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Jules Verne

A proposito del «Géant»

Titolo originale
A Propos du «Géant »
(1863)

Illustrazione originale di
Fellmann




Libera traduzione curata da M.Z.
INTRODUZIONE
Questo breve articolo apparve nel 1863 sul «Musée
des familles», una rivista sulla quale Verne pubblicava
frequentemente racconti o romanzi a puntate. Quello
stesso anno, pochi mesi prima, Verne aveva pubblicato il
suo primo romanzo di successo, "Cinque settimane in
pallone". L'autore coglie l'occasione fornitagli dal volo del
"Géant", il gigantesco aerostato costruito da Nadar, per
fare un confronto tra il più leggero ed il più pesante
dell'aria ed illustrare una previsione sul futuro
dell'aeronautica. Nadar, pseudonimo di Félix Tournachon,
era un pioniere del volo in aerostato e della fotografia,
passioni che condivideva con Verne stesso. Il "Géant" è
stato uno dei più grandi aerostati mai costruiti, con i suoi
40 metri di diametro e 6000 metri cubi di capacità poteva
portare fino a 15 persone. Il 4 ottobre 1863 avvenne il
primo volo di questo gigante dei cieli; ma le difficoltà di
manovra erano notevoli. In un volo successivo, il 18
ottobre, in fase di atterraggio il "Géant" venne trascinato a
terra dal vento per 16 chilometri, e Nadar stesso subì delle
gravi lesioni e il pallone finì distrutto.

M.Z.
A Proposito del Géant


Sembra che la questione dei palloni abbia fatto nuovi
progressi dopo gli audaci tentativi di Nadar. La scienza
aerostatica sembrava abbandonata da molto tempo; e, per
farla breve, non ha fatto grandi progressi dopo la fine del
diciottesimo secolo; i fisici dell'epoca avevano inventato
già tutto: il gas idrogeno per gonfiare il pallone, la rete per
contenere il taffetà e sostenere la carlinga, ed infine la
valvola per l'uscita del gas; anche i metodi di salita e di
discesa tramite il rilascio del gas o della zavorra erano già
stati inventati. Dunque, in ottant'anni, l'arte degli aeronauti
rimase stazionaria. Bisogna pensare che i tentativi di Nadar
abbiano portato nuovi progressi? Forse; sarei tentato di
dire: ovviamente. Ed ecco perché: Inizialmente,
quest'intrepido e coraggioso artista ha ravvivato la
questione ormai quasi dimenticata; ha approfittato della
suoi buoni rapporti con la stampa e con i giornalisti per
richiamare l'attenzione pubblica su quest'argomento. Alla
base delle grandi scoperte, c'è sempre un uomo di questa
tempra, ricercatore di difficoltà, innamorato
dell'impossibile, che tenta, prova, riesce più o meno, ma
infine dà uno scossone; gli scienziati allora s'intromettono;
discutono, scrivono, calcolano, e, un bel giorno, il successo
salta agli occhi di tutti. A questo porteranno le audaci
ascensioni di Nadar; se l'arte di innalzarsi e dirigersi
nell'aria diverrà mai un mezzo pratico di locomozione, i
posteri, se saranno giusti, gli dovranno una certa
riconoscenza.
Non sono qui per narrare i viaggi del «Géant»; ci
sono altri che, avendolo accompagnato nel suo volo, hanno
potuto vedere coi loro occhi e pertanto possono raccontarlo
meglio di me. Voglio soltanto, a grandi linee, indicare la
direzione che sta prendendo la scienza aeronautica.
Inizialmente, nelle intenzioni di Nadar, il «Géant» doveva
essere l'ultimo pallone; le difficoltà delle sue ascensioni
dimostrano abbondantemente quanto un apparecchio così
grande sia pericoloso da pilotare e impossibile da condurre.
Si vuole dunque semplicemente arrivare ad eliminare il
pallone; la cosa è possibile? Il Sig. Babinet lo sostiene,
come se l'idea venisse da lui; I sigg. de Ponton di
Amécourt e della Landelle affermano avere superato la
difficoltà ed avere risolto il problema. Ma prima di entrare
nei dettagli della loro invenzione, finiamo di parlare dei
palloni, e lasciatemi descrivere l'apparecchio del Sig. de
Laze. L'ho visto funzionare in piccolo, ed è certamente
l'idea più ingegnosa per dirigere un aerostato, se un
aerostato si può definire dirigibile: del resto l'inventore ha
usato la logica: anziché cercare di spingere la carlinga, ha
cercato di spingere il pallone. Perciò, gli ha dato la forma
di un cilindro allungato: su questo cilindro ha disposto le
pale di un'elica; ha collegato le due estremità del cilindro
alla carlinga con cavi avvolti su pulegge; questi cavi sono
destinati a dare, tramite un normale motore, un movimento
di rotazione al cilindro, ed il pallone si avvita letteralmente
nell'aria. È certo che l'apparecchio va, e va molto bene; non
potrà certamente risalire correnti estremamente forti; ma,
con venti medi, credo che possa essere controllato; del
resto l'aeronauta avrà ancora a sua disposizione dei piani
inclinati che, orientati in un senso o nell'altro, gli
permetteranno di effettuare dei movimenti verticali. Il suo
pallone deve essere costruito in rame, in modo da evitare la
perdita dell'idrogeno puro, che è molto volatile, ed il Sig.
de Luze spera di produrre movimenti di salita e di discesa
tramite una tasca messa all'interno del pallone, e nella
quale immetterà dell'aria tramite una pompa. Ecco molto
sommariamente come funziona la sua invenzione; come si
vede, l'idea più ingegnosa è il pallone che fa elica. il Sig.
de Luze riuscirà nella sua impresa? Lo vedremo, poiché si
ripromette di sorvolare Parigi per un paio di giorni.
Ma torniamo al progetto dei sigg. de Ponton di
Amécourt e Landelle; è qualcosa di molto serio; rimane da
sapere se la loro idea è praticabile con i mezzi che la
meccanica attuale mette loro a disposizione. Conoscete
sicuramente quei giocattoli da bambini fatti da palette alle
quali si trasmette una forte rotazione tramite una fune
svolta rapidamente; l'oggetto si eleva e plana nell'aria
finché l'elica conserva il suo movimento rotatorio; se
questo movimento continuasse, l'apparecchio non
ricadrebbe; immaginate una molla che mantenga la
rotazione, ed il giocattolo si manterrà in volo. È su questo
principio che è fondato l'elicottero del sig. de Ponton di
Amécourt; l'aria offre un punto d'appoggio sufficiente
all'elica, che si avvita nell'aria stessa; tutto ciò è
fisicamente realizzabile, ed ho visto coi miei occhi
funzionare alcuni piccoli apparecchi fabbricati da questi
signori; una molla caricata, liberata improvvisamente,
metteva in rotazione l'elica. Ma ovviamente la colonna
d'aria espulsa dall'elica causava all'apparecchio un
movimento di rotazione inversa; occorreva dunque
prevenire quest'inconveniente, poiché un aeronauta
avrebbe potuto esser stordito da questo valzer aereo. Così,
tramite due eliche sovrapposte e rotanti in direzioni
opposte, il sig. de Ponton di Amécourt ha potuto ottenere
l'immobilità completa dell'apparecchio. Con una terza
elica, verticale, dirige il suo apparecchio come lo desidera.
Dunque, tramite le prime due si sostiene nell'aria; tramite
la terza, egli naviga come se fosse nell'acqua. Ecco dunque
teoricamente trovato il mezzo, l'elicottero; ma, in pratica,
tutto ciò funzionerà? Tutto dipenderà dal motore usato per
azionare l'elica; occorre che sia allo stesso tempo potente e
leggero. Purtroppo, finora le macchine ad aria compressa o
a vapore, in alluminio o in ferro, non hanno dato risultati
ottimali. So bene che gli sperimentatori lavoravano in
piccolo, e che, per riuscire, occorre operare in grande,
poiché man mano che il volume dell'apparecchio aumenta,
il suo peso relativo diminuisce; infatti, una macchina della
potenza di venti cavalli pesa molto meno di venti macchine
della potenza di un cavallo. Attendiamo dunque con
pazienza esperienze più decisive. Gli inventori sono gente
preparata e risoluta; troveranno la soluzione ad ogni
problema. Ma occorre loro denaro, e forse molto; ed è per
guadagnarlo, questo denaro, che Nadar ha sacrificato sé
stesso; è per ciò che ha convocato la folla a vedere le sue
audaci ascensioni. Gli spettatori però non sono accorsi in
numero sufficiente, forse perché pensavano si trattasse solo
di un divertimento temporaneo; se Nadar ricominciasse, e
gli spettatori pensassero all'utilità futura, il Champ de Mars
sarebbe troppo piccolo per contenerli. Non si tratta più di
planare o galleggiare nell'aria, ma di navigarvi. Uno
scienziato ha detto molto umoristicamente: «L'uomo nel
suo tentativo di trasformarsi in un uccello, riuscirà a
diventare nient'altro che un pollo.» Confidiamo dunque
nell'elicottero, e prendiamo per motto la massima di Nadar:
«Tutto quanto è possibile si farà.»

J ules Verne