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LA RESISTENZA
DELLE DONNE
1943-1945

A cura di Giorgio Vecchio




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LA RESISTENZA
DELLE DONNE
1943-1945

A cura di Giorgio Vecchio










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1. Premesse

La Resistenza è stata un fenomeno complesso, che non può essere ri-
dotto entro schemi rigidi, come pure spesso e da più parti si è fatto.
Soprattutto essa non può essere interpretata come un movimento e-
sclusivamente armato, per quanto la lotta armata sia stata per forza di
cose necessaria e predominante. Dopo decenni nei quali si è identifi-
cata la Resistenza con la figura eroica del partigiano con il fazzoletto
rosso al collo e il fucile in mano, oggi siamo più consapevoli che a
quella figura bisogna affiancarne delle altre: altri partigiani, anzitutto,
con fazzoletti, non rossi bensì verdi o azzurri; e poi donne, tante don-
ne, di ogni classe sociale; e cittadini con gli abiti sdruciti e senza idee
politiche particolari; e ancora, preti, frati e suore ...
Una fotografia immaginaria con questa eterogenea folla di persone
serve per ricordarci che la Resistenza non è stata solo un movimento
armato, ma anche un insieme di gesti di solidarietà, di rifiuto d'obbe-
dienza e di coraggiose azioni per salvare i perseguitati. E, inoltre, che
la Resistenza è stata opera di comunisti, socialisti e azionisti, ma pure
di cattolici, di liberali, di monarchici.
Certo è che dopo la Liberazione la qualifica di partigiano fu ricono-
sciuta a chi aveva portato le armi per almeno tre mesi e aveva compiu-
to almeno tre azioni di guerra o sabotaggio (o almeno aveva fatto tre
mesi di carcere o sei mesi di lavoro nelle strutture logistiche). Poste
così le cose, era chiaro che un grande numero di donne resistenti veni-
va messo fuori gioco e che - salvo casi eccezionali - per loro si sareb-
be potuto parlare solo di «contributo» dato alla Resistenza, un termine
che già contiene in sé un senso di inferiorità e di dipendenza. Come
hanno mostrato ormai diverse studiose, tra le quali per esempio Ro-
berta Cairoli esaminando l'area comasca, esiste un forte divario tra il
numero di donne che a vario titolo si opposero al nazifascismo e il
numero di quante si videro effettivamente riconosciuto il lavoro svol-
to.
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Ciò non toglie che a livello nazionale furono riconosciute a quel
tempo circa 35.000 partigiane e 70.000 appartenenti ai Gruppi di Di-
fesa della Donna, una cifra piuttosto consistente. Di loro, 4653 furono


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arrestate, torturate, condannate; 2750 deportate e 623 fucilate o cadute
in combattimento. Alle donne furono assegnate 19 medaglie d'oro al
valore militare, di cui 15 alla memoria.
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Questi limiti della memoria trovano appunto origine in una concezio-
ne tutta maschile e tutta «armata» della lotta di Liberazione. Essi non
sono stati esclusivi della Resistenza italiana. In un contesto del tutto
diverso, come quello dell' Algeria della guerra di indipendenza (1954-
1962), le donne resistenti sono state ridotte alle due figure della ma-
quisarde e della poseuse de bombes, delle combattenti effettive e di
coloro che depositavano le bombe per gli attentati. In tal modo si pri-
vilegiava la lotta armata e si metteva in ombra la resistenza civile, il
sostegno nelle retrovie, gli aiuti spirituali e materiali, dimenticando
una massa di donne.
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La memoria della Resistenza al femminile è stata poi limitata dal si-
lenzio di tante protagoniste di quegli anni duri. Un silenzio che per
molte donne è stato una scelta consapevole, ma che per molte di più è
stato provocato da un condizionamento esterno, da un'imposizione più
o meno esplicita, dalla mancanza di chi volesse o sapesse ascoltare.
Per la verità, non sono state solo le donne a rimanere spesso in silen-
zio. Discorsi analoghi si potrebbero fare per tanti sopravvissuti ai La-
ger, per tanti preti, per tanti uomini che non si sono riconosciuti nella
politica del dopoguerra o nei partiti dominanti - si pensi al caso di Al-
fredo Pizzoni, che pure fu presidente del CLNAI _,4 e così via. Com-
plessivamente parlando, però, il silenzio delle donne è stato quello più
«assordante», per i motivi appena ricordati ma anche per altri facil-
mente immaginabili: l'abitudine alla sottomissione all'uomo e al capo
famiglia, il timore di passare per una «poco di buono» e per una donna
rotta a chissà quali avventure, o al contrario l'idea di aver fatto solo il
proprio dovere o comunque nulla di eccezionale in un tempo come
quello della guerra.
Una piccola conferma di questo ragionamento è data dal fatto che
quando nel 1955 il Movimento femminile della Dc volle celebrare le
donne cristiane resistenti dovette ricorrere per lo più a testimoni ma-
schi, in quanto le protagoniste dirette erano alquanto restie a parlare di
se stesse.
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E tuttavia proprio quelle testimonianze non furono suffi-


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cientemente valorizzate in seguito, così che la Dc e più in generale la
Chiesa hanno bellamente dimenticato tanti tesori di altruismo e di ero-
ismo. In altri casi analoghi le donne vollero parlare o furono indotte a
farlo, già nel 1945 - alludo alle storie raccolte nella rubrica Donne d'I-
talia proposti dal giornale "Azione Femminile» e studiati da Elisabetta
Salvini -, ma le loro voci si sono perse nel tempo.
Oggi cerchiamo di essere più attenti alla complessità della storia e, pur
tra mille difficoltà, andiamo a riascoltare quelle voci lontane rimaste
fissate sulla carta ingiallita di documenti o di giornali. Fortunatamente
possiamo ancora ascoltare la testimonianza diretta di chi ha vissuto la
Resistenza come protagonista. Il panorama delle nostre conoscenze è
molto ampio e si rimane pertanto imbarazzati nella scelta degli esempi
e delle citazioni da fare.
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Ma, va aggiunto, rimane ancora della strada
da percorrere, per far sì che la Resistenza al femminile non sia studiata
o celebrata soltanto dalle donne, quasi in una nuova sorta di divisione
dei ruoli. Così come va recuperato in pieno il ruolo svolto dalle donne
interamente dedite alla vita della Chiesa, fossero esse le umili e spesso
disprezzate «perpetue», senza le quali molti preti ben difficilmente a-
vrebbero potuto soccorrere ebrei e partigiani, oppure le religiose ap-
partenenti ai più diversi e istituti. Di queste viene solitamente ricorda-
ta la sola madre Enrichetta Alfieri delle Suore della Carità di S. Gio-
vanna Antida Thouret, allora presente nel carcere milanese di San Vit-
tore: in verità il panorama, pur fatto di ombre e di chiaroscuri, è molto
più ampio e comprende tanti figure degne di diventare protagoniste
anche dei libri di storia.
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In questa sede ricordiamo almeno madre Do-
nata Castrezzati delle Suore Poverelle dell'Istituto Palazzolo a Milano,
suor Giovanna Mosna, presente con le Suore della Carità di Maria
Bambina all'ospedale milanese di Niguarda e suor Paola Nervi, attiva
all'ospedale Principe Umberto di Castelnovo Monti, nel Reggiano: fu-
rono tra le tante suore che usarono le strutture assistenziali e ospeda-
liere per nascondere e proteggere ebrei e partigiani.

2. Le «opere di misericordia corporale»

Le donne furono presenti in tutti gli ambiti della Resistenza organizza-


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ta: scontro armato, informazione, approvvigionamento e collegamen-
to, stampa e propaganda, trasporto di armi e munizioni, organizzazio-
ne sanitaria, organizzazione di scioperi e manifestazioni per il pane e
contro il carovita e il mercato nero.
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Non è quindi corretto insistere soltanto sulla figura delle «staffette»,
spesso giovani o giovanissime. Eppure, al riguardo bisogna pur sem-
pre ricordare che la «staffetta» era qualcosa di più che una semplice
«postina» come verrebbe da pensare: era colei che portava ordini e
comunicazioni, ma anche armi e munizioni, che accompagnava uomi-
ni in fuga verso la salvezza e cosÌ via. Il rischio era sempre elevato e
bisognava dimostrare notevole sangue freddo e tanta fortuna quando
ci si imbatteva in un qualsivoglia posto di blocco: tanto più che biso-
gnava mettere in conto non solo di rischiare la vita, ma di diventare
oggetto di sgradite e pesanti attenzioni maschili.
Le avventure delle staffette andrebbero dunque raccontate tutte e per
intero, una per una, tanto sono simili eppure diverse tra loro. E biso-
gnerebbe subito allargare l'orizzonte fino a comprendere tutte le attivi-
tà informative svolte dalle ragazze e dalle donne, anche senza doversi
impegnare in lunghe e pericolose camminate o pedalate. Come catalo-
gare per esempio quanto svolto da persone come Kitta Steiner «che
passò 14 mesi chiusa in una soffitta con una branda e due telefoni a
sorvegliare tre linee di grande importanza - su cui passava tra le altre
ogni tanto anche la voce inconfondibile di Mussolini - e raccogliendo
le informazioni del caso»
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Il punto di partenza cronologico è naturalmente 1'8 settembre 1943,
anche se non si possono dimenticare tanti precedenti, come l'antifasci-
smo dimostrato nel corso del Ventennio o come le proteste pubbliche
di madri e mogli per il graduale peggioramento delle condizioni di vi-
ta tra 1942 e 1943. Proprio al momento dell'annuncio dell'armistizio e
di fronte al disfacimento delle nostre forze armate e alla cattura, quasi
senza colpo ferire, di centinaia di migliaia di nostri soldati, le donne
seppero reagire con inattesa decisione e inventiva. Tante di loro non
persero la testa e anzi si sforzarono di sollecitare gli uomini a una rea-
zione attiva. Si potrebbe dire che le donne riuscirono a mettere da par-
te in fretta la loro condizione abituale di «dipendenti» dall'uomo, forti


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dell'esperienza del «cavarsela da sole» già sperimentata in tante circo-
stanze della vita e durante la prima parte della guerra; al contrario gli
uomini rimasero prigionieri della tradizionale disciplina militare e dal-
la disabitudine a uscire dagli schemi mentali consueti dell'obbedienza
e della mancanza di iniziativa.
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Il maternage di massa - ovvero la sensibilità e la capacità di esplicare
funzioni materne e protettive verso i nostri soldati in quei giorni di
settembre - spinse un'infinità di donne di ogni età e di ogni regione ita-
liana a considerare come propri figli quanti passavano davanti alle lo-
ro abitazioni, chiedendo un pezzo di pane, un abito borghese, un pa-
gliericcio per riposare. Capacità di iniziativa individuale e fantasia se-
gnarono i comportamenti di molte donne.
A Torino la mamma di Chiara Serdi mise in piedi un'organizzazione
quasi imprenditoriale per assistere i soldati in fuga: dopo aver esaurito
i vestiti vecchi raccolti tra i vicini di casa, si rivolse alle suore di via
Assietta, solite raccogliere abiti per i poveri, e si fece una scorta in
cantina; comprese poi l'importanza di sostituire o tingere anche le
scarpe militari. Al momento buono - sparsasi la voce sulla sua dispo-
nibilità all'aiuto - rivestiva in cantina i soldati e li accompagnava di
persona alla stazione fingendosi loro parente.
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Altrove, i gesti di ge-
nerosità furono anche più spontanei e tuttavia pagati con la vita: la
settantaduenne abruzzese Anita Santamarroni diede da mangiare ai
prigionieri alleati evasi dal campo di Sulmona. Arrestata, prima di es-
sere fucilata dai tedeschi, precisò: «Non li ho aiutati perché erano in-
glesi, ma perché sono una cristiana e anche loro sono cristiani".
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Ana-
logo, in altra regione e almeno per la spontaneità del gesto, fu il caso
della mantovana Giuseppina Rippa, fulminata da una raffica di mitra
tedesco nel settembre 1943 per il solo fatto di aver offerto del pane ad
una colonna di prigionieri di passaggio in piazza Martiri di Belfiore.
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La tensione dei giorni successivi all'8 settembre si prolungò sino al
termine della guerra e coinvolse un numero elevato di donne. A Pado-
va, per esempio, operava Mamma Romana (Romana Giacomelli), una
donna «di bell'aspetto, piuttosto rotondetta e attivissima, cattolica ma
non bacchettona» che «viveva una vita cristiana intensa senza aver fat-
to alcun voto» aiutando in particolare le prostitute della città. Secondo


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Ezio Franceschini, che ben la conobbe e conservò rapporti di amicizia
fino alla morte di lei nel 1979, Mamma Romana «si schierò con i par-
tigiani perché erano gli oppressi e i più bisognosi di aiuto, essa non
agiva secondo principi di partito, ma unicamente secondo i principi
della fede e della carità. Sei arrestato? Ti aiuto. Sei affamato? Ti do da
mangiare. Sei assetato? Ti do da bere. Non hai dove dormire? Ti do
ricovero. Sei ebreo? Vieni con me». Franceschini non esiterà anzi a
paragonarne la figura a quella di Madre Teresa di Calcutta.
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La stessa
Mamma Romana sarà giudicata da un altro protagonista della resi-
stenza cattolica come «la migliore fra le molte pur brave e coraggiose
staffette» utilizzate.
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N ella pianura emiliana fiorirono le cosiddette «case di latitanza», che
punteggiarono tutto il territorio. Per esempio nel Reggiano se ne tro-
vavano a Campegine, Gattatico, Montecchio, S. Ilario d'Enza, Povi-
glio e così via, fino alla montagna. Erano generalmente poveri casolari
sperduti in mezzo alle campagne: alcune nascondevano temporanea-
mente partigiani, disertori, alleati, ex prigionieri, mentre altre erano
adibite allo smistamento dei giovani dalla pianura alla montagna e
dalla montagna alla pianura. Come ha ricordato una giovane studiosa,
Elisabetta Montanari, le donne di queste case erano disposte a collabo-
rare con la Resistenza e quindi pronte a preparare cibi e coperte per
quanti si rivolgevano a loro in un qualsiasi momento del giorno e della
notte: «Erano le madri di famiglia che, nelle ore più impensabili, con
la paura nel cuore, scaldavano il brodo e preparavano frittate ai parti-
giani che, affamati, bagnati e infreddoliti, sostavano e chiedevano o-
spitalità per una notte, mentre le figlie e i mariti erano indaffarati a
vegliare all'esterno della casa e d'inverno a scaldare i letti. Erano le
donne che curavano i feriti e li sorreggevano nei primi passi di conva-
lescenza. Erano le donne che sostenevano gli ospiti nei momenti di
sconforto, offrendo loro parole di speranza e d'incoraggiamento ed e-
rano sempre loro che sostenevano la curiosità dei piccoli che sapeva-
no, ma non dovevano sapere, inventando frasi di circostanza. Con co-
raggio nascondevano armi nei rifugi, nei fienili o nei doppi fondi dei
mobili e celavano i loro uomini di fronte alle insistenze dei fascisti e
dei tedeschi, trovando sempre le scuse più credibili per proteggerli


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dall'arresto».
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In questo caso, se scoperte, al rischio dell'arresto o della fucilazione si
aggiungeva quello di veder immediatamente bruciata la propria abita-
zione: fu quel che capitò a Genoeffa Cocconi Cervi, la moglie di Alci-
de e la madre dei sette celebri fratelli: il vecchio Alcide - che come lei
aveva una formazione cristiana - era solito dirle affettuosamente: «Tu
sei Marta e Maria, tutte e due insieme». Genoeffa morì di crepacuore
dopo la fucilazione dei figli e dopo un nuovo incendio della sua casa
nel novembre 1944.
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L’assistenza offerta a tutte le categorie di perseguitati comportava
dunque notevoli rischi e non può certo essere intesa come una sorta di
scelta più tranquilla e meno coraggiosa rispetto alla lotta armata. N e
seppe qualcosa Maria Luigia Borgato (Soti), che nel 1944 aveva 46
anni, casalinga e contadina. Per quanto zoppicante fin dall'infanzia, si
mise a disposizione delle iniziative promosse a Padova da padre Pla-
cido Cortese (anche lui pagò poi con la vita le sue azioni di carità) per
fornire documenti falsi e concordare le varie forme di aiuto ai ricerca-
ti. Quando la cognata cercò di convincerla a non esporsi troppo rispo-
se: «Un giorno anche i tuoi figli andranno per il mondo, e non sai che
sorte avranno: saresti contenta che fosse fatto per loro quello che si fa
ora per questi poveretti». Catturata dalle Ss il 13 marzo 1944, in ago-
sto venne deportata a Mauthausen, da dove non tornò.
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Una forma diversa di solidarietà fu manifestata dalle donne che si atti-
varono per portare soccorso agli antifascisti incarcerati. Tale fu il caso
delle «Massimille» di Brescia, un gruppo di giovani, per lo più studen-
tesse universitarie che, spinte da don Giacomo Vender, si organizza-
rono per portare alimenti, vestiario, generi di conforto ai prigionieri,
sfidando ogni volta il rischio implicito nel contatto diretto con guardie
fasciste e tedesche. Gradualmente esse divennero anche tramite per
portare informazioni dentro e fuori il carcere. Già la scelta del nome
era evocativa: al tempo delle persecuzioni, Massimilla era la figlia di
Sant'Andrea che si recava in carcere a visitare i cristiani destinati al
martirio. Analogamente Maria Trebeschi offrì aiuto dapprima al padre
Andrea - che morì poi nel Lager di Gusen -, poi insieme a tante altre
compagne a tutti i detenuti politici nel carcere di Brescia.
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Fra le


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Massimille fu attiva anche Camilla Cantoni Marca, che subito dopo la
fine della guerra scrisse un diario, evitando tuttavia di parlare di se
stessa, tanto da attribuire le proprie coraggiose azioni a una compa-
gna.
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Donne coraggiose si prodigarono negli ospedali per curare i feriti - ve-
ri o presunti che fossero - e per celare, magari sotto improbabili ma
terribili diagnosi mediche, ebrei e ricercati. Furono in primo piano, na-
turalmente, molte suore, come quelle dell'ospedale Niguarda di Mila-
no o della Poliambulanza di Brescia. Ma piace qui ricordare il caso di
Maria Peron, lei stessa infermiera a Niguarda: proprio in quanto coin-
volta nelle operazioni di salvataggio di ebrei e partigiani all'interno
delle strutture dell'ospedale, ella rischiò l'arresto e dovette lasciare Mi-
lano. Si recò presso le formazioni partigiane della Val Grande e di-
venne ben presto leggendaria per la sua capacità di organizzare i ser-
vizi di cura e di reperimento dei medicinali, in una zona di guerra
soggetta a numerosi rastrellamenti e nella più totale precari età della
pur pugnace Resistenza. Maria esercitò di fatto l'attività del chirurgo e
salvò più di una vita, conquistando in tal modo una sorta di parità pro-
fessionale e diventando popolare anche presso i valligiani.
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Né mancarono le donne che seppero - quasi come eroine di una trage-
dia antica - proporsi nel ruolo tanto delicato delle seppellitrici. Il caso
più eclatante fu forse quello di Lucia Apicella, «Mamma Lucia»: nata
nel 1887 come Lucia Pisapia, sposata con Carlo Apicella, questa don-
na di Cava de' Tirreni si trovò a vivere nei pressi dei luoghi dello
sbarco alleato a Salerno: alla fine dei combattimenti, essa si dedicò a
raccogliere le salme dei caduti dell'una e dell'altra parte, per restituirle
in modo onorevole e degno alle rispettive famiglie. Anche nelle regio-
ni interessate dalla Resistenza non mancarono figure del genere, pron-
te a intervenire per onorare i partiglani caduti o giustiziati: la madre di
Nelia Benissone Costa iniziò a visitare regolarmente l'Istituto di Me-
dicina legale di Torino per recuperare notizie e ricordi dei partigiani
uccisi, prima che i fascisti li seppellissero di nascosto e in modo ano-
nimo,
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mentre - sempre nella città piemontese - altre donne, apparte-
nenti ai Gruppi di Difesa della Donna, si diedero un compito ancora
più delicato e rischioso: «quando si veniva a sapere che c'erano dei


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caduti in città, certe donne andavano a togliere la corda agli impiccati,
li lavavano, li componevano. Altre pensavano a portare i garofani ros-
si al cimitero. Le tombe dei partigiani erano sempre tutte infiorate".
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Insomma, si potrebbe dire che nell'ambito della lotta per la Liberazio-
ne tante donne seppero - credenti o no, individualmente o collettiva-
mente - realizzare quanto la Chiesa cattolica ha a lungo indicato come
le «opere di misericordia corporale», traendole direttamente dai testi
evangelici: «1. Dar da mangiare agli affamati. 2. Dar da bere agli asse-
tati 3. Vestire gli ignudi. 4. Alloggiare i pellegrini. 5. Visitare gli in-
fermi. 6. Visitare i carcerati. 7. Seppellire i morti».
In tutte queste iniziative, non può essere sottaciuto proprio il ruolo
svolto dai Gruppi di Difesa della Donna, non solo al fine di sostenere
la lotta partigiana, ma anche per sensibilizzare le donne, far loro ma-
turare una coscienza politica e prepararle in tal modo alle responsabili-
tà del dopoguerra. Nati a Milano nel novembre '43 per iniziativa di
PCI, PSIUP e PDA, questi gruppi si diffusero dal 1944 in tutta Italia e
vennero riconosciuti ufficialmente dal CLNAI. Tra queste donne agi-
rono figure celebri come Camilla Ravera, Lina Merlin e Ada Gobetti.
Nell'aprile del '44, nacque il giornale «Noi Donne» che insisteva
sull'importanza e la specificità del ruolo delle donne nella difesa delle
case e nella lotta quotidiana contro il carovita, invitando appunto a
prepararsi «ad amministrare e governare». Il loro programma era sem-
plice, ma di notevole Importanza:
Le donne italiane vogliono:
avere il diritto al lavoro, ma che non sia permesso sottoporla a sforzi
che pregiudicano la loro salute e quella dei loro figli.
Esse chiedono:
la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, dell'impiego
delle donne nelle lavorazioni nocive; essere pagate con una salario
uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini; delle vacanze suf-
ficienti e l'assistenza nel periodo che precede e che segue il parto; la
possibilità di allevare i propri bimbi, di vederli imparare una profes-
sione, di saperli sicuri del proprio avvenire; di partecipare all'istruzio-
ne professionale e non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici sol-
tanto a lavori meno qualificati; la possibilità di accedere a qualsiasi


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impiego, all'insegnamento in qualsiasi scuola, unico criterio di scelta:
il mento; di partecipare alla vita sociale, nei sindacati, nelle coope-
rative, nei corpi elettivi locali e nazionali.
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Non mancava, ovviamente, la richiesta del pieno diritto di voto politi-
co e amministrativo per tutte le donne.
In questo contesto, in molte località italiane, si ebbero ripetute mobili-
tazioni al fine di raccogliere viveri, indumenti, sigarette, medicinali
per aiutare concretamente le formazioni partigiane ad affrontare l'in-
verno. Per esempio, nell'ottobre del 1944, nel Reggiano, Laura Polizzi
(Mirka) e le sue compagne, molte della quali operavano nelle SAP e
nei GAP, si impegnarono ad organizzare la cosiddetta «Settimana del
Partigiano». Diffuse furono pure le iniziative simili del«Natale del
Partigiano», sempre nel 1944.

3. Un doppio problema: l'uso delle armi e il rapporto con la vio-
lenza
Nella concezione corrente, le armi rimanevano uno strumento che solo
i maschi potevano usare: dopotutto era a loro che spettava il ruolo mil-
lenario del «guerriero», mentre le donne erano identificate con il ruolo
della maternità, della silente dolcezza, della subalternità. Era quindi
problematico - per tutti o quasi tutti, anche tra le donne stesse - imma-
ginare una partigiana combattente con le armi in pugno.
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In vari casi
esisteva un rifiuto condiviso, che nasceva probabilmente anche dal ti-
po di professione esercitata nella vita civile: così la già ricordata Ma-
ria Peron rifiutò esplicitamente di usare le armi.
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Questa cultura dif-
fusa valeva per tutte le parti in causa, tanto che anche tra le file fasci-
ste le volontarie del SAF erano tenute nel ruolo delle vivandiere o
comunque nelle retrovie. Talvolta, malgrado la rigida insistenza sulla
moralità e la severità delle prescrizioni, finirono per svolgere soprat-
tutto compiti di confortatrici dei maschi combattenti.
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Nella Resistenza, dunque, non furono molte le combattenti vere e pro-
prie, e tuttavia non mancano esempi in tal senso. Furono diverse le ra-
gazze che chiesero, con maggiore o minore successo, di imparare a
sparare e di poterlo poi fare davvero.
Elsa Oliva fu comandante in Valdossola e, in seguito, ricordò di aver


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così risposto a chi le voleva togliere il comando:
Non sono venuta qua per cercarmi un innamorato. lo sono qua per
combattere e ci rimango solo se mi date un'arma e mi mettete nel qua-
dro di quelli che devono fare la guardia e le azioni o In più farò l'in-
fermiera. Se siete d'accordo resto, se no me ne vado […] Al primo
combattimento ho dimostrato che l'arma non la tenevo solo per bellez-
za, ma per mirare e per colpire […] Curavo i miei compagni ma non li
servivo [...] gli uomini erano spesso pigri.
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Livia Bianchi, combattente nella brigata Ugo Ricci in Valsolda e ben
nota ai fascisti che la ricercavano, fu catturata dopo uno scontro a fuo-
co nel gennaio 1945 in località Cima di Porlezza. Venne fucilata con i
cinque compagni all'alba del 21 gennaio, dopo aver rifiutato la grazia
che avrebbe potuto ottenere proprio in quanto donna.
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Nel Bresciano
Margherita Morandini Mello ha raccontato di aver compiuto vere e
proprie azioni a fuoco, come un attacco a un treno.
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Anche nei GAP
militarono donne che parteciparono direttamente ad azioni rischiose e
alla preparazione ed esecuzione di attentati. A Roma, Carla Capponi
fu partecipe dell'attentato di via Rasella; Maria Teresa Regard, fu
combattente fin dai giorni del settembre 1943 e partecipò a diverse a-
zioni dei GAP: catturata e portata in via Tasso, venne fortunatamente
rilasciata, in quanto Giorgio Labò finse di non conoscerla. Sempre a
Roma si segnalò in questi compiti Marisa Musu Martini, mentre nei
GAP di Milano, insieme ai coniugi Giovanni Pesce e Onorina Bram-
billa, fu protagonista della lotta armata Isa De Ponti.
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!
Celenco potrebbe ovviamente essere più ricco.
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Sta di fatto, tuttavia,
che rimangono ben più numerose le testimonianze di coloro che non
volevano usare le armi, come conferma di una mentalità e di una ri-
pulsa tradizionali, ma anche di una scelta per la vita, ritenuta più con-
sona al genere femminile. In qualche modo, veniva declinata al fem-
minile una problematica che in parte riguardava anche i maschi, nel
caso fossero cattolici O nonviolenti (come Aldo Capitini) o preti.
La decisione (e la possibilità concreta) di usare le armi in modo attivo
costituisce tuttavia una sola faccia del problema della violenza. Ben
più facile da vedere era l'altra faccia, quella della violenza subita. Es-
sere donna comportava un di più di rischio, per l'ovvia possibilità di


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utilizzare l'arma dell'umiliazione fisica e della violenza sessuale (che,
in vari casi, peraltro, fu esercitata anche a danno dei maschi). Il tema
era - e rimane - delicatissimo e spesso celato, nei ricordi, dietro vaghe
allusioni e più che comprensibili rimozioni. Taluni episodi o particola-
ri sono emersi solo in anni recenti, dopo la morte delle dirette prota-
goniste o in seguito alla possibilità di esaminare le carte dei processi
celebrati dopo la conclusione della guerra. La descrizione delle torture
anche sessuali inflitte dai militi fascisti in un luogo di tortura come
Villa Cucchi a Reggio Emilia suscita raccapriccio e vergogna anche in
chi si è ormai abituato a studiare questi argomenti.
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In molte situazio-
ni, per di più, non era esercitata una vera e propria violenza sessuale:
le forme di tortura, più o meno attinenti all'intimità sessuale, erano e-
sercitate all'unico fine di umiliare le vittime nella loro stessa natura
femminile.
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In questo contesto era difficile mantenere - anche nel ri-
cordo successivo -la forza d'animo della cattolica veneta Ida D'Este,
autrice di una autodescrizione capace anche di un'ammirevole dose di
auto ironia.
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Alcune delle donne martiri della Resistenza hanno conosciuto violen-
ze inenarrabili prima di essere uccise.
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Così Irma Bandiera (1915-
1944), staffetta e membro della VII GAP a Bologna; arrestata, tortura-
ta, accecata, infine uccisa a mitragliate dai tedeschi per non aver parla-
to; così Gabriella Degli Esposti (1912-1944), contadina comunista di
Castelfranco Emilia, madre di due bambine piccole, responsabile dei
GAP, organizzatrice di proteste delle donne per il pane; arrestata e tor-
turata, fucilata (dopo essere stata squarciata - era incinta - e aver avuto
i seni tagliati); così Anna Maria Enriques Agnoletti (1907-1944), di
padre ebreo, fiorentina benestante, impiegata alla Biblioteca vaticana.
Dopo esser stata battezzata nel 1938, entrò a Firenze nel partito cri-
stiano-sociale. Arrestata, venne torturata e poi fucilata.
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Così ancora
Natalina Vacchi (morta a Ravenna nel 1944), comunista dal '42, salva-
trice di Arrigo Boldrini 1'8 settembre, poi staffetta e responsabile dei
servizi sanitari, catturata e impiccata, lasciata penzolare per giorni dal-
la forca. E non si dimentichi Clorinda Menguzzato, contadina trentina,
staffetta e infermiera nella Brigata
«Ghirlanda» della Divisione Gramsci: catturata dai tedeschi fu sotto-


18
posta a ogni genere di sevizie, violentata a più riprese, fatta azzannare
da cani, pur di strapparle informazioni sulla dislocazione delle basi
partigiane in Valsugana. Non parlò e fu infine fucilata il lO ottobre
1944: aveva soltanto 19 anni.
U no dei simboli della Resistenza italiana al femminile è anche Teresa
Gullace, la donna che partecipò a Roma, il 3 marzo 1944, alle proteste
di madri e spose davanti alla caserma di viale Giulio Cesare, per re-
clamare la liberazione dei mariti e dei figli, rinchiusi da giorni per es-
sere stati rastrellati nelle vie di Roma. Nella calca Teresa, incinta e già
madre di cinque figli, tentò invano di porgere del pane al marito ag-
grappato dietro l'inferriata di una finestra: la sua insistenza e le sue
grida furono punite da un soldato tedesco che non esitò a spararle, la-
sciandola morta sul marciapiede. La figura di Teresa - come si sa - i-
spirò poi il personaggio della Sora Pina (Anna Magnani), essa pure
freddata dai tedeschi nel film Roma città aperta. 39
Senza indulgere oltre in questa tragica casistica, bisogna mettere co-
munque nel conto anche la mera violenza psicologica esercitata in oc-
casione di interrogatori o di processi. Rileggere cronache e testimo-
nianze del tempo spinge a guardare con infinita ammirazione a donne
che conservarono sangue freddo e dignità assoluta.
La storia della bergamasca Betty Ambìveri è esemplare al riguardo. Si
trattava di una signora (nata nel 1888) residente a Seriate e notissima
nel capoluogo per le sue molteplici attività caritative. Proprio a lei fu
offerto il comando di un gruppo resistenziale sorto già il 10 settembre
1943, ma la Ambìveri rifiutò e preferì concentrarsi nell'impegno di na-
scondere nel solaio e in una cisterna nel giardino della sua villa ingen-
ti quantità di armi. Arrestata il 24 novembre, si assunse le sue respon-
sabilità davanti ai tedeschi: subì il processo, venne condannata a mor-
te, poi graziata e deportata in Germania. La Ambìveri fu l'unica donna
italiana condannata a morte da un tribunale tedesco con regolare sen-
tenza. Nel corso del dibattito, secondo quanto ha solennemente dichia-
rato il suo avvocato difensore, si comportò così:
Il tribunale pronunciò la sentenza: Urteil zum Tode. Quando l'interpre-
te tradusse in italiano quelle parole che significavano «a morte», il
presidente ficcò i suoi occhi in quelli della condannata che gli stava


19
ritta davanti al tavolo, per scrutare l'effetto prodotto dalla terribile
condanna. E lei invece, con tutta scioltezza e naturalezza, con le mani
ravvolte nell'estremo lembo del suo scialletto, con la stessa semplicità
e spontaneità con la quale avrebbe potuto, che so io, fare un compli-
mento, offrire una sigaretta, senza scomporsi, franca e a testa alta u-
sciva a dire:
Offro volentieri a Dio la mia vita per la salvezza d'Italia e per la pace
del mondo.
L’avvocato Fumagalli ha aggiunto che il presidente del tribunale tede-
sco volle guardare fisso l'imputata per vedere l'effetto della condanna:
ma fu lui a dover abbassare gli occhi davanti allo sguardo fermo della
Ambìveri.
40

La citazione della coraggiosa signora bergamasca serve qui anche co-
me simbolico ricordo di tutte quelle donne che dovettero affrontare il
trauma della deportazione.
41


4. Maquis e pregiudizi sessuali

Visioni tradizionali e pregiudizi accompagnarono l'impegno delle
donne nella Resistenza, specialmente quando esse si trovavano, volu-
tamente o forzatamente, a condividere la vita delle formazioni in mon-
tagna. Scelte tanto inconsuete, come quella di vivere giorno e notte
insieme a numerosi giovani maschi, non potevano che dare adito a in-
tuibili sospetti, memori che, dopo tutto, «la paglia, vicino al fuoco,
brucia». Di conseguenza le giovani partigiane finirono per essere
sommariamente identificate con figure di donne «facili», tanto che i
comandi della Resistenza cercarono di dettare regole e porre limiti ri-
gidi. Nell'agosto del , 44 il comando della 19
a
brigata d'assalto Gari-
baldi, intitolata a Eusebio Giambone, comunicò al comando generale
delle Brigate Garibaldi di aver costituito al proprio interno un distac-
camento femminile composto da staffette e da familiari dei propri par-
tigiani. Comandate da due donne anziane - si scriveva - «queste nostre
garibaldine lavorano dalle ore 7 alle 12 e dalle 14 alle 18 di ogni gior-
no. Stirano, cuciono e rammendano per i nostri uomini, oltre a confe-
zionare pantaloni, camiciotti, mutande, ecc.». A scanso di equivoci si


20
precisava che queste partigiane avevano «l'obbligo di non avere alcun
rapporto di carattere più o meno intimo specialmente coi civili del
luogo» e che erano «sottoposte settimanalmente a visita medica, e
perciò, almeno sinora, non si è verificato nel loro distaccamento alcun
caso di malattia più o meno contagiosa». Il Comando della 2
a
divisio-
ne Garibaldi del Piemonte, dopo aver pure ricevuto la comunicazione,
la trasmise al comando generale del CVL, il quale a sua volta la fece
diffondere, suggerendo iniziative analoghe e chiedendo comunque a
tutti informazioni in materia.
42

Ha scritto tuttavia Giuliana Beltrami Gadola:
In formazione molti erano i disagi materiali causati dal fatto di essere
donna in un campo tutto maschile, sempre molto primitivo, carente
per lo più di servizi igienici e di qualunque assistenza specifica, tanto
per fare un esempio, in caso di emorragia; casi simili erano frequenti,
e talvolta anche gravi, in conseguenza di marce estenuanti [ ... ]. Assai
meno gravi erano i disagi di carattere, diciamo così, morale, ai quali
invece un profano subito penserebbe. Per incredibile che sia, infatti,
fra i partigiani non risulta che si siano mai verificati casi di violenza
sessuale o anche solo di marcata molestia. Tutte le ragazze che hanno
vissuto in una formazione concordano nel dire che c'erano solo nei lo-
ro confronti un grande rispetto e una grande riconoscenza!
43

Il quadro non fu forse ovunque tanto idilliaco, per quanto anche altre
testimonianze, come quella di Angelica Casile, lo confermino: secon-
do questa partigiana, infatti, nessuno le aveva mai mancato di rispetto
nel periodo di permanenza in montagna.
44
Ma anche la reggiana Anni-
ta Malavasi «Laila» riferisce che:
Gli uomini mi vedevano come un compagno di lotta e non come una
donna. Alla sera potevo dormire vicino a loro senza sentirmi a disagio
o in imbarazzo, perché avevano rispetto di me e alla sera parlavamo,
noi giovani, dei nostri problemi, delle nostre famiglie, dei nostri fi-
danzati!
45

Esemplare è anche la testimonianza di Tersilla Fenoglio Oppedisano,
partigiana nelle Langhe e da ragazza per sette anni in un collegio tenu-
to da suore:
Io ero la sola donna del distaccamento. Tra noi c'era un rapporto


21
proprio da famiglia, una cosa meravigliosa, che nessuno poteva cre-
dere. E facile dire di una donna: «Fa la puttana», quando vive con
mille uomini. D'altronde, se entravo alla sera in una stalla con trenta
ragazzi, non potevo mica pretendere che la gente pensasse che dicevo
il rosario. Insomma, io lo sapevo, e ho accettato tranquillamente che
dicessero che facevo la puttana. Ma ho vissuto da cattolica. Ho detto
le preghiere tutte le sere e non ho mai fatto un peccato nemmeno ve-
niale, perché la morte avrebbe potuto arrivare da un momento all'al-
tro, io non avrei avuto tempo a confessarmi e sarei andata all'inferno.
«II peccato di carne è il più grave dei peccati che si possa commettere
- mi avevano detto in collegio -, e se io non mi faccio toccare da nes-
suno e muoio, vado in paradiso anche se non faccio in tempo a con-
fessarmi." Magari, se avessi pensato di averne il tempo, qualche ba-
cio al mio fidanzato l'avrei pure mollato.
46

Nacquero comunque molti rapporti affettivi più o meno duraturi, che
per lo più ambivano a una situazione di ricerca di solidità e di serietà,
tanto che - come si sa - non mancarono i matrimoni celebrati alla mac-
chia o nei paesi delle zone liberate, anche con l'assistenza del prete.
Tra i tanti casi viene da citare l'amore sbocciato sull' Appennino ligu-
re-emiliano tra Dante Castellucci «Facio» e Laura Seghettini, prota-
gonisti di una dolorosa storia tragicamente conclusasi per mano co-
munista. Ma come dimenticare, al riguardo, la celebre coppia di
«Gianna» e «Neri» nella zona del Lario, ancora più tragicamente fini-
ta?
48

Salire in montagna significava dunque per una donna fare i conti con
un mondo misterioso e duro, dove molto, se non tutto, c'era da perde-
re. Ma, in positivo, significava poter uscire dalle convenzioni tradi-
zionali e familiari, sperimentare la costruzione di rapporti nuovi e non
servili con i compagni uomini, respingere con orgoglio l'idea di una
rinnovata subalternità e di una diversa servitù.
49
Nel Reggiano la citata
Annita Malavasi «Laila», ha così raccontato quanto le capitò al mo-
mento del suo ingresso nel Distaccamento «Rosselli», nel settembre
1944:
Lì mi si è aperto un capitolo che è molto difficile da spiegare. lo veni-
vo da un ambiente il quale considerava la donna un essere inferiore.


22
Io, fino a quel momento mi ero sempre sentita dire: «Taci che sei una
donna». Il Comandante dice: «Guarda che qui tu non sei né un uomo
né una donna, ma sei un partigiano, hai gli stessi diritti e gli stessi
doveri che hanno gli altri. Adesso ti insegniamo ad adoperare le armi
e tu farai tutto quello che c'è bisogno di fare nell'ambito del Distac-
camento, indipendentemente da quello che tu sei. Sei solo una parti-
giana». Infatti mi sono resa subito conto che mi trovavo in un mondo
e in un ambiente completamente diverso. Mi hanno insegnato ad usa-
re le armi e mi hanno detto i compiti dei partigiani, che sono quelli di
combattere, di fare la guardia, di fare la pattuglia e siccome ero don-
na dovevo andare fuori dalla zona partigiana per chiedere informa-
zioni. Improvvisamente avevo fatto un salto di qualità, anche se non
ne ero pienamente consapevole, ma che mi metteva nelle condizioni di
essere in una posizione paritaria con gli uomini.
50

Certo è che dopo la Liberazione tutti i pregiudizi emersero - o riemer-
sero - con prepotenza. In tante sfilate per le vie cittadine alle donne
partigiane arrivò l'ordine di non sfilare, oppure di farlo figurando solo
come crocerossine. Anche in casa comunista era forte la preoccupa-
zione di evitare le malelingue e le reazioni dei benpensanti: in tal mo-
do la memoria della partecipazione femminile alla Resistenza nacque
immediatamente monca. Furono infatti soprattutto i garibaldini a esse-
re rigidi su questo divieto di sfilata, mentre le formazioni autonome
apparivano molto più libere e prive di problemi. La già citata Teresa
Fenoglio Oppedisano ammette la propria ribellione quando i compa-
gni le vietarono di sfilare per le vie di Torino, proprio per non dar adi-
to ai pettegolezzi sulla moralità delle partigiane.
51
A Milano Elsa Oli-
va fu fatta sfilare indossando la fascia da crocerossina, così come le
altre partigiane e le staffette, malgrado fosse stata comandante com-
battente.
52

Del resto anche il ritorno a casa e nel paese non sfuggiva alla medesi-
ma logica e riguardava allo stesso modo le partigiane e le deportate:
«Sei a posto?» era la domanda che ponevano subito le mamme.
53
Una
domanda del genere sottintendeva non solo l'essere a posto sul piano
della verginità conservata ma, forse, anche su quello della mentalità:
la fine della guerra e della Resistenza doveva coincidere con la fine


23
delle avventure e delle stravaganze. Come, in bel altro contesto, ma
con tratti di sorprendente somiglianza, aveva con sincerità risposto
uno dei capi del FLN algerino, Mohammed Khider, a Djamila Boupa-
cha, che lo interrogava sul ruolo futuro delle donne: «Mais, madame,
après l'indépendance, les femmes doivent revenir à leur couscous!»
54


5. I motivi di una scelta

Le motivazioni alla base delle scelte di queste donne furono in larga
parte analoghe a quelle degli uomini: per motivi in definitiva casuali e
dovuti cioè al luogo dove si abitava, alle amicizie, alle risposte istinti-
ve nate dal dissolvimento dell'esercito, senza una precisa opzione poli-
tica o militare. Ha scritto un partigiano scrittore come Nuto Revelli:
«Se nella notte del 25 luglio mi fossi fatto picchiare, oggi forse sarei
dall'altra parte. Mi spaventano quelli che dicono di aver sempre capi-
to tutto. Capire 1'8 settembre non era facile! »
55
Il fatto di trovarsi o
no su una strada percorsa da soldati in fuga dopo 1'8 settembre, oppu-
re il vivere in città piuttosto che in campagna, il trovarsi coinvolti -
anche semplicemente come testimoni involontari in un fatto di violen-
za o di sangue, ebbene, tutto ciò aveva il suo peso. Ha raccontato Tina
Anselmi:
E venne il 26 settembre del 1944. lo ero a scuola a Bassano del Grap-
pa, dove frequentavo l'istituto magistrale, quando i fascisti e i nazisti
costrinsero tutti gli studenti, e la popolazione, a recarsi in viale Vene-
zia, oggi viale dei Martiri, ad assistere all'impiccagione di quaranta-
tre giovani che erano stati presi dopo un rastrellamento sul Grappa.
Un macabro spettacolo, un monito a chi osasse ribellarsi, quei giova-
ni presi come ostaggi e che, in base al principio etico secondo il quale
non è responsabile chi non compie l'atto - e loro non erano responsa-
bili di alcun atto di guerra -, non avrebbero dovuto essere condannati.
[ ... ] Ritornati in classe scoppiò tra noi compagne una discussione
violenta, ci siamo perfino picchiate; c'era chi diceva che i soldati ave-
vano fatto bene perché quella era la legge, e loro l'avevano fatta ri-
spettare; chi difendeva le ragioni dei partigiani perché la legge non
può andare contro i diritti della persona. Questo episodio, l'ultimo di


24
tanti, ci obbligò a dare una risposta concreta a un interrogativo che ci
ponevamo da molti mesi: cosa possiamo fare? Stiamo qui e guardia-
mo? Potevamo assistere alla sofferenza, a quello che avveniva intorno
a noi senza fare niente? Dovevamo agire per non aggravare la situa-
zione. Per non sentirci corresponsabili dei massacri.
56

Ovviamente la provenienza da una famiglia di tradizioni antifasciste o
saldamente cattoliche aveva la sua importanza al momento delle scelte
decisive. Così come contava, potremmo dire, un'intima disposizione
all'altruismo e alla solidarietà. Anche tra le donne non mancarono
quante vollero approfittare della situazione e strappare i massimi van-
taggi per sé o per i propri cari. Viene in mente al riguardo la tragedia
umana di Celeste Di Porto, la bellissima ragazza ebrea romana che si
mise al servizio dei nazisti e collaborò attivamente alla caccia dei pro-
pri correligionari.
Altre donne - quante? - decisero di porsi dalla parte della Resistenza
in nome di motivazioni più direttamente politiche, che potevano spa-
ziare dalla volontà di affermazione dei valori democratici, al desiderio
di lottare contro il fascismo, o ancora di impegnarsi per creare le con-
dizioni per una futura rivoluzione comunista.
Non mancarono motivazioni sociali legate alla ribellione contro i po-
tenti, contro i soprusi remoti e vicini, contro coloro che avevano fatto
blocco attorno al fascismo per poter conservare i propri privilegi. In
ogni caso va ribadito che una cultura politica lucida e ben formata era
patrimonio di pochi, già tra i maschi, e a maggior ragione essa era ca-
rente nelle donne da sempre escluse dall'area della partecipazione e
dell'impegno politico.
57

Nel caso di varie donne cattoliche, l'allenamento per così dire - a un
impegno fattivo in campo religioso fu la premessa al successivo lavo-
ro per la Resistenza, almeno nelle sue forme non armate. Così tra
quante si dedicarono pericolosamente alla Resistenza furono anche
delle donne provenienti direttamente dalle file dell' Azione Cattolica:
anzi talune di esse avevano ricoperto importanti incarichi associativi
prima del 1943. Così Antonietta Rossi, a Piacenza, fu presidente delle
Donne di Ac: convinta antifascista tanto da rifiutare la tessera fascista
per motivazioni religiose («credo nella infallibilità del papa in materia


25
di fede, come vuole che giuri sull'infallibilità di Mussolini?»), mise a
disposizione la sua casa in montagna come rifugio e luogo di incontro
dei partigiani. Ancora più notevole fu l'opera di Maria Bensi, un'ope-
raia che fu staffetta partigiana e poi vicesindaco ad Alessandria subito
dopo la Liberazione: anche questa donna era stata presidentessa dioce-
sana delle Donne di Azione Cattolica.
58
È interessante notare che di-
verse di queste donne cattoliche svilupparono nel dopoguerra un'in-
tensa passione sociale e si aprirono alle nuove e delicate correnti di
rinnovamento della Chiesa italiana. Antonietta Rossi fu vicina all'ope-
ra di don Zeno a Nomadelfia e sensibile alla predicazione di don Pri-
mo Mazzolari; analogamente - e in modo ancora più deciso - si com-
portò Adele Cappelli Vegni, a suo tempo arrestata (14 luglio 1944) e
rinchiusa a San Vittore in quanto coinvolta nell'organizzazione volta a
favorire l'espatrio in Svizzera degli ebrei.
59

Tra uomini e donne esistette tuttavia un'importante differenza di fon-
do, rilevata a suo tempo da Giuliana Beltrami Gadola e ripresa anche
da altre: il volontariato e la scelta resistenziale furono veramente tali
per tutte le donne, mentre non fu così per tutti gli uomini, visti i tanti
casi di giovani saliti in montagna soltanto perché costretti a scegliere
la propria strada in seguito ai bandi di arruolamento di Salò.
60
Con
questa libera scelta - si può aggiungere - le donne assumevano i doveri
del servizio alla Patria prima ancora di averne i diritti, tra i quali la
partecipazione al voto: un segnale di maturazione alquanto importante
e da sottolineare.
61

Stante la situazione sociale del tempo, non stupisce peraltro scoprire
che in moltissime circostanze ragazze e donne decisero il proprio o-
rientamento in seguito al coinvolgimento dei propri uomini, fossero
essi padri, fratelli, mariti, fidanzati.
Così la ravennate Sandra Berardi si ritrovò a fare la partigiana per por-
tare abiti civili al fratello nascosto da un amico e ricevette i primi con-
sigli pratici da Benigno Zaccagnini.
62
Riconoscerà un'altra ravennate:
«Anche allora, come sempre, alla donna fu riservato un compito in
apparenza scuro, quasi monotono [ ... ] ma che richiedeva pazienza,
tenacia, dedizione silenziosa ed assoluta. Un compito che ci dava co-
munque la gioiosa certezza di contribuire a ridare libertà e maggiore


26
certezza del proprio destino alla nostra gente. Non tutte erano venute
per una precisa coscienza o scelta politica; anzi molte erano state
chiamate a questo impegno dalla necessità di aiutare un fratello, un
amico, un parente o conoscente».
63

Che la donna fosse sempre e comunque al traino degli uomini, peral-
tro, è cosa tutta da dimostrare. Non mancano difatti gli esempi e le te-
stimonianze su un procedimento inverso, ovvero su donne che spinse-
ro i propri familiari a una scelta o - addirittura - nella loro posizione ai
madri, di sorelle o di collaboratrici sollecitarono i preti a darsi da fa-
re.
64

In altri casi ancora sembra di cogliere una sostanziale parità tra un
uomo e una donna, a causa di impegnative scelte precedenti: esempla-
re sembra al riguardo la vicenda della coppia di coniugi bresciani An-
tonia Oscar e Luigi Abbiati, da anni militanti comunisti, già confinati
a Lipari, poi divisi solo dalla morte (Luigi fu trucidato in Val Grande
nel giugno 1944).
65

Certo è che - una volta fatta la propria scelta - le donne seppero anche
passare all'iniziativa, comprendendo che la Resistenza avrebbe costi-
tuito un passo decisivo sulla strada dell'emancipazione propria e di
tutte le donne. «La lotta armata fu la nostra emancipazione dalle fami-
glie», ha notato Tina Anselmi.
66
A differenza di quanto avvenuto nel
corso della Prima guerra mondiale e finora nel corso della Seconda,
infatti, questa volta le donne non si limitavano a comparire nel mondo
del lavoro, dei servizi, dell' opera per la sussistenza materiale della
propria famiglia, ma cominciavano a sperimentare la libera politiciz-
zazione democratica. Come simbolo del cammino che si stava com-
piendo si può assumere la comunista Gisella Floreanini che, al tempo
della repubblica partigiana dell'Ossola, organizzò i Gruppi di difesa
della donna, venendo poi nominata commissario aggiunto all'assisten-
za: al di là della denominazione, un carica equiparabile a quella mini-
steriale. Quando poi la Repubblica dell'Ossola era prossima alla cadu-
ta, fu ancora Gisella a preoccuparsi con successo de II evacuazione dei
bambini in Svizzera. Conclusa l'operazione, riattraversato il confine e
raggiunto il comando delle brigate valsesiane di Cino Moscatelli, di-
resse l'attività di assistenza ai combattenti del Cusio e del Verbano. Al


27
momento dell'insurrezione fu lei a presiedere il CLN di Novara e a
trattare la resa del locale comando tedesco.
La partecipazione alla Resistenza - scoperta anche attraverso autonomi
percorsi personali - fu così la premessa per un successivo e forte im-
pegno politico: pur tra mille ostacoli e pregiudizi, le donne avrebbero
così cominciato a far politica anche entro le istituzioni pubbliche.
I..:ingresso di quel sparuto gruppetto di 21 deputate alla Costituente
(su 110 candidate) può essere visto come il punto di arrivo della lotta
resistenziale al femminile e come il punto di partenza per una nuova
storia dell'Italia: una volta tanto, in meglio.

Note

1 - R. Cairoli, Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell'espe-
rienza delle donne del Comasco, 1922-1945, Istituto di Storia Contempora-
nea «Pier Amato Perretta", odo edizioni, Como 2005.
2 - G. Maras, Medaglie d'oro della guerra di Liberazione, in Dizionario della
Resistenza, a cura di E. Collotti, R. andri e F. Sessi, II. Luoghi, formazioni,
protagonisti, Einaudi, Tonno 1 1, pp. 738-764. Un ampia raccolta di biografie
di donne e uomini della Resistenza è reperibile nel sito dell'A PI
(www.anpi.it).
3 - K. Taleb Ibrahimi, Les Algériennes et la guerre de libération nationale.
[;émergence des femmes dans l'espace public et politique au cours de la guer-
re et l'après-guerre, in La guerre d'Algérie, a cura di M. Harbi e B. Stora, Ha-
chette, Paris 2005, pp. 281-323.
4 - Anche in Francia molti uomini sono stati dimenticati: L. DouZOU, Les
Résistantes. Point de l'historiographie, in Les femmes dans la Résistance en
France, Tallandier, Paris 2003, p. 39.
5- A.M. Barbaglia, in Movimento femminile della Democrazia Cristiana di
Milano, Donne cristiane nella Resistenza. Testimonianze e documentazioni
sul contributo femminile alla lotta partigiana in Lombardia, Tip. Molinari,
Milano 1956, p. 9.
In Francia molte donne hanno parlato e scritto dopo il 1945: cfr. L. Douzou,
op. cit., p. 35.
6 - Per la Lombardia un nutrito elenco di nomi ed esperienze è fatto da M.
Alloisio - G. Beltrami Gadola, Volontarie della libertà, Lampi di Stampa, Mi-
lano 2003 (I ediz. 1981), pp. 213-278; G. Beltrami Gadola, Le donne nella


28
Resistenza in Lombardia, in Donna lombarda (1860-1945), a cura di A. Gigli
Marchetti e N.
7 - Torcellan, Franco Angeli, Milano 1992, pp. 92-110; E. Ardenti, La Resi-
stenza rimossa. Storie di donne lombarde, EditOre Mimosa, Milano 2004. Su
singole realtà provinciali della regione, cfr. almeno: Donne bresciane nella
Resistenza, in «La Resistenza bresciana», 1975, 6; Donne nella Resistenza
dell'Oltrepò, a cura di Ugo Scagni, Guardamagna, Varzi 2001; R. Cairoli, op.
cit.; M. Bacchi - C. Bertolotti - S. Cazzoli - T. Righi - M. Zuccati, Mi sono
messa di nome jurika. Donne mantovane tra Resistenza e politica, 19381945,
Diabasis, Reggio Emilia 2006; Dalle storie alla Storia. La dittatura, la guerra,
le privazioni, le paure nel vissuto delle donne e degli inermi, a cura di B.
Franceschini, Grafo, Brescia 2007 [su Brescia]; Istituto varesino Luigi Am-
brosoli, Donne Varesine tra guerra e Resistenza, Macchione editOre, Varese
2007. Sulla sua figura si veda ora E. Apeciti, Vedere con il cuore. Suor Enri-
chetta Alfieri Suora della Carità, «Angelo» e (,Mamma» di San Vittore, Cen-
tro Ambrosiano, Milano 2006. In generale sulle suore durante la guerra cfr. il
testo divulgativo di F. Pin - O. Lorenzi, Eroine senz'armi, Scuole Grafiche
Artigianelli Pavoniani, Monza 1965. Cenni in G. Vecchio, Lombardia /940-
1945. Vescovi, preti e società alla prova della guerra, Morcelliana, Brescia
2005, specie il cap. 8. Per un caso specifico: G. Loparco, Gli ebrei negli isti-
tuti religiosi a Roma (1943-/944): dall'arrivo alla partenza, in "Rivista di sto-
ria della Chiesa in Italia», 2004, 1, pp. 107-21 O.
8 - A. Bravo, op. cit., p. 168.
9 - G. Beltrami Gadola, op. cit., p. 97.
10 - Si vedano le testimonianze e le riflessioni svolte da C. Pavone, Una
guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Borin-
ghieri, Torino 1991, pp. 3-62.
11 - Il Citato da A. Bravo - A.M. Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di
donne, /940-/945, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 67-68.
12 - Citato da R. Absalom, "Cristo era passato di lì». Aspetti socioculturali
dell'assistenza agli ex-prigionieri alleati in Abruzzo, in La guerra sul Sangro.
Eserciti e popolazione in Abruzzo, 19431944, Franco Angeli, Milano 1994,
p. 287. AI saggio di Absa10m si rinvia anche per altre testimonianze, come
quella della donna che dichiara: «l.:ho fatto per amore del Signore. Il Signore
proteggerà mio fratello che è anche lui un soldato, e sono molto contenta di
averlo fatto» (Ivi, p. 293). Su questi temi si veda però l'ampio volume dello
stesso Absalom, A Strange Alliance. Aspects oJ Escapes and Survival in
haly, 1943-1945, Olschki, Firenze 199\, p. 275, che commenta le parole della
Santamarroni (o Santemarroni). Di R. Absalom cfr. pure Per una storia di so-


29
pravvivenze. Contadini italiani e prigionieri evasi britannici, in «Italia con-
temporanea», 1980, 140, pp. 105-122.
13 - Il Cfr. Movimento femminile della Democrazia Cristiana di Milano,
Donne cristiane nella Resistenza, cit., p. 89. La tragica morte della Rippa è
stata peraltro occasione di contesa tra cattolici e comunisti, in vista di un suo
inserimento nell'una o nell'altra tradizione politica. Sulla sua figura si veda L.
Lonardo, Mantova 1943. Una stagione di guerra, Franco Angeli, Milano
1995, pp. 145-146.
14 - H Ricordi e citazioni da Mamma Romana in E. Franceschini, Uomini
liberi. Scritti sulla Resistenza, a cura di F. Minuto Peri, Piemme, Casale
Monferrato 1993, pp. 249-257 (le cit. alle pp. 250,252,255).
15 - P. E. Taviani, Pittaluga racconta, Edizioni Culturali Internazionali, Ge-
nova 1988, p. 111. Cfr. anche il ricordo di 1. D'Este, Croce sulla schiena,
Fantoni, Venezia 1953, pp. 25-26.
16 - E. Montanari, Piccole donne crescono. Memorie di donne della pianura
reggiana, 1930-1945, RSLibri, Reggio Emilia 2006, p. 138.
17 - A. Cervi - R. Nicolini, I miei sette figli, Editori Riuniti, Roma 1989, p.
32.
18 - M. Franzinelli, Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della
Resistenza 1943-1945, Mondadori, Milano 2005, pp. 2-l8-249.
19 - G. Vecchio, op. cit., pp. 429-430; D. Morelli, La resistenza in carcere.
Giacomo Vender e gli altri, Istituto Storico della Resistenza Bresciana, Bre-
scia 1981, pp. 50-70
20 - D. Morelli, Assistenza ai carcerati politici, in «La Resistenza Bresciana»,
25, 1994, pp. 115-120; Assistenza in carcere ai detenuti politici, ivi, 32, 200
l, pp. 44-51.
21 - Chiovini, Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti: Ma-
ria Peron, Dionigi Superti, Alfonso Comazzi, Gianni Cella, Comune di Ver-
bania - Comitato della Resistenza, 2002 [I ediz. 1980], pp. 33-51.
22 - Si veda il racconto di elia Benissone Costa, in A.M. Bruzzone - R. Fari-
na, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Bollati Borin-
ghieri, Torino 2003, p. 39
23 - Testimonianza di Teresa Cirio, ivi, p. 92.
24 - Citato anche in E. Montanari, op. cit., p. 124.
25 - C. Pavone, op. cit., pp. 439ss.
26 - Citato da N. Chiovini, op. cit., che riprende Guerriglia nell'Ossola, a cu-
ra di M. Fini - F. Giannantoni - R. Pesenti - M. Punzo, Feltrinelli, Milano
1975, p. 293.
27 - Cenni introduttivi, nella bibliografia esistente, in A. Bravo A.M. Bruz-


30
zone, In guerra senza armi, cit., pp. 190-193; M. Addis Saba, La scelta. Ra-
gazze partigiane, ragazze di Salò, Editori Riuniti, Roma 2005, pp. 135-159;
M. Firmani, Oltre il SAF: storie di collaborazioniste della RSI, in Istituto Al-
cide Cervi - Società Italiana delle Storiche, Guerra Resistenza Politica. Storie
di donne, a cura di D. Gagliani, Aliberti, Reggio Emilia 2006, pp. 281-287.
Sulle relazioni con le ausiliarie insiste - da un punto di vista maschile - P. Se-
bastiani, La mia guerra. Con la 36" Brigata Nera fino al carcere, Mursia, Mi-
lano 1998, pp. 61 e 80 in particolare.
28 - Testimonianza in AoMo Bruzzone - R. Farina, La Resistenza taciuta,
cit., po 1400
29 - Unica donna lombarda a essere insignita di medaglia d'oro (Ro Cairoli,
opo cito, ppo 229-234).
30 - Ardenti, opo cito, pp. 92-93.
31 - Ivi, pp. 64-67.
32 - Per esempio, ricordando Gina Borellini attiva nel Modenese (Medaglia
d'oro).
33 - Sempre C. Pavone, op. cit., pp. 442-443. Altre testimonianze sul tema in
B. Guidetti Serra, Donne, violenza, politica, armi: un'esperienza giudiziaria,
in «Rivista di storia contemporanea", 1988, 2, p. 235.
34 - M. Storchi, Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi
del dopoguerra (1945-46), Aliberti, Reggio Emilia 2008; cenni in G. Vecchio
- E. Salvini, La violenza sulle donne, dal tabù storiografico alle nuove ricer-
che: l'Italia, 1943-45, in Dalle storie alla Storia. La dittatura, la guerra, le pri-
vazioni, le paure nel vissuto delle donne e degli inermi, a cura di B. France-
schini, Grafo, Brescia 2007, pp. 81-118. Si veda anche il terribile racconto di
Gioconda Clerici, in R. Cairoli, op. cit., pp. 219-229.
35 - Si veda, per altro contesto, il racconto autobiografico di L. Ighilahriz,
Algérienne, récit recueilli par Anne Nivat, Fayard-Calmann-Lévy, s.i.!. 200 l,
che suscitò grande scalpore in Francia.
36 - I. D'Este, Croce sulla schiena, Fantoni, Venezia 1953, pp. 62-63. Denu-
data e seviziata dai suoi aguzzini, l'autrice ricorderà: "Mi hanno raccontato da
piccola che, in una identica situazione, a S. Agnese crebbero lunghissimi i
capelli in un manto morbido e pudico; i miei si rizzano in testa sempre più
alti" (p. 62). Tutto il testo è comunque intessuto di forte spiritualità
37 Su tutte queste figure e sulle principali protagoniste della Resistenza cenni
biografici ad vocem si trovano nel Dizionario della Resistenza, cit., voI. II.
Luoghi, formazioni, protagonisti, Einaudi, Torino 2002, pp. 477ss.
38 R. Angeli, Anna Maria Enriques Agnoletti nella Resistenza fiorentina, in
«Atti e studi dell'Istituto storico della Resistenza in Toscana", 1966,6, pp. 3-


31
13; E. Enriques Agnoletti,Anna Maria Enriques ed il patto d'unità d'azione tra
Movimento cristianosociale e Partito d'azione in Toscana, in Gerardo Bruni e
i cristiano-sociali, a cura di A. Parisel1a, Edizioni Lavoro, Roma 1984, pp.
235-245.
39 - Medaglia d'oro al valore civile (1977). Cfr. la versione di Laura Ingrao a
Amendola sull'uccisione di Teresa Gullacci [Gullace], in G. Amendola, Let-
tere a Milano (1939-1945), eUnità - Editori Riuniti, Roma 1981 [I ediz.
1973], pp. 276-279.
40 - G. Belotti, I cattolici di Bergamo nella Resistenza, Minerva Iralica, Ber-
gamo 1989, val. I, pp. 220-221; C. Fumagalli, I processi Turani, Ambiveri,
Don Vismara, Maj, TuIli avanti il Tribunale di guerra germanico a Bergamo
(1943-44-45), in «Atti dell' Ateneo di Scienze, Lettere, Arti in Bergamo», 32,
Bergamo, 1962-19631964.
41- È qui d'obbligo il rinvio a L. Beccaria Rolfì. - A.M. Bruzzone, Le donne
di Ravensbriick. Testimonianze di deportate politiche italiane, Einaudi, Tori-
no 1978. Tra le memorie delle più celebri deportate politiche, cfr. T. Noce,
Rivoluzionaria professionale, La Pietra, Milano 1974.
42 - La documentazione è in G. Rochat (a cura di), Atti del Comando genera-
le del Corpo Volontari della Libertà (Giugno /944-Aprile 1945), Franco An-
geli, Milano 1972, pp. 187-188.
43 - G. Beltrami Gadola, op. cit., p. 103. Giuliana - madre di tre figli - condi-
vise con il marito Filippo Maria Beltrami gli esordi della lotta armata e, dopo
la morte del coniuge, ne continuò l'opera.
44 - H E. Ardenti, op. cit., p. 46.
45 - Citato da E. Montanari, op. cit., p. 110.
46 - A.M. Bruzzone - R. Farina, op. cit., pp. 163-164.
47 - Su questo caso, a lungo falsato e rimosso, C.S. Capogreco, Il piombo e
l'argento. La vera storia del partigiano Facio, Donzelli, Roma 2007; L. Se-
ghettini, Al vento del Nord. Una donna nella lotta di Liberazione, a cura di C.
Rapetti, Carocci, Roma 2006.
48 - G. Cavalieri - F. Giannantoni, «Gianna» e «Neri» fra speculazioni e si-
lenzi, Arterigere, Varese 2002. Su questi temi cfr. anche i ricordi di Tina An-
selmi: «Non che non ci si potesse innamorare, e ci innamorammo, ma non
c'era alcuna promiscuità, perché se pur imbracciavamo i fucili, subivamo un
notevole controllo sociale. Impossibile da immaginare al giorno d'oggi, ma
era proprio così. Ci si imbatteva sempre, prima o poi, in qualche fratello, o
cugino, o amico di famiglia: giovani maschi ribelli in politica, e nel privato
tutori dell'ordine costituito, fondato sulla nostra femminile sudditanza»: T.
Anselmi (con A. Vinci), Storia di una passione politica. La gioia condivisa


32
dell'impegno, Sperling & Kupfer, Milano 2006, p. 69
49 - Qualche cenno in M. Addis Saba, op. cit., p. 116.
50 - Citato da E. Montanari, op. cit., pp. 109-110.
5l - A.M. Bruzzone - R. Farina, op. cit., pp. 172-173.
52 - Ivi, p. 151.
53 - M. Addis Saba, op. cit., p. 132.
54 - In K. Taleb Ibrahimi, op. cit., p. 315.
55 - N. Revelli, La guerra dei poveri, Einaudi, Torino 1993, p. 130.
56 T. Anselmi (con A. Vinci), op. cit., pp. 16-17.
57 - Cenni in M. Addis Saba, op. cit., pp. 119-120.
58 - M. Guasco, Sensi, Maria, in Dizionario storico del movimento cattolico
in Italia, 1860-/980, diretto da F. Traniello e G. Campanini, III. Le figure
rappresentative, Marietti, Casale Monferrato 1984, t. I, pp. 76-77; F. Molina-
ri, Rossi, Antonietta, ivi, t. II, p. 741.
59 - R. Fossati, Corrispondenti femminili di don Primo, in Mazzolari, la
Chiesa del Novecento e l'universo femminile, a cura di G. Vecchio, Morcel-
liana, Brescia 2006, pp. 193-197.
60 - G. Beltrami Gadola, op. cit., p. 93; cfr. anche V De Grazia, Le donne nel
regime fascista, Marsilio, Venezia 1993, p. 371.
61 - D. Veillon, Les femmes anonymes dans la Résistance, in Les femmes
dans la Résistance en France, a cura di M. Gilzmer - c. Levisse-Touzé - S.
Martens, Tallandier, Paris 2003, p. 93.
62 - Testimonianza in Cattolici nella Resistenza ravennate, Centro Donati,
Ravenna 1975, pp. 144-145.
63 - Testimonianza di Santina Perdinzani, ivi, p. 152. 64 G. Vecchio, op. cit.,
pp. 455-460.
65 - Su di loro P. Corsini - G. Porta, Avversi al regime. Una famiglia comu-
nista negli anni del fascismo, Editori Riuniti, Roma 1992. 66 T. Anselmi (con
A. Vinci), op. cit., pp. 23-24.
67 - B.L., Floreanini, Gisella, in Dizionario della Resistenza, cit., voI. II, pp.
542-543.


RITRATTI


33
DI DONNE CATTOLICHE NELLA RESISTENZA
Elisabetta Salvini














1. Donne cattoliche nella Resistenza


34

Protagonisti di questo saggio sono i ritratti delle tante partigiane catto-
liche che spontaneamente hanno scelto di esserci e di lottare per resti-
tuire all'Italia la libertà negata dal regime fascista.
Nei racconti delle donne affiorano l'adesione all'antifascismo, la scelta
resistenziale, l'impegno incondizionato nell'aiuto ai volontari della li-
bertà e i tanti pericoli affrontati quotidianamente.
Attraverso la narrazione di giovani donne, spesso diversissime tra loro
per formazione, percorsi di vita e appartenenza familiare, si ricostrui-
sce una partecipazione corale contraddistinta dalla voglia di protagoni-
smo e dalla ricerca della libertà. Ricerca prima di tutto personale che,
secondo Ida D'Este - una delle protagoniste di cui si intende parlare in
questo saggio - nell'intimo delle coscienze individuali «è cominciata
prima, molto prima del 25 luglio e dell'8 settembre».
Interessa dunque trovare nell'esperienza delle cattoliche sia quello che
potremmo definire l'elemento nuovo della Resistenza e cioè la «dilata-
zione del sentimento materno a responsabilità civile"
l
come ha spiega-
to la storica Paola Gaiotti De Biase. Una dilatazione che ha dato origi-
ne a forme di assistenza e solidarietà che a loro volta hanno caratteriz-
zato quel maternage di massa di cui ampiamente si è occupata la stori-
ca Anna Bravo
2
e di cui parla pure Giorgio Vecchio nel suo saggio.
Sia trovare nuovi elementi che ci permettano di superare lo stereotipo,
ancora assai diffuso, che presenta la donna cattolica come una «beghi-
na» unicamente dedita alla casa, alla Chiesa e alla famiglia.
Per cominciare sono due le biografie di donne che, a mio avviso, pos-
sono ben rappresentare l'impegno femminile nella Resistenza: quella
della veneziana Ida d'Este e quello della reggiana Agata Pallai.
3

In comune le due partigiane vantano una solida formazione cattolica
maturata all'interno della Gioventù Femminile di Azione Cattolica già
a partire dalla prima infanzia e una formazione scolastica elevata: la
prima è laureata in lingue, la seconda in lettere.
Entrambe sono impegnate nella scuola, Ida come professoressa di lin-
gue, Agata come maestra elementare e sono costrette ad interrompere
la loro attività di insegnanti durante i mesi di lotta partigiana.
4

Ancora, entrambe operano come staffette partigiane adottando un pro-


35
prio «decalogo» comportamentale utile per meglio muoversi nella
clandestinità e nei pericoli sempre in agguato e presenti durante la lot-
ta partigiana. Entrambe pubblicano tale decalogo nella propria auto-
biografia: Ida d'Este infatti scrive, nel 1953, Croce sulla schiena,
5
un
libro straordinario, nato come diario di prigionia, in quanto scritto du-
rante la sua permanenza nel campo di concentramento di Bolzano-
Gries. Agata Pallai scrive invece, nel 1975, Così lungo l'eroica via,
6

anch'essa un'autobiografia, seppure di minore complessità e bellezza.
Del loro raccontarsi colpisce l'adesione alla lotta resistenziale e all'an-
tifascismo maturata già durante il ventennio e rafforzata dall'apparte-
nenza fucina e da un'incrollabile fede cattolica, a volte anticonformi-
sta, ma sempre salda e positiva. Colpisce anche lo spirito con cui en-
trambe vivono e legittimano la loro adesione alla lotta armata, intesa
non come violenza, ma come amore e carità, così come bene sintetizza
la stessa Ida d'Este: «la Resistenza delle donne del nostro popolo è na-
ta attraverso le vie della carità. Non fu l'odio, ma l'amore a spingere
alla cospirazione, a metterci nelle mani un'arma. Questo bisogna dire a
chi si ostina a vedere nella lotta partigiana una crudele guerra fratrici-
da».
7
A riprova di quanto affermato basta sottolineare che in clande-
stinità entrambe abbandonano il proprio nome di battesimo per tra-
sformarsi in «Giovanna», in onore di Giovanna d'Arco, esempio di
santa e guerriera, di protettrice ed eroina e da sempre modello di rife-
rimento proposto alle iscritte di Gioventù Femminile.
Infine entrambe scelgono, alla fine della guerra di Liberazione, di non
ripiegarsi su se stesse, ma di continuare ad essere protagoniste nella
vita politica e culturale dell'Italia, impegnandosi in prima persona nel-
la ricostruzione del Paese. Per garantire una militanza assoluta, en-
trambe scelgono il nubilato facendo voto di castità come garanzia di
una fede e di una devozione totale verso Dio e la comunità in cui vi-
vono.

1.1 Ida D'Este

Croce sulla schiena è indubbiamente una delle autobiografie più emo-
zionanti e sorprendenti pubblicate dalle donne partigiane. Si tratta in-


36
fatti di un libro profondamente incisivo, scritto da Ida con vivacità,
con sincerità e con tanta autoironia, sempre presente anche nelle fasi
più dure e critiche della sua esperienza. Dal libro emerge una donna
forte e «massiccia» caratterizzata da una fede profonda e da una gran-
de voglia di vivere e di impegnarsi concretamente verso il prossimo.
Ida
8
, definita dalla storica Luisa Bellina
la «Giovanna d'Arco veneziana»,
9
è decisamente una protagonista e-
semplare dell'impegno cattolico nella Resistenza.
Dal suo libro e dai suoi discorsi emergono interessanti riflessioni sul
ruolo delle donne e sul significato della scelta resistenziale. Riflessio-
ni che partono dalla consapevolezza che la Resistenza femminile na-
sce attraverso le vie della carità esplicitate nell'assistenza ai soldati
sbandati, ai fuggitivi, ai partigiani, così come nella capacità di lavare e
rammendare la roba degli altri o di assistere i bambini, il tutto però
«senza mai atteggiarsi a dame di carità».
10
Dall'assistenza spontanea si
passa ad una partecipazione politica corale ed organizzata, seppure
sempre contraddistinta dallo stesso spirito di amore e carità. La lotta
femminile ha delle peculiarità proprie che Ida elenca individuando
nell'astuzia, nella disinvoltura e nell'abilità ai sotterfugi delle staffette,
una «capacità di ripresa meravigliosa e immediata»
11
che non è inco-
scienza, ma concretezza empirica che da sempre distingue e caratte-
rizza il lavoro delle donne.
Contemporaneamente la Resistenza rappresenta l'occasione per riflet-
tere sull'avvenire sociale e politico della donna, per interrogarsi in me-
rito al difficile nodo - ancora in parte inscindibile - del rapporto tra
donne e politica. La stessa Ida si definisce una «politica», capisce il
significato profondo del suo agire in nome della libertà d'Italia e già si
sente parte del progetto costitutivo del nuovo gruppo democristiano
che stava nascendo a Venezia, così come nel resto d'Italia. A riprova
di questa sua appartenenza politica e antifascista Ida, al suo arrivo al
campo di concentramento di Bolzano, pretende il triangolo rosso,
quello cioè dei prigionieri politici.
Tuttavia conviene andare con ordine.
Dopo 1'8 settembre 1943, Ida inizia a porgere aiuto ai soldati italiani
catturati dai tedeschi e portati via mare a Venezia per essere poi de-


37
portati. Soccorre gli sbandati che riescono a fuggire dai treni e scrive a
macchina, con l'aiuto delle compagne di Azione Cattolica, manifesti
antifascisti. Da questi primi gesti di solidarietà umana e patriottica Ida
giunge presto all'inserimento nella nascente Resistenza, legandosi al
gruppo cattolico e divenendo la staffetta di Giovanni Ponti (già diri-
gente del Partito Popolare e dell'Azione Cattolica, primo sindaco di
Venezia dopo la Liberazione e successivamente deputato all'assem-
blea costituente, parlamentare e senatore Dc dal 1948 al 1963), il qua-
le la definisce «una eroina e una santa», un «arcangelo armato [ ... ]
sempre in marcia anche quando [era] ferma».
12
A lungo assicura i col-
legamenti tra i diversi CLN provinciali del Veneto e quello regionale,
almeno fino a quando, costretta a lasciare Venezia, per ragioni di sicu-
rezza, si reca a Padova, dove continua la sua indefessa attività.
Arrestata il giorno dell'Epifania del 1945, finisce a Palazzo Giusti a
Padova, nelle mani della famigerata banda comandata dal maggiore
Carità, dove resta per più di un mese, fino al 24 febbraio 1945. In car-
cere Ida è sottoposta a pesanti interrogatori, alla violenza delle botte e
delle torture e a quella peggiore delle umiliazioni. Ma ugualmente è
proprio in carcere che si sente libera. Libera di «parlare di politica, di
sputare quando passa un fascista e di cantare: va fuori stranier»
13
rife-
rendosi ai tedeschi.
Tuttavia nemmeno la sua straordinaria capacità di resistenza alla pri-
gionia, le può risparmiare l'umiliazione e la violenza a cui, sempre,
vengono sottoposte le donne. Durante il primo interrogatorio a Palaz-
zo Giusti Ida, infatti, viene spogliata dai suoi aguzzini e lei stessa rac-
conta il suo denudamento di cui, riesce a rendere una descrizione
drammatica, ma in modo asciutto
e a tratti quasi ironico:

Ad ogni nuovo indumento che strappano si fermano, aspettano, chie-
dono, minacciano, picchiano. Mi difendo, ma mi attiro nuovi schiaffi
ed insulti. Mi trascinano per i capelli in un mulinello furioso [ ... ].
Come mai ho quello strappo alla sottoveste? Mi vergogno, mi derido-
no [ ... ]. E se mi tolgono le scarpe e scoprono quel buco sulla calza
che stamane non ho potuto rammendare? (Quando mai una staffetta


38
ha il tempo di rammendarsi le calze?). Meno male che stamane ho fat-
to una toilette accuratissima, la biancheria è di bucato [ ... ].
Con tre strappi improvvisi mi tolgono tutta la biancheria. Di scorcio
vedo nudo questo mio brutto corpo, che ho sempre tanto odiato. Il se-
no esuberante, il fianco troppo massiccio. lo ... così ... Vedo tanti oc-
chi protendersi, trafiggermi, scintillare di sensualità. Sghignazzano,
deridono, insultano [ ... ]. Le donne (ma sono donne o mostri?) ridono
allegramente. Le braccia conserte per nascondere il seno, la testa
curva per non vedere nessuno, chiudo gli occhi; prego.
Mi hanno raccontato da piccola che, in una identica situazione, a S.
Agnese crebbero lunghissimi capelli in un manto morbido e pudico; i
miei si rizzano in testa sempre più alti. Maledetta permanente!
Mi palpeggiano e commentano la solidità della mia carne. Una vacca
al mercato è più rispettata. Ma Dio è qui, è qui, è qui. Lo sento. Mi
ammanta di purezza, mi veste di bianco come quando bambina m'av-
viai alla Prima Comunione. Ora non ho più il capo piegato, guardo
fiera negli occhi i miei tortura tori. Sono loro gli immondi, loro che
debbono vergognarsi, non io che subisco e soffro.
14

Successivamente e fino al termine della guerra, Ida si trova nel Lager
di Bolzano-Gries, famigerato luogo di detenzione e di transito verso i
Lager situati in Germania e in Polonia. Come deportata è costretta al
lavoro forzato all'interno di una fabbrica bellica, dove diviene uno dei
tanti «fantasmi spettinati»,
15
come lei stessa si definisce, ed esattamen-
te il numero 1 0114. Proprio questa condizione di totale disumanizza-
zione indirizza l'attenzione di Ida verso la drammatica sofferenza delle
donne e ancora la sua sensibilità di genere la porta ad osservare, con
attenta capacità di analisi, le tante differenze tra deportati maschi e
femmine: «Gli uomini, specialmente in campo, sono in genere più
portati a lasciarsi andare nell'umore e nel vestito. Alcuni dopo pochi
giorni diventano sporchi, dimagriti, depressi, irriconoscibili. La donna
no, sa cantare, lavarsi, pettinarsi, sorridere e ... mettersi il rossetto!»
16

Inoltre è durante la prigionia che Ida sviluppa la sua esigenza di lottare
per la dignità di tutte le donne, comprese quelle più discriminate e
ghettizzate come le prostitute. Nel Lager Ida, confrontandosi conti-


39
nuamente con le prigioniere comuniste e le delinquenti comuni, impa-
ra a conoscere la solidarietà tra donne e matura le sue decisioni future
di totale dedizione all'assistenza.
Ciò che colpisce nel lungo ed emozionante racconto di questa donna è
la sua piena consapevolezza di appartenere ad un progetto politico in-
novativo, capace di liberare e risollevare le sorti dell'Italia. Ida in-
dividua la Resistenza e la prigionia come il periodo più importante e
più felice della sua vita: «Tanto felice che, inavvertitamente, dimenti-
co di soffrire».
17
Felice perché appartiene alla giovinezza, ma felice
anche perché determinante. Infatti in seguito al suo impegno nella lot-
ta di Liberazione Ida decide di abbandonare l'insegnamento per la car-
riera politica. Così, di ritorno dal campo di prigionia, nel marzo del
1946, la D'Este è dapprima eletta consigliere comunale a Venezia;
successivamente parlamentare Dc, dal 1953 al 1958. Su quel periodo,
il racconto di Ida si interrompe perdendo entusiasmo e vitalità, proba-
bilmente perché la vita politica delude le sue aspettative e il partito, in
cui tanto aveva creduto, la tradisce. Nell'ultima parte della sua vita Ida
decide di abbandonare anche la politica per dedicarsi unicamente
all'attività assistenziale, concentrandosi sull'aiuto e il reinserimento
delle donne liberate dalla schiavitù della prostituzione.

1.2 Agata Pallai

Agata Pallai
18
è sorella di don Luca Pallai, prete di Villa Cella (picco-
lo comune in provincia di Reggio Emilia), la cui canonica, durante la
lotta resistenziale, diviene un efficiente centro operativo clandestino e
un importante casa di latitanza. Agata partecipa attivamente alla Resi-
stenza ed è una della primissime staffette del CLN reggiano, tant'è ve-
ro che il suo riconoscimento ufficiale è datato primo novembre 1943.
Durante i diciotto mesi di lotta di Liberazione - intrapresa con la be-
nedizione del vescovo di Reggio Emilia, monsignor Brettoni e del fra-
tello - è costretta a cambiare due volte il suo nome di battaglia, perché
identificata dai tedeschi e dai fascisti. Come Ida D'Este, anche Agata,
nel suo libro Così lungo l'eroica via, fissa l'inizio del suo impegno nel-
la Resistenza in quel maternage di massa già ampiamente citato. Aga-


40
ta descrive il preambolo della Resistenza nei giorni immediatamente
successivi all'8 settembre quando «ad ogni donna italiana si presenta-
va il compito, delicato e rischioso, di aiutare gli sbandati; di accoglier-
li. e nasconderli in case ospitali: di procurare cibi e vestiario; di stabi-
lire e assicurare tutta una rete di collegamenti e di informazioni».
19

Lei stessa ricorda che il suo primo impegno fu quello di fare il pane
per le tante persone presenti nella canonica del fratello: «Noi, io e mia
sorella, eravamo intente a infornare e sfornare il pane» e riflette
sull'assistenza compiuta in quei giorni dicendo: «non si può dire che
l'opera di assistenza fosse compiuta inizialmente, in modo organizzato
e metodico, ma piuttosto spontaneo in gara industriosa e generosa, per
sentimento umanitario e cristiano».
20

In seguito a questo primo impegno spontaneo, Agata deve decidere se
passare ad un compito più organizzato, da svolgersi in clandestinità
all'interno del CLN, o se continuare nelle azioni sporadiche di assi-
stenza non organizzata e sostiene di essere lacerata da una profonda
indecisione. Come tutte le sue coetanee anche lei è vittima di un'edu-
cazione discriminante che ammette la piena realizzazione professiona-
le e culturale per l'uomo e la quasi totale sottomissione della donna.
Figlia di questo stereotipo e cresciuta sentendosi continuamente ripe-
tere il proverbio veneto: «la dona la piasa, la tasa e la staga in casa»,
21

Agata fatica ad immaginarsi come protagonista della Liberazione ita-
liana. La decisione di passare all'azione è sofferta e profondamente ra-
gionata, non certo frutto dell'istinto. C'era in Agata una convinta fede
antifascista, maturata durante la lunga militanza all'interno della Gio-
ventù Femminile reggiana, ma c'era anche la paura e il senso di inade-
guatezza, soprattutto nei confronti della lotta armata. Può una donna, o
un uomo di fede imbracciare un'arma e sparare ad un nemico?
Questo dilemma che attanaglia le donne cattoliche e che le spinge a
riflettere sul diritto di uccidere, lacera anche Agata. Fino a che punto
arriva il confine tra la pace e il dovere di una presenza militare?
22
Per
rispondere a questo dubbio la Pallai si rifà alla sua fede e alla sua for-
mazione cattolica.
Da una parte dunque il dover esserci, la partecipazione alla lotta per la
libertà come donna fidata, segreta e coraggiosa, in grado di garantire


41
un collegamento certo tra le nuove forze militari. Dall'altra l'esitazio-
ne: «pur avendo letto la storia della biblica Giuditta e quella di santa
Giovanna d'Arco, proposta come protettrice ed eroina da imitare alle
giovani di Azione Cattolica, mi sembrava problematico che mio fra-
tello parroco, ed io stessa, propagandista di Azione Cattolica, com'era
congeniale e richiesto potessimo affrontare rischi e situazioni di natura
bellica. A fugare ogni mio dubbio, oltre l'esempio fraterno, servì l'e-
sortazione, l'incoraggiamento e la benedizione del vescovo monsignor
Edoardo Brettoni".
23

Ogni dubbio ed esitazione è dunque sciolto dalla scelta del fiàtello, dal
consiglio del vescovo e dall'insegnamento della Chiesa, dove forte era
il richiamo all'eroismo e la legittimazione ad una guerra che doveva
riconquistare gli uomini alla libertà. Agata si trasforma così in «Lui-
sa», «Giovanna» e «Federica», entra nella clandestinità e diventa staf-
fetta partigiana.
Come Ida si sofferma sulle peculiarità dell'impegno femminile e in
particolare sul ruolo delle staffette. Interessante è seguire la sua rifles-
sione ordinata ed estremamente logica: la donna inizia il suo protago-
nismo seguendo le «vie della carità» per poi trasformarsi radicalmente
e accettare una nuova identità che la costringe a modificare totalmente
stile di vita.
«A cominciare dal nome che veniva mutato in uno pseudonimo, la
staffetta doveva curare di essere insignificante, cosa dura per una don-
na che ci tenga ad apparire; di non dare nell'occhio; essere astute ed
apparire ingenue; saper tutto e far la tonta come chi sa niente; essere
ardite ed apparire femminilmente modeste; si intende apparire e non
essere, per poter passare ed arrivare. Spesso arrivare anche pochi mi-
nuti prima voleva dire salvare delle vite umane. Occorreva essere di-
sposte ad avere: "per tetto il cielo, per letto la terra, per testimonio Di-
o"».
24

Agata continua elencando i compiti delle staffette e descrivendo alcu-
ni stratagemmi da lei utilizzati: «Qualche volta si trattava di portare
armi leggere, allora, per le rivoltelle, il mio espediente preferito era
d'immergerle in un pacchetto di burro. Se avessero controllato, avreb-
bero scoperto che il peso specifico del burro era accresciuto ... »
25



42
Ma ciò che maggiormente contraddistingue la sua azione di staffetta
partigiana è l'impegno spirituale: «C'era un altro aspetto dell'attività
della staffetta, che ha da essere messo in evidenza: l'uomo, anche se
forte, nei momenti di pericolo o nella noia dell'attesa estenuante, può
andar soggetto a stanchezza o ad avvilimento. Portare una parola gen-
tile di incoraggiamento, di conforto, di fiducia e di Fede era una gran-
de occasione di bene».
26

La partecipazione femminile cattolica nella lotta di Liberazione è im-
preziosita dunque da una costante e continua volontà di regalare con-
forto e fiducia ai compagni e alle compagne. Agata in questo è aiutata
dalla sua esperienza di propagandista di Azione Cattolica. La sua ca-
pacità di parlare alle compagne, la sua ansia di comunicazione e il suo
potere di persuasione, coltivato da anni e anni di apostolato, sono alla
base di uno dei compiti più importanti della staffetta: «quello di avvi-
cinare gli uomini, qualche volta fanatici, ma più spesso poco convinti,
militanti nelle file fasciste»
27
per convincerli ad abbandonare la fede
fascista e passare dalla parte partigiana. Lei stessa si vanta di aver
convinto diversi giovani fascisti a disertare, tra cui un ex sottufficiale
della marina.
28

Durante la sua militanza Agata riesce a sfuggire all'incarcerazione, ma
viene denunciata al tribunale fascista di guerra e condannata alla pena
di morte mediante fucilazione nella schiena, sentenza, fortunatamente,
mal eseguita.
Alla fine della guerra Agata continua a lavorare, sia nella Democrazia
Cristiana, sia all'interno del Centro Italiano Femminile. Il suo libro è il
testimone che ella vuole lasciare alle generazioni future all'interno del
quale è racchiusa la sua voglia di comunicare la portata rivoluzionaria
che la Resistenza ha avuto nella sua vita e in quella delle tante donne
cattoliche che hanno accettato la sfida scegliendo di lottare in prima
persona.

2. Le più dimenticate: le perpetue, le suore

«Le vie del Signore sono infinite», così come infinite sono le vie di
adesione alla Resistenza delle donne cattoliche. A questo proposito


43
una delle categorie di donne da sempre dimenticata, sebbene preziosa
e attiva nella lotta di Liberazione, è quella delle perpetue che, come
giustamente ci ricorda Giorgio Vecchio, sono vittime di «doppie o an-
che triple forme di censura: non solo quella stesa attorno all'intera sto-
ria delle donne [ ... ], ma pure quelle determinate da una concezione
clericale (e maschilista) della Chiesa e, ancora, dal peso del giudizio
popolare, talvolta anche sprezzante nel confronto di queste «perpe-
tue».
29

Se i preti hanno avuto un ruolo determinante nella lotta partigiana, al-
lora si deve tenere in considerazione che la loro opera è distinta anche
dall'aiuto, dall'appoggio e dalla complicità delle perpetue che poteva-
no essere donne estranee alla famiglia del prete, ma pure le stesse so-
relle, le madri e le parenti più vicine. A tale proposito è doveroso ri-
cordare almeno i nomi di Marianin, la sorella minore del prevosto
monsignor Giovanni Galimberti di Busto Arsizio, oppure di Maria Vi-
smara sorella di don Agostino Vismara di Bergamo. Maria per seguire
la tragica vicenda giudiziaria del fratello arrestato e deportato, trascor-
re qualche tempo in carcere e affronta la dura realtà di trovarsi con la
casa derubata.
30
E bisogna ripetere che la stessa Agata Pallai comincia
la sua esperienza resistenziale a fianco del fratello prete.
L’altra categoria di donne dimenticate è indubbiamente quella delle
suore. Sono tantissime le suore che da conventi ed ospedali hanno aiu-
tato attivamente i partigiani nella lotta di Liberazione. Solo a titolo e-
semplificativo vorrei ricordare le suore della Protezione della Giovane
di Sondrio, quelle di Esino Lario,
31
oppure la Superiora dell'istituto
per sordomute deficienti di Venezia che per alcuni mesi ospita nel suo
istituto l'ebrea Marta Minervi Ottolenghi, nonostante il decreto dello
dicembre 1943, stabilisse l'arresto a chi soltanto ospitasse ed aiutasse
ebrei o ne serbasse in consegna la roba.
32

Doveroso ricordare anche madre Enrichetta Alfieri, la "Mamma di
San Vittore»,
33
che si prodigò per portare conforto ai fratelli reclusi
nelle carceri di Milano e contemporaneamente per rassicurare chi li
attendeva fuori. Suor Enrichetta viene arrestata e accusata di spionag-
gio per aver aiutato una carcerata armena a consegnare un biglietto ai
propri fratelli. Al momento dell'arresto però Enrichetta, consapevole


44
della sua responsabilità nel salvare altre vite umane, non si preoccupa
per se stessa, ma piuttosto si premura di escogitare il modo migliore
per occultare tutte le prove da lei possedute: bigliettini, lettere e quan-
to altro di compromettente portava con sé. Colpisce la sua attenta can-
cellazione delle prove, così che ogni biglietto viene strappato e nasco-
sto in un buco situato nel muro della sua cella: «Con tutta la premura
mi misi a sbriciolare minutamente l'imbottitura di scritti che mi porta-
vo nella pettorina del vestito. Erano comunicazioni varie di detenuti,
di parenti, di domande e di risposte [ ... ]. Man mano che distruggevo i
miei segreti passavo il mio pugno serrato, non senza escoriarmi i noc-
coli, da quel piccolo buco di finestrino e spingendo la mano più in là
che potevo lasciavo cadere le minutissimo particelle di carta in una
specie di corridoio cieco».
34

Lo stesso zelo nell'occultare prove scomode in grado di incastrare al-
cuni partigiani, lo si ritrova anche in Paola Nervi,
35
suora piemontese
dell'ordine delle Piccole Figlie del Sacro Cuore attiva nella Resistenza
reggiana. Paola Nervi, di Alessandria, nel 1931, appena consacratasi,
viene mandata a Castelnovo ne' Monti, in provincia di Reggio Emilia
per fondare, insieme al dottore Pasquale Marconi,
36
l'ospedale del pae-
se. Con l'avvento della guerra la suora appoggia il professor Marconi
nel suo impegno diretto a favore dell'antifascismo prima e della Resi-
stenza poi. Già a partire dal 1942, si occupa dell'accoglienza e dell'o-
spitalità di diversi militanti del partito comunista e del fronte antifa-
scista. Dopo 1'8 settembre tale attività si intensifica e suor Paola si
prodiga nel nascondere, sotto falso nome, partigiani feriti o semplice-
mente ricercati e in più si presta per fungere da staffetta e da collega-
mento tra le diverse brigate presenti nella montagna reggiana. Non so-
lo, a lei si deve il primo intervento di soccorso prestato a Cervarolo
piccola località montana totalmente distrutta e incendiata dagli uomini
della divisione Herman Goering, il 20 marzo 1944. Tra le venti tre vit-
time della strage figura 3'ìche il parroco del paese don Battista Pigoz-
zi.
Tuttavia la suora, così come il professor Marconi, viene tradita pro-
prio da uno dei tanti partigiani accolti a braccia aperte nel suo ospeda-
le. Infatti un partigiano sloveno, sotto tortura, la denuncia condannan-


45
dola all'arresto e a settanta giorni di carcere. La superiora, come madre
Enrichetta, al momento della condanna non si sottrae al suo destino,
non cerca una via di fuga per se stessa, ma si prodiga nel salvare i par-
tigiani presenti nell' ospedale e le altre sorelle che, come lei, si erano
prestate al servizio della Resistenza. Per questo tra l'arresto del profes-
sor Marconi e la perquisizione dell'ospedale, la suora si premura di far
sparire tutte le tracce dell'attività clandestina: lettere di esponenti par-
tigiani, carte d'identità in bianco, timbri falsi e altre carte compromet-
tenti, con la precisa volontà di salvare altre vite umane altrimenti e-
sposte alla sua stessa pena. Suor Paola nel 1955 viene nominata cava-
liere al merito della Repubblica Italiana.

3. «Donne d'Italia»: rubrica di donne nella Resistenza

L’ultima parte del mio intervento la vorrei dedicare ad una riflessione
ulteriore. Spesso si parla della mancata trasmissione di memoria delle
donne in generale e delle cattoliche in particolare. Mancanza che ha
portato ad un inevitabile cancellazione del protagonismo femminile
durante la guerra e la Resistenza. Credo però che quest'opera di rimo-
zione non sia avvenuta gradualmente già dall'immediato dopoguerra,
ma piuttosto sia il risultato del clima politico presente in Italia negli
anni successivi. L’irrigidirsi del dibattito politico, la spaccatura sem-
pre più profonda tra scelta occidentale e scelta orientale, la mancata
riflessione sulla guerra civile, che ha ulteriormente diviso e devastato
!'Italia, la voglia di ricostruire e ricominciare, di fatto, non lasciavano
spazio al racconto della guerra. Così, come tutto ciò che non viene
raccontato, non può entrar a far parte della memoria collettiva, molti
racconti sono andati persi e tra questi la voce delle donne, insieme a
quella dei deportati e di altri scomodi testimoni, sono state le prime a
spengersi.
Eppure le donne hanno provato a condividere tra loro un proprio rac-
conto, già durante lo svolgersi della guerra stessa e nei primissimi an-
ni successivi.
Un esempio concreto di questa volontà di raccontarsi e di condividere
le esperienze resistenziali è una rubrica, ancora poco conosciuta, inti-


46
tolata «Donne d'Italia» e pubblicata per la prima volta su «Azione
femminile», il 16 marzo 1945.
37

«Azione femminile» è il giornale del movimento femminile della De-
mocrazia Cristiana pubblicato set-
timanalmente, a partire dal Natale 1944, come inser- ~
to de «Il Popolo» e salutato dallo stesso De Gasperi come: «pegno che
la donna italiana non verrà meno e non diserterà la battaglia della De-
mocrazia Cristiana».38 Direttore responsabile dell'inserto è Angela
Cingolani Guidi, nominata anche responsabile dello stesso movimento
femminile della Democrazia Cristiana.
La rubrica «Donne d'Italia», invece, nasce nel febbraio-marzo del
1945 come esigenza delle democristiane di proporre alle donne italia-
ne nuovi modelli femminili che non fossero più quelli imposti dal fa-
scismo, primo fra tutte la giovane amante di Mussolini Claretta Petac-
ci:
Prendiamo spunto da un articolo in data 22 febbraio [1945] pubbli-
cato da «The Stars and Stripes» nel quale per l'ennesima volta, viene
esibita la seducente fotografia di Claretta Petacci: Perché insistere in
questa stupida ed esiziale mentalità di esporci nelle figure che più ci
disonorano? Non vogliamo cominciare una collana di visi, non im-
porta se non «fatali», onestamente simpatici? Chiediamo perciò la
collaborazione di tutti affinché ci vengano segnalate figure di «vere»
donne italiane, che abbiano concorso o comunque concorrano a sol-
levare - anziché deprimere - il prestigio di questo nostro Paese che
tende con tutte le sue forze in travaglio di rinnovamento, a riconqui-
stare il suo posto d'onore tra i popoli.
39

Per rispondere a tale richiesta «Azione femminile», per due settimane
consecutive, pubblica un appello rivolto a tutte le donne italiane in cui
si chiede loro di inviare alla redazione del giornale storie personali o
esemplificative dell'eroismo e del protagonismo femminile durante la
lotta di Liberazione. Significativo è l'obiettivo posto dalla rubrica:
«parlare della parte migliore delle nostre donne, "vere" donne italiane,
di quelle che non sbandierano la loro bontà profonda, la loro dedizio-
ne, il loro spirito di sacrificio che tanto spesso assurge all' eroismo [ ...
]. Perché noi vogliamo parlare di quelle di cui nessuna parla e che


47
rappresentano tutto ciò che di sano e di genuino è segretamente insito
nel nostro popolo [ ... ]. Ciò che non si corrompe e che resiste e che
ricostruisce e ricostruirà il distrutto e l'atterrato [ ... ]».
40
Questi appelli
consentiranno a tante donne sconosciute di trovare un nuovi spazi do-
ve raccontare la propria esperienza di semplici ragazze che hanno lot-
tato in prima persona nella Resistenza, e hanno sopportato il peso e la
tragedia della guerra.
A raccontare le protagoniste, a volte con uno stile enfatico e retorico,
ma ugualmente piacevole e scorrevole è la scrittrice e poetessa Edvige
Pesce Gorrini. Settimana dopo settimana, le vite di donne onorate con
la medaglia d'oro al valore militare come Tina Lorenzoni e Norma Pa-
renti, o quelle di perfette sconosciute sono narrate alle italiane. Le e-
sperienze insolite e straordinarie, raccontate nella rubrica, fanno delle
protagoniste nuovi modelli in carne ed ossa molto lontano, sia dalle
sante, proposte alle ragazze dai giornali cattolici, sia dall'iconografia
tradizionale femminile, propagandata dalla stampa fascista durante il
ventennio.
La rubrica si pone anche come pretesto per compiere una riflessione a
tutto tondo sul nuovo ruolo politico a cui le donne italiane sono chia-
mate. Non a caso, infatti, sul numero del 16 marzo 1945 una lettrice,
Marta Del Sole, scrive al giornale chiedendo: «come hanno fatto - le
donne - a trovarsi nella vita politica, quando, confessiamolo, nessuno
di noi se ne è mai interessato?»
41

Sono raccolte testimonianze di donne di ogni ceto sociale, dalle croce-
rossine, elevate da !rene Lizza a simbolo della Resistenza,
42
alle tante
sconosciute di cui settimanalmente è pubblicata la storia: «in contrasto
col cattivo vezzo di mettere in evidenza soltanto e con incomprensibi-
le stupida compiacenza, figure di donne che ci disonorano e che ci
hanno disonorato dinnanzi al mondo, aiutateci a scovare e a mettere in
luce figure di care, nobili donne nostre! Aiutateci a sollevare il presti-
gio così vilipeso del nostro Paese!»
43

Dagli articoli si delinea il clima che in tutta Italia caratterizza la Resi-
stenza, ma emergono anche la difficoltà delle donne che sole devono
affrontare i rischi della guerra, nonché le tragedie e i luttilegati al con-
flitto stesso. Contemporaneamente viene posta l'attenzione sulla gran-


48
de gara di assistenza: «Unire! una gara di aiuti. Una gara fatta con
semplicità, con bontà schietta. Abbruttite dalla fatica, esse trovavano
il modo di lavorare per chi soffriva di più, per i più miseri tra i miseri.
E lavavano panni, facevano il bucato, preparavano una minestra, co-
cevano il pane, rattoppavano panni per le altre. Era quello il loro mo-
do di mostrare una solidarietà fraterna nel dolore».
44

Molti sono i racconti che evidenziano l'opera di maternage delle don-
ne italiane:
45


Le donne della montagna furono materne con tutti. Non si interessa-
vano della nazionalità dei fuggiaschi [ ... ] e aprirono le loro povere
case, fecero scaldare e riposare i passanti, offrirono pane e minestra,
formaggio e vino a tutti, a tutti dettero modo di dormire una notte, a
tutti regalarono pagnotte di pane per il proseguimento del viaggio. A
molti rattopparono gli indumenti a brandelli, e indicarono creste di
montagne, stradine quasi invisibili nel folto delle macchie, insegnan-
do le strade da evitare quelle che avrebbero potuto significare la mor-
te […]. Così a quelle semplici e umili donne pareva di rassicurare le
sorelle lontane; avevano fatto quello che avevano potuto.
46

Credo sia interessante riportare alcune tra le storie pubblicate, anche
per documentare ulteriormente il carattere corale della lotta di Libera-
zione.
La prima storia pubblicata è quella di Maria Assunta Lorenzoni «Ti-
na»,
47
medaglia d'oro al valore militare e staffetta della V Brigata Giu-
stizia e Libertà di Firenze, a cui aderisce dopo l'armistizio dell'8 set-
tembre 1943. Maria Assunta, il vero nome di battesimo della prota-
gonista, nasce a Macerata nel 1918 e muore a Firenze il21 agosto del
1944. Durante la seconda guerra mondiale, presta servizio come cro-
cerossina e successivamente, a Firenze, entra in clandestinità con l'in-
carico di mantenere i collegamenti con il comando della Divisione
«GL» e della distribuzione di armi e munizioni per i partigiani. Non
paga, si occupa pure dell'espatrio di oltre duecento cittadini d'origine
ebraica e di alcuni perseguitati politici accompagnandoli da Firenze a
Milano o ad altre località del Nord Italia. Fondamentale il suo ruolo


49
durante la battaglia per la liberazione di Firenze, quando, per ben tre
volte riesce ad attraversare le linee di combattimento per portare ordi-
ni al Comando d'Oltrarno, prima di essere catturata e uccisa dai tede-
schi.
Assai diversa è invece la storia di Olimpia Cimmino, nobile signora e
moglie di un ufficiale dell'esercito italiano: «donna che dei patrioti fu
aiuto vigile e discreto, che nella lotta clandestina rischia la vita con
umiltà e semplicità, paga di servire la «buona causa».
48
Olimpia du-
rante la guerra mette a disposizione la sua casa romana, situata in via
Sant'Agata dei Goti, come punto di ritrovo per riunioni segrete degli
ufficiali del regio esercito. Consapevole dei gravi rischi che corre o-
spitando tali riunioni, decide di adottare ogni forma di precauzione
possibile per non rischiare di essere scoperta o denunciata ai fascisti.
Per non avere testimo- ' ni licenzia la domestica e fa murare carte e
documenti affinché non possano essere trovati da nessuno. Nella sua
casa, tra gli ospiti fissi, figurano il comandante Armellini (comandante
militare del fronte clandestino e della Resistenza di Roma), il colon-
nello Cordero di Montezemolo (capo di stato maggiore del fronte
clandestino e della Resistenza), i generali Crimi e Caruso, il colonnel-
lo Pacinotti e altri pezzi grossi dell' esercito italiano e della Resisten-
za. Ad Olimpia però è riservato un ruolo di secondo piano, lei non
partecipa alle riunioni ed evita di guardare gli ospiti in casa per non
avere nessuna informazione. Il suo compito è quello di fare le faccen-
de di casa e di condurre una vita normale per non insospettire nessuno,
ma rischiando ugualmente la morte. Inoltre si presta anche per servire
come collegamento fra alcune persone nascoste e i dirigenti del fronte
clandestino.
Significativa la storia di Lidia Di Marco,
49
una ragazzina quindicenne
cha abbandona i giochi fanciulleschi per dedicarsi all'attività clande-
stina a Tufo, una frazione di Carsoli in Abruzzo. Lidia, spontaneamen-
te sceglie di alloggiare e nutrire i prigionieri inglesi che fuggivano dai
campi di prigionia tedeschi. Tale azione di assistenza non passa però
inosservata, tanto che i tedeschi, una volta venuti a conoscenza del suo
nome, l'arrestano. Durante gli interrogatori i nazisti costringono Lidia
ad assistere alle aberranti torture inflitte ai partigiani presenti nel car-


50
cere. Lidia, per evitare ai giovani lo strazio delle botte decide di con-
fessare le sue colpe e per questo viene condannata a sei mesi da scon-
tare nel carcere dell' Aquila. Sei mesi duri, durante i quali a sua volta
subisce interrogatori e pesanti umiliazioni, compresa la paura di dover
soggiacere alle voglie di un maggiore tedesco. Lidia viene salvata da
un soldato austriaco che, la notte prima del suo trasferimento - proba-
bilmente sarebbe stata deportata in Germania - le apre le porte del car-
cere consentendole di scappare.
Emozionante è pure la storia di Concetta Piazza
so
giovane siciliana,
approdata a Roma durante la guerra per studiare come ostetrica. La
sua esperienza inizia con lo scoppio del conflitto quando la giovane si
presta per dare assistenza ai soldati detenuti nel campo di prigionia di
Montemaggiore portando loro da mangiare e diventando presto un
prezioso punto di riferimento per molti di loro. Tanto che, all'indoma-
ni dell'8 settembre 1943, la casa di Concetta viene invasa da ventisei
prigionieri evasi dal campo. Senza troppe esitazioni
Concetta mette in piedi un movimento spontaneo e coraggiosissimo di
assistenza ai prigionieri fornendo loro alloggio, vitto e indumenti. Ol-
tre a prestare assistenza la giovane aiuta i prigionieri, ancora detenuti,
ad evadere e la sua attività desta parecchi sospetti. Il 28 gennaio 1944,
infatti, Concetta viene catturata da due SS e condotta nel carcere di via
Tasso, dove viene picchiata dai tedeschi e più volte interrogata anche
dal famigerato Koch, il quale la umilia, ma non la picchia. Rimane in
carcere fino al 24 maggio, quando il suo nome viene incluso nella liste
degli ebrei che dovevano essere deportati in Germania. Concetta pro-
testa duramente e ottiene di essere rilasciata il 29 maggio 1944. Dal
carcere però esce deturpata, con la testa piena di ematomi, i capelli
bianchi per le torture subite e con sette denti in meno, cavati a forza di
botte dalla sua bocca.
Di Lisetta Dal Cero, veronese, ex fucina colpisce invece il suo essere
tra le pochissime donne nominate comandante di Brigata. Lisetta, lau-
reata e professoressa di chimica, inizia la sua militanza nella Resisten-
za insieme al fratello Luciano.
51
Come staffetta Lisetta ha il compito
di mantenere i collegamenti tra Roma e Verona, in più si preoccupa di
fornire ai prigionieri inglesi e alleati assistenza, vitto, indumenti, rico-


51
veri sicuri, medicinali, e si occupa anche della raccolta dei fondi. Vie-
ne arrestata insieme al fratello Luciano, e tenuta in carcere per due
mesi durante i quali subisce minacce e interrogatori violenti. Allo sca-
dere dei due mesi Lisetta viene rilasciata, mentre il fratello viene trat-
tenuto nuovamente. Luciano riesce ad evadere dal carcere, ma muore
immediatamente in una rappresaglia contro i tedeschi. Alla sua morte i
compagni chiedono a Lisetta di diventare capo della brigata e lei, con-
sapevole delle difficoltà, accetta l'incarico divenendo comandante e
accollandosi da donna la responsabilità di gestire una brigata compo-
sta da uomini, con tutte le difficoltà che ciò comporta.
Infine appare significativa la scelta di chiudere i racconti della rubrica
con la storia di un'altra medaglia d'oro al valore militare: Norma Pa-
renti;
52
quasi a voler sottolineare come tra le due memorie di Tina e
Norma, medagliate e riconosciute ufficialmente dallo Stato italiano, vi
siano innumerevoli storie individuali altrettanto degne di essere cono-
sciute e ricordate. Norma è nata nel 1921 a Massa Marittima, è stata
delegata delle Beniamine di Ac, catechista e fervida frequentatrice
della parrocchia. Con lo scoppio della guerra ritorna a Massa Maritti-
ma dove, insieme al marito, si dedica intensamente alla lotta clande-
stina prestando assistenza ai prigionieri, ai soldati sbandati, agli ebrei
e procurando e consegnando armi, viveri e munizioni ai partigiani. I-
noltre, come molte donne impegnate nella lotta di Liberazione, si
premura di dare degna sepoltura ai cadaveri dei tanti giovani uccisi dai
nazifascisti e lasciati a marcire lungo le strade, nei campi o nei boschi.
Norma viene prelevata dalla sua casa la sera del 22 giugno 1944, pro-
prio mentre stava allattando al seno suo figlio, trasportata in una ca-
scina e qui fucilata per la sua attività clandestina. Alla sua morte è de-
corata con la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria insieme
ad altre diciotto partigiane. Le motivazioni della sua decorazione sono
così retoricamente riassunte:

Giovane sposa e madre: tra le stragi e le persecuzioni mentre sul lito-
rale maremmano infieriva la rabbia fascista e tedesca, non accordò
riposo né al corpo, né piegò la sua volontà di soccorritrice di anima-
trice, di combattente di martire. Diede alle vittime sepoltura vietata,


52
provvide ospitalità ai fuggiaschi, libertà e salvezza ai prigionieri, mu-
nizioni e viveri ai partigiani, e nei giorni del terrore, quando la paura
chiudeva le porte e faceva deserte le strade, con l'esempio di un'intre-
pida pietà donò coraggio ai timorosi e accrebbe fiducia ai forti. N ella
notte del 22 giugno, tratta fuori dalla sua casa martoriata dalla fero-
ce brutalità dei suoi carnefici, spirò, sublime offerta alla Patria, l'a-
nima generosa.
53


Concludendo, come già ho affermato, credo che la rubrica «Donne d'I-
talia» ci offra un interessante spunto di riflessione per ridiscutere il
nodo problematico della mancata memoria delle donne partigiane. Al
contrario infatti questa rubrica, cosÌ come il volume lombardo Donne
Cristiane nella Resistenza pubblicato nel 1956
54
o ancora il quindici-
nale veneto «La voce della donna»55 testimoniano una precisa atten-
zione da parte del movimento femminile della Dc, a valorizzare il ruo-
lo e l'azione diretta delle donne. Lo studio della stampa cattolica fem-
minile dell'immediato dopoguerra ci consente dunque di comprendere
come la necessità di nuovi modelli fosse sentita come uno dei
bisogni primari più impellenti per le italiane. Nuovi modelli in-
carnati da donne reali, le cui gesta sono trasmesse alle italiane
perché diventino contemporaneamente esempio comportamenta-
le, e argomento di confronto e discussione.
Pertanto il nuovo interrogativo che dovremmo porci è: quando e
perché le donne, anche cattoliche, smettono di parlare della loro
Resistenza e smettono di raccontarsi? Capire cioè perché, a par-
tire dal 19481949 circa, le donne decidono - o forse sono co-
strette a decidere - di non parlare più del loro protagonismo
permettendo alla retorica resistenziale di affermarsi, per almeno
trenta lunghi anni, proponendo come solo esempio femminile la
staffetta e riconoscendo il ruolo della donna come semplice
«contributo» ad una lotta militare e politica unicamente maschi-
le.




53
Note
1 - P. Gaiotti de Biase, Donne cattoliche e scelta resistenziale femmi-
nile: un contributo al dibattito, in M.T. Sega - L. Bellina, Tra la città
di Dio e la città dell'uomo. Donne cattoliche nella Resistenza Veneta,
Istituto Veneziano per la storia della Resistenza e della società con-
temporanea - Istituto per la storia della Resistenza e della società con-
temporanea della Marca Trevigiana, Venezia 2005, pp. 41-54; P.
Gaiotti De Biase, Vissuto religioso e secolarizzazione. Le donne nella
rivoluzione più lunga, Edizioni Studium, Roma 2006, pp. 92-93.
2 - A. Bravo - A.M. Bruzzone, In guerra senz'armi. Storie di donne ,
940-1945, Laterza, Roma-Bari, 1995.
3 - Non a caso la stessa Paola Gaiotti de Biase nel suo ultimo libro,
Vissuto religioso e secolarizzazione cit., propone queste due donne
come esempi di un impegno bellico accompagnato anche da una sfida
spirituale.
4 - Tale condizione accomuna Ida e Agata anche ad altre protagoniste
dell'impegno cattolico femminile nella Resistenza come Angela Gotel-
li, Ada Alessandrini, Laura Bianchini, solo per fare qualche esempio.
5 - L D'Este, Croce sulla schiena, Fantoni, Venezia 1953
6 - A. Pallai, Così lungo l'eroica via, Tipolitografia Benedettina, Par-
ma 1975.
7 - Testimonianza di Ida D'Este, in Movimento femminile della De-
mocrazia Cristiana di Milano (a cura di), Donne cristiane nella Resi-
stenza. Testimonianze e documentazioni sul contributo femminile alla
lotta partigiana in Lombardia, Tipografia Molinari, Milano 1956, p.
15.
8 - L. Bellina, Una Giovanna d'Arco veneziana: Ida d'Este dall'im-
pegno nella Resistenza alla politica, in M.T. Sega - L. Bellina, Tra la
città di Dio e la città dell'uomo, op. cit., pp. 61-98; G. Vecchio, Uno
spirito libero: Ida d'Este, in «Orientamenti», 2005, l, pp. 46-54; S.
Tramontin, D'Este Ida, in Dizionario storico del movimento cattolico
in Italia, /860-1980, diretto da F. Traniello e G. Campanini, III/l. Le
figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato 1984, p. 314; Mo-
vimento femminile della Democrazia Cristiana di Milano (a cura di),


54
Donne cristiane nella Resistenza. cit., pp. 15-16; P. Gaiotti de Biase,
Vissuto religioso e secolarizzazione. Le donne nella rivoluzione più
lunga, cit., pp. 91-95
9 - M.T. Sega - L. Bellina, op. cit., p. 65.
10 - I. D'Este, Croce sulla schiena, cit., p. 23. Il 1. D'Este, ivi, p. 24.
11 - I. D'Este, Croce sulla schiena, cit., p. 23. Il 1. D'Este, ivi, p. 24
12 - S. Tramontin, Giovanni Ponti (1896-196/). Una vita per la de-
mocrazia e Venezia, Venezia, 1983, p. 68.
13 - I.D'Este, Croce sulla schiena, ci L, p. 149.
14 - Ivi, pp. 61-62. I; I vi, p. 60.
15 - Ivi, p. 60
16 - 1. D'Este, La Resistenza delle donne del nostro popolo è nata at-
traverso le vie della carità, in «Donne d'Italia», 15 (1964), pp. 10-11.
17 - I. D'Este, Croce sulla schiena, cir., p. 66.
18 - P. Gaiotti de Biase, Vissuto religioso e secolarizzazione. Le don-
ne nella rivoluzione più lunga, cit., pp. 91-95; A. Paterlini, Partigiane
e patriote della provincia di Reggio Emilia, Libreria Rinascita, Roma,
1977, pp. 367-369; F. Pieroni Bortoloni, Le donne della Resistenza
antifascista e la questione femminile in Emilia Romagna: 1943-1945,
Vangelista, Milano, 1977, pp. 45-187; G. Franzini, Storia della Resi-
stenza reggiana, Anpi, Reggio Emilia 1966, p. 404, p. 653, p. 823; A.
Pallai, Quel forte scrollone della Resistenza, in «Notiziario Anpi Reg-
gio Emilia», n. 3, marzo 1989, p. Il.
19 - A. Pallai, Così lungo l'eroica via, cit., p. 12.
20 - Ivi,p.21.
21 - Ivi, p. 13 [La donna deve piacere, tacere e stare in casa, NdR].
22 - A questo proposito è molto interessante la riflessione proposta da
Tina Anselmi in prefazione in M.T. Sega - L. Bellina, op. cit., pp. 7-9.
23 - A. Pallai, Così lungo l'eroica via, cit., p. 22.
24 - Ivi, p. 24..
25 - Ivi, p. 25
26 - Ibidem.
27 - A.Pallai, Breve relazione su l'attività della signorina maestra Aga-
ta Pallai, presentata durante la guerra di Liberazione 19431945, in Ar-
chivio CIF Reggio Emilia, busta 4.


55
28 - Si tratta del sottufficiale di marina Andrea Fernando Pallai, cugi-
no di Agata Pallai, convinto fascista, passato alla lotta partigiana il 20
dicembre 1944 con il grado di comandante di battaglione della 285
0

Brigata SAP Montagna e deceduto il 5 maggio 1945 in seguito all'in-
cendio del mezzo con il quale stava trasportando materiale bellico di
recupero.
29 - G. Vecchio, Lombardia 1940-1945. Vescovi, preti e società alla
prova della guerra, Morcelliana, Brescia 2005, p. 455.
30 - Ivi, p. 459.
31 - A. Perugia, I;aiuto cristiano agli ebrei, in Movimento femminile
della Democrazia Cristiana di Milano (a cura di), Donne cristiane nel-
la Resistenza. Testimonianze e documentazioni sul contributo femmi-
nile alla lotta partigiana in Lombardia, Tipografia Molinari, Milano
1956, pp. 21-24.
32 - M. Minerbi Ottolenghi, La colpa di essere nati, Ed. Castaldi, Mi-
lano 1955.
33 - Sulla sua figura: C. Sartori, La mamma di San Vittore. Memorie
di Madre Enrichetta Maria Alfieri, La Scuola, Brescia 1952; A. Pran-
zato, Una suora all'inferno. Profilo della mamma di san Vittore suor
Enrichetta Alfieri delle suore della carità di S. Giovanna Antida Thou-
ret, Gribaudi, Torino 1986; A. Majo, Suor Enrichetta Alfieri. Una
donna, una suora, NED, Milano 1995; E. Apeciti, «Vedere con il cuo-
re». Suor Enrichetta Alfieri, suora della carità, «Angelo» e «Mamma»
di San Vittore, Centro Ambrosiano, Milano 2006.
34 - A. Recalcati, Un cappellano di San Vittore ricorda, in G. Bianchi
- B. De Marchi, Per amore ribelli. Cattolici e Resistenza, Vita e Pen-
siero. Pubblicazioni dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano,
1976, p. 115.
35 - A. Paterlini, op. cit., p. 355; Saggio di Lucia Sarzi in Aa.Vv., La
donna Reggiana nella Resistenza, Comitato per la celebrazione del
ventennale della Resistenza, Reggio Emilia 1965, p. 118; A. Pallai,
Così lungo l'eroica via, cit., pp. 26-28; G. Giovanelli, Una suora nella
Resistenza, in «Tuttomontagna», n. 84, febbraio 2002; G. Giovanelli,
Suor Paola Nervi, testimone della fraternità cristiana, in «La Libertà»,
2 febbraio 2002.


56
36 Sull'onorevole democristiano Pasquale Marconi si vedano, F. Mi-
lani (a cura di), Il dottor Pasquale Marconi autobiografico (... quasi),
Ricasoli, Castelnovo ne' Monti, 1973; A. Clocchiatti, Pasquale Mar-
coni, in A. Clocchiani (a cura di), Dall'antifascismo al de profundis
per il PC! (testimonianze di un militare), Edizioni del Paniere, Verona
1991; S. Spreafico,! cattolici reggiani dallo stato totalitario alla demo-
crazia: la Resistenza come problema, voI. V /2 Il difficile esordio:
«uomini nuovi» e «uomini vecchi», Tecnograf, Reggio Emilia 1993.
37 - La sottoscritta e la dottoressa Stefania Boscato dell'Università La
Sapienza di Roma stanno attualmente studiando questo giornale.
38 - A. De Gasperi, Messaggio alle democratiche cristiane, in «Azione
femminile», Anno I, n. 1,25 dicembre 1944.
39 - Alle lettrici e ai lettori, in «Azione femminile», Anno II, n. 2, 9
marzo 1945.
40 - Cappello è pubblicato in «Azione femminile», 23 marzo 1945.
41 - Sul numero di «Azione femminile» de130 marzo 1945 anno vi è
un articolo su Tina Lorenzoni, medaglia d'oro. Sul numero del 2 no-
vembre 1945 la rubrica «Donne d'Italia» è dedicata a Lisetta Dal Cero,
veronese, comandante di brigata ed ex fucina.
42 - L Lizza, Le infermiere della nostra Croce Rossa, in «Azione fem-
minile», 23 marzo 19~5.
43 - L Lizza, Donne d'Italia, in «Azione femminile», 6 aprile 1945.
43 - E.PG., Donne d'Italia, in «Azione femminile», 25 maggio 1945.
45 - A questo proposito si vedano i numeri deJl'8 giugno 1945; del 20
luglio 1945; del 7 settembre 1945 e del 14 settembre 1945.
46 - E.P.G., Donne d'Italia, in «Azione femminile», 8 giugno 1945.
47 - Si veda anche l'opuscolo dell' ANPI di Firenze, Tina Lorenzoni:
21 agosto 1944, Firenze 1984.
48 - E.P.G., cit., 18 maggio 1945.
49 - E.P.G., cit., 31 agosto 1945
50 - E.P.G., cit., 7-14 settembre 1945
51 - E.P.G., cit., 9 novembre 1945.
52 - E.P.G., cit., 16 novembre 1945.
53 - PE. Taviani, Donne nella Resistenza, Edizioni Caritas, Roma, pp.
16-17.


57
54 - Movimento femminile della Democrazia Cristiana di Milano (a
cura di), Donne cristiane nella Resistenza, cit.
55 - Cfr. M.T. Sega - L. Bellina, op. cit., pp. 327-329
















58
LE SCELTE AL FEMMINILE
DOPO L’8 SETTEMBRE '43
Carla Bianchi Iacono
















59
Nel libro Lettere dei condannati a morte della Resistenza di Malvezzi-
Pirelli, ho cercato l'elenco degli estensori delle lettere: su 313, solo
quattro erano donne.
Di queste, due mi hanno colpito in modo particolare. Paola Garelli di
28 anni, dall'ottobre del '43 svolgeva attività clandestina nel savonese
con il compito di rifornire di viveri e materiali le formazioni partigia-
ne nei dintorni della città. Arrestata dalle milizie fasciste, venne fuci-
lata il 10 novembre 1944 nella fortezza di Savona.
Scrive la sua ultima lettera alla figlioletta:

Mimma cara, la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia cre-
atura adorata, sii buona, studia e ubbidisci sempre agli zii che ti alle-
vano, amali come fossi io. lo sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i no-
stri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che dò
loro. Non devi piangere, né vergognarti per me. Quando sarai grande
capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal
cielo.
Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandovi, la tua infelice
mamma.

La staffetta Irma Marchiani, 33 anni, operava nella zona dell' Appen-
nino modenese. Dopo la battaglia di Montefiorino fu catturata e sevi-
ziata, condannata prima a morte, poi alla deportazione in Germania.
Riesce a fuggire e torna alla sua formazione, della quale diventa prima
commissario poi vicecomandante. Nuovamente catturata viene fucila-
ta nel novembre 1944. A Irma poi fu conferita la medaglia d'oro al va-
lor militare alla memoria.
Dalla prigione di Pavullo, 26 novembre 1944, dove era detenuta scrive
alla sorella:

Sono gli ultimi istanti della mia vita ... Credimi non ho mai fatto nes-
suna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo
della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui, fra poco non
sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché
la libertà trionfasse.




60
L’ultimo saluto che queste due giovani donne inviano alle famiglie
prima di essere fucilate fa riflettere, non solo per l'emozione che pro-
cura al lettore, ma per la determinazione, la chiarezza di idee e la con-
vinzione di aver fatto la scelta che la coscienza imponeva loro.
Prima di tutte la scelta della libertà, libertà che avrebbe poi portato al-
la pace. Probabilmente la pace è stata la molla che ha fatto muovere le
migliaia di donne della Resistenza; la pace che in quegli anni non c'era
più ed era solo una grande speranza; esse la volevano per i loro figli,
mariti, fratelli, padri e con il loro contributo è stata raggiunta prima.
Erano donne serie negli intenti, disposte a rischiare, ma anche allegre
e scanzonate negli atteggiamenti, credevano in un'idea, avevano un
sogno da realizzare concretamente e per questo hanno lottato, con l'in-
coscienza della giovinezza e con la pacatezza dell'età matura, queste
donne volevano costruire un mondo migliore.
Ma come era il loro mondo prima, perché volevano cambiarlo, come
era la società nella quale avevano vissuto?
Erano cresciute e si erano formate durante il ventennio fascista. Il re-
gime adottando una politica prettamente maschilista relegava la donna
prevalentemente al compito di madre-casalinga facendo della materni-
tà un mero oggetto di pubblica esaltazione. Ricordiamoci che Musso-
lini aveva più volte proclamato che la seconda metà del XX secolo a-
vrebbe visto cinquanta milioni di italiani e di conseguenza le famiglie
numerose erano premiate con doni in denaro e solo per motivi pretta-
mente utilitaristici la questione demografica fu affrontata in nome del
superiore interesse dello Stato in termini di quantità, anziché di quali-
tà.
Il diritto di famiglia dell'epoca risaliva ancora al codice Pisanelli pro-
mulgato nella seconda metà dell'Ottocento, precludeva alle donne ogni
decisione di natura giuridica: tutti gli atti legali, le stipule di contratti,
la firma di assegni, potevano essere fatti solo con l'autorizzazione del
padre o del marito.
Anche la Chiesa esaltava il ruolo della maternità e dei valori della fa-
miglia, ma con differenti intenti e paure; la promiscuità e la moderni-
tà, avrebbero potuto portare alla corruzione dei costumi.
Dopo la soppressione di tutti i partiti politici, il regime fascista istituì


61
il proprio movimento femminile, «le giovani italiane» e tollerò la
branca femminile di quelli cattolici, l'Azione cattolica e la Fuci. Que-
ste ultime associazioni però furono solo tollerate, e comunque malvi-
ste dal regime.
Negli anni Trenta ci furono scontri violenti fra cattolici appartenenti
alle due associazioni e i giovani fascisti. E forse il regime aveva visto
bene tanto è vero che proprio molte delle resistenti di ispirazione cat-
tolica provenivano dalle fila della FUCI e dall' Azione Cattolica.
Le ritroviamo dopo 1'8 settembre a far parte di organizzazioni che aiu-
tavano all'espatrio i perseguitati politici, gli ebrei, i prigionieri alleati
stranieri, si occupavano di far stampare documenti falsi, distribuivano
giornali clandestini nelle cassette postali delle portinerie, grazie anche
al fatto che le donne erano meno controllate e meno perquisite degli
uomini.
Anche la riforma della scuola, la riforma Gentile, dal nome del suo
promotore, Ministro della Pubblica Istruzione, aveva come scopo di
inculcare nei giovani l'ideologia dello Stato fascista promuovendo e
selezionando una élite in modo da far accedere all'istruzione superiore
e all'Università solo un numero ristretto di studenti. I.:insegnamento di
alcune materie fu precluso alle donne; non potevano partecipare ai
concorsi per insegnare nei licei latino, greco, storia e filosofia; il cul-
mine della discriminazione sessuale nel campo del lavoro fu un decre-
to legge del 1938 che impose una riduzione del 5% del personale
femminile impiegato nella pubblica amministrazione.
Tutto questo cambia con l'inizio della guerra. Il fenomeno del calo oc-
cupazionale femminile si ribalta per necessità; le donne dovevano
prendere il posto degli uomini chiamati alle armi. Vediamo le donne
che nelle fabbriche del Nord prendono il posto dei mariti dei fratelli,
dei padri; la scuola riapre i concorsi per le insegnanti di sesso femmi-
nile; nelle campagne anche le bimbette si cimentano nei lavori, magari
meno faticosi e pesanti.
Mano a mano che la guerra si prolunga - doveva essere una guerra
lampo - la partecipazione femminile al mondo del lavoro aumenta
sempre di più e porta, attraverso il confronto e il dialogo, alla consa-
pevolezza e alla condivisione del grave momento. Ci sono le pervicaci


62
e nostalgiche fasciste, ci sono le attendiste, che aspettano che tutto fi-
nisca, ma ci sono anche quelle che prendono coscienza della situazio-
ne.
Bisogna considerare che l'antifascismo era un fenomeno più vasto di
quanto si creda.
Quindi le ragazze e le giovani cresciute in famiglie antifasciste, di
qualsiasi condizione, fede e ideologia, dopo 1'8 settembre faranno la
scelta, che è quella di impegno attivo nella Resistenza; non significava
solo andare in montagna a combattere. Alcune l'hanno fatto; altre in-
vece, con preparazione diverse, con gli scritti (articoli sui giornali
clandestini) e con la parola (Gruppi di difesa della donna) hanno con-
tribuito a risvegliare il popolo italiano preparandolo al momento in cui
avrebbe dovuto decidere del proprio destino.
Molte sentivano la necessità di «non stare a guardare» e eseguivano
incombenze, che potevano sembrare banali, ma di molta utilità per la
sopravvivenza dei vari gruppi sia di combattenti che di intellettuali.
Incombenze pericolose quasi quanto combattere. Erano tempi in cui
non si scherzava, bastava avere in tasca un biglietto da recapitare, o un
giornale da consegnare per essere imprigionate.
Le situazioni in cui operavano erano differenti nelle città e nelle cam-
pagne. Il Nord è stato più a lungo vessato dalla vicinanza di Salò e
della sua Repubblica e dal nemico presente sul territorio. Gli operai
del triangolo industriale del Nord, già prima dell'8 settembre ini-
ziavano a boicottare le industrie facendo scioperi per fermare la pro-
duzione di armi e quindi per accelerare la fine della guerra, pagando
un prezzo di vite molto alto. Parte del mondo cattolico deluso dagli
eccessi dei militi repubblicani e ancora prima dalla mancata protesta
della Chiesa contro le leggi razziali, iniziava ad agire attivamente.
Per le donne cattoliche, ma non solo, la scelta delle armi è stata certa-
mente una scelta difficile. La donna, portatrice di vita, comprende be-
ne che con le armi si può togliere la vita ad altri e si può anche perder-
la. Ma non solo, il comandamento cristiano dice che non si deve ucci-
dere; anche se è compiuto per difendersi o per una giusta causa. «Ho il
diritto di uccidere per una idea?»
A questo proposito, Tina Anselmi cerca di dare una risposta al dilem-


63
ma che ha scosso le coscienze, nella prefazione del libro Tra la città di
Dio e la città dell'uomo, donne cattoliche nella resistenza veneta scri-
ve:
La fede ha dato la forza di fare anche delle scelte dirompenti, rischio-
se, trasgressive. Lottare per la libertà ci ha dato la spinta per impe-
gnarci in politica. Credo infatti che la partecipazione sia il contenuto
più ricco che il mondo cattolico abbia dato alla Resistenza. Partecipa-
zione che non finisce nell'episodio militare, ma che va oltre e che di-
venta impegno politico per la vita.


64
TESTIMONIANZE


65

Don Luisito Bianchi

Sacerdote e scrittore, autore de La messa dell'uomo disarmato. Un
romanzo sulla Resistenza, Sironi editore, Milano 2003.


A dire il vero, io non ho portato niente alla Resistenza; ho da esprime-
re solo un «grazie» che dura non so da quanti anni. Se sono qui, è an-
cora per dire a quegli avvenimenti, a quelle persone, a queste donne,
che mi hanno costruito come persona, il mio «grazie».
Un giovane di 20 anni, quando decide di diventare prete sa che deve
rinunciare a qualcosa. Il celibato che gli viene richiesto e che libera-
mente sceglie, non è una «chirurgia plastica» sulla costola mancante:
proprio per questo, nella decisione che io presi d'essere prete, c'entra
molto la donna, come ideale di bellezza e di gratuità, che non dovevo
cancellare ma portare dentro di me nel mio modo di fare il prete, in
coerenza con quello che avevo visto e con quello che proprio la rinun-
cia alla donna mi aveva donato di bellezza e di gratuità. Posso quindi
dire che, da quel giorno, ho sempre detto il mio grazie alla Resistenza
perché, guardandomi dentro riconosco che nella mia storia di uomo,
nella scelta di diventare prete, certamente la donna ha avuto e ha un
posto particolare.
La donna, infatti, ha operato concretamente e attivamente la Resisten-
za; e non solo l'uomo, quando si è trattato di prendere in mano delle
armi.
Il mio intervento vuole essere, dunque, solo una testimonianza di que-
sto grazie. Quando si trattò di tirare i remi in barca ad una boa impor-
tante della mia vita, per trovarvi un senso, cominciai a scrivere, perché
questo era il modo con cui mi sarei rispecchiato più facilmente
e più onestamente negli avvenimenti che avevo vissuto, e ho dovuto
riconoscere che l'avvenimento principale nella mia decisione di diven-
tare prete, fu la Resistenza.
Penso di trovarmi qui anche perché ho scritto molte pagine, ridotte a
quel grosso volume che è la «Messa dell'uomo disarmato», pubblicato


66
nella prima edizione attraverso l'amicizia e non attraverso il mercato
librario. Aggiungo che una delle primissime copie (è un piacere dirlo
e ricordarlo) la mandai all' onorevole Tina Anselmi, cui dedicai la fi-
gura di Miriam che pervade moltissime pagine del mio libro, la forte e
dolce staffetta partigiana sempre pronta a servire e a rischiare.
Il libro è pieno della resistenza delle donne. Oltre a Miriam c'è Bene-
detta, la madre che tiene legati i figli, che fa della sua casa un luogo di
resistenza, come modo di vivere resistendo nelle situazioni di ogni
giorno, non sempre facili, a volte tragiche, come accadde quando il
figlio Piero va in Grecia come medico, è ferito e porta le stigmate di
quella campagna di gelo, andando poi in montagna per fedeltà e pro-
prio impegno militare e umanitario. Un'altra donna resistente è Maria,
la moglie di Piero: anche qui non si parla di una resistenza che si vede
ma la resistenza nel vivere in situazioni difficili, nel partecipare con
tutta la capacità di una donna giovane che è portata alla vita dei campi,
all'avventura di cosciente servizio del marito.
Ho descritto poi movimenti di massa delle donne; lo sottolineo perché
anche per me il 26 luglio 1943 fu l'inizio della Resistenza civile.
Anch'io mi trovai dentro l'esplosione di ideale di libertà in quel gior-
no. Penso alle filandiere del mio paese che in quel giorno non vanno a
lavorare perché vogliono godersi questo momento unico, vogliono di
vedere i quadri del Duce bruciare in piazza e concorrere alla festa por-
tando i ritratti che erano nelle filande. Il movimento di Resistenza da
parte delle donne continuò dopo 1'8 settembre, e il primo gesto fu di
trovare e racimolare i vestiti da dare ai soldati che scappavano. Ho
vissuto questa esperienza di paese, con i militari che scappavano e le
donne che li chiamavano e dicevano, precorrendo le loro richieste:
«Venite, non potete andare in giro vestiti da soldato: ci sono i tede-
schi».
Fu un movimento di aiuto e di conforto anche a quelli che erano in
montagna. Accanto a Maria, la moglie di Piero, c'è Anna la moglie di
Stalino. Sono incinte quando i loro uomini vanno in montagna. È la
vita che continua, e i due che nasceranno, al tempo del grano, sono i
figli della Resistenza. C'è la Cecina, la moglie di Toni, il vecchio so-
cialista dell'olio di ricino, che non riesce a sopportare il dolore di ave-


67
re perso nelle elezioni del '48; muore verso la fine dell'anno per mal di
cuore. Ma, dice la Cecina, non era il mal di cuore di Piero avrebbe po-
tuto curare, ma un mal di cuore che nasceva dalla sconfitta del sociali-
smo. Qualche mese dopo, anche la Cecina, la figura che rappresenta
tutta la vita del paese, muore per seguire il suo Toni. Insomma, sono
diverse le figure di donne sulle quali ho insistito per onorarie. Hanno
fatto la loro vita come altri personaggi che sono entrati in questo mio
modo di dire «grazie»; hanno fatto la loro vita e sono morti come han-
no voluto loro, in libertà e da uomini liberi.
E ora una riflessione conclusiva.
Se è vero che i cattolici hanno dato molto alla Resistenza, è pur vero
che la Resistenza ha dato o poteva dare molto ai preti e ai vescovi. Es-
sa ha richiamato la memoria, che dovremmo noi come Chiesa ogni
giorno realizzare: la gratuità del sangue versato è stata il grande dono
che mi è venuto dalla Resistenza. Ciò che per me caratterizza i resi-
stenti, quelli veri, che hanno resistito ai soprusi dell'odio, e alla forza
bruta del potere, è che non ebbero interesse alcuno a rischiare la vita.
Anche il dono di sé fu un fatto di gratuità di cui la donna è immagine.
La Chiesa dovrebbe ricordarsi ogni giorno di questa straordinaria op-
portunità (che è poi la sua stessa ragione d'esistenza) di trasmettere la
gratuità di un sangue di Dio che si mescola col sangue di quelli che
hanno dato la loro vita non per seguire un interesse personale ma in
nome di un ideale: gratuitamente quindi.
Così non ci sono più ideologie a dividere, giacché ogni sangue gratui-
tamente sparso esalta l'uomo in unione col sangue di Cristo gratuita-
mente sparso per la salvezza del mondo.



68
Onorina Brambilla Pesce

Io provengo da una famiglia di operai comunisti.
Mio padre sotto il fascismo era stato colpito, emarginato, aveva anche
perso il posto di lavoro perché si rifiutava di iscriversi al partito fasci-
sta, e in casa abbiamo passato dei momenti molto difficili. Poi, quan-
do sono arrivati il 25 luglio e 1'8 settembre, tutta la mia famiglia ov-
viamente è stata impegnata nella Resistenza.
A questo proposito volevo precisare che la scelta di fare i partigiani
nella Resistenza non fu per tanti una scelta politica; probabilmente
tanti di noi sotto il fascismo non sapevano neppure che c'erano stati
dei partiti antifascisti. Però, storicamente, non bisogna dimenticare
che dopo il 25 luglio del 1943, quando Mussolini cadde, furono libera-
ti dalle carceri e dal confino parecchi socialisti e comunisti e liberali,
repubblicani, democristiani che erano stati incarcerati per le loro idee.
Cito soltanto Sandro Pertini che poi è diventato Presidente della Re-
pubblica, che si fece dieci anni di carcere per le sue idee socialiste.
Con il 25 luglio finalmente vennero quasi tutti liberati e 1'8 settembre
furono proprio loro che decisero di organizzare la Resistenza e di rac-
cogliere i soldati sbandati di cui l'esercito si era disfatto, insieme a pa-
recchi ufficiali che appunto avevano lasciato l'esercito.
Credo sia giusto ricordare questo fatto perché essi costituirono il Co-
mitato di Liberazione Nazionale che fu una specie di governo ombra
in quei 18 mesi di lotta partigiana, che venne riconosciuto dagli alleati
stessi che Staffetta partigiana, di Milano, sposata con Giovanni Pesce.
nel giugno del '44 paracadutarono in una valle bergamasca Cadorna,
che fu il presidente di questo comitato. Questo organismo si diramò
nelle province, nelle città e nei quartieri con i famosi Comitati di libe-
razione nazionale, che erano organismi unitari dove si riunivano co-
munisti, socialisti, democristiani, liberali per tenere le redini politiche
della lotta, tant'è vero che, quando il 25 aprile ci fu l'insurrezione,
questa specie di governo ombra riuscì a tenere in mano la situazione, a
impedire il peggio e a nominare i prefetti, i sindaci nelle grandi città,
per cui quando arrivarono gli alleati trovarono già tutto organizzato
dal punto di vista amministrativo.


69
Credo che non bisogna dimenticare questo aspetto della nostra lotta,
che certo è stata spontanea, per cui moltissimi, anzi quasi tutti, di noi
hanno aderito per scelta personale, ma ci fu anche questo fondamenta-
le apporto di uomini che avevano sofferto fin dagli anni Venti, dopo la
prima guerra mondiale, per le loro idee e che Mussolini aveva rinchiu-
so nelle carceri e mandato al confino.
Detto questo, volevo dire brevemente la mia storia di partigiana. Pro-
vengo dalla famiglia che vi ho detto. Mia mamma, soprattutto, ha cer-
cato di educare me e mia sorella alle idee di libertà anche sotto il fa-
scismo; naturalmente doveva dirci le cose con precauzione, stare at-
tenta, però il suo scopo era per lo meno di sottrarci all'influenza che
subivamo dal fascismo nella scuola.
Tutto sommato io avevo una certa preparazione in questo senso e sen-
tivo profondamente questo desiderio antifascista, di libertà per il mio
paese, tanto più che con 1'8 settembre abbiamo visto Milano presidia-
ta, invasa dai tedeschi prepotenti, armati fino ai denti, che
fermavano i nostri soldati e li cacciavano, li mandavano ai lavori for-
zati in Germania.
Credo che in quei giorni, dopo 1'8 settembre, da parte delle donne ci
fu una grande mobilitazione spontanea, perché nessuno ci aveva detto:
«fate questo o fate quello». Di nostra iniziativa cercavamo di aiutare
questi ragazzi che scappavano dall'esercito, che avevano bisogno di
cambiarsi la divisa perché i tedeschi erano per le strade a rastrellarli:
voi sapete che 600.000 purtroppo furono mandati ai lavori forzati in
Germania e, di questi, 40.000 non tornarono più.
lo a volte dico che le prime ad organizzare la Resistenza sono state le
donne. Mi ricordo che abitavo in una casa di ringhiera verso Lambrate
e la porta del cortile era sempre aperta; a volte entrava qualche ra-
gazzo, allora c'era la portinaia che dava la voce alle altre donne e tutte
correvamo giù in cortile per cercare di aiutarli con un maglione, con
una giacca, con qualche cosa, magari anche con qualche pezzo di pa-
ne, anche se ne avevamo già poco per noi. Mi ricordo che a qualcuno
abbiamo dato anche qualche soldo, perché potesse prendere il treno
per tornare a casa sua se abitava lontano da Milano.
La mia lotta cominciò in questo modo anche se, ripeto, provengo da


70
un famiglia che mi aveva dato comunque delle idee antifasciste e sono
entrata in un'organizzazione, sulla quale avrei voluto soffermarmi un
po' di più perché vedo che in generale, quando si parla della storia del-
le donne che hanno combattuto nella Resistenza, viene dimenticata,
forse per mancanza di informazione.
Nel novembre del '44 in un appartamento di Porta Magenta a Milano,
alcune donne antifasciste, socialiste, comuniste, democristiane, libera-
li e repubblicane, si riunirono per pensare di organizzare un movimen-
to che si rivolgesse in particolare alle donne, per chiamarle ad aiutare i
partigiani, aiutare la Resistenza, che chiamarono «Gruppi di difesa
della donna e per l'assistenza ai volontari della libertà". «Gruppi di di-
fesa», perché volevamo essere solidali tra di noi e difenderci dalla bru-
talità del nemico e «per l'assistenza ai volontari della libertà", credo
che il concetto sia molto chiaro. Fu un'organizzazione che man mano
si diffuse in tutte le città del nord occupato, che aveva il suo comitato
provinciale, che si riuniva regolarmente, con un gruppo di donne che
scrivevano i volantini da rivolgere alle donne. I Gruppi di difesa della
donna fondarono allora anche un giornale che c'è ancora oggi, «Noi
donne", anche se naturalmente negli ultimi anni è cambiato. Furono
veramente queste donne antifasciste, queste donne che si sentirono di
chiamare le altre a contribuire a partecipare alla lotta di tutti, che ebbe
veramente un grande peso.
Sul volantino del convegno voi trovate che a fine guerra sono state
70.000 le donne che aderirono ai Gruppi di difesa, perché poi ci fu an-
che il tesseramento. Indubbiamente la cifra è inferiore alla realtà, per-
ché allora non era facile contarci apertamente, ma fu veramente un
movimento unitario di massa, che accettava tutte le donne, al di sopra
delle proprie idee politiche e religiose e l'obiettivo era quello di unirsi
per aiutare i partigiani e per combattere per la libertà.
In questi anni ci sono stati diversi convegni e pubblicazioni che rac-
contano la storia dei Gruppi di difesa; però nell'insieme mi pare che
essa venga regolarmente dimenticata, mentre ebbe un grande peso e
un'importanza fondamentale anche perché era un'organizzazione uni-
taria, dove le persone si riunivano per discutere cosa fare, come rivol-
gersi alle donne per chiamarle a protestare perché ci mancava da man-


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giare e così via. E poi questi gruppi organizzarono anche importanti
manifestazioni di piazza. Voglio solo ricordarne uno, a Carrara, quan-
do nel luglio del '44 i tedeschi, siccome il fronte si avvicinava, dettero
ordine alla popolazione di evacuare la città, di andarsene, dove non si
sapeva. Organizzate dai Gruppi di difesa di Carrara, le donne si oppo-
sero e scesero a centinaia nelle strade davanti al comando tedesco,
perché non volevano assolutamente lasciare la loro città, le loro case
ed effettivamente ci riuscirono. Poi voglio ricordare la manifestazione
del novembre '44, organizzata sempre dai Gruppi di difesa a Milano:
500 donne si recarono davanti alla Prefettura lanciando lo slogan "Per
il pane e la pace», primo perché soffrivano la fame e le razioni erano
state ancora diminuite e, secondo, la pace che è una parola che noi
mettevamo sempre nelle nostre manifestazioni perché purtroppo c'era
la guerra e non l'avevamo voluta noi. E brutta e crudele la guerra
quindi noi non dimenticavamo mai che volevamo lottare anche per far
finire la guerra, per la pace. E lì ci fu anche un episodio un po' curioso
perché il Prefetto, che venne fuori e cercava di parlare con queste
donne, che erano abbastanza arrabbiate, voleva sapere da dove veni-
vano, da che fabbriche arrivavano, perché si erano mosse molte donne
dalle fabbriche, e una di loro rispose: «siamo della fabbrica dell'appe-
tito», dunque erano anche spiritose.
Per alcuni mesi io ho agito nei Gruppi dei difesa della donna. Aveva-
mo costituito dei gruppi di 4-5 persone, non certo numerosi per que-
stioni di sicurezza e cercavamo di fare quello che si è detto tante volte,
che sembrava roba da poco, mentre era molto importante e necessario:
raccogliere denaro, vestiti, roba da mangiare.
A un certo momento ho deciso di entrare in una formazione armata;
ho lasciato i Gruppi di difesa e, mentre io volevo andare in montagna
con i partigiani, mi è stato proposto di rimanere in città a Milano, nelle
formazioni gappiste, i Gruppi di azione patriottica. Ho accettato e co-
sì, dal luglio del '44 fino a settembre ho fatto parte della Brigata GAP
a Milano: ero la staffetta del comando e tenevo i collegamenti con tut-
ti i distaccamenti di gappisti. Però purtroppo si era introdotta nella no-
stra brigata una spia, un tale che credevamo un partigiano, mentre si
trattava di un delatore al servizio delle SS italiane e tedesche. Allora


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sono stata arrestata, interrogata, picchiata, bastonata e poi portata al
carcere di San Vittore: mi hanno detto che mi mandavano in Germania
a lavorare e invece mi hanno trattenuto al campo di concentramento di
Bolzano, insieme a tante altre donne, probabilmente per la situazione
che si era creata con la guerra che stava finendo e gli alleati che erano
quasi arrivati a Trento. Mentre noi donne siamo state trattenute a Bol-
zano, nei cinque mesi che sono stata nel campo, ho visto partire centi-
naia di compagni, di uomini mandati ai campi di sterminio e di questi
pochi sono tornati. Comunque col 30 aprile abbiamo potuto riconqui-
stare la libertà ed essere state trattenute a Bolzano indubbiamente è
stata la nostra salvezza.


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Paola Del Din Carnielli

Per quello che riguarda la mia avventura, posso classificarmi come
staffetta per dare una definizione al mio operato durante la guerra di
Liberazione. La verità è che sono sempre stata una spalla robusta per
mio fratello, come lui era per me: avevamo un anno di differenza e lui
sapeva benissimo che io avevo una forza e una capacità fisica da poter
affrontare bene le fatiche e quindi potevo farcela. Quando lui è morto,
caduto in combattimento, è stato un periodo veramente duro, perché
nessuno ce lo voleva dire. lo ho svolto attività in città: sapevo sparare
benissimo, come figlia di militare avevo imparato a montare e smonta-
re le armi: fin da ragazzini facevamo i tiri a bersaglio e tutte le attività
inerenti alla vita militare, compreso l'utilizzo delle armi. Il mio compi-
to però non era quello di sparare, potevo raccogliere le armi portarle
ecc. ma il mio compito era quello di passare inosservata, visto che
parlavo il tedesco, avevo conosciuto moltissime persone, sapevo sbri-
garmi e togliermi d'impaccio in molte occasioni.
Ad un certo punto hanno avuto bisogno e mi hanno chiamato. Si stava
organizzando uno sbarco sulla costa nord dell' Adriatico e ed era ne-
cessario mandare dei documenti molto importanti al sud, oltre le linee
e mi chiesero se mi sentivo di portarli,naturalmente dovevo viaggiare
da sola e sbrigare tutte le incombenze senza l'aiuto di nessuno, e mi
sembra di essere riuscita a fare le cose per bene.
Medaglia d'oro al valor militare. Originaria di Pieve di Cadore, attiva
nella Resistenza in Friuli come staffetta e in formatrice.
Sapevo soltanto di portare la proposta per la medaglia di ricompensa
al valore in memoria di mio fratello; per il resto dissi: «Non voglio sa-
pere niente di preciso perché se vengo catturata niente so e niente pos-
so dire». Sono stata fortunata, forse perché avevo un'aria innocente,
forse perché mi arrangiavo abbastanza bene a parlare il tedesco, così
sono arrivata a Firenze, dove mi sono fermata per 15 giorni circa.
Avevo trovato ospitalità nel collegio delle Figlie del Sacro Cuore a
Fiesole e in seguito ho attraversato le linee. Sono arrivata dall'altra
parte e mi sono presentata: ho dato la mia parola d'ordine e sono stata
portata a Roma; da Roma mi hanno portato in Puglia e lì, dopo periodi


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di interrogatori, spiegazioni, consegna dei documenti, ho seguito la
scuola di paracadutismo, quattro lanci in diverse ore del giorno e della
notte, dopo di che sono stata pronta per tornare in missione. Ho ripre-
so molto tardi, dopo numerosi voli fatti a vuoto perché avevamo pro-
blemi politici e di rastrellamenti; la Carnia era stata invasa da qualcosa
come 33.000 cosacchi con i loro cavalli: sono entrati nelle case e le
hanno occupate; per dar da mangiare alle bestie avevano sequestrato
tutto quello che era stato messo da parte per la semina della primavera
successiva.
Pensate allo stato di questa regione, di per sé povera, con le violenze
di ogni genere, occupata anche dai Cosacchi arrivati al seguito
dell'armata tedesca e che avrebbero potuto rimanere nel caso in cui
non fosse stato loro possibile rientrare in Russia. Questa era la situa-
zione.
Finalmente sono tornata a casa e ho trovato mia madre ancora viva;
era stata messa in prigione quando era tornata a Udine. Mi aveva ac-
compagnato con il treno fino a Padova e dopo qualche giorno è ritor-
nata a Udine sempre col treno. All'ora del coprifuoco, alle 5 del matti-
no, sono stati gli SD ad arrestarla: non hanno trovato nulla in casa, le
hanno chiesto di mio fratello e lei ha risposto che era partito e non a-
veva più saputo niente ed era vero, perché lui era morto nel frattempo.
Di me disse che ero all'Università per delle ricerche speciali e cosÌ
hanno preso e messo in prigione lei. È stata in carcere una quarantina
di giorni, dopo di che l'hanno rilasciata, non si sa perché, visto che le
persone che erano state arrestate con lei erano finite in campo di con-
centramento e su quattro ne è ritornata una sola.
Però non è tanto della mia avventura che voglio parlarvi, perché io so-
no qui e posso sempre dare informazioni, ma voglio parlarvi di una
donna che si chiamava Cecilia Deganutti, impegnata nella lotta di Li-
berazione, medaglia d'oro alla memoria al valor militare, medaglia
d'oro anche della Croce Rossa.
In quel periodo era accaduto un fatto molto grave: un radiotelegrafista
era stato scoperto, localizzato e catturato e aveva parlato. E lei era una
delle persone che collaborava con questa missione; era stata avvertita
che si mettesse in salvo dal parroco del Tempio Ossario di Udine, che


75
ci aiutava ed era a noi favorevole.
ella cripta del Tempio Ossario avevamo nascosto le armi che racco-
glievamo in tutta la zona all'epoca dell'8 settembre. Cecilia Deganutti
però non si è messa in salvo perché aveva la preoccupazione dei geni-
tori: temeva che, come accadeva sempre, se non trovavano la persona
ricercata, prendevano in ostaggio un altro componente della famiglia e
lei aveva la forte preoccupazione che i genitori, anziani, potessero es-
sere messi in prigione, come era successo appunto a mia madre.
Così è stata tranquilla ad aspettare a casa e aveva sotto il cuscino pro-
prio un'immagine di santa Giovanna d'Arco, che aveva scelto come
nome di battaglia. Arrestata, è stata deportata prima al Coroneo a
Trieste e successivamente inviata alla Risiera di san Sabba, e poche
settimane prima della liberazione fu uccisa.


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Edrnea Bassani

lo sono una persona molto modesta, ho fatto la staffetta partigiana ma
è stata una piccola cosa rispetto alle testimonianze che mi hanno pre-
ceduta. L’ho fatta per tutto il tempo, portando avanti tutto quello che
mi è sembrato necessario, ma senza avere una motivazione politica,
perché non avevo una coscienza politica. Sono nata nel 1920, ho fatto
le scuole regolarmente e lì venivamo inquadrate nelle «Piccole italia-
ne», nelle «Giovani italiane», nelle «Studentesse universitarie», e poi
non avevamo letto un libro che parlasse d'altro. Sapevamo sì delle lot-
te di classe che c'erano state durante e prima della guerra coi socialisti
però ci sembravano cose vecchie.
Io ho fatto le cose normali, ma avevo un'attenzione particolare, che
forse mi era data dall'educazione in famiglia, soprattutto da parte della
mamma, che era maestra e aveva la responsabilità dell'organizzazione
politica dei giovani e dei ragazzi nelle scuole e aveva anche una paura
folle dei fascisti. Lei quindi non mi ha educato in senso antifascista
però suo padre era un vecchio socialista, di quelli che avevano sempre
la valigetta pronta, con una camicia da notte, un libro, uno spazzolino
da denti, perché nelle giornate di festa, quando arrivava qualche per-
sona importante, li venivano a prendere e li portavano in prigione do-
ve li tenevano due giorni. Il nonno era una persona molto tranquilla
però alla mamma probabilmente queste cose erano rimaste dentro per-
ché emergevano nel modo in cui ci educava. Io lo avvertivo: era so-
prattutto un atteggiamento diverso nei confronti degli altri, nei con-
fronti della vita. lo avevo bisogno di fare qualche cosa e avevo biso-
gno di rapportarmi con la gente più umile. Quando facevo l'università,
ho insegnato nelle Scuole di Avviamento Professionale e ho accostato
in quegli anni un mondo che non conoscevo. lo sono di una famiglia
borghese e in quella scuola ho conosciuto il mondo del lavoro, le ne-
cessità del mondo del lavoro, dei figli dei lavoratori. Quando studiavo
e facevo l'università e lavoravo nei Gruppi universitari fascisti, i GUF,
avevo sempre bisogno di lavorare, di fare qualcosa. Anche in quel ca-
so mi interessavo ai lavoratori: infatti erano stati inventati i littoriali
dello sport, della cultura ecc. ma anche littoriali del lavoro e io mi oc-


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cupavo della loro organizzazione con i lavoratori delle varie categorie.
Forse proprio questo mio bisogno di attenzione alla gente che lavora,
che si spende, mi ha portato poco per volta a uscire dalla retorica dal
nazionalismo, dal fascismo. Volevo vedere il mondo reale, così com'e-
ra fatto. Nel frattempo i miei amici, i miei compagni sono stati chia-
mati alle armi: chi è andato in Albania, chi in Grecia, chi in Libia. E
loro scrivevano delle lettere che mi aprivano gli occhi, mi facevano
vedere come fossero tante le chiacchiere del fascismo e quanto invece
mancasse di attenzione agli altri, alle gente. lo dunque sentivo il biso-
gno di fare qualcosa, perché questa è proprio una delle mie caratteri-
stiche, e appena è scoppiata la guerra e i miei amici sono stati chiamati
al fronte, l'unica cosa che potevo fare era di lavorare in un ospedale
militare. Ho fatto un corso della Croce Rossa e sono entrata nell'ospe-
dale militare. Lì ho conosciuto i soldati che tornavano dall'Albania,
dalla Russia: io li curavo, mi morivano tra le braccia e mi raccontava-
no le loro vicende e queste cose mi hanno maturato in una maniera in-
credibile. Così, quando il 25 luglio è scoppiata la libertà e tutti i vec-
chi antifascisti sono usciti dalle loro case e sono venuti a tenere comi-
zi e tutti i giovani antifascisti hanno finalmente avuto la possibilità di
fare i loro comizi, abbiamo cominciato a leggere i libri che trovavamo
in giro, che prima erano nascosti nelle biblioteche. Quei giorni, dal 25
luglio all'8 settembre, ci hanno aperto gli occhi. Così che 1'8 settem-
bre eravamo pronti, e qualunque cosa fosse successa in quella direzio-
ne mi avrebbe trovata pronta a fare qualcosa.
Infatti mi hanno chiamato da Intra, dove si era rifugiato un amico che
era ufficiale di marina: era riuscito a lasciare il suo mezzo ed era
scappato. Poi si era rifugiato in casa di zii, oltre Intra fuori dai posti di
blocco, era salito in montagna con un gruppo di alpini del battaglione
Intra e lì erano appoggiati a dei tagliaboschi, ma non riuscivano a met-
tersi in contatto con nessuno del CLN né di Varese né di Milano. Al-
lora hanno chiesto a me se potevo fare qualcosa. lo personalmente non
conoscevo nessuno, però mi sono ricordata di tutte le persone che era-
no venute a parlare al momento dello scoppio della libertà e ho pensa-
to di rivolgermi ad uno di loro di cui mi fidavo un po' di più, una per-
sona giovane come me. Allora mi sono rivolta a lui: c'è ancora, è un


78
primario di medicina a Varese. Gli ho chiesto di aiutarmi a mettere in
contatto i giovani che erano su in montagna con il CLN. Giannino Sa-
la mi ha accompagnato dal dottor Ronza che era il capo del CLN a
Vare e, il quale ci ha accolto molto bene. lo lì avevo già conosciuto
persone che lavoravano con lui, come l'ingegner De Grandi che torna-
va dall'aver accompagnato gente al confine con la Svizzera, ho cono-
sciuto Poldo Gasparotto che pure tornava dopo aver accompagnato
gente al confine e così sono stata immessa di colpo in un mondo che
non conoscevo.
Ronza ha accolto il mio amico, gli ha dato delle informazioni, lui è
riuscito a mettersi in contatto con il CLN di Milano. La nostra brigata
all'inizio era apolitica, era senza la protezione di nessun partito, era
completamente isolata, era posizionata sui monti sopra Intra In seguito
si è collegata con tutte le brigate dell'Ossola. Dopo, purtroppo, l'amico
che teneva i contatti fra Intra e Milano è stato chiamato ad un incontro
intorno alla fontana del Castello di Milano, proprio il giorno in cui
hanno preso tutto il CLN; eravamo se non sbaglio intorno alla fine di
novembre del '43 e io avrei dovuto andare con lui a quest'incontro, ma
mia madre non me lo ha permesso.
La mamma mi ha aiutato moltissimo, però aveva una grande paura e
ogni volta che dovevo muovermi mi rimproverava, mi diceva che ero
egoista, che pensavo solo alle cose che mi facevano piacere, che non
pensavo a loro, che non pensavo a mio fratello più piccolo; così quel
giorno mi ha fatto perdere il treno. lo presi il treno successivo. Arriva-
ta a Milano, sono andata in piazza Castello ma già non c'era nessuno e
mi sono proprio infuriata. Dopo qualche giorno abbiamo saputo che
avevano arrestati tutti i membri del CLN, che erano rinchiusi a San
Vittore, da dove erano riusciti a mandarci una comunicazione. Da al-
lora io ho tenuto i rapporti fra Intra e Varese e soprattutto fra Intra e
Milano.
Per cui ho fatto una vita quasi normale, fino a quando alla fine della
primavera del '45 mi hanno avvisato che dovevo andare via da casa
perché a Varese avevano fucilato una ragazza che portava i nominativi
di donne di cui sospettavano e fra questi c'era anche il mio. Così mi
hanno avvisato di andarmene, di uscire di casa. Allora io sono andata


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sopra Intra e lì mi sono fermata, senza sapere che la fine della guerra
era vicina.
Ad un certo momento è uscito un ebreo dalla Svizzera: aveva passato
tutte le montagne dell'assola e era arrivato fino a Miazzina, dove era-
vamo noi. Avrebbe dovuto portare tanti soldi a una signora vicino a
Como che si occupava di ebrei nascosti lì nei dintorni. Bisognava che
qualcuno glieli portasse, e la persona più adatta ero ancora io. Anche
se non avrei più dovuto tornare in casa, il 23 aprile sono scesa e sono
passata da casa per dormire. Il giorno dopo avrei dovuto andare verso
Como. Sono uscita di casa e sono passata davanti alla Posta alla sta-
zione Nord a Varese: lì ho visto un fascista ucciso. C'era un'aria stra-
na, un'aria effervescente in giro; cosÌ ho avvicinato qualcuno e ho sa-
puto che si erano mossi gli operai di Valle Olona, che a Varese era il
covo dei comunisti; erano stati i primi che si sono mossi per l'insur-
rezione. Allora ho pensato che non potevo andare a Como in bicicletta
e sarebbe stato meglio rimandare, aspettare che si calmassero le acque.
on avevo idea di cosa ci potesse essere in giro. Quindi sono tornata a
casa e il giorno dopo invece sono arrivate le notizie che i partigiani
erano scesi nei paesi al piano.
lo ho avuto un'attività molto importante: quella della stampa clande-
stina, che ho distribuito in tutto il periodo della Resistenza. Un'amica
mi portava la stampa comunista e del Partito d'Azione e poi da Busto
Arsizio o da Gallarate, non ho mai saputo chi fosse, mi portavano la
stampa cattolica. lo raccoglievo tutta questa stampa e la distribuivo
nelle case, nelle cassette delle lettere, sotto i portoni. Questo è stato un
lavoro che mi ha impegnato molto e che avevo anche un po' paura di
fare.
Per concludere vorrei dire che in tutta la mia attività dal '43 al '45 ho
avuto l'impressione che vi fosse, a parte i resistenti con la erre maiu-
scola, tutta una resistenza diffusa, cioè di persone che forse non ave-
vano la forza, non avevano il coraggio, non avevano avuto l'oppor-
tunità di partecipare attivamente alla Resistenza, che però erano pron-
tissime a dare una mano quando ce n'era bisogno.


80
Lionella Calcaterra Pellizzi

Le due pagine che qui presento, una di Primo Levi, l'altra di Ferruccio
Parri, mi sembrano entrambe indicative di aspetti di un substrato indi-
viduale profondo e di una realtà storica che, in una specie di specchio,
si estendono anche a un apporto femminile di allora nella nuova spon-
tanea consapevole presenza delle donne nella Resistenza.
Il tornare ora su questa parte della nostra vita, in cui il resistere era in
noi così inevitabile e naturale che subito dopo non ci venne fatto di
soffermarci neppure su di esso, è provocato in parte dal senso che non
sia giusto che un tempo così significativo sia inghiottito dalla dimenti-
canza, o, peggio ancora, dalla determinazione di cancellarlo anche
sopprimendolo nel ricordo, secondo la precisa volontà di alcuni «rifa-
citori» di storia contemporanea.
Primo Levi ebbe la ventura di non essere trattenuto a Fossoli per mori-
re (anche se là fu in un primo tempo prigioniero), ma di essere manda-
to ad Auschwitz, da cui uscì vivo un anno dopo la fine della guerra,
nel 1946. Tornato a Torino, aveva nell'animo - oltre il carico umano,
l'insanabile piaga della persecuzione razziale e i patimenti fisici e mo-
rali subiti in quel campo per mesi - l'intento di riavviare una normale
regolare esistenza, come fece. Tuttavia, ritrovato e ripreso il pur fati-
coso ma prezioso impegno e sollievo dello scrivere, non resse alla pa-
cata disperazione che nel profondo, nonostante ogni suo sforzo, lo a-
spettava infine al varco, anche per le negazioni sulla verità dell'olo-
causto che cominciavano a prendere piede.
Ho scelto (senza mai averlo incontrato in carne e ossa) questa pagina
del suo raccontare nel 1960 la Resistenza perché essa mostra un altro
aspetto tenace di Primo Levi: quel suo piglio che spiega anche come
egli potesse affidarsi a un preciso registro interiore che gli consentiva,
pur nella chiarezza estrema della sofferenza, di essere tutto se stesso,
libero e forte nel distacco incredibile della sua persona, e della sua
scrittura di innovatore, dalle tribolazioni quotidiane, presenti e passa-
te. E, soprattutto, questo brano mi sembra estremamente attuale nel
suggerire un modo di guardare e di raccontare la Resistenza: uno
sguardo dal basso, estremamente umano e concreto.


81
Primo Levi manifesta aspetti della sua personalità autentica su due
piani: l'uno della propria poetica dell'antiretorica, qui non teorica ma
in atto, che ispira lo stesso immediato e moderno suo modo di espri-
mersi quando scrive; l'altro nell'argomento che in tutte le sfumature gli
sta a cuore, dentro di lui come parte infine fondamentale della sua vi-
ta, la Resistenza.
~una e l'altra cosa sono presenti nelle sue parole e in suggerimenti che
riflettono anche la concretezza a lui propria, come fatti scontati, ge-
nuini, con cui si è avuta, per così dire, una lunga convivenza. Per un
dono naturale, senza ombra di enfasi la sua scrittura è insieme sempre
esatta e inventiva, in una molteplicità e ricchezza di vocaboli:
Lo sappiamo, la Resistenza ha avuto dei nemici e ne ha ancora, e que-
sti, com'è naturale, manovrano affinché di Resistenza si parli il meno
possibile. Ma ho il sospetto che questa soffocazione si svolga, in mo-
do più o meno conscio, anche con mezzi più sottili, e cioè imbalsa-
mando la Resistenza anzitempo, relegandola ossequiosamente nel no-
bile castello della Storia Patria. Ora, a questo processo di imbalsama-
zione, temo, abbiamo contribuito anche noi. Per descrivere e trasmet-
tere i fatti di ieri, abbiamo troppo spesso adottato un linguaggio retori-
co, agiografico, e quindi vago. Che alla Resistenza si addica la deno-
minazione di «Secondo Risorgimento» si può sostenere o negare con
ottimi argomenti: ma mi domando se sia opportuno accentuarne que-
sto aspetto, o non piuttosto insistere sul fatto che la Resistenza conti-
nua, o per lo meno dovrebbe continuare, perché i suoi obiettivi sono
stati raggiunti solo in parte. [ ... ]
In conclusione, credo che se desideriamo che i nostri figli sentano
queste cose, e pertanto si sentano nostri figli, dovremo parlare loro un
po' meno di gloria e di vittoria, di eroismo e di sacro suolo; e un po'
più di quella vita dura, rischiosa e ingrata, del logorio quotidiano, dei
giorni di speranza e di disperazione, di quei nostri compagni morti ac-
cettando in silenzio il loro dovere, della partecipazione del popolo (ma
non tutto), degli errori commessi e di quelli evitati, dell'esperienza co-
spirativa e militare faticosamente conquistata, attraverso sbagli che si
pagavano a prezzo di vite umane, della laboriosa (e non spontanea, e
non sempre perfetta) concordia fra formazioni di partiti diversi. Solo


82
cosÌ i giovani potranno sentire la nostra storia più recente come un
tessuto di eventi umani, e non come un peso da addizionare ai molti
altri dei programmi ministeriali.~
In questa pagina si coglie il tono energico dell'esame obiettivo di una
realtà circoscritta, cioè dei pericoli e degli attentati a cui con vari mez-
zi può essere, ed è stata esposta la Resistenza - tentativo di «imbalsa-
mazione» da un lato, e dall'altro assenza di esame delle motivazioni
per cui ciò sia potuto accadere. A questo punto egli stesso si annovera
tra i colpevoli.
Nel definire o raccontare la Resistenza troppo spesso si è usato un lin-
guaggio «retorico, agiografico, e quindi vago» che la relega in un pas-
sato morto, compromettendone e falsandone la sostanza. La pagina di
Levi sembra un invito a raccontare, contro la vaghezza e l'imbalsama-
zione, le vicende delle persone, e anche, in un certo senso, la «vita
quotidiana» della Resistenza, che continua fino ad oggi.
Sul piano di un moralismo molto alto, nel quale si mescolano nelle
immagini la memoria e la storia, in un insieme di umiltà e di realismo
Primo Levi con decisione sgombra il campo dai falsi canoni cele-
brativi, sperando, e anche ammonendo che si possa invece, anche per
la comprensione da lasciarne ai propri figli, raccontare la Resistenza
senza inghirlandarla, semplicemente «come un tessuto di eventi uma-
ni». Così come essa fu per tutti coloro che, facendola, misero allora in
gioco vita e morte, e come così a lungo e diversamente fu per Primo
Levi, oltre il tempo, che si coglie e ritrova da questa sua breve intensa
rievocazione, colma di pietas e di consapevole dolore.
L’altro brano che propongo, perché a sua volta, indirettamente, mostra
un modo di considerare la Resistenza al quale tengo e che dà da riflet-
tere, è una lettera di Ferruccio Parri.
Conobbi Parri mentre in un giorno del 1944 scendeva con la moglie
da un prato poco sopra Gignese, paese sulla montagna che digrada dal
Mottarone al Lago Maggiore fino a Stresa. Fui loro presentata dai due
amici partigiani che li aspettavano, Renato Boeri e Nino Caglieris, e
subito ci avviammo alla casa dei Molinari, a cui faceva capo la Briga-
ta Stefanoni della Divisione «Valtoce», alla quale appartenevo. Ero ar-
rivata là in bicicletta da Druogno per portare notizie e messaggi, come


83
facevo tre o quattro volte al mese da quando la nostra giovane Repub-
blica dell'Ossola era stata travolta dalla manovra a tenaglia delle trup-
pe nazifasciste, nonostante l'estrema resistenza delle nostre formazio-
ni.
Nella conversazione che seguì, i nomi di battaglia furono come annul-
lati ed emersero le nostre vere identità. E io ricordo ancora lo sbalor-
dimento e la letizia di sentirmi dire da Ester Parri, in quei giorni in cui
ci sporgevamo trepidanti e anonimi verso un futuro ancora ignoto,
come ella avesse conosciuto mio padre ad Asti mentre faceva la sua
trafila di professore di Lettere. Quel legame con un tempo di abituali
tranquille occupazioni tolse ogni formalità all'incontro, e mi restituì
come il senso di poter essere io stessa, pur nella mia presenza minima,
di nuovo pronta a collaborare in modo attivo alla preparazione di una
vita libera da incubi e minacce quali ci raggiungevano in quei giorni,
anche se la speranza balzava allora più forte oltre l'incertezza della lot-
ta In corso.
Di Ferruccio Parri conosciamo bene il passato di combattente parti-
giano, la prigionia in cui cadde il 2 marzo 1945, il suo esserne emerso
magnificamente reattivo e pronto alla liberazione.
Anche se nel caso di Renato Boeri «Renatino» e di Agostino Caglie-
ris «Nino» il nome di battaglia era quasi coincidente col nome reale.
Parri era «Maurizio», io ero «Alfredo».
La lettera del primo maggio del 1946 da lui rivolta agli amici partigia-
ni, è come conclusiva di quelle vicende sue e dei compagni. È espres-
sione del suo carattere, del suo temperamento e di quello stile di vita
che egli dimostrò nelle molte vicende personali di un'esistenza ricolma
di cose, impegni, pensieri e avvenimenti importanti e gravi, ma soprat-
tutto rivela la sua grande umanità. Esprime, nelle parole esplicite, di-
rette, chiare e semplici, un animo tutto rivolto con naturalezza alle co-
se essenziali. In essa la pacatezza delle parole è in sostanza un validis-
simo documento personale, emblematico ed esemplare del modo del
suo pensiero, della concretezza perentoria del suo slancio vitale; e del-
la nobiltà dello spirito non mai intaccata neppure dalle vicende che
poterono affliggerlo nel dopoguerra:
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Milano, lì l maggio 1945

Cari amici,
io avrei preferito che finita la lotta dei partigiani si fosse parlato il
meno possibile, e non si fosse mai parlato di ricompense. Voi siete
certamente del mio stesso parere.
Ma le molte proposte o concessioni di ricompense al valore che ormai
stanno serpeggiando in campo partigiano mi pongono nei vostri ri-
guardi un problema di coscienza, e debbo presso di voi giustificarmi.
Tutti voi avete fatto perché credevate di dover fare.
Nulla avete chiesto, e nulla volete in cambio. Per alcuni di voi una ri-
compensa sarebbe meritatissimo riconoscimento pubblico ed ufficiale
di opere e gesti e meriti eccezionali. Per alcuni di voi l'aggettivo «e-
roico» non è sciupato. Ma non è per indifferenza o per pigrizia che mi
sono trattenuto. Pensavo, e penso, che noi che abbiamo appartenuto a
Comandi e servizi di comando dovessimo dare buon esempio di rite-
gno e di pudore. D'altra parte una discriminazione tra noi non sareb-
be stata facile; e sarebbe stata certamente antipatica. Per queste con-
siderazioni, quando è stata offerta a me una ricompensa, e quando più
recentemente sono stato ancora officiato ad accettarla ho nettamente
rifiutato dichiarando che a mio parere le ricompense devono essere
attribuite a coloro che come partigiani combattenti, o come capi di
unità combattenti avevano corso rischi di carattere militare e che,
salvo casi eccezionali e specialissimi dovessero essere esclusi coloro
che avessero servito presso Comandi e servizi a carattere territoriale.
Credo che questo punto di vista sia giusto e ancor oggi vada mante-
nuto. Ma ditemi voi con tutta franchezza il parere vostro.
Questa giustificazione comunque vi dovevo.
Sempre vostro, fraternamente

F Parri

Già le prime battute, oltre un'immediata partecipazione, fanno riaffio-
rare nei lettori una situazione psicologica che dal dopoguerra, da qual-
che anno, si è andata come attenuando, e ne ho anche finalmente capi-


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to il perché. Quella situazione psicologica conteneva in sé non solo un
modo di sentire, ma il modo "definitivo» di considerare le azioni che
spontaneamente si erano compiute in quel tempo - ritrovandone la ne-
cessità, l'intima valenza che aveva spinto senza esitazioni né riserve ad
aderirvi completamente con tutta la propria carica esistenziale. E, per-
sonalmente, riguardandomi in quello slancio vitale, mi succede come
di sdoppiarmi assistendo a me stessa, e di giudicare infine che ogni
volta che ci si ritrovi in situazioni che ci si rivelino contrarie a quello
in cui crediamo, si mette in moto dentro di noi, pur nella nostra po-
chezza, un impulso più forte di ogni valutazione, il quale induce im-
mediatamente e inevitabilmente al fare.
Il testo della lettera di Parri agli amici, nella quale egli non accenna
neppure alla prigionia, oltre a essere in sostanza un validissimo docu-
mento personale, è anche un esempio effettivo "di ritegno e di pudo-
re».


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Tina Anselmi

Mi hanno chiesto di fare la staffetta e, quando la Resistenza è esplosa
con tutta la sua forza, con la bicicletta facevo centoventi chilometri
ogni giorno. Una delle conseguenze della guerra era un'usura fisica.
Eravamo consapevoli che se l'Italia non avesse partecipato ai processi
di Liberazione del nostro Paese avrebbe avuto delle conseguenze ne-
gative. Quando De Gasperi andò a Parigi per tutelare gli interessi
dell'Italia disse agli Alleati che non era vero che tutta l'Italia fosse fa-
scista; c'era un'Italia che combatteva per la libertà, che voleva conqui-
starla insieme agli alleati.
Un'amica, fidanzata con un partigiano, mi disse «Tu saresti capace di
aiutarli? Vuoi aiutare i nostri ragazzi?» Avevo visto cosa succedeva
quando non si offriva una salvezza a questi ragazzi, che venivano im-
piccati, bruciati nella piazza del paese, soggetti ad atroci momenti. Chi
non accettava di servire i tedeschi e i fascisti era sottoposto alla tortu-
ra, al ricatto, a tutte quella crudeltà che sempre la guerra porta con sé.
Il Monte Grappa, le montagne che ci circondano erano, in un certo
qual modo, occupate dai soldati scappati dalle caserme, dai soldati ca-
ricati su carri bestiame, dove io stessa ho scoperto tutta la sofferenza,
tutto il dramma che la nostra gente di campagna viveva nel momento
in cui non era più possibile nascondersi, bisognava tentare di salvarsi.
Salvare chi, essendo dentro la Resistenza, poteva farlo a rischio della
vita. In quel periodo abbiamo vissuto la presenza di oltre duemila sol-
dati che scappavano dalle caserme, che non volevano andare in Ger-
mania, che volevano possibilmente salvarsi e salvare le loro famiglie.
Lepisodio più grave è stato quello di vedere centinaia di giovani na-
scondersi, fuggire, purtroppo molte volte catturati, persone che non
erano nelle condizioni di andare in guerra per fare una guerra. Era una
situazione angosciosa sentire che in montagna si combatteva e il do-
versi nascondere, anziché combattere. Solo nascondendosi si poteva
pensare di salvare il numero più alto possibile di soldati. Uno spetta-
colo spaventoso: giovani catturati dai tedeschi e dai fascisti. [ ... ]
Era difficile potersi salvare. Chi era disposto a rischiare la propria vi-
ta, il proprio futuro pur di offrire aiuto agli alpini, artiglieri, agli ex


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prigionieri? Chi si prestava per salvare questi giovani, che erano poi i
nostri compagni di scuola, i ragazzi con i quali avevamo combattuto
sino a pochi giorni prima? Se volevamo provare il rischio della risur-
rezione, i partigiani salivano in montagna più per salvare noi che loro
stessi. Quei giorni e mesi sono stati terribili, dolorosi, li abbiamo vis-
suti non sapendo mai se un domani avrebbero rappresentato per noi la
libertà o una fuga, che ci permetteva però di guardare al domani con
più speranza. Bisognava scrivere la parola «fine»! Noi, come partigia-
ni, c'eravamo assunti il compito di scrivere questa parola. Fine alla
guerra, fine ai combattimenti, alle torture, fine ai dolori e alle tragedie
che si vivevano nei nostri paesi. Tutto questo lo abbiamo voluto, l'ab-
biamo pagato, perché questo potesse realizzarsi.
Anche nei nostri paesi abbiamo voluto ricordare qualcosa che io credo
debba avere un valore per sempre: se vogliamo non rivivere queste
tragedie dobbiamo esserci, non c'è altra strada. Se vogliamo che la
democrazia cresca nel nostro Paese, dobbiamo tutti partecipare a que-
sta crescita, a questo cambiamento. Se ci siamo vinceremo nel nome
della libertà e della pace.