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COMMENTO ALLA CITAZIONE DI PAPERT S.

“Io penso che la scuola si fondi sul modello di una linea di produzione in cui si
mettono delle conoscenze nella testa delle persone…Adesso i ragazzi non hanno più
bisogno di acquisire nozioni in questo modo, e con la moderna tecnologia
dell’informazione possono imparare molto di più facendo, possono imparare facendo
ricerca da soli, scoprendo da soli. Il ruolo dell’insegnante non è quello di fornire tutte
le parti della conoscenza ma di fare da guida, di gestire le situazioni molto difficili, di
stimolare il ragazzo, forse, di dare consigli…”

Seymour Papert afferma che, nell’arco della vita di una persona, si susseguono tre fasi nel
rapporto fra la persona e la conoscenza. La prima fase avviene quando si nasce e il
bambino inizia una fase di apprendimento individuale caratterizzato dall’esplorazione.
Presto, le limitazioni di questa esplorazione lo porteranno a rivolgersi agli adulti che gli
racconteranno delle cose che da solo non ha la possibilità di sperimentare. La seconda
fase inizia quando il bambino va a scuola e l’apprendimento sperimentale viene
gradualmente sostituito con un apprendimento attraverso il racconto. Il trauma quindi sta
nello smettere di apprendere e nell’iniziare a “subire” l’insegnamento. Coloro che
sopravvivono a questa soffocante “tortura intellettuale” accedono alla terza fase che
coinvolge la de-scolarizzazione, apprendere ad apprendere, fare esperienza e apprendere
a essere creativi, ritornando quindi alla prima fase.
Descolarizzazione è un termine utilizzato per descrivere cosa sarebbe necessario fare per
riportare una persona alla capacità di apprendimento naturale dopo che è stata
istituzionalizzata.
Questo ritorno alla prima fase, il cuore dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita,
deve poter avvenire all’interno delle scuole stesse, cessando di essere luoghi di
alienazione e caratterizzandosi come veri e propri “ambienti di apprendimento”.
Per poter realizzare un processo di formazione/apprendimento visto come co-costruzione
tra menti che si integrano, occorrono strumenti e ambienti che considerino il pensiero
nelle sue molteplici dimensioni: emotiva, cognitiva, logico-formale, iconica, creativa,
affettivo-relazionale. In questo senso, l’evoluzione tecnologica degli ultimi decenni ha
prodotto strumenti di comunicazione e di informazione assolutamente inediti e potenti.
La frammentazione dei contenuti complessi imposta dalla struttura reticolare di reti e
ipermedia avvicina le attuali forme di trasmissione della conoscenza alle nostre spontanee
routine di pensiero, consentendone la ricomposizione mediante percorsi poliprospettici e
multidimensionali di rielaborazione individuale. Ciò renderebbe possibile lo sviluppo di
una maggiore “flessibilità cognitiva” (Spiro e Jehng, 1990) funzionale al riconoscimento,
al recupero e all’applicazione in situazioni nuove delle conoscenze così costruite. Il
docente diviene così progettista di ambienti di apprendimento, costruiti intenzionalmente
per consentire percorsi consapevoli e attivi, in cui lo studente sia orientato, sostenuto, ma
non diretto.