Fondato nel 1948

Sped. in abb. postale
comma 20, lett. C,
Art. 2 - Legge 662/96
Taxe perçue -Tariffa riscossa
To C.M.P.
Anno 66° n. 3 luglio 2014
Il quaderno del povero
Gli anziani e noi
La città della gioia
Casa Miriam
.
Il quaderno del povero
.
Gli anziani e noi
.
La città della gioia
.
Casa Miriam
Periodico della Famiglia Cottolenghina e
degli ex Allievi e Amici della Piccola Casa
n. 3 luglio 2014
Periodico quadrimestrale
Sped. in abb. postale
Comma 20 lett. C art. 2 Legge 662/96
Reg. Trib. Torino n. 2202 del 19/11/71
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La Redazione ringrazia gli autori di articoli e foto,
particolarmente quelli che non è riuscita a contattare.
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entrate a cuore aperto
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Questa rivista è ad uso interno della Piccola Casa
Cottolengo
SOMMARIO
Il punto 3
Don Roberto Provera
Gioia e sofferenza: un binomio possibile 4-5
Don Emanuele Lampugnani
Quadri che parlano 6-7
Mario Carissoni
Educazione 8-9
Alberto Arato
Il quaderno del povero 10-11
Don Mazza
Gli anziani e noi 12-13
Loredana Fraccaroli
La città della gioia 14
a cura di Salvatore Acquas
Il latte che salva la vita 15
a cura di Salvatore Acquas
Fratel Luigi e il nostro sogno per Chaaria 16-19
Fr. beppe Gaido
Catechesi a Madre Scolastica B 20-21
Silvana e Alberto Appiotti
Professione perpetua di Fr. Robert Maina 22
Fr. Luca Bianchini
Leggiamo un libro 23
a cura di Salvatore Acquas
Chiesa collegiata SS. Pietro e Paolo di Carmagnola 24
Beatrice
Pensavi di dare e invece... 25
Margherita
Passi di felicità 25
Patrizia Pellegrino
Presentazione Casa Miriam 26-27
Suor Adriana Bonardi
Gli amici che ci hanno lasciati 28
Redazione
Noi Amici del Cottolengo 30
Patrizia Pellegrino
Convegno Ass. ex Allievi e Amici del Cottolengo 31
Dante Notaristefano
L’eredità 32
Redazione
Il punto
3
C
are Amiche e cari Amici,il periodico INCONTRI non
è un’espressione di bigottismo, ma non è neppure
solo una voce laicista, profana, estranea ai valori
della fede cristiana. No, non è così. Questo dev’essere
sempre ben chiaro, nessuno dunque si meravigli di tro-
varvi riflessioni esplicitamente ispirate da e fondate su
valori cristiani. Molto probabilmente, se tutto andrà se-
condo le previsioni (composizione, stampa, spedizione...)
riceverete questo numero di INCONTRI durante il tempo
“sacro” delle vacanze. Certo questo tempo è diventato
“sacro”, cioè un diritto (e quasi un dovere) per tutti gli
Italiani a partire dalla seconda metà del secolo scorso.
Ricordo molto bene come la mia mamma durante tutto
il tempo in cui ha gestito un negozio di ferramenta, cioè
fino ai primi anni ottanta, abbassava la saracinesca della
vetrina e il 15 di agosto e talvolta il 14 e il 16, ecco le
sue “ferie”, e quelle di tanti Italiani di allora. Adesso non
è più così, i tempi cambiano. Riflettiamo allora un mo-
mento sulla parola “vacan za/e”, con cui soprattutto in
ambito scolastico si designa il tempo delle ferie. Il senso
più corrente di tale termine include l’idea di essere liberi
dalle abituali occupazioni. Così quando manca il titolare
di un ufficio, si dice che il tale ufficio è vacante, cioè
privo della persona che abitualmente lo gestisce. Ora c’è
da chiedersi: è possibile nell’attuale frangente storico –
critico sotto diversi punti di vista a detta di tutti – sgan-
ciarsi dalla realtà, per librarsi illusoriamente in un altro
mondo, sgombro da preoccupazioni, ansie, magari sof-
ferenze, ingiustizie, miseria, violenza, guerre, fame, in-
certezza circa il futuro, che invece purtroppo carat -
te rizzano oggi l’esistenza di una porzione considerevole
dell’umanità? È ragionevole questa evasione? Una par-
tita di calcio può distrarmi – mettermi in stato di vacanza
– per un attimo, ma dopo?Allora qui occorre tenere pre-
sente un altro senso della parola “vacanza”. In latino il
verbo “vacare” significa pure attendere a, occuparsi
di. E qui allora ci siamo. È da stolti evadere, fuggire o
nascondersi la realtà, piuttosto coperta da nubi minac-
ciose. Occorre che tutti, ciascuno per la sua parte, ci rim-
bocchiamo le maniche e ci mettiamo all’opera per
cambiare questo nostro mondo, per trasformarlo da de-
serto in giardino, ovviamente qui per mondo intendo
non la terra – che ci offre meraviglie stupende – ma
l’umanità. So bene, che direte: questa è un’utopia, da
che mondo è mondo quanti grandi uomini, magari
anche santi, hanno tentato, ma invano questa impresa;
lo stesso Gesù c’è forse riuscito? Allora dobbiamo ras-
segnarci? Tirare i remi in barca? Arrenderci? No, no, no!
E perché no? Perché questo nostro mondo (leggi sempre
umanità) pur con tutte le sue negatività contiene un
seme, un piccolo seme, forse, come quello della senape,
ma pur sempre un seme, cioè un concentrato di vita, che
attende di esplodere, di crescere, di fruttificare. Questo
seme è quello che i vangeli chiamano Regno di Dio,
Regno di cui Gesù afferma: “è già in mezzo a voi”. E
possiamo veramente sperare, perché questo seme è cu-
rato da uno speciale Giardiniere, che sa il fatto suo, che
ben conosce ed esercita la sua arte, al punto che sta mi-
steriosamente, ma realmente preparando un nuovo
Eden, un nuovo paradiso, infinitamente più bello di
quello antico, da cui l’umanità si allontanò in tempi re-
moti. Ci sarà forse qualcuno in grado di impedire o
anche solo di ostacolare l’opera del Divino Giardiniere?
Forse che il braccio di Dio si è raccorciato? La sua onni-
potenza si è forse infiacchita? o la sua sapienza si è ot-
tenebrata? o il suo amore si è spento o anche solo ha
ceduto il posto all’indifferenza? L’Amore più grande è
diventato piccolo, piccolo, al punto di scomparire? Allora
se questo Amore c’è – e c’è davvero –, e non piccolo,
ma infinito, perché disperare, perché temere? Quel-
l’Amore grande, che nutre gli uccelli del cielo, che veste
in modo splendido i gigli del campo, sa, ci conosce e
apre generosamente verso di noi la sua grande mano. A
che cosa allora noi dobbiamo attendere? Alla ricerca del
Regno di Dio, della sua giustizia in tutto il nostro agire
quotidiano, cioè della sua volontà, in una parola dob-
biamo sempre seminare il bene, alla crescita penserà il
Divino Giardiniere.
d. Roberto
l’Amore
più grande
4
ma assumeva l’aspetto proprio di una
peculiarità personale; la sua intera vita
spirituale fu, infatti, caratterizzata da un
brio scintillante e da un sorriso simpa-
tico. Significativo il fatto che nel giugno
del 1827 il Cottolengo comunicò a suo
padre di aver scelto come patrono spe-
ciale, per sé e per la sua famiglia d’ori-
gine, S. Filippo Neri, il santo chiamato
“il giullare di Dio” appunto per la sua al-
legria.
La gioiosità del santo traspariva inoltre
nel suo sereno ottimismo, anch’esso
umano e soprannaturale; la cordialità
del tratto, la pazienza verso gli sgarbati,
Gioiae sofferenza,
binomio possibile
U
n elemento importante della spi-
ritualità di san Giuseppe Cot -
tolengo (e molto caro anche a
Papa Francesco) è il valore della gioia.
È questa una caratteristica sorpren-
dente in un luogo come la Piccola
Casa, dove si convive ogni giorno con
la sofferenza. Cercheremo allora di ca-
pire come sia possibile mettere as-
sieme tali elementi: gioia e sofferenza.
Il Cottolengo accolse e cercò di tra-
smettere alle persone che incontrava
la gioia della Buona Novella del Si-
gnore Gesù. La letizia del nostro santo
non era riducibile a una gioia comune,
Spiritualità
“Abbi pazienza un poco, e poi vedrai
come sarai contento in Paradiso!”
consolazione e nella speranza of-
ferti da Dio; amore, consolazione e
speranza che sono più forti di tutto,
e che permettono quindi di lenire la
sofferenza, insegnando a relativiz-
zarla (tutto passa…) e a trovare un
senso e una speranza anche nel do-
lore e nella morte.
L’esempio del Cottolengo ci ricorda
che tutto passa, solo Dio rimane, e
quindi solo chi è in comunione con
Dio potrà vivere e gioire per sempre.
E i volti sereni di tanti ospiti della
Piccola Casa (sereni nonostante la
sofferenza) testimoniano che tutto
questo è proprio vero.
Don Emanuele Lampugnani
5
la fiducia negli uomini, la semplicità
dell’agire, erano requisiti costante-
mente presenti della sua condotta.
Anche alcuni suoi modi di dire (per
es. “Vivete allegri nel Signore”,
“State allegri nel Signore”, “Po -
verelli, ma allegri in Domino”) indi-
cavano questa intima qualità del suo
animo.
Sono interessanti, sempre a riguardo
della gioiosità di san Giuseppe Cot-
tolengo, anche le seguenti testimo-
nianze: “Il Cottolengo è sempre...
tranquillo e ilare, con lo stesso
umore e con la medesima giovialità,
senza lasciarsi abbattere dalle diffi-
coltà e dalle contrarietà” (Sr. M. De-
signavi), “in mezzo a questo mare
d’affari, di sacrifici e di noie (il santo)
è sempre allegro sereno e faceto”
(D. D. Bosso). Durante una predica
addirittura disse: “Stiamo allegri!
Non ho più di tre centesimi! Con
tutto questo stiamo allegri; abbiamo
fede nella Provvidenza” (Sr. Perpetua
Camagno. F.P. di L. Piano pag.173).
A chi era a servizio dei poveri, il
Santo spesso diceva: “Il Signore non
bisogna servirlo di cattivo umore”,
“Tutti sanno servire il Signore
quando tutto va bene”, “Operare le
cose con santa allegria e senza infa-
stidirsi”, ed ancora, riprendendo un
motto di S. Filippo Neri: “Via gli scru-
poli e le malinconie, non li vo glio in
casa mia”; ed infine un detto che
esprime in modo chiaro che la sor-
gente della gioia cottolenghina sta
in Dio: “Non dovete star malinconici,
state con Dio, operate per Dio ed
il tutto andrà bene”. Un ultimo ele-
mento importante che alimentava la
gioia di san Giuseppe Cottolengo
era il pensiero del Paradiso; pensiero
capace d’alleviare ogni fatica e ogni
sofferenza. Egli era solito dire: “Un
cantuccio in Paradiso ci farà dimen-
ticare tutto”, “Brutta terra bel Para-
diso”; accostando i malati
abitualmente diceva: “Abbi pazienza
un poco, e poi vedrai come sarai
contento in Paradiso!”, ed ancora
“Se tu sapessi come il Paradiso è
bello! Te lo dico io, il Paradiso è un
bel Paese”. Possiamo affermare che
il Cot tolengo fondava la propria
gioia in Dio, nel sapersi continua-
mente oggetto di cure da parte della
Divina Provvidenza; la fede quindi in
un Padre che tiene tra le sue braccia
i propri figli e provvede loro, iniet-
tava nel suo animo una gioiosa sere-
nità, creando anche attorno a lui un
clima di letizia spirituale. Possiamo
quindi terminare dicendo che ciò
che permette, nella spiritualità cot-
tolenghina, il coesistere della soffe-
renza e della gioia è: fondare il
senso della vita, e quindi la pro-
pria serenità, pace e felicità,
nell’amore di Dio. Infatti, solo chi
fonda il senso della propria vita in
Dio, potrà essere sereno, nonostante
tutto, perché in ogni situazione
potrà confidare nell’amore, nella
Spiritualità
6
Dietro il capanno colline coltivate a
vigna si rincorrevano come dune
nel deserto sino ai margini di un
bosco secolare, unico depositario di
un qualche rumore: il solo fruscio
dei rami mossi dal vento. Nel ca-
panno la pace, noi, con i profumi
della campagna, e l’uomo con il
pennello che per niente disturbato
dalla nostra presenza pennellava
fantasie di colori, fissando sul ru-
vido telo l’immagine delle belle col-
line che si stendevano nell’o riz zon-
te, innalzandosi pian piano verso il
cielo. Seguivamo lo scorrere del suo
lavoro, silenziosi e molto interessati.
Racconto
A
lto, magro, pallido e silen-
zioso, presenza quasi imper-
cettibile. E noi frugoletti
dietro di lui accovacciati a terra im-
mobili, uno appiccicato all’altro per
non rovinargli addosso, ma lasciare
spazio ai suoi movimenti. Sì, perché
lui dalla posizione occupata al cen-
tro del capanno, con molto garbo
e senza fretta, ogni tanto arretrava
di un passetto, pennello in mano,
prima a destra poi a sinistra, quindi
avanti e indietro, per un istante
solo sospeso e immobile, poi por-
tato all’orizzonte dei suoi occhi per
misurare le geometrie che svilup-
pava sul rettangolo di tela bianca
posato sul trespolo di legno. Nel-
l’aria il profumo di colori e di fieno
delle buone erbe lasciate crescere
naturalmente, per arricchirsi dell’
humus di buona terra. Nient’altro
attorno a noi nell’angusto capanno
tirato su con pochi mattoni e molti
rami secchi intrecciati con paglia.
In un angolo, vanga, rastrello e
zappa del contadino per il lavoro ap-
pena fuori, sull’unico tratto pianeg-
giante della collina, poco più di una
cucchiaiata di terreno, ma il più vi-
cino ai campi di grano che si sten-
devano e scivolavano verso valle.
Quadri che parlano
Il nostro amico attraverso i suoi paesaggi...
pegnati, ci restava poco tempo per
rincorrerci tra prati e colline, così lo
perdemmo di vista. Gli echi della
guerra si erano fatti intanto più vi-
cini e non c’era più pace sulle no-
stre colline. Arrivarono i tedeschi,
occuparono la grande villa confi-
nante col bosco e sulla “nostra col-
lina” prigionieri ucraini co min-
ciarono a scavare trincee. Incuriositi,
andammo a vedere e, passando vi-
cini al capanno, scorgemmo il no-
stro pittore. Sem brava non essere
solo. Attraverso la porta socchiusa
giungevano voci, così non ci avvici-
nammo. Da casa, appena sotto la
collina, non mancavamo mai però
di guardare il nostro capanno. Un
brutto giorno lo vedemmo avvolto
da fumo e fiamme, soldati tutt’at-
torno che vociavano e strattona-
vano due uomini.
Uno era il nostro pittore taciturno,
l’altro, forse, quello che avevamo
sentito parlare all’interno. Parti-
giani, portati nella villa. Non se ne
seppe più nulla. Il nostro amico non
è però del tutto scomparso; riap-
pare nei paesaggi delle sue opere,
con i colori delle nostre colline tor-
nate libere e che parlano di lui nei
tanti quadri esposti in una mostra,
che ogni anno espone e ricorda
quanto ci hanno lasciato dei gene-
rosi giovani scomparsi.
Mario Carissoni
7
“Avete osservato bene, metteremo
tutto nel prossimo quadro”. Era-
vamo felici e orgogliosi del nostro
contributo, ma nello stesso tempo
un po’ invidiosi. A scuola non riu-
scivamo a fare cose tanto belle,
però ricordando lui imparavamo ad
appassionarci al disegno, ci cimen-
tavamo con i pastelli prima, gli ac-
querelli poi e cosi via, anche noi a
misurare l’orizzonte e scoprire
quanto fosse ricco di cose minute,
che messe insieme diventano
grandi e belle, da rubare con gli
occhi per fissarle nel cuore e poi tra-
smetterle.
Passa il tempo, terminiamo le ele-
mentari, poi le medie; ormai più im-
Racconto
A scuola cominciavamo a fare qual-
che disegno e poi quest’uomo silen-
zioso era per noi un mistero, ma
non lo temevamo, si capiva che era
buono. Nel tardo pomeriggio smet-
teva di dipingere, toglieva il quadro
dal trespolo, lo copriva con teli puliti
e lo accantonava in un angolo pro-
tetto; raccoglieva pennelli e barat-
toli dei colori in una cassetta di
legno e senza dire una parola, dopo
aver fissato l’orlo dei pantaloni con
mollette da bucato, inforcava la bi-
cicletta e scendeva a valle dirigen-
dosi verso Monza, ogni due tre
giorni tornava e ogni volta sempre
nella medesima posizione gli stessi
gesti, che cambiavano solo quando
il dipinto era terminato. Allora riti-
rava il telo in una valigetta di legno
e lo portava via. Prima però richia-
mava la nostra attenzione, voleva lo
guardassimo bene e chiedeva se ci
piaceva, se mai avessimo notato
qualcosa del panorama che a lui era
sfuggito… Unica occasione, questa,
in cui rompeva il silenzio e mal
gliene incoglieva. “Manca la ca-
scina, il Resegone, le mucche al pa-
scolo…”Prima l’accenno di un
sorriso compiaciuto, poi serio:
8
Lo specchio dei tempi
A
lla mamma che ha il figlio di
trenta e più anni parcheg-
giato a casa dopo la laurea,
disoccupato per scelta e occupato
a temporeggiare alla ricerca del
posto ideale, adatto alle sue smi-
surate capacità, chiedo: «Ma lui
come vive questa situazione?»
Lei risponde. «Pensi, che dopo
avergli proposto alcune possibilità
di lavoro, ha avuto il coraggio di
dire: Se mi aveste dato qualche
calcio nel sedere in più quando
ero piccolo, magari adesso a lavo-
rare ci andavo».
La rutilante mamma affranta non
riesce a darsi ragione di quest’af-
fermazione: ma come? Gli ab-
biamo dato tutto quello che ha
voluto, un’ottima educazione, la
possibilità di studiare, non gli è
mai mancato nulla, lezioni di
piano e pallanuoto, e lui dice
così? Dove abbiamo sbagliato?
La morale sembrerebbe fin troppo
ovvia: un adolescente non diretto,
non guidato, è un adolescente in-
sicuro, un futuro adulto instabile,
pavido, insipiente, privo di spirito di
sacrificio.
Eppure credo che occorra riflettere
più a fondo su questo ormai poco
nuovo fenomeno giovanile e partire
dalle motivazioni che hanno con-
corso a fare dei nostri ragazzi tanti
futuri falliti o incapaci a reggere
l’agone della vita. A farla semplice
sembrerebbe tutta colpa di chi non
ha saputo proibire mai nulla.
«Voglio la macchinina», «Eccola».
«Voglio il trenino», «Eccolo, amo -
re». «Voglio un amico», «Aspetta
che lo cerchiamo insieme: magari
facciamo una bella festona di com-
pleanno con tutta la classe». «Oggi
devo essere interrogato e non sono
preparato», «Nessun problema. Ti
giustifico così puoi prepararti do-
mani». «L’allenatore mi ha trattato
male perché non mi sono impe-
gnato», «Che mostro! Non se lo
deve mai più permettere. Vado io
dal presidente di società e gliela
facciamo sentire, a quello lì».
Se sondiamo a fondo le intenzioni
non possiamo che constatare una
tensione positiva in questa dispo-
nibilità fino all’ultimo respiro. “Vo-
glio che tu faccia belle esperienze,
voglio che eviti ciò che ti fa star
male, io, genitore ti devo difendere
dalle brutture del mondo.”
Il problema è che le brutte espe-
rienze esistono, ciò che fa star
male esiste, le brutture del mondo
esistono. Un buon genitore equi -
librato sa che un bambino, un ra-
gazzo, un giovane deve scontrarsi
con la realtà. Nel passato, una vi-
sione politicamente corretta della
gioventù ‘preservata’, cresciuta
nell’assenza di conflitto, non esi-
steva.
Spesso se un ragazzo sbagliava,
oltre a prendersi una scoppola
dalla persona o dall’istituzione di
cui aveva violato la regola, si pren-
deva anche la punizione dei geni-
tori. Una norma diveniva così un
vero e proprio ostacolo, un muro
che riusciva a contenere la smania
di esperienze tipica dei ragazzi. Era
tutto bene? In alcuni casi sì, in altri
Educazione
Dietro il vuoto ideale e la sofferenza educativa 
9
Lo specchio dei tempi
Perché smidollato? Attenzione, ar-
riviamo al cuore della nostra rifles-
sione. Smidollato perché privo di
idee. Specchio di un pericoloso
vuoto, anzi sottovuoto ambientale
nel quale si cresce. La mancanza di
proibizioni non è negativa in sé. È
negativa in quanto risultato di
un’impotenza, un’abdicazione ad
educare, un’assenza di idee.
Naturalmente il fenomeno è più
vasto. L’inanità educativa e, in ul-
tima istanza, la rinuncia alle idee, è
una disgrazia ben più profonda:
quella che ha permesso di svuotare
le fabbriche da una parte per riem-
pirle di sfruttati altrove; quella che
ha consentito a pochi vampiri di
appropriarsi di patrimoni comuni
condivisi, magari accumulati con
la fatica di generazioni; quella che
ha costretto tutti i nostri giovani
migliori ad andarsene, un’emigra-
zione scelta, meno drammatica di
quella costretta dall’indigenza, ma
comunque letale per il futuro di
un Paese.
È un processo logico quello che
stiamo tentando di descrivere, il
tentativo di spiegare un dramma:
la mamma brillante ma un po’ in-
cupita si interroga sul futuro del
figlio bamboccione, ma tutti dob-
biamo interrogarci sul nostro fu-
turo: fino a quando decideremo di
abdicare al sogno di una società
in sviluppo, dove sviluppo non si-
gnifica solo arricchimento o punti
di PIL, ma vuol anche dire evolu-
zione della cultura dell’uomo e, in
ultima analisi, capacità di elabora-
zione di idee?
L’apertura senza idee, la globaliz-
zazione senza idee, la cultura
senza idee, l’educazione senza
idee hanno soltanto un merito:
quello di creare un sottovuoto tal-
mente spinto da rasentare la di-
sperazione.
Alberto Arato
no, come è per tutte le cose. Ma
certo un dato di fondo è che il
senso del limite, la consapevolezza
che non tutto si può fare erano ben
ribaditi da un clima generale di etica
tutto sommato accettata.
Oggi è tutto molto più complesso,
anzitutto perché le regole non sono
più così condivise. Le famiglie in
questo modo, anche le più equili-
brate, si trovano a doversi scontrare
non solo con il rampollo che, a cac-
cia di esplorazioni, tenta i limiti, ma
anche contro innumerevoli modi di
interpretare la vita e i tentativi di
esplorazione dei giovani virgulti. In-
somma un pasticcio, una confu-
sione totale: io ti dico no, ma subito
mi rinfacci che tutti i tuoi amici
quella cosa la possono fare. Ed è
vero, non è solo una scusa millan-
tata. Io ti indico una via, ma subito
mi fai notare che ci sono enne casi
di persone che si sono prese gioco
di quel modo, magari un po’ fati-
coso, di condurre il gioco. Loro
hanno avuto successo. Perché io mi
devo sacrificare come mi dici tu?
Ecco la ricetta esplosiva: protezione
+ confusione = giovane smidollato.
10
Racconto
scinano dietro forse molta più gente,
ma non certamente un così generale
compianto e tanta pietà...
Nessuno aveva preso d’assalto la
roba abbandonata dalla Maria, nep-
pure i parenti, perché a Ba stianetto
non ci sono più poveri o forse per-
ché i poveri di questo secolo hanno
bisogno di ben altro che di quelle
poche cose... Sol tanto don Battista
aveva portato via da quelle stanze
un quaderno che era venuto fuori
dal cassetto di una màdia. Un qua-
derno tutto scritto, con la copertina
ancora linda; come quello di uno
scolaretto nelle prime settimane di
scuola, era per lo meno una cosa
fuori dell’ordinario in quelle stanze
squallide. Per questo se l’era infilato
in una delle sue sette capaci sac-
cocce e, senza mostrarlo a nessuno,
se l’era portato a casa, curioso di ve-
dere che cosa di tanto interessante
avesse mai da dire una donna po-
vera e mezzo analfabeta, per riem-
pire un quaderno dalla prima
pagina all’ultima... Ebbene, voi
forse non crederete, ma in quel
quaderno la povera Maria aveva
annotato, giorno per giorno, tutta
l’elemosina che aveva ricevuto
dalla gente di Bastianetto fino alla
vigilia della morte, con una minu-
ziosità e una precisione commo-
venti....
«Perché quella povera donna aveva
voluto ricordare tutte quelle piccole
cose? A chi mai pensava di dover
rendere conto delle elemosine che
riceveva?...». Era quello che anche
don Battista si era andato chie-
dendo per tutta la sera. Poi, ve-
dendo che non riusciva a trovare
una risposta che valesse un cente-
simo, decise di non pensarci più e,
dopo aver mormorato una pre-
ghiera per la povera Maria, si buttò
sul letto.
Ma certi pensieri, anche se tu riesci
ad accantonarli quando sei sveglio,
ritornano quando dormi in compa-
gnia di sogni, ora spaventosi, ora
L
a Confraternita della Carità
l’aveva messa là, dentro quelle
due stanzette al pian terreno,
con un soffitto così basso che si toc-
cava con una mano e dove la miseria
si pasceva assieme alle tarme, alle
pulci, cresceva con la polvere e tra-
sudava, assieme al l’umidità, dai muri
neri e mezzo scro stati e dal pavi-
mento di piastrelle di mattone, rotte
e malferme... La gente di Bastianetto
l’aveva aiutata a vivere fino a ses-
sant’anni, finché, un inverno troppo
lungo e troppo freddo per i poveri,
se la portò via per sempre. Morì una
notte, in fretta, all’insaputa dei più,
Senza avere nessuno vicino di quelli
che conosceva. La portarono a sep-
pellire un pomeriggio di febbraio,
con la gente che arrancava come po-
teva in mezzo metro di neve e si sof-
fiava sulle dita per vincere il freddo.
Non per questo, però, quelli della
povera Maria, furono funerali da po-
veri... I ricchi, quando muoiono si tra-
il
quaderno
del
povero
Abitava là, in quella brutta e vecchissima bicocca
di via Roma, dalle pareti tutte rosse e con
quell’enorme sperone che, sporgendo da uno
spigolo della facciata, si affonda nel selciato come
il vomero di un aratro. La povera Maria era
cresciuta tutta sola, con addosso un’artrosi che
l’aveva ingobbita davanti e dietro, l’asma bronchiale
che la martirizzava tutta la notte e una tosse che
si sentiva dalla strada.


11
Racconto
dolci e sereni. E don Battista quella
notte sognò e fu tanto bello quello
che sognò, che oggi non può fare a
meno di raccontarlo a tutti... «Ho
visto – racconta don Battista – la
povera Maria in Pa radiso. Sapete
che non era più gobba e vestiva
come una principessa? Se ne stava
lì a parlare col Signore Gesù, pro-
prio come io adesso parlo con voi».
«L’anima mia magnifica il Signore –
sentivo che diceva – perché Egli si è
degnato di prendersi tanta pena per
una piccola cosa come me... Ti con-
fesso, tuttavia, – diceva al Signore –
che tutta questa luce, tutta questa
ricchezza che mi sta attorno, mi stor-
discono e mi mettono in sogge-
zione... Le case di noi poveri sono
sempre così brutte!... E poi, qui... ci
sarà tutta gente... in su... Questo è
un palazzo per i signori, e noi poveri,
Tu lo sai, non sappiamo fare con
gente come quella... Io vorrei star-
mene in un angolo, tutta sola, come
ho sempre vissuto...».
«No, santa mia creatura! – le ri -
spose il Signore – Qui non troverai
gente in su, come dici tu... Qui di
ricchi non ce n’è neppure uno...
Questo magnifico Paradiso non è
che un’immensa “Casa del Po vero”
e la ricchezza che vedi, la pace e la
luce non sono che per compensare
voi poveri per tutta la miseria sof-
ferta sulla terra... Sta’ tranquilla,
Maria e vieni con me a prendere
possesso del Regno del Padre mio e
tuo... ».
«Aspetta, mio Signore, – soggiunse
Maria che pareva incredibilmente
preoccupata – temo di non essere
ancora degna del Pa radiso... Ho una
grande pena qui, in fondo al cuore.
Mi rincresce di essere morta così in
fretta, senza aver potuto dire al-
meno un grazie a tutti quelli che mi
hanno aiutata a vivere».
A questo punto, ho visto che la no-
stra Maria frugava tra le pieghe del
suo vestito e poi tirava fuori un qua-
derno in tutto simile a quello che mi
vedete tra le mani e lo porgeva al Si-
gnore dicendo: «Vedi? Mi sono por-
tata dietro questo quaderno in cui
ho segnato il nome di tutti i miei be-
nefattori. Ho pensato che qui in
Cielo avrei avuto più tempo e più
mezzi per ricambiare la loro carità...
Mi aiuterà a non dimenticare nes-
suno...». Il Signore prese il qua-
derno, lo sfogliò attentamente e poi,
sorridendo, accarezzò sul capo
Maria. «Com’è bella l’anima dei po-
veri! – sospirò con una dolcezza in-
finita – io stesso ti aiuterò a
ricompensare i tuoi benefattori, ma
del quaderno non avrai bisogno qui,
perché anch’io, nel mio grande libro
d’oro, ho scritto le stesse cose».
«Dici davvero, Signore?... Proprio
tutto?... Anche le cinquanta lire
della Clementina e la pagnotta che
mi ha regalato la Giu sep pina?...»
«Sì, Maria... Tutto, anche quelli che
ti hanno aiutata di nascosto senza
che tu non ne sapessi nulla... Non
dimenticare che tutto quello che la
gente fa ad un povero lo fa a Me, e
i loro nomi vengono scritti in Cielo.
». Maria adesso era davvero tran-
quilla e felice! Si era buttata gi -
nocchioni per terra e non cessava
più di baciare i piedi del Signore.
«Prendi il tuo quaderno – le disse
poi Gesù – e buttalo giù sulla terra,
affinché chi lo vede, impari ad aiu-
tare i poveri ed a ricordare soltanto
i benefici ricevuti, di menticando le
offese. Perché questa è la mia
Legge... ». Come una foglia, che in
autunno si stacca dall’albero e
scende lentamente verso terra don-
dolandosi nell’aria, così ho visto il
quaderno della povera Maria scen-
dere dal Cielo, proprio sopra di
me... Lo vidi diventare sempre più
grande e avvicinarsi; quando cercai
di scansarmi per non prendermelo
sulla testa, mi svegliai... Io credo –
conclude il suo sogno don Battista
– che sarà un brutto giorno per tutti
quando crederemo che non ci siano
affamati da sfamare, ignudi da ve-
stire, afflitti da consolare...».
Don Mazza
...questo magnifico
Paradiso non è che
un’immensa “Casa
del Povero”
12
Testimonianza
Per aiutarli
a sentirsi
persone “vive”
L’idea di Loredana era semplice:
leggere ogni tanto agli ospiti
di quella casa di riposo
delle esperienze positive.
È stato come il sole
che fa rispuntare l’erba.
gli Anziani
eNoi
D
a anni avevo abbandonato le pratiche religiose. Dio
non era completamente scomparso dalla mia vita. Da
ragazza, ammiravo la creazione che mi parlava di Lui.
Da adulta, attraverso una persona amica, ho scoperto che
Dio mi amava e ho sentito l’attrattiva a ritornare in chiesa.
Avevo trovato un tesoro che ora dava un senso alla mia vita
e per non perderlo ho capito di doverle dare una sterzata,
mettendomi ad amare il prossimo. Da allora il lavoro che
svolgo – sono ergoterapista in una casa per anziani a Ca-
stelrotto, un paese arrampicato sul versante est del lago di
Lugano – ha acquistato un altro significato. Avrei voluto tra-
smettere un po’ di quella luce che palpitava dentro di me a
tutti quelli che incontravo. All’inizio non è stato facile.
Spesso mi sentivo respinta da una buona parte dei colleghi,
che volevano impedirmi ogni iniziativa che lasciasse traspa-
rire la luce della fede. Per me però nulla cambiava nel cuore.
Potevo sempre amare anche coloro che mi contrastavano.
Una volta all’anno tutti i dipendenti hanno un colloquio con
i responsabili. Quest’anno, dopo una breve valutazione po-
sitiva sui lavori che confezioniamo, passiamo agli obiettivi.
13
Testimonianza
di loro m’interpella: «No, io non
vengo ad ascoltare. Se penso alla
mia vita… sai, ho avuto esperienze
molto diverse: altro che libro potrei
scrivere...». Mi sento un po’ delusa,
ma subito correggo il mio atteggia-
mento e l’ascolto. Le propongo, se
lo desidera, un colloquio. Accetta e
fissiamo un appuntamento. È arri-
vata a novant’anni – vengo a sapere
– portando in sé una ferita aperta
da quando ne aveva sette. Aspet-
tava il momento di potersene libe-
rare. Quella ferita non era stata mai
perdonata, anche perché, essendo
non credente, non poteva attingere
dalla fede la forza di poterlo fare.
Parliamo del perdono, delle realtà
future che ci attendono, dell’esi-
stenza di Dio… Passiamo insieme
un’ora e mezzo; alla fine dice di
non essersi mai sentita così libera e
non finisce di ringraziare. Il rapporto
continua, confida altre vicissitudini
in cui sta scoprendo l’intervento di
Dio. In breve, sta ritrovando anche
la fede. E così pure con altri.
Quando l’età avanza, è difficile su-
perare dolori, torti subiti, ostilità.
Quan to a me, mi sto rendendo
conto che l’amore che cerco di dare
a queste persone è come un sole
che a primavera fa spuntare di
nuovo l’erbetta sulla terra arida.
Loredana Fraccaroli
Oso esprimere, pur sapendo che i
colleghi non hanno la stessa lun-
ghezza d’onda, il desiderio di dedi-
care più tempo al dialogo con i
nostri ospiti. Sono sorpresa dalla
loro risposta. «Notiamo – mi dicono
– il bel rapporto che hai con loro, li
sai ascoltare, comprendi le loro ne-
cessità. Si confidano: sei per loro un
punto di riferimento importante.
Apprez ziamo anche il rapporto che
hai con il pastore evangelico, anzi
sarebbe bene poter sviluppare ulte-
riormente la collaborazione con lui».
Pro pon go allora la mia idea: avere la
possibilità di raccontare, leggere
ogni tanto agli anziani delle espe-
rienze positive di vita cristiana, così
da aiutarli a sentirsi persone “vive”.
La risposta è positiva: «Allora potre-
sti dedicare il mercoledì pomeriggio
a questo, formando dei gruppetti
con le persone che lo desiderano.
Pensiamo di realizzare anche un
giornale della casa, così, oltre ad
una rubrica ricreativa e alle attività
pratiche, potremmo inserire anche
quelle storie di vita e ciò che esse su-
scitano». Non mi pare vero. È una
conquista sognata da anni. Dopo
aver iniziato a trasmettere questi
flash di vita cristiana, mi accorgo
quanto le persone ne godano,
quanto siano assetate di esempi veri,
autentici. Una volta, la responsabile
del reparto apre la porta e dà un’oc-
chiata dentro, mentre sto leggendo,
per poi subito ritirarsi. In seguito mi
dice: «Non volevo disturbarvi, rom-
pendo il clima di attenzione che ho
avvertito fra voi...». Un’ospite si con-
fida: «Quan do sono arrivata qua,
sentivo un peso così forte al petto
che non mi permetteva quasi di respi-
rare; ora, dopo aver ascoltato queste
storie, respiro a pieni polmoni. Ri-
trovo la forza che certe letture mi da-
vano in gioventù». Intanto fra gli
anziani circola la voce su queste oc-
casioni nuove che condividiamo. Una
14
Ricordi
La Cittàdella Gioia
“Non capiremo mai abbastanza
quanto bene è capace di fare un sorriso.”

Il pregio di una fotografia sta nell’immediatezza del suo linguaggio: istanti,
esperienze e persone, lontane nel tempo e nello spazio, rivivono nel presente.
Sul filo della memoria a cura di Salvatore Acquas
Uno strano
incantesimo
T
i sembra la vecchia fotogra-
fia di una ban da di paese: gli
strumenti lucidi, i volti sorri-
denti dei suo natori…
Chi l’ha fatta na sce re? Perché
malati e handicappati vi suonano
insieme, per sé e per i loro com-
pagni di dolore?
Mi sembra di avvertire dentro una
sola spiegazione, forte: in questo
luogo, regno del dolore, non c’è
dolore, c’è soltanto gioia.
La Piccola Casa della Divina Prov -
videnza – a tutti nota come Cot-
tolengo dal nome del santo
fondatore – è come la città di
Madre Teresa, descritta così bene
da Dominique La Pierre. Calcutta
diventa, per uno strano incante-
simo, grazie al dolore trasformato
in amore, città della gioia.
Donare e ricevere vi compongono
la stessa melodia.
Nella Casa della Divina Prov vi -
denza la gioia non co no sce di ver -
sità né tem po.
A cura di Salvatore Acquas
il latte che
salva la vita
A
veva fame. Si accorse che gli
era rimasta solamente una
monetina da dieci centesimi.
Per pagarsi gli studi vendeva beni
di porta in porta. Stavolta alla pros-
sima casa avrebbe chiesto qualcosa
da mangiare. Restò spiazzato
quando ad aprirgli venne una gio-
vane donna. Le parole gli morirono
sulle labbra e gli riuscì di chiedere
solo un bicchier d’acqua.
Nel vederlo così affamato lei pensò
di portargli un bicchierone di latte
che lo studente bevve lentamente.
Alla fine chiese: “Quanto Le
devo?”
“Nulla, – rispose lei – mamma ci ha
insegnato a non accettare mai
compensi per una gentilezza”.
“Allora La ringrazio di cuore” fu la
risposta del giovane.
Quando lasciò quella casa, non si
sentiva più forte solo fisicamente,
ma anche la sua fede in Dio e nel
l’uomo si era rafforzata. Poco
prima era stato quasi sul punto di
lasciarsi andare...
Anni dopo, quella giovane donna
si ammalò gravemente. I dottori lo-
cali non sapevano come affrontare
la situazione e alla fine la manda-
rono in una grande città presso
una clinica privata, affinché degli
specialisti studiassero quella rara
malattia. Fu chiamato per un con-
sulto anche il Dott. Giovanni Rossi,
al quale, all’udire il nome della città
di provenienza della donna, una
strana luce riempì gli occhi. Imme-
diatamente si levò e corse verso la
camera d’ospedale. Av volto nel
suo camice andò a visitarla e subito
la riconobbe.
Uscì da quella stanza determinato
a fare tutto il possibile per salvarle
la vita e da quel giorno riservò
grandi attenzioni al caso.
Dopo una lunga lotta la battaglia
fu vinta.
Il Dott. Rossi chiese all’amministra-
zione di comunicargli il conto, per
la sua approvazione.
Dopo averne presa visione, scrisse
qualcosa in un angolo e lo fece re-
capitare nella stanza della donna.
Lei temeva di aprirlo, ci avrebbe
messo una vita per pagarlo. Alcune
parole però attirarono la sua atten-
zione: “Pagato interamente con un
bicchiere di latte”.
Dott. Giovanni Rossi.
Testimonianze
Qualunque cosa facciate, fatela di cuore.
15


Testimonianza
C
haaria è per noi un sogno da
realizzare giorno dopo
giorno, e in questo sogno ri-
conosciamo la presenza di Fratel
Luigi come modello ed interces-
sore. Già da molti anni Fratel Luigi
ha ispirato il nostro servizio ed è
stato uno stimolo nella ricerca
della nostra santità cottolenghina:
sin dagli albori dell’ospedale lo ab-
biamo quindi scelto come patrono
del nostro ambulatorio; da sabato
scorso inoltre a lui è stata dedicata
la nuova sala operatoria, inaugu-
rata con gioia dopo una lunga at-
tesa.
Le ragioni di questa scelta sono varie.
Prima di tutto vediamo nello stile di
vita di Fratel Luigi un modello ispira-
tore particolarmente adatto alla re-
altà di Chaaria. Luigi ha amato e
servito i poveri e gli ammalati con
tutto se stesso, spendendosi per loro
senza riserve e fino al sacrificio della
vita. In loro sempre contemplava il
volto di Cristo, e continuamente si
prendeva cura di loro “come in gi-
nocchio”. In questo c’è di esempio e
ci sprona qui a Chaaria, dove cer-
chiamo di non dire di no a nessuno
e dove ci sforziamo di spendere tutta
la nostra vita nel servizio, giorno e
Riconoscere Gesù nel malato che assistiamo,
è per noi missione e ricompensa allo stesso tempo,
proprio come è stato per Fratel Luigi


Fratel Luigi e il nostro
sogno
per
C
haaria!
notte, sette giorni alla settimana.
Rico no scere Gesù nel malato che
assistiamo, sono per noi missione
e ricompensa allo stesso tempo,
proprio come lo è stato per Fratel
Luigi. Personalmente lo sento vi-
cino quando una folla di malati
ambulatoriali mi assedia e chiede
con insistenza e impazienza il mio
servizio, senza rendersi conto che
non ce la faccio più e che sono
stato al lavoro dalla notte prece-
dente senza un minuto di stacco.
Mi incoraggia quando accolgo un
cliente pieno di piaghe, puzzo-
lente, magari coperto di pulci pe-
16
1
17
Testimonianza
netranti e larve di mosche: ripenso
allora a Luigi intento a fare i bagni
ai “barboni” ed a tagliar loro le un-
ghie, e supero il senso di ribrezzo
che spesso certe situazioni ancora
mi provo cano. Ricordo spessissimo
Fratel Luigi quando sono chiamato
di notte: lo descrivono sempre
uguale a se stesso, calmo e sorri-
dente in qualunque momento,
anche dopo tre emergenze in una
singola nottata. Fr Luigi mi stimola
a non mollare, a non scoraggiarmi,
sebbene talvolta mi venga la tenta-
zione della “stanchezza” non sola
fisica ma anche interiore. Mi piace-
rebbe essere sempre uguale a me
stesso, ma il mio uomo vecchio
qualche volta mi rende molto ner-
voso e irascibile, se non dormo di
notte; mi sento quindi ancora
molto lontano da quel particolare
tipo di carità indicato da Fratel
Luigi. Comunque non demordo e
giorno dopo giorno intendo imi-
tarlo e magari chissà, alla fine sarò
un po’ meno dissimile da lui.
E che dire di Fratel Luigi in sala
operatoria. La sua presenza spiri-
Ecco perché Fratel Luigi doveva
essere il patrono della nuova sala operatoria:
ci ha lavorato per tanti anni e conosce quindi
tutte le difficoltà che anche noi incontriamo
giorno dopo giorno...


tuale è importantissima durante le
lunghissime sedute chirurgiche che
ormai caratterizzano il nostro la-
voro a Chaaria. Lo prego spesso in
silenzio, quando, a metà di un in-
tervento complesso, non so più
come andare avanti. Mi sento in
comunione con lui, anestesista
provetto, quando di notte e nei
fine settimana sono il solo a fare le
spinali e ad addormentare i malati
affetti da patologie urgenti o da
travagli complicati. Quante volte
non riesco a trovare lo spazio inter-
vertebrale per la spinale, ed in preda
alla disperazione mi rivolgo prima
all’Angelo Custode e poi a Fratel
Luigi per un aiuto dall’alto! Ecco
perché Fratel Luigi doveva essere il
patrono della nuova sala operatoria:
ci ha lavorato per tanti anni e cono-
sce quindi tutte le difficoltà che
anche noi incontriamo giorno dopo
giorno. Ha sperimentato l’angoscia
che si prova quando un’operazione
va male, quando un malato san-
guina in sala e non hai sangue da
trasfondere, o quando per motivi al
di fuori della nostra portata, un ma-
lato non si vuol più svegliare dal-
l’anestesia. Lui è un modello anche
come donatore: sappiamo che a
Chaaria il sangue è un’emergenza
continua, e le nostre scorte non
sono mai sufficienti a coprire il fab-
bisogno dell’ospedale. Ogni tre mesi
doniamo ai malati il nostro sangue,
e chiediamo ai volontari che se lo
sentono di fare lo stesso. Mentre
sono sdraiato sulla barella e sento il
mio sangue fluire nella sacca, ram-
mento sovente Fratel Luigi che il
sangue lo donava direttamente al
paziente. Immagino anche la sua
gioia, quando vedeva il malato rifio-
rire dopo la trasfusione: pure tale
aspetto lo sperimento così spesso a
Chaaria. Fratel Luigi non lavorava
solo in sala e non si occupava solo
dei “senza fissa dimora”: egli
amava e coccolava i “Buoni Figli”,
quando erano ricoverati in ospe dale
in tempo di malattia. Da lui voglio
imparare la tenerezza verso i nostri
disabili, che anche per Chaaria sono
la perla e la pupilla dell’occhio.
Un’altra ragione per aver scelto
Fratel Luigi come patrono dell’am-
bulatorio e della nuova sala opera-
toria sta nella sua grande forza
orante: egli era un contemplativo
nell’azione. Sa peva pregare e rac-
cogliersi in ogni momento (tra un
intervento e l’altro; aspettando
l’effetto dell’anestesia o il risveglio
del paziente): l’attività ospedaliera
di Chaaria è per me una continua
sfida da questo punto di vista. Sap-
piamo tutti che la preghiera è il
primo e più importante lavoro della
Piccola Casa; siamo perfettamente
co scienti anche del fatto che il ser-
vizio di carità esplicato per amore
di Dio diventa un autentico atto di
culto (come recitano le Costi tuzioni
dei Fratelli Cot tolenghini). Nello
stesso tempo però il rullo compres-
sore del lavoro quotidiano a Chaa-
ria rischia di svuotarmi, di esaurire
tutte le mie energie in un’attività
frenetica che alla fine mi toglie
anche la forza interiore per elevare
2
18
Testimonianza
un pensiero al Signore. In pratica ri-
schio ogni giorno di lasciar da parte
quel Dio per cui dichiaro di spen-
dermi da mane a sera. Luigi è stato
un gigante anche in questo “equili-
brato rapporto” tra attività e con-
templazione, e a lui mi rivolgo come
guida e come modello di preghiera,
oltre che di servizio. Fratel Luigi inol-
tre è anche una persona di silenzio.
Parlava poco e scriveva ancor meno,
ma con il suo esempio di vita ha
evangelizzato molto di più di tanti
predicatori.
Da questo punto di vista Fratel Luigi
mi pare proprio un Francescano, nel
senso più puro della parola: quando,
infatti, Fran cesco mandò i suoi frati
ad evangelizzare, disse loro: “andate
e predicate… e, se necessario, usate
anche le parole!”.
Trovo bellissima questa espressione
del Santo di Assisi: l’evangelizza-
zione spesso non ha bisogno di pa-
role. Ripenso anche a una frase di
Paolo VI, secondo cui il mondo oggi
ha più bisogno di testimoni che di
predicatori. Così è stato Fratel Luigi;
e così vorrei che fosse Chaaria: la
vita donata completamente vuole
diventare annuncio del Vangelo,
anche se di tempo per parlare di
Gesù ce n’è proprio poco. Come ve-
dete, anche se Fratel Luigi non è
mai stato in Africa, la sua vita è in
piena assonanza con quel che vi-
viamo a Chaaria. Pur essendo vis-
suto in un altro continente, la sua
vita e il suo esempio ci illuminano,
ci danno forza e ci ispirano nel no-
Fr. Luigi mi stimola a non mollare,
a non scoraggiarmi, sebbene talvolta
mi venga la tentazione della “stanchezza” non
sola fisica ma anche interiore.


stro cammino di santità cottolen-
ghina. Ecco perché ora è anche il
patrono della nostra stupenda sala
operatoria!
Fr. Beppe Gaido
3
4
5
19
Testimonianza
...la sua vita e il suo esempio
ci illuminano, ci danno forza e
ci ispirano nel nostro cammino
di santità cottolenghina.


1. All’interno delll’Ospedale
2. Fratel Bordino in corsia
3. Fr. Beppe e la sua équipe
4. Fr. Beppe in sala operatoria
5. Fr. Bordino tra i ferri chirurgici
6. Fr. Bordino in sala operatoria
7. Quadro di Fr. Bordino
di Lia Laterza
8. Cottolengo Mission Hospital
di Chaaria
6
7
8
20
Volontariato
S
iamo stati interpellati per for-
mare, insieme a Sr. Maria Dalla
Sega, un gruppo di catechesi ri-
volto alle suore anziane di Madre
Scolastica B, reparto dell’In fer meria
SS. Tri nità.Abbiamo accettato con
entusiasmo per due motivi: il
primo, consistente nel fatto che la
proposta sottendeva una stima nei
nostri confronti e una fiducia nelle
nostre capacità, il secondo, consi-
stente nell’opportunità che c’era
offerta di fare una concreta espe-
rienza d’incontro tra laici e religiosi
e di confronto su differenti stili di
vivere il cristianesimo.
Due differenti vocazioni
La prima cosa emersa dall’incontro
consiste nel fatto che entrambe le
esperienze di fede ha in comune
una vocazione fondamentale: per la
coppia il sacramento del matrimo-
nio, per le suore la professione reli-
giosa. Da questa realtà è emersa
una reciproca confidenza e stima
derivanti da due modi di vivere il
proprio cristianesimo che, pur es-
sendo differenti, sono accomunati
da un unico obiettivo: vivere come
Cristo ci insegna.
Lo schema degli incontri
La catechesi interessa tre momenti
liturgici dell’anno: l’Avvento di pre-
parazione al Natale, la Qua resima
di preparazione alla Pasqua ed il
tempo che precede la Pentecoste.
Ogni incontro settimanale di cate-
chesi si basa sul confronto tra la
propria vita e i contenuti della no-
stra fede; si svolge con l’ausilio di
sussidi predisposti dal Centro Ca-
techistico.
Tali sussidi suggeriscono la traccia
dell’incontro e sono importanti
perché garantiscono l’omogeneità
della catechesi stessa all’interno
dei vari reparti.
CATECHESI A MADRE SCOLASTICA B
Finalmente un incontro tra laici e religiosi!
CATECHESI A MADRE SCOLASTICA B
Finalmente un incontro tra laici e religiosi!
NUOVI PERCORSI DI VOLONTARIATO
21
Volontariato
Il nostro gruppo si è organizzato
nel seguente modo che prevede
due momenti distinti: un primo
momento di riflessione e condivi-
sione tra i catechisti sul tema spe-
cifico dell’incontro.
Un secondo momento di confronto
con le suore del reparto.
Il primo momento prevede di condi-
videre la riflessione che ogni catechi-
sta ha scritto ripensando il tema
dell’incontro in chiave generale, cri-
stiana e personale. Mo mento im -
portante perché in esso si co mu-
nicano le proprie esperienze di vita
in positivo e in negativo (successi e
difficoltà) in un clima di serena e af-
fettuosa comunione. Questa condi-
visione costituisce inoltre un’efficace
preparazione al successivo momento
di confronto con le suore.
Segue un momento di preghiera.
Siamo consapevoli di avviarci a un
compito importante e delicato e
abbiamo bisogno di aiuto.
Il secondo momento costituisce il
cuore dell’incontro. In esso si cerca
di rendere nuovi e più attuali con-
cetti ovviamente già noti nel tenta-
tivo di uscire dal ripetitivo e di
co municare il nostro modo perso-
nale di leggere la parola di Dio e ren-
derla concreta nella nostra vita.
Anche questo momento segue lo
schema suggerito dal sussidio e pre-
vede:
.
L’accoglienza del gruppo
.
Una preghiera iniziale
.
L’annuncio del tema dell’incontro
.
La comunicazione di vita che con-
siste nel calare il tema stesso nella
realtà quotidiana.
.
La proclamazione della parola di
Dio che consiste nella lettura di
un brano della Bibbia.
.
Il commento alla lettura effet tuata
.
L’attualizzazione dei temi della
lettura che consiste nel confronto
tra parola di Dio e vissuto perso-
nale.
.
La visualizzazione di un’immagine
che possa ricordare e riassumere
il tema dell’incontro (l’immagine
è inserita su un pannello che per-
mane ben visibile nel reparto).
.
Una preghiera finale.
.
La conclusione dell’incontro con
un messaggio finale e con un’in-
tenzione di preghiera da svilup-
pare nella settimana seguente.
Durante l’incontro è importante
coinvolgere le suore a compiere
gesti significativi e coerenti con i
momenti ed i temi trattati (per
esempio: tenere il cero acceso du-
rante la lettura della parola di Dio,
apporre personalmente sul pan-
nello figure o frasi personali, ecc.).
Inoltre è utile stimolare la parteci-
pazione al dialogo e ai momenti di
preghiera.
Silvana e Alberto Appiotti
NUOVI PERCORSI DI VOLONTARIATO
22
Notizie
Professione perpetua di
Fr. Robert Maina
S
abato 10 maggio alle 15.30,
presso la chiesa grande della Pic-
cola Casa, ha avuto luogo la cele-
brazione eucaristica all’interno della
quale Fr. Robert Maina Muturi ha
emesso la sua professione religiosa
perpetua. Come sempre in queste oc-
casioni, la Piccola Casa manifesta con
calore la sua partecipazione a uno dei
momenti più importanti nella vita di un
consacrato. Questa volta Fr. Robert ha
potuto godere di due doni particolari,
il primo dei quali certamente imprevi-
sto: Padre Lino per motivi di salute non
è volato in India, dove lo attendeva il
diaconato di Shijo e Vincent, i due pro-
fessi della Società dei Sacerdoti Cot to -
len ghini. Rimasto in Italia, ha dato la
sua disponibilità a presiedere la cele-
brazione per la professione di Fr. Ro-
bert. Il secondo dono, altrettanto
gradito: la presenza di Casa For -
mazione ad animare alcuni momenti
salienti della celebrazione e il mo -
mento del rinfresco. Anche le giovani
suore avevano altri impegni, ai quali
hanno rinunciato per partecipare alla
festa di Fr. Robert. Premessi questi due
tutt’altro che “particolari”, il cuore
della celebrazione è stato quello di
sempre. Il misterio di una vocazione
che si professa pubblicamente è
grande, come grande il senso di grati-
tudine che accompagna il professo e
chi gli sta intorno. Fr. Robert, attra-
verso i gesti liturgici della prostrazione
al momento del canto delle litanie,
con le parole della formula, dichiara
non solo di esser disponibile a seguire
la volontà di Dio tracciata dal carisma
cottolenghino, ma chiede di essere
“da tutti sostenuto nel suo proposito”
(cf. Co sti tuzioni di Fratelli di San Giu -
seppe Cottolengo, n. 32). Come ogni
vocazione, quella del fratello vive nella
misura in cui il consacrato si rende do-
cile alla grazia di Dio, nella consapevo-
lezza di ciò che il Signore dice ancora
a noi oggi: “non siete voi ad avere
scelto me, ma io ho scelto voi. E vi ho
scelti perché andiate e portiate
frutto… senza di me non potete fare
nulla” (cf. Gv 15, 16;5). Il Fratello
chiede l’aiuto della Ma donna, del Fon -
datore e della famiglia religiosa per es-
sere fedele al suo proposito: la
generosità del dono e il senso della
propria fragilità si armonizzano in un
filiale abbandono in Dio. Dopo la ce-
lebrazione, il consueto momento con-
viviale di rinfresco nell’accogliente
giardino della comunità Emmaus, alle-
stito con i consueti buon gusto e ge-
nerosità dalle suore della Cucina
centrale. Oltre a ospiti e religiosi, ad
accompagnare Fr. Robert nella sua
festa diversi amici e conoscenti dell’As -
sociazione Amici di Chaaria (alcuni
provenienti addirittura dalla Sar -
degna), Volontari Cottolen ghini,
Amici del Cottolengo, persone che
hanno in semplicità testimoniato con
la presenza la partecipazione al signi-
ficativo mo mento. La sera, la cena in
Co munità Fratelli con alcuni sacerdoti,
fratelli dalle province e ancora amici,
ha concluso la giornata di festa di Fr.
Robert. Credo che chiunque abbia
detto un giorno “sì” a Dio, in una
qualche forma di una consacrazione
come nel sacramento del matrimo-
nio – possa un giorno pronunciare le
parole di Maria, proclamando “le
grandi cose che il Signore ha fatto in
lui” (cf. il Magnificat). Au gu riamo a Fr.
Robert di vivere con fedeltà e impe-
gno la sua vocazione, e di maturare
una lunga esperienza di vita, che lo
conduca ad avere stesso sguardo, la
stessa gratitudine.
fr. Luca Bianchini
Professione perpetua di
Fr. Robert Maina
23
Lettura
leggiamo
unlibro
PAOLO SCQUIZZATO
LA DOMANDA E IL VIAGGIO
A PROPOSITO DI VITA SPIRITUALE
«Chi sono io? Da dove vengo?
Dove vado? A chi appartengo?
Da cosa posso essere salvato?»
Vivere una vita spirituale vuol dire intraprendere il viaggio più im-
portante e impegnativo che esista: quello verso l’interno di sé. Viag-
gio che conduce a diventare ciò cui si è chiamati ad essere: se
stessi.Un viaggio faticoso e insieme affascinante che, attraverso la
domanda che si fa consapevolezza, permette di lasciare il porto
della noia e, frantumando l’inganno della ba nalità, approdare a
quell’orizzonte di senso cui l’umano, da sempre, è destinato.
Paolo Scquizzato
Appartiene alla comunità dei sacerdoti del Cot to lengo e si dedica alla predicazione
e alla formazione spirituale in particolare del laicato; dirige la Casa di spiritualità
«Mater Unitatis» di Druento (To).
A cura di Salvatore Acquas
PAOLO SCQUIZZATO
PADRE NOSTRO
CHE SEI ALL’INFERNO
«Ecco allora che noi uomini sotterranei intoneremo
nelle viscere della terra un tragico inno al Dio
della gioia. Viva Dio e la sua gioia! Io l’amo».
E se Dio, immischiandosi nell’umana avventura, avesse traslocato dal cielo al-
l’inferno? E se per incontrarlo non fosse più necessario guardare in alto, ma
dentro la parte più sporca e indecente di noi?
E se il peccato non fosse ciò che condanna la creatura ad un’irrimediabile lon-
tananza da Dio, ma piuttosto l’unico “luogo” per vivere l’incontro con Lui?
Sfogliando il Vangelo, una domanda: e se fosse proprio così?
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mai e continua a starei vicino con i
tuoi piccoli e grandi prodigi quoti-
diani.
Beatrice
Carmagnola, maggio 2014
Foto 1 - Arciprete, Monsignor
Avataneo, insieme alla pergamena
scritta in latino e firmata
dal Padre Generale della
Piccola Casa che autentica
la veridicità della Carne del Santo.
Foto 2 - La reliquia del Santo nella piccola
cassettina dorata.
Foto 3 - L‘Arcivescovo, Monsignor
Cesare Nosiglia, ha murato le
reliquie nell’altare nuovo.
stata presentata ai fedeli dal nostro
Arciprete, Monsignor Avataneo,
insieme alla pergamena scritta in
latino e firmata dal Padre Generale
della Piccola Casa che autentica la
veridicità della Carne del Santo.
Il secondo quando la reliquia del
Santo è stata posta nella piccola
cassettina dorata.
Il terzo, quando l’Arcivescovo,
Monsignor Cesare Nosiglia, ha mu-
rato le reliquie nell’altare nuovo.
Vi allego le fotografie dei tre mo-
menti.
È stato tutto bellissimo, ma ciò che
non dimenticherò mai è la felicità
che ho avuto, due giorni prima,
quando la cara Suor Elda,Vice
Madre, mi ha consegnato la reli-
quia ed io me la sono portata sul
cuore da Torino a Carmagnola.
DEO GRATIAS, Santo Cottolengo
del bene che ci vuoi, non lasciarci
Testimonianza
Chiesa Collegiata
S.S. Pietro e Paolo
di Carmagnola
A
bito a Carmagnola. La mia
Parrocchia della quale sono
patroni i Santi Pietro e Paolo
Apostoli, è conosciuta con il nome
di “ Collegiata”, festeggia proprio
quest’anno i suoi 500 anni.
Il giubileo... grandi festeggiamenti
sono già iniziati: con S. Messe, con
teatri e rappresentazioni varie, con
un giardino fiorito che riprende l’in-
terno della Collegiata, nella Piazza
S. Agostino. Ma – vi chiederete – e
noi della Piccola Casa cosa c’en-
triamo?
Eccoci qua: il 16 marzo con una S.
Messa solenne, una reliquia del
Santo Cottolengo è stata posta nel
nuovo Altare costruito per il giubi-
leo, insieme ad altre reliquie. In
tanti amano il Cottolengo a Carma-
gnola.
Tre sono stati i momenti di commo-
zione: il primo, quando la reliquia è
il 16 marzo con una S. Messa solenne, una reliquia
del Santo Cottolengo è stata posta nel nuovo Altare
costruito per il giubileo, insieme ad altre reliquie.
1
2 3
25
L
eggendo l’articolo di Franca su “Incontri” di
marzo, quanti preziosi ricordi affiorano alla mia
mente... 1982 inizio il periodo della pensione, ini-
zio il volontariato alla Piccola Casa della Divina Prov-
videnza (Santa Cristina, Frassati, Casa Miriam,
Ospe dale-medicina)... Quanto ho ricevuto! Più pre-
ziosa tra gli altri è stata per me la Famiglia S. Elisabetta
(12 anni) dove ho capito cos’è “l’Amicizia”, “l’Affetto”,
dove ho trovato l’aiuto per “camminare“ nel sentiero
che Dio segna per ciascuno di noi. Ricordo le Suore, le
Amiche. Ancora oggi, quando le incontro, mi dicono:
“Margherita vieni a trovarci, ti aspettiamo...“ Ti aspet-
tiamo! Questo invito dà gioia, serenità e ti fa dire:
come è buono il Signore!
Franca nel suo articolo risveglia la bellezza del volon-
tariato, “un regalo“ – dice –. È vero, un dono grande,
che ti fa avvicinare sempre più alla bontà di Dio e ti fa
dire con il nostro Santo: Deo gratias e… Avanti in Do-
mino. Grazie Franca e… Speriamo di incontrarci.
Com plimenti per le torte. Un abbraccio.
Margherita
Testimonianza
“il dolore incontra l’Amore”
Con Gesù fra le corsie
A
ccogliendo l’invito di Padre Lino, da qualche mese
nelle corsie del nostro ospedale è iniziata una
forma di volontariato in un servizio molto delicato,
nei tempi della liturgia pomeridiana celebrata ogni
giorno nella cappella San Pietro. Prima della celebra-
zione, indossato camice bianco e cartellino personale di
identificazione, l’amico di turno in servizio percorre le
corsie, si accosta ad ogni letto e, con discrezione, chiede
al ricoverato se desideri accostarsi alla Santa Co -
munione. Dico chiede perché questi sono i passi, ma è
un termine che diventa puramente informale. Questo
incontro si trasforma subito e diventa momento di con-
divisione. Qua lunque sia poi la risposta, si instaura fra i
due una complicità fatta di sorrisi e brevi colloqui. In-
tanto suor Carla ha accolto e sistemato i pazienti che
possono raggiungere la cappella ed è iniziata la S.
Messa, seguita da tutti con molta devozione. Alla fine,
comincia la parte più gradita e bella del mio servizio;
precedendo il Sacerdote mi accingo ad “accompa-
gnare Gesù” verso i letti dei pazienti che attendono la
Co munione. Momenti per me toccanti in cui “il dolore
incontra l’Amore”. Finito il giro delle corsie, il Sa -
cerdote ritorna nella cappellina e ripone le Ostie rimaste
nel Tabernacolo. La grande pace e il silenzio sono rotti
solo dalla musica dolce delle Ave Maria che scorrono
una dopo l’altra sulla corona del Rosario. Il più bel saluto
che si possa desiderare per un congedo e un arrivederci
mentre ritorno verso casa con il cuore carico di emo-
zioni. Felice perché so che domani un altro “Amico” ri-
prenderà il cammino, il servizio non si interrompe, egli
farà i miei stessi passi, accompagnerà Gesù là dove è
atteso con ansia.
Patrizia Pellegrino
Pensavo di
dare
e invece...
“Non esiste momento più bello,
all’inizio di una storia, di quando
intrecci le dita in quelle dell’altra
persona e lei te le stringe.”
Passi di felicità
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Notizie
I
l giorno 5 giugno 2014 per la Pic cola
Casa si è realizzato un evento impor-
tante: la presentazione della nuova
struttura di Casa Miriam. Il servizio di
Casa Miriam dal settembre scorso si è
riaperto in un’altra zona della città di To-
rino. All’evento sono stati invitati tutti gli
operatori dei Servizi Sociali del Comune
di Torino e quelli dei Servizi dell’ASL
(SERT, CSM) che lavorano in rete con
Casa Miriam. Inoltre presente c’era una
forte rappresentanza delle Comunità
della Piccola Casa, insieme ai Superiori
delle tre Famiglie religiose che la com-
pongono. Cos’è “Casa Miriam”? Quale
servizio svolge sul territorio e a beneficio
della città di Torino e dintorni? Casa Mi-
riamè un servizio della Piccola Casa della
Divina Prov vi denza – Cottolengo – che si
propone di accogliere temporaneamente
donne italiane e non, che presentano di-
verse forme di difficoltà, ossia donne che
vivono in situazione di disagio di vario
tipo: abitativo, di salute, di lavoro, vit-
time di violenza, in gravidanza, ecc., ispi-
randosi ai principi di San Giuseppe
Benedetto Cottolengo, cioè all’amore di
Dio che a tutti provvede e di tutti si
prende cura, con l’intento di condurle
Presentazione di
“Casa Miriam”
attraverso un progetto realizzato in col-
laborazione con i Servizi pubblici (so-
ciali e sanitari: SERT; CSM) a un
superamento del problema per rag-
giungere una condizione di vita più di-
gnitosa. Questo servizio di accoglienza
donne, è stato aperto il 22 maggio
1995 in un appartamento di via della
Consolata, 7, donato alla Piccola Casa
e ripristinato. Dal settembre scorso, il
servizio è stato trasferito in zona Lin-
gotto, in una struttura più ampia e ido-
nea alle esigenze dei suoi abitanti: la
nuova casa è dotata di ascensore,
ampio giardino, locali più spaziosi e
strumenti meglio adeguati ai bisogni
delle persone ospitate. La casa quindi,
offre alle donne ospitate vitto, alloggio
e un am biente familiare e accogliente
che consente loro di affrontare il mo -
mento difficile. Casa Miriam è una casa
di accoglienza temporanea di II° livello
e questo la qualifica non come un sem-
plice dormitorio; in essa le ospiti non
sono accolte solamente al fine di risol-
vere subito un loro problema, bensì per
loro si effettua anche un accompagna-
mento educativo, verso una sempre
maggiore umanizzazione, per arrivare
ad essere autonome nella gestione della
propria vita, me diante l’ accudimento
della propria persona, della casa e la presa
di coscienza della responsabilità di un la-
voro e degli altri. Quindi ogni attività,
anche la più piccola, come lavare i piatti,
sistemare il cortile, lavare il pavimento o
mettere a posto una sedia dopo averla
usata, hanno il loro valore; significa man-
tenere un impegno preso ed eseguirlo nel
modo migliore, con onestà, anche
quando non si è controllati dagli altri, si-
gnifica dimostrare il proprio interesse per
la casa e per gli altri, appartenere ad una
realtà organizzata e fare la propria parte
perché essa funzioni, avere la gratifica-
zione di portare a termine il proprio com-
pito e vederlo inserito in un disegno più
ampio. Le ospiti sono invitate e stimolate
“Dove passa la carità del Cottolengo
fiorisce la primavera, la primavera
della carità e dell’amore.”
1
2
a non adagiarsi bensì a guardare la re-
altà con mentalità progettuale e a cer-
care tutte le norme per l’inserimento
nella struttura sociale; esse sono aiutate
a formarsi a un senso di responsabilità e
a capire che non ci sono solo diritti da
pretendere e ottenere ma anche doveri
da rispettare. Casa Miriam permette di
accogliere contemporaneamente dodici
donne in forma residenziale; il periodo
di permanenza delle persone nella strut-
tura varia da situazione a situazione, e
viene concordato con il Servizio che ha
fatto la segnalazione e con l’interessata
stessa. L’acco glienza può essere di al-
cuni giorni, o di un mese o due e, se vi
è un bisogno particolare, anche per più
tempo, sempre previo accordo con i Ser-
vizi di riferimento. La collaborazione con
le varie risorse presenti sul Territorio è
molto importante, perché le situazioni
sono spesso complesse e da soli si ri-
schierebbe di dare risposte puramente
d’assistenza che creano dipendenza,
non favorendo né la maturazione per-
sonale, né l’inserimento in una realtà di-
versa. Casa Miriam è gestita da due
religiose cottolenghine inserite nel ser-
vizio a tempo pieno, supportate dal vo-
Notizie
27
lontariato. Inoltre il servizio si avvale del-
l’aiuto e dell’esperienza di un’assistente
sociale della Piccola Casa per quanto ri-
guarda la collaborazione con gli altri Ser-
vizi e la gestione dei casi più complessi.
Casa Miriamè un servizio privato che col-
labora con tutti gli Enti interessati, e par-
tecipa al progetto “Call Center” con due
posti letto; alle ospiti non è chiesto alcun
contributo fisso. Il servizio di Casa Miriam
insieme a tutti gli altri servizi che la Piccola
Casa come parte vitale della Chiesa con-
cretizza nella società, sono intrisi di uno
stile di semplicità, fraternità, familiarità,
servizio, operosità, caratteristiche proprie
del lo spirito cottolenghino: elementi che
favoriscono un cammino di maturazione
personale e la capacità di rapporti auten-
tici e genuini tra le stesse persone provate
dalla malattia e dalla sofferenza, poiché
come scrisse Papa Benedetto XVI (Deus
caritas est, n. 31b): «Ad un mondo mi-
gliore si contribuisce soltanto facendo il
bene adesso ed in prima persona, con
passione e ovunque ce ne sia la possibi-
lità…Il programma del cristiano – il pro-
gramma del buon Samaritano, il
programma di Gesù – è “un cuore che
vede”. Que sto cuore vede, dove c’è biso-
gno di amore e agisce in modo conse-
guente». Tutto questo, costruisce
un’u manità rinnovata, fondata sul l’A -
more, orientata verso il vero bene, che
trasforma la qualità della vita. A dimostra-
zione di ciò, voglio riportare due scritti di
donne che nei mesi scorsi hanno lasciato
Casa Miriamdopo essere state ospitate in
essa per un periodo a loro necessario. I
nomi utilizzati delle persone sono di fan-
tasia per motivi di rispetto e riservatezza:
Cinzia di anni ventisei: “Mi mancherete…
vi penserò con gioia e mi mancherete
tutte! È stata una bellissima esperienza di
vita anche perché tutte insieme abbiamo
condiviso momenti difficili, ma a modo
nostro siamo riuscite a starci vicino e
meno sole! Ciao Giovanna, ciao Fede-
rica, ciao Sabina, ciao Aurora, ciao
Amelia, ciao As sunta…vi tengo strette
nel mio cuore! Care suore, grazie di
cuore per tutto ciò che avete fatto... per
avermi accompagnato, sostenuta... per
avermi accolta e accudita… per ogni
singolo mo mento e gesto... Grazie!
Grazie per avermi dato pace e sere-
nità... Non ho mai dato niente per scon-
tato e per questo che vi ringrazio di
tutto quello che siete riuscite a darmi e
trasmettermi... Grazie per avermi dato
la possibilità di condividere un pezzo di
vita con voi... Grazie! Suor Adriana, ha
fatto veramente tanto per me ed io le
dico che non saprò mai come ringra-
ziarla! (Cinzia). Rachele di anni 72: Gen -
tilissima Suor Adriana... vi auguro in
bene... lei... come anche le sue sorelle
suore e le donne che assistite... Mi
manca la pace che avevo tra di voi e
tutte le amiche... come potrò trovare
chi mi porta, verrò a trovarvi. Abbracci
e baci a tutti. (Rachele).
L’augurio che ci facciamo è quello che
Casa Miriam, (come ogni realtà del Cot-
tolengo), attraverso il suo servizio svolto
con tutta la passione del cuore, si ado-
peri per contribuire a innalzare la qua-
lità della vita dell’uomo e della donna di
tutti i tempi e quindi anche del nostro!
Suor Adriana Bonardi
1. I partecipanti
2. Don Lino, Padre Generale
3. Suor Elda Pezzuto, Vicaria Generale
4. Fr. Giuseppe Visconti, Superiore
Generale dei Fratelli
5. Elide Tisi, Vice-sindaco di Torino
7. Interno di Casa Miriam
3
4 5 6
28
il 13 aprile 2014 silenziosamente
se ne è andata al Padre di tutti.
Ecco il suo testamento spirituale:
La nostra vita, per quanto lunga possa essere, è sempre un
soffio ed è per grazia nelle mani di Dio. Quando meno ce lo
aspettiamo Dio viene a bussare alla nostra porta dicendoci:
“Vieni ti aspetto, è l’ora tua”. Quale gioia per me! In rapporto
all’eternità tutto è niente e nessuna cosa di questo mondo
può farci felici, tranne che una coscienza retta, in pace con
Dio e con i fratelli. “La tua grazia o Signore, vale più della vita”
(salmo 22) e a questo valore sommo ho cercato giorno per
giorno di informare tutta la mia vita con i suoi alti e bassi, tro-
vando nella grazia divina la forza di riprendere quota, nella fi-
ducia che il Signore è benevolo e misericordioso anche
quando qualche volta il nostro cuore ci condanna. Perciò gra-
zie o Signore per il dono della vita, anche se dal suo sorgere
mi segnasti col sigillo del dolore. Ho trovato che è stato me-
raviglioso vivere non per quello che si è: creatura tua, figlia
tua, amata da te con amore eterno, fattami capace di amare
e donare amore. Ringrazio i miei genitori per avermi accettata
e amata, anche se non ero sana come gli altri. Grazie ai miei
fratelli, sorella e parenti per quanto mi hanno donato in affetti
e aiuto. Un grazie particolare ai miei cugini Silvana e Giancarlo
che sono stati il sole della mia vita. Grazie Signore, per il dono
dell’amicizia condivisa con molti, che di volta in volta ha ar-
ricchito la mia vita e reso più dolce il mio cammino. Un rin-
graziamento particolare alla Superiora, alle Suore, alla Suora
del Gruppo e alle compagne per il loro aiuto e sopportazione,
chiedendo di vero cuore perdono se qualche volta sono stata
motivo di sofferenza per la vivacità del mio carattere non sem-
pre controllato. A tutti un arrivederci in cielo con il Padre, il
Figlio e lo Spirito Santo, con Maria la nostra madre la nostra
buona e tenera Madre, per essere in loro compagnia nella
gioia senza fine. Amen.
Ciao a tutti”
il 3 Maggio 2014, è mancata alla
Piccola Casa di Torino Rita Corsi.
Ospiti, suore, operatori e volontari della Fami-
glia S. Elisabetta dove Rita ha vissuto per più
di 50 anni ringraziano tutti coloro che hanno
partecipato ai funerali o hanno pregato per
Rita e con Rita.
Gratitudine
Per ogni cosa, o Dio,
per la vita, per gli amici,
per quanto ho attorno,
ti dico: GRAZIE!
Per ogni cosa, o fratelli,
che mi vivete accanto,
e cerchiamo nella carità
di volerci bene, sempre,
vi dico: GRAZIE!
Per ogni cosa, o creato,
per i fiori, le piante,
per gli allegri uccelli,
per le bianche montagne,
tutto dà lode a Dio,
vi dico: GRAZIE!
Il mio cuore è colmo
di gratitudine…
Rita Corsi, 13 maggio 1999
Testimonianze
Grazie
Rita...
Iole
Zanella
29
tolengo dove in chiesa, sabato 3 c.m.
la Corale Edi Toni ha deliziato le rev.
Suore, le ammalate e gli ospiti inter-
venuti con un programma di musica
in onore del nostro Santo.
In un silenzio partecipe, le note di
grandi e grandissimi musici si sono
espanse in quell’area sacra, dove,
sopra l’altare maggiore vi è impressa
la figura del santo tra schiere di an-
geli; verso il basso figure di Suore
con i più poveri, i più derelitti, i più
emarginati, bimbi, anziani, vecchi,
tutti i più amati dal Cot tolengo.
Ma torniamo al pomeriggio musi-
cale: la Corale (presentata breve-
mente ma con stile dalla Superiora
Suor Ca terina), è composta da una
trentina di cantanti: uomini e si-
gnore; anche dei giovani ne fanno
parte, tutti bravi e magistralmente
guidati dal Di ret tore Paolo De Santis
con la partecipazione di Sara Cresta
soprano, di Raffaello Gubbiotti alla
tromba e di Maria Cristina Luc chetti
all’organo. Gli autori sono grandi
nomi del passato più lontano o più
recente:
Caccini-Tarquini: AVE MARIA
I. Molfino: O SACRUM CONVIVIUM
W.A. Mozart: LAUDATE DOMINUM
G.P. da Palestrina: SICUT CERVUS
G. Verdi: LA VERGINE DEGLI ANGELI
F. Mendelssohn: SIT LAUS PLENA
H. Haristo: GIVE ME JESUS
E. Morricone: GABRIEL’S OBOE
J.S. Bach: GLORIASEI DIR GESUNGEN
Sono stati momenti solenni, ar -
monia eufonica per la gloria di Dio
e per il diletto della mente umana:
tutto con estrema professionalità e
bravura. Molti di noi avevano ac -
canto una persona amica, con la
quale era bello condividere, tacita-
mente, quella musica esaltante.
Dopo gli applausi tornò il silenzio,
calò la sera e dal terrazzo in alto po-
temmo ammirare il Cupolone illu-
minato, testimone di Fede Secolare,
che all’interno ci invita alla medita-
zione individuale e all’esterno alla
carità universale.
Carla A. Quarello
Notizie
Il Vaticano, mai come in questo pe-
riodo, ha dato a tutte le persone
presenti, un senso di eternità, ovvia-
mente umana, comunque possente.
Le fiumane di viventi che si muo-
vono verso S. Pietro, hanno qual-
cosa di nuovo sui loro visi, ora gai e
giovani o giovanili, ora anziani e af-
faticati. Ognuno di loro, parteci-
pando ai grandi eventi recenti, che
hanno dato un tocco particolare alla
città (due Papi santi, due Papi vi-
venti, uno dei quali particolarmente
carismatico) ha compreso il mo-
mento significativo, che sta vivendo,
fatto che rafforza nella santità, la
speranza consolante. Il cielo sembra
complice con gli stati d’animo di
tutti, infatti, su uno sfondo azzurro,
pare che un bimbo sveglio, ma ca-
priccioso, si sia divertito a dipingere
grandi nuvole ora bianche, ora gri-
gie, ora plumbee, che rappresen-
tano quasi i mo menti della vita di
ognuno di noi. Bellissimo lo sfondo
con la Basilica di S. Pietro, e poco di-
scosta, la chiesa di S. Gregorio VII e
un po’ più in alto, tra pini marittimi
ecco la Famiglia Romana del Cot -
Roma: al Cottolengo
un concerto in onore del Santo
Sabato 3 maggio 2014
Molti di noi avevano
ac canto una persona
amica, con la quale
era bello condividere,
tacitamente, quella
musica esaltante.
30
Notizie
condo il carisma Cotto len ghino
entrando così di fatto nell’As -
sociazione che ci distingue.
Giornata resa più importante per-
ché voluta nel giorno dell’A scen -
sione di nostro Signore, in co -
munione con i volontari che cele-
bravano la festa del Vo lontariato e
con gli ospiti della Pic cola Casa.
Giornata trascorsa all’insegna della
gioia, dopo la Santa Messa presie-
duta da Padre Lino, un momento di
condivisione, un buffet preparato
ed offerto dai volontari di S. Elisa-
betta in collaborazione con la bra-
vissima “pasticcera” Giuliana e la
di rettri ce Suor Maria Pia, ai quali va
un grazie di cuore.
Giornata che ha radunato tutti noi,
Amici, Volontari , dal volto nuovo e
conosciuto, abbracci, baci e un ar-
rivederci tutti insieme, sì, perchè il
prossimo anno ci ritroveremo nuo-
vamente nel giorno glorioso del Si-
gnore.
Deo Gratias.
Patrizia Pellegrino
P
rimo Giugno 2014, per noi
Amici del Cottolengo è stata
una giornata veramente spe-
ciale! Lucia e Ezio, con la loro pro-
messa, hanno espresso pubbli -
camente la volontà di vivere se-
Noi amici del Cottolengo
Gli “Amici del Cottolengo” prestano un’attenzione privilegiata ai poveri,
agli ammalati, alle vittime di qualsiasi forma di emarginazione e sono
sensibili a tutte le forme d’apostolato.
Questa più che la cronaca di un incon-
tro associativo potrebbe sembrare uno
di quei tristi bollettini di guerra che
provocavano, oltre al dolore per i tra-
gici eventi, l’angoscia e il timore per
quanto temevamo che ci riservasse il
futuro. Infatti quante assenze per pro-
blemi di salute abbiamo dovuto regi-
strare! Da Padre Gemello a Beppe
Mat tiotto, da Olga Lugnani a Rosina
Lombardi, da Augusto Cavallari a
Franca di Rivarolo e alla vedova di Tar-
cisio, per ricordarne solo qualcuno. E
quante assenze dovute ad altri conte-
stuali impegni: da Seba stiano Prov -
visiero ad Angelo Marello, da Gian
Carlo Sartoretti a Luciano Coc colo, da
Guido Bianchi a Giuseppina Dalle
Prane, da Luigi Fantoni ad Alfredo Ca-
mera e a molti altri abituali frequenta-
tori, tanto che questa volta abbiamo
battuto il record negativo di presenze.
Tale situazione, che ha ulteriormente
aggravato il timore per il futuro, ci ha
indotti ad una seria riflessione sull’at-
tuale momento e sulle residue attività
della nostra As sociazione tanto da
prevedere per il 2015 alcune determi-
nanti variazioni. La giornata si è co-
munque svolta secondo il programma
previsto, tanto che i meno pessimisti si
consolavano con la tradizionale affer-
mazione “pochi, ma buoni...” Era
anche Padre Lino Piano che infondeva
fiducia con l’esemplare fermo equili-
brio che lo portava a gestire la situa-
zione come avrebbe gestito una
riunione molto più numerosa e impor-
tante. Cele brando per noi la santa
messa, approfondiva il significato della
solennità di Pentecoste catalizzando la
generale attenzione e suscitando mo-
menti di profonda meditazione. Al ter-
mine della funzione, una breve sosta
per l’immancabile gruppo fotografico
ad opera quest’anno di Federico Ber -
gesio (che ringraziamo pubblicandone
la foto con il Presidente per ripagarlo
dell’assenza dal gruppo impostagli
dalla gestione dell’obiettivo) e quindi
l’assemblea annuale.
La relazione del Presidente e soprat-
tutto le considerazioni sul futuro del -
l’As sociazione provocavano un ampio
dibattito e interessanti proposte che ci
faranno seriamente riflettere. L’in -
tervento del Padre catturava poi una
particolare attenzione per le notizie
sulla Piccola Casa, ma anche per le in-
formazioni sui “nostri santi”, dalle
8 Giugno 2014 - Il Convegno annuale
ASSOCIAZIONE EX ALLIEVI E AMICI DEL COTTOLENGO
FESTA DELLA FAMIGLIA - 14 DICEMBRE 2014
Domenica 14 dicembre prossimo, alle ore 16, si terrà la tradizionale festa della Famiglia.
L’incontro avverrà, come negli ultimi anni, nel locale sotto la Chiesa Madre. Oltre al solito scambio di
notizie sulla vita dell’Associazione e sulle novità della Piccola Casa, si affronterà l’argomento del Con-
vegno annuale per per il 2015 e se ne fisseranno la data e le modalità di svolgimento. Sarà un piacevole
momento di festa per i partecipanti e l’occasione per porgere gli auguri in vista delle imminenti festività
al Sig. Padre, a tutti i superiori e alla comunità della Piccola Casa.
IL PRESIDENTE Dante Notaristefano
31
Notizie
DALL’ASSOCIAZIONE EX ALLIEVI E AMICI DEL COTTOLENGO
molteplici celebrazioni per il beato
Francesco Paleari alla recente beatifi-
cazione di Fratel Luigi Bordino.
L’argomento “Incontri” occupava
parte del tempo confermando il solito
giudizio largamente positivo e la riu-
nione poteva terminare con la fissa-
zione della “Festa della Famiglia” per
domenica 14 dicembre prossimo.
Il pranzo sociale che concludeva la no-
stra giornata – interrotto due volte per
le gradite telefonate pervenute da
Padre Gemello e da Beppe Mattiotto –
suscitava come sempre un generale
apprezzamento e un caloroso ap-
plauso per Suor Maria Pia, degna-
mente rappresentata da Suor Giu -
liana.
Il cronista, ripetendo un sentito “Deo
gratias” alla Piccola Casa, non può esi-
mersi dal sottolineare ancora la
grande gioia dei partecipanti che ali-
menta una concreta speranza per il fu-
turo.
Dante Notaristefano
D
el nonno vogliamo parlare al
presente, perché Lui è qui ora e
ogni giorno della nostra vita
sarà sempre al nostro fianco. Ognu -
no di noi è cresciuto con il suo esem-
pio concreto di umiltà, rispetto,
sacrificio e amore, donati a tutti
senza misura. Bastava uno sguardo
per ca pire e, senza mai alzare la
voce, ma con fermezza e amore, ci
ammoniva e correggeva. Si rideva
insieme quan do, insegnandoci a ca-
ricare il carretto carico di fieno que-
sto si ribaltava perché non avevamo
se guito attentamente le sue istru-
zioni. Con lui abbiamo imparato
anche a guidare il trattorino
per piantare le patate!
Che dire, nonno,
di quando, allorché ci in-
segnavi a fare il vino, tro-
vasti la maniera per
farci divertire pigian-
do l’uva con i piedi.
La gioia delle nostre
mamme era eviden-
te quando riuscivano
a farli tornare puliti.
Alla nonna non
sfuggiva quando
L’eredità
ti spingevi in qualcosa di più azzar-
dato: allora aspettavi che dalla cucina
lei ti riprendesse con un bonario “BE-
NIGNO!” Da te abbiamo ap pre so ad
amare i genitori, rispettarli e as coltarli
anche quando le loro richieste non ci
sembravano giuste, a perdonare e an-
dare oltre anche ai torti più o meno
brucianti. Abbiamo im parato ad af-
frontare le sofferenze e le difficoltà
della vita, con serenità, speranza e vo-
glia di vi vere, d’altra parte con la
Nonna il vostro motto è sempre stato
credere nella Prov videnza. Non ci sen-
tiamo di dirti ad dio, ma solamente
ciao Non no, tu ci sei, e oggi ci affidi
un compito impegnativo: vivere ogni
giorno in modo tale che chiunque
guardandoci pos sa rivedere te. A noi
più grandi il tra smet tere ai più pic -
coli questa grande ere dità.
Grazie Nonno Benigno, grazie
di essere con noi e amarci
così tanto. Vogliamo ricam-
biare questo amore tutti i
giorni, con tutto il cuore!
I tuoi ventitré
nipoti