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MARADONA: STOP BUSH

“Bush ? Spazzatura umana”, parola di Diego Armando Maradona (come dargli torto?,
ndr).

Centinaia di persone, tra cui molti tifosi del Boca Juniors, hanno salutato ieri sera a
Buenos Aires El Pibe de Oro insieme alla comitiva di manifestanti che lo ha accompagnato
sul treno 'Alba', che giungerà questa mattina a Mar del Plata, sede del IV Vertice delle
Americhe dove si svolgerà una marcia di protesta contro la visita del presidente americano
George W. Bush.

“Per me è un orgoglio - ha dichiarato Maradona prima di


partire - poter essere in questo treno e ripudiare questa
spazzatura umana che è Bush”.

Maradona aveva già attaccato duramente il presidente degli


Stati Uniti nel corso di una recente intervista, all'Avana, per
la sua trasmissione radiofonica 'La noche del 10': “Per me il
comandante è un Dio - ha detto Maradona - Bush invece è
un assassino. Gli argentini devono rifiutarsi che venga nel
nostro Paese. Bush ci disprezza, ci vuole ai suoi piedi. Noi
argentini abbiamo molti difetti, ma la dignità la manteniamo
sempre”.

L'ex Pibe de Oro, che sarà filmato nel suo viaggio dal regista
Emir Kusturica, ha anche chiarito che lui e i manifestanti del
treno vanno a Mar del Plata “per la dignità. Non andiamo
per la violenza - ha spiegato - ma per difendere quello che è
nostro”. Maradona ha indossato una maglietta con la scritta “Stop-Bush”.

La grande marcia contro il presidente USA si svolgerà nelle vie di Mar del Plata e si
concluderà nello stadio della città, dove parlerà anche il presidente “anti-Bush” del Vertice
delle Americhe, il venezuelano Hugo Chavez. Entusiasta del viaggio anche Emir
Kusturica: “È il treno della rivoluzione. Questo è un sogno molto romantico per me”, ha
detto prima della partenza.

Un altro dei passeggeri “vip” del treno di


Maradona è il leader “cocalero” e candidato
alle elezioni presidenziali in Bolivia Evo
Morales: “Voglio condividere questa lotta che
arriva dalle comunità - ha detto a Buenos
Aires - per questo sono qui oggi”.

Alla manifestazione di Mar del Plata


parteciperanno associazioni antimperialiste,
indigene del Sudamerica, di difesa dei diritti
umani (come le Madres di Plaza de Mayo),
ma gli organizzatori contano su una
partecipazione massiccia della gente: nei
giorni scorsi avevano parlato addirittura di una previsione di tre milioni di persone presenti
al corteo.
Stop Bush project

(Pubblicato su Ecplanet 12-11-2005)

LA GUERRA DELLA COCA

Nel primo semestre del 2006 erano stati nove i giornalisti assassinati nel continente
sudamericano. In appena tre mesi - luglio, agosto e settembre - ne sono stati assassinati
altri 13.

Il caso più grave, proveniente dalla remota Guyana, è passato completamente sotto
silenzio. L'8 d'agosto, una banda armata ha assaltato la sede del quotidiano “Kaieteur
News” facendo cinque morti: Richard Stewart, Chetram Pergaud, Elion Wegman, Mark
Mikoo, y Shazim Mohamed. In Colombia, due giornalisti radiofonici che lavoravano su
denunce di corruzione, sono morti a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro: Milton Fabián
Sánchez, 37 anni, è stato ammazzato a colpi di pistola il 9 agosto a Yumbo; Atilano Pérez
Barrios è caduto in condizioni simili a Cartagena. In condizioni simili, in Venezuela, Jesús
Flores Rojas, è stato ammazzato a pistolettate il 23 agosto. Un altro giornalista
radiofonico, Eduardo Maaz, guatemalteco, è stato ucciso con cinque colpi di pistola il 10
settembre. In questo caso, unico, il suo presunto assassino, di nome Orlando Vázquez, è
stato arrestato 48 ore dopo il crimine. Il 28 di agosto, nel Salvador, Douglas Hernández,
26 anni, mentre stava investigando a El Congo - è la versione ufficiale - è stato vittima del
fuoco incrociato tra poliziotti e presunti delinquenti.

Nella Repubblica Dominicana, negli ultimi tre mesi sono stati assassinati due giornalisti:
Domingo Disla Florentino, avvocato e giornalista, assassinato a Boca Chica, e Facundo
Lavatta, corrispondente di Radio Comercial. Mercedes Castillo, Presidente dell'Ordine dei
Giornalisti dominicano, ha denunciato l'insostenibile livello di aggressioni, minacce di
morte, sequestri lampo, interrogatori abusivi che subiscono i giornalisti del paese.

I colpevoli appartengono a tre categorie: narcotrafficanti, membri di bande criminali (le


“pandillas”) ma anche uomini di scorta ad alte personalità. In Messico, il nove agosto è
stato trovato il cadavere di Enrique Perea Quintanilla, direttore della rivista “Dos Caras,
Una Verdad”. Stava lavorando su casi di omicidi non risolti dalla polizia nello stato di
Chihuahua e il suo corpo presentava evidenti segni di tortura.

Ma gli omicidi non completano le statistiche. Ci sono anche i sequestri, i ferimenti, gli
attentati, per non parlare delle minacce personali e alle famiglie che rendono arduo il
lavoro informativo. Il caso più clamoroso si è avuto il 12 agosto a San Paolo, in Brasile,
dove l'organizzazione criminale “Primer Comando de la Capital” (PCC) ha sequestrato un
giornalista ed un tecnico della TV Globo. Il secondo è stato liberato con un video sulle
condizioni di vita nelle carceri brasiliane che la televisione ha mostrato per ottenere la
liberazione del primo.

Infine, nell'elenco dei fatti più clamorosi, il primo settembre a Merida, una granada è
esplosa nella sede del periodico “Esto” e il 22 agosto raffiche di mitra sono state sparate
contro la sede della Radio Universidad di Oaxaca in Messico. Tutto questo è il risultato di
una guerra civile che da più di 40 anni sta insaguinando il sudamerica: la guerra della
coca.
Il 23 settembre scorso, aveva fatto sensazione la
performance del presidente boliviano Evo Morales
che ha sventagliato una foglia di coca davanti
l'assemblea delle Nazioni Unite a New York. Abito
colorato, viso angelico, ad un certo punto del suo
discorso Evo Morales ha estratto dalla tasca
un'innocente foglia di coca e l'ha fatta vedere a tutti i
presenti. E a tutti ha ricordato l’uso ancestrale che in
Bolivia si fa della pianta della coca: dai medicinali alle
tisane ma serve anche a far svanire la fame e la
fatica da lavoro alle tremende altitudini degli altipiani
boliviani. Morales, che non si è certo risparmiato di offrire informazioni relative alla pianta,
ha soprattutto chiesto di non criminalizzare la foglia di coca solo perché il suo uso è stato
snaturato dai narcotrafficanti.

Il numero uno boliviano, che prima di darsi alla politica è stato un leader sindacale dei
contadini “cocaleros”, che coltivano la coca, ha chiesto come mai la foglia di coca che si
usa per produrre Coca Cola sia legale, mentre quella boliviana utilizzata per produrre
medicinali sia considerata fuorilegge. Morales ha poi spiegato la differenza tra coca e
cocaina: “la foglia di coca è di colore verde, il colore rappresentativo della cultura andina e
della speranza delle popolazioni indigene. Non è bianca come la cocaina”. E poi ha
continuato: “Vogliamo dire anche che le università statunitensi in collaborazione con
quelle europee hanno studiato a fondo gli effetti della foglia di coca e hanno confermato
che non danneggia assolutamente la salute umana”.

Riguardo al narcotraffico: “Siamo coscienti del fatto che il narcotraffico sia un problema.
Abbiamo, però, cercato di risolverlo”. La Bolivia contende a Haiti il triste record di paese
più povero del continente americano e Morales ne è consapevole. “Siamo un paese con
problemi economici ma abbiamo lottato contro il narcotraffico mettendo dei freni alla
produzione”.

Riguardo alla politica estera USA. “Gli Stati Uniti hanno detto che non accettano
l'esistenza delle coltivazioni della pianta della coca e che ci possono mettere in condizione
di modificare le nostre regole. Ecco io dico all'amministrazione statunitense che non
cambieremo le nostre regole, e non accettiamo minacce da nessuno. Crediamo che la
loro forma di lotta al narcotraffico sia uno strumento per colonizzare nuovamente i paesi
andini. Questo non lo accettiamo e non lo permetteremo”.

Riguardo la guerra alla droga: “La guerra alla droga non può essere uno strumento o un
pretesto con il quale gli USA sottomettono i Paesi della regione andina. Come hanno fatto
con la guerra preventiva che hanno inventato per intervenire in alcuni paesi del Medio
Oriente. Quindi chiedo all'ONU che vengano firmati accordi che aiutino a combattere il
narcotraffico e non che questo sia scusa o pretesto per dominarci o per umiliarci”.
A dare manforte al suo collega boliviano, è salito in
cattedra qualche giorno dopo il presidente
venezuelano Hugo Chavez, che ha definito Bush “il
diavolo in persona”: “Il diavolo è stato qui ieri - ha
detto il carismatico presidente di Caracas, facendosi
il segno della croce - ha parlato da questo stesso
podio dal quale vi parlo io e c'è ancora puzza di
zolfo. Ieri, il presidente degli Stati Uniti, la persona
che io chiamo il diavolo, è venuto qui e ha parlato
come se fosse il padrone del mondo”.

Chavez non ha solo attaccato “il portavoce


dell'imperialismo”, ha tuonato anche contro le Nazioni
Unite che, dice, “non hanno più bisogno di riforme
ma di una rifondazione: l'organismo nato dopo la
Seconda Guerra Mondiale è crollato”. Mostrando la
copia di copia di un saggio di Noam Chomsky,
“Egemonia o Sopravvivenza: I rischi del dominio
globale americano”, Chavez ha consigliato a tutti gli americani di leggerlo, “invece di
guardare i film su Superman”.

'Silenced by the gun' 03-04-2005

New information emerges about motives behind the "Kaieteur News" killings 22-08-
2006

Twenty-Eight Journalists Killed in Eight Latin American Countries in 2006 25-01-


2007

DOMINICAN REPUBLIC: Media Targeted for Threats, Lawsuits 29-09-2008

Bolivian president Evo Morales brandished a coca leaf on the floor of the United
Nations 22-09-2006

Chavez Calls Bush 'The Devil' 20-09-2006

Bolivian President Chews Coca During Speech At UN 11-03-2009

(Pubblicato su Ecplanet 19-10-2006 Fonti: Peacelink / Peacereporter)


RIVOLUZIONE IN SUDAMERICA

La guerra di Bush dopo l'11 settembre 2001 è stata chiamata in più modi: lotta del Bene
contro il Male, difesa della libertà, battaglia per la democrazia nel mondo. La verità è che,
dietro i proclami solenni, si nasconde un progetto di dominio planetario. È questa la tesi di
fondo che Noam Chomsky espone in “Egemonia o Sopravvivenza”.

Chi, come Chomsky, ha esaminato tutte le guerre americane degli ultimi quarant'anni, sa
benissimo che l'attuale orientamento dei “neocon” non è la risposta ad un attacco inatteso,
ma la prosecuzione della strategia inaugurata da Reagan e
perfezionata dai falchi della Casa Bianca capeggiati da
Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz.

I nobili principi sciorinati per giustificare l'opzione militare,


divenuta sempre più normale in un quadro politico dominato
dai rapporti di forza, sono in realtà la “fabbrica del consenso”
della superpotenza che distrugge il mostro Saddam Hussein
dopo averlo creato in funzione anti-iraniana, che trasforma il
dittatore foraggiato fino al giorno prima nel Nemico Pubblico.

La guerra per la democrazia è rivolta solo contro i cosiddetti


“stati canaglia” che non accettano l'imperialismo statunitense
- ignorando completamente altri paesi alleati dell'America
come Israele, Arabia Saudita e Turchia, in cui pure la
violazione dei diritti umani è sistematica.

L'arbitraria selettività negli obiettivi da colpire toglie ogni


credibilità all'esportazione del modello democratico e addita la politica degli Stati Uniti
come principale fattore d'instabilità internazionale. Il loro progetto di egemonia mondiale,
infatti, mette a rischio la sopravvivenza stessa del pianeta e, anziché liberarlo dalla
minaccia del terrorismo, mira a tenerlo in uno stato di perenne terrore, per poterlo piegare
sempre più ai propri interessi. D'altronde, l'America è una nazione fondata sul genocidio
(quello dei popoli nativi), sullo schiavismo (del popolo africano), sul razzismo (stile ku-klux
klan), sulla “guerra infinita”.

LA RIVOLTA DI OAXACA

All'inizio del secolo XX, il governo di Porfirio Díaz affrontò l'ennesima ribellione degli
yaquis deportando gli indios arrestati in Yucatan, Jalisco, Tlaxcala e Veracruz. All'inizio del
secolo XXI, l'amministrazione di Vicente Fox risponde all'insurrezione di Oaxaca inviando i
141 arrestati nella prigione di San José del Rincón, in Nayarit.

“La tolleranza è finita”, ha detto il generale Ardelio Vargas, capo di Stato Maggiore della
Polizia Federale Preventiva (PFP), uno degli eroi, insieme all'ammiraglio Wilfrido Robledo,
della repressione di Atenco (la località dove a maggio la polizia fu lasciata libera di
stuprare oltre 40 donne). I suoi cani sono per strada. Lanciano lacrimogeni, picchiano con
brutale violenza, fermano senza mandati di cattura, invadono abitazioni senza
autorizzazione, distruggono proprietà, occupano ospedali e cliniche, impediscono il libero
transito delle persone, offendono sessualmente le donne. Gli arrestati vengono sono
maltrattati, torturati e rinchiusi con i detenuti comuni. Non si permette che i loro difensori e
familiari li visitino. Poi sono deportati.

Il 27 ottobre 2006, i sicari al servizio del governatore Ulises


Ruiz hanno percorso la città di Oaxaca sui convogli della
morte sparando e sequestrando membri della APPO
(Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), che da
alcuni mesi aveva iniziato azioni di protesta esigendo le
dimissioni di Ruiz. La maggioranza dei 20 omicidi perpetrati
contro attivisti, tra cui Brad Will, un fotografo di indymedia, è
di loro responsabilità. La presenza massiccia della PFP
(Policía Federal Preventiva) a Oaxaca, lo scorso 25
novembre, non ha impedito che le proteste contro Ulises
Ruiz si mantenessero vive. Non ha disarticolato
l'organizzazione popolare né frenato la rivolta. La decisione
di attaccare è venuta, come è stato ampiamente dimostrato,
dalla PFP. L'ordine è stato quello di attaccare e sono andati
a massacrare i manifestanti: tre morti, più di cento i feriti,
221 fermati.

Edifici storici come la sede del Tribunale Superiore di Giustizia e del Teatro Juárez sono
stati incendiati, così come la Segreteria del Turismo, la delegazione della Segreteria delle
Relazioni con l'Estero, i quattro tribunali giudicanti del Potere Giudiziario della
Federazione, una filiale bancaria di Banamex, una casa privata e l'Associazione degli
Hotel e dei Motel. Il conflitto era iniziato il 22 maggio scorso, con uno sciopero di 70.000
maestri per rivendicazioni salariali, ma la situazione si è radicalizzata il 14 giugno, quando
la polizia statale ha cercato di far sgombrare con la forza gli educatori.

La violenta repressione a Oaxaca è la spilla d'oro con la quale Vicente Fox chiude il suo
sessennio, ma è anche il biglietto da visita di Felipe Calderón. Senza ammetterlo, hanno
decretato nei fatti uno Stato d'assedio. Nello stato, le garanzie individuali sono sparite.
Tutti i gruppi, APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), FAP (Frente Amplio
Progresista) e gli altri movimenti popolari, hanno deciso di unire le proprie forze
convergendo verso la formazione di un unico fronte di resistenza, con l'obiettivo unico di
insistere nel chiedere la definitiva uscita di scena del governatore Ulises Ruiz e di riavere
liberi tutti i detenuti irregolari.

A Oaxaca, afferma Edgar Cortés, della Rete Messicana in difesa


dei Diritti Umani, vengono violati contestualmente i cinque punti più
deboli dell'intera situazione dei diritti umani nel paese: la tortura
sistematica, l'accessibilità della giustizia, la connessione con i
crimini del passato, i tribunali militari, che impediscono di giudicare i
crimini di questi ultimi da parte di tribunali civili, e la violazione dei
diritti collettivi delle comunità indigene.

Il diritto alla libertà di espressione è violato specialmente ad


Oaxaca: il 27 ottobre, Bradley Roland Will, un giornalista
nuiorchese di Indymedia, è rimasto ucciso insieme al Professor
Emilio Alonso Fabián e Esteban López Zurita. La polizia ha anche
arrestato Bertha Muñoz, pilastro di Radio Universidad, diventata un
simbolo della protesta. Il 29 di ottobre la PFP inizia dalle prime ore
del giorno ad entrare allo Zocalo di Oaxaca. Dopo un lungo giorno di avanzamenti e
ripiegamenti, durante la notte prende il controllo della piazza.

Oggi la APPO non ha media dai quali parlare. L'ultima persecuzione è proprio rivolta ai
difensori dei diritti umani vittime di sistematiche campagne di discredito personale e di
diffamazione (difendono i terroristi).Joel Aquino, studioso e rappresentante delle comunità
indigene, ha analizzato i metodi repressivi utilizzati da Ruiz, e dall'appena insediato Felipe
Calderón. Nota che sono gli stessi utilizzati dalle dittature militari e qui in Messico dalla
dittatura di Porfirio Díaz (1876-1910): allontanamento dai luoghi di residenza, isolamento,
trappole che rendono difficile la difesa. Il punto più caldo è la questione di Nayarit, la
località tra gli stati di Jalisco e Sinaloa, a 16 ore di autobus da Oaxaca dove 140 prigionieri
politici sono stati trasferiti immediatamente dopo l’arresto tra il 25 e il 28 ottobre.

In un muro della città di Oaxaca c'èra questa scritta: “Il fascismo è repressione delle lotte
dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i
grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della
menzogna e odio, molto odio”. L'hanno affogata sotto un'alluvione, litri di pittura, quella
scritta.

MORTE A OAXACA

2006 Oaxaca protests - Wikipedia

Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca - Wikipedia

CON FIDEL CONTRO GLI USA

L'Avana, 2 dicembre 2006.

«Cuba non è più sola contro l'imperialismo».

È il messaggio che ha portato il presidente boliviano Evo Morales arrivato all'Avana per
partecipare alle celebrazioni per l'ottantesimo compleanno di Fidel Castro e per
l'anniversario della Rivoluzione. «Adesso non c'è più un solo Paese e un solo comandante
che fanno fronte all'impero. Adesso alcuni altri paesi, alcuni altri popoli e alcuni altri
presidenti si sono aggregati alla lotta antimperialista», ha detto Morales. «Dall'America
Latina, dobbiamo estenderci all'Africa e, perché no, formare anche una grande alleanza
con Paesi del Medio Oriente per farla finita con l'imperialismo americano», ha aggiunto,
qualificando Castro come «fratello maggiore, amico, saggio, compagno instancabile nella
lotta antimperialista». «Gli ho portato in regalo, come promesso - ha concluso - uno
sformato a base di coca».

Il presidente indio della Bolivia Evo


Morales sta catalizzando le speranze di
riscossa del grande popolo latino-
amricano, oppresso da troppo tempo.
Morales, che ha avuto il coraggio di
proclamare guerra agli Stati Uniti in un
discorso memorabile davanti la platea
delle Nazioni Unite, dove ha anche
sventolato una foglia di coca, ha emesso
un decreto che formalizza la nazionalizzazione dell'industria del gas. In carica da circa un
anno, Morales a maggio ha dato l'avvio ad un piano di nazionalizzazione del settore
energetico, sia per il petrolio che per il gas. Una mossa simbolica, dato che le riserve
naturali di gas della Bolivia sono le seconde per grandezza del Sud America, e fanno gola
ad oltre 26 compagnie energetiche straniere.

Il giorno della sua trionfale investitura, Morales aveva proclamato: «Il mio sarà un governo
di uguaglianza, giustizia sociale, equità e pace, che metterà fine al neoliberalismo
sfruttatore». Poi, rivolgendosi al suo popolo, ha promesso: «Finirà l'odio e il disprezzo a
cui, come indios, siamo sempre stati sottoposti». L'annunciato programma di
nazionalizzazione degli idrocarburi non è completo, ma i contratti stipulati con le
multinazionali – anche con quelle che in futuro probabilmente saranno espropriate – è un
passo avanti fondamentale. Ora le aziende non potranno più permettersi il lusso di fissare
un prezzo per il gas boliviano inferiore ai parametri regionali come quando vendevano alle
loro succursali all'estero. I primi introiti derivanti dalla nazionalizzazione saranno utilizzati
nella lotta contro l'analfabetismo: Morales ha già istituito un buono di 25 dollari, chiamato
“Juancito Pinto”, a favore di più di un milione di bambini che frequentano le scuole
primarie. Per questo programma, Cuba ha ricevuto il premio Unesco (Organizzazione
delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura) per l'alfabetizzazione.

JACHA URU

Domenica 22 gennaio 2006, il giorno dell'ufficializzazione alla Presidenza, dirigendosi


verso le centinaia di migliaia di indios che volevano salutare il loro Presidente in Plaza de
los Héroes, Evo Morales ha raccontato che nella mattina di quel giorno aveva fatto un
sogno che gli parlava di un "Jacha Uru" (l'alba dopo il cataclisma). «Solo alle quattro del
mattino sono riuscito a riprendere sonno e durante questa breve dormita ho sognato che
mi trovavo su una sponda del lago Poopó, e che dall'altra sponda sorgeva il sole,
brillante». Nell'antica società quechua-aymara ai nati in un
giorno di sole si dava il nome di Tupac, che nel doppio
idioma degli Incas significa “illuminato” o “risplendente”. Uno
dei reggenti più saggi del regno si chiamava Tupac Yupanki,
che tradotto nel nostro spagnolo significherebbe “il solitario
illuminato”.

Tupac Amaru nel nord quechua del lago Titicaca e Tupac


Katari nel sud aymara del lago sacro furono capi che non
solo trovarono la medesima tragica fine nella lotta contro gli
spagnoli. Il nome di entrambi ha lo stesso significato:
serpente risplendente. Amaru in quechua e Katari in aymara
significano vipera o serpente, animale che nella cosmogonia
andina è simbolo della sapienza e della pazienza, sotto la
luce sempre splendente del primo nome Tupac. Il primo Presidente Indigeno della Bolivia
potrebbe chiamarsi ufficialmente Tupac Evo Morales, l'Aymara.
“È arrivato il gran giorno, lo Jacha Uru”, ha annunciato il 6 agosto scorso, durante la
cerimonia di inaugurazione
dell'Assemblea Costituente, svoltasi
nella capitale Sucre, il presidente indio
del paese boliviano, Evo Morales. Lo
Jacha Uru, per gli indigeni Aymara –
popolo a cui appartiene Morales -
significa il giorno del principio. Ed è
proprio quello che l'Assemblea
Costituente rappresenta almeno per il
60% dei boliviani, ovvero la
maggioranza amerinda che vive quelle
terre dalla notte dei tempi: una
speranza concreta di poter tornare a
riprendere il pieno possesso di quanto
spetta loro per diritto naturale, la
possibilità di riafferrare le redini del
futuro politico, economico e sociale del loro paese.

La Nuova Costituzione, che scaturirà da 12 mesi di camera di consiglio, dovrà disegnare


la Bolivia degli Aymará e dei Quechua, degli Uru-Chipaya e dei Guaraní, di tutti quei 36
gruppi originari che, pur in maggioranza, dalla conquista in poi hanno vissuto in uno stato
di emarginazione e sottomissione, quindi di miseria totale. Nonostante, dalla rivoluzione
nazionale del 1952, gli indigeni abbiano ottenuto alcuni diritti costituzionali, come il voto, le
loro condizioni di vita non sono mai migliorate, anzi. L'urbanizzazione e la
modernizzazione hanno addirittura cancellato l'identità culturale di molti gruppi.

“Siamo di fronte ad una refundacion della Bolivia – ha sottolineato Morales riferendosi ai


255 membri della Costituente – e siamo obbligati a comprenderci”. Il suo è un appello a
cercare la via degli accordi per consenso, metodo tradizionale Aymará, “che non è né
autoritarismo né assolutismo”, bensì la forma più equa di vegliare sugli interessi della
maggioranza. “L'Assemblea Costituente – ha specificato – non esiste per sottomettere
nessuno. I popoli originari non sottometteranno nessuno, nonostante siano stati
ampiamente sottomessi; non discrimineranno nessuno, nonostante siano stati discriminati;
e giammai sfrutteranno, nonostante siamo stati sfruttati”. Poi un auspicio, che i membri
della costituente si trasformino in “strumenti di una rivoluzione democratica e culturale di
profonde trasformazioni e siano una luce per altri popoli fratello, che lottano per cambiare
la loro storia”.

Un'assemblea frutto di consensi e compromessi, ma,


per decisione del popolo che l'ha votata, espressione
della maggioranza. A presiederla una donna, simbolo
del cambiamento radicale che sta vivendo il paese:
Silvia Lazarte, indigena quechua, umile dirigente
contadina, rappresentante del Movimento al
Socialismo (MAS), partito di Morales. Accanto a lei,
nella direzione, altri cinque esponenti del MAS, ma
anche membri dell'opposizione: uno per il Podemos,
uno per Concertazion Nacional, uno per Unidad
Nazional, uno per Alianza Social, e infine uno per
l'MNR. Risoluta nel suo discorso inaugurale, la
presidente Lazarte ha puntato il dito contro la discriminazione cronica della donna
all'interno del nucleo familiare, dentro i sindacati, nel mondo del lavoro e in quello della
politica, ammettendo però che il suo esempio è, appunto, un segno che qualcosa sta
cambiando. Grazie a lei, l'Assemblea Costituente avrà una forte impronta femminile. E
giovanile, dato che l'82% dei rappresentanti eletti ha fra i 20 e i 50 anni. Fra migliaia di
boliviani in festa, che hanno applaudito e acclamato per più di due ore i costituenti,
l'Assemblea ha aperto la sessione che avrà un anno per presentare alla nazione la Magna
Carta dei sogni boliviani.

La Magna Carta dei sogni boliviani 08-08-2006

Silvia Lazarte entrega nueva constitución a Evo Morales 31-12-2007

Túpac Amaru II - Wikipedia

Túpac Katari - Wikipedia

DICHIARAZIONE DI COCHABAMBA

Cochabamba, Bolivia, 10 dicembre 2006.

L'aspirazione all'unità e alla complementarietà ha acquistato forza per le 12 nazioni


componenti la Comunità Sudamericana delle Nazioni
(CSN), dopo che i loro presidenti hanno assunto
nuovi progetti di cooperazione. I presidenti di Bolivia,
Brasile, Venezuela, Perù, Cile, Paraguay, Uruguay e
Guyana, così come i rappresentanti dei presidenti
assenti di Colombia, Ecuador, Suriname e Argentina,
hanno deciso sabato di collocare la prima pietra del
processo d'integrazione, firmando in calce un testo
finale denominato anche Dichiarazione di
Cochabamba.

Il documento riconosce l'influenza negativa del processo di globalizzazione nelle


economie della regione, cosa che ha reso necessario cominciare a costruire alternative.
Queste, precisa il testo, puntano alla ripresa della crescita e alla preservazione degli
equilibri macroeconomici. La dichiarazione riconosce inoltre che è necessario mettere
l'accento sulla redistribuzione della rendita come strumento per l'eliminazione
dell'esclusione sociale e la riduzione della povertà, così come per diminuire la vulnerabilità
esterna. L'integrazione regionale è, di fronte a questa situazione, uno strumento per
evitare che la globalizzazione approfondisca le asimmetrie e contribuisca
all'emarginazione economica, sociale e politica. Questi problemi – aggiunge – si sono
trasformati negli ultimi anni in una preoccupazione centrale di tutti i governi nazionali e la
loro risoluzione è necessaria per costruire un mondo multipolare, equilibrato, giusto e
basato su una cultura di pace.

I presidenti sudamericani si sono proposti un nuovo modello d'unità, con una sua identità
peculiare, pluralista, rispettosa di diversità e differenze, nonché delle diverse concezioni
politiche e ideologiche. La terza edizione di questi incontri si svolgerà l'anno prossimo
nella città colombiana di Cartagena de Indias. Mentre Caracas sarà sede di un Summit
energetico, e Río de Janeiro svolgerà la funzione di segreteria del gruppo di nazioni. Il
Summit dei presidenti del Sudamerica si è svolto simultaneamente al Forum Sociale
Mondiale per l'Integrazione dei Popoli,
che ha visto la partecipazione di più di
4.000 delegati provenienti da tutte le
parti del mondo, a nome di più di 300
organizzazioni. Il presidente boliviano
Evo Morales ha ribadito che questa
città e il suo paese saranno il centro e
lo scenario storico della creazione
della lungamente attesa Unione
Sudamericana. Il capo di stato Boliviano ha detto che l’unità continentale è vicina come
non lo è mai stata prima e ciò si deve fondamentalmente alla lotta dei movimenti sociali.
La chiusura del Forum Sociale e del Vertice dei presidenti sudamericani ha visto un
grande concerto con canti e balli tradizionali, che ha suggellato l'unità di migliaia di uomini
e donne che, dalla città di Cochabamba, hanno scommesso su una nuova America Latina.

L'America Latina verso un futuro alternativo 26-02-2007

The Declaration of Cochabamba (Bolivia) - In Defence of Humanity

L'ALTRA CAMPAGNA

Passamontagna, giacca militare e l'immancabile pipa: questi gli elementi attraverso i quali
il mondo ha imparato a riconoscere il Subcomandante Marcos, guida carismatica del
movimento rivoluzionario in Chiapas, icona mediatica e manifesto vivente di tutte le
minoranze oppresse del pianeta. Secondo i dati in possesso del governo messicano,
Marcos si chiamerebbe in realtà Rafael Sebastian Guillén Vincente, proverrebbe da una
famiglia di commercianti di Tampico, avrebbe studiato filosofia e insegnato Tecniche della
Comunicazione prima di scomparire nella clandestinità.

Se anche l'età del Subcomandante é motivo di


discussione, la sua data di nascita come simbolo
della lotta al neoliberismo più spietato si può indicare
con certezza; 1 gennaio 1994. In questo giorno entra
in vigore il cosiddetto NAFTA, un accordo
commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico che
favorisce le grandi multinazionali alimentari e
industriali a totale svantaggio delle piccole imprese,
spesso a conduzione famigliare, tipiche dell'area sud
messicana. Il Chiapas in particolare, una regione a
maggioranza india già colpita da ripetute violazioni
dei diritti umani e civili, sembra destinata a pagare il
prezzo più alto. Ma proprio nel Chiapas, pochi giorni
dopo l'entrata in vigore dell'accordo, scoppiano le
prime rivolte di indios organizzate dal ricostituito
Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN)
guidato da Marcos.

Gli anni successivi sono segnati da un violento


braccio di ferro tra gli zapatisti e l'allora presidente
del Messico Ernesto Zedillo, accanito sostenitore delle politiche economiche neoliberiste e
fedele alleato del governo di Washington. Tra il ’95 e il ’96, con l'acuirsi delle tensioni, si
intavolano i primi accordi tra forze ribelli e autorità. Nel 1996, si arriva al primo patto
sociale per la tutela dei diritti degli indios, siglato a San Andrés Larráinzar. Ma le relazioni
tra EZLN, indios e governo centrale continuano a restare instabili. Nel 1997, a Acteal, in
seguito a un'irruzione militare, furono massacrati 45 indios. L'azione produce un insperato
effetto boomerang: dopo l'eccidio si moltiplicano i gruppi armati zapatisti e, nel 1999, in
una consultazione popolare organizzata dall'EZLN, più di due milioni di messicani si
pronunciano a favore dei diritti degli indios.

Marcos nel frattempo é diventato un eroe di dimensioni planetarie. Così come il volto di
Che Guevara era stato capace di catalizzare l'attenzione di milioni di uomini e donne di
ogni età e latitudine, l'identità negata di Marcos lo assurge a simbolo di una lotta
universale: «Marcos è gay a San Francisco, un nero in Sud Africa, un asiatico in Europa,
un chicano a San Isidro, un americano in Spagna, un palestinese in Israele, un indigeno
per le strade di San Cristóbal, un ebreo in Germania, una femminista in un partito politico,
un pacifista in Bosnia, una casalinga in un qualunque sabato sera in una zona qualunque
del Messico, uno studente in sciopero, un contadino senza terre, un editore underground,
un lavoratore disoccupato, un dottore senza pazienti e, certo, uno zapatista nel sud-est
del Messico».

La storia dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale vede il suo primo spettacolare


epilogo l'11 marzo 2001: dopo una lunga marcia partita da San Cristóbal de las Casas in
Chiapas, Marcos e gli altri leader dell'EZLN entrano a Città del Messico, accolti da
centinaia di migliaia di persone, per chiedere ufficialmente il riconoscimento costituzionale
dei diritti degli indios. È la prima volta che un gruppo ribelle fa il suo ingresso nella capitale
dopo le imprese di Pancho Villa ed Emiliano Zapata.

Nel giugno 2005, l'EZLN, dopo un'importante assemblea durata diversi giorni, che ha
coinvolto tutti i popoli zapatisti, emette la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. In
base a questo documento, l'EZLN si impegna ad affiancare a tutte le sue attività
precedenti quella che verrà definita in un successivo comunicato del Subcomandante
Marcos l' “Altra Campagna”: l'EZLN ha deciso di uscire dai propri confini ed incontrare
qualunque gruppo (non importa se politico, sociale, collettivo, culturale, artistico, etc.) che
si dica di sinistra, che possa contribuire a salvare il paese dalla crisi. L'intenzione è di
creare un movimento unico di rivolta nazionale che possa andare a sostituire con proposte
dal basso l'attuale sistema elettorale. Questo viene infatti giudicato corrotto e
malfunzionante - e neanche gli esponenti del PRD, il Partito Rivoluzionario Democratico,
ovvero la sinistra messicana, sono esenti da queste critiche.

Le riunioni si sono tenute in Agosto ed in Settembre, per poi arrivare, il 16 settembre, ad


una assemblea plenaria di tutti i gruppi, in cui si delinea quello che sarà il progetto di
attuazione dell'Altra Campagna: un'altra serie di viaggi ed incontri, di cui uno
internazionale (detto dall'EZLN “intergalattico”), aperto a gruppi provenienti da paesi esteri.
Il Chiapas è uno stato estremamente ricco di risorse (in particolare petrolio e biodiversità)
e la maggior parte dell'energia elettrica messicana viene generata proprio qui. Ciò
nonostante, i popoli indigeni sono i più poveri di tutto il Messico. L'autonomia a cui mirano
gli zapatisti comprende anche il controllo sull'uso di tali risorse, il ché non è ben visto nel
dal governo né dalle compagnie che le sfruttano.

Ciò che l'EZLN maggiormente desidera è che i popoli indigeni escano finalmente da secoli
di povertà, oppressione e ignoranza, senza però perdere la loro cultura, le tradizioni, lo
stile di vita. Lotta perché venga rispettata l'autonomia dei loro territori, una sorta di
autogoverno che si sostituisce al governo dello stato del Chiapas, che degli indigeni non
tiene conto. In questo modo difendono anche concetti che il resto della società messicana
non ammette, come la proprietà comunitaria e il governo dal basso.

Per Marcos valgono ancora, oggi più che mai, le


parole del suo eroico predecessore, Ernesto Che
Guevara:

“Ogni nostra azione è un grido di guerra contro


l'imperialismo, è un appello vibrante all'unità dei
popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati
Uniti d'America. In qualunque luogo ci sorprenda la
morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di
guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché
un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi
e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte
con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di
guerra e di vittoria”.

Hasta la Victoria, Siempre!

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale - Wikipedia

Enlace Zapatista

Foro social americas

The Narco News Bulletin

(Pubblicato su Ecplanet 18-12-2006)

Il presidente venezuelano Hugo Chavez, nel discorso pronunciato in occasione del


giuramento dei ministri, ha annunciato che intende
procedere a un vasto programma di nazionalizzazioni,
arrivando ad affermare che «tutto quello che è privatizzato
sarà nazionalizzato.

Chavez ha citato in particolare i settori dell'energia elettrica


e della telefonia, preconizzando inoltre che la Banca
centrale venezuelana dovrà perdere la sua autonomia. Il
capo dello Stato ha precisato che presenterà un testo di
legge in base al quale il Parlamento gli affiderà poteri
speciali, tali tra l'altro di consentirgli di assumere il controllo
dei settori strategici dell'economia, considerati di importanza
vitale per la sicurezza e la difesa del Paese. Più in generale,
egli vuole riformare «in profondità» la Costituzione, per
andare verso una «Repubblica Socialista del Venezuela», in
sostituzione dell'attuale «Repubblica Bolivariana del
Venezuela». Tra le imprese che Chavez intende
nazionalizzare figurano la Electricidad de Caracas (EDC) e la Compania Anonima
Nacional Telefonos de Venezuela (CANTV). Passeranno inoltre sotto la mano pubblica
tutte le attività di raffinazione del greggio che si svolgono negli impianti della cosiddetta
Cintura Petrolifera dell'Orinoco, ora controllate da compagnie straniere. Il solo annuncio,
ha sferrato un duro colpo alla Borsa di Caracas che, dopo aver chiuso l'anno al massimo
storico (+156% nel 2006), è crollata a -18,96%, mentre le azioni della CANTV perdevano
30,27 punti e le operazioni su quelle dell'impresa Electricidad de Caracas sono state
sospese quando hanno superato quota -20%.

Nello stesso tempo, a Washington, Gordon Johndroe, uno dei portavoce del Consiglio di
Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, ha avvertito che nel caso Chavez concretizzasse
il suo proposito, «le imprese USA colpite dovranno essere compensate in modo rapido e
giusto». La CANTV è controllata dalla multinazionale USA Verizom con il 28,5% delle
azioni. Ne fanno parte anche la Telefonica spagnola, lo stesso governo venezuelano e i
suoi dipendenti. Il leader del Venezuela, apertamente, anti-americano, sta suscitando
scalpore e preoccupazione col suo progetto di Repubblica Socialista. L'opposizione ha
accusato Chavez, al potere dal 1999, di voler trasformare il quarto esportatore di petrolio
verso gli Stati Uniti in un'economia centralizzata sullo stile di Cuba. Chavez, che a
dicembre ha ottenuto il 63% delle preferenze, ha fornito ulteriori elementi per un parallelo
con Fidel Castro formando un partito unico per guidare la sua rivoluzione, ma insiste sul
fatto che tollererà sempre l'opposizione.

«Combattente delle cause giuste», «fratello»,


«rivoluzionario». E dopo la ratifica di una serie di
accordi nei settori energetico ed industriale, anche
alleato per una nuova politica di «integrazione dei
popoli e costruzione di un mondo bipolare». Il
dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato
accolto da Hugo Chavez, al suo arrivo a Caracas, al
grido di «Morte all’imperialismo USA !». I due capi di
Stato si sono riuniti nel palazzo presidenziale di
Miraflores, nella capitale venezuelana. L'incontro si
è concluso con la firma di una serie di accordi
strategici relativi ai settori energetico ed industriale. I due presidenti hanno detto di essere
pronti a spendere miliardi di dollari per aiutare i paesi del mondo a liberarsi dal dominio
americano. La strana coppia, Chavez e Ahmadinejad, ha anche rivelato l'esistenza di
progetti per realizzare un fondo congiunto del valore di due miliardi di dollari per il
finanziamento di investimenti in Iran ed in Venezuela. Tali fondi dovranno servire anche
alla realizzazione di progetti in paesi terzi amici. Chavez e Ahmadinejad hanno poi
auspicato nuove riduzioni della produzione di greggio da parte dei paesi OPEC, per
salvaguardare gli attuali livelli del prezzo dell'oro nero, sceso del 14% dall'inizio dell'anno. I
due leader si sono impegnati a «decuplicare gli sforzi» per convincere l'organizzazione dei
paesi esportatori di petrolio della bontà delle loro ragioni. Il presidente venezuelano ha
aggiunto che i due paesi «continueranno ad agire come sempre e a parlare con una
stessa voce». Il presidente iraniano ha iniziato così i quattro giorni di visita in America
Latina alla ricerca di partnership economiche e politiche. Destinazioni: Nicaragua,
attualmente presieduto dall'ex guerrigliero marxista, Daniel Ortega; Ecuador, per
partecipare alla cerimonia di investitura del neo-presidente Rafael Correa, un economista
di sinistra; Bolivia, per un incontro con il presidente socialista boliviano Evo Morales.
La visita del dittatore iraniano ha suscitato però
anche qualche critica. Come quella del brasiliano
Lula, che ha messo in guardia dal «flirt con
l'autoritarismo» del presidente venezuelano. Chavez,
da parte sua, tutto preso dalla sua retorica socialista,
dopo Castro, Che Guevara e Mao Tse-Tung, ha
aggiunto alla sua lista di riferimenti ideologici Trotzki
e due italiani: Antonio Gramsci e Toni Negri.
Confermando la sua ferma intenzione di trasformare
il Venezuela in una sorta di Unione Sovietica vecchio
stampo, leninista e trotzkista. Del rivale di Stalin
esalta il concetto della «rivoluzione che non finisce mai». Quanto al modello economico,
promette una completa «rivoluzione del sistema produttivo», l'abbattimento della proprietà
privata e la sua trasformazione in «proprietà condizionata», in cui ci sia una «relazione
diretta fra le scelte delle aziende e la comunità sociale». L'idea del profitto rimane, ma
«liberata» dai legami con la produttività. La formula è quella del «guadagno per tutti», da
realizzare mediante la direzione delle aziende da parte dei “consejos obreros”, (consigli di
fabbrica), che dovranno prendere in mano i rapporti con i Comuni e, in particolare, gestire
le tasse. In pratica, dirigere. Il concetto è tradotto paro paro dal russo, dal termine “soviet”,
che è rimasto nella «ragione sociale» dell'ex-URSS fino alla sua dissoluzione, ma che già
al principio degli anni Venti, il partito di Lenin, Stalin e Trotzki aveva collocato, come
pratica, in soffitta. Il portavoce di Chavez, il ministro del Lavoro José Ramon Rivero, ha
evitato di usare il termine soviet, precisando che i consejos verranno «riadattati alla realtà
nazionale». Pressappoco come l'amato modello di Chavez, Fidel Castro, aveva
proclamato di voler fare a Cuba.

Il programma di Chavez si prospetta dunque come il tentativo di un ritorno alle primissime


esperienze del comunismo, come fanno intendere alcuni slogan “arcaici” ripresi dal
presidente venezuelano: «Tutto il Potere ai Consigli» e «Socialismo o Muerte». Uno dei
fogli superstiti dell'opposizione, Tal Cual, è uscito con un fondo dal titolo «Il Monarca», in
cui denuncia come il «socialismo del ventunesimo secolo» promesso da Chavez stia
degenerando rapidamente in nazional-comunismo (nazi-comunismo, ndr). Mentre,
incredibilmente, la pagina finanziaria del New Yorker rassicura gli investitori che il
Venezuela rimane un Paese aperto e promettente per gli investimenti stranieri, grazie
anche al dilagare del consumismo dovuto al prezzo del petrolio quintuplicato da quando
Chavez è al potere. «Sebbene la sua retorica non sarebbe fuori posto nel Libro Rosso di
Mao, la vita per molti venezuelani assomiglia di più al catalogo di Neiman-Marcus» e dei
negozi di lusso. Il titolo dell'articolo è «Sinergie col Diavolo» (l'epiteto che Chavez adopera
a proposito di Bush) ed è illustrata da un disegno con la falce e il martello costituita la
prima dal getto del petrolio da un barile e il secondo da un braccio che regge un pacco di
dollari.

Secondo Lula: «Chavez sta superando i confini della democrazia, perderà l'appoggio dei
settori moderati della sinistra mondiale e finirà prigioniero delle correnti più estremiste. Il
suo piano di nazionalizzazione delle imprese ridurrà gli investimenti esteri, porterà
recessione a tutto il Sud America, bloccherà il processo di integrazione economica
continentale e rischia di isolare completamente il Venezuela nel mondo».
Nel frattempo, il nuovo presidente
dell'Ecuador, Rafael Correa, si è insediato
facendo appello all’Unione Latino-Americana,
alla presenza attiva ed entusiasta del collega
iraniano fondamentalista. Circondato e
confortato dai suoi compagni della nouvelle
vague di sinistra del Sud America, dal
boliviano Evo Morales al venezuelano Hugo
Chavez, Correa ha annunciato: “I nostri
Paesi si stanno liberando e muovono verso
un’integrazione continentale. Non
negozieremo più con nessuno la dignità della
patria, perché la fine dell'illusione neoliberale
significa anche e soprattutto questo: la patria non è più in vendita. Quello cui ci troviamo di
fronte non è semplicemente un'epoca di cambiamenti: è un cambiamento di epoca”.

È vero che l'esperimento neoliberale e le ricette del “consenso di Washington” hanno


avuto in Ecuador e in altri Paesi un risultato disastroso. “Sotto il mantello del libero
mercato e delle privatizzazioni” - ha continuato Correa - "con il totale appoggio degli
organismi finanziari internazionali, è stata spacciata come scienza un'illusione tecnologica,
che ha portato miseria e che ha messo in pericolo nei nostri Paesi la credibilità del
sistema democratico». Correa ha 43 anni e ha compiuto una rapida carriera come
economista. La sua «ricetta» è quasi identica a quella dei suoi colleghi della rivoluzione
neo-socialista, con la differenza che, mentre il Venezuela da alcuni anni «nuota nei
petrodollari», la Bolivia può nazionalizzare i suoi giacimenti, all'Ecuador queste risorse
mancano, soprattutto quelle finanziarie. Non è un caso che Chavez abbia promesso grossi
finanziamenti per consentire a Quito la costruzione di oleodotti che permettano il transito di
greggio da vendere alla Cina, in alternativa al mercato USA.

L'Ecuador, che è pieno di debiti, darà il buon esempio rifiutando di pagarli. Correa ha
sostenuto che questo è un diritto, «perché non è giusto che il rimborso divori fondi di cui
c'è bisogno per la lotta alla povertà. Ci sono debiti che vanno rinegoziati e altri che
semplicemente non debbono essere pagati, ad esempio quelli illegittimi contratti dalle
dittature militari per acquistare armi». E ha aggiunto che un Paese europeo, la Norvegia,
annuncerà di aderire a questa cancellazione. Il neopresidente ha firmato subito un decreto
con il quale ha indetto, per il prossimo 18 marzo, un referendum in cui la popolazione
dovrà decidere se istituire un'Assemblea Costituente con pieni poteri per formulare una
nuova costituzione. Il neopresidente ha poi sottoscritto un altro decreto col quale ha
stabilito che nessun funzionario pubblico può avere uno stipendio superiore al suo,
autoridotto da 8.000 a 4.000 dollari al mese (il governo di Correa è composto di 17
ministri, tra i quali otto donne (una è india); tra gli uomini, per la prima volta, vi è anche un
afro-ecuadoregno).

Ahmadinejad ha concluso a Quito il suo viaggio latinoamericano iniziato con gli abbracci di
Caracas e culminato, almeno simbolicamente, con la presenza alla cerimonia di ritorno al
potere a Managua del leader sandinista Daniel Ortega. Ahmadinejad ha esaltato i «fraterni
legami» fra Iran e Nicaragua, tanto profondi che fino a ieri l’altro Teheran neppure aveva
una rappresentanza diplomatica a Managua. Ortega ha invocato un “nuovo cammino” per
lottare contro povertà e analfabetismo perché “il modello liberista non è riuscito a risolvere
i problemi della gente”, quando, dopo la cerimonia di investitura, insieme con Chavez e
Morales, si è trasferito nella piazza più grande di Managua, gremita da oltre 100.000
simpatizzanti, provenienti da tutto il Paese. Ortega ha
snocciolato alcune cifre: l'80% della popolazione è
povera, l'1,5% dei 5,4 milioni di abitanti fa la fame ed
il 35% sono analfabeti, mentre “quando io ho lasciato
il governo nel 1990 era solo il 12%”. Il leader del
Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN),
tornato al potere dopo 17 anni e tre elezioni perdute,
ha comunque assicurato che terrà conto delle
proposte di banchieri ed imprenditori "poiché solo
l'unità può portare alla vittoria" e che manterrà
l'accordo di libero commercio con gli USA, “pur se
dovrà essere rivisto, perché svantaggioso per il Nicaragua”.

Ha poi anche annunciato l'adesione all'ALBA, l'Alternativa Bolivariana delle Americhe,


ideata da Chavez, con il quale ha firmato un accordo secondo cui Caracas si impegna a
far fronte ai problemi del settore energetico e alla lotta alla fame. Ortega ha arringato la
folla dicendo che “quando diciamo Nicaragua Trionfa (nome dell'alleanza elettorale
guidata dal FSLN), intendiamo che vogliamo vincere per farla finita con questo capitalismo
selvaggio”. Ha Poi avvertito i nicaraguensi che il 5 novembre prossimo saranno chiamati a
scegliere tra la continuità di un modello economico neoliberista e un mercato giusto,
promosso dal FSLN.

Verso il socialismo 10-01-2007

Iran and Nicaragua vow close ties 14-01-2007

Ecuador's Correa calls for socialist Latin America 19-01-2007

L’alleanza tra Correa e Ahmadinejad diventa anche militare 15-02-2009

Chavez saluta Ahmadinejad: «Gladiatore anti-imperialista» 26-11-2009

ALBA .:Alternativa Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América

Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale - Wikipedia

Americans for Chave

(Pubblicato Ecplanet 15-04-2007 Fonti: l'Unità online, Il Giornale online, Peacereporter)

«Siamo socialisti del secolo XXI e ci ispiriamo a Simon Bolivar».

Rafael Correa, giovane economista eterodosso eletto alla presidenza in Ecuador col 57%
dei voti, sta con Hugo Chàvez. «C'è una differenza fondamentale tra noi, socialisti del
secolo XXI e i vecchi socialisti: il socialismo tradizionale aveva dello sviluppo un'idea non
diversa da quella capitalista, essenzialmente modernizzazione. Per noi, lo sviluppo non
vuol dire modernizzarsi a tutti i costi, sviluppo significa vivere bene. E vivere bene deve
voler dire anche vivere in armonia con la natura». A quanto pare, Correa sta con gli
ecologisti, gli attivisti dello sviluppo sostenibile, che in Ecuador come in Venezuela
contestano lo sfruttamento indiscriminato delle risorse energetiche anche quando serve a
finanziare governi che promettono la rivoluzione. Per il resto, le posizioni rispecchiano i
comandamenti del socialismo rispolverati dal presidente venezuelano: «Supremazia delle
esigenze del lavoro sui bisogni di accumulazione del capitale e necessità dell'azione dello
Stato».

Negli anni '90, una grave crisi economica portò l'Ecuador al


crollo del sistema finanziario e all'iper-inflazione. La trovata
poco lungimirante fu “dollarizzare” l'economia. Il piano
inizialmente predisposto dal presidente Mahaud, deposto da
una rivolta nel 2000, fu realizzato dal suo vice e successore,
Gustavo Noboa. Di solito, quando paesi a moneta inflazionata
si ancorano al dollaro, succede che i prezzi impazziscono
perché si internazionalizzano. Tutto costa quasi come a
Miami, ma il valore dei salari si riduce. E questo, grosso modo,
è successo anche a Quito. Il debito estero (pubblico e privato)
supera i 18mila milioni di dollari, il 50% del Prodotto Interno
Lordo. Il 10% degli abitanti ha in mano il 48% della ricchezza.
«I mezzi di produzione sono in mano al 2% della
popolazione», ricorda Correa. In Ecuador, gli stipendi non
consentono di varcare la soglia della sussistenza, il paniere ha un valore di 400 dollari, un
operaio guadagna 200 dollari al mese, la stessa cifra di una guardia di sicurezza privata
che faccia turni di 9 ore per sei giorni a settimana.

Il presidente, in sei mesi, qualcosa ha fatto: non ha firmato il trattato di libero commercio
con gli Stati Uniti, ha predisposto il rientro nell'OPEC (l'organizzazione dei paesi produttori
di greggio) e si è messo d'accordo con Chàvez per raffinare il greggio negli impianti
dell'impresa statale del petrolio venezuelano. L'Ecuador, nonostante sia il quinto
produttore del Sud America con 530mila barili al giorno, spende circa 1250 milioni di euro
all'anno per comprare carburante perché i suoi impianti non sono in grado di lavorare più
della metà del crudo estratto nel paese.

In Bolivia, il Presidente Morales parla di “capitalismo popolare”. Nel discorso al


Parlamento, in cui lo scorso febbraio ha celebrato il suo primo anno da presidente, ha
annunciato la nazionalizzazione di imprese strategiche vendute negli anni '90 e tutte le
compagnie miste in cui abbia prova di gestione corrotta. Tra cui figura anche la Entel, la
filiale boliviana di Telecom Italia, che controlla circa l’80% della telefonia di lunga distanza
e circa il 70% della telefonia mobile.

Mediante un decreto presidenziale, il 24 aprile 2006, Evo Morales ha ordinato a due fondi
pensione privati amministrati dalla svizzera Zurich Financial Services e dalla spagnola
BBVA di trasferire allo stato boliviano la loro partecipazione azionaria in Entel (l'ex azienda
telefonica statale). Questi due fondi detenevano il 47% delle azioni. La maggioranza
azionaria è invece in mano a Telecom Italia, mentre un 3% è in mano ad investitori privati.
Con un altro decreto, Morales ha poi dichiarato annullata la certificazione degli
investimenti di Telecom Italia, che certificava che l'impresa italiana aveva compiuto le
proprie promesse d'investimento nella telefonica. Il governo boliviano accusa Telecom
Italia d'aver investito negli ultimi dieci anni, invece dei promessi 608 milioni di dollari, una
cifra pari solo a 466 milioni di dollari, e di non aver pagato 25 milioni di dollari di tasse.
Vista anche la pressione dei mezzi di comunicazione boliviani, la Telecom ha così deciso
d'abbandonare il negoziato con il governo di La Paz e lo ha invitato a realizzarlo in Brasile
o negli Stati Uniti ottenendo un netto rifiuto. Secondo il ministro boliviano alla Presidenza,
Juan Ramon Quintana, i colloqui devono essere riavviati “per una questione di
trasparenza” in Bolivia. Della commissione che si sta occupando del caso fanno parte il
ministro Quintana, il ministro dell'Industria, Luis Arce, e quello delle opere pubbliche,
Jerjes Mercado.

Telecom Italia non molla Entel in Bolivia 15-04-2008

Una tappa fondamentale della


rivoluzione sudamericana è stata la
nascita della Banca del Sud, fondata
ufficialmente il 9 dicembre scorso a
Buenos Aires dai presidenti
dell'Argentina, della Bolivia, del Brasile,
dell'Ecuador, del Paraguay, del
Venezuela e da un ministro
dell'Uruguay. Sarà una banca
regionale che rappresenterà i governi
senza togliere ad essi la propria
sovranità, autorizzata per mandato a
finanziare lo sviluppo economico e
sociale integrato di tutte le nazioni dell'UNASUR (Unione delle Nazioni dell'America del
Sud). Entro due mesi, i Ministri economici delle nazioni partecipanti dovranno risolvere gli
aspetti più tecnici e dettagliati in merito al modo di operare della banca, e accordarsi sugli
stessi.

Nonostante la banca non sia destinata a diventare immediatamente operativa, la sua


fondazione getta il seme della partecipazione ibero-americana nella creazione di un
sistema finanziario internazionale di nuovo tipo, basato su reciproco riconoscimento delle
sovranità nazionali, libero dai diktat dei circoli finanziari privati, il cui sistema sta invece
disintegrandosi. Gli ostacoli alla fondazione della banca non sono mancati, ad ogni fase
del progetto, rispondendo in ogni caso ad operazione sporche condotte dai certi centri
finanziari (Banco Santander, FMI e altri.) che vedono in questo sviluppo il fantasma di
Lyndon LaRouche e della sua “Operatión Juárez” (strategia di integrazione ibero-
americana).

“Questa banca permetterà all’America Latina di liberarci da quelle catene che ci


trattengono nella dipendenza finanziaria”, ha detto ai giornalisti il Presidente dell'Ecuador
Rafael Correa, uno dei principali ideatori del progetto, al suo arrivo a Buenos Aires.
“Abbiamo un passato comune. È giunto il momento di perseguire un comune destino”.
Durante un'intervista radiofonica di sabato 8 dicembre, Correa ha aggiunto che la banca
soppianterà le istituzioni che, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca
Mondiale, “ci hanno schiavizzati a forza di crediti”.

Il 6 dicembre, durante un’audizione presso una commissione parlamentare, Luiz Eduardo


Melin de Carvalho, Segretario per gli Affari Internazionali presso il Ministero del Tesoro del
Brasile, ha sottolineato l'importanza del tema della sovranità. La banca, infatti, non sarà
un’ennesima copia delle solite istituzioni multilaterali e nemmeno offrirà le stesse cose,
poiché dovrà essere “un'istituzione rispondente direttamente ai governi sudamericani,
senza legami politici che limitino gli scopi regionali”.

South America launches new bank 10-12-2007


Bank of the South - Wikipedia

America Latina: Operazione Juarez

Il 23 dicembre scorso si è tenuto a Cienfuegos, a Cuba, il


quarto “Petrocaribe”, il summit petrolifero dei Carabi,
un'iniziativa partita dal Venezuela per approvvigionare a
prezzi concorrenziali i vicini dei Carabi e dell’America
centrale, un patto per controbilanciare l'egemonica
l'influenza USA nella regione (e anche mettere in buona
luce il discusso Chavez). Il presidente venezuelano ha
proposto un meccanismo di baratto, che permetterà ai
Paesi caraibici di scambiare il petrolio venezuelano con i
loro prodotti e servizi, ed ha anche chiesto di costruire
raffinerie nei vari Paesi che si affacciano sul mar dei
Carabi per aumentare la vendita di greggio nella regione,
senza doverlo cedere agli odiati Stati Uniti. Chavez ha detto che favorirà la concessione di
fondi speciali destinati ad aiutare i Paesi caraibici a sviluppare l'energia solare, la
geotermia, l'eolico ed altre fonti alternative: un vero e proprio invito a nozze per Paesi che
hanno sole, vento e vulcani in abbondanza.

Petrocaribe raggruppa 17 Paesi dei Carabi e del Centroamerica ed è stata fondata nel
2005 a La Cruz, in Venezuela, con l’obiettivo di fornire petrolio ai “fratelli” dei Carabi, ad
iniziare da Cuba che è riuscita così ad allentare l'embargo USA, e che, in cambio, fornisce
al Venezuela insegnanti e medici. I Paesi membri di Petrocaribe sono autorizzati a
beneficiare di una dilazione di 25 anni per pagare il 40% dei loro acquisti di greggio
venezuelano, con un tasso di interesse dell'1%, un affarone con il petrolio ormai a cento
dollari al barile.

Il Venezuela è l'unico membro latinoamericano dell'OPEC e le sue riserve petrolifere finora


esplorate sono stimate in 88 miliardi di barili, mentre quelle di gas dovrebbero raggiungere
i 4.190 miliardi di metri cubi. Ma le risorse potrebbero salire a 316 miliardi di barili di
petrolio alla fine della prospezione del bacino del fiume Orinoco. Una ricchezza che
Chavez sta giocandosi come carta contro l'invadente vicino nordamericano e come
assicurazione di sopravvivenza politica per la sua ambiziosa e originale marcia verso il
“petro-socialismo-bolivarista”. Anche per questo chiede che venga realizzato un gasdotto
che colleghi il Venezuela al resto dell'America del sud. intanto ha in progetto un gasdotto
sottomarino che attraverserà il mar dei Carabi per raggiungere Cuba.

Agli altri 16 Paesi del Petrocaribe non è rimasto altro che elogiare «la generosità del
Venezuela», sottolineando che l'organizzazione è diventata «un meccanismo strategico
suscettibile di garantire la sicurezza energetica regionale». Una strategia rivoluzionaria,
che, invece dei guerriglieri guevaristi, invia all'estero gas e petrolio a basso costo.

Petrocaribe - Wikipedia

Non sono però tutte rose e fiori. La chiusura di RCTV, il canale televisivo più vecchio del
paese, considerato dal presidente Hugo Chavez - indicato dal Times come una delle 100
persone più influenti del mondo nel 2005 e nel 2006 - troppo critico nei confronti della sua
politica populista, cosiddetta anti-imperialista, in teoria basata su un socialismo
democratico, ha mobilitato il fronte dell'opposizione e del dissenso nei confronti dello stato
autoritario e illiberale che Chavez avrebbe instaurato
in Venezuela.

I “cavalieri dell'Apocalisse”, come Chavez ha


pittorescamente definito i canali di opposizione, sono
da tempo nel mirino del presidente venezuelano, dopo
averne subito l'ostracismo nel 2002. La stazione
televisiva RCTV ha terminato le trasmissioni il 28
maggio 2006: il programma di news si è congedato
dal pubblico con un messaggio video diffuso in rete
con cui denuncia la politica illiberale di Chàvez:
presente tutto lo staff del canale televisivo,
imbavagliato e con indosso la maglietta “No alla
chiusura”. Nelle strade di Caracas si sono registrate
manifestazioni uguali e contrarie, tra chi inneggiava al presidente populista e le migliaia di
persone che protestavano per la serrata televisiva fronteggiando i cordoni protettivi della
polizia.

“Questa azione ha dimostrato la natura


abusiva, arbitraria e autocratica del
governo Chàvez - ha dichiarato Marcel
Granier, presidente di RCTV - un governo
che teme il pensiero libero, teme le libere
opinioni e teme la critica". Le trasmissioni di
RCTV sono state ora sostituite da quelle di
un canale controllato dallo stato, ennesimo
esempio della politica accentratrice e
statalista di Chàvez: dopo venti minuti dalla
chiusura del vecchio network, è cominciata
la diffusione dei nuovi palinsesti approvati
dal regime, inclusivi di concerti di musica
tradizionale, un film su Simon Bolivar, eroe
preferito del presidente, e spot propagandistici della politica governativa.

Secondo la società di sondaggi Datanalisis, ad ogni modo, ad opporsi alla chiusura di


RCTV sono stati quasi il 70% dei venezuelani. Ma non perché particolarmente preoccupati
delle implicazioni sulla libertà di stampa e di espressione, bensì per aver perso la
possibilità di seguire le loro soap-opera preferite. I reporter di RCTV, comunque,
proseguiranno almeno una parte delle proprie attività attraverso YouTube.

Chávez silences critical TV station - and robs the people of their soaps

Rctv, oscurata da Chavez, andrà in onda su Youtube 02-06-2007

Dopo aver incassato la sconfitta referendaria del 2 dicembre scorso, Chavez ha abbassato
i toni, rallentando il programma per un “Socialismo del XXI Secolo” e parlando di “società
interclassista”. L'ultima trasmissione fiume, “Alò presidente”, si è incentrata sulla necessità
di “mettere un freno” alla rivoluzione bolivariana. Da ora in poi in Venezuela ci dovrà
“essere posto per tutti: gli imprenditori, le classi medie, i movimenti sociali”.
Nel frattempo, il movimento universitario che si oppone al regime di Chavez, è stato
ricevuto a Bruxelles dal Presidente del Parlamento Europeo Hans Gert Pottering, il quale
ha loro espresso solidarietà e appoggio. Mentre il ministro dell’Interno Pedro Carreno ha
fatto una figuraccia mentre era impegnato in una conferenza stampa sulla salvezza del
proletariato: è stato interrotto da un giornalista che ha indicato le sue scarpe Gucci e la
cravatta Louis Vuitton, chiedendo se non era strano criticare il capitalismo indossandone
le griffes più famose. Anche il principale alleato di Chavez, Evo Morales, amatissimo in
Italia (dove ha ricevuto il premio Pio Manzù), passa i suoi guai: un terzo della Bolivia è
fuori controllo e minaccia una guerra civile. La nuova costituzione è stata approvata solo
dalla maggioranza e il 48% dei boliviani è a favore di un suo impeachment.

Un altro attacco a Chavez è venuto dal partito Azione Democratica (AD,


socialdemocratico) secondo cui il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) venezuelano
dovrebbe ordinare l'esonero del capo dello Stato dal potere per “insanità mentale”.
L'istanza presentata al Tribunale supremo è solo una delle iniziative che AD ha in agenda
per cercare di estromettere Chavez dal potere. “Stiamo già preparandoci per promuovere
un referendum revocatorio del mandato presidenziale” (che si potrà tenere nel 2009) ed in
cui dovrebbero essere raccolti oltre sette milioni di voti per far scattare la disposizione
costituzionale. “E se no - ha concluso - aspetteremo le elezioni del 2013 per liberarci di
lui”.

Sembra che la sconfitta elettorale subita nel referendum che proponeva le modifiche alla
costituzione venezuelana abbia fatto davvero male al Presidente Hugo Chavez che ha
deciso per un rimpasto di governo. Il cambio è stato drastico: tredici ministri, su un totale di
ventiquattro. E lo ha fatto iniziando proprio da quello che è considerato uno dei principali
responsabili della debacle elettorale: il vice presidente Jorge Rodriguez. Al posto di
Rodriguez, che andrà a sedersi sulla poltrona di responsabile del Partito Socialista Unito
del Venezuela, ci sarà Ramon Carrizales, che lascerà il dicastero delle Infrastrutture per
occuparsi pienamente della gestione del governo. Una delle maggiori novità riguarda
Andres Izarra già a capo di Telesur, che diventerà ministro della Comunicazione e
dell'Informazione. Motivo del rimpasto? Dare un nuovo impulso al processo rivoluzionario
venezuelano.

Chavez ha bisogno di un rilancio mediatico


per vincere le elezioni regionali del prossimo
autunno: le trattative coi terroristi colombiani
delle FARC servivano a questo, così come
l'intervista di Naomi Campbell, che da
supermodella si è trasformata in giornalista.
Secondo quanto riferito dal quotidiano
spagnolo El Mundo, Chavez si è confessato
con la “venere nera” definendo il governo degli
Stati Uniti “genocida” e rallegrandosi del fatto
che il presidente George W. Bush è prossimo
ad abbandonare la Casa Bianca. “Stiamo
assistendo alla caduta dell'impero”, ha detto il leader venezuelano.

L'intervista va poi avanti con punte di colore. “Mi piace il principe Carlo, ora ha Camilla, la
nuova ragazza. Ma non è bella (come Diana), vero?”, ironizza Chavez. Che, alla domanda
di Naomi se se la sente di posare a torso nudo come Vladimir Putin, risponde “perché
no?”, e invita la top model a 'palpare' i suoi muscoli. Poi elogia il suo amico Fidel Castro
definendolo “il leader mondiale più elegante: la sua uniforme è sempre impeccabile”.

Chavez però alza la voce quando si tratta di difendere il suo paese da chi sostiene che in
Venezuela non c'è rispetto per i diritti umani: ''Stiamo avviando una rivoluzione pacifica –
afferma -, “non abbiamo un solo prigioniero politico, non abbiamo ucciso nessuno,
abbiamo proibito il carcere per ragioni politiche. La presunzione di innocenza vale per tutti
e qui si rispettano i diritti umani. Non credo – conclude - che esista alcun paese al mondo
con maggiore libertà di espressione' del Venezuela”.

Poll says Chavez loses Venezuela referendum lead 24-11-2007

E Naomi intervistò Chavez "Il presidente, un angelo ribelle" 08-01-2008

Scintilla tra Chavez e Naomi 12-01-2008

“L'America latina continente della


speranza, merce assai rara nella politica e
nella società europea”.

Un Fausto Bertinotti quasi entusiasta, ha


teorizzato, nella sua prima giornata di
visita istituzionale in Sudamerica, la
possibilità di scoprire strade nuove della
politica a partire dalla “questione indigena”
al centro della nuova stagione politica della
Bolivia guidata dal presidente indio Evo
Morales.

“La differenza con l'Europa che salta agli occhi - ha spiegato in una conferenza tenuta
all'Università San Andrès della capitale boliviana - non è la differenza, pur rilevante, di
ricchezza. È che qui la fiducia sorge anche nei punti di maggiore sofferenza”. Etichettare
come “socialista” l'esperienza di Morales e del Movimiento al Socialismo, il partito di
governo, “è improprio”, secondo Bertinotti, perché “il socialismo ha sempre a che fare con
l'obiettivo del superamento del capitalismo, che qui non c'è. Non bastano le
nazionalizzazioni o le politiche di intervento pubblico nell'economia, quelle stanno nella
ricetta di Keynes, e del resto le case popolari le ha fatte Fanfani...”.

Di fronte ai processi di “omogeneizzazione” prodotti dalla globalizzazione, il rischio è


cedere allo “scontro di civiltà”. La risposta, invece, sta nel modo in cui la Bolivia di Morales
ha posto la questione indigena: citando il voto all'ONU sui diritti delle comunità indigene, e
in particolare il riconoscimento della possibilità di proprietà comune delle terre, Bertinotti
ha sottolineato come la chiave per ricostruire una politica forte stia nella “partecipazione
democratica”. Ma oggi, ha aggiunto, anche se “la democrazia rappresentativa è
irrinunciabile, perché senza quella c'è il disastro, non basta più chiamare la gente a votare
ogni cinque anni. C'è bisogno di partecipazione, di convivenza”. A chi gli ha chiesto se
l'interesse per la questione indigena e per quello che lui definisce “la comune
appartenenza delle sinistre latinoamericane”, pur così diverse fra loro, significa un nuovo
“andare oltre”, anche oltre il socialismo, si è limitato a replicare con una risata e una
battuta: “Ma no, il socialismo ce lo teniamo noi, è una cosa nostra. Non lo esportiamo,
però...”.
Bertinotti: socialismo? Basta Oggi credo nell' «indigenismo» 10-01-2008

Ma che fine ha fatto il subcomandante Marcos?

Lo scorso maggio, il leader zapatista, che da marxista-leninista ortodosso è diventato un


guru no-global, ha rilasciato la sua prima intervista da molti anni a questa parte ad un
giornale del Regno Unito, il Guardian. Nel corso dell'intervista ha anche fornito la sua
analisi politica sui presidenti latinoamericani, accusando di tradimento il brasiliano Luiz
Inacio Lula da Silva e il nicaraguense Daniel Ortega, mentre ha definito Hugo Chavez
“sconcertante”. L'unico a ricevere l'approvazione di Marcos è Evo Morales, presidente
indio della Bolivia. Quanto al futuro del suo Paese, il subcomandante prevede grandi
sconvolgimenti per il 2010, 200 anni dopo la guerra di indipendenza e 100 anni dopo la
rivoluzione messicana.

In ogni angolo del paese è evidente quanto il Messico sia cambiato da un anno a questa
parte, da quando è salito alla presidenza Felipe Calderon: militari, membri della polizia e
della PFP (Policia Federal Preventiva) sfoggiano le loro divise e i loro mitra e transitano ad
ogni ora, a piedi, a cavallo o sui carri armati, in tutte le città del paese. Radio e televisioni
pubblicizzano a gran voce le operazioni anti-narco e le catture di piccole e grandi figure di
spicco dei cartelli della droga da parte del governo. Mentre le repressioni proseguono nello
Stato di Oaxaca, che continua a chiedere invano l'uscita dell'autoritario governatore della
città, Ulises Ruiz. Del resto, la “mano dura” era stata una delle principali promesse della
campagna elettorale del leader del PAN (Partido de Acción Nacional), che ha assunto la
presidenza in un Congresso circondato da membri dell'esercito per proteggersi dalle
migliaia di oppositori che gridavano alla “frode elettorale”.

A premiare i metodi forti e le scelte economiche di uno dei migliori discepoli delle ricette di
FMI e Banca Mondiale, ci pensa il vicino del nord, Gorge Bush, che ha proposto un “piano
di cooperazione senza precedenti” tra i due paesi per festeggiare l'arrivo del 2008: il “Plan
México”: un'operazione da 500 milioni di dollari per la lotta al narcotraffico. Un “Plan
Colombia” in versione messicana. Il finanziamento è parte di un pacchetto da un miliardo e
mezzo da spalmare in due anni, che fa parte a sua volta del piano di 46 miliardi di dollari
supplementari da destinare alle guerre in Iraq e Afghanistan, richiesti da Bush al
Congresso degli USA. Misure imprescindibili per la sicurezza del proprio paese.

Dopo la nascita della Banca del Sud, la Casa Bianca stringe a sé i propri fedeli. Il Plan
México è volto all’acquisto di armamenti, elicotteri da combattimento, sistemi di
comunicazione e tecnologia avanzata per operazioni di spionaggio e per combattere i
grandi cartelli del narcotraffico, che controllano intere zone del paese, soprattutto alla
frontiera con gli USA. A questo si aggiunge l'addestramento di militari e poliziotti messicani
da parte di contractors privati statunitensi. Il Piano, diffuso in Messico col nome “Iniziativa
Mérida”, prevede anche interventi volti a rafforzare la lotta al terrorismo, la sicurezza
pubblica, la ricerca di giustizia, l'amministrazione delle due frontiere, la tratta di persone e
il rafforzamento delle istituzioni. Sarà uno strumento utile, quindi, per gli USA, al
rafforzamento di quel muro costruito alla frontiera sud contro l'invasione dei migranti
illegali che arrivano da tutto il centro america. E servirà a Calderon per controllare
ulteriormente i movimenti sociali, oltre al narcotraffico.

(Francesca Minerva di ritorno da Città del Messico Lunedì 14 Gennaio 2008


http://www.lettera22.it)
Il Plan Mexico non aiuterà certo a risolvere la gravità della situazione dei diritti umani in
Messico, anzi. Una relazione di Amnesty Inernational, dello scorso agosto, sui fatti di
Oaxaca, afferma che il governatore dello stato di Oaxaca Ulises Ruìz, “non ha dimostrato
di avere la volontà politica necessaria per affrontare i gravi casi di violazione dei diritti
umani che si sono verificati in questo Stato”.

Oaxaca, non lontano dal Chiapas della selva Lacandona, degli zapatisti del
subcomandante Marcos, ne condivide le problematiche: povertà, emarginazione delle
popolazioni indigene, presenza ostinata di formazioni guerrigliere. E la pesantezza della
repressione operata dall'esercito e dalle forze speciali della polizia federale. Proprio il
tentativo di collegare le proteste sociali condotte dall’Assemblea Popolare dei Popoli di
Oaxaca (APPO) e del movimento dei maestri con la guerriglia e il terrorismo è stata la
linea del governatore Ruiz, avvallata dal governo federale del presidente Calderòn, per
giustificare una violenta azione repressiva che è costata decine di morti, desaparecidos,
arresti abusivi, torture e tutta una sequela di violenze che hanno fatto sprofondare Oaxaca
e il Messico in un clima che non si sentiva più dai tempi della “guerra sporca” degli anni
'70 e '80.

Amnesty afferma che “in questo stato (Oaxaca) c'è un serio problema di pubblica
sicurezza, gravi violazioni ai diritti umani, aggressioni e abusi della polizia contro la
popolazione”. E ha stigmatizzato l'atteggiamento delle autorità: “Né il Governatore né i
suoi funzionari sono stati capaci di dirci cosa sono disposti a fare per risolvere questi
problemi”.

Così, il Messico del presidente Calderòn, uscito vincitore per pochi voti, e con pesanti
accuse di brogli, tanto che la sua vittoria non è stata riconosciuta dal suo rivale Manuel
Lopez Obrador, nelle elezioni del luglio 2006, che vorrebbe essere uno dei paesi guida
della nuova America Latina, si rivela essere uno stato dove, secondo Amnesty, “in molti
casi vi è collusione attiva di elementi dello stato, che sono i violatori dei diritti umani; e le
vittime sono gruppi vulnerabili: poveri, indigeni, donne”.

“Il Messico si trasformerà in una pentola a pressione - assicura Marcos - e credetemi,


esploderà”.

Man in the mask returns to change world with new coalition and his own sexy novel
12-05-2007

Plan Mexico Passed 22-05-2008

Plan Mexico and the US-Funded Militarization of Mexico 31-07-2008

Aló Presidente

“Oaxaca, clamor por la justicia”

(Pubblicato su Ecplanet 03-02-2008)

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LA GUERRA DELL’ACQUA

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