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FELICITAS TEMPORUM

Dalla terra alle genti: la Basilicata settentrionale
tra archeologia e storia
a cura di
Alfonsina Russo e Helga Di Giuseppe
Unione Europea Direzione Regionale per i Beni
Culturali e Paesaggistici
Soprintendenza per i Beni
Archeologici della Basilicata
Regione Basilicata Istituto Nazionale
d’Archeologia
e Storia dell’Arte

© 2008 Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata, Potenza
Tutti i diritti sono riservati
Museo Archeologico Nazionale di Muro Lucano
un museo per il territorio
Via Seminario
Muro Lucano (Potenza), Italy
tel. fax. 0039 0976 71778
e-mail: murolucano.museo@archeobasi.it
www.archeobasi.it
www.museomurolucano.beniculturali.it
In copertina:
L’Autunno dal mosaico delle Stagioni, rinvenuto
nella villa di Masseria Ciccotti di Oppido
Lucano (Pz). III secolo d.C.
In retrocopertina:
L’Inverno dal mosaico delle Stagioni.
Il significato delle Stagioni associate ad Aion, il
Tempo trascendente e assoluto, è quello della
Felicitas Temporum ovvero l’idea frugifera del
Tempo che, in eterno, periodicamente si rinnova.
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Progetto grafico e cura del volume
Alfonsina Russo e Helga Di Giuseppe
Redazione testi
Helga Di Giuseppe, Paola Perrone, Mara Romaniello,
Alfonsina Russo
Redazione della bibliografia generale
Helga Di Giuseppe, Paola Perrone,
Alfonsina Russo, Anna Rita Sannazzaro
Traduzioni dall’inglese dei contributi
di H. Fracchia, A. Small, A. Kuttner
Helga Di Giuseppe
Cura dell’apparato illustrativo
Nicola Figliuolo
Documentazione fotografica ed elaborazioni immagini
Nicola Figliuolo e Caterina Tedone
Rielaborazione grafica delle planimetrie
Antonio Positino
Disegni della necropoli di Baragiano
Gennaro Napodano
Ricostruzioni grafiche
Rocco Pontolillo
Ricostruzioni in 3D
Antonio Bruscella
Ricerche iconografiche d’archivio
Filippo Lamanna
Restauro materiali archeologici
Rosa Scorese, Sergio Travaglio (Muro Lucano)
Luigi Cappiello, Michele Martorano,
Antonio Pace, Ilaria Trombone (Potenza)
Si esprime gratitudine a Marcello Tagliente, Giuliana
Tocco, Massimo Osanna e Caterina Greco che si sono av-
vicendati, a partire dal 2005, anno in cui si è iniziato a la-
vorare al progetto di questo volume, nella direzione della
Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata.
Un ringraziamento particolare va anche ai giovani colle-
ghi che hanno contribuito in modo determinante e con
competenza alla realizzazione della pubblicazione: Anto-
nio Bruscella, Paola Perrone, Mara Romaniello, Anna
Rita Sannazzaro. Hanno anche contribuito, a diverso ti-
tolo, Lucia Colangelo, Marco Di Lieto e Francesca
Guarneri e, in ultimo, Donato Coviello.
Museo Archeologico Nazionale di Muro Lucano
Il Museo è ospitato all’interno dell’edificio del Semina-
rio Vescovile, concesso in comodato d’uso alla Soprin-
tendenza per i Beni Archeologici della Basilicata dall’Ar-
cidiocesi di Potenza - Muro Lucano - Marsiconuovo.
Si ringrazia l’Arcivescovo Mons. Agostino Superbo, il
Parroco della Cattedrale di Muro Lucano Mons. Giu-
stino D’Addezio.
Il restauro strutturale dell’edificio è stato effettuato con
fondi della Regione Basilicata, a cura della Soprinten-
denza per i Beni Architettonici (direzione lavori arch.
Lucio Cappiello). Il progetto di allestimento museale e
la sua realizzazione sono stati curati dalla Soprintenden-
za per i Beni Archeologici. Si ringraziano, in particolare,
per il coordinamento delle attività Paolo Leccese, Pietro
Mangone, Domenico Guerra e, per la Regione Basili-
cata, Mariano Schiavone. Fondamentale è stato anche il
contributo fornito dall’Amministrazione Comunale di
Muro già presieduta dal sindaco Michele Ciaco e dalla
Comunità Montana del Marmo-Platano già presieduta
da Francesco Eligiato, che hanno compreso l’importan-
za dell’istituzione del Museo per le comunità locali del
comprensorio.
All’allestimento ha partecipato il personale della sede di
Muro Lucano: Maria Alba Ercolani, Domenico Guerra,
Domenico Iannuzzi, Vincenzo Mentino, Gerardo
Murena, Gennaro Napodano, Salvatore Pagliuca,
Alfonsina Russo, Gerardo Scorese, Rosa Scorese, Sergio
Travaglio.
La decorazione delle vetrine in esposizione è stata cura-
ta da Giovina Guarini della sede di Potenza della
Soprintendenza per i Beni Archeologici.
Hanno allestito lo scavo stratigrafico della I sezione
Linkon Chowdary, Donato Cocina, Romeo Pisciottani
e Carlo Tummillo.
Gli scavi nel territorio del Marmo-Platano
Le campagne di scavo sono state condotte sotto la dire-
zione scientifica di Antonio Capano (dal 1982 al 1990),
di Marcello Tagliente (dal 1991 al 1999), di Alfonsina
Russo (2000-2008) con la collaborazione tecnico-scien-
tifica di Salvatore Pagliuca. Operatori di scavo: Gerardo
Scorese, Gerardo Murena, Vincenzo Mentino.
Si ringrazia Romeo Pisciottani che ha collaborato in mo-
do costante con la Soprintendenza per i Beni Archeolo-
gici della Basilicata ai fini della tutela del territorio del-
l’importante centro indigeno di Baragiano.
Le campagne di scavo della villa di San Giovanni di
Ruoti sono state condotte dal 1977 al 1985 dall’Uni-
versità di Alberta (Canada) sotto la direzione scientifica
di Robert Buck e Alastair M. Small.
Gli scavi nel territorio dell’alto Bradano
Le campagne di scavo sono state condotte dalla Soprin-
tendenza per i Beni Archeologici della Basilicata a S.
Pietro di Tolve e S. Gilio di Oppido Lucano in collabo-
razione con l’Università di Roma “La Sapienza” (coordi-
namento di Andrea Carandini e direzione scientifica di
Nicola Terrenato e Helga Di Giuseppe); a Masseria
Ciccotti di Oppido Lucano in collaborazione con le
Università di Edmonton (Canada) e Perugia (direzione
scientifica di Maurizio Gualtieri e Helena Fracchia).
Responsabile scientifico per la Soprintendenza Marcello
Tagliente con l’assistenza tecnica di Arcangelo Moles e
Michele Giacoia.

4
SOMMARIO
UN MUSEO PER IL TERRITORIO:
IL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI MURO LUCANO
Alfonsina Russo . . . . . . . . . . . . . . . . p. 15
IL TERRITORIO DEL MARMO-PLATANO
Alfonsina Russo - Marco Di Lieto . . . . . . . . . . . . » 29
DALLA TERRA ALLE GENTI: L’ETÀ ARCAICA
Alfonsina Russo . . . . . . . . . . . . . . . » 29
BARAGIANO. L’ARCHEOLOGIA DEL CENTRO INDIGENO
Alfonsina Russo . . . . . . . . . . . . . . . . » 31
PER UNA CARTA ARCHEOLOGICA DEL TERRITORIO DI BARAGIANO
Marco Di Lieto . . . . . . . . . . . . . . . . » 39
UN ACROTERIO CON IL “SIGNORE DEI CAVALLI” DAL TERRITORIO DI BARAGIANO
Alfonsina Russo . . . . . . . . . . . . . . . » 44
GLI OGGETTI DI LUSSO
Alfonsina Russo . . . . . . . . . . . . . . . » 46
UN NUOVO SETTORE DELL’ABITATO ANTICO DI BARAGIANO
Antonio Bruscella . . . . . . . . . . . . . . . . » 89
LA TOMBA DELLA SIGNORA DEGLI OLI PROFUMATI
Alfonsina Russo . . . . . . . . . . . . . . . . » 105
UN POPOLO GUERRIERO: I LUCANI NELLA BASILICATA NORD-OCCIDENTALE
Alfonsina Russo . . . . . . . . . . . . . . . . » 115
SISTEMI DI DECORAZIONE ARCHITETTONICA DI ETÀ LUCANA.
IL CASO DEI LACUNARI FITTILI DI BARAGIANO
Antonio Bruscella - Vincenzo Capozzoli . . . . . . . . . . . » 135
TORRE DI SATRIANO. MORFOLOGIA E STRUTTURA DI UN INSEDIAMENTO DELLA
LUCANIA NORD-OCCIDENTALE DALL’ETÀ DEL FERRO ALLA CONQUISTA ROMANA
Massimo Osanna . . . . . . . . . . . . . . . . » 149
L’AREA SACRA DI FONTANA BONA DI RUOTI: ASPETTI DELLA RELIGIOSITÀ LUCANA
Marcella Barra Bagnasco . . . . . . . . . . . . . . » 177
LA LUCANIA CENTRO-SETTENTRIONALE IN ETÀ ROMANA:
LA NUOVA DOCUMENTAZIONE ARCHEOLOGICA
Maurizio Gualtieri . . . . . . . . . . . . . . . » 205
5
6
LE EPIGRAFI E LE SCULTURE ROMANE
Helga di Giuseppe . . . . . . . . . . . . . . . pag. 223
LA VILLA DI MASSERIA CICCOTTI DI OPPIDO LUCANO:
FASI EDILIZIE, ARCHITETTURA, MOSAICI
Maurizio Gualtieri . . . . . . . . . . . . . . . » 265
RINVENIMENTI CERAMICI E TRASFORMAZIONI DELL’ASSETTO INSEDIATIVO
NELL’ALTA VALLE DEL BRADANO
Helena Fracchia . . . . . . . . . . . . . . . . » 289
LA VILLA ROMANA DI SAN GILIO DI OPPIDO LUCANO
TRA ÉLITES URBANE E LOCALI
Helga Di Giuseppe . . . . . . . . . . . . . . . » 305
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE.
DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
Helga Di Giuseppe . . . . . . . . . . . . . . . » 355
LA VILLA ROMANA IN LOCALITÀ PIETRASTRETTA DI VIETRI DI POTENZA
Helga Di Giuseppe . . . . . . . . . . . . . . . » 393
BUSTO FEMMINILE DRAPPEGGIATO DI AGO CRINALE IN OSSO
DALLA VILLA DI SANTA VENERE DI VIETRI DI POTENZA
Ann Kuttner . . . . . . . . . . . . . . . . . » 407
IL MOSAICO DALLA VILLA IN LOCALITÀ PRATO DI MURO LUCANO
Helga Di Giuseppe . . . . . . . . . . . . . . . » 421
LA VILLA ROMANA DI SAN GIOVANNI DI RUOTI
Alastair M. Small . . . . . . . . . . . . . . . . » 425
LE VILLE IN ETÀ TARDOANTICA: IL CONTESTO STORICO-ARCHEOLOGICO
Carla Sfameni . . . . . . . . . . . . . . . . » 471
LE FONTI LETTERARIE
Mara Romaniello . . . . . . . . . . . . . . . . » 489
CATALOGO
A. Russo, A. Bruscella, P. Perrone, H. Fracchia, M. Gualtieri, H. Di Giuseppe,
A. M. Small, J. Hayes, J. Freed, P. Roberts, H.J. Rossiter, C.J. Simpson . . . . » 513
BIBLIOGRAFIA GENERALE . . . . . . . . . . . . . . » 595

AVVERTENZE
Le dimensioni si intendono sempre in centimetri, tranne specificazioni
Alt. = altezza
Amb. = ambiente
Diam. = diametro
ca. = circa
inv. = inventario
Largh. = larghezza
Lungh. = lunghezza
n. = numero
o. = orlo
p. = piede
Spess. = spessore
8
9
Questo volume racchiude studi estrema-
mente accurati che delineano le trasformazioni
culturali di un territorio, come quello della
Basilicata settentrionale per tanti versi simile
alle aree interne dell’Italia centrale: comparti
montuosi con insediamenti di altura e vallate
fluviali utilizzate per le relazioni di breve e lun-
go raggio.
Di conseguenza uno dei motivi di interes-
se per queste ricerche è determinato dalla mia
intensa attività di ricerca scientifica dedicata al-
le popolazioni italiche e, in particolare, a quel-
le del Sannio.
Un filo rosso, ancora oggi percorribile se-
guendo gli itinerari della transumanza contrad-
distinti da scambi sia economici sia culturali
consolidati nel tempo, lega la Basilicata setten-
trionale al Sannio, a partire dalle comuni radi-
ci etniche tra Lucani e genti osco-sannite del
IV secolo a.C.
Il volume, seguendo l’allestimento del
Museo Archeologico Nazionale di Muro Luca-
no, tratta l’archeologia e la storia della Basilicata
settentrionale dall’età arcaica al periodo romano
imperiale e tardoantico: un lungo lasso di tem-
po nel quale si sono verificate radicali trasforma-
zioni con l’avvicendarsi di popoli, diversi nelle
espressioni culturali e nelle forme di organizza-
zione sociale. Si tratta di un libro scritto conte-
stualmente all’elaborazione del progetto musea-
le, entrambi con la partecipazione attiva di nu-
merosi studiosi italiani e stranieri che, con le lo-
ro ricerche, hanno contribuito alla ricostruzione
della “storia archeologica” di quest’area.
Per l’età arcaica vengono analizzate le di-
namiche culturali interne alle singole comuni-
tà indigene che determinano significativi pro-
cessi di strutturazione con l’emergere di aristo-
crazie guerriere. Sono queste ultime ad assu-
mere il controllo delle risorse produttive, a de-
lineare le “politiche” relazionali con le comuni-
tà italiche contermini, con la Magna Grecia e
con l’Etruria campana. In particolare, lo stra-
ordinario complesso funerario di Baragiano
della fine del VI secolo a.C. sintetizza, in ma-
niera paradigmatica, alcuni aspetti comuni alle
élites italiche, quali l’adozione di modelli cultu-
rali desunti dal mondo greco: il banchetto fu-
nerario, la presenza di parti della panoplia opli-
tica e della bardatura da parata per i cavalli e,
soprattutto, l’introduzione del mito greco, con
le figure di Eracle e Teseo. In particolare,
Eracle, in questo come in altri contesti coevi,
assume sempre con maggior forza il ruolo di
eroe culturale per eccellenza fino a diventare,
nel corso del IV secolo a.C., progenitore co-
mune delle popolazioni italiche.
La sezione dedicata al IV secolo a.C., in
una stretta relazione tra fonti letterarie e docu-
mentazione archeologica, analizza le rinnovate
forme di organizzazione del territorio a seguito
della definizione dell’ethnos dei Lucani, costi-
tuito da gruppi osco-sanniti, che infiltrandosi
in questi territori, acquisiscono, nel confronto
con le popolazioni autoctone e con le colonie
greche, tratti culturali peculiari.
Nel volume viene analizzata in particolare
la centralità che gli insediamenti fortificati as-
sumono nel controllo dei nuovi comparti terri-
toriali. Il rinvenimento, nel caso di Muro
Lucano, di un’iscrizione relativa ad un meddix,
cui è da riferire la costruzione della mura, ri-
manda ad una magistratura ricorrente in ambi-
to osco-sannita e sintetizza le affinità tra la
Lucania interna e il Sannio.
Altrettanto significativo appare il ruolo
svolto dai santuari sia come riferimento politi-
co-religioso, ma anche come luogo privilegiato
PREMESSA
10
dello scambio lungo gli itinerari della transu-
manza. La stretta relazione con le sorgenti “sa-
cralizzate”, la presenza contestuale di culti e, di
conseguenza, di divinità che sovrintendono al-
la seduzione e al matrimonio, ai riti di inizia-
zione, alla caccia e alla guerra, e dunque ai mo-
menti più significativi della vita sociale, con-
traddistinguono questi come altri santuari ita-
lici coevi.
La sezione del volume dedicata all’età ro-
mana è incentrata fondamentalmente su due
temi che rispecchiano anche in questo caso
l’esposizione museale. Da una parte viene pre-
sentata la geografia prosopografica delle gentes
che hanno abitato la Lucania settentrionale,
così come emerge dalla ricca raccolta epigrafi-
ca esposta nel Museo di Muro Lucano, e dal-
l’altra viene ripercorsa la storia delle ville roma-
ne dall’età repubblicana a quella tardoantica
attraverso i contesti archeologici rinvenuti ne-
gli ultimi vent’anni di ricerche nei territori di
Tolve, Oppido Lucano, Acerenza, Muro
Lucano, Ruoti e Vietri di Lucania. Nonostante
la tradizione degli scavi delle ville in Basilicata
si possa far risalire agli anni Settanta del secolo
scorso con il caso di San Giovanni di Ruoti,
che ha offerto uno dei primi modelli di villa
tardoantica in Italia, non esisteva ancora in
questa regione un museo che dedicasse ampio
spazio alla presentazione delle ville romane.
Trovano qui una bella cornice espositiva i re-
perti provenienti dalle ville rustiche di S
Giovanni di Ruoti, Santa Venere, Vietri di
Pietrastretta, S. Pietro di Tolve, S. Gilio e
Masseria Cicciotti, che nell’insieme permetto-
no di analizzare un interessante spaccato del-
l’economia di due aree della Basilicata molto
diverse tra loro sul piano ambientale: quella
nord-occidentale montuosa e ricca di boschi e
quella nord-orientale che prelude al Tavoliere
delle Puglie condividendone alcuni caratteri.
Ad ambienti differenti corrispondono risorse
naturali diversificate che puntualmente si ri-
flettono nell’organizzazione di queste aziende
antiche e negli indicatori di produzione resti-
tuiti, a cui viene dedicata una particolare atten-
zione. In ognuna delle vetrine vengono trattati
i temi principali che caratterizzano le ville dal
punto di vista architettonico, sociale ed econo-
mico. Si possono così ammirare oggetti rari e
preziosi come fuseruole recanti la menzione di
un lanipendus liberto di Domitia Lepida, zia di
Nerone, punzoni di schiavi per la bollatura di
manufatti, bolli su tegola che rivelano la pre-
senza in queste aree di personaggi importantis-
simi come P. Veidio Pollione, amico di Augusto
e già in possesso di altre proprietà a Roma e in
Campania. Le ville del versante occidentale
mostrano una particolare propensione per le
attività legate alla lavorazione del legno, oltre
che alle tradizionali attività agricole (viticoltu-
ra, olivicoltura), di allevamento (ovino, capri-
no e suino) e artigianali incentrate sugli artico-
lati processi della lavorazione laniera e doliare.
Le ville dell’alto Bradano, invece, mostrano un
sistema economico basato prevalentemente
sulla cerealicoltura e l’allevamento ovino, da
cui si sviluppa una manifattura laniera integra-
ta. Ogni villa restituisce strumenti della lavora-
zione laniera, mostrando specializzazioni in al-
cuni processi, per cui dal reperimento della
materia prima, alla cardatura, filatura, follatu-
ra fino ad arrivare alla confezione dei vestiti
tutti i settori sono diversamente rappresentati e
fanno tra loro sistema all’interno di un territo-
rio relativamente piccolo. Se ci si lamenta in
genere che la maggior parte delle ville scavate è
anonima, nel senso che non è possibile indivi-
duarne il proprietario, in Basilicata si ha il pro-
blema opposto. Ogni villa restituisce preziosa-
mente un ricco corpus di documenti epigrafici,
che permette di individuare non solo il pro-
prietario, ma anche i successivi passaggi di per-
tinenza legati a complessi giochi di alleanze fa-
miliari. Analizzando le epigrafi esposte nel mu-
seo e l’instrumentum bollato si apprende che gli
Acerronii, gli Annii, gli Arrii, gli Attii, i Baebii,
i Babullii, i Cornelii, i Domitii, i Gargilii, i
11
Gavii, i Fundanii, gli Iulii, gli Insteii, gli Iunii,
i Lamponii, i Metilii(?), i Poppaedii, i Porcatii, i
Postumii, i Naevii, i Savonii, i Tattii, i Traebii,
i Tuccii, gli Ulpii, gli Utianii, i Valerii, i Vicirii,
e i Veidii radicati sul territorio da tempo o pro-
venienti dalle aree etrusche, sabine e irpine im-
piantarono qui, a partire dal periodo seguente
la guerra sociale, varie aziende agricole e diver-
sificarono i loro profitti sfruttando a vario tito-
lo le risorse ambientali. La presenza di membri
dell’aristocrazia locale e urbana attira in tempi
precoci gli interessi di imperatori quali
Claudio, Nerone, Traiano e Nerva; le recenti
scoperte a Marsicovetere in località Barricelle
(Val d’Agri) permettono di aggiungere la cop-
pia imperiale Marco Aurelio e Commodo im-
parentati con la famiglia dei Bruttii Praesentes
di cui è stata individuata una delle proprietà
proprio in questo contesto produttivo.
Nel volume gli approfondimenti sulle sin-
gole ville presentate in relazione alle architettu-
re, agli arredi, ai contesti ceramici e alle artico-
late attività produttive, vengono precedute da
una premessa di carattere storico, che consente
di inserire i temi proposti dalle ville nell’attua-
le dibattito sul processo di romanizzazione. Un
testo generale focalizza l’attenzione sulla tema-
tica delle ville tardoantiche, per le quali pro-
prio la Lucania offre un osservatorio privilegia-
to. In alcuni casi si sceglie di dare ampio spazio
a singoli oggetti che consentono di praticare
un’archeologia della psicologia antica, come è
il caso della capocchia di ago crinale in osso
rinvenuta nella villa di Santa Venere. Il volume
è completato da un ricco catalogo dei reperti
esposti; catalogo concepito in maniera sempli-
ce e agile.
In conclusione, sembra questo un esperi-
mento ben riuscito di integrazione tra catalogo
museale e temi sollevati dai reperti esposti in
relazione ai contesti di rinvenimento. Non re-
sta che augurarsi che iniziative di questo tipo
vengano ripetute a livello regionale, sviluppan-
do sempre più l’aspetto dell’integrazione tra
dati archeologici e dati storici in aree geografi-
camente diversificate e ben caratterizzate.
Adriano La Regina
Professore di Etruscologia e antichità italiche,
Università di Roma “la Sapienza”

12
I problemi legati allo sviluppo sociale ed
economico dell’Italia, in particolare delle re-
gioni del Mezzogiorno, ed i mutamenti in atto
nel sistema economico richiedono una profon-
da riflessione in relazione all’uso razionale del-
le risorse disponibili e vedono, sempre di più,
un ruolo centrale riservato alla cultura ed alla
messa a valore delle risorse culturali, superando
la tradizionale dicotomia tra cultura ed econo-
mia, fra mondo immateriale e leggi economi-
che. Sempre più oggi si parla di “economia dei
beni simbolico-culturali” e sempre più indi-
stinto diventa il confine tra i due concetti, tan-
to che è ormai comune parlare di “Cultural
Industries”, attribuendo alle risorse culturali
un ruolo centrale nella progettazione e nella
programmazione dello sviluppo locale.
In sintonia con tale tendenza, la strategia
generale d’intervento del PIT “Marmo Platano
- Melandro” si basa sulla convinzione che recu-
perare e comunicare le testimonianze più signi-
ficativi della propria identità storica e cultura-
le, costituiscono attività propedeutiche essen-
ziali per lo sviluppo economico.
In tale contesto, la conoscenza, l’informa-
zione e la comunicazione sono sempre più fat-
tori produttivi essenziali per accrescere la capa-
cità di produrre “cultura”, per attingere costan-
temente da essa e riportare al centro delle stra-
tegie di sviluppo locale lo stretto rapporto esi-
stente fra “territorio” ed “identità culturale”,
nella crescente consapevolezza che la capacità
competitiva di un territorio si gioca sulla “viva-
cità culturale” della popolazione residente e
che, di conseguenza, “l’investimento in cultu-
ra” è in grado di restituire “esternalità” più po-
sitive e durature rispetto a qualsiasi altro setto-
re d’intervento.
La scelta di contribuire alla pubblicazione
e diffusione del Catalogo del Museo Archeo-
logico Nazionale di Muro Lucano nasce, ap-
punto, dall’esigenza di acquisire studi, riferi-
menti storici certi ed immagini da cui partire
per ricostruire, con il dovuto rigore scientifico,
l’ “identità storico-culturale” del nostro territo-
rio e per arricchire di contenuti qualificanti la
“Banca Studi, Progetti ed Immagini per la
Tutela e Valorizzazione del Patrimonio Rurale”
(POR Basilicata 2000-2006 – Mis. IV.15) a tal
fine prevista nell’Accordo di Programma PIT
“Marmo Platano - Melandro”.
La costruzione di tale Banca, i cui dati sa-
ranno a breve resi disponibili anche attraverso
il WebGis del PIT “Marmo Platano - Melan-
dro” (accessibile dal portale istituzionale del
PIT: www.pitmpm.it), ha inoltre consentito ai
soggetti pubblici interessati di sperimentare
forme concrete di contenimento ed ottimizza-
zione della spesa pubblica, attraverso la condi-
visione di conoscenze, risorse e costi per attivi-
tà di studio, ricerca e valorizzazione delle risor-
se territoriali e la realizzazione e diffusione di
strumenti innovativi di supporto decisionale
alla programmazione.
Si tratta, infatti, di un approccio innovati-
vo alle politiche di sviluppo locale tendente a
creare forme concrete e stabili di cooperazione
interistituzionale (Regione Basilicata, Soprin-
tendenze, Università, Enti Locali riuniti nel
PIT, APT) che, nel rispetto dei ruoli e delle
funzioni istituzionali spettanti a ciascuno dei
soggetti pubblici coinvolti, consentono di con-
centrare esperienze, sensibilità, competenze e
risorse finanziarie intorno ad obiettivi comuni
e condivisi per lo sviluppo territoriale.
Gaetano Schiavone
Project Manager del PIT “Marmo Platano - Melandro”
PRESENTAZIONE

13
355
La villa romana di San Pietro è ubicata nei
pressi dell’odierno comune di Tolve (PZ) su
una sella naturale a 450 m. s.l.m. ed è delimi-
tata dai monti Stallone a est e Moltone a ovest
(figg. 1-2). Essa si affacciava su un tratturo, de-
nominato Regio in età aragonese (attuale stra-
da Gravina-Potenza), che collegava fin da epo-
ca preistorica il Potentino interno con il Ta-
voliere delle Puglie
1
. Il territorio circostante è
ricco di testimonianze archeologiche, come il
santuario di Mefite in località Rossano di
Vaglio
2
, la villa ellenistica sul monte Moltone
3
,
le ville romane e tardo-romane di San Gilio
4
e
Masseria Ciccotti
5
, dislocate non lontane dalla
villa di San Pietro
6
.
Vari interventi di scavo hanno permesso di
mettere in luce parte del complesso residenzia-
le e di quello rustico, chiarendo di volta in vol-
ta l’articolazione interna dell’edificio e la fun-
zione dei singoli ambienti
7
. Attualmente sono
1
GABBA-PASQUINUCCI 1979, pp. 138-139; CAPANO
1986a; RUSSO TAGLIENTE 1992, p. 173; su questo asse strada-
le per il tratto apulo si veda anche SMALL 2001a, p. 36, fig. 1;
SMALL et al. 2003.
2
ADAMESTEANU 1992; NAVA 1999, pp. 704-706.
3
TOCCO et al. 1992; RUSSO TAGLIENTE 1992.
4
DI GIUSEPPE 1997 e Di Giuseppein questo volume.
5
GUALTIERI 1994; GUALTIERI-FRACCHIA 1993; GUAL-
TIERI-FRACCHIA 1995.
6
Per una descrizione dettagliata dei rinvenimenti ar-
cheologici nel territorio del comune di Tolve si veda TOCCO et
al. 1982;TOCCO et al. 1992; per un quadro più ampio delle
ville in Basilicata si rimanda a DI GIUSEPPE 1996a e da ultimo
GUALTIERI 2003, pp. 131-199.
7
Leindagini archeologichesono stateavviatenel 1988 dal-
la Soprintendenza Archeologica della Basilicata sotto la direzione
di Marcello Tagliente (responsabile sul campo Serena Fiorese):
BOTTINI A. 1989b, p. 535; ID. 1990a, p. 566; ID. 1990b, p. 21.
Dal 1990 la Soprintendenza si avvale della collaborazione di
un’équipedell’Università di Roma “La Sapienza”, coordinata da
Andrea Carandini: DI GIUSEPPE 1992; EAD. 1994; EAD. 1996a;
EAD. 1996b; TERRENATO et al. 1992; relazioni di scavo elaborate
da chi scrive (si veda archivio della Soprintendenza per i Beni
Archeologici della Basilicata) confluitein BOTTINI A. 1992a, pp.
20-21; ID.1992b, pp. 394-395; NAVA 1999, pp. 715-718. Lein-
dagini sul campo sono statecoordinatein un primo momento da
Ricardo Stocco e Nicola Terrenato, in seguito da chi scrive; vi
hanno preso parteBarbara Bisconti, Maria Rosaria Borzetti, Fe-
derico Cenciotti, Cristina Danisi, Claudia De Davide, Maria
GrazieDeFino, Paola DeSantis, Cecilia Gandolfi, Elisa Gusber-
ti, Emilia Mastrodonato, Federica Moro, DanielePantano, Ales-
sandra Peruzzetto, Lucilla Rambelli, Giovanni Ricci, Laura Rug-
gero, SimoneRuggero, Vincenzo Salvatore, Marta Sansoni, Bar-
bara Serio, Maura Tummolo, Sabrina Violante, Enrica Zampelli.
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE
DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
Helga Di Giuseppe
Fig. 1. Posizionamento dei resti della villa di S. Pietro
(IGM F 188 III SO).
356
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
stati individuati i limiti settentrionale, orienta-
le e meridionale della struttura, mentre quello
occidentale è andato perduto durante i lavori
di allargamento della strada moderna. Nono-
stante le importanti lacune, la sequenza strati-
grafica indagata ha reso possibile ripercorrere
puntualmente la storia della villa e individuar-
ne lo statusrispetto al contesto in cui si collo-
cava. Le preziose informazioni fornite dai dati
epigrafici, inoltre, hanno permesso di attribui-
re ipoteticamente la villa ad importanti alleva-
tori dell’aristocrazia senatoria romana e di ipo-
tizzare successivi passaggi che portarono alla
formazione precoce di una proprietà imperiale.
La storia della villa si articola con vicende
alterne in 5 periodi compresi tra il I secolo d.C.
e la prima metà del VI secolo d.C., quando il
sito viene abbandonato per essere rioccupato
tra il XIV e la prima metà del XV secolo. Una
fase di frequentazione dell’area in età repubbli-
cana è documentata al momento solo da pochi
frammenti di materiale ceramico e monete re-
sidue nei contesti posteriori.
Al periodo 1 si fa risalire il primo impian-
to della villa; nel periodo 2 si assiste ad un no-
tevole ampliamento del complesso con svilup-
po della parte residenziale e produttiva che
comporta la costruzione di un grande com-
plesso termale, una latrina ed un sistema fo-
gnario per lo smaltimento delle acque; le atti-
vità produttive e di servizio vengono spostate
nel settore sud-orientale, dove trovano collo-
Fig. 2. Panorama visto dalla villa di S. Pietro. Di fronte il monte Moltone.
357
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
cazione le cucine, le stanze della servitù, gli
spazi per la produzione, i luoghi dell’imma-
gazzinamento e del ricovero degli animali. Nel
periodo 3 la villa subisce poche modifiche che
non alterano la planimetria generale, ma ne ri-
definiscono gli spazi e lo status. Nel periodo 4
sui muri della villa viene costruita una nuova
struttura a pianta rettangolare e con orienta-
mento diverso rispetto all’edificio più antico.
Interventi di età contemporanea, infine, segui-
ti al definitivo abbandono dell’area, vanno ri-
feriti al periodo 5.
PERIODO 1. LA PRIMA VILLA (I-FINE I/INIZI II
SECOLO D.C.) (fig. 3)
Nel corso dei primi decenni dell’impero
viene costruita una struttura articolata fin dal-
l’inizio in una parte residenziale e una rustica.
L’accesso alla villa doveva avvenire dal tratturo
Regio e consentire, probabilmente attraverso le
fauces, l’immissione nell’atrio, non più conser-
vato, e quindi nel peristilio, di cui rimane sol-
tanto un angolo pavimentato con tegole (amb.
10). Su di esso, tramite un corridoio porticato,
si aprivano gli ambienti residenziali a est e
quelli di servizio a nord. È stato possibile rico-
noscere un triclinio e tre probabili oeci.
L’identificazione del triclinio (amb. 1: 6 x
8,5 m.) si basa sulla posizione centrale, le di-
mensioni del vano e la classica forma a T del
mosaico che rispetta la disposizione delle kli-
nai. Il mosaico (fig. 4) presenta una cornice
lineare di tre filari di tessere rosse e nere che
delimitano un campo di tessere bianche. Il
motivo decorativo è costituito da una compo-
sizione ortogonale di stelle a quattro punte
tangenti, formanti un reticolo di losanghe di-
segnate da tessere rosse con effetto di ottago-
ni secanti e tangenti, alcuni dei quali campiti
con tessere rosse. Nella parte trasversale del
tappeto si ripropone lo stesso schema delle
Fig. 3. Planimetria della villa. Periodo 1, prima metà I-fine I/inizi II sec. d.C. (rilievo di D. Pantano, elaborazione
grafica di Helga Di Giuseppe).
358
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
8
Questo schema sembra piuttosto diffuso tra l’età tardo-
repubblicana e medio-imperiale. Confronti sufficientemente
puntuali possono istituirsi con mosaici della casa di Spurius
Mesor di Pompei (PERNICE 1938, pl. 34,6) di epoca tardo-re-
pubblicana e della casa di M. LucretiusFronto(DE VOS1991a,
p. 983, n. 36) ricostruita in epoca augustea.
9
Si veda ad esempio CARANDINI 1989, pp. 101-192,
fig. d.
10
Si veda il granaio del periodo successivo situato nella
parte meridionale della villa.
lati curvilinei entro un filare di tessere bianche
e rosse; negli spazi di risulta si individuano in-
setti disegnati con tessere di pietra verde.
Dal portico si accedeva alla parte rustica
(amb. 7: 7,90 x 5,90 m.) collocata in questa fa-
se a nord, in un ambiente dotato di due pila-
stri, che verosimilmente consentivano la co-
municazione con uno spazio aperto verso est o
dividevano uno spazio più ampio a forma di
granaio
10
, in seguito parzialmente occupato
dall’impianto termale. Questa parte era pavi-
mentata con mattonelle fittili di forma rettan-
stelle a quattro punte, ma mancano gli otta-
goni campiti
8
.
L’identificazione come oeci degli ambienti
26, 28 e 30 (4,65 x 4,20 e 4 x 3,90 m.) si basa
sulla forma approssimativamente quadrata, la
vicinanza al triclinio e il confronto con struttu-
re meglio note
9
. In due ambienti (ambienti 28
e 30) si conservano piccole porzioni di emble-
matacentrali, di forma quadrata (70 x 70 cm.),
situati al centro di pavimenti con preparazione
in cocciopesto; solo in un caso si ricostruisce
una raffigurazione composta da una losanga a
Fig. 4. Particolare del mosaico che rivestiva il triclinio (ambiente 1).
359
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
golare, disposte su una preparazione di coccio-
pesto con orientamenti diversi in modo da de-
finire spazi a destinazione specifica
11
. Verso il
limite nord, conservato solo in parte per via
degli interventi successivi, è visibile un incasso
di forma quadrata, pavimentato in mattoncini,
verosimilmente funzionale all’alloggiamento
della base di uno strumento di produzione
(torchio?Pressa?). Da questi vani si accedeva
ad un’area aperta pavimentata in terra battuta
e forse delimitata da un recinto, come le soglie
di grandi dimensioni lascerebbero pensare. Al-
l’interno è stata rinvenuta la base (meta) di una
probabile macina granaria in pietra calcarea
che rimanda alla cerealicoltura, una delle atti-
vità principali su cui doveva fondarsi l’econo-
mia della villa.
Per quanto riguarda la tecnica edilizia, le
fondazioni sono a sacco, mentre gli elevati so-
no realizzati con filari di pietre calcaree locali
di forma rettangolare e faccia vista lavorata, al-
ternate a ricorsi di tegole che regolarizzano i
piani di posa. La perfetta conservazione dei
muri alla stessa quota, l’assoluta mancanza di
crolli di murature al di sopra e al di sotto dei
crolli del tetto, anche nelle fasi successive, la-
sciano immaginare che gli elevati fossero realiz-
zati in materiale deperibile, tecnica del resto lo-
data per stabilità e durata dagli autori antichi,
soprattutto per le aree rurali
12
.
La cronologia
La cronologia di questo primo impianto è
affidata principalmente alla datazione del mo-
saico che non è priva di problemi. L’elegante
schema geometrico, infatti, e soprattutto l’im-
piego delle tessere policrome potrebbero ri-
mandare al periodo medio-imperiale
13
. Tutta-
via non vanno trascurati i rinvenimenti emersi
in campagne più recenti, negli strati tagliati
dalle fondazioni del triclinio, di pochi fram-
menti di ceramica di produzione locale, verni-
ciata in rosso, che imitano forme di sigillata
orientale A
14
, databili intorno alla prima metà
(o metà) del I secolo d.C. Poiché lo schema
geometrico del triclinio, come abbiamo visto, è
comunque in uso dalla tarda età repubblicana
fino alla metà circa del II secolo d.C., piuttosto
che ammettere una ripavimentazione dell’am-
biente nella metà del II secolo d.C. – per la
quale non possediamo evidenze –, sembra più
corretto pensare che l’allestimento del mosaico
sia avvenuto contestualmente alla costruzione
della villa nel corso del I secolo d.C., ipotetica-
mente nella prima metà del secolo. L’edificio
rimane occupato ininterrottamente fino alle
modifiche del periodo successivo.
PERIODO 2. COSTRUZIONE DEL COMPLESSO
TERMALE E AMPLIAMENTO DEL SETTORE PRO-
DUTTIVO (FINEI/INIZI II-METÀ III SECOLO D.C.)
(fig. 5)
Tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C.
la villa subisce un grosso intervento edilizio
grazie al quale, pur rispettando l’assetto origi-
nario dell’edificio, se ne ristrutturano e amplia-
no alcune parti. L’ala residenziale viene svilup-
pata verso nord attraverso la costruzione di un
grande complesso termale (fig. 6), di una latri-
11
Questo tipo di pavimentazione viene usato in ambien-
ti di servizio o di media importanza ad esempio nella villa di
Pareti, nella Lucania occidentale, in un ambiente destinato al-
la lavorazione dell’olio (DYSON 1983, fig. 227) o nella villa di
Vietri di Pietrastretta in un vano rustico (Di Giuseppe in que-
sto volume). A Banzi un pavimento con commesse di matto-
nelle fittili a forma di losanghe è attestato nell’ingresso di un
complesso termale pubblico (informazione di Alfonsina Rus-
so). Tali pavimenti, privi di pretese decorative, sono noti anche
in Italia settentrionale e centrale tra l’avanzato I secolo a.C. e
il II secolo d.C.: GUIDOBALDI-GREGORI 1996.
12
VITR. II 8,9.
13
Questa è la datazione proposta da Mariette de Vos, che
ha potuto vedere la foto del mosaico.
14
In particolare AtlanteII, tav. V, 8-9, forma 35 (40-70
d.C.).
360
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
Fig. 5. Planimetria della villa. Periodo 2, fine I/inizi II-metà III sec. d.C. (rilievo di D. Pantano, elaborazione grafi-
ca di Helga Di Giuseppe).
Fig. 6. Panoramica del complesso termale (in primo piano l’ambiente 20).
361
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
na e di una fogna, mentre a sud vengono spo-
state tutte le attività produttive e potenziati gli
spazi residenziali ancora in uso. Dal punto di
vista della tecnica edilizia, si alternano ora mu-
ri costruiti esclusivamente in blocchi di pietra
di medie dimensioni, con facce lavorate, a
quelli realizzati totalmente in laterizio, soluzio-
ne, quest’ultima, adottata soprattutto nel cali-
dariumprossimo al triclinio. I pavimenti sono
realizzati in cocciopesto o – nella parsrustica–,
in terra battuta. Gli elevati dovevano essere co-
struiti ancora in materiale deperibile, come la-
sciano immaginare gli zoccoli di muratura con-
servati tutti alla stessa quota e l’assenza dei
crolli di muratura, mentre le coperture doveva-
no essere in tegole, rinvenute abbondantissime
al di sopra degli strati di abbandono.
L’impianto termale si imposta in parte sul-
la precedente zona produttiva, che viene ora
adattata alle nuove esigenze. Vengono costruiti
un caldarium(amb. 6: 4,20 x 4,25 m.) con
prefurnio (amb. 15: 1,50 x 1,50 m.), un pro-
babile frigidariumcon piccola vasca (amb. 14:
4,20 x 2,65 m.) e altri tre calidaria/tepidaria,
tutti dotati di prefurni (ambb. 12, 20 e 33:
rispettivamente 2,40 x 4,55; 4,10 x 4,55 e
3,90 x 4,40 m.). Di questi il calidario – identi-
ficato come ambiente 33 – presenta un abside
per l’alloggiamento del labrum, mentre l’am-
biente 20 mostra, come vedremo, un prefurnio
a ovest che in un secondo momento – sempre
nell’ambito del periodo 2 – viene spostato lun-
go il muro perimetrale est. Gli ambienti terma-
li rispondono ad uno schema estremamente
semplice costituito da due lunghi muri paralle-
li ripartiti all’interno da divisori in modo da
creare vani rettangolari e quadrangolari
15
. Il
numero dei calidarialascia immaginare un im-
pianto termale di notevole entità, in cui proba-
bilmente ancora si osservava la distinzione tra
balneamaschili e femminili. Occorre comun-
que sottolineare il fatto che di ognuno di que-
sti ambienti, al momento dello scavo, si con-
servava solo l’hypocaustume che non sono stati
trovati resti di vasche a parte quella piccola nel-
l’ambiente 14, per cui non possiamo escludere
che oltre che vani termali, alcuni di essi fosse-
ro semplicemente luoghi riscaldati adibiti forse
ad altre funzioni legate, ad esempio, alla lavo-
razione laniera, attività particolarmente impor-
tante per la villa, come vedremo meglio più
avanti.
Nella parte più settentrionale delle terme
trovano collocazione i vani di servizio (ambb.
31 e 32: rispettivamente 3,70 x 4,90 e 3,50
x 3,60 m.), pavimentati in semplice terra bat-
tuta e funzionali sia al riscaldamento del com-
plesso tramite un prefurnio in essi ospitato, sia
all’immagazzinamento della legna, del carbone
e dei resti di combustione, come gli spessi ac-
cumuli di cenere rinvenuti, utilizzabili in agri-
coltura e nella produzione laniera, lasciano
ipotizzare. Al complesso termale vengono ag-
giunte verso est, nell’ambito dello stesso perio-
do ma in una fase di ristrutturazione, una latri-
na (amb. 24: 4,10 x 2 m.) e una fogna che con-
vogliava le acque nere verso nord, nel punto di
massima pendenza della sella su cui sorge la vil-
la (fig. 7). La latrina conserva una delle spallet-
te della fogna su cui dovevano poggiare i sedili
disposti a forma di L e il pavimento in coccio-
pesto segnato da una canaletta per l’acqua, in
cui intingere la spugna di servizio
16
. Lo smalti-
mento dei rifiuti era possibile tramite un cana-
le sotterraneo che conduceva nella fogna acqua
proveniente da una sorgente, tuttora attiva, si-
tuata sul monte Stallone. Nella corte aperta
(amb. 9), in uso fin dal periodo precedente,
vengono costruiti un ambiente (amb. 8: 2,80 x
3,30 m.) destinato all’immagazzinamento di
15
Per una riflessione sulla tipologia dell’impianto terma-
le di San Pietro si veda GUALTIERI 1999a, p. 141; per le tipo-
logie termali in genere NIELSEN 1990.
16
Per un confronto si veda Settefinestre: MANACORDA
1984, pp. 69-72.
362
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
mentazione musiva, in pessimo stato di conser-
vazione, decorata al centro da cerchi concentri-
ci realizzati con tessere di pietra locale rossa,
entro cui è disegnato un fiore a sei petali lan-
ceolati di tessere rosse (fig. 8)
18
.
Verso sud, alle spalle degli ambienti resi-
denziali, viene organizzata la parsrustica (fig.
9), tenuta nettamente distinta da quella resi-
denziale tramite un corridoio a forma di L. Da
questo si accedeva a due ambienti (ambienti 21
e 27: rispettivamente 5,20 x 3,20 m.) dalla
funzione incerta, comunicanti tra loro e pavi-
mentati con cocciopesto. Dall’ambiente 27 si
17
L’interpretazione della struttura in questo senso è fon-
data sul rinvenimento nei pressi di una fossa per la raccolta del-
le ceneri e sulla presenza di un testo da pane.
18
Questo tipo di pavimento è diffuso a Pompei tra il I
secolo a.C. e il I secolo d.C.: ad esempio DE VOS1990, p. 402,
n. 3; ID.1991b, p. 135, n. 171; SAMPAOLO 1990, p. 589, n. 3s;
ID. 1994, p. 481, n. 22. In Lucania un motivo analogo è do-
cumentato nel balneumdella villa di Termitito ed è datato al II
secolo a.C.: DE SIENA-GIARDINO 2001, p. 155, fig. 18.
anforette e doliae un focolare/forno di forma
semicircolare pavimentato con tegole
17
. Nello
stesso punto si rinviene una piccola vasca rive-
stita con materiale idraulico, forse legata all’ap-
provvigionamento idrico delle terme o piutto-
sto, viste le ridotte dimensioni (2,20 x 2,20
m.), un abbeveratoio per animali.
Nella parte residenziale, a fianco dei tre oe-
ci (ambienti 26, 28 e 30) viene aggiunto un
quarto ambiente (amb. 40) che sfrutta come li-
mite orientale il muro perimetrale dell’area ru-
stica. La funzione residenziale di questo vano è
dimostrata da una semplice ed elegante pavi-
Fig. 7. In alto a sinistra la latrina (ambiente 24) collegata alla fogna antistante.
363
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
Fig. 8. Pavimento musivo e schema ricostruttivo del motivo decorativo centrale (ambiente 40).
Fig. 9. Panoramica della parsrustica della villa.
passava alla cucina (amb. 29: 3,10 x 3,90 m.)
identificata grazie ad un focolare, un piano in
mattoni pedali e un fornello per alimenti (fig.
10), oltre che per il rinvenimento di resti di pa-
sto, ceramica domestica e strumenti da taglio.
L’ambiente“a forma di granaio”
Sia da questo punto sia dal corridoio pre-
cedentemente descritto si poteva entrare in un
grande ambiente (amb. 34: 16 x 7,50 m.) di
forma rettangolare costruito in appoggio ai
364
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
antico di epoca repubblicana e imperiale. È
possibile citare la villa di Treglia di Pontelatone
(CE), dove un capannone rettangolare a pila-
stri rimane in uso dalla seconda metà del III se-
colo a.C. alla metà del II secolo d.C.
20
, Sette-
finestre presso Cosa (metà I secolo a.C.-fine II
secolo d.C.)
21
, dove il granaio è costruito pres-
so gli ovili e caprili, e la villa di Blera nell’en-
troterra di Tarquinia (II secolo a.C.-IV secolo
d.C.), dove un grande vano con pilastri, desti-
nato a sorreggere un tabulatumper tegole e le-
gname, era collocato all’esterno del peristilio:
anche in quest’ultimo caso, come a San Pietro
19
Le forti distorsioni dei pilastri e dei muri della villa ri-
scontrate in più punti, oltre all’insellamento di buona parte dei
pavimenti situati nella parte meridionale, possono essere im-
putati, oltre che a terremoti, ai movimenti della falda acquife-
ra sottostante formatasi nel momento in cui il regime delle ac-
que non era più tenuto sotto controllo.
20
DE CARO-MIELE 2001, p. 546, fig. 17.
21
MANACORDA 1985, p. 207, fig. 301.
muri della villa di prima fase. Si tratta del nu-
cleo principale della pars rustica dell’edificio.
Tale spazio, pavimentato in terra battuta mol-
to scura, è ripartito al suo interno da tre pila-
stri di forma quadrata realizzati con filari di te-
gole, disposti al centro in posizione non perfet-
tamente assiale tra loro
19
(fig. 11). Tra i pilastri
sono visibili ulteriori ripartizioni effettuate con
muretti e basi in pietra calcarea, forse utilizzati
per delimitare degli spazi e come base di ap-
poggio per strumenti di produzione.
Strutture analoghe definite “a forma di
granaio” trovano diversi confronti nel mondo
Fig. 10. Cucina (ambiente 29). Particolare del fornello.
365
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
(vedi infra) l’ambiente è strettamente connesso
al quartiere destinato alla produzione dei late-
rizi
22
. Interessante è pure la villa di Boscoreale
nella zona vesuviana, ove per l’edificio a forma
di granaio si ipotizza anche una destinazione a
stalla
23
. A questo collegate, come pure a San
Pietro, sono la cucina e il forno. A Francolise,
presso Cales, un ambiente simile viene inter-
pretato come fienile o granaio
24
, a Castel di
Guido, vicino Roma, come aia o magazzino
con pilastri
25
, a Casal Boccone, sempre vicino
Roma, come ambiente per la produzione del
vino e dell’olio
26
. Granaio, infine, viene defini-
to un ambiente rettangolare dotato di quattro
pilastri centrali in una villa di III-V secolo d.C.
nella città di Montana, nella parte dei Balcani
corrispondente alla Moesiainferiore
27
.
È possibile pensare dunque che l’ambiente
34, con i suoi pilastri centrali, fosse un capan-
none destinato a soddisfare molteplici funzioni.
Probabilmente dotato di un soppalco ligneo
(tabulatum), doveva essere ripartito al suo inter-
no da muretti e divisori lignei per l’immagazzi-
namento di legname, laterizi, formaggi, cereali,
frutta, lana e materie prime; angoli di lavorazio-
ne, inoltre, e piccoli ricoveri per animali dome-
22
CARANDINI 1989, p. 162, fig. 12.
23
Ibid., pp. 174-175, fig. 21.
24
Ibid., p. 176, fig. 22.
25
DE FRANCESCHINI 2005, p. 159, fig. 54.2.
26
Ibid., p. 66, fig. 17.1.
27
MULVIN 2002, pp. 95-96.
Fig. 11. L’ambiente 34 “a forma di granaio”.
366
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
13), leggermente più piccola della precedente
(3 x 2 x 0,90 m.) ha restituito strati di crollo re-
lativi alla copertura della camera di cottura rea-
lizzata anch’essa in pietre, agli archi della volta
della camera di combustione e a residui carbo-
niosi dell’ultimo carico effettuato; la camera di
combustione era rivestita all’interno da uno
strato di argilla con funzione isolante, diventa-
ta verde per la forte esposizione al calore. Tra i
materiali sono stati rinvenuti scarti di cottura
di dolia(fig. 14) e tegole. In prossimità dell’an-
golo nord-est dell’ambiente 36 è posto un pia-
no realizzato con tegole, probabilmente co-
struito in connessione con la fornace e legato al
suo funzionamento. Si può pensare ad esempio
al punto in cui veniva accumulata la legna o il
carbone per la combustione oppure ad una ba-
se per l’essiccazione dei vasi prima della cottu-
ra in fornace. Questa fornace doveva essere
messa in stretta relazione con un impianto ana-
logo posto alle sue spalle, nell’ambiente 35 (il
corrispondente prefurnio è stato rinvenuto nel-
l’ambiente 34), non indagata in quanto oblite-
rata da un lastricato composto da elementi di
riutilizzo, messo in opera nel successivo perio-
do (vedi infra). Tale sistemazione, facilmente
gestibile dal corridoio dell’ambiente 35, dove-
va consentire di sfruttare contemporaneamen-
te le due fornaci affrontate nel caso di carichi
particolarmente cospicui
32
. Il passaggio tra
l’ambiente 35 e 36 avveniva tramite una serie
di gradini situati esattamente in corrisponden-
za dello spazio di risulta tra le fornaci.
Lungo il lato orientale esterno della villa,
presso l’angolo sud-est della parte rustica, è sta-
ta individuata una terza fornace (fig. 15) di for-
ma quadrata (2,38 x 2,30 x 0,90 m.) rivolta ad
est. L’impianto conserva quasi interamente la
28
COL. I 6,12.
29
Per le lanariaeattestate da fonti epigrafiche VICARI
2001, p. 30.
30
Per i tegulariaSTEINBY 1974-75.
31
CUOMO DI CAPRIO 1985, p. 139.
32
Per soluzioni analoghedocumentatenel territorio rimi-
nesesi veda MANNONI 1993, p. 36, mentreper la complessità e
diversità organizzativa di questi impianti si veda RIGHINI 1998.
stici e attrezzi da lavoro potevano ugualmente
essere ospitati in un luogo tanto grande.
Difficile individuare un’unica definizione per
questo edificio, visto che per caratteristiche ar-
chitettoniche potrebbe essere un granarium
28
,
ma per le ragioni che descriveremo a breve, de-
ve aver assolto nel tempo anche le funzioni di
un lanificiumo lanaria
29
e di un tegularium
30
.
Il quartiereartigianale
Il vano a forma di granaio era aperto a sud
verso il quartiere artigianale, incentrato sulla
produzione ceramica e laterizia. Ne sono testi-
monianza una serie di fornaci del tipo vertica-
le, con camera di combustione a pianta qua-
drata o rettangolare ad archi, piuttosto diffuse
in età imperiale
31
e innumerevoli altri indica-
tori di produzione.
Nell’ambiente 35 (7,60 x 6,40 m.), comu-
nicante con il 34 tramite due grandi aperture,
si svolgevano alcune di queste attività. Vi sono
state rinvenute due fornaci, separate da uno
stretto corridoio, aperte una verso l’ambiente
34 e l’altra verso l’adiacente ambiente 36 (7,60
x 5,70 m.). La fornace situata ad ovest (fig.
12), di pianta quadrata (3 x 3 x 0,90 m.), si
presentava al momento dello scavo in ottimo
stato di conservazione. La struttura è realizzata
in tegole e laterizi, con spigoli rinforzati da pie-
tre lavorate. La volta è composta da quattro ar-
chi realizzati con laterizi disposti di taglio im-
postati su quattro pilastrini laterali. Nulla pos-
siamo dire al momento sulla copertura della
camera di cottura, anche se gli abbondanti ele-
menti di crollo rinvenuti negli strati di oblite-
razione permettono di ipotizzare che fosse rea-
lizzata con pietre e che venisse allestita ad ogni
carico di cottura. La fornace più orientale (fig.
367
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
Fig. 12. Fornaci separate da uno stretto corridoio (ambiente 35); in primo piano quella nell’angolo sud-occidenta-
le, rivolta verso l’ambiente 34.
Fig. 13. Fornace situata nell’angolo sud-orientale (am-
biente 35) e aperta verso l’ambiente 36.
Fig. 14. Scarto di doliumprodotto nella villa di S. Pietro
(area fornaci).
368
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
Ad est della parte rustica, staccata da tutto
il resto con orientamento nord-ovest/sud-est e
apertura rivolta a nord, si è rinvenuta un’altra
fornace (fig. 16) di forma sub-rettangolare (3 x
2 x 0,90 m.) con larghezza massima di 2 m. a
sud e minima di 1,30 m. verso nord, all’altez-
za del prefurnio. La camera di combustione è
scavata nell’argilla; le parti alte della camera so-
no rafforzate da filari di pietre e tegole su cui si
impostano i tre archi della volta. L’impianto
produttivo, al momento dello scavo, si presen-
tava obliterato da una serie di crolli di laterizi
relativi agli archetti della volta della camera di
combustione, misti a frammenti di concotto,
33
MANNONI-GIANNICHEDDA 1996, pp. 249-250, fig.
57; per la ricostruzione dell’intero ciclo produttivo si veda
STOPPIONI 1993.
camera di combustione fino all’imposta del
piano di cottura di cui rimangono residui. I
muretti perimetrali sono realizzati, come nel
caso delle altre fornaci, alternando filari di pie-
tre con filari di tegole, su cui si impostano due
archetti che dovevano sorreggere il piano di
cottura. La fornace doveva essere protetta da
una tettoia lignea che ne consentiva l’utilizzo
anche durante la cattiva stagione
33
, come indi-
cato da un buco di palo (diam. 50 cm. ca.) sca-
vato direttamente nel banco di argilla sterile a
3,50 m. a sud-est davanti al prefurnio e che do-
veva avere il suo corrispettivo in un altro buco
situato al di sotto del limite di scavo.
Fig. 15. Fornace situata lungo il muro perimetrale esterno della villa a sud dell’ambiente 44.
369
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
da scarti di cottura e da uno spesso livello di
carbone e cenere, residui dell’ultima combu-
stione. Il prefurnio della fornace è costituito
semplicemente da un taglio ovale realizzato
nell’argilla.
Le fornaci di forma quadrata e rettangola-
re sono confrontabili con quelle contempora-
nee recentemente documentate nel complesso
industriale di Vagnari, situato sullo stesso asse
viario che serve la nostra villa. Per ognuno di
questi ultimi impianti (di circa 5,80 x 4,34 m.)
è stata calcolata una capacità di cottura pari a
più di mille tegole a carico
34
; le fornaci di San
Pietro sono leggermente più piccole e per
quanto, come abbiamo visto, alcune di esse
possano aver funzionato contemporaneamen-
te, sembra improbabile che possano aver retto
un carico altrettanto oneroso, tenendo conto
delle dimensioni della camera di combustione,
della superficie e del peso di una tegola stan-
dard (66 x 44 x 4 cm., pari a 14 kg. ca.).
Collegate alla produzione di fittili doveva-
no essere una serie di sistemazioni relative agli
ambienti 28 e 40. Il vano 28, in precedenza
(periodo 1) dotato di pavimento in cocciope-
sto e mosaico, viene ora rivestito quasi integral-
mente con mattoni pedali (gli stessi utilizzati
nella cucina) e trasformato in un ambiente di
lavoro (fig. 17). Al centro del pavimento è si-
tuato un piccolo foro (diam. 20 cm.) riempito
34
SMALL 2005b, pp. 199-200, n. 30; FAVIA et al. 2005.
Fig. 16 Fornace isolata rinvenuta sul lato orientale della parsrustica.
370
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
di cenere, delimitato da schegge di tegole in-
fisse in posizione verticale e circondato da una
serie di altri mattoni pedali che nell’insieme
compongono una base. Alla luce della presen-
za cospicua di fornaci e della varietà degli indi-
catori di produzione rinvenuti è facile immagi-
nare che questa fosse la stanza del tornio e che
il piccolo piano di mattoni con foro centrale
servisse come base dello strumento
35
.
Anche l’adiacente vano 40, nato in princi-
pio come ambiente residenziale con pavimento
musivo, subisce ad un certo punto del periodo
2 alcune trasformazioni, acquistando una fun-
zione domestica e produttiva insieme. Verso
l’angolo nord-est viene realizzato un bancone
da cucina con filari di tegole alternate a pietre
calcaree di grandi dimensioni, rubefatte per ec-
cessiva esposizione al calore. In prossimità del-
l’angolo sud-est dello stesso ambiente viene,
invece, realizzato un foro di forma circolare
(diam. 48 cm., profondo circa 23 cm.) per l’al-
loggiamento di una macina granaria in pietra
lavica, di cui si conserva la meta (fig. 18). Una
serie di cinque piccoli fori (diam. 10-20 cm.,
profondità 6-9 cm.) che tagliano, insieme a
quello precedente, il pavimento musivo, dispo-
sti a formare approssimativamente un rettan-
golo, doveva ospitare paletti lignei per un qual-
che apprestamento legato alla lavorazione dei
cereali, forse setacciatura e essiccazione, attivi-
35
Per le tracce archeologiche della produzione ceramica si veda MANNONI-GIANNICHEDDA 1996, fig. 9.
Fig. 17. Pavimento in mattoni pedali con al centro foro per ospitare un palo (ambiente 28).
371
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
tà, quest’ultima, favorita dalla presenza del
grande focolare.
Ugualmente collegati alle attività produtti-
ve dovevano essere i vani situati lungo il lato
orientale (amb. 44: 8,30 x 9,70 m.) e un edifi-
cio dotato di sette pilastri (1 x1 m.), la cui na-
tura e funzione potrà essere chiarita a comple-
tamento dello scavo
36
.
Gli ambienti della servitù
La villa, verso sud, terminava con due am-
bienti di forma rettangolare (ambienti 37 e 39)
e diverse dimensioni (7,60 x 4 m. e 7,60 x 3
m.), non comunicanti tra loro e accessibili
esclusivamente dal lato occidentale, conservato
solo parzialmente per via dei lavori di allarga-
mento della strada moderna. Dei due è stato
scavato l’ambiente 37, al cui interno, appog-
giato alla parete orientale, sono stati rinvenuti
un bancone in tegole ricco di cenere (un foco-
lare), affiancato da un fornello per alimenti si-
mile a quello documentato nel vano 29, e una
serie di basi in pedali, poggianti direttamente
sul pavimento di terra battuta (basi per giaci-
36
In via preliminare l’edificio potrebbe essere interpreta-
to come fienile o stalla. Tali strutture sono sufficientemente
documentate in Italia centrale e meridionale. Un confronto
puntuale è offerto dalla villa di Baciletti nell’agro capenate a
lunga continuità di vita tra il I secolo a.C. e il VI secolo d.C.
(GAZZETTI 1992, pp. 67-68, fig. 41). Qui il corpo di fabbrica
è composto da nove pilastri disposti su tre file parallele che do-
vevano sostenere, secondo l’interpretazione degli autori dello
scavo, una struttura lignea con funzione di capannone.
Fig. 18. Bancone da cucina in alto a sinistra e meta di macina granaria in pietra lavica in alto a destra (ambiente 40).
372
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
gli?). Resti di pasto, strumenti da taglio, ab-
bondanti frammenti di materiale d’uso comu-
ne, oltre a pedine ludiche, al pavimento in ter-
ra battuta e alla posizione decentrata rispetto al
nucleo centrale della villa, permettono di attri-
buire a questi due ambienti una funzione abi-
tativa, probabilmente destinata alla servitù.
La cronologia
La datazione della costruzione del com-
plesso termale era stata fissata in un primo mo-
mento tra la fine del II e gli inizi del III secolo
d.C. sulla base di alcuni frammenti di sigillata
africana A rinvenuta negli strati tagliati dalla
fondazione della latrina, costruita in appoggio
al complesso termale
37
. Tuttavia, l’evidenza
stratigrafica emersa nelle campagne di scavo
più recenti, unitamente al tipo di mosaico do-
cumentato nell’ambiente 40, permette di rial-
zare la cronologia della monumentalizzazione
della villa alla fine del I-inizi del II secolo d.C.
e di ipotizzare che la latrina sia stata costruita o
ricostruita in un momento successivo, in fase
con altre modifiche strutturali subite dall’edifi-
cio, sempre nel corso del periodo 2. L’assetto
del complesso, infatti, rimase immutato solo
fino agli ultimi decenni del II secolo d.C.,
quando si registrano la chiusura del passaggio
tra l’ambiente 27 e il 29, la tamponatura del
prefurnio occidentale dell’ambiente 20 e l’a-
pertura di quello orientale, e la copertura dei
pavimenti musivi negli ambienti 28 e 40, ri-
spettivamente con un pavimento in pedali e un
bancone da cucina. Gli indicatori cronologici
di simili cambiamenti sono rappresentati da
monete di Commodo (180-193 d.C.) rinvenu-
te al di sotto di alcuni dei nuovi allestimenti
descritti. Al contrario, la mancanza di elemen-
ti datanti certi per le fornaci rende difficile sta-
bilire se siano tra loro coeve. In via ipotetica è
possibile immaginare che quelle a pianta qua-
drata, realizzate in tecnica edilizia simile, siano
contemporanee tra loro e verosimilmente an-
che contemporanee alla costruzione della pars
rustica, mentre quella a pianta rettangolare si-
tuata all’esterno della villa, in pessimo stato di
conservazione, potrebbe essere posteriore an-
che se di poco. D’altro canto, va anche ricorda-
to che lo stress termico a cui le fornaci veniva-
no sottoposte rendeva necessari continui ripri-
stini e sostituzioni anche nell’arco di un lasso
cronologico breve non quantificabile dalle
emergenze archeologiche.
Strati abbondanti di cenere e carbone loca-
lizzati in tutti gli ambienti al di sotto dei crolli
di copertura (in particolare negli ambienti 37,
35, 34 e 29), unitamente a gravi lesioni riscon-
trate nella latrina e a spostamenti nell’assetto
delle murature, inducono a pensare ad un ab-
bandono del sito per cause violente ed improv-
vise, un terremoto forse legato ad un incendio,
databile intorno ai decenni centrali del III se-
colo d.C. per la presenza di monete di Decio
(249-251 d.C.) e Gordiano (238-244 d.C.)
negli strati di abbandono. Anche i reperti cera-
mici rinvenuti all’interno delle fornaci, della
latrina, della fogna e degli ambienti che da
questo momento in poi non verranno più uti-
lizzati, confermano un termine antequemper
la fine di questa fase di occupazione della villa
alla metà del III secolo d.C.
PERIODO 3. SECONDA OCCUPAZIONE DELL’IM-
PIANTO (FINE III/FINE IV-METÀ V/METÀ VI SE-
COLO D.C.) (fig. 19)
Nel periodo seguente all’abbandono della
villa, in un momento non precisamente inqua-
drabile (vedi infra), si procede ad alcune modi-
fiche che alterano le funzionalità del comples-
37
DI GIUSEPPE 1996a, p. 217.
373
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
cupazione non siano state riconosciute o siano
andate distrutte. L’impianto termale, ormai di-
sattivato e parzialmente spoliato dei pavimen-
ti, viene sfruttato forse per fini abitativi. Il ca-
lidario più settentrionale (amb. 33) viene com-
pletamente risistemato; le pilae dell’hypocau-
stumvengono dimezzate rispetto all’altezza ori-
ginaria (60 cm.), e sopra di esse viene poggiato
un nuovo e spesso pavimento in pietre di riuti-
lizzo allettate con malta tenace e recante lungo
il lato settentrionale un foro per il deflusso del-
le acque. Queste vengono convogliate in una
canaletta sotterranea che fuoriesce dal prefur-
nio (periodo 2), ora obliterato tramite una
tamponatura
38
(fig. 21). Battuti e focolari,
inoltre, impostati sugli strati stesi per alzare i
piani di calpestio all’interno dei vani di servizio
38
La mancanza di dati stratigrafici non permette di
escludere del tutto che le nuove sistemazioni del calidario 33
siano avvenute nell’ultima fase del periodo precedente (perio-
do 2). L’utilizzo di pietre di grandi dimensioni (alcune delle
quali anche di reimpiego) tuttavia, analogamente a quanto ri-
scontrato in altri punti della villa, ha spinto ad attribuire al
Periodo 3 anche questa sistemazione del calidario 33.
so. La latrina, la fogna, i prefurni e tutte le for-
naci vengono defunzionalizzati e obliterati da
uno strato di argilla, diffuso ovunque, misto a
frammenti di tegole e ceramica di piccolo ta-
glio fittamente allettati con lo scopo di creare
nuovi piani di calpestio (fig. 20). In alcuni
punti, invece, ad obliterare le strutture prece-
denti sono pavimenti realizzati con frammenti
di tegole, come quello rinvenuto lungo il lato
orientale esterno dell’ambiente 20 (fig. 6), al di
sopra del prefurnio. Il triclinio e gli ambienti
21, 27 e 29 sembrano definitivamente abban-
donati, mentre continuano a rimanere in uso i
vani e le aree aperte 26, 28, 7, 9, 34 e 35. Non
è comunque escluso che anche altri ambienti,
oltre quelli menzionati, siano stati rioccupati
in questa fase e che le tracce di una simile rioc-
Fig. 19. Planimetria della villa. Periodo 3, fine III/fine IV-metà V/metà VI sec. d.C. (rilievo di D. Pantano, elabora-
zione grafica di Helga Di Giuseppe).
374
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
Fig. 20. Esempio di piano di calpestio esterno all’ambiente 21, composto da frammenti di tegole e ceramica fitta-
mente allettati in uno strato di argilla, diffuso su tutta l’area esterna alla villa.
375
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
(ambienti 31 e 32), testimoniano una presenza
abitativa stabile, ma di carattere più modesto
rispetto a quella dei periodi precedenti. La
maggior parte delle soglie viene spoliata e
reimpiegata per creare nuovi e circoscritti pia-
ni di lavoro, come quello all’interno dell’am-
biente 35 e all’esterno dell’ambiente 39.
Molti spazi vengono ridefiniti attraverso la
chiusura di ingressi che nel periodo precedente
consentivano la comunicazione tra un vano e
l’altro e i piani di calpestio vengono rialzati.
Nell’ambiente 42, ad esempio, viene obliterato
il passaggio verso il corridoio (amb. 41) al fine
di creare uno spazio (4,65 x 4,80 m.) isolato ri-
spetto agli altri. Diversi indicatori portano a
credere che quest’area, usata nel periodo prece-
dente come vano di passaggio verso gli am-
bienti 21, 27 e 34, diventi ora uno spazio abi-
tativo e produttivo insieme. Il piano di calpe-
stio è costituito da un battuto e nell’angolo
sud-ovest è stata rinvenuta una piccola fornace
di forma ovale (2,40 x 1 x 0,20 m.) (fig. 22) af-
fiancata da un piano di lavoro realizzato con
mattoni sesquipedali (44 x 43 cm.). Anche
l’ambiente 34 viene isolato dagli altri vani tra-
mite tamponature, colmato con uno strato di
terra battuta e dotato di focolari e strutture
produttive (vaschette, piani di lavoro) (fig. 23);
nell’adiacente ambiente 35, come accennato, al
di sopra del prefurnio di una delle fornaci non
indagate e all’esterno del vano 39, vengono po-
sti in opera lastricati di forma pressoché circo-
lare (fig. 24), composti da soglie reimpiegate e
pietre calcaree di grandi dimensioni, con la
Fig. 21. Canaletta sotterranea fuoriuscente dal prefurnio, che in questa fase (periodo 3) è obliterato da una tampo-
natura (ambiente 31).
376
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
Fig. 22. Piccola fornace nei pressi di un piano di lavoro (ambiente 41).
Fig. 23. Piano di lavoro composto da tegole (ambiente 34).
377
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
copertura realizzati con materiale leggero e de-
peribile che non ha lasciato nessuna traccia
39
.
Il piano di calpestio è costituito da un battuto
di terra, su cui vengono impiantati focolari e
fornelli per la cottura degli alimenti. All’e-
sterno, lungo il limite orientale, è stata docu-
mentata una canaletta realizzata con tegole per
lo scolo delle acque piovane dal tetto.
Anche la zona occupata dalla fornace più
meridionale viene risistemata per la nuova oc-
cupazione. I crolli relativi all’ultimo carico di
cottura vengono ora tagliati da un canale pro-
fondo con orientamento nord-est/sud-ovest,
all’interno del quale viene sistemata un’opera
di drenaggio composta da un piano di tegole
coperto da una cappuccina (fig. 15). Al di so-
39
Non èforseun caso chequesto sia tra i pochi ambienti della villa che non ha restituito crolli di copertura.
probabile funzione di fornire la base per maci-
ne granarie a trazione animale.
Sempre nella parte rustica viene costruito
l’ambiente denominato 39 (4,60 x 3,95 m.),
riutilizzando in parte i muri della villa di fase
precedente. I nuovi allestimenti, fondati diret-
tamente sull’argilla, presentano una tecnica
edilizia molto diversa rispetto a quella a cui
eravamo abituati nella villa del periodo prece-
dente. Vengono impiegate pietre di dimensio-
ni maggiori, di forma irregolare con la sola fac-
cia interna lisciata (simili a quelle impiegate
nel selciato e nel pavimento dell’ambiente 33),
legate da una malta mista a terra e fondate di-
rettamente sugli strati di colmata. Tale modo
di costruire lascia immaginare un elevato e una
Fig. 24. Selciato composto da elementi di reimpiego al di sopra di una delle fornaci (ambiente 35).
378
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
pra del canale di drenaggio vengono stese delle
colmate per alzare il livello, che costituiscono
la base per il nuovo piano di calpestio compo-
sto da terra mista ad abbondanti e piccoli
frammenti di tegole, documentato, come ab-
biamo visto, su tutta l’area esterna (fig. 20).
I dati raccolti, per quanto labili e incerti,
sono sufficienti per delineare una nuova occu-
pazione del sito a carattere stabile di livello so-
ciale e materiale certamente e di gran lunga in-
feriori rispetto a quella dei periodi più antichi.
Chi abita ora questo luogo non utilizza più
l’impianto termale, né la latrina, né il sistema
fognario, né cammina su eleganti pavimenti
musivi, ma ridefinisce gli spazi, rialza i pavi-
menti tramite battuti di terra o selciati e porta
avanti con strumenti poveri e di riutilizzo le at-
tività produttive necessarie alla sopravvivenza.
Si tratta probabilmente di una piccola comuni-
tà di contadini/coloni, composta da diversi nu-
clei familiari, ognuno dei quali occupa una
porzione dell’edificio. Non è escluso, come ve-
dremo meglio più avanti, che la villa di San
Pietro sia stata assorbita in questo periodo in
una proprietà più ampia e che sia stata abitata
da contadini/coloni ad essa legati.
La situazione descritta sembra inquadrar-
si abbastanza chiaramente nell’ambito della
crisi del III secolo d.C. – con particolare rife-
rimento agli anni centrali e finali del secolo –,
che investe tutta la penisola italica e durante
la quale il processo di concentrazione delle
proprietà nelle mani di pochi deve aver subi-
to un’accelerazione anche in Lucania, con esi-
ti che diventeranno meglio visibili nei periodi
seguenti
40
.
Cronologia
La nuova sistemazione e occupazione del-
la villa segue il momento di abbandono im-
provviso avvenuto intorno alla metà del III
secolo d.C. In particolare scodelle in cerami-
ca comune dipinta tardoantica, imitazioni
della forma di sigillata africana HAYES 61 (fi-
ne IV-inizi V secolo d.C.), contenute nei nuo-
vi piani di calpestio e monete di Probo (276-
282 d.C.) riportano le modifiche subite dal-
l’area ad un periodo compreso tra la fine del
III e la fine del IV secolo d.C., probabilmen-
te concentrate verso la fine di quest’ultimo se-
colo. Quest’occupazione sembra protrarsi,
seppur in maniera sporadica vista la scarsa
presenza di testimonianze, fino alla seconda
metà del V-prima metà del VI secolo d.C., co-
me indicato da pochi frammenti di ceramica
tipo Calle
41
rinvenuti in alcuni depositi di
obliterazione (ad esempio nell’ambiente 38) o
nei pressi della latrina.
40
Vanno comunque tenute in conto le posizioni di
Helena Fracchia e Maurizio Gualtieri che tendono a ridimen-
sionare il carattere catastrofico della crisi del III secolo sulla ba-
se di una serie di emergenze archeologiche provenienti da sca-
vi e surveys, in cui si intravederebbero segnali di una ripresa
nell’ambito dei “fenomeni di trasformazione”: FRACCHIA
2005; GUALTIERI 2003, pp. 198-199; FRACCHIA-GUALTIERI
1998-1999. Questi stessi studi, tuttavia, sembrano far emerge-
re, coerentemente con quanto restituito anche dai casi di San
Pietro e San Gilio, una differenza tra gli inizi/metà del III se-
colo, quando le attività edilizie e produttive appaiono ancora
vitali, e la seconda metà dello stesso secolo, quando questa vi-
talità diventa più difficilmente riconoscibile e si avverte una
contrazione dei siti minori: GUALTIERI 1999b, pp. 376-377;
ID. 2001, p. 90. Per altri casi di surveysin Lucania e aree limi-
trofe in cui si registra la decadenza dei piccoli insediamenti,
contrapposta alla crescita dei siti caratterizzati da grande esten-
sione, si vedano ad esempio CARTER 1994a, pp. 192-193;
SMALL 1999a, pp. 332-334; ID.1999b, p. 592; ID.2001a, p.
51; MARCHI 2005, pp. 176-177, e i molteplici contributi de-
dicati alla ricostruzione dei paesaggi in Italia meridionale in
VOLPE-TURCHIANO 2005.
41
Per l’inquadramento della classe si veda DI GIUSEPPE
1998 e DI GIUSEPPE-CAPELLI 2005.
379
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
teriale rinvenuto al suo interno suggeriscono
un insediamento povero, forse pertinente ad
una stalla o ad un rifugio. Un piccolo corredo
ceramico costituito da un piatto, una brocca e
una bottiglia in maiolica, rinvenuto all’interno
della struttura, documenta l’obliterazione defi-
nitiva del sito tra il XIV e la prima metà del XV
secolo d.C.
Cenni sulla cultura materialedella villa
In questa sede vengono presentate solo al-
cune osservazioni di tipo quantitativo, distri-
butivo e qualitativo, relative a quei reperti uti-
li ad inquadrare lo statussociale degli abitanti
della villa di San Pietro e il ruolo economico ri-
vestito dall’edificio nell’ambito territoriale in
cui si collocava, mentre si rimanda la presenta-
zione integrale dei contesti all’edizione defini-
tiva dello scavo in corso di preparazione
42
.
PERIODO 4. TERZA OCCUPAZIONE DELL’IMPIAN-
TO (POST VI-XIV/PRIMA METÀ XV SECOLO
D.C.) (fig. 25)
In un momento non meglio precisabile, se-
guito all’abbandono di seconda metà V-prima
metà VI secolo d.C., viene realizzato un nuovo
edificio di forma rettangolare (7 x 9 m.) con
orientamento diverso da quello della villa e in-
gresso aperto verso est. Si riutilizzano in larga
misura le precedenti strutture, in parte distrug-
gendole e in parte riadattandole al nuovo orien-
tamento est-ovest, mentre per le nuove muratu-
re vengono reimpiegati materiali provenienti dal
resto della villa. Il pavimento è realizzato anche
in questo caso in terra battuta mista a calce.
Sulla destinazione dell’edificio si possono
avanzare solo alcune ipotesi. La tecnica edilizia
estremamente scadente e la consistenza del ma-
42
Per un inquadramento preliminaredei contesti ceramici si veda DI GIUSEPPE 1994.
Fig. 25. Planimetria della villa. Periodo 4, post VI-XIV/prima metà XV sec. d.C. (rilievo di D. Pantano, elaborazio-
ne grafica di Helga Di Giuseppe).
380
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
Tab. 1. San Pietro. Tabella riassuntiva dei reperti non
ceramici
Classi Frammenti
Ossa 465
Metalli 99
Scarti di lavorazione 80
Vetro 55
Intonaci 62
Monete 21
Pesi da telaio 4
Peso in pietra 1
Sostegni/distanziatori 3
Lisciatoio per argilla 1
Ossa lavorate 3
Fuseruole bollate 2
Sigillo in piombo 1
Macine granarie 2
Selce 2
Totale 801
Lo scavo della villa ha restituito finora
17.944 reperti, di cui il 95,5% (=17.143) è
pertinente a materiale ceramico (fig. 26) e il ri-
manente 4,4% (=801) a reperti di altro tipo,
quali ossa, scarti di lavorazione, metalli, vetri e
altro (tab. 1). Tra il materiale ceramico la mag-
gior parte dei frammenti va riferita al periodo
di massima frequentazione della villa compre-
so tra il I e la prima metà del III secolo d.C.
Pochi vasi sono riferibili ad una frequentazione
di epoca repubblicana (0,16% = ceramica a
vernice nera), di cui al momento non possedia-
mo altre tracce, e a rioccupazioni modeste e/o
frequentazioni di epoca tardoantica/alto-me-
devale (7,3% = ceramica comune dipinta) e
medievale/moderna (0,5% = maiolica e inve-
triata). Le classi indubbiamente più rappresen-
tate sono la ceramica comune (39,9%) e la ce-
ramica da cucina (35,4%); in minor misura so-
no documentate la ceramica dipinta (7,3%), le
anforette
43
(8,8%), le anfore (3,2%) e la sigil-
lata africana (3,2%), mentre un numero ridot-
tissimo di frammenti è riconducibile a cerami-
ca a pareti sottili (0,5%), lucerne (0,28%), ce-
ramica africana da cucina (0,12%), dolia
(0,09%), sigillata italica (0,09%), sigillata
orientale B (0,05%), unguentari (0,005%), ce-
ramica a vernice rossa interna (0,04%).
Le poche sigillate nord-africane rinvenute
sono rappresentate prevalentemente dalle pro-
duzioni tipiche del I-III secolo d.C. (A1, A1/2,
A2, A/D) e in minima parte da quelle di III-IV
secolo (C1 e C2); le ultime scarsissime attesta-
zioni non vanno oltre il IV secolo d.C. (produ-
zioni D1 e C/E).
Va segnalata la scarsa quantità di ceramica
comune dipinta rispetto ad altri contesti luca-
ni, per via del fatto che la villa di San Pietro è
solo sporadicamente occupata in epoca tardo-
antica, quando questa classe ceramica conosce-
rà il suo momento di massima diffusione
44
.
Tra i reperti rinvenuti alcuni elementi
contribuiscono a completare il quadro finora
delineato. La tendenza all’imitazione del vasel-
lame che ha una grande distribuzione sui mer-
cati del Mediterraneo (sigillate orientali e afri-
cane, ceramica africana da cucina), già riscon-
trata per altre aree della Basilicata
45
, trova con-
ferma a San Pietro in ogni periodo. Vengono
riprodotte le sigillate italiche, di cui si imita la
43
Nel grafico di fig. 26 le anforette sono state trattate co-
me una classe a sé pur appartenendo alla ceramica comune per
sottolinearne l’incidenza rispetto alle altre ceramiche e perché
in questo comprensorio sopperiscono per forma e funzione al-
le classiche anfore da trasporto.
44
Si vedano le quantificazioni di vari contesti tardoanti-
chi della Lucania in DI GIUSEPPE-CAPELLI 2005.
45
DI GIUSEPPE 1998; DI GIUSEPPE-CAPELLI 2005, p.
396, fig. 2, e H. Fracchia in questo volume.
381
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
influenzare dalla moda corrente, modificando
parzialmente i repertori ceramici, senza per
questo perdere la propria specificità culturale.
Poiché, però, nell’ambito dei singoli contesti,
le imitazioni convivono sempre con gli origi-
nali, non va nemmeno trascurata del tutto la
possibilità che esse servissero ad integrare i ser-
vizi nord-africani (evidentemente considerati
articoli buoni) sia in caso di rottura di questi
ultimi sia di scarsa circolazione degli stessi ver-
so l’interno.
46
Si veda ad esempio FONTANA 1998; DI GIUSEPPE 1998 e DI GIUSEPPE-CAPELLI 2005, p. 403, fig. 2.
planta pedispriva di bollo interno, le casseruo-
le in ceramica africana da cucina, tipo OSTIA
III, fig. 267 (= AtlanteI, tav. CVII, n. 6) e le
forme di sigillata africana tipo HAYES 9A,
AtlanteI, tav. LII, 1, HAYES 50 e 61. Il feno-
meno dell’imitazione, ampiamente discusso in
occasione di diversi convegni
46
, non va consi-
derato come un indicatore di povertà o di dif-
ficoltà delle merci ad arrivare nei mercati in-
terni, quanto piuttosto il riflesso di un’econo-
mia autosufficiente che si lascia ampiamente
Fig. 26. Grafico dei materiali ceramici rinvenuti nella villa di S. Pietro.
382
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
47
Si vedano anche le considerazioni di H. Fracchia in
questo volume.
48
I fiumi lucani della costa ionica, guadabili in estate,
d’inverno dovevano essere tutti navigabili, diventando un
buon mezzo di comunicazione dalla costa verso l’interno e vi-
ceversa: Strabone (STRAB. VI 1, 14,5-8) ricorda esplicitamente
la navigabilità dell’Agri e del Sinni, mentre al tempo di
Ruggero II il Bradano veniva certamente utilizzato per il tra-
sporto del legname di pino, da cui si ricavava pece e catrame,
fino al mare: DALENA 2006, pp. 11, 13. Per i porti e gli appro-
di in genere in Lucania si veda GIARDINO 1999.
Fig. 28. Restituzione grafica delle anforette e delle altre
forme vascolari prodotte nella villa di S. Pietro durante
il Periodo 2. 1-4. Anforette. 5. Piccolo dolium. 6. Olla in
ceramica comune dipinta (disegni e elaborazione grafica
di Helga Di Giuseppe).
Fig. 29. Esempi di coperchi di ceramica comune per an-
forette e per altri vasi prodotti nella villa di S. Pietro du-
rante il Periodo 2.
Non necessariamente, o almeno non solo
in termini di autosufficienza, va invece spiega-
ta la scarsa presenza di anfore da trasporto –
3,2% sul totale dei materiali – e di vasellame fi-
ne da mensa d’importazione – 3,4% sul totale
–, a cui fa riscontro un gran numero di merci
di produzione locale. In particolare occorre
sottolineare, tra la ceramica comune, l’abbon-
dante presenza di anforette a fondo piatto, pa-
reti spesse, con orlo sagomato per ospitare un
coperchio, sicuramente prodotte nella villa di
San Pietro (fig. 27-29)
47
. Le dimensioni ridot-
te, lo spessore delle pareti, forse destinate ad es-
sere protette tramite impagliatura, e le caratte-
ristiche del fondo le rendevano particolarmen-
te adatte al trasporto via terra e/o via fluviale
(tramite zattere) delle derrate alimentari
48
; in
esse si poteva travasare il contenuto delle pe-
Fig. 27. Scarti di cottura delle anforette prodotte nella
villa di S. Pietro durante il periodo 2 (area fornaci).
383
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
santi anfore da trasporto che arrivavano lungo
la costa per diffonderlo più agevolmente verso
l’interno. Rafforza questa ipotesi il fatto che la
villa di San Pietro si trova in un comprensorio
gravitante verso l’alta valle del Bradano, facil-
mente accessibile tramite un articolato sistema
di tratturi, che toccava almeno altri due siti
estremamente vicini al fiume – località Mar-
mora e Trigneto – ugualmente coinvolti tra tar-
do II e inizi III secolo nella produzione di ce-
ramica fine e anforette a fondo piatto
49
.
Lo statussociale non elevato degli abitanti
della villa, tuttavia, almeno nel periodo com-
preso tra il III e il IV secolo d.C., è intuibile
dalla scarsa presenza di vasellame fine d’impor-
tazione e nello stesso tempo dall’attenzione
con cui viene trattato, ad esempio, il vasellame
nord-africano, che sembra rappresentare un
bene di lusso già a partire dal III secolo d.C.
All’interno della cucina (amb. 29) è stata rinve-
nuta, infatti, una scodella tipo HAYES 50 re-
staurata con del piombo (fig. 30), trattamento
che siamo abituati a documentare sui conteni-
tori di grandi dimensioni, quali i dolia, consi-
derati instrumentapregiati della villa.
L’economia della villa ei suoi proprietari
Gli indicatori di produzione restituiti dal
complesso abitativo, unitamente alle informa-
zioni epigrafiche – riferibili per lo più ai Perio-
di 1-2 –, permettono di immaginare una villa
rustica, la cui economia era fondata su alcune
attività agricole e di allevamento e su una co-
spicua produzione artigianale, che ne doveva
fare un importante punto di riferimento per il
contesto territoriale in cui si collocava.
Tra le attività agricole possiamo annovera-
re certamente la cerealicoltura testimoniata
dalla presenza di macine in pietra calcarea e la-
vica, a trazione manuale (mola manuaria, fig.
31) e animale/umana (mola, fig. 18). L’intera
parte orientale della Lucania, incentrata sull’al-
ta valle del Bradano, del resto, sembra avere
una specifica vocazione cerealicola che dall’an-
tichità permane fino ai nostri giorni
50
, come
indicato anche dagli abbondanti ritrovamenti
delle vicine ville di Masseria Ciccotti, Petrara e
altri insediamenti indagati tramite surveys
51
. Va
inoltre sottolineato che al momento la villa di
San Pietro non ha restituito indicatori certi
della produzione vinaria e olearia, derrate che
dovevano essere reperite da altri insediamenti
secondo un sistema economico di specializza-
zioni produttive che si integravano a vicenda
nell’ambito di un territorio.
La produzione cerealicola, invece, ben si
completava nell’ambito di uno stesso edificio,
anche per gli autori antichi, con l’allevamento
degli animali, in particolare dei maialini e de-
gli ovini/caprini
52
. L’analisi delle ossa rinvenu-
te nella villa di San Pietro
53
rimanda ad attivi-
tà venatorie svolte nell’area o in altri luoghi bo-
49
FRACCHIA 2005, p. 140, fig. 2.
50
Di fronte alla villa romana di San Pietro sorge attual-
mente un silosper la produzione industriale di cereali destina-
ti ad importanti pastifici italiani.
51
GUALTIERI 2003, p. 168, n. 122.
52
SMALL 1994.
53
L’analisi delle ossa è stata effettuata da Eugenio Cerilli,
Clementina Flesca e Fabrizio Delussu: FLESCA-DELUSSU in
corso di stampa.
Fig. 30. Scodella in sigillata africana C tipo Hayes 50 re-
staurata con piombo (ambiente 29).
384
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
La produzionelaniera ecerealicola
Diversi indicatori archeologici ed epigrafici
mostrano che la lana doveva rappresentare una
risorsa importante nell’economia di questa villa,
dove subiva le prime fasi del ciclo di lavorazione
(tosatura, lavaggio, cardatura e filatura) prelimi-
nari alla realizzazione del tessuto finito che, al
contrario, doveva avvenire altrove, vista la scarsa
presenza di pesi da telaio nella villa.
Tra le testimonianze più significative della
produzione laniera, in particolare della presen-
za di un’impresa di filatura, vanno annoverati i
rinvenimenti di due fuseruole di forma lentico-
lare (diam. 7,7 cm; peso 84 gr. ca.), consunte
54
DE GROSSI MAZZORIN 1989.
scosi della Lucania, incentrate sulla caccia del
cervo e del cinghiale. L’allevamento domestico,
invece, interessava i maialini uccisi in giovane
età, pratica tipica delle società non ricche, che
si assicuravano in questo modo il reperimento
della carne, evitando spese eccessive e prolun-
gate di mantenimento
54
. Non mancano dati
circa la presenza di bovini uccisi, al contrario,
in età adulta perché sfruttati per fini lavorativi,
di galline e galli, oltre che discrete testimonian-
ze di ovini e caprini, anch’essi uccisi in età
adulta, in quanto allevati per lo sfruttamento
di prodotti secondari, come latte e lana, tra le
principali materie prime della regione.
Fig. 31. Macina di pietra lavica a trazione manuale (ambiente 42).
385
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
55
Leduefuseruolesono staterinvenute, in campagnedi
scavo diverse, nell’area prossima all’ambiente34. Una ricostru-
zionedettagliata circa il significato della fuseruola bollata all’in-
terno della villa è stata proposta, poco dopo il primo rinveni-
mento, in DI GIUSEPPE 1996b (=AE 1996, 464); l’edizionedel-
la seconda fuseruola èin DI GIUSEPPE 2007, pp. 163-164, fig. 5.
su un lato, recanti su entrambe le facce un an-
troponimo espresso al genitivo: L(uci) Domiti
Cnidi (figg. 32-33)
55
.
Lo studio prosopografico e contestuale dei
due oggetti ha portato ad ipotizzare che si trat-
ti di un liberto di origine grecanica (forse pro-
veniente dall’Asia Minore) di Domitia Lepida
(zia di Nerone), la quale aveva importanti inte-
ressi fondiari in diverse aree della Lucania e
della Puglia interna. Il fatto che le fuseruole
siano due e realizzate a matrice, lascia ben spe-
rare che ce ne fossero molte altre analoghe e
Fig. 32. Fuseruola integra con menzione del proprietario
L(uci) Domiti Cnidi. In alto lato superiore meglio conser-
vato, in basso lato inferiore consunto (ambiente 34).
Fig. 33. Fuseruola spezzata con menzione del proprieta-
rio L(uci) Domiti Cnidi. Lati superiore e inferiore (am-
biente 38).
386
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
che Lucio Domitio Cnido, negli anni centrali
del I secolo d.C., gestisse per conto di Domitia
Lepida una lanaria nella villa di San Pietro, ve-
rosimilmente con la mansione specifica di la-
nipendus, ovvero addetto alla pesatura e distri-
buzione delle balle di lana e responsabile del la-
voro delle filatrici (quasillariae). La sua attività
doveva essere così importante da giustificare
l’anomala quanto bizzarra bollatura dei propri
mezzi di produzione. La filatura, del resto, era
un’attività specializzata, che richiedeva, a mag-
gior ragione quando superava l’ambito dome-
stico, forme di razionalizzazione legate al tipo
di filatura (“gentile” o “rozza”
56
), alla qualità
della fibra, alla sua destinazione (ordito o tra-
ma), ai tempi lunghi di realizzazione e a spazi
appositi
57
.
Nell’ambito delle prime fasi della lavora-
zione laniera acquistano un significato preciso
anche i pitali rinvenuti abbondanti all’interno
della latrina, verosimilmente con la funzione di
recuperare le urine, reattivo alcalino usato per
la pulizia delle fibre animali
58
. Allo stesso sco-
po poteva essere deputata la cenere – abbon-
dantemente tesaurizzata negli spazi prossimi ai
prefurni delle terme – da cui si ricavava la lisci-
via, componente utile alla pulizia di fibre e tes-
suti. Non è escluso che il lavaggio delle lane av-
venisse entro la vasca documentata nell’am-
biente 14 o in vasche non più conservate, si-
tuate entro uno degli ambienti riscaldati inter-
pretati come terme. La villa era ben adatta –
con la sua posizione lungo un importante trat-
turo frequentato da greggi di pecore che dal
Potentino interno si spostavano verso il Tavo-
liere delle Puglie – al reperimento della materia
prima e alla sua lavorazione preliminare.
L’esempio di San Pietro non è comunque
isolato, né la villa nasce a caso in una zona sul
confine tra Lucania e Apulia. Assistiamo infat-
ti in quest’area all’affermazione di modi di
sfruttamento della lana sempre più specializza-
ti secondo le forme razionali della produttività
romana. Si passa da situazioni come quella del-
la vicina villa ellenistica sul monte Moltone,
dove si registrano tutte le attività collaterali al-
l’allevamento ovino – lavorazione del latte, re-
perimento della lana, cardatura, filatura e tessi-
tura
59
–, a realtà come quella della villa di San
Pietro, dove nella prima età imperiale vengono
ospitati solo alcuni dei settori legati agli artico-
lati processi della lavorazione laniera, che supe-
rano però l’ambito domestico per organizzarsi
in forme di produzione più sviluppate. Tale at-
tività specialistica acquista un senso maggiore
se rapportata alle non lontane ville di epoca
imperiale e tardoantica, come Masseria Cic-
cotti, in cui sono state rinvenute una fullonica
e una gran quantità di aghi
60
per il trattamen-
to finale dei tessuti e per la cucitura degli stes-
si o San Gilio, che ha restituito cesoie per la to-
satura, e ai centri di Botromagno-Gravina (an-
tica Silvium)
61
, Venosa e Canosa
62
, che tra l’età
ellenistica e tardo-antica sono indirizzate speci-
ficamente verso la tessitura.
La continuità della vocazione laniera della
zona è ulteriormente confermata da un’epigrafe
del 1592, rinvenuta non lontano dalla villa, in
contrada Epitaffio, che ricorda il pagamento di
un dazio per il passaggio di mandrie e greggi
63
e
56
Sulle differenze tra questi due tipi di filatura si veda
DEMARCO 1988, tomo III, pp. 517-518.
57
DI GIUSEPPE 2002.
58
ETIENNE 1988, p. 117; DI GIUSEPPE 2000; EAD.
2002.
59
TOCCO et al. 1992.
60
GUALTIERI-FRACCHIA 1993, pp. 323-324; GUALTIERI
2003, p. 168.
61
MOREL 1976, p. 300; TATTON-BROWN 1992, pp.
218-220.
62
Queste due ultime città sono ricordate per la presenza
di ginecei, gestiti da procuratoresimperiali, sorti in seguito alla
“trasformazione di antiche manifatture dei latifondi imperiali”:
GRELLE 1993, pp. 100 e 172.
63
GABBA-PASQUINUCCI 1979, pp. 138-139; per il conte-
nuto dell’epigrafe cfr. MOLES1993.
387
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
da toponimi, come Difesa da Piede, Difesa da
Capo, riconducibili alle contrastate attività dei
pastori
64
, attestati nelle zone limitrofe alla vil-
la; l’odierno centro di Tolve, inoltre, nei docu-
menti d’archivio degli inizi del 1800 viene
ricordato, insieme a Potenza, come uno dei
luoghi in cui arrivavano dalla Puglia le lane da
lavorare
65
.
Per completare la storia della villa di San
Pietro occorre ora ritornare a Domitia Lepida
e sottolineare che ella curava interessi nella
produzione laniera anche in Puglia (Calabria),
dove si ricordano sommosse non sedate di suoi
servi pastori
66
che le valsero, insieme ad altre
accuse, la condanna a morte nel 54 d.C. da
parte dell’imperatore Claudio su istigazione di
Agrippina (madre di Nerone)
67
. Claudio, co-
me è noto, aveva sposato e poi fatto uccidere
Messalina, figlia di Domizia Lepida e di L.
Valerio Messalla Barbato, per cui potrebbe aver
ereditato o confiscato, anche se per poco tem-
po, essendo lui stesso morto nel 54 d.C., le
proprietà di Domitia; se tutto questo fosse ve-
ro, la villa di San Pietro potrebbe costituire un
caso di formazione precoce di una proprietà
imperiale già in età giulio-claudia
68
.
In questo modo Claudio – e forse subito
dopo anche il suo successore Nerone, che po-
trebbe averne ereditato i fondi – ampliava non
solo il proprio patrimonio imperiale, ma anche
i suoi interessi verso la produzione laniera, che
già coltivava in altre aree dell’Italia meridiona-
le. Ne sono testimonianza gli allevamenti ovini
e i laboratori di filatura gestiti da servi e liberti
della sua familia, con funzione di amministra-
tori e lanipendae/i, attestati in area apula, sia
nella valle del Galaesus
69
, sia nei pressi di Ca-
nusium
70
e in area romana.
71
. L’insieme di si-
mili documenti ha spinto a ragione F. Vicari a
formulare l’ipotesi che sia stato proprio Clau-
dio l’imperatore che ha promosso un maggiore
coinvolgimento dell’economia della casa impe-
riale nella produzione laniera
72
.
La produzionedoliareeceramica
La villa di San Pietro, in un momento non
meglio precisabile compreso tra il I secolo
avanzato e gli inizi del II secolo, doveva ospita-
re anche un’importante manifattura di laterizi
e ceramica, produzioni sovente attestate nelle
proprietà senatorie e imperiali
73
.
Nel corso del Periodo 2, come abbiamo vi-
sto, lo sviluppo del settore artigianale della vil-
la si concretizza con la costruzione nella pars
rusticadi ben cinque fornaci certe a cui devo-
no aggiungersene altre 3 individuate, ma non
ancora scavate. Gli scarti di cottura rinvenuti
negli strati di riempimento di alcune delle for-
naci e sparsi ovunque nel settore produttivo
della villa (fig. 34) e distanziatori per fornaci,
permettono di ipotizzare la destinazione degli
impianti alla cottura di anforette a fondo piat-
to (figg. 27 e 28,1-4), piccoli dolia(fig. 28,5),
ceramica d’uso comune e dipinta (fig. 28,6) e
64
Su questi toponimi si veda CAPANO 1989, p. 86. Più
in generale sull’origine dell’occupazione delle terre lucane, di-
chiarate ager publicusdai Romani in conseguenza della guerra
annibalica, da parte dei ricchi pecuarii con i loro schiavi pa-
storese capi di bestiame si vedano LEPORE-RUSSI 1972-1973,
p. 1889; GIARDINA 1981; RUSSI 1999, pp. 508-510.
65
DEMARCO 1988, tomo II, p. 133; tomo III, pp. 517-518.
66
TAC., Ann, XII, 65,1.
67
MANACORDA 1994, pp. 148-149, n. 19.
68
L’ipotesi viene accettata da GUALTIERI 1999b, p. 376,
n. 12; ID. 2001, p. 88; ID.2003, p. 192 e MANACORDA 2001,
pp. 403-404. ZEVI 2001, p. 641, ha l’impressione, inoltre, che
questa proprietà, come quella di San Gilio e Masseria Ciccotti,
si formi nell’età delle proscrizioni triumvirali, ma almeno nel
caso di San Pietro non abbiamo al momento indicatori crono-
logici utili che confermino questa idea.
69
Qui è noto un liberto di Claudio – TiberiusClaudius
Etruscus – che amministrava greggi per conto di Nerone
(STAT., Silv, III 3,89-95), il quale le aveva probabilmente a sua
volta ereditate dopo la morte di Claudio.
70
CIL IX, 321; GRELLE 1993, p. 100; VICARI 2001, pp.
28 e 100, n. 120.
71
AE1903, 156; NSc 1902, p. 470; VICARI 2001, pp. 29 e
100, n. 154 (cheattribuisceerroneamentel’epigrafeaCorfinum).
72
VICARI 2001, p. 29.
73
LO CASCIO 2005.
388
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
74
Si tratta delle forme in fig. 28,1-5, rinvenute in conte-
sti di tardo II-inizi III secolo d.C: informazione di Helena
Fracchia che ringrazio.
75
Sull’argomento si veda CORTI et al. 2001, p. 285.
76
DI GIUSEPPE 2007, p. 172, fig. 9. Non possiamo co-
munque escludere un uso legato alla timbratura di altro tipo di
materiale (stoffe, pane, formaggio, ecc.): LORETI 1994; DI
STEFANO MANZELLA-ISOLA 2004.
di lucerne (fig. 35), databili nel complesso tra il
tardo II e gli inizi del III secolo d.C., certamen-
te da destinare ad una commercializzazione lo-
cale, come testimoniato dal fatto che alcune di
queste forme sono presenti anche nel non lon-
tano sito di Masseria Ciccotti
74
. La produzione
delle tegole, invece, è attestata, oltre che da nu-
merosi scarti di cottura (fig. 36) anche da alcu-
ni strumenti di produzione, come un lisciatoio
(fig. 37) usato per spianare l’argilla nelle forme
lignee prima della cottura dei laterizi e un sigil-
lo in piombo (fig. 38).
Prima di passare alla descrizione del sigillo
vale la pena ricordare che dall’area delle forna-
ci proviene anche un peso di pietra calcarea lo-
cale (fig. 39) di forma troncoconica con base
ellittica, superficie superiore perfettamente le-
vigata e inferiore caratterizzata da un incavo
ottenuto tramite scalpellatura. Si tratta di
Fig. 34. Scarti di cottura di ceramica comune (area del-
le fornaci).
Fig. 35. Matrice di lucerna (a perline?) (area delle for-
naci).
un’operazione abbastanza comune sui pesi di
pietra, che veniva effettuata come forma di
correzione per adeguare il valore reale del peso
a quello nominale desiderato
75
. Il nostro peso
doveva corrispondere nella sua interezza ad una
libbra (327,45 gr.) ed è stato tarato tramite
asporto di materia fino ad arrivare ad un peso
(284 gr.) corrispondente all’incirca a 10 once.
Il peso doveva servire nelle operazioni di pro-
duzione o più verosimilmente in transazioni
commerciali.
Tornando ora al sigillo di piombo (fig. 38),
esso reca in rilievo, con andamento sinistrorso,
la scritta Iscue doveva servire a realizzare pun-
zoni, forse in terracotta, dai quali si otteneva
una bollatura in rilievo con andamento sini-
strorso oppure a bollare direttamente le tegole,
dal che ne sarebbe derivata un’iscrizione con
andamento destrorso e lettere incavate
76
. Iscu è
389
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
colo nella parte bassa, infatti, si ha un C(ai)
Mf. Isc con la sdi Iscscritta al contrario. Con
una lettura sinistrorsa e orbicolo nella parte al-
ta, invece, si ottiene un C(ai) Mt. Isce in que-
st’ultimo caso la sdi Iscsarebbe dritta. Vista la
forma anomala della T non è escluso che essa
77
CIL IX, 2669.
78
CIL IX, 1052, 3710.
79
È tra i cognomi che Kajanto (KAJANTO 1982, p. 324)
identifica come originati da attività lavorative, nel nostro caso
un commerciante di vestiti.
probabilmente il nome o l’abbreviazione del
nome di un servo di origine grecanica o latina,
individuabile, ad esempio, in un Isauricus
77
,
Isochrysus
78
, Iscrutarius
79
. Lo stesso elemento
onomastico compare come cognomen su altri
due bolli laterizi frammentari di forma circola-
re rinvenuti sempre a San Pietro e ottenuti con
altro tipo di punzone (figg. 40-41). Anche uti-
lizzando quello meglio conservato (fig. 40), la
lettura del bollo non è priva di problemi. Se si
effettua una lettura destrorsa, tenendo l’orbi-
Fig. 36. Scarto di cottura di tegola (area delle fornaci).
Fig. 37. Lisciatoio per argilla (ambiente 35).
Fig. 38. Sigillo in piombo recante il nome Iscuin rilievo
e con andamento sinistrorso usato per la fabbricazione
di punzoni con i quali si otteneva la bollatura delle tego-
le (area delle fornaci).
Fig. 39. Peso di pietra calcarea di forma troncoconica
con taratura ottenuta tramite sottrazione di materia dal-
la faccia inferiore per arrivare ad un peso di ca. 10 once
(ambiente 35).
390
FELICITASTEMPORUM. DALLA TERRA ALLE GENTI: LA BASILICATA SETTENTRIONALE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA
sia in nesso con un’altra lettera – L – e che l’ab-
breviazione vada quindi letta MTL.
Le sigle MF. o MT/MTL. possono essere
riferite a vari gentilizi. Nel primo caso, di più
difficile scioglimento, si potrebbe proporre
un’attribuzione ai Mafii, famiglia di notabili di
Paestum
80
; nel secondo caso, invece, potremmo
sciogliere con Mantius, Mettius, Metilius, Mi-
natius, Multasius, Munatius, Munatidius, Mut-
tius, Muttienus
81
ecc., abbondantemente diffu-
si in Italia meridionale. Tra tutti particolar-
mente significativi in Lucania sono i Minatii,
famiglia di senatori attestata tra Atina, Consi-
linum, Numistro e Venosa
82
e nota in quest’ul-
timo centro anche per la fabbricazione dei late-
rizi
83
o i Metii di Volcei appartenenti all’ordine
equestre e attestati anche a Potentia
84
. Infine,
se la lettura più corretta è MTL., come sembra,
potremmo pensare ad un Metilius, la cui gens
possedeva fondi nella non lontana Atella e a
cui fa riferimento il noto sarcofago di Metilia
Torquata (CIL IX, 658)
85
. L’andamento sini-
strorso del bollo a questo punto potrebbe spie-
garsi con un errore da parte di chi aveva realiz-
zato la matrice per il sigillo plumbeo, che era
evidentemente abituato a scrivere a destra. L’u-
nico elemento certo è che il personaggio men-
zionato nel sigillo in piombo e nel bollo circo-
lare è lo stesso che firma i suoi manufatti in
una fase di passaggio dalla condizione di servo,
quando era individuato dal solo nome e firma-
va punzoni di forma rettangolare, a quella di li-
berto, quando acquista la triplice formula ono-
mastica, passaggio avvenuto verosimilmente
tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C., co-
me anche la forma circolare del bollo, di tipo
orbicolare, lascia immaginare
86
.
Ma chi era questo personaggio e come
mai firmava tegole senza la menzione dell’im-
peratore se è vero, come abbiamo ipotizzato,
che ci troviamo di fronte ad una proprietà im-
periale?Alla prima domanda abbiamo cercato
di rispondere, seppure solo in maniera ipoeti-
ca, mentre per la seconda si potrebbe pensare
80
SIMELON 1993, p. 125, n. 73.
81
Indici CIL IX, 2, p. 718, e indici CIL X, 2, p. 1064.
82
SIMELON 1993, pp. 130-131, n. 81.
83
SABBATINI 1991.
84
SIMELON 1993, pp. 129-130, n. 80.
85
GUALTIERI 2001, p. 100, fig. 19.
86
STEINBY 1974-75, pp. 19-20.
Fig. 40. Restituzione grafica del bollo con andamento si-
nistrorso C(ai) Mt (vel Mtl)_. Isc. su tegola (ambiente 1).
Fig. 41. Bollo frammentario con andamento sinistrorso
[C. Mt (vel Mtl)_. I]sc. su tegola (area delle fornaci).
391
LA VILLA ROMANA DI SAN PIETRO DI TOLVE. DALLA PROPRIETÀ SENATORIA A QUELLA IMPERIALE
alla vendita o semplicemente alla locazione
per fini produttivi della proprietà imperiale a
personaggi locali che le gestivano tramite
servi/liberti.
Ricapitolando la storia della villa, gli ele-
menti emersi e la cronologica dei documenti
epigrafici permettono di immaginare per il sito
di San Pietro una villa rustica
87
, nata in un
punto strategico sul confine tra la Lucania e
l’Apulia, verosimilmente appartenuta a espo-
nenti di una delle famiglie senatorie più im-
portanti dell’Italia repubblicana e primo-impe-
riale
88
, gestita da liberti e confluita, in un se-
condo momento, nel patrimoniumimperiale.
L’originaria vocazione laniera del sito sembra
aver convissuto o essere stata riconvertita, in
un secondo momento, nella produzione di fit-
tili, in particolare di ceramica e tegole. Il sigil-
lo in piombo e i bolli doliari rinvenuti, tutti
appartenenti allo stesso individuo, indicano
che all’inizio la manifattura era diretta da uno
schiavo in seguito liberato da famiglie forse lo-
cali; se questa abbia rilevato la proprietà impe-
riale o ne abbia semplicemente tratto vantaggi
personali in seguito a locazione è una questio-
ne che si pone come ipotesi per futuri amplia-
menti della ricerca.
Dopo la metà del III secolo d.C. la villa
mostra segni di rioccupazione dal carattere di
gran lunga più povero rispetto a quello docu-
mentato nelle fasi precedenti. L’insalubrità del
sito causata da una mancata manutenzione del-
le falde acquifere e le condizioni della struttura
non dovettero far ritenere utile una sua ristrut-
turazione. Fu invece usata per scopi abitativi da
nuclei familiari – forse contadini e coloni – fa-
centi capo a ville patrizie più importanti, quali
potrebbe essere ad esempio il caso della vicinis-
sima villa di San Gilio, che in epoca tardoanti-
ca mostra, al contrario, importanti segni di
monumentalizzazione con sviluppo delle parti
residenziali
89
.
87
Per la descrizione del modello di “villa periferica”
(strutture sorte in luoghi in parte insalubri, lontani dai centri
urbani, dai porti e dalle principali vie di comunicazione, che
richiedevano bassi investimenti di capitali e fondavano la loro
economia sulla pluralità delle attività agricole, di allevamento
e artigianali), cui la villa di San Pietro potrebbe solo in parte
rispondere cfr. CARANDINI 1993; ID. 1994.
88
Per una ricostruzione dettagliata della storia di questa
famiglia cfr. da ultimo CARSLEN 2006.
89
Per un’ampia casistica di ville o di parti residenziali di
ville che vengono riconvertite per attività produttive a partire
dal II secolo d.C., con intensificazione nel IV-V secolo, e per
l’assorbimento di alcune di esse entro proprietà più grandi cfr.
da ultimo BROGIOLO-CHAVARRIA ARNAU 2005, pp. 43-486.

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