Lezione d’inglese”:
In una veranda di stile alpino che dà su un giardino una signora anziana,
Marisa, prende lezioni d'inglese da una signora giovane maltese, Astrid. Oggi
l'inglese è di gran moda e Marisa non riesce a sottrarsi anche per la necessità di
comunicare con la figlia in America. I risultati sono grotteschi, risibili ma presto la
lezione si rivela essere qualcosa d'altro. La ricerca nell'insegnante di un angelo
per lenire nel dialogo italoparainglese tutte le sofferenze di una vita tragica, per la
prima giovane figlia morta di cancro e un marito diventato per gioco crudele
eternamente silente. Su tutto incombente una vecchiaia stanca e pur
ardimentosa volta a lenire le sofferenze di una vita vuota con la poesia, la follia
logorroica e l'affetto di un'amica.
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LA LEZIONE D'INGLESE
di
Astrid Agius & Gennaro Francione
Una veranda di stile alpino con mobili di noce chiaro che dà su un giardino.
A sinistra una credenza con vetri e una sedia a dondolo. A fianco un albero di
Natale illuminato. In angolo un pendolo.
A destra una libreria con sopra uno specchio, una televisione d'angolo, due
poltroncine di vimini, un tronco di pino con sopra un telefono e accanto penne.
Sul tavolo di noce chiaro un libro, fogli, penne, matite. Astrid, la bella insegnante
maltese bionda di mezza età, sta preparando un vaso con fiori.
Bussano alla porta e Astrid va ad aprire, lasciando entrare Marisa una signora
anziana sui 65 anni, capelli corti, mesciati, naso affilato, rossetto mal messo sulle
labbra sottili. Indossa una pelliccia, un goffo cappellino e sotto due scarpe di
ginnastica di due misure superiori alla sua.
ASTRID (con tipica inflessione di madrelingua): Oh Marisa eccoti qua!
MARISA (baciando Astrid): Scusami sono un po' in ritardo.
ASTRID: Non ti preoccupare! Mettevo a posto la veranda nel frattempo...
MARISA: Ecco Astrid, questo è per te. Ti ho portato il tronchetto della felicità, per il
Natale.
ASTRID: Grazie, che bello! Thank you very much indeed.
MARISA: Indeed.
ASTRID: Indeed.
MARISA (scartocciando un altro pacchetto):
E poi una bella crostata per te. Marmellata di albicocca... La facciamo
noi. Ma dal Trentino ti porterò lo strudel, che pure è buono, come fatto in casa.
ASTRID: Grazie. Per crostata di marmellata. Mi piace lo strudel. (Avvicinandosi
all'albero di Natale, seguita da Marisa) Ecco metto i tuoi doni vicino all'albero.
MARISA (guardando l'albero): Indeed. Che bell'albero!
ASTRID: L'ha fatto mio marito Renzo. Lui ci ha la passione.
MARISA: Beata te, col marito giovane. Il secondo bel marito. Il mio è uno solo, ed
è pure vecchio e decrepito(ride in maniera in modo nevrotico).
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ASTRID: Ma che dici. Hai un bel marito... Vieni dammi la pelliccia (aiuta
Marisa a togliersi la pelliccia riponendola sulla poltrona, dove pure Marisa
sistema il cappellino)e cominciamo subito la lezione, se non come l'altra volta
l'ora passa e tu non impari nulla.
Le due si accomodano a tavola.
ASTRID: Hai fatto mesce?
MARISA (toccandosi i capelli): Sì. Sono brutte?
ASTRID: No, no sono belle!
MARISA: La parrucchiera mi ha consigliato di fare le mesce così non c'è
bisogno di andarci ogni quattro settimane.
ASTRID: Com'è la tua crescita?
MARISA: Lenta.
ASTRID: Allora come la mia. (Mostrando la testa). Guarda me io sono sei
settimane che non faccio colore e vado bene.
MARISA: Tu sei bella! Stai sempre bene. Io devo pagare 80.000 lire di mesce
per stare benino.
ASTRID: Anche tu sei bella pure senza mesce. Non dare retta ai parrucchieri
che sono ladri.
MARISA (guardando tra i capeli di Astrid): Guarda tu qua davanti hai alcuni
pezzi più chiari degli altri.
ASTRID: Sai perché? Perché sono bianchi. Tu non ne hai.
MARISA: No, no. Io ci ho rughe. Meglio i capelli bianchi che le rughe!
Astrid sorride e prepara il libro, mentre Marisa rovista nella
borsetta.
MARISA: Mio marito m'ha fatto... gli occhiali. Scommetto che per colpa sua li
ho dimenticati.
Cerca gli occhiali e li trova.
MARISA: Ah! Hai visto quel signore di mio marito? Mi ha sempre impedito di
guidare. Si fa prendere i dolori quando mi deve accompagnare in qualche posto.
Non sto bene. Mi sto rovinando la salute... Così sono venuta a piedi con questo
freddo... ma almeno dovrebbe venire a prendermi.
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Marisa tira fuori dalla borsetta un registratore portatile con cassette,
un quaderno, una penna.
Marisa ha la mania delle caramelle Victor's alla menta per respirare
meglio, essendo presa come da mancanza d'aria. Ne offre ad Astrid che ora accetta
ma poi rifiuterà cortesemente. Marisa getta la borsa sulla poltrona.
MARISA (masticando la caramella e respirando, mentre armeggia col
registratore): Brutta infanzia ho avuto io e brutto matrimonio. Erano altri tempi quelli,
dopo la guerra. Con questa mentalità con quel padrino del sud, un pugliese, con l'idea
bislacca che la donna deve stare solo a casa... ma i soldi della figliastra(si batte il
petto) li prendeva e come! Ho lavorato da giovane io e volevo studiare, ma lui, il
patrigno, me l'ha impedito(Pausa) Dico, me ne scappo. Prendo il primo che trovo e
vado via da questo qui. Il marito non è che l'ho scelto male. Diciamo la verità, come
l'hai detta tu, è un bell'uomo, ma silenzioso, riservato. A me piaceva un altro, sì, sì. E
lui contraccambiava... (Sforzandosi con gli occhi) Pensa un po' mi ha chiesto
d'incontrarlo e non sono andata all'appuntamento... (Ridacchia)

ASTRID: Perché no se ti piaceva e lui reciprocava?
MARISA: Perché avevo un vestito solo, che lavavo e stiravo... fino a farlo
diventare brillante, lucido, luci,.. consumato. Ma era sempre lo stesso. Quello del
lavoro... Avevo vergogna e ho lasciato perdere... che tragedia. Pensa un po'... io
lavoravo - avevo vinto un concorso al ministero - e il patrigno mi portava via tutti soldi
e non potevo comprare i vestiti. Poi avrei potuto lavorare da sposata, guadagnare per
me da affrancata, ma mio marito non ha voluto che lavorassi proprio. Niente lavoro,
niente soldi!
ASTRID (indicando i quattro libri sul tavolo): Ora facciamo la lezione, Marisa.
Ther'are four storys on the table. Marisa, choose one of them and tell me the story in
your own werds.
MARISA (indicando il libro di "Oscar Orange"
1
, con pronuncia forzata, come dei
bambini, caricata): I like this this... Allora... Acc... sai tre giorno fa mi hanno scippato la
borsa con tutti gli occhiali...(Tira fuori dalla borsetta occhiali grezzi che inforca
cercando invano di leggere sul libro)Ho comprato questi, terza misura, in farmacia ma
non ci vedo quasi nulla!
Astrid tira da sotto il tavolo un leggio e vi poggia sopra il libro.
ASTRID: Prova così...
MARISA: Sì, va meglio. (Sforzandosi di leggere) I like this this...
ASTRID: Non non ce la fai proprio.
1
Oscar Orange, Stories and pictures by Jayne Fisher, Ladybird
Books, 1983.
45
AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
MARISA: Non leggo bene. I... i... i... Non vedo bene...
ASTRID: Allora devi fare una vista oculistica.
MARISA: L'ho fatta. L'ipermetropia è raddoppiata..
ASTRID: Allora hai bisogno di un altro paio di occhiali...
MARISA (tira fuori dalla borstetta un altro paio di occhiali consuemti): No non
ce n'è bisogno. Metto un paio di occhiali sull'altro. Sono quelli vecchi...
ASTRID (ridendo): Ah! Marisa...
MARISA: So. Oscar, okay?
ASTRID: Okay. Who is Oscar, Marisa. (Marisa distratta guarda fuori,
giocherellando coi doppi occhiali) Wh's Oscar? Marisa, who is Oscar?
MARISA (forzatissimo, con la faccia quasi su quella di Astrid): Oh yes!
Orange!
ASTRID (battendo le mani): Articolo!
MARISA: An orange.
ASTRID: And...
MARISA: Oscar is not happy.
ASTRID: Why?
MARISA (con la mano scendendo sul tavolo a indicare una cosa piccola): It's
was short. (Pronunciando staccato e forzato) I wanted be grow toller.
Comparativo di tall!
ASTRID: Brava Marisa e... facciamo la grammatica... superlativo?
MARISA: Tollest! Toll, toller, tollest... Lo so bene perché conosco la
grammatica italiana. Sì. Sì sì facciamo grammatica. La so bene. Mi piaceva
studiare. Avrei voluto continuare dopo la terza media latino, italiano... sono brava
io. Quando uno è bravo nella propria lingua capisce anche le altre. Mi piace! Mi
piace! Mi piace! Vuol dire tanto sapere l'italiano così si può imparare molto!
ASTRID: Brava! (Indicando il libro) Carry on! Continua.
MARISA: So i has many ideas.
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ASTRID: No: aideas.
MARISA: Aideas. I may put his shoos...
ASTRID: His. Eus.
ASTRID: Dai Marisa pronuncia be. A, e, i, o, ooooh...
MARISA (grottesca, piena di smorfie): A, e, i, o, ooooh... Certo è strano
quest'inglese.
MARISA (soffiando come asmatica): Ooh... Ooh... Ooh... under manure. Yes, yes.
ASTRID: Little manure?
MARISA: No.(Guardando fuori) Heap of manure. Montagna.
ASTRID: No. What's the mean of manure?
MARISA: Concime. Così cresce, cresce... (indica con la mano la bassezza) but
it's remain short.
ASTRID: Aspetta Marisa facciamo una geometria della storiella e poi cerca di dire
tutto.
MARISA: Va bene.
ASTRID: Allora, Oscar è un'arancia e siccome ha il complesso di essere corto
vuol crescere a qualsiasi costo e ha molte idee. Prima pensa di seppellire le scarpe
sotto il concime così il giorno crescerà. Prova e niente. Pensa allora di rimanere
appeso per le braccia a un ramo per ore e ore così diventerà sicuramente più lungo e
anche così fallisce. Rimanendo appeso ha solo l'effetto di farsi rosso rosso. His face
gets redder and redder.
MARISA: Redder and redder.
MARISA: Due volte?
ASTRID: Sì due volte. E' l'inglese.
MARISA: Mi piace! Mi piace ! Mi piace! L'inglese è bello, non l'americano che è
volgare e non si capisce niente. L'inglese è bello come te, Astrid. Tu sei veramente
una bella donna. Tu sai che ci hai?... Hai classe!
ASTRID: Anche tu hai classe Marisa.
MARISA (accavalla le belle gambe e se le guarda): Avevo classe... ma quello là...
mi ha fatto perdere tutta lo charms.
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ASTRID: Sei d'accordo che con la classe si nasce... che la classe non si
acquista?
MARISA (guardando fisso Astrid): Certo, certo. Tuo marito ha saputo
scegliere... che bella donna!
ASTRID: Mia nonna materna apparteneva all'aristocrazia di Malta...
MARISA: Ah i cavalieri di Malta... Che razza! Anche i parenti di mia nonna
appartenevano all'aristocrazia di Napoli. Mio nonno passava per via Roma e
tutti: "Cavaliere! Cavaliere! Che piacere vedervi! Forza Savoia!". Ma quello lì... il
marito, quel Renzo, lo odio. (Alzandosi e battendo sui piedi) Ti odio! Ti odio! Ti
odio!
ASTRID: No, non così. Odiare molto non produce niente, Marisa(Si alza e la
fa sedere).
MARISA: No, no... E' vero, farò come fai tu. Tu sei positiva e bella.
ASTRID: Anche tu sei bella, Marisa.
MARISA: Credi?
ASTRID: Sì, te l'ho detto. (Si alza) Solo che stai meglio con le gonne che coi
pantaloni(tira il pantalone all'altezza dei fianchi)perché vedi, qua è largo. Anche il
petto è largo.
MARISA: Io ero una grande soprano. (Accenna un gorgheggio) Ma lui il
patrigno non voleva farmi fare scuola con questa bella voce che avevo....
ASTRID: Sì hai una bella voce, ma con la gonna nei fianchi sarai ancora più
bella.
MARISA: Ah si?!
ASTRID: Sì. E poi devi fare così (fa flessioni ritmate canticchiando).
MARISA (alzandosi e mettendosi al fianco di Astrid): Come si fa?
ASTRID: Lift up (alza le braccia), stretch (fa stiramenti, imitata goffamente da
Marisa) così senti la vita che rientra.
MARISA (goffa scimmiottando i movimenti): Vero, rientra. Indeed.
ASTRID: Op, op.
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MARISA (continuando a scimmiottare): Perché non venite tu e tuo marito da noi, a
capodanno.
ASTRID: Dove?
MARISA: In montagna. Noi abbiamo una bella casa in Trentino... Una bella
casa con attico e superattico. Devi vedere com'è bello quando la neve scende giù a
fiotti e imbianca tutti gli alberi. Bianco, bianco, bianco e anche le cascatelle dei
ruscelli si ammantano di candore... Trentino... Val di Non. Felicità.
(Declamando)
Rinnovata dalle membra del ciel
la girandola protende al creato.
Variopinta, suggestiva, maestosa.
E la casa inghirlanda festosa
più leggiadro fa l'arcobleno,
poi illumina una nuvola rosa
che vezzosa, convola al sereno.
Viva musica della natura,
singolare nella sua unicità,
simultanea ai raggi di luna
si diffonde con semplicità,
galeotta, invita al piacere.
Se altero amore regnerà
ineluttabile perdurerà
così statica felicità!
ASTRID: Bella. (Pausa) Non sappiamo sciare.
MARISA: Non importa. C'è neve, tanta neve bella.
ASTRID: Vedremo. Chiederò a mio marito... sai lui è del sud e preferisce il sole e i
posti caldi...
MARISA: Abbiamo i riscaldamenti a pieno ritmo!
ASTRID: Dentro, ma fuori?
MARISA: Se no, potete venire col tempo bello quando escono fiorellini gialli...
Andremo a raccogliere funghi porcini. Grossi così, grossi e saporiti...
ASTRID (smette di fare flessioni imitata da Marisa): Vedremo. Sono contenta che
sei è venuta oggi. Ho lasciato il messaggio in segreteria ieri e pensavo non venissi.
Le due donne si risiedono.
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MARISA: Sì, non c'eravamo, io e mio marito siamo andati a portare i fiori
sulla tomba di mia figlia al cimitero.
ASTRID: Oh!
MARISA: Era bella mia figlia Daniela. Tanto bella che il fidanzato,
innamorata, le stava vicino, la baciava, la piangeva sino all'ultimo.
ASTRID: E' una storia dolorosa. Com'è successo, Marisa...
MARISA: Sì, dolorosa... A tredici anni Daniela ebbe un incidente col motorino
guidato da una sua amica. Lei stava dietro, fu sbalzata e colpì una macchina. In
quel momento i medici non diagnosticarono nulla. Dico io benedetti uomini, vi
limitate a fare una lastra. Perché non avete fatto una tac?
ASTRID: Tu non l'hai chiesto?
MARISA: E io cosa ne potevo sapere cara mia! Dopo un anno e mezzo
cominciò a svenire. Dicevano i professori che era lo stress. E lei: "Mamma, stress
di che? Io sono felice, serena...". Era un tumore piccolo, piccolo, maligno,
Astrid... Le diede tanti anni di vita ancora ma fu inesorabile. Non la videro i
medici, quella punta di male. Poi se ne accorsero quando si fece un po' più
grande. La operarono e stava bene. "Mamma, sono guarita! Sono guarita!"
gridava felice. Per un po'... poi si paralizzò alla parte destra. Ancora operata,
operata operata... (Piangendo) Abbiamo girato tutto il mondo. Alla fine un pezzo
di ragazza la dovevamo portare a spalla. E lei con un fil di voce gridava: "Perché
proprio io? Che ho fatto di male" (Astrid asciuga le lacrime a Marisa,
carezzandola). Quando Daniela è andata in coma (imita goffamente il coma con
strabuzzamenti degli occhi e dondolii del viso) c'era tanto da fare. Anch'io ho
avuto il mio calvario e da allora anche mio marito. Fu dai tempi di Daniela che
non lo volevo più e lui non voleva me. "Pensa a Daniela. La medicina per
Daniela. Dottore come sta Daniela. Andiamo all'ospedale. Chiama il medico....".
E poi ogni piccola fuscello sembrava un trave... Lui crollò. Non ce la faceva più.
Andava a prendere un panino e tornava dopo un'ora. Ma si può fare così con
una figlia che muore, una moglie estenuata... "Abbi pietà di me, marito. Anch'io
ho il mio calvario. Credimi Astrid si aveva tanto bisogno de Il sole che scalda.
(Declamando)
Ride beffarda della sua natura
tanto brutale avida sventura,
tutta fatale aleggia, turpe il manto.
Fiere battaglie coglie
e duolo e pianto.
Furace afferra le gaie primavere...
Smorzandone beltà di prime ebbrezze
vuole ronzare a quelle giovinezze
ancora profumate di chimere,
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ché ai dolci sogni,
ghignerà incertezze.
Sommessamente sale una preghiera
dal gramo labbro già una madre altera:
l'insigne prece allevierà quel cuore,
più supplice... del mistico dolore.
Si forgeran così promesse vere
tra perle intrise.... piene di candore
e, scorreranno più imploranti le parole!
Ma una sola
sarà grande come il mare:
l'angelo della casa vuole dare...
quella radiosità del focolare.
ASTRID (applaudendo, commossa): Brava, Marisa. Brava.
MARISA: E poi... se colpa c'era era sua, di mio marito. Poveraccio anche lui,
madre e sorella morte di tumore.
ASTRID: Era il destino. Fa male cercare le cause dei mali a tutto e attribuirle a se
stessi o a chi si ama. E Stefania?
MARISA: C'era Stefania, l'altra mia figlia, ad aiutarmi... Stefania aiutava la sorella
a sentire musica, a farle i capelli, a vedere un video insieme ma non aiutava Marisa.
Non importa Stefania, basta che dai conforto a Daniela, e se pure mi maltratti o sei
indifferente io sono contenta.
(Pausa) Stefania la sedia a rotelle... portiamola in clinica! Stefania, Stefania,
Stefania! (Esce qualche lacrima e si asciuga)Sentivo un gran sollievo dopo ch'era
morta... Astrid, non ce la facevo più (Piange).
ASTRID (commossa, dopo una carezza lieve): Tu parli molto, Marisa. E poi parli di
cose che ti fanno male, anche se belle... Così la lezione di un'ora durerà solo five
minutes.
MARISA: Parlo molto perché a casa mia lo faccio di rado. Mio marito Renzo è
muto. Qualche volta esco in giardino e parlo alle stelle, parlo a Daniela. Con lei il
dialogo non finisce mai. Mi sembra di vederla ancora lei e Mariano, là sotto la luna
argentata, a tenersi per mano, a baciarsi, dondolando sull'altalena davanti a questi
miei occhi pieni di felicità. Li vidi e filtrata dal cristallo della loro tenerezza mano a
mano scorsi l'Immensità.
(Declamando)
Aiuto chiedo alle stelle del cielo,
che mi regalino ancora per ora
un luminoso colore vero
intenso, vivo, quasi irreale
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eppoi lo prestino a tutte le cose:
a brune chine o a olle chiare.
E all'avvincente azzurro del mare,
per fare bello un amore sincero:
i cari momenti più' trasparenti.
Aiuto chiedo anche alla luna:
essa mi serve piena di miele.
Ammaliatrice, ammiccante, felice
a propinare soavi chimere,
sempre in simbiosi di puri valori
per auspicar gioia e splendori.
Vedo sorridere l'astro d'argento
alle premesse più ardite del cuore:
cela, sornione, le fiabe dorate
di fate, castelli, di principi azzurri.
Ataviche storie di candore...
d'innamorati pargoli ed ave
e di chi aspiri al dolce tepore
d'una cornice "tutta d'amore"!
ASTRID (applaudendo, commossa): Brava, Marisa. Brava.
MARISA: Io scrivevo poesie mentre mia figlia viveva, quando stava morendo.
Poi è morta e non sono riuscita a scrivere più niente. E' come se la mia anima
con la speranza spenta si fosse fermata non riuscendo più a percepire certi caldi
feeling con le cose che ti circondano. Io parlavo col cuore con le poesie con
Daniela, e parlo ancora adesso ma la poesia è finita. Solo il fidanzato ancora
chiama, viene da noi, porta fiori sulla tomba... povero caro.
ASTRID: E con Stefania, c'è dialogo?
MARISA: Daniela era dolce con lei avevo feeling. Questo maglione è suo,
vedi... Ma Stefania alza le mani su di me e su suo padre!
ASTRID: Addirittura.
ASTRID: Sì, mia figlia Stefania si è sposata prima del tempo. Era incinta.
Fortunatamente con un laureato, Marco... Anche se lui... aveva in testa
l'impresa... Una fabbrica di pastasciutta andata in fallimento. Lui non voleva
lavorare manualmente e allora si sono trasferiti in America, a Miami.
ASTRID: Stanno bene là, ora?
MARISA: Mica tanto... Ma io perché imparo l'inglese? Sembra che
Stefania voglia separarsi.
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ASTRID: Addirittura!
MARISA: Mia figlia... divorzia c'è il governo federale di mezzo per i bambini...
hanno tre bambini loro... e i genitori devono mettere una firma... così i bambini
possono varcare la frontiera. Ma c'è un imbroglio (Sottovoce complice) Roba
federale... Lui non ha la residenza. E' italiano... se viene fuori st'imbroglio lo mandano
via subito.
ASTRID: Perché non lo mettete voi in carcere, così vi liberate di lui!
MARISA: Dovrebbero... Dovremmo... Io dico a mia figlia: ma perché non va a
lavorare. Santo ragazzo perché non vuoi lavorare? Dobbiamo mantenere sempre noi i
tuoi figli? Noi siamo una famiglia integerrima... In questi tredici anni ti avremo mandato
minimo 120 milioni in lire che in dollari non so quanto sono per non parlare della
perdita sul cambio. Solo ora per Natale gli avrò mandato 3.500.000. Noi siamo una
famiglia integerrima...
ASTRID: Cos'è integerrimo? Non conosco questa parola.
MARISA: Senza macchia, Astrid. E la colpa ce l'ha quello là. Tua madre santo
ragazzo ha un deposito di acqua e pesce e surgelati italiani. Vai a lavorare con lei e
guadagni 1.000 dollari al mese e mantieni i bambini.
ASTRID: E' immaturo...
MARISA: Sono immaturi lui e mia figlia.
ASTRID: Tua figlia lavora?
MARISA: Piccole lavoretti ma Stefania ha le mani bucate. Manca da mangiare ai
bambini e compra le candele. La rimprovero e mi dice: "Mamma per due dollari!".
Due dollari oggi, due dollari domani... Mia cara tu sai che la sera ci arrangiamo con
cappuccino e dei biscotti per mandare soldi a loro. (Pausa) Sto fatto del divorzio mi
preoccupa...
ASTRID: Qualche volta le cose si aggiustano da sole.
MARISA: Io sono nata sotto una cattiva stella. Quando le cose nascono male...
ASTRID: Dai, pensa positivo.
MARISA: Sì. Io scappo via di casa. Dopo tutto quel che ho passato, non ce la
faccio più. Pensa: prendersi cura di tre bambini!
ASTRID: Non prenderti troppa cura. Se Stefania viene ci pensa lei ai bambini, sa
in che condizioni sei. Lavora, fa soldi e paga una baby sitter. Tu sarai tranquilla...
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ASTRID: Oh come sei brava! Come la fai facile tu... Io non ci arrivo a
soluzioni così semplici e mi dispero. Appena so la cosa chiamo il padre che sta là
sopra in mansarda e gli dico: "Scendi giù che ha chiamato tua figlia!". Scende e
glielo dico: "Stefania sta per separarsi e venire qui coi tre bambini. Datti da fare!"
Si è dato da fare subito". Mi si avvicina e sussulta: "Dai facciamolo!" Ma si può?
In una situazione così... Allora parla, quando la vuole, parla il prete. Poi ridiventa
muto. Indefettibilmente... l'ho letto l'altro ieri sul vocabolario...
ASTRID: Muto?
MARISA: Sì come un pesce. Un pesce avariato. Lui voleva farsi prete,
questa è la verità di Dio. Una volta andiamo in Trentino e in macchina con una
faccia tosta mi dice (Con vocione): "Lo facciamo il gioco del silenzio?". Capisci
quanto lui è cattivo? Lui non parla mai con me a casa e in viaggio mi dice di fare
il gioco del silenzio. Sadicone! Puàh! Chi vuole parlare con te, essere
puteolente?
ASTRID: Perché dici così, poverino. Avrà avuto le sue buone ragioni per
starsene zitto.
MARISA: Certo! Non ha niente da dirmi. Di giorno è muto. La sera davanti al
televisore a dormire. A meno che non c'è calcio. Solo il calcio lo tiene sveglio.
Guarda sempre il calcio lui. Un giorno lo rompo quel televisore!
ASTRID: Forse il calcio è il suo hobby. Ha diritto a qualche svago,
pover'uomo.
MARISA: Pover'uomo?! Povera donna! Io voglio parlare.. ho bisogno di
parlare. Lui fa così "Scccccc" (mette il dito sul naso) mentre guarda il calcio e io
solo sfioro il pavimento. (Guardando con odio il televisore) Io lo odio quel
televisore, lo rompo!
ASTRID: Dai calma, armonia, Marisa.
MARISA: Calma? Lo lascio, o sì lo lascio come hai fatto tu col primo marito...
beata te...
ASTRID: Non è stata così facile... è stata dura, credimi Marisa.
MARISA: Sì ma almeno per un po' cambi sei felice. Changez la femme. No lo
lascio quello lì, ne cerco uno giovane come hai fatto tu, non un vecchio come lui.
(Si alza e si porta allo specchio) Ma come posso prendere un giovane con tutte
queste rughe? Me le ha fatte lui sai...
ASTRID: Le fa la vita quelle...
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MARISA: Lui e la vita che fa rughe è la stessa cosa. (Massaggiandosi la faccia) Io
voglio un giovane Non un vecchio perché vecchi per vecchio prendo lui che è padre
dei miei due figli... Sai cosa fa?
ASTRID: No. Cosa fa?
MARISA: La notte prima della tivvù non vuole lavarsi i denti?
ASTRID: Perché?
MARISA: Dice sempre che lo farà dopo. Dopo i programmi. Poi si alza(si alza e
imita il marito sonnambulo) tutto assonnato e "Salgo sopra, buonanotte".
ASTRID: E tu lo segui?
MARISA: Segui? E dove? Lui vive in mansarda e io giù, in taverna.
ASTRID: Vai in mansarda, forse ti parla.
MARISA: No, la mansarda è fredda d'inverno e calda d'estate. Tutt'al contrario. E'
storta come lo è lui.
ASTRID: E il giorno...
MARISA: La mattina si alza e strofina, strofina, strofina... Ah! Come strofina!
Pensa, oggi nemmeno voleva farmi venire a lezione.
ASTRID: Perché?
MARISA: Mi dice "Abbiamo appuntamento alle 10 all'ospedale, l'hai dimenticato?".
Certo che l'ho dimenticato! Abbiamo?! L'appuntamento ce l'aveva lui, mica io. Preso
senza interpellarmi. "Non lo sai che alle 10 ho lezioni d'inglese, io?". (Vocione) "Eh no,
proprio no!".
ASTRID: Lui non sa niente di te, tu niente di lui. Dovreste comunicare di più.
MARISA: Ecco brava, mia cara! Ci provo io, ma mi dice: "Sei vecchia, che ci fai
con l'inglese?".
ASTRID: E' evidente che lui è geloso, invidioso. Non è all'altezza.
MARISA: Sì è vero è invidioso perché non riesce a spiaccicare una parola
d'inglese. E poi geloso, sì geloso di me. Io me ne vado in America, col mio inglese,
indeed! Trovo una casa, un amante...
ASTRID: E i soldi.
MARISA: Ho 600.000 lire al mese.
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ASTRID: E che puoi fare con quei soldi?
MARISA: Ah ma noi abbiamo due case una in città e una montagna ne vendo
uno faccio altri soldi e vado laggiù in America. E se c'è un giovane che mi vuole,
me ne vado con lui, come hai fatto tu mia cara Astrid. (Grattandosi la testa)Io uno
ce l'avrei... Faccio un corso di pittura a via del Corso e quello mi fa il filo... Ma
non c'è feeling capisci se senza feeling io non faccio nulla. Non mi piace. Non mi
piace!
ASTRID: Marisa perché non ti concentri su tuo marito? Un poco poco di bene
deve pure volertene.
MARISA: Ho fatto capir che malgrado io sto laggiù nella taverna, quando ha
bisogno di me può venire. Però deve lavarsi la bocca. Bene. Anzi benissimo!
ASTRID: Marisa, se proprio hai bisogno di fare l'amore, non c'è bisogno di
baciarlo...
MARISA: Me lo dice anche Stefania, mia figlia..."Mamma sei troppo
schizzinosa". Ma io, se non bacio, non riesco a combinare niente. Lui sì, lui può
ancora sai. Settant'anni e gli si drizza ancora(fa il gesto con la mano sopra).
Pensa, mia sorella ha un marito di 15 anni più giovane del mio e non gli si drizza
più. Tutto moscio laggiù... Scusami sono diventata un po' volgare...
ASTRID: No, no, no...
MARISA: Ma per dirti le cose come veramente stanno... Nell'intimo... Tu sei
un angelo, capisci tante cose, e a te si può dire tutto.
ASTRID: Sei sicura tu di volerlo, tuo marito? Non è una scusa questa della
bocca lavata?
MARISA: Forse... Da settembre sono andata in clinica e la domenica invece
di andare a casa, volevo essere portata al mare. Aria! Non lo desidero! Non lo
desidero! Non sento niente per lui! Io sento che lui ancora l'attiro, ma lui non a
me. Okay.
ASTRID: Non lo vuoi, non vuoi lui, ma desideri amore.
MARISA: Sì, amore. Tanto amore! Nella notte mi sveglio tutta sudata. Passo
una intera nottata in bianco. Sudata qua, sudata là, sudata sopra, sudata sotto.
Sono calda io, non posso non fare l'amore. Ho bisogno di carezze, affetto,
amore, queste cose.
ASTRID: Forse lui non ti carezza abbastanza. Se lo facesse tu, forse...
MARISA: Sai come è strano. Chissà come fa a sfogare... Carezze non le
capisce. Mi stava vedendo mettere le calze (Fa il gesto), ha visto un po' di
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coscia ed è saltato su di me. "Eh caro, " gli ho detto "adesso non è possibile, devo
andare alla lezione di pittura. Tu vuoi fare il cattivo, l'antipatico. Devo andare alla
lezione di pittura... La giornata è così lunga e tu proprio ora vuoi fare l'amore".
ASTRID: Pazienza Marisa. Così sono gli uomini. Così imprevedibili nei loro impeti.
MARISA: Lui no, lui. La macchina di Daniela la tengo in garage, ho la patente e lui
m'impedisce di prenderla.
ASTRID: L'importante è che ti dia da mangiare.
MARISA: No lui non mi dà soldi. Li prendo dalla mia pensione. Devo chiedergli di
darmi i soldi. Scrive e tiene i conti per ridarglieli. Vado al cinema con un amica, me li
presta, li rivuole dopo una settimana. No io devo cambiare uomo, come hai avuto il
coraggio di fare tu, mia cara. Perché io a quello lì lo odio, lo odio! (Astrid dà un segno
lontano di fastidio) Ti vedo contrariata... forse perché continuo a identificarmi in te
nella tua fuga d'amore...
ASTRID: No, no.
MARISA: Perdonami forse sono invadente.
ASTRID: Non ti preoccupare. Non sei la sola a mitizzare la mia fuga dal mio primo
matrimonio verso il secondo. Potrei aprire un'agenzia di consolazione.
MARISA: Perché no. Tu puoi, puoi tutto tu. Sei bella Astrid. Una donna di carisma,
occhi verdi, belle labbra... e poi questi orecchini così grossi, eleganti... così intonati col
maglione... certo. Quasi quasi sto pensando di andare a fare un po' così (fa le corna
con le due mani e tira da due parti gli occhi e la bocca creando una maschera
grottesca).
ASTRID: Anche tu sei bella. Non c'è bisogno di lifting.
MARISA: C'è bisogno del lufting. (Fa le corna con le due mani e tira da due parti
gli occhi e la bocca creando una maschera grottesca). Tu sei il mio specchio mia
cara... Lo so che non sono Mae West. Sono più bella col cappello. Io avevo tanti
cappelli. Ma li perdo. Ne perdo tanti.
ASTRID: L'importante è che non perdi la testa!
MARISA (fissando nel vuoto sul giardino): Avevo un cappello... Com'era bello quel
cappello...
ASTRID: Marisa...
MARISA: Un cappello con tanti fiorellini di primavera sopra...
ASTRID: Marisa, Marisa.
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MARISA: Eh!
ASTRID: Marisa, impara ad ascoltare. Parli solo tu. Devi ascoltare me, se no
devo gridare 10 volti per farmi sentire.
MARISA: Sì, ma erano colorati i fiorellini. Ti sarebbero piaciuti, tu hai
grazia...
ASTRID: Marisa dobbiamo fare la lezione... siamo indietro.
MARISA: Che begli alberi che hai.
ASTRID: Grazie. Il mandarino, l'albicocco, e il sacro squisito loto... Un fico
l'abbiamo tagliato perché ci hanno detto che le radici sono talmente forti che
s'infiltrano nelle fondamenta della casa.
MARISA: Anche noi l'abbiamo tagliato per lo stesso motivo, ma anche perché
ci faceva molto ombra. Io ci ho il susino, gli aranci, le pesche, il ciliegio. Il susino
ci fa frutti piccoli... lo taglieremo perché le foglie c'intasano il chiusino. Taglieremo
anche il ciliegio...
ASTRID: Peccato.
MARISA: Sì, se lo mangiano tutto gli uccelli. Le pesche ce ne vengono
poche...
ASTRID: Dai Marisa, la lezione...
MARISA: Sì siamo indietro. Dai dai...
ASTRID: I will read now... Riprendiamo da dove sospendemmo l'altra volta...
And you listen, then we will read togheter.
MARISA (legge): What a smell! Penelope Strawberry put her lace
handkerchief...
ASTRID: Marisa! Look at my mouth. I am going to read and you listen.
MARISA: Indeed. Indeed.
ASTRID: What a smell! Penelope Strawberry put her lace handkerchief...
MARISA: Handkerchief (pronunciato malissimo).
ASTRID: Hand-kerchief. Repeat after me. Hand-ker-chief
MARISA: Hand-ker-chief.
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ASTRID: Very good. Syllabils. Hand-ker-chief... Hàndkerchief. O.k. Marisa, it's
your turn!
MARISA: Hand-ker-chief (sostenuto dalle mani battute di Astrid e poi dà colpo
secco invitandola a dire subito, mezzo mangiato, quasi uno starnuto). Handkerchièf.
ASTRID (leggendo):
Marisa accosta sotto sotto alla bocca di Astrid il registratore come a voler
catturare la viva voce.
MARISA: Brava! Brava! Bella pronunzia. Sentiamo com'è venuto.
Armeggia invano ma l'apparecchio non funziona.
MARISA: Acc... il registratore me l'ha aggiustato mio marito. Poi deve essere
successo qualcosa (tocca di lato, sembra che vada) Adesso, adesso, adesso.
Repeat...
ASTRID (leggendo): The pea twins were nearly sick and Alice Apple(Viene
fermata)
MARISA: Acc... non funziona proprio. Porta sfortuna quell'uomo. Qualunque cosa
tocchi lo guasta o se deve ripararlo si rompe più di prima. (Continua ad armeggiare
sul registratore) Una volta in Trentino sono caduta e sono tornata col gesso. Sai chi è
stato? Lui...
ASTRID: Lui.
MARISA: Indeed. Ho inciampato nella sua scarpa e sono ruzzolata nella
scarpata. Roba da non crederci. E poi...
ASTRID: E poi...
MARISA: A casa! A casa! Finita la vacanza. Anche se là ha fatto il suo dovere. Mi
aveva rotto la destra e lui cucinava. E' un bravo cuoco sai. Ma io a tavola non gli davo
la soddisfazione di dirgli quanto era buono. Lui muto e io più muta di lui.
ASTRID: Forse il silenzio al quadrato è il male, Marisa. Diceva Martin Luther King:
"Io non temo la crudeltà dei malvagi, ma il silenzio degli onesti".
MARISA: Lui è malvagio e muto!(Continua ad armeggiare sul registratore).
ASTRID (sospirando):
Lascia perdere quell'apparecchio Marisa. La lezione...
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MARISA: (ripetendo la frase di Astrid a scatti grotteschi).
ASTRID: Più dolce, Marisa. L'inglese è dolce, il tedesco è duro.
MARISA: E' la mia voce che lo fa duro quest'inglese. Un tempo era bella.
(Fruga nella borsa e ne estrae caramelle che dà ad Astrid che rifiuta) Me
l'addolcisco un po'. (Cercando nella borsa un fazzoletto) E' maleducato masticare
caramelle davanti a una signora dei cavalieri di Malta... Ecco il fazzoletto così me
ne libero...(Sputa la caramella nel fazzoletto che ripone in borsa). Aaah... io ero
soprano... (accenna un gorgheggio) più alto... più alto gli acuti. (Il gorgheggio le
si strozza in gola) I vicini di casa aprivano le finestre per sentire la mia voce...
Che bella voce! Altro che usignolo, altro che Maria Callas, ancora meglio! Ma ora
ho perso la voce... ci ho tutto una bronchite, qua, nel petto.
ASTRID: L'importante è che l'orecchio funzioni per sentire gli altri.
MARISA: Che?!
ASTRID: L'udito! Che funziona!
MARISA: Ah! Udito.
ASTRID: Per sentire tante belle voci melodiche... Voi italiani siete i maestri
del canto...
MARISA: No, no, no! Assolutamente tutti sbagliano... E qua in Italia di più.
Non è più come una volta. Tutti stonati, voci orrende! Rubbish. (Fissando il
televisore con odio. Urlando) Io quello lo spengo!
Astrid le si avvicina e la calma.
ASTRID: Dai Marisa, calmati. Ripeti con me: "Sono circondata da armonia.
Percepisco solo la serenità". Dici così Marisa.
MARISA: "Sono circondata da armonia. Percepisco solo la serenità"(Trema).
ASTRID (dando quaderno e penna): Quite. Scrivi e dici dietro di me.
"Serenità! Serenità! Serenità!".
MARISA (scrivendo): Serenità! Serenità! Serenità!(Alzando la testa e
gettandola all'indietro e eccitandosi): Serenità! Serenità! Serenità! Sì lascia a
me... faccio così... mio marito m'insulta e io dico: Serenità! Serenità! Serenità!
ASTRID: Se ti provoca invece di rispondere mordi la lingua (Fa il gesto).
MARISA (si morde la lingua): Ah!
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ASTRID: Piano..... Ecco così. Brava! Ritorniamo alla lezione d'inglese... alla
nostra Alice Apple.
MARISA (si avvicina alla borsa e la porta dal tavolo estraendovi un libro): Oggi ho
un'altra sorpresa. Ho trovato questo libro d'inglese, quello su cui studiava Daniela e
l'ho portato!(Carezza il libro).
ASTRID (sfogliandolo): Bello. Utile.
MARISA (riprendendo il libro): Mi dici come si pronuncia questo? Anzi prima... ce
l'hai una matita...
Astrid si alza e si porta vicino al telefono, dove cerca tra le penne in
un boccale.
ASTRID: Mia figlia le porta sempre via tutte (Tornando a sedersi). Usa la penna.
MARISA: No, il libro di Daniela! Ecco la matita...(si alza e le porta)
MARISA: Ma sono tutte senza punta!
ASTRID: Appunto... Marisa, fai male a legarti così alle cose della ragazza.
L'importante che Daniela stia dentro il tuo cuore. Poi o sottolinei con la matita o con la
penna cosa vuoi che cambi...
MARISA: Hai ragione sono troppo attaccata. Ma lei era bella come te... Daniela
aveva gli occhi così... da cerbiatta (Sottolinea una parola) Ecco, dimmi come si
pronuncia questa.
ASTRID: Jam, marmellata... La lettera j in inglese si pronuncia sempre. Jam.
MARISA: Jam. Facile. (Marisa ha sguardo assente, guardando in giardino e poi
Astrid) Come hedg-ehogs(pronunciato a sillabe, con aspirazioni da attacco d'asma).
Porcospino.
ASTRID: Hedge-hogs... Io cerco di parlare in inglese, Marisa. Ma se vedo il tuo
sguardo stupido...
MARISA (ridacchiando): Mia cara non si dice stupido. C'è una parola in italiano...
perplessa.
ASTRID: Va bene perplessa. Se non ti concentri, è inutile che io continui.
MARISA: Sì è inutile continuare con questa vita. (Riprende il libro e lo mette in
borsa) Dici bene, Astrid... Io ero soprano... il più alto. (Fa acuti) Dov'è il più alto degli
acuti? I vicini di casa aprivano le finestre per sentire la mia voce... Che bella voce!
Altro che usignolo, altro che Maria Callas, ancora meglio! Ma ora ho perso la voce...
mio marito mi ha strozzato. Lui vuole fare il marito padre, il mio signore onnipotente,
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Renzo... Per farmi stare zitta metteva le mani così attorno al collo e io chiedevo...
aiuto! E più gridavo più premeva... Lui la causa di tutto mi ha tolto le corde vocali.
ASTRID: Dai concentrati sull'inglese. Ecco prendiamo quest'altro libro che
forse è più facile. Hickory Mouse
2
la ricordi no la storia dei tre topi di campagna
che incontrarono il topone Hickory?
MARISA: Sì, sì. Hickory prese a ridere da matti quando i tre gli dissero i loro
nomi.
ASTRID: Jeremy, Miranda, Chestnut.
MARISA: E Jeremy, Miranda, Chestnut risero del topone che disse di
chiamarsi Hickory.
ASTRID: E Hickory, gran spaccone, li convinse a far razzia in una casa di
città (Mostrando il libro su cui Marisa segue).
ASTRID (canticchiando seguita da Marisa):
I'm the bravest mouse,
I'm the bravest mouse!
I'm dancing on a rock.
My name is Hickory,
Hickory-Dickory,
Hickory-Dickory-Dock!
ASTRID: Giunti in città, Hickory adocchiò una casa col formaggio. Dentro
c'era un vecchietto che dormiva, ma la vecchia moglie si avvicinava. Allora
Hickory, facendo un cenno d'intesa agli amici, si piazzò sul lucchetto.
ASTRID (canticchiando seguita da Marisa):
I'm the bravest mouse,
I'm the bravest mouse!
I'm dancing on a lock.
My name is Hickory,
Hickory-Dickory,
Hickory-Dickory-Dock!
MARISA: Io ero soprano... più alto... più alto gli acuti.(Prova a fare un acuto
ma esce una specie di espettorazione)Le corde vocali le ho proprio paralizzate
fanno così... Io ho catarro, catarro, catarro... (Come se espettorasse) Ogni
mattina scatarro (stridere come di zirlo) e va a finire che parlo con la faringe.
2
Hickory Mouse, Sheila McCullagh, Ladybird Books, 1985.
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ASTRID (ridendo): Come sei simpatica, Marisa. E i topi entrarono da un vetro
rotto per prendere il formaggio. E il vecchio dormiva sulla sedia a dondolo...
MARISA (baciando Astrid): Come sei cara! Ma un tempo non era così, sai... I
vicini di casa aprivano le finestre per sentire la mia voce... Che bella voce! Altro che
usignolo, altro che Maria Callas, ancora meglio! Ma ora ho perso la voce... Sono
caduta... Sono venuti quelli dell'Enel, hanno aperto la strada... (Mostra il naso affilato)
Stai vedendo cara, quattro punti qua e ah! mi sono rovinata... sono caduta e non
posso più respirare... aah.... e non posso più cantare. Guarda, guarda qua, quattro
punti... mi hanno rovinata. Ero una bella donna,io . E non posso respirare bene
(Succhia aria. Mangia una caramella) Sinusite. E non posso più cantare. Ero una
soprana io. Quello scemo di mio marito non ha insistito neppure di prendere soldi
dall'assicurazione... Lui è come un salame. Guarda... Sono caduta nel buco in strada
e lui mi guarda. (Gridando) Dai portami in ospedale! Dai, non vedi che sono caduta e
mi sono rotta la voce?
ASTRID: Perché non hai denunziato l'Enel?
MARISA: Perché alla Polizia mi hanno detto di prendere una foto, oltre al
certificato medico. Ma la denunzia l'ho fatta io, col gesso al braccio. Mentre mio marito
quello è e rimane un salame, non si muove nel momento giusto, va con calma. E'
andato con la macchina fotografica e che foto poteva fare se la strada era chiusa di
nuovo? Là dove c'era stato, ora non c'era nessun buco!
Il pendolo suona le undici.
MARISA: Sono le undici. Che peccato, la lezione è finita.
Marisa ripone nella borsetta il registratore portatile con cassette, il
quaderno, la matita.
ASTRID: Sì anche stavolta è finito. E Hickory il bullo danzò sull'orologio...
MARISA (canticchiando seguita da Astrid):
I'm the bravest mouse,
I'm the bravest mouse!
I'm dancing on a clock.
My name is Hickory,
Hickory-Dickory,
Hickory-Dickory-Dock!
ASTRID: Brava!
MARISA: L'orologio segnò l'ora e il vecchio si svegliò e Hickory il bullo se la
squagliò. (Guardando ancora l'orologio) Il tempo passa veloce, ma almeno qualcosa
ho imparato.
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ASTRID: Qualcosina.
MARISA: Mi è utile sai comunque, anche se Stefania si separa. Saprò poche
parole ma almeno le pronuncerò bene... Sia la mia nipotina di 8 anni mi corregge
di continuo. No! You don't say so. Good mornig not (proncia marcata)good
morninn...
ASTRID: Lo fa perché ti vuole bene. Ti aiuta a pronunciare bene...
MARISA: No, tu mi vuoi bene. E' cattiva con me perché usa le parole che
sbaglio per ferirmi. Tu sei il mio angelo... quante parole dolci mi dici. (A bassa
voce) L'ultimo figlio a Stefania gli è nato down... un pochino. Con tutte quelle
pillole che prendono gli americani!
ASTRID: Sì sono esagerati coi farmaci.
MARISA: Ma forse è colpa sua, del padre, se hanno avuto il figlio down. Lui
fumava e non ha voluto smettere. Mia figlia è diventata fumatrice passiva e poi si
è messa a fumare pure lei... ed era incinta! E il figliolo prendeva fumo fumo fumo
tanto che è nato con l'asma. Ecco perché mi spaventa se vengono in Italia. Il
down ogni tanto ha bisogno di respirazione bocca a bocca. E come posso io che
sono malata di bronchite. No io scappo, scappo!
ASTRID: Accetta il destino, Marisa. Forse verrà forse non verrà... Cerca di
vedere il lato migliore delle cose.
MARISA: Farò come dici tu. Il bambino è un leggero down... imparerò un po'
d'inglese per comunicare almeno con lui che non mi riprende mai e non fa che
sorridermi... (Sorride)
ASTRID: Ecco vedi. Esaminando il lato migliore delle cose ti senti già meglio.
MARISA: Sì, già meglio. E poi mio marito in pensione guadagna 2.500.000
di pensione. Ora guadagnerebbe di più se non gli avessi bloccato la carriera, a
mio marito. Era ragioniere, voleva fare l'università. Lo minacciai: "Se vai
all'università, mi perdi". Aveva tante donne lui. Avevo paura di perderlo. Forse
amavo più io lui, che lui me. O forse volevo solo scappare di casa... Ora si
arrangia a fare i conti a un benzinaio, arrotondando 1 milione al mese. Io gli ho
detto che coi bambini la mattina ci penso io e lui va dal benzinaio, il pomeriggio ci
pensa lui e io vado ai corsi di pittura.
ASTRID: Quella è una terapia per te.
MARISA: Sì una terapia.
Uno squillo alla porta.
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MARISA: Eccolo è arrivato. Puntuale come un orologio. Per portarmi via di qui.
ASTRID: Aspetta vedo se è lui.
Astrid esca di quinta a sinistra. Rumore del pulsante del citofono.
Astrid rientra.
ASTRID: Sì è tuo marito, Marisa. Gli ho fatto cenno di entrare, ma ha salutato e
sta girando là fuori tra i giardini. E' timido.
MARISA: Timido?! Puàh!
ASTRID: Dai, non farlo aspettare. Fuori è freddo.
Marisa si alza.
MARISA: Va bene, vado. Io parlo contro di lui, ma poi mi fa comodo. Io
vado(Prende la pelliccia). Devo trovare il modo giusto di dirgli di lavarsi i denti, così
potrò farci l'amore.
ASTRID: Sì cercalo il modo...
MARISA: Lo farò.(Ha difficoltà a infilare la pelliccia).
ASTRID: Vieni cara, ti aiuto a metterti la pelliccia.
MARISA: Anche la tua mano è lieve come la tua anima. Sei davvero un angelo.
ASTRID (carezzando il cappotto): Questo cappotto con la pelliccia dentro è
bellissimo.
MARISA: Io ne avevo altre due di pellicce, soltanto che quello lì stava per portarli
in custodia, li ha lasciati nel portabagagli e gliele hanno rubate. Non ne fa una giusta.
Fa l'amministratore di dieci villini, ora che è in pensione, ma le nostre cose hai visto
come le amministra! Pensa che una volta lui lascia il cancello aperto e una volta ho
trovato gli zingari dentro casa mia, perché avevo lasciato le finestre socchiuse. Ma
benedetto lasci il cancello aperto. Non vedi che io ho lasciato le finestre socchiuse...
ASTRID: Serenità, Marisa. Falla scendere su di te e non odiarlo troppo. In fondo è
uno che ti deve stare vicino.
MARISA: Vero, mi deve stare vicino e odiare molto non produce nulla. Però
preferirei che mi stessi vicina tu . Tu sei l'angelo mio. Mai sono stata positiva io, tutto
negativo.
ASTRID: Non pensare negativo. Getta indietro il tuo passato. Domani è un altro
giorno
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MARISA: Sì, io sono negativa. E' come se mi fossi tirata addosso tutte le
disgrazie, a una una, da quando ero piccola ad oggi. Una calamita... Tu sì, che
sei positiva. (Segue lo sguardo di Astrid che le guarda le grosse scarpe).
MARISA: Ah! Sono grandi ma comode! E poi erano della mia povera
Daniela...
ASTRID: Non ti ballano ai piedi?
MARISA: No, no, indeed. Con le scarpe grandi cammino benissimo, con le
mie no.
ASTRID: Ma saranno almeno due misure più grandi delle tue!
MARISA: Perciò cammino bene. E poi queste sono le scarpe della povera
Daniela... Le metto perché vado a fare terapia. Ho la gamba destra che si gonfia
e non mi funziona più. E' troppo umida Casalpalocco...
ASTRID: Dai, fai presto che lui aspetta al freddo.
MARISA (mostra la guancia per essere baciata e Astrid la bacia): Bay,
indeed, Astrid.
ASTRID (scostandosi): Dici solo bay.
MARISA (ricambia il bacio): Bay e good Christmass.
ASTRID: Happy Christmass.
MARISA: Ah! Non ce azzecco niente! Buon Natale, Astrid.
ASTRID: Buon Natale, Marisa. Ci vediamo dopo le feste per la lezione
d'inglese.
MARISA: A meno che non venite in Trentino, tu e tuo marito. Ci conto.
ASTRID: Grazie. Vedremo. (Canticchiando) Que serà serà e ciò che
succederà...
MARISA (canticchiando):
Senza te morirò, senza te cosa farò
3
Marisa dà un bacio e scappa via.
Astrid chiude la porta e va verso i libri che chiude.
Chiusura sipario su musica triste.
3
Senza te di Claudio Baglioni.
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Astrid Agius & Gennaro Francione
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Autore: Francesco Monda
Giovane avvocato napoletano, laureatosi con lode in Giurisprudenza presso
l’Università “Federico II”, risiede attualmente a Portici (NA).
E’ un amante di musica, letteratura, cinematografia e geopolitica e scrive
poesie, saggi e soggetti cinematografici; ha collaborato alla realizzazione di
alcuni cortometraggi ed è in procinto di cancellarsi dall’Albo degli Avvocati per
intraprendere un Viaggio attorno al mondo, esclusi i più o meno trenta paesi già
visitati e durante il quale girerà un videodocumentario sperando anche di trovare
l’ispirazione per poetare.
Cittadino del mondo, ateo sbattezzato, libertario, femminista nel senso
beauvoiriano poi butleriano del termine, antifascista, antisessista, antirazzista,
ambientalista, in decrescita felice ed aristippico.
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RIFLESSIONI DI RIENTRO DA UN VIAGGIO IN PALESTINA
Mette conto anteporre quelli che considero i due irrinunciabili pilastri su cui erigere
una fondata convinzione circa l'evoluzione dei rapporti di forza inerenti la questione
arabo-israeliana, ovvero, il contegno britannico (e per estensione occidentale) nei
confronti degli arabi in rivolta, nonché le alterazioni degli indici demografici nell'area,
all’epoca, di Protettorato britannico. Il tutto alla luce del sionismo Herzliano.
Prendendo le mosse da quanto da ultimo adombrato, va sostenuto che il sionismo
sin dal congresso di Basilea del 1897 ha assunto quale obiettivo capitale la creazione
dello Stato di Israele in terra di Palestina: “Il sionismo persegue per il popolo ebraico
una patria in Palestina pubblicamente riconosciuta e legalmente garantita”,
(espressione tratta dal manifesto del congresso). Ancora: “Se dovessi riassumere il
Congresso di Basilea in una parola sarebbe questa: A Basilea, io fondai lo Stato
Ebraico. Se lo dicessi ad alta voce oggi, mi risponderebbe una risata universale. Se
non fra 5 anni, certamente fra 50 ciascuno lo riconoscerà”, (periodo tratto dal diario di
T.Herzl).
L'impostazione di fondo dei sionisti congressisti di seconda generazione fu quella
di ritenere che la popolazione araba palestinese non costituisse in alcun modo un
popolo e, da gente misera e negletta, avrebbe di buon grado accettato la costituzione
di uno stato avanzato di matrice ebraica nel quale integrarsi.
E con riferimento alla volontà occidentale di purgare la proprie malefatte nei
confronti degli ebrei (olocausto e responsabilità omissive, ma non solo, attingendo a
quel coacervo di sentimenti, più spesso repulsioni, che si è sedimentato nel corso dei
duemila anni di storia risalendo sino alla cacciata di Tito, passando per le Crociate e le
persecuzioni spagnole del '400), essa si appalesa non nell'aver generato e rafforzato
l'idea di uno stato ebraico genericamente inteso in qualche dove sulla Terra (alcuni
avevano parlato addirittura di Madagascar o Argentina come “terre promesse”), ma di
averne supportato e consentito la costituzione in Palestina subito dopo la Seconda
Guerra Mondiale.
In ogni caso, tralasciando gli accadimenti storici che portarono, nel 1916-1917,
alla rivolta panaraba, va detto che quest'ultima si pose quali obiettivi primari la
cacciata degli ottomani nonché la nascita di uno stato panarabo: il raggiungimento
d'essi fu oggetto di rassicurazioni e promesse da parte degli inglesi, in special modo
la vagheggiata creazione di un grande ente statale panarabo, che vennero sfruttati,
quasi un drappo rosso da torero, ad uso e consumo degli interessi britannici, al fine di
acquisire supremazia nell'area a discapito del protettorato e dell'influenza francese.
Così, Faysal ed altri fecero da ariete per l'abbattimento del gigante ottomano, ma
nulla ebbero in cambio (vedi la delusione e disillusione dello stesso Sir Edward
Lawrence).
In via parentetica, va detto che gli inglesi inizialmente favorirono la nascita di uno
stato panarabo ed anche della Lega Araba, appoggiando la dinastia hascemita,
nell'ottica dell'assunzione del controllo delle maggiori riserve petrolifere allora
conosciute. Epperò si scontrarono sin da subito con gli interessi sauditi (leggi,
americani) e furono costretti a riporre le loro aspirazioni.
Al contempo, iniziava la campagna sionista di acquisizione fondiaria in Palestina e
l'immigrazione (questa, per vero, avvenuta in portata ridotta, ed a fasi alterne, in ogni
epoca storica).
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Per quanto afferisce gli indici demografici, nel 1922, all'epoca del primo
censimento, la popolazione era composta da musulmani (ca.600.000 su
750.000), da ebrei (all'incirca 80.000) e da cristiani (ca.70.000). Nel 1931 la
popolazione raggiungeva 1.036.339 abitanti, di cui 760mila musulmani, 175mila
ebrei (+109%), 89mila cristiani. Nel 1939 il “Libro Bianco”, nell'introdurre
restrizioni sull'immigrazione ebraica, dichiarava che la popolazione ebrea era
salita a circa 450.000 abitanti, divenendo quasi un terzo della popolazione totale.
Nel 1945 sale a circa 555mila ebrei.
Inoltre, si è avuto che, mentre ai sensi delle consuetudini ed usi arabo-
palestinesi, poi soppiantate dal diritto inglese, non era prevista la proprietà
fondiaria, ma solo il diritto d'uso della terra, ovvero la coltivazione
(prevalentemente di olivi millenari) su base familiare e turnaria, agli ebrei, invece,
era consentito, facendo applicazione del peculiare ordinamento ebraico, e non di
quello britannico, di acquistare la proprietà fondiaria con l'obbligo morale e
giuridico di coltivarla in via esclusiva senza partecipazione di non ebrei.
Gli anni venti già vedono le prime tensioni arabo israeliane che culminano nel
massacro di Hebron del 29: l'alto Commissario Sir W.R. Shaw individua nella
scarsità di terre da affidare ai coloni e nella paura della creazione di uno stato
ebraico (peraltro ormai ben delineato), le ragioni della protesta.
Ma è quanto accade nel successivo decennio a dover attirare la nostra più
profonda attenzione: a fronte dell'insussistenza di possibilità di espansione
territoriale per nuovi coloni (già evidenziata nel 1930 dalla commissione H.S.), si
ha per contro il già menzionato aumento demografico ed il fenomeno
dell'acquisto delle terre pro parte ebrea.
Dal '36 interviene la guerra civile (grande rivolta araba) che terminerà nel
1939 con 5000 arabi ammazzati, 400 ebrei e 200 inglesi morti.
Contemporaneamente Haganah, Irgun, Banda Stern commettevano i loro
crimini, in modo quasi indisturbato, se se ne paragona la repressione da parte
britannica a quella che è stata la rivolta araba, repressione anzi, a cui queste
stesse organizzazioni criminali paramilitari hanno, con avallo inglese, attivamente
partecipato.
Le alleanze strette durante la seconda guerra mondiale, da parte ebrea
(chiaramente a favore degli Alleati) e dagli arabi-palestinesi (a favore dell'Asse)
faranno il resto nel determinare gli equilibri e la propensione di entrambi gli stati
mandatari (Francia e Inghilterra) a favore di una parte piuttosto che dell'altra.
Venendo al piano di spartizione UNSCOP, mi piacerebbe sottolineare solo un
dato: il 44% del territorio veniva assegnato agli arabi che pur costituivano il 67%
della popolazione, laddove il 66% veniva attribuito al 33% (sulla popolazione
totale) di ebrei “in previsione di massicci esodi dall'Europa”.
Ragionando a bocce ferme si sarebbe dovuto spartire il territorio (salvo lo
status internazionale di Gerusalemme) in ragione della popolazione presente sul
medesimo, se non si fosse voluto palesemente aiutare l'alleato “israeliano”
purgandosi dei crimini perpetrati in danno di quest’ultimo dagli europei, (dagli
europei, non dai palestinesi).
Perché mai un popolo (quello palestinese) una volta esistente ed oggi quasi
annientato, che anche storicamente ha avuto una sua dignità (vedi anche Popoli
del mare e Filistei), avrebbe dovuto accettare un simile oltraggio.
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A partire dalla creazione dello stato israeliano avvenuta d'imperio il 14-
15/05/1948, Israele ha commesso una serie di gravi errori, anche in violazione delle
risoluzioni ONU, che hanno inasprito il conflitto: espatri forzati, la mancata
demilitarizzazione di Gerusalemme, l'omicidio del conte Bernadotte ad opera del Lehi,
l'invasione del sud del Libano, ma soprattutto la annessione totale di Gerusalemme e
la dichiarazione di unificazione della stessa quale capitale dello stato ebraico; ancora
l'inizio e la protrazione degli insediamenti nei territori palestinesi.
Va ricordato che insieme con il riconoscimento dello stato palestinese e la
risoluzione del problema dell'acqua, quello di Gerusalemme Est come capitale dello
stato palestinese è il nodo da sciogliere.
Stando nella città s’intuisce che gli israeliani anziché tenere in conto questa
legittima aspettativa, hanno fatto di tutto perché nel tempo quella pretesa fosse da
considerarsi del tutto obliteranda ed inattuabile. In sostanza, avrebbero potuto
predisporre uno sviluppo della città in altra direzione che non fosse quella est, in
attesa di futuri sviluppi (preconoscendo le aspettative palestinesi), ed invece, la nuova
Gerusalemme, tutta di pietra bianca e, ad onor del vero, architettonicamente coerente
ed apprezzabile, si espande, e pervade proprio quel lato della città.
E' troppo facile dire che i palestinesi miseri ed arretrati avrebbero dovuto accettare
di integrarsi nel “glorioso” stato israeliano.
Sarebbe stata più giusta, come del resto prospettato sin dagli albori della
questione e sino a tutto il 1939, la creazione di uno stato misto arabo-ebreo e, perché
no, cristiano (con una chiara previsione di aconfessionalità, e tensione, onirica, alla
non credenza).
Ma tale ipotesi, più che con la volontà della misera ed arretrata popolazione
araba, si è scontrata con le precise mire di autodeterminazione israeliana, ben prima
della nascita della Lega Araba.
Qui non si tifa per gli arabi panarabisti, ma si ritiene, sul duplice presupposto di un
errore prospettico dell'allora mandatario inglese e della progredita popolazione
ebraica (l'errore è aver preteso troppo, in partenza, dai meno sviluppati palestinesi,
anziché concedere loro una opzione formalmente vantaggiosa, che si sarebbe potuta
reindirizzare nel tempo a vantaggio di entrambi), nonché di forzature tattiche dell'ONU
e dello Stato Israeliano (vedi proposta UNSCOP e lo status di Gerusalemme), che la
popolazione palestinese sia stata negli anni occupata e violentata da espatri,
saccheggi, espropri ed assassinii.
Ciò ha rappresentato il più grande regalo che si potesse fare alla Lega Araba (che
pur è venuta, oggi, a più miti consigli: vedi la proposta di soluzione del conflitto con
riconoscimento di Israele e normalizzazione dei rapporti diplomatici, come pure il
contegno tenuto in ordine alla questione libica) ed al terrorismo: i palestinesi
percependo ONU ed Europa ostili hanno finito con l'appoggiarsi agli unici soggetti
venuti in loro soccorso, talvolta sposandone giocoforza anche istanze deteriori.
É, infine, conseguenziale che la causa palestinese si sia trasformata in un capro
espiatorio per molte tirannie di matrice araba, al fine di dissimulare arretratezza,
incapacità e latrocini in danno delle loro ed altre popolazioni...... epperò questa è una
conseguenza, sì da condannare, ma pur sempre una conseguenza dei quei citati
errori iniziali, ebrei ed occidentali.
Ancora, sentirei visceralmente d’esortare tutti a riconsiderare la tematica delle
sofferenze che affronta il popolo palestinese.
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Quello di cui mi accingo a discorrere è l'argomento dell'intera questione che
più ho potuto interiorizzare, avendone avuto diretta esperienza e cognizione, ed
in virtù di ciò posso asserire che non sono minimamente comparabili le
vessazioni e i sacrifici costanti che hanno mirato ad annichilire la dignità di un
popolo, quello palestinese, strozzandolo, impoverendolo, umiliandolo, con il
terrore vissuto da Israele (che, comunque, chiaramente, merita il nostro rispetto
per quanto ha subito nel corso degli ultimi 2500 anni di storia, ma, si rammenti,
mai per mano palestinese).
Prego d’ascoltare: dall'altra parte del muro ci sono persone che hanno visto
la loro casa tagliata a metà, che hanno assistito all'eradicazione di olivi curati da
millenni che da altrettanto tempo ombreggiavano le loro abitazioni, che hanno
visto morire i propri figli, che hanno perso le loro famiglie, smembrate, espatriate
in Giordania, in Iraq, in Libano, ed odiate dai residenti di quei paesi, sequestrati
dalla nascita all'interno di muri di prigione alti quindici metri perennemente sotto
mira di un soldato ed un mitra, uomini che non possono recarsi a far visita ai loro
parenti (ad esempio in Gaza, perché costerebbe troppo fare il giro attraversando
Giordania ed Egitto), che si vedono a pochi passi dai loro fatiscenti stambugi
costruire insediamenti ipertecnologici stracarichi di ricchezza e sfrontatamente
consumistici, senza acqua, senza torrenti, privati delle loro colture, culture,
dignità, esistenze, amori.
Ed è solo un’infinitesima parte delle sofferenze inflitte ai palestinesi, di cui
oggi tutti siamo chiamati a farci carico.
In fin dei conti, debbo concludere che la resistenza palestinese ha dato i suoi
frutti. Se avessero desistito il popolo non avrebbe dimostrato di essere una
nazione degna di riconoscimento, ma ormai quasi 90 anni di attaccamento alla
vita ed alla propria storia non possono passare sottaciuti.
Francesco Monda
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TESTAMENTO BIOLOGICO E DISPOSIZIONI ULTERIORI
Parte 1: Dichiarazione
Mi riferisco alla mia famiglia, alla/al mia/o compagna/o convivente, a tutti i miei
parenti ed amici, ai medici curanti, e in generale a tutti coloro che saranno coinvolti
nella mia assistenza.
Io sottoscritta/o testatrice/tore, essendo attualmente in pieno possesso delle mie
facoltà mentali, dispongo quanto segue, in merito alle decisioni da assumere qualora
mi ammalassi, anche allo scopo di salvaguardare la dignità della mia persona,
considerando non dignitose e per me non accettabili situazioni senza alcuna
prospettiva di guarigione che vengano inutilmente prolungate attraverso cure e/o
trattamenti sanitari e/o metodi artificiali.
Sono consapevole che potrebbe accadermi in futuro di divenire incapace di
intendere e di volere in modo permanente, d’essere affetta/o da una malattia allo
stadio terminale o da una malattia o lesione cerebrale invalidante e irreversibile,
perdendo la capacità di decidere o di comunicare le mie decisioni. Tuttavia, poiché
voglio esercitare comunque il mio diritto di scelta, formulo di seguito alcune
disposizioni che desidero siano rispettate. Resta inteso che le disposizioni che
seguono perderanno il loro valore qualora, in piena coscienza, io decida di annullarle
o di sostituirle con altre per iscritto e con le medesime modalità.
1.a) Voglio in ogni caso essere informata/o sul mio stato di salute in modo chiaro e
comprensibile sulla diagnosi, sulla prognosi e sulle possibili terapie, anche se fossi
affetto da malattia grave ed inguaribile.
1.b) Voglio essere informata/o sui vantaggi e sui rischi degli esami diagnostici e
delle terapie.
1.c) Autorizzo i curanti ad informare, anche senza il mio consenso, le seguenti
persone:
……………………………………………………………………………………………………
……………………………………………………………………………………………..
Parte 2: Disposizioni Generali
Premetto di essere consapevole di cosa si intenda per intervento chirurgico
nonché cosa siano gli interventi definiti “provvedimenti di sostegno vitale” ovvero le
misure urgenti senza le quali il processo della malattia porta in tempi brevi alla morte: i
provvedimenti di sostegno vitale comprendono la rianimazione cardiopolmonare in
caso di arresto cardiaco, la ventilazione assistita (o artificiale), la dialisi (rene
artificiale), la chirurgia d’urgenza, le trasfusioni di sangue, le terapie antibiotiche e
l’alimentazione artificiale.
Premetto, altresì, di essere consapevole che, qualora detti provvedimenti di
sostegno vitale venissero iniziati e proseguiti su di me tutti i possibili interventi capaci
di sostenere la mia vita, potrebbe accadere che il risultato sia solo il prolungamento
del mio morire o il mio mantenimento in uno stato di incoscienza o in uno stato di
demenza.
Sono consapevole che prolungamento del mio morire è la fase terminale della mia
esistenza, quella che si conclude con l’agonia e la morte durerebbe più a lungo.
Questo prolungamento non aggiungerebbe alcuna possibilità di ripresa e farebbe
continuare le sofferenze.
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Sono consapevole che mantenimento in uno stato di incoscienza
permanente e privo di possibilità di recupero significa che esiste una situazione di
danno cerebrale permanente che non permette più al malato di avere coscienza
della propria situazione e del mondo esterno.
Sono consapevole che mantenimento in uno stato di demenza avanzata non
suscettibile di recupero significa che le capacità cerebrali hanno subito un danno
progressivo ed irreversibile.
Pertanto, qualora io divenissi incapace di intendere e di volere in modo
permanente e fossi affetta/o da una malattia allo stadio terminale, o da una
malattia o lesione cerebrale invalidante e irreversibile, dispongo quanto segue:
2.a) che gli interventi e provvedimenti di sostegno vitale su riportati non siano
iniziati e/o continuati se il loro risultato fosse il prolungamento del mio morire;
2.b) che gli interventi e provvedimenti di sostegno vitale su riportati non siano
iniziati e/o continuati, se il loro risultato fosse il mio mantenimento in uno stato di
incoscienza permanente e privo di possibilità di ricupero;
2.c) che gli interventi e provvedimenti di sostegno vitale su riportati non siano
iniziati e/o continuati, se il loro risultato fosse il mio mantenimento in uno stato di
demenza avanzata non suscettibile di recupero.
Parte 3: Disposizioni Particolari
3.a) Dispongo che siano intrapresi tutti i provvedimenti volti ad alleviare le
mie sofferenze (come, ad esempio, l’uso di farmaci oppiacei) anche se essi
possano avere come effetto collaterale l’anticipazione della mia morte, essendo
consapevole che, ad esempio, alte dosi di farmaci oppiacei come la morfina
possono provocare l’arresto del respiro e quindi l’anticipazione della morte.
3.b) Dispongo che, qualora io divenissi incapace di intendere e di volere in
modo permanente e fossi affetta/o da una malattia allo stadio terminale, o da una
malattia o lesione cerebrale invalidante e irreversibile, e, nelle condizioni testé
descritte, incorressi in arresto cardiorespiratorio, non sia praticata su di me la
rianimazione cardiopolmonare.
3.c) Dispongo che, qualora io divenissi incapace di intendere e di volere in
modo permanente e fossi affetta/o da una malattia allo stadio terminale, o da una
malattia o lesione cerebrale invalidante e irreversibile, laddove io non fossi in
grado di alimentarmi in modo naturale, non sia iniziata né proseguita la
somministrazione artificiale di acqua e sostanze nutrienti.
3.d) Nell’ipotesi di un'auspicata depenalizzazione, anche in Italia,
dell'eutanasia attiva, qualora la sospensione di ogni intervento chirurgico e/o
provvedimento di sostegno vitale non determini la fine della mia esistenza in
tempi rapidi, chiedo che mi sia praticato il trattamento eutanasico, nel modo che
sarà ritenuto più idoneo dai medici curanti per la conclusione serena e senza
sofferenze della mia esistenza.
3.e) Acconsento alla donazione di ogni mio organo: il mio corpo può essere
utilizzato per qualsiasi trapianto, nonché utilizzato per qualsiasi scopo scientifico
e/o didattico.
3.f) Desidero, ove possibile, essere lasciata/o morire nella mia abitazione.
3.g) Dispongo che il mio funerale avvenga con rito laico presso la mia
abitazione, o, in subordine, presso la più vicina sala del commiato.
74
AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
3.h) Non desidero alcuna assistenza religiosa, essendo atea/o.
3.i) Dispongo di essere cremata/o. A tal uopo rappresento di essere iscritta/o alla
società di cremazione ……….. sin dal ……… Dispongo, altresì, che le mie ceneri
vengano disperse in mare ovvero………………...
Parte 4: Nomina del Fiduciario
Consapevole del fatto che le disposizioni suddette riguardano situazioni
complesse, non prevedibili in anticipo, e in cui non sempre è agevole per i curanti
esprimere una chiara valutazione del rapporto tra sofferenza e benefici di ogni singolo
atto medico, nomino mia/o rappresentante fiduciaria/o: ….…………………...
La Sig.ra/il Sig. ……………………., mia/o rappresentante fiduciaria/o, si impegna
a garantire lo scrupoloso rispetto delle mie volontà espresse nella presente scrittura e
a sostituirsi a me per tutte le decisioni non contemplate sopra, qualora io divenissi
incapace di intendere e di volere in modo permanente e fossi affetta/o da una malattia
allo stadio terminale, o da una malattia o lesione cerebrale invalidante e irreversibile,
perdendo la capacità di decidere e/o di comunicare le mie decisioni.
Nel caso che la/il mia/o rappresentante fiduciaria/o sia nell’impossibilità di
esercitare la sua funzione, delego a sostituirla/o: ……………….
La presente scrittura viene redatta in presenza del testimone Sig.ra/Sig.
…………..., che attesta la veridicità della presente dichiarazione e testimonia che i
Sigg.ri sopra indicati hanno accettato la nomina a rappresentate fiduciaria/o e
delegata/o.
La presente scrittura in un unico esemplare originale è composta da n.3 (tre)
facciate sottoscritte ciascuna in originale.
Si allegano: copia della carta di identità di ciascun sottoscrittore.
(LUOGO), ….../…../………..
Firma della/del testatrice/tore
Firma della/del prima/o fiduciaria/o
Firma della/del seconda/o fiduciaria/o
Firma della/del testimone
Dichiarazioni sostitutive dell'atto di notorietà
Noi sottoscritti, consapevoli che chiunque rilasci dichiarazioni mendaci è punito ai
sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia, ai sensi e per gli effetti
dell'art. 76 D.P.R. n. 445 del 2000, dichiariamo autentiche le nostre firme apposte in
calce al presente testamento biologico e disposizioni ulteriori, al quale alleghiamo
fotocopia dei nostri documenti di identità.
(LUOGO), ….../…../……..
Firma della/del testatrice/tore
Firma della/del prima/o fiduciaria/o
Firma della/del seconda/o fiduciaria/o
Firma della/del testimone
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Autore: Nudomafelice
Nudo ma felice è un'interpretazione che attraversa da sempre i secoli.
Un movimento vitale, una scelta consapevole di rinascita e creatività.
Coltivare la terra significa ritornare ad essere suo ospite e guardiano,
ricercare autosufficienza significa autoprodurre fuori dalle logiche di consumo.
Abbandonare la conoscenza discriminante / Muoversi con le analogie.
Esiste una fondamentale ed universale gioia nel solo fatto di vivere vicino
all'origine delle cose.
Non leggere ogni frase sotto l'effetto di gas anestetico cartesiano.
Ha rilasciato in PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza (all rights renounced)
il suo primo libro di poesie autoprodotto “Incontri nudi ma felici” liberamente
scaricabile in formato PDF dal Forum Anticopyrightpedia, mentre il testo in
formato cartaceo viene venduto dall’autore stesso presso varie librerie alternative
e durante incontri e manifestazioni artistiche o mercatini locali.
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
- - - - - - - - - - - - - - - -
Ogni fatto qui riportato non è in alcun modo frutto della mia immaginazione,
riferimenti a persone o luoghi non sono per nulla casuali.
# [ diario pirata di bordo ]
# nudo ma felice - chissà quanti autori
[..] Ne parliamo fra due minuti.
Intanto viviamo un sistema di crescita
senza la crescita.
Ricordo una splendida rana
infilata nel pentolone pieno d’acqua.
All’inizio la fiamma è sottile, quasi inesistente
poi a poco a poco l’intensità aumenta
ed il calore comincia ad allietare
la giovane rana nuotatrice.
Il calore cresce e si propaga mentre l’animale resta ignaro di ciò che lo aspetta.
Piano piano si tranquillizza, o forse si rassegna, fino a piombare nell’incauto sonno
- padre di incauti sogni.
L’acqua comincia a bollire
e la fine dell’individuo è ormai sicura.
[ Détournement de l'hypocrisie ]
È finito il tempo in cui la nostra personalità sociale era una creazione del pensiero
altrui. Oggi pare normale immergersi in vasche preconfezionate colme di liquidi
stereotipati.
All’interno si scorge l’individuo la cui morale nasce al sorgere della sua infelicità.
L’autodistruzione che osservo in lui si regge sul moto perpetuo.
Il sentiero del bosco porta invece sulla via del guerriero.
A quel punto mi fermo e mi volto.
Un uomo narrava di uno strano brivido piacevole
nato nell’assaporare un istinto verso una vita più spirituale
ed un altro verso una vita selvaggia, primitiva ed esuberante.
Come per quell'uomo la mia vittoria comincia
nell'accettarle reverentemente ambedue.
Questa sola è vera umanità.
La mia evoluzione in questo racconto
è solo un resoconto di umana esperienza.
Il vento qui fuori soffia forte,
e la casa in cima alla collina diviene nave immersa
in mari verdi e scuri.
Ascolto i più deboli fischi che scivolano da rami danzanti
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
quando ogni forma diviene suono.
I fatti più stupefacenti e reali
non sono mai comunicati da uomo a uomo.
Raccolgo questa polvere di emozione sulla carta
e ringrazio.
Il vero racconto della mia vita quotidiana
è qualcosa di intangibile
sprovvisto di codificazioni e traduzioni tascabili.
Quando trovo la descrizione la regalo al vento
Solo così distinguo chi rimane chiuso al caldo,
protetto tra muri tanto criticati,
da chi esce e si lascia attraversare da quello stesso vento.
[..] Un moto accelerato che spinge il mio pensiero verso un mondo capace di
rendere tutti i consumatori essi stessi utilizzatori, pubblicitari e venditori-sociali di
tutti quegli oggetti o servizi per cui pagano, e dunque dipendenti di tutte quelle
altre persone elitarie che invece traggono un profitto da questo malato girotondo.
In questo mondo la conoscenza segue lo stesso canale mercantile. Osservate
per esempio un nuovo servizio digitale denominato “Spotify”; chiunque abbia
sperimentato questo servizio si è accorto della mole incredibile di messaggi
pubblicitari inseriti tra una traccia e l’altra, per poi sentire di tanto in tanto una
pubblicità della stessa azienda rassicurarti sul fatto che si può vivere e sentire la
musica anche senza pubblicità se si attiva l’abbonamento da lei proposto ad una
modica cifra.
Lentamente tutti cominceranno a pagare chi distribuisce pubblicità dietro
ricompensa per poter eliminare quelle voci fastidiose dalle orecchie (stile
acufene) e quelle immagini pericolose dal cervello. Una visione alquanto
grottesca sempre più reale. Intanto si pensa alla bella canzone che l’amico sta
ascoltando, perché ora si può finalmente conoscere, nell’esatto momento in cui
l’azienda festeggia la quotazione di dieci miliardi in borsa.
L’élite vivrà pagando per avere meno pubblicità e si trasformerà sempre più in
pubblicità vivente (spesso gratuita) mentre la maggioranza della popolazione
subirà sempre più marketing socialmente utile, fino al giorno in cui l’opinione
personale verrà bandita per i pochi che ancora ne serberanno una. Sono
terminati i tempi in cui si poteva semplicemente esclamare:
“Uao, che bella invenzione!”
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
– il rumore degli addormentati giunge al nostro orecchio.
Non crediate che al mondo tutti si bevano
ciò che alcuni offrono
"Il pensiero è libero e l'intera sua produzione di immagini, suoni e lettere dell'alfabeto,
è patrimonio di tutti: la cultura non può essere di proprietà e oggetto di commercio,
ma solo una libera forma di reciproco e gratuito scambio” - Altipiani Azionanti
Il mio tempo liberato non è tempo libero.
Immediatamente catturato
dall'industria dello svago, della salute
e della distensione.
Una sistematica trasformazione
di ciò che era direttamente vissuto
in spettacolo rappresentativo.
Il tempo liberato è una riconciliazione,
spesso difficile e contradditoria,
tra l'individuo e se stesso.
Non è un tempo residuo,
né intervallo lavorativo
vissuto responsabilmente,
ma un bisogno di dignità umana.
distruzione di un controllo fittizio
del destino individuale.
- mi sveglio e cammino negli orti.
[ Ricetta d’autoproduzione ]
Il Detersivo per i Piatti
Ingredienti:
* 3 limoni grossi e maturi
* 400 ml di acqua
* 100 ml di aceto bianco
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
* 200 gr di sale
Preparazione:
Con serenità ed in semplicità tagliate i limoni e togliete i semi che non vanno
utilizzati (dopo averli seccati si possono seminare nel giardino o in una rotonda
urbana).
Mettete i frutti in un frullatore e frullate molto bene affinché il composto sia il
più fine possibile. Aggiungete il sale, frullate ancora amalgamando con il
frullatore. In una pentola fate bollire l’acqua, l’aceto e il composto di limone e sale
per 15-20 minuti a fuoco basso.
Fare raffreddare e frullare nuovamente il composto.
Riempi un flacone o una bottiglia usata, ben pulita e asciutta, preferibilmente
i n v e t r o e p r o v a l o !
Critica e modifica la ricetta, sperimenta l’osservazione successiva all’azione e
condividi la nuova creazione.
Dosaggi ed Utilizzo:
Per lavare i piatti a mano mettetene la quantità che ritenete necessaria sulla.
Il proprio buon senso dovrebbe bastare.
Si può utilizzare anche in lavastoviglie, versandone 2 cucchiai da cucina nella
macchina. (in questo caso non pensate di eliminare magicamente le incrostazioni
sul pentolone del
mese precedente. E se avessimo lavato ogni sera tutto a mano?)
[*] collettivo ORTI D’ASSALTO @ REBELDIA - PISA
info: ortidassalto.noblogs.org
--[+]--
Per una pedagogia libertaria
Gli ostacoli ai desideri sono i problemi ed i problemi vanno risolti. La
formazione si occupa anche di questo: saper risolvere gli ostacoli.
La realtà non è divisa in materie, è olistica, quindi integrale e complessa. Ma
complesso non è sinonimo di complicato. Se vuoi spezzettare la vita in materie,
allora diventa complicata e difficile da apprendere.
Mi piace “il metodo dei progetti”, per cui stabilisco un progetto dei più svariati,
a volte anche solo come raggiungere un semplice luogo. Una volta individuate le
difficoltà che devo risolvere per realizzare il progetto, posso rivolgermi a tutto: a
libri, individui, specialisti.. ma senza divisione in materie, è ricerca molto olistica.
Per otto ore al giorno invece, per minimo otto anni, il bambino viene sottratto
al mondo.
Il pensiero di una maestra che porta le foglie autunnali e le appiccica alle
pareti di un’aula mi mette i brividi.
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AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Il ricordo delle mie annuali gite didattiche proibite poiché i fondi del ministero
dell’istruzione questo ordinavano, genera ilarità. Provare emozioni insieme, realizzare
l’empatia, allora non imponi nulla al bambino.
Vuoi una regola? Comincia da quelle animali e naturali.
Sarebbe utile che ogni ragazza e ragazzo si posizionasse da solo in mezzo ad un
bosco o ad un campo per accorgersi di non possedere né nozioni utili alla propria
sopravvivenza, né quelle utili alla propria crescita. Quest'esperimento porterebbe alla
luce intere generazioni di schiavi del potere, delle paure e dell’immaginario
c o l o n i z z a t o d a u n ’ i n t e r a e s i s t e n z a r i d o t t a a m e r c e ;
in mano solamente nozioni utili al consumo e alla scelta già prevista da qualche
azienda.
- diventare ignorante e scordare tutte le informazioni assimilate in
precedenza.
A diciotto anni ero già stufo di tutta questa fede nel progresso e nel pensiero
scientifico, ero già stato uniformato, colonizzato, schedato, educato, certificato,
indagato, picchiato e ostacolato, ero già stanco di qualsiasi tipo di ideologia che si
avvita su se stessa per poi sfociare in una visione adulta che gira e rigira, copre le
cose e si perde in semplici desideri repressi. L’indignazione e la manifestazione
passiva del mio voto contrario portava unicamente alla casella del “no”, indispensabile
tanto quanto quella del “si” e programmata per essere identificata e sradicata dal suo
potenziale di cambiamento o di rivoluzione ed infine inglobata nella società dello
spettacolo.
Una visione olistica della realtà era la mia difesa contro l’immagine parcellizzata
e specialistica che troppo spesso dominava l’aria che respiravo ed il paesaggio che
osservavo.
Non mi piace un mondo che sovvenziona l'assenza di libertà individuale. Al
bambino viene riconosciuta piena capacità di scegliere.
Dal primo passo in poi ogni giorno è diventato presente.
“Il seme che non muore non dà vita,
ma la morte del seme per dare vita
è rappresentata dall’apertura del seme, che si crepa e si apre.
Alcuni semi velenosi e cittadini
muoiono in me
per donare la vita a sani germogli
a cui dovrò fin da ora
costruire salde radici.”
Nudomafelice
Riferimenti:
Gianni Milano - Walt Whitman – Giovanni - Guy Debord - Masanobu Fukuoka e chissà
chi altro
Contatto: nudomafelice@inventati.org
[ www.autistici.org/nudomafelice ]
81
AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Autore: Raffaele Puglisi
Psicologo, 40 anni, ho lavorato nell'ambito delle tossicodipendenze,
occupandomi di riabilitazione e reinserimento socio-lavorativo, conduzione di
gruppi di sostegno e auto-aiuto, consulenze personali. Siciliano, vivo a Mondovì
dal 2007.
82
AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Il concetto di benessere e l'intervento psicologico. Benessere “verde”.
Riassunto: si parte da cosa si intende per salute e dalla sua relazione col
benessere, dall'evoluzione di questo costrutto nel corso degli anni e dallo spazio che
in esso viene più o meno esplicitamente riservato alla psicologia. L'articolo poi tocca
l'argomento della cura delle piante come una delle pratiche più utilizzate nel corso
dell'ultimo ventennio nel campo della riabilitazione, nonché come pratica quotidiana
antistress adatta a tutti.
L'Organizzazione mondiale della sanità (WHO), agenzia specializzata dell'ONU
per la salute, ha come obiettivo, nella relativa costituzione, il raggiungimento da parte
di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute, definita, nella medesima
costituzione, come condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non
soltanto come assenza di malattia o di infermità.
Dalla sua fondazione, avvenuta nel 1948, il WHO ha modificato la definizione di
Salute: "La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non
meramente l'assenza di malattia o infermità" (1948).
Dopo un'altra revisione a fine anni '70, nel 1986 la definizione diventa la seguente:
“La promozione della salute e’ il processo che consente alla gente di esercitare un
maggior controllo sulla propria salute e di migliorarla. Per conseguire uno stato di
completo benessere fisico, mentale e sociale l’individuo o il gruppo deve poter
individuare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i propri bisogni e modificare
l’ambiente o adattarvisi. La salute e’ pertanto vista come risorsa della vita quotidiana,
non come obiettivo di vita. La promozione della salute non e’ responsabilità esclusiva
del settore sanitario, ma supera anche la mera proposta di modelli di vita più sani per
aspirare al benessere” (1986).
Definizione farraginosa che comprende però un certo numero di osservazioni:
- anzitutto l'ammissione che, nonostante gli sforzi, non si è riusciti a definire
con certezza cosa sia la salute e cosa la malattia, nella sfera mentale e
sociale. Questo è avvenuto perché ci si è resi conto che, se nella sfera della
salute fisica è possibile stabilire il grado di patologia di un organo o un tessuto,
attraverso strumenti diagnostici obiettivi e indipendenti dall'opinione del clinico,
in quella della salute psichica e sociale ciò non è ancora possibile. E forse non
lo sarà mai, dato che la valutazione non è indipendente dall'esperto che
conduce le analisi. A seconda degli strumenti usati (colloqui e reattivi) infatti gli
esperti della salute mentale possono dare valutazioni diverse tra loro.
- In secondo luogo, rispetto alla prima, la definizione del 1986 aggiunge un
particolare importante: parla di processo, non più di stato. Quindi la salute è
intesa non più come una condizione ultima e uguale per tutti di benessere da
raggiungere e mantenere, ma come un divenire progressivo, un tendere
all'obiettivo, per raggiungere il quale l'individuo è chiamato ad agire e reagire.
L'obiettivo è il benessere e il benessere non è dato a priori, corrisponde invece
ad una percezione soggettiva, diversa da persona a persona.
- Si fa riferimento implicitamente alla proattività ovvero a quella capacità di
attivarsi consapevolmente e responsabilmente per reagire agli eventi, senza
lasciarsi sopraffare da eventuali ostacoli esterni o dalle proprie reazioni
impulsive o emotive. Il che presuppone un coinvolgimento personale, una
disposizione a pianificare le azioni necessarie per superare il problema usando
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
le proprie risorse. Laddove non si riesca a superare eventuali impasse
legate a tali reazioni può essere necessario un aiuto, che può venire da
un familiare, un amico, un confidente o, meglio, da un professionista del
benessere psicologico, capace di adottare un punto di vista altro, in grado
di promuove la proattività. A conferma della differenza di status tra salute
fisica e salute psico-sociale si ribadisce, infine che la promozione della
salute, non è di pertinenza esclusiva del settore sanitario, cioè non basta
seguire buone prassi di vita per raggiungere il proprio benessere (non
bastano insomma l'attenzione all'alimentazione e all'uso di farmaci,
l'evitamento di comportamenti rischiosi, ecc.), è necessario andare oltre la
prescrizione di modelli di vita sani, è necessario sentirsi realizzati e
soddisfatti entro il proprio ambiente di vita. La percezione di una tale
soddi sf azi one è pr er ogat i va escl usi va del l a per sona, non
dell'esaminatore, è l'individuo a stabilire cos'è per lui lo stato di salute
“normale” e se e quanto egli si senta lontano da esso.
A volersi mantenere entro un ambito dal quale si escludono evidenti sindromi
psicopatologiche, bisogna ancora precisare che il benessere percepito non solo è
diverso da persona a persona, ma lo è anche per lo stesso individuo, nei vari
momenti della sua vita. È un processo in continua evoluzione dato che è
strettamente legato alle esperienze di vita attraversate e da ciò che da queste
esperienze sedimenta in noi.
A seconda del periodo di vita possiamo essere più o meno aperti alle
relazioni sociali, alla vita di coppia e familiare, oppure ad una vita appartata e
solitaria, e abbiamo interessi o passioni di vario tipo. Ad esempio per un
adolescente, di norma, al centro dei propri interessi si trovano tutti quelle attività
che sottendono all'individuazione di sé: l'adesione acritica a modelli di
comportamento e di pensiero dei pari, il distacco dalle matrici di pensiero
genitoriali, la sperimentazione dei propri limiti, le prime esperienze sessuali, ecc.
L'esperto che opera nella sfera psico-sociale deve poter consentire
all'individuo di stabilire qual è il suo stato attuale di salute e quale quello che
vorrebbe raggiungere, aiutandolo a mettere in campo tutte quelle risorse che è
possibile mobilitare per arrivare a sentirsi più adeguati verso sé stessi e più
capaci di esercitare il controllo sulla propria vita.
Dato che il benessere percepito (psicologico e sociale) è in continua
evoluzione e dato che tale evoluzione dipende dalla quantità e soprattutto dalla
qualità dei nostri vissuti, anche l'esperienza della relazione con lo psicologo o lo
psicoterapeuta rappresenta un vissuto in grado di portare dei cambiamenti non
solo rispetto a ciò che blocca e fa soffrire ma rispetto al significato stesso che
l'individuo attribuisce alla propria salute.
Proprio perché l'esperto della salute mentale non è un osservatore distaccato
e obiettivo (che esamina e categorizza) ma un soggetto attivo nella relazione di
aiuto (che influenza e suggestiona) la percezione del proprio stato di salute, da
parte del soggetto che ne richiede la consulenza, può modificarsi in virtù del fatto
che il lavoro psicologico favorisce la decostruzione e la ricostruzione di quel
personale significato attribuito al concetto di salute.
Questo “lavoro” di decostruzione e ricostruzione può passare attraverso
un'infinità di esperienze diverse che non necessariamente abbisognano del
84
AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
contributo degli esperti della salute mentale (anche se questo contributo aiuta molto a
mettere ordine, dare un nome e un senso, stimolare la proattività, favorire la
conoscenza di sé, ecc.).
Una di queste è la cura delle piante, una forma di attività che spesso ritroviamo
all'interno delle comunità terapeutiche, dei Centri Diurni e nella riabilitazione
psichiatrica in genere, anche se in passato non sempre quest'attività veniva pensata
col fine esplicito di offrire una forma di cura, quanto con l'obiettivo di offrire un modo
per apprendere delle competenze spendibili in seguito anche lavorativamente, quindi
di proporre il lavoro come attività terapeutica in sé.
Dall'inizio degli anni '90 in poi però si cominciano a diffondere, soprattutto a partire
dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra, metodi di utilizzo dell'orticoltura nel campo del
benessere psicologico e della riabilitazione.
La Horticultural Therapy, o Orticoltura Terapeutica, “è defi ni ta
dall'Associazione Americana per la Terapia Orticolturale, AHTA, come il
coinvolgimento di una persona in attività di giardinaggio, accompagnata da un
terapista qualificato, per raggiungere gli obiettivi di trattamento specifico [...] nel
contesto di un piano di trattamento stabilito”
1
.
In pratica l'Orticoltura Terapeutica viene definita come un processo (ancora)
attraverso il quale le piante, le attività di giardinaggio e l’innata vicinanza che sentiamo
con la natura, sono usate come strumenti all’interno di programmi di terapia e
riabilitazione condotti da un terapeuta.
Attraverso il contatto con la terra, si sperimenta un modo unico e semplice di
mantenersi in forma, di tornare a prendere confidenza con se stessi, di rimettersi in
gioco e di raggiungere risultati che apportano positività e benessere. Far crescere una
pianta stimola senso di orgoglio e soddisfazione, capacità cognitive e muscolari e
contribuisce a sviluppare senso di responsabilità. Abbellire un giardino, aiuta a
sollecitare creatività ed immaginazione, migliora il tono dell'umore, attenua i disturbi
comportamentali, stimola abilità cognitive e motorie, rafforza fiducia ed autostima,
che, come si sa, stanno alla base anche della capacità di avere buone relazioni
sociali.
Ma la terapia del giardinaggio non è utile soltanto ad individui affetti da
disturbi. Si sa che camminare in un bosco, lungo un campo o anche solo in un parco,
suscita subito un senso di benessere, grazie all'aria che si respira, agli odori, ai colori
e all'attività del camminare in sé. Nella più recente disciplina degli Healing Gardens o
giardini curativi, applicabile al giardino quanto al balcone, è importante scegliere le
piante giuste al fine di creare un'oasi rigenerante per corpo e mente. Fiori e piante
sono un piacere per gli occhi ma coltivarle può influire su emozioni e salute
producendo un effetto antidepressivo e antistress a seconda delle specie.
Quest'ultimo metodo può far venire in mente la fitoterapia conosciuta come dei Fiori di
Bach, dal nome del medico gallese che la ideò, con cui probabilmente vi è una certa
vicinanza di intenti.
È bene ancora segnalare che sempre negli anni '90, in California, nasce
l'Ecopsicologia “a partire dalla constatazione di una correlazione esistente tra il
crescente disagio esistenziale, individuale e sociale, e l’aumento del degrado
ambientale, parallelo al rapido processo di urbanizzazione che ha cambiato
1
http://en.wikipedia.org/wiki/Horticultural_therapy
85
AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
radicalmente stili di vita e abitudini di una grande parte della popolazione
mondiale. La perdita di connessione con l’ambiente naturale viene considerata
come una rilevante causa di malessere psichico e l’impegno dell’ecopsicologia
diventa quello di favorire la riconnessione con quanto dimenticato, o rimosso
dalla modernizzazione, per integrare l’eredità del passato con i traguardi presenti
e le sfide future”
4
.
Alla base dell'ecopsicologia vi sono i princìpi terapeutici sopra enunciati per
l'orticoltura a cui si aggiungono elementi antropologici ed ecologici provenienti da
diverse discipline. In essa confluiscono infatti elementi dell'Ecologia Profonda del
filosofo norvegese Arne Naess, della teoria dell'inconscio collettivo di C. G. Jung,
della visione umanistica e propositiva dell’essere umano diffusa da A. Maslow e
C. Rogers, della dimensione transpersonale in psicologia di K. Wilber, della
trasformazione paradigmatica in atto nel mondo della scienza a partire da una
visione sistemica della realtà. L'ecopsicologia intende promuovere una visione
unitaria ed ecocentrica (non più antropocentrica) dell'uomo e dell'ambiente in cui
vive, favorendo il reinserimento delle attività umane in un contesto ecosistemico,
sviluppando ciò che D. Goleman definisce intelligenza ecologica, ovvero la
capacità di cogliere le interconnessioni e pensare per processi.
Dr. Raffaele Puglisi
Fonti:
http://www.alessandrorubino.info/site/images/stories/pdf/SALUTEOMS.pdf
http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/speciali/sanita/Pd
f/CartaOttawa.pdf
http://attraversogiardini.it/2006/08/26/agriverde-venti-anni-di-horticultural-
therapy/
http://www.italyrelax.com/benessere/rimedi-naturali/giardino-terapia-impara-
a-coltivare-il-tuo-benessere_001607.html
http://www.tuttogreen.it/l%E2%80%99horticultural-therapy-che-cos
%E2%80%99e-la-terapia-del-giardinaggio/
http://www.piusanipiubelli.it/psicologia-sesso/conoscersi/ortoterapia-curarsi-
con-giardinaggio.htm
http://www.growtheplanet.com/it/better_world/articolo/286/definizione-
ortoterapia
http://www.tuttogreen.it/l%E2%80%99horticultural-therapy-che-cos
%E2%80%99e-la-terapia-del-giardinaggio/
4
http://it.wikipedia.org/wiki/Ecopsicologia
86
AA.VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
http://agrya.wordpress.com/home/agrya-horticultural-therapy/
Daniel Goleman, Intelligenza Ecologica, Milano, Rizzoli, 2009.
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AA. VV. DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright
Autore: Gianni Ruggi
Laureato in Filosofia è docente di Lettere nella Scuola Secondaria e vive a
Livorno.
Si è occupato della storia locale realizzando – insieme ad altri autori – alcune
pubblicazioni tra le quali “Sull'epidemia di febbre gialla che colpì Livorno nel
1804”.
Nel 2005 ha pubblicato il libro di poesie “Breviario occidentale” edito da MEF
– L'autore Libri di Firenze.
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Intervento critico del libro di poesie “D'istanti di versi” di Rosella Federigi
Ci vuole coraggio o una certa dose di incoscienza, per pubblicare dei versi nel
nostro tempo. Questo è il tempo della morte della poesia, la cosa è ormai di dominio
comune. O per dirla con Ceronetti “perché non valgono niente, i poeti, più niente?”.
E' possibile far finta di nulla, allora? Perché lasciarsi tentare ancora dalle Muse?
Già, le Muse! Ricordare le Muse, le figlie di Zeus e la titana Mnemosyne, la dea della
memoria, cara agli orfici è un'impresa quasi titanica di archeologia culturale...
Una prima risposta mi porta a concludere che ad essere morta è una certa idea di
poesia: tronfia, retorica, erudita, didascalica, manieristica, di circostanza,
ostinatamente introspettiva, banalmente descrittiva, ecc, ecc, tutto morto e sepolto, in
effetti, così come sono morti e sepolti i generi poetici... Più interessante, a mio avviso,
una seconda domanda: “a cosa serve la poesia o quel che ne resta? Quale funzione
svolge?”
E' esperienza comune che chi scrive o legge poesie si senta meglio, sollevato da
gravami e afflizioni, talvolta malinconicamente rasserenato. La poesia è un farmaco,
senza effetti collaterali, a cui si può ricorrere nel momento del bisogno, per dirla
ancora con Ceronetti, perché piaccia o no, sopravvive nell'individuo contemporaneo,
innegabilmente una certa tensione lirica, una ricerca dell'essenziale, ovvero di ciò che
non può andare perduto, che ha nell'arte della parola – e la poesia ne è la sua
espressione più alta - una formidabile occasione di appagamento, Molti sono respinti
dalla poesia contemporanea perché chiusa, difficile, apparentemente incomprensibile,
dimenticando che nulla nel campo dell'arte si dà senza sforzo e senza applicazione.
La poesia del Novecento, di cui il nostro tempo non è che il proseguimento, è come se
si fosse chiusa a riccio, in una estrema forma di difesa, contro tutta una serie di
minacce. Almeno a partire dalla stagione ermetica, è necessario avvicinarsi ad
un'opera poetica con particolari cautele, ma senza infingimenti, senza perdere di vista
il fatto che la poesia è bellezza, emozione, suggestione, riflessione, rispecchiamento e
tutto ciò è reso possibile da un testo per sua natura complesso e polisemico. Il valore
simbolico della parola e la sua forza iconica ovvero la sua capacità di suscitare
immagini, sono ancora alla base della lirica in quanto la poesia non è che visione e il
poeta non è altro che un visionario che ha nelle parole lo strumento per dare forma a
queste visioni. Un eccesso di immagini ha in anni recenti indebolito il sentire poetico
seppellendolo sotto cascate fotoniche d'inaudita violenza, dove l'atroce e il banale si
mescolano senza soluzione di continuità. Dove il sacro e l'osceno finiscono per
diventare sostanzialmente interscambiabili in un fluire che è un defluire verso il nulla.
Questo è innegabile. Ma la poesia va nella direzione opposta, coi suoi umili mezzi,
cerca di trattenere qualcosa affinché non si disperda, fedele alla missione originaria, a
quella memoria con la quale gli antichi seppero collegarla.
Rosella, come ogni poeta che si rispetti, ha le sue visioni. Si veda la bella
composizione Scandaglio immemori immagini, titolo oltremodo interessante,
giocato proprio sulla memoria, o meglio sulla sua negazione e che ora andrò a
leggere e successivamente ad interrogare, premettendo che occorre sempre
esercitare l'arte maieutica della interpretazione con una certa prudenza e
problematicità. (lettura della poesia)
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I sette versi che la compongono, otto dovrei dire perché il titolo è un verso a
tutti gli effetti e non un semplice identificativo, divisi in tre strofe, sembrano
riferirsi proprio ad una certa difficoltà del poeta di portare in superficie ciò che è
nascosto, di svelare ciò che risulta celato (idee seminterrate). La seconda strofa
ci prospetta una situazione direi “adattativa”: l'io poetico cerca una via d'uscita
(concordo un nuovo tracciato) che sposta l'attenzione dell'occhio al tatto e
all'olfatto (umida di antichi profumi). Sembra qui che la nuova strada di ricerca
intrapresa conduca a risultati collaudati, anche se si nota una certa regressione
in questo processo di conoscenza di sé e del mondo che ha nella razionalità
(l'iniziale scandaglio), il proprio punto di partenza. Il nesso con il vissuto e la
memoria è evidente e sembrerebbe presagire una situazione di quiete o
quantomeno di equilibrio. Ma la terzina finale ribalta le aspettative del lettore: l'io
poetico si esibisce in una sorta di salto mortale espresso da quel t'in-vento, col
trattino che è gioco linguistico e volontà di evitare ogni quiete stagnante.
E' il caos creativo ciò che è evocato con il successivo e direi necessario
termine “burrasca”? O piuttosto si allude a una condizione esistenziale?
La risposta a una domanda volutamente indefinita non può che essere
allusiva: essa rinvia alla corporeità e perfino all'animalità (m'evapora un fremito
denso) e il vissuto non è più solo quello individuale, ma rimanda al libero gioco
degli istinti e alla rassicurante persistenza della memoria della specie. E' il mondo
sommerso e ferino delle passioni quello a cui si riferisce l'Autrice? Chissà... in
ogni caso, qualsiasi cosa esse siano, si sa che sono tenute a bada, come le
leonesse nel circo, da un triste rituale di fuochi, definito triste e non poteva
essere altrimenti, visto il vitalismo generale che il testo esprime.
Ancora sul filo della memoria, giacché, s'è detto, la poesia ha nella sua
intenzione primigenia la volontà di salvare qualcosa, di sottrarlo all'oblio, pur nella
problematicità con la quale deve fare i conti la sensibilità contemporanea, si
snoda il secondo testo che andrò a presentare, Bisacce abbandonate. Più
spigoloso dal punto di vista del ritmo, del resto in sintonia con gli esiti conflittuali
delle sua tematiche e delle scelte linguistiche ad esse sottese e pertanto più
difficile da leggere in maniera espressiva. (lettura della poesia)
Chi o che cosa sia questo viandante che ritorna, presumibilmente da un
lungo viaggio (passi sudati), non è difficile da immaginare: è la vita stessa, il
nostro vissuto carico di immagini e di ricordi, di sensazioni ed emozioni. Ormai
inutili, le bisacce che lo avevano sostenuto vengono abbandonate al suolo.
Siamo di fronte a un testo sull'identità, sul chi siamo, sullo sforzo che è
necessario esercitare su noi stessi per poter diventare quel che sentiamo di
essere. Su ciò che è opportuno lasciar cadere per sentirsi alleggeriti e rinnovati.
Ancora una volta la memoria rappresenta l'idea centrale della composizione, non
sempre docile strumento perché facoltà attiva e selettiva come denotato dal
verso sfrondate e graffiate. La memoria è indubbiamente capace di modificare il
vissuto orientandolo in direzioni impreviste, non sempre controllabili, ma aperte al
nuovo e all'imprevisto. In altri passaggi sembra prendere il sopravvento
l'orientamento opposto, la sua passività, e il passato allora ci si presenta coi suoi
fantasmi (pezzame intralciante – visitazioni perpetuali) con le sue fissazioni
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che bloccano il fluire del nostro vissuto in una asfissia temporale che sembra non
lasciare scampo. La parte terminale della poesia allude forse ad uno sforzo in grado di
orientare il vissuto verso esiti creativi e dunque verso la poesia stessa dove pigmenti
di memorie si disperdono in accattivanti frammenti, dotati di quell'inestricabile vissuto
di verità e illusione che l'opera d'arte sempre contiene.
Bella e a tratti melodiosa Visi vacui, il cui tema è il difficile rapporto tra il nostro
corpo e il tempo che passa, sulla difficoltà o meno di accettare l'invecchiamento e la
decadenza.
Rosella, come tutti possiamo vedere,vive maturità fisica e creativa invidiabile. Ma i
cinquant'anni ci costringono a riflessioni e bilanci a cui l'io poetico non si sottrae (non
mi lamento).
Chiude la composizione uno splendido verso che merita di essere ricordato
Perché la bellezza è il tempo che si sofferma, e che lascio alla meditazione e alla
memoria di ciascuno di noi.
Gianni Ruggi
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Autore: Domenico Vitiello
Torre Annunziata (NA) 1960, artista napoletano, libertario e cofondatore alla
fine degli anni “70 insieme a Vincenzo Serrapica del gruppo di teatro
postmoderno IL IA’ JOLIE www.iliajolie.it, ha lavorato per diversi anni al Teatro
Spazio Libero di Napoli di Vittorio Lucariello.
Laureato in Scienze agrarie, ho rinunciato quasi da subito a esercitare la
professione, dedicandomi, dal 1991, a tempo pieno, all' autoproduzione orto-
frutticola per l'autoconsumo (agricoltura bio-naturale).
E’ il promotore dei progetti BIOsCAMBIO www.bioscambio.it (il primo GASeS
- Gr uppo di Aut opr oduzi one Sol i dal e e di Scambi o per l ’ aut o-
produzione/costruzione ai fini dell’autosostentamento) e del progetto
Anticopyrightpedia www.anticopyrightpedia.org con la creazione del PDA –
Pubblico Dominio Antiscadenza per l’anticopyright basato sulla “rinuncia
volontaria ai diritti d’autore” (all rights renounced).
Vive a San Giuliano terme (PI), in una biocasa autocostruita di circa mq 40
praticando l’autoproduzione per autoconsumo in un terreno in proprietà di circa
mq 3.500. Il suo primario interesse è continuare a vivere in modo equo e
consapevole e riuscire a condurre, insieme agli altri, una decente e piacevole
esistenza a impronta ecologica zero o comunque prossima a zero!
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Solo dagli artisti poteva rinascere l’anticopyright, così com’era già avvenuto in
passato con l’Internazionale Situazionista di Guy Debord e Raoul Vaneigem con la
loro formula “tutti i testi pubblicati possono essere liberamente riprodotti, tradotti o
modificati senza citare l’origine”, o come l’anticopyright della multi-identità (anonima)
dei Luther Blisset, o prima ancora come la rinuncia ai diritti d’autore di L. Tolstoj o
delle considerazioni contro il copyright di Pierre Joseph Proudhon nella sua opera
“Les majorats littéraires” del 1862.
Anticopyrightpedia e gli artisti aderenti al progetto PDA, ripropongono oggi
l’anticopyright attraverso la pratica della “rinuncia volontaria ai diritti d’autore”,come
unica autentica forma di evoluzione, o direi meglio di utopia reale, che si concretizza e
si risolve, finalmente, nel contesto ben definito e definitivo della libera e gratuita
cultura considerata “bene comune” di tutti e da tutti praticabile.
Il copyright è letteralmente il “diritto di copia” ma il diritto cui fa riferimento il
copyright è un “diritto legale” ben diverso dal diritto naturale di copia propugnato
dall’anticopyright: il diritto legale è invece quel privilegio che scaturisce a sua volta da
un “dovere legale” che si esercita come una imposizione ancor prima di essere
un’esigenza di carattere naturale dell’individuo.
L’anticopyright è invece il semplice esporsi, il mostrarsi al di là di tutto (quindi
anche al di là delle ristrettezze legali della tutela del copyright), così come una
esigenza collettiva laddove il copiare e l’imitare sono prerogative di ciascuno, che
propositivamente permettono di aggiungere qualcosa di proprio al resto (non a caso la
tecnica dell’imitazione è quella pratica naturale e spontanea adottata dai bambini per
l’apprendimento), per reinventarsi e scoprirsi in questo modo originali.
Il copyright con le sua difesa del diritto di copia, in ultima analisi ha generato solo
“business” e storicamente ha rappresentato il privilegio, a cominciare dai pochi della
London Company of Stationers all’epoca dello Statuto di Anna del 1710 fino alle
attuali case editrici, di quei pochi cioé che si sono imposti sulla moltitudine con la
cultura populista della comunicazione uno a molti fin da quando la stampa, allora di
fresca invenzione, fungeva già come una sorta di “televisione” del passato. Oggi, col
restyling delle licenze del permesso d’autore del Copyleft e della Creative Commons,
il copyright mostra di resistere ancora ai tempi e con la finzione del privilegio esteso a
tutti come forma di “diritto legale”, continua a perpetrare e difendere la proprietà
intellettuale permettendo tanto alle “major” quanto oserei dire anche alle “minor“ (case
editrici cosiddette alternative), di farla da padroni sia sugli squattrinati autori che sui
fruitori, ora più che mai che la filosofia dell’economia in scala dell’industria editoriale è
arrivata a spadroneggiare finanche nel terziario e nel settore no-profit.
L’anticopyright è invece l’esigenza di vivere a dimensione d’uomo e se è vero
come faceva dire da Amleto, il maestro dei drammaturghi: “morire, dormire, sognare
forse…”, allora vivere, per noi tutti, artisti o meno, “è” sognare, laddove i sogni sono
quella esigenza di vivere senza alcuna imposizione, senza alcun limite (ai sogni e al
cuore si sa non si comanda) e solo da questa premessa può nascere l’arte e
svilupparsi la “vera” cultura: quella vera arte che nasce dalla e come libera cultura e
non da quella pseudocultura che ci viene imposta dalla lobby del copyright come
“tendenza” solo per soddisfare gli interessi commerciali di alcuni.
Arte e cultura (che sono pertanto legate insieme) vanno considerate insieme
“bene comune” al pari dell’acqua, dell’aria, della luce e calore del sole e quindi direi
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della vita stessa e come tali non possono essere né privatizzate e né
regolamentate da leggi, come quella del copyright, per quanto legittime possano
apparentemente sembrare. E l’anticopyright della rinuncia ai diritti d’autore sta ad
indicare proprio questo: che la produzione intellettuale non può essere
condizione di proprietà di alcuno, perché essa, essendo cultura, appartiene
all’intera umanità e dato che ci è stato insegnato dalla fisica che “nulla si crea e
nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, per trasformare/si bisogna innanzitutto
liberamente e incondizionatamente mostrare/rsi, consentendo a chiunque di
attingere liberamente dagli altri quel potenziale di conoscenza che, rielaborata,
genera poi quelle che sono le proprie idee, la propria creatività e la personalità
artistico-letteraria.
Domenico Vitiello
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Autore: Alessandro Scarpellini
Educatore e scrittore conduce laboratori di poesia e narrativa.
Collabora con musicisti, registi, artisti visivi.
Suoi maestri sono stati Leo Ferré, Vittorio Vettori, Emilio Sidoti, Giorgio Saviane,
Paul Lebohec, ed ha pubblicato vari testi di poesie e storie.
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POCO PRIMA DELL'AMORE
Un grido svegliò la strada. Una donna scarmigIiata, battendosi il petto nudo,
maledisse dalla finestra un cecchino, che aveva sparato ad una luce, al suo
ragazzo che si spogliava. Si erano permessi solo il tepore di un lume. La luna,
quella sera di stelle, pareva una barca dalla prua ricurva, una culla, una
mezzaluna per tritare le erbe colte net campo. Il fragore del vetro rotto,
spezzatosi in una trina sanguigna, li aveva sorpresi poco prima dell'amore.
Il ragazzo, sfiorato dalla morte, si era rannicchiato su se stesso, come per
rifugiarsi nel calore del ventre materno. La Via Lattea, lontana, si perdeva in una
immobile marea di punti luminosi. Non aveva più la forza di stendere le braccia,
mutarsi in cicogna o airone, e volare via nel buio della sera. Vomitava sangue. Un
colpo solo, un solo colpo, sparato nella notte. Fece una goffa capriola, si lasciò
cadere nel niente. Venti anni forse non ancora compiuti...
La ragazza, nuda nel Ietto, si coprì con le lenzuola, in un gesto infantile,
quasi avesse timore di essere vista dalla 'una. Una scheggia di notte aveva
ucciso la speranza, l'amore. Proiettili vaganti, senza alcu na differenza,
massacravano chi credeva o non credeva in Dio, gli angeli terreni e gli angeli
custodi. Il suo seno, un giorno a venire, sarebbe stato gonfio di latte per it suo
bambino. Ora aveva capezzoli piccoli, duri, e una dolce ferita in un pube
ombroso. Mai aveva avuto la forza di gridare.
Urlò, e il lume tremò, ma non si accesero le luci delta città. Il vento mosse
piano i suoi capelli corti, crespi. Aspettò, per sé, un altro proiettile, socchiudendo
gli occhi stanchi. Voleva morire gridando al mondo l'orrore della guerra. Nuda,
una bellezza sconvolgente, offrì il cuore al tiratore scelto, di cui non vedeva il
viso.
Il silenzio.
Si nascondeva su qualche tetto, in un solaio di casa abbandonata, nella sera
fredda e stellata. Nessuno si mosse, niente successe.
Solo il silenzio.
Urlò ancora per farsi sentire, scoprire, uccidere.
Una farfalla notturna vorticava attorno al lume, rischiando di bruciarsi le ali e
morire. Soffiò. Il fremito delle ali era lieve, leggero, come le mani di lui, quando le
carezzava la schiena nuda, sussurrandole di lasciarsi andare e che avrebbero
vissuto insieme. Proprio sotto alla nuca, su una spalla, una coccinella di sangue.
Uno specchio rifletteva la sua immagine disperata, invecchiata. Era finita la
giovinezza. Gli occhi, riflessi nella penombra della stanza, la ferivano.
Una sedia di paglia sfondata, un cappello da giovinetta con un nastro
azzurrino, e la foto della madre fuggita via. Si sedette. Un mazzolino di fiori
secchi, una credenza vuota, un po' di pane e un piatto di ceramica bianca.
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Sussurrò un nome all'immagine riflessa nello specchio, un suono semplice e senza
senso. Gridò ancora. Poi, non vedendo altro che il buio, si rassegnò al silenzio.
Carezzò le spalle nude, forti, muscolose del giovane uomo. Non respirava più. Le
massaggiò con dolcezza, senza fretta. La farfalla, affascinata dalla luce del lume, le
girava intorno, sfiorandole i capelli. Si acquietò. Chinatasi su di lui, gli parlò sottovoce
e lo chiamò amore.
Si sporcò le mani di sangue.
Lo baciò, sollevò il suo capo, e gli offrì il seno. Non aveva ancora latte. Il fiume,
fangoso, scorreva verso Gorazde. Una ninnananna per il suo bambino.
Alessandro Scarpellini
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Autore: Giacomo Verde
Giacomo Verde si definisce teknoartista. Si occupa di teatro e arti visive dagli
anni 70. Dagli anni 80 realizza oper'azioni collegate all'utilizzo creativo di
tecnologia "povera": videoarte, tecno-performances, spettacoli teatrali,
installazioni, laboratori didattici... E' l'inventore del "tele-racconto" performance
teatrale che coniuga narrazione, micro-teatro e macro ripresa in diretta, tecnica
utilizzata anche per video-fondali-live in concerti, recital di poesia e spettacoli
teatrali. E' tra i primi italiani a realizzare opere di arte interattiva e net-art.
Riflettere sperimentando ludicamente sulle mutazioni tecno-antropo-Iogiche in
atto e creare connessioni tra i diversi generi artistici è la sua costante.
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ARTIST = ZOMBIE
Oggi l'artista è un sopravvissuto anzi un morto vivente, uno zombie, perché l'arte
è morta.
Si l'arte è morta e gli artisti sono zombie.
Essere artisti vuoi dire insistere a proporre un modello di arte ormai obsoleto, utile
solo a se stesso, alla propria sopravvivenza.
L'artista è uno zombie perché si nutre di organismi viventi, di eventi vitali e di vita
reale per trasformarli in simulacri, rappresentazioni, feticci museali, cose senza vita,
decorazioni, nature morte. E tutto per cercare di sopravvivere in un contesto malato,
infettato, dove solo i mutanti, i morti viventi, possono aspirare all'immortalità.
L'artista è uno zombie perché comunque sia si muove più lento del mondo dei
vivi, più lento della storia. Anche se net corso degli anni ha imparato a correre
comunque non basta.
L'artista è uno zombie perché è sempre uno schiavo. Un resuscitato per essere
sfruttato nelle piantagioni dell'immaginario, non decide mai in prima persona cosa
fare. E' un servo degli eventi che lo circondano. Segue solo il suo istinto di
sopravvivenza.
L'artista fa paura come uno zombie perché sta sempre sul confine tra la vita e la
morte. Sopravvive nel presente ma sta nel passato: è stato vivo, è stato morto,
adesso è un morto vivente senza memoria.
L'autoritratto è sempre stata l'unica e vera opera d'arte. Perché l'artista ritrae
sempre se stesso anche quando riproduce il mondo che lo circonda. Quindi l'unica
opera d'arte che può fare uno zombie è l'autoritratto.
I vivi non sono artisti, ma sono arte vivente. Per questo gli zombie li mordono, li
squartano, li mangiano. Perché gH artisti vivono d'arte, cosi come gli zombie
mangiano i vivi.
Fare arte non vuoi dire essere artisti. I vivi sono e fanno arte continuamente senza
che si definiscano artisti. Ma l'arte dei viventi è un'arte incosciente. Un fai-da-te. Un
artigianato. Prendere coscienza dell'arte vuoi dire infettarsi e trasformarsi in zombie.
Gli zombie muoiono solo se colpiti in testa. Saio se il cervello smette di
funzionare. Come a rendere evidente che l'arte è sempre stata frutto del pensiero
prima che delle mani. Perché essere artisti è una presa di coscienza. E' un virus
mentale. Per sopravvivere come artista bisogna che il cervello sia ancora attivo. Per
sopravvivere come immortali bisogna che il cervello continui ad ospitare il virus. Per
essere zombie bisogna far pensare il virus che ci possiede... ma solo quanto basta a
sopravvivere per replicarsi, come dementi.
Chi sopravvive all'assalto di uno zombie ma viene morso si trasforma in zombie.
Se l'artista non ti uccide li trasformi in artista. Il virus che ti entra in testa attraverso la
ferita di fa credere di essere più creativo degli altri. E ti spinge ad azzannare i viventi.
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Se uccidi uno zombie non è un omicidio. Era già morto. Se uccidi un artista è
un omicidio?
lo sono un artista: io sono uno zombie... e ne sono cosciente.
Giacomo Verde
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IL IA’ JOLIE
Giugno - 2013
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