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COSIMO GIANNUZZI - VINCENZO D’AURELIO

LA FIGURA DI FRANCESCA FRANCESCA CAPECE E
L’ORIGINE DELL’ISTRUZIONE PUBBLICA A MAGLIE


Estratto Il Regio Liceo-Ginnasio F. Capece di Maglie. Ricerche e
studi, Edizione monografica dei «Quaderni del Liceo» a cura di Vito
Papa con una prefazione di Dario Massimiliano Vincenti, Ed. Liceo
Capece, Maglie X(2009)
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© 2009
Cosimo Giannuzzi – Vincenzo D’Aurelio

Tutti i diritti riservati. È vietata per legge la riproduzione anche parziale e
con qualsiasi mezzo senza l’autorizzazione scritta dell’autore.



















Il presente saggio è pubblicato sul sito www.culturasalentina.it
per autorizzazione espressa dall’autore.
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5


Cosimo GIANNUZZI – Vincenzo D’AURELIO



LA FIGURA DI FRANCESCA CAPECE E L’ORIGINE
DELL’ISTRUZIONE PUBBLICA A MAGLIE







l ritrovamento di un documento del 1800 poco noto, o a cui non è
stata data la considerazione che merita, offre l’occasione per
proporlo come nuovo elemento di analisi sulla figura della
benefattrice di Maglie, la duchessa Francesca Capece. Solitamente un
documento pone lo storico di fronte a nuove evidenze che consentono
di arricchire le conoscenze su vicende, personaggi ed eventi o di
riconsiderare aspetti ritenuti assodati. Ed allora nel rivisitare i fatti,
specie se essi sono stati giustificati da una specifica motivazione, c’è il
rischio di trasmettere concetti ed idee personali che finiscono per far
male alla verità. L’aggiunta di un tassello alle conoscenze che si hanno
richiede perciò un distacco nella valutazione del documento, altrimenti
c’è il rischio di dare un giudizio personale e non quello di conoscere la
relazione che può essere stabilita tra il documento e la realtà. Non è
però tanto in questo caso il contenuto del documento a destare una
riflessione o ad essere motivo di considerazione ma è l’esistenza stessa
di questo documento che consente di scoprire un aspetto della
protagonista anche se esso non potrà bastare per modificare del tutto la
valutazione che è stata data dai biografi della duchessa su alcune sue
qualità riguardanti l’istruzione e la cultura, o di suoi particolari
sentimenti quali l’insicurezza e l’incertezza.
I
6

Questo documento è anche il pretesto per una rilettura del contesto in
cui vive la duchessa, alla quale la città di Maglie ha dedicato una strada,
una piazza, una istituzione di pubblica beneficenza ed assistenza (Ente
Capece), l’Istituto scolastico da lei voluto (Liceo-Ginnasio), una
tipografia collegata all’Istituto, una lapide commemorativa (in
occasione del centenario della sua morte) nel Duomo, dove riposa, ed
un monumento marmoreo, quali attestazioni di gratitudine della sua
donazione alla comunità
1
.

La piazza principale di Maglie è ubicata nel centro della città. E’
oggi denominata “Piazza Aldo Moro” in memoria dell’illustre
concittadino scomparso tragicamente. L’area centrale della piazza
comprende una spaziosa banchina, un tempo chiamata “Piazza delle
pozze” per la presenza di sette pozzi; a partire dal 1842 e fino agli anni
’70 “Piazza Municipio”. Il progetto di ampliamento della “Piazza delle
pozze”, al fine di creare uno spazio più decoroso per una località in
continua espansione, è del 1834 ma è del 25 agosto 1838
l’autorizzazione firmata dal re di Napoli Ferdinando II di acquisto di
alcune case di privati al fine di demolirle per attuarne l’ampliamento
2
.
Topograficamente la piazza abbraccia la parte adiacente a tutta la
facciata del più importante palazzo della città, il Palazzo Capece, ora
sede scolastica. Questo spazio anticamente, ricorda l’autorevole storico
magliese Salvatore Panareo, preside del Ginnasio, è denominato “Largo
delle ferrarie” in quanto sono dislocate diverse officine o “botteghe” di
fabbri, carpentieri e maniscalchi
3
. Al lato della banchina, nella parte
meridionale della piazza, sorge il Palazzo Municipale. Questo edificio è
progettato nel 1834 da Benedetto Torsello, rinomato architetto leccese.
Sostituirà il “Sedile”, luogo di riunione del Decurionato, ubicato,

1
La silhouette del monumento ha avuto nel tempo anche un utilizzo in ambito
commerciale (Caffetteria Capece e Panificio-Biscottificio Curiano), politico (logo del
partito Democratici e Progressisti per Maglie) e culturale (logo della “Società di
Storia Patria per la Puglia. Sezione di Maglie-Otranto-Tuglie”).
2
R.D. del 1835 n. 4794, (v. Allegato n. 1).
3
S. PANAREO, Il Comune di Maglie dal 1801 al 1860, Tip. Messapica, Maglie 1948,
pp. 42- 43.
7

secondo Panareo, nell’attuale edificio del “Bar della Libertà”
4
. La
costruzione del Municipio è ultimata nel 1842 ed alcuni mesi dopo resa
agibile.
Di fianco all’ex sedile è il tratto iniziale dell’attuale via Roma, un
tempo denominata Via di mezzo. Ai lati e di fronte alla banchina
sorgono attualmente edifici adibiti ad attività commerciali, un istituto
bancario ed alcune residenze abitative. La banchina è delimitata per
tutto il suo perimetro da quattro strade di cui quella di fronte al
Municipio è in realtà un tratto breve di collegamento fra le due strade
laterali (via S. Giuseppe e via Ginnasio). Altre strade e vicoli sboccano
nell’area che costituisce la piazza. Le principali sono: via Roma e via
Trento e Trieste; in realtà esse costituiscono un unico attraversamento
della piazza e sono disgiunte dalla piazza stessa oltre che dalla
toponomastica. Affluiscono ancora nella piazza via Lubelli, via F.
Capece, tre vicoli: vico I N. De Donno, vico II N. De Donno, vico
Ferramosca ed inoltre largo S. Pietro. In una ricerca su questa piazza,
lo scenografo, Carmelo Caroppo docente di Storia dell’arte, sottolinea
il ruolo fondamentale per un centro urbano della piazza quale

«nodo importante per tutto il territorio ed un punto di orientamento
vitale per l’intrecciarsi delle relazioni umane della comunità cittadina»
5
.

Egli inoltre individua due percorsi di attraversamento della piazza: il
primo è quello che consente l’accesso alla piazza da vico Ferramosca e
il secondo da via Roma. Quest’ultimo permette di percepire la

«forte polarità visiva del monumento (sono indicativi la collocazione e
l’orientamento del monumento, che presenta i personaggi disposti con
particolare riguardo alla direzione di via Roma) e dalla presenza nel
cono ottico dell’intero palazzo municipale»
6
.
Il monumento al centro della banchina è la statua marmorea dedicata a
Francesca Capece. La postura evidenzia un amalgama di intensi

4
Ivi, pp. 40-41.
5
C. CAROPPO, Lettura visiva della piazza “A.Moro” di Maglie, in “Contributi” IV,
n. 3, Congedo Editore, Galatina 1985, p. 7.
6
Ivi, p. 9.
8

sentimenti di affetto materno, guida e magnanimità. Al contempo è
immediata l’impressione di una donna solenne ed aristocratica.
La sua famiglia è un’antica casata originaria di Sorrento, ascritta al
patriziato napoletano e ai seggi di Capuana e di Nido
7
. La presenza
nello stemma della famiglia del leone rampante d’oro
8
e del nome
cifrato “Svevo” nel cimiero spiega la fedeltà della famiglia agli Svevi,
dai quali i Capece ricevono, con altre famiglie napoletane, questo
simbolo araldico
9
. Divengono perciò avversari degli Angioini (francesi)
che hanno vinto gli Svevi (tedeschi) e in seguito alleati con gli
Aragonesi (spagnoli). La persecuzione operata dagli Angioini porta i
Capece all’esilio in numerose località italiane tra cui nel Salento dove si

7
L. A. MONTEFUSCO, Nobiltà nel Salento, Vol. I (A-Ca) Istituto Araldico Salentino
“Amilcare Foscarini” Lecce, Tip. A.Rizzo, Novoli 1994, p. 146.
8
Ivi, p. 147. Di nero, al leone d’oro coronato dello stesso.
9
ANONIMO, Origine della città, e delle famiglie nobili di Napoli del Capecelatro –
Nella Stamperia di G. Gravier 1769, p. 26-27: “Sono di origine o greca, o gota, la
famiglia Capece, e la Caracciola, non potendosi, dal qual di esse nazioni discendano,
particolarmente affermare per mancamento di scritture di quei tempi, benché paja che
ad amendue sia d’impedimento ad esser del legnaggio de’ Goti l’usare per arme il
Leone, essendo chiaro appo tutti gl’intesi di tal mestiere non essersi giammai usati da
quell’antica e nobilissima gente i corpi d’animali per insegna delle loro famiglie, ma
quelli essere stati usati da Tedeschi, da’ quali furono ne’ tempi più moderni
trasportati nel Reame, e conceduti a molti nobilissimi casati da’ Re di tal Nazione, da
cui, e da altri si presero poscia ad usare. Si risponde i Capeci, e i Caraccioli non aver
avuto primieramente per arma il Leone, ma gli scacchi in diverse guise, le fasce, e le
bande, secondo ché usavano i Goti; imperciocché non solo i Caraccioli Rossi, e i
Caraccioli Carafa usano al presente, ed hanno continuamente usato le bande, e le
fasce, ma anche molti, che or sono spenti, della stessa famiglia hanno portato le
sintesi composte a triangoli, ed in altre guise, e la minor parte di loro hanno avuto in
uso il Leone, che agevolmente fù lor conceduto da’ Re Svevi, i quali procacciarono
per qualunque via di rendersi benevole, e fedeli le maggiori Schiatte, che allora
fossero in Napoli: ed a’ Capeci fu da Federico Secondo conceduto il Leon d’oro in
Campo nero, siccome appunto egli l’usava nell’arme, vedendosi chiaramente l’antica
insegna de’ Capeci non essere stato il Leone, si perché si veggono scolpiti in alcuni
marmi prima de’ Tedeschi solo alcuni scacchi aguzzi pendenti a destra, i quali usano
al presente particolarmente per arme i Capecelatri essi ancora per quel, ch’è stato
sempre in uso nella maggior parte delle Case di tal famiglia; imperciocchè i Galeoti, i
Minutoli, i Tomacelli, i Cibi, e buona parte degli altri Capeci usano le sintesi, e le
sbarre in varie guise composte”.
9

fregiano dei titoli di conte, marchese e duca acquisendo anche diverse
baronie e in particolare quelle di Lucugnano, di Barbarano, di Corsano e
infine di Maglie
10
.
Il casale di Maglie, appartenente ad Ascanio Filomarino, è acquistato
assieme ai feudi di Francavilla e S. Isidoro da Francesco Capece, barone
di Barbarano (1662-?). Egli trasferisce la sua residenza a Maglie e sposa
nel 1706 in seconde nozze donna Geronima Castriota-Scandeberg
(1678-1724) dei duchi di Parabita.
Gli succede Giuseppe Pasquale Capece Castriota (1708-1785) primo
Marchese di S. Marzano, titolo ereditato dalla madre Geronima, che
aggiunge al titolo di Barone di Maglie. Questi sposa nel 1742 Francesca
Maria Paladini dalla cui unione nasce Nicola senior
11
(1743-1772). Nel
1768 Nicola sposa Maria Vittoria della Valle di Aversa, madre di
Francesca (22 ottobre 1769 - 18 novembre 1848), di Geronima (1771-
1846) e di Nicola junior (1772-1791), nato postumo alla morte del
padre.

Con la morte del marito Nicola, Maria Vittoria Della Valle resta
sola assieme a Francesca e Geronima ancora bambine. Nel grande
palazzo magliese risiedono, oltre all’anziano barone Giuseppe Pasquale,
anche le due zie del marito, anch’esse non più giovani, donna Barbara
(1716-1805) e donna Concetta (?-1792). E’ principalmente una famiglia
di sole donne alle quali spetterà prima o poi impegnarsi nella gestione
di un grande patrimonio familiare e ciò perché, con la morte di Nicola
sr. e con l’assenza di prole maschile, il feudo, alla morte di Giuseppe
Pasquale, passerà con buona probabilità nelle loro mani. C’è Francesca,
la maggiore delle due figlie, ad essere l’erede diretta del padre, ma,
dopo di lei, la baronia magliese ed il marchesato di San Marzano non
apparterranno più all’illustre schiatta dei Capece. La famiglia è
importante e ricca ma anche sfortunata. Infatti Maria Vittoria scopre,
poco tempo dopo la morte del marito, di essere dello stesso incinta di un
figlio che chiamerà Nicola in ricordo del coniuge. Nato il discendente,
la casa baronale ha a Maglie il suo unico e legittimo erede maschio e

10
C. TORELLI, Lo splendore della nobiltà napoletana ascritta ne’ cinque seggi,
Biblioteca Heraldica Genealogica Antiqua et rara, Napoli 1678, p. 41 (riproduzione
anastatica Ed. Orsinidemarzo).
11
Le diciture senior e junior sono una convenzione utilizzata da S. Panareo per
distinguere il padre dal figlio.
10

due donne, Francesca e Geronima, ambìte come spose dalla nobiltà
locale. Intanto Nicola, ereditando la baronia magliese ed il marchesato
di San Marzano dal nonno Giuseppe Pasquale, ed essendo minore, non
può reggere l’amministrazione e in questa è sostenuto dalla madre che
agisce per suo conto. Trascorsa la fanciullezza, Maria Vittoria affida
l’istruzione dei suoi figli ai migliori insegnanti del tempo e così
Francesca e Geronima, quasi coetanee, studiano con Francesco Saverio
De Rinaldis
12
, celebre poeta salentino e rinomato maestro di lettere e
religione, mentre Nicola è iscritto al famoso Collegio Clementino di
Roma
13
, frequentato da tutta la gioventù della nobiltà italiana ed estera.
L’insegnamento di F. S. De Rinaldis segna profondamente le due
sorelle che da esso ricevono un’educazione molto religiosa e Geronima,
attraverso questi studi, si appassiona anche alla poesia. Geronima cura
l’amore per la poesia con molta discrezione, quasi segretamente, ma in
lei è talmente grande questa passione da permetterle di ricordare a
memoria interi componimenti del suo poeta preferito, Torquato Tasso.
Il tempo trascorre e Maria Vittoria ha costituito per ognuna delle due
figlie una dote matrimoniale di diecimila ducati perché per entrambe è
arrivata l’ora di sposarsi. Francesca è la prima e all’età di diciannove
anni, nel 1788, va in sposa ad Antonio Lopez y Rojo della prestigiosa
casa dei duchi di Taurisano, aggiungendo così ai suoi titoli quello di

12
AA.VV. Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli ornata de’ loro
rispettivi ritratti, VIII, Stampa Nicola Gervasi, Napoli 1822, p. 220. Francesco
Saverio De Rinaldis è nato a Surbo il 24/11/1732. Studia presso il seminario dei
Gesuiti a Lecce. Apprende in questo luogo i primi fondamenti delle lettere e poi sotto
la guida del sacerdote don Francesco Cucchiara si perfeziona nella poetica. Dopo gli
studi di teologia e filosofia prende i voti e diviene sacerdote. A Surbo fonda la sua
prima scuola dove insegna latino, teologia e filosofia. Nel 1770 va a Napoli e anche
qui, su richiesta di diverse famiglie della nobiltà locale, fonda una scuola nella quale
insegna ai figli delle famiglie aristocratiche. Il successo nella scuola napoletana lo
porta alla cattedra di Belle Lettere del seminario di Nola dove comincia a scrivere
diversi componimenti in latino come la Paolineide del 1781 ispirata alla vita di San
Paolino da Nola e le Novelle Letterarie Fiorentine del 1784. Ritornato a Surbo è
chiamato dal vescovo di Gallipoli, dove si è già trasferito, per fondare un Liceo. Dopo
aver insegnato eloquenza nel seminario di Gallipoli si ritira a Surbo dove muore il
5/7/1817
13
Fondato nel 1595 da papa Clemente VIII, il “Collegio Clementino” è rinomato
perché specializzato nell’insegnamento delle scienze e delle “arti del gentiluomo”.
11

duchessa, mentre Geronima, due anni dopo la sorella, si sposa con
Filippo Affaitati dei Marchesi di Canosa. Le due sorelle, accasate con
due prestigiosi esponenti della nobiltà pugliese, sembrano destinate a
condurre una vita tra i lussi ed il prestigio che il loro rango assegna.
Francesca vive nel palazzo magliese col marito, senza il dono di un
figlio; profondamente devota, è una moglie perfetta per il duca, il quale
le ricambia lo stesso amore. Geronima vive unendo la passione per la
poesia con l’amore per i suoi tre figli ma la felicità e la tranquillità delle
due famiglie ben presto svaniscono. A causa del vaiolo contratto a
Napoli, di ritorno da Roma dove compie gli studi, Nicola junior a soli
19 anni cessa di vivere. Fa però in tempo a designare erede universale
della baronia di Maglie la sorella maggiore Francesca, lasciando
usufruttuaria la madre e le due prozie, donna Concetta e donna Barbara,
sorelle di Giuseppe Pasquale. La morte del fratello Nicola genera le
invidie del marchese Filippo Affaitati che pretende, in nome della
moglie, la sua parte di eredità che, per volontà del defunto, è stata
assegnata per intero a Francesca
14
. Il feudo di Maglie passa così
definitivamente a Francesca nel 1805
15
. Lo stesso Affaitati qualche
anno dopo abbandona la moglie Geronima lasciandola sola con tre figli
uno dei quali morirà giovanissimo. Intanto le sorelle, dopo l’avvilente
contenzioso legale, si riappacificano ma Vittoria della Valle e la prozia
Concetta vengono a mancare e l’amministrazione dei feudi rimane in
mano alla prozia donna Barbara la cui gestione è talmente rovinosa da
mettere in pericolo le finanze della casa baronale. Quando muore donna

14
S. PANAREO, La duchessa Francesca Capece – fondatrice degli studi in Maglie
(1769-1848), Tipografia Francesca Capece, Maglie 1900, Ristampa a cura
dell’Amministrazione Comunale di Maglie, Erreci Edizioni, Maglie luglio 2000, pp.
11-16; L. A. MONTEFUSCO, Le successioni feudali in Terra d’Otranto, Istituto
Araldico Salentino “Amilcare Foscarini” Lecce, Tipogr. Rizzo, Novoli (Le) p. 246-
247; L. MAGGIULLI, La città di Maglie ed i suoi più notevoli ricordi. Note bio-
bibliografiche. Fondo pre-unitario Biblioteca Piccino Maglie (manoscritto).
15
A.S.L. protocolli notarili 38/16 del notaio Lorenzo Garrisi di San Pietro Galatina
cc. 41v – 49v. Appendice. Nel 1796 donna Barbara consegna una cospicua eredità,
consistente in preziosi, di donna Maria Vittoria della Valle a Francesca che agisce
anche in nome della sorella Geronima (1771-1846) e che ha sposato nel 1790 il
marchese di Canosa Filippo Affaitati. In calce al documento appare la firma di
Francesca Capece; S. PANAREO, op. cit., pp. 20-21.
12

Barbara, Francesca avrebbe potuto tirare un respiro di sollievo ma,
mentre riorganizza le sue finanze maggiormente passive a causa della
perdita del marchesato di San Marzano che garantisce alla famiglia
Capece ingenti cespiti
16
, sul regno di Napoli incombe l’ombra di
Napoleone. E’ questo uno dei periodi più travagliati per i feudatari del
Regno di Napoli, infatti, in seguito all’abolizione della feudalità che il
re Giuseppe Bonaparte legifera nel 1806, è Francesca l’ultima
feudataria di Maglie.
Risalendo alla storia della successione feudale di Maglie si evidenzia un
avvicendamento di ricche famiglie che nel corso dei secoli si
sostituiscono nel possesso del feudo con una gestione non sempre
giudiziosa e misurata. Queste famiglie ignorano o si disinteressano per
lo più dello stato d’indigenza in cui versa la maggior parte della
popolazione. Una condizione che non è mitigata dalle Amministrazioni
civiche che, di fronte al potere baronale, sono spesso conniventi, non
disdegnando di imporre gravose esazioni fiscali agli strati della
popolazione più deboli economicamente e disinteressandosi al
problema dell’analfabetismo diffuso. L’intero Regno di Napoli vive in
questa condizione fino alla fine del Settecento quando una nuova
coscienza sociale inizia a radicarsi: l’illuminismo. L’era dei Lumi
prospera principalmente negli strati colti della società e poi da questi
s’irradia nella politica, nella letteratura, nel teatro, nella religione e in

16
S. PANAREO, op. cit., pp. 17-20; Il marchesato di San Marzano (TA) appartiene a
Geronima Castriota-Scanderbeg e per successione ereditaria passa al figlio Giuseppe
Pasquale Capece, nonno di Francesca. Essendo ancora in vita donna Barbara Capece,
il marchese Filippo Bonelli di Barletta pretende il feudo di San Marzano in quanto
erede principale dell’asse di Elena Castriota-Scanderbeg (?-1709), zia di Geronima e
prima marchesa di San Marzano per successione nel 1699 al marito Giuseppe Lopez
(?-1698) e per il quale paga 5.000 ducati. Questa richiesta è fondata da un
fedecommesso ordinato dalla stessa Elena Castriota. Non si conoscono i soggetti
designati come eredi nel fedecommesso, ma è utile sapere che si tratta di un antico uso
di disposizione testamentaria con il quale il testatore istituisce successore un soggetto
con l’obbligo per esso di conservare il patrimonio che alla sua morte andrà ad altro
soggetto designato dal primo testatore stesso. Nel 1808, dopo tre anni dalla morte di
donna Barbara, il Sacro Regio Consiglio ritiene valida la pretesa di Bonelli al quale
consegna definitivamente il feudo tarantino togliendolo ai Capece.
13

ogni altra manifestazione della cultura. A Maglie interessa solo alcuni
gruppi ristretti di abitanti.
La duchessa vive acquisendo quanto le menti progressiste del periodo
elaborano per gettare le basi di una trasformazione della società. Sono
questi elementi, insieme alle vicende personali, che inducono la moglie
del duca ad istituire erede universale l’Ente preposto all’Assistenza e
alla Beneficenza di Maglie.

Il dato oggettivo principale che induce la duchessa a designare
in ultimo erede la Beneficenza di Maglie, è l’assenza di progenie, ma vi
è anche altrettanto fondamentale il motivo religioso senza escludere la
considerazione della cultura e dell’assistenza quali mezzi validi ad
operare il riscatto sociale dell’uomo.
La decisione di rivolgersi ai Gesuiti per mettere a buon frutto la sua
donazione è il punto d’arrivo di diverse alternative che le vengono
prospettate e riguardano non solo il tipo di istituzione da fondare ma
anche la gestione cui affidarsi. Padre Domenico Sordi (1790-1880)
17
,
primo amministratore del lascito, espone le incertezze della duchessa in
un memoriale pubblicato da Nicola De Donno (1920-2004, storico,
poeta e filosofo magliese, preside per numerosi anni nel Liceo-Ginnasio
di Maglie)
18
. Dapprima lei esamina, con meticolosità, quale
“Stabilimento di Carità” scegliere al fine di una congruità con le
esigenze di Maglie, per poi addivenire ad una preferenza di tipo diverso
quale la creazione di un Ospedale. Padre Sordi riferisce i motivi che
spingono la duchessa ad indirizzare le sue scelte verso la creazione
dell’Ospedale:
«E perciò volle da prima fondare un Ospedale in Maglie, spinta a ciò dal
sentir, che faceva da varij pii, e caritatevoli Confessori, lo stato

17
R. CUBAJ U, Francesca Capece. Sta in: “Regio Liceo-Ginnasio Francesca Capece –
Annuario 1923-24”, Tipografia F. Capece, Maglie 1925, p. 3. Il gesuita padre Sordi è
definito come uomo dal tratto gentile, erudito e astuto delineando un aspetto ben
diverso da quello universalmente riconosciuto quale uomo burbero, dispotico,
dispettoso ed interessato esclusivamente alla gestione dei beni di F. Capece.
18
P. D. SORDI, Appendice. Sta in: NICOLA DE DONNO, L’origine e i primi
incrementi dell’Istituto Capece, “Quaderni del Liceo Capece” III, 1966, Edizioni del
Liceo-Ginnasio “F. Capece”- Maglie, Arti Grafiche Ragusa-Bari 1966, p. 37.
14

deplorabilissimo in cui si giacevano i poverelli quando ammalavano per
l’abitazione, pel vitto, e per l’assistenza; si diede quindi a ricercare, chi,
e quale dovesse esser l’amministratore di sì caritatevole sua creazione,
[….] si rivolse pertanto ai Figli di S. Giovanni di Dio …»
19
.

Ma la decisione subisce ancora una variazione. Questa ed altri
mutamenti nelle sue decisioni provengono dal voler conciliare aspetti
diversi delle sue finalità, in particolare quella spirituale e caritatevole
20
.
Continua Sordi:
«Sebbene avendola in seguito alcune persone dotte e pie fatto riflettere
che maggior vantaggio Spirituale si sarebbe ritratto da Maglie dai Figli
di S. Vincenzo da Paoli, che dai riferiti Ospetaglieri, perché questi
secondi, oltre all’amministrar l’ospedale, il che solo potevano fare i
primi, avrebbero anche confessato, e predicato: incantata la Nostra
Signora di questo doppio vantaggio, sciolse all’istante ogni trattativa
con gli Ospetaglieri, e si rivolse in vece a far pratiche coi Signori della
Missione per indurli a stabilirsi in Maglie, oltre ad esercitare ivi i loro S.
Ministerij, a prendere anche la direzione del suo Spedale »
21
.
L’accettazione di queste condizioni è però subordinata alla
approvazione del loro Generale che prende tempo comportando così
una mutazione della scelta. E’ ancora Sordi a scrivere che:

«più utili sarebbero riusciti ai suoi compaesani i Gesuiti, che sopra ai
Signori delle Missioni, avevano quest’altro vantaggio, di formare la
gioventù alla Pietà insieme ed alle Lettere; Colse al volo il momento
favorevole della non pronta accettazione dal detto Generale, per
sciogliere coi Missionari, e sciolse di fatti, serbando ogni suo decoro coi
medesimi, e mandatosi a chiamare da Lecce il P. Provinciale de’ Gesuiti

19
P. D. SORDI, cit., p. 37.
20
N. DE DONNO, Scuole e sviluppo sociale in un comune del salento nel sec. XIX
(Maglie), “Rassegna Pugliese”, 5 (1970), nn.1-3, p. 58: Un aspetto che pone degli
interrogativi è quello economico del lascito. Il suo grande valore non può essere
ignorato dalle ricche famiglie borghesi di Maglie che consigliano la duchessa in
direzione di una scelta mirata ad ottenere un controllo, a livello locale, della gestione
patrimoniale dell’intero lascito. Questo aspetto è ben messo in evidenza da Nicola G.
De Donno allorquando sottolinea “… il carattere duramente padronale di una
comunità cittadina in cui i ceti dominanti riuscivano a piegare le risorse dell’intera
comunità cittadina ai propri esclusivi fini di classe”
21
P. D. SORDI, cit., p. 38.
15

(il P. Giuseppe Ferrari) che allora là si trovava in S. Visita, le propose, e
trattò con Essolui della fondazione d’una Casa alla Compagnia di Gesù
in Maglie, e della direzione, che la medesima indossar si dovea
dell’ospedale »
22
.

Il padre provinciale Ferrari ritiene molto gravosi i compiti a cui la
duchessa vuole chiamare la Compagnia tanto da mettere in discussione
la disponibilità della stessa ad accettare la donazione e avanza perciò la
proposta di abbandonare l’idea di un Ospedale. Soluzione che la
duchessa non intende approvare. Interviene nella disputa il Barone di
Spongano, D. Gennaro Bacile, amico della duchessa, che chiarisce la
volontà della Signora a non trasformare i Gesuiti in Ospedalieri, come
essi suppongono, ma ad affidare loro la direzione dell’Ospedale e la
scelta del personale addetto. Questo chiarimento induce le due parti ad
addivenire all’accordo ed infatti la Duchessa, “con testamento inter
vivos”
23
, dona i suoi beni alla Compagnia di Gesù.
La donazione dei suoi beni incontra non poche avversità ed in
particolare quella che riguarda il rapporto con gli stessi donatari. Verso
la fine del 1839, la Duchessa vince le riserve ed offre ospitalità al Padre
gesuita Domenico Sordi e ad altri Padri predisponendo alcuni ambienti
del Palazzo come loro dimora. E’ questa una decisione che matura in lei
nonostante suo marito avverta una ambiguità nei comportamenti di
Padre Sordi verso il quale mostra una esplicita ostilità. Scrive Panareo:
« I Gesuiti oramai si trovavano come in casa propria. Il padre Sordi vi si
aggirava come un vero amministratore della Duchessa: impartiva ordini,
teneva corrispondenza, firmava contratti, gridava, schiamazzava,
trattava tutti con tono burbero »
24
.

Francesca Capece non dà però credito ai sospetti del marito che, dopo
due anni, viene a mancare. Dopo la morte del Duca, infatti, la
“Compagnia di Gesù” induce la Duchessa a donare “in omaggio a Dio”
tutti i suoi beni. Scrive il deputato magliese Oronzo De Donno (1819-
1886) che i Gesuiti

22
P. D. SORDI, cit., p. 38.
23
Ivi, p. 40.
24
S. PANAREO, op. cit., pp. 27-28.
16


«tanto seppero secondare le ascetiche tendenze e le mistiche aspirazioni
della caritatevole donna, che finalmente donava loro il suo ricco
patrimonio di circa lire cinquecentomila »
25
.

E’ della stessa opinione anche Alessandro De Donno che così riferisce:

«Come leonino fu quell’atto, e quanto la donataria Compagnia di Gesù
abusato avesse della ignoranza e della buona fede di una nobile
vegliarda senza alcun sospetto, e tutta assorta in que’ suoi sublimi ideali
che erano la religione e la carità, non sono io che così penso, ma lo dice
chiaro l’atto medesimo che appresso farò palese, non che le angoscie
che da esso provennero a quella santa donna, e le strane vicende che per
lunghi anni di poi han travagliato la sua nobile e pia Istituzione»
26
.

In che misura questa descrizione, rappresentata con tanta asprezza da
Salvatore Panareo e da Alessandro De Donno sulla quotidianità dei
Gesuiti ed in particolare del loro Padre nel palazzo, sia confacente alla
realtà o sia invece il risultato di valutazioni soggettive su
comportamenti che ai loro occhi possono sembrare incoerenti o
contraddittori rispetto alle aspettative religiose e spirituali, è di difficile
discernimento. E’ comunque una valutazione che genera forti dubbi e
perplessità sebbene siano universalmente riconosciute come avversioni
generate da pregiudizi e manifestate nel tempo nei confronti dell’Ordine
dei Gesuiti, in sintonia col diffuso anticlericalismo di fine secolo
diciannovesimo. Queste contrarietà, riguardanti principalmente il loro
elevato livello culturale, che talvolta sfocia nella scaltrezza,
coinvolgono anche le stesse Istituzioni ecclesiastiche. Né può essere
diverso l’atteggiamento di alcuni settori di Maglie (aristocrazia,
intellettuali, borghesia) che, come annota Nicola De Donno, invocano i

25
O. DE DONNO, Francesca Capece, “Lo Studente Magliese,” 1879, I, XI, p.2
(L’autore firma questo articolo con la lettera “Y”). In realtà il patrimonio consiste in
“ducati 57.148, grani 92 e calli 8 netti della passività (i capitali attivi era a ducati
91.945, grani 10, quello dei capitali passivi 34.766, grani 17 calli 4) ed equivalenti in
lire 242.883,20; A. CADEI, cit., p. 7.
26
A. DE DONNO, Memorie su la origine e le vicende del Pio Istituto scolastico
Capece di Maglie, R. Tipografia Editrice Salentina, Ditta Fratelli Spacciante, Lecce
1900 II ediz., pp. 12-13.
17

Domenicani “in funzione antigesuitica”
27
; la maggioranza della
popolazione vede invece i Gesuiti “portatori dell’istruzione e del
progresso”
28
.
Diverso è però il parere del padre provinciale, Gennaro De Cesare, che
sconfessa i padri vicini alla duchessa, in particolare Padre Sordi,
determinati ad impiegare la donazione per la nascita di scuole
pubbliche, rinunciando, inspiegabilmente e dopo quattro anni, alla
donazione e richiamando a Lecce il gruppo dei padri ospitati dalla
duchessa. E’ per tutti una delusione ed in particolare per la duchessa è
una dolorosissima amarezza che viene sanata poco tempo dopo. L’anno
successivo, infatti, al padre provinciale De Cesare subentra padre
Francesco Manera che riconferma l’accettazione della donazione dando
così avvio all’Istituzione scolastica.

E’ durante questo intervallo che matura nella mente della
duchessa l’idea di destinare la donazione alla realizzazione di una
istituzione per l’istruzione pubblica, un obiettivo allettante per i Gesuiti
che tramite Padre Sordi non vogliono rinunciare alla istituzione di una
Casa Gesuitica nella quale poter erogare il servizio educativo e
dottrinale.
La duchessa si adopera per la nascita di una scuola pubblica dove
«vi fossero tutte le scuole, le scuole sublimi, e si chiamassero Collegio,
non residenza »
29
.
Nell’anno scolastico 1875-1876 il direttore del Collegio è il prof.
Antonio Cadei
30
che commenta queste parole indirizzate dalla duchessa
a Padre Sordi così:

«Parmi volesse dire: non immiserite il concetto delle mie intenzioni, con
qualche classe di latinità, ma elevatelo in proporzione dei miei redditi; e
se voi non ne erogherete una parte ad altro scopo che non sia quello

27
N. DE DONNO, op. cit,. p. 33.
28
Ivi, p. 34.
29
A. CADEI, cit., p. 8.
30
R. CUBAJ U, cit., p. 5. Antonio Cadei subentra a Martino Piccinni, frate
domenicano e direttore della scuola magliese dal 1863 al 1869. E’ il primo preside del
Liceo-Ginnasio “Francesca Capece” e resta in carica dal 1875 al 1877.
18

stabilito da me, se voi non ne sciuperete nel lusso o nelle agiatezze, se
voi sarete solerti amministratori della mia sostanza, affinché questi
redditi non scemino, vi tornerà agevole presentare ai miei concittadini
un sistema compiuto di educazione e di istruzione, colle scuole
elementari, col ginnasio e col liceo. A tanto non corrispondevano infatti
le semplici residenze della Compagnia, bensì i suoi collegi, dove
insegnava lettere ed i rudimenti almeno delle scienze principali, la
matematica, la meccanica, la fisica, la storia naturale e la filosofia »
31


In considerazione del fatto che l’idea iniziale, cioè la costruzione di un
ospedale, è completamente venuta meno, educare i giovani nella
religione e nelle lettere diviene l’approdo più importante ratificato nel
patto con la Compagnia di Gesù
32
. La destinazione del patrimonio per
l’istituzione di una scuola appare anomala se va considerata la
contrarietà degli aristocratici all’istruzione pubblica per timore che il
popolo istruito possa porre un freno ai loro privilegi. L’obiettivo della
duchessa è quello di una scuola aperta a tutti quei giovani che sentono il
bisogno di studiare e ciò riassume un concetto innovatore, ma allo
stesso tempo liberale ed ugualitario, che mostra un orizzonte frutto di
una vera e propria maturazione intellettuale che, seppur indotta, è un
dato di fatto se è analizzato alla luce di una generale attenzione di tutta
Terra d’Otranto che in quegli anni si arricchiva di numerose scuole
elementari e medie.

Quest’aspetto dei proponimenti della duchessa magliese,
aristocratica attiva nelle opere benefiche a vantaggio del prossimo più
sfortunato, è precisato con migliori risultati dal documento nominato
all’inizio del presente lavoro, utile per mostrare un tratto della
personalità di F. Capece concernente i suoi interessi ricreativo-culturali

31
R. CUBAJ U, cit., p. 8.
32
S. PANAREO, op. cit., pp. 68-71: L’idea di fondare un Ospedale a Maglie è già
molto sentita nel primo Ottocento. Attorno alla metà dello stesso secolo il Comune si
propone di realizzare la struttura ricorrendo agli aiuti che provengono dalla
beneficenza privata. Tale idea sembra realizzarsi con il sostegno dei beni che
Francesca Capece non desiste dal voler devolvere in favore di quest’opera. L’esigenza
di avere una struttura sanitaria da destinare a lazzaretto si ripresenterà nel 1849, anno
in cui il colera ricompare nel Regno di Napoli.
19

coltivati in un periodo della sua vita. E’ un testo che aiuta a
riconsiderare le sue scelte che critici poco benevoli hanno liquidato in
modo sommario, come esiti di comportamenti insicuri, incerti, titubanti
se non proprio di una persona incolta, ignorante od ingenua.
Si tratta di una composizione teatrale di fine settecento contenuta in una
raccolta di opere veneziane. Il titolo è Il Cieco
33
e nelle note storiche
che accompagnano il testo teatrale, è riferito che lo stesso fu completato
e integrato da Francesca Capece Lopez con altre teatrali sorelle. Non
c’è alcun dubbio che si tratti della duchessa magliese perché è anche
designata con i titoli di marchesa di Maglie e duchessa di Taurisano.
Questo testo appartiene alla raccolta intitolata Il Teatro Moderno
Applaudito
34
ed attualmente i suoi volumi sono conservati presso la
Biblioteca dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano
35
. L’autore del

33
Il Cieco è un breve componimento teatrale costruito su una vicenda stravagante e
con personaggi immaginari. E’ indicata come farsa, un genere parodistico utilizzato
quale intermezzo fra due atti durante una rappresentazione teatrale di un’opera seria
con lo scopo di intrattenere piacevolmente gli spettatori.
34
ANONIMO, Il Teatro Moderno applaudito ossia raccolta di tragedie, commedie,
drammi e farse che godono presentemente del più alto favore sui pubblici teatri, così
italiani, come stranieri corredata di notizie storico critiche e del Giornale dei teatri di
Venezia, Tomo XLV – Venezia, 1800 p. 3. Presso la Biblioteca dell’Accademia dei
Filodrammatici ha collocazione n. 11449 –B.IV 45. L’intera raccolta si compone di 61
tomi e il tomo I contiene anche il prospetto dell’opera mentre il numero LXI contiene
solo gli indici. Nell’imprimatur appare il nome dello stampatore Antonio Fortunato
Stella. Ogni tomo si compone di 4 opere ognuna seguita da notizie storico – critiche e
inizia col giornale dei teatri di Venezia. E’ importante sottolineare che la numerazione
delle pagine non segue una progressione costante e questo perché nella raccolta
paiono essere stati accorpati singoli libretti teatrali indipendenti e con una
numerazione autonoma di pagine. Per tale motivo dovendo ricercare l’indicazione
bibliografica è necessario per ogni tomo rintracciare la parte dedicata al
componimento e da qui porsi sulla pagina indicata. Tutti i tomi recano la stessa
copertina editoriale con le norme per la sottoscrizione dell’opera, i nomi dei librai
veneziani che la vendono, il prezzo (3 lire venete o 3 paoli romani). (v. Allegato n. 4-
5-6).
35
Fondata a Milano nel 1797, si costituisce ufficialmente nel 1798 con il nome di
Teatro Patriottico ed ha come scopo quello di favorire lo sviluppo dell’arte e della
letteratura drammatica.
20

componimento teatrale è il veneziano Pietro Vettor Corner
36
che lo
mette in scena al teatro San Luca
37
di Venezia il 3 dicembre del 1798
38

con il capocomico Antonio Goldoni
39
. Cornér compone il testo all’età
di quindici anni a Venezia, dopo aver letto la novella Il Cieco di
madame Riccoboni, pseudonimo di Marie Jeanne de la Boras. Questa
scrittrice francese, che condivide ampiamente le idee illuministiche che
vogliono trasformare la recitazione teatrale, è moglie di Antonio
Riccoboni (1707-1772), in arte Lelio, figlio di quel Luigi Riccoboni che
la storia considera il precursore dell’illuminista Carlo Goldoni, a sua
volta padre della riforma del teatro italiano e intimo amico della stessa
madame
40
. In breve, la storia del componimento teatrale del Cornér è

36
Notizie biografiche circa Pietro Vettor Corner sono molto rare. Per certo si tratta di
un patrizio veneziano così come testimonia il titolo di Nobilis Homo, ed è autore di
diversi testi teatrali come il dramma dal titolo Il Tradimento notturno contenuto nella
citata raccolta Il Teatro Moderno applaudito ossia raccolta di tragedie, commedie,
drammi e farse che godono presentemente del più alto favore sui pubblici teatri, così
italiani, come stranieri corredata di notizie storico critiche e del Giornale dei teatri di
Venezia. Tomo LI – Venezia, 1800, p. 3. Presso la Biblioteca dell’Accademia dei
Filodrammatici ha collocazione n. 11235 –B.V 6. Questo dramma va in scena al teatro
San Luca il 27/01/1800 così come riporta il Giornale dei Teatri di Venezia, VI, 4,
Parte I –1800, p. 3 incluso nella raccolta del Tomo LI.
37
Edificato dalla nobile famiglia veneziana dei Vendramin è inaugurato nel 1622.
Sino al 1700 fu anche detto di San Salvador perché l’edificio sorgeva tra le due chiese
di San Luca e di San Salvatore, poi nel 1875 cambia l’intitolazione in Teatro Carlo
Goldoni facente parte dell’attuale Teatro Stabile Veneto. Nel 1752 il nobile Francesco
Vendramin, proprietario del teatro, ingaggia Carlo Goldoni (1707-1793)
commediografo illuminista e padre di quella commedia italiana che pone fine alla
Commedia dell’Arte.
38
ANONIMO, Giornale dei Teatri di Venezia, IV, 3, Parte II – 1798, p. 3, contenuto
in Il Teatro Moderno applaudito ossia raccolta di tragedie, commedie, drammi e farse
che godono presentemente del più alto favore sui pubblici teatri, così italiani, come
stranieri corredata di notizie storico critiche e del Giornale dei teatri di Venezia.
Tomo XXIX – Venezia 1798.
39
Nel 1798 quella di Antonio Goldoni è la migliore compagnia teatrale del suo tempo
che occupa il teatro di S. Luca in Venezia dove tra l’altro recita la rinomata attrice
Gaetana Goldoni Andolfati (1768-1830) appartenente ad una famiglia di famosi
comici e moglie dello stesso Antonio Goldoni.
40
E’ dalle dispute tra Antonio Riccoboni e il padre Luigi circa le tecniche teatrali che
Diderot fa derivare la formulazione del paradoxe. Il Paradosso dell’Attore è un’opera
di Denis Diderot pubblicata per la prima volta nel 1830. Diderot formula questo
21

quella di due innamorati, Nadina e Zulmis. Zulmis è un giovane cieco
figlio di d’Almont e Nadina è la figlia del sacerdote Mompebar che
venera Nirsa, dea del Sole. Mompebar ha dapprima acconsentito al
fidanzamento dei due e crede in un oracolo che ha promesso di ridare la
vista a Zulmis al raggiungimento dei vent’anni. Compiuta quest’età,
Zulmis continua a non vedere e pertanto Mompebar, convinto che
l’astro dominator dell’universo illumina ciascun ch’egli pur ama, crede
che la cecità di Zulmis sia un castigo del suo dio e per questo impone lo
scioglimento della promessa di matrimonio. Nadina non crede invece
che la cecità di Zulmis sia un castigo divino e continuando a sperare
sino all’ultimo momento nell’oracolo, non abbandona Zulmis. L’attesa
premia alla fine i due quando la dea del sole Nirsa, scendendo dal cielo,
fa riacquistare, con gran stupore di Mompebar, la vista a Zulmis.
Apparentemente il titolo del componimento e il contenuto stesso
possono apparire ingenui ma ciò trae in inganno in quanto il termine
“Cieco” è in netta contrapposizione con parola “Lume”. L’amore lega
Zulmis, uomo cieco, a Nadina, il lume ossia il concetto dell’amore,
tipico del teatro goldoniano, che conduce l’uomo sulla strada della
ragione e per questa rinascerà a nuova vita. La figura del sacerdote
Mompebar è significativa perché è proprio lui, sacerdote del grande
Nume, che con fede cieca crede che Zulmis sia un castigo di dio, non
rendendosi conto invece che la sua convinzione è solo superstizione,
antitesi perfetta della ragione, nata dalla cecità del suo intelletto. Anche
il ricorso alla divinità del Sole, nel componimento la dea Nirsa, quale
simbolo rivelatore della luce, con le sue accezioni di Grande Nume,
Supremo Autore e Astro Dominator, rispecchia questa esaltazione della
luce intellettuale che non si sostituisce al credo religioso ma si
configura come il giusto mezzo per aderire alla fede più vera. Nelle note
che accompagnano il componimento è riportato il modo in cui la
duchessa ne venne in possesso, recuperandolo e in parte riscrivendolo.
Il Corner vuole personificare nella figura della virtuosa Nadina la

paradosso sull’esperienza delle idee che circolano in quei tempi tra i teorici del teatro,
tra i quali Antonio Riccoboni, e consiste nell’affermare che è l'estrema sensibilità che
fa gli attori mediocri; è la sensibilità mediocre che fa l'infinita schiera dei cattivi attori;
è l'assoluta mancanza di sensibilità che prepara gli attori sublimi.
22

duchessa di Maglie che egli stesso definisce sua impareggiabile
benefattrice e illustre e sensibilissima donna
41
. In appendice alla
raccolta Il Teatro Moderno Applaudito, sono riportate alcune note
denominate “Notizie storico- critiche sopra Il Cieco” dove si dà
attestazione della dedica che Corner fa di quest’opera a Francesca
Capece Lopez, marchesa di Maglie e duchessa di Taurisano. In queste
note il curatore della raccolta ripercorre la genesi e le vicende della
farsa e del suo autore. In particolare riferisce del viaggio dell’autore con
la famiglia a Cerigo
42
e le vicissitudini cui va incontro. Scrive:

«Dopo tre anni in circa ritornando a Venezia, fu rubato avidamente il suo legno
dagli Algerini vicino alle coste di Puglia. Salvatesi le persone presso Leuche,
fur predati gli effetti, e tra questi gli scritti col Cieco. Allora la duchessa di
Taurisano, in quel suo feudo il raccolse, dove riunì gli avanzi a memoria della
farsa perduta, e la rabbellì a nuova foggia con altre teatrali sorelle »
43
.

Quanto questo testo, al di là del suo contenuto, e la circostanza ora
riportata del ritrovamento possano aiutare nel dare una definizione
differente e di rivalutazione storica dell’interesse che la duchessa ha

41
ANONIMO, cit., Tomo XLV, p. 28.
42
Cerigo è l’attuale isola greca di Citera.
43
ANONIMO, cit., p. 28. L’episodio dello smarrimento di testi o manoscritti e il loro
successivo recupero, dopo il naufragio di una imbarcazione che li trasporta per
recapitarli ad un destinatario che riveste particolare interesse per chi li invia, è spesso
evocato da storiografi o cronisti. Il naufragio è difficilmente verificabile perché si
riferisce ad eventi lontani nel tempo, nella fattispecie alla fine del’700 e,
probabilmente, è richiamato come un escamotage per aggiungere al testo una
connotazione intrigante al fine di destare interesse su questi testi. A mo’ di esempio va
ricordata la circostanza dello smarrimento di un’opera del cronista municipale e
letterato Oronzo Pasquale Macrì in seguito all’affondamento della nave che lo
trasporta. L’evento, riportato dallo storico Luigi Maggiulli, riguarda uno studio
dell’illustre studioso magliese intitolato Monographia de Marmore Basterbino.
Questo manoscritto è diretto al dotto vescovo di Oria Alessandro Maria Kalefati
(anche le sue opere sono trafugate dai pirati durante il trasporto in una nave che da
Taranto si dirige a Napoli – Sito web Città di Oria: Personaggi illustri,
www.comune.oria.br.it/cittaterritorio/personaggiillustri.php, 3 giugno 2009), però, a
differenza del componimento teatrale del Corner, il manoscritto di Macrì non è più
ritrovato (v. AA.VV. Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto,
Piero Laicata Editore, Manduria-Bari-Roma 1999, p. 281).
23

mostrato nella sua vita per la cultura è difficile da valutare ma non è da
escludere a priori. A tal proposito sono note le opinioni degli studiosi
Alessandro De Donno (Maglie 1821-Lecce 1901), Salvatore Panareo
(1872-1961) e di Luigi Maggiulli (1828-1914).
Alessandro De Donno, figlioccio della duchessa e suo biografo, pone in
grande risalto l’aspetto benefico e religioso di Francesca Capece quali
elementi fondamentali per la fondazione degli studi in Maglie ma,
riguardo l’istruzione, qualifica la duchessa come incolta. Della stessa
opinione è anche lo storico magliese Salvatore Panareo per il quale
l’istruzione di Francesca Capece è limitata a quei fondamenti utili a
saper amministrare la sua baronia.
Salvatore Panareo scrive che Francesca Capece è poco istruita

«ma infarinata di quella cultura che nelle nostre famiglie aristocratiche
si dava alle donne sino alla metà di questo secolo, bastevole per vigilare
e sbrigare l’amministrazione dei propri beni»
44
.

In compenso tutta la sua vita si caratterizzò da un profondo sentire
religioso che

«le permise di conoscere i bisogni del popolo che soffre e di sentire
profondamente i doveri che chi è nato nell’agiatezza ha verso gli
indigenti. La carità, quella carità che ella riguardava come emanazione
diretta della religione, trovò nel suo cuore larga ospitalità, e divenne per
il suo animo delicato un bisogno ardente, un dovere da adempiere ogni
giorno. Così nella sua casa i poveri trovarono sempre una mano che
asciugò le loro lagrime e lenì i loro dolori, i pellegrini sconosciuti, che
colà si rivolgevano come ad un albergo sicuro, ne ricevettero le più
benefiche accoglienze, e tutti ne ebbero conforto e sollievo»
45
.

Alessandro De Donno e Salvatore Panareo sono uomini di indubbia
affidabilità storica e il giudizio espresso dal De Donno è più arduo
perché egli è un testimone contemporaneo della duchessa. Si potrebbe
obiettare che, se il valore della cultura non avesse ispirato le scelte della
duchessa e se ella non avesse considerato i giovamenti che la

44
S. PANAREO, cit., pp. 21-22.
45
Ivi, pp. 22-23.
24

popolazione ne poteva trarre, come sarebbe possibile spiegare la sua
volontà di istituire una scuola per l’educazione e la formazione
culturale, intellettuale e morale della gioventù magliese? Il ritrovamento
del componimento teatrale dimostra che Francesca Capece frequenta il
teatro, è probabilmente una mecenate di letterati, è intervenuta sul testo,
ha contatti con il mondo della cultura e in particolare quello del teatro
che è in tutti i tempi il principale propagatore di idee, concetti e mode
alla stessa stregua della più attuale televisione. Né va ignorato il fatto
che lei ha ricevuto un’ottima educazione e istruzione per essere stata
dottamente guidata, insieme alla sorella, da De Rinaldis. La duchessa ha
perciò subito molte influenze nella formazione della sua identità e delle
proprie convinzioni e non può essere estranea alla politica scolastica di
Ferdinando IV che, con l’istituzione di scuole, determina un processo di
alfabetizzazione che ha il suo culmine tra la seconda metà del secolo
XVIII e la seconda metà del secolo XIX.
46
Seppur di animo fortemente
volubile e grande dissipatrice per la sua costante e disinteressata
beneficienza che mette in crisi tutto il sistema economico sul quale i
Gesuiti fondano la scuola, non sarebbe corretto negare che le
circostanze esposte probabilmente delineano una figura di aristocratica
divenuta sensibile al valore della cultura. Ciò ha permesso a Maglie di
trasformarsi da anonima contrada del regno a sede delle principali
scuole di ogni livello e grado della provincia di Lecce
47
. Grazie al suo

46
Cfr. G. GALASSO, Storia del Regno di Napoli: Il Mezzogiorno borbonico e
napoleonico (1734-1815), IV, UTET, Torino 2008, pp. 586-590; In questo periodo
l’analfabetismo della popolazione del regno è molto diffuso. L’istituzione di scuole è
un’esigenza avvertita dal governo borbonico, malgrado il netto disinteresse della
popolazione, la cui esigenza principale è il non patire la fame. Sulla scia del
dispotismo illuminato, l’Amministrazione Reale di fronte al dilagare dell’ignoranza si
rende conto che è possibile tutelare la crescita economica, sottoporre a disciplina gli
individui, garantire la pace sociale e integrare la società civile nello Stato solo
attraverso l’istruzione della popolazione. A fronte di questa considerazione, di fatto
esiste un’esigenza di alfabetizzazione ancora più concreta. La Chiesa e lo Stato
ricorrono sempre più alla carta stampata per le loro comunicazioni e il saper leggere e
scrivere è una necessità tangibile che deve sostituirsi all’uso antico dell’oralità.
47
S. PANAREO, cit., pp. 81-86. A partire dal primo Ottocento, l’evoluzione
demografica ed economica induce la popolazione magliese ad una maggiore
istruzione. Non una istruzione primaria che qualche maestro privato già da diversi
25

filantropismo Maglie, dalla fine del XIX sec., accresce la sua vocazione
culturale, divenendo un grande centro salentino degli studi
48
.
L’atto umanitario della donazione dei beni a favore dell’istruzione
pubblica è per Luigi Maggiulli, una di quelle azioni giustificate dallo
stretto legame che unisce la società aristocratica al pensiero cristiano
49
.
Questo concetto non differisce da quello già esposto da S. Panareo e da
A. De Donno, ma per di più, secondo Maggiulli, indica l’atteggiamento
della nobiltà di ricorrere quest’atto per “orgoglio di casta” e per tal
motivo

«molte volte [gli stessi] donavano le loro avite ricchezze al Clero o a
qualcuna delle tante corporazioni religiose, per innalzare qua e colà
sontuosi stabilimenti educativi e di beneficienza, e per opere di pietà »
50
.


anni impartisce ai giovani magliesi, ma una che sia più diffusa ed elevata. La portata
del lascito di F. Capece non può essere ben considerata se non si tiene presente la
volontà dimostrata dalla popolazione magliese in merito all’educazione e
all’istruzione della gioventù. Già nel 1739 Maglie si dota di una cattedra di filosofia e
di teologia, nonché di una biblioteca, su disposizione del sacerdote Ignazio Ricci
(1672-1739), che beneficia per lascito testamentario il clero magliese di una rendita di
cento ducati annui. Questa cattedra funziona sino al 1812, anno in cui è soppressa.
Nel 1813 Giovacchino Murat, con decreto del 21 aprile, stabilisce di convertire questa
cattedra in una scuola secondaria aggiungendovi anche un corso completo di
grammatica e di belle lettere, ma il progetto rimane solo sulla carta.
48
ANONIMO, Per la prefettura della Città di Maglie, Tipografia Garibaldi, Lecce
1890, p. 7. Le notizie contenute in questa raccolta chiariscono la portata che ebbe la
donazione di Francesca Capece a favore della fondazione degli studi in Maglie. Il
Ginnasio Capece risulta alla data del 1890, cioè circa 50 anni dopo la sua fondazione,
mantenuto principalmente con le rendite del patrimonio lasciato dalla duchessa. La
città di Maglie spende per la Pubblica Istruzione circa lire 50.000 annue, delle quali
lire 35.000 provengono dal legato Capece. Tutte le scuole sono frequentate da circa
1.100 alunni ed il corpo insegnante si compone di 32 persone. Il solo Ginnasio conta
una media di 65 iscritti all’anno ed è frequentato da 150 alunni. Il convitto annesso
permette ai padri di famiglia forestieri di sostenere i figli nello studio con una spesa
minore di lire 400 annue. Tale costo è inferiore a quello che un padre sosterrebbe per
mantenere il figlio in casa. Il Ginnasio ha una splendida biblioteca di circa 6.000
volumi e l’intero edificio è dotato di locali ampi e di un giardino.
49
L. MAGGIULLI, cit,. p. 1.
50
Ibid.
26

Le vicissitudini della donazione alla Pubblica Beneficenza di Maglie dei
beni di F. Capece, della istituzione di un Ente morale a lei intestato e
della realizzazione di un monumento a lei dedicato, vedono come
protagonista l’avvocato Alessandro De Donno. Egli svela in un libro
pubblicato la prima volta nel 1894 e riedito nel 1900, dal titolo
Memorie su la origine e le vicende del Pio Istituto scolastico Capece di
Maglie, i retroscena che inducono la sua madrina dapprima a donare i
beni alla “Compagnia di Gesù” e successivamente a revocare questa
donazione con un testamento olografo da lui stesso suggerito.
La propensione ad avere fiducia dei Gesuiti, ai quali destina un’area del
Palazzo, compresa una chiesetta per agevolare l’esercizio del Santo
Ufficio e rendere la loro vita confortevole, discende dalle sue
convinzioni religiose e caritatevoli. S. Panareo, circa la religiosità della
duchessa, scrive:

«la religione in lei non si restrinse ad una vana pratica di esercizi
spirituali e contemplativi, […] ma riuscì ad una viva considerazione di
essa, […]»
51
.

La pratica dell’elemosina e della beneficenza sta a fondamento del
pensiero cristiano (almeno delle origini) come risposta alle ingiustizie
sociali. E’ questo il retroterra culturale e motivazionale di F. Capece,
nonostante che questa pratica venga in contrasto con una società, non
solo magliese, che mostra diffidenza verso i poveri. Se è vero che è la
sua formazione religiosa a sollecitarla ad intervenire in direzione
dell’educazione e dell’istruzione popolare dei poveri, è anche vero che
sarà il pensiero illuminista a porre la disuguaglianza sociale quale
terreno su cui esplicare i principi di solidarietà umana e civile disgiunti
però dalle premesse religiose. L’eliminazione della povertà è un
imperativo che caratterizza la mentalità illuministica. Questo sembra
l’esito a cui perviene l’azione della duchessa ed al quale si ispirano
alcune donne della borghesia ed aristocrazia magliese, quali la sorella
Geronima, e nel corso dell’800 e i primi del ‘900, Michela Tamborino,
Luisa Frisari, Concetta Annesi, Clementina Palma, Rosetta Palma ed

51
S. PANAREO, cit., p. 22.
27

altre ancora. Queste benefattrici sono animate da un bisogno di creare
condizioni per affrontare con azioni caritatevoli i problemi sociali:
dalla salute alla istruzione, all’ospitalità per i senza tetto ed ancora altre
testimonianze di carità.
Francesca Capece quindi, probabilmente risente del nuovo clima
culturale creato dall’illuminismo divenendone, quasi
inconsapevolmente, testimone diretta. Per questo la considerazione
della sua estraneità alla cultura o della sua modesta istruzione deve
essere rivista. Va considerato il fatto che la cultura in lei si realizza
attraverso l’attuazione della beneficenza che non è un atto di sola carità
cristiana. Al di là della valutazione delle sue conoscenze, ciò che
importa è il contesto ambientale in cui vive e come lei si rapporta ad
esso poiché, appare evidente, che il cambiamento sociale che ha luogo
in questo periodo, implica l’istruzione collettiva della popolazione. Di
questo mutamento Francesca Capece è certamente cosciente tanto che
lo stesso Salvatore Panareo scrive:

«liberatasi dalle pastoie nelle quali erano ancora avvolte nei nostri paesi
le ultime famiglie feudali, seppe sollevarsi, mettersi all’altezza dei nuovi
tempi e intuire la necessità e l’utilità dell’educazione del popolo»
52
.

Dice ancora Panareo che ella

«mirò a fare del suo paese un centro di civiltà […], un focolare
d’istruzione che stimolasse ad accorrervi chi ne avesse la brama, una
fucina donde uscissero giovani virtuosi e dotti che onorassero la
patria»
53
.

Le conclusioni a cui perviene invece Nicola De Donno inducono ad
alcune considerazioni. Egli scrive:

«In primo luogo, se fu costante e magnanima la volontà di Francesca
Capece di destinare l’intero patrimonio della famiglia ad opere di utilità
cittadina, non sempre fu però chiara la sua intenzione di fare tra quelle
opere la parte maggiore alla istruzione, anzi questa vi entrò come

52
S. PANAREO, cit., p. 43.
53
Ivi, p. 44.
28

conseguenza della scelta della Compagnia di Gesù quale strumento. In
secondo luogo, né la mentalità, né la cultura (assai scarsa) di lei, quali ci
sono note dai documenti e dalle testimonianze, rendono credibile che
ella abbia consapevolmente concepito e costantemente voluto, ed anzi
imposto ai Gesuiti recalcitranti, la fondazione di un collegio umanistico
a Maglie; ché anzi gli atti e i fatti, rettamente interpretati, smentiscono,
piuttosto con aumento che con diminuzione dei meriti di lei verso noi
magliesi, questo mito. In terzo luogo, neppure la Compagnia di Gesù,
che della scuola classica magliese fu la prima realizzatrice, vi si indusse
per sua libera scelta. In quarto luogo, fu la Compagnia di Gesù a
spingere la duchessa Capece, la quale per suo conto non vi aveva
pensato mai, ad indirizzare anche verso l’istruzione popolare i suoi
disegni di pietà e di beneficenza»
54
.

Ad un giudizio così rigoroso si possono prospettare obiezioni che, oltre
a riguardare il fatto che la duchessa perviene all’istituzione di un luogo
deputato all’istruzione soltanto per aver scelto la Compagnia di Gesù,
investono anche altri aspetti. Sicuramente appare plausibile l’ipotesi
secondo cui è inspiegabile che un autore teatrale dedichi il suo lavoro
ad una persona incolta e ignorante; e poi, un ignorante ne avrebbe
recuperato il testo se non ne avesse compreso l’intrinseco valore? In
secondo luogo va obiettato che la scelta di un Collegio umanistico,
come testimonia il prof. A. Cadei, è il risultato della volontà di F.
Capece. Se poi è stato della Compagnia dei Gesuiti il merito di
indirizzare i disegni di pietà e di beneficenza della duchessa verso
l’istruzione popolare, non è poi per nulla appurato, in quanto quel che
appare evidente e prioritario è la loro volontà di fondare a Maglie un
casa per la Compagnia. Nel testo di De Donno appena riportato, la
nascita della scuola pubblica a Maglie appare come un gesto marginale
nelle scelte e nelle volontà della duchessa: il De Donno ritiene infatti
che sono i Gesuiti a sollecitare la duchessa ad istituire scuole pubbliche
e, comunque, F. Capece è affiancata dal “popolo privato magliese” e
dai Gesuiti di padre Sordi nella fondazione dell’Istituto Capece.
55
Lo
storico Emilio Panarese aggiunge ulteriori soggetti (il clero e i notabili)

54
N. DE DONNO, op. cit., pp. 24-25.
55
Ivi, pp. 34-35.
29

a quelli indicati da N. De Donno in questo atto fondativo ritenendo che
le scuole di latinità

«furono volute dal clero magliese che considerava i Gesuiti, nel campo
del favore popolare e della beneficenza, degli intrusi e degli
approfittatori, e volute furono pure dai notabili, dalla crema della
collettività magliese, quasi tutti gesuitofobi, i quali, suggestionando con
continue malefiche insinuazioni l’ottuagenaria duchessa, la spinsero ad
aggiungere nella Convenzione del ’47 delle postille relative alla “coltura
delle lettere”, postille che dovevano servire, nelle loro intenzioni, a
creare grossi ostacoli ai PP. Gesuiti in modo da costringerli alla rinuncia
dell’eredità; ma di fatto crearono poi un serio danno proprio
all’istruzione delle classi popolari, che di questi beni non poterono
usufruire se non in piccola parte »
56
.

Riguardo alle qualità intellettive della duchessa, è verosimile la sua
situazione di incertezza nelle decisioni che però non è di per sé una
prova di mancanza di istruzione o di cultura ma di una condizione
psicologica prossima ad uno stato ansioso e non alla incultura o
all’ignoranza. Questo parere è confortato dalle riflessioni di Antonio
Cadei, che nella relazione per l’a.s. 1875-76, tratteggia un breve profilo
della duchessa:

«Semplice di costume, ingenua, di sufficiente coltura, di retto
intendimento, non avendo prole, fu larga coi poveri e mostrò animo
grande preferendo all’ambizione di aumentare il censo di già ricche
nipoti, quella di benemerenza pubblica, che sovviene perpetuamente
all’afflitta e pericolante umanità perocchè in questo campo ella era
dapprima inclinata ad esser prodiga del suo patrimonio per Magliesi,
che tenea in conto di figli»
57
.

Queste qualità, non ultima quella della “sufficiente cultura”, disegnano
una signora mite, autenticamente altruista ma non sufficientemente
scaltra per intuire ogni azione da parte dei Gesuiti, i quali, osserva
ancora Cadei,

56
E. PANARESE, Cenni storici sullo sviluppo dell’istruzione pubblica a Maglie
dall’Unità ad oggi (1861-1985), “Contributi”, Società di Storia Patria per la Puglia –
Sezione di Maglie, V, n. 1/1986 pp. 24-25.
57
A. CADEI, cit. p. 5.
30


«tosto che ebbero sentore della esitazione della Capece nella scelta dei
mezzi più acconci ad iniziare l’opera generosa che andava meditando, le
furono dattorno con tutte le arti di chi vuole sfruttare per sé un gran
dono che ad altri si riserba, ma senza che appaia il reo tentativo e senza
formale compromesso »
58
.


L’assenza di legami familiari spinge F. Capece a produrre, in
data 18 febbraio 1843, a favore dei Gesuiti, un atto di donazione munito
di regio placito con Decreto del 21 ottobre 1843 con cui vengono
indicati beni mobili ed immobili, ma anche condizioni ed obblighi. La
Compagnia si impegna:

a) alla creazione obbligatoria ed immediata di una Casa a Maglie
dell’Ordine dei Gesuiti;
b) alla creazione “facoltativa da mettersi in atto comodamente sia col
miglioramento progressivo della rendita dei beni donati, sia
coll’aiuto di altre elargizioni di cittadini Magliesi, o di altri luoghi”,
di scuole pubbliche;
c) a tenere in Maglie “gli esercizi spirituali in ogni cinque anni”
59
;
d) a garantire alla duchessa un vitalizio ed una parte del palazzo
ducale quale sua dimora.

Queste ultima condizione viene dai Gesuiti disattesa e la duchessa si
vede costretta a chiedere ospitalità ai parenti leccesi. Non è solo questa
la circostanza (vi è anche il ritardo nella istituzione della scuola) che
induce Alessandro De Donno a suggerire alla madrina, ormai provata
nel fisico dall’età e dalle amarezze, di redigere un testamento nel quale
istituire la “Beneficenza di Maglie” quale erede universale dei suoi beni
al fine di realizzare “luoghi di pubblica utilità”, perché, secondo
Panareo, i Gesuiti:


58
A. CADEI, cit., p. 6.
59
Ivi, p. 16; R.D. del 1851 n. 2094 (v. Allegato n. 2).
31

«si mostrarono più intenti a riordinare l’amministrazione dei beni e a
spiegare attività spirituale qui e nei dintorni, anziché ad adempiere allo
speciale obbligo che si erano assunto. Tuttavia, nell’inverno del 1843-
44, che possiamo considerare come il primo anno dell’Istituto, si
decisero ad aprire una prima scuola di grammatica. A questa scuola,
formata di quindici alunni, seguì una seconda, ma non si mostrò di voler
andare più innanzi: per cui la Duchessa, parendole che i Padri non si
attenessero alle condizioni alle quali era stata sottoposta la donazione, si
decise a richiamarli ai patti, rivolgendosi al Padre Provinciale»
60


A fronte di questo scarso impegno che i Gesuiti dimostrano nell’istituire
la scuola a Maglie, la duchessa reagisce con un atto scritto per mano del
notaio G. Miglietta, datato 26 ottobre 1847. Con esso, F. Capece
ribadisce la sua volontà di veder istituite le “scuole sublimi”, impegna il
padre superiore Mortari, succeduto intanto al padre Sordi come
amministratore dei beni della Compagnia, a tenere in Maglie le scuole
di latinità. Colti dai moti popolari del 1848, i Gesuiti, il 13 marzo,
lasciano la residenza di Maglie: al palazzo loro riservato il giudice
Jannibelli pone i sigilli, mentre il sottointendente De Caro elegge una
commissione per l’amministrazione dei beni confiscati. La duchessa,
non ricevendo la quota di 600 ducati che aveva richiesto ai Gesuiti
come vitalizio legato alla sua donazione, si rifugia a Lecce presso la
casa del duca Frisari, suo parente. Qui permane a lungo, finché il duca,
infastidito dal protrarsi dell’ospite, la invita ad andare via
61
.
Con il denaro che riceve dal recupero di un credito dal nipote, il Duca di
Taurisano Michele Lopez (1810-1864), prende in affitto una casa
ancora a Lecce. Qui conduce una vita di stenti perché continua a donare
denaro a quanti si trovano in condizioni di miseria fino al punto di
trovarsi ella stessa in uno stato di indigenza. Rivolge in ogni direzione
le sue richieste di aiuto, ma non trova ascolto. Auspica perciò la revoca
della “donazione fatta ai PP. Gesuiti perché essa non corrisponde più al
fine per cui gliel’aveva fatta”
62
. Il 5 novembre 1848, F. Capece, alla

60
S. PANAREO, Discorso tenuto nel I Centenario della fondazione dell’Istituto
“Capece”, Maglie 18 nov. 1943, Tip. Messapica, Maglie, pp. 22-23.
61
S. PANAREO, La duchessa, cit. pp. 35-36.
62
Ivi, p. 21.
32

presenza di A. De Donno, e di alcuni familiari, redige quest’atto di
annullamento del suo provvedimento:
«Nomino ed istituisco erede universale in tutti li miei beni, dritti, azioni
e ragioni, che mi competono, e mi potranno competere, la beneficenza,
dico la beneficenza di Maglie, mia Patria, acciocché facesse fiorire la
religione, e le lettere, occupandosi principalmente stabilire in detta mia
Patria luochi pii e di pubblica utilità come meglio crederà. Ed è mia
volontà che si rivocasse la mia donazione alli PP. Gesuiti, perché non
corrispondono più al fine per cui da me fatta»
63
.
La donazione al Comune di Maglie avviene malgrado i rapporti con
l’Amministrazione non siano stati in passato privi di contrasti morali e
legali
64
.

63
Ivi, p. 25. Mancano elementi probanti che aiutino a capire se il cambiamento della
destinazione testamentaria dei beni fosse stato indotto da una contrarietà alla
scaltrezza dei Gesuiti, o se i ritardi o la inosservanza delle condizioni testamentarie
(come afferma Alessandro De Donno) discendano dalle lungaggini degli adempimenti
amministrativi che richiede l’avviamento di una Istituzione. Questa seconda
circostanza è però ipotetica perché il decreto che autorizza i Gesuiti a istituire una
“casa per la istruzione e l’educazione della gioventù” è datato 20 agosto 1851, ben
tredici anni dopo il Decreto che autorizza la stessa Compagnia ad accettare la
donazione della duchessa. Un periodo francamente prolungato per ritenere strumentale
l’iniziativa di Alessandro De Donno nei confronti della duchessa ai fini di un cambio
del testamento.
64
A. CADEI, cit., pp. 5-6: Ne è esempio la circostanza della possibile realizzazione
dell’Ospedale, quando la duchessa, come ricorda Cadei, mostra “poca fiducia…nella
pubblica Beneficenza del Comune, in vista degli arbitri e del vandalismo cui
soggiacea quella nobile istituzione sociale, per opera d’un governo tanto immorale
quanto dispotico”. Altrettanto importante è ritenere F. Capece una feudataria non
disinteressata all’esazione delle sue rendite nel feudo di Maglie. Al proposito vi sono
delle delibere del decurionato magliese datate tra il 1807 e il 1809 dalle quali si evince
che il Comune ripetutamente si oppone, alla luce delle leggi sull’abolizione della
feudalità, alle pretese della baronessa che esige il pagamento dei suoi antichi diritti
baronali ammontanti inizialmente a ducati 235. La delibera, datata 13 luglio 1807, è
chiara a tal proposito ed infatti si legge come “l’ex baronessa di questa terra, sta
proseguendo ad essigere le decime ed altri giussi feudali nonché le ragioni” alle cui
pretese il decurionato risponde “che l’ex baronessa non essiga né settesima, né
decima, né quindicesima, né vigesima, né raggioni, né erbatiche, che con usurpazione
intende essiggere […]” (cfr. Archivio Storico Comune di Maglie - Atti del Parlamento
Comunale di Maglie del 1807, Sez. 2, Cas. 3, Nr. 2 della pratica, Registro de’ processi
verbali del Decurionato di Maglie principiato a 1 maggio 1807 in avanti // Oronzo
33

Dopo dodici giorni, provata psicologicamente, ma paga per aver portato
in porto il suo progetto, il 18 novembre 1848, all’età di 80 anni, cessa di
vivere e da Lecce il suo corpo viene traslato nella Chiesa Madre di
Maglie. Seguono altre vicende riguardanti questi beni e in particolare
sull’adempimento degli obblighi testamentari. Il rapporto tra Francesca
Capece e i Gesuiti dimostra, secondo il resoconto di Alessandro De
Donno, come la verità spesse volte è confutata a vantaggio di sentimenti
di parte che possono influenzare i biografi successivi. Ne è esempio
Nicola De Donno che ha avuto il merito di ritrovare un documento,
scritto per mano di Domenico Sordi, nel quale è descritto il suo punto di
vista in merito alle vicende che interessano l’istituzione della
beneficienza magliese. I tratti che vengono delineati da questa
narrazione permettono di fare chiarezza su alcuni punti che sino a
qualche tempo fa si ritenevano ineccepibili. Con il ritorno a Maglie dei
Gesuiti, più che le sollecitazioni della duchessa, sono i prodromi della
rivoluzione del 1848 ad indurre i Gesuiti a istituire un Ginnasio-
Convitto. La loro espulsione mette in crisi il sistema scolastico di Terra
d’Otranto: si veda a tale scopo la contrazione delle frequenze nelle
scuole gesuitiche leccesi. Il loro ritorno nella patria magliese non solo
accelera l’istituzione delle scuole ma permette anche di accontentare la
duchessa che lamenta la lentezza con la quale la sua opera si realizza.
Con il Decreto reale del 20 gennaio 1851, viene così sancita la nascita
dell’Istituto per l’educazione ed istruzione della gioventù magliese. Il
Decreto così recita:

«Accordiamo il nostro beneplacito allo stabilimento nel comune di
Maglie, Provincia di Terra d’Otranto, di una casa gesuitica per
l’educazione ed istruzione della gioventù, coi beni donati dalla duchessa
di Maglie, donna Francesca Capece»
65


Garzia decurione e segretario. 1807). Il Comune, il 14 giugno 1809, sarà dal Sacro
Regio Consiglio definitivamente condannato al pagamento. Questi documenti,
tuttavia, non sono sufficienti a determinare con certezza quanto l’esercizio feudale
della baronessa è vessatorio e quanto influisce sull’economia del paese, anche se la
feudalità di F. Capece non sembra meno grave di quella diffusa nel resto del
Mezzogiorno.
65
V. DE DONNO, Oronzo De Donno juniore e la rivendicazione dei beni della
Duchessa Capece dal Demanio, Stab. Tip. Giurdignano Lecce 1919, pp. 18-19.
34


Con l’unità d’Italia del 1860 e la conseguente soppressione della
“Compagnia di Gesù”, in un primo momento il Fisco è indotto ad
indemaniare i beni dei Gesuiti, compresi quelli inerenti la donazione di
F. Capece. Questi beni però non appartengono più alla “Compagnia di
Gesù” ma alla Municipalità di Maglie in virtù delle ultime volontà
testamentarie della Capece. Tra i numerosi reclami per il
riconoscimento dei diritti della donazione al Municipio di Maglie, vi è
quello dell’on. Oronzo De Donno (1819-1886) che alla Camera dei
Deputati nella seconda tornata del 30 maggio 1864, interviene con un
disegno di legge per l’erogazione del legato Capece a favore del
Municipio di Maglie. Il Governo cede questi beni al Comune di Maglie,
in modo provvisorio. Si rende obbligatoria una ulteriore azione del
Comune, mirante ad ottenere l’acquisizione definitiva e completa dei
beni che viene finalmente soddisfatta il 6 ottobre 1871.

La realizzazione del monumento per onorare la memoria della
duchessa, trova ancora l’iniziativa di Alessandro De Donno. Egli si
rivolge ad Antonio Bortone, rinomato scultore di Ruffano
66
con un

66
Antonio Ippazio Bortone nasce a Ruffano nel 1844; muore a Lecce nel 1938. Il
padre, Carmelo Portone (sarà lo stesso Antonio a cambiare l’iniziale del cognome), è
fabbro, la madre, Anna Maria Antonino, contadina. Mostra il suo talento
precocemente. A soli 10 anni, nel 1854, realizza il busto del padre Carmelo dal quale
apprende la manualità per modellare i materiali. Sarà questa sua realizzazione a
costituire un “biglietto da visita” per farsi conoscere ed avviarsi agli studi artistici. E’
un ricco signore di Ruffano, Don Antonio Lezzi, che alla vista del busto del padre di
Antonio, lo presenta al barone Sozy Carafa, governatore della Provincia di Terra
d’Otranto. Questi gli chiede un ritratto e Antonio lo esegue. Tale prova gli serve per
ottenere un posto di convittore nell’ospizio Garibaldi di Lecce. Da qui ogni giorno si
reca alla bottega dello scultore Antonio Maccagnani, divenendo suo discepolo nello
studio del disegno e della tecnica scultorea. Da Lecce, grazie ad un sostegno
finanziario da parte della Deputazione Provinciale, si reca nel 1861 a Napoli presso
l’Istituto Superiore di Belle Arti per la continuazione degli studi. Dopo aver terminato
gli studi accademici, nel 1865 si reca a Firenze per arricchire le sue conoscenze
stilistiche entrando in rapporto, grazie ad una lettera di presentazione del marchese
napoletano Casanova, con Giovanni Duprè, famoso scultore che opera in questa città.
E’ qui che realizza, nel 1866 “Il gladiatore morente”, una piccola ma importante
scultura, oggi di proprietà privata (è nel Palazzo Tamborino di Maglie) che gli vale
35

laboratorio a Firenze, inviandogli il suo opuscolo Memorie su la origine
e le vicende dell’Istituto Scolastico Capece di Maglie, pregandolo di
realizzare un bozzetto di un monumento sulla base delle considerazioni
e degli elementi descritti ed esposti nel testo. La risposta dello scultore
è positiva ed è espressa con queste parole:

«Volentieri accetto, tra perché voi lo volete, e tra perché il soggetto mi piace:
l’originale del Monumento sta nel vostro opuscolo- faccia Dio ch’io riesca a
copiarlo»
67
.

Dopo pochi mesi il bozzetto in gesso è esposto al pubblico in un salone
del Palazzo De Donno. Nasce sotto la Presidenza onoraria dell’avv.
Alessandro De Donno un comitato per raccogliere fondi al fine di
ricompensare Bortone per il suo lavoro, oltre alle spese di sistemazione.
L’emolumento a Bortone raggiunge la cifra di lire diciassettemila. La
scelta del luogo avviene dopo che le proposte per Piazzetta delle palme
(oggi Piazza Francesca Capece) ed il cortile dell’Istituto (proposto da

l’ammirazione del Duprè. Successivamente realizza numerose opere a Firenze, alcune
delle quali per le Basiliche di S. Croce e di S. Maria del Fiore, in altre località italiane,
a Lecce ed in provincia. E’ del 1896 l’incarico per la realizzazione del monumento a
F. Capece; I. LAUDISA, L’opera di Antonio Bortone, in: AA.VV., “Antonio
Bortone”, Proloco Ruffano, Editr. Conte, Lecce 1988, p. 24; Scrive il critico d’arte
Ilderosa Laudisa: “Il monumento proponeva due figure trattate in modo ben diverso.
La donna, scolpita con meticolosa attenzione ad ogni particolare dell’abbigliamento e
del viso, sul quale il tempo e le vicissitudini avevano lasciato evidenti tracce, è una
figura reale; sembra quasi una immagine ricavata da fotografia. Il fanciullo, in
quanto figura allegorica, è seminudo, di belle fattezze e fortemente idealizzato. I
simboli della “Conoscenza” e della “Fede” legano i due personaggi. Alcuni
particolari, quali le mani della Capece sulla spalla del ragazzo e la posizione di
quest’ultimo, riportano alla mente una delle opere eseguite nel primo periodo
fiorentino: la “Carità religiosa”; Luigi Bardoscia, Antonio Bortone,
Centocinquant’anni dalla nascita, Calendario del 1994). L’opera è realizzata a Firenze,
ed alla sua inaugurazione Antonio Bortone non è presente. La notizia su quest’opera è
riportata da numerosi giornali locali, nazionali, (in particolare toscani) e
internazionali. Vanno ricordate le testate Popolo meridionale, Propugnatore,
L’Avvenire, Il Corriere Meridionale, La Gazzetta delle Puglie, La Provincia di Lecce,
Commercio toscano, Il Fieramosca, L’Illustrazione Italiana, Anthologie Revue, Le
Monde illustré.
67
A. DE DONNO, op. cit., p. 126.
36

Alessandro De Donno) sono rifiutate. E’ dunque Piazza Municipio ad
accogliere il monumento. Per motivi di schieramento politico e per la
complessità e imponenza del gruppo scultoreo è anche rigettata la
proposta avanzata autonomamente da un altro illustre scultore, il
magliese Giuseppe Mangionello (1861-1939), consistente in un’opera
formata da una figura femminile (la duchessa) accompagnata da un
gruppo di adolescenti che si dirigono dalla piazza all’Istituto
68
.
Il monumento é collocato al centro della Piazza di Maglie nel 1898.
Dopo due anni, è fissata al 29 luglio 1900 la cerimonia
d’inaugurazione
69
.

Dalle considerazioni e riflessioni di questa ricerca può
evidenziarsi una inedita lettura delle vicende umane, delle conoscenze e
delle attitudini culturali di Francesca Capece.
La vicenda della donazione mostra un aspetto certamente non marginale
nella ricostruzione che storiografi e cronachisti hanno fatto. La pluralità
di soggetti che si avvicendano nel dialogo con la duchessa, sembrano
animati da un solo comune denominatore: trarre un qualche vantaggio
da così grande patrimonio. I suggerimenti, le proposte, i consigli rivolti
alla duchessa spiegano l’opera di screditamento che queste persone
attuano reciprocamente, il cui esito è quello di danneggiare anche la
figura virtuosa della principale protagonista. Potrebbe essere stato
generato da questo clima il giudizio contraddittorio e comunque non
univoco che nel corso del tempo gli storiografi e cronachisti prefigurano
della duchessa, da poco istruita a incolta, da persona insicura a
sempliciotta. Pur appellandosi a documentazioni che attestano le loro
valutazioni, questi biografi di F. Capece, non li esibiscono. L’unico
documento che consente perciò di prefigurare tratti differenti dai giudizi
attribuiti è innanzitutto il componimento teatrale qui presentato che
essendo scritto in un periodo precedente a tutte le biografie fin qui
discusse, è un documento indipendente ed utile a prefigurare una

68
Seduta Consiglio Comunale del 7 luglio 1897. (Allegato n. 3).
69
C. GIANNUZZI, I primi cento anni della vecchia signora, “Gazzetta del
Mezzogiorno”, 24 luglio 2000 (articolo pubblicato in occasione del centenario
dell’inaugurazione del monumento).
37

diversa valutazione sulle capacità culturali e sulle caratteristiche
psicologiche della duchessa.
Sicuramente il contributo da lei dato per l’emancipazione della
popolazione dal punto di vista educativo è rilevante ed ha influito
moltissimo sulla storia stessa di Maglie. E’ altrettanto vero che non è
valutabile quanto l’atto di beneficenza abbia potuto contribuire ad
affrontare le cause strutturali della povertà mentre è certo che sia stato
rilevante il patrocinio nella fondazione degli studi in Maglie perché la
base economica e culturale sulla quale si impianta la scuola magliese ha
la sua fondazione proprio nel lascito della duchessa. Oggi, il gesto di
Francesca Capece è quanto mai attuale e vivo in seno alla comunità
magliese per il prestigio e la fama che la città ha ottenuto proprio per i
meriti culturali che l’Istituzione scolastica da lei voluta ha saputo
raggiungere nel tempo.






















38





































39











ALLEGATI

























40





































41

ALLEGATO 1

COLLEZIONE DELLE LEGGI E DECRETI REALI DEL REGNO
DELLE DUE SICILIE, Anno 1835: Decreto relativo all’acquisto di
alcune case e di una bottega da farsi dal Comune di Maglie in Terra
d’Otranto ad oggetto d’ampliarne la sua piazza.

Napoli, 25 Agosto 1838.

FERDINANDO II, PER LA GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE
SICILIE, DI GERUSALEMME ECC. DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO
EC.EC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC. EC. EC.
Veduta la nostra sovrana risoluzione de’ 25 di giugno ultimo presa
sull’analogo avviso della Consulta de’ nostri reali dominii di qua del
Faro; Sulla proposizione del nostro Ministro Segretario di Stato degli
affari interni; Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto
segue.
ART. 1. Autorizziamo il comune di Maglie nella Terra d’Otranto di
mandare ad effetto il progetto fatto, e precedentemente approvato di
ampliare la sua piazza; e per conseguenza rimane facoltato di acquistare
per servirsene all’uopo le case cioè di D. Giorgio Garzia per ducati
duemila cinquanta e grana 55; di Fortunato Cazzatello per ducati
millequattrocentonove e grana 85; della vedova Micolano per ducati
dugentosettantanove e grana 5, e la bottega del Capitolo per ducati
centoundici; su di che è stato specialmente impartito particolare regio
assenso, come da decreto apposito de’ 19 di aprile ultimo, e real
rescritto per lo Ministero e real Segreteria di Stato degli affari
ecclesiastici de’ 16 del seguente maggio.
2. I denotati prezzi de’ fondi designati saranno pagati col denaro che si
trova in cassa, cogli altri destinati nello stato discusso all’articolo di
opere pubbliche, e col ritratto della vendita del Sedile comunale, di cui
si è ammessa l’espedienza a’ termini degli atti riguardanti questo affare.
3. Le spese di apprezzo de’ cennati fondi, e quelle delle pubbliche
scritture, ed altre su queste basi, saranno pure sopportate dal comune,
facendosene esito dalla cassa comunale.
42

4. Il nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni è incaricato
della esecuzione del presente decreto.

Firmato FERDINANDO

Il Ministro Segretario di Stato degli affari interni Firmato, Nicola
Santangelo. Il Consigliere Ministro di Stato Pres. Interino del Cons. de’
Ministri. Firmato, Marchese Ruffo. (p. 73 e 74).




























43

ALLEGATO 2


COLLEZIONE DELLE LEGGI E DE’ DECRETI REALI DEL
REGNO DELLE DUE SICILIE, Anno 1851 – Semestre I, da tutto
gennaio a tutto giugno – Stamperia Reale, Napoli 1851 p. 15: (N° 2094)
Decreto autorizzante lo stabilimento di una Casa Gesuitica nel comune
di Maglie per la educazione ed istruzione della gioventù.

Napoli, 20 Agosto 1851.

FERDINANDO II, PER LA GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE
SICILIE, DI GERUSALEMME EC. DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO
EC.EC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC. EC. EC.
Veduto il nostro real decreto de’ 21 di ottobre 1843, col quale
autorizzammo la Compagnia di Gesù in questi reali dominii ad accettare
la donazione fattale dalla Duchessa di Taurisano D. Francesca Capece
con l’istrumento del 18 di febbrajo detto anno 1843 per lo notajo in
Melendugno Raffaele de Rinaldis, con le condizioni e co’ patti
nell’istrumento stesso apposti, tra’ quali quello di doversi stabilire nel
comune di Maglie una Casa Gesuitica per la istruzione della gioventù;
Sulla proposizione del nostro Ministro Segretario di Stato degli affari
ecclesiastici e della istruzione pubblica;
Udito il nostro Consiglio ordinario di Stato;
Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue.
ART. 1. Accordiamo il nostro beneplacito allo stabilimento nel comune
di Maglie, provincia di Otranto, di una Casa Gesuitica per la educazione
ed istruzione della gioventù co’ beni donati da detta Duchessa di
Taurisano D. Francesca Capece.
2. Il nostro Ministro Segretario di Stato degli affari ecclesiastici e della
istruzione pubblica è incaricato della esecuzione del presente decreto.

Firmato, FERDINANDO.

44

Il Ministro Segretario di Stato degli affari ecclesiastici e della
istruzione pubblica Firmato, F. Troja. Il Ministro Segretario di Stato
Presidente del Consiglio de’ Ministri. Firmato, Marchese Fortunato.
Certificato conforme. Il Ministro Segretario di Stato Presidente del
Consiglio de’ Ministri. Firmato, Marchese Fortunato.































45

ALLEGATO 3


Consiglio Comunale del 7 luglio 1897
Oggetto: concessione di suolo gratuita per l’erezione del monumento alla
duchessa (lettera inviata dalla sottoprefettura di Gallipoli alla richiesta di
Raffaele De Donno)


Oggetto: Monumento a F. Capece-Verbale adunanza del 31 maggio 1897 h.9
Presidenza sindaco Valentino Cezzi
Presenti i consiglieri: Donato Ferramosca, cav. Oronzo Garzia, cav. Donato
Zocco, Palma Salvatore, Sticchi Oronzo, Cazzatello Andrea, Ferramosca
Salvatore, Mellone Tolentino, Marcello Palma.
Segretario Comunale: Cesare Miglietta.

Il Presidente legge al Consiglio la nota del 19 Aprile u.s. del Presidente del
Comitato del monumento a F. Capece, concepita nei seguenti termini:

“ La S.V. è già a conoscenza come sia stato costituito un Comitato per
l’erezione di un monumento alla benemeriata duchessa F. Capece, per la
esecuzione del quale monumento è stata affidata all’illustre scultore cav.
Antonio Bortone. A tale opera che oltre ad essere l’adempimento di un dovere
di gratitudine verso la memoria di una tanto magnanima signora, servirà
ancora a decorare la piazza maggiore di questa città certamente vorrà con
larghezza concorrere l’onorevole amministrazione del nostro Municipio”

Come sindaco chiedo che come Amministrazione deliberi la concessione
gratuita di tanto suolo di questa piazza Municipio quanto ne crederà necessario
lo scultore cav. Bortone e nel luogo della stessa ove il Comitato e il sullodato
artista determineranno di erigere il detto monumento. Allego copia conforme
della deliberazione del 7 dicembre 1896 del Comitato per il Monumento e
del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Capece.
Firmato Pres. Oronzo Garzia

Legge la delib. Del Consiglio di Amministrazione dell’Opera Pia Capece del 7
dicembre 1896 con la quale si indicano le iniziative prese sin dal 1888 e nel
1890 dal Consiglio Municipale.
46

Il presidente manifesta che erigere un monumento alla più cospicua
personalità magliese che è la benemerita duchessa F.Capece, è opera di
operosa gratituddine di un popolo il quale ripete dalla sua istituzione i più
grandi benefici di progressio morale e civile.
Niuno fu tanto grande nel concetto del bene della sua Patria; niuno creò una
gloria duratura e un beneficio perenne ai suoi cittadini quanto la magnanima
duchessa F. Capece la quale spogliandosi di ogni suo bene lasciava il popolo
magliese erede della cospicua sua fortuna, perché con i suoi mezzi si fosse
istruito ed educato nelle lettere, nelle scienze e nella religione….

All’unanimità di voti per appello nominale

Delibera

1) di concorrere all’erezione del monumento della benemerita duchessa
F.Capece con lire 5.000 pagabili in 5 anni, con lire 1.000 all’anno da stanziarsi
nel bilancio del 1898.
2) Alla stessa unanimità stabilisce che il monumento della benemerita
donna sia affidato all’illustre scultore Antonio Bortone per lire 17.000 e che
sorga nella piazza Municipio luogo il più adatto per il collocamento del
monumento cedendo al Comitato gratuitamente il suolo che occorrerà e
precisamente nella piazzetta prospicente al Palazzo Municipale.



(Trascrizone della seduta tenuta nel Comune di Maglie. L’originale della
delibera è depositato presso l’Archivio Comunale).












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ALLEGATO 4


48









49



Il Teatro moderno applaudito


ossia
raccolta di tragedie, commedie, drammi e
farse
che godono presentemente del più alto
favore sui pubblici teatri,così italiani,
come stranieri;
corredata di notizie storico-critiche e del
giornale dei teatri di Venezia.
Tomo XLV
In Venezia, il mese di Marzo l’anno 1800
Stampato da Antonio Fortunato Stella

Giornale dei teatri di Venezia
Anno VI, Numero I, Parte I
PRIMAVERA E FIERA
DELL’ASCENSIONE
MDCCC

Si apersero anche quest’anno colla solita
alternativa di due in due li Teatri nelle
due stagioni di Primavera ed Estate per
massima stabilita fin dal 1797








50

IL CIECO

Farsa inedita
del N.H. Pietro Vettor Corner
in Venezia MDCCC










Personaggi:


Nirsa, sotto la figura di
Alibek
D’Almont
Zulmis, suo figlio
Mompebar, sommo
sacerdote
Nadina, sua figlia
Bender
Sacerdotesse
Parenti, ed Amici di Zulmis
Silfi


La scena è in Dely capitale dell’Indostan,
vicino al tempio della dea Visnau


51

ATTO PRIMO
Viale interno che conduce alle stanze di d’Almont

Scena I – D’Almont e Bender
Alm. (uscendo immerso nella più viva tristezza). Lasciami.
Ben. No.
Alm. Che vuoi?
Ben. Dall’amicizia l’origine scoprir del tuo dolore. Invan cerchi sottrar
l’alma abbattura. Dall’incessante mio pregar. Se tardi, Se più sdegni
svelarmi un tale arcano; Un uom, che t’ama. crudelmente offendi. Tu
piangi? Oh Dio! Qual mai cagion funesta il seren de’ tuoi turba ed
oscura? Parla, spiegati alfin.
Alm. Troppo infelice son io; non ti curar di esserne a parte.
Ben. Qual disastro ti opprime?
Alm. Il più crudele. Ne vi sarà chi possa … Ho già perduta. Di ripararlo
più la cara speme.
Ben. Come! Che dici mai?
Alm. Tanta sventura. Il ciel mi destinò per esser sempre nel cammin di
mia vita un padre oppresso?
Ben. Tal non ti vidi un tempo; allor che sciolsi da questo lido al vento
amico i lini verso l’indico mar. Son mi rammento cinque giri di sole
ormai compiuti. Quanto da quell’istante, in cui mi trassero lunge gli
affari miei dal patrio cielo, tu mi sembri diverso! Oh come il tempo
cangia la serie delle cose umane! Io più non ti ravviso, allor tu avevi
sempre il riso sul labbro, e nel tuo core brillava nel suo pien letizia, e
pace. A te ritorno, e son due giorni appena che in questi luoghi
d’amistade io vivo; che l’occhio incerto in te veder non sembra più
l’amico in l’amico, e sol ricetto son questi asili del dolor, del pianto.
Alm. Bender, tu mi risvegli in questo seno la dolce idea del mio
primiero stato, che una cieca credenza fea felice. Ma fora or vano il più
sperar mia pace, che un funesto pensier mi avvelena. Dell’ambascia più
cruda il core afflitto.
Ben. Si minoran di peso i mali acerbi svelati all’amistà. Deh se tu
m’ami narrami tutto.
Alm. Caro amico!
Ben. Un nome così sacro non merita il tuo silenzio.
52

Alm. T’appagherò, tu mi costringi, e molto. Al sensibil tuo cor tacqui;
m’ascolta. Un figlio io serbo unico al mondo, e caro, che fin dai primi
teneri vagiti cieco mi nacque; ricordar ti devi tu pur lo stato suo; egli
compiva il terzo lustro, allor che tu sciogliesti l’ancor lungi dalle patrie
spiaggie, Nadina figlia al sommo sacerdote, che al nostro nume di
Visnau qio serve Sacro ministro. E’ il solo ben che adora. Cresciuti
insiem dalla più verde etade, ei concepì per questa donna in seno,
benchè privo di luce, un dolce affetto. Sulla fé di un oracolo proposte,
fur le lor nozze, assicurando questo che sul ventesim’anno egli
aprirebbe le luci al giorno. E quindi ebbero tutto di parlarsi il piacer, di
amarsi entrambi. Il sapiente Alibek, uom venerando, che di queste
contrade era ornamento, intraprese la sacra opra pietosa di penetrar
dove di Zerma è il fonte, per ivi attigner l’acqua, che dovea le luci aprir
dell’infelice figlio. Questa lieta speranza a me rendeva l’esistenza
felice, e il cor tranquillo ma, oh dio! Che forse ei più non vive, e invano
un lustro io l’aspettai, l’attendon essi. Ed oggi il dì si compie, in cui le
luci restaran di mio figlio in una eterna oscurità sepolte. Al caro pegno
che di mia età cadente esser dovea con l’acquisto degli occhi il mio
conforto, oh dio! La pace anche del cor fu tolta, e il men sarà de’ mali
suoi la tomba.
Ben. Che mi narrasti mai? Quanto a ragione l’infelice suo stato, e il tuo
dolore degno è di pianto! Ma perché non ponno, anche privo di luce,
unirsi insieme? Nadina adora Zulmis, d’altri oggetti non si cura il suo
cor, dunque chi vienta un si dolce imeneo?
Alm. Suo padre istesso. De’ pregiudizi più volgari amico ei da fallaci, e
basse idee corrotto. Delle menti più deboli e insensate che spargon sui
viventi i stolti semi. Perché mai dall’error sia il mondo vuoto, la cecità
di Zulmis ei ravvisa come un castigo del maggior pianeta. L’astro
dominator dell’universo illumina ciascun ch’egli pur ama. Ei dice. Ah
certo egli odia Zulmis, plachi l’irato sdegno di quel nume offeso, vegga
lo spazio interminabil, scorri le vie del cielo, e come noi le adori o sia
Nadina eternamente sciolta. Dal perverso mortal che l’astro ha in ira.
Ben. Stolta credulità!
Alm. Nadina amante piange, geme, sospira, né si stacca mai dal tenero
suo Zulmis che l’ama. L’anima sua da mille affanni oppressa eterna
fedeltà giura serbarle. Qui poco lunge nel vicino bosco, seduti entrambi
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all’ombra di una pianta, fan co’ lamenti impietosir le belve. Io questa
sventurata amabil figlia la vidi in quell’età che mal sicure imprimea sul
terren l’orme mal ferme. Crebbe sotto quest’occhi, e tante volte
incrociando le braccia al di lei collo, pargoletta innocente, al sen la
strinsi. Così care memorie aggiungon nuovi tormentosi disastri a questo
core. Zulmis tra un’ora il quarto lustro si compie. E agli occhi suoi
l’oscuro orrido velo non si riapre. Di Visnau il ministro, il genitor verrà
tra poco; oh dio! A crudelmente disunirli, i cuori, a lacerar di due
mortali amici, a separarli eternamente e a sciorre eternamente i
giuramenti loro. Che sarà di mio figlio? Ah qual gli serbi gran motor
delle stelle infausto stato!
Ben. Calma i trasporti, una sol via ti resta se all’amicizia mia doni un
ascolto, onde render felice il figlio amato e insiem Nadina a te gradita e
cara. Poco lunge di qua sul mar tranquillo ho il mio naviglio; pria che
compia il tempo una fuga preceda il lor destino, e l’imeneo sotto altro
ciel si compia. Più non si tardi, andiam (s’incammina).
Alm. (trattenendolo) Ferma un momento, giovine generoso, ah tu
favelli con l’idea di giovarci e più non pensi a qual periglio espor dovrei
mio figlio, e insiem questa che al par donsella apprezzo. Tu sai che
presso le indostane leggi reo si condanna a inevitabil morte qualunque
osasse con un nero inganno mancar di fede al sacro voto espresso.
Aggiungi ancor che in queste spiaggie ognuno del Nume è servo ed è
Nadina istessa sacerdotessa del divoto tempio. Come vuoi tu ch’ella
abbandoni il padre e i sacri indispensabili doveri? Ch’io dal sentier
della virtù torcendo una rea fuga incautamente approvi? No, no, sia pur
del figlio mio la sorte quanto esser può nemica, io voglio solo l’alto
decreto rispettar dei numi.
Ben. Ma donde speri? Chi t’ispira tanta fede?
Alm. Religion.
Ben. E’ di te degno, nol niego, un tal pensier ma il tempo…
Alm. Il sacerdote a noi qui vien, la sacra Veste lo adorna, oh cielo! Ah
voi donota pietosissimi dei, lena a quest’alma (osserva con somma
attenzione e rammarico).

Scena II - Mompebar con seguito, Sacerdotesse tutte velate e detti.

54

Mom. In nome della dea che qui si onora, Sacro ministro a te guido i
miei passi entro i recinti dell’augusto tempio, sono a schiera raccolti i
miei congiunti. Il momento è vicin, ne v’ha che un solo ultimo istante
dopo cui trascorsa la quadrilustre età compie tuo figlio. Zulmis non
nacque per Nadina, il Cielo troppo lo abborre e il sol minaccia irato
oscuritade eterna agli occhi suoi. Ardon le faci di divino lume pegli
antri cupi e su marmoree volte accese son le bianche cere e innanzi del
simulacro splendon chiare fiamme. A’ tuoi parenti unito il figlio tuo
entro lo spazio di quest’ultima ora guida al sacrato altar. L’alto
comando t’impon per Mompebar la dea del tempio.
Alm. Temuto e venerabile ministro di questo sacro asilo, i cenni tuoi
pronto e sommesso ubbidirò fedele, che per tua bocca mi prescrive il
nume. Gia’ l’atroce destin del figlio mio reso è deciso e per lui meglio
fora la morte che vita di sventure piena. La tua Nadina in egual duolo
immersa non si pasce che in pianto, e sono entrambi spettacol di pietade
ad ogni cuore. Ei nella sua disgrazia altra non ode pena crudel che
l’abbandon di lei. Povero Zulmis mio! Qual mai ti serba l’ingiustissima
sorte acerbo affanno!
Mom. (avvicinandosi a d’Almont con meno gravità) D’Almont innanzi
a te parve il ministro. L’amico parli e di Nadina il padre. Un uom tu
vedi in me che al tuo dolore sente egual nel suo sen l’acerbo affanno.
M’è noto già quanto la figlia mia dolce amor, raro amor per Zulmis
nutra, né sdegnava il mio cor veder compagno mortale a lei tanto
gradito e caro. Ma parla il nume ed obbedirlo è forza. Noi che adoriam
de’ suoi divini raggi il fuoco rosseggiante che prostrati in semicerchio
con le giunte palme veneriam, lo splendor che al mondo dona, noi che
sugli occhi de’ figliuoli nostri la sua luce invochiam propizia sempre,
come soffrir che un essere infelice sia congiunto al mio sangue e
all’astro in ira? Conosci quanto il dover mel vieta. La ragion di sia
guida al fato avverso, t’appaga, aduna i tuoi ch’io vado al tempio (parte
seguito dalle Sacerdotesse).
Alm. Al doloroso uffizio il cor mi manca. Vieni amico conforta un
padre oppresso, conduci al tempio il figlio mio, lo avviva. Questa prova
d’amor da te domando:
Ben. Si, lo farò misero padre!
55

Alm. Assisti gran dio, tu che lo puoi la mia costanza (parlano
sostenendosi).

Scena III – Ameno e solitario boschetto, nel centro di una campagna
sparsa di marmi, fiori e graziose colline vedute in lontananza sopra le
quali spuntano i raggi nascenti del sole. Nadina e Zulmis seduti a piedi
di un sicomoro immersi ambidue nella più viva afflizione.

Zul. Non v’è più che sperar cara Nadina, compagna indivisibile e
fedele, separarci convien. La mia sciagura eterna il nume a’ danni mie
la scrisse (s’alza). Cara non pianger più,
Nad. (alzandosi) Ch’io più non pianga Zulmis, che dici mai? Questi
miei lumi sazi mai non saran di esser bagnati di lagrime dolenti. Anima
mia, io che sempre bramai d’esserti accanto, che un lustro intero al
fianco tuo men vissi nel più costante amor, come Nadina vivrà disgiunta
e non morrà d’affanno?
Zul. Non accrescer, ti prego, i mali miei col tuo dolor, e il barbaro mio
stato. Già di tanta sventura e tanto danno sull’esistenza mia miglior sia
la morte. Oscuritade, tenebria profonda solo m’avvolge e me circonda
ovunque. Dell’Ente primo ogni creata cosa m’è tolto di veder.
Quest’universo che mi pingesti immenso, circondato da mille e mille
astri lucenti, i cui corpi dominatori nuove genti son destinati a
illuminar, non scorgo che densa notte. L’uomo a me simile non so che
sia, la di lui forma solo m’è nota dalla mia, della natura i prodigiosi
doni io li conobbi ma non li vidi mai. Queste colline, ci cui narrasti
tante volte il grato dilettevol soggiorno, ove dall’alto un perfetto
orizzonte e l’ampie sfere dell’indorato Olimpo, e i campi azzurri
domina l’occhio uman, per me non sono che negra oscurità. Fra tante
pene, Nadina sola al fianco mio compagna felice mi rendea, di mia
disgrazia si scordava il pensier, sperava il core vederti un giorno e con
le luci aperte or te fissar, or l’amoroso padre. Ma oh dio! Che questa
mal fondata speme di te mi priva e la mia tomba affretta. Io ti perdo o
mio ben …
Nad. No, non temerlo, lo giuro a tutti i dei. Nacqu ad amarti e ti sarò
fedel. Mortale alcuno non vanterà sopra Nadina un dritto ma tu vorrai
56

de’ giorni tuoi preziosi. Troncar lo stame, oh dio! Che mai dicesti, puoi
tu morir e io sopravviver anco?
Zul. Troppo cara mi sei, senza Nadina esister non potrò che pochi
istanti. Se il cor t’idolatrò, se fosti sempre de’ miei pensieri il più
gradito oggetto, pensa qual pena, qual dolor mi costi viver disgiunto a
te. Sperai nel nume che aperti un dì quest’occhi avrei veduto quel ben di
cui vent’anni io vissi privo. La mia sciagura divenia più lieve con sì
dolce lusinga. Ma il sapiente sospirato Alibek più non ritorna,
dell’oracolo il tempo in oggi io compio e le speranze mie giaccion
distrutte. Numi, che mai vi feci, onde si fiera contro un debil mortal
l’ira sfogate?
Nad. Zulmis per noi non v’è pietade, i numi insensibil sono al nostro
affanno. Dinanzi al padre mio di pianto aspersa che non fei, che non
dissi? Il suo rigore già cominciava a rattemprar quand’ecco da
un’improvvisa immagine colpito, che di superstizion le inebria l’alma,
da sé mi scaccia e questa mane in tuono tremendo e fiero mi prepara al
tristo d’abbandonarti, orribile momento. Sventurata Nadina! Caro
Zulmis, non ti vedrò mai più, vivrai disgiunto da un’amante fedel che ti
adorava. Lungi da questi un di luoghi a me cari, ognor tichiamerò con
flebil voce. Si, non temer, noi voleremo insieme, Ombre indivise
nell’empireo regno.
Zul. Della tua fedeltà non dubbie prove n’ebbe questo mio cor, ei ti sia
grato oltre la tomba ancor. Cara Nadina la nell’anima tua prepara al
fiero terribil passo di lasciarmi, e sempre. Pochi minuti.
Nad. Oh dio taci, mi fai mille volte morir. No, non sia vero ch’io ti
lasci, o mia vita, in questi luoghi, che furon testimoni ai nostri voti. O
teco unita, o vo morir accanto. D’eterna indissolubile costanza armata il
core e di viril fermezza fedel ti seguirò fino alla tomba.
Zul. Avranno
Nad. L’anime nostre nell’eterna vita esistenza più liera e almen più
mite. L’autor della natura che governa mille mondi e più vasti, essere
non deve che giusto a tutti. Questi sono i sensi, che a me dettaro i
genitori pietosi.
Zul. Cara Nadina.
Nad. Zulmis
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Zul. Più non reggo, l’ambascia in sen mi opprime. Il cor mi scoppia
ritornano a sedere nel più vivo abbattimento).

Scena IV – Nirsa, Silfi e Detti. Al suono di una allegra musica dilicata,
ed oppressiva scende Nirsa dalla sfera del cielo in grembo ad una
nuvola e avvicinati a poco a poco alla terra, veduta in un cerchio e
trasportata da quattro colombe. Giuunta la nuvola si spezza, ed esta
scende preceduta da altre che rinchiudono molti Silfi i quali si portano
a gara in atto di adorazione.

Nir. Non più, sorgete.
Sil. (si rialzano)
Nir. All’amor vostro unita della nostra regiana abbiamo i cenni
fedelmente adempiti. Dalle sfere del celete soggiorno io qui discesi nel
centro della terra. Il popol gnomi, cui turbolento di civil discordia,
spiegato avea l’empio vessillo. Io stessa frenai, spensi, calmai, distrussi
e vinsi tutte soggette le fazioni occulte. Al mio voler, deposero le ostili
fiere vendette e ritornaro in pace. Questa gente minuta, a cui lo sguardo
del mortal penetrar non può giammai, è riservata agli alti numi in Cielo.
Paga di loro union, di vostra fede pria che nell’aria reggia il volo
stendar, ove dell’altre fate è il bel soggiorno, qui mi spinse il pensier.
V’allontanate.
Sil. Si ritirano, e si schierano addietro)
Nir. Ameni luighi cui natura arride, quanto cari mi siete! Questi fiori
nascenti e questi verdeggianti colli mi destano nel sen dolce piacere
(guardando attentamente). Anche il mortal se non bramasse ei stesso
amara vita troveria nel mondo. Quella felicità che sol serbata si crede ai
dei. Ma che! Gettando l’occhio sopra Zulmis e Nadina). Due giovanetti
di diverso sesso assisi stanno e nel dolore immersi. Sembra che in essi
un sol medesmo oggetto (fissandoli più volte con somma attenzione).
D’ambi il pensiero estemamente immerga. Meschiano insiem le lagrime
spremute dal più funesto e doloroso affanno. Curiosità mi sprona, il ver
si scopra. Questa pietra metallica che impressi (traendo una pietra
metallica e fissando lo sguardo sopra di essa) rende di umani misteriosi
accenti. Al guardo mio partecipe mi renda de’ sventurati il doloroso
stato. Cielo che intesi mai…! Ah che Alibek più tra vivi non è …
58

(volgendosi a loro con occhio di compassione). Poveri amanti! Non
sarete infelici, no, che Nirsa veglia sopra di voi, sul vostro affanno. Il
più bel don d’un’anima possente che virtude ha nel sen, quello è di
porre ne’ cuori altrui felicità soave, allegrezza, piacer. Ebben si compia
opra si bella, d’Alibek le forme prendan le mie sembianze e in vecchio
io cangi. Visibil venerabile e temuto (si trasfomra sul momento in un
venerabil vecchio).
Nad. (vede Alibek e le va incontro con un grido di consolazione).
Alibek! Alibek! Se tu quel d’esso? Ah il ciel ti manda, vieni, appaga,
compi le nostre brame al tuo bramato arrivo. Ci rechi tu da lunghi
viaggi tuoi il divino specifico? Felici ci renderai? Oh se sapessi quanti
funesti affanni, lagrimose notti, inquieti dì la tua lontana assenza
constato ai nostri cor! Un sol istante che tardato avessi, oh dio! Per
sempre dividerci dovea legge inumana.
Zul. Sei tu pietoso vecchio? Oh dio! Consola con la voce un misero.
Nir. Son io, rallegratevi entrambi, i vostri cuori calmate.
Nad. (con premura) Le sue luci si apriranno?
Zul. Vedrà Nadina?
Nad. Zulmis sarà mio? E mio per sempre?
Zul. Parla.
Nad. Di’?
Nir. Compiuti prima di questo ultimo di saranno amanti impareggiabili,
li vostri adorabili voti. Al suon possente della mia voce dileguar si
denno tutti li avversi ostacoli pù forti. Paghi sarete e uniti insiem. Ma
prima cara Nadina che appagar ti giunga, espor mi devi de’ pensieri
tuoi, Un libero parer, consulta il core nell’elegger tu stessa il tuo
destino. Col mio poter posso di Zulmis gli occhi chiusi lasciar
eternamente o in dolce catena unirvi al sacro altar dinanzi. Ma in
appagar questa tua brama pensa se nulla perdi o se più perder puoi.
Nad. E che temer poss’io?
Nir. Più che non pensi innocente fanciulla. Zulmis cieco, privo di luce
t’amerà in eterno. Quei legami possenti radicati nell’alma sua dal più
verace affetto, fedel lo manterran fino alla tomba. In una dolce pace
immessi entrambi mai turberanno i sospettosi sguardi, le soavi di vota
ore gradite. Zulmis di ogni suo ben è debitore. Conoscerà, te chiamerà
la sola di sua felicità donna a lui cara. Giunta all’esteremo dì, quando
59

l’autore del celeste soggiorno a lui d’appresso ti chiamerà, la giungerai
tu allora. Libera il cor dalle crudeli angoscie, che fan sentirsi a
umanitade intera, o l’abbandono di un mortale ingrato, o di un debole
con cruda incostanza.
Nad. Ma se riman privo di luce dimmi, Zulmis vivrà felice?
Nir. No, ma pago sarà d’averti sua compagna e sposa. In grembo a sua
letizia l’ampio dono conoscer non potrà di una beltade. I sguardi suoi si
volgeran ma invano verso de’ tuoi, il cui movente in lui ad ogni istante
accrecerebbe in seno. Nuovi piacer un tuo gentil sorriso mai desterà
nell’anima di Zulmis. La piena de’ suoi beni aura felice non vedrà tua
beltade ma costante t’amerà sempre e tu sarai, Nadina, della sua fedeltà
contenta e paga.
Zul. Paga sarà la mia Nadina! Ah questa è la meta più dolce e il don più
caro che desiai finor, tutto io mi scordo quel che perder poss’io quivi
restando in un immenso interminabil buio. Di negra oscurità sapiente
vecchio, saggio Alibek, per la pietà de’ numi qui ricondotto in questo
dì, conforta un infelice e la sua destra almeno. Fammi ottener che la sua
amabil voce oda sovente a me d’appresso e stringa la cara man, dolci
imprimendo in essa baci di vivo amor. Che m’ami, il dica, me lo ripeti
mille volte e allora potrò chiamarmi pienamente pago. Se vi son più
diletti e a maggior grado, Zulmis non nacque a questi e sol mi basta
viver presso a colei che tanto adoro.
Nad. Ma non potresti aprir gli occhi Zulmis e renderlo fedel?
Nir. Pensi tu adesso, che un poter limitato di un mortale sue quel de’
lumi? E ignori forse quanta variabil e incostante idea il maschil sesso
entro del cor nasconda? Zulmis aperte al chiaro dì le luci, come sperar
che in te si fermi il guardo avido sol si contemplar ovunque tante nuove
beltà che la natura il Cieco, far. Prodiga rende all’Indostan, e al mondo?
Lo spazio è immenso di quest’ampia terra, bastante è forse appagar le
brame degli arditi mortali? Ah mal se il credi, ti figura il pensie, l’ardito
volo spinsero temerari oltre il suo centro e sorvolando per le vie de’
venti con macchinati artificiali ordigni, vollero d’altri sovraumani
oggetti scoprir ma invano, le impenetrabil cause. Non paghi ancor
dell’universo intero.
Nad. Ma se del caro amante il negro velo innanzi agli occhi suoi
bramasse eterno, quest’amorosa mia fede sincera creder potrò che nel
60

suo cor la sola vera felicità formi per sentire? Quanto lieta sarei! Ma se
il destino troncasse i giorni miei prima di quelli dell’adorato Zulmis,
qual tormento dovria soffrir nel doloroso stato, cui per mia colpa ei si
trovasse, oh dio! Da rimorsi affannosa ombra irrequieta tanto m’agitere,
quanto lo amai. Le sue querele istesse entro la tomba mormorar sentirei
sul cener mio. Deh caro Zulmis, quanto mai l’amore che bramo
fedelmente in te serbaro render mi dee verso di te crudele! Io privarti
del ciel la di cui vista immensa, interminabil, prodigiosa ammira e
adora l’universo intero. Degli astri, de’ viventi, di natura i sublimi
portenti armar che ignaro ne sia l’idolo mio! Ah non sia mai. No
possente Alibele, le luci aprite dell’infelice Zulmis, vegga, ammiri,
esulti pur fra tanti nuovi oggetti che forse … oh dio! Lo rapiran per
sempre a questo cor. Più nulla temo, ei viva felice e pago, e cessi pur
d’amarmi se più lieto lo rende essermi infido.
Zul. Che pronuncia il tuo labbro? Ah no, non vegga raggio di luce io
mai, privo mi lascia, se aperti appena al chiaro giorno i lumi la mia cara
Nadina io perder debbo.
Nad. Ah no piuttosto odiami pur.
Nir. Diletti, invidiabili amici, i vostri cuori s’amino sempre con eguale
affetto. Meco venite al tempio e la dinanzi a que’ congiunti che a
discior son pronti l’anime vostre da’ sacrati voti. Il mio poter, quel di
alibek che v’ama conoscerete appien fidi mortali.
Nad. Siam teco.
Zul. Impareggiabil nostro amico, alma benefattrice!
Nir. Oh per tal gente fortunata cittade! Il ciel protegga le innocenti tue
mura e ovunque regni nel tuo terren felicità soave (parte).
(Nadir e Zulmis da lui preceduto lo seguono)



ATTO SECONDO
Spazioso anfteatro adorno di statue e colonne, in prospetto del quale
comparisce l’esteriore del tempio della dea Visnau. Maestosa scalinata
nel mezzo che da l’ingresso alla porta maggiore scorgendosi al di
dento alcune lampade accese.

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Scena I – Mompebar attorniato da Sacerdotesse e da altri parenti ed
amici di Nadina e di Zulmis.

Mom. (avanzandosi) Pietosa dea dona al mio cor fermezza! (Volgendosi
a tutti con gravità). Monistre di Visnau che qui servite, congiunti e
amici delle due famiglie, voi tutti uniti al sacro altar dianzi meco
vorrete, onde discior per sempre Nadina e Zulmis da promesi nodi.
L’oracolo parlò, promise e parve sacro il suo vaticinio ma distrutte fur
le speranze all’apparir di questo ultimo di che l’età sua ne compie.

Scena II – D’Almont e detti.

Mom. D’Almont dov’è tuo figlio?
Alm. Io lo lasciai alla custodia di un pietoso amico che di condurlo
l’ardua cura imprese. E’ il men sensibil doloroso incarco. Misero figlio!
E che sperar poteva sul suo destin se dell’Olimpo i numi sono avvezzi a
mentir (trasportato da vivo dolore). (pag. 267)

Scena III – Nadina con trasporto di viva allegrezza corre incontro a
suo padre e si getta ai suoi piedi, la segue Zulmis sostenuto da Bender
che lentamente lo conduce, indi Nirsa sotto la figura di Alibek, e detti.

Nad. Padre e signor, a piedi tuoi felice mira tua figlia, ecco Alibek.
Mom. Che mito, Alibek! (con grande sorpresa fa cenno a Nadina che si
alzi)
Alm. Giusto ciel! Mio figlio … io manco. (vorrebbe stendere le braccia
a suo figlio colpito dalla consolazione cadde addosso ad uno de’ suoi
parenti).
Zul. Padre, mio caro padre e dove sei ch’io non ti miro e te abbracciar
non posso? (cerca smanioso suo padre facendo forza per rinvenirlo).
Ben. Ti placa, or lo vedrai.
Mom. Oh come a tempo dopo un lustro, buon vecchio a noi giungesti!
Nir. Guidaro i numi i passi miei popizi che giusti veglian sul comun
destino.
Mom. Uom caro a noi, saggio e temuto, il dolce pietoso cor che ti guidò
all’impresa. Tutto merta dal ciel che premia ovunque l’anime nate a
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sollevar gli oppressi. Bramosi d’eseguir gli ordini tuoi, tutti siamo
pronti. Libero esponi.
Nir. Vieni e t’avanza a me d’appresso Zulmis.
Zul. (parte dinanzi a Nirsa)
Nir. L’acqua di Zerma al sacro fonte innanzi io medesimo raccolsi.
Attenti udite le mie parole e i prodigiosi effetti del divino elisir vedrete
adesso (cava una piccola ampolla, si bagna le dita e con queste unge le
palpebre di Zulmis). Se condannato dal supremo Autore non sei per
sempre ad una eterna notte, il vel degli occhi tuoi cada e s’annienti e
d’ora innanzi l’opre sue contempla.
Mom. Oh prodigio!
Alm. Che sorpresa!
Ben. Io son confuso
Zul. (a misura della luce che acquista mostra la sua sorpresa). Che
miro!... Dove son?... Qual paradiso mi si apre innanzi all’atterrito
sguardo!
Nir. Questo è quel di cui sempre ignaro fosti spettacolo brillante.
Zul. E’ dunque vero ch’io sono felice? Veggo…ammiro…gogo come
tutti i viventi? Ah no che un sogno di debil fantasia la mente ingombra.
Forse ridesto io rimarrò nel buio. Primiero e diverrò sventurato.
Nir. No che non sogni, a verità tu vegli e ciò che ammiri opre dell’ente
primo son queste a cui venerazion la terra dona e consacra. Chiudi i
lumi al giorno per poco ancor se lo splendor t’offende. Aperti poi
conoscerai li oggetti che ti circondan con più certa idea.
Zul. Ah no più mai non chiuderò quest’occhi per quattro lustri seppelliti
in seno di negra notte. Oh dio! Dov’è mio padre? Fa ch’io lo vegga.
Alm. Figlio!
Zul. Padre!
Alm. A quel sen che ti die vita parte dell’alma mia vieni … io ti stringo
(si lanciano ambidue le braccia al collo e rimangono un poco in
silenzio). Oh del cielo assistenza! Tu diriggi de’ mortali il destin, nelle
tue mani tieni un scettro di ferro e giusta reggi e mondi e re. Saggio
Alibek tu rendi in questo lieto e fortunato giorno felice un figlio e più
del figlio un padre.
Zul. Che miro! Giusto ciel! Tu dunque sei quel per cui debbo
l’esistenza mia! Quel che sovente con pietosa destra i passi miei
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guidando offriva spesso. Largo tributo di copioso pianto sul mio destin
che conoscendo quanto infelice io vivea, cercava sempre di
compiacermi e le mie brame spesso cercava d’indagar nel cupo fondo di
mia tristessa, in cui giaceva immenso? Quanto alle tue sembianze il cor
mi sento (fissando D’Almont con ammirazione e trasporto) commosso,
intenerito al primo aspetto ch’io le ravviso e contemplar le posso!
Venerazione, amor son questi i dritti che dentro di quest’alma a te son
sacri. Deh caro padre il figlio tuo che adori rendi ancor più felice e fa
ch’io vegga la mia Nadina. E tu ben degno vecchio (ad Alibek) cui mai
mi stancherò di esserti grato, tu me l’addita e il suo gentil sembiante
fammi veder, rendimi contento.
Nir. Avanzatevi, o donne.
Nad. (vorrebbe avanzarsi la prima ma un segno di Nirsa la trattiene).
Sac. (discoprono il velo e s’avanzano)
Nad. (agitata si frammischia nel mezzo di loro) A te dinanzi Zulmis tu
vedi le beltà più rare che prodiga natura in questi luoghi. Produce in
esse anche la tua Nadina. Insiem si trova, il guardo tuo le miri e la più
cara del tuo cuor palesa.
Zul. (scorge in silenzio tutte le donne e gli occhi suoi si fermano sopra
Nadina e con agitazione) Fosse quella Nadina? Oh mie pupille non
v’ingannate.
Mir. Ebben, scegliesti?
Zul. (risoluto dopo averla nuovamente fissata accennando col dito
Nadina) Ho scelto Alibek? Alibek colei mi lega. Dimmi è quella
Nadina? O un nuovo oggetto mi renderebbe all’amor suo incostante?
Parla buon vecchio. Oh dio! Se non è quella la mia Nadina un infelice
io sono.
Nad. (con un dolce rimprovero) Si, Nadina son io mio caro Zulmis.
Cesserai più di amarmi?
Zul. (riconoscendola dalla voce) eccola! È dessa, io sento il suon di
quell’amabil voce, che penetrar solea dentro il cuor mio. Nadina, sposa,
il giubilo ch’io provo m’inonda il sen di sovrumana gioia (si
abbracciano ambidue con tenerezza). Quanto ti rende il tuo bel viso
adorno di mille grazie agli occhi miei più cara! Tutto è raccolto in te.
Sento una forza che te fissando ultrice fiamma accresce. Fedel
nell’adorarti, anima mia. Compiacenza ritrovo or ch’io ti miro. Più
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felice di me non v’ha mortale sopra la terra, or che nel mio trionfo la
mia Nadina di veder m’è dato. Deh pietoso Alibek, privami adessa della
vista se vuoi, d’ogni vivente nulla mi cale e del mio fato esulto. Nel più
tetro del mondo orrido asilo se a te piace guidarmi or ch’io son pago,
tutto m’è caro se Nadina ho meco! Per un’alma fedel ch’ami davvero
esser deve anche un antro al mondo eguale.
Nad. Dall’infausto destin sottragge il cielo. L’anime nostre a un pari
amor sacrate. Fin dall’età più tenera quest’alma sempre costrante a te
serbò sua fede, né cancellar non mi potea che morte l’immagin viva del
tuo caro nome. Ah voglia il ciel sparger su noi pietoso l’immenso ben
che ma nin turbi il fato, la nostra pace e il coniugale affetto.
Ben. Oh costanza!
Mom. Oh piacer che strappa a un padre dal più vivo del cor sugli occhi
il pianto!
Nir. Alme ben degne di felice sortem i vostri cuori un dolce nodo
unisca. Mai sul cammin di vostra età futura giorno non sorga di sinistri
guai. Voi che il divin prodigio in Alibek credeste sempre, avventurosi
amanti, fissate in me le luci e che vi diede letizia e pace di discoprire
adesso. (batte un piede sul suolo e all’istante si trasforma da vecchio in
dea. Sparisce il tempio e comparisce un superbo palagio).

Scena IV – Reggia brillante tutta illuminata e adorna di colonne e
figure collocate in vari atteggiamenti. Nirsa assisa su di un trono
circondata da Silfi, le Sacerdotesse, e detti si umiliano dinanzi a lei con
la più profonda sommissione e sorpresa.

Nir. Felici abitator di queste spiaggie, Nirsa vi parla e per mia voce
udite l’alto volere de’ celesti numi. L’oracol non mentì, sapea ch’io
stessa render doveva i vostri cuor felici. Su questa terra veglieran gli dei
sempre propizi a voi. Fedeli amanti, alla vostra virtù premio condegno
io diedi e compensai merto così grande. Fino alle fredde ceneri
d’amarvi non cesserete mai e quando insieme l’angiolo della morte
nelle sacre region sublimi condurrà li vostri spiriti indivisi, una novella
vita passerete tranquilla e più soave. Voi che di loro union, della lor
fede paghi ne siete, ricordate sempre il passaggio di Nirsa in queste
amene, fortunate contrade ond’io qui venni. Questo palagio servirà di
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asilo a Nadina ed a Zulmis, grati almeno alla memoria mia paghi vivete
e alle celesti sfere io lieta volo s’innalza e tutti si rialzano con grande
ammirazione).

Fine della farsa































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ALLEGATO 5

Notizie storico critiche sopra il “Cieco”
(scritte in calce al testo della commedia)

Se il sistema della nostra Raccolta non si opponesse alle aggregazioni di
Dediche, noi volentieri avremmo dato luogo a quella, che il nobile
autore del Cieco avea indirizzata a S.E. Francesca Capece Lopes,
marchesa di Maglie, e duchessa di Taurisano. Come però essa
comprende la storia della sua farsa noi ci crediamo in dovere di farne
l’epilogo. Si noti da prima che il n.h. Corner ha voluto nella sua
virtuosa Nadina simboleggiare la sensibilissima illustre donna, che egli
chiama sua impareggiabile benefattrice. In età di tre lustri scrisse egli in
patria (Venezia) questa sua farsa dopo aver letta la novella di madama
Riccoboni, che ha per titolo il Cieco. Dallo scorcio di si pietoso
argomento nacque la presente operetta, abbellita di trasformazioni, atte
a un dolce spettacolo. Non si potè allora eseguirne la recita, richiesta
per lettera al teatro detto di San Salvatore (attuale Goldoni di Venezia)
dal capo comico Perelli. L’autore colla famiglia dovette partire per
Cerigo (isola della Grecia attuale Citera), dove suo padre era destinato
comandante sovrano. Dopo tre anni in circa ritornando a Venezia, fu
rubbato avidamente il suo legno dagli Algerini vicino alle coste di
Puglia. Salvatesi le persone presso a Leuche, fur predati gli effetti e tra
questi gli scritti col Cieco. Allora la duchessa di Taurisano in quel suo
feudo li raccolse, dove riunì gli avanzi a memoria della farsa perduta e
la rabbellì a nuova foggia con altre teatrali sorelle. Nel 1799 tentò di
esporla al pubblico. Scelse la compagnia del capo-comico Antonio
Goldoni in Venezia. Si replicò per varie sere in teatro con numeroso
concorso di gente ed n.h. Corner si compiacque di vederla finire non dal
modo universale ma da altra nuova rappresentazione voluta dai comici.
Detto ciò storicamente aggiungiamo subito che altri Ciechi
illuminarono questa collezion teatrale. D’ora innanzi sarà tutto Lumi.
Vero è però che il presente di costa dall’oftalmia dei fratelli suoi. Ha un
sacro portamento, un oracolo, un genio amoroso che lo protegge, una
novità celeste di macchine, un elisir purissimo che risana. Le prime
scene sono dispositive con apposita narrazione all’epoca ventura e
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vicina. Piace assai la morale e la religione vien rispettata, benchè
bugiarda. Alcuni, che noi chiamiam poetastri, almeno per questa parte,
si fanno lecito di render ridicola la religione perché d’idolatri.
Aggravano il peso della lor libera penna sui sacerdoti dei numi, dicendo
con falsa logica, che si tratta di persone e di riti del gentilesimo. Con
questo artifizio, da essi tenuto secreto, procurano che il popolo
materiale e i non bene disposti settari applichino al culto e ai riti
presenti i disordini antichi e si accomunino paganesimo e cristianesimo.
Ognuno dee venerar la propria religione, che giudica vera, né farla mai
oggetto di scherno. Sia lode all’autore che non ha dato un passo falso in
si arduo cammino. Egli non è coloro che ut aliquid sapere videanturm
numen vituperant. La scena IV ha una macchina. Che significa questo
nome in lingua drammatica? E’ un ricorso alle deità, che soccorrono i
mortali, e singolarmente quando i mortali, o a dir megli i poeti non
trovano modo di sciogliere i centuplicati lor nodi. La cecità di Zulmis
potea riacquistarsi senza una fata? Forse che si ma la farsa mancava di
un leggiadro spettacolo. Ricordiamoci che Orazio grida ad altissima
voce: Noc Deus intersit, nisi dignus vindice nodus incideris. Qui
abbiamo poi una duplice macchina in Nirsa che trasforma in fiaba.
Notisi che Orazio non esclude di fatto le deità ma vuole che il nodo a
rompersi sia fatto da esso. Nella scena III dell’atto II, quando Zulmis la
vista recupera, dimanda subito qual sia suo padre, seconda le voci della
natura e del dovere. Riflessione giustissima del poera, di cui taluno,
dimentico delle leggi del cuore avrebbe abusato, volendo che Zulmis
cercasse prima l’amante indi il genitore. Termina con una
trasfomrazione e con volo. Sia così. Non possiamo disapprovarla
un’orditura che può piacere. Una farsa non è poi una tragedia. Contro
questa, se fosse macchinara, si farebbe gran romore dai critici. E perché
non si era undulgente con chi ha saputo di far così grata alla gioventù
del teatro, usando figure che allontanavano da quelle della rettorica e
della politica? Des figuras deIbetorique si n’emprunta point le secours:
il scait qu’il faut à la jeunesse des figures d’une d’autre espece.




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BIBLIOGRAFIA






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ANONIMO, Il Teatro Moderno applaudito ossia raccolta di tragedie,
commedie, drammi e farse che godono presentemente del più alto
favore sui pubblici teatri, così italiani, come stranieri corredata di
notizie storico critiche e del Giornale dei teatri di Venezia. Tomo LI –
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