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Ivano Paccagnella

(Università di Padova)

LA FORMAZIONE DEL VENEZIANO ILLUSTRE*

Com’è ben noto, l’aggettivo illustre negli studi storico-linguistici ha
tanto una applicazione tradizionale (si pensi al “siciliano illustre” e alla sua
autorizzazione nel De vulgari eloquentia) quanto una valenza concettuale
sfumata e non ben definita proprio sul piano linguistico e storico.
Più che di veneziano illustre, converrà allora forse trattare della
formazione del veneziano letterario, o meglio dell’uso del veneziano per fini
letterari, artistici e non solo documentali e quindi dei problemi del rapporto
fra veneziano e veneto illustre e fra questi e la tradizione toscana.
Il problema che immediatamente si pone è la vecchia questione (su cui
ora non è il caso di entrare) della rilevanza e dell’attendibilità linguistica dei
documenti letterari. Trattando esemplarmente dei rapporti tra filologia e
storia della lingua, tra lingua d’uso, tradizione letteraria e lingua individuale
d’uno scrittore, Stussi ha nettamente ribadito, insieme all’irriducibilità della
storia della lingua alla storia della lingua degli scrittori, l’intreccio fra cure
filologiche della testimonianza scritta e competenza storicolinguistica
nell’edizione dei testi: “il rapporto è spesso così vincolante da configurare
un circolo vizioso: non abbiamo una buona edizione perché ci mancano
sufficienti conoscenze storico-linguistiche; per converso non abbiamo
sufficienti conoscenze storicolinguistiche perché non disponiamo di edizioni
affidabili dei testi donde dovremmo attingerle”
1
. E la storia della filologia
italiana è strettamente ordita sull’edizione e il commento linguistico di testi
veneti; così, la competenza linguistica che caratterizza, rispetto agli indirizzi
della Scuola storica, studiosi di ambiente europeo come Adolfo Mussafia

*Credo di dover ringraziare gli amici Prosdocimi e Zamboni per l’invito rivoltomi dalla
SIG a parlare al suo YYY Convegno annuale. Sono certo che la ragione stia, più che nei
meriti personali, nella mia provenienza dalla scuola di storia della lingua di Gianfranco
Folena, che particolarmente al Veneto e alla linea di continuità del veneziano tanti frutti ha
dato. Anche di questo li ringrazio. Mi scuso preliminarmente per le eventuali
sovrapposizioni con quanto ho già scritto nei miei contributi veneti ne L’italiano nelle
regioni. Lingua nazionale e identità regionali, a cura di F. Bruni, UTET, Torino 1992, pp.
220-53 e L'italiano nelle regioni. Testi e documenti a cura di F. Bruni, , UTET, Torino
1994, pp. 263-88.
2
“di Spalato, professore a Vienna”, o “il suddito austriaco” Graziadio Isaia
Ascoli, si era precocemente esplicitata su testi veneti come quelli compresi
nei Monumenti antichi di dialetti italiani [1864] o il Trattato De regimine
rectoris di Fra Paolino Minorita [1868] o come la Cronica deli Imperadori
(1878)
2
.
Un altro problema pone la questione della cronologia dei documenti.
Stussi [1965 e successivamente] fra i testi veneziani più antichi ha
pubblicato la designazione della proprietà terriera dei fratelli Simeon e Nida
Moro del 30 settembre 1253, la domanda di testamento di Alessandro
Novello della primavera 1281 e il testamento (redatto da un pisano) di
Pietro Veglione del 10 dicembre 1263. Il più antico testo che con molta
probabilità si può ascrivere a Venezia per la veste linguistica, non molto
lontano dall'inedita Omelia volgare padovana
3
, sono però i Proverbia que
dicuntur super natura feminarum: 756 versi in quartine
4
monorime di
alessandrini, copiati alle cc. 98r-113v del codice Saibante Hamilton.
Rifacimento di un poemetto francese parimenti misogino, il Chastiemusart
(puntualmente tradotto al v. 572 come “castigabricone”), aggiunge di suo
esemplari aneddoti scandalosi di storia contemporanea databili fra 1152
(Eleonora d'Aquitania ed Enrico II) e 1160 (Margherita di Navarra e Maione

1
A. STUSSI, Filologia e storia della lingua italiana [1991], in Stussi 1993. 214-234: 214 e
222.
2
. E su questa strada si erano presto incamminati, per citare solo alcuni nomi, L. DONATI,
Fonetica, morfologia e lessico della Raccolta d’esempi in antico veneziano, Halle 1889 (su
cui si veda la recensione di C. SALVIONI, “Giornale storico della letteratura italiana”, XV,
1890, pp. 257-72), M. GOLSTAUB, R. WENDRINER, Bestiario tosco-veneziano, Halle
1892, E. G. PARODI, Studi dialettali veneti, “Romania”, XXII, 1893, pp. 304-10 e G.
VIDOSSI, La lingua del Tristano veneto, “Studi romanzi”, IV, 1906, pp. 67-148.
3
Scoperta da Gianfranco Folena (e di prossima pubblicazione allo stadio in cui Folena ne
ha lasciato l’analisi: vale a dire compiuto per quanto riguarda l’edizione, non del tutto
esauriente ma sufficientemente completo per quanto riguarda la descrizione linguistica),
l’Omelia è copiata nel foglio di guardia del codice C 60 della Biblioteca Capitolare di
Padova, un codice latino databile al second'ultimo decennio del XII secolo, mentre la carta
di guardia, vergata dalla stessa rilevante scuola scrittoria del Capitolo padovano, riporta al
secondo quarto del secolo (ad una data indicativa fra il 1220 e il 1240). Siamo in presenza
del primo caso noto di volgarizzamento, condotto per le prime 32 righe sull'interlinea del
testo latino del cap. XXI del vangelo di Marco, mentre nelle restanti sette righe si passa
direttamente al testo volgarizzato, secondo una prassi omiletico-traduttoria che trova
riscontri nella storia della chiesa padovana e, sul piano linguistico, si colloca fra
l'Evangeliario di Isidoro e l'Epistolario di Giovanni da Gaibana (1259).
4
Ciascuna delle quali illustrata. Nonostante l'explicit, relativo però ad una miniatura: “Iste
est ille qui invenit librum de natura mulierum, et vocatur Sapiens Stultus”, il testo è mutilo
alla fine.
3
da Bari)
5
: e da questo termine anche Contini
6
non ne distanzia di molto la
composizione. I Proverbia de femene, sono quindi anteriori di circa
cent’anni. Opera di “uno scrittore di brio, ma sprovveduto di misura
artistica” (Contini 1960: I, 522), che si autodefinisce “nobele e fino
ditatore”, i Proverbia fin dall'inizio si inquadrano nella produzione
giullaresca (“Bona çent, entendetelo perqué 'sto libro ai fato”), che portano
ad un rigore formale nuovo nell'uso metrico delle quartine monorime di
alessandrini, che qui compare per la prima volta in area italiana. Un testo
letterario di alto livello in questo caso anticipa l’attestazione documentaria e
la integra, anche dal profilo strettamente linguistico-dialettologico.
È molto probabile che il codice berlinese tardoduecentesco conservi la
copia tarda di un testo composto molto tempo avanti la fine del Duecento,
forse addirittura circa un secolo prima. (Stussi 1996). Per di più questo
codice portatore dei Proverbia, scritto in una gotica testuale di modulo
piccolo e abbastanza tondeggiante, è privo di riscontri calzanti se
confrontato col libro medievale italiano del medesimo periodo: a Venezia
stessa niente è finora noto cui sia possibile accostarlo, e perciò la sua
pertinenza veneziana resta affidata alle rose dei venti, che nella pagina
iniziale sembrano rimandare ad un ambiente mercantile marinaresco, e al
colorito linguistico prevalente di alcuni testi, tra i quali i Proverbia appunto.
A proposito di questi ultimi, vien fatto di chiedersi poi se la loro venezianità
linguistica sia imperfetta perché fu acquisita nel corso della tradizione, o
invece perché, essendo originaria, fu oscurata dai copisti: una risposta, allo
stato attuale della ricerca, è impossibile, perché manca un’analisi
approfondita e comparata di tutti i testi del codice berlinese che è collettore
anche dell’opera degli autori lombardi di cui s’è detto. Basti dunque
accennare al fatto che creano difficoltà le forme con caduta di vocale finale
estesa oltre le condizioni del veneziano (çent ‘gente’, plas ‘piace’, blanc
‘bianco’, quand ‘quando’ ecc.), l’esito lombardo di CT in noite ‘notte, lero
‘loro’ femminile formato sul singolare lei, attestato in antico, e ancor oggi,
in zona lombarda.

5
Il riferimento del v. 216 a Irene e Alessio I Comneno, il Bambacorax, riporta al 1118, ma
lo scarto è probabilmente dovuto alla tarda diffusione in Occidente dei “fatti” della storia
orientale.
6
Contini 1960: I, 521 (l'edizione: 523-55).
4
Se l'ipotesi lombarda è stata esclusa da Contini sulla base della rima ó:ù
(del tipo persona: dona: Ragona: comuna; noritura: natura: pura: lavora)
e è:i (tasere: splasere: dire: soffrire), il tessuto linguistico dei Proverbia
presenta un aspetto complessivamente veneziano
7
, suffragato da as del v.
371, dai dittonghi del tipo Dieu, truovi, tuore 'togliere', dai perfetti in -ao
(non in rima in -à), dalla conservazione di AU (causa e caosa, raubare,
auseli) e di PL (plu), FL -(flame), dalla riduzione di -TR- (frare, ànere
'anitre'), dall'esito dei gallicismi (come visaio: coraio); non sporadica anche
la reintegrazione di vocali finali cadute e lo scambio di -e, -i (grame per
'gramo', saiento per -ente, Tire, [pelago] marine, [proverbi] fite): e
all'esperienza mercantile di Venezia porterebbero anche riferimenti
geografici come il Tigris, la via delle spezie, lo flume de Rença, la Rienza
sulla via del sale della Val Pusteria, e le montagne de la tera de Rassa,
quelle della Dalmazia e del Cossovo (Folena 1968-70: 235)
Il repertorio sentenziale topico che era alla base dei Proverbia sostanzia
la letteratura moraleggiante veneta unitamente ai volgarizzamenti di due
testi che, nell'originale latino o nelle molteplici versioni volgari, hanno
circolazione europea almeno fino alla metà del Settecento
8
, i moraleggianti
e pratici Disticha Catonis, cioè i proverbi del cosiddetto Dionisio Catone e il
Pamphilus, istruttivo breviario erotico ovidiano. Il Cato e il Panfilo, copiati
alle cc. 3r-26v e 114r-157v del codice Saibante-Hamilton, volgarizzano i
loro originali (peraltro compilazioni di scuola) in maniera pedissequa, quasi
parola per parola o frase per frase, “esercizio scolastico di traduzione, e
come tali già notevoli; ma non circondati da un calore di cultura classica tale
da farne germogliare molti altri” (Segre 1980: 12).
Anche qui compare la seconda singolare sigmatica tipicamente veneziana
(crederas tu, e poi ancora spessissimo, dato il carattere prescrittivo del testo:
sis ‘sii’, staras ‘starai’, seras ‘sarai’, ecc.) e insieme un elemento deviante
(nient). Tutto il resto è coerente con la fisionomia del dialetto lagunare:
bastevele con -IBILIS > -evele; l’evoluzione di W- germanico a -v in varda
‘guarda’; sagramento con sonorizzazione di -C- anche davanti a R;

7
Corti 1961: 511 ha proposto lo spostamento verso Treviso.
8
Renzi 1976: 630 ricorda nel 1740 l'edizione Remondini di Bassano de Il Donato al senno
et il Catone volgarizzato.
5
matamentre con suffisso -mentre dovuto a rideterminazione di MENTE
sulla serie avverbiale in -ter tipo PRUDENTER, ecc.
Analogo discorso si può fare dal punto di vista linguistico per la
traduzione della commedia elegiaca latina Pamphilus de amore (o Liber
Pamphili o Pamphilus) , come già può vedersi dal distico iniziale:
Vulneror et clausum porto sub pectore telum
Crescit et adsidue plaga dolorque michi
reso con:
Eu Panfilo son enplagà e porto lo lançon, çoè l’amor, serad en lo mieu pieto e
cotidianamentre cresse a mi la plaga e lo dolore.
Si incontrano ancora una volta fenomeni pienamente veneziani come la
caduta delle vocali finali in lançon e amor; il participio tronco enplagà (da
enplagao) e, qui stesso e in plaga, la conservazione di PL; il suffisso
avverbiale mentre; l’uso (costante) della forma aferetica dell’articolo
maschile singolare lo ecc.; coesistono tuttavia le solite deviazioni
rappresentate nel passo citato da pieto (da PECTUS), la caduta della vocale
finale anche in port e serad, nonché eu e mieu che sembrano di pertinenza
lombarda piuttosto che veneziana. Si noterà anche , su un altro piano, la
tendenza ad espandere la traduzione, dotandola di una certa autonomia,
coll’esplicitazione del soggetto (Eu Panfilo) e con la glossa (çoè l’amor). Si
tratta delle avvisaglie di una notevole differenza, confermata nel resto del
testo, tra questa traduzione e quella pedestre del Cato: nel caso del Panfilo
la qualità del prodotto è, senza dubbio, più alta e talvolta rivela l’intenzione
palese di competere col testo latino quanto a livello letterario.
La localizzazione linguistica dei due testi è stata finora ritenuta
indistintamente
9
veneziana ma la presenza di alcuni fenomeni dell'entroterra
o peculiari
10
(come la riduzione delle vocali finali e la dittongazione
spontanea, di cui si è appena detto) induce dubbi in direzione trevigiana e
soprattutto a favore di una coinè letteraria: resta da stabilire se dovuta

9
Ha messo invece in evidenza la differenziazione linguistica dei due testi e la necessità di
non trattarli come un evento unico la tesi di laurea, condotta sotto la direzione di
Gianfranco Folena, di Kammerer 1974-75.
10
La presenza del fenomeno nel Panfilo: grand, seand, port (si veda anche Haller 1962) e
nel Cato: grand, resplend, amig, trop, quest, lascia ipotizzare per questi testi un copista non
realtino. Si potrebbe procedere oltre. Alcuni altri fenomeni (dittongamenti del tipo mieu,
fuogo e speiro, marcato in direzione trevigiano-friulana e semanticamente connotato
rispetto a spero, sperança; esiti conservativi delle vocali in iato secondario del tipo mercato
demandato çoventute) portano in direzione della Marca Trevigiana non gli autori (anche le
due rose dei venti disegnate sul primo foglio del ms. riportano a Venezia) ma il copista
6
direttamente al compilatore (o ai compilatori) dei volgarizzamenti o anche
alle abitudini linguistiche del copista. In ogni caso l'ibridismo linguistico era
garantito dagli scambi fra la laguna (le varietà lagunari, non solo realtine) e
l'entroterra e dal bilinguismo stilistico, una lingua di tradizione, “una lingua
mista che non ha altra esistenza che nel testo”.
Ma, come ha ben detto Stussi 1996 “nonostante questo favorevole
presupposto, per Venezia-città nel Duecento resta complessivamente scarso
[...] il numero delle scritture volgari conservate, oltre che incerta
l’autoctonia di alcune. Perdite ci saranno state, senza dubbio, ma essendo
grande la quantità del materiale latino coevo conservato, è verosimile
l’ipotesi di una produzione originariamente ristretta, di una sostanziale
indifferenza della società veneziana verso le nuove potenzialità della
scrittura in volgare: quasi che ci fosse ben altro cui pensare durante il secolo
dell’egemonia nel bacino orientale del Mediterraneo, e poi della crisi
prodotta dalla caduta dell’Impero latino d’Oriente. La prosperità economica
non sembra aver favorito la formazione di una società letteraria che del
nuovo strumento espressivo facesse la propria insegna, alimentando un
circuito di produzione e consumo capace di lasciare tracce persistenti”.
Rientra sempre in una “vaga qualificazione didattico-morale” (Contini
1960: I, 804) il frammento proveniente dall'archivio di Sant'Urbano
dell'Abbazia di Praglia, e passato poi alla famiglia Papafava (da cui il titolo
generico di Frammento Papafava) scritto sul verso di una pergamena, ora
alla Biblioteca del Museo Civico di Padova con segnatura BP 4781, che reca
copia di un atto del 1252, rogata di mano del notaio Alberto detto Trogno il
23 gennaio 1277. Ancora Contini aveva ristretto la collocazione linguistica
ad un padovano generico, “una koiné di terraferma” che porta fuori di
Venezia (ipotesi dell'Ascoli
11
) almeno per le forme voi' (contro vogio) e il
plurale ig(i), anche se concorrente con i
12
. Da questa stessa area non si
distacca la lingua di un nuovo frammento recentemente scoperto di questo
poemetto (Lippi 1987) ed individuato da Contini come parte integrante del

11
Ascoli 1873: 421.
12
Non è determinante invece la presenza del nome femminile Frixa, che, se figura in
documenti padovani fra 1175 e 1207, non è neppure assente da quelli trevigiani (Lippi
1987: 27). Tutto sommato ristretti ed integrati - se confrontati, ad esempio, con quelli dei
Proverbia - i gallicismi (del tipo envegclire, en mei', desiro e deserio, s'esveja).
7
“Detto”
13
, 138 novenari rimati a coppie, trascritti da un'unica mano se non
della fine del Duecento dei primissimi del secolo successivo in una littera
textualis professionale: non endemica
14
la caduta delle vocali finali (grand,
molt, nianc, quand quant e quando, con ricostruzione di -e in forto
15
;
sporadico ol, di terraferma; padovano quanto veronese (cui pertiene
maggiormente la caduta di vocale dopo -nd, -nt) il dileguo della dentale
intervocalica in grao, trovaore; largamente veneta la forma maor, e non
estranee a Venezia scenblente, raxun.
Il Veneto è stato agli albori della nostra civiltà moderna, romanza, fra Due e Trecento,
un crocevia della cultura europea, tramite fra occidente latino e oriente bizantino e slavo,
luogo di incontro e di confluenza di correnti molteplici di cultura e di lingua, la cui area di
circolazione è vastissima [...] (Folena 1990: 299).
Un dato va immediatamente messo in evidenza, e cioè che a quest'altezza
cronologica Venezia non ha ancora portato a termine la conquista linguistica
dell'entroterra veneto, per cui le differenziazioni delle varietà vernacole (e
delle tradizioni letterarie) risultano più marcate di quanto non siano dopo
l'uniformazione e la congruità dei dialetti di terraferma a quello della
capitale, a seguito del prestigio politico e culturale ormai assodato di
Venezia. A questo proposito, un secondo elemento va esplicitato. Questa
espansione in primo luogo politico-economica nella terraferma veneta, con
la conseguente sovrapposizione del proprio tipo linguistico sugli altri dialetti
in una nuova unità, è posteriore alla sua affermazione come potenza
marinara e alla costituzione del suo impero coloniale
16
. Sul piano linguistico
questo vuol dire anche affermazione del veneziano come lingua del
commercio internazionale, in primo luogo nella sponda adriatica e
nell'Oriente crociato. I regesti, ben noti e studiati, di questa espansione sono
documentazione tarda, degli ultimi decenni del Duecento, di un processo
ormai avanzato: cedole ragusee, estratti di libri di bordo e di liti mercantili,
trattati commerciali tradotti dall'arabo; più tarde ancora sono “pratiche di

13
Che, oltre alle congruenze tematiche e contenutistiche, concorda con il frammento
Papafava per alcune convergenze lessicali (non solo in stilemi cortesi), per cui cfr. Lippi
1987: 21.
14
Si veda la sintetica ma precisa analisi di Lippi 1987: 28-9, con un unico dubbio: che le
sue conclusioni possano riportare la lingua del frammento di S. Maria dei Battuti in area
trevigiana, come potrebbe anche essere per il Frammento Papafava.
15
Per cui non sarebbe da escludere una provenienza veronese.
16
Imprescindibile Folena 1968-1970 e 1974.


8
mercatura”
17
, ossia raccolte organiche di equivalenze metrico-
merceologiche, descrizioni di mercati, con un arabismo, tariffe
18
, in cui il
tecnicismo dell'argomento giustifica anche la povertà linguistica delle carte.
Più viva e mossa, per quanto risenta di un'originaria impronta didascalica, è
invece la lingua dei libri di conti e di memorie, come, ad esempio, Il libro
dei conti di Giacomo Badoer (1436) (Dorini, Bertelè 1956) e, soprattutto
dopo l'introduzione della stampa, dei glossari ad uso di mercanti o
pellegrini. C'è qui il segno più nitido del peso che il veneziano aveva ormai
conquistato come lingua internazionale: “su questa esperienza si è fondata la
duplice vocazione veneziana di attaccamento al dialetto particolare della
città e insieme di plurilinguismo, quell'esperienza che esplode nel teatro
veneziano cinquecentesco” (Folena 1990: 237). Non solo. La registrazione
dell'attività mercantile nella forma privata del diario, della memoria, dello
zibaldone favorisce anche nella borghesia cittadina cólta, poco disponibile al
latino o alle lingue straniere, il piacere della lettura di testi non più
solamente pratici ma di evasione, romanzi cavallereschi e libri di avventura,
nella lingua materna, quotidiana. Si pensi, a solo titolo di esempio, ai
volgarizzamenti e alle creazioni originali, sempre in area veneta, dei
romanzi di Tristano (D. Branca 1968 e Bologna 1986b: 531), di cui non per
caso un frammento è conservato nel mercantile Zibaldone da Canal.

Spostandosi su un piano più formalizzato di lingua colta, invece, se la
viva produzione di componimenti poetici nei diversi volgari locali istituisce
una tradizione di vera e propria lingua letteraria, è però vero che in un
ristretto arco cronologico il prestigio del toscano che si impone proprio nel
Veneto doveva relegare questa coinè in un ambito solamente comunicativo e
“dialettale”; anche se non è storicamente corretto, proprio sul piano dei
prodotti letterari, considerare la letteratura veneta nel passaggio fra Tre e
Quattrocento, nell'unica prospettiva toscana, dell'affermarsi della linea
fiorentina e toscana nel Veneto: interpretazione che vale per la storia della
cultura e della lingua, non per la storia letteraria e poetica
19
.

17
Su tutto quest'aspetto, cfr. Cortelazzo 1976.
18
Meno interessanti, dal punto di vista della documentazione linguistica (perché il più
antico, inserito in un progetto di spedizione crociata di Marin Sanudo Seniore, ci è stato
conservato in latino) i portolani.
19
Esemplare in questo senso Folena 1964.
9
Il che non significa, ovviamente, che non persista l'antagonismo di
tradizioni linguistiche topiche.
In area padovana, ad esempio, in età cararrese
20
e in zona letteraria, i
modelli toscani si infiltrano con l'allettamento della loro supremazia,
perdura una produzione socioculturalmente differenziata di testi di carattere
letterario - prosa cronistica come quella di Nicoletto d'Alessio o la Ystoria
de Mesier Francesco Zovene, ma soprattutto quella della famiglia bolognese
ormai assimilata dei Gatari - e documentario che ormai solo episodicamente
conservano i segni dell'antico volgare cittadino, cui si sono sovrapposti i
tratti di una più larga coinè venezianeggiante o padana di ambito
comunicativo interregionale (che equipara la lingua cancelleresca carrarese
a quelle scaligere o gonzaghesche, assai meno a quella veneziana). Non
meno forti sono i sussulti di vitalità del volgare municipale che seleziona il
proprio campo di intervento nella volgarizzazione scientifica e religiosa,
come dimostra l’Erbario carrarese, meglio Libro agregà de Serapiom,
opera dell'eremitano Jacopo Filippo da Padova (Ineichen 1957 e 1962-1966)
e, su un piano di minore dialettalità la cosiddetta Bibbia istoriata padovana
(Folena 1961-1962 e 1962) dell'ultimo Trecento o dei primissimi del secolo
successivo.
Queste due affermazioni linguistiche padovane [...] appaiono dunque come i monumenti
più significativi dell'antico volgare intra muros e sono insieme il canto del cigno di una
cultura municipale che si appoggiava all'ultima splendida affermazione dell'autonomia
politica e civile. La fine della dominazione carrarese tronca questa breve ma significativa
tradizione di letteratura volgare locale. (Folena 1990: 375)
Fra le regioni italiane il Veneto (con l'Emilia) assorbe e assimila per
primo assai precocemente la cultura toscana
21
, sin dalla fine del Duecento,
quando ancora sono vigorose la cultura latina letteraria e storica (che mette
capo alla fine del secolo al cosiddetto preumanesimo di Lovato Lovati e
Albertino Mussato) non meno di quella francese e provenzale. Già nel 1332
Antonio da Tempo, con una chiara percezione della superiorità dei modelli
toscani e con la loro precoce assunzione in un'area determinante come
quella veneta, che alla cultura toscana manterrà una irrescissa fedeltà,

20
Quando già l'influsso veneziano diventa concorrenziale, al punto che un morfema
connotativo come -om di 1. pers. pl. scompare a vantaggio del veneziano –emo.
21
L'excursus anche bibliograficamente più completo è in Brugnolo 1976; cfr. anche
Bologna 1986b: 560-88.
10
affermava: “Lingua tusca magis apta est ad literam sive literaturam quam
aliae linguae, et ideo magis communis et intelligibilis” (Andrews 1977: 99).
È solo dopo la fortuna degli stilnovisti e dei poeti giocosi, e soprattutto
dopo il successo dantesco, che procede l'assimilazione dei modelli toscani in
circoli letterari locali che ripercorrono sincronicamente le esperienze
linguistiche e letterarie della poesia toscana: a Padova con il drappello di
rimatori che si muove attorno ad Antonio da Tempo e alla sua attività
storica e teorica; a Treviso con la cerchia di Niccolò de' Rossi, che produce
quel manufatto cruciale della divulgazione della cultura stilnovistica e
comica in area veneta che è il codice ora Vaticano Barberiniano latino 3953
fatto compilare e in parte direttamente trascritto proprio da Niccolò
22
; a
Venezia con il primo imitatore di Dante, Giovanni Quirini; meno a Verona
che, nonostante la presenza di Immanuel romano che pure gravita in ambito
toscano, dovrà far slittare il proprio conformismo fino a Ghidino da
Sommacampagna.
I manoscritti veneti che tramandano i testi toscani “costituiscono spesso
la sola o la principale testimonianza, nel loro colorito dialettale, di situazioni
linguistiche locali” (Folena 1961: 24) e fanno luce sia sul grado di
dialettizzazione dei testi toscani copiati localmente sia, per la parte
originale, sulla toscanizzazione più o meno coatta ed inconscia cui gli stessi
autori sottopongono le loro composizioni: la tradizione (quasi) autografa di
Niccolò de' Rossi, a fronte di quella più tarda e toscaneggiante di Giovanni
Quirini ne dà conferma. Non si tratta solo di una presenza incontrollata del
dialetto in un contesto linguistico e culturale toscano ma di una precisa
volontà stilistica in direzione comico-realistica o espressivo-parodistica, un
caso di bilinguismo stilistico di poesia illustre e poesia dialettale che se,
come ha evidenziato Contini 1970: 613-4), è “assolutamente originario,
costitutivo della letteratura italiana”, è però particolarmente fattivo nel
Veneto:
il modesto petrarchista Francesco di Vannozzo [...], come prima il mediocre e tardo
stilnovista Niccolò de' Rossi, poetanti (se il verbo non è eccessivo) in una koinè che si
direbbe “dialettale spontanea”, secernono dal loro ibridismo componimenti prettamente

22
Gli fa da pendant un altro codice capitale, l'Escorialense e. III. 23, su cui cfr. De Robertis
1954.
11
vernacolari (attingendo, nel caso di Niccolò, a suoi vicini) quando vogliano divertirsi in tale
o talaltra variante euganea.
La prima fortuna di Petrarca è collegata all'episodio quiriniano di quella
di Dante, mediante il codice Marciano Latino 223 (=4340) trascritto quasi
certamente di mano del medico e scienziato Giovanni Dondi (Billanovich
1947: 343-8, in part. 346, e Folena 1990: 342), che inaugura la sua copia
con una personale antologia petrarchesca di 33 componimenti (ancora in una
fase, la cosiddetta “sesta forma” del canzoniere, antecedente la definitiva del
cod. Vaticano Latino 3195).
L'“altro e maggiore corifeo della prima imitazione del Petrarca” (Folena
1990: 348) è il padovano, di famiglia aretina, Francesco di Vannozzo,
cortigiano errante fra le corti carrarese scaligera e viscontea, musico e
giullare, che con il Dondi corrispose (Daniele 1990: XI). La sua imitazione
petrarchesca è aneddotica, fatta di singoli tasselli linguistici contestualizzati
e isolati e di schemi ritmici delle rime; però si perde in un contesto che, per
quanto variato, è prevalentemente tardostilnovistico e dantesco (ed anche i
riferimenti petrarcheschi topici sono “carichi di simbiosi dantesche”) e
comico-frottolistico. Anche la predilizione per le artificiosità metriche (ad
esempio, le quartine di sonetto a rima incrociata), per i componimenti ad
acrostico o plurilingui, la forzatura fonomorfologica e l'inventività lessicale,
l'ibridismo linguistico, sopra un toscano che gli è connaturato per nascita,
segnalano un eclettismo e un pluristilismo che meglio che al Petrarca
riportano alla linea ormai secolare di sperimentalismo veneto, in cui il
Vannozzo si inserisce a pieno titolo con una doppia mimesi dialettale:
pavana, con il sonetto Bel me mesiere, e' fiè quel che devea, responsivo a
quello Di-me, sier Nicolò di Pregalea di Marsilio da Carrara (Lovarini
1894: 1-3), che si può datare attorno al 1371
23
, e soprattutto veneziana, con
la frottola (parallela all'altra scritta durante la guerra di Chioggia Perdonime
ciascun s'io parlo troppo) Se Dio m'aìde, a le vangniéle, compar, databile
attorno al 1380 per il riferimento alla riconquista veneziana della torre delle
Bebbe, frottola che nella parte centrale testimonia precocemente in ambito
veneto il genere del mariazo.

23
Certamente prima dell'ultimo decennio del Trecento, data oltre cui non vanno i
componimenti del cod. 59 della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova (Lovarini
1894: VI-VII).
12
Con le tenzone tridialettale di Niccolò de’ Rossi (di cui contingentemente
si segnala il sonetto “venetus” con tratti marcatamente individuanti, quali la
conservazione di -s, l’esito al + cons. > ol, la mancanza di metafonesi nei
sostantivi, “ad indiziare antichi plurali sigmatici”
24
), il Vannozzo anticipa
così due linee portanti della tradizione veneta, quella parodica del dialetto
rusticale, che metterà capo a Ruzzante, e quella dialogica “teatrale” che dai
verbali processuali di Lio Mazor tramite i mariazi e la “commedia delle
lingue” porta fino a Goldoni (Folena 1983: 1494)
25
.
La fortuna del Petrarca nel Veneto è indubbiamente agevolata dalla
presenza in loco di degli autografi delle opere volgari (Folena 1961: 21-3) e
innesca un meccanismo di copia amatoriale che mette capo a due episodi
diversi ma egualmente significativi come la trascrizione, di mano degli
ultimi del Trecento o al massimo dei primi del secolo successivo, nel codice
4 della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova, del Liber
fragmentorum domini Francisci Petrarce subito dietro la Summa di Antonio
da Tempo, “forse la più antica ed importante testimonianza residua
padovana della fortuna manoscritta delle rime” (Folena 1990: 338), e la
prima edizione a stampa condotta sull'autografo nel 1492 da Bartolomeo
Valdezocco. Parte di qua la successiva storia del petrarchismo veneto del
Quattrocento, da Domizio Broccardo e Leonardo Giustinian a Giovanni
Aurelio Augurelli, Niccolò Lelio Cosmico e infine a Bembo.
Sono dunque questi i cardini su cui si incerniera fin dal Trecento la linea
di fedeltà alla tradizione letteraria toscana che rappresenta il presupposto
necessario della preminenza veneta nella letteratura italiana nel XVI secolo
(Dionisotti 1971: 37), con l'avvertenza che l'essere in una zona di
“polivalenza linguistica ai fini letterari, dove il toscano [...] non suona
necessariamente più proprio del francese o del latino”, almeno agli inizi non
implica che la nuova coinè lirica cassi tutte le altre tradizioni scrittorie
(latino, francese, provenzale, franco-veneto), ma semmai solo che confini

24
Cfr. Pellegrini, Breve storia linguistica di Venezia e del Veneto, [1990] in Pellegrini
1991, pp. 333-39: 341.
25
E peraltro, con le tre frottole (il genere metrico è ormai denotativo) di Antonio da
Ferrara, con quella Contando molti strani vocaboli de' fiorentini del Sacchetti anticipa di
oltre mezzo secolo lo sperimentalismo dialettale parodico di un Pulci e di un Burchiello
(Paccagnella 1983: 119-21).
13
quella dialettale, soprattutto padovana e trevigiana (Contini 1954: 10-13), al
ruolo parodico ed espressionistico.

Uno degli episodi più rilevanti del veneziano illustre è indubbiamente
costituito dalle versioni venete del Milione di Marco Polo
26
che
precocemente (ce lo attesta il francescano Pipino da Bologna che tradusse,
su incarico dei superiori dell’ordine, il libro di Polo quando Marco era
ancora vivo, dal veneto in latino: redazione latina conservata manoscritta a
Toledo) furono tratte da un manoscritto francese, già ridotto rispetto a quello
originario, e testimoniate essenzialmente dai manoscritti CM 211 della
Biblioteca Civica di Padova (copiato da Niccolò Vitturi), 1924 della
Biblioteca Riccardiana di Firenze, Lucchesini 1296 della Biblioteca Statale
di Lucca (copiato nel 1456 da un tal Daniele da Verona), 557 della
Biblioteca Civica di Berna, 448 della Biblioteca Comunale di Mantova (per
il cosiddetto gruppo A, cronologicamente ormai vicino alla prima stampa
veneziana di Giovan Battista Sessa nel 1496), Donà delle Rose del Museo
Correr di Venezia,Hamilton 424
2
(per il cosiddetto gruppoB, meno corretto
ma anche meno ridotto della versione del gruppo precedente)
27
.
Linguisticamente, sono testi in cui la toscanizzazione infiltratasi nel
veneziano è ormai un dato generalizzato: per esemplificare sul codice
padovano (come fa Renzi 1987-90: 63), a livello morfologico la
compresenza dell’uso della 3. singolare dei verbi per la 3. plurale (abia
“abbiano”, tien “tengono”) con la forma di origine toscana (àno, fano,
chonsentono), a livello grafico la presenza del digramma gl (egli, figliuol,
semeglia) in assenza del fonema palatale dal repertorio fonologico. Come ha
ben scritto Renzi (1987-90: 61)

26
Ne ha trattato Renzi 1987-1990, che sull’argomento ha discusso una nutrita serie di tesi
di laurea all’Università di Padova, di cui ritengo utile dare l’elenco: Y. OLMO, Il Milione
veneto del ms. CM 211 della Biblioteca Civica di Padova (a.a. 1986-87), M.T. DINALE, Il
Milione veneto del ms. 1924 della Biblioteca Riccardiana di Firenze (a.a. 1989-90), M.G.
GRANIERI, Il Milione di Marco Polo. Redazione veneta del ms. Donà delle Rose (a.a.
1989-90), M. MAURO, Il Milione veneto del ms. Lucchesini 1296 della Biblioteca Statale
di Lucca (1990-91), G. CAMPORESE, Le novelle nel Milione di Ramusio (a.a. 1990-91),
A. BARBIERI, Il Milione nella redazione latina del ms. di Toledo (a.a. 1992-93), K.
BERNARDI, Il Milione veneto del ms. 557 della Biblioteca Civica di Berna (a.a. 1993-94),
E. RUZZON, Il Milione veneto del ms. 448 della Biblioteca Comunale di Mantova (a.a.
1994-95),
27
Ma cfr. Renzi 1987-90: 5859.
14
non è la traduzione veneta a cui attinsero Pipino e gli altri più antichi traduttori, né
quella che lessero i Veneziani al principio del Trecento. È qualcosa di diverso, ma che
rappresenta pure unarealtà storica determinata: qualcosa che si avvicina allo stato medio in
cui circolava il Milione a Venezia più tardi verso la metà del XV secolo, quando era ancora
un testo amatissimo e ricercatissimo.
Un assetto linguistico in parte analogo caratterizza il lungo poema di
Jacopo Gradenigo, Gli Quatro Evangelii concordati in uno, scritto a Padova
nel 1399, tardo episodio della fortuna dantesca nel Veneto
28
, in cui al
toscano, dipendente dal modello letterario prescelto, si sovrappongono
forme dialettali o di coinè settentrionale. Diamo qui solo qualche notazione
linguistica (rinviando allo spoglio allegato da Gambino 1997 all'edizione
degli Evangelii): sporadiche forme con metafonesi particolarmente nel
settore della morfologia verbale (del tipo credì, savì per le seconde plurali
dell’indicativo, vedisti, dixissi per il passato remoto, dovristi, faristi per il
condizionale), ma non solo (si veda utri 'otri' e lumbi 'lombi') in accordo con
la limitazione del fenomeno nel veneziano (Gambino 1997: 136);
genericamente veneto (ma con qualche marca padovana) è il passaggio
AU>al nella flessione di aldire, compresente alla conservazione del
dittongo, del tipo austro: claustro: plaustro; minime tracce dialettali si
riscontrano a livello fonetico in forme come asen, elimosena, femenil,
rugene; non sporadica, nonostante la resistenza opposta dal toscano e dal
latino alla sonorizzazione dialettale (per cui si ha patrone, leproxi lebbrosi'),
la presenza delle occlusive sonore scempie, quali nassuda, seguido, rede;
normalmente settentrionale l'esito di -LJ- in fio, fia (ma anche figlio, figliol,
figlia); frequenti le forme peculiarmente settentrionali di 3. singolare dei
verbi per 3. plurale (a partire dall'incipit “Incomincia li quatro Evangelii”),
spesso coesistenti: “ambidue tenean la iusta via / servando Deo, et la divina
strata / seguiva”; peculiarmente settentrionale è anche il livellamento del
geundio sulla I, come credando, faççando, servando (che coesiste con
servendo) e la costruzione sul tema del presente, abiando, digando; al
veneziano si avvicinano i participi deboli del tipo degiunà, interpretà (ma
anche interpretato), vedù.
A questo livello cronologico l’affermazione del toscano anche come
modello linguistico nel Veneto è un dato assodato.

28
Cfr. Gambino 1996 e 1997.
15

Per certi aspetti gli avvenimenti culturali nel Veneto agli inizi del
Quattrocento si collocano in una linea di sostanziale continuità con le
premesse poste in tempi tanto precoci ma in maniera sorprendentemente
matura dai vari Lovato Lovati, Albertino Mussato, Ferreto Ferreti, Oliviero
Forzetta, i quali già nella prima metà del secolo precedente avevano stabilito
i fondamenti storiografici, antiquario-filologici e poetici della nuova cultura
umanistica.
Solo con il Quattrocento, con il consolidarsi cioè del predominio
veneziano in terraferma, i motivi tipici dell'umanesimo veneto (in
particolare di Padova, il cui Studio, connotato da profonde sollecitazioni
scientifico-filosofiche, diventa Universitas Venetorum, la sola ammessa
dalla Repubblica) vengono assunti anche negli ambienti colti della classe
dirigente veneziana.
Ma l'umanesimo veneto è un momento critico e composito, in una
pluralità di situazioni e tendenze. La novità
29
, legata anche alle diverse
strutture dell'istruzione nella capitale e nelle province della Serenissima
(essenzialmente privata a Venezia, affidata ad istituzioni pubbliche
nell'entroterra), è rappresentata dalla “affermazione di un nuovo tipo di
intellettuale, non troppo legato alle istituzioni accademiche e dedito alla
libera ricerca e allo spregiudicato dibattito culturale, secondo la vocazione e
il costume che troviamo stabiliti già con il Petrarca” (Pastore Stocchi 1980b:
98). Si viene però inevitabilmente a creare uno iato tra gli intellettuali
veneziani, fedelmente legati ad un sistema politico per il quale gli otia
letterari sono una scelta subordinata agli impegni della loro condizione
civile e quelli di terraferma, con fisionomie più articolate e diverse ma
sostanzialmente relegati in un ruolo e in una funzione subalterna, anche
perché proprio la centralizzazione dell'università semplifica il sistema
culturale, riducendo tutte le altre espressioni, per quanto vivaci e
tradizionali, ad evidenti dimensioni provinciali.
Lo sviluppo della cultura veneta a partire dal XV secolo è marcato da una
singolarità dell'evoluzione territoriale veneziana che registra una
significativa sfasatura nei confronti delle altre istituzioni politico-statuali

29
Ben sottolineata da Pastore Stocchi 1980: 93-121.
16
della penisola, vale a dire l'eliminazione all'interno dei propri domini, con
quelle scaligere e carraresi, delle corti, proprio nel momento in cui nel resto
d'Italia si rivela improcrastinabile la loro funzione anche di promozione
culturale ed artistica
30
(da ciò la loro capacità di attrazione per gli uomini di
cultura e i letterati veneti, come dimostra, ad esempio, il mito di Urbino -
ma anche di Ferrara e poi di Roma - per Bembo). Una conseguenza, sul
piano dell'organizzazione culturale, è il decentramento dei momenti di
aggregazione degli intellettuali e dei letterati attorno ai nuclei più solidi del
patriziato veneto in una fase di ritorno alla terraferma, decentramento che
alla fine si semplifica nei due poli, complementari più che alternativi, della
capitale, Venezia, e dell'università di stato, Padova, ma che anche asseconda
già radicate tradizioni letterarie locali o innesca pratiche più sperimentali ed
eccentriche, modellando di conseguenza un pubblico più ampio e
disponibile: questo vale per il macaronico a Padova come per la poesia
rusticale sempre a Padova o a Verona con Sommariva, come per le
canzonette “veneziane” di Leonardo Giustinian
31
.
Per l’appunto il patrizio e ricco Leonardo Giustinian, discepolo del
Guarino, dotto umanista, appassionato dilettante di poesia non meno che di
musica, incarna nella propria produzione - che svaria in una pluralità di
generi, dagli strambotti alle “canzonette”, dalle laudi religiose ad un
sirventese profetico - la contraddizione di essere probabilmente il più colto
dei poeti veneziani e veneti del tempo, sul versante aulico e petrarcheggiante
ormai vulgato, ed anche il più popolareggiante, per i rapporti con forme di
poesia tre-quattrocentesca di tradizione frottolistica, musicale e canterina.
E' nota l'affermazione con cui Pietro Bembo (Prose della volgar lingua,
I, XV) ne liquidava l'esperienza
Ma io non voglio dire ora, se non questo: che la nostra lingua [il veneziano], scrittor di
prosa che si legga e tenga per mano ordinatamente, non ha ella alcuno; di verso, senza fallo,
molti pochi; uno de' quali più in pregio è stato a' suoi tempi, o pure a' nostri, per le maniere
del canto, col quale egli mandò fuori le sue canzoni, che per quelle della scrittura: le quali
canzoni dal sopranome di lui sono state dette e ora si dicono le giustiniane. E se il Cosmico

30
Costituisce pur sempre un'eccezione, per la “cessione” di Cipro, quel simulacro che fu la
corte domestica della vedova di Giacomo II di Lusignano, Caterina Cornaro ad Asolo, e
come tale assunta a luogo di ideale ambientazione degli Asolani del Bembo.
31
Balduino 1980: 271, con i possibili interscambi di genere ad opera di uno stesso autore (è
il caso di Sommariva, come anche di Giustinian), nota anche l'assenza di “personalità di
statura tale da permetter loro di guidare o coagulare intorno a sé le esperienze dei minori”.
17
è stato letto, e ora si legge, è forse per ciò che egli non ha in tutto composto vinizianamente,
anzi s'è egli dal suo natio parlare più che mezzanamente discosto. (Pozzi 1978: 97)
Certo le “maniere della scrittura” di Giustinian non potevano rientrare
nell'orizzonte bembiano, in primo luogo per la mancanza di selezione
letteraria e stilistica dei propri modelli. Ed in ogni caso del tutto estranee a
Bembo sono le scelte linguistiche di Giustinian che chiaramente
contraddicono il sistema dell'imitazione toscana e della precettività
petrarchesca pur dominante fin dallo scorcio del secolo; e, nota
correttamente Balduino 1980: 311,
di scelte, naturalmente, occorre parlare perché non è in alcun modo pensabile, per un
uomo fornito di una simile cultura (e diciamo pure di una simile biblioteca), che lo spiccato
grado di dialettalità che caratterizza la sua poesia possa essere (se non per qualche
connotato fono-morfologico, che rientrerebbe nella media) qualcosa di subìto e
inconsciamente accettato.
La vera innovazione, e rende il grado dell'originalità della sua
ispirazione, è data dall'equilibrio
32
raggiunto fra la linea toscana, parte
integrante della sua cultura poetica, e la personale esperienza veneziana,
fatta anche di riferimenti ad un'ancor esile tradizione letteraria locale
33
, che
si concretizza in un impasto linguistico idiomatico che sfuma i singoli dati
dialettali nativi (come, ad esempio, l'esito di AU in aldire, la dittongazione
del tipo tuore e piera) in una coinè più genericamente veneta (si veda, ad
esempio, il gerundio in -ando: digando, la desinenza di 3. sing. per il pl., e,
a livello lessicale, zobia 'giovedì', subiare 'fischiare'
34
).

Ad un’analisi linguistica gli spogli condotti da Sattin 1986 su un
corpus di venti testamenti scritti fra il 1403 e il 1416 (dieci di mano notarile
e dieci autografi)
35
confermano sostanzialmente il quadro dato per il secolo
precedente da Stussi 1965, con la novità della progredita evoluzione dei
nessi CL PL (§3.2.), la restituzione del -d- secondario (§3.4.), la
generalizzazione della desinenza -a nel congiuntivo presente(§6.5.).
Possono poi essere interpretati come “possibili tracce della toscanizzazione
in atto” (p. 8) alcuni elementi quali la riduzione del fenomeno di chiusura di

32
Cfr. Tissoni Benvenuti 1972: 8 che parla di “gracile e raffinato equilibrio tra la tradizione
toscana e la sua "venezianità"”.
33
Per cui cfr. Balduino 1980: 286-94.
34
Cfr. Contini 1976: 531.
35
Sattin 1986: 1-172.
18
à in è (§1.1.) e l’estensione del dittongamento (§1.9.), la generalizzazione
dell’articolo el rispetto al più antico aferetico lo (§5.4.), l’affermazione del
possessivo invariabile suo (§5.5.), la forma ò dell’indicativo pres. 1. pers. ,
in sostituzione dell’originaria è (§§ 6.1., 6.4.). Per questo periodo molto
resta da fare, sia per quanto riguarda testi documentari, sia per quanto
riguarda testi letterari o comunque di registro alto. Di questi vorrei dare,
indicativamente, alcuni esempi.
Il 1 agosto 1471 il monaco camaldolese Niccolò Malerbi
36
. pubblicava a
Venezia da Vindelino da Spira la traduzione della bibbia con il titolo di
Biblia vulgarizata. La risonanza della traduzione è immediata. Due mesi
dopo, il 1 ottobre 1471 esce presso la tipografia veneziana di Adam di
Ammergau l'anonima Biblia vulgare tradutta, che nei Salmi e nel Nuovo
testamento copia la bibbia Malerbi. L'impegno di traduttore del camaldolese
non è episodico, tant'è che nel 1475, questa volta presso l'altro grande
prototipografo di Venezia, Nicolas Jenson, pubblicava il volgarizzamento
delle Legende di sancti. Resta però inspiegato, all'interno di un ambiente che
si era finora rivolto alla diffusione manoscritta delle proprie opere di
edificazione e istruzione religiosa, il suo interesse per la stampa, introdotta a
Venezia solo pochi anni prima dell'edizione della Biblia.
L'opera si apre con una lunga epistola indirizzata al francescano Lorenzo
da Venezia sul tema della traduzione del testo sacro: epistola che costituisce
la prima documentazione a stampa di una giustificazione della traduzione e
dell'uso del volgare. Innanzi tutto va messo in evidenza il fatto che Malerbi
non sente minimamente la necessità di difendere sul piano speculativo come
su quello storico la dignità del volgare che usa; il silenzio, in un contesto di
matura coscienza teorica, sembra dare per scontato il prestigio ormai
raggiunto dalla lingua.
La “vulgare lingua materna” (VI 5) dell'Epistola si caratterizza come un
toscano generico in cui spiccano latinismi grafici, lessicali (ad esempio
certare V 24, commorante VII 60, elapsa IV 18), morfologici (del tipo
peccata IV 22) e sintattici (come le frequente inversioni del tipo “a dicere
prompte” IV 9 o “di legendo intendere”, IV 19), eppur segnato di venetismi

36
Malerbi (cfr. Barbieri 1992) era nato nel 1422 probabilmente a Venezia; entrato
nell'ordine nel 1470, fu abate di San Michele di Leme (in Istria sulla costa fra Parenzo e
Rovigno), anche se di fatto residente a san Michele di Murano; morì fra il 1481 e il 1482.
19
diffusi senza mai essere vistosi; ad esempio, forme come Chiesia III 5 7
rappresentano un esito fonetico ibrido (con il dubbio che il digramma
iniziale possa anche non indicare la velare, ma la palatale veneta), e sul
piano lessicale mancano dialettismi espliciti; compare così sempre la forma
latineggiante laude III 1 8, VII 51, mai quella più marcatamente veneta
lalde; termini tecnici come vulgarizare (non a caso testimoniati anche in
posizione forte dell'incipit solo con una lieve marca locale come lo
scempiamento: Biblia vulgarizata, vulgarizavamo VII 39, vulgarizato V 43
VII 37, vulgarizati VI 16) assumono una morfologia per così dire neutra in
vulgarigiare III 1; ed anche un fatto caratteristico quale l'uso enclitico del
pronome atono diretto, del tipo “l'Aureliano Augustino scrivendo a Cyrilo
chiamalo confalone del la Chiesia sancta” III 6, sembra essere più un usus
d'autore che un fenomeno geolinguistico.
Alleghiamo qui alcuni tratti essenziali (con l'avvertenza che
l'esemplificazione non è esaustiva).
Sono correnti i latinismi grafici, del tipo clarissimo I 1, consequire I 18,
voluptusosi dilecti I 14 doctrina I 3, facto I 19, ioveni I 41, obscurità I 31,
sequitassero I 15, per tratti diversi sostinere I 4 e sustenendo I 24;
un'ipercaratterizzazione è expedicti I 15; ripetuta la grafia ci del tipo
asprecia I 33, dispreciata I 31, malicia I 41, preciosa IV 7, preciosamente II
6, se ridriciano I 38, sforciandosse II 11 , a fianco di quella più usuale ti:
vitii I 34, confirmatione V 8. Sporadica la grafia scempia con valore di
sorda: puose 'possa' VII 28 ed anche palatale: finise VII 65 (anche la
rafforzata dialettalizza l'esito palatale possa VII 65 'poi'). Forse non solo
grafico l'esito palatale di (institutione) domestice VII 13
E' occasionale e in direzione veneta la mancanza di anafonesi in consegli
I 22, consegliere VII 43, longo I 40 e longamente I 25, megliore I 10 39;
usuale il dittongo in fuorsi V 2, luoco V 14, luochi VI 18, puoca VII 2,
puoco III 10, puochi I 30, puoseme VII 5 (ma nova VII 24, sona VII 30);
singolo il passaggio i > e di suplessi 'supplissi' V 23; è abituale la forma
apocopata in -al, anche al plurale, del tipo celestial commandamenti II 2, in
ogni posizione di litteral I 37, II 10. Ben s'inserisce nel quadro veneto
piatoso VII 61; dissimilazione vocalica in s'apertiene II 7.
20
Per quanto riguarda il consonantismo, si registrano scempiamenti diffusi
e continui, del tipo richeze I 8, apartengono I 9, facende I I 5, a fronte di
forme iperrafforzate del tipo facillità II 10, litte IV 12, mortiffere IV 21,
refferire VII 56, salutiffera VII 2 (ma salutifera VII55), ma si tratta sempre,
come ha avvertito bene Stusi, di l, f, t. ; più usuali commadamenti VII 10,
doppo V 25, oppinione V 37 ed anche stillo V 41. L'esito settentrionale
assibilato sordo si riscontra in lassiate I 5; usuale la nasale palatale veneta in
cognoscimento I 11, V 7; normalmente dialettale l'esito affricato di dolzeza
VII 11, rezevuto V 2 (ma recevere IV 10).
Sul piano morfologico, è da notare il plurale femminile della terza
metaplastico in -e, [le] contentione III 11, laude III 6 8, mane VII 54, le
mente II 2, le [...] supersticione e in serie aggettivali: cose fragile e terrene I
9, facende famigliare I 14, cose [...] suave et agevole, e facile IV 9. La
morfologia del pronome atono enclitico è oscillante fra le forme più
localizzate in -e e quelle in -i, con o senza assibilazione: abiamosse V 41, se
abiamo VII 34, concederme VII 61, discordandossi IV 28, governandoci
[...] e non transferendosse V 29-32, partendossi VII 36, puoseme VII 5; da
rilevare al proposito l'uso del pronome impersonale in posizione enclitica
(non sempre con raddoppiamento; da distinguere dal regolare pronominale
sforciandosse II 11) del tipo conviense II II 8, dechiarasse 'si dichiara' II 1,
insegnasse I 29, possasse II 2, potevasse I 5, potessesse I 10, potrasse III 9,
esteso anche al pronome oggetto abiamolo facto V 15, abiamosse accostato
V 21 (dove è da notare anche la mancata concordanza). Sporadica la
desinenza di terza plurale dell'indicativo in -eno: iaceno V 18, scriveno VI
20; forse solo grafica la forma con raddoppiamento desideranno VII 9;
scarsi i casi di futuro e condizionale in -ar: adormentaransi IV 21,
confortarei IV 26 (coordinato con sequiterei), dimostraremo II 13; isolata la
desinenza di prima singolare del perfetto fece VI 7; più frequenti le forme di
terza plurale in -orono: desiderorono I 12, formorono IV 29, lassorono I 18,
ordinorono IV 11, usorono I 30, e in -ero: consequitero I 18. Per quanto
riguarda il congiuntivo, si segnalano le forme di terza del presente in -i:
imprendino VII 11, possi II 14, se possi VII 31, possino VII 16, sapino VII
12, soglino I 4, si sparti V 13, voglino VII 56, contro la desinenza di terza
plurale daneghiano IV 15 (inusuale invece la desinenza -e di puose 'possa'
21
VII 28); imperfetto in -e, -eno: s'io pensasse IV 24, fusseno IV 12
preponesseno I 13, ed anche il condizionale consequirebbeno VII 3; isolato
avessamo V 17, come anche il condizionale (con la solita dislocazione del
pronome) sostenerevesse VI 9. Sporadico il participio legiute VI 21, legiuto
VI 7 (foneticamente probabile retroversione della forma dialettale). Tipico
ma poco testimoniato il gerundio in -ando, del tipo abiando V 19,
sminuando V 12. Per quanto riguarda gli ausiliari, si segnalano le forme
avea I 32, aresti VI 7, foria V 18 VI 11 VII 64, fir (dicte) V 20. Da notare
infine, la concessiva con l'indicativo retto da avegna che I 1.
Potrebbe sorgere il dubbio che questo toscano solo leggermente
macchiato di venetismi generici (più che veneziani) fosse imposto dal
soggetto. Più difficile spiegare però un’analoga scelta linguistica per un
testo come Li statuti di Venesia, stampati appunto a Venezia nel 1477 da
Filippo di Pietro, che, pur aspirando ad un ambito emblematico e ad una
diffusione extracittadina, si pone pur sempre come raccolta organica delle
leggi fondamentali della Repubblica, tradotte dal latino; come dirà pochi
anni dopo, il 31 ottobre del 1492, il tipografo Dionisio Bertocchi,
pubblicando gli Statuta venetorum nella traduzione di Francesco Gilberto,
ridotte a “l’uso quotidiano”.
Siamo cioè di fronte a un volgare cancelleresco veneziano di cui segnalo
solo alcuni fenomeni un po’ casualmente, dalle prime carte
dell’incunabolo
37
, in particolare il “prologo di statuti et ordeni de l’ynclita
Citta de Venesia”, uno spoglio che ovviamente va esteso a tutto il testo (o
almeno ad un campione più ampio e rappresentativo della effettiva realtà
linguistica del testo).
Usuale l’esito di AU + dentale (per analogia di AL + dent. > ol) in oldi;
conservazione sporadica di o in noser ‘nuocere’; dittongamento di E breve
in pievano; conservata la postonica in ordene, ordeni; mancanza di
sonorizzazione iniziale in colfo ‘golfo’; PL- ha ormai esito pj- in pievano,
piusor; esito affricato dentale sonoro in leze ‘leggi’ e zudesi, zudegar; e
esito j< LJ in bataie, paiuca; conservazione di labiale intervocalica in
habudo; normale la sonorizzazione di -T- in agropadi, biadamente, lassado,
prdenado, procedudi, stado, trinitade, zudegare;sonorizzazione anche in
22
noser; usuale l’esito sordo in zascuno, anche in posizione interna:
discazimenti e anche affrezarse ‘affrettarsi’; resa sorda di SC davanti a
palatale in acresudam ma cognosceno; normale in generale il dileguo
consonantico del tipo vacilava, hano, amonidi (ma dilligentemente, con
iperrafforzamento grafico che tocca la l, come ha più volte ricordato
Stussi).. Per la morfologia: convivono le forme dell’articolo lo/el:lo
adiutorio, lo clamor, lo qual, el segnor; per i possessivi: sempre soa, soe,
soi; nel verbo: alternanza siamo/siemo; apertura di e davanti a r nel futuro:
illuminarà, manifsetarà (del resto anche raservate); l’avverbio è ormai
sempre in -MENTE: dilligentemente; da segnalare la forma interrogativa chi
etu. Per il lessico, al di là dei tecnicismi marinari e giuridici (che
meriterebbero un discorso a parte, che qui non si può fare) citiamo solo
assunare, assunamento di largo uso veneto (è già nella Bibbia padovana) e
(nave) usciante (fora del nostro colfo).
La chiusura di questa curva che ho cercato di delineare potrebbe aversi
con la prosa di Marin Sanudo. Dalla prima opera, l’Itinerarium cum syndicis
terrae firmae del 1483 ai monumentali Diarî redatti fra il 1496 e il 1553 in
58 volumi, la storia della scrittura di Sanudo è quella della fedeltà a questo
volgare cancelleresco veneziano, mantenuta attraversando una cultura
umanistica formatasi sul Merula e su Biondo Flavio e un fiorentino (o
meglio: un volgare fiorentineggiante) , che traspare particolarmente nelle
lettere dedicatorie, un “sermone materno” che non indulgeva nell’“ornato et
elegante parlar” e gli permetteva di riformulare e amalgamare nei diarî testi
e documenti di diversa provenienza linguistica, mantenendo l’uniformità del
“vulgari sermone”.
Dopo, la storia del veneziano (e dei dialetti veneti, in generale) è altra
cosa. Se permane un uso cancelleresco, o meglio, se permane una vitalità
d’uso del veneziano, i risultati maggiori si hanno sul piano apertamente
letterario. Come in Calmo, che mimetizza l'espediente tradizionale del
comico derivato dal fraintendimento delle lingue diverse sotto una parvenza
documentaria delle stratificazioni sociali e degli sforzi di integrazione
linguistica, ridotti però a morto materiale d'archivio, che diventa peraltro
centrale e ben diversamente vitale nei quattro volumi delle Lettere, fra il

37
Si è consultata la copia segnata Inc. V 515 della Biblioteca Nazionale Marciana di
23
1547 e il 1556. Non a caso i sottotitoli delle sue opere insistono sul gioco
dei linguaggi nella trama, cioè sulla “commedia delle lingue” di per se
stesse protagoniste del comico che nasce dal confronto di parlate eterogenee
- toscano, pavano, bergamasco, veneziano, greghesco, dalmatino - resecate
in un accademismo glottologico che esaurisce la stessa commedia: “Resta
l'organo ma scompare la funzione. E siamo d'altronde già nel pieno di quella
tipizzazione folclorica e di quella stereotipia modulare che prelude alla
lingua delle maschere” (Folena 1983: 1513).

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