1

5.
Frege (II):
Senso e Denotazione


Nella precedente dispensa abbiamo affrontato una posizione teorica, l’antipsicologismo, e
due principi, il Principio del Contesto e il Principio di Composizionalità, che stanno alla base della
“teoria” del significato di Frege. In questa dispensa ci occuperemo più specificamente di
quest’ultima: prenderemo in esame la tesi di Frege secondo cui il significato di un’espressione
linguistica si articola nelle due componenti del Senso e della Denotazione.

Prima di cominciare, qualche nota sulle difficoltà di traduzione dei termini che Frege usava
per indicare le due componenti, ovvero “Sinn” e “Bedeutung”. Letteralmente, “Sinn” si traduce in
italiano con “senso”, e “Bedeutung” con “significato”. Dato però che vi è un certo scarto tra il modo
in cui Frege usava i termini “Sinn” e “Bedeutung”, e il modo in cui noi usiamo i termini “senso” e
“significato” nel linguaggio ordinario, dei due termini originari sono state proposte le traduzioni più
svariate, ovvero:
“Sinn” =
tr
“senso”, “significato”
“Bedeutung” =
tr
“denotazione”, “riferimento”, “significato”
Il risultato è stato ovviamente una confusione maggiore di quella che si tentava di risolvere. Noi
sceglieremo di tradurre “Sinn” con “Senso” e “Bedeutung” con “Denotazione”: tale traduzione ci
aiuterà a tenere a mente che, per Frege, il Senso e la Denotazione sono entrambe componenti di
quella nozione preteorica di significato che vogliamo analizzare, cosa che rischierebbe forse
d’andar persa se scegliessimo di tradurre i due termini con “senso” e “significato”.
1. Le unità di base del linguaggio
Abbiamo detto che per Frege il significato di un’espressione linguistica si articola nelle due
componenti del Senso e della Denotazione. Cominciamo allora col vedere quali siano i tipi di
espressione linguistica con cui abbiamo a che fare. Per Frege, le unità di base del linguaggio sono le
2
seguenti:

1) ENUNCIATI

2) TERMINI SINGOLARI
I termini singolari sono espressioni che si riferiscono ad uno e un solo oggetto particolare (dove
“oggetto” è inteso in senso ampio: sono oggetti le persone, gli animali, i luoghi..). Si oppongono
quindi ai termini generali come “rosso” o “cane” che si riferiscono o si applicano a più oggetti.
Appartengono alla categoria dei termini singolari almeno le seguenti classi di espressioni
linguistiche:

a) nomi propri: “Mario”, “Parigi”, “Fido”, …
b) pronomi personali singolari: “tu”, “egli”, “lei”, …
c) pronomi dimostrativi singolari: “questo”, “quello”, …
d) descrizioni definite: “La regina d’Inghilterra”, “La capitale della Francia”, …

Noi ci concentreremo sulle categorie dei nomi propri e delle descrizioni definite. A proposito di
queste ultime, notate che mentre “La regina d’Inghilterra” è una descrizione definita (si riferisce ad
un solo oggetto particolare – la regina d’Inghilterra è una soltanto, ed è proprio quella specifica
persona), “le rose del mio giardino” e “un figlio di Pietro” non lo sono (la prima espressione si
riferisce a più oggetti, la seconda si riferisce ad un solo oggetto ma non specifica quale).

3) PREDICATI
Frege ci fornisce un metodo per dire cosa sia un predicato senza anticipare troppo su cosa sia il suo
significato. Considerate i seguenti enunciati:
(1) Attila è crudele
(2) Attila è più crudele di Gengis Khan
Supponete ora di rimuovere da (1) e da (2) i termini singolari, e di sostituirli con variabili
individuali. Da (1) otteniamo:
“x è crudele”
Da (2) otteniamo:
“x è più crudele di y”
3
“x è crudele” e “x è più crudele di y” sono predicati. Un predicato è dunque per Frege il risultato
della rimozione dei termini singolari da un enunciato, e della loro sostituzione con variabili
individuali. Più semplicemente, potremmo dire che un predicato è un’espressione che,
opportunamente combinata con uno o più termini singolari (quanti? Dipende dal tipo di predicato:
“x è crudele” è un predicato monadico, che richiede un termine singolare; “x è più crudele di y” è
un predicato diadico, che richiede due termini singolari; e così via), produce un enunciato.

Ora, tutti questi tipi di espressioni avranno, ciascuno, un Senso e una Denotazione. Chiedersi
cosa è il significato per Frege equivale quindi a chiedersi cos’è, per Frege, il Senso e la Denotazione
degli enunciati, dei termini singolari, e dei predicati. Procediamo allora, cominciando dalla
Denotazione.
2. La Denotazione
L’intento fondamentale che anima la filosofia di Frege è quello di dimostrare l’universale
validità dell’aritmetica: di dimostrare cioè che, contrariamente ad esempio alla geometria euclidea,
l’aritmetica è applicabile a tutto ciò che è concepibile e non richiede alcun fondamento
nell’intuizione sensibile. Ad esempio, il concetto di numero è per Frege completamente
indipendente dalle kantiane forme dell’intuizione sensibile (spazio e tempo) e, più in generale, da
qualsiasi dato dell’esperienza. Dimostrare che il fondamento dell’aritmetica risiede non
nell’esperienza sensibile, ma nelle leggi del pensiero equivale a dimostrare, per Frege, la validità
del logicismo, ovvero di quella posizione teorica secondo cui l’aritmetica può e deve essere
fondata su basi puramente logiche.
Per dimostrare la verità del logicismo Frege aveva bisogno di provare che in nessun punto
delle dimostrazioni aritmetiche c’è bisogno di ricorrere ai dati dell’esperienza e alle forme
dell’intuizione sensibile (spazio e tempo): per accettare i concetti e le leggi fondamentali
dell’aritmetica, per dimostrarne teoremi e corollari, abbiamo bisogno unicamente di una logica
adeguata. Abbiamo bisogno, cioè, unicamente di inferenze che siano valide, ovvero di inferenze che
garantiscano che la conclusione segue dalle premesse esclusivamente in virtù delle leggi del
pensiero.
Se le cose stanno così, se cioè l’intento fondamentale di Frege era dimostrare che
l’aritmetica si fonda esclusivamente sulla logica, e se la nozione centrale per la logica è quella di
validità, possiamo capire perché Frege concepisse una parte del significato linguistico, la
Denotazione, nel modo seguente:
DENOTAZIONE (BEDEUTUNG): quella parte del significato di un’espressione linguistica che è
4
rilevante per determinare la validità degli argomenti in cui
essa occorre, ovvero quella parte del significato che interessa
a fini logici.
Si tratta ora di applicare questa definizione generale al caso degli enunciati, dei termini singolari e
dei predicati in modo da arrivare a capire in cosa consista, rispettivamente, la Denotazione di
ciascuno. In accordo al Principio del Contesto, inoltre, cominciamo a interrogarci sulla Denotazione
partendo dagli enunciati.
2.1 La denotazione degli enunciati
Applicando la definizione generale di Denotazione al caso degli enunciati, avremo che la
denotazione di un enunciato è quella parte del significato di un enunciato che è rilevante per
determinare la validità degli argomenti in cui l’enunciato occorre. Chiediamoci allora: qual è quella
parte del significato di un enunciato, ovvero quella proprietà semantica di un enunciato, che risulta
rilevante per la validità?
Ricordate come eravamo arrivati a stabilire che il seguente schema:
(1) p  q
(2) p
(3) q
è uno schema di argomento valido, o che il seguente
(1) p  q
(2)  p
(3)  q
è invece uno schema di argomento non valido? Ragionando sulla definizione di validità, avevamo
ricavato le possibili distribuzioni di valori di verità tra le proposizioni p e q: nel primo schema, la
distribuzione risultante era tale da provare la validità dell’argomento; nel secondo caso, invece, la
distribuzione risultante era tale da provare la non validità dell’argomento. Ciò che in ultima analisi
importava ai fini della validità era allora proprio questo: la possibile distribuzione dei valori di
verità tra gli enunciati atomici che compongono premesse e conclusioni. Ma allora, la proprietà
semantica di un enunciato che interessa ai fini della validità è l’essere vero o falso. Quindi possiamo
capire perché Frege sostiene che:
DENOTAZIONE di un ENUNCIATO: il Vero / il Falso
Ciò che un enunciato denota è quindi un valore di verità: se l’enunciato è vero, la sua Denotazione è
il Vero, se l’enunciato è falso, la sua Denotazione sarà il Falso. Ad esempio:
5
“2 + 2 = 4” denota il Vero
“Le balene appartengono all’ordine dei Cetacei” denota il Vero
“Hermann Hesse scrisse La Divina Commedia” denota il Falso
N.B: 1) per motivazioni che vedremo, secondo Frege il Vero e il Falso sono oggetti: oggetti
speciali, ma comunque oggetti. Ma se è così, allora gli enunciati sono nomi: gli enunciati veri sono
nomi del Vero, e gli enunciati falsi sono nomi del Falso;
2) se tutti gli enunciati veri denotano il Vero, tutti gli enunciati veri sono codenotanti; e se
tutti gli enunciati falsi denotano il Falso, tutti gli enunciati falsi sono codenotanti.
2.2 La Denotazione dei termini singolari
Applicando la definizione generale di Denotazione al caso dei termini singolari, avremo che
la Denotazione di un termine singolare è quella parte del significato del termine singolare che è
rilevante per determinare la validità degli argomenti in cui il termine singolare occorre. Ora, dato
che un termine singolare è una parte dell’enunciato, e dato che la proprietà semantica di un
enunciato rilevante per la validità è la sua verità (o falsità), la proprietà semantica di un termine
singolare rilevante per la validità sarà quella proprietà semantica che è rilevante per determinare la
verità (o falsità) degli enunciati in cui esso occorre. La Denotazione di un termine singolare sarà
cioè il contributo che il termine singolare dà alla determinazione del valore di verità degli enunciati
in cui esso occorre. Per Frege, tale contributo consiste nell’oggetto cui il termine singolare si
riferisce:
DENOTAZIONE di un TERMINE SINGOLARE: l’oggetto cui il termine si riferisce
Ad esempio, avremo che:
“Fido” denota Fido
“Socrate” denota Socrate
“Il marito di Carla Bruni” denota Sarkozy
È perché “Fido”, “Socrate”, e “il marito di Carla Bruni” contribuiscono oggetti diversi alla
Denotazione degli enunciati in cui occorrono, che i seguenti enunciati:
“Fido è un filosofo”
“Socrate è un filosofo”
“Il marito di Carla Bruni è un filosofo”
hanno, a parità di predicato, Denotazioni diverse (assumendo che Fido sia un cane, abbiamo che il
6
primo e il terzo enunciato sono falsi, e che il secondo invece è vero).
2.3 La Denotazione dei predicati
Il ragionamento per la Denotazione dei predicati è analogo a quello per la Denotazione dei
termini singolari: chiedersi qual è la Denotazione dei predicati equivale a chiedersi qual è il
contributo che i predicati danno alla determinazione del valore di verità degli enunciati in cui essi
occorrono. Dato che un predicato è qualcosa come “x è_____” (ad es. “x è simpatico”), tale
contributo sarà un entità che, a seconda di quale sia l’oggetto denotato dal termine singolare che va
a sostituire la variabile x, mi determina se l’enunciato è vero o falso. Per Frege, tale entità è un
concetto, dove per “concetto” egli intende una funzione da oggetti a valori di verità:
DENOTAZIONE di un PREDICATO: concetto (= funzione da oggetti a valori di verità)
Prendiamo, ad esempio, il predicato “x è un mammifero”. La sua Denotazione è un concetto,
ovvero una funzione da oggetti a valori di verità: una funzione, cioè, che avrà come argomenti gli
oggetti denotati dai termini singolari che di volta in volta vanno a sostituire la variabile x nel
predicato, e che avrà come valori i valori di verità degli enunciati ottenuti tramite la sostituzione. Il
concetto denotato da “x è un mammifero” sarà allora una funzione come:
f(Fido) = V
f(Socrate) = V
f(il marito di Carla Bruni) = V
f(il polpo Paul) = F
f(Parigi) = F
f(il Louvre) = F

Frege inoltre afferma che, mentre la Denotazione di un termine singolare è un’entità satura,
quella dei predicati è un’entità insatura. Per capire cosa ciò voglia dire, consideriamo la differenza
tra un termine singolare, ad esempio “Mario”, e un predicato, ad esempio “x è ordinato”.
Intuitivamente, la differenza consiste nel fatto che mentre “Mario” è un’espressione completa, “x è
ordinato” non lo è: il predicato contiene una variabile, una sorta di segnaposto per un termine
singolare. Ora, questa differenza linguistica tra termini singolari e predicati si riflette sulle loro
rispettive Denotazioni: mentre la Denotazione di un termine singolare è un oggetto, ovvero un entità
completa o satura, la Denotazione di un predicato è un’entità incompleta o insatura, un entità che
attende, per così dire, di essere completata o saturata. Dire che le funzioni sono entità insature,
mentre gli oggetti sono entità sature, è dire, per Frege, che oggetti e funzioni hanno uno statuto
7
ontologico irriducibilmente distinto.
Se da un lato non è facile capire cosa effettivamente si celi dietro la metafora
saturo/insaturo, dall’altro lato tale distinzione ci consente di avere un’idea sul perché Frege
concepisca il Vero e il Falso come oggetti. Il Vero e il Falso sono oggetti perché sono il risultato del
completamento o saturazione di un’entità insatura (una funzione) con un’entità satura (un oggetto):
la saturazione di un’entità insatura non potrà che generare un entità satura, ovvero, appunto, un
oggetto.
2.4 Gli argomenti di Frege a favore della tesi secondo cui la Denotazione di un
enunciato è il suo valore di verità
In Senso e Denotazione Frege propone due argomenti a sostegno della tesi secondo cui la
Denotazione di un enunciato è il suo valore di verità.
Il primo argomento si basa sulla constatazione che siamo interessati alla Denotazione di una
parte dell’enunciato quando, e soltanto quando, siamo interessati a sapere se l’enunciato è vero o
falso - ad esempio, mentre leggiamo l’Odissea, non ci interessa sapere se “Ulisse” nell’enunciato
“Ulisse approdò ad Itaca immerso in un sonno profondo” abbia una Denotazione; ci interessa
saperlo però se stiamo effettuando una ricerca storica. Ciò (unitamente al Principio di
Composizionalità applicato alla Denotazione) ci induce a pensare che il valore di verità sia la
Denotazione di un enunciato.
Il secondo argomento muove invece direttamente dal Principio di Composizionalità
applicato alla Denotazione. Se accettiamo il Principio di Composizionalità per la Denotazione,
accettiamo anche il principio di Sostituibilità applicato alla Denotazione. Accettiamo cioè di dire
che se all’interno di un enunciato sostituiamo un termine singolare (o un predicato) con un altro
avente la stessa Denotazione, la Denotazione dell’enunciato non cambia. La Denotazione di un
enunciato, perciò, è quel qualcosa che rimane invariato se effettuiamo la sostituzione suddetta. Ma
ciò che rimane invariato quando effettuiamo tale tipo di sostituzione è il valore di verità
dell’enunciato. Quindi, conclude Frege, il valore di verità è la Denotazione dell’enunciato.
Entrambi gli argomenti soffrono della medesima difficoltà. Essi infatti riescono a provare
soltanto che il valore di verità è un candidato legittimo a ricoprire il ruolo di Denotazione
dell’enunciato, ma non che esso sia l’unico e il solo. Prendiamo il secondo argomento (il
ragionamento riguardo al primo è analogo): se sono un teorico referenzialista puro, sarò d’accordo
con Frege nel dire che la Denotazione di un enunciato è quel qualcosa che rimane invariato se al suo
interno sostituiamo un termine singolare (o un predicato) con un altro avente la stessa Denotazione;
ma sarò incline a dire che questo qualcosa che rimane invariato è il fatto che l’enunciato descrive, e
non il suo valore di verità. Gli argomenti che Frege fornisce a sostegno della tesi secondo cui la
8
Denotazione di un enunciato è il suo valore di verità non sono quindi argomenti decisivi: sulla base
di tali argomenti, infatti, siamo legittimati a dire che la Denotazione di un enunciato è il suo valore
di verità tanto quanto siamo legittimati a dire che la Denotazione di un enunciato è il fatto che esso
descrive. In realtà, come abbiamo visto più sopra, se vogliamo capire perché Frege sostenga che gli
enunciati denotano valori di verità dobbiamo guardare agli interessi logico-matematici di Frege.
2.5 Alcuni problemi relativi alla Denotazione
Vediamo ora alcune conseguenze che della teoria della Denotazione di Frege. La prima è
una conseguenza che parla a favore di tale teoria:
● la teoria della Denotazione rappresenta un tentativo, migliore di quelli visti in precedenza,
di spiegare l’unità dell’enunciato. Dicendo che la differenza tra termini singolari e predicati consiste
nel fatto che mentre la Denotazione di un predicato è un’entità incompleta, quella di un termine
singolare è un’entità incompleta, Frege recupera le differenze grammaticali tra le due classi di
espressioni: termini singolari e predicati svolgono, all’interno dell’enunciato, ruoli diversi. Un
enunciato è unitario perché è il risultato del completamento di un’espressione incompleta (un
predicato) con un’espressione completa (un termine singolare), e perché la sua Denotazione è il
risultato della saturazione di un’entità insatura.
La seconda e la terza conseguenza rappresentano invece altrettanti problemi per la teoria,
problemi che inoltre rimangono senza soluzione all’interno del sistema freghiano:
● Paradosso del concetto CAVALLO. Come abbiamo detto, per Frege c’è una differenza
ontologica irriducibile tra concetti (entità insature) e oggetti (entità sature): ad esempio, vi è una
differenza ontologica irriducibile tra il concetto denotato da “x è un cavallo”, e un oggetto.
Supponiamo che Frege voglia esprimere tale differenza per mezzo dell’enunciato:
(#) Il concetto CAVALLO non è un oggetto
In (#), “il concetto cavallo” è diventato un termine singolare. Denoterà, allora, un oggetto. Ma
questo per Frege è inaccettabile: primo, (#) risulta essere falso e non vero come vorrebbe Frege, e,
secondo, un concetto risulta essere un oggetto e non un entità insatura, contrariamente a quanto
afferma Frege. Sembra quindi che Frege non riesca ad esprimere all’interno della sua teoria il fatto
che uno specifico concetto non è un oggetto.
● Se gli enunciati denotano il Vero e il Falso, e se il Vero e il Falso sono oggetti, allora gli
enunciati risultano essere nomi di oggetti: gli enunciati veri sono nomi del Vero, quelli falsi sono
nomi del Falso. Ma ciò rischia di inficiare il valore del Principio del Contesto: quest’ultimo ci dice
di considerare l’enunciato come unità basilare, ma se l’enunciato viene ridotto ad un nome, sembra
9
che la vera unità di base sia, appunto, il nome.

Ora, se gli ultimi due problemi rimangono insoluti nella teoria di Frege, ve ne sono altri che
invece Frege risolve attraverso la nozione di Senso. Cominciamo col vedere cosa sia per Frege il
Senso di un’espressione, e passiamo poi a considerarne caratteristiche e funzioni esplicative.
3. Il Senso
Per Frege, il Senso di un’espressione linguistica è un certo modo di darsi della Denotazione
di quell’espressione, o, in altre parole:
SENSO (SINN): modo di presentazione della Denotazione di un’espressione linguistica.
Tutte le espressioni linguistiche hanno un Senso. Vediamo allora più nel dettaglio in cosa consiste il
Senso dei termini singolari (descrizioni definite e nomi propri), dei predicati, e degli enunciati.
3.1 Il Senso dei termini singolari
3.1.1 Il Senso delle descrizioni definite
SENSO di una DESCRIZIONE DEFINITA: modo di presentazione dell’oggetto denotato dalla
descrizione definita
Consideriamo ad esempio la descrizione definita:
“(2 x 2
3
) + 2”
La Denotazione di questa descrizione è il numero 18. Il suo Senso è il modo in cui la descrizione ci
presenta il numero 18, ovvero come somma del numero 2 e del prodotto di 2 e 2
3
. Consideriamo ora
invece le due descrizioni definite:
“La stella della sera”
“La stella del mattino”
Si tratta di due descrizioni definite codenotanti: denotano entrambe il medesimo oggetto, il pianeta
Venere. Esse hanno però Sensi diversi: il Senso di “La stella della sera” presenta la Denotazione
dell’espressione, ovvero Venere, come un corpo celeste visibile la sera, mentre il Senso di “La stella
del mattino” presenta la Denotazione dell’espressione, ovvero Venere, come un corpo celeste
visibile il mattino. Consideriamo infine le due descrizioni definite:
“Lo scopritore dei satelliti di Giove”
10
“L’autore del Nuncius Sidereus”
Anche queste due descrizioni sono codenotanti. La prima però ci presenta l’oggetto denotato,
Galileo, come quell’individuo che scoprì i satelliti di Giove; la seconda ce lo presenta come l’autore
del Nuncius Sidereus. Le due descrizioni definite hanno, cioè, Sensi diversi.

Nel caso delle descrizioni definite la nozione di Senso è abbastanza chiara: in quanto dotata
di Senso, ciascuna descrizione definita ci presenta l’oggetto che descrive, ovvero la sua
Denotazione, in un certo modo; ce lo mostra, per così dire, da un certo punto di vista; ce lo
caratterizza come quell’oggetto avente questa e queste altre proprietà (pensate al caso di Galilei).
Meno agevole è capire invece come vadano le cose per quanto riguarda i nomi propri.
3.1.2 Il Senso dei nomi propri
Basandoci sulla definizione generale di Senso di un’espressione linguistica, avremo che:
SENSO di un NOME PROPRIO: modo di presentazione dell’oggetto denotato dal nome proprio.
Per illustrare il Senso dei nomi propri Frege fa il seguente esempio. Immaginate vi sia, diciamo in
Africa, una certa montagna che è chiamata “Aphla” dalle tribù che vivono a sud della montagna, e
che è chiamata invece “Ateb” dalle tribù che vivono a nord di essa. “Aphla” e “Ateb” sono allora
nomi codenotanti. Sono nomi, però, che hanno Sensi diversi: il Senso di “Aphla” sarà qualcosa
come quella certa montagna vista da sud; il senso di “Ateb” sarà qualcosa come quella certa
montagna vista da nord. Similmente per i nomi propri “Espero” e “Fosforo”: il Senso di “Espero”
sarà qualcosa come Venere visto la sera, il Senso di “Fosforo” sarà invece qualcosa come Venere
visto il mattino.
Come si vede, c’è una certa asimmetria tra il caso delle descrizioni definite e il caso dei
nomi propri relativamente al Senso. Le descrizioni definite esprimono il loro Senso: “(2 x 2
3
) + 2”
ad esempio presenta la propria Denotazione come la somma di due e del prodotto di due e della
terza potenza di due. Per intenderci, è come se le descrizioni definite ci mostrassero direttamente il
loro Senso. I nomi propri, invece, non mostrano il loro Senso: il Senso non è espresso dal nome
proprio, ma piuttosto, è associato ad esso.
Vi è poi una grossa difficoltà legata al Senso dei nomi propri. Secondo una certa
interpretazione di Frege, per quest’ultimo un nome proprio non è che l’abbreviazione di una
descrizione definita, e il senso del nome proprio è quello della descrizione definita che esso
abbrevia. Così, ad esempio, il nome proprio “Espero” è l’abbreviazione della descrizione definita “il
pianeta Venere visibile la sera”, e il Senso di “Espero” è il Senso di “il pianeta Venere visibile la
11
sera”. Il problema, su cui torneremo quando ci occuperemo dell’oggettività del Senso, è che parlanti
diversi, o anche il medesimo parlante in tempi diversi, possono associare allo stesso nome Sensi
diversi. Prendiamo il caso del nome proprio “Aristotele”, e chiediamoci: di quale descrizione
definita “Aristotele” è l’abbreviazione? Ovvero, qual è il Senso di “Aristotele”? Un parlante
potrebbe dire che il Senso di “Aristotele” è qualcosa come lo scolaro di Platone e il maestro di
Alessandro Magno; un altro potrebbe dire che è qualcosa come il filosofo greco nato a Stagira; un
altro ancora, qualcosa come l’autore della Metafisica; e così via. Ma se è così, non riusciamo ad
essere precisi su cos’è il Senso di un nome proprio: dobbiamo dire che il Senso di un nome è uno
soltanto tra i vari Sensi che i parlanti possono associarli? Quale? O dovremmo dire che il Senso di
un nome è la congiunzione di tutti i Sensi che i parlanti gli associano? O forse la disgiunzione?
3.2 Il Senso dei predicati
Del Senso dei predicati Frege dice poco o nulla. Però è del tutto plausibile dire che
SENSO di un PREDICATO: modo di presentazione del concetto denotato dal predicato.
Prendiamo ad esempio due predicati come:
“x è una creatura dotata di cuore”
“x è una creatura dotata di reni”
Si tratta di due predicati codenotanti: la funzione denotata da “x è una creatura di cuore” e la
funzione denotata da “x è una creatura dotata di reni” danno gli stessi valori per gli stessi oggetti
(tutte le creature dotate di cuore sono anche creature dotate di reni e viceversa), quindi le due
funzioni sono, in realtà, la stessa funzione. I due predicati hanno, però, Sensi diversi: presentano il
medesimo concetto (cioè la medesima funzione) in due modi differenti.
3.3 Il Senso degli enunciati
SENSO di un ENUNCIATO: modo di presentazione del valore di verità dell’enunciato, ovvero il
pensiero che l’enunciato esprime.
Il Senso di un enunciato è dunque, per Frege, il pensiero che esso esprime. Ad esempio, il
Senso di “Espero è identico a Fosforo” è il pensiero che Espero è identico a Fosforo, o,
equivalentemente, un certo modo di presentazione del Vero. Ancora, il Senso dell’enunciato
“Espero non è identico a Fosforo” è il pensiero che Espero non è identico a Fosforo, o,
equivalentemente, un certo modo di presentazione del Falso.
12
3.4 Caratteristiche del Senso
Abbiamo visto cosa sia, per Frege, il Senso di un termine singolare, di un predicato, e di un
enunciato. Per comprendere fino in fondo la nozione di Senso, però, dobbiamo tenere a mente che il
Senso ha le seguenti caratteristiche:

1) è solo in virtù del Senso che le espressioni hanno una Denotazione: il Senso è infatti ciò
che determina la Denotazione. Ad esempio, è solo perché la descrizione definita “(2 x 2
3
) + 2” ha
un Senso, che essa ha anche una Denotazione: la descrizione ci presenta infatti la sua Denotazione,
il numero 18, in un certo modo, ed è proprio questo modo che ci permette di determinare che la
Denotazione è, appunto, il numero 18. Oppure, consideriamo un nome proprio, “Aristotele”: il
Senso associato ad “Aristotele”, ad esempio lo scolaro di Platone e il maestro di Alessandro Magno
ci consente di isolare, tra tutti gli oggetti esistenti, quello che è la Denotazione del nome. La
Denotazione di “Aristotele” sarà infatti quell’oggetto, e solo quell’oggetto, che gode delle proprietà
di essere lo scolaro di Platone e il maestro di Alessandro Magno. Se ad un nome proprio non fosse
associato alcun senso, non saremmo in grado di determinare di quale oggetto esso sia il nome – di
fatto, per Frege quello sarebbe un nome di nulla, cioè non sarebbe affatto un nome.
Dire che il Senso determina la Denotazione equivale a dire che a ciascun Senso può
corrispondere al massimo una Denotazione: non si dà il caso, cioè, che a un Senso possano
corrispondere due o più Denotazioni diverse. Invece, come sappiamo, a Sensi diversi può
corrispondere la stessa Denotazione: “Espero” e “Fosforo”, pur avendo Sensi diversi, sono
codenotanti.
Inoltre, se il Senso determina la Denotazione, sarà indispensabile che tutte le espressioni
abbiano un Senso – altrimenti, non riuscirebbero ad avere una Denotazione. Ciò non significa,
però, che non vi possano essere espressioni che hanno un Senso ma sono prive di Denotazione (vd.
par. sui termini singolari vuoti): ad esempio, la descrizione definita “Il più grande numero dispari”
ha un Senso, ma non ha una Denotazione (non c’è un oggetto che è il più grande numero dispari).

2) Il Senso è collegato alla dimensione della comprensione del linguaggio: il Senso è ciò che
si afferra quando si comprende un’espressione. Ad esempio, comprendere l’enunciato
“Napoleone fu esiliato a Sant’Elena” vuol dire afferrare il pensiero che esso esprime.
N.B.(I) Considerate l’enunciato “La stella della sera è identica alla stella del mattino”.
Questo enunciato poteva essere compreso anche prima della scoperta empirica che la stella della
sera e la stella del mattino sono in realtà lo stesso corpo celeste: se ne poteva afferrare il Senso,
cioè, anche prima di sapere se era vero o falso. Per Frege, afferrare un pensiero è cosa diversa dal
13
giudicare che il pensiero è vero (o falso). Quando afferriamo il pensiero espresso da un enunciato,
comprendiamo l’enunciato; quando invece giudichiamo che il pensiero espresso dall’enunciato è
vero (o falso) stiamo passando dal livello della comprensione a quello della conoscenza. Per Frege,
infatti, conoscere significa sapere se il pensiero espresso da un enunciato è vero (o falso): significa
giudicare vero (o falso) il pensiero espresso dall’enunciato. Inoltre, mentre l’afferrare non
presuppone il giudicare, il giudicare presuppone l’afferrare.
N.B.(II) Asserire un enunciato è, per Frege, rendere noto che lo si giudica vero. Se ad
esempio asserisco l’enunciato “5 è un numero primo”, ciò che sto facendo è rendere noto che lo
giudico vero. Di sicuro ciò che non sto facendo è predicare la verità dell’enunciato “5 è un numero
primo”: il Vero (e il Falso) non sono predicati ma oggetti. Asserire l’enunciato “5 è un numero
primo” equivale inoltre, per Frege, a esprimere il pensiero che 5 è un numero primo con forza
assertoria. Il medesimo pensiero, infatti, può anche essere espresso con forza diversa: nella
domanda “5 è un numero primo?” stiamo esprimendo il pensiero che 5 è un numero primo con
forza interrogativa. Sapere con quale forza un enunciato è proferito fa parte della competenza
linguistica dei parlanti; tutti gli enunciati sono proferiti con una forza specifica che va riconosciuta,
pena una comprensione difettosa del linguaggio.

3) Il Senso è oggettivo (pena la ricaduta nello psicologismo). Affinché la comunicazione
sia possibile, è necessario che i Sensi dei termini singolari e dei predicati, così come i pensieri
espressi dagli enunciati, siano oggettivi: è necessario concepire il Senso di un’espressione, cioè,
come qualcosa di pubblicamente accessibile, di uguale per tutti; come un ente che può essere
patrimonio comune di più persone.
È quindi fondamentale tenere nettamente distinti il Senso di un’espressione dalle
Rappresentazioni ad essa connesse. La nozione di Rappresentazione è una nozione psicologica:
sono Rappresentazioni le immagini mentali di Locke, e più in generale tutte quelle immagini,
magari associate a sensazioni, stati d’animo, impressioni sensibili che una certa espressione ci
evoca. Le Rappresentazioni sono dunque enti mentali, e perciò soggettivi e non condivisibili. Il
Senso, invece, non è un ente mentale, è oggettivo e pubblicamente accessibile.
Più nel dettaglio, Frege concepisce i pensieri e più in generale i Sensi delle espressioni come
entità che sussistono autonomamente, indipendentemente da coloro che li pensano,
indipendentemente anche dal fatto che qualcuno li possa effettivamente pensare. Il pensiero che
Fosforo è identico ad Espero, ad esempio, esiste indipendentemente dal fatto che qualcuno lo possa
pensare (o, meglio ancora, afferrare).
Per Frege, nemmeno gli enunciati contenenti parole come “io”, “qui”, “adesso” ecc.
14
costituiscono dei contro-esempi alla tesi dell’indipendenza dei pensieri. Si potrebbe voler dire,
infatti, che un enunciato come:
(#) “Io ho mal di testa”
esprime un pensiero che è vero o falso a seconda di chi lo pensa (a seconda di chi proferisce
l’enunciato), e che quindi, dopotutto, i pensieri devono essere di qualcuno. Frege risponde a tale
obiezione affermando che tali tipi di enunciati non esprimono un unico pensiero, che è poi di volta
in volta vero o falso a seconda di chi lo pensa, ma bensì esprimono pensieri diversi nelle diverse
circostanze di proferimento. Così, il pensiero che io esprimo con (#) sarà diverso dal pensiero che
Alberto esprime con (#), e ancora diverso dal pensiero che Gigi esprime con il medesimo enunciato.
La mossa per Frege è obbligata anche dalla tesi secondo cui il Senso determina la Denotazione: se
dicessimo che (#) esprime un unico pensiero che è poi vero o falso a seconda delle circostanze,
staremmo dicendo che ad un medesimo pensiero corrispondono più Denotazioni, e cioè che quel
pensiero non determina la Denotazione.
Frege riassume la sua posizione sull’oggettività dei Sensi sostenendo che questi ultimi
appartengono al “Terzo Regno”: non sono né cose del mondo esterno, anche se condividono con le
cose del mondo esterno il fatto di non essere di qualcuno, e non sono nemmeno Rappresentazioni,
anche se condividono con le Rappresentazioni il fatto di non poter essere percepiti con i sensi.
Ora, e qui viene la prima difficoltà, se da una parte è chiaro che i Sensi devono essere
oggettivi, e che come tali vanno tenuti nettamente distinti dalle Rappresentazioni, dall’altra Frege
non spiega come esattamente tale oggettività sia possibile: non spiega, cioè, cosa esattamente sia il
Terzo Regno e come riusciamo ad entrare in rapporto con esso. D. Marconi, per ovviare a tale
difficoltà, propone ad esempio di identificare i pensieri con le condizioni di verità: il pensiero
espresso da un enunciato è oggettivo perché tale pensiero altro non è che le condizioni di verità
dell’enunciato stesso. Si tratta comunque di una re-interpretazione delle posizioni freghiane che non
tutti gli studiosi accettano. Da un lato, infatti, i riscontri testuali sono esili e, dall’altro, la nozione di
condizioni di verità è una nozione che emergerà solo successivamente a Frege (la dobbiamo a L.
Wittgenstein). Per Marconi, a favore di tale interpretazione conterebbe la concezione che Frege ha
della verità, e che potremmo chiamare “realistica”: per Frege, un pensiero è vero o falso
esclusivamente a seconda di come stanno le cose, e in maniera del tutto indipendente dal fatto che
noi sappiamo, o possiamo sapere, come stanno. Ad esempio, il pensiero espresso dal teorema di
Pitagora è vero atemporalmente, dice Frege, è vero indipendentemente dal fatto che qualcuno lo
ritenga vero.

15
Un altro problema è costituito dal Senso dei nomi propri. Consideriamo il caso di Alex e
Giorgio, impegnati in una conversazione su Aristotele. Supponiamo che Alex associ a “Aristotele”
il Senso lo scolaro di Platone e il maestro di Alessandro Magno, che Giorgio invece gli associ il
Senso l’autore della Metafisica (Frege concede che questa è una situazione possibile), e che Alex
proferisca l’enunciato “Aristotele nacque a Stagira”. Ora, mentre per Alex l’enunciato esprime il
pensiero che lo scolaro di Platone e maestro di Alessandro Magno nacque a Stagira, per Giorgio
l’enunciato esprimerà, piuttosto, il pensiero che l’autore della Metafisica nacque a Stagira. Ma se è
così, Alex e Giorgio non stanno afferrando lo stesso pensiero: non c’è comunicazione reale. La
risposta di Frege a tale difficoltà consiste, da una parte, nel dire che la molteplicità dei Sensi
associati ad un medesimo nome proprio è un difetto del linguaggio naturale, che va evitato nella
costruzione di un linguaggio artificiale e scientifico (come la sua Ideografia); e, dall’altra, nel dire
che tale difetto può essere tollerato fintantoché la Denotazione del nome proprio rimane la stessa.
Tale risposta sembra però mettere Frege in una posizione ancora più precaria. Infatti, è come se
stesse dicendo che la variazione del Senso associato ai nomi propri non fa alcuna differenza pratica:
la comunicazione è possibile anche se io e il mio interlocutore non stiamo davvero associando ad un
certo nome il medesimo Senso, e anche se io e il mio interlocutore non stiamo davvero afferrando lo
stesso pensiero quando comprendiamo un certo enunciato. Ma questo equivale, in una certa misura,
a non far fare al Senso il lavoro che dovrebbe fare.
3.5 Quali problemi risolve la nozione di Senso?
3.5.1 Espressioni codenotanti
Se sostenessimo che la nozione di significato è esaurita da quella di Denotazione, non
riusciremmo a spiegare in cosa consiste la differenza semantica, che indubbiamente avvertiamo, tra
espressioni codenotanti. Ad esempio, non riusciremmo a spiegare (!) perché i due enunciati:
“La somma di due e tre è cinque”
“Napoleone fu esiliato a Sant’Elena”
pur avendo la stessa Denotazione, hanno significati diversi. Oppure, non riusciremmo a spiegare
perché le due descrizioni definite
“Il cantante degli Aerosmith”
“Il padre di Liv Tyler”
pur denotando il medesimo oggetto, Steven Tyler, sembrano comunque avere contenuti semantici
diversi.
16
Frege spiega la differenza semantica tra espressioni codenotanti attraverso la nozione di
Senso. I due enunciati “La somma di due e tre è cinque” e “Napoleone fu esiliato a Sant’Elena”
denotano entrambi il Vero, ma esprimono pensieri diversi: il primo esprime il pensiero che la
somma di due e tre è cinque, il secondo invece il pensiero che Napoleone fu esiliato a Sant’Elena.
Le due descrizioni definite “il cantante degli Aerosmith” e “il padre di Liv Tyler” sono codenotanti
ma hanno Sensi diversi: la prima descrive Steven Tyler come il cantante degli Aerosmith, la
seconda invece come il padre di Liv Tyler.
3.5.2 Informatività degli enunciati di identità
Il problema dell’informatività degli enunciati di identità può essere formulato come segue.
Consideriamo i due enunciati:
(3) La stella della sera è identica alla stella del mattino
(4) La stella della sera è identica alla stella della sera
(3) e (4) sono enunciati di identità, rispettivamente della forma a = b e a = a. Sono inoltre enunciati
codenotanti (denotano entrambi il Vero), e ciascun costituente di (3) trova un costituente
corrispondente in (4) che codenota con esso (“la stella della sera” ovviamente codenota con “la
stella della sera”, il predicato “x è identico a y” ovviamente codenota con “x è identico a y”, e “la
stella del mattino” codenota con “la stella della sera”). A livello della Denotazione, quindi, i due
enunciati sono indistinguibili: entrambi ci dicono che un certo oggetto, il pianeta Venere, è identico
a se stesso.
Eppure, (3) è informativo, mentre invece (4) è ovvio. Se non sappiamo nulla della stella
della sera e della stella del mattino, (3) ci fa imparare qualcosa. Del resto, è stata una scoperta
empirica che la stella della sera è lo stesso corpo celeste della stella del mattino: la verità di (3) può
cioè essere conosciuta solo a posteriori, ovvero facendo ricorso all’esperienza – nel caso specifico,
ad osservazioni astronomiche. (4) invece non ci dice nulla che già non sappiamo: di qualsiasi
oggetto stiamo parlando, già sappiamo che è identico a se stesso. La verità di (4) è conosciuta a
priori: non abbiamo bisogno di ricorrere all’esperienza – non abbiamo bisogno di osservazioni
astronomiche – per sapere che la stella della sera è identica a se stessa.
Ora, se avessimo a disposizione soltanto la Denotazione per caratterizzare la nozione di
significato, non riusciremmo a rendere conto della diversa informatività di (3) e (4), e, più in
generale, del diverso valore informativo di enunciati di identità della forma a = a e a = b. Inoltre,
non avrebbe nemmeno senso dire che il diverso valore informativo di (3) rispetto a (4) consiste nel
fatto che (3), a differenza di (4), ci informa che uno stesso oggetto, il pianeta Venere, è chiamato
17
con due nomi diversi: sembra infatti che l’informatività di (3), e in generale degli enunciati della
forma a = b, riguardi il mondo, e non il linguaggio.
La soluzione freghiana consiste allora nel postulare una terza dimensione, oltre a quella
puramente linguistica e a quella della Denotazione, che è appunto il Senso. L’identità, per Frege,
non è né una relazione tra oggetti né una relazione tra nomi di oggetti: è una relazione tra Sensi, e
più in particolare una relazione tra due diversi modi di presentare il medesimo oggetto. A differenza
di (4), (3) è informativo perché ci dice che un medesimo oggetto, il pianeta Venere, può esserci dato
in due modi diversi, come quella certa stella visibile al mattino o come quella certa stella visibile la
sera.
3.5.3 Termini singolari vuoti
Come ricorderete, sono termini singolari vuoti descrizioni definite come:
“La moglie di Ratzinger”
“Il re del mondo”
e nomi propri come:
“Ulisse”
“Babbo Natale”
“Sherlock Holmes”
Non vi sono infatti nel mondo oggetti come Ulisse, Babbo Natale, la moglie di Ratzinger ecc.
Il problema dei termini singolari vuoti è il problema di spiegare come sia possibile
comprendere tali termini nonostante essi non denotino alcun oggetto, e di spiegare, inoltre, come sia
possibile che gli enunciati in cui essi occorrono siano comunque dotati di un significato che
comprendiamo.
La soluzione di Frege consiste nell’affermare che, pur essendo privi di Denotazione, i
termini singolari vuoti hanno un Senso – ecco perché li comprendiamo: “Ulisse” non denota nulla,
ma ha un Senso, ovvero qualcosa come il protagonista dell’Odissea, o l’uccisore dei Proci, o….
Per il Principio di Composizionalità applicato al Senso, inoltre, un enunciato come:
“Ulisse era coraggioso”
è anch’esso dotato di Senso, e ciò spiega perché riusciamo a comprenderlo.
Notate però che, per il Principio di Composizionalità applicato alla Denotazione, poiché
“Ulisse” è privo di Denotazione, anche l’enunciato in questione sarà privo di Denotazione, ovvero
18
non sarà né vero né falso. Similmente, i seguenti enunciati:
“La moglie di Ratzinger va in palestra”
“Ulisse approdò ad Itaca immerso in un sonno profondo”
“Babbo Natale è vestito di rosso”
esprimeranno pensieri che non sono né veri né falsi.

La soluzione di Frege al problema dei termini singolari vuoti apre però un altro problema,
che riguarda la nozione di Senso. Come è possibile dire che alcune espressioni hanno un Senso ma
non hanno una Denotazione, se il Senso è il modo di presentazione della Denotazione? In tali casi,
infatti, staremmo parlando del modo di presentazione di una Denotazione che non c’è. La risposta
di Frege è che dobbiamo pensare al Senso di un’espressione non come al modo di presentazione
della Denotazione dell’espressione, punto, ma come al modo di presentazione della Denotazione
dell’espressione, se l’espressione ha una Denotazione. Detto altrimenti, il Senso di
un’espressione specifica una condizione tale che, se un oggetto la soddisfa, allora quell’oggetto è la
Denotazione dell’espressione. Ad esempio, il Senso della descrizione definita
“La moglie di Ratzinger”
specifica che, se c’è un oggetto che è la Denotazione di questa espressione, quell’oggetto deve
avere la proprietà di essere la moglie di Ratzinger.
3.5.4 Contesti indiretti
I contesti indiretti sono contesti enunciativi in cui occorrono verbi di discorso indiretto
(“dire”, “esclamare”, …), o verbi di atteggiamento proposizionale (“credere”, “sperare”, “temere”,
“dubitare”, “rallegrarsi”, …). Ad esempio, sono contesti indiretti i seguenti enunciati:
(5) Galilei disse che Giove aveva dei satelliti
(6) Carlo crede che Anna tradisca Giulio
(7) Carlo spera che Anna tradisca Giulio
(8) Carlo teme che Anna tradisca Giulio
I verbi di atteggiamento proposizionale si chiamano così perché indicano un certo tipo di
atteggiamento che il soggetto dell’enunciato ha verso la proposizione espressa dall’enunciato
subordinato.
Consideriamo il caso seguente. Carola, una latinista, incontra nei testi che studia alcuni
19
riferimenti ad una stella, chiamata “la stella del mattino”, che appare il mattino, e alcuni riferimenti
ad una certa stella che invece appare la sera, e che viene chiamata “la stella della sera”. Carola non
realizza, però, che la stella della sera è, di fatto, la stella del mattino. In questa situazione,
sicuramente diremmo che il seguente enunciato è vero:
(9) Carola crede che la stella della sera appaia la sera
Ora, sappiamo che per Frege vale il Principio di Composizionalità applicato alla Denotazione, e che
quindi vale anche il Principio di Sostituibilità applicato alla Denotazione. In base a ciò, ci
aspetteremmo che anche il seguente enunciato sia vero:
(10) Carola crede che la stella del mattino appaia la sera
Eppure, (10) è falso: Carola non crede affatto che la stella del mattino appaia la sera.
Sembrerebbe che l’unico modo per Frege di uscire dall’empasse sia o a) modificare la sua
teoria della Denotazione in modo da rendere “la stella della sera” non codenotante con “la stella del
mattino”, o l’enunciato “la stella del mattino appare la sera” non codenotante con l’enunciato “la
stella della sera appare la sera”, o b) rifiutare il Principio di Composizionalità, e quindi il Principio
di Sostituibilità. Chiaramente, però, Frege non vuole né l’uno né l’altro: il Principio di
Composizionalità è una delle tesi centrali della sua teoria, per non parlare della tesi secondo cui i
termini singolari denotano oggetti, i predicati funzioni, e gli enunciati valori di verità.
Frege sceglie allora di trattare la Denotazione degli enunciati subordinati nei contesti
indiretti, e la Denotazione delle parti di tali enunciati, come eccezioni alla tesi che i termini
singolari denotano oggetti, i predicati funzioni, e gli enunciati valori di verità. All’interno dei
contesti indiretti, gli enunciati subordinati e le loro parti hanno non la loro Denotazione abituale, ma
una Denotazione indiretta: denotano cioè il loro stesso Senso. La Denotazione indiretta di
un’espressione è, perciò, il suo Senso abituale: vale a dire, gli enunciati subordinati nei contesti
indiretti denotano non un valore di verità, ma il pensiero che essi esprimono; i termini singolari che
occorrono in tali enunciati denotano non un oggetto ma il loro stesso Senso; idem per i predicati. In
questo modo si riesce a far tornare i conti con gli enunciati (9) e (10): è possibile che il primo sia
vero e il secondo falso perché “la stella della sera” e “la stella del mattino”, occorrendo in contesti
indiretti, non sono termini codenotanti: hanno infatti un diverso Senso abituale, cioè una diversa
Denotazione indiretta. Pertanto, non possiamo aspettarci che, se li sostituiamo l’uno all’altro, la
Denotazione dell’intero enunciato rimanga invariata.

Vediamo ora quali siano i vantaggi e gli svantaggi della soluzione freghiana al problema dei
20
contesti indiretti. I vantaggi sono i seguenti:
● rende conto dei dati linguistici (del fatto che, ad esempio, (9) e (10) possono avere valori
di verità diversi);
● lascia inalterate le tesi centrali della posizione teorica di Frege (Senso e Denotazione degli
enunciati e delle loro parti, Principio di Composizionalità e quindi Principio di Sostituibilità);
● ha una certa plausibilità intuitiva. Quando riportiamo i discorsi, le credenze, i sentimenti
di un parlante A, ciò a cui siamo interessati non è il valore di verità degli enunciati proferiti, creduti,
…, da A, ma ciò che A ha detto, crede, ….: siamo interessati, cioè, al contenuto di ciò che viene
riportato. Quindi, che nei contesti indiretti sia il Senso degli enunciati subordinati e delle loro parti
ad essere rilevante sembra plausibile.
Gli svantaggi invece sono i seguenti:
● Il Senso è ciò che determina la Denotazione, e perciò tutte le espressioni devono avere un
Senso. Ciò vale anche per gli enunciati subordinati nei contesti indiretti, e per le loro parti: questi
dovranno avere quindi non solo una Denotazione indiretta (il loro Senso abituale), ma anche un
Senso indiretto. Non è chiaro, però, cosa esattamente sia quest’ultimo: non riusciamo a farci un’idea
precisa di cosa dovrebbe essere, ad esempio, il modo di presentazione di un pensiero (che è già esso
stesso un modo di presentazione);
● nei contesti indiretti il valore di verità dell’enunciato complesso rimane invariato se
sostituiamo l’enunciato subordinato (o parti di esso) con un enunciato (o parti di esso) avente
(aventi) la stessa Denotazione Indiretta, ovvero lo stesso Senso. Ora, da un lato è chiaro quand’è
che per Frege due espressioni hanno Sensi diversi:
CRITERIO INTUITIVO DELLA DIFFERENZA: Il pensiero espresso da un enunciato S,
ovvero il Senso di S, è diverso dal pensiero espresso da un altro enunciato S’, ovvero
dal Senso di S’, se è possibile che qualcuno, ad un certo tempo t, comprenda
entrambi gli enunciati ma abbia atteggiamenti differenti verso di essi: ad esempio,
accetti S ma rifiuti S’ (o viceversa).
1

Dall’altro lato, però, non è del tutto chiaro quand’è che si possa dire che due espressioni hanno lo
stesso Senso. Di più: dato il Criterio intuitivo della differenza, sembra difficile trovare all’interno di
un linguaggio L espressioni dotate dello stesso Senso. Ma se è così, sembra anche che il Principio di
Sostituibilità nei contesti indiretti sia conservato solo al prezzo di renderlo banalmente vero.


1
Dobbiamo l’esplicitazione di tale criterio a G. Evans.

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful