Alfredo Lorenzi

Introduzione alla psicologia dei comportamenti violenti: descrizione,valutazione e prevenzione

Pubblicazione a cura della CRCV
Centro Ricerca e Prevenzione Comportamenti Violenti Lucca.

Indice

Prefazione 4

Cap. 1 Aggressività e violenza 1.1 1.2 1.3 1.4 Aggressività, violenza e modulazione sociale Basi biologiche dell'aggressività 8 Influenze ambientali e sviluppo del SNC 12 Modelli imitativi: media e aggressività 19 Bibliografia e letture consigliate 22 5

Cap. 2

I percorsi della violenza

2.1 Violenza tra partner 25 2.1.1 Fattori di rischio 27 2.1.2 Harassment 31 2.2 Violenza giovanile 32 2.2.1 Fattori di rischio 36 2.2.1 a in infanzia 2.2.1 b in adolescenza 2.2.2 Fattori protettivi 40 2.2.3 Bullyng 41 2.3 Tre situazioni problematiche coinvolgenti bambini 43 2.4 Adolescenti e gruppi a rischio 45 2.5 Considerazioni critiche sulla violenza giovanile 47 Bibliografia 50

Cap. 3 Sex offenders e diagnosi di abuso 3.1 Introduzione 53 3.2 Parafilie 54 2

3.2.1 Pedofilia 56 3.3 Abuso e molestie sessuali 59 3.4 Valutazione dell'abuso sessuale intrafamiliare 63 3.5 Interventi sui sex offenders 64 3.6 Conseguenze della violenza e abuso sulla donna 66 3.7 Diagnosi di abuso sessuale sui bambini 68 3.8 La personalità psicopatica 71 Bibliografia 75

Cap. 4 4.1 4.2 4.3 4.3.1 4.3.2 4.3.3 4.3.4 4.3.5 4.3.6 4.4 4.5 4.6 4.7 4.7.1 4.7.2 4.7.3

Interventi di prevenzione Introduzione 78 Criteri generali 80 Parent-family based strategy 86 Parent-child interaction training program 88 Multisystemic therapy program Functional family therapy 89 Nurturing parenting program Adolescent transition program 90 Confidential parenting Home visiting intervention 91 Sistema emozionale e controllo degli stati emotivi 92 Lo sviluppo della competenza emotiva 96 Tre esempi di programma di intervento 100 Intervento a livello scolastico su soggetti adolescenti Prevenzione della violenza sessuale in contesti extrascolastici Intervento sulla violenza domestica Bibliografia Appendice 103 107

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Prefazione

L'idea di scrivere questo libro è derivata dalla constatazione di quanto diverso è il panorama delle conoscenze e strategie d'intervento tra USA e Italia in merito alle tematiche di violenza nella vita quotidiana. Nelle città e nelle scuole americane infatti si assiste a un progressivo incremento di programmi indirizzati alle famigli e soggetti a rischio, impiegando metodiche che, pur in assenza di dati definitivi, si stanno rivelando più efficaci nel prevenire i comportamenti violenti. Il volume è suddiviso in quattro capitoli: nel primo sono esposte le teorie e le conoscenze più ampie sulla natura del fenomeno e le sue basi biologiche e sociali; il secondo e il terzo sono dedicati agli specifici contesti di violenza mentre il quarto illustra le principali strategie di intervento e le basi teoriche e metodologiche su cui si centrano. Proprio questo capitolo rappresenta una novità per il panorama professionale italiano, con l'auspicio di stimolarne l'interesse e promuovere istanze di aggiornamento. Scritto in uno stile sintetico, il libro vuole essere una introduzione aggiornata e rigorosa all'argomento rivolta agli operatori socio-sanitari, scolastici, studenti di psicologia e scienze della formazione e a tutti coloro che sono interessati ad una panoramica sulle tematiche di violenza o ad aspetti più specifici. Distribuito inizialmente in forma di appunti monotematici ai corsi di aggiornamento del personale sanitario, il volume racchiude una panoramica critica degli studi e ricerche più convalidate nel corso degli anni, escludendo linee teoriche e metodologiche rivelatesi incongrue e inefficaci, che purtroppo continuano a influenzare il campo di studio e di intervento. Sono stati ignorati i dati statistici italiani perché poco significativi e piuttosto nebulosi e poco tracciabili e trasparenti, una scelta purtroppo obbligata per un'esposizione rigorosa, per quanto breve e sintetica.

L'autore, laureato in scienze sociali, scienze biologiche e psicologia, si è occupato di ricerca di neuroscienze dello sviluppo e in questo ambito, ha cominciato a interessarsi ai soggetti adolescenti con aggressività espressa, anche in forma violenta e alle metodiche di prevenzione ambientale e comportamentale. Tiene corsi sulla prevenzione dela violenza e sulla competenza emotiva.

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Capitolo 1. Aggressività e violenza

1.1 Aggressività, violenza e modulazione sociale.

In ambito etologico, la teoria dell’aggressività intraspecifica di Konrad Lorenz, basata su metodologia osservativa attuata in contesti naturali, fa perno sul concetto di istinto e su componenti motorie che esprimono le diverse pulsioni che trovano espressioni nel comportamento. Il termine pulsione, in tedesco, è impiegato per denotare uno stato interno all’organismo e Lorenz lo impiega per denotare la componente energetica dell’istinto, che definisce: organizzazione neurofisiologica che si traduce in una serie di moduli comportamentali complessi. Una definizione priva di elementi vitalistici, cioè mistici e immateriali che al contrario avevano connotato le precedenti. Anche il concetto di energia è tipicamente neurofisiologico, riferendosi a una serie di condizioni e stati di eccitazione del SNC. Lorenz individua quattro grandi pulsioni: fame, sesso, aggressività e fuga, selezionate nel corso dell’evoluzione e alla base di corrispondenti funzioni fisiologiche, risultato di più pulsioni parziali, cioè di più di una pulsione che, agendo simultaneamente, determinano il comportamento motivato. L’analisi di motivazione è la metodica utilizzata da Lorenz per spiegare il comportamento e si articola in tre fasi: conoscere il contenuto degli stimoli, scomposizione del comportamento in moduli motori distinti e quindi analisi dei singoli moduli. Per attribuire un significato funzionale al comportamento, Lorenz segue un percorso interpretativo che collega l’analisi dei movimenti agli antecedenti e ai conseguenti; partendo da un contesto si considerano le relazioni che si stanno costituendo fra gli individui e l’ambiente, si analizzano le espressioni e i moduli istintivi di movimento e si mettono in relazione con le condizioni di arrivo . L’analisi di motivazione rappresenta una metodica che fonda anche la base etologica per l’osservazione del comportamento umano in contesti naturali, sul presupposto che ciascun individuo agisce sulla spinta di pulsioni variamente combinate, purché si comprendano le derivate delle pulsioni di base. Ad esempio la fame, non si riduce al semplice procacciamento di cibo ma ricomprende l’accumulo di ricchezza e tutto quello che si frappone con questi obiettivi; il sesso non riguarda solo la riproduzione ma combinandosi con altre componenti pulsionali e incontrando i fattori culturali, assume significati e valori complessi e sfaccettati; si pensi al valore della verginità o all’uso mercenario della funzione sessuale, solo per fare due esempi banali. L’aggressività intraspecifica considerata da Lorenz, assolve dunque una funzione utile alla 5

sopravvivenza, permettendo una migliore fitness individuale. L'aspetto critico dell'esposizione di Lorenz consiste nel tentativo di spiegare l'aggressività e la distruttività umana con la perdita dei meccanismi inibitori comunemente osservati in natura, presupponendo un abbassamento della soglia di innesco in relazioni a condizioni ambientali costrittive. Freud postulava l'esistenza di una pulsione primitiva originata dall'Es, denominata libido, oggetto di investimento psichico sotto forma di narcisismo e proiettata su oggetti, come libido oggettuale; solo in seguito l'autore ha descritto ulteriori componenti pulsionali autonome collocate nell'Io, in particolare la pulsione aggressiva. La libido, con la sua componente aggressiva, originandosi dall'Es è primitiva e al servizio del processo primario mentre quella in partenza dall'Io è al servizio del controllo della realtà e dell'omeostasi. Nel saggio “ Aldilà del principio di piacere “ del 1920, l' Autore arriva a delineare due grandi motori istintuali contrapposti; da una parte la libido e le pulsioni di vita, dall'altra la pulsione di morte, descritta come tendenza alla totale assenza di tensioni, di cui l'aggressività era la componente diretta all'esterno. Proprio la considerazione delle pulsioni di morte è alla base della teoria di Melanie Klein, che a partire dalle prime relazioni oggettuali postula l'esistenza di un meccanismo complesso, identificazione proiettiva, per mezzo del quale il neonato identifica il seno come oggetto che nutre e bersaglio del suo investimento pulsionale e come oggetto su cui proiettare le istanze aggressive e distruttive, derivanti dall'assenza di un Sé coeso, identificando nella madre un oggetto in grado di contenere queste spinte. Alla base della teoria, in sintonia con Freud e con Abraham è la concezione di una istanza aggressiva originaria, scaturente dall'istinto di morte. Altri autori, in particolare Kernberg e Kohut, si sono distanziati dalla concezione dell'istinto di morte, teorizzando una risposta aggressiva non dipendente da un istinto primitivo biologicamente determinato. La psicologia del comportamento non ammette componenti istintuali, per cui il comportamento è il risultato di un apprendimento derivante dall’interazione dell’individuo con gli stimoli ambientali. Gli psicologi del comportamento si sono interessati all’aggressività con il saggio del 1939 di Dollard e collaboratori “ Frustration and Aggressivity ”, in cui si sosteneva che l’aggressività era da porre in relazione con la frustrazione delle aspettative individuali e sociali. Le recenti sommosse nelle banlieues parigine possono essere interpretate, alla luce di questa teoria, come una reazione a condizioni di vita che non corrispondono alle aspettative dei ribelli, giovani nati in Francia, che hanno frequentato le scuole e non hanno accesso a posizioni sociali ed economiche corrispondenti a quelle dei loro coetanei, non potendo accedere a lavori ambiti e a tutto quello che ne consegue, come la possibilità di essere attraenti per coetanee di livello sociale superiore. Se questa teoria può spiegare l’aggressività e gli scoppi di violenza all’interno delle grandi città, dove disparità di condizioni di vita sono particolarmente eclatanti, non spiega l’aggressività individuale. Lo stesso Lorenz, nel suo saggio del 1964, “ Zur naturgeschichte der Aggression “, accenna all’insuccesso della pratica di allevare i bambini in assenza di frustrazione, rilevandone le conseguenze negative sul loro stato di salute mentale e constatando che da adulti, non erano affatto meno aggressivi degli altri. La teoria dell’aggressività formulata da Bandura e collaboratori, collega nel bambino l’osservazione del comportamento aggressivo e violento di un modello alle conseguenze che si producono: se il modello è stato premiato il bambino lo imiterà, se invece consegue effetti negativi il bambino non tenderà a conformare il suo comportamento a quello del modello. L’aggressività sarebbe dunque una opzione culturale, un comportamento da imitare a seconda degli effetti che ricadono sul modello: un giovane manager di successo, aggressivo e spregiudicato, stimolerebbe altri individui a imitarlo, come i personaggi di un fumetto o di un film, premiati per le loro mascalzonate, diverrebbero modelli per i bambini. 6

Un terzo approccio all’aggressività è quello derivante dalla psicologia evoluzionistica, che si richiama alla teoria dell'evoluzione, etologia, psicologia cognitiva e sociobiologia. Riconoscendo l’importanza dell’adattamento all’ambiente, i comportamenti sono riferiti a differenti piani evolutivi, quali la fitness ambientale, il successo riproduttivo, sia come specie che come individuo e la capacità di sopravvivenza. Appare subito chiara la differenza con gli altri approcci psicologici: qui si riconosce che l’organismo è dotato di un SNC capace di esprimere comportamenti istintivi, non diversamente dalle altre specie di primati non umani, pur non disconoscendo l’enorme peso dei fattori culturali e ambientali. Nell'ambito della psicologia evoluzionistica alcuni autori, tra i quali Cosmides e Tooby, attribuiscono un notevole peso alla teoria di Dowkins, nota come “ teoria del gene egoista '' (selfish gene). Si può definire altruista, in base a questa teoria, un comportamento che riduce la possibilità di riprodurre i propri geni a vantaggio dei geni altrui e non si deve confondere il comportamento altruista con quello prosociale, che non implica la riduzione di possibilità di sopravvivenza: cedere cibo ad altri quando se ne ha in eccesso è del tutto diverso dal cederlo quando se ne dispone in quantità appena sufficiente per sé. Dovrebbe essere sufficientemente chiaro, che il concetto di successo riproduttivo implica una dose elevata di comportamenti prosociali e altruisti, almeno quel tanto che basta a permettere alla prole di sopravvivere ma anche una notevole dose di egoismo, almeno quel tanto che basta a bilanciare il numero di geni condivisi, per cui i comportamenti altruisti sono meno probabili quanto minore è il numero di geni condiviso. I comportamenti egoisti non sono direttamente correlati con quelli di lotta e aggressività, infatti essere più o meno egoista non implica una corrispondente dose di maggiore o minore aggressività, che dipende invece dal contesto ambientale e dalle motivazioni degli attori. Le popolazioni primitive e gli animali sociali, hanno rappresentato un modello semplificato di indagine dei comportamenti di leadership e competizione; tra i primati non umani, le due specie più indagate sono gli scimpanzé e i bonobo, che differiscono più per gli aspetti comportamentali e sociali che per le caratteristiche fisiche. Gli scimpanzé sono organizzati in clan e ordini gerarchici e sono caratterizzati da manifestazioni aggressive di notevole intensità; i bonobo invece sono organizzati secondo un modello matriarcale in cui le femmine, non necessariamente le più giovani, sono in grado di influenzare e regolare l’aggressività e la competizione dei maschi attraverso una strategia concertata in cui il sesso è alla base delle relazioni generalmente più pacifiche di questa specie, nella quale non sono stati osservati casi di infanticidio e imboscate tra gruppi confinanti, né alti tassi di omicidio come invece rilevati negli scimpanzé. Dal momento che le due specie occupano ambienti simili, le differenze in relazione all’espressione dell’aggressività vanno ricercate nelle diverse modalità di organizzazione sociale. Nei bonobo il ruolo giocato delle femmine attraverso la loro continua disponibilità sessuale è essenziale nel ridurre i possibili focolai di violenza mentre negli scimpanzé i conflitti esplodono frequentemente in aggressività e violenza. Nelle nostre società tecnologiche non si considera l’aggressività un male in sé purché espressa nelle forme convenzionalmente accettate dalla maggioranza dei suoi membri. Ricoprire particolari posizioni sociali è collegato alla probabilità di successo riproduttivo sia tra gli scimpanzé, sia nei popoli primitivi che nelle società occidentali; nelle diverse culture si associa l’espressione e controllo dell’aggressività alla sopravvivenza e riproduzione, mentre solo nei Bonobo, l’attività sessuale ha luogo in modo assai svincolato dalla riproduzione, assumendo caratteristiche comparabili a quelle delle nostre società occidentali. Nell’uomo l’aggressività è certamente espressa in modi più variegati e complessi tuttavia 7

i meccanismi fondamentali non sono molto differenti, con alla base bisogni di affermazione, potere e controllo. Occorre però sottolineare che nella competizione umana sono presenti aspettative e relazioni ai valori che la differenziano da tutte le altre specie, in particolare per quanto riguarda il concetto di equità, che sottende la ragionevole fiducia che la competizione avrà luogo su un piano di parità e sarà vinta da colui che si rivelerà più idoneo: in sostanza che gli esiti della competizione rispecchino il principio che ciascuno abbia il suo, secondo i suoi meriti. La percezione che la competizione non sia avvenuta secondo criteri equi apre la strada ai soliti meccanismi compensatori, rivalsa sui subordinati e sui terzi, aggressività covata a lungo con progetti di rivincita, violenza e malattia.

1.2 Basi biologiche dell'aggressività

Nell'ambito delle neuroscienze comunemente l'aggressività è definita come la manifestazione di comportamenti offensivi, attivati da inneschi ambientali e finalizzati alla sopravvivenza. Gli inneschi sono stati selezionati durante l'evoluzione e sono relativi ai comportamenti di fitness ambientale, quali ricerca di cibo, sesso e difesa dai nemici ma ci sono anche inneschi appresi nel corso dell'esistenza, i quali rappresentano una linea differenziale tra individui in relazione alla fitness all'ambiente. Ad esempio, il topolino allevato in isolamento, una volta adulto e posto di fronte a un suo predatore naturale, si immobilizza completamente, compreso i bulbi oculari, una sorta di paralisi innescata da stimoli naturali; se il gatto mostrerà comportamenti di predazione e il topolino non ha vie di fuga, attiverà una seconda risposta istintiva per quanto paradossale, si ergerà sulle zampe posteriori, emetterà uno squittio molto acuto balzando all'attacco del predatore cercando di morderlo. Mac Lean negli anni '60 ha suggerito un modello funzionale del Sistema Nervoso Centrale (SNC), relativo al suo sviluppo filogenetico e funzionale. La sua teoria ipotizza che il nostro cervello si compone dei cervelli dei nostri progenitori e ne rappresenta l'evoluzione, così identifica un cervello primitivo o rettiliano, che corrisponde al midollo spinale e alla porzione inferiore del tronco encefalico, preposto al controllo delle reazioni autonomiche e istintive; un secondo cervello, paleocervello, comprende le strutture sottocorticali, particolarmente il lobo limbico e l'ipotalamo, responsabile degli stati emozionali, aggressività e sesso. Infine il terzo cervello o neocorteccia coincide appunto con le aree corticali dei mammiferi e determina i comportamenti e le funzioni più evolute. Lo studio anatomo-funzionale del cervello lo divide classicamente in tre tronconi, romboencefalo mesencefalo e proencefalo che non coincidono perfettamente con il modello di Mac Lean; il proencefalo praticamente comprende il diencefalo, l'ipotalamo, 8

lobo limbico e neocorteccia. Esplorare le basi neurali dell'aggressività rimanda alla ricerca dei circuiti emozionali, che si è visto condividono stesse strutture anatomiche ed evolutive; in questo parafrafo si accennerà in forma sintetica alle conoscenze più significative. Possiamo distingure funzionalmente il cervello in aree che si occupano di due modalità distinte di comportamenti (Le Doux, 1986): -comportamento emotivo, comprende le reazioni di lotta e fuga, ricerca di cibo, sessualità e relazioni sociali, mediato da porzioni del proencefalo prevalentemente di tipo limbico; -comportamento cognitivo, comprende le funzioni più complesse, pensiero, linguaggio, ragionamento e immaginazione, mediato dalla corteccia al di sopra del lobo limbico. Il comportamento emotivo deriva da unità funzionali distinte che mediano emozioni specifiche, partendo da inneschi naturali che sono trasferiti a una unità di valutazione che è in grado di apprendere dall'esperienza, disponendo della possibilità di formare ricordi di configurazioni – stimolo; in questo modo, con il tempo, l'individuo associa reazioni emozionali tipiche anche per inneschi appresi. Le risposte consistono in moduli comportamentali primitivi, specifici in relazione alla valutazione degli inneschi e selezionate dall'evoluzione per la sopravvivenza. l moduli del comportamento emotivo si sono formati prima di quelli cognitivi e quando parliamo di valutazione di uno stimolo, è bene avere presente che questa funzione non include un livello di consapevolezza perché in questa fase l'analisi e la valutazione cosciente non solo non sono utili ma farebbero perdere tempo prezioso che potrebbe costare la vita. Dunque la risposta si produce in modo autonomo ma successivamente lo stimolo viene trasferito alle aree di analisi corticali dove si ha anche consapevolezza. Un esempio: siamo in penombra e camminiamo, quando all'improvviso sentiamo che qualcosa si sta muovendo sotto il nostro piede e ci solletica la caviglia, improvvisamente trasaliamo e senza accorgercene alziamo la gamba impauriti, per scoprire che si tratta di un innocuo ramoscello. Il cervello emozionale si occupa prevalentemente di stabilire una detection e approntare una risposta, delegando alle porzioni corticali soprastanti la regolazione dei circuiti emozionali, coinvolgendo la corteccia prefrontale. Questa corteccia evolutivamente più recente, tra i mammiferi è posseduta solo dall'uomo, è suddivisa in aree, tra le quali quella che più interessa la regolazione delle emozioni e dell'aggressività è la corteccia orbitofrontale (OFC). Semplificando, le aree implicate nel circuito di regolazione delle emozioni sono: la OFC, amigdala, (si tenga presente che è una formazione bilaterale, praticamente sono due) corteccia cingolata anteriore (ACC), ippocampo, corteccia insulare, ipotalamo, striato ventrale e le loro strutture di connessioni.I principali studi sono stati effettuati su roditori, scimmie e uomo, sia su vivente che su cadavere con risultati che ancora non ci permettono di disvelare tutti i complessi meccanismi di regolazione fine dei circuiti coinvolti ma che tuttavia ci forniscono una base di dati scientificamente validata. Il punto cruciale del sistema sembra essere l'amigdala, una struttura a forma di mandorla collocata in posizione intermedia tra proencefalo e cervello primitivo, la quale ha rivelato la sua attività nella detection delle espressioni facciali di emozioni negative, quali paura, rabbia e disgusto. Le evidenze sono molto esplicite: pazienti con lesione bilaterale del nucleo laterale dell'amigdala e solo di quello, mostrano difficoltà o incapacità nel riconoscere le espressioni facciali di paura. Non solo, l'incremento di scarica di questo nucleo in corrispondenza della percezione di immagini rappresentanti volti che esprimono paura o rabbia, si associa ad un innalzamento della frequenza di scarica delle aree corrispondenti a OFC e ACC. Il significato di questo incremento è stato posto in relazone 9

con la regolazione dei circuiti dell'espressione delle manifestazioni di rabbia e paura. E' probabile che la ragione di un comportamento riflessivo sia dovuto all'incremento di scarica di queste due aree che retroagisce sulla stessa amigdala, inibendola. Individui caratterizzati da comportamenti particolarmente aggressivi e violenti, con impulsività rabbiosa sembrano essere deficitari proprio in questi circuiti, che non incrementano la scarica alla percezione dello stimolo, esercitando un effetto di “raffreddamento emozionale” come è stato coloritamente denominato. L'analisi di esami di neuroimaging che mostrano scarsa attività di queste due aree alla presentazione di stimoli innesco, ci permette di individuare strumentalmente e preventivamente i soggetti che manifesteranno comportamenti caratterizzati da una particolare forma di aggressività, connotata da impulsività ed esplosività non finalizzata. Non solo, anche la vulnerabilità alle aggressioni è stata correlata al malfunzionamento di queste due aree, con incapacità di “ribaltare” lo stato emozionale negativo in uno neutro. Inoltre una sensibile perdita di massa in queste aree è associata in circa il 60% dei soggetti violenti. Soggetti uccisi dopo scontri violenti e indagati alla neuroimaging, hanno quasi sempre mostrato anomalie nelle aree OFC e AAC, che essendo sottoperformanti si associano a perdita di volume neurale per deconnessione sinaptica. Viceversa soggetti individuati alla neuroimaging come probabili candidati ad emettere comportamenti violenti sono stati puntualmente confermati essere quelli che erano stati condannati per stupro e omicidio violento. Ci sono anche altri predittori di comportamenti di violenza, rabbia e suicidio realizzato con modalità cruente che fanno perno sul neurotrasmettitore serotonina, propriamente 5idrossitriptamina (5HT), un'amina biologica con l'aminoacido triptofano idrossilata in posizione 5. Questa molecola è sintetizzata a livello dei pirenofori e trasferita tramite flusso assonale all'estremità dell'assone, che la libera nella fessura sinaptica. Possono esserci varie anomalie in questa fase: la sintesi è anomala per polimorfismo del gene che la codifica; il flusso assonale è difettoso per anomalie delle proteine del citoscheletro; il sito di rilascio non è dotato di enzimi efficaci per la sua liberazione in tempi sincroni; la ricaptazione presinaptica della molecola è poco efficiente; infine la proteina di trasporto plasmatico è anomala. Poi ci sono tutti i problemi che coinvolgono il livello post sinaptico e recettoriale che qui non elencheremo, limitando la descrizione dei punti problemtici che coinvolgono un solo neurotrasmettitore solo per rendere il livello di complessità biologico del funzionamento neurale. Il SNC contiene un canale ripieno di liquido, che si prolunga nel midollo spinale e lo avvolge, mantenendo il cervello in sospensione e proteggendolo da urti e traumi, in cui sono rintracciabili diversi metaboliti prodotto dell'attività metabolica dei neuroni. Uno dei metaboliti della 5-HT è l'acido 5-idrossi indolacetico (5-HIAA), la cui quantità si è visto correlare con la quantità di 5-HT a livello presinaptico (che non significa che coincide con la quantità liberata nella fessura). Il livello di 5-HIAA si è rivelato un buon predittore nell'individuare i ragazzi a rischio di violenza e suicidio violento e di adulti che andranno soggetti a recidive per azioni violente. Un'altra sostanza che ha mostrato correlare con i livelli di aggressività dei soggetti, costituendo un ulteriore indice per quanto sempre basata sui livelli di 5-HT è la fenfluramina, una sostanza agonista postsinaptico della 5-HT che quando viene somministrata a soggetti normali determina un corrispondente innalzamento dei livelli di prolattina, fornendo un indice dei livelli di 5-HT del cervello. Coerentemente, i soggetti inclini all'impulsività e violenza presentano una risposta molto bassa nei livelli di prolattina quando viene somministrata una dose di fenfuramina, mentre i soggetti normali, di controllo hanno un netto innalzamento dei livelli di prolattina. Le indagini sui fluidi non hanno rivelato un'accuratezza predittiva sovrapponibile a quella della neuroimaging, anche 10

per il livello di complessità dei percorsi serotoninergici e delle loro anomalie, come accennato sopra. E' possibile che bassi livelli di 5-HIAA correlino con altre caratteristiche quali tendenze a depressione dell'umore o più frequentemente a ciclicità alterata della regolazione timica e soprattutto segnalino la presenza di disturbi dell'area ossessiva e compulsiva, che sembrano legati al ruolo dell'amigdala, che è prevalentemente dopaminergica e a anomalie della proteina di trasporto della serotonina, che veicola la conduzione dei segnali dall'amigdala verso i centri deputati alla loro elaborazione nella corteccia prefrontale. Tuttavia è certo che i soggetti affetti da disturbi compulsivi mostrano caratteristiche di eccessiva attivazione di aree prefrontali mediali e laterali, esattamente l'opposto dei violenti. Un ultimo parametro predittivo di aggressività coinvolge l'enzima che idrolizza il triptofano permettendone la sua utilizzazione nella composizione della serotonina. Questo enzima, triptofano hidrossilasi (TPH) nei soggetti normali è codificato da un gene in forma L mentre nei violenti si osservano forme pleimorfiche alternative di tipo U. Il gene è denominato TPH A218C e la forma LL, cioè con alleli L è presente ngli individui normali, mentre quelle con solo allele L o con allele U oppure forma omozigote UU ha rivelato caratterizzare gli individui aggressivi e violenti. A livello postsinaptico, i recettori per la 5HT sono densamente distribuiti a livello PFC e ACC, particolarmente i recettori serotoninici di tipo 2. Nei soggetti normali, la somministrazione di fenfuramina determina un incremento dell'assorbimento di glucosio a livello delle aree prefrontali, particolarmente la ventro mediale e limbiche implicate con l'attività dell'amigdala mentre nei soggetti violenti l'iniezione di fenfuramina non ha rivelato alla PET alcun incremento significativo di attività nelle aree corrispondenti. Il significato di questa differenza è ancora allo studio ma si può asserire che i violenti sono caratterizzati da anomalie nelle aree prefrontali e limbiche, dove la 5-HT svolge ruolo di mediatore fondamentale nella conduzione degli impulsi. Anche anomalie del lobo temporale sono implicate; particolari forme epilettiche che coinvolgono il sistema limbico di cui è parte, possono esitare in comportamenti caratterizzati da esplosioni di violenza scaricata su oggetti e persone, improvvisi, immotivati e non legati allo stato relazionale e ambientale che li precedono. Il cambiamento della tonalità affettiva è repentino, in concomitanza con la crisi epilettica delle strutture profonde, con durata compresa tra i due e i dieci minuti, seguita da rilasciamento muscolare, cui segue un periodo di disorientamento cognitivo, con derealizzazione e depersonalizzazione, di durata variabile tra dieci minuti e alcune ore, concludendosi con il recupero dello stato di equilibrio.

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1.3 Influenze ambientali e sviluppo del SNC

Il cervello dei primati non umani e soprattutto quello dell'uomo, è sottoposto ad un considerevole modellamento postnatale che si protrae fino alla piena maturità sessuale e anche successivamente, fino al termine della seconda decade di vita. Il ruolo dell'ambiente, in questa fase è fondamentale nel modulare le connessioni neurali che si realizzano tra le aree cerebrali, in relazione ad una scanzione temporale predeterminata. Un periodo critico, o sensibile, è una delimitata parte della vita di un organismo, in cui vengono stabilite e consolidate specifiche connessioni assonali, che divengono solitamente irreversibili e in cui il ruolo giocato dagli stimoli e dalla loro successione nel tempo è fondamentale; si parla anche di connessioni guidate dall'esperienza, a significare che gli stimoli ambientali si susseguono secondo una scanzione temporale precisa, fornendo l'innesco per la guida dell'accrescimento assonale verso le aree attivate dagli stimoli. In definitiva, un periodo critico di sviluppo è un particolare aspetto della plasticità neuronale, in cui fattori genetici e comportamentali si combinano durante tappe temporalmente definite, determinando una tipica connessione dei sistemi neurali coinvolti, che risultano calibrati, cioè connessi e regolati funzionalmente in una modalità tipica (Lorenzi, 1997). I periodi critici sono interdipendenti, nel senso che le calibrazioni in un circuito preparano la successiva tappa che interesserà altri circuiti e vie nervose, secondo un modello a cascata. Pertanto il deficit di regolazione non tende a generalizzarsi oltre un certo limite, dal momento che le connessioni sembrano seguire un andamento modulare, interessando aree cerebrali che veicolano funzioni specializzate. Riferendoci al ruolo degli stimoli ambientali, si deve porre attenzione alle loro caratteristiche, cioè qualità e intensità, tempo di inizio, durata e cessazione: in questo senso, gli stimoli sono giudicati adeguati quando rispettano i parametri selezionati nel corso dell'evoluzione della specie. Konrad Lorenz ha introdotto il concetto di periodo critico nell'ambito dello studio del comportamento, riferendolo alle osservazioni sui piccoli di oca selvatica che avevano mostrato come, in un ristretto arco di tempo susseguente alla schiusa delle uova, i pulcini sviluppano preferenze per un individuo cui sono esposti, attivando comportamenti di seguitazione. Gli etologi che dopo Lorenz si sono interessati ai fenomeni di imprinting e gli psicologi dello sviluppo, hanno concordemente rilevato che tale periodo non era così rigido come descritto da Lorenz; hanno pertanto proposto il termine più elastico di << periodo sensibile>> e di << finestra di opportunità>>, per indicare un arco temporale piuttosto ampio, in cui le esperienze possono comunque aver luogo. Dal momento che in letteratura si è continuato ad usare il termine originale, in questo lavoro si impiegherà il termine periodo critico (p.c.) riferendolo al significato di periodo sensibile. Lo studio del canto degli uccelli è stato per decenni al centro delle ricerche etologiche e neurobiologiche e seppure con le ovvie difficoltà di comparazione con il linguaggio dell'uomo, ha fornito una serie di indicazioni sui p.c. relativi allo sviluppo del linguaggio e altre funzioni complesse. Una delle acquisizioni che ha dimostrato un grado notevole di 12

generalizzazione in tutte le specie indagate tramite l'osservazione o sperimentalmente riguarda la possibilità di prolungare il p.c. quando le normali esperienze non hanno avuto luogo nei tempi previsti dall'evoluzione o quando hanno avuto luogo in modo alterato rispetto agli stimoli tipici della specie e dell'ambiente di sviluppo. Pertanto sono possibili due modalità di alterare i ritmi di sviluppo di un individuo:  alterando la sequenza temporale in cui gli stimoli sono presentati, che può realizzarsi in modi diversi: ad esempio gli stimoli sono anticipati o posticipati oppure sono presentati per un periodo di tempo troppo breve o lungo gli stimoli sono presenti ma sono alterati qualitativamente o quantitativamente, ad esempio sono troppo deboli o al contrario troppo intensi o nell'insieme sono scoordinati e non raggiungono una raffigurazione strutturante

E' stato rilevato che in queste situazioni, le esperienze tardivamente sperimentate hanno permesso il recupero della funzione deficitaria ma solo parzialmente e con permanenza di problemi comportamentali, inoltre è stato constatato che le esperienze tardive avevano maggiore efficacia quando erano realizzate mediante una continua ripetizione degli stimoli o con una stimolazione più intensa o con entrambe le modalità. In questo lavoro si considererà la possibilità dell'esistenza di un p.c. per l'attaccamento e le sue implicazioni quando è disturbato da condizioni ambientali sfavorevoli. L'importanza della relazione madre-bambino è stata rimarcata da sigmund Freud (1940) come << unica e inalterabile nel tempo, come primo e più forte oggetto d'amore e prototipo delle successive relazioni d'amore>>. Ainsworth (1973), definisce l'attaccamento << sviluppo di una relazione affettiva tra bambino e uno specifico caregiver che dura nei diversi contesti spaziali e temporali>>. I neonati normalmente sviluppano una relazione affettiva con i loro caregivers tra 6 e 12 mesi, in coincidenza con la capacitazione di generare aspettative riguardo il comportamento altrui (Lamb e Malkin, 1986). L'attaccamento secondo le osservazioni di Ainsworth (1967 e 1978), ha un significato anche qualitativo, potendo consistere di una forma sicura e una insicura. La forma sicura corrisponde alle caratteristiche relazionali del caregiver, quali la capacità di rispondere ai segnali del neonato in modo caldo e tempestivo; è una capacità che non necessità di essere appresa perché è stata selezionata dall'evoluzione ma alcune madri possono essere deficitarie a causa di disturbi e alterazione del rapporto madre-bambino durante la loro stessa crescita. L'evoluzione ha predisposto aree cerebrali deputate al riconoscimento delle espressioni delle emozioni del volto e a rispondere ad esse e ci sono evidenze che le donne dispongono di funzioni ulteriormente deputate a rispondere ai segnali dei neonati: l'attaccamento non coincide con il semplice contatto fisico, calore e vicinanza ma implica uno scambio di stimoli e risposte che coinvolgono aree cerebrali specificamente deputate che si attivano durante il corso di interazioni emozionali coinvolgenti e profonde, diverse da quelle che generano solo attrazione fisica e sessuale. La qualità dell'attaccamento influisce su molti aspetti dello sviluppo psicologico: sulla modalità di proiettarsi verso il mondo ed esplorare l'ambiente, il concetto di sé, la regolazione emozionale e la capacità relazionale.  per regolazione emozionale, come funzione dell'attaccamento si fa riferimento alla capacità del caregiver di ridurre gli stati d'ansia e di paura che il neonato esperisce durante situazioni nuove o in corso di rapido cambiamento e la sollecitazione a esplorare l'ambiente favorendo sentimenti di sicurezza, condizione che Bowlby definisce << esplorazione da una base sicura>>. la promozione del senso di autoefficacia è l'altra importante funzione 13

dell'attaccamento e si realizza tramite la capacità del caregiver di rispondere in modo tempestivo e caloroso ai segnali del bambino, ai suoi bisogni e alle sue intenzioni. Se queste risposte sono correttamente emesse, il bambino rafforzerà il suo senso di autoefficacia e competenza emotiva e sarà in grado di padroneggiare le condizioni avverse e tollerare la frustrazione. Lo sviluppo di capacità relazionali e sociali prende l'impronta delle qualità dell'interazione con il caregiver, nel senso che il bambino tenderà a stabilire relazioni esportando il modello relazionale con il suo caregiver. In condizioni normali, cioè quando si sono realizzate le tre condizioni necessarie per un corretto sviluppo dell'attaccamento,    relazione regolare e costante reciprocità delle interazioni capacità del caregiver di amministrare l'ansia del bambino

entro la fine del primo anno di vita si osserva lo stabilirsi di un forte attaccamento qualitativamente sicuro ma non sempre le cose vanno per il verso giusto, principalmente quando un neonato nasce in un ambiente povero, in cui è probabile che si associno altre condizioni sfavorevoli per la possibilità di un attaccamento sicuro. Un interrogativo che ha impegnato i ricercatori era capire se la qualità dell'attaccamento era stabile nel tempo o se poteva trasformarsi. Teti et al: (1996), hanno rilevato in uno studio su un piccolo campione di bambini, che l'attaccamento sicuro dei primogeniti in età prescolare può diventare insicuro quando intervengono situazioni che alterano la relazione madre-bambino, in particolare quando la madre è soggetta a stati depressivi e ansiosi e per la nascita di un fratellino. Lo stato depressivo si è rivelato il più influente e frequente tra le condizioni correlate al cambiamento mentre il cattivo andamento della relazione coniugale ha mostrato scarsa influenza quando un solido attaccamento sicuro si era stabilito. Quando un neonato non ha possibilità di sviluppare un iniziale attaccamento e cresce in condizioni di deprivazione affettiva è comunque in grado di svilupparlo in una fase successiva ma la sua qualità, in questi casi, dipende da una serie di fattori. Lo studio longitudinale di Chisholm (1995 e 1998) su bambini rumeni allevati in orfanatrofi in condizioni di notevole deprivazione affettiva e successivamente adottati da famiglie canadesi, ha contribuito a chiarire una serie di quesiti in merito alle conseguenze di un mancato attaccamento iniziale.  I bambini adottati antro i tre mesi e comunque prima dei quattro mesi di età, ai controlli effettuati a due anni e tre anni avevano sviluppato tutti un attaccamento sicuro con i loro genitori adottivi, quasi tutti appartenenti al ceto medio o medio-alto, buona istruzione ed elevata motivazione all'adozione di un bambino. I bambini adottati all'età di un anno o più, per circa un terzo hanno sviluppato attaccamento sicuro mentre i rimanenti due terzi hanno mostrato attaccamento insicuro e circa la metà mostravano relazioni disorganizzate e comportamenti bizzarri.

Dunque, quando si verificano condizioni avverse l'attaccamento si realizza comunque ma richiede uno sforzo ulteriore e si producono delle conseguenze negative <<sotto forma di deficit nella regolazione emozionale e capacità di formare relazioni con i coetanei improntate a un reciproco orientamento positivo>> (Maccaby, 1983). La qualità 14

dell'attaccamento in ogni modo, non è l'unica variabile che influisce sullo sviluppo socioaffettivo, su tratti e disposizioni di personalità e sull'emergenza di problemi in infanzia: alcune funzioni, come la percezione di sé, richiedono il possesso di processi mentali che si sviluppano dopo che il primo fondamentale attaccamento ha avuto luogo (Sroufe et al., 1999) e in definitiva, sembra più probabile che esso possa costituire un modello, un prototipo per le relazioni strette dei primi anni di vita ma non necessariamente per tutte le relazioni future. I p. c., sono anche definiti << plasticità dipendente dall'esperienza >>, a significare che l'esperienza precoce nel corso di un delimitato arco temporale, denominato << finestra temporale di opportunità >> , guida il rimaneggiamento delle connessioni sinaptiche delle cellule cerebrali in modo particolarmente sensibile proprio durante una certa tappa precoce di sviluppo; trascorsa questa fase, la sensibilità tende a diminuire e pur essendo comunque possibile influire successivamente sulla plasticità, occorre una stimolazione più intensa e protratta nel tempo. Ci sono due tipi di esperienze che influiscono sulla plasticità neuronale:   experience- expectant experience-dependent

La prima si riferisce alle normali esperienze tipiche dello sviluppo di una specie e che hanno normalmente luogo in quanto sono parte dell'ambiente di vita della specie (ad esempio la visione, udito, acquisizione del linguaggio). Questo tipo di esperienza si basa, a livello neurofisiologico, sulla << potature selettiva >> delle sinapsi in sovranumero alla nascita. La malattia denominata << X fragile >>, che dipende da un gene difettoso per la codifica di una proteina che elimina le sinapsi in eccesso, dimostra che l'eccesso di sinapsi rappresenta un fattore causale di danno neuroanatomico e funzionale. La seconda forma riguarda le esperienze specifiche di un singolo individuo all'interno del suo ambiente fisico, sociale e culturale; la plasticità qui è veicolata da nuove sinapsi che permettono di originare ricordi e modalità di problem solving che troveranno impiego nelle situazioni future. Si tratta di esperienze che si collegano con la memoria a lungo termine e con l'apprendimento, due funzioni molto complesse che condividono alcune aree, in particolare la centralina dell'ippocampo. Ogni individuo, in base agli stimoli presenti nell'ambiente, ritrae esperienze che influiscono sulla sua capacità di conoscere il suo stato emozionale e quello altrui, reagire ad entrambi, regolare lo stato attentivo e motivazionale, sulle sue modalità di analizzare i dati e risolvere i problemi e sulle competenze e abilità. Un tema che richiede di soffermarsi ulteriormente concerne la complessa funzione indicata con il termine attenzione, che non è affatto una proprietà scontata del SNC quanto piuttosto una funzione che soggiace a una serie di processi di cablazione e regolazioni verosimilmente inseriti in p.c. precoce e che può essere affetta da numerose anomalie. Recentemente Harmon e Cox (1997) hanno proposto un modello che collega la funzione di processazione delle emozioni nel lobo frontale e la sua influenza sull'attenzione. La regione frontale sinistra sarebbe deputata a processare e regolare le emozioni definite << approach behavior >>, orientate all'avvicinamento agli oggetti mentre il destro sarebbe associato alle emozioni << withdrawal behavior >> che determinano allontanamento e ritiro. Stati emozionali in risposta a stimoli esterni quali calma o irritabilità sarebbero influenzati dalla capacità del bambino di dirigere l'attenzione verso stimoli che generano benessere distogliendola da quelli che suscitano noia e irritazione; la differente capacità attentiva contribuirebbe a determinare asimmetrie nei lobi frontali in relazione alle diverse 15

esperienze emozionali del proprio contesto di sviluppo. Neonati cresciuti con una madre depressa hanno mostrato difficoltà nell'acquisizione del controllo emozionale (Dawson et al., 1994 e Sameroff et al.,1982) probabilmente anche per l'insufficiente stimolazione ricevuta in ordine alla discriminazione attentiva di stati emozionali; è stato osservato infatti che la condizione depressiva materna si manifesta anche nella riduzione espressiva degli stati emozionali ostacolando il processo di kindling emozionale del neonato e più in generale, interferendo negativamente nella comunicazione madre-bambino. Dawson et al. (1994), basandosi su studi di neuroimaging, hanno osservato che l'attivazione asimmetrica dei lobi frontali sembra essere una funzione indotta dagli stimoli ambientali precoci, una experience-expectant, realizzata principalmente dalle risposte del neonato agli stati emozionali materni e hanno presupposto che per tale via, la corteccia frontale si vada cablando in modo da poter regolare lo stato di eccitazione (arousal) ed emozionale in relazione a quello del caregiver. Pertanto non sono solo influenti le condizioni genetiche alla nascita ma anche quelle ambientali concorrono a configurare la regolazione funzionale dei lobi frontali che tende a diventare stabile e difficilmente reversibile. Le esperienze precoci di abuso, maltrattamenti fisici ed emozionali influiscono negativamente sull'ippocampo secondo un meccanismo di retroazione proposto da LeDoux (1998). In situazioni di stress l'amigdala, deputata al riconoscimento di segnali ambientali elicitanti emozioni, istruisce l'ipotalamo affinché segnali al'ipofisi di attivare il rilascio dei fattori stimolanti la secrezione di ormoni dello stress. L'ippocampo, formazione coinvolta nella memoria a lungo termine e nell'apprendimento, nelle situazioni di stress è deputato alla valutazione cognitiva (appraisal) e se valuta la situazione come positiva, invia segnali che retroagiscono sull'amigdala, inibendola ma se lo stress permane per lungo tempo non riesce a mantenere la sua attività, entra in sofferenza ed inizia a degenerare, con evidenti perdite di dendriti e in seguito anche di corpi cellulari. Autopsie su cervelli di bambini che hanno subito abusi ripetuti e su soggetti affetti da disturbo post traumatico da stress hanno rivelato una chiara riduzione dell'ippocampo dovuta a perdita di sinapsi e corpi cellulari. Tra i sintomi tipici di questa condizione sono la perdita di ricordi legati agli eventi stressanti e difficoltà nel memorizzare eventi successivi ad esso connessi; tipicamente i soggetti che hanno vissuto un forte trauma emozionale provano notevoli difficoltà a rievocarlo, esempio di adattamento comportante conseguenze negative che si può cercare di limitare mediante la somministrazione di sostanze che vanno ad agire sull'ippocampo, inibendone l'attività in modo da prevenire la sua degenerazione conseguente a stress. Si sono da tempo consolidate evidenze che il feto reagisce alle manifestazioni di stress della madre e può subire effetti negativi riguardo lo sviluppo motorio e affettivo postnatale e sappiamo che traumatismi fisici si possono ripercuotere sul feto e possono derivare da una serie di cause incidentali o volontarie:  tipicamente le cause incidentali possono essere prenatali, cadute accidentali della gestante, incidenti domestici e stradali; perinatali, condizioni che si verificano in prossimità del parto, ad es. cordone ombelicale lungo che si avvolge sulla testa e sul collo fel feto e altre condizioni che implicano anossia e sofferenza neurologica; neonatali, che ricomprendono le complicazioni che insorgono dopo il parto. le cause volontarie sono da ricondurre a violenza sulla gestante, tipicamente violenza domestica e sul neonato o a condizioni di negligenza grave e trascuratezza. Altre cause possono dipendere da malattia, condizioni di povertà e isolamento della madre.

Si può affermare che tutte le condizioni fisiche ed emozionali che hanno un impatto 16

negativo sulla madre e in generale sul caregiver, si ripercuotono sul feto e sul bambino distorcendone il corso dei periodi critici, anche se al momento non è accessibile una conoscenza precisa dei fattori causali e dei loro effetti. Ad oggi non ci sono studi neurofunzionali sistematici sull'effetto dell'esposizione di bambini a violenza sia diretta che indiretta, come la visione di programmi violenti, sull'attività dell'ippocampo ma sapiamo che i bambini che hanno sperimentato abusi hanno sviluppato disturbi caratteristici, quali difficoltà di memoria, inattenzione e scarsa abilità nell'impiego di strategie di apprendimento che possono sottendere anomalie dell'ippocampo e che si possono confondere con disturbi tipici dell'infanzia, quali disturbi dell'apprendimento, di condotta e deficit attentivi, che hanno diversa origine eziologica. Nella cultura umana è stato osservato da molti autori, appartenenti a differenti discipline, che il processo di socializzazione e acculturazione dell'individuo ha assunto caratteristiche di eccessiva artificiosità e costrizione, nel tentativo di conformarlo alle continue e crescenti richieste di un ambiente sociale complesso e in continua trasformazione, sottoponendolo ad un training cognitivo stressante e inadeguato alle tappe di sviluppo predisposte dall'evoluzione, favorendo, in soggetti predisposti, lo sviluppo di sintomi e disturbi da maladattamento (vedi il complesso fenomeno denominato “hikiko mori” nei giovani giapponesi, caratterizzato da una particolare forma di ritiro sociale). I comportamenti fisicamente violenti non costituiscono una forma tipica che ricorre frequentemente nelle relazioni sociali, dove prevaricazione, coercizione e sopraffazione sono realizzate con manifestazioni aggressive non fisiche. Differenze di ruolo e di potere implicano condizioni che favoriscono la riduzione dei gradi di libertà individuali e situazioni di prevaricazione: proprio simili differenze riducono l’uso di violenza fisica all’interno di un gruppo, sul presupposto che gli individui possono realizzare i loro piani con impiego di minima coercizione fisica. All’interno di una famiglia il genitore può usare coercizione per fini educativi, in un’azienda il superiore può assumere provvedimenti contro gli inadempienti e lo Stato può usare violenza e impiegare armi per mantenere l’ordine pubblico. L’aggressività dipende anche dal particolare ruolo e funzione che un individuo sta svolgendo: minacciare l’esistenza di un cucciolo, in quasi tutte le specie scatena reazioni aggressive materne di notevole portata, che in circostanze diverse non sarebbero attuate: nell’esempio, l’aggressività è una risposta al servizio dell’altruismo ma occorre capire cosa si intende per altruismo in biologia e psicologia evoluzionista. Si è già detto che altruista è un comportamento che riduce la possibilità di riprodurre i propri geni, a vantaggio dei geni altrui in base al presupposto teorico che ogni individuo tende a massimizzare la trasmissione dei propri geni. Uno dei problemi principali per Wilson e Dowkins era proprio quello di spiegare i comportamenti altruistici, frequentemente osservati in natura, in quanto la teoria dell'evoluzione, fondata sulla fitness individuale, sarebbe falsificata. Dowkins individuò nella “ regola di Hamilton “ la chiave per interpretare il comportamento altruistico, che ricomprese in una teoria che denomino “ selfish gene”, che muovendo dalla regola di Hamilton, spiegava l'altruismo in termini di fitness inclusiva, dove inclusiva significa che parallelamente alla fitness individuale, per l'individuo è importante anche la propagazione dei geni dei conspecifici. Sappiamo che i geni che un genitore riproduce in ciascun figlio rappresentano il 50% del suo corredo e più figli genera e più aumenta il numero di geni che gli sopravvivono; ne consegue che, in natura, un individuo che ha generato un solo figlio, sarà riuscito a far sopravvivere solo metà del suo corredo genetico e per questo impiegherà molte energie per cercare di farlo sopravvivere ma non altrettante energie impiegherà per la sopravvivenza di un ipotetico quarto o quinto figlio e più in generale, quanto maggiore è il 17

numero di figli e quanto minore è l’investimento che un genitore è disposto a fare in ciascuno di essi per assicurarne la sopravvivenza. In altre parole le cure diminuiscono al crescere del numero dei figli, che è come dire che il comportamento altruista si attenua quando i geni sono stati tramandati in numero elevato. In natura i comportamenti altruisti sono in realtà comportamenti guidati da un istinto di sopravvivenza individuale e di specie: in fin dei conti due conspecifici condividono un numero di geni assai più elevato in confronto a qualsiasi altro individuo di specie diversa, constatazione che sta alla base dell’altruismo e della solidarietà. Ridurre le proprie possibilità di sopravvivenza a vantaggio di un estraneo rappresenta un comportamento sufficientemente egoista almeno quel tanto che basta a bilanciare il numero di geni condivisi.

1.4 Modelli imitativi: media e aggressività.

Si ricomprende nel termine media, una eterogenea serie di mezzi, atti a veicolare informazioni. Si distinguono in:     pubblici, come Internet, dove chiunque può inserire informazioni e formarne i contenuti; privati, cinema, TV, libri e giornali, dove, a prescindere da chi ne detiene la proprietà, solo alcuni formano i contenuti; multimediali, quando veicolano contenuti in base a differenti canali sensoriali; interattivi, quando l'utilizzatore può interagire a vari livelli e secondo diverse modalità.

Preliminarmente si segnala che le ricerche sull'argomento, sono state, nel corso degli anni, assoggettate a critiche metodologiche che ne hanno posto in luce la scarsa validità e affidabilità. Nello specifico è stato opposto che i campioni non erano generalizzabili alla popolazione, la definizione di vilolenza era troppo ampia o al contrario troppo specifica, gli indici di violenza ricavati dai programmi TV erano basati su criteri soggettivi e nebulosi, infine le interpretazioni dei dati erano falsate dalla serie di problemi appena descritti e da altri fattori. Ad esempio, gli studi di Gerbner e Gross (1976), che all'epoca richiamarono anche l'attenzione dei media, ad una analisi critica si sono rivelati essere basati su ipotesi 18

non verificate né falsificabili; la loro affermazione ipotetica che le informazioni cui una persona accede tramite la TV, ne condiziona l'interpretazione della realtà in relazione alla durata rappresenta una ipotesi non falsificabile, più una tesi che una ipotesi, che sarebbe insensato dimostrare perché non potrebbe che essere verificata. Anche gli esperimenti basati sul modello neurofisiologico, ad esempio Shachter (1964), Berkowitz e Alioto (1973), solo per citarne alcuni, sono stati assoggettati a critiche metodologiche che ne hanno minato la validità: iniettare adrenalina o creare condizioni artificiose di arousal non sembra un modello ecologicamente validabile. Gli studi dedicati al tema specifico dell'aggressività e violenza nei bambini, collegate al mezzo televisivo, che hanno rivelato maggiore validità nel tempo, sono stati quelli di Albert Bandura e collaboratori (1961, 1973), successivamente racchiusi in un modello unitario denominato “Learning theorie”, tradotto con “modello dell'apprendimento sociale”. Un esperimento semplice ed eseguito in un contesto naturale, che chiunque poteva riprodurre con facilità è divenuto un classico della ricerca psicologica. A un gruppo di bambini di un asilo fu mostrato un filmato in cui due adulti, uomo e donna, si scagliavano contro un pupazzo riempito di sabbia, in modo da poter oscillare ritornando in posizione verticale quando veniva colpito con calci e pugni. Dopo la visione del filamto i bambini venivano fatti entrare nella stanza dove giocavano ed era stato previamente collocato lo stesso pupazzo. Il gruppo di controllo era costituito da bambini che erano posti di fronte al pupazzo senza aver visto il filmato. I bambini del gruppo sperimentale iniziarono a colpire il pupazzo, mentre quelli del gruppo di controllo non mostrarono comportamenti diversi rispetto agli altri giocattoli. In varianti successive, il filmato mostrava adulti che dopo aver picchiato il pupazzo erano ricompensati con caramelle oppure sgridati: anche in queste varianti, i bambini mostrarono di seguire i comportamenti dei modelli, colpendo con più forza quando il modello era ricompensato o inibendosi quando sgridato. Ai modelli adulti, sono stati sostituiti personaggi di cartoni animati, con stessi risultati; inoltre colpire un pupazzo identificato con il proprio sesso è risultato più facile, segnalato dal minor tempo necessario a vincere l'inibizione e i maschi si sono rivelati più aggressivi, sferrando più colpi e con più forza. I risultati, pur con le opportune cautele in relazione alla generalizzazione dei dati alla popolazione, dimostrano che una rappresentazione televisiva di comportamenti aggressivi e violenti, in base a criteri condivisi, è risultata efficace a modellare il comportamento dei bambini, in assenza di riproduzione immediata dei gesti. Gli studi di Bandura, furono oggetto di numerose interpretazioni sui reali meccanismi psichici coinvolti e racchiusi nel generico termine “imitazione”. Bandura avanzò l'ipotesi che il bambino sia predisposto a riprodurre i comportamenti osservati in base a uno schema mentale che include la valutazione degli effetti conseguiti. Se il modello veicola comportamenti aggressivi, il bambino lo imiterà se riceverà un rinforzo, costituito dalla valutazione delle conseguenze favorevoli che ricadono sul modello, oppure sarà disincentivato se il modello conseguirà effetti negativi o dannosi. Altri autori hanno invocato altri meccanismi e in definitiva cosa sia all'opera quando si parla di imitazione non è ad oggi del tutto chiaro, tuttavia una predisposizione innata e un paradigma basato sul condizionamento sembrano essere i due fattori più implicati. Gli studi longitudinali più accreditati in nordamerica, sono quelli di Huesmann (Huesmann et al., 1986), basati su un campione internazionale, che hanno mostrato una correlazione statisticamente significativa, per quanto modesta, tra visione di scene violente in infanzia e comportamenti aggressivi nella seconda decade di vita, in ragione di tre ore di TV al giorno, considerando una media di scene violente ogni ora di trasmissione in modo tale da escludere aspetti troppo generici. E' emerso che i bambini predisposti all'aggressività erano maggiormente inclini ad indulgere sulle scene violente e comunque i dati hanno 19

mostrato un lieve ma generalizzato innalzamento del tasso di aggressività nel campione. Una ulteriore evidenza riguarda l'abituazione alle scene di violenza, con sviluppo di indifferenza emotiva per esposizione sovramassimale, una sorta di indurimento emozionale verso la violenza rappresentata, che si può riflettere nelle relazioni sociali. Anche la pubblicità richiama stili e modelli aggressivi, con frequenti allusioni sessuali e messaggi subliminali, in cui l'aggressività maschile è sollecitata da provocazioni di femmine che sminuiscono il pretendente che non possiede il prodotto reclamizzato o alludono a competizioni tra appartenenti allo stesso sesso, in cui il rasoio per la barba, l'auto, il profumo, i fermenti lattici concentrati e il depilatore, rappresentano il mezzo con cui si vince la contesa sociale. Generalmente, il modello aggressivo proposto dalla pubblicità si rivela particolarmente subdolo per la sua modalità proteiforme e pervasiva, realizzando un coinvolgimento emozionale di notevole effetto, in assenza di esplicita consapevolezza. La TV per motivi storici è il mezzo più indagato ma a partire dagli anni settanta, si sono diffusi i giochi elettronici, inizialmente tramite consolle in seguito tramite Internet e la telefonia mobile. I videogames rappresentano la principale fonte di diffusione di giochi interattivi e multimediali a contenuto violento e alcuni tra questi sono stati al centro del dibattito giornalistico e sociologico, perché tacciati di veicolare e sollecitare contenuti particolarmente violenti e più in generale, è stato sostenuto che i videogames favoriscono l'isolamento e la distorsione della rappresentazione della realtà. Ad oggi, nonostante la scarsità degli studi metodologicamente affidabili, non esistono prove convincenti che i videogames violenti contribuiscano a innalzare i tassi di violenza dei fruitori nel medio e lungo periodo, in misura maggiore di quanto provoca la TV e il cinema (Dominick, 1984). Anderson e Dill (2000) invece avvalorano un effetto dei videogames ma la metodologia impiegata, basata su questionario di autovalutazione, che reputa affidabili le risposte dei soggetti riferite a stati mentali sperimentati in precedenza, è ritenuta affidabile solo da una minoranza di ricercatori. In sintesi, nonostante la propensione a credere in una maggiore pericolosità dei giochi interattivi, perché il giocatore è più partecipe e coinvolto e si immedesima con più coerenza nel personaggio che manipola, avendone un controllo, non ci sono evidenze di una maggiore efficacia in confronto ai media tradizionali, pur nella necessità di ulteriori approfondimenti. Se la visione televisiva di scene violente o la fruizione di videogiochi cruenti ha rivelato nel bambino debole associazione con la violenza espressa, ad eccezione di quelli con disturbi e con numerosi fattori di rischio, assistere a litigi e violenze coniugali dispiega effetti pervasivi sulla giovane personalità, come si vedrà nel prossimo capitolo.

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