Testo didattico adottato dalla SICOOL, dalla Scuola Olistica del CONACREIS

e dall'Accademia Olistica del Villaggio Globale di Bagni di Lucca.

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MANUALE DI
COUNSELING OLISTICO
Il Counseling come processo di aiuto alla Crescita Umana
Manuale teorico pratico di Psicologica Olistica


AGGIORNAMENTO LUGLIO 2007

Curato dal Dott. Nitamo Federico Montecucco

Docenti: Prof. Enrico Cheli, Dott. Roberto Sassone,
Dott. Mario Betti, Dott. Luisa Barbato, Dott. Marifa De Benedetti,
Dott. Massimo Marini, Dott. Lucia Vigiani, Kapil Pileri,
Dott. Giuseppe Pagliaro.


In verde: materie fondamentali da studiare dettagliatamente, temi precisi delle domande d’esame
In giallo: materie importanti da studiare bene, possono essere argomenti delle domande d’esame
In azzurro: parti da leggere e capire, possono essere temi generali delle domande d’esame


Adattamento dal dattiloscritto della “Settimana di Formazione al Counseling Olistico”
Villaggio Globale – Villa Demidoff – Bagni di Lucca
- 25 Agosto / 3 Settembre 2005 -
INTRODUZIONE GENERALE




Nitamo MONTECUCCO
Questo Manuale del Counseling Olistico è una introduzione generale alle basi culturali, teoriche e
pratiche del Counseling orientato alla Psicologia Olistica. Abbiamo deciso di compilare questo Manuale,
perché non mi risulta che possiate trovare né in Italia né all’estero un testo introduttivo alla psicologia
olistica per counselor di questa ampiezza e di livello così elevato, ossia che tratti della “relazione di aiuto”
del counseling come processo di crescita umana e di sviluppo del potenziale umano. Ogni disciplina
psicologica ha le sue caratteristiche, i suoi modelli, i suoi linguaggi e una sua visione terapeutica. Ma di
fatto, non c’è nessuna relazione trasversale tra le scuole tranne in pochissimi casi, mentre l’essere umano
è uno e necessita di un aiuto ai suoi disagi e alle sue malattie di tipo unitario. Questo Manuale rappresenta
invece una reale sintesi tra varie scuole di psicologia, di neuropsicologia, di meditazione; frutto di un
lavoro di più di trent’anni portato avanti dalla nostra scuola e individualmente da tutti i suoi docenti.
Negli ultimi anni si è venuto a creare questo processo di sintesi che noi avevamo previsto e anticipato
cioè quello del meticciato, psicologicamente e culturalmente siamo tutti meticci. Più precisamente, più
che di meticciato, parlerei di creolizzazione, nel senso che il meticciato è prevedibile: un bianco e una
nera si mettono insieme e fanno un figlio color caffellatte. Invece la creolizzazione è imprevedibile e può
dare dei risultati altamente innovativi e creativi nell’ambito della manifestazione. Quello che a noi
interessa è darvi di tutto l’ambito generale vastissimo - quasi infinito - delle culture spirituali e delle
psicologie, una visione orientata alla crescita umana.
L’approccio Olistico al Counseling che vi trasmettiamo in questo Manuale serve a darvi un’idea generale
della psicologia, secondo le normative europee della formazione al Counseling, che richiedono una base
di psicologia generale, dell’età evolutiva, di psicodinamica, di psicopatologia, di deontologia
professionale, di setting ecc. Questo è il nostro intento: darvi degli strumenti psicologici di base, farvi una
sintesi dell’enorme massa di informazioni in modo che non dobbiate perdervi in troppa lettura, ma abbiate
ben chiari quelli che sono i vostri limiti da una parte e la bellezza della psicologia dell’essere dall’altra.
Ricordiamo che tutto questo “Manuale di Counseling Olistico” si basa su termini, nozioni e concettti
esposti in modo preciso ed esaustivo nel libro “Psicosomatica Olistica” di Nitamo Federico Montecucco,
Ed. Mediterranee, Roma, 2000; che consideriamo il principale libro di testo di riferimento.
Inizieremo questa Introduzione Generale con un primo capitolo più generale sulla Cultra planetaria e
l’evoluzione umana e con un secondo capitolo più pratico sul Counseling Olistico, un terzo capitolo più
psicologico sulle Basi teorico-filosofiche della psicologia olistica e un quarto sulle Basi scientifiche
della psicologia olistica.


LA CULTURA PLANETARIA E L’EVOLUZIONE UMANA

Cultura planetaria ed evoluzione umana
Il “Manifesto nello Spirito della Coscienza Planetaria” uno dei più importanti documenti della nuova
cultura, firmato nel 1998 da artisti, scienziati e Premi Nobel per la Pace, in cui è scritto: "Abbiamo
raggiunto un punto di cruciale importanza nella nostra storia. Siamo all'inizio di un nuovo periodo di
evoluzione sociale, spirituale e culturale. Stiamo evolvendo verso un sistema interconnesso, basato
sull'informazione, che abbraccia l'intero pianeta. La sfida che ora dobbiamo affrontare è quella di
scegliere il nostro futuro. La nostra generazione è chiamata a decidere il destino della vita su questo
pianeta, a creare una società globale pacifica e cooperante, continuando così la grande avventura dello
spirito e della consapevolezza sulla Terra.
Il nostro pianeta sta trasformandosi in modo velocissimo, e così anche il nostro modo di vivere si è
modificato in modo drammatico nel giro degli ultimi decenni senza permetterci di adeguarci. La scienza e
la tecnica si sono sviluppate molto più rapidamente della nostra coscienza, il risultato è un evidente
malessere globale che noi chiamiamo: guerre, stress, inquinamento, confusione nelle relazioni, paura di
vivere, mercati impazziti, prezzi in costante aumento, ansia, caos, disuguaglianze sociali e razziali, futuro
incerto.
La maggior parte delle persone vive passivamente questo stato di crisi globale e disgregazione aspettando
che qualcuno (Lo stato? L’ONU? Il comune?) risolva questi problemi.

I creativi culturali
Una parte consistente della società, circa il 20-25% della popolazione adulta secondo le ricerche
sociologiche della American Demographics, si è invece spontaneamente attivata per creare un
cambiamento, per migliorare la vita in ogni suo aspetto, per far emergere una nuova cultura migliore di
quella attuale. Questa creativa e ottimista massa in rapido sviluppo (negli anni settanta era intorno
all’1%), crea cambiamenti culturali che influenzano e influenzeranno sempre più profondamente non solo
le loro stesse vite, ma anche la società nella sua globalità. Il sociologo americano Paul Ray e la psicologa
Sherry Anderson, gli autori della ricerca, li hanno chiamati “creativi culturali” in quanto stanno dando
forma ad un nuovo tipo di cultura per il 21° secolo, che nasce da un profondo cambiamento valori, delle
priorità e dello stile di vita, del modo di fare soldi e di spenderli. Sono coloro che effettuano un
cambiamento di paradigma comportamentale e mentale rispetto ai vecchi schemi di riferimento, in
qualunque ambito svolgano la propria opera. I creativi culturali sono distribuiti trasversalmente nella
società, il 60% sono donne!

La nuova cultura del benessere globale
Le ricerche hanno rivelato che la nuova cultura emergente è caratterizzata da serie prospettive ecologiche
e globali, visione olistica della vita, enfasi sulle relazioni, orientamento alla spiritualità e allo sviluppo
psicologico, alla medicina naturale e olistica, all’apertura transculturale e alla coscienza planetaria,
insoddisfazione verso le grandi istituzioni della vita moderna e rifiuto del materialismo come base della
vita e dello stato sociale. Nascono così – spontaneamente – operatori creativi e attivi nelle cinque
principali aree della nuova cultura:
1) ecologia, ambiente e sostenibilità: formata da ambientalisti, animalisti, verdi, bioarchitetti, da
tutte le associazioni che si occupano di rispetto dell’ambiente WWF, Lega Ambiente, Green
Peace, World Watch Institute, degli esperti di diritti degli animali, di riciclaggio, ecc.
2) salute naturale e medicina olistica: formata da medici omeopati e agopuntori, erboristi,
naturopati, macrobiotici, massaggiatori, vegetariani, chiropratici, che propongono e praticano le
medicine “alternative”, ecc.
3) pace, cultura globale e diritti umani: formata dalle associazioni pacifiste, neo global,
transculturali, dalle associazioni di volontariato, dagli artisti e gli attori impegnati, i garanti delle
minoranze e dei diritti umani (Amnesty, Survival, Emergency, ecc.),
4) economia e consumo etico: formata dagli economisti e finanzieri etici, i gruppi di consumo
critico, associazioni per il Commercio Equo Solidale, la Banca Etica, Altro Consumo, ecc.
5) la ricerca di sé e la spiritualità: formata da tutti coloro che sono orientati alla ricerca interiore,
da tutte le associazioni di yoga, di preghiera e di meditazione, dai terapisti transpersonali che
propongono gruppi di crescita e di evoluzione, che trasmettono nuove e antiche vie al divino e
nuove tecniche di consapevolezza.
Tutti questi operatori fanno parte di un unico grande movimento culturale planetario, anche se non ne
sono ancora pienamente coscienti, in quanto vivono realtà separate. La consapevolezza di essere parte di
questa unità può creare una grande forza coesiva e un movimento di opinione capace di fare mutare il
nostro pianeta verso un futuro sostenibile.

Il paradigma olistico: dalla divisione alla coscienza globale
La nuova cultura emergente – pur nella sua estrema varietà di visioni - si muove sulla base di un
paradigma olistico, che offre una visione unitaria e globale dell’essere umano e del pianeta. L’essere
umano viene quindi visto come un’unità psicofisica che si manifesta nel corpo fisico, nelle emozioni,
nella psiche e nell’animo profondo, così il pianeta non è percepito solo come un insieme di stati e di
specie animali e vegetali, ma come “Gaia” un’unità vivente, una rete globale di interrelazioni che creano
l’equilibrio della natura e delle società umane.
Uno dei punti chiave di questa nuova cultura è che lo stato di crisi globale del pianeta rappresenta il
riflesso macrocosmico dello stato di divisione in cui vive ogni singolo essere umano (separazione
dell’essere umano da se stesso, dagli altri e dalla natura) e che l’unica via per il suo superamento è lo
sviluppo di una nuova coscienza e del potenziale umano individuale, che porti a ritrovare l’unità e
l’armonia interiore ed esteriore.
Il drammatico stato del pianeta - espressione dell'inconsapevolezza umana, che da millenni viene
tramandata come modo di vivere, di pensare e di agire - e quindi la risposta alle innumerevoli questioni
aperte, dalle guerre alla sovrappopolazione, dall'inquinamento alle malattie degenerative, non può essere
calata dall'alto come in passato, ma deve necessariamente nascere dal possibile risveglio della coscienza
umana, dall'attuale stato di ristrettezza egoica ad una dimensione planetaria, che abbracci l'ecosistema e
l'umanità in modo unitario. Il malessere globale di ogni individuo, che riflette la profonda crisi
ecosistemica e umana del pianeta, è una sfida alla trasformazione globale di sé stessi e della propria vita.

La rivoluzione interiore
Partendo da questi presupposti, la risoluzione della crisi globale implica una trasformazione globale
dell'esperienza di sé stessi, la realizzazione di una profonda unità interiore, che, modificando e
sviluppando le potenzialità del nostro cervello e della nostra coscienza, si manifesti in una nuova logica
creativa del vivere e in una visione unitaria dell'uomo e del pianeta.
"Oggi, ad un bivio cruciale nella storia dell'umanità - scrive Ervin Laszlo, filosofo della scienza e
presidente del Club di Budapest - abbiamo bisogno di nuovi concetti, nuovi valori, ed una nuova visione
per guidare i nostri passi verso un futuro umano e sostenibile. La consapevolezza deve innalzarsi e
trasformarsi da locale ed ego-centrica a globale e di dimensione planetaria. La nuova coscienza richiede
una visione olistica di noi stessi, delle nostre società, della natura e del cosmo. Il grande compito, la
sfida del nostro tempo, è cambiare sè stessi”
Noi tuttavia non possediamo né strumenti, né modelli, né informazioni adeguate che ci permettano di
comprendere in modo globale le logiche e le modalità di questa trasformazione interiore e planetaria, per
questo è necessaria una nuova figura professionale, un agente attivo che operi sul benessere globale delle
persone, che utilizzi semplici ma efficaci strumenti di consapevolezza e di trasformazione, integrando
differenti conoscenze e tecniche pratiche di salute psicofisica, di rilassamento e meditazione, di ecologia
quotidiana, di comunicazione interpersonale, di sviluppo del potenziale umano e di ricerca etico
spirituale. Su queste esigenze culturali e sociali è nata la figura dell’operatore olistico.




LA FUNZIONE CREATIVA ED EVOLUTIVA DEL COUNSELOR OLISTICO


L’operatore e il counselor olistico: una professione interdisciplinare per un pianeta in
trasformazione
L’Operatore/Counselor Olistico è una figura chiave della nostra epoca, è un catalizzatore della
trasformazione umana, un facilitatore del benessere psicosomatico e della crescita personale, quindi un
educatore alla consapevolezza globale di sé e del pianeta. L’operatore olistico si forma attraverso un
percorso di apprendimento integrato e unitario delle materie essenziali di tutti e cinque le aree della nuova
cultura; diventando quindi un esperto in cultura globale con una sua specifica specializzazione in una o
più delle aree suddette. L’operatore olistico grazie a questo training formativo diventa una figura
professionale interdisciplinare di grande importanza, che utilizza informazioni, consigli di vita, etiche e
tecniche di ricerca interiore. L’operatore olistico è un operatore socio-culturale del benessere globale, che
agisce individualmente sulle persone o collettivamente nei gruppi, offrendo strumenti di consapevolezza e
di crescita umana. L’operatore olistico è molto spesso un counselor.
Il counselor - colui che aiuta e orienta - è una figura professionale riconosciuta in gran parte del mondo:
dall’Europa, ai Paesi con più alto livello di cultura (Canada, USA, Australia, Giappone, ecc.). In Italia la
figura professionale del counselor olistico è sostenuta e tutelata dalla SICOOL (Società Italiana
Counselor e Operatore Olistico - www.sicool.it) che opera per il riconoscimento di questa figura
professionale. Un counselor può anche non essere laureato ma deve avere un diploma di scuola media
superiore, e deve frequentare dei corsi – come il Corso Triennale di Formazione per Operatori e
Counselors Olistici del Villaggio Globale - in cui si specializzano in crescita umana e salute globale,
studiando le basi di psicologia generale, sociale, evolutiva, di medicina energetica, olistica e
psicosomatica, ecc.. che devono essere insegnate da docenti laureati o abilitati. ll ruolo del counselor-
operatore olistico è di aiutare ogni singola persona a ritrovare la consapevolezza globale di sé e
parallelamente comprendere e superare gli errori (alimentari, comportamentali, energetici, emozionali,
psicologici) che lo portano alla malattia. L’operatore - counselor olistico deve formarsi attraverso un
profondo percorso di crescita personale e dei training specifici che lo pongano in condizione di essere un
elemento catalizzatore di entusiasmo, di ricerca della gioia, di nuova vita. I suoi strumenti sono
innanzitutto la sua stessa consapevolezza e la sua presenza capace di trasmettere energia e amore.

Lavorare sulla parte sana
L’operatore olistico esperto in salute globale e crescita umana opera sulle persone sane o sulla parte
sana delle persone malate, facilitando la salute e l’evoluzione globale. L’operatore olistico aiuta la
persona a ritrovare l’armonia psicofisica attraverso l’uso di tecniche naturali, energetiche,
psicosomatiche, artistiche, culturali e spirituali, stimolando un naturale processo di trasformazione e
crescita della consapevolezza di sé. L’operatore olistico non è un terapista, non fa diagnosi e non cura
malattie fisiche o psichiche, non prescrive medicine o rimedi, e quindi non si pone in conflitto con la
medicina ufficiale e con la legge per l’abuso di professione medica. Ciò che rende fondamentale
l’operatore olistico è la sua consapevolezza della situazione culturale globale e l’importanza del lavoro
sulla coscienza umana per orientare l’attuale stato del pianeta verso una direzione positiva e sostenibile.

Il Curriculum Olistico: una rivoluzione nella formazione educativa
Una delle “piccole rivoluzioni” che siamo riusciti ad ottenere, grazie ad una grande collaborazione tra
innumerevoli centri, associazioni, medici, psicologi, terapisti e operatori di tutta Italia è stata la creazione
della Scuola Olistica Nazionale CONACREIS e della SICOOL che si basano su un unico iter formativo di
900 ore per gli operatori e counselor olistici. Questo iter formativo è uno dei sistemi educativi più
avanzati e intelligenti che possiamo trovare sul pianeta perché comprende un equilibrio tra educazione
teorica e pratica, tra insegnamento e sperimentazione diretta degli argomenti appresi, che contempla
un’esperienza spirituale almeno in tre differenti scuole, in modo da non creare settarismi e chiusure
ideologiche e perché dà valore a tutte quelle esperienze umane che non possono rientrare nei normali
curriculum ufficiali. Vorrei invitare tutti coloro che stanno leggendo questo Manuale, e si occupano di
questi argomenti, a scaricare il Curriculum Olistico dal sito della SICOOL (www.sicool.it) o dalla Scuola
Olistica Nazionale del CONACREIS (www.scuolaolistica.it) o dall’Accademia Olistica del Villaggio
Globale (www.globalvillage-it.com/accademiaolistica), e provare a compilarlo, segnando tutti i percorsi
didattici seguiti, i gruppi, le conferenze, ma anche le esperienze umane che sono state fondamentali nella
vostra vita. Vi renderete conto che diventare operatore o counselor è possibile e utile. Solo dando valore a
ciò che realmente ha valore potremo cambiare il mondo.

La Scuola Olistica Nazionale CONACREIS per la Salute Globale e la Crescita Umana
La Scuola Olistica è un progetto unico nel suo genere e di grande importanza in quanto creato per formare
operatori olistici e per sviluppare una visione della salute profondamente legata alla crescita umana. Dopo
alcuni anni di preparazione e di organizzazione all’interno del CONACREIS (il Coordinamento
Nazionale Centri di Ricerca Etica, Interiore e Spirituale) con il sostegno del progetto Porto Franco della
Regione Toscana e del Club di Budapest, siamo arrivati alla strutturazione finale della Scuola Olistica
Nazionale per la Salute Globale e l’Evoluzione dell’Uomo e del Pianeta. Questo è uno dei progetti
didattici di medicina olistica e crescita umana più articolati e strutturati che sia possibile trovare in Italia e
all’estero. Una delle caratteristiche più interessanti della Scuola Olistica Nazionale è di essere formata da
una serie di centri operanti su tutto il territorio nazionale e organizzati in rete dal CONACREIS. Una
Alleanza di realtà diverse ma riunite dal senso e dall’impegno di contribuire ad un benessere globale
dell’uomo e del pianeta. La Scuola Olistica Nazionale come abbiamo accennato propone un Programma
Triennale di Formazione per Operatori/Counselor Olistici di 900 ore, basato su un programma veramente
globale, con un primo anno generale di 300 ore nelle otto differenti aree didattiche (lavoro sul corpo,
lavoro sulle energie, lavoro sulle emozioni e i condizionamenti, arte terapia, comunicazione e counseling,
empowerement e sviluppo del potenziale umano, ricerca interiore e spirituale e coscienza planetaria) che
devono essere sperimentate da tutti gli allievi, e un biennio di specializzazione di 600 ore in una o più
delle stesse otto aree.

LE BASI TEORICO FILOSOFICHE DELLA
PSICOLOGIA OLISTICA


La logica del Counseling Olistico: lavorare globalmente sulla parte sana della persona
In questa parte dell’introduzione parleremo soprattutto di Counseling e di Psicologia Olistica continuando
a ricordare la differenza tra un operatore olistico e uno psicoterapeuta psicologo o medico. Questi ultimi
hanno la possibilità di utilizzare queste tecniche a fini di risoluzione di patologie, che sono interventi sulla
parte “malata” della persona o supposta “malata”, mentre il vostro ruolo di Counselor che state per
apprendere, è un ruolo di sostegno, un ruolo di aiuto. La traduzione italiana più vicina del termine inglese
Counselor è: “colui che si prende cura”, “colui che da aiuto”. Quindi “prendersi cura” di una persona che
sta male a cui offriamo strumenti di crescita, di salute globale e di consapevolezza. L’aiuto è offrire una
modalità di superare i propri problemi attraverso un percorso di crescita personale, attraverso tecniche di
salute naturaole, energetica, emozionale e interiore. La funzione del Counselor non è quindi, in nessun
modo, quella di guarire, ma quella di facilitare l’evoluzione personale di quella persona. Poi
vedremo a livello pratico tutta la mappa di informazioni che potrete mettere in atto per portare a
compimento questo compito importantissimo e bellissimo.
La logica del counseling olistico è polare a quella della medicina e della psicoterapia ufficiali e quindi
non in conflitto ma complementare ad essa.
La logica meccanicista della guarigione ufficiale è: io curo la tua patologia con una diagnosi, una serie
di prescrizioni farmacologiche e di terapie. La malattia è una parte negativa, un errore che devo eliminare,
estirpare e combattere con ogni mezzo. Non c’è nulla di utile nella malattia.
La logica olistica del counseling è invece: io non curo la malattie, ma mi prendo cura di te nella tua
globalità e ti aiuto, rinforzando la tua parte sana, vitale e consapevole, con strumenti e tecniche
energetiche, naturali e psicosomatiche, al fine di ritrovare un migliore equilibrio e armonia psicofisica. La
malattia spesso è una espressione dell’inconsapevolezza del nostro modo innaturale di vivere o di qualche
parte di noi che abbiamo negato, La malattia, quindi, può diventare un elemento di crescita e
comprensione che ci aiuta ad evolvere e a conoscere meglio noi stessi.
Tutte e due le logiche, in situazioni differenti, hanno una loro applicazione pratica e un’utilità reale.
Diciamo che lasciamo ai medici e agli psicologi il compito a volte grato e a volte ingrato di dover
affrontare la parte dura del problema che significa anche la possibilità di sbagliare, di sbilanciare la
persona, la possibilità di creare anche danni secondari come nell’uso degli psicofarmaci. Quello che
dovrebbe essere l’operato di un Counselor è invece sulla parte sana della persona, la sua vitalità, la sua
coscienza. L’abbiamo definito quando è nato l’Operatore Olistico circa 10 anni fa e l’abbiamo strutturato
5 anni fa con il CONACREIS, come colui che lavora sulla parte sana della persona o sulla parte sana
della malattia. E benché la persona sia ammalata ha comunque un potenziale vitale da cui il Counselor
può attingere le risorse per facilitare una serie di processi di crescita. Facciamo un ulteriore appunto.
Quando noi parliamo di medicina olistica o di psicologia olistica o di meditazione globale noi intendiamo
essenzialmente la stessa cosa ossia nel passato le medicine o le psicologie olistiche erano fuse in un unico
sistema, dove dal corpo fisico, alle emozioni, al lavoro sulla psiche, al lavoro sullo spirito era inteso come
un unico processo di guarigione - evoluzione. Pian piano nelle civiltà più potenti, più numerose come
numero di guaritori si venivano creare delle scuole, per esempio: la Scuola Ayurvedica, la Scuola
Tantrica Tibetana, la Scuola Taoista Tradizionale Cinese, dove all’interno di questo grande corpus di
guarigione si venivano a creare le scuole di alimentazione, le scuole di massaggio, le scuole di fitoterapia,
le scuole di meditazione, le scuole di agopuntura e così via. Nella Medicina Tradizionale Cinese della
guarigione globale c’era una parte che trattava la guarigione mentale. All’interno della guarigione
tibetana ci sono dei libri di Tantra sulla psichiatria che sono interessantissimi, e così anche nella parte
dell’ayurveda e nelle altre scuole che hanno creato specializzazione nei processi di guarigione. Oggi la
visione unitaria è andata quasi completamente perduta. Non esistono praticamente più scuole complete,
conoscenze globali, non esistono più testi estesi e completi, ma conoscenze alquanto frammentate. Esiste
qualche manuale di psichiatria tibetana perché è stato tradotto in inglese e in italiano. Il resto voi lo
trovate in volumi antichi spesso fuori pubblicazione dove all’interno di un librone c’è un capitoletto sulla
psichiatria o sulla psicologia. Noi cerchiamo in questo corso di concentrarvi queste informazioni e darvi
una visione il più possibile congrua e unitaria.
Coscienza come energia intelligente: la base della guarigione-evoluzione olistica
Uno dei presupposti di tutta la guarigione-evoluzione olistica antica e moderna (e quindi anche per noi
oggi della psicologia olistica) è quella che l’essere umano è un anima, è una coscienza, è un centro di
consapevolezza che vive in un corpo che nel momento della vita è cosciente, sensibile e vivo. Nelle
antiche visioni, cercando di riunire le informazioni simili (perché poi ogni scuola aveva le sue visioni
particolari) e i minimi comuni denominatori delle scuole olistiche dell’antichità, noi vediamo che
l’esistenza è vista come una Unità. Tutto è Coscienza.Questa Coscienza Infinita chiamata Dharma,
Vuoto, Tao, Grande spirito, Wankatanka, Logos, aveva aspetti diversi. In quasi tutte le vere grandi
tradizioni la struttura dell’essere umano, dell’esistenza, veniva differenziato in corpi, in livelli. Se
guardate sul libro della psicosomatica olistica vedete che c’è un riferimento ai corpi (nello yoga, nel
tantra), dove abbiamo sicuramente un corpo fisico, un corpo energetico-biologico, un corpo più sottile-
emozionale, un corpo psichico e dove abbiamo alcuni livelli di spirito. Abbiamo sicuramente il primo
livello quello dell’Anima individuale, poi abbiamo dei livelli di Anima, di Coscienza più espansi. Alcuni
li chiamano planetario, alcuni lo chiamano cosmico, alcuni ancora nirvanico. Sottili differenze. Quello
che è sempre stato il comune denominatore è che l’intera esistenza ha questa vita cosciente che permea
ogni singola struttura. Noi ritorniamo a questi concetti in occidente con pochi pensatori. Uno di questi è
stato il premio Nobel della letteratura Henry Bergson che parla di questo flusso di vita cosciente, l’élan
vital. Questo élan vital presuppone una coscienza di fondo che tutti i vitalisti hanno percepito, ma sono
sempre stati una minoranza esclusa dal main stream della grande cultura. Dobbiamo arrivare a Reich nel
periodo della grande scuola psicoanalitica di Vienna per riavere un approccio scientifico alla
comprensione della vita come energia. Reich viene buttato fuori dalla società psicoanalitica, viene buttato
fuori dal partito comunista, in Germania deve scappare, va a Oslo dove è buttato fuori, va in America
dove gli bruciano i libri e viene incarcerato e praticamente viene ucciso. Un tribunale sentenzia che lui
deve restare in carcere e che (testuali parole) “l’energia orgonica non esiste e quindi lui è un
millantatore”. Rifiutandosi di esporre le sue teorie in veste di imputato fu condannato per “disprezzo della
corte” e morì d’infarto nel penitenziario di Lewisburg il 3 novembre 1957. Quindi, pensate che
incredibile potenza ha questo concetto di energia intelligente. Energia intelligente come unica forza
sensibile che può avere però infiniti livelli di aggregazione o di evoluzione. Noi oggi nella prima parte
vedremo la parte fisica scientifica di questa componente di base della psicologia ossia l’evoluzione degli
esseri viventi, in particolare delle loro strutture nervose che portano a una complessità di organizzazione
delle stesse strutture nervose e che alla fine permettono nell’essere umano in particolare di arrivare a
questo processo delicatissimo che si chiama autocoscienza. Ossia vedremo il percorso della coscienza che
esiste già a livello atomico, che esiste già a livello cellulare, e che rimane tale e in modo integro. Quindi
ogni essere vivente ha coscienza di sé, ma non ha coscienza di essere cosciente. Questa acquisizione
avviene - che noi sappiamo - nell’essere umano. In alcuni primati c’è già un accenno, ma il meccanismo a
livello neuronale, il meccanismo di feed-back è come un’informazione “io sono cosciente”, “io sono
automatico, totalmente istintivo in questa mia coscienza”, “io sono una bestia, che sia un ramarro o una
formica e faccio la mia vita: scappo dal dolore, ricerco il piacere, ho un’intelligenza, metto via le cose per
l’inverno, creo strutture, ho una vita di relazione complessissima e ho coscienza, ovviamente, di me.” Ma
questa coscienza è diretta, istintiva e totale. Invece, crescendo, ad un certo momento, nell’essere umano
primitivo c’è questo passaggio tra i primati e gli ominidi, dove c’è questo salto di autocoscienza.

La consapevolezza di sé il feedback della coscienza
Definiamo la prima forma di autocoscienza: rendersi conto di esistere. Una volta sono entrato in un fiume
e c’era un fascio di luce che filtrava attraverso gli alberi illuminando l’acqua. L’acqua era fermissima, era
estate e io mi sono sporto e mi sono visto nell’acqua: ”Ah, sono io!”. pensai. Nel momento in cui mi sono
visto ho come sentito che ero lì, che esistevo. Ho immaginato che questo processo potesse essere
avvenuto sicuramente ad una scimmia evoluta che un giorno si è guardata e come succede alle scimmie
che vanno poi a guardare dietro allo specchio, a cercare chi c’è dietro allo specchio e si arrabbiano con
quella scimmia che c’è dietro lo specchio, qualche scimmia magari in un momento particolare - magari
perché era ammalata, magari perché era da sola e aveva più tempo e più spazio –l’area ha cominciato ad
avere questo primo feed-back. E avere questo processo che riporta l’informazione in sé: ”Io? Ah, ma io
sono io.” “Cogito ergo sum”. Io sono io. Sono cosciente quindi esisto. Esisto in quanto sono cosciente di
esistere. E’ un feed-back di coscienza, un feed-back d’informazione. Questo feed-back di consapevolezza
poi si sviluppa in una maniera straordinaria nel cervello più evoluto dell’essere umano, dal centro del
cervello che ancora pochissimi neurofisiologi considerano il centro dell’essere. Lo considerano nella
corteccia, perché fanno il gravissimo errore di considerare l’Io della persona come il centro della persona
stessa. Noi a livello di psicologia consideriamo l’Io una struttura sociale, quindi periferica, mentre il Sé è
una struttura, chiamiamola, totale, quindi anche fisica. Questo centro del Sé deve essere ritrovato nel
nucleo più primitivo del cervello, qualsiasi animale lo possiede: il nucleo più primitivo del cervello rettile
ha in sé il centro della coscienza. Poi da lì si evolve l’emozione che è un feed-back maggiore, poi si
evolvono i pensieri che sono ancora più periferici, ancora più all’esterno, ma il centro di coscienza rimane
al centro. Questa esperienza dell’essere, questo Sé l’abbiamo tradotto in un modello scientifico: Cyber, il
primo modello olistico di coscienza, l’Unità. (sinistra-sopra) e il suo modello energetico associato Cyber7
– la complessità. (destra-sotto).

In questi modelli che noi abbiamo studiato a livello neurofisiologico c’è la chiave anche per capire il
processo di crescita. Una delle cose, secondo me, straordinarie come opportunità per un Counselor è
proprio quello di riuscire a capire che il processo di crescita della consapevolezza di sé che è il centro di
tutto il nostro lavoro, cioè ritornare alla presenza, è un processo assolutamente centrale del sistema
umano, del sistema biologico. Quindi, essendo un processo assolutamente naturale, è parte del nostro
lavoro come Counselor che può per un attimo lasciare da parte la patologia, la guarigione ecc. e riportare
la persona in una stato di presenza, in uno stato di centratura, perché quella è la natura della cose. E, come
vedremo poi dagli esperimenti sul cervello, una persona che è in uno stato di presenza trasmette ad
un’altra persona questo stato di presenza in modo diretto se si crea quell’empatia che lo permette (non è
che va in automatico). Se la persona è capace di creare uno spazio di comunicazione empatica, la
trasmissione della presenza diventa automatica, istantanea, anche in chi non ha mai fatto un’ora di
meditazione in tutta la vita. Questo processo è un processo naturale. Significa riportare il sistema nervoso,
il sistema biologico al suo stato di normale, naturale stato di funzionamento e semplicemente esserne
consapevoli. Questo non implica un atto terapeutico, implica un atto umano più che di trasmissione, di
scambio di empatia o, se vogliamo, di entusiasmo. La persona che ha uno stato di presenza ha uno stato
tale di equilibrio tra energie fisiche e psichiche riunite nell’ambito dell’unità da avere un bassissimo
livello di tensione e un altissimo livello di energia. Quindi, è come se la propria macchina funzionasse al
suo meglio: è in quinta, va tantissimo e consuma pochissimo.

Il riconoscimento profondo dell’essere: la presenza empatica
Questo stato di presenza – una stabile calma fisica e un’elevata attenzione e consapevolezza – quando
viene trasmessa empaticamente porta la persona istantaneamente a un equilibrio di rilassamento e di
centratura. Vedremo come questo processo di riconoscimento dell’essere, di empatia, di risonanza tra un
Counselor e una persona (cliente) diventa poi il nucleo centrale della persona. E’ stata proprio la
mancanza di questa presenza empatica tra genitori e figli, agli inizi della vita, che porta a non sentirsi
accettati e che genera la chiusura del cuore e del senso di identità, da qui nasce tutta la patologia, cioè la
creazione dei blocchi psicofisici. La prima azione del Counselor è quindi quella di ricreare questa
dimensione empatica che permette alle persone di sentirsi profondamente accettate e quindi di poter
superare i propri blocchi e sviluppare una coscienza di sé.
Mentre una volta - ed era congruo con i tempi di allora - si riteneva che era più importante il blocco della
libertà fisica e sessuale delle energie, noi oggi alziamo il tiro, perché è congruo con la nostra situazione
sociale di questo momento storico capire che quello che ad un bambino o ad una bambina manca come
punto centrale della propria crescita è il riconoscimento di se stesso/a da parte ovviamente dei genitori o
persone che gli sono vicine e che gli trasferiscono questa percezione globale dell’essere. E’ come dire “tu
sei tu”. Questo riconoscimento che di solito dovrebbe essere caricato di quella energia che noi chiamiamo
amore, affetto, presenza, e se vuoi, entusiasmo da parte del genitore o comunque dell’educatore, è il
principale nutrimento del senso dell’identità profonda: IO ESISTO. Esisto, perché vengo riconosciuto.
Certo che esisto, ma non c’è il feed-back, manca il nutrimento. Allora questo punto centrale è quello che
noi vorremmo potesse essere il principale punto di azione dell’Operatore o Counselor Olistico. Attraverso
questa presenza silenziosa si manifesta l’empatia, la profonda risonanza con la persona che chiede aiuto.
La presenza empatica non richiede scambio di energia, non richiede a volte nemmeno scambio di parole.
Richiede semplicemente un training di presenza dell’Operatore/del Counselor in modo che questa
presenza passi, risuoni nell’altro. Quando questa presenza empatica si realizza, la persona si sente capita,
riconosciuta, accettata nell’animo e quindi si apre. Per essere più semplici possibili, è esattamente come
noi viviamo una situazione, magari da bambini – se vi ricordate – quando c’erano situazioni dove
vivevate un’enorme tensione (il padre era sempre arrabbiato, la madre era sempre tesa) e poi c’erano delle
persone calme e tranquille. Io avevo una nonna calma e tranquilla: qualsiasi cosa facessi, andava bene. Mi
guardava, mi sorrideva e c’era questo scambio di presenza empatica. Le piaceva la sua vita, era vedova,
viveva da sola, vendeva scarpe nel suo negozio, faceva da mangiare, faceva una vita semplice e naturale:
fluiva. E io stavo da Dio. Mi sentivo me stesso, mentre invece in casa c’era mio padre teso, c’era la
mamma, e per ogni cosa che facevo: “stai attento, non va bene!” non avevo lo spazio di esistere com’ero.
Credo che questo tipo di esempio sia abbastanza comune. Può essere che si crei empatia, che la stessa
persone cambi l’energia, come mio padre, quando si rilassava io avevo un contatto immediato con lui. A
volte alla sera prima di andare a letto ci prendeva e ci leggeva un libro, prima di dormire. Quindi in quel
momento c’era una presenza fisica, c’era calore, empatia, c’era “dai, facciamo questo”, e questo
riconoscimento avveniva e nutriva un senso di benessere. Questo che normalmente avviene a livello
inconsapevole può invece diventare uno strumento cosciente di vivere e di operare.
Se vogliamo, questo è uno strumento centrale, qualsiasi sia la vostra specializzazione.

L’individuo come unità e le sue modalità caratteriali
Roberto SASSONE
Il mio compito è di darvi delle definizioni un po’ più tecniche, più pratiche. Lo scopo del mio intervento
non è tanto quello di definire in maniera precisa delle strutture caratteriali, ma di dare la possibilità di
cogliere, al di là di una definizione del carattere, alcune modalità di funzionamento delle persone che
possano indicare qual’è il tipo di problema di fondo che esse esprimono. Anche se è utile definire in linea
di massima i caratteri e le patologie ad essi connesse, in questo ambito di lezioni per il counseling è più
funzionale sottolineare le modalità di relazione con l’ambiente, le forme di pensiero, gli atteggiamenti
proiettivi e il modo di percepire la realtà. Questi segnali, che vanno aldilà della diagnosi, ci possono
aiutare a vedere come quella persona funziona e dove è pericoloso spingerla. Quindici voglio porre con
voi in situazione più pratica.
Naturalmente per cominciare dobbiamo vedere sempre di più l’individuo come un’unità e in essa cogliere
i vari tipi di percezione della realtà che egli ha. Ci sono delle caratteristiche specifiche che derivano dal
tono emotivo della persona, dal taglio che l’emozione fondamentale dà a quella persona, che consentono
di vedere la coloritura, la sua emozione di base. In base a questo l’interpretazione degli eventi di quella
persona e il contatto che essa ha con gli altri assume una caratteristica specifica di quel colore. Ed è con
quel colore che l’individuo filtra la realtà e si impedisce di guardare che cosa esiste sul serio di fronte a
lui. Se noi incominciamo a lavorare su quella coloritura non stiamo facendo una psicoterapia, ma diamo
la possibilità di rendere il nostro cliente consapevole del tipo di proiezione che sta facendo sulla realtà; in
questo modo stiamo già facendo un atto profondamente trasformativo, ma che non va a toccare le
dinamiche profonde che un operatore olistico non deve toccare.

Nitamo MONTECUCCO
Sì, il confine è sempre molto labile, però è molto chiara la professione. Lo psicologo dice “io curo i tuoi
disagi psichici”, invece il Counselor dice “io sono qua per aiutarti in un processo di consapevolezza
globale utilizzando degli strumenti semplici nell’ambito della salute globale del benessere, mai della
guarigione, mai della medicina, della psicologia, mai della cura diretta, ma della cura indiretta, nel senso
di favorire un ripristino dell’equilibrio, ecc.” Anche durante il corso sul respiro, per esempio, abbiamo
imparato a non usare le emozioni, ma a sentire il corpo, entrare nel cuore, nella consapevolezza dei
blocchi senza dover necessariamente tirare fuori anche una singola emozione che potesse poi turbare
l’equilibrio, perché le emozioni sono già a un livello molto più critico. Quindi, se uno ha una formazione
psicologica o medica adeguata, allora poi entra nelle emozioni e fa quello che vuole. Si prende la sua
responsabilità, mentre invece voi come Operatori lavorate sul leggero e avete un’opportunità nuova.

Roberto SASSONE
Vorrei rimarcare un concetto importante: per lo psicoterapeuta la difficoltà caratteriale di un individuo o
qualsiasi conflitto o problema che egli pone riguardo alla sua incapacità di percepire la vita e se stesso
diventa un punto di partenza per andare ad approfondire il conflitto e vedere le cause e far emergere le
emozioni dolorose che spesso sono rimosse. Per un Operatore /Counselor Olistico questo materiale
offre invece la possibilità opposta, vale a dire che il conflitto ha qualcosa da insegnare al suo cliente. Il
conflitto significa “guarda, c’è tutta una modalità che tu devi imparare, cioè il conflitto ti sta mostrando
che hai la possibilità di apprendere qualcosa di importante o che hai in qualche modo dimenticato e di
cui non hai voluto tenere conto, cioè una grossa opportunità di evoluzione.” A seconda di come si tratta
un conflitto, si può andare in una situazione profonda dinamica che fa emergere l’ombra che noi come
Operatori non dovremmo toccare oppure si può mettere l’attenzione sulla la possibilità evolutiva che essa
offre. Questa possibilità evolutiva è lo scopo del Counselor Olistico.

Nitamo MONTECUCCO
Diciamo che ciò che tu hai definito adesso è la base di quello che noi chiamiamo la crescita umana o lo
sviluppo del potenziale umano. Significa che una persona dovrebbe vivere, questo è il nostro modello di
base. La persona vive con un centro di coscienza e con infiniti strumenti nella vita. Quindi, ha i piedi per
camminare, le gambe per correre, ha le mani per prendere e per abbracciare, ha gli occhi per vedere, ha le
orecchie. Ma se qualcosa nella vita comincia a toglierci le orecchie, toglierci gli occhi, segarci le gambe,
noi ovviamente viviamo una vita che non è piena, che non è forse poi alla fine una vita nella sua
completezza. Immaginiamoci che se noi parliamo di questa metafora a livello psicologico, noi abbiamo
delle funzioni psichiche e delle funzioni energetiche.

Abbiamo la vitalità, la sessualità, l’affettività, abbiamo la creatività, la comprensione, lo scambio, il
divertimento, la creazione. Tutto questo è parte dell’universo psichico. La complessità di queste forze ci
dà una vita piena, piena nella sua semplicità, è rotonda. Noi ci rendiamo conto che viviamo in una società
altamente innaturale che si è allontanata dalla natura e dagli eventi del cuore umano e che in tutte le
scuole del mondo non esiste una materia che sia cuore, che sia relazione, che sia piacere di esistere,
intelligenza emozionale. Adesso la stanno introducendo un pochino nelle scuole più elevate, ma
l’intelligenza emozionale non è ancora cuore. E tutto ciò è devastante. Un bambino o una bambina che
hanno delle grandi potenzialità non vengono nemmeno presi in considerazione: se sai bene la matematica,
bene, se non sai, prendi quattro e vieni rimandato, punto. Cioè noi consideriamo che la vita ti ostacola
nell’espressione o nel funzionamento di alcune attività fisiche o psichiche e se noi prendiamo anche solo
coscienza di questa mancanza possiamo in qualche modo aiutare la persona a riprendere il gioco della
vita, e quindi riprendere possesso di un potenziale che per qualsiasi ragione è stato inutilizzato.


Gli strumenti operativi del counselor olistico
Nel lavoro dell’Operatore o del Counselor Olistico noi lavoriamo con il processo della consapevolezza:
non utilizziamo strumenti terapeutici, ma strumenti di consapevolezza. Anche solo mettendo la persona
in contatto con quello che gli è mancato nella vita, la consapevolezza dei propri limiti, ogni evento della
vita può diventare un evento utile alla crescita. Perché ogni evento ci dà un certo senso, una
comprensione, da non intendere, come ipotizzano i New Agers, che "ogni evento ha un senso" come se
tutto fosse completamente preordinato. Questo è un punto che bisogna rimarcare, perché mentre
all'interno del meccanicismo vigge il principio opposto secondo cui: "niente ha senso e tutto avviene per
caso, o per causa effetto"; nella parte più immaginifica della New Age, tutto ha un sens. Io ogni volta che
vado alle conferenze incontro qualche signora che mi guarda con aria commossa e mi dice: “Ah, dott.
Montecucco, finalmente ci incontriamo e naturalmente niente avviene per caso…”. Sì, certo, esistono
sicuramente nella vita degli avvenimenti sincronici che sono dei momenti rari, non comuni. Tu incontri
casualmente il panettiere, il fornaio, incontri casualmente quattromila persone per la strada e poi, ogni
tanto ne incontri una che fa la differenza, che è sincronica con la tua anima, e dici: ”Ah, questo è un
incontro fondamentale!” A volte la vai a cercare questa persona, a volte ti arriva, nel senso che se stai
vivendo un certo tipo di momento vai a cercare i maestri spirituali, vai a cercare i guaritori. A volte ti
arrivano e questo diventa un evento sincronico, altamente significativo per la tua vita. Quindi noi
abbiamo una vita altamente casuale con degli eventi altamente significativi. E man mano la nostra
evoluzione cresce, man mano la nostra vita da casuale - perché siamo inconsci e quindi è casuale -
diventa consapevole e quindi significativa. E allora la vita la scegliamo noi e allora moltiplichiamo la
sequenza degli eventi significativi. Così nella malattia.

Il caso e la sincronicità: una visione di equilibrio
Il crollo della diga del Vajont, che ha ucciso migliaia di persone, è stato assolutamente casuale. Non è che
il karma di quelle persone sapeva che la diga sarebbe stata costruita male ed ha fatto sì che le anime si
incarnassero lì per soffrire e morire. E che tutti quei “bastardi” che muoiono in Africa sono persone che
hanno fatto del male e sono lì per soffrire: così si puliscono dal karma cattivo. E’ un’idiozia pensare che
qualsiasi malattia sia dovuta a una causa ben precisa. Quell’idiota di scuola di Dethlefsen e altri simili che
sostengono che “tutto ha un senso” sbagliano, non è vero, è un’idiozia. Tant’è vero che se avesse un
senso e tu lo conosci, riusciresti a curarlo. Se è un qualcosa di psichico che dipende dalla tua volontà
,anche inconscia, tu la fai diventare conscia e questo processo ti cura, cosa tutt’altro che vera.
Quindi, sappiamo purtroppo che esistono una serie di malattie di cui non abbiamo nessun dato nè noi nè
in Germania né in America né i maestri spirituali né gli illuminati né i ciarlatani, nessuno. Esiste una certa
fascia di malattie, magari una certa quantità di casualità, una certa quantità di significatività, di karma, di
psicosomatica. In quel caso puoi migliorare grandemente la situazione lavorando sulla parte significativa.
Esistono in qualche caso delle malattie dovute ad un’alterazione psichica ed in quel caso, se le prendi in
carico e loro lo vogliono veramente,si può riuscire a guarire la persona. Sappiamo tutto questo, sappiamo
con la nostra intelligenza e apertura. Sappiamo come in tutte le antiche tradizioni che il mondo è diviso in
una parte di caos e in una parte di Logos. Esistono due leggi in fisica: la legge dell’entropia che causa il
decadimento, e la legge della sintropia, della negaentropia per cui pian piano le cose si aggregano,
crescono e si sviluppano. Queste due energie sono contemporanee nell’antichità le chiamavano Caos e
Logos. Kamas è l’energia che tende alla disgregazione al basso; mentre altre energie, tra cui l’inerzia
portano il fuoco verso l’alto. Così la pianta può crescere. Quindi ogni cosa ha un ciclo, la pianta cresce e
poi muore., Il corpo da una cellula diventa un corpo vivo e vegeto per tanti anni e poi c’è l’involuzione e
la morte. Pensate quanti codici genetici sbagliati vengon fuori: vengono fuori bambini o incidenti, esiste
Cernobyl, esistono tumori da sostanze chimiche, bambini che muoiono giovani da leucemie. A volte non
c’è dentro il karma, c’è solo un evento casuale. Ma anche in quell’evento, se tu a maggior ragione come
medico o psicologo o anche come Counselor capisci anche la casualità dell’evento, ciò nondimeno anche
un evento casuale può diventare un evento significativo. Quindi non è che tu hai una colpa, ma
l’accettazione di quell’evento ci mette in uno spazio di consapevolezza di essere nell’esistenza.

L’accettazione della realtà così com’è
Questa è una grandissima comprensione. Le scuole vere di spiritualità invitavano i discepoli a vivere ogni
evento della vita, anche quelli casuali, come significativi per la propria crescita. Tu sei un umile essere
vivente nella grande esistenza, ognitanto ti succede qualche cosa - ti tagliano una gamba, hai un incidente,
ti muore qualcuno e hai un grande dolore - puoi arrabbiarti orifiutare l'evento oppure dire semplicemente
“ok”, “lo accetto”, “accetto anche la parte negativa”. E questo porta una crescita umana enorme. Questo
apre il cuore, se non lo accetti chiudi il cuore e ti arrabbi. Se apri il cuore, lo accetti anche se non capisci
il perché. Poiché accettare che non c’è un perché fa accadere dentro di te un meccanismo di crescita
profondissimo.

Roberto SASSONE
Bisogna anche dire che c’è un fatto energetico ben preciso, perché l’accettazione profonda di una
sofferenza e di una difficoltà non avviene mai attraverso una semplice presa di coscienza dell’evento (è
qui la differenza del Counselor Olistico), ma avviene perché si riesce ad attivare il livello del cuore. Il
livello del cuore è il livello della vera presenza e coscienza di sé. E il livello del cuore corrisponde ad un
centro dinamico di energia molto potente, che, fra le varie qualità, ha quella di trasformare le energie che
non riescono ad essere utilizzate o che si collegano su una polarità negativa. Quindi, è importante
comprendere che c’è una differenza fondamentale tra il far capire al cliente un suo problema e far
comprendere il problema, perché comprendere non tocca il livello mentale, ma quello della sua Presenza
nel cuore, capace di trasformare. Questo lo approfondiremo nei capitoli successivi perché è un grande
strumento terapeutico in chiave positiva. Comprendere vuol dire ‘prendere dentro’, prendere in sé con la
capacità trasformativa del cuore’; l’accettazione è di per sé una capacità trasformativa: il cuore non
capisce, ma accetta e accoglie

Luisa BARBATO
Vorrei sottolineare una cosa. Dal momento che tutto è unito, lavorando con le persone per esempio sul
piede, sulla schiena, sul corpo con la danza, ciò può far emergere problemi psicologici che il Counselor
non dove curare, però può fare benissimo un lavoro di accettazione, di testimonianza anche del cuore.
Inoltre la presenza dell’Operatore in qualche maniera già permette alla persona un processo di
trasformazione che se vuole, può approfondire con uno psicologo o psicoterapeuta. Ricordo una volta
sono stata invitata, in quanto psicoterapeuta, ad un Convegno che trattava problematiche sulla schiena e
mi hanno invitata per quanto riguardava la parte psicoterapeutica legata al corpo. Molti di questi
fisioterapeuti affermavano che lavorando sulla schiena, o altre zone del corpo, le persone tiravano fuori
moltissime emozioni. Queste avevano due posizioni fondamentali:: la fuga, che era chiudere velocemente
il rapporto, oppure se c’era un’accoglienza ne parlavano. Quindi che fare in questa situazione? Questa
idea della presenza centrata ed accogliente che non va specificatamente a cercare qual’è la causa è già un
modo per avviare un processo che quella persona porta avanti.

Roberto SASSONE
Questo significa che l’Operatore olistico deve conoscere un processo e seguire un percorso
d’individuazione e quindi avere una pratica meditativa, perché se non è in grado di entrare in questa
percezione di presenza, tutti questi discorsi decadono.


Transfert e controtransfert: la logica delle proiezioni
Luisa BARBATO:
Questo è il punto più delicato di tutta la questione ed è il punto del transfert, nel senso che comunque
dopo alcuni incontri che si lavora su alcune parti del corpo della persona, inevitabilmente si crea il
transfert. Una delle obiezioni che viene fatta è che se si rimane lì anche solo in accettazione avviene il
transfert. Per chiarire, qualsiasi processo di cambiamento psichico ha bisogno di una relazione, non
avviene così per caso. Può accadere anche casualmente, però, si ritiene nell’accadere normale dei
movimenti psichici il tramite, il mezzo attraverso il quale avviene l’inizio del cambiamento. Già uno stato
di centratura, di accettazione o di empatia dell’altro crea subito una relazione preferenziale. Quindi,
l’altro viene letto come il testimone, colui che accoglie preferenzialmente le nostre tematiche: questo
legame si chiama transfert. Il transfert è proiettivo, per cui quando inizia il transfert, l’altro se è in uno
stato neutra, di accoglimento, automaticamente diventa lo specchio delle cose dette. Se il cliente ha avuto
un genitore persecutorio, magari in questa posizione di neutralità leggerà subito un’inquisizione, ovvero
qualcuno che lo sta giudicando. Se il bisogno è trovare un accoglimento, cercherà una persona che lo
accoglierà, nel silenzio possiamo leggere l’accettazione. Quindi, è importante anche capire come gestire
questo transfert, cioè del legame preferenziale che questa persona crea con noi. Anche lì è riuscire a
vedere il momento in cui si sta sviluppando troppo, quindi per tutta questa parte di tematiche interiori
inviare poi, in qualche maniera trasmettere, fare da ponte in modo che questo transfert si ricrei con uno
psicologo o psicoterapeuta.

Nitamo MONTECUCCO:
Ogni volta che si instaura una relazione non neutra, immediatamente questa persona tenderà a proiettare o
il padre o la madre o l’amico o l’amante (poi ci sono variazioni). Essenzialmente la cosa fondamentale è
che proietterà su di voi una figura che è quella che ha avuto più a cuore o che gli piacerebbe e attraverso
questa proiezione viene veicolata un’enorme quantità di emozioni. Il livello emozionale è estremamente
carico: non semplicemente “ti voglio bene, sei una cara persona, mi stai aiutando”, ma c’è tutta
un’aspettativa che è conforme alla figura che sta proiettando. Escono una serie enorme di istanze, non
solo, anche se questa proiezione non avviene in modo eclatante, comunque si vengono ad instaurare nel
rapporto una serie di proiezioni emozionali. A titolo di esempio, se questa persona è abituata da tutta la
vita ad arrabbiarsi, naturalmente si arrabbiarà anche con voi. Anche questo è parte del processo del
transfert a livello emozionale. Quindi, voi vedete che una persona vi rifiuta dicendo “ma questo io l’ho
già fatto, ma cosa mi stai dicendo!” oppure vi sorride sempre e vi dice sempre “sì, sì, sì hai ragione, certo,
certo” o che fa cose a livello psicoemozionale, non dipendenti strettamente da voi . La comprensione del
transfert è fondamentale. L’arte dell’Aikido terapeutico è quella di permettere a queste energie di
muoversi con fluidità, con coscienza, sentirle, non far finta che non ci siano, ma muoverle in modo
assolutamente congruo per quello che è il vostro lavoro. Lo psicoterapeuta deve operare ad un un altro
livello di intervento.

Roberto SASSONE
Per questo è importante che ognuno abbia un’idea delle strutture caratteriali. Provate ad immaginare un
Operatore olistico che,di fronte ad uno psicopatico, per fargli capire delle cose, lo contraddice. o di fronte
ad un orale – che quindi sta in una continua richiesta d’amore - si propone come un grande seno per
cercare di soddisfare questo suo bisogno: così fa il gioco dell’orale e non se lo scolla più. Bisogna quindi
sapere cosa NON fare per evitare questi guai.

Luisa BARBATO:
Importante è non aver paura. Io ho sentito in questo Convegno che c’era molta paura nello scoprire che si
sta creando questa portata emozionale, di cui in qualche maniera uno non si sente responsabile, non si
sente che è il suo mestiere. Non abbiate paura, perché il meccanismo della creazione del transfert è
praticamente quasi automatico quando si vanno a toccare certi punti o si entra in una relazione
terapeutica. Quindi, è molto importante accettarlo nell’ordine delle cose e accettarlo sapendo che poi non
deve essere gestito.

Nitamo MONTECUCCO:
Il contro-transfert, nella sua accezione più semplice, è che voi, come Operatori, avete delle aspettative o
delle proiezioni sulla persona. Un classico comune tra Operatori olistici è che la persona che ha paura di
liberarsi dall’ambito familiare. Quando voi avevate lavorato sulla stessa paura ne eravate usciti in tre
anni, ma vi aspettate che lui ne esca in tre mesi. Ecco, le aspettative, le proiezioni tipo: “ma che
bell’uomo!” oppure “ma che persona antipatica” o “ma che persona dura, sembra mia mamma, adesso
gliela faccio vedere, le farò i punti psicosomatici più dolorosi del piede”. Questo livello di contro-
transfert è molto presente.

Marifa DE BENEDETTI:
A questo punto, secondo me, è giusto considerare lo stato di presenza. La risoluzione più facile, se si
riesce, è sempre lo stato di presenza che corrisponde anche in parte allo stato naturale dell’essere che non
ha proiezioni, non si identifica con l’ego. Quindi il cliente non ha più bisogno di proiettare quando dimora
nello stato di presenza, il Counselor non ha bisogno di proiettare o di avere aspettative quando è
stabilizzato nello stato di presenza.

Il concetto di “malattia”
Nitamo MONTECUCCO:
Trovare un paziente che è in questo stato è rarissimo, però tendenzialmente questo è il nostro obiettivo.
Comunque ricordiamoci che se non riusciamo davvero, significa che noi non siamo realmente in uno stato
di presenza.
Vorrei fare delle considerazioni generali nell'ambito della psicologia olistica e della crescita umana. La
“malattia” veniva considerata come una NON comprensione delle leggi dell’esistenza. La legge del Tao,
la legge del Dharma è semplicemente la legge di come va il mondo, non come va il mondo degli esseri
umani. Sappiamo anche che dobbiamo avere la consapevolezza che il mondo degli esseri umani va in una
direzione innaturale che è bene conoscere, ma da cui possiamo anche dissociarci. Mentre le leggi
dell’esistenza, ovvero l’accadimento degli eventi nel positivo e nel negativo, è una base di saggezza che
possiamo acquisire, a cui possiamo attingere attraverso esperienze, letture ecc. e se ci riusciamo a
conformare con questa legge dell’esistenza, noi siamo in uno stato non solo di presenza nostra interna, ma
di presenza all’interno di una vita: è la nostra vita. Ecco, questo processo, se noi lo rendiamo abbastanza
semplice – non sono 14 equazioni abbastanza complicate – è proprio il senso di come la vita e la morte
continuano il loro ciclo.
Vi faccio un esempio semplice: nella nostra iconografia sociale e culturale la coppia è un archetipo finto,
è un falso storico, è “vissero felici e contenti fino alla fine dei loro giorni”. Quante persone avete
conosciuto nella vostra vita che “vissero felici e contenti fino alla fine dei loro giorni”? Intanto, hanno
sempre litigato, nella maggioranza dei casi si sono separati, alcun volte subito, alcune volte
massacrandosi, quando andava bene, restavano moderatamente amici (“basta che non mi stai troppo
addosso”). Quindi, noi abbiamo delle strutture sociali che non ci danno veramente la visione di ciò che è
una vera relazione, per cui noi non abbiamo veramente il senso di cos’è la legge dell’esistenza. Noi
abbiamo una vita sociale che mette in evidenza per esempio della sessualità, una serie di aspetti eclatanti,
le grandi performances di “Nove settimane e mezzo” ed elimina tutta una serie di istanze reali, dove la
morte non viene quasi mai affrontata, dove l’arroganza sociale, il divario sociale, non vengono quasi mai
toccati, per cui chi ha più ego, chi ha più palle, chi è più arrogante, vince. E va bene così. Da una parte
vedi l’arrogante e dall’altra parte vedi chi non ha niente da mangiare e che c’è una disparità di trattamento
economico, per cui uno ha valore e l’altro è una merda. Noi dobbiamo assolutamente essere consci della
legge dell’esistenza nella sua accezione più vasta. Quel grande mistico che fu Alce Nero parlava del
Grande Cerchio del mondo, il Grande Spirito della terra. Ad un certo momento questo mistico
nordamericano vide il mondo e percepì questa sottile esistenza, fatta di vita e di morte, fatta di relazioni.
Questo sottile elemento che è l’armonia, l’amore, l’intelligenza tra le relazioni anche tra i più semplici
esseri viventi e tra i più complessi, e ne comprese il senso globale.
Ecco, allora quando noi riusciamo a capire il senso di come realmente l’esistenza si muove, possiamo
cogliere il cuore profondo che batte dentro gli esseri umani, dentro le relazioni, riusciamo a far fare anche
dei passi chiamiamoli di saggezza, non di conoscenza. di scienza, ma di una sottile saggezza che a volte
può arrivare, può arrivare in ogni momento. E che se comunque anche non arriva, possiamo attendere,
possiamo entrare in uno spazio vuoto. Nell’antica tradizione a volte le malattie venivano semplicemente
curate con l’attesa. C’era una serie di malattie, tra cui molte malattie psichiatriche che venivano curate
con il silenzio. Prendevano la persona malata e la mettevano in uno spazio di relativo isolamento:
mangiava tranquillo da solo, trovava tutto pronto non aveva scambi per parecchio tempo durante il quale
poteva rivedere che cos’era successo. A volte anche questo diventa un processo di cura.

Counseling come presenza empatica
Quello che di base per voi come Counselor è fondamentale, è proprio l’atteggiamento della presenza,
soprattutto ricordando il silenzio. Quando ascoltate la persona, e già dall’inizio della relazione questo
avviene, se voi entrate in uno spazio di profondissimo silenzio – chiamiamola di meditazione, di silenzio
ricettivo – vi svuotate di tutto quello che accade dentro di voi e ascoltate, andate in questo spazio di
relativa saggezza, dove la persona si sente accolta e dove comincia ad accadere qualche cosa su un livello
umano e già questo rappresenta un livello alto di guarigione, di consolazione, di prendersi cura, di aiutare
una persona. Gli offri un contesto dove riversare le tensioni emozionali, psichiche e c’è un’apertura, una
ricettività, una presenza. Come un contenitore umano, una persona che semplicemente è lì per te, anche se
non sa fare niente, anche se non farà niente, ma semplicemente c’è e ti ascolta.

Luisa BARBATO:
Bisogna dire che il silenzio sembra una cosa semplice, ma è difficile, è bene che lo sappiate. Il non fare è
spesso più difficile che il fare. Anche perché delle volte le reattività delle persone vi porta a dover dir
qualcosa e fare qualche cosa. E indietreggiare, stare nella posizione di chi osserva e stare un passo
indietro e non interferire è difficile .

Nitamo MONTECUCCO:
All’interno dell’Accademia faccio compiere una serie di esercizi che rappresentano questa differenza tra
il fare e il non fare ed entrare in uno spazio di silenzio per esempio quando vi chiedo di mettervi uno di
fronte all’altro in silenzio e semplicemente attivare la percezione del contatto tra cuore e cuore, tra pancia
e pancia, tra testa e testa, e entrare poi in uno spazio di silenzio. E’ come quando facevamo gli esercizi di
vedere le caratteristiche della persona in modo giudicante e poi cercare di spogliarci di questi giudizi e
vedere invece dietro la faccia della persona gli occhi, la presenza, il silenzio di queste persone ed
includerle. Tutta quella serie di esercizi (che poi vorrei fare molto brevemente nei prossimi giorni) sono
fondamentali proprio per questa dinamica sottile molto importante.
Lo stato di presenza è la stessa cosa. Presenza è anche quando sei attivo: puoi farle un massaggio ed
essere molto presente. Puoi fare un massaggio e intanto pensare: “Adesso vado in automatico e intanto
penso che cosa devo fare di spesa”, ciò significa essere tutto da un’altra parte. Non è essere nel qui e ora,
essere centrato su di te – perché quando sei centrato sei in uno spazio vuoto – ti permette di agire in un
modo particolare. Speriamo di aver la fortuna di poter fare questo nella scuola quadriennale di
psicoterapia, perché secondo me, dovrebbe essere il centro di ogni scuola di psicoterapia.. Personalmente
ho puntato enormemente sull’Operatore olistico e sul Counselor Olistico, perché ritengo che siano quegli
operatori che nonostante non posseggano le grandi conoscenze di sette anni di medicina o cinque più
quattro nove di psicologia, di conoscenze estesissime, abbiano invece colto il senso umano più profondo e
importante. Quindi, possono trasmettere la presenza, l’accettazione, il cuore, i valori umani in modo
diretto e molto semplice e a basso costo, perché costa meno fare una visita da un Operatore olistico che
non da un medico, ma in questo modo però si moltiplica la trasmissione, l’ibridazione, la trasmissione
anche del lavoro su di sé. Questo può permettere alla nostra società di accelerare il processo di
superamento della crisi che ormai è imminente., Ancora oggi non si sa se riusciremo a superarla.
Quando abbiamo fatto l’incontro di giugno a Lucca vi ho citato un articolo apparso su La Repubblica:
“entro 5 anni il barile di petrolio costerà 100 dollari”. Io ho detto, secondo me, se va bene tra tre anni; se
va male, come purtroppo immagino, tra due anni/due anni e mezzo. Adesso siamo già a 68 dollari da
giugno, era già un delirio 50 dollari, è aumentato quasi del 25%. Ma cosa succederà quando nel 2010 il
petrolio arriverà ai 200 dollari al barile? Stiamo accelerando la situazione di crisi energetica in modo
pazzesco. Quindi, ricordatevi, giusto per essere chiari, a Erice, Zichichi ha fatto riunire una serie di
scienziati tutti d’accordo sull’uso dell’energia atomica e delle centrali nucleari. Non hanno parlato una
sola volta dello smaltimento delle scorie. Come se la centrale fosse sicura: e le scorie del Nord Corea,
dove sono andate a finire? E le scorie delle venti centrali cinesi, dove sono andate a finire? E quelle
tedesche, e quelle francesi? Come mai i francesi stanno smantellando le loro centrali?
Quindi l’unica cosa che noi possiamo concepire - e lo dico con grande consapevolezza - è che l’Operatore
olistico (come persona che pur non avendo un training lunghissimo, ma un training medio-breve) può
acquisire gli strumenti di crescita umana importanti e trasmetterli (alle altre persone) e fare in modo che
la consapevolezza individuale aumenti velocemente e quindi che, a livello sociale, si possa arrivare al
raggiungimento della massa critica delle persone consapevoli. Questo è fondamentale per bilanciare
questa tremenda forza delle multinazionali e dei gruppi di potere che, invece, vogliono un mondo
completamente devastato ecologicamente, ma per loro ricco. Quindi, noi abbiamo questa grande
opportunità che è l’acquisizione della consapevolezza come Counselor e Operatori olistici.
Quello che a noi in questo momento serve ècapire l’Unità umana. Poi andremo ad avere una visione più
precisa, ma quello che ci serve stabilire con molta precisione è la percezione che noi abbiamo di essere
un’Unità. Questo è il punto fondamentale: questa percezione, questa coscienza unitaria la possiamo
chiamare il Sé, l’anima, in tanti modi, ma che ha come caratteristica sempre di essere nel corpo. Questa
percezione parte dal corpo e resta nel corpo. Non sono viaggi astrali, non sono percezioni extra-corporee,
non sono andare fuori di testa, ma è una percezione che è parte del corpo ed è legata al corpo. Questo fino
a un certo punto di evoluzione oltre il quale noi non andiamo e non ci interessa toccare.

Le persone non hanno una percezione globale di sé
Le persone normalmente non hanno la percezione di sé. Partiamo da questo punto di partenza che è
fondamentale. Se, come abbiamo visto prima, l’essere umano è fatto di tante parti, e se queste parti
corrispondono ad una psiche, se non c’è unità significa che noi siamo frammentati con un Io formato da
tante sub-personalità. Questo ormai è’ un dato assolutamente acquisito dalla psicologia moderna: le
persone hanno una serie di sub-personalità (la tecnica del Dialogo delle Voci non è psicoterapia, ma è una
tecnica di Counseling: questo è un dato importantissimo). La tecnica è molto dolce, forte e utile. Il
Dialogo delle Voci mette in evidenza il Sé e voi vedrete dei salti molto evidenti da una personalità
all’altra.
Il punto fondamentale da cui noi partiamo è che, quando la persona arriva (a meno che non abbia già fatto
un lavoro su di sé), non ha una percezione integra del proprio essere, né nel corpo né nella mente. Se voi
gli chiedete: “chiudi gli occhi e senti tutto il corpo”, sente tutto il corpo , se va bene, al 20-30%. Se gli
dici “senti la mano destra” la sente benissimo. Tutte le parti le sente benissimo, ma se tu gli chiedi “sentiti
un’unità, sentiti un insieme”, non ce la fa a sentirlo.
Noi ogni anno facciamo il gruppo della ‘Guarigione della testa’. E’ il gruppo fondamentale del processo
della crescita, dove mettiamo le persone in contatto con questa realtà. Tutti, indiscutibilmente, anche
gente che fa meditazione o yoga o tai-chi da tanti anni, se tu gli chiedi di sentire il corpo unito lo sentono,
se va bene, al 30%. Quelli che lo sentono benissimo, al 50%. Dopo due giorni di lavoro, di integrazione
delle parti corporee, di consapevolezza delle energie corporee, orientate alla presenza, arrivano di solito al
sabato pomeriggio o domenica pomeriggio ad avere degli sprazzi, dei momenti di pochi minuti, dove
hanno una certa percezione di sé, diciamo sopra il 50%, 60, 70%. Questo lavoro di integrità delle energie
normalmente nelle vecchie tradizioni richiede dai sette ai quattordici anni di meditazione costante. E’ un
training lunghissimo, non è una cosa che uno acquisisce così. In questo training, appunto le varie parti che
sono il corpo, le gambe, la psiche, la creatività, l’amore, la rabbia, la paura vengono re-incluse e
comprese nell’unità psicofisica. Quindi, la psiche alla fine si trova ad essere un processo di inclusione di
tutte le energie. E’ un centro che non importa quale sia, è un centro – come diceva Gurdjieff – di gravità
permanente.
Immaginiamoci lo stato psicofisico della persona che ha somatizzato una chiusura del cuore già da
bambino: i genitori non avevano presenza, non avevano coscienza, non potevano trasmetterla. Qualche
volta nella vita normale la presenza era un po’ di amorevolezza, un po’ di affetto, un po’ di gioco ma il
punto centrale che da bambini si chiude è il senso dell’esistere come totalità. E questo significa che si
chiude il cuore, le energie sono basse, ristagnano nella pancia , perché non salgono al cuore, le energie
alte non scendono. Quindi, i grandi blocchi – il blocco della gola fra la testa e il cuore, il blocco del
diaframma tra il cuore e la pancia, il blocco del bacino, tra la pancia e il sesso, il blocco del VI° tra le
energie centrali della testa e le energie di apertura verso l’alto, i blocchi classici delle gambe (piedi e
ginocchia) perché non c’è una messa a terra, i blocchi delle spalle e dei polsi e delle mani perché il cuore
non può fluire in maniera naturale verso la periferia. A livello psichico questi blocchi somatici provocano
una parallela frammentazione a livello psichico. Quindi la frammentazione dell’identità è il nostro stato
acquisito a livello culturale nel nostro tempo presente. Se noi ritorniamo attraverso un lavoro psicologico,
emozionale, fisico, energetico a far fluire e liberare le emozioni e i pensieri che bloccano le varie zone del
corpo, ritorniamo a un corpo sano, normale, ad uno stato di presenza fisica integra. Da questo stato di
presenza fisica noi ci auguriamo che la persona riesca a ritrovare una centralità dell’essere ancora più
forte e attraverso i processi di meditazione arrivare ad un livello dove l’energia interna diventa
assolutamente viva, esuberante, intensa, ed eventualmente arrivare a quello spazio di fusione, di unità che
tutte le scuole del passato e del presente continuano a ricordarci.





















oooOOOooo


NEUROPSICOLOGIA: L'UNITA' DI
COSCIENZA E I BLOCCHI PSICOSOMATICI


Il primo blocco psicosomatico: la chiusura del centro della coscienza
Passiamo al comprensione del cervello (fig.38 del libro “Psicosomatica Olistica”). Partiamo da questa
mappa semplice. Questo è il cervello visto dal basso. E’ sezionato, ma sarebbe il canale che scende nella
colonna vertebrale. Questa zona rossa è la zona del ponte bulbo-cervelletto, la zona verde è in realtà la
parte della corteccia temporale laterale che scende giù, ma immaginiamoci che dietro – in tutta questa
zona centrale – c’è il cervello limbico, la zona emozionale, e la parte alta del cervello – soprattutto i lobi
frontali e prefrontali – è la parte più evoluta dell’intero sistema. In questa zona qua c’è il chiasma ottico,
l’incrocio dei nervi ottici. In questa sottile zona del centro del cervello c’è il talamo e l’ipotalamo: è il
centro del cervello. Noi sappiamo che tutte le informazioni salgono qua e da qua vanno o al cervelletto, o
al sistema limbico, dal sistema limbico alla corteccia e poi … ritornano sempre qua. Quindi, c’è questo
giro e questo giro è quello che dicevamo prima il feed-back della coscienza. Se noi vogliamo
antropomorfizzare questo livello, possiamo vedere che questa parte corrisponde esattamente alla parte
sotto-diaframmatica, la parte rossa che è il cervello rettile corrisponde alla pancia; la parte intermedia
dell’essere umano che è il sistema limbico corrisponde al cuore e alla fascia intermedia che è il cervello
mammifero, e la parte neocorticale corrisponde al cervello umano superiore.
Ecco, nella fig.40, che rappresenta la I° Tavola delle Equivalenze Psicosomatiche, il punto centrale del
cuore cerebrale ritorna ad essere esattamente sul cuore fisico. Nel cervello rettile, in basso, ci sono i centri
istintivo-motori sessuali; nel cervello mammifero, in mezzo, vi sono in generale a livello di cuore come
funzione affettiva, sono i centri emozionale-affettivi; questi della neo corteccia in alto sono i centri
cognitivi intellettuali, razionali-intuitivi, ma il centro dell’essere è comunque dove noi ci segnamo con la
mano quando diciamo “io”, qua sul cuore.

Riportare tutto al centro dell’essere: la I° Tavola delle Equivalenze Psicosomatiche
La I° Tavola delle Equivalenze Psicosomatiche ci ricorda che: se il punto di coscienza centrale e attivo
tutte parti del corpo-mente sono in contatto con il sé, il centro dell’identità, e quindi anche tra di loro;
mentre se il centro è addormentato o chiuso ogni parte sarà a se stante, senza un centro realmente
operante, e la persona si sentirà isolata, frammentata, divisa. Questa prima mappa, volutamente
semplificata, è fondamentale proprio per capire come nell’essere umano noi possiamo immediatamente
riconoscere il primo blocco, il più importante: il vuoto del centro dell’essere. Da questo blocco centrale
nascono tutti i principali blocchi e disturbi, cioè nasce la frammentazione del nostro essere. Così, in modo
assolutamente semplice, ci ricordiamo anche il punto essenziale del counseling olistico: quello di
riportare ogni elemento al centro dell’essere, ossia di risvegliare l’esperienza dell’essere. Quindi, noi
avremo per quanto riguarda la totalità dell’essere, persone che saranno parzialmente prive di questa
percezione centrale di questa coscienza centrale dell’intero essere. Cioè avranno poco contatto del sé con
il corpo, non sentiranno il corpo, non sentiranno i limiti del corpo, non saranno in contatto con la loro
forza. Avremo persone che non hanno contatto tra il sé, l’identità centrale con la parte intermedia - non
hanno contatto emozionale, hanno il cuore chiuso - e non hanno contatto con la parte intellettuale, oppure
avremo persone che hanno questa parte fisica estremamente radicata e forte: sono molto fisici, sono quelli
che hanno il pelo sullo stomaco – scopo, mangio, dormo, “chi se ne frega”. Oppure ci sono quelli che
lavorano essenzialmente sul piano emozionale (immaginiamoci il 99% delle canzoni, delle storie, delle
“telenovelas”, dei film sono tutti su livello intermedio) e quindi vivono completamente persi nel mondo
delle relazioni affettive. Oppure ci sono quelli che hanno optato per la mente e sono completamente persi
nella testa: pensano, pensano, pensano e quando fanno l’amore pensano, quando sono nell’amicizia
pensano, vivono il corpo e pensano, e ogni cosa la fanno attraverso il pensiero.
Successivamente vedremo queste tre grandi tipologie e quelli che poi saranno i grandi comportamenti e le
grandi formazioni del carattere della persona. Chiaramente se una persona già dall’utero non ha avuto una
mamma che aveva una chiara percezione del corpo, aveva una mamma schizzata, diventa uno schizoide,
non sente più il corpo, perché gli è mancato il nutrimento/le energie rosse, basse del corpo.

La polarità maschile-femminile: la II° Tavola delle Equivalenze Psicosomatiche
Un altro dei fatti importantissimi sul cervello è questo: immaginiamo all’inizio come una cellula uovo
dove le energie del DNA femminile e del DNA maschile del padre e della madre, si intrecciano, come
nelle cellule del cervello. Mezzo cervello è maschile mezzo cervello è femminile e fra di loro, se scorre
bene l’energia si crea l’unità, piacere, sesso nel senso più lato possibile. Questo tipo di meccanismo se noi
lo dobbiamo riportare alla dualità, abbiamo proprio la dualità: aree diverse con funzioni molto differenti
che vengono integrate sempre. A sinistra abbiamo ciò che sarà dalla parte destra del corpo, a destra del
cervello quello che sarà nella mano sinistra, nel linguaggio, abilità musicali, il senso della bellezza,
intuizione, fantasia, ecc. Queste sono le qualità dei due lati del cervello.
Ancora una mappa (fig. 41) che mostra la II° Tavola delle Equivalenze Psicosomatiche. Questa Tavola
rappresenta un altro dei capitoli importantissimi della polarità psichica - maschile femminile, in altre
parole le zone fisiche del cervello corrispondono alle zone psichiche-emozionali del cervello. Ogni area
del cervello è come se fosse una mente, una psiche, un’anima che la anima e la fa crescere. Quando i
mammiferi si sviluppano sui rettili, sviluppano una parte che era già nei rettili, ma gli danno più spazio,
più elaborazione. Allora questa mappa ci parla dello YIN e dello YANG, dei due lati. Mettiamo lo YANG
sulla destra, il sistema simpatico, le grandi attività che produce il sistema dell’attivazione e qua il più
passivo, il più ricettivo che è YIN, il parasimpatico. Questa è una mappa incrociata e complessa che ci fa
vedere le grandi polarità. Nel cervello sono l’emisfero sinistro e l’emisfero destro che in gran parte sono
connesse, ma non sono la stessa cosa. Sono strettamente connesse con i polari del sistema nervoso che nel
corpo corrispondono a Milza e Fegato che sono due organi più polari del corpo. I Reni sono
specularmente uguali, i Polmoni sono uguali, i testicoli sono uguali, ma l’unica cosa fortemente
nell’ambito della polarità sono Fegato e Milza. Il Fegato veniva chiamato Surya Chakra, il chakra del
Sole, e Chandra chakra, il chakra della Milza, della luna, della femminilità.

I tre cervelli e le tre energie psichiche: la III° Tavola delle Equivalenze Psicosomatiche
Vi faccio un piccolo passaggio. Vediamo (nella fig. 43, che rappresenta la III° Tavola delle Equivalenze
Psicosomatiche) il cervello rettile, il cervello mammifero-emozionale e il cervello mentale-sensoriale.
Ricordiamo che nervi sensoriali - otttici, uditivi, olfattivi, gustativi - sono tutti della testa, partono dalla
testa e vanno direttamente alla testa. La percezione sensoriale, in senso corporeo, è del cevello istintivo-
metabolico, però è riflessa nella corteccia superiore, cell’”H omunculus sensitivus”. Il sensoriale, i cinque
sensi, tranne il cinestesico, sono organizzati a livello diretto cerebrale, i nervi sono corti e diretti: l’occhio
è tutto dentro il cervello; l’olfattivo è tutto dentro il cervello; l’acustico è quasi tutto dentro il cervello, per
cui sono proprio della parte mentale. La rappresentazione attraverso i sensi, i sensi alti, non in senso
corporeo è una rappresentazione di testa. Il tatto è invece dell’istintivo-metabolico. Ricordiamo
comunque che a livello di cervello rettile noi abbiamo tute le percezioni somatiche, il contatto somatico,
però il mentale, la pelle è il cervello. La pelle nel feto cioè la superficie si introflette e costruisce il
sistema nervoso. Quindi il polo dei sensi è il polo della coscienza diretta dell’informazione e quindi va nel
cervello. Questa è la divisione classica).
Queste tre parti del cervello corrispondono:
· il cervello rettile a pancia-gambe
· il cervello mammifero emozionale-circolatorio, al cuore-torace
· il cervello mentale-intellettuale alla parte superiore: testa.

Queste tre aree furono scoperte da un neurofisiologo che si chiamava Paul MacLean e sin dall’inizio
scoprì che nell’essere umano non sono in contatto armonico tra di loro. Parla di schizo-neuro-fisiologia:
queste tre grandi personalità, queste tre grandi energie umane non sono vissute in modo fluido. Quindi, o
abbiamo troppa pancia, persone troppo istintive e fisiche, o persone pochissimo istintive, oppure troppo
emozionali o poco emozionali, o troppo mentali o poco mentali. Queste sono le tre grandi categorie che
corrispondono a delle iper-attività o a delle inibizioni dei tre cervelli. Poi ci possono essere tutta una serie
di intrecci e considerazioni varie.
Vi faccio vedere (fig. 28) alcune mappe antiche, i tre fornelli o i tre riscaldatori che sono:
· il fornello Tan-Tien inferiore che parla di sessualità
· il fornello Tan-Tien medio del cuore
· il fornello Tan-Tien superiore, chiamato anche Tao o Dao.

In tutte le tradizioni - p.es la cinese o la tibetana con i relativi chakra - le tre funzioni erano assolutamente
stabilite. Questa triplice divisione esisteva per tutte le categorie. C’è la parte dello spaccato del cervello,
questa zona bassa è in rosso, questa parte intermedia è il cervello rettile. Qui è il talamo e l’ipotalamo e
questa è l’ipofisi. Questo talamo e ipotalamo è il centro del cervello e questa in alto è tutta la corteccia. Se
volete vedere tridimensionalmente queste zone rosse e blu sono il cervello emozionale, questa è
l'amigdala e questo è l’ippocampo che è la sede delle emozioni e delle memorie emozionali, quelli che
vengono chiamati i feeling tones, i toni emozionali. Molto interessanti sono questi bulbi olfattivi che sono
una delle parti più emozionali e anche rettili del sistema sensoriale, perché nei bulbi olfattivi partono tutti
i sistemi di riconoscimento emozionale.
Una delle considerazioni importantissime per la professione di Counselor è questa. Qua sono le aree del
cervello dove maggiormente viene prodotta endorfina, La zona del talamo e ipotalamo sono tra le due
maggiori produttrici. Come dire, quando il funzionamento di questa parte centrale del cervello è ottima, il
cervello produce endorfine che ci danno la sensazione del piacere di esistere. Il talamo e l’ipotalamo è
una zona immutata sia nel cervello rettile che nel cervello mammifero che nel cervello umano. E’ come
un centro che rimane assolutamente uguale. Cambia leggerissimamente il numero di connessioni di
complessità, ma la struttura è uguale. E’ come dire, la coscienza è uguale per tutti. La mia coscienza o
quella di un rettile non cambia, mentre invece da qua c’è questo giro: da qua le informazioni vanno al
sistema e tornano qua, diventano operative. Tutti gli animali, tutte le razze e anche le cellule producono
endorfine, tutto produce endorfine e piacere.
Diciamo, quindi, per riguardarlo a livello di mappe, se prendiamo il cervello umano possiamo vedere il
processo di evoluzione dal rettile come un energia che passa e che ritorna sempre a trovare il proprio
centro. Tutto il sistema nella sua complessità ha un unico centro di coscienza, a cui arrivano e da cui
ripartono tutte le informazioni e fanno questa rotazione. Guardate il movimento del campo
elettromagnetico: dal centro va all’esterno e ritorna giù a spirale. Il campo elettromagnetico umano, dalla
testa ai piedi va esattamente nello stesso senso, continua a girare e non solo all’interno, ma anche
all’esterno, quello che noi chiamiamo aura, il campo elettromagnetico intorno all’essere umano viene
studiato esattamente come una forza che continua a girare. Le informazioni girano e continuano ad
arrivare alla coscienza. Io sono tutte le informazioni che ho e che ritornano al mio centro. Io sono le mie
informazioni. Se ce lo siamo dimenticati, noi eravamo comunque un’unica cellula che si è differenziata
nei tre sistemi, tre foglietti embrionali. Come la luce si differenzia in rosso, blu e verde che sono i tre
colori fondamentali o se sono per addizione rosso, giallo e blu, queste sono le tre energie fondamentali.
Ricordiamoci sempre che i tre sistemi nascono dall’unità e rimangono unità.

La Mappa delle Energie Psicosomatiche Essenziali
Vediamo (fig. 44 o poster a colori della Mappa Psicosomatica Essenziale) questa Mappa Psicosomatica
Essenziale, che rappresenta la sintesi della tradizione yogica e taoista classica dell’antichità e che ci parla
delle grandi energie emozionali umane. Qui entriamo proprio nel vivo della concezione psicosomatica.
I primi tre chakra sono le unità fondamentali del cervello rettile: la prima è l’Energia rossa, viene dai
piedi, dall’Energia dei Reni, dall’Energia ancestrale, quella che i Cinesi dicono risiede nel punto di mezzo
dei Reni, la carica vitale che è come quella pila che non potrà essere ricaricata, che terminerà con la
nostra morte. Una parte, invece, della nostra Energia potrà essere ricaricata, ma la parte di Energia
ancestrale è quella che è: o ce l’ha o non ce l’ha. E secondo loro dipende del grado
orgonomico/energetico con cui i due genitori interagiscono, con cui si amano o hanno una buona
relazione sessuale. Dall’insieme di queste forze fisiche ed emozionali interiori nasce questo elemento
energetico.
Allora la prima Energia sale diritta dalla terra fino al Cuore: questa è la prima Energia di terra, di Reni, di
forza, è il grounding, è la forza che ti fa spostare con vigore nel corpo, è quella che ti fa sentire vivo e
forte, è quella che ti tiene sulle gambe, che ti dà quella presenza fisica. Se questa Energia è viva, ti dà
calore, il senso dell’identità e fa sì che la psiche/l’anima si senta incarnata, si senta nel corpo fisico. Se
questo canale è debole, è quasi assente, la persona non ha più la parte bassa, non ha più le palle (testicoli e
ovaie). Ricordatevi che a livello genetico nel feto esistono due gonadi che diventeranno o testicoli o ovaie
ed esistono due sistemi: i dotti del Muller e del Wolf, o scendono o si sviluppano quelli del Muller o si
sviluppano quelli del Wolf. Se si sviluppano quelli del Muller, diventi una donna, quindi queste due
gonadi scendono e diventano ovaie. Se si sviluppano quelle del Wolf, diventi un maschio e gli altri si
atrofizzano. Però noi abbiamo la totalità della potenzialità, ma le gonadi, le palle sono uguali, tanto negli
uomini, tanto nelle donne, cambiano la loro funzionalità. Questa è l’Energia primaria.

Poi noi abbiamo un’Energia che passa principalmente dal Fegato, nasce da terra e ci porta l’energia che
chiamiamo vivacità, giocosità, movimento, è dinamica, è Yang. Prende ovviamente l’energia del primo
Chakra, ma la elabora più verso l’esterno. Dall’altra parte noi abbiamo l’Energia della Milza che viene
dal piede – secondo la vecchia tradizione sia tibetana sia cinese – e che è l’ Energia della dolcezza e della
sensualità. Quando queste tre Energie sono in equilibrio tra di loro, il bambino ha il cuore aperto e vivo.
Sente il corpo fisico, sente la sua vivacità, gioca, è felice di giocare, sente la sua tenerezza, la mamma che
lo abbraccia, è felice di lasciarsi andare. Il sistema simpatico è attivo, il sistema parasimpatico è attivo e
c’è quello scambio armonico tra i due.

Il cuore è il centro pilota: il Cyber del sistema
Dall’alto noi abbiamo la prima Energia, quella dei Polmoni che dalla radice del naso scende e che è
l’Energia dell’aria: è un’Energia fortemente associata alla mente. In tutte le tradizioni antiche l’aria e la
mente, vento e psiche, sono quasi sinonimi ed è definita come quelle curiosità, quell’intelligenza attiva,
creativa. E’ il bambino che scopre, conosce, si muove. Questa Energia è del quinto livello ed è quella che
permette alla persona di respirare. Questa è un’energia che alimenta fortemente il Cuore, che gli dà
respiro. Dall’alto noi abbiamo queste due Energie che sono una psichica e l’altra più spirituale ancora che
è la coscienza. La coscienza ha sede nel Cuore, ha sede parallelamente nel centro del cervello e prende
coscienza dallo stato dell’essere attraverso il Cuore che è il centro tra la testa e la pancia.
Quindi, quel punto che abbiamo visto che è il Cuore del cervello, nel corpo corrisponde al Cuore fisico.
Sono due punti in totale parallelismo, in totale equilibrio. Quindi, se l’intelligenza viene sviluppata, se
l’occhio vede la mamma e riceve, se la mamma respira e gli dà vita, se è affettuosa, se c’è una giocosità,
se c’è una percezione del corpo fisico, il bambino nasce naturale. Questa cosa la troviamo in tutti gli
animali soprattutto superiori per esempio i gatti hanno una mamma che c’è. Nella gatta il Rene fa scattare
le surrenali, tira una graffiata negli occhi e ti acceca. Questa Energia dell’aggressività può scattare, è una
presenza. Anche una scrofa quando è gravida devi stare attento, questo centro è vitale. Mentre i piccoli
fanno partire istantaneamente queste due Energie – cioè voi vedete i piccoli che hanno sempre spazio per
giocare, vivacità e tenerezza – la mamma non li perde mai di vista.
Già negli animali inferiori questo tipo di equilibrio può già essere devastato. Facciamo degli esempi
semplici. La mamma che non ha tanto primo chakra, non ha tanto radicamento nel corpo e quindi p
esempio non cura i figli. Se ne va, è di testa, non è fisica, abbandona i bambini.

Ho fatto un esperimento che mi è piaciuto tantissimo. Avevo due galline, una bianca e una nera. Fecero
due nidiate che misero nella paglia nella stalla. Ma avevano mischiato le uova. Ad un certo momento le
abbiamo divise, ma alcune uova si erano già scambiate. Abbiamo messo in una cesta le uova della gallina
bianca e in un’altra cesta le uova della gallina nera. La gallina bianca era una gallina simpatica e
amorevole, beccava dalla mamma. La gallina nera era isterica e nervosa. Quando sono nati i pulcini
abbiamo visto che c’era un gruppo di quasi tutti neri, ma qualcuno era bianco e viceversa. Allora tutti i
pulcini che erano con la gallina bianca venivano a beccare dalla mamma; i pulcini della gallina nera, tra
cui alcuni bianchi, non li potevi avvicinare. La gallina bianca non dava segnali quando tu ti avvicinavi ed
era tranquilla, mentre quando ti avvicinavi alla gallina nera, questa mandava dei messaggi e tutti
scappavano. I piccoli anche neri che erano stato allevati dalla gallina bianca era tranquillissimi; i piccoli
anche bianchi che erano stati allevati dalla gallina nera erano isterici. Ecco che per noi il punto
fondamentale è che queste Energie che dipendono anche da centri cerebrali ben precisi possono essere
alterate. La mamma muore e quindi tutta la parte di tenerezza e dolcezza non c’è più e i gattini vanno a
succhiare i vestiti perché non hanno avuto il riflesso della suzione, non è stato concluso, per cui loro per
tutta la vita continuano a ciucciare il latte, hanno un bisogno affettivo – sono diventati degli orali –
oppure la gatta troppo incazzosa e troppo aggressiva che li fa diventare troppo aggressivi o la gatta che
non lascia giocare i piccoli. Ricordo la gallina nera che non lasciava andare i suoi pulcini neri fuori, era
isterica, aveva solo paura paura paura: l’asse prevalente del Rene era sulla paura, non sulla forza. Quindi
ipertensione: questi non giocavano, non si godevano la loro vita con pienezza.

Shen: il cuore e l'anima emozionale degli organi
Già nel regno animale abbiamo un’infinita serie di esempi di alterazioni delle energie psichiche primarie.
Proprio per essere chiari, queste Energie i Cinesi le chiamavano Shen, gli spiriti, le anime degli organi; e
rimarcavano costantemente che lo spirito centrale è sul Cuore, è quello a cui arrivano tutte le anime del
corpo, così come al centro di coscienza del cervello arrivano tutte le informazioni del corpo. Noi, però,
dobbiamo capire che l’anima del Cuore vive realmente e cresce solo se viene nutrita da tutte le anime
somatiche. L’Imperatore, simbolo del cuore centrale, vive ed è potente se riceve nutrimento, denaro,
forza da tutto l’insieme del regno. Se non lo riceve, diventa debole. Se ne riceve pochissimo, può
collassare.
Dobbiamo capire questo tipo di processo che possiamo anche rivederlo nell’immagine seguente. Nella
Mappa Psicosomatica Essenziale vediamo il centro del cervello della percezione globale dell’essere, a
metà tra la destra e la sinistra, tra davanti e dietro, l’alto e il basso dove per esempio i Cinesi o le
tradizioni tibetane fanno arrivare tutti gli Shen. La chiamano la Stanza della riunione delle Anime, le
anime dei vari organi. A livello psichico immaginiamoci questo come il centro del cervello: la parte
corticale, la parte intermedia emozionale, la parte più istintiva e tutte queste energie devono arrivare in
questo punto per produrre una percezione intelligente dell’essere. Se una persona non riceve le Energie
basse sarà una persona senza corpo, senza radici. Ciò che noto di più nelle persone c’è la totale scarsità di
energia nelle mani, sia nella comunicazione che nelle mani. Talvolta sono mani grassocce, sudate, come
se non ci fossero o come se fossero delle pinze, delle cose esterne. A volte, invece, dai la mano ad una
persona e senti la persona, ti parla con il chakra della mano, è nel Cuore. Sembra che i canali arrivino
proprio al palmo della mano. Ma se questo Cuore è debole, perché l’energia del Cuore viene frammentata
a livello di spalle-gomito-polso, abbiamo questa forte alterazione.
(spiegazione del colore dei canali corrispondenti ai rispettivi organi)

Si viene a creare, quindi, proprio sulla zona del Cuore un’interferenza fortissima che ha un parallelo
anche meno evidente sulla testa, a livello del II° Chakra. Ci sono due punti sul Ren Mai relativi al Cuore:
il punto psicosomatico del Cuore, quello emozionale è sulla linea mediana tra i due capezzoli. Noi
posizioniamo, invece, a livello energetico il Cuore leggermente più in alto, 2 o 3 cm più su che
corrisponde proprio alla radice, all’anima, all’essenza del Cuore.
Qua, a livello di pancia si riuniscono i 7 meridiani Yin principali: tre da una parte e tre dall’altra che
vengono su dalle gambe più il meridiano di Vaso Concezione che passa nel mezzo. E questo è un punto
evidente di una carica enorme. L’altro, a livello cerebrale, al centro della testa a cui arrivano i vari
meridiani del Dan Tien Superiore. A livello di medicina del corpo abbiamo tre Dan Tien: l’Inferiore, il
Medio e il Superiore. A livello di medicina profonda taoista, questi sono i tre Dan Tien.

Piacere, paura e inibizione del cervello istintivo
Riguardiamo ancora un secondo il cervello rettile e mammifero. Facciamo una brevissima riflessione per
quello che ci interessa la crescita umana di questi tre cervelli.
La cosa interessante è che il cervello inferiore è quello della vitalità, essenzialmente orientato alla
sopravvivenza di sé: “io esisto e voglio sopravvivere” E ci sono alcuni passaggi fondamentali, di cui
l’energia del Rene e surrenali sono fondamentali: attacco o fuga. Se è più piccolo di me, lo attacco e lo
mangio; se è più grande di me, scappo e mi salvo la pelle; se non posso fare niente mi abbandono e mi
lascio andare, vado in inibizione dell’azione e perdo completamente la funzione degli istinti, perché non
posso più fare niente. La gazzella scappa con tutte le forze, ma se viene presa si butta a terra, è inutile
scappare, tanto vale morire in fretta, non c’è più niente da fare, c’è il collasso delle funzioni. Il collasso
delle funzioni del cervello rettile è comunissimo (l’insetto, invece si finge morto per istinti di
sopravvivenza: viene mangiato solo se si muove). Altrimenti negli esseri umani questo processo è
comunissimo nei contesti di inibizione dell’azione. A livello neurofisiologico è stato studiato da Henry
Laborit che ha scoperto come i topi per sopravvivere in una gabbia divisa in due e data elettricità a mezza
gabbia, saltavano dell’altra gabbia della metà opposta. Si accendeva la luce, si elettrizzava e saltavano per
non prendere la corrente. Poi, questi bastardi di scienziati elettrizzavano entrambi le gabbie e loro
saltavano da una parte all’altra cercando di capire dove non c’era elettricità. Ad un certo punto si
buttavano come morti e non reagivano più. Noi umani abbiamo esattamente la stessa funzione. Esistono
delle caratteristiche delle persone che hanno delle strutture di carattere assolutamente date dalla non-
reazione. Di questo ne parliamo in Accademia quando diciamo che hanno così tanto proiettato valori di
paura, di arroganza sui genitori, il prete, Dio, “io non posso agire”, che anche quando tu gli fai del male,
non reagiscono. Quando incontro questo tipo di persone faccio in modo di farle reagire. Una delle cose
più normali che faccio è di prendere il punto qua in basso, il punto del diaframma che spesso fa molto
male. Quando vogliamo stimolare la respirazione di una persona, schiacciamo questo punto e la persona
sblocca il respiro, gli si apre il diaframma. E dato che la compressione bassa è essenzialmente
diaframmatica e i Reni sono sotto-diaframmatici e retroperitoneali, in questo punto vai proprio a
stimolare quella zona di azione e cerchi di rimettere in moto la reazione, per cui se uno ti fa male non è
più tuo amico, tu lo mordi. Comincio a schiacciarlo e chiedo : “Qui, ti fa male?” Questo tipo di persone
non reagiscono e soffrono anche se gli faccio del male. Allora li minaccio dicendo: “Adesso vado dentro
e ti sfascio il piede!!” e finalmente hanno una lieve resistenza. Gli chiedo: “Allora ti fa male”? “Sì, sì un
po’.” Allora carico la dose, loro cominciano a chiedere : “No, no, per piacere non mi faccia male.” E io
faccio di tutto per mandarli in reazione e quando finalmente cominciano a reagire, scatta questa inibizione
del centro dell’istintività.
E glielo rifaccio fin quando loro non lo imparano. Che sia il Padreterno, nessuno ti deve fare del male.
Non accettare nessuno che ti faccia del male!! Se qualcuno ti fa del male, non è più tuo amico. A qualsiasi
cane se tu gli fai del male, anche se è il tuo cane favorito, prima ti azzanna delicatamente ringhiando
come per dire “che cosa fai? Guarda che ti mordo “. Se continui, lui continua a tenere la presa, lui ti
guarda ringhiando ancora di più finché ti morde. Io l’ho sperimentato: quattro punti sulla mano, Era
SANO!
Tu non lasci che nessuno ti faccia niente, perché se qualcuno ti fa qualche cosa vuol dire che o è
squilibrato o è pazzo. Se vuol picchiare qualcuno, vada a casa e picchi sua moglie, ma non me.
NESSUNO MI DEVE PICCHIARE!
Quando facevamo i punti del cranio-sacrale dello psoas, gridavamo, però c’è un rapporto in cui se ti
fanno troppo male dici : “No, è troppo!” Loro ti dicono: “Prova a resistere ancora e prova a mollare
invece di tendere.” In questo caso c’è un rapporto di reale fiducia dove stai facendo un lavoro doloroso,
ma che serve. In realtà quando il muscolo viene stressato a lungo, cede ad un certo punto l’attenzione e
l’emozione che è bloccata lì. Quindi, lo si può fare, ma con un progetto mirato.
Allora, i rettili quando crescono hanno questa energia estremamente forte per la vitalità. La vitalità è
esattamente quello che si vede nel mondo contemporaneo che, secondo me, dovrebbe essere chiamato il
mondo tecno-rettile. La parte razionale del cervello ha totale supporto dall’energia del cervello rettile.
L’energia del cervello rettile è: mangiare, avere potere, avere territorio. Le multinazionali hanno
l’estensione del cervello rettile, cioè territorio, potere e se mai, meglio, abuso che non il contrario. Meglio
avere qualcuno sotto che non sopra. Se posso schiacciare qualcuno, mi sento più forte e più sicuro.
Quindi, questo centro istintivo è quello che stimola ad arrivare al vertice della gerarchia - il maschio alfa -
, il che significa che io ce l’ho veramente più duro di te, sono più cattivo di te, sono più grosso e più
potente di te, ti metto sotto, ti massacro e quindi mi faccio le femmine del gruppo, perché io sono il
maschio migliore, quindi ho la genetica migliore. Questo è legato alla riproduzione, ma anche questo
avviene all’interno di strategie fortemente di sopravvivenza, mentre invece nelle società dove non c’è così
bisogno di sopravvivenza, questo tipo di gerarchi si affievolisce, si orizzontalizza. La comparsa del
cervello mammifero è la comparsa di un elemento che è caratterizzato dalla necessità di far evolvere di
più nel tempo e in complessità i figli. Quindi, mentre i figli dei rettili di solito vengono partoriti o vivi o
nelle uova, nei mammiferi la prole è la società, è l’estensione del “self” non solo come “sé”, ma come
gruppo, figli, compagno, piccola società e vista come “self-extension”. Allora l’estensione del sé
all’entourage è assolutamente fondamentale che permette una maggiore complessità, una maggiore
evoluzione che ha dei tempi necessariamente più lunghi. Il cervello mammifero può inibire le funzioni del
cervello rettile. Quindi, la mamma che non ha cibo si depaupera per dare il latte ai figli. A volte si mette a
rischio di vita per far vivere la prole. Ciò vuol dire che va contro la prima legge della sopravvivenza,
dell’autoprotezione di sé, un po’ come le leggi della robotica di Asimov.
Nel secondo cervello io sono vecchio, preferisco eliminare me e far vivere i miei figli, perché hanno più
probabilità di portare avanti me stesso in senso esteso. E’ molto intelligente. Il cervello mammifero è
fortemente basato sulla comunicazione. Mentre il cervello rettile ha due o tre tipi di meccanismi: il primo
è paura, il secondo è aggressività, il terzo è sesso. Può essere voglioso di sesso, fa il relativo verso e tutte
le raganelle che sono lì attorno, oppure è un maschio in apertura di territorio e fa un verso forte – cioè “ti
faccio paura”- io ho paura e scappo, oppure paura di pericolo. Alcuni rettili quando vengono registrati –
questo vale anche per i mammiferi – fanno tutti la stessa cosa, per esempio prendono questo senso della
paura base e lo fanno diventare più complesso. per esempio i Mustelidi hanno tre messaggi di pericolo.
Quando vengono registrati i messaggi di pericolo dall’alto, tu vedi tutti questi piccoli mammiferi che
guardano tutti in alto, perché significa “attenzione, pericolo di rapace!” L’altro è “attento dal basso” tipo
serpente e tutti saltano fuori dall’erba. Ricapitolando, il cervello rettile è territorio, paura, sesso, finita lì.

Il cervello limbico degli affetti e dell'amore
I mammiferi riprendono questi messaggi e li rendono estremamente più complessi. E ripeto, non è più un
messaggio per sé – l’unico messaggio collettivo dei rettili è quello di cercare l’accoppiamento e quindi
lanciano i messaggi per gli altri, o di paura o ti devo intimidire, ma non è un messaggio sociale – i
mammiferi aprono il livello sociale, la famiglia, la comunità. Già gli uccelli sono paralleli al livello
evolutivo del cervello mammifero. Anche nell’accoppiamento dei mammiferi c’è un’inibizione del
cervello rettile se no la femmina, appena finito l’accoppiamento andrebbe cercare un nuovo compagno,
invece c’è un’inibizione degli ormoni dell’accoppiamento in modo che lei rimane vicina ai figli e quindi
l’ossitocina e la prolattina possono agire e inibiscono il cervello rettile per permettere il comportamento
materno di emergere. E’ un livello molto bello, molto interessante.
Ad un certo momento noi ci siamo trovati a essere primati, a dover sviluppare ad un livello ancora più
elevato di mente, di elaborazione delle informazioni su dei livelli molto più avanzati. Già i mammiferi
hanno un discreto livello di intuizione, di razionalità. Gli uccelli creano dei nidi complessi e fanno delle
cose molto interessanti, i canidi fanno delle strategie di gruppo complesse per accerchiare, portare, fare
tutta una serie di cose . E tanto più è complessa la specie, tanto più si tende a dover raggiungere un livello
di accoppiamento che sia lungo nel tempo. Questa è una motivazione biologica, perché il bambino non è
che nasce ed è già adulto. Ci mette perlomeno 3, 4, 5 anni e la struttura della coppia tra uomo e donna
deve essere precisa. La scelta tra uomo e donna. E l’uomo deve sceglier una donna che abbia una certa
presenza e la donna deve scegliere un uomo che abbia una certa presenza, che diano l’idea di essere
stabili perlomeno per 4,5 anni, un ciclo. Da qua nasce l’idea della coppia perfetta, dell’amore, della
famiglia che, a livello biologico, è essenzialmente corretto. Non è corretto a livello umano, perché noi
non siamo più a quell’istanza e comunque la decisione di fare una famiglia non dipende più dall’età o dal
sesso. Noi possiamo scorporare la sessualità, l’affettività, l’amicizia dall’aver dei figli. Ma tutte queste
energie sono assolutamente fondamentali nella comprensione degli scompensi emozionali. Sono dei
blocchi psichici. Nella formazione del carattere se queste energie non vengono sviluppate in modo
naturale possono creare una serie di tragiche alterazioni, dove le energie di base o lavorano troppo o
lavorano poco.

La Mappa Psicosomatica Essenziale
Questa mappa rappresenta uno schema semplificato: destra, sinistra, alto basso è lo schema biologico o
neurobioenergetico più semplice per interpretare in modo corretto le patologie psichiche. Tutte le
alterazioni, dalle leggere alterazioni a quelle più gravi. Nella situazione delle più gravi c’è una rottura
degli equilibri, nelle situazioni lievi c’è un momentaneo squilibrio. Quindi, può essere per esempio che
voi avete una persona che ha avuto un certo imprinting all’interno di un rapporto di lavoro o di amicizia
normale, a un certo momento fa scattare dei processi iper-affettivi, sono troppo gentili. Oppure non sono
gentili per niente, zero affettività o che sono troppo di fegato, sono iperattivi fanno fanno fanno, oppure
sono negativi su un lato per esempio sono sempre incazzati oppure sono sempre negativi dal lato
femminile e sono sempre depressi.

Queste patologie a livello energetico sono il classico delle tre più importanti discipline di psicologia
olistica, dove in Cina, in Tibet e nell’Ayurveda questo tipo di processi sono già stati studiati con un
discreto livello di conoscenza già 3000 anni fa (quindi molto antichi), dove il dottore dell’Imperatore che
incontra la figlia che non mangia più, sente solo i polsi, non la vede neanche, dai polsi sente gli organi e
capisce che lei ha un Cuore chiuso e un intasamento della Milza. La Milza è andata in chiusura, perché il
suo lato affettivo è stato scarso e quindi il lato affettivo si è chiuso, non dà più energia affettiva al Cuore,
il Cuore è triste e la Milza è carica. La Milza carica crea questo processo che noi chiamiamo depressione,
rimuginamento, ossessione. Quindi, il dottore senza usare niente, senza usare l’alimentazione, senza fare
massaggi o agopuntura, semplicemente la fa arrabbiare per farla spostare sull’altro lato. Facendola
arrabbiare (bastava poco per farla arrabbiare bastava dirle “tu” invece di chiamarla Sua Altissima Santità)
la faceva spostare così dall’energia femminile (interiorizzata, introversa e chiusa dentro) a quella
maschile (attiva, esteriorizzata) salvando così il Cuore e salvando la principessa semplicemente lavorando
sul bilanciamento dell’energia a livello psichico. Questo è nel “Nei Ching So Wen” di 2000 anni fa che
ha dentro una pratica di psicoterapia di estrema intelligenza.



LE ENERGIE PSICOSOMATICHE ORMONALI-EMOZIONALI


Entriamo più dettagliatamente nel campo delle Energie Psicosomatiche Essenziali: gli Shen della
medicina tradizionale cinese, e dei rispettivi livelli psicosomatici (fig. 44 o poster a colori della Mappa
Psicosomatica Essenziale). Ricordiamo che per tutto quello che riguarda i centri energetici – i Chakra - e i
loro rispettivi livelli psicosomatici dal punto di vista più tecnico, fisiologico e descrittivo, facciamo
direttamente riferimento al testo “Psicosomatica Olistica”. Queste energie ormonali- emozionali
essenziali sono una delle risorse principali del counselor per capire lo stato delle persone ed aiutarle a
ribilanciarsi.

Il primo livello psicosomatico
Il primo livello psicosomatico (il primo chakra e tutta l’area relativa), rappresenta il centro della prima
energia psicosomatica fondamentale. Ha la forza vitale del cervello rettile, è proprio la sopravvivenza.
Quando funziona si esprime come: “io ho bisogno di vivere e di sopravvivere”, “io faccio le mie cose”,
“io sento il mio corpo”, “io mi sento vivo”. Se questo centro viene inibito, per qualche motivo: o perché i
genitori non ce l’avevano, perché lo picchiavano o perché la persona è stata in una situazione in cui non
poteva esprimere questa energia primaria; questo centro ”spento”, bloccato, viene soverchiato dalla sua
energia primaria negativa che è la paura. Quindi tutte le paure, tutte le ossessioni, le crisi di panico, tutte
le paure di base, sono tutti blocchi del I° Chakra.Nei blocchi di I° livello l'energia vitale, la “reazione” è
stata spenta e siamo andati in inibizione più o meno grave dell’azione. La paura blocca il I° Chakra, la
paura lo comprime, ti blocca l’attività reattiva, non puoi né attaccare né fuggire. Pensate che nelle
statistiche la grande maggioranza delle donne che vengono aggredite non grida, non si ribella realmente,
nella maggioranza dei casi c’è come paura e i maniaci hanno una particolarissima attenzione psicologica
ad individuare quella che non reagisce. Grandissima parte di tutta l’educazione è basata su questo; per
esempio il meccanismo per inibire il I° Chakra è la punizione, meccanismo basato sul dolore e la paura.
Ti punisco, ti picchio, ti mando in castigo, ti schernisco, ti metto in uno stato d’impotenza: io posso e tu
no. “Ti ho detto di stare fermo! Fai il bravo!” Questo diventa un’inibizione dell’azione. Che poi è più
complessa, ha una serie di sfaccettature perché lo posso inibire sull’azione, sull’amore, sulla creatività,
sull’intelligenza (“taci che sei stupido!”), ma la base è sempre sul I° Chakra. Questa energia primaria di
Rene è potentissima. e quanto più viene inibita tanto più può degenerare in malattia. Se le persone hanno
poca di questa energia di base, ci sono tre fattori concomitanti che devono essere valutati parallelamente
per poter capire a fondo il carattere ed il blocco principale: uno è l’anima della persona, la seconda è la
genetica della persona, la terza è l’ambiente.

Prendiamo ad esempio il carattere masochista, caratterizzato da un blocco delle energie attive di primo
livello. Il carattere masochista nella mia particolare visione è di solito già un bambino o una bambina
cresciuti in una famiglia dove geneticamente, se dovessi fare un parallelo con un animale, sono più
nell’energia delle mucche, dei buoi che non nell’energia delle pantere. Sono persone generalmente
pacifiche o represse, come dire - la mucca la prendi, la spingi, la metti, la tiri e lei ubbidisce. Se fosse un
toro sarebbe molto più difficile, ma posso castrare e farlo diventare un bue, che subirà per tutta la vita
senza ribellarsi. Quindi, ha già una conformazione genetica di questo tipo. In effetti ha tanta energia, ma
di base quest’energia di I° livello non arriva, è chiusa dentro. Quindi, questa persona può facilmente
essere sottomessa e diventare, attraverso un condizionamento esterno, un carattere di tipo masochista: non
usare la reazione, ma subire. Ha la pelle spessa, la conformazione del corpo più lenta, è più linfatico che
bilioso. Se fosse più bilioso non lo riusciresti a trattenere. Se è un toro non riesci ad imporgli di stare
fermo tirare l’aratro. A differenza della mucca, il toro ti scaraventa, ti schiaccia e ti incorna. Il livello
famigliare, genetico , di “terreno” dell’energia di base è già strutturato.
Poi, ovviamente, anche con quella struttura, chiamiamola, di base, genetica, l’anima della persona può
essere molto attiva e superarlo, oppure le situazioni esterne possono non toccare, ma tendenzialmente ci
sono delle corporature o delle strutture neuro-psico-fisiche che ci portano a vivere di più certe situazioni.
L’indole è una base energetica che tutte le scuole antiche riconoscono. L’indole può esser cambiata con
opportuni esercizi, però c’è, è genetica, si nasce in una famiglia dove c’è una bella mamma grassa e
pesante e viene fuori una figlia che già da piccola è gonfia. Da ragazza non sarà sicuramente un’atleta,
potrebbe essere una lanciatrice del peso, ma sicuramente non una centometrista. C’è anche lo sport per
quel tipo di carattere (carattere che in omeopatia viene definito carbonico). Non può fare delle cose
veloci, ma lente e forti. Invece, se uno nasce in una famiglia di intellettuali magri e veloci, non farà il
sollevamento pesi, perché non ha il fisico di base. Allo stesso modo noi abbiamo le personalità “di
pancia”, rettili, hanno calore nel corpo, tendenzialmente sono più larghe; oppure abbiamo delle tipologie
“medie” che sono più equilibrate, armoniche, belle. Non per caso nelle tipologie omeopatiche, quelli
verticali “di testa” sono “fluorici” e “fosforici”, quelli medi sono i “sulfurici” e quelli fisici sono i
“carbonici”.

Il secondo livello psicosomatico
I linfatici sono Milza: II chakra. Il linfatico è il sistema della mamma, la forma della donna è rotonda. In
tutte le vecchie tradizioni le “grandi madri” sono opulenti. Come mai le grandi Dee Madri “steatopigie”
hanno queste forme? Devono essere così, perché in caso di carestia il magro muore, mentre il grasso
dimagrisce, ma sopravvive.
La mamma comunque alleva i figli e quindi è "Dea Madre". Il carattere del II° livello, che per i taoisti è
rappresentato dalla Milza, è sensuale, è una porta sul Cuore, che, attraverso la Milza, manda in circolo la
"linfa" il piacere e la dolcezza: come l’essere caldo, rilassato, lento. La mamma è la figura genitoriale che
ti accoglie e ti ci abbandoni dentro, sei nella sua energia di pancia. Non è “andiamo! facciamo!” Al
contrario, è lentezza, tranquillità, riposo. Se un uomo avesse questa caratteristica lenta – ricordiamo che
noi uomini siamo ancora nella giungla geneticamente – non va a cacciare, perché non porterebbe a casa
niente. Al massimo può diventare un buon contadino, aiuta in casa le donne. I maschi devono essere
veloci, attenti, cattivi, avere il fegato, avere l’uso dell’aggressività anche in modo intelligente, è l’Ulisse
della situazione.
Oggi le donne hanno dovuto diventare un po’ uomini per conquistare una civiltà che è maschilista, ma la
vera forma del femminile è la lentezza e la pienezza. Questa parte del corpo si muove vibra è presente,
questa energia che ha il punto di riferimento la dolcezza, la bellezza, il rilassamento. E’ la massima
espressione del sistema parasimpatico, “me la godo”. Infatti, quando noi godiamo, i liquidi spermatici o i
liquidi vaginali sono essenzialmente linfatici, di II° livello, di Milza.

Il terzo livello psicosomatico
Dall’altra parte abbiamo il III° chakra. Lo vedete subito dalla vitalità, negli animali che corrono, nei
cavalli nervosi, sanguigni e scalpitanti. E lo vedi dai bambini, lo vedi in tutti gli animali: i gatti, i cani se
vanno in giro si fanno anche del male, ma devono esplorare, andare, fare esperienze attive. Se tu prendi
un animale, lo fermi e lo metti alla catena, questo si arrabbia. Se è un animale un po’ bilanciato, si sposta
sul lato passivo invece che attivo e va in depressione. Negli zoo vanno in depressione. Alcuni sono
incazzati neri, altri diventano ossessivi. Hanno il I° Chakra caldo hanno voglia di girare, di mangiare, di
scopare tutta la loro vita e invece sono imprigionati e alla prima occasione ti sbranano. La rabbia è
l’elemento che stringe questa parte che invece dovrebbe essere aperta. La rabbia può essere espressa, può
essere una personalità Yang che comunque la esprime in un dato contesto, oppure può essere un contesto
o una personalità che non ti permette di esprimere la rabbia interiorizzata: diventa rigida, dura e offende
amabilmente con la voce. Questo tipo di energia è assolutamente vitale nell’ambito delle esperienze della
vita.

Il quarto livello psicosomatico
Il cuore, il IV chakra, è sia il centro affettivo ed emozionale del nostro essere sia, più profondamente, il
centro dell’identità e della coscienza di sé. Quando diciamo io, in ogni parte del globo, si indica il centro
del petto. Per questa ragione il lavoro sul quarto livello è quindi il più importante e delicato di tutti.
Quando noi lavoriamo sulle esperienze infantili mediamente entrano in gioco questi tre livelli:
- il primo, che parte già dall’inizio come costituzione della mamma. Se la mamma non ha latte o ha latte
ma non ha contatto con il proprio corpo il bambino non viene alimentato o non riceve nutrimento
sensoriale sul corpo.
- il secondo è la mamma affettiva o non affettiva,
- il terzo è la mamma o il padre che ti dà lo spazio del gioco o che ti nega lo spazio del gioco.
Sono le tre variabili più importanti nell’ambito della biologia dello sviluppo psichico. Dall’altra parte
ricordiamo sempre il riconoscimento del Cuore: se il bambino non viene amato (la piccola creratura
percepisce di non essere amato o non voluto già dal concepimento) il senso di riconoscimento gli viene a
mancare, e gli viene a mancare il punto centrale dell’identità. E’ come l’impossibilità di dire “io esisto”.
Facciamo una piccola parentesi. Noi come scuola del Villaggio normalmente partiamo dal concetto di
base che l’anima non sia il corpo, ma che l’anima abbia una sua esperienza e che poi entri nel corpo si
incarni. Noi possiamo anche prenderlo come ipotesi di partenza, per cui capiamo tantissime cose che
altrimenti sarebbero impossibili come quello di avere quattro figli tutti dementi tranne uno che diventa un
professore universitario o suona o fa delle cose incredibili perché le possedeva già. Altri hanno la capacità
di liberarsi da alcune condizioni: ci sono fratelli assolutamente piatti e normali o appesantiti e abbruttiti
dalla vita e c’è uno che è diventato una persona straordinaria, perché aveva già da bambino la capacità di
cogliere la spiritualità delle cose. Facciamo un esempio classico: la tradizione di non essere amati dalla
mamma, la tradizione ti viene tramandata: la mamma è cattiva, t’insegna ad essere cattiva e tu trasmetti la
cattiveria ai figli. Un maggiore agio economico ha fatto sì che la vita fosse meno orientata alla
sopravvivenza e che ci fosse un incremento straordinario d’amore verso i figli nel giro di tre, quattro
generazioni. Adesso c’è un numero inferiore alla media di bambini non amati, mentre nella mia
generazione era superiore alla media. Era impensabile che i genitori giocassero con i figli: tiravano due
calci al pallone o andavano insieme al mare qualche volta. Per tradizione il figlio era lasciato alla moglie
mentre il marito andava a lavorare o al bar.
Quindi, esiste anche la possibilità di scavalcare queste consuetudini. ma lo rispetterà come anima libera.
Altrimenti è “mio/a”, “fai quello che ti dico io!”. Quindi, quando la madre o il padre agisce da padre
padrone, ti devasta la vita: tu non esisti, il tuo “io” deve essere come quello che vuole il tuo genitore, devi
seguire il suo modello, devi entrare nel suo schema.
Oppure, prendiamo ad esempio i cani, alcuni sono contenti di ricevere un pezzo di pane e non chiedono
nient'altro, altri che muoiono di crepacuore se non ricevono affetto.
Io ho avuto un cane , Dick, un cagnone pastore belga, lo avevo ricevuto da un vicino di casa "malefico":
era un signore piccolo di statura, vestiva sempre di nero, era cattivo, picchiava i suoi figli, era una
presenza negativa, ne combinava di tutti i colori. Un giorno viene da me e mi chiede “vuoi un bel cane?”
al che io rifiuto. Passano dei giorni e mi succede di vedere nel suo cortile un pastore belga tutto ossa e
spelacchiato ed emanava un’enorme tristezza. Anche se non volevo cani gli dissi che avevo deciso di
prenderlo. Il cervello rettile del padrone era sicuramente più rettile del cervello del cane che avrà avuto
anche qualcosa in più del cervello mammifero. Lo presi e nel giro di due mesi è diventato un batuffolo di
peli. Non era triste solo perché era alla catena, ma lo era perché non si sentiva amato, lo si vedeva negli
occhi. Infatti, è stato un cane amorevolissimo e umano. Quando litigavo con la mia fidanzata allora lui mi
morsicava, come dire “lasciala stare”. Era troppo bello veramente. Quindi nella logica di queste energie il
riconoscimento (può essere anche un cane) fa nascere questo stimolo. Se questo stimolo non c’è – cosa
comunissima – o tu hai dentro una forza straordinaria, o sei fortunato trovando qualcuno che ti aiuta, ti
ama e ti fa crescere, altrimenti questo centro è chiuso. Hai dimenticato la tua vera natura e sostituisci tutto
quello che dovresti sentire con il cuore, con la testa. Assumerai comportamenti meccanici: “devo fare
così, se devo amare scelgo la donna che va bene a mio padre, scelgo la fidanzata che va bene per la
famiglia, se devo fare l’amore penso come farlo”. Tutto con la testa. Il cuore qualche volta mi spaventa,
perché mi porta in contatto con il dolore, esce il buco creato all’inizio che mi ha creato così tanto dolore.

Il quinto e sesto livello psicosomatico
Il V° e il VI° chakra spesso funzionano insieme. Il V° è facilissimo, parte già dall’infanzia, ma si sviluppa
soprattutto nell’adolescenza. Il bambino deve esprimersi. Tutte queste energie che abbiamo passato in
rassegna si esprimonoattraverso la voce. Il V° Chakra è fatto da sette vertebre: ognuna deve esprimere la
sua natura. Se ti viene impedito di esprimerti con il canto, il gioco, il riso, il pianto (“non arrabbiarti! non
ridere!”) tu blocchi tutto il livello nel corpo. Attenti a questo comportamento si possono sviluppare una
serie ampia di tumori alla tiroide, noduli, tiroiditi di Hashimoto. Lavorando sulle emozioni, sull’apertura
emozionale, quando la persona può essere libera di esprimere il positivo e il negativo, tutti i lati, i sette
lati del proprio essere. Il VI° chakra si sviluppa.a partire dai 4, 5 anni, e per tutta l’età scolare e ancora di
più dopo i 18 anni ed è quella caratteristica che i tuoi genitori ti riconoscono, l’intelligenza. Il genitore
stupido pensa che l’unico modo di vivere sia il suo per cui devi fare come ti dice lui e ti castra
l’intelligenza. Oppure, gli fa paura la tua intelligenza perché lui si sente stupido e quindi ti continua a
castrare, ti continua a tagliare a livello mentale, ti dice che sei stupido, che sei un idealista, ma non è così,
“che cavolo vuoi sapere, taci tu!”, “qua è come ti dico io, se ti piace va bene, se non ti piace va bene lo
stesso”. Spesso la castrazione dell’espressione e la castrazione dell’intelligenza vanno di pari passo.
Spesso i genitori castrano il V° e il VI° livello insieme. Quando il bambino gioca in un certo modo
intelligente, se lo vedo e lo amo gli do un rinforzo, se gli dico “smetti di fare casino”, che significa che
blocco l’energia di Fegato, gli sto dicendo che è stupido, che quello che lui sta facendo è una cosa
stupida. Da queste apparentemente banali comunicazioni del genitore il bambino deduce di essere
stupido. All’inizio il V° e il VI° chakra sono molto importanti per la fiducia che uno ha nel Cuore e nelle
energie basse istintive. Quando noi riapriamo le energie basse, poi il lavoro di apertura del IV°, del V° e
del VI° liv. è più veloce. Uno acquisisce la forza e quindi l’energia. Tutte le scuole indiane e cinesi
dicono che gli occhi sono il Fegato, gli occhi sono l’anima, intorno l’occhio fisico loro lo chiamano
Fegato, fuori dall’occhio è il Rene, dentro nell’occhio è il Cuore. Se hai gli occhi rossi è il fegato, se li hai
cerchiati di scuro è il Rene, se hai gli occhi luminosi o spenti dal di dentro è il Cuore. Nella visione
dell’occhio, se tu riapri le energie di Fegato, la vitalità, immediatamente l’occhio si elettrizza. Se tu
rinforzi i Reni, l’occhio diventa più forte, se no si ritira. Non puoi lavorare direttamente sull’occhio. E’
più semplice lavorarli come singoli problemi. Il lavoro sul VI° liv., sull’intelligenza, una volta che la base
è riacquisita, è un lavoro molto bello, molto più creativo. A questo punto per esempio a questo livello
vengono fuori tutti i gruppi avanzati: la Primal, la Family Constellation, la Co-dipendency che lavorano
dopo che la persona ha liberato le energie primarie del corpo, si è sentita, ha liberato le grosse istanze, ma
c’è ancora tanto lavoro psichico da fare, allora lì questo lavoro funziona benissimo.

Il settimo livello psicosomatico
L’ultimo livello che viene bloccato, oltre all’intelligenza, è lo spazio vuoto. Quello, paradossalmente. è il
livello più libero che abbiamo, perché la religione non ne capisce niente (la religione, se va bene, si ferma
al Cuore, qualche raro mistico arriva al V° liv.). Può essere oscurato più dal VI° che crea la cappa “io non
capisco un cavolo” o “ho le energie basse perché il I° Chakra ferma le attività del VII°”. Se apri il I°,
l’energia sale facilmente al VII° che si apre con estrema facilità. Quello è il livello della meditazione
spontanea, naturale, della percezione globale dell’essere. E’ un livello di facilissima apertura. Non
interferisce con niente di quello che avete fatto, perché non avete fatto niente del genere nella vita.

Adesso vi ho dato una base energetico-neuro-fisiologica con cose semplici che però potete utilizzare con
molta chiarezza nella comprensione dei meccanismi: come mai un diventa passivo o attivo, come mai uno
sta nel corpo o magari è bloccato nel corpo o sta troppo nella testa o va fuori di testa, come mai uno apre
o chiude il cuore, ecc. Le cose di base hanno una loro struttura relativamente semplice.
Dopo vi faremo un excursus fra le varie scuole di psicologia, i vari personaggi che hanno creato la
psicologia contemporanea e di ogni personaggio non vi faremo la storia – facilmente consultabile su
qualsiasi testo – ma vi facciamo partecipi di ciò che di più interessante hanno detto e che serve a noi come
persone orientate alla crescita umana. E in seconda battuta sappiamo che certi psicologi o certe scuole
lavorano su certi argomenti. Quindi, se tu hai un disturbo di relazione grave e tu fai l’operatore, per
esempio gli fai i massaggi, gli dici “ma tu sai che esiste la sistemica relazionale che ti permette di riaprire
in un certo contesto più globale e sistemico le relazioni?”. E allora lo indirizzi. Se invece uno ha un
disturbo della prima infanzia gli dici “sai che esiste un tipo di terapia che si chiama Primal?” oppure se ci
sono dei blocchi profondi ancorati a degli episodi, la bioenergetica o la gestalt sono molto utili. Piano
piano voi potete orientare sulla base della conoscenza diretta al terapista o a delle scuole. Faremo anche il
passaggio fatto oggi a livello evolutivo-genetico, lo rifaremo per quanto riguarda l’evoluzione umana.

Domanda: “Cosa intendevi dicendo che ci sono società con maggiore o minore senso di sopravvivenza?”
Risp.: “Quello che volevo dire è: se nel medioevo non c’era cibo, la sopravvivenza psichica di una società
era fortemente orientata ad un comportamento rettile ed ai bisogni primari. Dove non c’è da mangiare,
devi creare dei piccoli clan per avere un minimo di forza e sopravvivenza. Quando invece abbiamo
abbondanza di cibo tanto da buttarlo via, questo non è più un orientamento alla sopravvivenza e i livelli
più alti cominciano a prendere prevalenza e diventano più importanti. Quindi, se nella psicologia prima di
tutto devi far vivere il bambino - perché se no non c’è una psiche – là dove c’è cibo in abbondanza devi
badare ai lati più alti del suo essere.”












oooOOOooo

LE GRANDI SCUOLE DELLA PSICOLOGIA


In questo capitolo esporremo le scuole e i personaggi più importanti di psicologia. La psicologia nasce
con la civiltà umana. Nelle grandi civiltà del passato migliaia di anni fa avevano già capito una serie
vastissima di processi. Per noi un punto di riferimento e d’inizio della psicologia contemporanea è Freud.
In realtà è quello che ha messo insieme i vari pezzi di psicologia che già esistevano e avevano antiche e
profonde radici.




LA PSICOANALISI DI SIGMUND FREUD

Luisa BARBATO
Iniziamo con Freud che sembra semplice. In realtà non lo è, perché è molto conosciuto e abusato ed è
difficile ritornare all’essenza del suo pensiero. Proviamo a dare soltanto qualche flash, qualche punto di
collegamento per vedere anche lo sviluppo successivo. La prima cosa da puntualizzare è che in realtà
Freud si è inserito in un movimento di pensiero che già era presente nella cultura europea occidentale ed
esisteva da centinaia di anni e millenni nelle culture orientali. In realtà esisteva già da moltissimo tempo
una psicologia dell’oriente e poi è arrivata quest’idea dello studio dell’interiorità e della psiche anche in
occidente (la parola psiche deriva da anima). I suoi riferimenti all’epoca erano la scuola dell’ipnosi di
Charcot e poi già esisteva un filone di psichiatria che comunque faceva riferimento alla medicina antica.
Quindi, non è vero che il suo pensiero nasce dal nulla. Quello che lui ha fatto è essere un conduttore di
idee e sperimentazioni e l’altra cosa che. secondo me, bisogna sottolineare, c’è ’attenzione costante alla
ricerca della controparte biologica, ad una serie di fenomeni che lui osservava dal versante della psiche.
La neurobiologia era agli inizi, quindi probabilmente se Freud vivesse adesso avrebbe un altro taglio.
Auspicava che le ricerche future dessero una controprova fisiologica di quello che lui asseriva come
movimento della psiche,ma quando queste controprove sono iniziate ad arrivare da Reich ha cercato di
fare la sperimentazione di quello che diceva Freud dal punto di vista del corpo, non sono state accettate in
primis da lui e poi da tutta la nomenclatura. In qualche maniera le strade si sono divise. C’era una
componente ortodossa che si in un certo senso ha congelato il pensiero di Freud che hai rifiutato di
trovare dei collegamenti. E invece tutti quelli che hanno continuato quello che Freud aveva auspicato e
hanno preso altre strade. Comunque si dice che la parte organicistica di Freud, che è quella che si basa
sulle pulsioni, in realtà ormai corrisponde ad una concezione un po’ idraulica: questo ingorgo delle
pulsioni, questa scarica vista come modello molto semplicistico, oggi con le attuali scoperte non regga
molto. Indubbiamente alcune definizioni che lui diede, alcune scoperte che lui fece sul funzionamento
dell’interiorità, quelle sono sicuramente rimaste e sono la base di tutte le cose successive. Gli dobbiamo
molto in ogni caso.

La scoperta dell’inconscio
Sicuramente il punto di partenza fondamentale è l’asserzione e la scoperta dell’inconscio. Quella che a
noi sembra una cosa quasi scontata - in realtà fu veramente una scoperta anche se le culture antiche già lo
sapevano - ed è l’idea che esiste una parte della nostra mente che non è consapevole alla nostra coscienza
e questa fu la prima asserzione fondamentale che venne fatta. Quindi l’idea che la psiche, la mente (in
realtà io uso mente e psiche come sinonimi; in realtà non sono la stessa cosa, lo faccio per
semplificazione), quindi la nostra consapevolezza non include una parte della nostra interiorità, invece ha
un peso un po’ importante nella ns, vita. Quindi l’idea che ci fosse l’inconscio che esce fuori dal pensiero
consapevole, dal pensiero razionale, ma che comunque condiziona il nostro agire. Questa scoperta venne
fuori dagli studi che facevano sull’ipnosi, per cui ipnotizzando queste persone e velando il livello di
consapevolezza ordinaria emergevano tuta una serie di vissuti, d’istanze, di ricordi che poi quando la
persona ritornava al livello di coscienza ordinaria non ricordava più. Così s’era in qualche maniera aperto
un varco che va molto contestualizzato all’epoca, perché ormai si tratta di più di un secolo fa (era il 1870,
1880). Era una situazione culturale dove c’era una forte morale borghese, il tema centrale era la grande
separazione della cultura dalla parte istintuale e quindi sessuale. Ciò che lui andava scoprendo era sempre
relativo alla grande depressione dell’energia che lui chiamò funzionale-libidica, perché questo fu molto il
tema dei suoi tempi. Diciamo che nella ns, cultura le patologie sono molto meno relative alla depressione
sessuale e toccano altri contesti, ma all’epoca quello che veniva invece scoperto era l’agire di queste forze
sessuali che venivano represse e che da canali inconsci poi diventavano consci da questo collegamento tra
l’assetto fisico della persona e del materiale che non era reperibile nella coscienza ordinaria che la
persona aveva. Questo è un punto che poi è rimasto. La semplificazione che Freud vedeva era che il
materiale rimosso era la pulsione fondamentalmente libidica, quindi sessualità a cui non era possibile dare
corso. Invece, noi adesso sappiamo che le cose sono un po’ più complicate. Se ragionassimo sul nostro
approccio attuale diremmo che c’era un blocco di II° liv. che veniva percepito, o un blocco di I° per
quanto riguarda l’aggressività. In realtà noi adesso sappiamo che tutti i livelli interagiscono e che
ciascuno di essi ha delle componenti di cui non siamo consapevoli finchè non lavoriamo a quel livello o
su quel blocco. Quindi, l’idea iniziale era che vi è questa parte inconscia e che essa è relativa a forze
funzionali che sono a loro volta relative all’aggressività, alla libido e che negli anni successivi si scopre
che riguarda l’autoaffermazione, il narcisismo. Nella parte istintiva lui vedeva soprattutto il lato
affermatività come funzione di sopravvivenza, la libido e l’aggressività. Fece, quindi, questo corollario e
identificò tutte le patologie in relazione alle parti che venivano rimosse. Quindi, questo portò all’analisi
dello sviluppo dell’essere umano e del bambino e identificò delle fasi nelle quali il bambino evolve con
delle strutture funzionali che man mano si evolvono e identificò questa fase non natale, poi c’era la fase
relativa all’’allattamento e all’oralità e alla fase anale quando avviene il controllo degli sfinteri, la fase
genitale quando arriva la parte edipica in cui in teoria ci sarebbe una prima maturazione genitale
dell’essere umano.

Il complesso di Edipo
Sul complesso di Edipo lui fissò gran parte della sua costruzione teorica. In realtà gran parte
dell’approccio di Freud è basato sul complesso di Edipo inteso come impossibilità da parte del bambino
di avere un accesso anche sessuale alla madre con relativa castrazione per cui tutta una parte libidica
viene rimossa . Lo stesso vale per la bambina per tutta una serie di complicazioni che adesso non
prendiamo in considerazione.
In realtà il complesso di Edipo ha una sua valenza anche attuale. Prima si era detto no a tutta questa cosa
sul pansessualismo (in realtà i temi sull’Edipo sono molto più complessi), però l’importanza di questo
pensiero che, secondo me, va tenuto presente è che in qualche maniera l’uscita del complesso di Edipo
che avviene a 5, 6 anni sancisce l’entrata del bambino nel mondo della cultura. Quindi, l’idea che c’era di
fondo che era ottocentesca ma che comunque ha una sua valenza ( si è dimostrato adesso che la
disfunzione di queste cose porta a molte patologie) è che in qualche maniera perché ci sia cultura, perchè
ci sia socializzazione occorre sacrificare una parte istintiva funzionale. Quindi, la società e la cultura si
costruisce sulla repressione di una parte di noi che è quella relativa alle pulsioni, agli istinti: una
concezione molto classica. Lui fa tutti questi discorsi sulle società primitive, sull’orda primordiale e in
qualche maniera si da una definizione laddove c’è una definizione e si definiscono dei ruoli. È possibile
poi l’evoluzione socio-culturale, l’accesso alla conoscenza e alla tecnica, cioè in qualche maniera una
repressione di una parte istintuale. Questo è molto importante, perché pone le basi di una concezione di
fondo quasi pessimista che c’è anche nella psicoanalisi in generale che è la seguente: se ci deve essere
una repressione delle pulsioni in qualche maniera è un dissidio insanabile. A quel punto non potrà mai
esserci una vera infiltrazione delle forze istintive della persona con la cultura e la società, perché i due
sono in conflitto. Infatti quando Freud parlava della guarigione – lui era molto lucido su questi punti e
non aveva molte illusioni – diceva che una buona analisi riesce bene se porta una persona dalla sofferenza
patologica, cioè dall’avere molto materiale istintivo non espresso, rimosso, molta aggressività rimossa,
molta libido rimossa, al riconoscimento di questo, integrazione solo di una parte di questa e quindi
passare dalla sofferenza della patologia alla normale infelicità dell’essere umano.
Quindi, l’infelicità dell’essere umano è in qualche maniera data, perché è strutturale al sistema sociale. E
sottolineo questo punto, perché, secondo me, è anche importante sapere quando ci si rivolge a una terapia,
se si sceglie quella psicanalitica si entra un po’ in una valutazione di questo genere.

Nitamo MONTECUCCO
Diciamo che a livello di psicoterapia tradizionale le persone che vengono trattenute – uso questo termine
che è un po’ pesante, ma è reale – all’interno di una struttura psicanalitica freudiana sono quelle che
hanno i tempi più lunghi in assoluto, a volte anche 10, 12 anni. Sono psicoterapie che hanno un’impronta
molto strutturata che spesso ho notato spinge molto non tanto nel riconoscimento di alcuni blocchi o
complessi psichici interni, ma quasi di fortifica. Se tu hai un minimo di conflitto con i genitori ed entri in
una psicologia freudiana tendi a ingigantire i rapporti di potere all’interno o certe problematiche interne
fortissime. Terza ed ultima (cosa per me pesantissima) nella struttura del setting psicanalitico freudiano
c’è uno strapotere del terapista e un’impossibilità da parte del paziente di concludere la terapia. Io ho
avuto tantissimi pazienti che hanno impiegato due anni per finire un’analisi che stavano facendo da dieci
anni. Non riuscivano ad affrontare il terapista e ogni volta che lo facevano era “vediamo un pochino
perché tu stai tirando fuori queste resistenze”. Non c’era mai un ascolto reale di dire “mi sento dopo otto
anni di aver finito ‘analisi, non mi sta dando più niente”. Tra l’altro i freudiani sono quelli che hanno
un’origine economia di tipo classico, paghi una,due sessioni, paghi anche durante le vacanze, se vai via
paghi lo stesso. E’ una struttura economica rigidissima e quindi tranne qualche personaggio tra i freudiani
di grande rilievo, ho sentito la tradizione freudiana spesso un rallentamento della crescita umana. Magari
il primo anno, sì, possono essere anche utili, poi diventa una stasi da cui è molto difficile uscire. Io lo dico
e qui lo nego. E’ un po’ così.

Luisa BARBATO
Hanno trovato delle lettere scritte da due suoi pazienti, i quali raccontano che Freud in realtà raccontava
molto le sue cose personali, che era molto comprensivo, per cui pare che non fosse il personaggio rigido.
Di solito sono gli allievi che creano poi rigidità inesistenti. Il punto evolutivo importante che ci interessa
di Freud è che poi lui ebbe un’evoluzione da questa concezione forse un po’ semplicistica e cioè che ci
sono delle forze funzionali che vengono represse dalla cultura e dalla società che si strutturano in fasi
diverse dalla vita e la patologia nasce da questo conflitto tra cultura e istinto.

Le varie aree della psiche
Questa concezione venne articolata un po’ meglio e a un certo punto lui definì questa meta psicologia in
cui definì le tre istanze psichiche che è importante segnare perché poi sono riprese da molte scuole:
· l’ES è il luogo delle nostre forze pulsionali, ci sono tutti i ricordi e i fantasmi, che non sono
addomesticabili. Sono in qualche maniera forze primitive che agiscono e sono parte istintiva
dell’uomo e di tutti i fantasmi legati a queste forze. Quindi, tutto il tessuto infantile che si è imparato a
dominare e a rimuovere queste forze.
· L’IO che è praticamente l’istanza della consapevolezza, la nostra parte che si relaziona con il mondo e
ne siamo consapevoli, per cui vi entra anche la personalità che si relaziona con il mondo, dove l’IO è
in realtà in contatto con l’ES, nel senso che molte delle cose che l’IO esprime derivano dalle forze
dell’ES che si muovono. Possiamo fare un esempio: una persona che ha una forte aggressività che
viene rimossa alla quale probabilmente non ha accesso può essere una persona che nella struttura,
nella relazione con il mondo si presenta incapace di agire. Quindi è una struttura apparentemente
passiva, dove l’IO si presenta remissivo, e in realtà questo atteggiamento è consapevole e questa
persona si sente timida e molto bloccata e sente che non riesce a reagire alle situazioni, è una
situazione di copertura di una forza aggressiva che è completamente inconsapevole alla quale l’Io
reagisce da controaltare.

Lo schema delle varie aree della psiche:
· l’Ego come l’Io,
· l’Id, come parte profonda,
· il Super-Ego o Super Io in alto,
· la zona della Coscienza, una zona dell’Inconscio che spesso viene collocata in basso,
· la zona dei valori che sono quelli a metà dalla fase dell’Inconscio al pre-Conscio e sono istanze
represse da motivi sociali che diventano represse e quindi la base dell’Inconscio più profondo.

Il Super Io
C’è poi un’istanza che si chiama Super Io, che è quella che si forma alla fine del complesso di Edipo.
Cioè, quando il bambino sancisce questa rinuncia funzionale alla madre e accetta l’istanza culturale e
sociale reprimendo il suo desiderio verso la madre. Questo processo di rimozione del contenuto
funzionale di sé avviene tramite l’identificazione dei genitori. Il bambino non potendo contrastare la
rivalità del padre, avendo paura della punizione che sarebbe la castrazione che il padre dà se lui ha
accesso alla madre in qualche maniera si identifica con questa figura paterna della quale ha paura e quindi
prende le caratteristiche del padre o anche di entrambe i genitori. C’è comunque questa adesione
completa, per cui fa sue le norme morali e sociali sotto forma delle caratteristiche caratteriali dei genitori.
In generale si identifica con la norma, con la legge, con l’istanza regolatrice. Quindi, il Super Io ha questa
valenza di essere istanza regolatrice, quella che dà il senso del dovere, della moralità, il senso
dell’organizzazione della propria vita. Ed è, appunto, l’ultimo che viene costituito. (riferendosi allo
schema disegnato sulla lavagna) Se questa è la parte inconscia e questa è la parte conscia, in realtà l’Es è
completamente inconscio, ma anche una parte del Super Io è inconscio. Questo è molto importante,
perché c’è una serie di istanze morali e del senso del dovere che in qualche maniera sono inconsapevoli:
agiscono inconsapevolmente, è quella parte di noi che rimprovera. Ad esempio: se non vengono rispettate
determinate regole del dovere che si ha, scatta il senso di colpa. Quindi, è un meccanismo dell’inconscio,
perché queste identificazioni con i genitori è talmente profondo da diventare totalmente inconscio.
Ora, questa struttura è molto importante e poi verrà ripresa da molte scuole di psicologia transazionale ed
è importante anche perché ci definisce una divisione con le strutture psicotiche, borderline e nevrotiche.
Allora, diciamo che se noi prendiamo una struttura psicotica, diciamo che è una struttura che è dominata
dall’Es, dalle parti istintive. Da tener presente che gli psicotici hanno un Io fragile, debole che di fronte
agli assalti di queste forze istintive – anche Freud lo dice – manca di connessione con la realtà, che è un
mediatore molto fragile, è quello che stabilisce il contatto con gli altri e con il reale.
Sintomatologicamente
quando avete uno psicotico davanti avete dei fenomeni eclatanti: in uno psicotico conclamato si hanno,
quindi, fenomeni di delirio e di allucinazione in cui viene confuso il livello del reale. Quando lo psicotico
parla che ha le allucinazioni, effettivamente lui sente le voci, come lo schizofrenico. Lui sente delle voci,
ma in realtà è la sua interiorità, però lui le proietta sull’esterno e le sente sull’esterno. In qualche maniera
il limite dell’Io fra interno ed esterno della realtà cade anche quando si vivono stadi meditativi molto
avanzati e si diventa il tutto. La differenza è che mentre in stati meditativi avanzati c’è una
consapevolezza, qui manca invece totalmente la coscienza.
Quindi, i tre fenomeni fondamentali per cui si riconosce una psicosi sono (vedi la mappa di Fischer,
fig.42).

Gli stati di borderline
Poi, vengono identificati gli stati di borderline in cui la persona ha l’Es, uno sviluppo dell’Io e le manca
l’istanza superiore, per cui si dice che invece di essere una struttura bipartita, con le tre istanze, manca di
una parte ed è soprattutto la parte super-egoica. Questo come lo riconoscete? Una persona borderline
(significa che cammina sul limite) è una persona apparentemente integrale, perché ha un Io che riesce a
interagire, però gli manca un’istanza di regolazione. Uno dei sintomi della persona borderline è la
mancanza di etica. Di solito sono persone che hanno una morale per conto loro, in cui esiste l’imbroglio
in cui creano situazioni a loro piacimento. Inoltre, siccome manca quest’istanza regolatrice del Super Io,
quindi il senso del dovere, hanno una funzionalità e istintività che delle volte deborda e che non viene per
niente repressa. L’Io ha una funzione di mediazione , ma ciò che veramente struttura la persona è il Super
Io. Li riconoscete anche perché quando dovrebbero prendere consapevolezza ed esserci, non ci sono. Non
si responsabilizzano, si arrabbiano subito se vengono attaccate nella loro difesa, hanno un’impulsività
molto forte. Attenzione perché la patologia borderline è in grande aumento nella nostra società, è
dilagante.
Quando vedete le persone tranquille che hanno improvvisamente queste arrabbiature tremende, che
travalicano qualsiasi regola di comportamento e di relazione. In qualche maniera la nostra società sta
andando verso una deregolarizzazione che però non è sostenuta da una centratura. È una
deregolarizzazione che va verso la licenza. Il voler tutto e subito e non rispettare le regole.

Nitamo MONTECUCCO:
Sì, però questi possono essere anche solo comportamenti eccessivi momentanei. Il borderline è colui che
sta rischiando veramente di entrare in uno stato di alterazione della propria identità che noi chiamiamo
‘stato psicotico’ per intenderci in modo generale. Una persona che ogni tanto si arrabbia troppo è
un’eccessivo, non un borderline. Non sta entrando in una psicosi, si sta solo arrabbiando. Invece, c’è
anche quello che non solo si arrabbia di brutto, ma perde proprio la ragione e ti uccide. Allora lì c’è sotto
un processo che è differente. Cioè, tutti abbiamo dei momenti di eccesso in basso e in alto. Il borderline è
una situazione che ha sotto uno stato, chiamiamolo, patologico reale che può essere organico o psichico o
avere altre origini, ma che è un reale squilibrio e quando ci entra poi è difficile riportarlo indietro. Quando
entra da tante porte diverse, può essere dalla depressione maniaco-depressiva, dalla schizofrenia, dalla
psicosi pura e semplice, dalla maniacalità spinta, è difficile riportarlo indietro. Quindi, non è un eccesso
recuperabile, è quell’eccesso che travalica i confini per cui si rompe un sistema di equilibrio interno.

Il Super Io come “Giudice Interiore”: il condizionamento impiantato nella tua psiche
Sì, bisogna ricordare, cosa importantissima, che questo schema ottocentesco, dei primi del ‘900 è uno
schema che ha come base di riferimento una società molto chiusa e conservatrice, lo scopo della
psicoteraapia era di fare rientrare una persna nella sua società e sopravvivere nella normale tristezza
esistenziale. Questo significa che in Freud e in tutta la sua scuola non c’è realmente il concetto di
“cambiamento”, ma c’è l’adeguamento e il ritorno alla norma. Man mano vedremo che già da Freud a
Jung e ancora più intensamente agli autori più moderni questo elemento del “cambiamento” e per contro
del Super Io diventa molto differente. Il Super Io non è necessario per una persona che abbia una
consapevolezza risvegliata. Il Super Io, nelle scuole spirituali degli ultimi anni, diventa chiaramente un
ostacolo alla crescita, perché è ciò che la società, i genitori, la religione ha introdotto nella tua psiche
contro la tua volontà e consapevolezza, contro la tua vera natura. E’ ciò che subdolamente “comanda” l’Io
dall’interno. il Super Io è il “giudice interiore” che continua a massacrarti ripetendoti i giudizi negativi, i
codici morali, le parole dei genitori o delle persone a cui hai dato potere. E’ l’interiorizzazione di tutte le
regole sociali, alcun e delle quali sono palesemente vecchie, obsolete e negative. Il lavoro sul Super Io e il
giudice interiore è diventata una parte obbligatoria anche nella nostra scuola di formazione. Solo quando
una persona va oltre l’Io sociale e ritrovi il Sé, il suo Super Io si affievolisce e nel tempo si esaurisce del
potere che aveva ricevuto.

Le basi dell’evoluzione psichica: bisogni fisici, affetto e riconoscimento del sé
Luisa BARBATO:
Non cè la coscienza della propria auto-regolazione, auto-morale. L’adeguamento ha una morale
precostituita, per cui c’è una situazione disperante dell’individuo, cioè l’individuo è qualcuno che senza la
regola sociale si autoregola, cioè una specie di animale istintivo che fa quello che gli pare. E questa è
veramente la concezione ottocentesca secondo me abbastanza disperante.
Poi, invece, nella nevrosi le tre strutture ci sono tutte, però c’è un conflitto permanente tra ES e IO e
SUPER IO. Però quando si parla di psicanalisi bisogna distinguere che questa è la concezione classica
freudiana che ancora molti adottano, perché negli anni ’20 con Anna Freud iniziò tutto un filone di
pensiero che mise l’accento su fattori differenti che poi si sviluppò con la Klein e Winnicot che
cominciarono a indagare i bambini piccoli e scoprirono che quello che il bambino veramente cerca non è
la soddisfazione libidica, ma la relazione. Quello che veramente determina la struttura dell’individuo non
è la soddisfazione degli impulsi e degli istinti, ma la relazione. Quindi il bambino non cerca il nutrimento,
ma il calore umano. Tutta la persona si struttura sulla base della qualità delle relazioni oggettuali (padre,
madre, ecc..) che definiscono dei tratti incisi che rimangono dentro e che poi anche queste diventano
inconsce. Non è che non esiste la parte inconscia o l’Io, però non è il conflitto con la pulsione, ma la
relazione con l’altro che la definisce.

Nitamo MONTECUCCO
E’ importante sottolineare che Freud parte da una società che ancora ha la base di sopravvivenza e quindi
le pulsioni libidiche e il piacere – il latte, la fisicità – sono visti come una cosa essenziale. 50 anni dopo
Winnicot e tutta la scuola kleiniana spostano il livello dalla pancia al cuore e diventa relazione. La
relazione può vacillare, perché la madre era fredda e rigida, anche se era attenta e amava. Oggi oltre al
bisogno e al piacere fisico di Freud, oltre al calore umano e alla relazione di Klein e Winnicot dobbiamo
portare il punto centrale dell’intero processo evolutivo infantile sul riconoscimento del sé, sulla
percezione che il bimbo riceve, dalla madre, di essere accettato e riconosciuto come Io. Ho seguito molte
persone che hanno superato abbastanza facilmente i limiti fisiologici della mancanza di allattameno, o di
una mamma poco affettiva, quando questa era capace di dare riconoscimento, era presente e dava una
sensazione di identità al figlio. E’ probabile che fra 50 anni il peso si sposti ancor più in profondità, è un
processo in evoluzione.

Luisa BARBATO
A suffragio di quanto si è detto furono fatti degli esperimenti sui bambini e quello famosissimo della
scimmia e dei polli. Praticamente crearono da una parte una struttura fredda che aveva il biberon e
dall’altra parte una grande scimmione di peluche che non aveva il biberon. Lo scimmiotto affamato
preferiva la scimmione di peluche che era calda e soffice pur non avendo latte piuttosto che andare
dall’altra struttura fredda che aveva latte, e quindi da lì si capì che non era il latte che cercava bensì il
calore.

Nitamo MONTECUCCO
Passiamo al secondo punto. Dopo Freud ci fu una sorta di separazione di scuole: la scuola freudiana
classica che andrà avanti per molto tempo e due grandi personaggi che dalla scuola di Vienna si separano:
uno è Jung e l’altro è Reich. Io parlerò adesso brevemente di Jung e Roberto parlerà poi di Reich.


Biografia (di Giuseppe Pagliaro)

Sigmund Freud nasce il 6 Maggio 1856 a Freiberg, in Moravia. La sua è una tipica famiglia di
commercianti. Laureatosi in medicina nel 1881, e dopo un trasferimento di tutta la famiglia a Vienna,
lavora per un certo periodo nel laboratorio di neurofisiologia diretto da Brücke.
Nel 1882, per ragioni economiche, abbandona la ricerca scientifica e si dedica alla professione medica,
specializzandosi in neurologia. Nel 1885 ottiene una borsa di studio che gli permette di accedere alla
leggendaria scuola di neuropatologia della Salpetrière, diretta dal celebre Charcot.
Nel 1886 si sposa con Martha Bernays, che in seguito gli darà ben sei figli (la più famosa tra loro è Anna
Freud, continuatrice della ricerca del padre nell'ambito della psicoanalisi infantile). Dopo aver utilizzato
le tecniche classiche di quel periodo, sperimenta l'ipnosi e nel 1989 si reca a Nancy per approfondire la
conoscenza di questa pratica.
Tornato a Vienna, si dedica completamente alla professione di neurologo. Nel frattempo stringe amicizia
con Josef Breuer, con il quale pubblica nel 1895 gli "Studi sull'isteria" e con cui inizia quella grande
avventura intellettuale e clinica che lo porterà alla fondazione della psicoanalisi.
Nel 1899 (ma con data simbolica del 1900) Freud pubblica un'altra opera dagli esiti rivoluzionari e per
certi versi sconvolgenti: "L'interpretazione dei sogni". E' una tappa che segna una svolta dell'intero
pensiero occidentale, attraverso i parallelismi fra logica razionale e logica del sogno e il disvelamento del
linguaggio "geroglifico" attraverso cui i sogni parlano all'essere umano concreto che ne è portatore.
All'alba dell'avvento dei drammatici fatti che segneranno l'Europa, l'epilogo di questa epopea intellettuale
non poteva che esser tragico. Nel 1933 a Berlino i nazisti ormai al potere bruciano, in un rogo libresco
tristemente famoso, anche le opere dell'ebreo Freud, complice oltretutto di una strenua resistenza
all'avanzare della barbarie nazista.
Nel 1938 la situazione è talmente insostenibile che è costretto ad andarsene. Si trasferisce a Londra dove,
dopo un solo anno, muore per un cancro alla mascella. E' il 23 Settembre 1939, la seconda guerra
mondiale è alle porte, epitome di quell'istinto di morte così presente nelle opere del grande rivoluzionario
del pensiero.


Opere consigliate:

-L'interpretazione dei sogni (1900)
-Psicologia della vita quotidiana (1901)
-Tre saggi sulla vita sessuale (1905)
- Il motto di spirito e le sue relazioni con l'inconscio (1905)
-Totem e tabù (1912-13)
-Introduzione alla psicoanalisi (1915-17)
-Metapsicologia (1915-17)
-Autobiografia (1925)






LA PSICOLOGIA DEL SE’ DI CARL GUSTAV JUNG


Jung era un passo in avanti rispetto a Freud. Lui è stato il primo vero psicologo che ha introdotto l’aspetto
spirituale all’interno della psicanalisi. E parlando di questi processi “noumenici” , da “Nous” che è il
termine greco per lo spirito, l’anima, parla proprio di una spiritualità inerente e profonda. Jung era uno
psichiatra svizzero, aveva una grandissima sensibilità ed era affascinato da tutta una serie di fenomeni
parapsichici e parapsicologici che invece terrorizzavano il vecchio Freud. Si racconta in questo episodio
che un giorno si trovavano in una libreria e stavano parlando di questi fenomeni di percezione, di
anticipazione degli eventi. Il vecchio Freud si arrabbiò con Jung definendoli la “melma
dell’oscurantismo” e gli ingiunse di smettere di ricercare in quella direzione. Probabilmente anche
socialmente aveva molta paura di inficiare con i fenomeni di parapsicologia e di occultismo un livello
molto alto di psicologia che era riuscito ad ottenere a livello accademico. In quel momento ci fu
un’enorme tensione fra i due, Jung disse a Freud: “Sta per accadere un evento” e in quel momento sentì
un colpo e cadde un libro “Hai visto?” Freud lo negò, ci fu un’altre enorme tensione e Jung previde che il
fenomeno si sarebbe ripetuto e infatti il fenomeno riaccadde per la seconda volta. Per la seconda volta che
un evento si sarebbe previsto \in un modo così eclatante era assolutamente inverosimile per cui si creò
una certezza da parte di Jung dell’esistenza di una psiche che travalica i confini fisici e da lì partì un
processo.Jung si isolò dalla scuola di Freud e subì un vero attacco psicotico e passò questo momento di
grandissima disperazione, perché ovviamente lui si stiva fortemente all’interno della scuola di Vienna.
Questo isolamento lo portò in uno spazio di reale disperazione. Ebbe un periodo di allucinazioni talmente
pesanti che scrisse poi un libro intitolato “Sette sermoni ai morti”, dove descrive di vedere gli spiriti che
bussano e descrive quello che gli dicono e le cose che gli fanno, tutta una serie di situazioni tra
l’immaginario, il mistico e l’allucinato. Tuttavia riesce a passare questo periodo di grande turbolenza
psichica raggiungendo un traguardo d’integrità e fu quindi capace di passare attraverso un periodo di
allucinazioni e di includere le allucinazioni all’interno del proprio Io. Riuscì ad espandere estremamente
la propria coscienza.
Jung ebbe anche un’altra serie di esperienze e la bellissima descrizione di questo passaggio si trova in
un’intervista che la BBC fece a Jung. Gli chiesero: “Ma qual è il centro della tua psicologia?” E lui
rispose: “L’anima umana, perché è successo a me”. Racconta che si era ammalato, rischiava di morire,
era ormai dato per spacciato e muore. Esce dal corpo, si allontana addirittura dalla terra – quindi era un
grande spirito – e vede un asteroide come un tempio, dove trova un maestro che lo accoglie e lo induce
come in uno spazio di meditazione. A questo punto lui è felicissimo, ha raggiunto la propra vita interiore,
spirituale. Vuole morire, non vuole più ritornare indietro e a questo punto che è un classico delle NDE,
Near Death Experience, le esperienze vicino alla morte, vede arrivare dalla terra lo spirito del suo medico
che gli dice: “Non puoi morire, devi ritornare indietro, il tuo compito non è finito. Devi portare queste
esperienze sulla terra.” E lui sente che è vero e ha la folgorazione che per salvare la propria anima questo
medico cederà la propria anima. Jung ritorna, si risveglia dal coma e riesce lentamente a migliorare fino a
sopravvivere. Dopo poco tempo il suo medico muore.
Jung attraverso queste esperienze capisce alcune cose: la natura non materiale dell’anima, pur essendo
assolutamente d’accordo sul fatto che l’anima comunque entra nel corpo, nella mente e nel cervello
attraverso una erie di funzioni biologiche. Mette al centro questa rivoluzione dell’essere umano e struttura
una serie di processi psichici tra cui forse il più importante è l’individuazione ed espande questo modello
a una parte estremamente più profonda. (proiezione) se questo è l’inconscio, questo diventa l’inconscio
collettivo. L’inconscio collettivo in realtà è poi un super conscio collettivo, perché facendo una ricerca
stupenda a cavallo tra l’Europa e tutta la tradizione alchemica simbolica degli alchemisti. E’ il primo che
aiuta la comprensione dei processi psichici dei testi tipo Tao The Ching, I Ching-il Libro dei Mutamenti,
Il Mistero del Fiore d’Oro di Lu Tzu, dove c’è il processo dell’evoluzione della coscienza interiore, della
meditazione. Come Lu Tzu è il TanTien Superiore che deve proiettare la propria energia luminosa
nell’inconscio. In questo caso il Super Io viene trasformato in Sé, l’Io è quindi parte del conscio sociale, il
Super Io è quello che condiziona l’Io a vivere la sua vita nella società. Se l’Io, però, ritrova un suo Sé più
elevato e pi profondo che diventa il centro, questo Super Io diventa invece una matrice di consapevolezza
estremamente più dilatata.

L’animus, l’anima e il mito dell’eroe
Quindi, lui sviluppa due sistemi che chiama Animus che è la parte più positiva e luminosa, o Yang della
testa - nel libro è posizionato nella testa che è la luce della coscienza – che deve scendere nell’ inconscio
dove c’è la fanciulla, lo Yin, l’Anima, che deve essere salvata. In questo poi abbiamo ritrovato (non so se
l’ha trovato anche la scuola analitica) studiando da altre scuole che tutto il processo mitico della discesa
dell’eroe negli inferi per ritrovare la fanciulla smarrita (e qui c’è tutta una serie di racconti mitici: da
Cerere a Gilgamesh) e riportarla alla luce del sole. Però, a questo punto lui non è più un uomo, ma un
semidio. Acquista un carattere divino e questa fanciulla di solito ha delle caratteristiche sia di donna sia di
dea: per esempio la figlia della dea della natura, Proserpina, che viene rapita dal dio degli inferi (la terra è
secca perchè la madre natura è triste) , lui salva questa fanciulla e la natura rifiorisce. E’ un’analogia
molto forte su quello che è la vita umana.

Gli archetipi e l’inconscio collettivo
Quindi in questo processo Jung espande i livelli della coscienza e scopre una cosa fondamentale che in
tutte le tradizioni del mondo esistono una serie di archetipi, di basi psichiche strutturate come modelli e
questa base psichica è una forza. Gli archetipi sono una forza, di solito positiva, a volte possono diventare
negativi, ma comunque è un’energia psichica universale. Gli archetipi non sono solo quindi il Bene, la
Saggezza, l’Amore, ma sono le forze che hanno dei simboli e che vengono raffigurate a volte nelle stesse
modalità dalle varie tradizioni. Questo a noi interessa enormemente, perché è il primo transpersonale,
perché introduce l’elemento transpersonale nella psicologia. La psicologia transpersonale non la fanno
mai partire da Jung e personalmente ritengo che sia realmente una delle basi fondamentali. Quindi lui era
sicuramente un’anima evoluta. Se volete approfondire l’argomento prendete le due edizioni italiane del
libro Il Mistero del Fiore d’Oro: una, con la prefazione di Richard Wilhelm, che è molto spirituale e
mistica e invece quella della Boringhieri che è invece psicologica ed è fatta da Jung. Jung era proprio uno
psicologo, per cui a volte non riusciva a capire i termini meditativi orientali, ma riusciva a capirli e
trasferirli in linguaggio psicologico con un fortissimo senso di realtà. Lui ha dato vita poi di scuole, ha
collaborato con i gruppi cristiani autentici, io ho fatto alcuni anni di analisi con la Dora Kalf che ha
sviluppato il Sand Play il “Gioco della Sabbia” e ha lavorato in collaborazione con i monaci tibetani della
Svizzera. Quando andate ad una riunione della Scuola junghiana sentite un clima realmente di tensione
spirituale, anche se la maggior parte di questi personaggi hanno più una spiritualità istintiva, intuitiva che
non una vera pratica di meditazione reale. E’ come un anelito però molto molto forte.

L’Ombra: il lato oscuro della forza interiore
Una delle grandi scoperte – che poi era già stata scoperta – ma che Jung esprime e rivaluta in un modo
estremamente utile è il concetto di Ombra. Questo concetto che nasce da questa bipolarità, cioè la
coscienza e l’inconscio, la coscienza luminosa e l’inconscio oscuro, ci parla di come questo Io sociale
debba necessariamente per la prima parte della propria vita, per identificarsi a livello sociale, accettare
una serie di istanze psichiche che gli fanno rifiutare e rendere inconsci alcuni suoi poteri e potenzialità, e
ne accetta (perché il Super Io non è solo il padre e la madre che dettano le regole) degli altri. Quindi
quando c’è questo tipo di meccanismo, l’Ombra diventa il rimosso. Jung capisce che non solo vanno
rimossi gli elementi dell’inconscio per bilanciare l’identità, ma è come il concetto di recupero dell’Ombra
come un potenziale (che poi viene sviluppato da tutte le scuole moderne). E non solo come un potenziale,
ma è una specie di rivalutazione del pozzo nero dove hai rimosso un trauma, è un uovo dove tu hai
nascosto delle potenzialità. Quindi, se tu le recuperi con la ragione, se l’eroe della coscienza scende
nell’inconscio e recupera la fanciulla che è debole ma preziosa perché saggia e portatrice di intensità,
recupera delle potenzialità. Baumann (?), uno dei grandi allievi di Jung, diceva che è proprio quando
tocchiamo il fondo al limite della depressione possiamo realmente andare a recuperare gli elementi
dell’Ombra che sono degli elementi della nostra anima che sono stati misconosciuti. Quindi,
nell’inconscio c’è tutto, anche il negativo, ma nell’Ombra c’è più questo concetto di una parte dei questo
inconscio positivo. Lo stesso Jung rinacque dalla depressione - andando oltre i bordi della normale
patologia - facendo un vero e proprio processo alchemico. E possiamo anche dire che alcune persone che
si sono risvegliate senza aver fatto un approfondito e reale lavoro sul proprio inconscio, hanno vissuto
alcuni periodi della loro, chiamiamola. Illuminazione in una fase assolutamente depressiva o addirittura
psicotica. Per citare un dato molto interessante, in India c’è un grande maestro che abitava a Poona ed era
uno dei più grandi maestri del suo tempo e si chiamava Maer Baba (?) che girava per l’India a recuperare
i pazzi illuminati, persone che avevano attinto all’infinita energia dell’esistenza e avevano fuso Es, Io e
Super Io, il Sé si era espanso, ma che avevano un Io fragile, un Io sociale non strutturato e quindi tutta
quella forza che Jung direbbe archetipica o transpersonale, li aveva bruciati e quindi si erano ridotti a
cagarsi addosso e qualche brava donna gli dava qualcosa da mangiare e li curava. Questi erano in uno
stato semi-estatico. Lui li prendeva, li lavava e li puliva e insegnava ai suoi discepoli a guardarli negli
occhi. Questo lo facevano già i maestri tibetani che dicevano “tu mettiti lì e guardalo negli occhi e
impara”. Questo è una parte del pensiero junghiano che per noi è molto molto utile, perché ci serve per
lavorare. Quindi, una parte degli archetipi verrà poi ripresa da Ken Wilberg come matrici profonde della
psiche proprio a livello transpersonale.

Luisa BARBATO
Non so se conviene dirlo, perché io conosco poco i junghiani, però l’impressione che traggo io che
mentre Jung aveva fondato tutto questo sulle sue reali esperienze, per gli altri spesso si tratta di
un’ideologia. Anche dagli stessi junghiani questa parte viene spesso trascurata.

Nitamo MONTECUCCO
E’ assolutamente vero. E’ come se Jung avesse vissuto direttamente questa esperienza perché lui era lui,
ma non aveva creato una scuola, non era passata attraverso una scuola di risveglio interiore e quindi non
ha pasato nessuna tecnica. Lui aveva passato questo come intuizione e gli altri l’hanno colta come
intuizione, ma non avevano una pratica.

La sincronicità
Dico ancora un’ultima cosa su Jung che è la sincronicità. Lavorò per un certo periodo con un premio
Nobel della fisica, Wolfang Pauli che era veramente fuori di testa., aveva un’energia pazzesca per cui
entrò in contatto con tutta una serie di forze strane. Era capace di mandare in tilt tutti i macchinari
scientifici, i suoi amici lo sapevano e non volevano che venisse da loro. Un giorno, in un laboratorio in
Germania saltarono tutti gli apparati e tutti dissero: “Se fosse stato qua Wolfang Pauli, gli avremmo
sicuramente dato a lui la colpa”. Poi glielo dissero e si scoprì che esattamente in quel momento lui
passava con il treno da quella parte. E’ un evento casuale. W. Pauli era discretamente fuori e ad un certo
momento attraverso la pratica psicanalitica con Jung risolse una grossa parte dei suoi problemi. Non
abbiamo parlato del lavoro fatto da Jung sui sogni. Freud fu il primo a strutturare l’analisi dei sogni, ma
Jung la portò parecchio più avanti. Attraverso l’analisi dei sogni Jung si accorse che nel nostro inconscio
sono presenti una serie di archetipi come per esempio i Mandala, che sono comuni a tutte le tradizioni. Il
Mandala è un termine che significa sia centro sia circonferenza, è una rappresentazione dell’essere umano
come quello che abbiamo visto proiettato: il cerchio e il centro, ma può rappresentare l’identità umana o
l’universo, il micro e il macrocosmo. Jung scoprì che i pazienti in certi stati di coscienza entravano in
questa rappresentazione simbolica di sè e facevano dei mandala. Wolfang Pauli quando fu guarito
cominciò a ragionare sul principio di indeterminazione di Pauli che significa che sullo stesso orbitale
(intorno al nucleo ci sono degli orbitali di atomi, non possono stare due elettroni che girano dalla stessa
parte: uno gira da una parte e l’altro gira dall’altra, devono avere spin opposti se no non possono stare.
Ma questo portava un problema gigantesco: come fa l’ elettrone che gira qua a sapere che sullo stesso
orbitale a distanza di qualche chilometro c’è un altro elettrone che gira in senso opposto? Lì partì il
concetto di sincronicità., di una comunicazione sottile tra eventi simili. Jung parlò di sincronicità quando
avvenne l’episodio con Freud in libreria. Inoltre citò degli esempi come di una persona che gli stava
raccontando di aver sognato uno scarabeo dorato e proprio in quel momento entra dalla finestra uno
scarabeo dorato. Comincia a capire che addirittura intere civiltà come quella cinese si sono basate sull’ I
Ching esattamente basandosi non sul concetto di causa-effetto di uno che genera un altro, ma sul concetto
di sincronicità. Cosa vuol dire che se tu lanci le bacchette (all’inizio non c’erano le monete dell’I Ching
per cui usavano le bacchette delle pianta di Achillea) e da questo quel momento genera una situazione. E’
come quando in quel momento scegli una carta e quella carta è significativa, incontri quella persona che è
significativa in quel momento. Quindi, esistono una serie di nessi acasuali, ma significativi. Questo è il
concetto di sincronicità. Il concetto di sincronicità è il concetto che bilancia il caos. Lui scopre così le basi
fisiche dell’informazione della coerenza elettromagnetica che poi si svilupperà enormemente e che
lavorerà anche sul cervello.
Jung fu veramente un grande personaggio. Purtroppo non lasciò una scuola di tecniche di meditazione ai
suoi allievi (se le avesse sperimentate su di sé le avrebbe lasciate) per cui i suoi discepoli sono rimasti un
po’ mancanti di pratica. Sono rimasti con una grande intuizione, ma poi non hanno tecniche per
sviluppare un’anima. Jung l’anima se la creò da solo, gli altri no. Io ho collaborato con le psicoterapie
junghiane, molto spesso è una buona e fruttuosa relazione (non posso dire altrettanto delle psicoterapie
freudiane), hanno un carattere più umano, un incontro tra persone, e devo dire che può a volte dare dei bei
risultati di comprensione e di armonizzazione interna.



Biografia (di Giuseppe Pagliaro)

Carl Gustav Jung nacque nel 1875 a Kesswil (Svizzera). Il padre era un pastore protestante, cappellano
dell'ospedale psichiatrico di Basilea. Il nonno era stato un medico famoso e rettore dell'Università di
Basilea. In questa città, Jung compì gli studi secondari e nel 1885 si iscrisse alla facoltà di medicina e si
laureò nel 1900.Negli anni universitari si interesso di parapsicologia e spiritismo, infatto nel 1902
pubblicò la sua tesi di laurea dal titolo Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti. Nel
dicembre del 1900 cominciò a lavorare nell'ospedale psichiatrico di Zurigo, all'epoca diretto da
Bleuler.Tra il 1902 ed il 1903 fu a Parigi a prendere lezioni da Janet ed al suo ritorno sposò Emma
Raushenbach. Nel 1907 Jung si reca da Freud, il quale lo ritiene il suo successore.Nel 1910 fu eletto
presidente della Associazione psicoanalitica internazionale e direttore dello "Jahrbuch", la rivista ufficiale
della società. Negli anni l'idealizzato rapporto tra Freud e Jung si incrina sempre di più, ma la rottura
ufficiale tra Freud e Jung avvenne solo nel 1913 al congresso di psicoanalisi di quell'anno e la causa
principale fu la pubblicazione da parte di Jung nel 1912 del suo testo fondamentale sulla teoria della
libido La libido: simboli e trasformazioni. Nell'ottobre successivo Jung si dimise dalla carica di direttore
dello "Jahrbuch", nell'aprile del 1914 da quella di presidente dell'Associazione e uscì definitivamente dal
movimento psicoanalitico. Negli anni seguenti Jung si dedicò all'attività psicoterapeutica privata, a lunghi
viaggi (Nord America, Nuovo Messico, India, Eggitto e Kenia, nonchè alla formulazione di innovative
teorie ed alla stesura di nuovi libri. Nel 1930 Jung fu nominato presidente onorario della Associazione
tedesca di psicoterapia. Nel 1944 ha un incidente, una frattura e un successivo infarto. In coma vive una
esperienza pre morte che descriverà nel suo testo autobiografico Ricordi, sogni e riflessioni. Muore il 6
giugno 1961, dopo una breve malattia.

Testi consigliati:
· La libido simboli e traformazioni (1912), Newton Compton
· L'inconscio (1914-1917), Mondadori
· Energetica psichica. 1928 (1928), Bollati Boringhieri
· La sincronicità. 1952 (1952), Bollati Boringhieri
· Coscienza, inconscio e individuazione, Bollati Boringhieri
· L'Io e l'inconscio, Bollati Boringhieri
· Analisi dei sogni, Bollati Boringhieri
· Tipi psicologici, Newton Compton
· La psicologia dell'inconscio, Newton Compton
· L'uomo e i suoi simboli, Tea, Opere (18 volumi), Bollati Boringhieri




LA PSICOLOGIA ENERGETICA DI WILHELM REICH


Roberto SASSONE
Vi parlerò di Reich secondo la mia esperienza di vita e tutto quello che ho sperimentato dall’inizio della
mia terapia reichiana che risale a 33 anni fa. Quindi, dal ’72 fino adesso ho sempre fatto un percorso
reichiano insieme poi ad altri percorsi di meditazione, per cui la mia vita è intrisa dall’esperienza
reichiana non già in una chiave teorica , ma soprattutto come esperienza profondamente corporea ed
emozionale. Per questo motivo preferisco parlarvene non facendo la storia di Reich, ma spiegandovi
sinteticamente quelli che per me rappresentano i punti fondamentali di Reich, , e che sono adatti a questo
contesto di counseling.
Affermo anzitutto che considero Reich un ricercatore che ha aspetti transpersonali, anche se la maggior
parte di suoi seguaci ignorano o non considerano questo aspetto del suo pensiero. In effetti tutta la sua
teoria reca la possibilità continua di una dialettica tra l’individuo come unità psiocosomatica, ma
soprattutto come unità energetica, e la realtà energetica e cosmica in cui è continuamente immerso. Cioè,
per comprendere l’essere umano, non si può prescindere dal fatto che l’individuo è immerso nell’energia,
che Reich chiama energia orgonica cosmica, e che è proprio questo continuo scambio a regolare
l’esistenza. Un altro tema fondamentale di Reich, equivocato dalla maggior parte di studiosi (e mi assumo
la responsabilità di questa affermazione) e che anche alcuni reichiani non hanno capito, è la sessualità:
l’hanno banalizzato e l’hanno ridotto esclusivamente allo sblocco di una funzione fisiologica che
certamente è importante, ma è soltanto l’aspetto visibile e limitato di un processo più complessivo che
riguarda l’intero biosistema dell’essere umano.


Piacere-espansione e dolore-contrazione
Reich realizzò il sogno di Freud che aveva il desiderio di trovare la base biologica della libido. Con
semplici esperimenti dimostrò che la percezione del piacere è legata alla maggiore o minore capacità
del corpo di espandersi o di contrarsi. Ciò significa che laddove ci sono dei punti del corpo più
contratti muscolarmente la sensazione del piacere è ridotta o assente; quando invece nel corpo c’è una
maggiore distensione muscolare, è consentito un flusso maggiore della libido (del piacere) che viene
percepita chiaramente. Questo fenomeno è fondamentale, perché oggettiva nel corpo la funzione di
controllo e di repressione che Freud chiama Super Io. L’introiezione delle regole morali e dei divieti si
manifesta nel corpo come contrazione. I blocchi muscolari hanno lo scopo di trattenere le emozioni che
altrimenti fluirebbero liberamente (dall’Es) in barba ad ogni regola sociale. Stiamo entrando nel vivo del
corpo. Se repressione è uguale a contrazione muscolare, liberazione non è un fatto ideologico, ma è la
possibilità di sentire il flusso energetico-vitale che scorre in sé. Questa affermazione ci conduce ad un
altro enunciato basilare: il recupero di una libera funzione sessuale è la conseguenza dello sblocco
dell’energia vitale a livello totale dell’individuo, inteso come unico biosistema. Inoltre bisogna
sottolineare che il campo unitario energetico-vitale dell’individuo è inserito nel più vasto campo della
terra ed anche del cosmo. Reich lo chiama campo di energia orgonica cosmica ed entra così nella schiera
dei ricercatori integrali ed olistici.
Allora, andiamo sugli elementi fondamentali. Reich era uno degli allievi più promettenti di Freud.
Anch’egli quindi assume il concetto di Es, ma ne evidenzia l’aspetto qualitativo: l’Inconscio è uno stato
di non consapevolezza; tutto quello che non viene percepito, non viene vissuto e che non viene conosciuto
( non è consapevole) è Inconscio. Quindi, ci sono le emozioni inconsce, le strutture inconsce del Super Io
e tutti i modelli stereotipati e culturali di cui non si è consapevoli. Tutto questo materiale represso,
rimosso e compresso lo si può incominciare a leggere nello sviluppo del bambino – nelle fasi di sviluppo
libidico di cui Freud parlava – nel percorso della formazione della corazza caratteriale che si struttura
gradualmente dagli occhi alla bocca (fase orale – allattamento) e successivamente nella fase anale o
,meglio, fase muscolare (controllo della muscolatura), fino alla fase genitale (Edipica). Tutta la storia
individuale la si può leggere quindi nel corpo. Reich dice chiaramente che il corpo è il serbatoio
dell’inconscio nel senso che realmente nel nostro corpo bloccato c’è tutto il materiale rimosso che ha una
valenza energetica e emotiva reale e che determina anche la struttura non solo muscolare, ma anche la
struttura psichica. Un’altra delle scoperte di Reich è l’identità funzionale ovvero l’energia è unica pur
manifestandosi a livello psichico e somatico. Cosa vuol dire questo? Lo psichico ed il somatico hanno
come fonte la stessa energia vitale. Questa unità Reich la chiama Identità funzionale. Quindi, un blocco
corporeo è anche un blocco psicologico. E il blocco psicologico è anche il blocco corporeo, cioè non ci
sono due blocchi. E’ lo stesso blocco che deve essere visto nella sua modalità energetica e nella sua
modalità psichica.

La sessualità e la funzione dell’orgasmo
Nitamo MONTECUCCO
L’impostazione di Reich fu di forte impronta vitalista e lo portò a studiare e a fare ricerche scientifiche di
grande spessore sull’energia vitale, da lui chiamata energia “orgonica” e, sulla natura del piacere. Sono
famose le sue ricerche sulle basi della vita: i bioni (delle specie di precellule luminose che tendono ad
aggregarsi e crescere) e dei bacilli T (T da Tanatos, la morte) che nascono da tessuti malati e privi di
vitalità. Da queste scoperte derivò le sue analisi di laboratorio, che, attraverso l’analisi della vitalità del
sangue o dei liquidi, permettono di comprendere quanto l’unità psicosomatica umana sia integra o
frammentata. Reich, dopo le ricerche sull’energia orgonica e i bioni a Oslo; si trasferisce negli USA dove
crea l’Orgone Istitute. Quì crea una forte scuola di terapisti e sviluppa una serie di apparecchiature: gli
accumulatori orgonici, per facilitare la guarigione nei pazienti in cu l’energia vitale-sessuale era ormai
troppo bassa o compromessa. Gli accumulatori orgonici diedero dei risultati sorprendenti ed inaspettati.
Importantissime le ricerche sull’energia sessuale e sull’orgasmo, iniziate in Norvegia e proseguite negli
Stati Uniti, che lo portarono ad una serie di scoperte fondamentali sul ruolo dei sistemi viventi, sulla
genesi delle patologie e sulla loro risoluzione attraverso una differente consapevolezza di sé e della
propria natura espansiva legata al piacere di vivere. Per la limpida spregiudicatezza di queste ricerche
Reich venne espulso dalla Norvegia e venne perseguitato degli Stati Uniti fino alla sua incarcerazione e
alla sua morte in carcere per attacco di cuore. La sentenza della corte sentenziò che Reich doveva essere
incarcerato in quanto colpevole di aver sostenuto l’esistenza dell’energia orgoniche che “non esiste”. Il
suo laboratorio venne distrutto dal governo americano e suoi libri vennero messi al bando in tutti gli
USA. A pieno diritto possiamo considerare Wilhelm Reich un tantrico ante littram.
Dalla scuola di Reich si sono sviluppate numerosissime vie terapeutiche che hanno contagiato tutta la
moderna concezione psicosomatica della crescita umana: dalla Bioenergetica di Lowen alla Core
Energetic di Pierrakos, dalla Vegetoterapia di Federico Navarro a tutte le moderne terapie basate sulla
crescita umana e sul decondizionamento.

L’analisi del carattere
Roberto SASSONE
Quando Reich comincia a concepire e strutturare l’analisi del carattere, fa un discorso incredibilmente
articolato, perché l’analisi del carattere comprende diversi piani di lettura, secondo un principio
sistemico: l’analisi del funzionamento dei sette livelli e la loro correlazione, i comportamenti e gli
atteggiamenti nei confronti del mondo che corrispondono al modo corporeo di funzionare, le strutture
difensive comportamentali e i loro agganci muscolari. E’ evidente ancora di più che psichico e somatico
sono l’uno lo specchio dell’altro. Nella visione di Freud il superamento della nevrosi consiste nel sapersi
reinserire e adattare, nella vita sociale, aderendo alla logica di quel sistema, altrimenti non c’è la
possibilità di avere veramente un Io solido. Con Reich si ribalta veramente tutto: le ideologie sociali sono
il prodotto del carattere nevrotico ed esprimono la logica di questa repressione. Quando la natura
dell’uomo si struttura in maniera disfunzionale non può che generare una cultura che avvalla la
repressione stessa della natura.
Ma nel corpo esiste un principio di autoregolazione che viene attivato dalla terapia e che contribuisce a
recuperare la percezione del proprio corpo, sbloccando le emozioni e a liberando il rimosso attraverso un
reale sentire e non attraverso l’atto cognitivo. Il paziente impara fisicamente ad entrare in contatto con la
sua ombra (termine junghiano), a conoscerla e a non averne paura e libera le forze vitali al servizio dell’io
che stimolano il processo di autoregolazione di se stessi e della propria la realtà. In tal modo accade un
fatto singolare, ovvero che l’individuo che attiva il processo di autoregolazione, sciogliendo le catene del
super-io ed entra in contatto con se stesso, sviluppa un funzionamento etico. Questo è il senso profondo
dell’anarchia. La repressione e la necessità di una legge è necessaria per frenare gli impulsi. Ma quali
parametri si assumono per decidere quali impulsi e come devono essere frenati, cioè chi decide se quell’
impulso è cattivo o buono? Allora facciamo dell’ironia: la sessualità è un impulso “cattivo”… per carità,
bisogna gestirlo bene, perché se uno gode troppo non riesce a fare più il suo dovere! Invece il
presupposto è quello contrario e cioè che gli impulsi naturali hanno una loro logica vitale e un loro senso
profondo di realizzazione. Chi fa un lavoro su di sé psicocorporeo. non ha bisogno di leggere Reich, ma
sentendo se stesso, percepisce anche con l’altro come essere vivente e individuo reale. Se io vedo te e
sento te non posso più vederti in maniera virtuale, perché ti rispetto, non perché c’è un’ideologia che mi
fa pensare che è giusto rispettarti, ma perché tu sei come me, ti sento. E ciò vale anche per la natura, ma
se io non sono più natura, perché non sono più in contatto con la mia natura e temo la percezione
vegetativa del mio flusso vitale, come posso rispettare qualche cosa che io temo?
Il grosso impedimento alla relazione con la natura sussiste perché nella repressione sessuale e quindi nella
repressione degli impulsi naturali c’è la paura di sentire il piacere. Perché tutti questi divieti ai bambini,
tutta questa necessità di imbrigliarli ? Perché il bambino ricorda profondamente quella libertà vitale che
l‘adulto nella sua repressione ormai si è negato. Gli crea quasi un problema, fa paura, ti fa vedere quello
che hai perduto. Lo devi controllare, lo devi di nuovo inscatolare per rassicurarti profondamente e non
entrare in contatto con ciò che ti sei negato. Quindi, chi ha paura della vita è perché non ha il contatto con
la vita e naturalmente la uccide per poter rientrare in una sua rassicurazione. Questo è il motivo per cui
una società si fonda sulla repressione (Vedi Psicologia di Massa del Fascismo di W. Reich).
E’ inutile creare delle strutture sociali, anche ben congegnate, che dovrebbero funzionare sulla carta
benissimo, quando poi le strutture caratteriali delle persone che le gestiscono sono esse stesse ammalate,
appestate, e sono strutture di potere che negano la vita.
Reich cominciò a lavorare sul corpo, infrangendo un tabù grandissimo della psicoanalisi: non si deve
toccare il paziente. Il corpo non poteva essere toccato, perchè subito si presentava il mostro della
sessualità.

Il corpo e i sette livelli
Il corpo è l’individuo, è la possibilità di essere coscienti della vita e nella vita, è la percezione che
sostiene la coscienza. E' veramente difficile avere una relazione con la realtà che non venga interpretata in
maniera mistica: Secondo Reich l’atteggiamento mistico è l’atteggiamento di colui che apre dei canali di
coscienza (anche attraverso delle pratiche di meditazione) senza avere prima una percezione sana del
proprio corpo. Ne consegue che l’apertura di questi canali, l’esperienza di stati di coscienza più vasti, che
genera una grande energia che finisce per creare uno scollamento ulteriore con la percezione corporea. Si
può creare una confusione tra stati che Wilber chiamava “pre-egoici”, fusionali, intrauterini, in cui si
perde l’identità e stati più integrati di coscienza nei quali ci si collega con dimensioni cosmiche, senza
perdere il centro dell’identità.
Per cercare di recuperare questa dimensione di coscienza del corpo Reich evidenziò una serie di livelli
nel corpo – sette livelli – che ripercorrono la storia dell’individuo che si imprime profondamente nel
nostro corpo. Dobbiamo tener sempre presente che il corpo siamo noi finché siamo incarnati. Noi siamo
qui, siamo il nostro corpo e direi che addirittura il Sé è profondamente radicato al corpo e dobbiamo
sentire e realizzare questa unità. Questi livelli partono dall’alto con il livello degli occhi che comprende
non solo i bulbi oculari, ma tutta la parte frontale della testa, il talamo, la neocorteccia, l’occipite, il naso
e le orecchie.. Gli occhi rappresentano quindi il primo imprinting fondamentale che si ha alla nascita,
esprimono il primo contatto con il mondo quando si viene alla luce. Nei nostri occhi c’è tutta la nostra
storia, dall’intrauterino alla nascita, sino a ciò che siamo noi attualmente. C’è la nostra visione del mondo,
la consapevolezza con cui stiamo in esso. Reich decide di iniziare il processo di scioglimento della
corazza partendo dagli occhi perché diceva che l’energia vitale , libidica, si dirige dalla coda (bacino) alla
testa.. Questa energia potente se si libera in questo movimento verso l’alto tende a caricare ulteriormente i
livelli alti, soprattutto gli occhi, rafforzando il blocco. Liberare invece prima il livello degli occhi aiuta a
consolidare una consapevolezza più chiara, a dare maggiore presenza all’individuo, ad essere più nella
realtà. La maggior presenza degli occhi aiuta ad affrontare le emozioni più profonde bloccate negli altri
livelli. Quindi, Reich sostiene che, dato che il processo energetico avviene dal basso verso l’alto, noi
lavoriamo in senso contrario, lavoriamo sbloccando dalla testa fino alla coda in modo da liberare sempre
di più il cammino all’energia che si sprigiona dal basso verso l’alto. Personalmente non sono pienamente
d’accordo su questo approccio, pur riconoscendo che nel percorso psicocorporeo bisogna sempre fare in
modo di non caricare gli occhi, ovvero di avere un’attenzione particolare alla capacità che il cliente ha di
accogliere ed integrare il materiale emotivo e cognitivo che emerge. Bisogna quindi lavorare sul
grounding, sulla messa a terra, sul contatto con il suolo, per rafforzare le radici dell’individuo. Gambe ed
occhi sono profondamente collegati.

Il I livello degli occhi (6° e 7° chakra) è il livello su cui sono fondamentalmente ancorate le esperienze di
base di contatto con il mondo. “Avere occhi” nel nostro linguaggio significa “esserci”, “non avere occhi”
significa “non esserci”. Negli occhi si strutturano situazioni che spesso sono molto gravi. Infatti, dagli
occhi si può riconoscere se c’è una situazione borderline o addirittura psicotica. Uno degli esercizi più
efficaci è chiamato “naso-cielo” che consiste nel far convergere gli occhi verso la punta del naso e
successivamente di guardare un punto di fronte La mancanza o la difficoltà di convergenza indica un
blocco agli occhi e di conseguenza manifesta la presenza di temi di relazione con la madre e con la realtà
interna o esterna. Non è il caso di approfondire in questa sede il discorso. Ricordiamo che un blocco
muscolare significa un blocco emotivo e che quindi è presente una tema caratteriale legato a quel blocco.
Per esempio può accadere che si riesca a guardare la punta del naso solo con l’occhio destro e che sinistro
fugga. Questa è già un’indicazione interessante e senza fare facili schematizzazioni che personalmente
detesto, possiamo dire che l’occhio destro bloccato è legato a tematiche con la figura maschile o con il
proprio maschile o con la figura autoritaria esterna che potrebbe essere anche una madre che funge da
legge, (il che si può rapportare all’energia Yang). Se, invece, non riesce a convergere l’occhio sinistro
abbiamo delle tematiche riguardanti il rapporto con il proprio femminile (ciò vale anche per l’uomo), con
gli aspetti sensitivi, interiori o con la madre (tutto ciò che riguarda lo Yin).
Un altro indicatore della presenza e del contatto è lo sguardo: una persona che non ti guarda negli occhi,
che è sfuggente, indica la paura di entrare in contatto. (talvolta è molto evidente questa paura o
quest’assenza di sguardo ed è meglio stare molto attenti a lavorare con quel cliente. L’occhio vitreo o
l’occhio vuoto, per cui ti fa immediatamente chiedere “dove sta quella persona?” “dove sta
quell’identità?”. Quindi, negli occhi si trovano tantissime emozioni, ma soprattutto indicano la qualità del
contatto che si ha con il corpo e con se stessi.

Il II livello è quello della bocca (5° chakra) e anche qui per bocca s’intende labbra, gola, lingua e nuca
(che è la parte posteriore del Chakra della gola). Quindi, a questo livello si strutturano tutte le
problematiche orali che sono attinenti alla relazione con la madre, l’allattamento, il contatto con il seno,
ecc. Però è importante sottolineare che non è tanto la quantità, ma la qualità di ciò che si è avuto della
relazione. Diciamo che nei sette livelli si struttura il blocco con la relativa tematica, però il blocco è
l’effetto di un tipo di relazione che si è perpetuata in quella fase di sviluppo del bambino. Quel tipo di
relazione che è avvenuta sarà la modalità base di relazione che ognuno di noi ha in quella determinata
situazione. Ce ne possiamo accorgere dalla conformazione della mandibola, dalle labbra più o meno
strette o carnose, da atteggiamenti come mordersi le labbra o le dita, da come uno parla. Ad esempio
attraverso la voce si individua a quale età quella persona si è fermata: può avere una voce da bambina
piccola pur essendo adulta. Quindi, conoscere la storia di un blocco e liberare le emozioni che sono
collegate ad esso, ci dà la possibilità di vedere effettivamente quale storia quella persona ripete
continuamente nelle relazioni affettive. Lavorare su questo livello fa emergere il tema del bisogno, della
richiesta, della rassicurazione. E’ presente il timore di non avere sufficiente attenzione e considerazione o
al contrario c’è il rifiuto di ogni dipendenza e la fuga continua di fronte all’amore.

Passiamo al III livello del collo, che è un indicatore della struttura del Super Io, di quanto la persona sia
capace più o meno di abbandonarsi, quanta rigidità abbia, quale sia l’immagine che l’Io ha di se stesso,
che tipo di immagine di sé stia recitando nel mondo. E qui c’è molto da dire sulla postura: ad esempio
chinare la testa (sottomissione), avere la testa alta (orgoglio), avere la testa sulle spalle (responsabilità),
non piegare mai la testa (intransigenza), è tutto un linguaggio corporeo che ci indica letteralmente
l’atteggiamento verso se stessi e la vita. Allora, nel lavoro sul collo, gola e attaccatura del trapezio, c’è
tutto il percorso per riuscire ad abbandonare la rigidità del Super Io ed allentare la struttura di controllo.
Nella lettura del corpo bisogna osservare due parametri opposti, cioè di una eccessiva carica, tensione,
contrazione muscolare (iper) o di una mancanza di carica, di tensione (ipo) per cui i muscoli sono
scarichi, flosci, poco vitali. Lo si vede in ogni zona del corpo, però dobbiamo distinguere che se c’è una
parte del corpo che è iper carica, spesso è per compensare una parte scarica. La cosa è un po’ più
complessa, però un operatore olistico può farsi un’idea sufficientemente chiara del cliente osservando
come le tensioni muscolari sono dislocate nel corpo e come si alternano con i vuoti. Chi fa shiatsu o altro
si rende conto qual è il tipo di problema. E’ chiaro che se una persona ha i muscoli molto contratti nelle
gambe vuol dire che non ha una buona messa a terra, vuol dire che ha paura. Il I° Chakra significa
sopravvivenza, vuol dire che la persona non ha radici, e siccome ha paura della vita – probabilmente per
un trauma intrauterino, una minaccia di aborto, un parto difficile, si regge a fatica, non ha fiducia e teme
di non farcela e di cadere. La messa a terra è una percezione molto chiara e per niente astratta della
fiducia, ci fa sentire che la vita ci sostiene. Questa esperienza, però, deve esser stata trasmessa dalla
madre, acciocché il corpo possa imparare. Non serve dire a parole “devi aver fiducia”. Bisogna indurre
un’esperienza positiva attraverso il corpo magari con delle tecniche di respirazione o di esercizi semplici
di radicamento al suolo, in modo che uno possa percepire realmente che è possibile stare in contatto con
la terra, con i piedi e le gambe.

Il IV livello che corrisponde al torace (4° chakra). Siccome qui in Accademia si dedica una particolare
attenzione al centro del Cuore, ho la necessità di dire – e qui Reich non centra – che il centro del Cuore ha
due livelli: un livello più di superficie che è quello emozionale e, arretrando e immergendoci in una
percezione più profonda del centro del Cuore, si raggiunge e si ha percezione dell’IDENTITA’, della vera
identità. Dietro il livello del Cuore emozionale c’è l’anima o, secondo Sri Aurobindo, il centro psichico.
Infatti egli fa una distinzione tra lo psichico e lo psicologico: psicologico è tutto ciò che è relativo all’ego,
alla personalità sociale, mentre lo psichico è la nostra vera identità che si va formando oltre i ruoli.
Quindi, il livello del torace è fondamentale perché in c’è la percezione della propria identità nel mondo,
ma è anche un livello che esprime con che identità ci rapportiamo ad esso. Ci sono toraci con il petto in
fuori, gonfio, sempre espanso, una vera gabbia per proteggere il cuore ferito o per contenere una forte
rabbia o odio. Nello psicopatico la situazione è più evidente. Le emozioni del cuore sono soffocate ed è
presente una grossa carica energetica; per contenere bisogna bloccare il diaframma, separandosi dagli
impulsi vitali ed emotivi. Questa è una delle situazioni più frequenti, per cui se si ama non si riesce a fare
l’amore (tipico comportamento degli uomini, ma sta diventando più frequente anche tra le donne).
L’oggetto d’amore non può essere desiderato, perché l’amore è una cosa nobile, mentre il sesso è sporco,
per cui certe cose non si devono fare con la persona amata; invece quando manca la relazione d’amore si
riesce ad avere una relazione sessuale. Questo blocco è una tipica separazione tra la parte istintiva e la
parte emotiva, o l’una o l’altra.
Oppure c’è il torace scarico, che indica una depressione. E’ caratteristico dell’orale che sta con il bisogno
continuo di avere conferme e rassicurazioni, con una continua richiesta, come gli uccellini che stanno con
il becco spalancato aspettando che gli arrivi dall’esterno qualcosa di nutriente. C’è il bisogno di
alimentare il cuore perché c’è tutta una richiesta d’affetto precedente che non è stata soddisfatta.
A livello del torace c’è anche l’atteggiamento aggressivo o propositivo o rinunciatario, la determinazione
o la rassegnazione. Ricordiamoci che il torace è l’identità, ma significa come io mi rapporto, come
manifesto questa identità. Ed è con le braccia e con le mani che io agisco sulla materia. Con gli occhi uno
può anche avere una relazione di contatto, ma se non porta questa relazione di contatto dagli occhi al
torace e al cuore e quindi alle mani, non può fare. E’ lì che il contatto diventa una vera possibilità di
realizzare e di incontrare e di fare. A questo livello incontriamo anche le tematiche di respirazione e di
cuore che dobbiamo comunque interpretare nella chiave di qual è la capacità di dare, del tipo di relazione
di cui è capace, di come si manifesta nel mondo.

Il V livello è il diaframma (3° chakra). Tutte quante le discipline di contatto, di approccio anche spirituale
per cominciare ad entrare in contatto con la percezione di sé si basano sulla respirazione. Adesso poi ci
sono innumerevoli tecniche anche se sono tutte un po’ la stessa cosa. Reich faceva fare una respirazione
piena ed intensa da cui è nato il Rebirthing, o anche la respirazione olotrofica, etc. Praticamente il
discorso è questo: le tecniche di respiro possono avere due tipi di funzione, una per pompare ed
intensificare. Infatti la respirazione che cos’è in fondo? Un movimento di Energia vitale. Più energia
immetti, più avvengono una serie di reazioni nel corpo. Provate a far respirare una persona soltanto per
dieci minuti con una respirazione profonda e veloce, ed inizieranno sicuramente ad accadere delle cose:
formicolii nel corpo, si paralizzeranno le mani, ecc. Ma cosa succede in pratica? Che l’aumento della
carica energetica mette in evidenza le contrazioni muscolari. E’ come un evidenziatore. C’è l’attrito tra
l’aumento del flusso di energia vitale e il blocco muscolare che fa resistenza. Quindi, da una parte si crea
una corrente che è una liberazione, perché il muscolo comincia a decontrarsi; dall’altra, però, c’è
l’opposizione del muscolo e si crea una tetania.
Allora, questo è l’aspetto legato alla respirazione quasi per cercare di stimolare le reazioni e per mettere
in evidenza le contrazioni muscolari e i blocchi. L’altro è la respirazione come strumento di
concentrazione che è un’altra cosa. Ad esempio la meditazione Vipassana è un’osservazione del respiro
mirata allo sblocco di una situazione o ad evidenziare una situazione emotiva, ma mette l’attenzione sulla
percezione. E’ chiaro che il blocco del diaframma - ecco perché vi ho fatto questo cappello – è un po’ la
base su cui si deve lavorare per poter riattivare la coscienza di sé. Il blocco del diaframma è proprio il
punto cardinale . Da lì si dovrebbe cominciare per fare un lavoro spirituale.

Il livello successivo, il VI, è il bacino, dove sta il 2° Chakra.
Tenete sempre presente che il sistema dei Chakra e il sistema dei livelli di Reich sono simili ma non
sovrapponibili. E anche nel sistema dei Chakra bisogna dire che i primi tre sono molto connessi tra di
loro.
Noi che lavoriamo a livello di sperimentazione, quindi, quando lavoriamo sul II° livello le persone
esprimono una serie ampia di emozioni di cui noi estrapoliamo una serie che è quella più chiara. Infatti,
se noi facciamo la respirazione in ogni caso si attiva e si lavora sul diaframma e di conseguenza si
attivano tutti i livelli del corpo perché essi sono funzionali e non c’è uno sbarramento tra di essi. Ogni
livello continua e sfuma nel successivo. E’ il diaframma a consentire la respirazione. Sul VI livello ci
sono le emozioni più viscerali. E’ un livello che prende anche la parte posteriore della schiena. Può
diventare un ancoraggio che paralizza il bacino e blocca la sessualità, essendo strettamente collegato al
VII livello che comprende la pelvi, le gambe e i piedi e che corrisponde al I° Chakra. Il tema di questo
livello è la relazione fondamentale con il mondo. Tutta la tematica delle gambe, sembrerà paradossale, ma
non è legata solo alla sopravvivenza, ma anche per esempio al come noi spendiamo il denaro. Ci sono
delle persone che non riescono mai a trovare una stabilità; non riescono mai a trovare una casa, non
riescono mai ad avere qualcosa di solido, un minimo di certezza pratica. Sono tutte persone che hanno un
problema di I° Chakra, per cui non riescono a costruirsi le basi della loro vita. Quindi, c’è una tematica
molto vasta che non è soltanto legata al cibo da procacciarsi, ma all’incapacità di crearsi un habitat nel
mondo; ci sono persone che vagano continuamente cercando di realizzare qualchecosa non riuscendo mai
ad affermarsi né consolidare niente. Questo è il VII° livello reichiano.


Biografia (di Giuseppe Pagliaro)
Wilhelm Reich nasce nel 1897 a Dobrzcynica, in Galizia, in una famiglia di agricoltori di lingua
tedesca.Nel 1910, quando Wilhelm aveva solo tredici anni, raccontò al padre della relazione tra il proprio
tutore e la madre, che forse per questo si suicidò. Quattro anni dopo morì anche il padre e Wilhelm si fece
carico, diciassettenne, di gestire l'impresa familiare ed i possedimenti agricoli. Dopo la guerra si iscrisse a
giurisprudenza, ma poco dopo cambiò facoltà e passò a Medicina (sempre presso l'Università di Vienna)
ove si laureò in soli quattro anni, nel 1922. Nel 1919 divenne membro della Società Psicoanalitica di
Vienna e tre anni dopo sposò Annie Pink, un'altra famosa psichiatra, inizialmente sua paziente come il
discepolo Alexander Lowen. La stima di Freud per Reich aumentò incondizionatamente fino al 1927,
anno della sua iscrizione al Partito Comunista e della pubblicazione del libro "La funzione dell'orgasmo"
che poneva Reich in contrapposizione con i colleghi, tutti appartenenti alla borghesia. In questo periodo
maturò in Reich la convinzione che vi sia un nesso tra repressione sociale e repressione della sessualità.
Ormai isolato dalla comunità scientifica, negli anni trenta Reich sostenne di aver scoperto una specie di
energia collegata con l'orgasmo, che chiamò per questo orgonica, supponendo che fosse contenuta
nell'atmosfera e nella materia vivente.Questa sua opinione non fu mai accettata, ma sempre contrastata,
dal mondo scientifico.Quando nel 1933 pubblicò Psicologia di massa del fascismo, questa fu messa al
bando dai nazisti e Reich decise di fuggire dall'Austria e si trasfendosi in America nel 1939. Nel 1947, a
seguito di una serie di articoli sull'energia orgonica, la Food and Drug Administration (FDA) lo accusò di
ciarlataneria e fu condannato a 2 anni di reclusione. Nell' agosto del 1956 i suoi appunti furono bruciati
dalla FDA.Reich morì in prigione per un attacco cardiaco un anno dopo.

Testi consigliati:
• L'analisi del carattere. (1933), SugarCo Edizioni srl - Milano 1982 , Esedra Srl, 1994,
• Sessualità e angoscia. (1935-36), SugarCo Edizioni srl - Milano 1983 , Esedra Srl, 1994,
• La scoperta dell'orgone, volume n. I - La funzione dell'orgasmo (1942), SugarCo Edizioni srl -
Milano 1975 , Esedra Srl, 1994, Tascabili SugarCo
• La scoperta dell'orgone, volume n. II - La biopatia del cancro. (1948), SugarCo Edizioni srl -
Milano 1975 , Esedra Srl, 1994, Tascabili SugarCo
• La teoria dell'orgasmo ed altri scritti ,Lerici, Milano 1961


LA PSICOSINTESI DI ASSAGIOLI

Kiran Lucia VIGIANI
Seduti, occhi chiusi, sentiamo il respiro calmo e regolare e lasciamo andare totalmente tutte le tensioni
muscolari. Cerchiamo di aprirci completamente all’esperienza che faremo insieme e apriamo il cuore
cercando di trattenere quello che per noi sarà necessario e funzionale alla nostra crescita. Cerchiamo di
farlo in una modalità rilassata.
Io tratterò due argomenti molto belli che sono la Psicosintesi e il Dialogo delle Voci. Inizio dalla
Psicosintesi, perché in essa ci sono già dei postulati che poi ritroviamo come base anche in altre scuole
psicologiche.
Roberto Assagioli, il fondatore della Psicosintesi, nasce a Venezia alla fine dell’ottocento, nel 1988, e
muore a Capolona (AR) nel 1974, dopo aver passato gran parte della sua vita tra Firenze e Roma.
Diciamo che Assagioli è stato un pioniere di quella che poi è stata definita la corrente olistica e che si è
sviluppata in anni più recenti. E’ interessante considerare il contesto storico nel quale lui ha portato
queste idee e ha mosso i primi passi. All’inizio del ‘900 già parlava di Psicosintesi, della confluenza di
più approcci per la crescita umana. In Italia la Psicosintesi non è molto conosciuta e soprattutto non ne è
stata riconosciuta nella sua accezione trasformativa. Invece, negli Stati Uniti e nei Paesi anglosassoni la
Psicosintesi è tenuta in grande considerazione. Ad esempio, nelle nostre università o non è conosciuta o si
sta affacciando da pochi anni. Possiamo invece dire che Assagioli si è rivelato essere un uomo con un
notevole spessore sia umano che culturale. Se voi siete interessati ad approfondire, ci sono dei testi che
parlano della sua biografia e dei suoi anni di formazione, di come lui avesse relazioni in tutto il mondo, in
tutte quelle correnti culturali emergenti. Ha partecipato alle riviste fiorentine dell’ inizio ‘900 e al fervore
innovativo di quegli anni . Era medico psichiatra, aveva fatto laa sua tesi sulla psicoanalisi e immaginate
in quali anni lui ha avvicinato la psicanalisi. E’ stato veramente il pioniere che ha portato la psicoanalisi
in Italia. Tra l’altro, aveva preparato la sua tesi all’ospedale psichiatrico di Zurigo, sotto la supervisione
di Jung ed era stato incaricato da Freud di diffondere le sue idee in Italia. Quindi, è estremamente
interessante seguire il cammino di quest’uomo che ha precorso un po’ tutte quelle correnti che poi sono
andate ad affermarsi negli anni successivi.
Diciamo che nella Psicosintesi noi abbiamo quella che è una concezione olistica, perché è presente in
essa una visione bio-psico-spirituale dell’essere umano. Ciò significa vedere un individuo sotto il profilo
fisico-biologico, sotto quello emozionale-psicologico e dare molta importanza e spazio alle sue possibilità
di espressione ed espansione sul piano spirituale. Adesso può apparire del tutto normale, ma immaginate
quale poteva essere la situazione 70 anni fa.
Egli era in contatto con Alice Bailey, teosofa prima e poi fondatrice della scuola esoterica Arcana, ispirata
da un maestro di saggezza tibetano, ha conosciuto, come detto, Freud e Jung, ha collaborato con Dane
Rudyard alla diffusione dell’astrologia esoterica e era in rapporto diretto con molti altri personaggi di
grande rilevanza dell’epoca. A vederlo fisicamente era così minuto, quasi etereo, ma, al contrario, era un
personaggio di un grande spessore. Era ebreo, per cui aveva vissuto tutte le persecuzioni razziali della
seconda guerra mondiale, conoscendo anche la dura prova della prigionia. Nell’occasione, aveva trovato
la forza e l’ironia per uno scritto sulla libertà in prigione, nel senso che era talmente forte questo suo
sentire che l’essere umano è una creazione a molti livelli, e non è solo un’identificazione con il corpo, che
lui riusciva sentirsi libero anche in prigione. E’ vero che si possono rinchiudere i corpi, ma non si
possono uccidere le idee.
Tutta la Psicosintesi rientra in quella che è considerata la corrente della psicologia transpersonale.
Quindi, è una psicologia con direzione. Chi è che dà la direzione? Ciò significa che con questo concetto
di direzione c’è già un’enfasi sull’essere umano nella sua accezione più profonda che è lui che può dare la
direzione alla propria esistenza. Questo è un punto molto importante.
E’ anche un punto che ci chiama ad una grande assunzione di responsabilità, perché se io so, che io posso
dare la direzione alla mia esistenza, significa che devo uscire da quell’atteggiamento un po’ paranoico di
vedere tutte le colpe all’esterno. La persona si mette in una posizione in cui si interroga e si chiede: “Io,
cosa sto facendo per direzionare la mia vita là dove vorrei che andasse?” per cui uscire da quel ruolo di
vittima di essere la persona che si prende tutto quello che gli piove addosso e incominciare a dire : “Io
posso scegliere dove voglio mettere la mia energia e dove voglio andare.” Questo è un punto di
fondamentale importanza.
Adesso mi piacerebbe soffermarmi su alcuni postulati base della Psicosintesi, perché vorrei darvi degli
schemi di riferimento in modo che possiate utilizzarli voi stessi.

L’ovoide di Assagioli: la prima mappa psichica transpersonale
Il primo è una mappa della strutturazione psichica secondo la Psicosintesi. Al centro c’è un uovo diviso in
tre parti che si chiama l’ovoide di Assagioli. Nella parte bassa è l’area dell’inconscio inferiore che
corrisponde al numero 1; l’area centrale contrassegnata con il 2 è l’inconscio medio, e l’area superiore n.
3 corrisponde all’inconscio superiore. Una piccola area rotonda centrale che si sovrappone sull’area 2 è la
n. 4 che è il campo della coscienza, accanto c’è un’altra piccola area rotonda, la n. 5 che è l’Io o il Sé
personale; sul punto superiore dell’ovoide sta il n. 6 che corrisponde al Sé transpersonale, e il n. 7, esterno
a tutto l’ovoide è l’inconscio collettivo. Noterete che tutte queste linee sono tratteggiate e non a caso,
perché sono delle divisioni didascaliche utili allo studio. In realtà questi campi non sono divisi in maniera
così netta perché esiste un’osmosi tra tutte queste energie.
Parliamo di Inconscio inferiore n. 1, medio n. 2 e superiore n.3. L’inconscio inferiore è relazionato a tutti
quei complessi psichici che sono più lontani dall’accesso della nostra coscienza. Quello è un contenitore
dove hanno sede e luogo i nostri complessi relativi al passato, che hanno colorazioni emozionali molto
forti che rimangono dentro di noi e si imprimono dentro di noi. In questo inconscio ci saranno tutte le
parti istintuali che sono meno accessibili alla coscienza, tipo un’aggressività non riconosciuta, oppure una
sessualità tenuta molto compressa. Tutti complessi che si lasciano arrivare al campo della coscienza con
più difficoltà. L’inconscio medio, invece, è un inconscio più plastico, c’è quella fase di “ricordo-
dimentico”, di certe cose che arrivano alla nostra consapevolezza e che poi se ne rivanno via, perché non
riusciamo a fermarle né trattenerle. Significa che è più facile che i contenuti dell’ inconscio medio
arrivino nel nostro campo della coscienza o possiamo richiamarli più facilmente rispetto a quelli che sono
immagazzinati in un inconscio molto più profondo. E poi, abbiamo l’inconscio superiore, dov’è la sede
delle nostre potenzialità, le intuizioni, le aspirazioni, gli slanci altruistici. Però, attenzione, stiamo sempre
parlando di inconscio. Quindi, significa che come sono inconsce certe istintualità tipo l’aggressività o la
sessualità, sono inconsce anche le nostre potenzialità creative. E questo, ripeto, è l’inconscio superiore.
Ripeto, tutto ciò è diviso in maniera didascalica perché in realtà esiste un’osmosi tra tutte queste parti,
non ci sono questi scompartimenti stagni. Il n. 4, il campo della coscienza è quello che Jung chiamava
l’isoletta nel Mare Magnum dell’inconscio. Ciò significa che - e lo vediamo anche graficamente - il
campo della coscienza è veramente uno spazio, una quantità di consapevolezza molto ridotta rispetto a
quello invece che è tutto il nostro inconscio. Più noi portiamo del materiale che ha sede nel nostro
inconscio – sia inferiore sia medio che superiore - a livello della coscienza, più portiamo terra alla nostra
isola nel Mare Magnum del nostro inconscio. Quindi, possiamo dire che è il campo dominato dall’Io. Il n.
5, invece, è l’Io o Sé personale. Ci sono delle scuole dove con l’Io intendono l’Ego, altre scuole
intendono il Sé. Qui, vorrei dire che nella psicosintesi il Sé personale è quella parte di divino dentro di
noi, quella parte che potremmo chiamare il Testimone dentro di noi, quella parte che non si identifica con
alcun contenuto, è proprio l’Osservatore. Il n. 6 è invece il Sé transpersonale che potremmo chiamare il
Divino onnipervadente. Poi ognuno di noi ha il proprio modo per identificarlo, però diciamo che il 6 è il
Divino in assoluto, il Divino cosmico e il 5 è la scintilla di questo divino cosmico che io ho all’interno di
me. Ed esiste questo collegamento tra il 5 e il 6. Il 7, invece, è l’inconscio collettivo, questo patrimonio
inconscio dell’umanità che si è strutturato nei secoli con il contenuto inconscio dell’umanità che
ritroviamo sotto forma di simboli, di archetipi o nelle cosmogonie delle varie tribù che, pur trovandosi
agli antipodi geograficamente usano gli stessi simboli. Questo è spiegabile proprio attraverso questo
concetto di inconscio collettivo.

Il Sé personale e il Sé transpersonale o superiore
Nella psicosintesi c’è una cosa molto, molto interessante: il Sé personale, questo nostro Sé interiore che è
poi il riflesso del Sé transpersonale, è preesistente alla strutturazione della personalità. Ciò è importante,
poiché significa che dal momento che io nasco, io sono portatore di questo Sé. Poi, può verificarsi che io
posso passare tutta la vita senza riuscire mai a contattarlo per tutte le sovrastrutture, le mie impostazioni
mentali, per i miei credi, perché il mio livello evolutivo mi porta altrove. Però, è estremamente
importante, perché questo fa molta differenza. Infatti, provate a pensare cosa significa in tutto il discorso
del counseling trovarmi ad esempio di fronte ad una persona che strutturalmente è a pezzi, che ha mille
problemi e vederlo come persona oppure riuscire a vederlo come anima. Quindi, è molto significativo
ritenere che questo “quid” di divino esiste in ogni essere umano ed è preesistente a tutta la strutturazione
della personalità. Può trattarsi quindi di una persona portatrice di handicap fisici o mentali, ma è sempre
portatrice di un’anima.
Oppure potremmo dire che è un’anima che ha scelto di fare quel tipo di percorso servendosi di quel
corpo.
Questa strutturazione ci fa capire subito che ci sono vari livelli e che noi possiamo arrivare a contattare
questa parte di divino interiore, del Sé interiore, attraverso tante tecniche. Nella Psicosintesi vengono
usate moltissime meditazioni, visualizzazioni proprio per arrivare allo scopo che ci siamo prefissi: quello
di parlare, contattare, sentire, entrare in contatto con il nostro Sé interiore. Forse una delle meditazioni più
interessanti della Psicosintesi è la meditazione della ”disidentificazione”. Poi ci sono delle meditazioni
che vengono fatte a proposito di simboli e archetipi, e molto lavoro viene fatto sui sogni. Sono tutte
teniche che possono essere a nostra disposizione per poter sentire in maniera esperienziale questi vari
livelli dentro di noi. Credo che sia interessante riuscire a percepirli, a farli diventare esperienze che noi
possiamo veramente sentire ed interiorizzare affinchè non rimangano solo a livello della nostra mente
concreta.

La volontà: Assagioli ha fatto uno studio estremamente interessante sulla volontà (“L’atto della
volontà”) ambito che è stato molto poco indagato. Il suo testo parla dell’atto di volontà come funzione
dell’Io, dove fa una disamina di tutti i passaggi del processo di attuazione della volontà, quali sono i punti
deboli dove noi riusciamo andare in pezzi e non rimanere fermi nei nostri intenti.
Ritornando a ciò che stavamo dicendo, credo che quando abbiamo capito che siamo una strutturazione di
tutti questi livelli, è nostra responsabilità capire che dobbiamo mantenerci piuttosto puliti, che ognuno di
questi livelli ha bisogno di un certo tipo di nutrimento. Quindi, proprio perché abbiamo parlato di bio-
psico-spirituale credo che dobbiamo andare ad individuare quelli che sono i nostri blocchi sul piano
fisico, psichico, sul piano emozionale, sul piano spirituale e poterli rimuovere attraverso quelle modalità
che ci lavorano in maniera molto specifica. In realtà il nostro Inconscio è una spugna, sia l’Inconscio
medio, l’Inconscio inferiore che quello superiore. Quindi, se io mi nutro di cibo cattivo, letture cattive,
frequentazioni energetiche molto basse, di luoghi che vanno a nutrire solo quelle parti più basse, ad
esempio, il mio Inconscio Superiore rimane scoperto, affamato, ha bisogno di altro nutrimento. Noi siamo
spugne, assorbiamo tutto. E’ importante che ci prendiamo la responsabilità di scegliere chi vogliamo
frequentare, cosa vogliamo leggere, quale atteggiamento emozionale vogliamo avere nella nostra vita. E’
un punto da tenere molto presente sia per noi, sia nella nostra relazione come counselor con il nostro
cliente.
Partiamo dall’inizio. All’inizio, nella nostra interazione, diciamo che siamo indifferenziati, che siamo un
tutt’uno. Poi, piano piano nella strutturazione della nostra personalità si strutturano tanti piccoli Io (n. 5,
Io o Sé personale) con i quali noi ci identifichiamo. Chiedendo alle persone “chi sei?” ci viene risposto
sono la madre, sono la figlia, sono l’autista, ecc.” Ognuno di noi si identifica maggiormente con qualcuna
di queste strutture che Assagioli chiama subpersonalità.
Le subpersonalità sono strutture che hanno una vita propria, hanno una loro autonomia, una loro
coscienza, hanno dei loro bisogni, hanno una loro volontà. Quindi, è come se nella nostra vita giocassero
dei ruoli che fanno la parte del leone. Come se fossimo vissuti da tutti questi Io dove a seconda delle
circostanze che noi viviamo qualcuna di queste parti prende il sopravvento e noi pensiamo di essere
quello. Però, io credo che se noi andiamo a lavorare molto sulla coscienza, piano piano capiremo che
quella è solo una parte di noi, non è la nostra totalità: è un’identificazione con una sub-personalità.
Lo vedremo con Il dialogo delle Voci che ha molto approfondito e strutturato il discorso delle sub-
personalità in una maniera molto bella. Tuttavia cosa succede? Succede che queste sub-personalità non si
strutturano a caso, ma si strutturano come parti di noi che ci servono per proteggerci nel nostro cammino
della vita. Ci servono per sentirci sicuri, tutelati, perchè in qualche modo vanno a proteggere la nostra
vulnerabilità. Questo è il motivo primario.
Il dramma è quando una persona rimane molto identificata in una di queste strutture, tipo il grande
manager che si sente sempre il grande manager. Non entra in contatto con le altri parti di sé, quali
potrebbero essere il bambino, l’adulto gioioso, il ragazzo che ha voglia di amare e quindi uscire fuori dal
suo schema. Tutto ciò significa che fintanto che noi nella nostra vita saremo agiti da queste sub-
personalità, noi non saremo padroni della nostra vita. E’ chiaro?

D: “Se queste sub-personalità si formano per proteggerci, cos’è che proteggono il Sé personale?”
R: “Proteggono le nostre parti fragili, proteggono il Sé personale e proteggono anche altre sub-
personalità. Ad es. la personalità dell’aggressivo o del competitivo può proteggere la personalità del
bambino fragile. Questo lo vediamo molto domani con il Dialogo delle Voci che riprende dal concetto
delle sub-personalità. Dobbiamo vederle come giochi energetici dentro di noi, poiché sono tutte parti che
noi abbiamo all’interno e qual è il processo? Il processo è riconoscerle e far sì che dentro tutto questo
coacervo quello che comanda è l’Io consapevole, è il Sé personale, non è una sub-personalità. Ecco che
l’Assagioli lo chiamava il “direttore d’orchestra”. E’ come se tutte queste sub-personalità fossero degli
strumenti. Se questi strumenti suonano ognuno per conto proprio, anziché una sinfonia avremo un caos.
Solo quando l’ Io personale, la nostra centralità si mette alla guida, trasformerà il caos in una sinfonia e
allora sceglierà consapevolmente qual è la parte che deve portare fuori. Non possiamo dire che noi non
abbiamo bisogno della nostra parte competitiva o impositiva, perché ci saranno situazioni nella vita dove
essere impositivi o anche autoritari oltre che autorevoli può salvarci la vita, può salvarci da certe
situazioni. Noi dobbiamo avere a disposizione tutto quanto. E che cos’è che discerne quando è opportuno
un certo comportamento oppure no? E’ la coscienza, è questo Io consapevole o Sé personale.
Se noi, invece, rimaniamo identificati in una di queste parti ricordiamo “il prisma” di Jung. Egli
affermava che se una persona rimane identificata con una parte ed è nel prisma, nella parte rossa, dirà
che tutta la realtà è rossa. Se, invece, è nella parte verde, dirà che tutta la realtà è verde. La realtà è,
invece, multicolore. Ciò che dobbiamo imparare è disidentificarci, andare in quella posizione del
testimone e poter vedere che abbiamo a disposizione tutte queste possibilità, E non significa che una è
migliore dell’altra, perché tutto quanto ha un motivo per essere. Tutto quanto si struttura perché c’è una
motivazione profonda per la sua strutturazione. Basta solo trovare la chiave per capire quale è il
messaggio che ci vuole dare. Quando parliamo di energia, non c’è un’energia cattiva e una buona. E’
energia, è l’utilizzo che ne faccio che cambia la cosa. E’ come l’energia atomica: se faccio la bomba
atomica diventerà un’energia distruttiva, ma se io faccio altre cose che servono all’umanità sarà
benvenuta. Ed eccoci di nuovo a quello che abbiamo detto prima quando si parlava di psicologia con
direzione. Siamo noi che diamo direzione anche alle nostre energie.
Assagioli parlava anche di “io molteplice”, il che significa che noi siamo questa folla di personaggi
interni, siamo questo caos che deve passare attraverso questo processo di integrazione di tutte queste parti
sotto la direzione della nostra parte consapevole, della nostra parte saggia, della nostra parte che sa. Noi
non sappiamo, ma lei sa.
Possiamo dire che la Psicosintesi ha una struttura che si basa su tre passi che sono:
3. conosci
4. possiedi
5. trasforma.
“Conosci” è in relazione alla coscienza, alla consapevolezza che esiste una coscienza che può essere
sempre più amplificata. Quindi, quando lavoreremo su questa fase del “conosci” significa che andremo ad
utilizzare tutte quelle tecniche che ci permetteranno di sapere come siamo fatti: di cosa abbiamo bisogno,
di come è strutturato il nostro corpo. “Conosci” significa conoscere tutte le dinamiche mentali nelle quali
noi ci imbattiamo, che utilizziamo inconsciamente, come tutte le proiezioni. Assaggiali è partito da questo
presupposto: se Freud ha lavorato tanto sull’inconscio inferiore ed ha strutturato degli assunti, è inutile
che io vada a ripercorrere tutte queste vie. Utilizzerò le sue tecniche e cercherò di andare avanti. Quindi,
Assagioli ha ripreso molto sia da Freud sia da Jung o dalla bioenergetica ecc. e ha creato una
sistematizzazione di ciò che già era disponibile aggiungendolo alla sua visione ed elaborazione personale
. Nel processo di “conosci-possiedi-trasforma” vediamo che dentro ci sta tutto. Qui il “conosci” significa
la possibilità di utilizzare tutto quello che è possibile per portare sempre più materiale dall’inconscio – sia
quello inferiore sia quello superiore - al nostro campo della coscienza. Ciò significa portare l’energia dal
suo rinnego, dal suo demonico alla nostra consapevolezza, il che implica anche trasformarla.
Il “possiedi” è centrato sull’essere, sul sé, sull’identità profonda, sulla parte di noi che deve gestire e non
essere gestita. E’ veramente un grande lavoro sull’identità questo “possiedi”, perché significa
metabolizzare, significa far diventare ossa, carne, sangue quello che noi stiamo dicendo. Quindi,
dobbiamo portare profondamente dentro di noi sia sul piano fisico che emozionale e mentale le
esperienze della vita. Significa principalmente ”disidentificarci da e identificarci in”. Se io sono una
persona collerica che si arrabbia continuamente, che si arrabbia appena sente qualcosa che è un po’
diverso da ciò che vorrebbe sentire, da quello che si immaginava o si aspettava è necessario che io debbo
disidentificarmi dal mio personaggio collerico e dire: “Ecco la mia parte collerica che è venuta fuori a
fare la parte del leone!”. Quindi, riconoscerla e disidentificarmi, prenderne una distanza. Questo significa
che io mi identifico con la mia parte che è capace di vedere il processo. Significa che io porto sempre più
potere alla mia parte che agisce dalla coscienza e che vede il processo. E’ chiaro?
Il “trasforma” è il processo del divenire. E’ tutta quella parte molto bella e interessante che va a lavorare
sull’attivazione delle nostre potenzialità latenti. Questo cambia moltissimo tutto quanto, perché implica
che io non lavoro soltanto su quello che vedo (dipende su quale livello stiamo trattando la cosa), ma
lavoro anche su quello che può essere una persona. Io cerco di tenere presente quello che la persona può
diventare, la sua potenzialità di crescita.

C’è uno psicologo estremamente interessante, Victor Frankl. Anche lui è un ebreo che ha vissuto
l’esperienza dei campi di concentramento. Lui fa tutto il discorso centrato sul valore dell’atteggiamento, il
poter vedere oltre, il poter vedere qual è il potenziale in divenire, per cui io assumerò un atteggiamento
diverso rispetto a una persona che percepisco come anima anziché rimanere centrato solo sulla patologia.
E’ chiaro che se c’è una patologia devo vederla ed essere anche competente nel saperla affrontare con
tutte le metodologie che ho a disposizione sia fisiche, psicologiche, psichiatriche o altro. Qui c’è proprio
un discorso centrato sul valore dell’atteggiamento.
Noi crediamo di avere molta paura di quelli che sono i nostri limiti, di avere molta paura di non essere
mai abbastanza, siamo molto influenzati dai nostri complessi d’inferiorità, però rivediamola questa cosa.
Io sono fermamente convinta che noi abbiamo altrettanta paura e forse ancora di più nell’affrontare quelle
che sono le nostre potenzialità e non i nostri limiti. Qui vale la pena di soffermarci un poco, Poter
cominciare a pensare anziché alle nostre limitazioni, alle nostre grandezze, immediatamente implica
un’assunzione di responsabilità. Se io so che non sono piccola così, ma sono grande così, devo prendere
la responsabilità di comportarmi come una persona grande così. Ciò significa stare nella vita, scegliere
come voglio stare nella vita. Voglio stare nella vita vivendo in un metro cubo tutta ripiegata perché sono
piccolina, perché non so, perché non ce la faccio, oppure voglio pensare che il mio metro cubo si espande
sempre di più e io sono un essere che nella sua vita può stare con tutta la sua energia, la sua potenzialità.
Può starci portando tutto quello che sa, aperta a tutto quello che arriva e anche con l’atteggiamento che
nella vita siamo un po’ come in una scalata, dove ci sarà sempre qualcuno che sa più di noi, al quale
tendiamo la mano, e qualcuno che sta iniziando, dietro di noi, al quale diamo la mano. E questo non vuole
dire che siamo maestri, che siamo insegnanti, ma significa semplicemente che siamo esseri umani che
facciamo un’assunzione di responsabilità, con grande umanità, e con il cuore molto aperto, dire che
questa cosa che è servita a me per la mia crescita, io la metto a disposizione di qualcun altro. Questo
diventa una responsabilità per tutti noi, qualunque cosa noi facciamo, è un atteggiamento che noi
possiamo portare nella nostra vita. Tutti siamo allievi e “maestri”.
Vedete come queste cose sono sempre attuali, e come sono riportabili nella nostra vita e in quello che noi
possiamo fare con gli altri, per cui la validità di questa settimana dove voi sentite molte scuole e voci
diverse, avete l’opportunità di estrapolare quelli che sono gli strumenti che possono servire per ognuno di
noi nel proprio lavoro quotidiano. Quindi, questo “conosci-possiedi-trasforma è da tenere piuttosto
presente.

In effetti questa cosa molto semplice in realtà richiede una grande conoscenza, perché richiede una
conoscenza di tantissime tecniche. Sarà diverso lavorare sul piano fisico o emozionale e dipende che cosa
ho davanti. Ciò significa che devo avere una conoscenza enorme e tirar fuori a seconda della mia
sensibilità, della mia conoscenza, la mia preparazione ciò che può essere più utile a quella persona in quel
momento specifico. Quindi, il percorso della psicosintesi è molto lungo, proprio perché si avvale di tutte
queste tecniche ed esperienze che richiedono anni di formazione. Però già questi piccoli elementi credo
che possiamo portarli nel nostro lavoro quotidiano.
Quando Assagioli parla dell’aspetto fisico, lavorava molto con il contributo dello yoga, con il respiro,
insistendo sullo stile di vita, e le norme di igienistica. è importante che il mio corpo respiri bene, è
importante che mi nutra correttamente, è importante che io faccia il movimento perchè serve anche alla
mia mente, al sistema circolatorio, alle mie ossa ecc. Dobbiamo fare attenzione a che cosa si dà priorità
nell’arco della propria giornata.
Adesso anche gli ambienti scientifici più chiusi si stanno aprendo a scienze nuove tipo la PNEI, la psico-
neuro-endocrino-immunologia, perché sappiamo che tutti questi sistemi interagiscono e si condizionino a
vicenda, perché c’è un’interdipendenza tra loro. Ciò significa che se io psichicamente, emozionalmente
sto bene, vado a interferire sul mio sistema endocrino, il quale andrà ad influenzare a cascata il sistema
immunitario. Tutti i nostri sistemi sono in questo equilibrio dinamico. Io posso anche essere
perfettamente equilibrata, ma se improvvisamente sento una notizia che mi disequilibra, dentro di me
tutto il mio assetto farà in modo di rimettere tutto a posto e riportare equilibrio. Ad esempio a livello
fisico, il nostro PH del sangue è in un range molto, molto stretto, e ogni volta che ci sarà un elemento che
andrà ad interferire si metteranno in moto una serie di meccanismi affinché l’equilibrio ritorni.Tutto
tende all’equilibrio che è comunque un equilibrio dinamico e non statico. Se io faccio uno stile di vita
dove darò spazio anche a un rilassamento, a un ascolto, ad una presenza attenta, andrò inevitabilmente a
influenzare gli altri campi. Assagioli aveva chiare tutte queste cose già all’inizio del ‘900. Abbiamo,
quindi, l’idea di quanto è stato innovatore?

Il sogno da svegli
Sul piano emozionale un lavoro interessante può essere fatto ad esempio con la bioenergetica, sul piano
del profondo, possiamo utilizzare le visualizzazioni avvalendosi anche del “sogno da svegli guidato”. Ci
sono persone che non riescono ricordare i sogni, hanno un rifiuto o una difficoltà nel ricordarli: nella
psicosintesi si può lavorare sul sogno da svegli. Si mette la persona in uno stato di assoluto rilassamento e
poi si inizia una storia guidata, ad es:_”Stiamo camminando su una spiaggia, senti il corpo quando entra
nell’acqua, cosa vedi, cosa provi …” Ha un’assonanza con il “Gioco della sabbia” di Dora Kalf, allieva di
Jung. Sono tutte tecniche per andare a lavorare sul piano psico-emozionale, insieme a tutto il lavoro sui
simboli e sui sogni. E sul piano spirituale è chiaramente la meditazione l’esperienza per arrivare a
percepire la propria identità profonda, lo spazio di silenzio e di collegamento con il tutto, e può essere
fatta attraverso modalità diverse.
Con il “Dialogo delle voci” vedremo come le sub-personalità possono essere rappresentate graficamente
con disegni o si possono mimare o descrivere. Da questo lavoro emergono dei messaggi che ci fanno
capire cosa sta dietro. Se una persona facendo un sogno guidato visualizzerà un uomo terrificante e
minaccioso e accanto a lui c’è una donna piccolina e timida e il nostro cliente è nel mezzo a queste due
persone, possiamo capire subito come vive il rapporto genitoriale. E magari se glielo chiediamo
razionalmente minimizza, scappa, non si ferma, non vuole entrare nell’impatto emozionale. Sono tutte
tecniche che ci permettono di andare ad accrescere il campo della coscienza e questo significa diventare
esseri più liberi di scegliere. Altrimenti, anziché essere noi che scegliamo, noi siamo semplicemente
scelti. Pensiamo di essere noi gli artefici, ma in realtà non lo siamo. Tutte queste sub-personalità, queste
energie che abbiamo dentro anziché sottostare al nostro direttore d’orchestra si mettono a suonare ciò che
vogliono e quando vogliono. Può essere creativo, però possono creare un grande caos.

L’esercizio della “meditazione della disidentificazione” è molto interessante. Si induce un profondo
rilassamento e si fa percepire il corpo fisico, “tu hai un corpo fisico, ma non sei un corpo fisico”. Questo
corpo fisico è come un abito che noi abbiamo e che dobbiamo amare, rispettare, curare, ma non siamo
questo corpo fisico. Poi, scendiamo più in profondità e sentiamo il corpo emozionale. Sentiamo, quindi,
le emozioni, le visualizziamo come un lago calmo e sentiamo che abbiamo emozioni, ma non siamo
queste emozioni. Scendiamo ancora più in profondità e sentiamo che abbiamo un corpo mentale, che
abbiamo dei pensieri che a volte ci sostengono e a volte ci disturbano, che abbiamo un corpo mentale, ma
che di nuovo noi non siamo questo corpo mentale. E quindi ci chiediamo: “Ma, allora, chi sono io
veramente?” E scendiamo in uno spazio di grande interiorità per poter contattare il nostro Sé, il
testimone. In molte visualizzazioni viene fuori il vecchio saggio che è il nostro Sé che osserva, non si
identifica, è senza giudizio e ci fa da specchio. Dare giudizio significa accettare o rinnegare qualcosa, e
significa che si danno ancora valori discriminanti alle energie.
C’è un altro esercizio molto interessante che faceva fare Assagioli, è il “modello ideale”, che è una
tecnica dell’agire “come se”. E’ la persona che dice: “Ma io non sono capace, non potrò mai andare via di
casa perché ho paura, perché non avrò mai questo, non avrò mai quello …”. Possiamo suggerire la tecnica
dell’agire “come se”. Invitiamo la persona a creare un modello ideale raggiungibile e attuabile. Ad es.
prendiamo una persona che si sente molto vittima o molto debole, le suggeriamo di creare nella sua mente
un modello di persona più realizzata, più energica che riesce ad affermare se stessa. A questa persona
facciamo fare una visualizzazione di incarnare una situazione dove si vede come il modello che ha
creato, vivere quindi dentro di se quella serie di qualità che per lei erano deficitarie - e sentirle molto,
direi anche fisicamente - e poi le facciamo visualizzare una modalità dove incarnando queste qualità può
riprendere una situazione vecchia, ritornando dentro una condizione di blocco, e trasformare qualcosa che
la teneva vittima e debole. Questo diventa possibile nella misura in cui riesce ad integrare dentro di se le
nuove qualità.
Questa tecnica la possiamo applicare anche su di noi nella nostra vita quotidiana, perché tutti noi abbiamo
le nostre paure, i nostri momenti fragili, i nostri momenti in cui vorremmo essere un poco di più di quello
che siamo, e non ci riusciamo per mille motivi. Se applichiamo una tecnica di questo tipo, può veramente
aiutarci ad immaginare di agire come se noi fossimo i portatori anziché di una debolezza, di una forza, e
quindi essere capaci di cambiare una situazione.
C’è una cosa interessante che vorrei farvi vedere. E’ la stella di Assagioli, di cui vi dico solo il principio.
E’ una stella a sei punte dove di nuovo c’è il campo della coscienza, dove abbiamo il punto centrale che è
il nostro Sé e le sue punte sono delle funzioni: 1. Sensazione, 2. Emozione/sentimento, 3.
Impulso/desiderio, 4. Immaginazione, 5. Pensiero, 6.Intuizione, il 7. si trova nella parte centrale e
corrisponde alla Volontà (Volontà intesa come funzione dell’Io) e l’8. è il punto centrale, è l’Io o il Sé
personale. Il concetto che mi interessava farvi passare è questo: se la punta 1. è l’Immaginazione, il suo
opposto e il 6. Intuizione, significa che una persona che immagina che ha bisogno di vedere, avrà molto
meno sviluppata la parte intuitiva. Ciò significa che se una di queste punte fosse una iper-funzione, dalla
parte opposta abbiamo una ipo-funzione. Un altro esempio: se una persona è estremamente attiva,
significa che dalla parte opposta avrà bisogno di capacità di rilassamento, di introspezione e di silenzio.
Ricordate questo, perché è anche alla base del “Dialogo delle voci”.

D: “Volevo sapere se c’è una differenza e quale tra questa visualizzazione, incarnare una ”Situazione” e il
rinforzo del pensiero positivo?
R: “Praticamente il concetto è un po’ lo stesso, perché significa, che se io mi sento molto carente in una
mia qualità, e questa mia qualità pregiudica la riuscita rispetto a certe situazioni, e sono quindi incapace
di risolverle, se con il mio pensiero riesco a capire qual’è la polarità opposta che devo integrare, posso
fare questa visualizzazione, attuo questo pensiero (che è un pensiero positivo) per poter agire poi nella
stessa situazione incarnando questa qualità. E’ però molto importante capire che ciò non accade per
magia, ma perché metto in atto un processo legato alla consapevolezza, al prendere coscienza di che cosa
accade dentro di me. Ho quindi un atteggiamento attivo.

D: “Normalmente nelle scuole che hanno la finalità della realizzazione del Sé a meno che l’Io non sia
troppo fragile, per cui va prima rinforzato, un rafforzamento con il pensiero positivo è considerato
controproducente alla risoluzione dell’Io nel Sé superiore.”
R: “Anche nella Psicosintesi cerchiamo di usare queste tecniche con chi ha già un Io strutturato, perché
questo non lo puoi usare in una psicosi, perchè non viene fuori niente. Significa che devi usarle per
andare rafforzare delle qualità là dove c’è un Io già abbastanza strutturato. Perché il problema, altrimenti,
è “qual è la parte di me che visualizza?” Se tu non hai la capacità di andare al centro e lavorare da lì,
significa che una sub-personalità potrebbe prendere il posto dell’Io e anche la visualizzazione seppur
contenga un pensiero positivo, non so quale effetto potrebbe sortire. Qui stiamo parlando di lavori che
possiamo fare con personalità che sono sufficientemente integrate. Se c’è una psicosi assolutamente non è
il caso. Questo vale anche per altre terapie. Se non c’è il senso dell’identità, non sai cosa vai a rafforzare.
Penso che questo sia un distinguo fondamentale.”
(pratica della visualizzazione della Montagna e del Vecchio Saggio)


Biografia (di Giupeppe Pagliaro)
Roberto Assagioli, medico psichiatra, nacque a Venezia il 27 febbraio 1888 e lì visse fino al 1904, anno
in cui la famiglia si trasferì a Firenze.
Grazie alle solide possibilità economiche ed allo stimolante ambiente famigliare Roberto fin da piccolo
potè sviluppare le proprie doti intellettuali.
Frequentò l'università a Firenze, iscrivendosi in medicina e chirurgia. La scelta di uno studio di tipo
scientifico non limitò, però, i suoi interessi culturali, che furono e restarono vastissimi: letterari, filosofici,
spirituali, tutti ad orientamento transculturale. Dal 1906 al 1908 fu bibliotecario della Sezione
Psicologica, inserita nell'insegnamento di Filosofia Teoretica dell'Università di Firenze.
Nel 1907 presentò alcuni di quelli che saranno aspetti fondamentali della psicosintesi e, due anni dopo, in
un articolo intitolato "Per una moderna psicagogia" ne delineò tutta la traccia anche se sarebbe passato
ancora qualche anno prima che la psicosintesi prendesse tale nome.
Sempre in quegli anni frequentò in Svizzera l'Ospedale Psichiatrico Burgholzli, dove conobbe Jung col
quale restò in amichevole rapporto per tutta la vita.
Nel luglio del 1910 conseguì la laurea in Medicina all'Università di Firenze, presentando una tesi sulla
psicoanalisi che aveva preparato all'Ospedale Psichiatrico Burghözli, con la supervisione di Carl Jung.
Successivamente si specializzò in psichiatria e si dedicò a studi di psicologia e filosofia, alla pratica della
psicoterapia usando vari metodi e sviluppando il suo metodo integrale, la Psicosintesi.
Nel 1913 fondò a Firenze il "Circolo di Studi Psicologici".
Con lo scoppio della 1° guerra mondiale Assagioli venne arruolato come tenente medico; a guerra
conclusa iniziò ad esercitare la professione di psicoterapeuta.
Nel 1923 nacque il suo unico figlio Ilario che scomparve prematuramente dopo lunga malattia all'età di
28 anni, dopo essersi laureato in medicina e poi in lettere.
Nel 1926 Assagioli pubblicò l'opuscolo "Psychosynthesis, A New Method of Healing"; nello stesso anno,
a Roma dove si era trasferito, fondò l'"Istituto di cultura psichica", che nel 1933 prese il nome attuale di
Istituto di Psicosintesi, eretto in Ente Morale dello Stato nel 1965. Per alcuni anni l'Istituto svolse
un'attività molto intensa; successivamente, con lo scoppio della 2° guerra mondiale, i rapporti
internazionali di Assagioli, dovuti ai suoi molteplici viaggi, e le attività umanitarie suscitarono i sospetti
del regime fascista. Nel 1938 Assagioli fu quindi costretto a chiudere l'Istituto nel 1940.
Nel 1977, all'alba del giorno 23 agosto, all'età di 86 anni, Roberto Assagioli moriva nella residenza estiva
di Capolona d'Arezzo.

Opere consigliate:
• Principi e metodi della psicosintesi terapeutica,
Astrolabio Ubaldini, 1973
• L'atto di volontà,
Astrolabio Ubaldini, 1977
• Lo sviluppo transpersonale,
Astrolabio Ubaldini, 1988
• Psicosintesi,
Mediterranee, 1990
• Comprendere la psicosintesi. Guida alla lettura dei termini psicosintetici,
Astrolabio Ubaldini, 1991





CARL ROGERS E IL COUNSELING

a cura di Giuseppe Pagliaro

La nascita del counseling
Il counseling affonda le sue radici nella Psicologia umanistica di Rollo May e soprattutto di Carl Rogers.
Rogers introduce questo termine nel 1940 col suo libro: Counseling e psicoterapia. Fa seguito nel 1952 la
nascita in USA della Counseling Association per normare il tumultuoso sviluppo americano del
Counseling come strumento di consulenza ed educazione. Negli anni 70 il counseling arriva in
Inghilterra,dove trova utilizzo nei servizi sociali e di orientamento, inizialmente soprattutto nel
reinserimento dei reduci di guerra. Nel 1994 nasce in Europa l'EAC (European Association for
Counseling). In Italia arriva fra gli anni Ottanta e Novanta, e nel nostro paese, come nel resto
dell’Europa, sta oggi conoscendo una rapida diffusione ed ampliamento dei suoi campi di applicazione.

L’approccio centrato sul cliente
Nella forma attribuitagli originariamente da Carl Rogers il counseling è un "colloquio centrato sul
cliente", in cui l’attenzione del counselor va focalizzata sulla persona, prima che sul suo problema, sulla
qualità del rapporto umano. Rogers considera la salute mentale come la progressione normale della vita e
la malattia mentale (e altri problemi umani) come distorsioni della "tendenza attualizzante". Quest'ultima
è una forza vitale che può essere definita come la tendenza fondamentale dell'organismo a realizzare le
proprie potenzialità e di autocurarsi; essa opera sia sul piano ontogenetico che su quello filogenetico e
necessita di un contesto di relazioni umane positive, favorevoli alla conservazione e rivalutazione dell'Io.
Se la nozione dell'Io è realistica, ovvero se vi è corrispondenza tra le capacità che il soggetto crede di
possedere e quelli che effettivamente possiede, egli sarà congruente e potrà svilupparsi in modo unitario,
autonomo e soddisfacente. In genere il cliente si trova in una situazione di incongruenza tra l'esperienza
reale dell'organismo e l'immagine di sé che egli ha quando si rappresenta l'esperienza. Lo scompenso
psicopatologico nasce quando l’individuo, durante l’età infantile, vive situazioni insolite e anormali che
comportano gravi fratture che non favoriscono il normale sviluppo.

L’identità organismica del bambino
Per Rogers è nell’infanzia che si forma il concetto di sé. Il bambino piccolo, quando nasce, ha in sé la
capacità di scegliere o rifiutare in modo chiaro le esperienze in rapporto al modo in cui esse possono
agevolare o ostacolare le esigenze dell’organismo, in base a quello che Rogers chiama una valutazione
organismica. Se i genitori assicurano amore, stima, sicurezza, considerazione in modo incondizionato,
accettando anche aspetti negativi del bambino, il suo concetto di sé si plasmerà sull’esperienza in modo
libero e autonomo, le esperienze saranno vissute conformi rispetto al concetto di sé e ai bisogni
organismici. La tendenza attualizzante guiderà il bambino e poi l’adulto fino alla piena autorealizzazione.
Se la considerazione positiva viene data in modo condizionato, il bambino introietterà valori, mete, modi
di essere incongruenti con la propria esperienza organismica. A causa di questi condizionamenti, il
concetto di sé viene sviluppato su basi esterne e rigide e le esperienze verranno selezionate o distorte
affinché si possa mantenere la coerenza del sé che si è formato. Le esperienze personali non fluiranno più
liberamente in accordo con l’organismo e con la tendenza attualizzante. Quando la frattura tra il concetto
di sé e l’esperienza è troppo grande e le difese non svolgono più la loro funzione di protezione, nasce uno
stato di incoerenza nel sé e comincia il disagio psicologico

Counseling come processo di autoconsapevolezza
Secondo Rogers, il compito del counselor è, da una parte quello innescare un processo di
autoconsapevolezza e di integrazione tra il sé e l’esperienza, che porti la persona a divenire consapevole
della propria condizione, dei propri stati d’animo e dei propri bisogni; dall'altra favorire la riattivazione
della "tendenza attualizzante". Rogers ritiene che una volta divenuto consapevole delle proprie
problematiche e delle proprie risorse interne, grazie ad un processo di autoregolazione, il cliente sarà in
grado di far fronte alla propria vita in modo autonomo. Questo significa che il counseling, a differenza di
altri approcci a carattere psicologico, non considera l'individuo come portatore di problemi, ma come
portatore e origine delle soluzioni. Nel promuovere questo processo, il counselor non impiega tecniche
direttive o interpretazione, così come avviene in psicoterapia, ma utilizza l'empatia.

Il concetto di empatia incondizionata
L'empatia (da empateia, passione; en patos, sentire insieme) viene intesa come la comprensione dell'altro
che si realizza immergendosi nella sua soggettività, senza sconfinare nella identificazione. Il terapeuta è
capace di considerazione o accettazione positiva incondizionata verso il paziente, nella misura in cui
sente di accettare incondizionatamente ogni aspetto dell'altro, ogni sentimento - espresso o non espresso -
sia quelli negativi, anormali che quelli buoni. É infatti proprio l’ascolto empatico che permette la libera
espressione del cliente, e crea le condizioni ottimali per la sua crescita e trasformazione, nella direzione
da lui stesso desiderata e determinata.
L’integrità del counselor
Secondo Rogers, per essere capace di tale ascolto, il counselor deve essere “congruente”, ovvero essere
“integro”, in profondo contatto con i propri pensieri, emozioni, vissuti e di averne consapevolezza durante
la relazione col cliente. Ciò favorisce la capacità di essere reali e di non attribuire erroneamente aspetti di
sé alla persona che sta di fronte. Ovviamente, a questa
predisposizione d'animo si accompagnano una serie di tecniche messe a punto da Carl Rogers, che
permettono di mantenere e rinnovare il contatto, ed allo stesso tempo aiutare il cliente a prendere
coscienza delle proprie emozioni. Si può citare ad esempio la tecnica della riformulazione, nella quale il
counselor, utilizzando adeguatamente formule tipo «quindi secondo lei…» «allora lei pensa che…»
ripropone al cliente le proprie stesse dichiarazioni, evitando di giudicare, interpretare o indagare
insistentemente, ed offrendogli, al contrario, la possibilità di riesaminarle sotto una luce diversa. Anche se
la parola rimane il veicolo principale attraverso cui la relazione viene canalizzata, il counseling può
avvalersi anche di tecniche corporee, artistiche e grafiche, proprio perchè vi è la convinzione che la
comprensione non avvenga solo e sempre sul piano mentale-razionale, ma anche su quello emotivo e
corporeo. Spesso, su questi piani di consapevolezza ci si imbatte nel limite del linguaggio convenzionale
e si ha la necessità di utilizzare altri tipi di comunicazioni non verbale che consentano di esprimere tali
vissuti. Possiamo dire che il counselor, dal punto di vista delle competenze specifiche, è un esperto di
comunicazione che, mediante questi strumenti, accompagna la persona nel diventare cosciente della
propria condizione, comprendere i propri stati d’animo. In questo percorso di autoconsapevolezza ed
integrazione, il counselor non suggerisce soluzioni, ma facilita l’emergere dei veri bisogni e delle risorse
necessarie per soddisfarli; "aiuta la persona ad aiutarsi".

Biografia
Carl Rogers nasce nel gennaio 1902 in Illinois, in un sobborgo di Chicago in una famiglia molto unita,
con principi religiosi e morali piuttosto rigidi.
Nel 1914, quando Carl aveva 12 anni, la famiglia Rogers abbandonò la città ed acquistò una fattoria a 30
miglia da Chicago,ove trascorrerà un'adolescenza solitaria, piuttosto isolato.
Interessandosi di agricoltura scientifica, comincia gli studi di agraria, segue alcune conferenze di carattere
religioso e successivamente si orienta verso il ministero religioso. Nel 1922, con un gruppo di studenti
americani, partecipò in Cina ad una conferenza internazionale organizzata dalla Federazione Mondiale
degli Studenti Cristiani. In seguito a questa esperienza in oriente comincia a dubitare di alcuni fondamenti
religiosi di base, prendendo distanza sia dal consenso familiare che dalle vecchie credenze.
Dopo la laurea sposa Helen Elliot e con lei si trasferisce a New York dove frequenta una istituzione
liberale, allontanandosi progressivamente dalla prospettiva di un lavoro religioso per diventare psicologo.
Partecipa a seminari e conferenze di natura psichiatrica e psicologica e durante la sua frequenza al
Teachers College, gli viene offerto un incarico all'Institute for Child Guidance, dove trascorre un anno in
cui, lavorando, si trova a confrontarsi con altri professionisti.
Successivamente viene assunto al "Child Study Departement" della società di Rochester per collaborare
attivamente a progetti volti alla prevenzione della crudeltà sui bambini.
In questo periodo approfondisce la riflessione sulla relazione terapeutica che diverrà materiale didattico
nell'ambito dei suoi corsi universitari: all'Università dell'Ohio, come professore di psicologia, alla
Chicago University e infine alla University del Wisconsin. A Chicago si fermò 12 anni, con grande
successo fra i pazienti, anche se i colleghi non lo vedevano di buon occhio; ad esempio l'Istituto di
Psichiatria dell'Università apertamente negava ogni forma di collaborazione con Rogers.
Nel 1951 dà alla stampa "La terapia centrata sul cliente" che rappresenta una sintesi del suo pensiero.
Finalmente l'Associazione degli Psicologi Americani cominciò ad apprezzare, che per molto tempo lo
aveva osteggiato, ne cominciò a riconoscere i meriti e ad attribuirgli riconoscimenti ufficiali.
Con il suo quinto libro, 'On Becoming a Person', pubblicato nel 1961, raggiunse una fama tale che si sentì
pronto a lasciare gli incarichi accademici per trasferirsi a La Jolla al Western Behavioural Sciences
Institute, un'organizzazione non-profit, dove portò avanti le sue ricerche sulle relazioni interpersonali.
Lavora ininterrottamente fino agli ultimi anni della sua vita, viaggiando per tutto il mondo e dedicandosi
alle sue teorie sul conflitto sociale. Nel 1985 riuscì a far incontrare i leader di 17 paesi in una conferenza
'residenziale', per farli parlare di pace nel mondo e disarmo nucleare.
Muore all'età di 85 anni, quando era stato appena nominato per il Premio Nobel per la Pace.
Presentandosi con un curriculum vitae su 'La terapia centrata sul cliente', Rogers enumera una serie di
'scoperte' che crede di aver fatto, sia relativamente a sé stesso, sia riguardo ai rapporti interpersonali di
varia natura. Ecco alcune di queste 'scoperte':
. Occorre avere fiducia nell'intuizione interiore, che non è di natura intellettuale;
. La valutazione degli altri non può essere per noi una guida, semmai un semplice riferimento;
. L'esperienza è la massima autorità, essendo più sicura delle idee;
. .Quando si comunicano pensieri e sentimenti, si risveglia una risonanza molto forte negli altri;
. L'uomo è dotato di una forza costruttiva: quanto più si sente compreso ed accolto, tanto più tende a far
cadere le false 'facciate' per muoversi in direzione del miglioramento.

Testi consigliati:
-La terapia centrata sul cliente, Martinelli 1970.
-I Gruppi di incontro, Astrolabio 1976.
- Psicoterapia e relazioni Umane, Bollati Boringhieri.




LA PSICOLOGIA SISTEMICO RELAZIONALE DI PALO ALTO



La teoria dei sistemi in psicologia
MARIO BETTI
Io cercherò di dare alcuni concetti di base fondamentali sulla teoria dei sistemi. Si cerca di dare una
struttura scientifica a quella che è la psicologia relazionale, la psicologia dei gruppi. Si parte, quindi, da
una nozione scientifica che è il concetto di sistema, ripreso da Von Bertalanffy che negli anni ’30 del
‘900 elabora la cosiddetta teoria generale dei sistemi.
Allora, cos’è un sistema? Se ne sente parlare da tutte le parti, ma spesso senza aver chiarezza. Definiamo
un sistema come un insieme di elementi che interagiscono secondo determinate regole. E’ chiaro che
questo concetto ci permette di affrontare qualsiasi contesto di studio scientifico. Si può parlare di un
sistema solo quando i singoli elementi che lo compongono interagiscano tra di loro, cioè siano connessi
tra loro funzionalmente e abbiano determinate regole. Un orologio smontato è un insieme di elementi, ma
non è un sistema. Il discorso interessante della teoria dei sistemi è che risponde a determinate leggi che
valgono per qualsiasi sistema. Ci sono alcune regole che sono uguali per tutti, come se l’universo fosse
strutturato per cui tende a formare dei dati che interagiscono secondo regole uguali. Questo è interessante
nella teoria dei sistemi.

Esistono tanti sistemi: quello meccanico, chimico, ecc., ma per quanto ci riguarda prenderemo in
considerazione quello relazionale umano. Questo sistema relazionale ci condiziona così fortemente che
noi ci comportiamo in una data maniera e non in un’altra. Infatti, in questo momento a nessuno di voi
verrebbe in mente di giocare a pallone o mettersi a cantare. Se lo facesse sarebbe un comportamento
anomalo per noi ora e quindi appartenente ad un altro sistema. O la persona lo spiega e quindi noi
sappiamo che il suo comportamento rientra in un altro sistema che in questo momento interpreta il nostro,
oppure è un comportamento anomalo e incomprensibile per gli altri. Infatti, molti dei comportamenti
della patologia mentale vengono interpretati secondo la teoria dei sistemi come dei comportamenti
difformi dal contesto, perché è come se la persona agisse legata ad un contesto che non è quello presente.

Le caratteristiche dei sistemi: totalità, struttura, confini, progettualità, finalità e storia
Allora quali sono le regole principali di tutti i sistemi?
La prima caratteristica è la totalità, Questo concetto è conosciuto sin dall’antichità. Diceva Lao Tse nel
VI° sec. A.C. che la somma delle parti non costituisce il tutto, cioè la somma dei pezzettini dell’orologio
non ci aiuta a capire il senso dell’orologio. Se noi prendiamo un quadrante o una lancetta, non ci fa capire
nulla sulla misurazione dell’ora. L?orologio ha delle caratteristiche in più che non sono contenute in
nessuna delle parti che lo compongono. Noi, all’interno di questo sistema abbiamo delle capacità o delle
proprietà in più che non sono proprie di nessuno di noi presi singolarmente, ma che messi insieme
realizziamo in questo punto.
Il secondo concetto: la struttura. Ogni sistema ha una sua struttura, cioè si suddivide in sottosistemi.
Prendendo il nostro sistema in questo momento, i sottosistemi sono i docenti e gli allievi. Volendo ci sono
tanti sottosistemi: allievi maschi e femmine, quelli seduti sulle sedie o seduti per terra e così via. Anche se
questi ultimi sottosistemi hanno poco significato ai fini del funzionamento di questo sistema. I
sottosistemi che più saltano alla luce nell’organizzazione del nostro sistema sono gli allievi e i docenti.
Comunque se si entra nell’analisi dei gruppetti, di come sono seduti potremmo scoprire tanti sottosistemi
che stanno interagendo senza che ce ne rendiamo conto.
Il terzo concetto: i confini. E’ un sistema aperto che scambia informazioni con altri sistemi esterni che
ciascuno di noi ha: con la famiglia, con l’ambiente di lavoro, con la reception e altri che influenzano il
nostro sistema di ora.
Il quarto è la progettualità. Si è detto che ogni sistema interagisce secondo determinate regole. Ogni
sistema tende a perseguire un proprio progetto. Il progetto dell’orologio è segnare l’ora, dell’automobile
lo spostarsi, il nostro progetto di questo sistema ‘qui e ora’ è quello di focalizzare e apprendere alcune
nozioni su un inquadramento olistico sulle principali correnti e tecniche psicologiche e psicoterapeutiche.
La progettualità è uguale alla funzionalità. Se un orologio non persegue il suo compito di segnare l’ora,
l’orologio non funziona. Si dice che è disfunzionale, non persegue il proprio progetto. A livello
individuale può essere un progetto di vita, in questo nostro contesto il nostro progetto di apprendimento.
Quindi, se alla fine del nostro incontro non si fosse appreso alcune nozioni relative a quello che ci
proponevamo, vorrebbe dire che questo è stato un sistema disfunzionale. Quanto più riusciamo ad
apprendere ed a focalizzare meglio queste nozioni, tanto più funzionale è il sistema.

Altro concetto importante è la finalità. Consiste semplicemente in questo: se si prendono due sistemi non
è che conoscendo la situazione iniziale sappiamo di conseguenza quale sarà l’esito finale. Due sistemi
inizialmente uguali possono andare incontro ad esiti differenti o sistemi differenti possono avere un esito
simile. Cioè, l’effetto non è legato alla causa in maniera determinata, ma al come interagiscono nel tempo
i vari elementi e i vari sistemi confinanti. Ad.esempio prendiamo una famiglia, non è che tutti i bambini
soffocati da una madre soffocante sviluppano la tendenza all’alcolismo. In alcuni casi possono
svilupparlo, in altri no. Quindi, vuol dire che dipende da come si interagisce. Questa è una nozione molto
importante, perché modifica una visione meccanicistica legata a molte correnti della psicologia,
sicuramente alle correnti del primo comportamentismo che vedeva causa ed effetto in maniera lineare.
Ma anche della psicanalisi iniziale che diceva se c’è un trauma infantile di conseguenza ci sarà una
nevrosi nell’ adulto. Non è così semplice e lineare, dipende da tutta una miriade di fattori che
interagiscono, il che rende più complesso lo studio.

Altro concetto è la storia che è l’ultimo concetto fondamentale della teoria dei sistemi. Ogni sistema ha
una sua evoluzione storica, quello che si dice un suo ciclo vitale. Ci sono dei sistemi che hanno una vita
breve: il nostro gruppo ha un ciclo che dura pochi giorni o poche settimane. Ci sono dei sistemi che
possono essere momentanei, per esempio il sistema di un gruppo di persone a cena che al momento della
cena o di una festa si crea un particolare sistema con determinate regole che poi si scioglie. L’Ultima
Cena non si è limitata all’ultima cena. Lì ha stabilito il rituale che stabilisce le regole p.es l’eucarestia che
è collegato con l’Ultima Cena, si è mantenuto nel tempo stabilendo una storia millenaria. Quindi, non è
una cena che è finita lì.
Tipico è il sistema familiare che ha una durata lunghissima. Una famiglia dura almeno quanto la vita di
un individuo, anzi di più della vita di un individuo perché uno nasce appartenendo a una famiglia in senso
lato, visto come sistema di figure relazionali significative. Il minimo di una famiglia è una madre con il
padre e il figlio e poi altre figure che possono esserci o no. Se voi pensate quanto ci condiziona un
sistema psicologicamente. Basta entrare in una chiesa e ci sentiamo condizionati dal nostro
comportamento. In una chiesa non ci riesce avere lo stesso comportamento che avremmo se fossimo
assieme a dei tifosi allo stadio a fare il tifo per la squadra del cuore. Anche se proviamo a farlo non ci
viene nella stessa maniera oppure non abbiamo lo stesso stato d’animo, lo stesso comportamento o modo
d’interagire di quando siamo a cena con degli amici. Insomma il sistema ci condiziona
fondamentalmente. Figuriamoci un sistema come la famiglia che dura tutta la nostra vita.

Modificando un elemento del sistema si modifica il tutto
Allora, la teoria dei sistemi parte dal presupposto che modificando un elemento del sistema, si modificano
automaticamente tutti gli altri. per esempio qui nasce il discorso della terapia familiare che in forma
classica in genere è così strutturata: abbiamo una famiglia all’interno di una stanza assieme ad un
terapeuta. Un altro terapeuta, collegato con un citofono sta fuori e attraverso uno specchio unidirezionale
guarda cosa succede dentro e in qualsiasi momento può comunicare all’interno. Lo scopo è cercare di
mettere a fuoco quali sono i meccanismi ridondanti che perpetuano certi comportamenti (un
comportamento conflittuale, un comportamento che genera patologia) e si cerca di modificarli. Perché in
genere è essenziale che ci siano due terapeuti, uno dentro il gruppo e l’altro fuori? Perché quello dentro a
contatto con la famiglia si lascia talmente invischiare nel sistema familiare che perde di vista una serie di
elementi fondamentali. Chi sta fuori se ne accorge e può comunicare chiamandolo e facendogli notare un
certo comportamento del figlio. E magari mette in evidenza comportamenti automatici del gruppo che
aiutano a prendere consapevolezza e a modificare certi comportamenti nella relazione e modificando
questi comportamenti poi possono modificare per esempio situazioni di conflitto, di patologie, ecc.
E’ tipico un lavoro spesso efficace è collegato con le patologie del comportamento alimentare. Le
anoressiche spesso hanno un loro comportamento che viene perpetuato da una serie di dinamiche
relazionali a livello familiare. Modificandole, si può arrivare anche a modificare radicalmente il
comportamento anoressico. Quindi, spesso ci sono anche dei risultati fondamentali.

Mesmer: le radici storiche
Un’ultima cosa importante per inquadrare un po’ il discorso della psicologia sistemico-relazionale. Vista
così, sembra abbastanza meccanicistica, cioè una serie di elementi che interagiscono, ogni persona è un
elemento che interagisce. Quindi, un po’ comportamentistica. In realtà le potenzialità di questo approccio
sono molto più ampie e conosciute fin dall’antichità. Un autore che non abbiamo citato è Mesmer che fu
un grande psicoterapeuta (visse a cavallo del la fine del ‘700 e l’inizio dell’800) che parlava di
magnetismo animale o di magnetismo che oggi si definisce energia. Studiò come questa energia, questo
magnetismo poteva essere utilizzato per curare e guarire diverse malattie Egli introdusse così il sistema
dei passi magnetici (movimenti ripetuti e ipnotici sul corpo), interessantissimo, perché anticipò la
moderna pranoterapia con risvolti terapeutici estremamente interessanti. Egli introdusse il sistema della
terapia di gruppo. Lui inventò la tinozza piena di limature di ferro e di bottiglie d’acqua (quindi secondo
le concezioni dell’elettricità del tempo, con dei buoni conduttori) con delle maniglie di ferro, delle
panchine intorno, le persone praticamente tute collegate in cerchio (come si fa un cerchio di meditazione).
Loro si mettevano lì attorno a questa tinozza e lui passava cercando di dare degli stimoli – dei piccoli
toccamenti o facendo fare delle emissioni sonore alle persone – finché alcune di queste persone avevano
le cosiddette crisi catartiche. Una che soffriva di asma poteva avere una crisi asmatica, un’altra una crisi
epilettica e piano piano la crisi di una persona si trasmetteva quasi come per induzione, per contagio a
tutti gli altri, per cui tutti cominciavano ad avere la crisi legati a questa tinozza. Evidentemente lui aveva
le palle per dare contenimento a questa situazione e fu famoso come terapeuta sia individuale che di
gruppo. Probabilmente come in tutte le terapie ci saranno stati dei casi si guarigione, dei casi di ricadute e
dei casi di miglioramento. Certamente ciò che lui pubblicava e diceva erano i casi riusciti meglio, ma
sicuramente ebbe un grosso seguito e un grosso successo. Lui lavorava in Austria, a Vienna, poi a Parigi
dove ebbe un grosso successo. Poi ebbe una persecuzione da parte dell’ambiente medico che lo definì un
ciarlatano. Ma quello che è interessante è che il mesmerismo altrimenti conosciuto come magnetismo
animale, dopo Mesmer ebbe una larghissima diffusione in Europa e anche in America e dette origine a
tutta una serie di fenomeni. Uno fu lo studio degli stati profondi di coscienza ad opera di un suo allievo
Puysegur che studiava gli stati di trans, attraverso i passi magnetici induceva gli stati di trans, di
conduzione e fenomeni di conduzione addirittura fino all’infanzia o alle vite precedenti. Questo fu un
filone molto interessante.

Dal mesmerismo nacque l’ipnosi e tutti gli studi d’ipnosi fino ad arrivare al nostro tempo. In particolare
in Francia nacque una scuola a Nancy e una con Charcot a Parigi, dove studiò Freud. Nacque lo
spiritismo e varie fratellanze di studi sia spiritici sia esoterici fondati sulle tecniche di catena e le tecniche
di guarigione anche a distanza. Quindi, nell’800 ci fu una grossa espansione di tutti i concetti legati alla
psicologia di Mesmer che poi confluì anche nella psicologia di Freud.
Freud all’inizio lavorava con l’ipnosi, aveva imparato l’ipnosi da Charcot e aveva studiato tutti i
fenomeni dal mesmerismo. Questo è interessante, perché in genere si parte da Freud per dire lo scopritore
dell’inconscio, l’inventore della psicanalisi, lo scopritore della sessualità infantile, le dinamiche
psicologiche. In realtà, sì, inventore della psicanalisi, perché dette il nome a questo sistema che lui fece.
In realtà Freud fu un abile e intelligente organizzatore. Egli riuscì a sistematizzare nella sua dottrina e
nella sua pratica una serie di conoscenze che al suo tempo erano di pubblico dominio. Cioè, la sessualità
infantile, per dirne una, era normalmente conosciuta e descritta da tutti i teologi morali della chiesa
cattolica protestante. L’inconscio, si parla dell’inconscio in tutto il romanticismo a partire dal ‘700.
Leibniz, il filosofo che elabora il concetto dell’inconscio già molto prima di Freud; il concetto
dell’inconscio collettivo che è poi di Jung. Se si guarda si ritrova in tute le antiche dottrine misteriche o
nei vari miti religiosi. Quindi, non sono conoscenze nuove, sicuramente lui le sistematizza in maniera
originale e questo gli va dato atto.
Mesmer è stata una figura centrale nella storia della psicologia occidentale ed è interessante perché
elaborò un po’ queste condizioni anche della terapia di gruppo.

Un ultimo concetto che è importante. Provate a pensare a come viene condizionato il vostro stato d’animo
in una cena con amici, in una chiesa o altro dove si viene a creare una specie di anima collettiva, come
una specie di coscienza di gruppo o di coscienza collettiva con degli aspetti inconsci che crea dei
comportamenti e dei modi di sentire simili. Quindi, qui si rientra in un altro settore che è quello che
abbiamo definito assieme a Nitamo psicologia sistemica transpersonale o sistemica olistica, cioè una
sistemica che utilizza tutte le conoscenze dello studio sistemico scientifico classico, ma le introduce in
una visione più umana, più legata alla coscienza o alle emozioni, al sentimento e anche a quello che è una
coscienza collettiva. Rientra in un ambito in cui la sistemica assume una dimensione un po’ diversa da
quella con cui viene comunemente usata.

Nitamo MONTECUCCO: Su queste basi iniziamo una delle parti più interessanti della psicologia
moderna, con Luisa BARBATO che ci parlerà di Ken Wilber.






IL DIALOGO DELLE VOCI DI HAL E SIDRA STONE

Kiran Lucia VIGIANI
Il “Dialogo delle voci” è una tecnica stupenda iniziata da Hal e Sidra Stone che sono due psicologi
californiani. E’ una tecnica che è stata messa a punto alla fine degli anni ’70 ed è stata successivamente
portata in Italia nel 1993/94 da Manuela Adelman. E’ una tecnica sull’indagine dei nostri personaggi
interiori definiti “voci”. La tecnica parte un po’ dal concetto Junghiano delle sub-personalità per poi
andare molto più in profondità anche rispetto alla psicosintesi di Assagioli. Quindi, è un lavoro di vera e
propria indagine interiore fatta con una modalità gestaltica.

Le sub personalità
Prima, però, vorrei dirvi un paio di cose. Il “dialogo delle voci” può essere applicato in molti campi. Pur
avendo detto che partivamo dall’animo molteplice e dalle subpersonalità pur adottando la modalità
gestaltica, non stiamo facendo una psicoterapia. Il “dialogo delle voci” può essere usato in molti ambiti,
anche come supporto psicoterapeutico, in ambito artistico o per interpretare dei sogni o in un lavoro
corporeo o altro. E’ una tecnica che viene usata proprio per capire cosa succede dentro di noi, e per capire
cosa succede a livello di dinamiche tra tutte queste nostre subpersonalità.
Partiamo dal concetto che dentro di noi esistono molti personaggi, molte “voci”. Secondo questo metodo
possiamo asserire che esistono delle “voci primarie” e delle “voci rinnegate”. Quindi, vediamo questo
discorso come un’asse polare, dove noi siamo molto identificati con molte sub-personalità o “voci” (c’è
un’analogia tra i due termini). Se noi lavoriamo con delle “voci primarie”, significa che dalla polarità
opposta ci sono delle “voci rinnegate”. Questo ci rimanda di nuovo alla stella di Assagioli già vista
precedentemente. Il concetto è lo stesso dell’asse polare: se da un lato c’è una parte iper-trofica, dall’altro
lato ci sarà sicuramente una parte ipo-trofica.
Noi abbiamo molti personaggi interni e la nostra tendenza è di identificarci o di rappresentarci di più con
qualcuno di questi personaggi che sono definiti “voci primarie”. Quasi sempre questi personaggi sono
quelle parti che ci proteggono, le parti con le quali noi ci sentiamo più a nostro agio, sono dei ruoli con i
quali siamo più abituati a stare e ci sentiamo più sicuri. Le “voci rinnegate”, invece, sono le nostre parti
rimaste più nell’ombra o nell’inconscio medio o inconscio profondo, di cui potremmo non conoscerne
proprio l’esistenza.

Le parti del “Dialogo delle voci”
Quali sono le parti che giocano nel “Dialogo delle voci”? Sono:
· le “voci primarie” in cui ci identifichiamo di più
· le “voci rinnegate” che sono in noi, ma che rimangono più in ombra, sono più inconsce
· un “ego operativo” che è la parte di noi che si identifica nei ruoli (ad es. mi identifico con il mio
ruolo di insegnante)
· un “ego consapevole” che è il nostro testimone, la parte di noi che non si identifica con le varie
voci, ma semplicemente le osserva
· “la visione lucida” o “awareness” che è il momento in cui noi possiamo vedere attraverso l’ego
consapevole.

Essendo il “dialogo delle voci” un metodo molto poco invasivo e rispettoso, può essere usato con
chiunque tranne in casi di psicosi conclamate. E’ una tecnica che si svolge in maniera energetica e si
sente quando invitiamo a parlare una “voce” se parla solo da un livello mentale o con la propria parte
energetica.
Vediamo come si svolge.
Quando il cliente arriva si chiede cosa vorrebbe andare a investigare o chiarire assieme a noi, cerchiamo
dunque di definire un ambito. Nella descrizione iniziale, il facilitatore può già farsi una mappa di cosa sta
succedendo nell’altra persona, e a seconda di come si esprimerà, potrà individuare quali sono le “voci”
che stanno parlando. Chiaramente questo non si rivela all’altra persona per non influenzarla, però si invita
l’altro a spostarsi usando la modalità gestaltica. La persona si muove in un’area e anche in una posizione
a sua scelta dello spazio. Entriamo in una condizione più meditativa invitandola ad entrare più in
profondità. Da questo momento le facciamo una sorta di intervista per indagare, conoscere, raccogliere
dettagli sulla voce che sta parlando.
Vi faccio un esempio pratico. Diamo il nome di Maria alla cliente che abbiamo davanti e poniamo che
nell’arco della sua esposizione abbiamo sentito emergere una “voce primaria” quale potrebbe essere “il
critico”. Le chiediamo di spostarsi, e di ricontattare l’emozione che era molto presente, domandandole:
“Tu sei quella parte di Maria che si è espressa dicendo che Maria non è in grado di fare certe azionj,
perché Maria non ha studiato abbastanza,…. perché Maria non è brava abbastanza. Ti posso chiedere chi
sei,…. da quanto tempo sei nella vita di Maria,…… in quale parte del corpo di Maria sei,….quale è il tuo
alleato dentro Maria ecc. ecc.?” Significa che andiamo a parlare con il personaggio emergente (“critico”)
facendo una sorta di intervista, e risponderà dicendo: “Io sono quella parte di Maria (“critico”) che c’è da
tanto tempo…..Sono io che la inibisco in continuazione perché altrimenti lei si espone troppo e ciò mi fa
arrabbiare…. Non sopporto Maria quando fa vedere le sue fragilità, ecc.” Nel proseguo dell’intervista
vengono fuori tantissimi dati, per cui scopriamo da quanto tempo si è strutturata questa “voce” con quali
modalità e soprattutto il perché della sua esistenza nella vita di Maria. Scopriremo che le nostre voci
primarie si strutturano per proteggere il bambino vulnerabile. Solitamente nella nostra vita il “critico” ci
massacra, non ci fa vivere, ma inizialmente è venuto fuori proprio per proteggere la nostra fragilità. Una
parte di me critica me stessa, il che sarà meno doloroso che non uscire in un contesto aperto e sentirmi
criticare dagli altri. All’inizio queste voci primarie si sono strutturate per proteggere la nostra
vulnerabilità. Allora, qual è il problema? E’ che anziché essere delle voci che sono rimaste lì circoscritte,
sono diventate onnipervadenti e hanno preso il sopravvento e controllano la nostra vita. Tanto che un
“critico” molto attivo può diventare una voce fortemente distruttiva, può diventare massacrante.
Fintato che queste energie rimangono ”ombra” (per usare una terminologia junghiana) significa che
rimangono inconsce, sono energie demoniche che possono essere distruttive se non le conosciamo.
Quindi, il compito è di riconoscerle sempre di più portandole nel nostro campo della coscienza (se
parliamo di psicosintesi) e di andare sempre di più a rafforzare l’ego consapevole, se parliamo del
“Dialogo delle voci”. Cambiano le terminologie, ma il concetto base è sempre lo stesso.
Quindi, facciamo l’intervista alla persona per capire al massimo questa “voce”, per capire da quanto
tempo c’è, che spazio ha nella vita della persona, come si relaziona con gli altri personaggi dentro di noi,
e come condiziona la nostra esistenza.
Le voci più importanti che ritroviamo un po’ tutti noi sono il “critico”, il “giudice”, il “patriarca” o la
“matriarca” per le donne, il “bambino” fragile e vulnerabile, e il bambino giocoso che ha voglia di vivere
e di esprimersi ma che quasi sempre rimane soffocato. Il bambino è estremamente fragile ed è molto
difficile che venga fuori al primo incontro. Il “bambino” ferito o abusato viene fuori con molta fatica e
questo accade solo se si sente molto accolto e non giudicato. Quando viene fuori il “bambino ferito” ha
una voce molto flebile, spesso la postura è piegata in avanti, il tono è piagnucoloso. Il facilitatore deve
entrare in una relazione energetica ed empatica con quella voce, anche con il tono di voce è sommesso e
chiederà: “Ti senti impaurito a venire fuori?…. Cosa ti fa sentire paura…quali sono le cose che ti fanno
sentire più minacciato… cosa ti è mancato…. Cosa vuoi che faccia Maria per te ecc.?” E Maria potrebbe
rispondere: “Io sono il bambino di Maria…. Maria non mi ha mai ascoltato,… lei si è sempre vergognata
di me…ogni volta che avevo voglia di una cosa non era mai il momento giusto ecc.”
Altrettanto interessante e bello è quando vengono fuori la forza o la rabbia e le persone riescono a sentire
che ci sono queste energie potenti dentro di loro. La “voce” parla attraverso la persona finchè esprime la
propria energia, e poi sentiamo che si scarica, e comincia a subentrare la noia oppure un calo energetico.
A quel punto si sente che non c’è altro da dire, per cui ringraziamo la “voce” qualunque essa sia stata,
anche se è stata distruttiva, perché dobbiamo onorare tutte le parti dentro di noi. E dobbiamo farlo senza
giudizio. Quindi, ringraziamo la “voce” che è venuta e chiediamo alla persona di ritornare al centro.
Ritornare al centro significa ritornare nella posizione dell’ego consapevole. Qui riparliamo con la persona
chiedendo come ha vissuto l’esperienza, se ha scoperto parti nuove di se stessa, se ha sentito le diverse
energie che portavano le voci, se ha sentito energeticamente, emozionalmente che relazione avevano con
il corpo, come queste voci abbiano trovato spazio o rinnego nella vita della persona ecc. Molte volte mi
sono trovata con delle persone apparentemente deboli che scoprivano quanta forza avevano soffocato
dentro e quanta voglia avevano di farla venir fuori. Vi ho dato una piccola idea?
Forse è meglio che ripetiamo la differenza tra la gestalt e “Il dialogo delle voci”. Nella gestalt le voci
possono parlare tra di loro, mentre nel “Dialogo delle voci” ogni volta che una voce ha parlato ritorniamo
nell’ego consapevole. Questo ci permette di radicare sempre più la “voce rinnegata”.
Poi, perché ci spostiamo fisicamente? Cosa significa ciò? Spostandoci in un altro spazio entriamo in
un’altra energia, e possiamo generare un’identificazione più profonda nella voce che andiamo a contattare
e che vogliamo investigare.

L’obiettivo del “Dialogo delle voci”
Qual è l’obiettivo del “Dialogo delle voci”? E’ una tecnica per andare a indagare e sentire le varie energie
che sono dentro di noi per poterle portare sul piano della coscienza. Il punto centrale è poter prendere
coscienza di queste parti e attraverso il nostro ego consapevole portare sempre più terra all’isoletta della
coscienza, perché più noi siamo consapevoli, meno ombre ci sono, più siamo liberi. E’ lo stesso discorso
del “direttore d’orchestra” che fa suonare gli strumenti quando decide e in quale modo decide di farli
suonare, e non lascia ad ogni strumento la possibilità di agire fuori da un progetto. Ricordiamoci sempre
che nessuna energia va condannata, perché sono tutte parti di noi che dobbiamo integrare abbracciandole
e comprendendole per portarle alla luce. Così anche le energie demoniche si trasformano e diventano
energie a nostra disposizione. Se prendiamo una grande rabbia che può diventare aggressiva se non
riconosciuta, può trasformarsi una grandissima forza di aiuto per noi stessi se la integriamo portandola
nel campo della coscienza. Ricordate che cosa ha fatto Gesù nel tempio? Non è stato remissivo, anzi, ha
rovesciato tutto come una furia. Quindi, che noi abbiamo la nostra rabbia a disposizione è molto
importante, come è importante che abbiamo un centro che decide consapevolmente come usare la rabbia e
non diventiamo la persona che è in balia della rabbia e scatta in continuazione. E’ agire la rabbia anziché
essere agiti dalla rabbia. Questo è il concetto fondamentale al di là di qualunque ambito o tecnica noi
usiamo, che sia psicanalisi o “il dialogo delle voci” o altro.

D.: “Tutte queste energie sono al servizio della difesa. Poi quando vengono portate nel centro in parte
vengono purificate dalla necessità di difesa infantile che non è più necessaria, in parte diventano energia
pura disponibile per l’ego integrato. Poi, alcune di queste, tipo il “bambino piagnucoloso” che gli può
servire ancora, che energia hanno?”
R.: “Si trasformano. Vi porto un esempio. Quando avete lavorato con la voce di una persona, ad es. il
“sabotatore” che ha rotto le scatole tutta la vita, che ha sempre detto che non sei in grado, che non sei
abbastanza, ecc., quando la persona comincia a fare un percorso di trasformazione, ci sono delle sessioni
in cui intervistando il “sabotatore” questi risponderà: “Sono proprio stanco, sono un personaggio vecchio,
ho voglia di andare in pensione.” Quindi, si capisce che quell’energia è obsoleta, non ha più motivo di
essere, si è consumata. Ed è bello quando nell’intervista viene fuori il personaggio che si riconosce
vecchio, perché significa che c’è stata una trasformazione, che qualcos’altro si è strutturato per rafforzarci
per darci sicurezza e non c’è più necessità del sabotatore che ci tenga a freno.
Noi siamo portatori di molti tipi di energie. Il “bambino” è una figura basilare nella nostra vita. Potremo
avere cento anni e avremo sempre il nostro bambino interiore e per fortuna, perché è un’energia pura,
frizzante, gioiosa. Il “bambino” sarà sempre portatore dello stesso tipo di bisogno, che è amore totale. E’
quando il bambino viene ferito o abusato che diventa il bambino ribelle, il bambino piagnucoloso. Ed è
per questo che si strutturano tutte le voci primarie che sono tutte voci che proteggono la vulnerabilità.
Tutti noi se analizziamo le nostre vite e le nostre esperienze, vediamo quanti compromessi abbiamo fatto,
quanto potere abbiamo dato via per essere amati. Lo sappiamo. Noi tutti abbiamo degli imprinting, dei
ricordi delle situazioni, per cui mettiamo in atto delle strategie di sopravvivenza. Allo stesso modo
succede anche al bambino, che alle richieste dei genitori reagirà solitamente in due modi: o diventerà il
bambino compiacente o il bambino ribelle oppure un po’ di tutt’e due, a seconda delle circostanze o degli
impedimenti. E’ importante che vediamo che le due forme dell’atteggiamento del bambino sono due
forme reattive. Se il bambino avesse avuto il soddisfacimento del bisogno primario che è l’amore, non
avrebbe avuto bisogno né di diventare compiacente né ribelle, ma sarebbe stato nella sua essenza.
Ricordiamo che comunque il bambino ha bisogno di un confine, altrimenti si perde. Noi possiamo anche
rimproverare un bambino, ma con amorevolezza. Se lui sente che c’è una relazione d’amore anche se fa
qualcosa di sbagliato e viene rimproverato, riconoscerà questo amore, per cui non avrà ferite laceranti.
Il “Dialogo delle voci” è una tecnica molto articolata della quale vi sto dando soltanto qualche idea. Ci
sono tanti personaggi al nostro interno, sarebbe interessante capire le loro modalità di strutturazione, le
loro interazioni con gli altri personaggi, le dinamiche che si creano per avere una visione più allargata
della nostra vita. E’ veramente molto bello, anche perché c’è questo grande rispetto nell’agire. Come
abbiamo già detto, all’inizio del lavoro, partiamo sempre dai ruoli e dai personaggi primari che sono
quelli dove ci sentiamo più forti. Non è una modalità invasiva, perché rispettiamo chi c’è, e vediamo che
per primi emergono quelli più sicuri di sé, che generalmente sono le voci che agiamo di più e sono più
accessibili. E’ difficile che in una persona che arriva con una problematica dolorosa, possa uscire subito il
bambino vulnerabile. Ecco perché è molto importante questo gioco: la persona arriva, c’è il primo
inquadramento dell’argomento che porta, poi invitiamo la persona a spostarsi nello spazio e possiamo
fare varie interviste a più personaggi. A volte questi personaggi hanno un nome, a volte la persona stessa
dà il nome, altre volte sono delle energie indefinite che possono essere anche molto diverse fra di loro.
Una volta ci parla l’energia della “forza”, un’altra volta quella del “controllore” o del “protettore”ecc..
Quando poi si invita la persona a tornare al centro, può uscire un’energia molto diversa e cioè un’energia
più fragile, molto timorosa, la paura o altro, che può essere totalmente in antitesi alla prima voce. Non
dobbiamo mai interrompere una voce, dobbiamo lasciarle tutto il tempo che necessita per potersi
esprimere. L’importante è che il facilitatore sia sempre lì, in relazione empatica e molto energetica,
perché se una voce si sente giudicata immediatamente si richiude. Se viene fuori ad esempio il maniaco
sessuale, e voi lo tranciate subito con un giudizio, la persona si chiude e non si esprimerà più. Se
percepite che mentre la voce si sta esprimendo è cambiata l’energia, non la interrompete, ma glielo
chiedete dicendo ad esempio: “Sento che tu ti stai esprimendo con un’energia diversa, ma sei ancora tu?”
Nel “Dialogo delle voci” si chiede sempre il permesso per avere accesso ad una voce, e soltanto quando si
invita la persona a ritornare al centro le si chiede: “Hai sentito che energia era? La senti? L’hai
riconosciuta?” e poi possiamo proseguire nuovamente per fare l’intervista ad altri personaggi. Il tutto può
durare un’ora, un’ora e mezza. L’importante è che non interrompiate il processo.
Ricapitolando, la sessione si svolge con l’intervista alle “voci”. Poi, dopo che una voce si è espressa, si
invita la persona al centro dove si parla a livello dell’ego consapevole, si fanno alcune domande per
portare consapevolezza sul come ha vissuto le voci. E poi c’è un momento estremamente bello che si
chiama la “visione lucida” o awarness. Questo è un momento dove si chiede alla persona di mettersi
dietro al facilitatore, con gli occhi chiusi, e di rimanere in ascolto molto cosciente e consapevole – senza
intervenire – come se fosse un testimone. Ecco perché si chiama “visione lucida”. Vi assicuro che è
un’esperienza estremamente forte: è il momento in cui il facilitatore deve rifare il riassunto di tutta la
sessione usando le parole dette dalla persona, quelle che ha usato la “voce”, senza interpretare ma
semplicemente facendo in modo fedele il riassunto. La persona che è dietro, ascolta come se fosse nella
posizione del testimone e rivede che cosa è successo. Si rivede non più coinvolta, ma osservandosi con
distacco. Potete immaginare che forza potente si sprigiona in questo momento?
Dopo questo riportiamo la persona davanti, e chiediamo se c’è qualcosa in sospeso, se ci sono delle
parti che desidera approfondire. Non lasciate mai andar via una persona da una sessione se è a pezzi. La
faremo uscire da un incontro magari con tanto lavoro da elaborare, ma con la sua integrità. Questo vale
per qualsiasi tecnica che noi usiamo.
Per quanto riguarda i bambini, dal momento che è una tecnica molto strutturata, con loro la farei più come
un gioco, Userei tecniche molto morbide con dei confini più sfumati, proprio perché il bambino è in fase
di strutturazione della personalità. Può essere molto interessante prendere delle parti di quello che
abbiamo detto e farlo giocare con queste parti ad esempio con il disegno, con la teatralità, con la voce
senza dargli questa struttura così definita.
Molte delle cose che abbiamo detto possono avere un’attinenza molto pratica, perché le possiamo
riportare già in quello che noi stiamo facendo con le persone. Se noi abbiamo capito dei concetti che –
come si è visto – sono trasversali, può essere già molto importante.
Con il tempo e l’esperienza vi accorgerete che queste “voci” parlano come parlavano i vostri genitori.
Capirete più facilmente perché si sono strutturate, perché ce le avete dentro. Quante volte riconoscerete
quel linguaggio, perché è lo stesso linguaggio di vostro padre o di vostra madre. Quindi, è molto
importante far notare questo alla persona, anche se spesso lei stessa si accorge di questo e lo riconosce.
Ripeto, inoltre, quello che mi piace di questa pratica è che tutto viene fatto con grande rispetto, perché i
personaggi escono quando c’è una situazione pronta per accoglierli. Non esce mai una “voce” se non c’è
il contesto giusto per ascoltare. Ecco perché il facilitatore deve essere in questo atteggiamento e capacità
di ascolto, molto empatico e capace di sentire cosa succede con le energie e contemporaneamente andare
a sentire cosa succede dentro se stesso, perché funzioniamo tutti come delle casse di risonanza: entriamo
in co-vibrazione. Credo che un’altra cosa molto importante per il counselor o il terapeuta in generale è
entrare nel coraggio dell’imperfezione, perché se noi accettiamo la nostra imperfezione è un grande gesto
di coraggio. Accettiamo i nostri limiti e impariamo anche a comunicarli per il rispetto di noi stessi e degli
altri. Quindi non possiamo dire sì a tutto e a tutti, perché possono arrivare persone che portano tematiche
dove noi stessi stiamo ancora lavorando e non possiamo essergli di aiuto. (Si verifica spesso che ci sono
momenti in cui i clienti che ci arrivano, portano sempre le stesse tematiche. Credo che non sia un caso!)
E poi, è veramente un lavoro alchemico, perchè la stessa cosa detta da una persona o detta da un’altra,
cambia vibrazione, e per questo noi non possiamo entrare nella stessa sintonia con tutte. In questo caso
bisogna avere il coraggio di dire che sentiamo di non essere nella giusta polarità per cui le consigliamo
qualcun altro. Se lo diciamo con amorevolezza, credo che la persona debba apprezzarlo. E’ chiaro anche
che quanto più lavoro noi facciamo su noi stessi, sempre più riusciremo ad essere accoglienti. Come è
imprescindibile che per poter lavorare con gli altri è fondamentale che noi abbiamo lavorato su noi stessi.
D’altro canto non possiamo aspettare di essere perfetti per iniziare a fare delle cose. Questo significa che
ci sarà sempre un margine dove noi saremo vulnerabili. Ecco che è assolutamente indispensabile che un
counselor sia capace di entrare nel silenzio, in uno spazio di ascolto, uno spazio di visione attraverso il
proprio testimone interno. Solo così può accorgersi che quella persona che ha di fronte, gli porta qualcosa
che risolleva la propria problematica personale, il proprio dolore, ed è necessario capire che se è una
situazione ingestibile la manderà da qualcun altro. E’ molto importante che il facilitatore a sua volta veda
la problematica irrisolta con il proprio supervisore. E’ fondamentale affrontare le sensazioni che ci
rimandano ancora nei nostri buchi di tristezza, di senso di abbandono, di fallimento e quanto altro. Guai
se pensiamo di essere arrivati. Personalmente ho molto timore e sospetto verso quelli che fanno soltanto i
terapeuti e che non vanno mai a fare un lavoro di supervisione. Lo stesso Jung diceva che poteva portare
il paziente soltanto al punto in cui lui era arrivato. Questo è il cardine: capire il punto in cui noi siamo,
significa stare nella nostra dimensione, e sapere che ci sono degli esseri molto più avanti di noi e affidarci
a loro. Questo, però, non deve farci sentire falliti, ma degli esseri responsabili che umanamente passano
quello che hanno, e si affidano ad altri esseri superiori. Se impariamo a fare questo, siamo veramente in
grado di portare grandi contributi ad un’umanità che soffre. C’è un grande dolore attorno a noi, sia a
livello del pianeta, sia della razza umana. Ognuno di noi, là dov’è, può portare molta luce e “guarigione”
e balsamo su tante ferite. Ciò, però, richiede fondamentalmente che lo facciamo con molta professionalità
e con un cuore aperto e con una mente che è in grado di fare un passo indietro e creare silenzio per
accogliere e rielaborare tutto.
Infine, per quanto riguarda il lavoro del “Dialogo delle voci” ci sono due livelli molto distinti che
sarebbero interessanti da fare in parallelo, e cioè, il lavoro individuale e il lavoro di gruppo. Con le
sessioni individuali capiamo dov’è una persona, e se è pronta possiamo suggerirle il gruppo più
appropriato in relazione alle proprie problematiche, perché se non ha fatto nessun lavoro su se stessa e fa
un gruppo di dinamiche forti, può portare una chiusura anziché beneficio. Dobbiamo dire che i gruppi
sono sempre delle grandi accelerazioni, perché nel gruppo diventiamo tutti specchio l’uno per l’altro.
Succede che quello che avviene in un percorso personale in un anno, in un gruppo può avvenire in una
settimana. Non dimentichiamo però, che prima di affrontare un gruppo è necessario aver iniziato un
viaggio individuale per avere un minimo di riferimento e anche perchè ci possono essere delle
problematiche che è meglio risolvere in ambito personale. Non si può mai generalizzare. Quindi, sono
sempre due dimensioni da prendere in considerazione.


Biografia (di Giuseppe Pagliaro)
Il Dott. Hal Stone si è laureato in psicologia nel 1953 all’Università di Los Angeles. Da allora si è
dedicato alla psicoterapia, all’insegnamento e alla scrittura. Dal 1953 al ‘57 è stato psicologo
nell’esercito, ottenendo il grado di Capitano. Successivamente ha iniziato la pratica professionale privata
e ha completato la formazione junghiana presso l’istituto C.G. Jung di Los Angeles nel 1961. Per tutti gli
anni ’60 e i primi anni ’70 ha lavorato come analista. La formazione junghiana e il particolare interesse
per i miti, i sogni e le favole lo hanno guidato nel suo cammino di esplorazione interiore.
Durante gli anni ’60 è stato membro dell’American Board of Examiners in Professional Psychology
(ABEPP), consulente e insegnante al Dipartimento di Psichiatria e Psicologia del Mount Sinai Hospital di
Los Angeles. Nello stesso periodo è stato anche uno dei coordinatori del programma della nuova
California School of Professional Psychology. La fine degli anni ’60 ha segnato un momento di ricerca
ed esplorazione di nuove modalità di lavoro trasformativo e in questo ambito il dott. Stone ha coordinato
una serie di programmi che, attraverso l’Università di California, hanno diffuso questi nuovi modelli ad
un pubblico più vasto. Nel 1973 Hal ha creato il Center for the Healing Arts, forse il primo
Centro per la Salute Olistica negli Stati Uniti, un centro all’avanguardia nell’ ambito della psicologia e
delle medicine non convenzionali.
Nel 1979 Hal ha iniziato una collaborazione attiva con sua moglie, la Dott.ssa Sidra Stone. Tre anni dopo,
cominciarono a viaggiare e ad insegnare il loro lavoro negli Stati Uniti e all’estero, attività che continua
ancora oggi.
Nei primi anni ’70 Hal e Sidra iniziarono a sviluppare il Voice Dialogue come metodo per lavorare con le
sub-personalità. Attraverso la loro relazione personale ( sono sposati dal 1977) e la collaborazione
professionale il lavoro si è trasformato, in questi ventotto anni, in una metodologia per lavorare con i sé
interiori e in un sistema teorico completo, che è stato definito la Psicologia dei sé.
Attualmente la maggior parte del loro insegnamento si svolge a Thera, la loro casa a Mendocino County
sulla costa settentrionale della California. Qui essi conducono seminari, danno consulenze private e
scrivono. Complessivamente hanno cinque figli e quattro nipoti.
La Dott.ssa Sidra Levi Stone è nata a Brooklyn, New York ed è cresciuta durante la Seconda Guerra
Mondiale, in un’epoca in cui era fortemente sentito il desiderio di dare il proprio contributo al bene
dell’umanità. I suoi studi al Barnard College hanno avuto una grande influenza nel suo sviluppo come
donna indipendente: già allora questo istituto incoraggiava le donne a laurearsi e a prepararsi per una
professione. Nel 1957 si è diplomata con il massimo dei voti e nel settembre dello stesso anno si è sposata
e si è trasferita a Baltimora, dove si è laureata presso l’Università del Maryland.
Dopo essersi trasferita a Washington, negli anni ’60 ha iniziato a lavorare come psicologa clinica.
Ritornata a New York, ha lavorato come psicologa clinica al Veterans Administration. Dopo la nascita
della seconda figlia, ha preferito lavorare part-time come psicoterapeuta al Lincoln Center for
Psychotherapy in modo da poter godere anche le gioie della maternità.
Nel 1967 si è trasferita con la famiglia a Los Angeles, dove ha continuato ad esercitare la professione
privata, finchè nel 1968 è diventata consulente psicologa alla Hamburger Home, una casa per ragazze
adolescenti, di cui è stata anche Executive Director nel 1972, dopo la nascita della sua terza figlia, Recha.
In quel periodo trasformò l’Hamburger Home in un centro per il trattamento residenziale per adolescenti
acting out, introducendo tecniche olistiche e mettendo a punto un programma che combinava tecniche
comportamentistiche, modificate con la psicoterapia individuale e di gruppo basata su principi
psicoanalitici. Il programma era arricchito dall’arte-terapia, la scrittura creativa, i giochi teatrali, lo yoga
ed esperienze di campeggio in zone selvagge della California. Si poneva inoltre attenzione agli aspetti
nutrizionali, allo stile di vita e alle attività atletiche.
Nel 1979 Sidra lasciò l’Hamburger Home per riprendere l’attività professionale privata a tempo pieno e
iniziare una maggiore collaborazione con Hal, collaborazione che è stata estremamente creativa sia sul
piano personale che professionale. Il lavoro di psicologi e docenti di Hal e Sidra è sempre stato
strettamente connesso alla loro relazione di coppia, che a sua volta è stata arricchita dalle loro esperienze
di psicoterapeuti. E’ stato un viaggio di esplorazione interiore e un matrimonio romantico che durano da
28 anni.
Sidra ha sempre amato viaggiare; insieme, Hal e Sidra viaggiano frequentemente per visitare nuovi
luoghi, incontrare nuove persone e insegnare il loro metodo. Ma amano anche la loro casa, sulla costa
magica e nebbiosa di Mendocino, e la loro famiglia.


Opere consigliate:
-Tu ed io, Hal e Sidra Stone, MIR Edizioni, 2003.
-Il dialogo delle voci, di Hal e Sidra Stone, Ed. Amrita.








LA PSICOLOGIA TRANSPERSONALE DI KEN WILBER




Luisa BARBATO
E’ mia intenzione usare la teoria di Ken Wilber come raccordo con le cose che ci siamo detti oggi.
Wilber è un autore molto interessante. La sua teoria ha inoltre subito molti mutamenti nel tempo, per cui è
molto complessa. Qui faremo solo una parte per quello che ci interessa ai fini del nostro lavoro.
Ken Wilber è in realtà un pensatore, è un personaggio che è a cavallo tra la meditazione e la psicologia. In
realtà non è uno psicologo, ma un meditante praticante molto avanzato – l’ho scoperto poi leggendo la
sua biografia. E’ uno che ha questa grandissima capacità di raccordare pensieri. Si dice che legga da anni
almeno 10 libri al giorno, è una mente evidentemente molto evoluta, il primo libro l’ha scritto a 20 anni
ed ebbe un successo strepitoso. E’ un personaggio molto avanzato dal punto di vista intellettuale e anche
personale. E’ americano.

Qual è il punto di partenza di Wilber? Io preferirei farvi vedere prima gli schemi e poi alla luce di questi
vedere anche il discorso della psicologia umanistica. Quindi, lui in pratica si è posto questo quesito che
era un quesito contemporaneo molto presente. Lui dice che la via occidentale all’interiorità è la psicologia
moderna partendo dalla psicanalisi in poi. Evidentemente produce dei risultati nell’evoluzione
dell’individuo. La via all’interiorità delle culture orientali tradizionali plurimillenarie e quindi sono
sicuramente più stratificate di quelle occidentali è, invece, la via meditativa, la saggezza orientale.
L’oggetto di questa indagine è sempre l’uomo. Egli si chiede, però, dov’è il raccordo. Deve essere
possibile in qualche maniera conciliare queste due strade che appaiono separate, appaiono agire su cose
diverse o paradossalmente agire sugli stessi fenomeni, però non si capisce probabilmente entrando da
porte differenti. Ora, che nella pratica si possa fare psicoterapia e meditazione insieme, o una dopo l’altra
o che comunque anche gli orientali abbiano la loro psicologia questo lo sappiamo tutti. Lui, siccome è un
teorico, cerca di strutturare dei modelli teorici. Per far questo si è avvalso della teoria dei sistemi e di tutta
la conoscenza sull’olismo. Quindi, da una parte lui fa una concettualizzazione che è olistica che tiene
conto del tutto; dall’altra parte si basa sulla teoria dei sistemi per cui poi in natura si è scoperto che tutti
gli organismi fanno parte di sistemi organizzati che funzionano secondo determinate regole. Una di
queste regole è che sono sistemi gerarchici in cui si va in complessità sempre crescente. Il sistema
gerarchico nel senso che è su sistemi successivi sempre più complessi, ma secondo delle regole precise.
Una di queste regole più importanti è che un sistema più complesso si costruisce inglobando il sistema
precedente e che non possibile che ci sia un’evoluzione del sistema più semplice o più complesso senza
che quello complesso in qualche maniera non inglobi la conoscenza del più semplice. Quindi, un sistema
evolutivo in cui il gradino successivo assorbe, fa sua la conoscenza precedente e la trascende. Però, per
trascendere una conoscenza precedente bisogna averla integrata. Essendo questi sistemi oliatici e
gerarchici li definì con il termine ‘oloarchico’ .
Un altro concetto molto importante di questa teoria dei sistemi è anche quella dell’entropia, nel senso che
ogni sistema a complessità maggiore in realtà crea maggiore sintropia (la sintropia, o nega-entropia, è la
tendenza dei sistemi viventi ad organizzarsi e a creare maggiore ordine, informazione e complessità.
Mentre i sistemi meccanici tendono a involvere e a degradarsi). Sono sistemi di complessità sempre
maggiore, sempre più sintropici e sempre più organizzati. Quindi, in qualche maniera diminuiscono il
caos. Questo schema qui, secondo lui, si applica anche agli esseri umani sia filogeneticamente sia
ontogeneticamente, per cui si applica come evoluzione a tutta la specie degli esseri umani. La storia viene
letta come una serie successiva di evoluzioni gerarchiche, in cui ogni società o gruppo successivo ha
subito le conoscenze precedenti e le ha trascese, le ha migliorate, sia nella storia del singolo individuo.
Quindi, ogni individuo ha questo processo di sistemi sempre più complessi che seguono una certa
evoluzione fino ad un certo punto ella propria vita, fino all’età adulta. Lui ha definito filogeneticamente
che ci sono delle tappe di sviluppo dalle quali non si può prescindere. Dopo di chè, invece, abbiamo un
livello in cui la successiva evoluzione è scelta soggettiva. Quindi, c’è questo schema molto preciso di
organizzazione gerarchica ed evolutiva, termine che non è così scontato perché ci sono molti in psicologia
che sostengono che non c’è evoluzione ma successione. Ora vi farei tre schemi con le cose dette oggi.
Cominciamo con lo schema psicologico e ve lo disegno come lo disegna Wilber stesso:

I° livello. PSICOTICO (organizzazione molto legata all’istinto, alla materia, alle parti primarie della
vita in cui non esiste ancora un Io, un’organizzazione che si relaziona, è la parte più
ancestrale)
II° livello. BORDERLINE
III° livello. NEVROTICO dove c’è il conflitto tra le varie istanze psichiche
IV° livello. CENTAURO l’integrazione di tutte queste parti, la possibilità di un individuo di scorrere
su tutti questi livelli

La stessa definizione noi la possiamo vedere dal punto di vista dell’organizzazione orientale
suddividendo in: mente, corpo, emozioni.. ovviamente le connessioni non sono così meccaniche: non è
che corpo voglia dire necessariamente psicotico. diciamo che lo possiamo considerare corrispettivo del
livello più ancestrale, più primitivo, quella che in psicologia nel senso di un’organizzazione superiore
viene definita psicosi. in un certo senso siamo tutti psicotici per una certa fase nel senso che manchiamo
di relazione e di strutturazione successiva. poi arriva la parte emozionale, la parte che in psicologia viene
molto rafforzata alle posizioni borderline oppure nevrotico, la posizione di conflitto forte emozionale che
non riesce ad integrare. il centauro invece, lui definisce come la mente vista come la parte che riesce a
integrare e a comunicare sulle tre parti.

tutto questo possiamo raccordare secondo lo schema dei tre cervelli mettendo all’interno il cervello
rettile, poi, il cervello limbico e all’esterno il cervello umano.
Visto così è uno schema molto grossolano, però ci serve come schema di riferimento. Quindi, c’è un
corrispettivo fisiologico nel cervello ben preciso di quelle che sono un’organizzazione che è stata definita
già dagli albori della cultura orientale che trova un corrispettivo nelle strutturazioni che definisce in
psicologia. Per quanto riguarda questa parte della psicologia lui l’ha articolata in tutte le fasi della
psicologia della madre – ha fatto tutta una scansione di 13 livelli, 17 e 22, per cui è estremamente
complesso. L’idea base, però, è questa. Quindi, siamo sempre in una dimensione o pre-personale, cioè
prima della costruzione dell’Ego che è la parte psicotica e borderline, mentre la parte del nevrotico e del
centauro è personale, nel senso che siamo nella struttura della persona. La differenza tra il nevrotico e il
centauro è che il centauro è colui che in qualche maniera ha un’integrazione, un’accettazione dei vari
livelli. Riesce ad integrare bene, ad accettare e a scorrere funzionalmente – come dicono i reichiani - dalla
parte istintiva alla parte emotiva alla parte cognitiva. Quindi, a questo punto potremmo dire che il
centauro è colui che ha risolto, colui che sta bene. Su questa parte che Wilber chiama del centauro in
realtà c’è già stato un interrogarsi, soprattutto in America, sul fatto che ormai il centauro era colui che
avendo risolto era un individuo soddisfatto, in realtà si era scoperto che ci sono dei bisogni che non sono
strettamente collegati con la patologia, ma ad un’esigenza che a questo livello è ancora un’esigenza
esistenziale che sono stati molto affrontati dalla psicologia umanistica, da Rogers. Il che vuol dire che le
persone si rivolgono alla psicologia e all’analisi non perché abbiano qualche particolare disagio, ma
perchè cercano un senso nella loro vita o cercano di sviluppare delle parti che non hanno ancora
sviluppato, ad esempio il gioco, l’amore per l’avventura o la riflessività, tutte capacità o potenzialità che
non sono ancora state espresse. Questa fascia della psicologia umanistica ha segnato un grosso passaggio
perché ha sganciato la psicologia dalla patologia. Non è vero che la psicologia si debba solo occupare
della patologia. Essa si occupa di processi psichici e all’interno di questi ci sono anche le istanze da
sviluppare anche della persona apparentemente soddisfatta. Però non è finita qui, perché siamo sempre in
un livello personale e già essere dei centauri significa avere un buon livello di integrazione. La saggezza
orientale ci dice, invece, che lo sviluppo della persona può andare oltre. Fino al livello del centauro siamo
in quello che garantisce il piano del lavoro della psicologia occidentale e quello che qua dovrebbe essere
quasi automatico nello sviluppo dell’individuo. Se le condizioni sociali e culturali e della famiglia
funzionano bene l’individuo dovrebbe arrivare ad essere centrato, dovrebbe essere qualcosa di
predisposto dalla specie, dallo sviluppo umano. Ed è quello, dice Wilber, che si raggiunge con la
maturità, entro i 40 anni. Perché “centauro”? Centauro è questa figura mitologica metà cavallo e metà
uomo, quindi, è questa personalità che integra la parte istintiva con la parte psichica. A questo punto
arriva lo sviluppo dell’individuo che invece non necessariamente è definito ontogeneticamente, non è
scritto nel percorso dello sviluppo psicofisico, perche in realtà anche la psiche è materia.

Nitamo MONTECUCCO
Sta parlando dell’uomo n. 4 di Gurdjieff, poi c’è il n. 1 che è quello fisico, il n. 2 è quello emozionale e il
n. 3 è mentale, e tutti e tre possono essere patologici, o normali, equilibrati. Il n. 4 è quello che parte dal
centauro, cioè dall’uomo equilibrato, e attraverso un lavoro che Gurdjieff chiama di scuola, perchè
individualmente è quasi impossibile avere questo equilibrio e anche perchè richiede un confronto con
persone che stanno crescendo e non con persone normali che vivono attorno a sé. Le persone che stanno
crescendo fanno da specchio su quello che lui chiama gli angoli acuti della propria personalità e dei
propri condizionamenti e riesce così ad integrare queste prime tre parti e va in una fase transpersonale.

Luisa BARBATO
E’ molto importante capirlo perché fino a che siamo nel corpo, emozioni e mente siamo sempre nella
materia. Anche la mente è materia anche se materia più sofisticata, molto meno densa, ma sempre materia
è. A questo punto continuiamo a ragionare su questi cerchi, dove ogni livello che trascende l’altro e che è
evolutivo e successivo e a questo punto e la potenzialità perchè la persona sviluppi i piani successivi che
non sono più personali ma transpersonali (oltre la persona). E quindi sono tutti piani non materiali di una
densità sempre più rarefatta. A quel punto lui ha cominciato a fare tutto uno studio sulle antiche tradizioni
cercando i pari livelli di sviluppo che si ha con la meditazione dalle culture buddista, vedanta, confuciana
e così via facendo i relativi schemi. Li ha cercati di aggregare - non bisogna dimenticare che lui
comunque è un americano e quindi lo schematismo gli riesce bene - definendoli

Livello SOTTILE
“ CAUSALE
“ SPIRITUALE, quello dell’Anima e l’anima è comunque duale
“ NON DUALE (*), l’Assoluto in cui non esistono più distinzioni.

Nitamo MONTECUCCO
L’Anima è il riflesso spirituale dell’individualità, l’Anima è il Sé, è individuale. Io sono un’anima il che
vuol dire che sono ancora un Io comunque separato ancora dal resto, cioè mi identifico. Io come corpo
sono più ampio, sono più sottile, ma è un’identità e quindi il Sé è ancora quello che viene chiamato l’Io
spirituale. Quando una persona fa un lavoro di VI°, VII° livello entra in questo spazio che lui chiama ‘non
duale’, che viene chiamato nirvanico, o del vuoto, o coscienza cosmica o piano Adi, e sperimenta
un’evanescenza di questa divisione – io, te, gli altri, lei - ed entra in uno spazio di coscienza unitaria, di
fusione. E’ la sensazione dell’energia che sale, travalica i confini individuali, diventa ampia,
transpersonale. Comincia l’espansione della coscienza e nella storia delle religioni e del misticismo hai al
I° liv. l’espansione di coscienza. Le persone che hanno questa esperienza riportano ad esempio come se la
coscienza trasparente si allarga alla stanza (che sono i satori o i samadi, un’allargamento della coscienza)
e poi ritorna e tu hai avuto questa grande esperienza, hai capito delle cose, però sei ancora tu. Poi si arriva
alla fase non duale che è quella della meditazione dove non torni più indietro. Nelle meditazioni ad un
certo momento entri nei samadi senza il Sé, il corpo si ferma, la mente si ferma, resti in catatonia a volte
delle ore e bruci questo senso della separazione. Le persone che hanno raggiunto questo spazio sono degli
illuminati che restano fissi e rimangono lì nello spazio non duale.
Chi tra voi ha sperimentato l’anima, della luminosità, della presenza, dell’intensità incredibile dell’anima
e poi ritorna nell’Io della mente, non può vivere bene nell’Io della mente. Cercherà di rientrare in contatto
con l’esperienza dell’anima. Quando l’anima si apre è come se in quel momento sei parte di Dio e capisci,
poi ritorni indietro e non hai capito niente. Senti che l’espansione arriva fino ad un certo punto ma
potrebbe arrivare molto più in là. Io ho avuto un’espansione di un chilometro che è del V°liv., poi c’è il
VI° del pianeta e il VII° che viene raccontato nel libro “L’autobiografia di uno Yogi” che arriva a tutto il
cosmo. Lui è tutto il cosmo e il cosmo è lui, la coscienza si è espansa. Quando già fai queste piccole cose
è una tale gioia, ti viene da ridere o da piangere dalla commozione.

Luisa BARBATO
Dopodichè lui si è posto il problema degli strumenti. Finchè siamo in questa parte della psicologia
occidentale abbiamo i relativi strumenti, dove per ciascun livello egli ha definito il tipo di terapia più
adatta (che al momento non ricordo). Dopodichè egli dice che quando si arriva sui piani transpersonali la
metodologia del lavoro è un’altra e lì entra in tutte le metodologie di meditazione. Anche lì fa un
confronto sui vari sistemi di meditazione. Riporta queste indagini fatte in America su gruppi di meditanti
che descrivono gli stadi in cui sono facendo i gruppi di controllo, ecc. Quindi, fa uno studio scientifico sui
stadi della meditazione in cui lui dimostra (c’è un bellissimo lavoro su questo) che se si fa una
meditazione buddista e se ne fa una vedanta ci sono livelli diversi, per cui la persona ha delle percezioni
differenti ma la conclusione è uguale. Arriva comunque allo stesso livello di coscienza che è comunque
un livello non duale. Quindi, lui dice che è come se la metodologia della meditazione di ciascun popolo –
compresi i sistemi esoterici delle religioni monoteiste, sufi o cristiana – è esattamente come si fa in
psicologia in cui bisogna affidarsi ad un metodo: bisogna andare da un terapista, ci sono delle regole ecc.
Con la meditazione è la stessa cosa. Quindi, lui ha creato uno schema che raccorda queste cose. E questo
è, secondo me, il senso quando il Dalai Lama dice che nella concezione evolutiva dell’individuo la
psicologia occidentale ha avuto merito di aver chiarito tutte le tappe evolutive, le strutturazioni della
mente e dei livelli precedenti allo sviluppo transpersonale, di cui gli orientali non si sono occupati.

Nitamo MONTECUCCO
Pur avendo un grande rispetto per il pensiero di Wilber e per la sua visione psicologica vorrei rimarcare
che, per quanto riguarda la Psicosomatica Olistica e in particolare le attività degli psicoterapisti e dei
Counselor Olistici, è profondamente scorretto utilizzare una scala mista dove tre livelli su quattro sono
"patologici". E’ una visione a mio avviso che implica un approccio troppo giudicante: se sei evoluto sei
sano, se sei normale o poco evoluto sei malato. Sicuramente tutti noi abbiamo dentro dei livelli caotici
profondi, quello del sogno e del sonno senza sogni. Chiamerei, invece il livello "nevrotico", un livello
"duale". Posso avere un livello duale, ma nevrotico ha un altro senso, perché la dualità è normale mentre
il livello nevrotico o psicotico, sono sinonimo di patologia, e questo è profondamente lesivo per un reale
rispetto della persona e della visione dell'essere umano "normale". Questo schema dal caotico al non
duale è presente in tantissime tradizioni orientali. Il fatto è che in Oriente nella strutturazioni degli schemi
non avevamo tante e tali malattie psichiatriche. E. quindi, a chi interessano i pochi psicotici e quasi
nessun nevrotico: venivano considerati degli esempi fuori dalla norma, mentre tutti abbiamo dentro non
un livello psicotico, ma un livello caotico profondo, dove il caos è l’inconoscibile caotico inconscio.
Ecco, questo ce l’abbiamo tutti. Questi livelli sono abbastanza conosciuti dai Tanta, dal Buddismo. Non
avevano i metodi per curare uno psicotico come ha fatto l’Occidente, ma il Dalai Lama non si riferiva
tanto alla cura delle malattie psicotiche gravi, anche perché gli psicotici curati ce ne sono pochissimi, al
massimo sono un po’ migliorati.
Quindi, la potenza delle tradizioni orientali era quella sul ramo evolutivo, dal secondo livello in poi loro
consideravano evoluzione. Sono infinite scuole con infiniti sistemi diversi, alcuni che badano anche agli
aspetti meno violenti della malattia psichica. Se tu vai in Tibet e vedi come vivono ancora oggi le
famiglie tibetane io sarei rimasto lì a vivere: c’è una dolcezza e un’armonia tra di loro che non ti permette
di avere una malattia psichica. Per questo non lavoravano sulle malattie psichiche. Ci saranno tanti abusi
piccoli e grandi, ma nel complesso vedi una civiltà che ha alla base una tale armonia interna che non porta
alla rottura della schizofrenia della mente. C’è da dire che il suo è stato un contributo enorme
specialmente in un momento in cui soprattutto negli Stati Uniti da un alto c’era tutta la nuova psicologia
che stava emergendo, dare una traduzione transpersonale alla psicologia. Lui non si è inventato nulla, ha
messo insieme due mondi.

Luisa BARBATO
Poi in realtà questo schema è stato molto criticato.

Nitamo MONTECUCCO
Comunque calcola che alla fine degli anni ’70 noi lavoravamo tra le psicoterapie e le meditazioni di tutte
le scuole con la stessa divisione, solo che ‘caotico’ chiamavamo la psicologia di I° liv., la psicologia
dell’uomo ammalato. La psicologia dell’uomo sano che è quella umanistica, la psicologia di Buddha che
poi diventerà la transpersonale sarà la psicologia di coloro che hanno in parte già trasceso attraverso la
loro esperienza il ‘centauro’, l’uomo normale e che hanno già dilatato e che sentono e hanno la
percezione intuitiva o diretta del risvegliato, dello spirito dentro e che, quindi, diventano dei veri
ricercatori. Noi lavoravamo già con quello schema e quando vidi i suoi libri ne fui molto contento. Noi
eravamo un piccolo gruppo, lui in America aveva creato un movimento molto più vasto, per cui ha
contribuito enormemente.

Luisa BARBATO
Però, la cosa importante è, secondo me, una serie di conseguenze che vengono fuori da questi schemi e
che non sono così scontate. Ad esempio, una cosa importante è che si riesce a passare al livello
successivo solamente quando si è integrato completamente al livello precedente. Quindi, uno sviluppo
evolutivo che sia armonico è integrare a tutti i livelli. Che cosa succede se invece vengono fatti dei salti?
Perché poi nella pratica accade che vengano fatti dei salti. Allora quando si salta una fase, questo porta
degli scompensi e delle patologie. Ad esempio, lui dice che una persona che non ha ben integrato la parte
delle energie istintive e delle emozioni e va direttamente su uno stato transpersonale, se queste esperienze
non hanno una base solida, non vengono integrate e quindi danno luogo a degli scompensi.

Domanda: “per "integrare" cosa s’intende: prendere atto di quello stato e accettarlo per quello che è?”

Nitamo MONTECUCCO
No, quella è una comprensione intellettuale. Integrare significa realmente elaborare psicosomaticamente
una situazione, riportarla realmente nella propria vita vissuta, ossia sciogliere quella situazione critica di
blocco che può essere diversa e su diversi livelli, sul corpo, sulle emozioni o sulla mente. Per esempio un
classico di questo che stiamo dicendo è visibile in molte scuole spirituali che non fanno nessun lavoro sul
corpo e quindi si trovano ad avere queste persone un po’ pretesche, tutte di testa che parlano dei massimi
sistemi, di energia altamente spirituali, come i teosofi ancora oggi. Sono dei personaggi buffi e un po’
patetici, che ti raccontano mille cose sulla coscienza Adi o sul piano non duale e poi li vedi e hanno il
corpo devastato, non hanno vitalità, se parli con la moglie scopri che hanno conflitti emozionali enormi, il
rapporto con i figli disastroso, una vita sessuale scadente. A questo punto ti chiedi;” Ma che cos’è che
hanno imparato?” Hanno aperto a volte intuitivamente i livelli alti ma devono ritornare nel corpo reale per
“integrare”, e rifare il lavoro semplice anche perché una delle grandi intuizioni di Wilber è: “Perché un
sistema più alto deve includere quello basso?” Quello basso fa da motore.
La seconda considerazione è proprio il processo che avevamo visto nello schema precedente che era lo
schema della totalità. Cioè l’esperienza spirituale è un’esperienza di totalità, di unità di tutto il sistema.
Quindi, se il sistema ha dentro delle parti che non sono integrate, ha delle emozioni che non sono state
sciolte, delle concezioni psichiche rimosse, non puoi arrivare alla totalità del sistema, il sistema è carente,
non è un vero sistema unitario. E, quindi, Ken Wilber giustamente riprende il discorso di Gurdjieff, di
Osho, dei Sufi ecc. che è un lavoro di scuole, dove tu devi lavorare sul appunto su I° livello fisico, sul II°
liv. emozionale, sul livello della coscienza mentale e integrarli tutti insieme. Allora lì c’è un processo
evolutivo totale.

Luisa BARBATO
Poi lui dice (guardando lo schema) “tutto questo sono la coscienza e tutti questi livelli esistono sempre e
contemporaneamente, solo che sono dei livelli di sviluppo e d’integrazione.
Ci sono delle persone che sono disastrate sui livelli emozionali e fisici ma che hanno delle grandissime
aperture transpersonali. Quindi, c’è sempre uno scivolamento continuo di tutti noi su tutti i piani e non
come appare rigidamente nello schema. Non è che finché non si è arrivati al ‘centauro’ non si possa
arrivare alle altre dimensioni, perché in potenza ci sono tutte. Possono essere, lui dice, anche a livelli di
sviluppo molto diversi. Nella pratica per chi può, vuole fare il counselor olistico molto importante avere
in testa questo schema, perché quando si presenta una persona che ha una tematica tipica emozionale
molto forte, noi sappiamo che dobbiamo lavorare su quel livello lì. Non gli si può proporre un’apertura
meditativa, così come una persona i cui problemi sono cognitivi che riguardano il funzionamento e la
percezione delle cose lavorare sulle emozioni può essere inadeguato. Questo schema aiuta in qualche
maniera a capire il punto dove si è con quella persona lì. E’ un lavoro molto importante.

Nitamo MONTECUCCO
Allora, prendiamo l’Occidente dove sappiamo che c’è realmente qualcosa di psicotico dentro di noi,
qualche cosa di borderline e sicuramente molto di nevrotico. Se partiamo dal ‘centauro’ che è una persona
normale, il lavoro da fare è costantemente doppio, perché è qua che voi in particolare avrete da fare con le
persone, non andrete in contatto con i borderline o con gli psicotici Non è il vostro campo. Quelle che voi
vedete sono le persone normali che più o meno sono in un certo livello tra le nevrosi e l’equilibrio. Una
parte di lavoro sarà in negativo e una parte di lavoro in positivo. Il lavoro si deve sviluppare
necessariamente nelle due dimensioni e tanto più voi riuscite a capire quali sono i blocchi di quella
persona e andate ad aiutarla a sciogliere anche solo i blocchi fisici, a livello energetico, prendere
coscienza un minimo delle emozioni, anche solo comunicare, scioglierle: questo è il lavoro solo sul
negativo. E, contemporaneamente, come abbiamo visto tantissime volte, ogni volta che c’è uno
scioglimento di un blocco, quindi un’emozione, un’energia bloccata da un’emozione, bloccata a livello
fisico, si libera, questa viene reintrodotta nell’ambito della totalità come una delle energie fondamentali.
Come dicevamo prima, l’importanza del potenziale dell’ombra.
Quello è un pezzo in più dell’energia che ti mancava per andare un po’ più in avanti nella
consapevolezza. Quindi, il lavoro è su e giù. C’è un bellissimo raconto della tradizione dei Sufi “Le sette
valli”.: c’è un uomo normale che comincia un primo picco di meditazione e gli dà un nome bellissimo
tipo ‘la vetta dell’estasi’. Ma dopo la vetta c’è sempre una valle, e si integra si integra . Si sale una vetta
più alta della prima e sono sette valli e sette vette e ogni picco di altezza e di consapevolezza corrisponde
che vai sempre più nella valle. Questo riconosce il proprio lato negativo. All’inizio, quando si fa un
lavoro individuale e si scende nell’inconscio, tu ci scendi per quella che è la tua coscienza. Poi, quella
energia la apri e si espande e può entrare ancora di più nella coscienza negativa. Entri in una valle più
profonda, e quindi malessere. Magari l’anno prima stavi così bene e ti sembrava di aver superato tutto il
problema e dopo un po’ di meditazione stai peggio. Certo, perché hai più coscienza, più consapevolezza e
la tua sensibilità maggiore ti permette di vedere gli abissi, i condizionamenti, le cose dolorose ancora più
intensamente. Anche quello è un regalo, è parte del lavoro. E pian piano queste sette valli corrispondono a
queste sette vette, fin quando non arrivi a un punto finale non c’è un vero equilibrio, ma c’è un continuo
su e giù di energia.

Luisa BARBATO
Volevo aggiungere una cosa importante, e forse meno conosciuto, su Wilber. In realtà lui fino ad un certo
punto della sua vita continuava a scrivere, ad andare a conferenze, dibattere, andare in giro. Poi, ad un
certo punto si è scocciato, perché questo schema qui è stato molto utilizzato e tutti sono diventati
transpersonali lavorano ciascuno a modo suo e soprattutto molto “new age”. Quindi, ad un certo momento
lui si è arrabbiato, si è chiuso e ha deciso di non partecipare più ad alcun dibattito e a comunicare soltanto
tramite i suoi libri e poi attraverso Internet con il suo sito. Poi si è anche ammalato, ha perso la sua
compagna ammalata di cancro che lui ha seguito intensamente per due anni sino alla sua perdita (ha
scritto anche un libro “Grazia e grinta” in cui parla della storia con sua moglie).

Ad un certo momento si è chiesto come mai non riusciva a riconoscersi in tutti coloro che si definivano
transpersonali che si rifacevano proprio a lui. Ad un certo punto è arrivato ad una elaborazione in cui
definisce in che cosa si differenzia da Jung, perché molti lo definivano junghiano. Lui negò e fece una
riflessione secondo cui lui si differenziava da Jung e dalla New Age. Si chiese quale era la concezione di
Jung e anche quella della New Age. La nascita rappresenta un’incarnazione di un’anima e il bambino
quando nasce ha tutta una serie di poteri, è in uno stato molto vicino alla spiritualità. Quindi
l’incarnazione è un cadere nella materia, c’è in qualche maniera una graduale perdita dei poteri e della
conoscenza e anche delle connessioni spirituali. Anche il bambino perde questa connessione ed è come se
perdesse un Eden. un qualcosa che gli apparteneva, c’è questa nostalgia di qualcosa che aveva ed ha
perso. Questo è lo sviluppo fino all’età matura dopodichè c’è il recuperare questa dimensione fino ad
arrivare alla morte che dovrebbe essere una morte piena di consapevolezza. Quindi c’è questo processo
ciclico.

Wilber in realtà nega di pensare questo, perché l’incarnazione è totale. Lui ha cominciato gli studi sul
piacere, sulla madre e tutta la psicologia infantile e ha detto che il bambino non ha niente di spirituale. E’
istinto e basta. Quindi, non c’è un ritorno, ma c’è una progressione dello spirito che parte come materia,
istinto per passare poi alla parte razionale, alla parte cognitiva, e poi diventa spirito. Quello che lui dice è
che le concezioni ‘new age’ fanno confusione tra il pre-personale - corpo/emozioni – e gli stati spirituali.
Egli pensa che gli stati pre-personali iniziali dello sviluppo dell’individuo che possono avere delle cose
apparentemente in comune con il percorso spirituale – una certa semplicità e immediatezza nel sentirsi
diverso – in qualche maniera vengono confusi. Dice che anche Jung era caduto in questa idea qua. Si è
ingenerata una confusione tra il livello pre-personale e il livello spirituale. Quindi, quello che molti
movimenti new age propugnano non è vera spiritualità, ma a un nostalgico livello pre-personale che dal
punto di vista evolutivo e dello spirito è un ritornare indietro.
Secondo me, è un punto di vista molto interessante .

Nitamo MONTECUCCO
Il bambino viene condizionato, non ha la consapevolezza di questo: è un buddha, ma non lo sa. Quindi, ha
la sensibilità che non è ancora consapevole. Poi, però, perde la spontaneità e la naturalezza dell’essere,
perché viene bloccato nelle funzioni fisiologiche, biologiche, emozionali e psichiche che devono essere
ripristinate per portare la persona allo stato di normalità e che se, però, vengono fatte con consapevolezza
possono anche diventare degli strumenti di elevazione.

Luisa BARBATO:
Sì, Wilber dice che l’individuo ha questa corporeità ed emozionalità che sono molto naturali.

Nitamo MONTECUCCO:
E il bambino è vicino a se stesso come lo è un animale, anzi di un essere umano perché ha una coscienza.
Nelle ricerche di un professore universitario americano, Jan Stevenson, che fa delle ricerche sui ricordi di
reincarnazione i bambini fino all’età di quattro anni hanno un elevatissimo ricordo di vite passate. Lui è
andato in tutto il mondo e ha una casistica di un migliaio di casi con situazioni di questo tipo. Ad esempio
un bambino in Australia dice di essere vissuto nell’Inghilterra del 1700, in quel paese, quella casa e altro
ancora. I genitori hanno voluto verificare per cui prendono l’aereo, vanno in Inghilterra, arrivano in
questo posto e il bambino continua ad affermare e raccontare particolari esatti della casa, del tipo di
pavimento che aveva allora la stalla. Al che i genitori fanno fare delle ricerche, pagano le spese, buttano
per aria la stalla e dopo strati diversi di pavimento arrivano al tipo di pavimento disegnato e descritto dal
bambino. E’ pazzesco. Mia figlia di quattro anni mi raccontava delle sue vite passate come una vecchia
donna che racconta la sua vita parlando dei suoi tre figli, della guerra ecc. Poi, quando lei ebbe cinque
anni le chiesi di raccontare ancora quella storia e lei non si ricordava più. Non l’aveva più nella memoria,
è come si fosse staccata da una matrice. Quindi, c’è non solo una corporeità.
Un altro esempio di Jan Stevenson è un bambino dello Sri Lanka, di una famiglia induista, si ricordava di
essere stato un prete buddista. Già lì gli giravano le palle a tutti. Lui, invece, insisteva a dire che era
veramente un prete buddista che girava con una macchina rossa. Fanno ricerche e scoprono che c’era un
grande monaco buddista che era un grande oratore, era arrivato un americano che era diventato buddista e
gli aveva lasciato una grande macchina decappottabile rossa con cui lui andava in giro a fare le
conferenze. Aveva anche uno dei primi giradischi con i dischi in vinile che c’erano ancora sull’isola e
quando gli avevano fatto vedere la foto con tutti i monaci di vent’anni prima, lui si riconosceva
immediatamente. Questo però fino ai 4, 5 anni.

Luisa BARBATO:
Lui dice soltanto questo: “Attenzione a non confondere il piano spirituale con il piano pre-personale.
Quello che molti movimenti new-age propongono è il ritorno nostalgico al piano pre-personale, perché lui
ha una concezione molto evolutiva. E tra l’altro – e qui ha mutuato delle cose da Aurobindo - che cosa
comporta questa idea evolutiva da un punto di vista non solo individuale ma globale del pianeta? Lui dice
che la coscienza si incarna a livello collettivo e passa per l’ombra, passa per la materia, perché deve
passare per questo per poter arrivare. Questo processo funziona con lo stesso processo, quello che è vero
per il singolo è vero per il collettivo e in qualche maniera questo è anche il processo della coscienza
collettiva: la coscienza si incarna, passa per l'esperienza fisica, reale, materiale e poi verso il processo
evolutivo. Questo che cosa comporta, che lui trova che la nostra epoca – e questa è la grande differenza
con la new age e con un certa spiritualità junghiana tradizionale – nella sua cultura, nella sua violenza, il
‘900 con tutto il disordine e il caos che c’è è molto più spirituale di quello che erano le epoche precedenti.
E’ come se fossimo passati da epoche pre-personali, quindi, epoche più semplici, più immediate ad
epoche di maggiore incarnazione e consapevolezza e siccome stiamo scendendo molto nell’ombra e
l’incarnazione sta andando molto nel profondo questo è il segnale che l’evoluzione andrà verso l’alto.
Lui è dunque in contrasto con i movimenti new-age perché dice che non bisogna ritornare alle civiltà
precedenti più semplici, con questa spiritualità. E si chiede: “Perché sono saltati i sistemi religiosi, perché
sono saltati i sistemi locali, perché questo mondo va verso questa globalizzazione che macina tutto,
frantuma tutto e non ricrea su livelli più elevati?”. Cioè rispetto alle cose del passato possiamo avere delle
nostalgie: c’era una cultura locale che conteneva le persone, anche una spiritualità locale. Però non è più
questo il momento. In questo senso questo momento di brutture è molto più spirituale, secondo lui, molto
di più di quanto lo era nelle epoche precedenti. Dice che Assagioli è stato un precursore della
transpersonale, perché aveva capito proprio questo.
Anche Assagioli ha questa concezione evolutiva che lo differenzia dalle concezioni tradizionali. E. questa
concezione qui sull’incarnazione della coscienza e sulla più grande spiritualità della nostra epoca rispetto
alle precedenti malgrado non sembri …
Il disordine attuale è il segno dello spirito che sta lavorando nella materia e questo lo prende come
riferimento da Aurobindo.

Nitamo MONTECUCCO
Le componenti new-age degli ultimi 30 anni io le trovo utilissime, perché comunque ispirano molte
persone a intraprendere un cammino interiore, ma a assolutamente false a un certo livello e pericolose
perché sono delle assurde illusioni: ci sono tanti falsi maestri dell’ultima ora che si spacciano come
illuminati, tutti i chanelling pazzeschi che ti raccontano cose banali, il concetto che la via spirituale è una
via di rose e fiori, non c’è il concetto di realtà, di responsabilità reale della vita, c’è quasi un concetto di
fuga dalla vita per cui bisogna elevarsi, non c’è il lavoro pesante dell’ombra. Su questo sono
assolutamente certo: la via interiore è una via intensa e pesante che a volte ti porta anche a confrontarti
con questa parte caotica. In alcuni casi, se ci sono stati dei traumi pesanti può diventare chiaramente
psicotica. Io ho visto tante persone normali entrare in profondità a livello prenatale o natali per poi vivere
in uno stato psicotico anche se di una giornata, come è capitato a me. (Nitamo racconta di sé, della
propria nascita). E’ un lavoro pesante e difficile. Anzi, senza fare l’elogio del negativo – non devi
necessariamente soffrire per stare meglio – le persone che hanno comunque avuto del negativo, se
l’hanno utilizzato possono fare dei passi in avanti notevolissimi. I miei amici che hanno avuto conquiste
di consapevolezza più elevate sono veramente quelli che hanno passato delle situazioni di vita familiari
tra le peggiori e quelli sono riusciti ad uscirne hanno acquisito livelli di consapevolezza enormi. Una
parte delle scuole spirituali di psicologia che raccontano come le anime elevate a volte scelgono
incarnazioni difficili dato che comunque quando si incarnano passano il processo di dimenticanza. Cioè,
una volta che sono incarnati tanto vale giocare pesante, perché se giochi che sia la madre sia il padre ti
vogliono bene, tu diventi un bravo bambino. Se, invece, hai una situazione di ampio conflitto, hai però
un’anima di cui ti fidi, hai la tua forza, riesci ad un certo momento trovare la via d’uscita. Questo
significa – se sei un bodisattva, se sei un’anima che lavora nel sociale - aver trovato lo stesso tipo di
meccanismo con cui aiutare un sacco di persone che poi troveranno la propria strada.

Luisa BARBATO
Io concluderei dicendo che lui ha assunto questa posizione di separazione, si è definito non più
transpersonale, ma integrale.


Biografia (di Giuseppe Pagliaro)
Ken Wilber é nato nel 1949 ad Oklahoma City. Ha completato i suoi studi scolastici a Lincoln, Nebraska,
e cominciato gli studi in Medicina alla Duke University. Durante il primo anno, perse ogni interesse nel
perseguire una carriera nelle scienze, e cominciò a leggere di psicologia e filosofia, sia Orientale che
Occidentale. Ritornò in Nebraska per studiare Chimica. Conseguita la specializzazione in biochimica,
lasciò il mondo accademico per dedicarsi interamente a studiare e scrivere. Con 20 libri sulla spiritualità e
la scienza, tradotti in 25 lingue, Wilber è oggi il più tradotto autore accademico degli Stati Uniti. E’ visto
come il più importante esponente della psicologia transpersonale, che emerse negli anni ‘60 dalla
psicologia umanistica, e che ha per argomento il sé e la spiritualità, da cui Wilber si è evoluto verso la
Visione Integrale. A causa della natura fondamentale e pionieristica delle sue concezioni, Wilber è stato
chiamato ‘L’Einstein della coscienza. Per oltre quindici anni ha studiato e si è dedicato allo Zen
buddhista. La psicologia transpersonale aveva avuto in Abraham Maslow il suo iniziatore negli anni
sessanta. In Roberto Assagioli aveva avuto il suo primo codificatore, ma in Wilber trova il contributo più
vasto e importante, che lo porterà alla Visione Integrale

Opere consigliate:
· Spectrum of Consciousness (1977)
· Sex, Ecology, Spirituality (1995-2000)
· The Atman Project (1980) A Brief History of Everything (1996)
· Up from Eden (1981) The Eye of Spirit (1997)
· The Holographic Paradigm (1982)
. Marriage of Sense and Soul (1997)
· A Sociable God (1982) One Taste (1999)
· Integral Psychology (2000)
· Quantum Questions (1984) A Theory of Everything (2000)
· Spiritual Choices (1986)
· Transformations of Consciousness (1987)



L'INTENSIVO DI ILLUMINAZIONE DI CHARLES BARNER
(VEDI CAPITOLO SULL’”APPROCCIO OLISTICO AL COUNSELING”)







LA PSICOLOGIA NON DUALE


Marifa DE BENEDETTI
Io volevo fare una specie di meditazione ad occhi chiusi semplicemente per rinfrescare lo stato di
presenza, dato che parlerò essenzialmente dello stato di presenza nel lavoro di counseling: quello che
riguarda la cosiddetta saggezza non duale.
Provate a sentire come vi sentite adesso, com’è in questo momento il vostro stato di qualità, il vostro stato
di presenza, il vostro esserci, e poi immaginatevi 5 anni fa. Non c’è bisogno che troviate dei fatti
specifici, ma cercate di percepire in questo momento com’era allora il vostro stato di presenza, il vostro
esserci. E poi, torniamo ancora nel tempo indietro fino a più o meno 20 anni. Non c’è bisogno di nuovo di
avere ricordi precisi, ma centratevi a sentire, percepire com’era, com’è, il vostro stato di presenza. E
anche se c’è uno stato di cambiamento nel vostro stato di presenza. E poi, ancora andate indietro fino
all’adolescenza fino ai 13, 14 anni: com’era e com’è lo stato di presenza, il vostro esserci. E ancora,
torniamo indietro nel tempo fino ai 6 anni e di nuovo cerchiamo di percepire com’era il nostro stato di
presenza, come ci percepivamo. E poi, ancora indietro, ai primi mesi di vita, quando avevamo gli occhi
aperti al mondo, questi grandi occhioni che guardano fuori e com’era questo stato di presenza, allora, e se
c’è differenza con lo stato di presenza adesso. E poi, fate uno sforzo maggiore, non seguite la logica ma
affidatevi a come vi viene, cerchiamo d’immaginare com’eravamo presenti, com’era lo stato di presenza
quando lo spermatozoo s’inserì nell’ovaio e, possiamo immaginarlo come un punto adimensionale che
nello stesso tempo è posizionato nel centro del cuore. Ed entriamo in questo punto senza dimensioni che
esiste in tutte le dimensioni e usciamo dall’altra parte espandendoci all’intero universo e cerchiamo di
percepire com’è il nostro stato di presenza oscillando tra questo punto adimensionale nel centro del cuore
e l’intero universo. E, espandendoci all’intero universo vediamo se percepiamo dei confini, andando ai
confini dell’universo, il nostro stato di presenza si arresta lì e include anche questi confini.
E adesso, come lo sentiamo questo stato di presenza: è diverso, allora. adesso, espanso in tutto l’universo,
in questo punto dimensionale che crea tutto l’universo.
E, cerchiamo adesso di mantenere questo stato di presenza che noi siamo, che non è diversa per ognuno di
noi, è la stessa presenza per ognuno di noi, e pian piano apriamo gli occhi e cerchiamo di mantenere
questo stato di presenza.
Questo stato di presenza che è anche lo stato dell’essere, è uno stato di non separazione, che non ha
confini, che non ha limiti. Questo stato si può utilizzare per eliminare la sofferenza. Esiste tutto un gruppo
di terapisti non duali o dei saggi non duali che usano anche degli strumenti terapeutici per arrivare allo
stato di presenza in comunione con il cliente, per cui terapeuta e cliente non sono più divisi ma nello
stesso stato di coscienza, in cui si può affrontare in modo diverso dal solito e molto più efficace e
risolutivo il problema della sofferenza.
La sofferenza, da cosa è causata? Ci sono tre punti principali che poi sono interconnessi, sono circa la
stessa cosa, ma visti da un’angolazione leggermente diversa. Anche se qui Nitamo forse non è d’accordo,
la sofferenza essenzialmente è dovuta alla perdita del rapporto con la propria vera natura. Uno soffre
perché non è più in contatto con quella parte vera di sé. Anche questa nostalgia di cui parlava Wilber è
una cosa che in qualche modo si conosceva. Non importa se poi da adulti la si conosce in modo più
articolato, ma la conoscenza diretta, immediata di quello che uno è perché è quello che è, c’è già da
subito. Uno non sa di essere. Non può dire “so”, perché non ha l’articolazione per dirlo, ma è corporeo,
quasi fisico, è la sua sostanza stessa di essere. Quella sostanza è l’essere che sa di essere anche quando è
appena nato. Rimane una traccia mnemonica nell’individuo quando prende contatto per processi di
crescita.

Quindi, la sofferenza è dovuta:
• alla perdita del contatto con la propria natura
• al fatto che ci si prende per un individuo separato dal resto del mondo, separato dal resto degli
individui. E in quanto ci si considera un individuo separato si creano dei confini, delle barriere, delle
difese, dalla realtà che è parte di quello che siamo come natura essenziale. Questo di nuovo crea
sofferenza: l’essere separato ci impedisce di unirci, di scoprire, di sentire quello che siamo sin dalla
nascita: presenza. La presenza non ha confini. Se l’avete percepita durante una meditazione, vi potete
espandere nell’universo, ma siete ancora presenza. Certo, una presenza focalizzata in un corpo fisico,
ma in realtà non ci sono confini. Ci sono solo delle localizzazioni di un certo tipo di percezione
all’interno di una cosa che non ha assolutamente confini.
• Per difendere questi confini, questo senso di separazione, questo senso di identità che si assume nella
relazione con il padre e la madre, o in relazione con il mondo e così via, si acquista una personalità
che non accetta la realtà così com’è. Voi potete immaginare qualunque cosa, anche piccolissima che
voi non accettiate così com’è, non vi va bene, non volete che sia in un certo modo, vi contraete,
soffrite.

Quindi, la possibilità di eliminare sofferenza, non importa quali siano le cause (traumi infantili, il
rapporto con la madre non riuscito, karma difficile) il punto è di accettare la realtà così com’è. Ma come
si fa ad accettare la realtà così com’è? Come si fa a vederla questo è un altro discorso. Ma nel momento
che si entra in uno stato di presenza - se riuscite a mantenere ancora il contatto con il vostro essere - la
presenza non rifiuta, la presenza accetta quello che è così com’è. E se avete un problema, quando siete in
uno stato di presenza, che disturbo vi dà questo problema? Questo non vuol dire che l’avete già risolto,
dovete cercare magari qualche soluzione, però questa soluzione può tranquillamente col tempo far saltar
fuori uno stato di presenza, invece che usare la mente per cercare di uscire da una situazione in cui voi
siete all’interno di essa. Con la presenza, invece, voi siete al di fuori di questa situazione, la include, è
molto più vasta, perché ha molti più strumenti per risolverla: il problema diventa molto più piccolo, molto
meno persecutivo, molto meno ossessivo. Voi siete molto più rilassati e avete molte più possibilità di
poterlo risolvere. Certo, non è facile arrivare a un senso di presenza sufficientemente stabile per far tutto
questo tipo di lavoro.
Quando lavorate con delle persone che hanno dei blocchi emozionali, blocchi fisici o altro, potete iniziare
ad usare altri strumenti terapeutici per sbloccare la persona in modo che si rilassi, si espanda e possa
entrare in uno stato di presenza, perché se la persona non ha conosciuto, assaggiato lo stato di presenza (a
parte il fatto che lo conosce proprio perché fa parte della sua vera natura) voi dovete comunque
conoscerlo, averlo, essere stabiliti in questo stato di presenza per poterlo comunicare per empatia al
cliente.

Questo, diciamo, è la fine della terapia. E’ la terapia più avanzata che si possa fare usando tutti gli
strumenti terapeutici che avete a disposizione nella vostra cultura, nella vostra esperienza personale. Per
risolvere completamente il problema della sofferenza non si può fare altro che usare la propria vera
natura, il proprio stato di presenza, il proprio essere. Prima, in quel momento, non ci può che essere una
parte con la propria sofferenza. Anche l’uomo più normale, come diceva Luisa, ha comunque uno stato di
sofferenza. L’incarnazione di per sé è anche uno stato di sofferenza, perché la vera natura (questo poi non
tutti lo accettano ma è una possibilità) si chiama “the core wound”, la ferita centrale, originaria,
incarnandosi vi mettete da uno spazio infinito, senza limiti e senza confini, in uno spazio limitato. Potete,
però, con la consapevolezza capire questa cosa qua e accettare di essere infinito e senza limiti che vive
almeno parzialmente in uno spazio limitato.
Quando si parla di un certo tipo di verità non è possibile parlarne in un modo lineare. Un certo tipo di
verità è descrivibile solo usando spesso gli opposti contemporaneamente validi e non più in opposizione,
ma in coesistenza.
Troppo difficile? Allora proviamo così: provate a mettervi in uno stato di attesa senza attesa o di ascolto
senza ascoltare. Ascoltate senza ascoltare. Non ce la fate mentalmente, dovete andare in uno stato di
silenzio.
Questa è la parte della terapia non duale.
Quindi, essenzialmente la cosiddetta psicoterapia e saggezza non duale è un modo di operare che si sta
abbastanza manifestando ora con parecchie persone che lavorano nel campo della psicoterapie, che hanno
fatto molto lavoro con dei maestri o meditazioni per anni anche a livello personale e hanno aggiunto una
certa percezione dello stato di presenza, dello stato di non separazione, riescono a fare questo tipo di
lavoro con il cliente ottenendo dei risultati decisamente non ottenuti con le normali psicoterapie,
Poi, per quanto riguarda l’indirizzo tecnico posso accennare soltanto ad alcune piccole cose. La cosa più
semplice è guardarsi negli occhi che può essere molto intenso o molto soft. Questo può aiutare ad arrivare
a una comunione e uno stato di presenza. Poi, dipende anche dalle persone che vi trovate: può essere un
respiro in diverse forme. Ci può essere il respiro energetico o il respiro rilassato. La percezione in modo
diverso del corpo e del corpo energetico può innestare questo stato di presenza, ma se il terapeuta è già
focalizzato sul proprio stato di presenza può aiutare il cliente andare nello stato di presenza.
C’è un esercizio di un illuminato inglese che si chiama Douglas Harwey (de “La via senza testa”), si è
illuminato in un viaggio in India sull’Himalaya, dove si era illuminato il Buddha, e ha scoperto
improvvisamente di non avere una testa. Allora, noi siamo condizionati sin da bambini ad avere una testa:
ci guardiamo allo specchio e diciamo ‘questa è la mia testa’. Usate una percezione priva di memorie di
quello che avete imparato nel passato e usate il dito per indicare quello che vedete. Cosa vedete? Il
ginocchio, la gamba, la testa. Nel momento in cui fate così percepite lo spazio e dentro questo spazio c’è
il punto zero che voi non potete vedere, Voi avete la concezione che le cose che vedete sono fuori di voi,
sono dal vostro corpo, ma non fuori di voi. Dentro questo spazio c’è tutto, quello che vedete e quello che
non vedete, c’è la vostra coscienza, la vostra presenza. Questo semplice esercizio si può usare anche per
aiutare la persona a percepire in modo diverso se stesso, aiuta a trovare il senso di presenza e spazio. Si
sentono le cose, è la percezione fatta dal di dentro, dalla distanza zero. Al centro c’è il vuoto che è
totalmente cosciente.





LA PSICOLOGIA SUFI DI AHALMAAS


Poi, c’è un lavoro del maestro sufi che si chiama Ahalmaas i cui lavori si fanno anche qui in Accademia
(vedi testo “Essenza” ediz. Crisalide) . Questo maestro sufi chiama la natura vera la presenza, natura
essenziale o essenza. Studiando la psicologia delle relazioni oggettuali e il come si crea il senso del Sé si
scopre che nei primi anni di vita si crea nel rapporto oggettuale tra il bambino e la madre soprattutto, il
rapporto del soggetto con l’oggetto, il rapporto del bambino e un oggetto esterno, bambino e il padre. La
relazione oggettuale passa attraverso diverse fasi: autismo infantile, simbiosi, processo di separazione
(quando è in grado di muoversi verso il I° anno ) che si completa verso il III° anno di vita. Queste
relazioni oggettuali tra il bambino e la madre sono percezioni di sé: cinestesiche, corporee, sensazioni
varie, e un affetto, un’emozione, un colore affettiva che veda le due immagini del Sé. Queste poi si
combinano, oggetto ed emozione, fin quando non si arriva ad un struttura più complessa che diventa
l’immagine di sé e poi da lì si arriva a strutture ancora più complesse che formeranno l’Io, l’Es e il Super
Ego e così via.
Ahalmaas ha studiato nei primi tre anni di vita, teorizzando con il sostegno di dati sperimentali, che il
bambino nasce con una natura essenziale incontaminata che ha un certo tipo di potenziale da dove
fluiscono diverse qualità che possono essere: volontà, presenza, contatto, valore. Qualità essenziali non
sono concettuali, sono pre-concettuali, cioè uno sa e si sente valore, è semplicemente il suo potenziale
essere valore, è suo potenziale avere la qualità della forza. Poi questo potenziale si può usare per fare
delle cose in un certo modo.
Allora, lui ha scoperto il modo con cui si sviluppa il bambino anche con le frustrazioni dell’ambiente e la
necessità di adattarsi ad esso. Infatti, nasciamo anche con la necessità di essere riconosciuti e di essere
amati. Se non veniamo amati in modo opportuno, arriviamo a dei compromessi. Quasi sempre dobbiamo
reprimere certe manifestazioni della vera natura. Reprimiamo una, due tre volte finchè questa natura
essenziale va nell’inconscio e viene distrutta, o meglio, viene velata dalle strutture difensive che si
formano e velano la nostra vera natura essenziale. Le strutture difensive sono strutture concettuali,
mentali. La natura essenziale non è mentale. Ahalmaas ha scoperto :
1°) che l’essenza nei primi tre anni di vita viene quasi completamente mascherata
2°) che certe qualità vengono mascherate prima e altre dopo. Comunque nei primi tre anni il bambino
perde quasi completamente il contatto con la propria natura essenziale.
Le difese che vengono costruite talvolta sono simili a quelle essenziali, ma non sono essenziali. Quando si
va a lavorare psicanaliticamente sulle difese che costituiscono la struttura dell’Ego, si smantellano le
difese e si creerà una lacuna, un vuoto. Da questo vuoto, se il terapista ha spiegato che tipo di lavoro si sta
facendo, la natura essenziale che è stata velata dalle difese può riaffiorare. L’individuo riacquista così
questa pienezza e totalità in modo non concettuale, ma in modo vero che è molto più vero di qualunque
forma-pensiero di origine concettuale. Questo è un processo di guarigione che diventa una guarigione
totale. Nel caso di Ahalmaas le tecniche sono lunghe quanto le tecniche psicanalitiche o quelle
bioenergetiche che durano 3, 4, 5 anni. Non è un lavoro veloce.
Un lavoro veloce è quello indicato all’inizio: non sarà completo, ma lo stato di presenza potrà alleviare
tantissimo la sofferenza di una persona o di problemi facilmente solubili, perché il cliente cambia
totalmente l’immagine di sé e comincia ad affrontare la vita in modo totalmente diverso. Può essere molto
molto rapido.



Nitamo MONTECUCCO
Ho fatto un lavoro iniziale con Ahalmaas sulle ‘latifa’, le energie essenziali connesse con i colori, le
emozioni e gli stati d’animo, ed è una concezione molto bella. Questi mistici sufi sono riusciti ad entrare
nei colori energetici dell’essere umano, nei chakra e nelle energie e noi sappiamo ,anche se non le
vediamo, che ogni centro o energia hanno un colore - talvolta sono tenui, a volte pesanti, a volte a tinte
pastello o intensissime. Loro hanno, quindi, definito il bianco del vuoto, il bianco della luce, il bianco
freddo, il bianco opaco, e così il rosso. Ci sono infinite gradazioni per entrare nelle emozioni del rosso o
del bianco di un certo tipo. E’ esattamente quando vediamo un giglio bianco e ne siamo rapiti, perché ci
risuona con il bianco di quella qualità dell’essenza dell’anima. A volte entriamo nel rosso: può essere un
rosso di sangue o può essere un rosso di sensualità incredibile. Loro hanno delle variazioni di rosso
pazzesche: ci sono dei rossi che loro chiamano ‘colore rosso granata del melograno’ che è la passione
spirituale più calda e hanno infinite variazioni, come i rossi pallidi, le tinte stinte che corrispondono a stati
di sessualità cadente, di emotività vuota, di finta energia. E così si entra in questo lavoro molto bello.
Ogni gruppo che dura alcuni giorni si intinge di un colore. Si fanno tutti i colori dell’anima e passando
attraverso i colori e le varie personalità dell’eneagramma si sviluppa questo lavoro che ti riconduce
all’essenza, all’anima. E’ un lavoro molto interessante.





















oooOOOooo









LA PSICOLOGIA OLISTICA


LA SINTESI DELLE VARIE SCUOLE PSICOTERAPEUTICHE E MEDITATIVE
PER LO SVILUPPO DEL POTENZIALE UMANO E L’EVOLUZIONE DELLA
CONSAPEVOLEZZA GLOBALE


Nitamo MONTECUCCO
Dopo questa carrellata dei principali autori che hanno contribuito a creare le basi della psicologia
moderna, entriamo nell’argomento centrale di questo testo: la Psicologia Olistica, le sue basi e la sua
evoluzione.
Abbiamo visto che nell’utilizzo delle tecniche o delle scuole più vecchie la gente attinge dagli autori
anche delle informazioni più specifiche. Per esempio io sono convinto che Reich sia stato in fondo come
siamo stati tutti noi della nostra generazione, che siamo partiti come atei contro la chiesa, le istituzioni e
poi siamo entrati in una spiritualità cosmica, in una spiritualità differente. Reich questo processo l’ha
fatto, Jung questo processo l’ha fatto. I grandi maestri, per esempio potremmo citare un grande maestro
italiano, Assagioli che è stato veramente straordinario, che ha pubblicato una serie di libri sotto uno
pseudonimo ed è stato uno di quelli che ha sponsorizzato la traduzione di tutti i libri della Alice Bailey.
Quindi, tomi grossi di 500 pagine tipo la “Guarigione Esoterica”, la “Psicologia Esoterica”, testi
bellissimi. Erano dei personaggi che avevano veramente un’anima molto intensa e sicuramente tutta la
psicologia moderna che cercheremo di coprire, partendo dall’umanistica alla transpersonale, è come se
avesse subito questo fascino all’iniziazione, alla meditazione, per cui proprio a livello di scuola l'uso della
meditazione in terapia, era già incominciata negli anni ‘60 ad Esalen. In America nacque un gruppo
interessante che si chiamava Arica che aveva cercato già all’inizio di integrare. Poi, c’è tutto il lavoro di
Osho, che in India diede una serie di iniziazioni soprattutto attraverso le terapie di gruppo. Arrivavano
tutti quelli di Arica, tutti quelli della Primal, quelli della bioenergetica tedesca e americana, la gestalt,
arrivò Ronald Laing e a Poona si creò questo primo gruppo dove la psicoterapia era assolutamente
orientata allo sviluppo della consapevolezza. Quindi, psicoterapia e meditazione funzionarono insieme.
Ancora oggi, per esempio la Primal che facciamo qua viene fatta da Swarup che è stata una delle
collaboratrici dirette di Ronald Laing e che ha diretto uno dei suoi centri psichiatrici per tanti anni.
Quindi, c’è stato veramente un inizio, però questo lavoro continua sempre integrando e contaminando
scuole di tipo differente, con approcci differenti.
Qualche anno fa il Dalai Lama fece questa grossissima dichiarazione che la psicoterapia moderna, in
particolare quella dei gruppi, è uno strumento essenziale per la crescita spirituale. Dei grandi maestri
nessuno si era spinto in questo modo anche perché non c’erano delle psicoterapie in grado di facilitare
ciò. Intanto una delle cose straordinarie è proprio che dall’inizio della psicologia transpersonale, alla fine
degli anni ‘50 e inizio anni ’60, si sviluppa questo movimento di gruppo. Prima le terapie di gruppo non
esistevano, erano gruppi di persone che chiacchieravano, facevano quattro cose, non c’era una vera
struttura di gruppo, di psicoterapia. Nemmeno Mesmer lavorava sulla psiche ma faceva fare
fondamentalmente delle catarsi di tipo sciamanico. Li faceva ballare, l’energia saliva, loro andavano fuori
di testa e liberavano delle emozioni grosse, ma non era un uso attento e consapevole delle energie. Gli
sciamani quando perdono coscienza non sanno che cosa succede. Invece nelle dinamiche di gruppo la
catarsi è assolutamente cosciente. E’ un po’ come il passaggio dal vecchio mesmerismo o dallo
spiritualismo, dove le persone andavano in trans e perdevano coscienza, ai moderni channeling, dove
nessuno perde coscienza ed è una comunicazione di alto livello che avviene all’interno di un’energia
molto presente, di cuore e consapevole.
E’ il cambiamento del nostro pianeta che ha dato questi risultati. Negli ultimi 20 anni c’è stata
un’evoluzione delle psicoterapie di gruppo con questo processo, chiamiamolo di “ibridazione” collettiva
che non ha paragoni. Tutti quelli che vengono qua, e noi abbiamo al Villaggio Globale circa 30 gruppi di
terapia e in questi 30 gruppi non c'è uno che non abbia fatto la P.N.L., Primal, Bioenergetica, Gestalt, ecc.
Tutti si fanno tutto. Appena c’è un nuovo maestro che propone qualcosa, tu vedi il popolo dei terapisti
che si fa qualsiasi tipo di esperienza possibile e c’è uno scambio enorme e miglioramento. Nella fisica e
nella scienza olistica - che è stata in parte qualche volta anche sperimentata a livello scientifico – c’è
l’autore dei campi morfogenetici, Rupert Sheldrake che ha creato l’idea della sincronicità degli eventi
attraverso la ripetizione. Cioè, si sono accorti a livello scientifico che quando una ditta deve formare ad
esempio un farmaco e deve venderlo in forma cristallizzata, la cristallizzazione di alcuni farmaci richiede
dei tempi lunghissimi e molti laboratori continuano a lavorare per fare lo stesso farmaco, ma quando in un
laboratorio al mondo accade, riesce la cristallizzazione, quasi contemporaneamente è una corsa a
depositarlo, perché negli stessi giorni o nelle stesse ore accade in altre parti del mondo. E’ come se
l’energia di una forma si trasmette, l’energia di un’emozione si trasmette, l’energia di una evoluzione di
consapevolezza si trasmette. Cosa succede? Succede che in questo nostro tempo sicuramente c’è stato un
aumento di energia. E quello che per me è stato un lavoro almeno di 5 anni di gruppi pesanti, tre quattro
ore al giorno di meditazione, adesso diventa possibile in due o addirittura un anno. E’ come se la
maturazione collettiva crea questa risonanza che facilita i processi di evoluzione della consapevolezza.
Succede che all’interno dei gruppi quello che abbiamo visto negli anni ’70 una serie di gruppi (ad es . la
vecchia bioenergetica o il vecchio encounter) fatti soprattutto dai vecchi terapisti tedeschi erano di una
violenza pazzesca. Allora lavoravo in un ospedale dove vedevo anche arrivare contusi, con le ossa rotte,
pugni in faccia, una violenza collettiva molto alta che pian piano nel giro di 20/25 anni di lavoro si è
ridotta enormemente, anzi se prima non partivi con quell’energia non succedeva niente, adesso se parti
con quell’energia è troppo. E’ come se si fosse alleggerito il carico delle persone nonostante abbiano delle
rabbie, basta solamente creare un contesto e le stesse emozioni escono con estrema facilità. Quello che
noi riteniamo è:
1- L’energia del pianeta si sia elevata e trasformata su buon livello di maggiore densità e intensità.
Fenomeno di risveglio della coscienza collettiva che è stato previsto da molte tradizioni antiche e che ha
dato vita al concetto di New Age.
2 – Si osserva un incremento e un riverbero globale di esperienze di risveglio della coscienza individuale
e di liberazione delle emozioni che hanno creato come un “campo morfogenetico” planetario, come lo
chiama Rupert Sheldrake, che facilita ulteriori processi simili. Ricordate l’esempio della centesima
scimmia che quando in una società di scimmie pochissime scimmie avevano imparato a lavare le patate
dolci buttate nella sabbia e che per tanti anni il gruppo le mangiava con tutta la sabbia e da un giorno
all’altro tutta la società delle scimmie iniziò a mangiare le patate lavandole. E’ come se un piccolo gruppo
di persone cresce piano piano, molto lentamente e ad un certo punto raggiunge la massa critica. Si parlava
simbolicamente della centesima scimmia, come se fosse un decimo della loro società, che ad un certo
momento passa di là e fa catalizzare un’intera società di scimmie. Questa è una parte della teoria delle
catastrofi. Quindi, noi speriamo che attraverso di voi, attraverso il lavoro collettivo che stiamo cercando
di fare attraverso la formazione dei counselor e delle tecniche di sviluppo del potenziale umano e di
crescita umana possiamo arrivare a creare una certa massa critica che possa catalizzare anche la nostra
società globale. Vi ricordate il fenomeno dei blue-jeans: negli anni sessanta non si potevano portare
soprattutto al liceo o in banca. Io nonostante i divieti cominciai a portarli anche a scuola seppur giudicato
come un eccentrico. E dalla fine degli anni sessanta, da un giorno all’altro, tutte le bancarelle di tutti i
mercati vendevano i blue-jeans e le persone accettarono i blue-jeans come una cosa naturale. Quando
l’idea entra nella mente collettiva, nel main stream, avviene questo passaggio sociale.



LO SVILUPPO DEL POTENZIALE UMANO
E L’ARTE DI FACILITARE L’”ESPERIENZA DELL’ESSERE”

Lo sviluppo del potenziale umano per noi in questo momento storico di cambiamento deve essere
diretto con decisione all’”esperienza dell’essere”. Mi riferisco al testo “Cyber, la visione olistica”, al
capitolo su questo tema.
C’è una parte iniziale sul concetto del funzionamento del cervello. Tanti neuroscienziati dicono che
usiamo il 10% del nostro cervello, mentre secondo me ne usiamo il 150% (come lo intendono gli
scienziati), mentre usiamo soltanto il 10% della nostra sensibilità, il 10% della nostra coscienza, della ns.
consapevolezza, del ns. essere. Quindi, noi stiamo iperutilizzando la mente e sottoutilizzando la ns.
consapevolezza. In questa prima parte c’è una certa impostazione sull’ego e sul sé, sulla difficoltà di
capire queste due identità, sull’andare oltre il sé e sulle difficoltà di riuscire a fermare l’ego e
trascenderlo. E infine, c’è una parte finale dove vengono citate esperienze a volte anche semplici.Ve ne
leggo una.
“Tutto avvenne in un secondo e fu il momento più importante della mia vita. Era la vera realtà. Prima di
questo vivevo in un lungo sonno e d’improvviso mi sono svegliata. Perfino l’aria che respiravo sembrava
essere viva. Ogni cosa acquistava un senso e le sue conseguenze pratiche non erano certo meno intense
del sentimento profondo che provavo.”
Questo è scritto da una donna che racconta la sua esperienza personale.
Oltre a questa trovate esperienze di Yogananda, di Fritjof Capra, di Tagorre, di Bohme, o di persone che
non hanno meditato tipo Enzo Maiorca che ha fatto soltanto un po’ di yoga. Egli scrive:
“Il dio che incontro laggiù negli abissi è diverso dal dio che preghiamo qui sulla terra. E’ un dio senza
suono d’organo, senza liturgia, immenso e turchino. Lo ricordo dal silenzio assoluto, dal suo misterioso
messaggio di eternità.”
O persone come Pascoli che scrive cose che non ci fanno mai studiare: “Ad un tratto vidi una palla d’oro
cadere dal cielo con grande lentezza. E immerse nel gran verde, in silenzio molle. Oh! La palla del cielo!
Non era il piccolo lampo della tua canna, uomo mortale. Scendeva dagli azzurri calma e tacita….
Dimenticai molte sciagure, vidi in un sogno scendere le stelle luminose, e le vedo sempre, come pastore
seduto sulla pietra… E non mi dolse d’essere una stella che illuminando discendea nell’ombra… E sentii
la mia vita confusa col gran tutto.” E’ straordinario!


IL PROCESSO DI CRESCITA E LE SUE QUATTRO FASI

C’è, quindi, una parte sulle energie, mentre adesso entreremo nelle quattro fasi del processo di crescita.
Le abbiamo chiamate molto brevemente:
I° fase - La consapevolezza, dello stato di frammentazione in cui ci troviamo
II° fase – Il decondizionamento, o liberazione da ciò che non è nostro
III° fase - La riappropriazione, o sviluppo del potenziale umano
IV° fase - La realizzazione, o consapevolezza globale di sé
Queste quattro fasi hanno una certa sequenza temporale anche se in realtà vanno tutte insieme.
La consapevolezza dello stato di frammentazione
La prima fase - la consapevolezza - è fondamentale. Significa la consapevolezza del male. “Sto male”.
Vai dal medico o dal counsellor e dici dove ti fa male. Questa è una consapevolezza del male esteriore.
Noi dobbiamo fare questo trasferimento di consapevolezza del male interiore. Ogni cosa avviene dentro
di noi, non fuori. Chiaramente non tutte le cose: puoi prendere anche una storta alla caviglia o quando ti si
infila una spina nella pelle. Queste sono esterne. Ciò che a noi interessa, invece, è quello che avviene
dentro. Per iniziare il cammino per lo sviluppo del potenziale umano ovviamene è necessario una
consapevolezza del proprio stato. Può anche essere una consapevolezza positiva p.es. la lettura di un
libro. Ci sono dei libri che ispirano le persone. Oppure la consapevolezza del negativo: “Sto male e voglio
crescere” oppure la consapevolezza che c’è qualcosa “oltre”. “Io ho tutto, sto bene, ma sono in un
momento di crisi. Sento che devo cambiare vita, fare qualcosa di nuovo. Non so che cosa.”
Bene, incominciamo.
In questa consapevolezza voi potete avere un ruolo importantissimo, anche come amici. Se voi
trasmettete il senso che avete acquisito facendo esperienze di meditazione, di respiro o altro ad altre
persone, influenzate lo stato positivo, Fate comprendere, date consapevolezza che esiste uno stato di unità
più bello, più maturo, più umano. E d’altra parte, che è possibile liberarsi dal negativo.


Decondizionamento e disinquinamento: Il lavoro sul nagativo
Il secondo passaggio noi lo chiamiamo disinquinamento, decondizionamento: è il lavoro sul negativo, è il
lavoro sull’ombra. Detto semplicemente, è la fase di disinquinamento globale del corpo, delle emozioni,
della psiche da tutti i veleni, le tossine, le inibizioni, le informazioni negative che ci hanno avvelenato e
condizionato fino ad ora. E’ chiaro che se noi non puliamo il sistema e togliamo queste tossine psichiche
(le ns. paure) lavorandoci, sappiamo che lì c’è sicuramente qualchecosa da guadagnare se ci entriamo con
consapevolezza. La paura è come un tappo su qualchecosa che c’è, solitamente si ha paura di qualcosa
che è nella realtà. Bene. Guardiamola!! Cosa ci può succedere? Al massimo ci spaventiamo ancora di più.
Normalmente dietro la paura non c’è un’altra paura, c’è uno stato di emozioni che non vogliamo vedere.
Lo facciamo grande grande, ma poi non succede niente. Al di là di qualche ora di pena o di down tutto si
risolve. E’ come se ci trovassimo al buio dove i fantasmi emergono, diventano grandi. Alla fine è
successo a tutti che ogni volta che si accende la luce non rimane più niente. Anche se avete paura,
riconoscetela. Questo è estremamente importante: d’accordo, la paura c’è, però ci siete anche voi con la
vostra parte di forza. Sentite la rabbia, ma allo stesso tempo sentite anche la parte di amore. Sentite le
varie emozioni pesanti che vi prendono, ma sapete che c’è dentro anche la parte che vi bilancia.
Allora, la parte del disinquinamento e decondizionamento è metà del grandissimo lavoro che viene fatto
partendo da qualsiasi punto del corpo.
Leggetevi il capitolo che parla delle “Alimentazioni dei sette Corpi”.


Riapproprazione e sviluppo del potenziale umano: il lavoro sul positivo
Il terzo punto della crescita umana è la riappropriazione. Corrisponde al parallelo lavoro sulla riapertura
del corpo, delle energie, delle sensazioni, degli affetti, della mente, delle percezioni sottili e
delell’esperienza del ns. essere in modo positivo. La riappropriazione significa che quello che siamo
adesso non siamo veramente tutto quello che siamo. Questo concetto di riappropriazione è sviluppo del
potenziale umano. Significa che hai un potenziale che non conosci, a cui non hai accesso. La cosa
fondamentale da capire è che noi abbiamo dei potenziali positivi che non sono stati espressi e dei
potenziali negativi che sono diventate paure. La paura è quello che ti va a bloccare le palle. In realtà la
paura è quella che ti castra le palle, non ti lascia tirar fuori l’energia ormonale (il testosterone,
l’adrenalina). La paura è quella che ti frega: ti cancella l’adrenalina, ti cancella la forza. E’ abbastanza
chiaro? Ecco che il processo di disinquinamento e decondizionamento viaggiano in parallelo. Io
preferisco sempre prima il lavoro sul negativo e poi il lavoro sul positivo, normalmente, perché mi fido
molto delle persone. Però potrebbe essere che su alcuni clienti prima dovete fare il lavoro della
riappropriazione e dopo quello del disinquinamento. Perché? Perché ha un io fragile. Questo è il punto
determinante: la percezione dell’io della persona. Se vi fidate di questa persona e lei di voi, se sentite che
c’è una parte di solidità cominciate con il negativo. Se sentite che c’è molta fragilità, anche magari in quel
momento (ad es. sta passando il momento di collasso dell’identità per crearsi un sé), allora lavorate sul
disinquinamento partendo dal corpo fisico: fatelo mangiare bene. Leggetevi sul libro …”mangiare bene,
biologico, senza inquinanti, tanta frutta e verdura, tanta roba buona…
Secondo, alimentazione del II° corpo positiva: i quattro elementi: aria, terra, sole, acqua. Fateli respirare
aria pura, fateli fare il bagno in acqua pulita, che prendano il sole, fateli stare sulla terra a piedi nudi, nella
natura, fateli prendere energia. Fateli evitare fonti di inquinamento, perché a livello energetico
l’inquinamento è parallelo a quello fisico. A livello fisico abbiamo bisogno d’introdurre cibi sani,
molecole chimiche naturali, non sostanze alterate, biologiche. A livello energetico significa che se voi
mangiate una sostanza biologica passata al microonde è morta. Se prendete due carote e poi le piantate
tutt’e due e passate una al microonde per 30 secondi, marcisce, mentre l’altra vive. Quindi, quello che voi
mangiatela una parte è organizzato in maniera ancora intelligente: c’è dentro una vita, un
elettromagnetismo e un’intelligenza viva. Dall’altra parte è morta. Tanto più bollite, cuocete a lungo,
conservate avete cibi morti, senza il livello energetico. Il secondo livello energetico significa : stare
davanti al computer, allo schermo televisivo, stare nei campi magnetici tra cellulari, transistor ecc, e
quindi non nella natura. Campi che alterano i vostri campi. Perché si dice che è più buono il cibo di una
buona mamma? Perché ci mette dentro quella qualità che è quella che poi vi arriva sul piatto. Osservate
quando mangiate fuori casa: se il cuoco ha tensioni, mangerete le sue tensioni. Se, invece, mangiate in un
posto con un clima da terzo livello - dell’amicizia e della condivisione - digerite bene. I veleni del terzo
sono i film dell’orrore, di violenza. Evitateli, sono devastanti. Piuttosto preferite film emozionali, letture
scritte col cuore, film spirituali come l’”Attimo fuggente” (si parla di libertà che è già un concetto
spirituale).
Quindi l’alimentazione a livello emozionale. Dal livello emozionale coi film e i libri passiamo anche a
livello mentale, alle informazioni positive. I giornali sono pieni di informazioni negative: ti spaventano, ti
ammazzano la fiducia, la visione del futuro. Invece, fatevi mandare su internet “good news agency” con
informazioni positive da tutto il mondo, tutto quello che di buono sta succedendo. Leggete libri belli,
pieni di saggezza, esperienze di vita reale vissuta positiva. Così entrate nella spiritualità. Attenti, però,
perché anche lì c’è molta fuffa: il divino è messo assieme al malefico, al peccato. Leggete libri dove dio è
amore, dove c’è la realtà delle cose anche nella crudezza, ma c’è profondità, c’è infinità. E pian piano vi
alimentate. Così fate con i clienti. Prestate loro i libri, così anche se non cominciate ad agire sul
decondizionamento fisico, emozionale, energetico cominciate a fare su livelli di alimentazione generale.
E in un momento di fragilità andate a rinforzargli il cuore. La tecnica è elementare: voi dovete sentire di
amare quella persona e piano piano date fiducia in quella persona. Attenzione, non fatelo con un depresso
altrimenti si arrabbia. Se non avete fiducia in quella persona, non dategliela. Se una persona è stupida non
siate ipocriti dicendogli: “Tu che sei così intelligente ce la puoi fare.” Guardatelo bene e a volte capite
che non ce la può fare. Lo potete anche stimolare, ma sempre rimanendo molto sinceri. Basta mettersi nei
suoi panni.

Uno degli esercizi che uso fare è “immagina di essere l’uomo o la donna di quella persona”. Pensateci un
attimo, come o, vedete tremila difetti che non vi piacciono. E siete reali. Nell’Accademia queste cose ce
le diciamo. Fanno parte della ns. consapevolezza e dei ns. aspetti negativi. Dobbiamo crescere. All’inizio
non potete fare questo tipo di esercizio con una persona. Però potete essere sinceri e dirgli: “Io percepisco
che tu hai questi limiti e se fossi la tua compagna ti potrei dire subito una serie di cose. P.es. sei arrogante,
sei muto, non hai esuberanza, ecc.” Ognuno ha le sue.
Essenzialmente nella prima fase se cìè un rinforzo dell’identità, voi agite in maniera energetica. La cosa
fondamentale che noi abbiamo fatto nel gruppo di luglio sulla psicosomatica è la respirazione a livello
energetico. Fate sentire attraverso il respiro – lo potete fare anche attraverso il massaggio, il craniosacrale
o il reiki - ma con il respiro è lui o lei che lo stanno facendo, e gli fate sentire esattamente la sua energia,
dove fluisce e dove è bloccata, dove è un po’ bloccata se fate un po’ di movimento o massaggio, un po’ di
esercizi, qualche Kundalini o qualche danza si apre, gli fate prendere coscienza che si è aperto e alla fine
della sessione, gli ultimi 5 minuti la fate entrare in uno spazio di consapevolezza di sé.

Ad es. qundo finite la sessione di shiatsu si invita la persona a rimanere rilassata ad occhi chiusi, mentre
voi potete stare lì, entrate in meditazione, le mettete una mano sulla fronte e una sulla pancia e lasciate il
vuoto, il silenzio fondendosi con l’energia di questa persona. Se, invece, senti che lei non riesce a sentire
la sua totalità, l’aiuti a sentirla con la seguente tecnica. E’ semplicissima. Lì lavoriamo sull’intenzione,
sulla direzione: il cuore, il centro. Il corpo è aperto dopo una sessione di shiatsu o altro. La invitiamo a
sentirsi “chi è”, a sentirsi almeno nel cuore, poiché nella pancia è già più difficile. La invitiamo ad aprire
il cuore che è anche il senso dell’identità. Per l’identità quasi tutti dovete lavorare sul cuore. Ad un certo
momento andate con l’intenzione e dal cuore senti le respirazioni progressive che vanno a tutto il corpo e
si espandono dalla testa ai piedi. Prendete la persona che è sempre coricata e sentite la sua aura dai piedi
alla testa, anche con le mani Passate con le mani sul corpo e, se sentite, sull’aura. Sentitela e aiutatela a
sentirsi lei dalla testa ai piedi, tutta intera, dicendole: “Bene, sentiti tutta intera. Molla, molla …” e se lei
ci riesce, fa un bel respiro e in quel momento vi fondete.

Questo si può fare anche nella prima sessione. Bastano 5 minuti. Vi faccio l’esempio. Dopo un po’ di
colloquio la fate sdraiare chiudere gli occhi, chiedete dove le fa male toccandola nei centri energetici: che
reagisca o no la invitate a respirare. Se ride, va bene, perché sblocca il diaframma, porta l’energia della
pancia al cuore e alla gola. Già così si cambia l’umore: se riuscite a far ridere un depresso, mezzo lavoro è
già fatto. Tutto ciò può essere durato una mezz’ora. Dopodichè la invitate a sentire tutto il corpo giù fino
ai piedi. Se non li sentono, si invita a prendere coscienza dei loro piedi mentre voi glieli tenete e gli fate
del reiki. Continuate a dirgli di respirare nel cuore e nella pancia per sentirsi tuta intera. Solitamente non
si sentono i piedi, perché non mollano la pancia. E contemporaneamente mollate anche voi. E rimanete
così, nel silenzio per un po’.
Se prima le chiedevate di sentire il corpo, alla fine le chiedete dove finisce la sua energia. Può rispondervi
di non sentire più il corpo, sente di espandersi fino a non sentire più il limite. Bene, lì è in fusione: si è
spento il senso dell’identità, è come se stesse dormendo in modo cosciente. Siamo sul quarto livello di
coscienza. Se la persona resta lì per dieci minuti, lasciatela.

Se. Invece, lei ritorna alla mente, datele qualche messaggio sussurrando: “Benissimo, continua a sentire il
cuore che si apre sino a respirare in cima alla testa. Senti la pancia bella calda. “ E vi fermate. In questo
stato riprendete lo stato di vuoto, mollate tutti i muscoli, abbandonate per un secondo tutta la testa, le
tensioni e nel silenzio sentite soltanto il respiro. Provate tutto il corpo intero e l’energia tutt’attorno al
corpo e pian piano mollate e sentite che l’energia si espande. La coscienza non ha più un limite
sensoriale. Quando siete a questo punto date il messaggio: “Apri il cuore (non sempre ce l’hanno aperto),
senti la gioia e il piacere di stare in questo spazio vuoto.” E in questo momento le dite: “Senti chi sei.
Questa è la tua essenza, la tua anima, l’energia che ti anima. E’ un’energia vuota, ma sensibilissima e
viva. Respira. E’ viva.” Anche se è in uno spazio di dilatazione le dite: “Sentiti. Senti tutto il corpo. E’
vivo Senti questo spazio silenzioso, questa è la tua natura. Stai bene, stai bene con te stessa.” E se per
caso questa persona ha una rabbia, una tensione, un problema le chiedete: “In questo momento dov’è
finito il problema? Senti il dolore? (se è un dolore fisico, c’è ancora) Tu come stai? Adesso come ti
senti?” Possono risponderti: “Non c’è più il problema”, oppure se c’era un dolore fisico “sì, lo sento, ma è
diminuito, è più piccolo, è lontano”. E voi continuate a dirgli: “Sentiti” e magari l’invitate a mettersi una
mano sul cuore. E pian piano da questo spazio che è di pancia, è inpersonale, lo riportate molto al cuore.
“Apri bene il cuore, senti come potresti stare bene in questo spazio. Ci abbiamo messo 5 minuti a entrarci.
Puoi farlo in tutti i momenti della giornata. Questo spazio è la tua natura. È gratis. C’è sempre. E’
disponibile. Hai solo da portare dentro la tua consapevolezza.” E pian piano gli fate mettere la mano sul
cuore o gli massaggiate il cuore. In tutto saranno passati forse 5 minuti. Per rinforzarlo gli fate dire:
“Esisto” provando a sentirsi totalmente, non soltanto con la mente. “Esisto”. “Bene, questo è il tuo spazio
di coscienza. Questo è il tuo sé.”

Prima eravamo andati oltre il sé, nello spazio duale. Quando ritornate dovete dargli il sé, il sé del cuore
altrimenti ritorna nella testa. “Sentiti”. Una delle strutture più importanti di tutto il lavoro si chiama
risorse. Le persone non escono dal loro stato di malessere, perché non hanno le risorse. Questo stato di
coscienza è la loro risorsa. Se volete fare un po’ di PLN transpersonale, olistica, quando la persona è in
questo spazio le fate fare delle cose. P.es. le fate rivedere quella cosa che non riusciva a fare o vedere:
“Avevi il conflitto con tua moglie/marito/sorella/fratello .Non riuscivi a dirgli o fare qualcosa. Va bene.
In questo momento cosa gli diresti stando nel cuore? Prova dirgli “amore”. Parti dal cuore. Cosa
cambia?” oppure “In quella situazione che per te è critica o senti dolore allo stomaco, provaci con la
tecnica di Atisha. Respiraci dentro col cuore. Che bello! Ahhhh!” oppure con le persone che sono infelici
gli dite “Come ti senti adesso con il cuore aperto? Dicevi che non ti senti amata ecc. Senti adesso che
questo amore ce l’hai tu”. E piano piano gli state rinforzando il senso dell’identità. “Ce la fai. Senti che
bel cuore che hai.” Rinforzo positivo. “Ce la fai. Tu ci sei. Fallo adesso”. Siete in simbiosi in quel
momento: la vostra forza è la sua forza. Il vostro .cuore è il suo cuore. Siete in trasmissione: lei è aperta e
voi siete aperti. In questo momento, senza perdere un grammo di energia, perché la simbiosi genera più
energia, voi state dando a lei qualche cosa. Questa è la trasmissione della saggezza. E’ un processo
catalitico, è una risonanza. In realtà voi non state perdendo niente, anzi: voi state guadagnando più
coscienza e più cuore e lei per risonanza lo sta anche guadagnando. Entrambi siete più contenti. Quando
riuscite a lavorare a questo livello, passate una giornata a lavorare sui depressi stando bene. Se, invece,
fallite perché il depresso è più forte di voi e non molla, uscite che siete uno straccio. Attenzione! Dovete
uscire bene anche se stanchi. L’energia deve essere pulita.


La realizzazione di se’
L’ultimo pezzo dello sviluppo del potenziale umano si chiama realizzazione. E’ il pezzo che abbiamo
fatto alla fine: l’opera di riconoscimento della nostra natura profonda, la riscoperta dell’anima e del sé e
degli stati di coscienza spirituali. Qui il sé in realtà non è un vero stato di coscienza spirituale, ma è uno
stato di identità spirituale. Quando senti tutto il corpo bello aperto e tu ci sei, sei in uno stato di presenza.
Questo è il minimo che viene richiesto ad un operatore o counselor olistico, ma non è l’essere. L’essere è
quando rompi questa cosa e vai veramente in meditazione e perdi l’ego, perdi anche il sé. Per noi, invece,
il sé è fondamentale, perché le persone meno evolute nello spazio del vuoto non ci vanno o se ci vanno ci
stanno giusto un po’ e poi ritornano all’io. Allora la creazione di un sé, cioè di una percezione globale
dell’essere, di un’identità integrata globale è assolutamente funzionale alla vita. Quindi, sostituisci l’io
della mente con le sue trappole e i suoi trucchi a un sé che è molto più fluido e vivo. Le persone che fanno
molta meditazione pian piano in qualche anno di esperienza si spostano verso un io spirituale (io
preferisco chiamarlo un sé). E’ ancora un ego, solo che è vero. E’ ancora una struttura parzialmente
illusoria. Abbiamo ancora una nostra energia e una nostra pelle, però possiamo anche aprirla. Leggete nel
capitolo iniziale la “teoria del campo”. Il campo in fisica è una delle cose più straordinarie che siano mai
state inventate. Il campo è un centro che può essere un qualsiasi corpuscolo energetico elementare.
Qualsiasi particella subatomica è un campo di energia, genera un campo di energia. Il campo ha una sua
densità, può essere isolato, può avere una sua raffigurazione, ma in realtà entro il suo limite c’è il suo
confine, dove c’è un irraggiamento che va all’infinito. Il campo è fuso con l’unità di tutti i campi,
l’awarness di tutto l’universo. Quindi, tu hai il campo che è l’illusione parziale di essere un’unità, un
qualcosa di concentrato, ma parallelamente il paradosso è che ti senti anche nell’infinito. E’ un’unità non
isolata. Vi sembrerà strano, ma è così. E’ paradossale. E’ come se tu stai dentro la funzione della
particella come corpuscolo, come onda su se stessa e hai la sensazione del sé. Il che è vero, perché sei una
particella, ma dovresti vivere anche con la consapevolezza parallela che sei parte di un tutto. “Cyber”. Io
esisto, Io sono cosciente perché esisto.

D: “E a questo proposito, cosa significa l’inconscio collettivo di Jung?”
R: “E’ quello degli archetipi, è un bene positivo e negativo comune di tutta l’umanità e anche degli
animali. Quando c’è questa percezione unitaria anche solo interna con la consapevolezza di essere
formato di tanti pezzi, però anche se perdo una parte di me sono sempre “uno”. Il sé sono io, è la mia vera
natura, che esiste, però io ho una parziale consapevolezza di essere separato e ho una parziale
consapevolezza di essere unito. Queste due realtà coesistono. Io sono sé sia non-sé. Questa è la natura
delle cose. In questo spazio sei nella natura delle cose, hai tutte e due le bande.

Concludiamo questa ultima parte, la realizzazione. Ricordatevi questo: tutto il lavoro sul negativo, ogni
volta che voi liberate un pezzo del negativo state liberando l’energia bloccata delle persone. Per questo il
negativo è un lavoro fondamentale, perché dietro ogni rabbia repressa, pianto represso, amore represso,
c’è una quantità di energia stagnante separata dall’unità. La paura è una delle più potenti, perché lavora
sul I° chakra, il senso del corpo Se hai paura stringi il I° chakra e il corpo si sente debole, insicuro, senza
stabilità. E tu da dove ti prendi l’energia? Te la sei ciucciata, te la sei fregata. La paura è un’illusione,
però ti taglia la genesi dell’energia. E allora riprendi la tua energia. Come? Quello che vi faccio fare io: vi
faccio saltare per due ore di fila, vi faccio aprire la pancia, il I° chakra, le lotte con gli animali o altro,
tutto molto fisico finchè vi sentite la pancia, le gambe per terra, sentite che sono vostre. Quindi, ho fatto
un’opera di ripulizia, un’opera di sviluppo di un potenziale di sensibilità e di energia nelle gambe e
arriviamo alla fine alla realizzazione: tu sei questo.
Con i clienti potete farlo a pezzi, volta per volta avendo come obiettivo la sua realizzazione. La mia
esperienza di tantissime tecniche mi porta ad usare quelle che funzionano di più e cioè: il lavoro sul corpo
a livello psicosomatico, il lavoro sul respiro, il lavoro sull’energetica - la consapevolezza e il movimento -
, le tecniche di meditazione che ti portano dei reali cambiamenti, ma tutto ciò con un lavoro parallelo
negativo dove sono le energie bloccate che devi ricompattare per ritornare all’unità, e un lavoro sul
positivo come riscoperta del tuo potenziale ancora inespresso, cioè i segni sottili che non hai mai
sviluppato. Quindi, uno ha bisogno di aprirsi il I° chakra e poi aprire quella dolcezza e poesia che magari
aveva da bambino e non l’ha mai espressa. Quello diventa un potenziale, Oppure ha sempre pensato di
essere timido e quindi non ha mai usato il potenziale della comunicazione che può diventare enorme.
Voi potete aiutare le persone ad entrare in campi anche psichici. P,es. tutto il campo dello sviluppo del
potenziale umano a livello sottile, l’intuizione, l’empatia, Il lavoro sull’empatia può durare negli anni.
Voi attraverso l’empatia potete fare una lettura energetica del corpo. Altri vanno ancora più in profondità
delle memorie passate; alcuni vanno nelle vite passate. L’apertura delle percezioni sottili e della
sensitività è un dono enorme. A volte le persone sviluppano queste doti proprio dalle energie represse che
liberano dal pianto o della pancia. P.es. sviluppano la matrice del cuore che viene dalla milza e quella è in
grado di percepire le energie eteriche. Alcuni sviluppano il meccanismo dell’aria sbloccando la gola che
porta un’intelligenza sottilissima nei processi e capiscono delle cose che prima non capivano. Io portavo
gli occhiali che poi ho buttato via a 35 anni: è come se si fossero aperti, si fossero allineati i due emisferi.
La maggiore difficoltà che potete incontrare nell’approccio con il cliente è di sbagliare l’inquadramento
della persona, ovvero capire se ha bisogno di tanto o di poco.
Una delle considerazioni fatte ieri è l’importanza del counseling per voi. Il counselor deve entrare in un
ruolo che è il ruolo primario: è lui che gestisce il gioco. Ha, quindi, una caratteristica di potere che se
usato in modo intelligente aiuta a sviluppare il potere anche nell’altra persona, Però, le persone che non
hanno mai avuto il potere o hanno paura di gestirlo in modo diretto possono avere dei grossi problemi.
Tutto sommato gli fa molto bene. Il counseling in questo ambito deve essere visto - soprattutto quello
sviluppato sulla ricerca personale, sulla crescita umana – come un lavoro da investigatore dell’anima e
cercare qual è il punto forte su cui lavorare, qual è il punto che si è rotto nello psicosoma della persona,
dove ha originato il primo grosso conflitto o uno dei principali conflitti. Quindi, ritorni indietro,
ricostruisci, e lo fai rivivere, perché rivivendolo permette di far un salto di consapevolezza sciogliendo un
processo. Invece il punto positivo è: “Qual è la via d’accesso più intelligente al cuore della persona? Per
riportarlo su di sé? Qual è il punto?” Se questa persona è un depresso, a volte i depressi non vogliono
sentirsi fare i complimenti. Altre persone, se gli fai i complimenti si tirano indietro, diffidano, per cui
dovete agire in un altro modo. Dovete trovare il suo punto d’accesso, dove lui si rilassa. Quindi a volte se
usate un’energia forte su delle persone va benissimo, perché hanno bisogno di qualcuno che le porti. Le
prendete per mano e le portate nei meandi dello psicosomatico. A volte sono delle persone che hanno
paura di inoltrarsi, di affrontare. Preferiscono stare fermi o fare il minimo. Altre volte alcune hanno
bisogno di un’energia materna, a volte di un’energia neutra oppure paterna. E se prendete una posizione
che non è in risonanza con loro, diffidano. Cambiate e immediatamente vi seguono.
In questo ambito voi dovete stare molto attenti in questo processo nel trovare il canale principale a quello
che è il gioco delle sue proiezioni e delle vostre. Vi capiterà di lavorare su vari tipi di caratteri e ognuno
avrà i suoi lati stupidi, intelligenti, sensibili o pesanti, ma lavorate senza giudizio. Se voi dentro lavorando
su uno psicopatico e dentro penserete che è un figlio di buonadonna, avete finito di lavorare con gli
psicopatici. Se voi pensate che l’orale è un debole, avete finito di lavorare con gli orali. Dovete evitare
che vi vengano i giudizi e cercare piuttosto di stare in uno stato di presenza e quindi togliere energia
all’identificazione col giudizio può bastare. Il pensiero viene, c’è niente da fare. Non potete evitare
almeno all’inizio che vi venga il giudizio in forma di pensiero. Io preferisco la strategia dello spostamento
dalla testa al cuore.

Pratica: Facciamo un cerchio con ognuno un cuscino davanti. Siamo in numero pari. Immaginiamo di
avere una prima sessione. Siamo nel nostro studio, la persona bussa alla porta, entra e la facciamo sedere
e la guardiamo per la prima volta. Proviamo a vedere con attenzione e decifrare la bolla energetica in cui
questa persona vive.
Osservo il volto, le caratteristiche somatiche, la postura e cerco di intuire anche solo un po’ che cosa sta
vivendo e che cosa gli potrebbe ess ere utile. La cosa importante è che al di là dei convenevoli chi è il
cliente se vuole chiedere qualcosa, lo fa. Rimango in silenzio, tengo il cuore aperto, sento la testa, la
pancia e sento le sensazioni che mi suscita e gliele comunico. Poi ci si scambiano i ruoli.

Bene, ora rifacciamo lo stesso esercizio ancora più centrati, aprendo ancora di più il cuore e ascoltate le
vostre sensazioni nel silenzio. L’altra volta avete le sue caratteristiche, ora sentite di essere qui e provate a
vedere che le cose già scoperte prime fanno parte della sua maschera. Ora cercate di sentire che cosa c’ha
questa persona dentro, la sua parte interna. Cominciate a sentire il suo potenziale. Chiedetevi: “Perché
questa persona ha ancora questa maschera? Che cos’è che si porta addosso? Potrebbe lasciarlo? Che
cos’ha dentro? Che evoluzione ha la sua consapevolezza?” Sentitevi intuitivamente. Chi fa da cliente
lasci uscire il suo lato triste, doloroso, le sue emozioni, in modo che l’altro che fa da counselor le legge e
prova a vedere cosa c’è dietro queste emozioni tristi. I counselor provino ad immaginare: “Se io fossi al
suo posto, se io fossi un’anima con quella maschera, se io fossi una coscienza in quella situazione, cosa
potrei fare? Questa persona davanti a me può fare qualche cosa? Andate a sentire questa profondità e,
quando vi sentite pronti, provate a trasmettergliela.
(pratica) Ritornate in voi e riproviamo a ritornare in silenzio e poi ci diamo il cambio. Scrollatevi dal
vostro ruolo. Anzi, facciamo soltanto per 3 minuti una delle tecniche più potenti che aiuta in pochissimo
tempo a togliersi tute le menate che ci portiamo addosso: si chiama Giberish. Si fa uscire la voce
accompagnata da gesti dicendo delle frasi o suoni senza senso. E poi fermatevi, rimanete in silenzio,
andate in profondità, andate nel cuore e ricominciate. (fatelo anche quando siete nel vostro studio).
Provate a fare un passo in più. Invitatela la persona a rilassarsi un minuto e sentirci. Aprite molto il cuore,
diteglielo: “Lasci andare le tensioni nel corpo, faccia un bel respiro profondo, chiuda gli occhi e rimanga
un attimo in silenzio ascoltando semplicemente il suo respiro.” Entrate nel silenzio e cercate di vedere la
coscienza dietro la maschera e ascoltate quello che vi arriva. Chi c’è dentro questa persona? Aprite il
vostro cuore, immaginate un canale che passa da cuore e cuore. State con gli occhi rilassati, non da
aquile. Sentite, questa persona con tutte le sue caratteristiche, ha la possibilità di uscire dalla sua
maschera? Ha le facoltà, le risorse per un processo di trasformazione? E come lo può fare?
E quando ve la sentite, glielo dite. Alla fine osservate se c’è stata una differenza tra la prima e la seconda
volta. Sappiate che nel vostro lavoro se prima d’incontrare il cliente fate un po’ di meditazione, sarete
molto più percettivi.
Questa parte vi consiglio di fare prima di fare la scheda, perché altrimenti potreste essere condizionati da
ciò che vi ha detto. Siate semplici, non assumete atteggiamenti falsati. O fate stendere la persona sul
lettino ela fate respirare come abbiamo fatto nel seminario di psicosomatica. Se la persona, invece, è in
piedi e vi racconta le sue storie, guardate oltre, andate oltre la maschera, sentite cosa c’è oltre la persona.
Potete anche fermarla e farle delle domande e ve le annotate. Potrete sentire grande dolore, ma non
diteglielo. Potrebbe essere una persona molto preparata. Anzi, all’inizio chiedetele che lavoro ha già fatto
su di sé (psicanalisi, yoga, reiki, ha letto qualche libro, ecc). Io uso chiederle qual è la sua religione, come
vive l’autorità oppure dice cos’è dio per lei. Da tutte queste informazioni capite se usa la sua energia o
ripete ciò che le è stato detto. E’ importante fargli rimarcare quando usa la sua energia, perché è una forza
da cui può attingere. Purtroppo ci sono persone che sono state condizionate o sono molto ansiose e
ributtano quest’ansia sui figli che a loro volta assorbono il messaggio e falliscono. Ad es. la madre iper-
ansiosa che tampina il figlioletto standogli addosso dicendogli in continuazione di stare attento perché
potrebbe cadere, finchè il bambino cade veramente. Il messaggio è “non ce la fai, non ce la fai”, il
bambino le ubbidisce e cade e lei di rimando gli conferma “ecco, hai visto che non ce la fai”. Lui
ubbidisce, perché lei gli sta dando un messaggio fortissimo e il bambino, purtroppo si lascia condizionare
dalla mamma.


PSICOLOGIA DELL'EVOLUZIONE UMANA

LA GENESI DEI BLOCCHI PSICOSOMATICI

Nitamo MONTECUCCO:
Tratteremo ora un fondamentale argomento della psicologia: l’evoluzione umana, in termini decisamente
più ampi di quanti non si faccia all’interno delle normali scuola di psicologia, dove il concetto di
evoluzione si ferma all’inizio della maggiore età. Per noi l’evoluzione psicologica umana rappresenta un
processo che si espande all’intero arco della vita. Per questo faremo questo excursus generale dal
concepimento alla morte e cercheremo d’integrare le varie informazioni dei passaggi della vita con quelle
che sono le strutture dei blocchi, dei caratteri e della creazione della personalità.
Recuperiamo tutte le informazioni che abbiamo visto ieri e proviamo a fare questa carrellata mettendo in
evidenza quelle che sono le forze interiori ed esteriori che un bambino o una bambina quando nasce,
possiede, e che possono essere o sviluppate o trattenute, che si possono incrementare o che possono
essere inibite o addirittura castrate. Attraverso questo processo noi vediamo la formazione del carattere,
delle personalità psicofisiche, vediamo come certi elementi o certe forze psicofisiche o psicoenergetiche
vengono –come abbiamo già visto un pochino ieri – in evidenza e altre invece vengono inibite.
Ovviamente noi abbiamo un quadro molto preciso, seppure semplificato, su come una persona che abbia
certi problemi deve fare per risolverli. Questo, per noi è un particolare molto molto importante e
fondamentale.

L’ipotesi coscienza: la vita come evoluzione della consapevolezza
Nella visione olistica delle antiche scuole tradizionali come nella moderna visione transpersonale c’è il
concetto di anima che si incarna. Noi, fin quando non potremo fotografare o misurare scientificamente
l’anima, la coscienza globale di una persona, la prenderemo come un’ipotesi di lavoro. Su questo
partiamo con correttezza e quindi parliamo di ipotesi di coscienza, di anima, perché nella nostra visione
questi concetti offrono un profondo senso delle cose umana, hanno una loro precisa logica interna, ma
non possono essere validate scientificamente. Quello che diciamo può essere vero o falso, e con questo
presupposto iniziamo il percorso dell’anima che inizia il suo percorso nella vita.
Con questa ipotesi di partenza: immaginiamoci l’esistenza come un processo di evoluzione e quindi come
esseri viventi abbiano livelli diversi di evoluzione – gli invertebrati, gli insetti, i rettili, i mammiferi, gli
umani. Proviamo a fare questa semplice considerazione che ci sarà di immensa importanza nel processo
della crescita umana, che possano esistere categorie diverse di esseri umani, nel senso di coscienza, di
consapevolezza di sé. Ma ricordiamo: il fatto che un rettile, una lucertola o un gatto siano inferiori a noi
nella scala evolutiva della consapevolezza, cioè che abbiano una coscienza minore della nostra, non ci dà
il diritto di ucciderli né in nessun modo lederli. Il ruolo superiore gerarchicamente non significa che noi li
comandiamo, come vorrebbero far credere molte religioni, che Dio ha creato l’uomo per essere a capo di
tutto il mondo, ma al contrario implica da parte nostra dei doveri etici verso chi è meno evoluto. Pur
esistendo categorie diverse di anime, cioè di risveglio delle anime, noi possiamo avere un contesto quasi
al contrario, cioè le anime più evolute sono quelle che, secondo me, hanno maggiori responsabilità.
L’anima più evoluta di un essere umano, invece di schiacciare la lucertola, potrebbe amarla, aiutarla. Con
questa logica il fatto che ci sia un’evoluzione delle anime non è un fatto gerarchico per cui quelle più
evolute comandano quelle inferiori. Semmai quelle più evolute hanno più comprensione, hanno più
diritti-doveri rispetto a quelle meno consapevoli.
Per noi un’anima più cosciente ed evoluta significa innanzitutto che avrà maggiore libertà di scelta della
propria vita, meno condizionamenti, più amore e più potere per essere e realizzare sé stessi.

Il concepimento: inizia il viaggio
Bene, cominciamo. L’anima a un certo livello viene attratta da due genitori, lì c’è un’energia, una
situazione umana congrua per entrare in incarnazione. Innanzitutto vogliamo informarvi che, sulla base di
centinaia e centinaia di casi, abbiamo osservato che ci sono anime che vogliono incarnarsi e anime che
non vogliono incarnarsi, ma che “devono” o si sentono costrette ad incarnarsi. Durante le tecniche di
regressione quando abbiamo chiesto alle persone che partecipavano all’esercizio che cosa sentivano nel
momento del concepimento ricevevano due risposte polari molto evidenti: “voglio entrare” oppure “non
voglio entrare”. I positivi sono la maggioranza, più dell’85% dei casi, i negativi sono comunque
consistenti e spesso sono associati allo sviluppo di esperienze emozionali o psicologiche negative,
depressioni gravi in particolare.
Quando lo spermatozoo raggiunge l’ovulo, per l’anima che si deve incarnare c’è a disposizione il codice
genetico dei due genitori che ha delle caratteristiche specifiche fisse (ad es. pelle gialla, occhi scuri, ecc.),
ma che – in quello specifico istante - può essere combinato e polarizzato in infiniti modi diversi, se no
tutti i figli sarebbero uguali. Quindi l’energia-informata di quella specifica anima influenza e polarizza
una specifica ricombinazione dei geni materni e paterni e in particolare una attivazione o inibizione dei
tre foglietti embrionali, dai quali si svilupperanno il sistema fisiologico-istintivo, il sistema emozionale-
comunicativo e il sistema mentale-sensoriale.
Se l’anima ha certe caratteristiche psichiche-energetiche, immaginiamo ad esempio che la nostra anima
abbia dei colori più sviluppati di altri, ad es. il blu che è il colore della mente, o il giallo-verde il colore
del cuore; o il rosso-arancione della pancia. E può essere una forte pancia che catalizza il sistema del
foglietto embrionale basso, metabolico, oppure influenza e attiva un sistema nervoso più sensibile e
intelligente, oppure stimola lo sviluppo emozionale di un grande “cuore” che bilancia i due elementi
polari, testa e pancia, con il foglietto medio. L’energia dell’anima non agisce “materialmente” ma
catalizza per “risonanza” e “coerenza” i codici genetici e così va a stimolare questi due codici che in quel
momento si stanno unendo.
Quindi sin dall’inizio l’anima ha una base genetica fissa (costituzione generale, razza, colore, caratteri
genetici dominanti, ecc.) e una serie di caratteri personali (costituzione energetica-psichica, stimolazione
o inibizione di alcune funzioni neuro-psico-endocrine, ecc.)
A questa base naturale e psico-energetica si aggiunge il fattore casuale. Il bambino, come qualsiasi
macchina che esce da una catena di montaggio, può subire dei difetti di partenza che non sono voluti, ma
che a volte sono tecnicamente inevitabili. Possono esserci dei geni che danno malattie genetiche, possono
avvenire delle mutazioni per radiazioni ionizzanti o sostanze radioattive (vedi i bambini deformi o
leucemici di Chernobil), oppure la mamma prende una rosolia e il bimbo nasce cieco, la mamma prende
una medicina come il Talidomide e la bimba nasce focomelica. Questo non è un karma, un castigo divino
dovuto alle tue cattive azioni passate, ma una situazione casuale che può accadere anche ad animali
innocenti. Allora, tu scegli dei genitori che hanno molto cuore, però entrambi hanno nel loro DNA un
gene recessivo dell’anemia falciforme che ricombinandosi può diventare dominante e manifestarsi nel tuo
corpo. Loro così ti trasmettono una malattia ma questo è Karmico? L’anima non può scegliere tutto. E’
come dire, quando tu scegli in generale una casa, che sia abbastanza grande e luminosa e non troppo in
centro. Poi non puoi scegliere i particolari, che già esistono, i pavimenti, i colori delle maniglie, gli infissi
ecc. Scegli quello che c’è che ha certi pregi e necessariamente certi difetti. Allora, tu entri in questo corpo
e il corpo parte.
Le grandi scuole taoista, cinesi o tibetane dicono che nel momento del concepimento l’energia è
orgastica, fisica, ma anche animica dei genitori, ed essa crea una forza di base della vita di questo essere
che ci sarà e che continuerà per tutta la vita. Quindi, a volte abbiamo persona che partono già con una
forte carica, a volte invece abbiamo una carica debole. Può essere una carica più fisica, più emozionale,
più psichica o in alcuni casi anche più spirituale. E pian piano comincia il percorso dentro l’utero. Le cose
classiche che le persone raccontano nel livello uterino è la relazione dopo i due mesi. Due mesi e mezzo
comincia a formarsi il sistema nervoso, il sistema sensoriale, e dai due mesi e mezzo in poi il piccolo
comunque comincia ad avere prima delle percezioni, chiamiamole, indirette e poi ce l’ha dirette, nel
corpo – sensazioni – di quello che è l’ambiente fisico, emozionale e psichico della mamma.

Il cuore della Mamma è la vita del bimbo
Quando un bimbo è concepito ha la necessità di essere “nutrito” su tutti i sette livelli. Ha bisogno di
nutrimento fisico che viene dal canale ombelicale, ma ha altrettanto bisogno di nutrire il proprio cuore di
amore, di sentirsi accettato e desiderato dalla mamma. Se già dai primi mesi di gravidanza la mamma è
sempre depressa, triste, arrabbiata o ha degli incidenti, se non ha il tempo di ascoltare il bimbo nella
propria pancia, questo bimbo nascerà con una chiusura più o meno grave del cuore e del livello
emozionale. Non che “non abbia un cuore”, ma il suo cuore verrà fortemente ostacolato. Se questa anima
aveva un cuore poco sviluppato, più di tanto non gli interessa; se, invece, era un’anima evoluta ed aveva
grande bisogno di amore questo creerà un blocco, un ostacolo nella sua vita futura. Ricordiamo che il
cuore è anche il centro fisico dell’identità, della coscienza di sé, e per questo motivo queste
considerazioni sono particolarmente importanti.

Il periodo intrauterino
Roberto SASSONE
Il carattere di una persona è il segno inciso e per Reich è soprattutto il modo in cui un individuo s’è
potuto strutturare adattandosi all’habitat in cui progressivamente si è formato. Il carattere reca anche in sé
la difesa che l’individuo per sopravvivere ha strutturato in modo di rapportarsi alla realtà; la difesa è
funzionale alla sua salvezza ed è il modo migliore in cui ha potuto adattarsi. Questo è un altro discorso
molto importante, perché dalla modalità, dal come un individuo si manifesta nella relazione, noi possiamo
comprendere da che cosa si è dovuto difendere e anche qual è la potenzialità da sviluppare, allentando la
difesa che è stata funzionale alla protezione in quel determinato momento della sua vita.
Però, noi normalmente quando ci riferiamo al carattere pensiamo alla parte più evoluta di esso: al modo di
comportarsi, di rapportarsi, alle modalità con cui agiamo e quindi anche all’emotività che manifestiamo,
al tipo di emozioni che ci concediamo. Secondo questa definizione, visto che il carattere si struttura nel
ns. corpo, perché noi abbiamo tutta la relazione con la vita attraverso l’impatto fisico e quindi emotivo,
questo impatto lo abbiamo dal momento del concepimento fino alla morte. Quindi, possiamo
incominciare a parlare anche dell’intrauterino ovvero l’individuo comincia ad esistere nel momento in cui
lo spermatozoo e l’ovulo si incontrano. C’è questo piccolo grumo di cellule in relazione con una parete
che lo definisce e il tipo di relazione – anche se non è una relazione consapevole – determina già il suo
modo di funzionare. Ecco perché è importante comprendere il tipo di madre che la persona ha avuto, ma
non tanto per l’aspetto psicologico, ma proprio per caratteristiche fisiche, energetiche ed emotive. Cioè,
che habitat consentiva al feto questa madre? Era una madre depressa, con poca vitalità, ansiosa, oppure
una madre sovreccitata, con una struttura molto rigida, che ha un accumulo di energia molto forte, una
madre con attacchi di panico, una madre psicotica? Tutto ciò ci dà la possibilità di vedere il quantum
energetico di base che è presente nel big bang dell’incontro dello spermatozoo e dell’ovulo e di osservare
se il feto è cresciuto in un utero ricco di energia vitale oppure no.
Detto questo, ecco perché è importante anche comprendere la relazione tra i coniugi, cioè il modo in cui
si è strutturata la relazione tra il padre e la madre, che non dà soltanto la capacità di comprendere le
successive fasi evolutive dell’individuo, ma dà anche il senso di una qualità eventuale che può avere
questo feto. La relazione tra padre e madre non la dobbiamo vedere soltanto come la relazione tra due
individui, come relazione psicologica-emotiva e basta, ma c’è anche la qualità interiore. Ovvero, ci può
essere una madre o un padre che pur avendo una serie di situazioni nevrotiche, però hanno una qualità
interiore, un’anima, una qualità sottile di buon livello e che quindi passano, al di là della modalità
strettamente psicologico-emotiva, un contenuto spirituale. Anche la qualità animica dei genitori si
trasmette esattamente quanto la qualità o la disfunzionalità psicologia, energetica, ecc.
Voglio quindi sottolineare che è importantissimo porre l’attenzione sul Cuore della persona che viene da
noi. Ci si può trovare di fronte a persone con una storia veramente disastrata. Mi viene in mente una
donna con una madre alcolizzata, violentata ripetutamente dai sei, sette anni da uno zio, il padre la
chiudeva di giorno in uno stanzino buio con i topi, una donna che poteva diventare facilmente
schizofrenica o autistica. Chiaramente c’era in lei un grande rifiuto della sessualità, perché ovviamente
viveva lo schifo della violenza subita. Era cresciuta poco in altezza e in più era grassottella e sgraziata.
Non era un fatto genetico: era tutta compressa per riuscire a resistere a questa vita……eppure era
bellissima!!! Ho scoperto sin da subito lavorando con lei che aveva un’anima meravigliosa, senza
esagerare. Era una persona che bastava tu le aprissi la possibilità di sentire la sua dimensione interiore,
che immediatamente qualcosa in lei si apriva. Avevo la sensazione che in lei ci fosse una potenza pronta
ad emergere. Questa persona ha sviluppato nel giro di tre anni - su un altro si sarebbe dovuto lavorare
molto di più - una spiritualità, una comprensione che l’ha aiutata a sciogliere e ad affrontare questi traumi
pesantissimi che, secondo me, non avrebbe mai potuto affrontare, usando soltanto gli strumenti
psicologici. Lei, invece, ha usato la potenza della sua anima individuale che io chiamo il centro psichico
(usando il linguaggio di Aurobindo), per reggere ed elaborare questa storia così pesante.
Perché faccio questo discorso che sembra un po’ campato in aria? Sostengo che soltanto un operatore
olistico o anche uno psicoterapeuta a orientamento transpersonale o comunque con un’esperienza
interiore può aiutare una donna così. Da noi verranno, anche un po’ per contagio, persone un po’
particolari. Ve ne accorgerete. Per una questione di empatia e di trasmissione di ciò che noi siamo
veramente, si avvicinano a noi delle persone che ci chiedono qualche altra cosa, delle persone che hanno
sì bisogno di lavorare sulla loro struttura caratteriale, ma per loro tutto questo è anche un’occasione di
risveglio interiore. Vogliono avere la possibilità di contattare il livello del cuore, ma attenzione! Non il
livello del cuore esclusivamente emotivo, ma quello che sta dietro più profondamente, cioè il contatto con
la propria anima. Il contatto con la propria anima è la percezione di esistere. Allora, noi possiamo aiutare
queste persone moltissimo se abbiamo un’attenzione particolare a questo tipo di “ Presenza”, se ci
mettiamo in contatto empatico con questa presenza profonda che ci chiede al di là delle parole di essere
riconosciuta.

La densità energetica
Luisa BARBATO:
Volevo fare un discorso sulla densità energetica che la scuola reichiana condivide. L’unione tra il padre e
la madre non solo unisce le loro cariche energetiche distinte, ma la loro interazione definisce qualcosa che
viene considerata la carica energetica, cioè un quantum energetico che viene stabilito alla nascita e che è
immodificabile, non si ricarica.

Nitamo MONTECUCCO:
Sì, lo si colloca nel I° chakra o per i cinesi tra i due reni, e viene chiamato il Ming Men – la porta della
vita – che si riflette a livello del I° Chakra. Sono le pile della vitalità che continueranno per tutta la vita.

Luisa BARBATO:
Ed è un qualcosa su cui nessuna psicoterapia potrà agire e neanche quelli che lavorano sul corpo potranno
agire. Ed è, tra l’altro, una delle cause principali, una delle condizioni perché ci sia un sistema psicotico,
perché le persone psicotiche hanno questo deficit, questa mancanza di quantum energetico. Sono persone
che noi definiamo con una bassa densità. Questo, però, non vuol dire che poi la persona non sviluppi in
fasi successive nella vita magari una struttura di copertura da dare l’impressione di essere forte, rabbiosa,
incisiva. In realtà se poi si va a vedere c’è un deficit così profondo che si struttura a livello di vita
prenatale. E proprio in questa relazione estremamente primaria con la madre, cioè questa carica bassa
perchè la madre durante la vita di tutti i nove mesi non passa un sufficiente quantum energetico, la
probabilità che il bambino venga con questo vuoto di base è altissima. Non è recuperabile questo deficit
energetico, si può provare a compensarlo.

Nitamo MONTECUCCO:
Si può avere una debolezza di un organo che però può andare avanti lo stesso (ad esempio c’è chi ha le
anche deboli). Però, la considerazione di base è che nelle gravi mancanze, all’atto del concepimento i due
genitori non stavano bene: lei soffriva o aveva subito una violenza o non volevano un figlio, o lei è
rimasta incinta a non lo voleva né lei né lui, oppure lei lo voleva e lui non lo voleva, stavano male.
Secondo, la mamma durante la gravidanza non ha avuto contatto con la propria pancia, non voleva un
figlio, non era desiderato. Tutto questo porta da un lato una mancanza energetica di fondo, per cui il I°
chakra, il rinforzo primario fisico viene a mancare, c’è una debolezza di fondo.
Il II° livello, che è importantissimo soprattutto in quel momento, quando l’anima sensibile di una persona
avendo bisogno di quel nutrimento di amore o di riconoscimento ancora più profondo, quando non lo
riceve, va in una situazione di grandissimo disagio. E’ come se non avesse il diritto di esistere. Non ha lo
spazio, non gli viene dato né fisicamente né emotivamente né spiritualmente il diritto di esistere e, quindi,
ha una serie di buchi.
Ho avuto persone che sicuramente il padre e la madre stavano bene insieme e quindi avevano un corpo
fisico che teneva, ma erano magari il terzo figlio non desiderato, o il primo figlio non voluto perché non
erano ancora sposati. Quindi, in questi casi c’è una debolezza del senso dell’identità sul cuore e sulla
presenza profonda che è enorme. Quello che ha detto Roberto è importantissimo. Ad esempio noi
possiamo avere dei casi gravissimi, casi intermedi e casi dove c’è questo buco ma che non è così grave.
Ma soprattutto nei casi intermedi o borderline, a volte il solo esercizio terapeutico non è sufficiente. Noi
dobbiamo andare a ripescare e a sviluppare nella persona il senso della presenza dell’identità e farle
sentire che comunque lei è un’anima adesso al di là di quello che è successo, perché questa forza (spesso
anche la spiritualità come dio o forze più grandi di noi con cui noi siamo intimamente e profondamente in
contatto) ci dà un punto di riferimento forte che ricrea quel centro di identità che durante il concepimento
o la gravidanza non c’è stato. E quindi permette di recuperare un momento che può essere veramente un
momento critico.

Traumi e tensioni intrauterine
Roberto SASSONE
Allora, provo a dare una chiave complementare per quanto riguarda l’intrauterino. Ovviamente a questo
riguardo accadono delle cose e quando accadono possono essere molto forti e possono segnare dei traumi.
Da una parte, l’habitat che densità energetica ha? Quindi, il tipo di situazione energetica della madre, il
tipo di tematiche che ha ci dà un’idea. Ma se vogliamo poi collegarci con gli aspetti più evidenti che
scandiscono il percorso del feto sicuramente una delle cose più grosse che possono accadere è quando
nella madre ci sono delle minacce di aborto. Oppure, addirittura, madri che tentano di abortire, perché
non desiderano questo feto.
La situazione che abbiamo descritto ovviamente per il feto è una minaccia di morte, A questo punto
dobbiamo ricordare che i due movimenti complementari dell’essere vivente sono la contrazione e
l’espansione. Quindi, la contrazione è fondamentalmente legata alla difesa, alla paura, come se uno
cercasse di fare corpo con se stesso, e l’espansione è legata al piacere. Nel ritmo della vita queste due
pulsazioni devono essere complementari per dare movimento alla vita stessa. Se c’è un trauma molto
grosso, esso va a segnare la struttura dell’individuo con una contrazione che rimane incisa nella memoria
del corpo, Allora, una minaccia di morte in un feto che non ha ovviamente ancora la consapevolezza di sé
e, quindi, non ha la possibilità di elaborare il vissuto traumatico, è un segno inciso molto forte. Ci si porta
dentro un riverbero molto forte di morte. Però, vediamo l’aspetto positivo di tutto questo.
Si è visto che persone che hanno nella storia dell’intrauterino traumi di questo genere, sviluppano anche
come necessità potenziale una forma di allarme che però diventa anche una grande sensibilità a cogliere i
pericoli. Proprio perché in loro, dentro, profondamente, c’è stata la necessità di difendersi da questa
minaccia, hanno acuito poi con lo sviluppo psichico successivo, quando sono nati, una grossa sensibilità a
cogliere le cose. Quindi, direi che l’aspetto positivo è che le persone che hanno avuto questo tipo di
trauma intrauterino sviluppano una capacità che diventa quasi intuitiva di cogliere il pericolo nella vita.
Sono persone che riescono a cavarsela, sono persone che proprio per questa sensibilità riescono a
muoversi e vivere in dimensioni che per altri sarebbero più difficili. Quindi, non sottovalutiamo o
dimentichiamo l’ aspetto positivo. Ciò dimostra che ogni trauma può essere adoperato come lezione di
vita. Ed è altrettanto importante l’atteggiamento dell’operatore che può o soltanto sottolineare l’aspetto
dell’ombra in una chiave esclusivamente patologica, oppure può andare ad esaminare e sottolineare
l’aspetto dell’ombra come possibilità per sviluppare la qualità che quell’ombra mette in evidenza. Penso
che questo sia un buon taglio per affrontare la patologia.
Cerchiamo di lavorare su quello che c’è e in tutta semplicità, di non fare troppe interpretazioni in quanto
operatori olistici, perché allora si rischia di creare un codice, un sistema rigido. Il sistema invece, deve
essere molto flessibile per dare la possibilità di includere una serie di esperienze che non rientrano nel
sistema.
Allora, un sistema è forse più utile per uno psicoterapeuta anche se pericoloso. Io direi che per un
operatore che è legato più all’ascolto che alla presenza è importante che quello che c’è, che viene
manifestato come tematica, sia vissuto come una possibilità per l’altro anziché entrare
nell’interpretazione di cosa può significare a livello del profondo. Poi, se è una qualità dell’anima, quella
parla da sé. Noi non è che possiamo fare molto. Se c’è una qualità dell’anima, ognuno di noi ha una sua
potenza, una forza archetipica propulsiva fortissima che gli viene in aiuto.

Nitamo MONTECUCCO:
Infatti, l’anima si porta dentro l’archetipo dei sette chakra. Noi abbiamo definito anima come l’insieme di
tutte le energie coscienti, di tutti gli spiriti degli organi e al centro c’è questa parte profonda che
chiamiamo proprio spirito che ha una natura transpersonale. Però, finchè rimaniamo nella natura
personale tutte le cose che ci succedono nutrono o impoveriscono l’anima.

Roberto SASSONE
La raccolta dei dati per un operatore è molto importante, perché l’anamnesi del cliente non deve essere
usata a scopo psicoterapeutico, ma deve dare la visione d’insieme delle varie fasi di sviluppo
dell’individuo e deve essere molto accurata proprio perché si ha l’indicazione di quello che è accaduto
nelle tappe fondamentali della vita. Ecco perché vi è utile chiedere sull’intrauterino; anche se non lo si
può ricordare, però il cliente può fare un’indagine successiva, parlando con la madre o con altri familiari.

Il contatto o il non-contatto intrauterino
Nitamo MONTECUCCO:
Desideravo dirvi una cosa che riguarda l’intrauterino che vi servirà e su cui lavorerete tantissimo. La cosa
più facile che accade a livello intrauterino - partendo da due genitori che comunque vogliono il figlio, che
hanno qualche problema generale più o meno normale - è che la mamma non ha “contatto” con il proprio
corpo e quindi con il bimbo o la bimba. Io ho visto tantissime mamme che sono venute con la pancia di 4,
5, 6 mesi, che non si toccavano mai la pancia o non si mettevano in ascolto con il bambino. A questo
proposito prendendo ad esempio la civiltà indiana, ci sono un’infinità di pratiche di massaggio della
pancia, i canti (c’è un libro bellissimo di Leboyer sui canti indiani delle mamme al proprio figlio).
Quando mio figlio era nella pancia la massaggiavo, ridevo, cantavo, parlavo. E’ chiaro che non gli arriva
la parola, gli arriva la vibrazione. Questo è un grandissimo nutrimento che tutti i popoli primitivi hanno
capito e che da noi esiste molto poco. Esiste per le mamme rare che vanno a fare i corsi pre-parto, dove
gli insegnano un minimo di contatto. Allora, la mamma che non ha contatto, il bambino non riceve il
contatto e quindi è come isolato. Questo è uno dei casi più semplici.
Il secondo caso più semplice è la mamma che non ha contatto con il corpo perché è troppo tesa: lavora, è
sempre nella testa, ha mille preoccupazioni e anche se ama il suo bimbo è come se trascurasse il suo
corpo. La base della meditazione è il profondo rilassamento. Senza un profondo rilassamento del corpo
noi non possiamo arrivare ad una forma di meditazione profonda. Quindi, una delle cose che voi potete
certamente capire e su cui potete operare è il MATERNAGE. Noi abbiamo strutturato il maternage con
un semplice esercizio in cui si prende la persona con le gambe allargate, le si appoggia la testa sulla
coscia mentre è accovacciata, la si abbraccia come se fosse la vostra grande pancia e la si comincia a
coccolare cantandole una ninna-nanna. Le persone che hanno avuto una mamma che si rilassava nella
pancia, mollano la testa ed entrano istantaneamente in una sorta di sonno/rilassamento profondo, si
lasciano andare. Le persone, invece, che avevano una mamma molto di testa e poco nella pancia, non
mollano.
Questo semplice esercizio fa ritornare in un clima in cui il bambino piccolo è protetto, amato e dove non
ci sono preoccupazioni né problemi né tensioni. Le persone vivono questo spazio che dovrebbe essere lo
spazio reale intrauterino di base, dove la mamma si concede una grande pienezza e gioia e dove il
bambino se la gode e vive una sorte di Eden. E’ una situazione di grandissimo piacere che ogni giorno le
persone possono riprovare: ogni volta che vanno a letto, ogni volta che si rilassano cinque minuti e
rientrano in quello spazio intrauterino se l’hanno già conosciuto, altrimenti glielo potete insegnare voi.
Questo è solo positivo, non porta alcun tipo di alterazione particolare e praticamente gli si può insegnare
entrando dentro nella pancia. Gli rifate rivivere la mamma (vi sarà insegnato come estendere la vostra
energia, perché è fondamentale non farlo con la testa): entrate dentro la vostra pancia come se l’energia di
pancia abbracciasse tutta la persona, tutto il corpo della persona e attraverso questo semplice movimento
che induce il sonno induce le onde lente del cervello riportandole così a rivivere il periodo positivo
dell’infanzia o a recuperare se ce n’è stato poco. Quindi, si estende tale esperienza e la si fa ritornare ad
una delle esperienze di base della loro vita.

Roberto SASSONE
Il contatto definisce l’individuo. Attraverso il contatto si comincia a strutturare l’individualità. Non
stiamo parlando del discorso più avanzato dell’individualità dell’anima, ma stiamo parlando della
persona. La persona cresce, si sviluppa all’interno della madre e ciò che è fondamentale è che il
riconoscimento dell’altro passa attraverso il contatto. Infatti, nella maggior parte dei disturbi della
personalità, c’è un grande disordine nella percezione della propria identità perché c’è un grande disordine
del proprio contatto. Questo contatto non è stato dato e non è stato preso.
Il contatto è qualcosa di più del toccare, perché dobbiamo ricordare, nell’ottica del discorso che stiamo
facendo, che il nostro corpo non finisce ovviamente dove finisce la pelle. C’è il corpo energetico che
normalmente si può chiamare eterico che è l’emanazione energetica del corpo fisico. Poi c’è il corpo
astrale che è il corpo emotivo, e altri corpi ancora, ma questi due livelli passano continuamente nella
relazione. L’incontro tra due persone avviene prima con questi due corpi, poi con il contatto fisico per cui
è importante essere consapevoli come operatori di questo fenomeno. L’assetto, la posizione, la presenza e
le emozioni che ha l’operatore determina e influenza il riconoscimento o meno del cliente che ha di
fronte. Quindi, non è un atteggiamento esteriore la benevolenza o l’accoglienza e l’operatore non può
improvvisarlo, ma deve essere un reale accoglimento.
Il contatto definisce l’identità dell’ego e ricordiamoci, che per tutti i processi successivi di sviluppo una
buona identità dell’ego, cioè un equilibrio della struttura della personalità complessiva dell’individuo, è la
base su cui poggia e prende forma un autentico e reale percorso spirituale. Se vogliamo perdere l’ego- che
è il nostro progetto di “ricercatori”, prima dobbiamo avere un ego armonico. Se non abbiamo un’armonia
nei nostri sottosistemi ovvero il rettiliano non è in armonia con il limbico, il limbico non è in armonia con
il corticale – e quindi questi sottosistemi non hanno una relazione di collaborazione, lo sviluppo spirituale
può avvenire in maniera alterata o sproporzionata rispetto la struttura di contenimento dell’individuo.


Il primo blocco psicosomatico: la percezione intrauterina di non essere amati
Nitamo MONTECUCCO
Vorrei aggiungere qualcosa a livello intrauterino. Le persone che hanno un’anima molto sensibile e non
ricevono, già a livello intrauterino in una normale gravidanza sufficientemente la percezione del cuore
della mamma o il suo piacere/ benessere/ presenza, lo percepiscono immediatamente.
Una volta, lavorando su una paziente che aveva avuto una mamma molto nevrotica, quando lui entrava
nello spazio intrauterino, lui doveva difendersi. Tutte le emozioni negative della mamma – ansia, tensione
– gli arrivavano e lui andava in una reazione non psicotica, ma sicuramente nevrotica di chiusura e
protezione psichica. Si doveva stringere dentro il suo uovo per non farsi arrivare tutte le emozioni
negative dalla mamma. Al contrario, alcuni sono già in uno spazio orale, per cui sono lì con il cuore
aperto: ogni tanto gli arriva un po’ d’amore e poi non ne arriva più e già nell’utero hanno delle aspettative
o a volte una frustrazione. Se la persona ha un cuore non particolarmente sviluppato può andare in
reazione.
Ho avuto delle persone adulte che mi hanno raccontato che da bambini piccoli hanno immediatamente
rifiutato il latte della mamma. Erano già arrabbiati quando sono usciti. A volte possono esserci tantissimi
motivi: l’odore della mamma, il sapore del latte, l’alito o il sudore puzzolente o anche un incompatibilità
tra madre e figlio. Quindi, c’è un vero e proprio rifiuto da parte del bambino della propria mamma. Noi
dobbiamo vedere questo stato di difesa che avviene già a livello intrauterino e l’energia psichica della
mamma non c’è. O il bambino è egoico e non riceve quello che vuole dalla mamma e si arrabbia. E’
molto reattivo sin dall’inizio. A volte vedete delle mamme che sono molto amorevoli, ma un po’ ansiose
o angosciate e il bambino le rifiuta pesantemente. Quindi, c’è la relazione, ma il bambino ha più una
reazione che non l’amore e l’affetto se no in quel caso lì sarebbe diventato più un orale che non un
reattivo.
Per quanto riguarda la mancanza di lattazione ci possono essere molti motivi, Il primo è che la mamma è
molto nella testa e non è nel cuore.

Luisa BARBATO
A questo si è aggiunta una spinta da parte delle case farmaceutiche sul latte artificiale specialmente negli
anni ’60, ’70 e poi c’è stato un blocco. Ciononostante non riuscite trovare una clinica o un ospedale in
Italia dove, malgrado la mamma sia pronta o quasi per allattare, non gli infilino un biberon di latte in
bocca. E c’è lo sponsor della casa farmaceutica che finanzia le cliniche e gli ospedali se loro seguono
questa prassi. Succede in effetti che la mamma non è pronta subito per cui possono passare anche
quarantott’ore finché non scende la montata lattea. Il bambino ce la farebbe anche senza, senonché si
mette in moto il meccanismo ansiogeno per cui il bambino deve assolutamente mangiare e non può
aspettare le 24 ore, per cui nel frattempo lo abituano al biberon. Il problema è che dopo bisogna fare un
processo inverso per riportarlo al seno.
Alla fine noi abbiamo tutta una serie di problemi orali e digestivi o intolleranze alimentari.

Il parto e la drammatica situazione di molti reparti di ostetricia
Nitamo MONTECUCCO
Riprendendo i motivi principali della mancanza di lattazione, il primo è che la madre non è abbastanza
nel cuore ed è tutta nella testa. Di questo sono molto corresponsabili gli ospedali che spesso trattano le
donne con durezza e regole rigide, e a volte con una sorta di vero e proprio terrorismo psicologico, dove il
medico s’impone con arroganza tecnica e scientifica sulla madre, che non è più in grado di essere in
contatto con la propria sensibilità e intuizione femminile, non è libera di esprimersi. Questa violenza
arriva alla mamma, la fa rientrare completamente nella testa, la fa entrare in uno spazio gerarchico di
potere - il dottore sa tutto, tu non sai niente, tu ti devi fidare e gli devi ubbidire - e quindi la manda
completamente fuori dal suo centro pancia/cuore che è materno, facile, istintivo, intuitivo, libero. E’ tutto
rigido. E’ un delirio. Tutto questo lo paga il bambino, lo paga la mamma che diventa tesa e perde il latte,
l’ambiente è sterile non è morbido, non c’è supporto delle donne.

Luisa BARBATO
Sì, basterebbero dei piccoli aggiustamenti, un minimo di assistenza umana, basterebbe qualcuno che ti è
accanto e si prende cura di te finchè non si assesta tutto. Non occorre tanto. Alla fine sono delle cose
molto semplici, ma fondamentali.
Vorrei anche passare ad un tema preciso e importante di cui si parla molto poco ed è quello dei parti
prematuri. Per parti prematuri s’intendono i parti in cui la decisione di nascere non viene presa dal
bambino, ma viene presa dall’équipe sanitaria. Questa è diventata una piaga sociale.
Secondo il percorso naturale ad un certo punto, giorno più giorno meno, il bambino rilascia un ormone
che dà già l’anticipo alla mamma che sta succedendo qualchecosa. La mamma risponde con un secondo
ormone, c’è uno scambio ormonale per dire “va bene, è il momento”, a cui segue tutto il processo delle
doglie e così via.
Ora, noi non sappiamo quando è esattamente quel momento. Ripeto, in uno stato naturale è il bambino a
decidere. Ora, questa cultura non è per niente rispettata, per cui prevale il fatto che bisogna programmare
il giorno o perché c’è un parto cesareo o poiché i parti tendenzialmente avvengono di notte fuori turno del
personale medico o si prospettano di avvenire durante i weekend in assenza dei medici, si preferisce fare
un’iniezione di ossitocina e si anticipa il parto nelle ore di lavoro. Oppure, c’è questa situazione
ansiogena, per cui appena superato esattamente il termine - in realtà si potrebbe andare avanti altre due
settimane – inizia tutta una serie di controlli e alla fine si forza con l’ossitocina.
Dal punto di vista psicologico questo fatto non è neutrale, per cui una nascita prematura in cui il bambino
non è pronto e viene improvvisamente spinto fuori gli provoca una situazione di allarme. Ad esempio c’è
un’ipotesi per cui molte depressioni acute sono collegate a quest’idea della nascita forzata che
provocherebbe un notevole calo di energia al bambino poiché si trova impreparato.

Nascite premature o forzate

Nitamo MONTECUCCO
Lo confermo. Quando noi facciamo i rivissuti del parto abbiamo due situazioni classiche da parte del feto.
Uno, “voglio uscire, non ce la faccio più a stare qua dentro! Fate presto, lasciatemi uscire!” e due, “non
voglio uscire, la mamma mi butta fuori”. Sono situazioni molto comuni e vissute con precisione. In realtà
l’interferenza può avvenire da tutt’e due : se la mamma è molto matura e può emettere questo ormone
anche se non c’è un equilibrio con il feto.. Normalmente, nella legge naturale degli eventi dovrebbe
esserci questo accordo. A volte nonostante il feto è maturo, psicologicamente proprio perché non ha avuto
abbastanza accoglimento e non si è sentito forte, viene buttato fuori. Nelle matrici perinatali di Groff c’è
questa analogia molto forte: se uno ha vissuto bene l’intrauterino, questa esperienza è come un ritorno
all’Eden, è come una situazione ottimale di simbiosi, di fusione con il tutto che poi gli rimane, a volte a
cui lui tende.

Luisa BARBATO:
D’altra parte questo processo della nascita e dell’espulsione viene vissuto come un momento caotico
tremendo per cui la nascita può essere vissuta come una vera e propria cacciata dall’Eden. Ciò lascia una
sensazione di non essere amati, di essere fortemente rifiutati. La cosa tremenda è che bisogna fare una
vera e propria battaglia per avere la naturalità. Posso testimoniare in prima persona la forzatura subita dal
mio medico che voleva far nascere mia figlia con un anticipo di ben dieci giorni. Cosa che io rifiutai.

Roberto SASSONE
Allora, riprendiamo il principio che abbiamo assunto, ovvero che il tipo di esperienza che ogni individuo
ha con l’altro da sé dà un’impronta specifica di come esso si relaziona con l’esterno. E, quindi, sono
importanti i passaggi da una fase all’altra. Il parto è il primo grande momento della separazione. E’
una cosa banale, ma è fondamentale, perché lì c’è realmente un‘uscita da qualcosa. Si cambia
completamente stato. Innanzitutto, ricordatevi che si passa alla respirazione polmonare e quanto più è
stata faticosa e spaventosa per il neonato questa uscita, tanto più si fissa nel soggetto una modalità di
questo passaggio. Ciò significa che il come ci separiamo alla nascita dà l’impronta al come ci separeremo
nella vita. Molte difficoltà di separazione, ad esempio nelle coppie, sono ben determinate da
quell’impronta fondamentale della prima separazione. Poi, ci sarà la separazione dal capezzolo (lo
svezzamento), poi ci sarà quella edipica anch’essa molto importante. Quindi, noi abbiamo già tre
indicazioni che ci possono dare indicazioni su come l’adulto che abbiamo di fronte come cliente si
orienterà nella sua vita.
Per quanto riguarda il parto diamo per scontati i traumi della nascita: la grossa fatica del nascere quando il
feto si trova incastrato nell’utero, oppure quando ha il cordone ombelicale attorno al collo che lascerà
nella persona il ricordo dell’esperienza di soffocamento che potrebbe costituire il terreno su cui si instaura
la claustrofobia e la sensazione di restare imprigionato, non solo realmente parlando, ma anche
metaforicamente. i presupposti di claustrofobia, del sentirsi imprigionati. Sul piano psicologico ciò
corrisponde alla tendenza a sentirsi soffocati nelle relazioni affettive o nel lavoro. Se una persona si porta
dentro p.es un’esperienza di soffocamento e di costrizione, questo è spesso un deterrente importante che
sviluppa il desiderio di uscire dalla propria gabbia. E’ proprio quell’esperienza negativa di essere rimasti
incastrati che sviluppa all’interno della persona un’aspirazione o un desiderio di riuscire a respirare, di
riuscire a rompere la chiusura, e diventa lo strumento e l’inizio di un percorso di evoluzione e di
trasformazione.

Nitamo MONTECUCCO:
Prendiamo un bambino di un parto normale. Se lui già nell’utero ha un sufficiente I° chakra e quindi
reattività, una sufficiente forza interiore, passa una prova che lo rinforza nell’avercela fatta. Se, invece, il
bambino già dentro la pancia ha ricevuto poca attenzione e poca energia fisica vitale primaria, questo può
essere vissuto come una morte già all’inizio della vita e quindi si chiude ancora di più. Noi possiamo
vedere dalla forza interna della persona come quell’evento può alterare a volte la percezione stessa della
vita.
Chi ha fatto respiro con me avrà visto quanto a volte il respiro della nascita apre delle paure di respiro e di
vivere che sono degli imprinting che lo segnano nella totalità della sua esperienza.
Quindi, ripeto, l’energia primaria del corpo fisico del feto e l’energia del cuore (nel senso anche di
sicurezza) danno una forza che spinge l’individuo ad andare avanti nella vita con tutte le difficoltà, perché
fondamentalmente c’è una gran voglia di vivere. Mentre una persona i cui genitori gli hanno dato meno
carico e meno amore o meno intensità dentro, lo stesso parto difficile lo segna.

La fase orale
Roberto SASSONE
Parliamo adesso della fase orale. Puntualizziamo un aspetto di cui ha parlato già Nitamo Montecucco ieri.
La fase orale significa fondamentalmente il momento della nutrizione in cui il bambino attiva il riflesso di
suzione che è un riflesso spontaneo senza il quale non potrebbe succhiare. Da non dimenticare che lo
stesso riflesso di suzione stimola ulteriormente il capezzolo della donna a produrre latte, il che dimostra
che c’è anche qui una comunicazione tra madre e neonato. E’ chiaro che è fondamentale che ci sia un
allattamento con il latte naturale che contiene tutta una serie di sostanze che favoriscono lo sviluppo delle
difese immunitarie; però che sia anche chiaro che non è esclusivamente la sazietà alimentare a soddisfare
il neonato. Il capezzolo è anche dispensatore di contatto e di energia della madre. In questo contatto c’è la
comunicazione vera tra madre e figlio, la relazione di fiducia e di riconoscimento, le radici su cui si
struttura l’identità del bambino. Da qui si deduce che la vera carenza nella fase orale, oltre ad essere
quella del non allattamento, è soprattutto la carenza di presenza della madre. Una madre che non sente il
suo corpo, pur avendo tanto latte, non trasmette calore, che non è soltanto fisico, ma quello che Reich
definisce la pulsazione vitale trasmessa nel corpo energetico del neonato e che attiva ulteriormente la sua
vitalità. Quindi, tutte le carenze fondamentali di questa fase hanno alle spalle la mancanza di contatto così
come noi l’abbiamo definito. Nella fase orale ci può anche essere non solo un difetto, ma anche un
eccesso: molte nevrosi sono causate dal troppo e non dal troppo poco. Una madre ansiosa che ha la
necessità ossessiva, principalmente per se stessa, di rassicurarsi sulla salute del neonato può essere una
madre profondamente invasiva. Può dargli troppo spesso il capezzolo e dargli da mangiare anche quando
il neonato è sazio e stargli troppo addosso, cusandogli un senso di soffocamento.
E’ importante definire queste due modalità: la modalità per difetto e per eccesso. Se ci troviamo di fronte
a chi è carente, dobbiamo essere aperti alla donazione e aiutare l’altro ad essere capace di prendere. Una
modalità per eccesso del paziente, invece, innanzitutto determina una struttura reattiva che mette le mani
avanti, che dice “non mi invadere”; molti operatori o psicoterapeuti o psicologi hanno questo difetto
fondamentale che è la necessità di rassicurare se stessi, aiutando l’altro. Quindi, vogliono vedere il
risultato e vogliono strafare. Il che impedisce al paziente di vivere anche l’esperienza fondamentale del
riuscire a trovare le chiavi per uscirne fuori. Guai a non capire che c’è un individuo di fronte a noi che
essendo stato asfissiato dal troppo “amore” ha bisogno, al contrario, che l’operatore o lo psicoterapeuta
tratti questa tematica dandogli la possibilità di sentirsi libero.
Uscendo dal discorso strettamente orale, il come ci si relaziona diventa un come che si manifesta con la
stessa modalità ripetitiva nelle varie fasi di sviluppo successivo: p.esempio il come uno sceglie il lavoro o
il tipo di struttura conosciuta in cui egli sceglie di rimettersi perché dà maggiore sicurezza. Questo ci aiuta
ad affrontare il ‘qui e ora’ del cliente, perché, non scordiamolo, come operatori lavoriamo soprattutto nel
presente. Quindi, il sapere oltre al ‘qui e ora’ del cliente anche il suo come ripetitivo nel presente ci aiuta
a dare una chiave interpretativa per fargli vedere meglio che è proprio il suo come che gli impedisce di
uscire da una certa situazione. Poi, il modo in cui ci uscirà potrà far parte o di una sua esperienza o un
approfondimento terapeutico a cui potremmo orientarlo. La nostra funzione è di dirgli “guarda e vedi
questa cosa, questo lo ripeti puntualmente in tutte le situazioni che si assomigliano”.

L’imprinting: il principio del condizionamento
Nitamo MONTECUCCO:
Riprendendo il concetto di ‘imprinting’. L’imprinting è stato scoperto dal premio Nobel, Konrad Lorenz,
etologo, che osservò come un’anatra appena uscita dall’uovo identifica come ‘mamma’ la prima figura
animale che vede vicino a sé. Lorenz si mise vicino alle uova che si schiudevano e divenne così la
‘mamma’ delle anatre appena nate: lo si vede in numerose immagini che nuota nel lago con le anatre
dietro che lo seguono in fila. Questo è l’imprinting: è una logica di identificazione vitale per cui ‘questa è
la mamma’.
Tutti gli animali superiori, mammiferi e uccelli, nei primi momenti della vita, mostrano una tendenza al
condizionamento e all’identificazione con strutture psicofisiche genitoriali.
Nel momento iniziale dell’esperienza di vita, compresa anche la matrice prenatale è fondamentale, le
logiche di vita dei primi giorni mesi e anche due,tre anni formano una serie di situazioni che sono
l’imprinting psichico di tutta una vita. Questo accade in tutti gli animali.

Dentro di noi abbiamo due forze giganti, una forza maschile e una forza femminile. Sono i due archetipi,
la dualità del Tao, la dualità della vita. Se all’inizio la forza della vita ha quell’imprinting, noi andremo a
riconoscere e codificare sulla nostra parte femminile, sul nostro cervello femminile quel tipo di energia
come l’energia di base. E codificheremo subito dopo il maschile sul padre. E’ chiaro che un imprinting di
una mamma che fa o non fa certe cose, che ti dà amore o te lo toglie, che è rigida o triste o amorevole, dà
un imprinting che rimane come codice per tutta la vita. E rimarrebbe necessariamente quello per tutta la
vita se non fosse che l’essere umano ha un codice psichico capace di ristrutturarsi, altrimenti non ci si
esce più. Negli animali, se hanno un imprinting di un certo tipo voi non riuscite a toglierlo più di tanto: i
cani bastonati quando li accarezzate sono tutti contenti, però basta un tono di voce più duro vedete subito
la coda tra le gambe. E’ evidente il I° chakra in chiusura e loro in un atteggiamento di richiesta di aiuto
che non glielo togliete più. Oppure se sono cani aggressivi o hanno reazioni in suzione rimangono così
tutta la vita: gli potete coccolare o dargli tutto quello che volete da mangiare, miglioreranno un pochino,
ma quella reazione ci sarà sempre. Mentre, invece, nell’essere umano noi riusciamo a modificare
l’equilibrio psichico in modo funzionale e profondo per cui quel tipo di imprinting alla fine viene perso.
Questo perché noi facciamo sempre appello alla parte profonda, saggia e naturale, che attraverso il
processo di autocoscienza viene a emergere. Quindi, è l’autocoscienza la discriminante che ci permette di
superare l’imprinting. Dobbiamo ricordare due cose: uno, che abbiamo un cervello più grande per cui
abbiamo una serie maggiore di aree associative. Secondo, che dato che abbiamo un imprinting molto più
lungo e articolato, questo ci permette di modificare. E’ la coscienza che forma il cervello e gli dà le
funzioni e non il contrario.
Vi do un esempio classico di una bambina americana di quattro anni – che parlava regolarmente - con un
tumore nell’emisfero maschile del linguaggio. I medici le devono togliere quella parte del cervello e lei
smette di parlare e sulla base della conoscenza di chirurgia oncologica dicono che se togli quella parte
l’essere umano non parla più. La bambina aveva quattro anni, per cui aveva ancora una certa plasticità
neurofisiologica. Poiché lei voleva parlare nel giro di due,tre anni riuscì a far funzionare l’emisfero
opposto che non viene considerato area di linguaggio e ricominciò a parlare. Se fosse successo, secondo
loro, a sette anni lei non ce la faceva più, perché la struttura è ormai troppo forte. In questo caso c’è
proprio un’ablazione di una parte del sistema nervoso; noi, invece, parliamo a livello funzionale di
imprinting, di associazioni e le associazioni possono essere modificate con un lavoro di consapevolezza.
Allora, a questo punto noi stiamo già vedendo una serie di parametri – adesso continueremo con altri
caratteri - ma i contesti di esperienza vitale per eccellenza, ciò che abbiamo chiamato l’asse renale, il I°
chakra, il cervello rettile per eccellenza, il cuore, la psiche, le associazioni affettive vengono già
codificate in questo modo con una serie amplissima di varianti per ciascuno di noi.
L’EVOLUZIONE UMANA E LA FORMAZIONE DEI
CARATTERI


Il carattere “schizoide”: il “distacco” del corpo
Luisa BARBATO:
Prima volevo fare un breve inciso sulla clinica diagnostica relativa al periodo intrauterino: gravidanza,
parto, allattamento e svezzamento. Di solito noi psicoterapeuti nel nostro screening chiediamo
informazioni relative a tutte queste fasi, ma anche voi potreste chiedere qualche informazione su queste
fasi che sono importanti. Ricordate che in questa parte della vita maggiore è stata la rimozione, minori
sono le informazioni che le persone hanno. Alla domanda com’è andata la loro esperienza vi rispondono
“tutto bene”. Poi, se uno fa un’indagine più approfondita emerge sempre qualcosa da elaborare.
Passiamo al carattere schizoide. Nella diagnostica della patologia è come se ci fosse un’asse che vede la
stessa caratteristica dal più grave – in questo caso la schizofrenia - al meno grave per cui ha un carattere
schizoide o dei tratti schizoidi. Anche se stiamo facendo delle semplificazioni in realtà ognuno di noi è
una manifestazione della coscienza, per cui ci sono moltissime variabili che entrano: la densità energetica
dei genitori, com’è stato il concepimento, la gravidanza, l’imprinting durante la gravidanza, eventuali
allarmi che la madre ha dato, se ci sono state minacce di aborto, esposizioni temporali diverse ad eventi
traumatici durante la gravidanza. Quanto più lunga è la durata di esposizione ai traumi tanto più profondo
sarà il segno lasciato nella persona. Le variabili sono moltissime ed è molto importante non entrare subito
nella categorizzazione.
Tra le tante visioni molto diverse nella nostra concezione energetico-sistemica una situazione di allarme
che avviene in un periodo intruterino, ma che non è così prolungata e devastante, può portare ad una
situazione schizoide. Schizoide vuol dire che c’è una separazione di una parte di sé. Quindi, quando la
parte fisica e la parte emozionale non viene ben integrata. Nella persona schizoide la separazione avviene
soprattutto nella parte emozionale. Una persona schizoide si riconosce, perché è una persona ritirata e
sente il corpo a pezzi.

Nitamo MONTECUCCO:
E’ come se quella matrice iniziale di cervello rettile, di I° chakra di grounding, di fisicità fosse venuta a
mancare e come se l’anima non fosse veramente scesa nel corpo che non si è sentito nutrito, amato e
energizzato: è come una persona che non è realmente in sé, è un po’ staccata.

Luisa BARBATO
Spesso si ritira nella testa e diventa una persona che vive in un mondo tutto suo. Anzi, è una persona che
sceglie deliberatamente di vivere in questo mondo interiore fantastico rifiutando il contatto con gli altri. Il
contatto con gli altri lo metterebbe di fronte al dover relazionarsi con tutti i suoi livelli: con la fisicità, con
l’emotività e con tutta la parte intellettiva. Questa persona non può mettersi in relazione, perché l’altro gli
fa da specchio e quindi vedrebbe nell’altro la propria separazione. Questa separazione inizia prima dal
corpo, poi nell’emotività e infine nella testa.
Non è una persona psicotica. Quello che, però, si trova più frequentemente è il tratto schizoide. Le
persone presentano delle caratteristiche che rimandano all’essere schizoide in compresenza di altri fattori.
Il tratto schizoide è molto in espansione nella nostra cultura, perché la mancanza di integrazione viene
vissuta fin dal periodo intrauterino porta questa separazione e incapacità di sentirsi sia fisicamente che
emozionalmente. Quindi, suoi rapporti non sono veramente di contatto, pieni.

Nitamo MONTECUCCO:
Sono persone sfuggenti, non ci sono. Vedete già nei loro occhi la loro identità mancante o la paura di
esistere o la sensazione di non aver diritto di esistere. A persone di questo tipo quando gli chiediamo di
sentire il corpo, loro non sentono niente. Allora normalmente gli facciamo fare le tecniche più elementari
di massaggio, percezione del corpo, rallentamento, tanto amore anche se questa amorevolezza e cura e
passaggio progressivo ci mette tanto tempo. Non è una cosa che succede in poco tempo, però anche con
un massaggio, con l’affetto, con la percezione del corpo dà dei risultati. E’ un lavoro fatto con profondità,
perché deve riaprire il senso dell’esistere, della sua essenza e recuperare quello spazio mancante per poter
esistere e quindi si è ritirato.

Luisa BARBATO:
La patologia schizoide è sempre riferita ad un allarme – minaccia di morte - che in questo caso si riferisce
al periodo prenatale. Tuttavia è importante tenere presente che la patologia su tutti i livelli è sempre
collegata alla paura, perché è la paura che determina la contrazione. Infatti, molte tradizioni ???? dicono
quello che bisogna fare per recuperare la propria integrità e la propria ombra per entrare e diventare in
qualche maniera lo spettatore della propria paura, scendere nella propria paura. Questo è fondamentale.

Nitamo MONTECUCCO:
Le persone che sono così tenacemente nella testa e anche quando gli fai il massaggio non sentono
veramente il corpo, sono meccanici, sono tutti nella testa. In realtà la paura porta un estremo disagio
nell’entrare nel corpo, perché lì rievocano una serie di esperienze emozionali molto dolorose come ad
esempio il non essere stato amato quando dovevano essere amati.

Luisa BARBATO:
Il termine paura è un termine generale, perché sono molti tipi di paure. Nel caso di queste patologie sono
paure molto ancestrali, è più una paura di vivere, una paura che non ha una ragione, non è collegata ad un
episodio: è allarme primario incondizionato. Mentre le paure che si hanno nei livelli di sviluppo
successivi diventano molto più circoscrivibili. Ad es, paure di episodi vissuti nell’infanzia, paura di una
situazione specifica che è un’altra cosa da quello che si prova a livello prenatale.

Nitamo MONTECUCCO:
Anche nella patologia classica del masochista, che vedremo tra poco, essenzialmente è una persona che
ha paura di sentire le energie forti primarie, è una persona che si è protetta (vedremo pure l’iter di
formazione di questa personalità), però è diversa da quella paura più profonda e più assoluta del carattere
schizoide. E’ più una paura pratica, lì c’è stato un impedimento: “mi hanno controllato”, “mi hanno detto
di non farlo e io mi sono abituato così”. Sotto c’è più un’emozione calda che raccoglie delle rabbie, delle
inibizioni, delle tensioni, ma è più umana. A volte sembra un blocco più duro dell’altro, ma in realtà è più
flessibile. L’altro richiede una presenza e un lavoro più di profondità.

Il carattere orale: il buco affettivo
Luisa BARBATO:
Una cosa da tener presente è che ormai non si riesce più dare una definizione univoca. Ci sono delle
griglie, però l’idea è di fare una clinica della persona che sia multilivello e di tratti separati. Mi spiego
meglio. L’operatore dovrebbe chiedersi: Com’è stato l’intrauterino di questa persona? Com’è stato il
parto? Com’è stato lo svezzamento? Com’è stata la fase anale, edipica, l’adolescenza e così via? Ogni
fase di sviluppo ha una sua qualità, una sua caratteristica e l’insieme di questi tratti dà un’idea di com’è la
struttura di quella persona. Ad esempio se una persona ha avuto una fissazione prevalente in fase orale
vuol dire che il parto è andato tutto bene, ma poi non ha avuto l’ allattamento oppure la madre che era
ansiosa gliene dava molto, questa persona è molto nella bocca per cui si dice che il tratto orale è
prevalente. Potrebbe, però, benissimo essere che una persona con un tratto orale prevalente - che è
collegata sempre con un situazione di richiesta e di energia bassa - magari poi ha avuto un rapporto
edipico con la madre di grande conferma e accettazione per cui sviluppa una struttura esterna molto
seduttiva e affascinante, abbiamo un tratto isterico di copertura con sotto un’oralità. Quando togliamo
questo tratto di aggancio alla sessualità troviamo una persona richiedente, una persona orale, perché il suo
tratto in realtà è l’oralità che viene compensato. Quindi, c’è tutta una mappa più complessa che
sicuramente voi non dovrete affrontare.

Nitamo MONTECUCCO:
E’ come se i blocchi possano essere paralleli e in un certo modo possano coesistere per cui in certe
situazioni possa emergere uno e in altre situazioni possa emergere un altro e possano in qualche modo
coesistere ribilanciandosi tra di loro. Rifacendoci su quello che abbiamo detto su una personalità multipla,
quando non esiste ancora un Sé centrale, un senso dell’identità profonda globale, esistono tante
subpersonalità. I cinesi le chiamavano le personalità d’organo, per cui l’organo Rabbia prevale
sull’organo Tristezza o sull’organo Gioia di vivere o hanno una serie di equilibri tra di loro. Li possiamo
vedere come caratteristiche d’informazione di strutture di personalità, li possiamo vedere come qualità dei
chakra e questo in contemporanea perché funzionano tutti. Vi do un esempio: quando facciamo l’apertura
del II° livello possono uscire una serie enorme di cose. Esce all’80% il rapporto di tristezza o di
mancanza d’amore con la mamma e quindi l’energia più comune è l’energia della tristezza e del pianto.
Esistono, però, anche all’interno tutta una serie di articolazioni: gente che chiude la gola e non parla più,
gente che continua piangere e parlare, gente che dice di sentire un’esigenza ma rifiuta ogni aiuto esterno e
andando sul Fegato decide di fare tutto da sola, altri che vanno sulla Milza e sono persuasi che la loro vita
sarà sempre così perché se la mamma non gli ha voluto bene nessuno gli potrà voler bene e anzi non lo
cercherà neanche, ci sono altri ancora che continuano a tenere viva la ferita e continuano a dire “io ho
bisogno, bisogno, bisogno…”, e quelli che invece non esprimono non per reazione o rabbia, ma perché
chiudono e negano. Allora sulla caratteristica del bisogno orale che comunque c’è di fondo ed è molto
presente abbiamo tutte queste varianti a seconda dell’alchimia in cui gli organi e le energie delle persone
si muovono.
Riprendiamo il bambino che è nato e vive tutta una serie di eventi altamente significativi per lui di cui il
parto stesso che è un grande processo di passaggio. Ricordiamoci che sono stati dedicati molti studi
riguardante il parto tra i quali si è scoperto a livello psicologico come i bambini che hanno avuto il parto
cesareo hanno un rito di passaggio in meno. E’ come insito nello schema della vita doversi conquistare
delle cose, fare una certa fatica per ottenere un risultato. Oppure i neonati prematuri che vengono messi
nelle incubatrici che non danno assolutamente alcuna possibilità di contatto e di riconoscimento.
Quindi, il bambino vive questi momenti come i più delicati della sua vita fuori dalla pancia della mamma
che non dentro dove è molto più protetto, dove le condizioni di alimentazione sono lineari. Inoltre
abbiamo visto come la carenza o la relativa privazione del latte materno, o della presenza materna
amorevole può creare tutta una serie di bisogni psicologici nel bambino che poi si manifestano
genericamente nel carattere orale.

Il carattere masochista: l’inibizione alla libertà
Nella crescita, se tutto va bene, noi osserviamo un secondo periodo critico. In realtà quello che accade
molto comunemente è che la rigidità della struttura familiare che può essere della mamma o del padre o
della nonna che vive poi, più nel passato che nel presente in casa, condiziona la crescita del bambino.
Comunemente viene a crearsi questa polarizzazione dove il bambino nella sua crescita (è come un
animaletto che si muove, comincia a sgattaiolare, guarda, tocca fa delle cose) e comincia a venire
fortemente condizionato dalle ansie, dalle paure, dal controllo della struttura materna o familiare. Che
cosa succede normalmente? La mamma ha paura che si muova e non lo lascia muovere, ha il terrore del
controllo e lo continua a controllare, è tendenzialmente ansiosa e continua trasmettere questo senso di
incertezza e insicurezza in tutte le cose. Il punto di controllo Nel passato non esistevano i pannolini, per
cui ogni volta che il bambino si sporcava innestava un maggiore controllo degli sfinteri anali da parte
della mamma che trasmetteva ulteriori ansie, paure e sottili angosce che vanno tendenzialmente a
controllare tutti gli esercizi primari di espansione psicomotoria del bambino. Quindi, tendenzialmente
creano nel bambino un bisogno di controllo, un meccanismo che, purtroppo, è molto comune. Non è tanto
il controllo sfinterico che adesso è prevalente (pensiamo alla sostituzione dei moderni pannolini usa e
getta); molto di più, invece, nelle giovani generazioni è il controllo generale. Sul controllo generale noi
abbiamo una civiltà che, mentre prima i bambini potevano essere relativamente liberi con spazi maggiori
(vivevano più in campagna) o avevano tempi più dilatati ora vivono tra le macchine, la televisione, in
case sempre più piccole e con tempi sempre più stretti, con un’ansia di controllo maggiore. Il tipo di
meccanismo che passa genera una tipologia ampiamente molto comune del carattere chiamato carattere
masochista.
Il masochista è ovviamente un termine molto grosso. Una volta comprendeva il carattere anale , ma dato
che negli ultimi due, tre decenni si è visto calare fortemente questo tipo di controllo, ma è stato come
sostituito con un altro, per cui una certa tipologia comunque continua a sottostare. La mia sensazione è
che più proprio del controllo anale che era più un’identificazione precisa che Freud aveva messo in
evidenza è più un carattere della mamma o della famiglia che continua ad interferire con l’apertura
psicofisica del bambino.

Roberto SASSONE
Agganciamoci a questo discorso del periodo che Freud chiamò della fase anale, e che noi possiamo
invece tradurre in una chiave più moderna e funzionale. In realtà il fatto che Freud abbia parlato del
carattere anale e lo abbia collegato allo sfintere legato alla funzione dell’evacuazione, ha anche un
significato fisiologico in termini più generici. Verso i due anni di età in poi si comincia ad avere il
controllo volontario della propria muscolatura. Il bambino finchè non riesce ad alzarsi in piedi e non
comincia a camminare e non ha la capacità di controllo sulla sua muscolatura non può fare tutta una serie
di operazioni di trattenimento, perché il corpo non glielo consente. Il tratto anale del masochista è il tratto
di una persona che è impedita nella sua possibilità di agire la propria vitalità, per cui lui trattiene con la
sua muscolatura generale e blocca il suo movimento vitale: blocca le sue emozioni, blocca la sua azione,
blocca la sua aggressività. Questo lo può fare fondamentalmente nella fase dai due ai cinque anni proprio
perché il corpo glielo consente. Quindi, la struttura del masochista è una struttura carica di energia. Il suo
corpo, al contrario del corpo dell’orale, che ha un corpo più esile con un torace scarico e ha una
dimensione di richiesta, è un corpo che è capace di contenere e assorbire grosse cariche di energia e di
sostenere molte responsabilità. Fondamentalmente nella dinamica familiare c’è una madre che ha il
potere, ha la direzione e il comando, e c’è un padre sottomesso o assente. Questo tipo di madre induce
nella relazione con il bambino questo messaggio: tu devi fare come ti dico io! Questo è il modo per avere
l’amore dalla madre, per cui il bambino si trova in una situazione terribile: se vuole essere amato dalla
madre deve fare quello che la madre gli impone e non può dire di no, non può rifiutarsi. Per essere se
stesso deve, invece, dire di no alla madre il che gli è impossibile perché significa la negazione della
relazione con essa. Allora impara a soddisfarla e a trattenere tutti i suoi impulsi che lo porterebbero verso
l’affermazione, verso l’espansione, verso il gioco e la scoperta.

Nitamo MONTECUCCO:
Non è detto che questo tipo di madre imperante si esprima sempre con le parole, ma gli lo può far capire
benissimo, può anche mostrargli un’ ipergentilezza e iperattenzione e quindi essere una mamma buona. E
dato che lei è così, quando il bambino al suo primo anno di vita comincia a muoversi lei è lì che
interviene prepotentemente e lo blocca.
C’è una bambina che già all’età di un anno aveva la struttura masochista completa. La mamma è una
persona che ha una paura di vivere, ha grandi difficoltà di comunicazione, con un forte senso di proprietà
nei riguardi della bambina su cui esercita un forte controllo. La bambina è sempre compressa, rifiuta tutte
le attività vitali forti, ha un continuo trattenimento. D’altronde lei vuole molto bene alla mamma che le
mostra tutta una serie di attenzioni reali, ma quello che passa infine è l’autocontrollo e la paura e quindi
tutta l’energia vitale – soprattutto quella del Fegato e dell’espansione - viene contenuta e tutta questa
forza diventa una carica interna, è come se la pelle dovesse irrigidirsi e contenere tutto.

Roberto SASSONE
Ciò mostra in maniera più chiara che quello che passa nella relazione tra madre e figlio non è tanto il
linguaggio verbale, ma il reale tipo d’intenzione che c’è. La madre è apparentemente buona e sorridente e
può essere talmente inflessibile da far comprendere che il suo sorriso si spegnerà se il bambino non è
come lei vuole.
Questa struttura caratteriale, quindi, è una struttura che è portata ad accontentare e assumersi
responsabilità. Può anche essere una grossa qualità una volta che viene estrapolata dalla situazione
nevrotica caratteriale, poiché queste persone hanno comunque una grossa capacità di lavoro, molta
determinazione, una grande capacità di sopportare degli sforzi, sono affidabili. Tutto questo è anche un
pregio, se uno riesce a liberarsi dalla sua trappola caratteriale e diventa un individuo capace di
determinare la propria scelta nella vita, usando qualità che sono state formate paradossalmente dalla sua
nevrosi. Ed è qui che l’operatore può intervenire e trasformare quella che era un’incapacità in una
possibilità maggiore di affermarsi nella vita. Ora, siccome la struttura masochista ha la necessità di
contenere le sue emozioni, blocca fondamentalmente la sua energia dalla gola fino a tutto il torace (in
genere sono persone con strutture grosse), nel diaframma e nell’ano che è interessato alla necessità di
contenere. Questo lo possiamo vedere fisiologicamente. Se abbiamo un minimo di contatto con il corpo,
ci accorgiamo che le nostre natiche si stringono o quando dobbiamo controllare o perché abbiamo paura.
Il corpo fa questo del tutto spontaneamente, per cui impariamo a sentirlo e a vederlo.
Se il masochista non si nascondesse più dietro la sua disponibilità e gentilezza, si scoprirebbe che è molto
arrabbiato. Ricordiamo a questo proposito più di un fatto di cronaca dove improvvisamente una persona
gentilissima e a modo uccide un parente.
La grande difficoltà del masochista è proprio la possibilità di provare il piacere. Per lui ottenere il piacere
significa fare un’operazione corporeo-energetica opposta a tutto quello che ha imparato a fare per poter
accontentare la madre. Il masochista per eccellenza contiene; al contrario vivere il piacere è mollare.
Collegando poi il mollare con un terrore, perché essendo vissuto con l’esperienza di sé anche fisica di
eterna contrazione, sperimentare il cedere viene vissuto quasi come una perdita di identità. Ha paura di
smembrarsi, di cadere, di rompersi, d’impazzire.
Quindi, nel trattamento con il masochista bisogna tener conto di tutto ciò. La relazione terapeutica con il
masochista è molto complicata, ma interessante. Ho già accennato che c’è la tendenza dell’operatore o
psicoterapeuta nel voler aiutare il cliente. Nel masochista l’errore più grande che si possa fare è cercare in
tutti i modi di farlo reagire e di farlo sbloccare e di fargli tirare fuori la sua emozione, perché in questo
modo ci comportiamo nello stesso modo della madre. Gli stiamo chiedendo ancora una volta di fare il
bravo e quindi gli rinforziamo proprio la dinamica da cui il masochista vuole fuggire.

Nitamo MONTECUCCO:
Quando lo vedi osservi subito la chiusura della testa, sente poco il corpo, senti la sua rigidità. A volte
sono anche delle persone intelligenti e sensibili a cui ti viene voglia di dirgli “E dai, smollati! Vivi!
Apri!” perché lui ha paura di muoversi, chissà cosa succede. Intanto, poi, la mamma non lo ama più. La
mamma gli ha trasmesso mille paure e ansie al giorno se si apre. Gli ha trasmesso soprattutto che per lui
l’apertura è pericolosa, paventa una perdita del controllo e non esiste più.

Roberto SASSONE
A questo punto vediamo cosa si deve fare e cosa non si deve fare con il masochista. Anzitutto bisogna
saper creare una relazione in cui lui abbia i suoi tempi di scelta nel mollare. Bisogna dargli veramente la
possibilità di essere lui a sapere di poter scegliere il momento in cui può lasciarsi andare. Non deve
viverlo come un dovere o come un dovere di accontentare il terapeuta. Quindi, sempre come operatori
anche nel lavoro sul corpo è più un accennare una possibilità di respiro, di mollare anche un pochino il
torace con un tocco dolce e lasciare che sia lui a fare.

Nitamo MONTECUCCO:
Una delle cose che ho notato nel mio lavoro è che masochisti un po’ si nasce. Ho una famiglia che ho
curato, dove ci sono due figlie. Una figlia è normotipo ed è carina. I due genitori sono normali, la madre è
normale e il padre è già una tipologia masochista, è un po’ pesante, fisicamente pieno. La seconda figlia
ha una conformazione pesante ed è diventata un carattere masochista. Quando si dice in omeopatia
“carbonica in generale e calcarea in particolare” hanno delle strutture dove l’intelligenza somatica,
l’intelligenza viva è ridotta. In questo caso specifico la seconda ragazzina è decisamente meno perspicace
della sorella. Nonostante né la madre né il padre le dessero più controllo dell’altra, lei si è creata una
struttura fortemente masochista, mentre la sorella non ce l’aveva. Aveva già, chiamiamolo, un fenotipo
che l’avrebbe certamente portata più facilmente ad essere quella tipologia. Invece, la sorella aveva una
tipologia più normotipo e più esteriore, per cui si muoveva, già il condizionamento del controllo e delle
pressioni su di lei non aveva molta presa. Invece, nella concezione più piena dove nel sistema linfatico
prevale la rotondità del corpo e la lentezza, immediatamente è molto più consono a fermarsi e a chiudersi.
Quindi, un carattere orale classico magro, un po’ spinto, se lo chiudi diventa piuttosto un nevrotico,
diventa un reattivo, diventa un frustrato o nervoso, non diventa un masochista.
Quindi, in questa tipologia particolare c’è, secondo me, una forte base di struttura fisica di partenza, una
predisposizione e il resto lo fa sicuramente la struttura materna.

Roberto SASSONE
Per questo motivo è importante vedere il percorso delle varie fasi. Per esempio nella struttura masochista
è utile vedere che cosa è avvenuto nella fase dell’allattamento con quella stessa madre con quei tratti di
controllo e di predominio. Anche nell’alimentazione è molto facile che il masochista abbia subito
un’invasione rispetto all’orale che energeticamente è più scarico. La madre del masochista non tiene
proprio conto dell’esigenza del figlio, non la rispetta, ma vede soltanto la sua necessità secondo il suo
schema e il suo progetto di ciò che è il meglio per il bambino. Quindi, un masochista anche come
nutrimento che ha avuto è facile che sia pieno e che abbia la tendenza d’ingrassare. Bisogna collegare le
varie fasi per capire meglio l’individuo.

Nitamo MONTECUCCO:
Nelle famiglie spesso ci sono figli che hanno due tre tipologie e caratteristiche diverse. Uno è quello più
veloce che è riuscito scappare di casa più in fretta e l’altro che è rimasto in casa e su cui si riversa tutto
l’investimento futuro per la vecchiaia dei genitori. Quest’ultimo, nel peggiore dei casi, dove la mamma è
più imperante o dove la struttura è più rigida non si muove più di casa. O se vanno via di casa sono
perseguitati da un controllo continuo. E normalmente quando c’è questa situazione nell’inconscio del
bambino, mentre nell’orale c’è comunque il grande desiderio di avere la mamma o un po’ di rabbia per la
mamma che non ti ha data la tetta, c’è pur sempre una dinamica di cuore aperto. Nel masochista spesso
questa mamma è veramente invasiva: ti ha fatto sentire amato, ma non ti ha veramente amato. Si crea così
un’idea della donna che poi nella vita mai più avrà voglia di sposarsi. C’è una chiusura nella relazione
spaventosa oppure si creano una situazione dove la moglie gli fa di nuovo da mamma dominante e quindi
si sentono protetti.

Roberto SASSONE
Vediamo cose molto più semplici. Dall’utero materno nascono maschi e nascono femmine. Questo vuol
dire che la relazione con la figura femminile ce l’ha sia il maschio che la femmina, soltanto che il
maschio nel suo sviluppo libidico continua la relazione con la donna. La donna ha la relazione con la
madre, ma nel suo sviluppo deve incontrare un altro oggetto d’investimento libidico, ovvero il padre e
successivamente un uomo. Ha più possibilità di sganciarsi, perché va verso un maschile, cioè non va di
nuovo verso un femminile e quindi non c’è un rinforzo. Questo aspetto, che può sembrare banalissimo, è
fondamentale.

Nitamo MONTECUCCO:
Infatti, chi rimane in casa è più facilmente ‘il cocco di mamma’ che non ‘la cocca di mamma’.
Questa è una tipologia di carattere comunissima. Considerate che l’anno scorso il sendo gruppo in
Accademia era una fortissima predominanza che avevano un comportamento di tipologia masochista.
Non avevano tanto il conflitto con il padre e neanche con la madre. Avevano una pesantezza con la
mamma: la amo, non posso distaccarmi. Quindi, quando abbiamo fatto l’apertura del cuore non usciva
niente.
Ho notato spesso nel masochista che mentre nell’orale a volte il cuore è tanto, nello psicopatico è
rinforzato dalla mamma per cui si sente tutto pieno, nel masochista c’è un corpo piuttosto rotondo, la
pancia piena e il cuore molto ristretto e respira poco.

Roberto SASSONE
Nel masochista il torace sta fondamentalmente in inspirazione, perché non riesce a sgonfiarsi. Mentre,
invece, l’orale non riesce a prendere, il masochista è pieno e non riesce a svuotare.
A questo punto vorrei fare un’altra osservazione: quando c’è una madre che controlla ossessivamente e
un figlio che la soddisfa in tutto per farsi amare - se poi il padre è veramente debole e insignificante – ci
sono i presupposti perché si sviluppi un’omosessualità. Ci sono molte situazioni di omosessualità che
hanno questo quadro. Vivono con la mamma che li ha castrati definitivamente, quindi l’aggressività virile
non c’è più. Non c’è l’identificazione con il padre, e per essere amati dalla madre si toglie energia al fallo.
Questo tipo di omosessualità è di carattere passivo. Mi fermo qui sull’omosessualità, perché è un tema
troppo complesso.

Nitamo MONTECUCCO:
Uno dei meccanismi chiave dell’omosessualità è il condizionamento sociale a non riprodursi. Questa è
una delle tanti basi anche perché all’interno di una società iperpopolata come la nostra la polarizzazione
maschio/femmina non è più così necessaria. Tutto è molto mediato per cui la polarità diminuisce, c’è un
codice genetico che scatta. In sovrapopolazione non è più necessario fare figli, la polarità
maschio/femmina viene diminuita e quindi a questo punto va bene tutto. Dall’altra parte, scattano dei
meccanismi psicologici sempre dati dalla mancanza di polarità tra i genitori o con i genitori e il figlio.
Queste sono considerazioni che ci porterebbero molto lontano.

Roberto SASSONE
Da tener presente che le nevrosi sono sociali e culturali. I caratteri che vedeva Freud è difficile vederli
adesso.

Il tratto nevrotico: iperreattività da stress e incapacità di relax
Nitamo MONTECUCCO:
Direi, invece, che un’altra delle caratteristiche fondamentali che è molto importante verificare è il
carattere nevrotico. Il carattere nevrotico è una personalità caratterizzata da uno stato cronico di stress, di
tensione e ipereccitazione del sistema globale, in particolare del sistema nervoso. La tipologia nevrotica
nasce quando non vengono rispettati i ritmi lenti naturali di equilibrio tra il sistema nervoso, il sistema
cardiaco e il sistema fisico il sistema nervoso subisce un condizionamento all’iperattività. Comunemente
si definisce la persona ‘nervosa’. Questa caratteristica nervosa è una caratteristica che prevale
enormemente nelle donne negli ultimi trent’anni. Da quando le donne, grazie al processo di
emancipazione che trent’anni fa ha portato avanti il femminismo i diritti si sono accordate ad una
tipologia sociale che è assolutamente maschile e quindi sono diventate come gli uomini per ottenere gli
stessi diritti degli uomini. Quindi hanno cominciato a fumare come gli uomini e l’incremento della
crescita della libertà delle donne è parallela al numero di sigarette fumate ed al numero di cancro che si è
divulgato tra loro. E’ molto vicina alla diminuzione del seno che è un linfatico come apertura e dolcezza,
le forme rotonde, i tempi lenti. Tutto questo è stato in qualche maniera cancellato e quindi le donne hanno
sviluppato il nervosismo, una struttura rigida , che è diventata comunissima. Questo è anche parallelo alla
diminuzione del numero di lattazione delle donne industrializzate. Il latte è sempre il linfatico. Tutta
quella parte è stata ridotta. Lo sress era prima una caratteristica molto più maschile, perché l’uomo si
trovava a gestire il mondo del lavoro, l’economia, un mondo in rivoluzione. Man mano che le donne si
sono avvicinate al modello maschile hanno assunto anche loro una sottile nevrosi, perché non vanno più
lente come dovrebbero andare, non vanno armoniche, non vanno con i tempi biologici come dovrebbero
andare. Se nella tipologia del bambino/a che nasce c’è una mamma che non li allatta, una mamma che li
controlla e uno ha una tipologia particolarmente nervosa, uno degli elementi che viene fuori fortemente
dominante è il nervosismo. C’è sempre un meccanismo di sottile conflitto interno. Questo conflitto sia
nelle donne che negli uomini, nelle donne diventa relativamente grave perché sono poi quelle che
gestiscono i figli e, quindi, questo meccanismo passa velocissimamente ai figli.
I figli, le famiglie che abbiano un livello intellettuale nella media o superiore o che abbiano genitori che
abbiano studiato o che fanno gli imprenditori assumono un carattere molto comune: sono nervosi. Notate
che sotto qualsiasi cosa si dice c’è sempre un filo di rabbia. Uno parla e di nuovo c’è, seppur in forma
minore del carattere schizoide, questa tendenza ad avere una rigidità della spina dorsale e ha un vivere le
cose con una sottile negatività, con una sottile conflittualità. Quando voi fate un maternage ad uno
schizoide lui non c’è, rimane teso e tutto deve essere sotto controllo. Se lo fate ad un nevrotico lui è tutto
contento, si accuccia, lo sente, però rimane sul mentale, ti dice subito che non è molto contento, ti crea un
conflitto. E’ una tipologia molto comune che può contaminare tutti i caratteri, è trasversale, però è
estremamente sensibile alle terapie. Non hanno particolari problemi: basta talvolta appoggiare una mano
sulla fronte o sul cuore e loro si lasciano andare. Sono quelli che si appassionano, ci stanno, giocano con
te, sono in qualche nodo intraprendenti. Sono quelli che ti danno maggiori soddisfazioni, perché non
essendo tanto gravi hai dei risultati più in fretta.
Quando, invece, questa caratteristica sfocia in altre caratteristiche come il rigido o altre lì allora diventa
più difficile.

Roberto SASSONE
Aggiungo ancora qualche dato sulla struttura fisica dello schizoide. Innanzitutto diciamo che gli schizoidi
hanno una grossa padronanza del loro corpo, proprio perché non lo sentono. Il corpo è un robot in cui loro
abitano. Hanno una percezione smembrata di se stessi. Se gli si fa sentire il proprio corpo dopo un certo
lavoro, sentono il braccio staccato dalle spalle, le gambe staccate dal tronco: non hanno assolutamente la
percezione unitaria di sé. Questo quando lo sentono. Normalmente, invece, non lo sentono proprio.
Hanno anche una grossa resistenza per il dolore. Sono strutture che hanno una profonda tensione interna:
sono magri e dritti. E grazie a questa grossa padronanza del proprio corpo possono fare cose incredibili.
Molti ballerini/e classiche sono schizoidi: stanno alla sbarra per ore, giorni, anni con una disciplina
rigidissima.

Il carattere psicopatico: la sfida alla vita
Passiamo ora allo psicopatico. Vediamo la differenziazione tra il masochista e lo psicopatico per vedere
meglio la dinamica che avviene. Abbiamo detto che il masochista deve accontentare la madre, ma che
madre? Una madre che gli impone la sua autorità e, quindi, è una madre castrante. Lo psicopatico ha una
relazione importantissima con la madre, ma di altro tipo. Lo psicopatico è una struttura che viene montata
da una madre che vede nel figlio veramente la possibilità di realizzare il sogno della sua vita. Suo figlio è
meraviglioso, è intelligentissimo, è un figlio che la riscatterà dal padre o addirittura che prende il posto
del padre. Questo accade quando il padre muore e il bambino è ancora in tenera età e lei si trova sola con
lui che diventa il suo mondo. Allora, anche qui c’è un bambino che impara a soddisfare la madre, ma non
è la madre imperativa e castrante, bensì una madre che si allea con il figlio e gli fa credere di essere
speciale. Al contrario della madre castrante del masochista gli dà un sacco di possibilità: gli fa fare nuoto,
il pianoforte, scherma e sviluppa una grande intelligenza. Ora dobbiamo immaginare che questo
meccanismo è un meccanismo vincente nel senso che realmente poi questo bambino comincia a ricevere
delle conferme. Infatti, gli psicopatici hanno sempre successo per tutte queste caratteristiche enunciate.
Ma qual è l’aspetto fondamentale dello psicopatico? Lo psicopatico è talmente centrato su se stesso,
perché ovviamente tutta la sua realizzazione è dimostrare il suo grande valore con la complicità della
madre, che tutto il resto del mondo è semplicemente uno strumento. Lo psicopatico non sa amare, lui
vede gli altri come oggetti che può usare a piacimento. Egli può addirittura in forme psicotiche molto più
gravi tagliare le persone a pezzi, perché per lui sono realmente degli oggetti da rompere.

Luisa BARBATO:
Se vogliamo dare una lettura energetica dello psicopatico, fondamentalmente egli è una persona che
stabilisce un contatto diretto tra la parte del corpo, degli istinti, del rettiliano con la corteccia. E’ un
movimento verticale diretto che in qualche maniera salta la parte limbica. Quindi, non avendo la parte
emotiva/affettiva riescono a considerare gli altri oggetti e non li connotano con l’emozionalità, il senso di
colpa o il senso morale che noi tutti abbiamo. Si tratta,quindi, di un’intelligenza lucida sorretta dall’istinto
e dalle sottostanti forze primitive. Questo schema è anche lo schema della nostra società e della nostra
cultura vincente. Questo è il rischio culturale di massa del nostro sistema. Quando Nitamo
MONTECUCCO definisce la nostra società tecno-rettile fa riferimento a una società psicopatica.
Ora, se noi pensiamo ai casi estremi di adolescenti che uccidono le a propria famiglia o che gettano i
massi sull’autostrada. Ci sono tantissimi giovani che sentono questo tipo di disagio, proprio perché spesso
sono in questa posizione rettiliana, molto sull’istinto che viene anche espressa dalla tecnica dove l’uso
della tecnologia e la formazione dell’intelligenza è garantita attraverso lo studio scolastico ma che non
prende mai in considerazione la parte affettiva
Ogni volta che c’è un caso di psicopatia eclatante quello che colpisce le persone è la mancanza di
affettività dei protagonisti. E’inquietante il fatto che quando fanno le perizie psichiatriche tendono a
vedere che queste persone abbiano la capacità d’intendere e volere e in realtà risulta sempre che sono
persone consapevoli e lucide. Ciò che, però, non viene mai misurato a queste persone è la capacità di
provare emotività e affettività. Tra l’altro la psichiatria classica conferma che con queste persone non c’è
niente da fare, perché questa mancanza, essendosi costituita in un periodo molto lontano dello sviluppo
della persona, difficilmente viene recuperata malgrado queste persone siano molto abili nel condurre e
sedurre per la loro intelligenza seduttiva. Abbiamo il caso di Erica di Novi Ligure che stava già riuscendo
a scappare da prigione, perché aveva sedotto e convinto della sua innocenza chi lavorava nella sua
struttura. Negli Stati Uniti, quando hanno questi detenuti psicopatici di solito hanno delle equipe che
cambiano in continuazione per evitare ad essere sedotti. Nel caso ancora di Erica si sa che ha ricevuto
centinaia di lettere di ammirazione da parte di giovani.

Nitamo MONTECUCCO:
La mia lettura è che hanno di base una forte mancanza di apertura del cuore. Guardiamo gli animali: in
effetti ci sono degli animali che uccidono. Se guardi il leone non ti dà la sensazione che uccida senza
cuore, mentre se vedi le iene è diverso. Pensate veramente agli usurai, ai mafiosi a coloro che
commerciano in armi, a quelli che fanno del male gratuitamente. E’ chiaro che lì il senso del cuore loro
non ce l’hanno, o ce l’hanno così poco che rispetto ad altre istanze psicofisiche è irrilevante. Se noi
fossimo una società dove il cuore è un simbolo di civiltà, una base di civiltà glielo insegniamo il cuore e
certamente è un lavoro lunghissimo. E queste bande proprio perché non hanno il cuore in una società
organizzata per il guadagno, per l’apparenza, per l’avere e il possedere è facile con un minimo di
intelligenza uccidere, massacrare, vendere, guadagnare, essere famosi C’è un grande pericolo.

Roberto SASSONE
Vorrei attirare la vostra attenzione su un breve passaggio tratto dal libro “Il corpo non mente” di Luciano
Marchino, perché è veramente esemplare.
“Mentre lo schizoide si tiene insieme per non andare in pezzi, l’orale si tiene stretto per non sentirsi
abbandonato, il masochista tiene fuori resistendo alle invasioni e ai soprusi e tiene dentro rinunciando
all’autoespressione per non perdere l’oggetto d’amore, lo psicopatico si tiene su per sentirsi all’altezza
della situazione, il rigido si tiene indietro per non farsi coinvolgere nell’amore.” Spero che vi sia più
chiaro.

Nitamo MONTECUCCO:
Badate bene che tutti questi caratteri non sono mai unici, Ad esempio di psicopatici ne abbiamo decine e
decine di strutture: ci sono quelli moderatamente psicopatici, ci sono quelli che hanno avuto un sostegno
forte da parte della mamma che li ha rinforzati in una parte di ego, ma non è detto che tutti abbiano
risposto alla stessa maniera. Alcuni sono diventati dei palloni gonfiati, altri sono diventati delle persone
determinate, altri ancora non ce l’hanno fatta per mancanza d’intelligenza o volontà di riuscire e così via.
Quindi, abbiamo tantissime strutture, ci sono anche dei buoni psicopatici in grado di amare. Ci sono
persone che da un cervello puramente rettile si rendono conto di ave fatto male e si ribilanciano. Quindi,
lasciamo aperto il campo. Quindi, attenzione quando identificate una struttura: a volte la vedete forte,
piena, e a volte la vedete meno evidente, ne vedete solo un tratto.

I caratteri e la sessualità: il rigido, il nacisista e l’isterico
Roberto SASSONE
Ora vediamo la differenza tra un carattere psicopatico e un rigido come indicazioni di massima, non
reichiane. Nella nomenclatura rigido fondamentalmente si inseriscono due strutture caratteriali che è la
struttura del fallico narcisista o dell’isterica. Vediamone la differenza. Mentre lo psicopatico ha una
relazione con la madre - ed è una relazione ovviamente edipica - in un’alleanza emozionale e proiettiva
che ha il fine di realizzare il successo e il potere, nella relazione edipica del rigido o del fallico narcisista
non c’è da parte della madre la richiesta “ tu sei quello che deve diventare grande nella vita”, ma è una
vera e propria relazione seduttiva sul piano dell’affettività e non del progetto di realizzazione. La madre
riversa la sua affettività sul figlio, amoreggia (che può essere anche bello e sano, se è misurato e senza
richieste implicite), senza la richiesta di essere speciale o superiore a tutti quanti. Quindi, c’è la relazione
edipica, ma è più sull’affettività e sulla seduttività.
Il vero grande problema del carattere rigido o fallico narcisista è che questa struttura ha passato
abbastanza indenne tutte le altre fasi e incontra finalmente la madre come oggetto d’amore. A questo
punto tenete presente una cosa importantissima che, però, crea la difficoltà del genitore di sesso opposto :
il bambino non fa differenza tra amore e sessualità. Egli ama totalmente, per cui il suo desiderio di
contatto e la sua manifestazione di sessualità – che non è di genitalità - è un contatto di cuore innocente e
pulito, se ha fatto gli altri percorsi con semplicità.. E’ la madre o il padre che si spaventa di questo tipo di
relazione, perché ovviamente c’è la sessualità in questo contatto. Ed è il timore del genitore che invece si
vive il senso di colpa o comunque una dimensione un po’ sporca della sessualità a metterlo in allarme e a
mettere in allarme il figlio.
Nel caso del rigido o fallico narcisista la madre propone l’incontro manifestando la seduttività nei
confronti del figlio però a condizione che non ci siano manifestazioni sessuali. Ed è veramente il dramma
del fallico o dell’isterica (quindi, del rigido e della rigida) che ha accesso dei sentimenti erotici e di cuore
(sono ancora uniti!), ma se vuole avere una relazione con la madre, deve scindere i sentimenti erotici dal
cuore. Può avere un rapporto di cuore, ma la sessualità non è consentita. Qui nasce un fatto culturale negli
uomini e che adesso è sempre più frequente nelle donne, ovvero che gli uomini possono avere rapporti
sessuali forti ed eccitanti con donne che non amano e la donna che amano – che è nobile e angelicata –
non può essere oggetto di desiderio. Si trovano ad essere meno potenti quando sono innamorati e potenti
quando non c’è un investimento d’amore.
Quindi, l’aspetto del fallico narcisista ha un aspetto piacevole, è una persona che ha una buona mobilità
energetica, perché comunque è giunto alla genitalità, però è un seduttivo, come la madre faceva con lui.
Se noi dimentichiamo i caratteri, questo meccanismo che descrivo è un meccanismo frequente e che
possiamo chiamare anche in un altro modo. Però, se noi come operatori cerchiamo di capire aldilà delle
definizioni che cosa accade quando ci sono questi tipi di vissuti, diventa più facile operare. Il fallico
narcisista ha una ferita d’amore, per cui fa il movimento, erotizza l’oggetto e poi si ferma perché si trova
nell’angoscia di questa sensazione. Ha magari una grossa potenza e una grossa carica energetica, ma non
può viverla insieme all’affettività. Quindi, è anche ‘il bello irragiungibile’ che si manifesta e fugge., come
fa a sua volta l’isterica. E’ seduttivo, ma poi alla fine si tira indietro: è la dannazione della donna un uomo
così. Il rigido, quindi, ha una struttura abbastanza mobile, però è tirato. Il suo vero problema è la paura,
ha paura di amare.
Su di lui si lavora sulla sua paura di amare, sul dargli la fiducia e sul fargli sentire che il suo affetto non
viene negato.
Per quanto riguarda il problema di Edipo c’è un triangolo in questo caso. Allora, mentre nelle situazioni
precedenti che ho descritto c’è un rapporto duale - è la storia tra il bambino e la madre nelle varie fasi -
quando entriamo nella fase edipica lì c’è veramente il confronto con il padre ed è il vero triangolo.
Quindi, è molto importante vedere che relazione c’è tra il padre e la madre. Bisogna capire effettivamente
perché la madre riversa la seduttività sul figlio anziché viversi in maniera più piena la sua femminilità con
il proprio compagno. Magari a volte c’è un ottimo rapporto intellettuale con il proprio compagno o un
rapporto di stima, però manca la sessualità. Quindi, c’è tutta la parte erotico-affettiva di questa donna che
viene negata e il figlio maschio le offre questa possibilità. Ad ogni modo sono già donne più sane che
hanno questa capacità di contatto d’amore. Non stiamo parlando della donna degli altri modelli
precedenti, dell’incapacità del contatto, di madri che non sentono il proprio corpo oppure donne
ansiogene, ossessive o prevaricatrici o violente. Stiamo parlando di una situazione molto più accettabile.

Luisa BARBATO:
Una situazione molto comune che viene definita come una delle caratteristiche ormai molto importanti
del nostro sistema sociale è questo investimento della madre sul figlio che diventa ad un certo punto
simbolicamente il padre. Il padre viene privato della funzione sessuale che viene successivamente
trasferita sul figlio. C’è una situazione collettiva di screditamento del ruolo dell’uomo, perché c’è
un’assenza del padre. Io vedo molto spesso questo passaggio dove il figlio viene eletto a compagno
simbolico.
Per quanto riguarda le donne, sarebbe più facile parlare dell’isterica secondo Freud, ma in questa sede
preferisco parlare in maniera più semplice del carattere vero e proprio isterico e della ragazza che è
arrivata al primo sviluppo genitale, il che avviene intorno ai 5,6 anni. A tale proposito c’è un’ipotesi
molto interessante da questo punto di vista che dice che in realtà filogeneticamente lo sviluppo dell’essere
umano sarebbe completo entro i 5, 6 anni ed entro i 10 sarebbe una maturazione genitale. In realtà se non
ci fosse stato uno sviluppo del sistema della corteccia si sarebbe pronti a 5,6 anni. Poi, però, c’è tutto un
periodo di latenza fino alla pre-adolescenza, perché cui lo sviluppo è stato rimandato, perché c’è lo
sviluppo di tutte le facoltà.
Infatti, nello sviluppo dell’uomo c’è questa doppia fase che in realtà non c’è negli animali. E’ come se ci
fosse uno slittamento della maturazione sessuale per permettere lo sviluppo di tutte le facoltà cognitive e
intellettive che altrimenti non si sarebbero potute sviluppare. Che cosa comporta questo doppio stadio? In
realtà si arriverebbe almeno dal punto di vista energetico ad una maturazione intorno ai 5,6 anni e quindi
c’è tutta la triangolazione edipica.
E’ una fase in cui si scoprono, si toccano, se non gli dici niente non fanno niente, girano nudi disinvolti.
Dopo gli otto anni: tabù, non si tocca, mutande. Se andate nei campi nudisti le uniche che hanno le
mutande sono le ragazze dagli otto ai quattordici anni, il periodo premestruale e l’inizio delle
mestruazioni. In effetti, è l’epoca più delicata, di cambiamenti, emotivamente di vergogne.

Luisa BARBATO:
Nel caso della bambina c’è l’impossibilità di andare verso il padre, perché questo viene inibito dalla
madre. Spesso le bambine quello che richiedono è il contatto fisico con il padre, contatto energetico che
ha anche delle sfumature di sessualità che la madre permette. Se questo processo non viene completato la
bambina diventa una patologia isterica: va verso il padre, verso l’uomo, ha la maturazione, “ci sono, sono
disponibile, poi, però, non è possibile”.
In questo processo ci sono coloriture diverse: se la madre permette ed è il padre che blocca questo
processo allora c’è un’identificazione positiva con la madre. Altrimenti ci può essere una situazione di
conflittualità con la madre e di maggior rifiuto della femminilità. Poi, ci sono vari sottotipi. Comunque,
chi è l’isterica? Siccome in teoria il carattere isterico è una persona che ha avuto tutte le fasi precedenti
che si sono sviluppate normalmente è una persona che ha una certa mobilit fisica. Anzi, si dice che ha una
certa agilità, una certa sensualità, esercita seduttività e fa del maschio il suo riferimento prevalente,
perché è lì il blocco. Quindi, quando vedete le ragazze che sono tutte prese dal gioco della seduzione
capite che il tema è lì, c’è un blocco interiore edipico.
Questo è uno schema teorico su cui ho personalmente dei dubbi, perché secondo me nella realtà non è
mai così. Ormai trovare una vera isterica è difficile. Magari ci fossero solo le isteriche, perché vorrebbe
dire che ci sono tutte le strutturazioni pre-edipiche di cui abbiamo parlato: tutta l’oralità, la separazione
del parto, tutta la fase anale avrebbe dovuto svolgersi bene. In realtà non è così. Allora vengono fatte
varie distinzioni. Si distingue la reazione isterica che è la più superficiale ed è l’improvvisa reattività che
poi viene definita isterica, ma ha poco a che fare con la genialità. Inoltre, possiamo definire il tratto
isterico che è un tratto di copertura e questo troviamo la maggior parte delle volte. Cioè, questo gioco di
seduttività nelle donne si vede bene: l’esser molto puntate sul maschio, sulla conquista, sul piacere,
sull’essere ammirate, sulla leggiadria (pensiamo alle ballerine brasiliane). Spesso questo è un tratto di
copertura, cioè è come se l’ultima fase vissuta nello sviluppo fosse quella che viene messa come sistema
relazionale, ma che in realtà nasconde ben altro.
Nelle varie posizioni isteriche possiamo distinguere molto sotto-posizioni. Se togliamo il tratto isterico
nel giro di poco tempo se ne va via, perché è un tratto di copertura. A quel punto emergono le posizioni
sottostanti che coloriscono anche il tratto isterico. Ad esempio, c’è un’isteria di conquista e fuga: seduco,
mi piace molto sedurre e poi abbandono, Questa è un’isteria con un tratto fobico sottostante, c’è
un’allarme.
Poi, esiste un’isteria che copre un’oralità il che è molto comune e fa disperare gli uomini: la donna si
presenta con un tratto isterico molto seduttivo e leggero, e quando arriva allo scopo tutto il gioco di
seduzione serve a colmare l’oralità e l’altro serve da riempitivo e deve continuamente riempire il bisogno,
deve allattare e, quindi, c’è l’attaccamento.
Poi, esiste invece un’isteria che è di copertura a un tratto fallico. E’ una donna che nella relazione con il
padre ha in realtà sviluppato un processo di conflitto e di identificazione, cioè non è riuscita andare verso
il padre perché c’era un conflitto, una situazione di competitività. E’ una persona che magari ha
un’identificazione con il padre anche perché c’è un’impossibilità d’identificazione con la madre, per cui
la situazione seduttiva diventa una situazione di sfida nei confronti dell’uomo. Vive questi rapporti
amorosi che vanno in escalation simmetriche: c’è una grande seduttività, poi c’è un abbandono, poi ci
sono le urla e le grida e poi la ripresa e così via. Tutto questo è perché spesso dietro c’è una posizione
femminile d’isteria di copertura di una posizione fallica in competitività con l’uomo.
Questo per darvi solo degli accenni per farvi capire com’è importante leggere le varie situazioni come
tratti che si combinano. Quindi, a seconda di come si mettono i tratti si legge la persona. Nell’isteria è
particolarmente semplice, perché quasi tutte le donne hanno tratti isterici ad eccezione delle donne
ossessive, intellettuali.

Le più comuni tipologie
Nitamo MONTECUCCO:
Abbiamo identificato delle tipologie primarie che possono essere importanti se riusciamo a identificarle
anche per avere sia un’idea generale della loro struttura di base, di come si è venuto a creare il loro blocco
sia anche di quelli che sono i loro punti deboli, su cui eventualmente fare un’azione di aiuto e di sostegno.
Per questo cercherei di entrare il più possibile nella struttura della vita media e di far un excursus su quelli
che sono i casi più normali di strutture critiche di persone che potrebbero arrivare da voi come persone
che hanno bisogno di aiuto.
Partirei non tanto dalle personalità, ma quanto dalle cose più comuni che vi capitano. Per esempio
potrebbero capitarvi molto comunemente delle persone che vi chiedono qualsiasi cosa, ma ciò che vi
stanno realmente chiedendo è di farli uscire dalla depressione. Vi raccontano mille cose, ma
essenzialmente che hanno un processo di crisi interna e che ti stanno chiedendo aiuto.
Un’altra delle tipologie assolutamente comuni che vedrete sono le persone che sono in un momento di
crisi esistenziale: attorno a loro sta cambiano il mondo, stanno cambiando le relazioni, sta cambiando il
lavoro, stanno cambiando i loro sentimenti che li connettono con la rete delle relazioni. Quindi, vengono
da voi con una piccola scusa - per l’abbandono del fidanzato o la moglie che non ha più voglia di fare
l’amore con il marito - ma in realtà ciò che voi riuscite a vedere in queste persone è che sono in un
momento di passaggio e che hanno semplicemente di un centro. E’ la crisi esistenziale.
Ieri mettevamo in evidenza come, soprattutto in questo momento storico, tutte quelle persone che sono
già normalmente con il cuore aperto e che poi se l’è dovuto chiudere. Dentro ha un cuore che batte e che
soffre e fuori tutta la sofferenza che non riesce più a gestire. Voi, in questi casi, entrate e ascoltate quello
che di positivo questa persona ha realmente dentro.
In seguito avrete mezza giornata intera per guardare con attenzione la psicopatologia, perché dovrete
assolutamente imparare a riconoscere i casi. Finora abbiamo parlato di caratteri : lo schizoide, il rigido,
l’orale ecc. Ma a volte veramente arrivano persone che sono borderline o che sono psicotiche oltre misura
e voi non avete assolutamente gli strumenti per poterle aiutare. Quello che potete fare per aiutarle è
consigliargli un buon psicologo, un buon medico, una buona struttura, consigliargli di entrare in un iter di
crescita che comprende un lavoro di profondità che voi non siete tenuti a fare. Persone depresse hanno
bisogno a volte di una psicoterapia o a volte hanno bisogno di uno psichiatra. Se sono andati oltre un
certo limite, perché se la persona piange tutto il giorno è inutile che gli fate il massaggino del piede o lo
fate danzare. Evidentemente ha dentro un meccanismo contorto che non gli permette di vivere la sua vita
e che deve essere risolto con degli strumenti potenti Se, invece, la persona ha una depressione psicofisica
lieve ed è un po’ insoddisfatta, voi le potete dare un’enorme aiuto: sia in questo caso sia nel caso della
persona che ha crisi di relazione o crisi di identità in senso semplice - p. esempio improvvisamente non se
la sente più di fare il suo lavoro oppure la donna che per anni è stata una brava moglie e ora non ce la fa
più - che sono situazioni intermedie. In tutte queste situazioni quello che voi potete fare è applicare le
norme generali di empatia con la persona e le pratiche di vostra competenza. Si articola il suo bisogno
nella realtà di quello che realmente ha. Abbiamo visto degli ottimi risultati con lo shiatzu, con la
danzaterapia, con il respiro, con il craniosacrale e altro, e quello che spesso succede è questo atto magico
che risolve il bisogno della persona. Se è particolarmente teso e rigido si fa tanto lavoro sul corpo. Se non
sente il corpo gli fate il massaggio ayurvedico. Se ,invece , è un carattere masochista con un corpo duro e
coriaceo , gli fate il rebalancing che lo scioglie nelle strutture di profondità. Se ha subito incidenti o
operazioni chirurgiche comunque gli fa bene una sessione di craniosacrale e il lavoro sulle cicatrici.
Quindi qualsiasi tecnica voi usate quello che esce è l’emozione. Spesso esce l’emozione del momento in
cui la persona si è fatta male, non esce il dolore fisico: uscirà la rabbia, la paura, la tristezza. Gli si fa
vivere l’incidente e magari esce il dolore dell recente abbandono della fidanzata. Poi, ognuno di voi ha
una tecnica che ha delle sue specifiche funzioni, ma ciò che vogliamo veramente trasmettervi in questo
momento è l’importanza assoluta di come voi entrate energeticamente interiormente in contatto con la
persona.
Se pensate, ci sono tantissimi che pagano un analista per parlare al muro e l’analista scrive due cose e
tenta invano di non addormentarsi. Voi potete fare lo stesso lavoro con meno danaro e molto più cuore e
presenza.
(da inserire l’intervento della Luisa BARBATO sulla “verità” della singola persona)

Lo schema generale della struttura della personalità
Per riassumere quanto dello fino ad ora sui caratteri e le qualità umane diciamo che la comprensione delle
varie identità è una parte particolarmente utile e interessante, è uno schema globale, composto da almeno
5 schemi sottostanti, con cui voi dividete le persone:
1. l’identità: quanto la persona ha realizzato il suo centro, la sua essenza
2. la polarità: quanto la persona è polarizzata sul maschile-yang o sul femminile-yin
3. le tre strutture: quanto la persona è polarizzata su pancia-istinti, cuore-emozioni o testa-
pensieri
4. i Chakra - Shen: quanto la persona è polarizzata sulle sette energie essenziali dei centri-
organi
5. Le personalità secondo la bioenergetica, l’enneagramma, la psicologia transpersonale,
l’astrologia, ecc..

Al punto 1) avremo quindi persone con un’identità integra e stabile, quelle con un io debole e vacillante,
quelle con alterazioni più gravi di perdita o vuoto di identità, di psicosi. (I° Tavola delle Equivalenze
Psicosomatiche)
Al punto 2) persone più neutre e bilanciato, quelle più nell’energia femminile-yin, dolce, intuitiva e quelle
più nell’energia maschile-yang, decise, intraprendenti, razionali. Oppure se volete usare i codici indiani:
quello più tamasico (basso-denso), quello più satvico (equilibrato-armonico) e quello più rajanico
(focoso-energetico). (II° Tavola delle Equivalenze Psicosomatiche)
Al punto 3) le personalità di pancia, più istintive, fisiche, le personalità di cuore, più affettive, emozionali,
e le personalità di testa, più mentali e intellettive. (III° Tavola delle Equivalenze Psicosomatiche)
Al punto 4) troviamo le sette energie psicosomatiche essenziali, riprese dalle tradizioni indiane e taoiste,
che ci offrono un punto di riferimento estremamente aricolato e complesso con cui interpretare le qualità
delle persone. (Mappa Psicosomatica Essenziale)
Attraverso questa comprensione complessa delle varie personalità voi riconoscete i loro tratti, i loro
schemi fisici, energetici, meuropsichici di base e ciò vi serve per capire la struttura dell’identità.
Anche in ogni contesto spirituale trovate tutti i tipi. Trovate maestri spirituali di tutti i tipi: quelli orientati
sul cuore, quelli orientati con la mente, quelli molto fisici. Facciamo qualche esempio semplice:
sicuramente Gesù era molto di cuore sul lato destro, era un personaggio che non si faceva dire di no da
nessuno (“piuttosto la morte ma io vado avanti sulla mia strada”). Prendete Yogananda e vedete una
persona di cuore completamente sul lato affettivo, della dolcezza, della comprensione. Prendete un
mentale-razionale come Krishnamurti oppure i lama tibetani. Osho (è un 7 dell’enneagramma) che ha la
caratteristica di essere una tipologia di testa che fa la sintesi di tutto. Poi, ci sono quelli più orientati alla
volontà, al potere, al fisico come Bodhi Dharma, Gurdjieff, molti maestri zen, gli yogi. Tenete sempre
presente che queste sono delle caratteristiche di maggiore polarizzazione, che tutti hanno anche tutte le
altre parti.

I caratteri e le energie psicosomatiche essenziali
Nitamo MONTECUCCO:
Proviamo a vedere le caratteristiche principali delle varie personalità anche alla luce della mappa
energetica tradizionale indo-cinese o indo-tibetana.

Roberto SASSONE
Basiamoci sulle strutture caratteriali già trattate. Iniziamo intanto dallo schizoide Che caratteristiche ha lo
schizoide? Che l’inizio della sua vita è legato alla paura, per cui fondamentalmente non ha le radici, ha
paura di entrare in contatto con la realtà. Quindi, il I° chakra che significa la sopravvivenza e nel corpo
corrisponde fisicamente ed energeticamente ai piedi, alle gambe, ai due reni (Ming men = i due centri
della vita) i cui canali scendono al sedere e giù fino ai piedi. Il blocco della paura avviene quando i reni
vengono bloccati dall’inibizione, energeticamente sono contratti o in vuoto e generano - sempre a livello
di energie - il blocco di tutta la zona bassa. Fondamentalmente la muscolatura della zona lombare blocca
perché è rigidissima e dal momento che questo è l’unico asse centrale/l’asse spirituale i cinesi lo
connettono con tutti i disturbi, per cui se manca questo polo a terra tutta l’energia sale verso l’alto.
Quindi, queste persone hanno bloccato il corpo, il centro dell’incarnazione, da cui parte l’energia verso il
cuore e ti dà la carica, ma se non avviene questo tutta l’energia va tendenzialmente alla testa.
In questo caso la paura è totale ed è generalizzata e la contrattura muscolare si trova in tutto il corpo.

Nitamo MONTECUCCO:
Inoltre, ricordiamo dal foglietto embrionale che il cuore gestisce il sesso e tutti i muscoli del corpo. Una
patologia che negli ultimi anni ha avuto un’incremento enorme è la mialgia generalizzata. Ve ne
accorgete specialmente se lavorate sui corpi, poiché ovunque li toccate sono doloranti. Ciò significa che
hanno il cuore completamente bloccato: tutti i muscoli sono in tensione, il dolore del cuore vive in tutti i
muscoli del corpo. Sicuramente la mancanza di riconoscimento e di vitalità del I° chakra fa sì che la
persona rivive questa energia nella testa. Quindi, il corpo è molto gracile. Prendiamo un’altra forma, ad
esempio un orale. Che cos’è che gli manca?

Roberto SASSONE
All’orale è mancata l’alimentazione e l’affettività e questa mancanza innanzitutto gli provoca a livello del
corpo una protrazione verso l’avanti di tutta la testa e tutta la bocca. Questa postura è molto evidente
nell’orale e denota colui che aspetta qualcosa e questo qualcosa non arriva. L’irrigidimento dei muscoli
della zona sub-occipitale provoca un blocco alla gola. la mandibola è serrata e le spalle vengono portate
in avanti come se la persona si volesse proteggere perché manca questo alimento.
L’orale si riconosce anche dall’espressione degli occhi, perché sono imploranti e richiedenti.
Ricordiamoci Bambi.

Nitamo MONTECUCCO:
Cosa ci suggerisce la persona con gli occhi da cerbiatto? Che cerca amore e affetto che è tipicamente un
affetto di cuore e di milza, un affetto materno e dolce che gli è mancato, soffre per la mancanza
dell’alimento e continua a chiederlo.

Roberto SASSONE
E proprio perché c’è una pena e una necessità quasi di farsi da nido – proprio perché non arriva questo
contatto - il torace tende ad essere incavato, svuotato come se volesse proteggere il centro del cuore, il
collo è proteso in avanti, la gola e la mascella sono contratte, c’è una tensione nel cingolo scapolare e
nelle spalle. Le sue braccia sono poco irrorate, sottili e vissute come impotenti non essendo disponibili
per l’azione autoassertiva.
Le gambe dell’orale sono generalmente esili e proprio perché non ha molto contatto con il suolo cammina
un po’ a papera. Il bacino è ritratto, perché questa mancanza d’amore porta una certa paura genitale.

Nitamo MONTECUCCO:
Una persona che ha queste caratteristiche come pensate che abbia i canali della forza di reni che salgono
al cuore? Sono un po’ in vuoto. Infatti, i cinesi parlano di solito di un vuoti di milza, cuore e reni, perché
la forza non è grande, perché a livello genitale non c’è potenza e la potenza deriva dal riconoscimento
della fiducia di sé. Quindi, lì c’è una scarsa fiducia di sé, per cui non tira su l’energia.

Roberto SASSONE
Quindi, bisogna lavorare sulla fiducia, sul “grounding”, sulla riattivazione del canale principale del I°
chakra in maniera tale che si possa cominciare ad avere una percezione di stabilità, di esserci. Questo è
molto importante.

Nitamo MONTECUCCO:
Questo tipo di persone possono facilmente andare in depressione e la depressione è chiaramente definita
come un’iperattività negativa, un vuoto, un’attività di milza. Quando noi vogliamo curare velocemente
questo tipo di patologia dobbiamo fare una serie di interventi: anzitutto aprire il cuore, aprire la vitalità e
spostare sulla vivacità e la giocosità. E’ un classico che se noi riusciamo - se riusciamo perché non detto
che ci si riesca, perché a volte la persona che è in quello stato non vuole uscire da quello stato, dal mal
d’amore - ma se riusciamo a trascinarla a farla divertire, ridere e scherzare (o la meditazione della
Kundalini o di danza) e le cambiamo ambiente, è possibile che in poco tempo possa recuperare. Ciò
significa che hanno ribilanciato l’asse sinistro con un’iperattività del’asse destro.
Ricordate che voi come counselor non siete abilitati a “curare” questo tipo di persone, però potete
aiutarle. Come counselor potete fargli far muovere il corpo, dargli fiducia, sciogliere le tristezze, la
meditazione Kundalini, consigliare di vedersi un film divertente, di fare biodanza relazionandosi con
l’altro. E’ chiaro che farlo da soli ci vuole più tempo.

Roberto SASSONE
Il respiro è fondamentale, perché le devi far espandere il torace.

Nitamo MONTECUCCO:
Prendiamone un altro per vedere la differenza dei caratteri. Chi è secondo voi, invece di essere sul canale
di sinistra è più sul canale di destra? Chi è il polare rispetto all’orale?
Se prendiamo lo psicopatico, qual è la sua caratteristica principale? Anzitutto l’ottimismo, ha molta
energia, ha molto i piedi per terra, ha l’asse centrale che gli funziona bene, è connesso con la testa,
l’intelligenza è attiva e pratica, lavora molto con la vivacità e giocosità. Ricordiamo che l’asse centrale è
il centro dell’identità che nell’orale è debole, perché non è stato amato. Nello schizoide è anche spesso
debole, nello psicopatico invece l’ego è stato rinforzato. Anche se in una forma primitiva c’è il
riconoscimento dell’ego, non del Cuore, per cui si sentono amati. Ecco perché lo psicopatico usa molto
l’energia primaria della terra, la forza del fegato; non riesce, invece, usare la dolcezza e la sensualità della
milza. Quindi, questa parte che è quella umana, attenta e affettuosa non arriva al Cuore e li fa diventare
carenti della parte che noi chiamiamo amorevole, etica che per loro è ritenuta una debolezza.

Roberto SASSONE
Lo psicopatico è proprio l’opposto del masochista con le sue gambe grosse e che fondamentalmente
sembra piantato sul suolo. In realtà il masochista non ha un vero riconoscimento di sé, lui esiste solo in
funzione dell’accontentare l’altro. Però, perché ha tutta questa struttura pesante? Gli serve esclusivamente
per contenere il suo vuoto, solo apparentemente sembra molto solido.

Nitamo MONTECUCCO:
Proviamo per un momento ad immaginare il contrario. Il masochista, avendo già da bambino un corpo
molto solido e tozzo, dove l’elemento linfatico è spesso in abbondanza. Questo tipo di bambini non sono
esuberanti, giocosi e vivaci; anzi, sono un po’ goffi. Mentre nell’orale c’è l’attenzione sulla milza, ma la
milza è vuota, perché il cuore è vuoto di affettività, nel masochista c’è una madre iperprotettiva che gli ha
dato troppo, lo ha soffocato. Quindi, di aspetto materno ce n’è tanto, di brutta qualità, ma è gonfio e
stagnante.

Roberto SASSONE
In realtà non ha contatto con il suolo. Sembra che abbia contatto con la terra per le gambe grosse, ma non
ha forza, perché non ha l’energia. Ha paura di crollare anche se si sente stabile. Facendo l’esercizio del
“grounding”, mentre l’orale reagisce presto cominciando a tremare e oscillare, il masochista sta un’ora
senza reazioni. Ha una struttura sicuramente ristagnante e compressa. Bisogna rimobilitargli l’energia. E
chissà quante volte gli hanno detto “dai! muoviti!”. Così si ferma ancora di più.

Nitamo MONTECUCCO:
Mentre nello psicopatico la respirazione è molto attiva, perché deve tenere il cuore aperto, deve lavorare
tanto e quindi deve anche respirare tanto, nel masochista c’è una respirazione lenta. Non è mai una
respirazione vivace e veloce. Se fate respirare velocemente un masochista significa che o non è grave o
che è già in grande miglioramento, significa che apre già i canali, che apre tutto.
Vediamoli associandoli con gli animali: è come se il masochista fosse un animale da tiro tipo una mucca
o un bue da tiro, è lento ma va avanti tanto. L’orale invece è come se fosse della categoria di animali tipo
cani o gatti che sono piccoli e più veloci. Oppure uno psicopatico è come se fosse un leone o un lupo con
il proprio potere gerarchico.

Roberto SASSONE
A proposito di respirazione. Quando si mette una persona con una struttura tendente al masochismo
sdraiata a respirare e si riesce a farle abbassare il torace, si gonfia la pancia. E’ come dire: molla, sì, il
torace, ma erge immediatamente una difesa in un’altra zona che qui è la pancia. E’ tipico. E’ veramente
un segnale interessante.

Nitamo MONTECUCCO:
Immaginiamo l’ultimo carattere che solitamente non ha ricevuto grandi blocchi a livello primario, ha
l’affettività mediamente aperta; è vivace e presente perché l’energia dei Reni c’è. Allora quale potrebbe
essere la caratteristica dell’isterico-fallico-narcisista? Una certa dicotomia: è come se l’energia arriva al
cuore che però è troppo superficiale. E’ come sul cuore ci fosse un ostacolo, una ferita. Ad esempio è
come se il papà a 11 anni ti fa fare il cavalluccio sulle sue ginocchia, poi improvvisamene mettendo la
gamba tra le sue gambe sente che tu hai un seno e di colpo non sei più la sua bambina e non vai più in
braccio a papà. Anzi, comincia a contrastarti vietandoti certe cose, controllando con chi esci e dove vai,
oppure nel triangolo con la mamma (che vive questa energia attraverso la figlia che a sua volta ama il
padre) il cuore della bambina va in corto circuito. Da adulta ogni volta che si innamorerà di un uomo sarà
aperta nelle energie base, ma sarà bloccata nel cuore, perché è rimasto chiuso.
Questo ego strutturale cade abbastanza facilmente. Quando sono intelligenti (e a volte non lo sono) hanno
anche una certa vivacità, per cui quando gli proponi di aprire i sentimenti spesso quello che viene fuori è
una serie di banali condizionamenti sociali. Se si riesce a pulire questo si arriva spesso al cuore.

Roberto SASSONE
Queste strutture proprio perché sono arrivate vicine alla genialità, quindi hanno energia sessuale che
scorre abbastanza liberamente, hanno anche una flessuosità e una morbidezza: nel camminare ondeggiano
molto il bacino. Non è il movimento del latino americano che è ancora in contatto con la sua energia
vitale, ma è un movimento che denota la seduttività

Nitamo MONTECUCCO:
Due cose ancora. Parliamo del VI° Livello: l’espressione e l’intelligenza.
Avevo un amico che era uno schizoide, quasi completamente bloccato nel sistema muscolare-scheletrico
e la grande energia con cui non era riuscito a vivere nel corpo l’ha trasferita in testa. Era geniale. Un
giorno mi ha raccontato che da bamino sua mamma non lo lasciava troppo solo e libero di vivere, per cui
si è rinchiuso, ha preso in mano dei libri di matematica ed è diventato un genio in matematica.
Praticamente ha trasferito il piacere più genitale, di fegato e di milza nella testa. Era come se la testa non
fosse realmente in contatto con il resto del corpo. Non riusciva ad usare l’intelligenza del cuore né della
pancia.

Abbiamo detto più volte che non dobbiamo formulare dei giudizi, Nella mia accezione più normale mi
scatta il giudizio sul masochista. E’ un tipo di mente con una lentezza di formulazione.
Ricordiamoci che la vivacità del fegato finisce nel punto in cui entra nel polmone. I polmoni prendono
l’energia del fegato. La loro vivacità diventa curiosità, la giocosità diventa intelligenza creativa. Quando
questo lato diventa inibito (dietro c’è spesso una mamma che non lascia giocare) la loro mente diventa
legata a delle strutture molto forti e non c’è assolutamente la vivacità del pensiero che permette la
rivoluzione.

Roberto SASSONE
Ricordiamoci che il blocco più forte del torace ce l’ha proprio il masochista. Non riesce ad espirare
allentando il torace e abbassandolo.

Nitamo MONTECUCCO:
Quando invece fate respirare un orale che ha i polmoni vuoti, se lo tratti bene spesso si muove, va in
iperventilazione in fretta, va in tetania. Se, invece, lo dici al masochista non c’è niente da fare, respira tre
volte e poi si ferma.
L’intelligenza del masochista è più logica-formativa che non intuitiva, mentre nello psicopatico
l’intelligenza è molto stimolata. Come abbiamo già detto, nello psicopatico manca il canale di milza con
l’affettività che corrisponde al II° chakra. Il II° chakra è un’energia simbiotica, è l’energia dell’unione, è
l’energia del cordone ombelicale, dell’utero, della mamma. Se la mamma non ti dà questa energia, e, anzi,
lei diventa un maschio che ti sitmola al rappresentarti all’esterno è chiaro che questa parte etica viene
fortemente a mancare e il cuore se è tutto fuori non può essere tutto dentro. Una delle caratteristiche degli
psicopatici è il torace sempre pieno d’aria.

Li aiutate semplicemente appoggiandovi sopra chiedendo cosa sentono. In alcuni casi hanno sensazione
di panico, perché hanno paura a svuotarsi, perché l’immagine di se, del loro ego, è la pienezza. Non
possono permettersi di essere perdenti, perché altrimenti crolla tutto. Questo nel caso di psicopatici più
stupidi. Poi ci sono quelli intelligenti e bilanciati che capiscono questo e hanno anche un grande cuore.
Ho avuto dei pazienti manager d’azienda molto determinati che però avevano fatto del bene, hanno
lavorato molto su di sé. Hanno dovuto sostituire la loro energie di terra forti riscoprendo il loro lato
femminile che loro non utilizzavano.

Roberto SASSONE
Infatti, lo psicopatico è uno che rischia il suicidio quando perde l’immagine di sé (p.esempio gli
imprenditori che falliscono)

Nitamo MONTECUCCO:
La stessa cosa può succedere alla donna che viene ingabbiata nel nodello di “madre e moglie”. Io la
reputo già di base una persona che ha un carattere masochista e dato che questo in Italia è un dato
estremamente comune, c’è un enorme numero di figli di madri masochiste che hanno preso questo
carattere di chiusura e di adattamento alla situazione di non farsi troppe domande, di avere dei figli e di
andare avanti. Di buono c’è che sono delle madri stabili, dall’altra parte è che non sono donne realizzate,
perché si sono identificate troppo in un ruolo sociale. Fortunatamente son sempre di meno, anzi sono
“sadiche”. Questo si può spiegare, perché la masochista ha avuto un ordine forte e quando cambia il ruolo
da madre a figlia, diventa all’incontrario. La legge è “adesso sono io che ti comando e ti do la vera legge
della verità! Fai così come ti dico io, perché mi ha detto mia madre e ora devi farlo anche tu!”

Roberto SASSONE
Io direi che non è la regola che il masochista diventi sadico. Se il masochista riesce a toccare il suo
sadismo significa che si è liberato dall’odio che aveva dentro. Ma questo lo fanno un po’ tutti.
Ovviamente, tra tutte le strutture il masochista è quello che meno si può permettere di esprimere la sua
violenza. La sua distruttività è una forza molto potente: dove la va imbrigliare? Nella contrattura molto
forte della sua muscolatura e nella distruttività verso se stesso. Si vede realmente quanto il masochista
tutta la rabbia la sfoga contro di sé.

La contrattura del diaframma
Per quanto riguarda il blocco del diaframma, direi che siccome la respirazione è trasversale il blocco c’è
sempre. Bisogna, però, vedere l’intensità del blocco.

Nitamo MONTECUCCO:
Lo sblocco del diaframma si effettua un po’ con tutte le respirazioni, anche se ci sono tecniche più
specifiche.
Riprendiamo lo schema dei meridiani di energia. Se il cuore si chiude, si chiude la gola e il diaframma,
che sono le porte del cuore. In realtà iI cuore ha sette porte e queste sono le prime due più importanti, Per
chiudere il cuore tu stringi le spalle. Poi c’è la porta anteriore che è quella del dare e quella posteriore che
è quella del ricevere. Vi sarà già successo che quando un amico sta male vi viene istintivo a mettergli una
mano dietro sulla zona del cuore, tra le due scapole, per sostenerlo. E un’altra porta del cuore è quella
dell’energia del cielo, dell’alto ed entri nello spirito.
Io ho avuto esperienza con migliaia di persone in una comune circa per tre anni vivendo o conoscendo
migliaia e migliaia di persone di tutte le razze, tutti i tipi, di tutte le età e di tutte le conformazioni
psicologiche: c’erano gli orali, i masochisti, gli schizzati, gli schizofrenici, ecc. C’erano persone con
problemi di tantissime malattie, ma tutti avevano una caratteristica fondamentale: quella di avere
un’anima. E ogni anima si era manifestata nel mondo con quel tipo di blocco o quella vita, partendo da
una particolare genetica e condizioni ambientali, dove le energie potevano o non potevano uscire, anche
con patologie gravissime o problemi psichici rilevanti. Ebbene, quando si risvegliava la coscienza
centrale queste persone cambiavano, si ribilanciavano. Il caratere che avevano prima non c’era più.
C’erano delle tracce o qualche volta emergeva ancora, ma la vecchia struttura veniva sostituita dalla
consapevolezza della realtà.
Quindi, tutta la mia formazione universitaria e post-universitaria in psicologia, che sosteneva che la
personalità di un’individuo si struttura al massimo fino ai diciotto anni, veniva vanificata da quella
esperienza diretta dove anche persone di settant’anni cambiavano personalità nel giro di uno, due, tre
anni. Per me è stata una rivoluzione concettuale e quello che cambiava era l’anima, il contatto di
profondità e l’osservatore di se stessi. Ho visto delle trasformazioni enormi e questo è stato il grande
motivo per studiare il cervello, la psicosomatica.

Le ricerche sulla coerenza e la sincronizzazione cerebrale
Quando abbiamo studiato la coerenza e la sincronizzazione cerebrale ci siamo accorti che esistono degli
stati di coscienza che possono essere a bassa o ad altissima sincronicità. Se prendete il libro di
“Psicosomatica Olistica” da pagina 168 in avanti potete comprendere l’estrema importanza della coereza
per comprendere il grado di integrità psicosomatica di una persona e nella pratica della sua crescita
personale per verificare l’avanzamento del suo stato. Ricordate che lo Psico Olotester,
l’elettroencefalografo per fare queste analisi è disponibile al costo ridottissimo di 1400 euro, quando un
normale eeg portatile costa dai 14.000 ai 20.000 euro.
Ecco, qui nella fig. 48 vedete l’emisfero destro e l’emisfero sinistro con il valore della sincronizzazione
che può essere al massimo a più 100%, a zero e a meno 100%. La sincronizzazione continua a variare nel
tempo. Qui vediamo un esempio dove la media del tempo è di tre minuti e la media di sincronizzazione è
67. Questo è un bel quadro di un contadino dell’Himalaya: il cuore è bello aperto, il cervello rettile è
giallo-rosso, il cervello mammifero è l’onda verde e il cervello razionale-intuitivo è in alto. E’ una bella
sincronizzazione.
L’altra diapositiva fig.50 è invece di una persona normale di Milano, Il cervello è un pochino più pieno,
manca l’onda sul cuore. La media è di 66. E uno che lavora con la testa ma con una leggera asimmetria
nelle beta di sinistra. Guardate non c’è un’onda a sinistra uguale a quella di destra. Si direbbe che è una di
quelle persone che giusto vivono, senza una vera ragione e non se lo sono mai chiesti.
Nella fig. 52 vedete un forte stato di stress. Nella fig.53 è un quadro di un giovane ingegnere in stato di
eccitazione mentale e fisica: vedete come la parte alta è espansa. La sincronizzazione è alta, 95 di media.
Chiaramente aveva dei deficit emozionali interni. Da questi esperimenti sappiamo che il cervello può
viaggiare sotto il normale, a livello normale o sopra il normale. Immaginiamoci che una persona che
volesse fare il counselor dovrebbe perlomeno essere normale se incontra una persona sotto il normale. O
meglio ancora, dovrebbe essere in uno stato sopra il normale in modo da poter incontrare chiunque in uno
stato di presenza. Non è una cosa difficile, l’avete provato più o meno tutti.
Ora guardiamo nella fig.64 gli effetti di due cervelli normali di due persone amiche che stanno parlando.
In questi due grafici al centro vedete che la sincronizzazione fra i due emisferi sinistri e due emisferi
destri è incrociata: praticamente zero. Tra i loro propri emisferi hanno uno 84 e l’altro 77. Quindi, hanno
una buona sincronizzazione, però non c’è nessuna relazione di sincronizzazione tra di loro nonostante
stessero bene chiacchierando. Ognuno ha il suo cervello. Qui, invece, fig.65, sono i cervelli di due
persone che meditavano insieme ad occhi chiusi. La banda di sincronizzazione diventa altissima: 84 e 78.
E’ interessante vedere che appena si entra in uno spazio, c’è una sincronicità, perché l’energia passa. Qui,
fig.66, invece, sono due persone che non stanno meditando, ma sono innamorate. Qui la cosa interessante
è che la sincronizzazione è negativa, cioè: sono a fasi alterne in modo che permettono lo scambio. Nella
fig.65, abbiamo invece un terapeuta e una paziente, le onde sono ad altissima sincronizzazione, ogno
onda dell’uno si riflette sull’altra.
Tutto questo per farvi vedere e capire qual’è il meglio che potete offrire alle persone in un processo di
counseling ed è ciò che noi vorremmo che voi foste in grado di trasmettere: un cuore aperto, una
coerenza, una grande presenza che passa. Nelle fig. 68 e 69 gli stupendi quadri di due persone trattate con
rilassamento al villaggio globale da operatori counselor ben armonizzati e in stato di presenza.
Questa cosa accade anche in gruppo: qui, fig.70, c’è l’esempio di 12 persone, ognuna ha un’onda diversa,
le onde poi si uniformano, fig.71 e 72, quando chiudono gli occhi, e poi piano piano vedete le stesse
bande con gli stessi tempi. Si realizza una forte sincronizzazione collettiva!
Questo breve excursus è per stimolare la nostra comprensione dei processi empatici che possono avvenire
e che possono trasmettere gioia, coraggio, presenza. Ecco che quello che c’è scritto nei testi di guarigione
esoterica – tipo quelli della Alice Bailey – che il guaritore deve agire su di sé per trasmettere la giusta
energia all’altro, voi lo fate respirando nel vostro cuore, sentendo l’energia per poi trasmettergliela, anche
senza fare niente. Quindi, l’atto principale che noi proponiamo è proprio quello del lavoro su di sé, della
presenza su di sé, dell’energia pulita su di sé che automaticamente viene trasmessa all’altra persona.











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SCHEMA SINTETICO DEI CARATTERI PSICOSOMATICI


I tre principali fattori che determinano un carattere: genetica, condizionamenti e anima
Riassumiamo le informazioni relative ai caratteri secondo Reich e Lowen e proviamo ad integrarle con le
moderne conoscenze di psicosomatica e di neuroscienze. La struttura globale della personalità è derivata
da tre principali fattori che interagiscono profondamente tra loro:
1) La componente genetica (ossia il DNA) una parte della quale è assolutamente immodificabile (colore
pelle, strutture ossee, organi alterati, ecc.) mentre una seconda parte (metabolismo, neurotrasmetitori,
alterazioni fisiologiche, ecc.) è modificabile da 2) e 3),
2) I condizionamenti esterni ossia le l'influenze famigliari, ambientali e sociali, che modificano la
struttura genetica.
3) L'anima, ossia la coscienza globale, che può risvegliarsi e manifestarsi come Sé o dimenticarsi di sé e
identificarsi con una sua struttura genetica o con un condizionamento famigliare o sociale diventando un
ego, un io della mente, una personalità (da persona = maschera). Secondo l’ipotesi coscienza l’anima può
rientrare almeno in tre maggiori livelli di evoluzione: basso: la persona è essenzialmente identificata con i
bisogni esterni (fisici, emozionali e mentali), media: la persona è identificata con i valori del cuore e della
libertà anche se non riesce ad focalizzarli e realizzarli concretamente, alta: la persona è poco identificata
coi bisogni esterni ha una forte sensibilità interiore e dedica la sua vita alla ricerca spirituale di sé e alla
realizzazione dei suoi valori profondi.



PERIODO FETALE: LA STRUTTURA GENETICA, MATERNA E ANIMICA.

L'influenza genetica
L'influenza genetica è la principale base della personalità, ed è dovuta ai codici genetici derivati
dall'unione dei geni del padre e della madre. In particolare è importante la struttura genetica espressa
dallo sviluppo del tre foglietti embrionali, con le loro specifiche tendenze - impronte neuro-ormonali. Una
parte di queste tendenze sono plausibilmente genetiche-immodificabili, una parte (sempre più vasta
secondo le ricerche internazionali) sono geneticamente modificate dagli influssi psico-neuro-endocrini
della madre.

L’anima e l’” ipotesi coscienza”
Al momento del concepimento dal preciso momento in cui il codice genetico materno e paterno si fonde,
ipotizziamo possa sovrapporsi (per “superimposizione”) l'influenza dell'anima, la quale potrebbe agire
stimolando o inibendo i sette centri energetici (chakra) e più in generale lo sviluppo dei tre foglietti
embrionali. Partendo da questa ipotesi appare interessante puntualizzare che, nelle ultime generazioni, si è
osservato un evidente sviluppo cognitivo e di personalità dei neonati, già nelle primissime fasi della vita.
Questi bimbi appaiono come particolarmente svegli, vivaci, determinati, sicuri dei propri sentimenti, e
difficilmente condizionabili, come se la loro “anima” o “Sé” fosse particolarmente forte, evoluto e
maturo. Queste testimonianze, associate ed osservazioni energetiche sottili, hanno portato a definire
questi “bambini e bambine indaco”.

I condizionamenti materni.
I dati della ricerca internazionale evidenziano che l'essere umano già durante il periodo fetale riceve
impulsi dalla madre che condizionano alcuni schemi neuroendocrini (cortisolo, ecc.) in modo tale che il
piccolo, appena nato, presenta già una sua conformazione “genetica” strutturale che lo orienterà ad una
particolare personalità (stressato, spaventato, dipendente, dominante, scisso al corpo, ecc..
È evidente come alcune delle più gravi patologie siano fortemente associate a situazione di rifiuto al
concepimento o a forti traumi nella .


I TRE CARATTERI PSICOSOMATICI ALLA NASCITA

La base “genetica” dei caratteri genera una evidente predisposizione ad alcune tipologia caratteriali e non
ad altre. La struttura nervosa non genera un masochista reale e viceversa una struttura forte psicopatica
non porta ad una carattere orale.

La struttura fisica-istintiva e il cervello rettile
Se la principale struttura genetica sarà quella fisica-endodermica, avremo un bimbo di corporatura spesso
robusta, con maggiore sviluppo del corpo e del metabolismo fisico (CIBO!), e particolarmente
identificato coi suoi bisogni fisici primari (cibo, sesso, possesso di beni, benessere), col suo corpo e con la
propria forza fisica (potere). Queste sono le caratteristiche espressioni del cervello rettile-istintivo legate
alla sopravvivenza personale: , massima attenzione ai bisogni fisici, scarsa tendenza alla comunicazione
sociale. Gli ormoni e i relativi schemi comportamentali impongono due principali caratteri: attivo e
passivo. Il carattere attivo è quello orientato alla dominanza, ossia alla forza fisica, all'aggressività e al
potere, (testosterone, adrenalina, noradrenalina), il passivo, quando l'individuo non sia sufficientemente
sostenuto dagli ormoni attivi o quando è stato specificamente condizionato, è orientato a comportamenti
rilassati, accondiscendenti, deboli e dipendenti, e sarà particolarmente sensibile al riconoscimento fisico
e formale, agli stimoli della paura (ansie della madre, aggressività del padre) e quindi a sperimentare
frequentemente una personalità orientata alla sottomissione.
Come nella realtà animale uno solo diventa il maschio alfa all’interno di un gruppo, gli altri si
sottomettono a differenti livelli. Così questa tipologia fisica si manifesta socialmente con le personalità
dominanti-istintive (pochi individui) e personalità sottomesse-controllate (le masse).

La struttura emozionale-affettiva
Se la principale struttura genetica sarà quella mesodermica, quella di fatto più comune, avremo un bimbo
o una bimba di proporzioni equilibrate e particolarmente identificato con la dimensione delle emozioni,
che evidenzierà una particolare sensibilità ai bisogni affettivi e relazionali, all’”amore”e alla
comunicazione affettiva e sociale, ossia con le funzioni principali del cervello emozionale-mammifero.
La persona con una armonica proporzione del corpo, spesso associata ad una “bella” struttura fisica,
benché risenta dell'influenza degli ormoni fisici che rappresentano la comunque la base, sarà ovviamente
più suscettibile alle influenze affettive, emozionali famigliari e sociali relative all'apprezzamento,
all'amore e spesso alla bellezza (i figli belli sono statisticamente più amati); fattori che generano sicurezza
emozionale, e, nel caso siano sostenuti dagli ormoni dell'attività fisica, ad una fiducia in sé stessi e ad un
certo carisma. Le persone emozionali saranno particolarmente sensibili all’attenzione affettiva (e alle
relative privazioni), all’accettazione personale, ai contrasti emotivi, alle tensioni relazionali. Se il lato
emozionale sensibile non viene sufficientemente rinforzato e “amato”, si sviluppa una caratteristica di
evidente dipendenza affettiva (ma spesso anche fisica e intellettuale) che, nel codice bioenergetico va
sotto il termine di personalità “orale”.

La struttura nervosa-psichica
Se la principale struttura genetica è esodermica, avremo un bimbo o una bimba che evidenziano una
struttura fisica longilinea e delicata, maggiormente identificati con la propria dimensione psichica, con
un’evidente espressione del cervello mentale-neocorticale, spesso associata ad una particolare sensibilità
(o ipersensibilità) del sistema sensoriale-nervoso-cognitivo. Le persone mentali saranno particolarmente
sensibili alle privazioni cognitive e psicologiche, alla mancanza di comprensione personale e di
riconoscimento intellettivo, alla carenza di stimoli culturali.
Questa sensibilità psichica se sostenuta da un'adeguata spinta di forze (ormonali-psicologiche-
comportamentali) fisiche ed emozionali, genera una persona mentalmente sicura e forte, mentre se non
viene sostenuta dall'asse delle energie ormonali attive, genera una persona spesso vaga, strana, sognante.
La persona fisicamente concreta e attiva ha a disposizione il proprio emisfero razionale e intuitivo, che
può utilizzare in modo molto reale e quindi realizzare i propri pensieri razionali o di fantasia. Un
sognatore concreto diventa un Quasimodo, un amante della musica un Jim Morrison, un analitico diventa
un Einstein, se è legato all'intelligenza finanziaria diventa un Bill Gate.

Queste tre personalità genetiche possono anche essere bilanciate ed armoniche tra fisico, emotivo e
mentale. Questo schema presuppone anche la possibilità di bilanciare gli assi
Possiamo ipotizzare che l'anima, più o meno polarizzata o se vogliamo identificata, con le sue
componenti energetiche, emozionali e mentali, possa influenzare il maggiore o minore sviluppo delle
strutture fetali dei tre foglietti embrionali.


LO SCHEMA UNIFICATO DEI CARATTERI PSICOSOMATICI
FUNZIONALI (FLUIDI E INTEGRATI) E PATOLOGICI (RIGIDI E CONDIZIONATI)



In questa tavola troviamo lo schema sintetico per comprendere in modo unitario e globale i caratteri
psicosomatici. Il centro luminoso sul cuore della figura umana rappresenta il centro di coscienza, il sé. Il
cerchio giallo in cui è tenuta la figura è il campo armonico dell’essere, ossia il campo di energie e
informazioni che costituiscono le parti dell’unità umana. L’area Blu rappresenta la dimensione mentale –
cognitiva della persona, l’area verde la dimensione emotiva – affettiva, e l’area rossa l’area istintiva –
fisica. Nella metà destra della figura umana (sulla sinistra per chi vede) la sua polarità
attiva/yang/simpatica, nella metà sinistra la sua polarità passiva/yin/parasimpatica.
Questo schema evidenzia quindi le sei principali strutture caratteriali funzionali o fluide, di ogni
persona, ossia le sei dimensioni naturali e piacevoli di esperienza che ognuno, in momenti differenti
della sua vita, dovrebbe naturalmente vivere e “godersi”.

Le due polarità fisiche - istintive
Partendo dalla dimensione fisica - rettile, la più vitale e istintiva tra le energie o forze dell’intera specie
animale, abbiamo i due comportamenti che stanno alla base di ogni azione di sopravvivenza: l’attacco e la
fuga, la dominanza e la dipendenza. Queste energie sono assolutamente sempre presenti in ogni persone,
e ogni persona quindi dovrebbe sperimentare momenti di forza attiva (mediati dal testosterone e
adrenalina) e momenti di rilassamento (mediati dalla serotonina), momenti di sana dominanza (mediati
dal testosterone) ad es. negli sport, a scuola, e momenti di obbedienza, ad es. ascoltando i genitori o
imparando a scuola da una maestra.

Le due polarità emotive
La dimensione emozionale affettiva è la seconda grande forza che sostiene la vita e la crescita di ogni
persona: essa rappresenta l’energia materna per eccellenza, l’amore, il calore e l’affetto, la tenerezza del
contatto. Ogni persona dovrebbe aver sperimentato da neonato e da bambino, come in ogni relazione
intima questa energia recettiva e dolce, così come si dovrebbe sperimentare la sua componente polare
attiva, che viviamo quando è il nostro compleanno, quando siamo tra amici e ci sentiamo accettati e
simpatici, quando possiamo anche rischiare e buttarci.

Le due polarità mentali
Le due polarità attive e passive, sui livelli fisici ed emozionali attivano la rispettiva componente
neuropsichica o cognitiva, che è rappresentata in parte dai due emisferi cerebrali. Queste due polarità
sono connesse con la personalità Yang mentale, autonoma, discriminante, realista o con la personalità Yin
influenzabile, accettante, intuitiva e fantasiosa. Tutti abbiamo queste polarità e neuro-personalità, e quindi
dovremmo averne diretta e completa esperienza.

I caratteri patologici condizionati e rigidi
Ogni volta che uno di questi aspetti caratteriali si blocca o si cristallizza, la persona perde la
consapevolezza del suo centro e delle sue complessità emozionali e polari, e, alla coscienza di sé si
sostituisce un “Io”, una personalità con cui la persona si identifica completamente. Le scritte all’esterno
del cerchio luminoso (giallo) stanno ad indicare le personalità cristallizzate, condizionate, più
armonicamente comprese nel campo della coscienza centrale.
La descrizione di questi caratteri è stata fatte nei capitoli precedenti, la differenza è appunto nel grado di
identificazione e quindi nella possibilità per la persona di poter cambiare la propria vita o di sentirsi
prigioniera di un carattere.

Dalla patologia ai caratteri fluidi
Le vecchie concezioni psicologiche - da Freud, a Reich a Lowen – hanno utilizzato essenzialmente delle
tipologie patologiche o malate per definire i caratteri. Nella moderna Psicologia Olistica è invece
fondamentale togliere le terminologie patologiche dalla descrizione della “normale” tipologia caratteriale
e relegare queste terminologie ai soli casi realmente alterati e patologici. Alcuni di questi caratteri non
sono più nemmeno realisticamente rappresentati nella società.

Dal condizionamento “anale” al condizionamento all’esplorazione
Il condizionamento “anale” è diventato obsoleto, mentre era un condizionamento estremamente attivo
nell’Europa di un secolo fa, con l’avvento di nuove forme di educazione e di nuova cultura e soprattutto
con la creazione dei pannolini il blocco “anale” non è più reale. Noi lo sostituiamo con il
condizionamento all’esplorazione e alla vitalità, che è un condizionamento muscolare-nervoso-mentale
attuato dalle mamme ansiose e angosciate da ogni evento potenzialmente pericoloso, e quindi che
proiettano sui loro figli le loro paure e i loro timori in larghissima parte inesistenti. Le mamme ansiose
diventano quindi “iperprotettive” e condizionano i figli ad avere paura di ogni cosa, a non fidarsi di se
stessi, a non poter godere della loro esplorazione fisica-cognitiva che, attraverso la curiosità, sviluppa una
base psicosomatica attiva, assertiva e dinamica.

Dal complesso di Edipo alla relazione affettiva
Edipo, nell’antica mitologia Greca, fu simbolo di incesto e di sessualità alterata. Edipo, non sapendo chi
fossero i propri veri genitori, uccise il padre e divenne il marito della madre. Questo mito sventurato e
drammatico aveva ovviamente la funzione di toccare i purtroppo numerosi casi di incesto all’interno di
sciagurati nuclei famigliari e di evidenziarne la gravissima colpa sia sociale e legale, che divina. Parlare
di complesso di Edipo nella struttura famigliare contemporanea significa immaginare un incesto dietro
ogni relazione Madre-Figlio o Padre-Figlia. Pur ricordandoci che i casi di violenza e di abuso sessuale
all’interno dei nuclei famigliari è purtroppo ancora presente, dobbiamo relegandoli ai casi di relazione
chiaramente “patologica” e aberrante. Nella normale struttura di relazione famigliare, dobbiamo invece
eliminare i riferimenti Edipici, come attrazione “sessuale” e “incestuosa” tra genitori e figli, e sostituirli
con una descrizione della “normale” tipologia caratteriale, e sostituendoli con una descrizione più attuale
e “leggera” di rapporti di relazione-attrazione emozionale e affettiva tra genitori e figli.











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L'APPROCCIO OLISTICO AL COUNSELING


LA PRESENZA EMPATICA

La presenza empatica come stato di consapevolezza globale di noi e dell'altra persona
Nitamo MONTECUCCO
Questo tipo di approccio che vi abbiamo trasmesso sin dall’inizio di questo lavoro oggi proviamo a
concretizzarlo, proviamo a dargli delle regole, capire come viene strutturato, come si può facilitare anche
fisicamente l’approccio con una persona che vi chiede aiuto, nel setting, nel dialogo, nelle domande, nel
questionario. Si può creare questo spazio e fare in modo che la persona che non è in questo spazio, entri
in questo spazio e immaginare che cosa può succedere. Oggi è qui con noi Kapil che oltre ad essere il
responsabile per il Villaggio Globale di tutta l’area del “cranio-sacrale”, è anche il nostro punto di
riferimento per tutta quella parte di esperienze meditative di profondità che ruotano attorno ai gruppi
dell’“awarness intensive”, del “Who is in?” e del “Satori”. Questo tipo di percorso per sperimentare
“l’esperienza dell’essere” ha una storia interessantissima che vorrei che Kapil vi raccontasse proprio per
partire bene, con il piede giusto. Mettetevi comodi.

Kapil PILERI
Allora, l’invito è, mentre vi racconto queste storie sull’illuminazione o sulla consapevolezza: provate a
stare in uno spazio veramente di ascolto. La cosa importante è che voi cominciate a riconoscere quali
sono i vostri segnali del corpo sul fatto che i miei sensi sono aperti e sono totalmente disponibili a far
entrare quello che sto ascoltando. La cosa molto importante che, secondo me, ha detto Nitamo è che
quando siamo in questo spazio della pancia è come stare continuamente in un paradosso. Per es.: una
sensazione può essere contemporaneamente paura o eccitazione. E’ come la sensazione che c’è tutto e che
da quel tutto vengono fuori le idee, le sensazioni, le emozioni. Quindi, vi invito di mettervi in uno spazio
di ascolto. Riconoscete quali sono i vostri segnali: i suoni non vi danno più fastidio, ho la sensazione di
vederci con gli occhi come una mosca che ci vedo a 180 gradi, calore nella pelle, una sensazione di
sentire la spina dorsale dritta. Portate l’attenzione a quelli che sono i vostri indizi, perché comunque in
questo tipo di lavoro, perlomeno come lo intendo io, la cosa fondamentale è che io non posso incontrare
l’altro se non so chi sono io. Quindi, io vado in questo spazio e questo spazio permette all’altro
semplicemente di essere in quel momento lì. La parte finale di questo è l’espressione. Cioè, questo mio
spazio, questo mio essere in uno spazio di vuoto principalmente - e qui c’è ancora qualcosa di
paradossale, se lo sentite nella pancia - permette all’altro come di scivolare nella sua pancia e nella sua
consapevolezza. Portate attenzione al corpo e state con quello che c’è: difficoltà, paura, qualunque cosa, e
sentite queste sensazioni portandole più in profondità, come se vi deste il permesso di precipitare dentro.

L'intensivo di illuminazione di Charles Barner
Questo lavoro nasce alla fine degli anni ’60, primi anni ’70 dallo psichiatra Charles Barner (è ancora
vivo). Lui lavorava principalmente con persone che avevano problemi di relazione ed era veramente
appassionato dello Zen cinese, non di quello giapponese. La differenza è poca, è che lui lavorava con
questo Zen originario in cui si può ancora distinguere l’unione del buddismo con il taoismo. Poi lo Zen si
sviluppa successivamente in Giappone. Queste persone con cui lui lavorava avevano problemi
principalmente di comunicazione e ha incominciato praticamente a usare l’antica tecnica del lavoro col
koan mettendo due persone davanti, una di fronte all’altra. I koan, originariamente, erano dei quesiti
irrisolvibili che potevano avere una soluzione solamente nel momento facendo l’esperienza diretta p.es.
della dualità o del volto originario della persona. Charles Barner - partendo anche da tutta una serie di
insegnamenti legati all’antica scuola indiana dell’Advaita Vedanta, al grande illuminato Ramana
Maharshi, a diversi altri maestri tra cui George Gurdjieff - ha inserito dei “koan” che sono esistenziali,
tipo “Chi sono io?”, “Chi c’è dentro?” e in seguito altri: “Che cos’è l’amore”, “Che cos’è la libertà”, “Che
cos’è la vita”. Questi sono dei koan su cui si può lavorare anche tutta la vita. In altre parole, io posso
avere l’esperienza diretta p.es di “Chi c’è dentro?” in questo momento e posso continuare a lavorarci e
averla continuamente e continuamente cambia. Io divento il koan e la risposta viene fuori principalmente
dal corpo, non viene fuori dalla mente. Quindi, non è una risposta mentale o razionale, è una risposta
esistenziale. Comincia a organizzare questo lavoro mettendo le due persone davanti, usa queste cose dello
zen – lo sguardo fisso negli occhi, una persona rimane immobile e la persona che esprime in questo suo
primo lavoro semplicemente parla. Essa esprime tutto quello che sente in quel momento, p.es. “Chi sono
io in questo momento?”. Ha cominciato con mezz’ora. Venti minuti, dieci minuti e ha trovato che il
tempo ideale erano cinque minuti che una persona parlava e poi si invertivano. Quindi, una parte attiva e
una parte passiva. Ha fatto tantissimi tentativi ed è arrivato poi a un punto dove praticamente ha trovato
questa formula dei tre giorni. Non faceva più di tre giorni, e venivano fatte 14 o 15 sessioni al giorno di
questo lavoro. Questo Charles Berner.
Un’altra fonte fu Rinzai, cinese, che praticamente si rifà a Ko Su Han, quello che poi ha rappresentato nel
libro “La ricerca dei 10 tori Zen” che è cinese. Infatti, le prime otto tavole sono il taoismo. La nona e la
decima tavola, questa energia di Toro rappresenta l’Energia e lo Zen è chiudere quel cerchio alla vita.
Questo lavoro si chiamava “Intensivo di Illuminazione”, i inglese ”Intensive Enlightnment”.
Se esprimo quello che provo senza giudizio sono nella presenza dove non c’è separazione tra me e l’altro.
Questo lavoro ha avuto degli effetti potentissimi a livello di terapia, anche se non è una terapia vera e
propria su questi primi piccoli gruppi che hanno cominciato a lavorarci. Si è diffusa negli anni ‘69/’70
abbastanza nel mondo tra gli psicologi piuttosto avanzati sia in Germania che in Inghilterra. Dopo circa
un anno e mezzo uno dei primi insegnanti di questa tecnica fondata da Charles Barner, è arrivato a Poona
da Osho e gli ha presentato questo lavoro. Da lì i primi insegnanti sono Sudha (che lavora con la Primal,
col Satori, lavora sul Tantra), Ganga, Chandrakala (insegnante di arti marziali). Osho prese questo
processo di lavoro e praticamente l’ha completamente rivisto. Nel lavoro iniziale p.es. non c’era il lavoro
sul corpo. Quindi, ha inserito la meditazione Dinamica, la meditazione Kundalini all’interno del lavoro,
una meditazione prima di pranzo (più o meno verso mezzogiorno) e ha lasciato il resto della struttura
uguale. Un’altra cosa che ha inserito è che nell’ ”Intenzione” dell’ “Illuminazione” le persone si sedevano
semplicemente l’uno davanti all’altro e restavano immobili. Il cambiamento che ha fatto Osho è che
quando la persone è attiva e sta esprimendo quello che prova nel momento può alzarsi e usare il corpo.
Sinceramente è rivoluzionario avere la possibilità di muovere l’energia. Sentire il corpo ed esprimerlo
elimina questa divisione tra corpo e mente, mentre, invece, nel primo tipo di lavoro manca proprio il
corpo, manca proprio l’esperienza diretta. Osho prende come percorso questa storia dei 10 Tori che sono
dieci tavole che poi ha messo a punto questo giapponese, dove ci sono tre maniere di esprimere il sentiero
o il percorso o la Via che non è altro che la Vita:
1. una raffigurazione grafica,
2. una parte in poesia, e
3. una parte in racconto.
Questo vuol dire semplicemente “trova qual è la tua maniera di esprimerti”, trova dentro di te qual è la tua
maniera di vivere la vita e di essere. Usano il Toro o il Bue come simbolo dell’energia. Quindi qui c’è la
ricerca del Toro, poi c’è una scoperta delle orme, c’è la scoperta del Toro (quindi la scoperta della propria
energia incominciando andare dentro), la cattura del Toro (diventare consapevoli della propria energia),
domare il Toro (questa è una parte molto interessante).
Un’altra cosa che è interessata allo Zen tradizionale sono i Quattro Passi Magici:
1. LA DIREZIONE
2. L’INTENZIONE
3. LO “STARE CON QUELLO CHE TROVI”
4. L'ESPRIMERE.

La direzione
Quindi, p.es. noi lavoriamo sempre con la Direzione nei due giorni del “Who is in?”. La Direzione è
“dentro”.
L’Intenzione è fondamentale se veramente voglio sapere “Chi sono?”, se veramente voglio andare in
profondità, tutta la mia energia sta andando dentro.
Stare con quello che trovi è il punto in quasi tutte le tecniche di meditazione: qualunque cosa trovo, anche
la più orribile, è quella che mi riporta in contatto con me stesso. Che sia la reazione, la rabbia, la paura, la
gioia, ecc., qualunque cosa. Qui la chiave chiaramente diventa immediatamente dopo nell’Esprimere,
l’essere totale nell’espressione, perché io esprimo con consapevolezza qualunque cosa trovo. E che
succede di quella che viene chiamata la guarigione? La presenza che è lo spazio del non giudizio (è
fondamentale questa cosa del non giudizio), ed è quello spazio di quella piccola meditazione iniziale che
vi ha fatto Nitamo dove io trovo il paradosso, dove ho difficoltà a trovare dei confini, dove non c’è
differenza tra me e l’altro, dove non c’è nessuna separazione tra me e l’altro e dove qualunque cosa io
trovo dentro di me semplicemente la inglobo. Quindi, questo punto qui del “Who is in?” significa tornare
al centro, tornare all’unità. E’ il punto fondamentale per poi andare a esplorare dall’unità tutti gli aspetti
che si manifestano nell’esistenza e nel mio processo dell’esistenza. Perché se io vado a sperimentare un
qualcosa di me e lo vado a fare non dal centro, in verità sto vivendo un qualcosa che non esiste: sto
esprimendo un condizionamento, sto esprimendo un imprinting, non sono io veramente e qui l’esperienza
è ancora paradossale.
Quindi, queste sono le quattro regole che principalmente utilizziamo per fare l’enquiry dentro di noi. P.es.
è quello che io uso nelle mie sessioni di cranio-sacrale, ma potrebbe essere un qualsiasi altro tipo di
tecnica, ma la base è identica. Quindi, cosa faccio? Mi siedo, trovo una posizione comoda, porto tutta
l’attenzione al corpo, comincio, parto, a volte è più semplice, a volte è meno semplice ecc. La maggior
parte delle volte il lavoro che faccio con il cranio sacrale è più l’accogliere la persona quando arriva. Per
es. a volte si trovano in uno spazio di non giudizio e quello automaticamente gli clicca qualcosa dentro.
E’ chiaro che a volte per me è una direzione abbastanza semplice p. es supportarla nell’andare a fare
questo, magari col dialogo durante una sessione di ‘cranio’, però (e qui io sono assolutamente tranquillo)
in questo spazio solamente dell’essere cambia completamente il lavoro. Quindi, mi siedo, sento dove sta
andando la mia energia: se va fuori, riconosco che va fuori. Questo semplicemente riconoscere che in
quel momento la mia energia sta andando all’esterno e come da sola si gira e torna dentro. Osho parla
molto di questo quando parla della conversione a 180 gradi: secondo me, la conversione non è andare a
convincere gli altri, è girata dall’esterno all’interno e tornare dentro. E quindi la prima cosa che osservo è
quella.

L’intenzione
L’intenzione mi viene abbastanza in automatico, perché io questo lavoro col koan lavoro col “Chi sono
io?”, perché lo sento più adatto alla mia energia: sono molto yang. Per me è una spalla, ci lavoro
praticamente il più possibile qualunque cosa faccio, per me è così spontaneo e naturale. Diciamo che
queste due cose vanno molto veloce.
E trovo quello che trovo in quel momento lì: difficoltà, fastidio, imbarazzo, a volte fatica, a volte piacere,
a volte la gioia di fare una sessione, e semplicemente mi do il permesso dentro di sentire ciò che sto
veramente provando in quel momento. Quello che fa la differenza è l’essere completamente onesti con
noi stessi: dirci la verità, la nostra verità soggettiva dentro. E quella cosa lì automaticamente (a volte ci
metto un secondo, a volte ci metto quattro sessioni) mi porta in profondità. Mi porta in questo spazio che
non è più uno spazio passivo, ma è come che l’energia comincia a diventare circolare. Viene fuori come
un equilibrio tra dare e avere con l’altro, perché non c’è una reale separazione con l’altro, assolutamente.
Qui io sto molto attento ai discorsi del corpo e naturalmente ho abbastanza chiare quali sono tutte le mie
indicazioni per riconoscere quello che sento è vero o non è vero. Anche lì, semplicemente riconoscerlo.
Quindi, in verità è una cosa di una felicità estrema, perché comunque siamo quello che siamo. La
difficoltà più grossa, secondo me, molto spesso viene fuori rispetto a quello che è il discorso del …. (?),
però lavorando sui primi chakra.
Ricordiamoci che comunque lo strumento principale è il corpo e se io non riesco sentirmi completamente
vuol dire che c’è qualcosa che mi sta attaccando e che la mente è nel giudizio. Allora, semplicemente
ritorno a sentire i miei piedi a terra, il sedere sullo sgabello, mi risento in tutto il mio corpo e
automaticamente e immediatamente io sono quello forte, e io torno lì. Spero sia tutto chiaro.

Nitamo MONTECUCCO
Riuscite a capire quale enorme differenza c’è da questo al fatto di dire “io devo fare il Counselor, devo
raggiungere questi risultati, devo considerare la persona, devo giudicarla sulla base di alcuni parametri,
devo raggiungere un certo scopo, mi devo mettere in un certo atteggiamento”. Tutto questo viene buttato
via. Tu in quel momento sei quello sei e poi vedremo come trovare una direzione. Oggi uno dei grossi
problemi, dato che voi oggi parlerete anche verbalmente con la persona, la quale verrà con una sua
direzione all’esterno e con una sua intenzione p.es.di risolvere un problema quasi sempre all’esterno.
Qggi vi spieghiamo come fare: dovete fargli rigirare il problema verso di sé. Il lavoro è su di sé e lo fa da
sé. E questo il bello, voi dovete solo prestare l’energia sufficiente, lo spazio, l’atmosfera, la presenza
affinché questo processo venga catalizzato, ma in uno spazio di totale libertà e sincerità, perché voi siete
quello che siete. Non state mettendo una maschera.

Kapil PILERI
Se Nitamo viene da me arrabbiato come una bestia in una sessione, io ho paura della rabbia. Tanto più se
non l’ha espressa o, se l’ha espressa, l’ha espressa senza quel fattore che è fondamentale per me: che è il
lavoro della consapevolezza. Se lui esprime la sua rabbia con consapevolezza quella rabbia lo porta a
vedere l’altra faccia della medaglia, ci va attraverso e può diventare di colpo consapevole di cosa quella è
ed entrare poi lui nello spazio di scegliere. Perché, prima, quando lui vede solo una faccia di quella
medaglia lì, lui è convinto di scegliere ma in realtà non sta scegliendo.
Quello che succede è che io non spingo. La persona dove vuole andare va. Piano piano vi invito, usando
queste cose.. Lei p.es. ora era già con l’energia girata dentro. Aveva l’intenzione di andare dentro in
profondità. Non so se avete sentito il cambio energetico: la sua voce, gli occhi… però il punto, se ci
portate attenzione, è sempre quello di farli tornare al corpo. P.es. una cosa che piace tantissimo alla mente
sono le storie. E’ il punto in cui generalmente ci aggancia. Le persone si cominciano a raccontare delle
storie. Usando questa modalità, io posso anche a non ascoltare le storie che dice la persona, mi basta
semplicemente guardarla. E non è che non l’ascolto, perché non la voglio ascoltare, perché sono meglio o
perché sono un pirla, ma perché so che la storia m’aggancia. Molto spesso dico ‘no, non mi interessa,
descrivimi quello che ti sta succedendo nel corpo.’
State provando sentire su di voi che cosa vi succede? Che cosa vi succede? Se provate qualche
sensazione, rimanete in quella sensazione lì e vedete cosa vi succede.
Questa è un’altra storia della mente che le persone immediatamente si perdono. Vengono per una sessione
o per qualunque cosa. E’ come se volessero venire da te, ti portano il problema, poi come se loro se ne
vanno al bar a prendere qualcosa e tiri dentro la risoluzione.
Quindi quello è un punto importante di farli lavorare con l’intenzione. E fargli avere quella che si chiama
l’esperienza diretta, anche in piccole cose che la domanda ha già la risposta dentro, che è una cosa
totalmente soggettiva. Non posso essere io che do la soluzione. Io ti posso supportare, io ti posso
accompagnare nel limite di certe cose. Ad es. io spessissimo dico loro che è probabilmente molto meglio
se vanno da un medico. Oppure talvolta mi chiedono delle cose per cui preferisco dir loro che è meglio
che si rivolgano ad altri, perché quella richiesta non fa parte del mio lavoro.
Per es. questa è una maniera che molto spesso riesce ad agganciarci: terrore, il non sapere come stare in
una situazione.

Lo “stare con quello che trovi”
Quando si passa dall’intenzione allo stare con quello che trovi, quello che si apre è proprio lo
sconosciuto. Personalmente ho notato che a molte persone questo stato dello sconosciuto non ben chiaro.
Lo stare con lo sconosciuto può essere semplicemente chiamato stare con il non sapere.
Un’altra cosa importante che viene fuori da questo tipo di lavoro è dire la verità, perché quando viene
espressa la verità soggettiva. Se per es. mi trovo in difficoltà, io gli dico che non so cosa dirgli oppure gli
dico che posso informarmi. Quindi, essere prima di tutto onesti è fondamentale. Il lavoro da fare è
anzitutto un lavoro con noi stessi. E se riuscite veramente a stare in questo tipo di spazio per tempi
abbastanza lunghi, vi rendete assolutamente conto che veramente qualunque cosa provate non c’è una
cosa che è meglio o che è peggio. E allora in quello spazio lì per una persona può essere buono a fare la
Dinamica o per un’altra persona fare la No Dimension. Però passi anche dal fatto di averle fatte queste
cose e puoi supportare la persona per quello che è la tua esperienza diretta.
E, quindi, con questo stare con quello che trovi è anche, secondo me, un’esperienza molto forte, perché
comunque in questo stato di non separazione dall’altro, perché veramente non esiste e questo non vuol
dire che io perdo la mia individualità, ma anzi che l’io sparisce e c’è questo ‘sono’ , ma è come che in
quello spazio di vuoto c’è questo essere, semplicemente questa esistenza che si manifesta. Non è una cosa
irraggiungibile. Quella che noi chiamiamo l’illuminazione è una grandissima assurdità. perché è lo stato
naturale dell’essere. Non è un dio buono, bello, cattivo, brutto. Quando noi si nasce siamo in totale
sintonia col tutto, è la nostra condizione naturale e anche da questa cosa viene fuori la grossa difficoltà di
comunicare una serie di cose che teniamo dentro noi stessi che ci sembrano troppo grandi per noi, o non
adeguate o qualunque cosa. Comunque siamo, abbiamo il diritto di essere ed è quello che ci porta ad
andare avanti. E l’esperienza sarà quella che vi farà rendere conto che il lavoro non finisce mai. Non c’è
un punto di arrivo, come non c’è un punto di partenza.

Nitamo MONTECUCCO
Se vuoi, racconta ancora qualcosa sulla scuola originaria americana: a che cosa serviva? Che risultati
portava?

Kapil PILERI
Riguardo a ciò che dicevo ora, se voi ci fate caso (questo potete nella vita) l’imparare semplicemente a
dire le cose come stanno e darsi la possibilità p.es. nei tre giorni di lavoro, quello che succede è che
affiniamo sempre di più la nostra capacità di comunicare. Se io ho una persona davanti e a quella persona
dico la verità, si crea uno stato di apertura e di comunicazione che non è solo una comunicazione di
parole, ma sono i movimenti del corpo, è la forma del corpo, è la voce e da dove arriva e come cambia.
Cioè la comunicazione è qualcosa di molto vasto. Lì succede qualcosa fra due persone. Di questo si era
accorto Charles Barner quando lavorava con tantissime coppie che allora si trovavano in difficoltà. Si
lasciavano comunque, però si lasciavano in maniera consapevole delle difficoltà, di non poter andare
avanti insieme e altro. Lui ha avuto grandissimi risultati con questo lavoro. Poi è arrivato al punto che
praticamente le accoglieva e quando aveva tipo dieci, quindici coppie faceva i tre giorni di lavoro. E
anche questo andare a lavorare con altre persone portava consapevolezza alle persone che comunque a un
livello di essere c’è sempre un punto di comunicazione e di totale comprensione e apertura verso l’altro.
Quindi, riconoscere la propria soggettività in questo immenso dato che è la consapevolezza. Io posso
riconoscere comunque qualcosa che ha lei anche dentro di me. Si esprime energeticamente in un’altra
maniera, però lo posso riconoscere ed entrare in contatto.

(Kapil invita il gruppo a mettersi a coppie per il lavoro del “Who is in?”. Una persona parla e l’altra
ascolta e la persona che parla prova semplicemente a dire le sensazioni che ha nel corpo e l’altra persona
osserva cosa le succede. Chi parla usa la voce naturale. Se c’è la difficoltà a parlare, comunica la
difficoltà a parlare. Se ha vergogna a dire qualcosa, comunica che ha vergogna di dire qualcosa. Lo stesso
per la paura o qualsiasi altra emozione. Chi è in silenzio osserva l’energia dell’altro: sta andando dentro o
sta andando fuori? L’altro, ha veramente l’intenzione di andare dentro? …. Ad un certo punto invita ad
uscire dal “Who is in?” e a provare ad interagire col corpo. Se a colui che stava in silenzio viene una
domanda dal corpo e non dalla mente, la faccia pure all’altro. Invita ogni coppia a sentirsi dentro la
pancia e di sentire il contatto con il corpo con l’esterno, sentendo ogni parte del corpo dentro e fuori. ….
Si fa lo scambio dei ruoli mantenendo gli occhi chiusi ….. Condivisione)


Biografia di Charles Berner (di Giuseppe Pagliaro)

Charles Berner nasce nel 1929 a Los Angeles, California.
Cresciuto con una formazione scientifica, dopo una educazione formale in Fisica, lavorò per un breve
periodo come ricercatore tecnico per il governo degli U.S.A.
Nel 1950 cominciò una intensa indagine sulle vite passate e sulle esperienze di morte e di "dopo-morte".
Ebbe la sua prima esperienza di Illuminazione prima di avere vent'anni e da allora studiò e sperimentò
centinaia di tecniche volte allo sviluppo della consapevolezza ed alla crescita personale.
Charles Berner attuò una sintesi tra la filosofia e la letteratura dell'orinete e dell'occidente studiando
comunicazione, nutrizione, anatomia, sogni e dinamiche mentali di entrambe le culture.
Nel 1964 fondò l' Istitut of Ability, basandolo sulla trasmissione delle tecniche e dei principi che
favoriscono le relazioni spirituali tra individui. Grazie a questo istituto potè sperimentare le sue pratiche
su centinaia di persone, sia all'interno di una struttura di gruppo che all'interno di una struttura "one to
one" (diadica).
Oltre che sviluppare ed insegnare tecniche per la pulizia della mente, per il rilascio emozionale di traumi
e per il miglioramento delle capacità relazionali, C.Berner sviluppo interessanti ed originali lavori nel
campo della Teologia, della Metafisica e dell' Esistenzialismo.
Nel 1968, durante un ritiro spirituale su una montegna di Santa Cruz, ebbe l'intuizione sull'essenza
dell'Intenzivo di Illuminazione e da allora cominciò a svilupparne la struttura formale fino a quando,
cinque anni dopo (1973), fondò la Dyad School of Enlightment che sarà il centro ufficiale di formazione
per conduttori di Intesivi di Illuminazione.
Nel 1973, mentre viaggiava in India, Charles incontrò il suo Guru, Swami Kripalvanandas, che lo iniziò
allo Yoga Naturale e gli diede il nome sanscrito Yogeshwar Muni.
In seguito a questa esperienza fondò il Santana Dharma Foundation per importare in occidente i principi
della "Eterna via della Verità".
Dal 1977 si è ritirato dal lavoro sull'Intensivo di Illuminazione per praticare ed insegnare il Santana
Darma e la religione dello Yoga.


Opere consigliate

• Handling Suppressive Patterns in Relating
• Communication Mastery
• Natural Meditation
• A guide trougth the after death experience
• How to rice and have a children







oooOOOooo








LA PRATICA DEL COUNSELING PER CHI INIZIA


Il significato di counseling e il lavoro su di sé
Questa prima parte dell’approccio pratico al Counseeling è rivolto in particolare alle persone che stanno
per iniziare e sono quindi ancora incerti, anche dubbiosi sulle proprie capacità, ma soprattutto sentono
una certa difficoltà a prendersi sul serio e diventare dei reali e corretti professionisti.
Il lavoro relativo a questo argomento è orientato essenzialmente a strutturare il percorso pratico di
incontro con la persona. Quello che noi chiamiamo Counseling, una relazione di aiuto in cui noi entriamo
con capacità e specializzazioni differenti sia che lavoriamo sul corpo o sulle energie o sul respiro o con la
meditazione o anche eventualmente nel rapporto diretto d’indagine dei punti profondi della persona,
dobbiamo impostare una relazione. Questa relazione è importantissimo che avvenga secondo certi
parametri. Quello che abbiamo detto prima è la base personale implicita del discorso ossia il nostro
approccio è un approccio globale, di profondità. Quello che, secondo noi, è il punto fondamentale di tutto
il Counseling Olistico è la consapevolezza di sé, chiamiamola PRESENZA o meditazione.
Questo è quello che vi distingue nettamente dai medici, dagli psicologi e da tutti gli altri tipi di counselor.
La SICOOL e il CONACREIS hanno aderito a questo progetto comune di formazione che inserisce, come
materie fondamentali, il lavoro su di sé e i gruppi di crescita sulle emozioni e sulla meditazione. In
questo contesto siamo tra i più avanzati a livello internazionale e questa formazione per la nostra scuola
rappresenta un passaggio formativo ancora più consistente. Tutti quelli che vogliono avere la qualifica di
Counselor presso L’Accademia Olistica del Villaggio Globale devono passare (come avviene con l’esame
sul ‘potere personale’ alla fine dell’Accademia, con il V° livello, che realmente vi fa vedere se ci siete o
non ci siete) un analogo esame di presenza “Dimmi chi sei?”. I Counselor della nostra Accademia devono
essere allenati a questo tipo di presenza ed ‘esserci’: è la cosa più importante che chiediamo. Questo
allenamento comprende un ciclo di crescita di otto incontri sui vari livelli psicosomatici e dove c’è
pochissima teoria e tutta esperienza diretta e all’interno di questo ciclo c’è perlomeno un primo incontro
di tre giorni dove si fa soltanto “chi sono io?” più tutte le meditazioni che facciamo fare di varie scuole.
Questo diventa un training necessario per il Counselor che per noi è importantissimo, lo stiamo
sperimentando da diversi anni e dall’anno prossimo inizierà la Scuola Quadriennale di Psicoterapia
Psicosomatica e Transpersonale entrando con questo tipo di metodica anche sugli psicologi.

La modalità tecniche di incontro: pubblicità, parole chiave, correttezza
Allora, considerando l’importanza di restare in uno spazio di centratura, di presenza e di fornire questa
opportunità alla persona che aiutiamo, cominciamo a vedere l’impostazione di questa relazione. L’inizio
della relazione può essere un biglietto da visita, un volantino, qualsiasi modalità con cui voi vi fate
conoscere in qualità di “operatori” esperti in un settore (una delle otto aree: può essere il corpo, le
emozioni, le energie, la mente, la spiritualità, ecc.) e in più avete la qualifica di Counselor Olistico.
Quello che traspare dalla descrizione che voi metterete nel proporvi all’esterno sarà già significativo.
Inoltre vi invitiamo a proporre la vostra specializzazione in modo positivo. Quindi, evitate assolutamente
parole come ‘curare’, ‘guarire’, ‘patologie’, ecc. usando invece ‘aiutare’, ‘sostenere’ o ‘favorire’ un
processo di guarigione. Noi usiamo anche la parola anima-tore, noi siamo “anima”tori. Gli animatori
normalmente sono quelli che ti fanno divertire nel corpo, meglio ancora se l’animatore ti fa divertire nello
spirito. Quindi persone che abbiano raggiunto quel discreto livello di equilibrio e che possano
rappresentare un’energia che catalizza processi di benessere, che catalizza processi di crescita umana, di
consapevolezza, di prevenzione, che può aiutare a prevenire, che può aiutare a ritrovare il proprio
benessere, che può aiutare a trovare la salute globale della persona oppure che può aiutare a ritrovare un
buon equilibrio del corpo, a sciogliere le tensioni del corpo, a sciogliere le tensioni a livello emozionale.
Non dovete mai entrare nella dizione di quelle che sono le malattie di pertinenza medica o psicologica.
Quindi, non potete dire ‘noi aiutiamo gli psicopatici, i depressi e i maniaco-depressivi’. Anche qua già
solo aiutare significa che siete uno psicologo. Anche lui dovrebbe guarire, ma in realtà se va bene dà un
aiuto. Non dovete esporvi nell’ambito delle patologie. In maniera indiretta dite che siete esperti in una
data tecnica che si è rivelata molto utile nell’aiuto e nell’alleggerimento, ad es. se è la cranio-sacrale, sulle
tensioni della spina dorsale o traumi psichici. Così non parlate di voi, ma della tecnica. State leggeri su
questo, perché è lì che un medico incazzoso che si vede portar via un paziente, vi denuncia per abuso di
professione medica. Ripeto, se scrivete il nome di una patologia che in qualche modo “curate” è già di
pertinenza medica. Siate molto attenti. Potete invece muovervi nell’ambito del lavoro sulle tensioni, lo
stress della vita quotidiana, perché aiutate la persona a ritrovare la propria tranquillità interiore. Mettete in
evidenza che non state “curando” una patologia, ma state “prendendovi cura” di una persona che soffre di
quella patologia fornendole strumenti di consapevolezza affinchè possa ritrovare il proprio equilibrio.
Quindi, le PAROLE CHIAVE sono: ritrovare la propria calma interiore, ritrovare il proprio equilibrio
psico-fisico, un rilassamento nel corpo e nella mente.
- A livello di persone andiamo nel centro vivo della relazione. Prendiamo in considerazione
l’APPARENZA. Dal modo in cui apparite, pensano di voi una certa cosa. L’apparenza è fondamentale,
perché viviamo in una società delle apparenze e dobbiamo prenderne atto curando il vestito e l’aspetto
esteriore.
- Poi, c’è la fase della vostra PUBBLICITA’ o tra amici, o a qualche festa o un incontro in cui si viene a
conoscere la vostra attività. Se offrite un’attività individuale e vi chiedono informazioni, lì dovete stare
attenti cosa dite, perché è il punto più delicato. La cosa fondamentale è non tanto dare un codice, ma
cercare istantaneamente un’apertura e spostare immediatamente l’attenzione su quella che è la nostra
caratteristica fondamentale: il lavoro su di sé, la crescita umana.
Quindi, abbiate già molto chiara in voi la risposta da dare quando vi chiedono cosa fate. Dovete avere la
massima chiarezza di qual’ è la vostra specializzazione, in quale scuola vi siete formati e avete fatto il
vostro training e quali sono le sue caratteristiche. “Sono un counselor esperto in tecniche di respirazione”
o “Sono un counselor e opero con la psicosomatica”.
- Quando questi parametri sono minimamente espressi, voi dovete veramente mettere in evidenza il
vostro ENTUSIASMO. La parola entusiasmo parte dalle radici greche en theos che significa avere “dio
dentro”. Quindi, l’entusiasmo è una matrice fondamentale che nasce dall’esperienza positiva che avete
vissuto sperimentando le techiche che proponete, e questa energia positiva caratterizza il vostro lavoro.
Mi raccomando, se siete depressi non lavorate, perché già la vostra vicinanza acuirà la depressione della
persona vicina. Se siete turbati, non fate sessioni. Questo è proprio il nostro codice deontologico dato che
noi trasmettiamo non quello che sappiamo, ma trasmettiamo quello che siamo.
A questo proposito vi voglio raccontare un’esperienza altamente significativa. Io di solito sto molto bene,
ma mi succede anche di stare molto male, pur capitandomi raramente. Se ho piccoli disturbi, un male di
schiena, vado lavorare lo stesso, tanto lavorando mi curo. Quando invece mi succedono delle cose
critiche, non sempre riesco ad avvisare i clienti per annullare la sessione. Magari mi succede all’ultimo
momento o la sera prima, per cui so già che è difficile avvisare tutti. Ebbene, è incredibile, ma
spontaneamente almento i tre quarti delle persone che dovevano venire si sono cancellate da sole. E
questo mi è successo più volte. Incredibile. E’ come se tu hai creato un canale positivo e se tu non ci sei,
loro non vengono. Quindi, il lavoro della presenza è fondamentale, ma deve essere anche rispettato: lavori
quando stai bene.

Attraverso questi due elementi: la presenza (la consapevolezza) e la compassione (l’amore), cioè
l’elemento del cuore che agisce nella comprensione (cum pathos = sentire insieme), potete entrare in
risonanza empatica ed emozionale con l’altra persona, elencate quello che sapete fare, le vostre
caratteristiche, e con onestà cercate di identificare un percorso di crescita con questa persona. Il che
significa che quando cercate il contatto dovete esserci, perché qualsiasi tecnica pratica offrite, come base
al counseling, quello che poi in realtà si fa è lavorare su di sé. Le parole che saranno espresse da voi in
mille modi dovranno veicolare un messaggio di reale collaborazione e contatto.
La cosa fondamentale in questo contesto è riuscire a creare questo legame, è ascoltare e sentire,
trasmettendo la vostra presenza, non importa dove vi troviate. Può succedere che qualcuno vi chieda cosa
fate trovandovi al bar, ad un incontro occasionale dove quindi non c’è il contesto per parlare; quindi fate
un breve accenno al vostro lavoro, le date un vostro biglietto da visita e la invitate a telefonarvi. E già il
Bar o il telefono può essere il primo contatto. Nel primo contatto voi dovete velocemente svuotarvi,
essere presenti e ascoltare quello che realmente la persona vi sta chiedendo.
Potete trovare molti modi intelligenti per farvi conoscere. Se, invece non avete un buon giro di
conoscenze, trovatevi un appoggio che potrebbe essere un istituto sportivo, un medico che conoscete, può
essere uno psicologo, può essere chiunque che conosce tante persone.
Allora immaginiamoci che avete un incontro anche di pochi minuti e dite che siete un Counselor Olistico,
un operatore del benessere, che conoscete diverse tecniche di rilassamento, di consapevolezza, di
energetica che possono aiutare la persona a ritrovare più energia e risorse dentro di sé. La maggior parte
delle persone comprenderanno questi termini anche se solo superficialmente. Non è come alla fine degli
anni ’70 quando le medicina naturali, la meditazione, le tecniche antistress si associavano con le sette.
L’omeopatia era ancora da scoprire, l’agopuntura era utilizzata pochissimo, il rebalancing e le terapie del
corpo erano scambiate per fisioterapia. Il termine “olistico” non esisteva. Ho usato per la prima volta
questo termine sui giornali “Essere secondo Natura” e “Il Giornale della Natura” che per anni aveva
utilizzato il termine Medicina Naturale. Allora dovevo spiegare che la medicina naturale era un parallelo
“verde” della medicina ufficiale, che, invece di usare le sostanze chimiche, usava quelle naturali, ma non
implicava nessun salto di consapevolezza nelle persone, aldilà di un generico ecologismo di fondo, non
proponeva nessun lavoro su di sé, né sulla coscienza, né sulle energie di profondità. Quindi, dovevo
spiegargli che la Medicina Olistica è quella che tratta l’essere umano nella sua complessità:
dall’alimentazione naturale al lavoro sulle emozioni al lavoro sulla spiritualità è un tutt’uno. Non
riuscivano a capire per cui su mia insistenza, dato che ero uno di quelli che scriveva meglio, hanno
accettato il primo articolo. Come ho detto, eravamo alla fine degli anni ’70 e nel giro di pochi mesi -
sei/nove mesi - erano tutti olistici: estetiste olistiche, massaggi olistici, ecc. Nel giro di un anno ero
riuscito a catalizzare un’energia che ovviamente stava arrivando. Ero uno dei primi a portare l’Olismo in
Italia, mentre all’estero, in America, esisteva da qualche anno.
Quindi, oggi, per noi Olismo significa esattamente questa presenza, questo lavoro sulla coscienza globale.
Voi chiedete alla persona di venirvi a trovare. Pensate che, quando ho iniziato, facevo sessioni iniziali
gratuite a tutti e ho impiegato due anni per scrivere un biglietto da visita. Tale era la difficoltà di
comunicazione linguistica. Per arrivare anche alla comprensione della medicina psicosomatica si è
impiegato un sacco di tempo. Abbiamo dovuto spingere per anni per creare questo ambito di cura globale
che prima non c’era. Visto che oggi c’è, ma non è tanto conosciuta, quello che vi invito di fare è di
invitare la persona a venire da voi. Fate una prima visita, magari di prova, anche gratuita, vedete qual è il
problema e come potete aiutarla. Se siete strutturati in un certo modo o con strumentazioni o precisi
metodi d’indagine decidete come procedere o no e glielo comunicate. La prima visita parte da qua.

Il pagamento e il problema del denaro
Come abbiamo già sottolineato questa prima parte dell’approccio pratico al Counseeling è rivolto in
particolare alle persone che stanno per iniziare la professione del counselor, che sono appena usciti dalla
scuola di formazione e sono quindi ancora incerti sulle proprie risorse, e, soprattutto, perché sentono una
certa difficoltà ad iniziare le prime sessioni a pagamento (dopo le molte sessioni di prova fatte
gratuitamente nel periodo del training), a crearsi uno studio adeguato e a diventare dei reali professionisti.
Il denaro, il problema del “farsi pagare” diventa uno dei punti più importanti e decisivi. Se riuscirete a
farvi riconoscere economicamente avrete superato il punto critico che separa gli allievi dai professionisti
veri. Il punto che divide le chiacchierate su questi temi da una vera sessione.
La prima sessione parte da un incontro in cui entrate in contatto con un problema, e voi state “sentendo e
valutando” la persona su un suo bisogno. Lei vuole risolvere questo piccolo o grande problema. Voi
volete è aiutarla a risolverlo lavorando su di sé e sviluppando un’altra consapevolezza.
Se volete farvi pagare la prima sessione, cosa che già denota una vostra professionalità, dovete
evidenziare una serie di atteggiamenti e modalità che, nel senso comune, vengono ritenute degne di
essere pagate. Se voi incontrate una persona amico ad una festa, potete anche appartarvi con lei e fare già
un mezzo colloquio e quello è gratuito. Se, invece, la invitate da voi, la prima sessione dovrebbe essere a
pagamento. Oppure, se volete, la invitate a fare una prima sessione di prova gratuita e poi si vedrà.
Dovete valutare voi, altrimenti la prima visita viene pagata. Lo stesso vale per qualsiasi sessione: un
massaggio, una meditazione, un craniosacrale o altro ancora. Decidete voi se fate una sessione
dimostrativa gratuita. Tenete presente che se la sessione dura un’ora, e se è un amico dovrete impiegare
almeno un quarto d’ora in più per intrattenervi all’inizio e accommiatarvi da lui alla fine.

Il setting minimo
Se invece volete fare la prima sessione facendovi pagare, allora dovete utilizzare un setting formalizzato.
Ciò significa che dovete avere uno studio che sia uno studio, dovete avere un approccio che sia un
approccio professionale. La realtà sociale impone che dobbiamo formalizzare ogni intervento, perché
altrimanti non siamo creduti. Se riceverete le persone in casa sulle poltrone del salotto non sarete
credibili e non sarete pagati. Dovrete indossare un abito congruo per ciò che farete, altrimenti non sarete
credibili. Potremmo essere creduti come amici, ma non pagati come professionisti. Invece noi dobbiamo
essere creduti e pagati, perché questo è un lavoro che diamo, in una società dove tutto ha un prezzo, e
quello che possiamo trasmettere alle persone ha un valore estremamente elevato. Per me la
consapevolezza e la crescita umana sono le cose più preziose anche se poi decidiamo di “venderle” ad un
prezzo accessibile a tutti.
Quando avete una persona davanti e le fate una serie di domande e poi di tecniche, quello costa. Anche
fosse solo un test. Come dicevamo, se voi usate il “brain olotester” che vi dà un test psicofisico ha un
valore e ha un costo. Una chiacchierata non ha valore. Dovete stare attenti a non confondere una
chiacchia con una sessione se volete essere professionali. Al bar, fuori o a una festa fate quello che
volete, ma quando create uno spazio di counseling, dovete agire secondo regole professionali. Potete poi
anche non farvi pagare da una persona perché vi è amica o se ha grossissimi problemi economici e
magari fate un colloquio preliminare più breve. Ma poi deve scattare una dimensione professionale di
reciproco rispetto che si concretizza nel riconoscimento economico di una prestazione. Sin dal primo
colloquio voi entrate in contatto con la persona ed è fondamentale che questo avvenga con delle regole e
una modalità precisa e funzionale, che chiamiamo setting. Il minimo setting comprende quindi tutte le
modalità di una seduta, dal modo che avete di salutarla quando arrive, al modo in cui la fate sedere e la
invitate a parlare di sé, alle caratteristiche di empatia e presenza che riuscite a creare tra voi, alla capacità
di dare e ricevere fiducia, al modo in cui vi fate pagare, prendete un successivo appuntamento e
concludete l’incontro accompagnando la persona alla porta.
Quindi, voi ci siete, avete il cuore aperto, avete delle precise competenze tecniche, una forte deontologia
professionale, ascoltate i problemi di questa persona, gli fornite delle nuove prospettive ed opportunità:
se tutto questo avviene all’interno di una struttura di setting formalizzato, è un grandissimo punto di
partenza. Entriamo nel dettaglio di questi elementi che caratterizzano una figura professionale come il
counselor.

L’immagine professionale
Negli anni ’60 le multinazionali si sono rese conto che se non curavano anche l’immagine professionale
non guadagnavano. Nell’ambito interno di queste grandi aziende, c’era stata una liberalizzazione del
vestito e ciò ha dato degli esiti pessimi. Se alle persone non si imponeva di mettersi la camicia bianca,
giacca e cravatta venivano a lavorare in modo sciupato, trasandato, non professionale e questo
influenzava negativamente le entrate. In alcune aziende misero dei manichini: uno rappresentava il “white
collar”, impiegato vecchia maniera, datato, con giacca e cravatta, mentre l’altro rappresentava il suo
opposto, ugualmente negativo, aveva le ciabatte e la maglietta con le scritte, i pantaloni sbagliati, i capelli
spettinati o sporchi, e la collanina etno. Le multinazionali che sono interessate esclusivamente
all’economia si sono accorte che non funziona né la prima né la seconda immagine. Si rendeva necessaria
una terza immagine professionale più libera dei “colletti bianchi” ma certamente non trasandata e sciatta.
La terza soluzione è quella di una persona che si veste con normale buon gusto, con sobria eleganza,
senza vestiti firmati ma anche senza perdere di classe. Se non badate al vestito lavorerete poco. Io, come
medico terapista, il massimo che mi posso permettere è di arrivare con la barba lunga di un giorno. Non
posso permettermi di andare a fare una conferenza all’UNESCO di Parigi con una maglietta Lacoste, che
invece può andare bene in conferenze più amichevoli e ristrette. Il contenuto deve avere un contenitore
adeguato. Se per voi non fa alcuna differenza il tipo di abbigliamento, per il pubblico sì. Quindi, ogni
situazione deve avere un’immagine che è congrua con l’immagine del vostro lavoro. Se riuscite a capire
questo, basta poco, è quel poco che fa la differenza. Io quando lavoro nei gruppi ho un certo vestito e
quando lavoro individualmente ho un altro vestito. Lo faccio, non perché a me interessi rappresentare una
definita posizione sociale, ma perché nella coscienza collettiva esiste questa posizione e senza posizioni
non lavori.
Ieri ho avuto un ragazzo fortemente depresso di Milano che piangeva raccontando la sua triste storia. Lui
che è una persona molto bella con una grande intelligenza e creatività ha messo su una piccola impresa di
confezioni di moda che non ha funzionato. Nostante ci abbia messo tutta l’anima e nonostante le cose
belle che faceva, non era riuscito ad andare avanti, ha chiuso ed era disperato. L’ho guardato e gli ho
chiesto: “Ma tu quando andavi a vendere i tuoi capi andavi così?” “Sì, perché?” “Perché così non puoi
vendere! Sei vestito con una qualità troppo bassa, e quindi non ispiri fiducia” Lui aveva una maglietta
normalissima, i capelli non curati, la barba di tre o quattro giorni. “Così non vendi. O giri in Mercedes per
cui puoi permetterti di vestire male come vuoi, o sei il figlio di Gucci e allora ti metti quello che vuoi e fai
tendenza, altrimenti non vendi. O ti tagli la barba o ti fai crescere la barba. Devi conformarti ad una certa
immagine che non è un’immagine individuale, è un’immagine sociale. Anche se noi trattiamo con i
creativi culturali, o con un tipo di società più libero, anch’essa ha dei condizionamenti. Quindi,
l’immagine che voi offrite è fondamentale. Curate la vostra immagine completa, dai capelli fino alle
scarpe.

L’ambiente di lavoro: essenziale, accogliente e personale
Se siete andati qualche volta a farvi una sessione da uno shiatsuka o altri naturopati avrete notato che
questi studi hanno queste due principali caratteristiche: la prima è che sono molto conformati “naturale”.
Solitamente hanno un arredamento composto da due tavolini in legno naturale stile Ikea, due
soprammobili, sedie standard e un lettino o un futon per terra. Quello potrebbe anche essere il minimo se
fosse essenziale e non banale. Io in un ambiente del genere ci posso lavorare ma preferisco un’ambiente
magari povero ma più personale, meno standardizzato. Non è che l’essenzialità Zen debba confondersi
con il banale. Ci sono dei tavoli dell’Ikea che costano due lire in più che sono già belli. Altre cose che
noto in questi posti sono: cristalli, collanine, immaginette, amuleti, incensi che fanno molto “ambiente” o
“New Age”. Io personalmente non ve lo consiglio. Evitate anche, con estrema attenzione, di non
trasformare una stanza da letto in uno studio, lasciando il divano letto e altri mobili e mettendoci una
scrivania, è un compromesso poco professionale e persone lo percepiscono, togliendovi valore
professionale. Ancora, non infilate un armadio nello studio solo perché a voi fa comodo. Non è
assolutamente piacevole entrare in uno studio e sentirsi a casa dell’altro. Lo studio deve essere
un’ambiente impersonale, non una casa.
La mia visione, avendo lavorato nei più grossi centri di medicina olistica del mondo, è che lo Zen è Zen.
Essenziale e molto personale. Entri in una stanza: se vuoi lavorare solo a terra hai dei bei materassini o
futon puliti, essenziali, davanti la finestra, le pareti pulite, magari con un colore pastello caldo e non
colori pesanti e neppure il bianco gelido. Poi, è difficile proporre immediatamente ad una persona che
viene per la prima volta, di sedersi per terra. Ci vuole una grossa presenza professionale per fargli capire
che tu hai un valore se entra in uno studio e lavori subito a terra. La cosa migliore se volete lavorare a
terra è comunque avere una scrivania con due sedie dove iniziare la prima parte del colloquio. Se sono
due sedie, prendete due sedie comode e decorose. Se prendete due pezzi o mobili che non c’entrano, non
funziona. Oppure non avere voi una poltrona con le imbottiture e l’altro una sedia scomoda. Fate
attenzione a questo. Non servono tante cose. L’ambiente può essere anche vuoto, “povero”, ma bello,
personale. Fate attenzione nella scelta dei quadri o dei mobili: che siano congrui con l’ambiente. Se poi
avete una bella pietra, un bell’oggetto che vi piace, mettetelo, ma deve far parte di uno studio e non di una
camera di casa.
Per quanto riguarda la luce se mai potete scegliete una stanza luminosa, non buia o illuminata non con un
neon dall’alto, ma almeno con una luce alogena anche se consuma di più. Quindi, una luce tale da non
render uno studio troppo buio né troppo abbagliante per cui non c’è intimità.
Questi sono elementi di prossemica, cioè studio dell’uso che l’uomo fa dello spazio per cui a seconda di
come lo si struttura si può avvicinare o allontanare gli altri nei rapporti quotidiani. E’ importante, quindi,
entrare in uno studio e c’è immediatamente un buon contesto, c’è una buona energia. Sarebbe ideale avere
una piccola sala d’aspetto, possibilmente con un’entrata ed un’uscita separate, oppure voi avete l’abilità
di mantenere la precisione del tempo con le vostre sessioni.
Se, invece lavorate in un centro o andate a cercarne uno per inserirvi con il vostro lavoro, andate nello
studio come se foste voi il cliente e osservate com’è strutturato lo spazio, la luce, l’arredamento, i colori,
la casa dove è locato, a volte anche il quartiere può essere fondamentale. Oppure pensate di avere sia un
cliente povero che un paziente ricco, mediamente con la puzza sotto il naso, che non vuole andare in un
posto un pochino sporco o trasandato, ma che accetta anche un posto un po’ particolare. Dovete
considerare che dovrete lavorare con entrambi.
Se un cliente povero entra in uno studio troppo bello e ricco quando entrerà si chiederà quanto gli costerà
la sessione. Ma se voi il prezzo della sessione lo tenete nella media, che normalmente si attesta attorno ai
trenta, quaranta euro, tutta la preoccupazione rientra. Mettetevi allora nel contesto di queste due persone
che entrano nel vostro ambiente e si trovano bene, perché è molto accogliente anche se semplice.
Riflettete su questo, fate in modo che quest’entrata sia congrua al vostro lavoro.
Se pensate di mettere qualche profumo nella stanza: o sono profumi reali che si trovano difficilmente o
quasi tutti sono a base di benzine e altri aggreganti chimici per cui personalmente appena li sento mi
viene l’asma. Piuttosto prendete degli olii essenziali naturali, ne mettete una goccia da qualsiasi parte
nella stanza, e vi creano un ambiente gradevole.
Un altro degli elementi chiave è la musica. Va benissimo la musica New Age, ma state attenti che non sia
quella troppo indiana, troppo ritmata o troppo sdolcinata, perché se le musiche sono troppo
caratterizzanti: o gli piacciono tanto o gli piacciono poco. Invece una musica tipo filodiffusione di fondo,
una musica gradevole che non si sente, non si impone, ha toni bassi per permettere di parlare. E’
importante creare uno spazio in cui è piacevole entrare e di cui anche la musica fa parte.
Quando avete finito di arredare vi consiglio di far venire due amici, magari architetti, e chiedete le loro
sensazioni. Può darsi che vi possano veramente dare dei buoni suggerimenti.


LA RELAZIONE CON LA PERSONA (IL CLIENTE)

La relazione con il cliente
Fatte queste prime due premesse sulla VOSTRA IMMAGINE e sul VOSTRO AMBIENTE, entriamo nel
vivo della RELAZIONE. Diamo per scontato che all’inizio, quello che vi consigliamo di fare è di
inaugurare lo studio con una serie di sessioni per prendere la mano sul counseling, ma soprattutto per
sciogliere l’imbarazzo iniziale. Affrontiamo i punti base della prima sessione.
Allora, voi incontrate una persona. Le prime sessioni sono imbarazzanti. Non si sa per quale strana
ragione, il proporsi verso un altro rappresenta una personalità che molti temono, su cui molti hanno forti
proiezioni. A volte si entra in uno studio, il terapista fa delle cose bellissime e c’è sempre questo
atteggiamento del “sì, sì, però io non sono mai abbastanza, sono un povero tapino” che crea una sottile
tensione che è meglio non ci sia. Vi consiglio di fare gratuite le prime sessioni anche per imparare l’arte
dell’incontro, oltre che l’arte del lavoro. Lavorando all’inizio vi accorgerete che dallo schema che avete
imparato poi pian piano vi trasformerete in uno schema che è il vostro.
Quando una nostra collaboratrice ha iniziato a lavorare da noi si è lamentata che non le insegnassi
veramente come si lavora, perché essendo reduce di una scuola dove insegnavano tutto lo schema, si
aspettava la stessa cosa anche qui. All’inizio non capiva che era molto meglio non avere il mio schema,
bensì tanti strumenti di cui poter usufruire. Ha iniziato a lavorare, ha fatto esperienza e adesso ha uno stile
del tutto suo personale. Di tutti questi strumenti dato che ognuno di noi ha una propria energia, ne userà
alcuni e alcuni gli funzioneranno benissimo e altri no. Quindi, è inutile spiegare tutto, perché è la persona
stessa che deve sentire e scegliere cos’è meglio per lei.
Per es. io sono un tipo molto Yang per cui la mia energia stimola il movimento energetico attivo.
Ovviamente, lavorando funziona bene nel movimento. Se, invece, avessi un’energia molto Yin, non farei
questo lavoro, oppure avrei degli altri risultati. Allora, è chiaro che se voi avete un’energia più attivante
direte alle persone “io sono in grado di aiutarti in alcune forme di disagio, perché ti posso dare energia”.
Ma se la persona che si rivolge a voi è già molto Yang - è molto nervoso, irascibile ecc. - potete aiutarla
meno. Ci si può anche modificare l’energia se la situazione lo richiede, però non ci si può stravolgere la
propria energia di base. Quindi, a seconda di qual è la nostra energia, le persone vi raccontano di sesso,
altri raccontano di relazioni, altri ancora raccontano di lavoro, chi si mette a piangere o altro, perché
ognuno di noi catalizza forme diverse di energia. E non possiamo sapere prima cosa catalizziamo. Quindi,
bisogna provarci per un po’ di tempo gratuitamente, facendo il lavoro di base di addestramento e una
volta che abbiamo un minimo di chiarezza e di sicurezza, cominciamo a lavorare.

Non c’è una seconda occasione per avere una buona “prima impressione”
Negli USA si dice che: “Non c’è una seconda occasione di avere una buona prima impressione”; può
essere l’abito, l’ambiente, ma soprattutto voi. Quello che vi giocate siete proprio voi. Quando la persona
suona ed entra e vi salutate, già in quei primi minuti voi state entrando direttamente in contatto con una
persona che vi sta chiedendo aiuto e che quindi è in un ruolo estremamente delicato. Se io sono quello che
dà mi sento forte, se io ho dei problemi e ti devo far vedere la mia parte più fragile – dai problemi fisici
alle mie paure o la mia impotenza caratteriale - io sono in un ruolo veramente molto delicato. Se vengo da
te per fare un massaggio è basta, senza counseling, tutto si risolve con il massaggio. Ma se anche come
massaggiatore voglio fare del counseling, faccio sedere la persona e le faccio fare un colloquio durante il
quale devo essere attentissimo che qualsiasi forma di giudizio o di durezza che io ho dentro bloccherà
questa persona nelle sue parti più femminili, più intime, più delicate. Se sento questo disagio, se entro in
empatia, posso accedere a queste informazioni che diventano preziosissime. Allora divento veramente suo
amico. La tecnica di base che io insegno a tutti quelli che sono già usciti dall’Accademia è la seguente.
Prendetevi almeno cinque minuti prima che entri la persona, entrate nella vostra stanza ed entrate in
meditazione e fate la meditazione di Atisha, il respiro nel cuore. La persona arriva e tu hai addosso questo
tipo di energia. Puoi essere anche vigoroso, puoi essere anche forte, ma dentro c’è questo spazio. La
persona si siede e soprattutto la prima volta la incontri. A volte si fanno quelle tre parole di convenevoli e
a seconda della vostra specializzazione la riportate sul motivo della sua venuta e pian piano cominciate ad
ascoltarla. La persona si siede di fronte a voi e voi siete in uno spazio di presenza, ascoltate e sentite
immediatamente cos’è la persona. La persona entra come un mondo in una bolla, nella sua bolla. Per fare
un buon lavoro dovreste centrarvi, semplicemente svuotandovi. Se avete qualche problema e sapete fare
bene il terapista, alla fine della giornata di lavoro non l’avete più, perché nell’arte dell’ascolto degli altri,
devi necessariamente metere da parte le cose contingenti. Nemmeno un medico o uno psicologo non può
esimersi dal farlo, deve ascoltarti. A maggior ragione un counselor olistico: tu devi essere lì. In quel
momento metti da parte te stesso (i tuoi pensieri o i tuoi problemi) e sei sull’attenzione dell’altra persona.

Empatia e “rispecchiamento”: la bolla psichica della persona
Una delle cose di base del Counseling in tutte le categorie in cui si manifesta – noi abbiamo il counseling
relazionale, il counseling sistemico, rogersiano ecc. - la prima cosa è il rispecchiamento. La persona entra
in una bolla, che è la sua energia, che è la sua mente emozionale e comportamentale –
mente/emozioni/corpo, tutte insieme - e tu immediatamente devi percepire questa bolla ed entrare in
sintonia con questa bolla. Non significa che tu diventi come lui, ma che tu lo senti: crei un’empatia. Se
una persona entra e gli è morto qualcuno, tu lo devi cogliere istantaneamente anche se non lo fa vedere.
Empatia significa che cogli questa bolla, ti apri, ascolti, entri in contatto e lasci entrare. Solo
successivamente cercherai di bilanciare le sue polarità.
Vediamo dal lato pratico: come può essere una bolla? Come può essere l’energia generale della persona?
· Yang: la persona entra con energia, è dinamica, parla velocemente e un po’ ad alta voce, ti
racconta un sacco di cose tutto in velocità, concitato, oppure,
· Yin: entra lentamente, si siede, non parla, all’invito di raccontarsi sospira, è tutto
sull’interno,
· A volte è tutto di testa: può essere anche depresso, però ti descrive tecnicamente la sua
situazione, oppure
· E’ molto emozionale. Può essere quello con le emozioni veloci o lente, con le emozioni
positive e appena alla fine accenna appena al suo problema catastrofico, sfiorandolo.
· È depressa e pesante
Personalmente ho il mio livello di onestà, per cui anche se l’aggancio è sul parlare – cioè la persona
vuole qualcuno con cui parlare - io non gli faccio perdere più di tanto tempo. Io voglio lavore. Mi
interessa ascoltarlo per capire la situazione, ma poi devo riportarlo al problema, non continuare a
chiacchierare. Vedo dov’è questa persona, vedo se è nel corpo, vedo com’è il suo corpo (ricordate il
lavoro sul corpo fatto nella settimana della psicosomatica), vedi se è aperto vedi le caratteristiche
strutturali, se è depresso, se è ipereccitato. La cosa fondamentale è cogliere la sua bolla, la bolla in cui
vive. Guarda il viso di una persona e cogli gli atteggiamenti del viso che denotano dei caratteri, delle
emozioni, degli scompensi, delle tensioni. Guardalo: è bello o è brutto? Ha gli occhi intelligenti o ha gli
occhi stupidi? E’ vivo o è morto? E cominci a fare una sorta di mappa e tutto questo alla fine butti via,
perché in realtà non ha alcun valore da un’ altra parte.

“Leggere” empaticamente la persona oltre i giudizi
Lavoravamo moltissimo in questo modo in India e negli Stati Uniti. Si faceva scuola di terapia: si
prendeva una persona e si chiedeva che cos’era di sbagliato in lei. Tra l’altro la si faceva spogliare, per
cui ognuno diceva tutto quello che vedeva di negativo e alla fine questa persona che all’inizio era
normale, dopo un quarto d’ora era distrutta, collassava. Poi, si rigirava il tutto e si diceva: “ Bene, invece
di giudicare questa persona o dire ciò che avete imparato con la testa, provate per un secondo sentire chi è
in realtà questa persona, provate a cogliere in questa persona quello che c’è dentro. Intanto è una persona
viva. Ricordiamo che ogni suo punto del corpo, nel carattere, nelle sue emozioni è una ferita che si sta
portando dietro. Se ha una tipologia arrogante è perché ha avuto quella famiglia che l’ha massacrato, se è
depressa è perché ha avuto quell’altra famiglia che l’ha massacrato in un’altra maniera, se ha gli occhi
tristi ecc. tutto ciò sono tutte le sue ferite. Ecco cos’è veramente fondamentale imparare: l’anima di questa
persona, sentirla.
In Accademia si facevano spesso gli esercizi dove si entrava in contatto con gli occhi della persona. Leggi
gli occhi, leggi dentro gli occhi. Se leggi gli occhi leggi una porta esterna e già dagli occhi è come se
leggessi il corpo, leggi tutta la sua vita: leggi se è sballato, stralunato, presente o assente, se è intelligente
o realmente un po’ stupido. Vedi tutto: vedi il grado di attivazione energetica: se l’occhio è vivo o è
spento. E poi al di là di questo prova a entrare dentro, qual è l’anima di questa persona? Se è un’anima
giovane o se è un’anima antica, se è un’anima che ha vissuto o non ha vissuto, se ha il cuore o se non ha il
cuore. Personalmente ho avuto pochi pazienti senza cuore e vi assicuro che si fa più fatica a lavorare.
Ricordo molti anni fa un paziente in particolare, uno molto cattivo che a 17, 18 anni andava a sprangare i
“comunisti” e se ne vantava. Era il classico psicopatico senza cuore. Mi raccontava di aver avuto una
donna che aveva molto maltrattato, fino a che lei lo aveva lasciato, lui fece di tutto per ritornare insieme
semplicemente per avere il gusto di scoparsela brutalmente. Era veramente duro, freddo. Tutto il lavoro è
stato a portare lui a capire, oltre ogni giudizio, che era uno stronzo senza cuore. Ci avvicinammo olto a
questa comprensione, anche se non ce l’ho fatta profondamente come desideravo, ma comunque lui si era
reso conto di non riuscire a mettersi nei panni di lei, di avere una visone unilaterale, egoistica. Allora non
avevo ancora alcuni strumenti che ho oggi, non avevo “Il dialogo delle voci”, non avevo alcuni strumenti
di PLN erickssoniana altrimenti gli avrei fatto fare il lavoro fisicamente nei panni di lei per fargli sentire
che cosa lei provava per lui, cosa lei aveva sperimentato quando lui la tradiva o la brutalizzava.
Sia in questi che non hanno cuore, che in coloro che sono stati molto feriti, il cuore apparentemente non
c’è. Quest’ultimi hanno il cuore in profondità, coperto esternamente da una massa di dolore o di rabbia.
Più o meno è la stessa cosa, a volte di tutt’e due. Allora voi cogliete questa bolla e vi uniformate. Nelle
varie scuole di Counseling si suggerisce alcune arti di rispecchiamento. Il rispecchiamento è un po’ quella
matrice scimmiesca, da primati, per cui se qualcuno ha lo stesso atteggiamento che hai tu, ti senti
empatico ed entri immediatamente in risonanza. In realtà potete fare a meno di entrare nel
rispecchiamento e aprire realmente le porte del cuore, cosa che non vi insegnano nella maggior parte delle
scuole, e entrare lo stesso in risonanza. Già Rogers e tutta la psicologia umanistica ha sviluppato
tantissimo l’ascolto dell’altro proprio come essere in uno stato di presenza con il cuore. Non avevano la
meditazione che noi aggiungiamo a questo e che noi aggiungiamo a questo come profondità e intensità,
però era già un buon livello. Il rispecchiamento è che se una persona è tanto depressa, tu non puoi fare lo
stesso, perché lei non si sentirebbe capita e accolta. Se una persona è triste, tu ti metti ad animare in
qualche modo un suo stato di coscienza anche se in quel momento non lo condividi. Quindi, ti metti a suo
livello e lo ascolti senza giudizio in modo da aiutarlo ad aprirsi e stai lì con il cuore aperto.

Transfert e controtransfert: il gioco incrociato delle proiezioni
E qui parte immediatamente il controtransfert: spesso gli fai da amico o da padre o da fratello. A volte
anche da amante e ne sei totalmente consapevole. Non puoi negare che il transfert o controtransfert non
esista, ma te lo giochi con estrema sincerità.
Io mi sono trovato a confrontarmi con delle donne che se le incontravo fuori dallo studio, dopo tre ore
saremmo stati già amanti; ho incontrato persone con cui avrei fatto a cazzotti o che avrei potuto detestare
per le cose orribili che hanno fatto; altre che avrei potuto ammirare per le cose belle che hanno fatto e in
quel momento lì. Invece, entro in uno spazio di assenza di giudizio e quello che sento me lo proiettano nel
tempo e poi io lo dichiaro. Mi sono trovato con persone che avevano quella bolla e instauravo quel tipo di
canale, a dire esattamente la realtà, p.es.: “noi due fuori di qua avremmo potuto diventare amici”.
A volte nei transfert o controtransfert ci siamo dichiarati che saremmo stati rispettivamente un padre o un
figlio ideale. Come pure mi è successo il caso di una ragazza che era andata oltre il limite provocandomi.
Era una persona depressa per attirare l’attenzione di suo padre. Non voleva mai che io le dicessi che stava
meglio perché se stava meglio, io (nel transfert mi aveva proiettato addosso la figura del padre) non la
amavo più. Ad un certo momento mi ha detto delle cose terribili fino a minacciarmi che se per caso lei si
ammazzava sarebbe stata tutta colpa mia. Era la fine della sessione, mi aveva appena pagato. Ho preso i
soldi, glieli ho tirati in faccia invitandola ad uscire dal mio studio dicendole che non mi importava
assolutamente nulla di quello che avrebbe fatto o meno e che con lei non volevo più lavorare. Io non ci
stavo ai suoi giochi da bambina. Lei non sapeva se piangere o ridere ed è uscita. Tutto questo era
completamente fuori dal contesto terapeutico classico.
Mi ha richiamato dopo 15 giorno chiedendomi scusa e dicendomi che aveva capito di aver detto cose
assurde e da allora lei è migliorata enormemente. Io ho dato a lei la dignità, ho dato a me la dignità
dicendo e facendo quello che ho fatto non più da terapista, ma da essere umano a essere umano. Quella
era la terapia della provocazione che può capitare qualche volta. Quando la persona va oltre un certo
limite, devi dirle “questo è troppo, io così non lavoro”.
Dicendo la verità rompi tutta la struttura del transfert e del controtransfert. Può capitare poche volte, ma
quando accade è molto forte. Altrimenti io dichiaro tutto il transfert che c’è e se ad entrambi va bene
lavorare così, questo diventa una consapevolezza, non resta nell’inconscio. Io lavoro pulito. Ritengo di
avere dei bellissimi risultati così.
Quindi, cogliete l’energia della bolla della persona che vi sta davanti. Se lei è triste, voi entrate
nell’energia della tristezza. Se lei vi chiede un attimo di attenzione consolatoria io rompo completamente
il distacco del rapporto terapista-paziente: io sono un counselor e lei è una persona da aiutare. Se piange
io la prendo e l’abbraccio, se sento che sia il caso. Le sono vicino così come mi sento di fare nella mia
professionalità ma anche nella mia onestà di sentimenti, di percezioni e spontaneità del comportamento.
Devo essere quello che sono. Piano piano entro in questa bolla e cerco di assorbire l’informazione più
completa che posso. Normalmente dopo che la persona mi ha raccontato il nucleo del problema, poi
decido come lavorare.
Ma già quando arrivano anche senza parlare della bolla io sento se la persona è in un certo spazio. P.es.;
se arriva un uomo, imprenditore, molto scettico, carattere determinato, e ti dice che è venuto
esclusivamente perché l’ha mandato sua moglie che crede nella meditazione e balle del genere, altrimenti
non sarebbe mai venuto perché a queste stupidate non ci crede. A quel punto tiro fuori tutto il mio ego
sociale accettando tutto quello che mi ha appena espresso, ma gli dico che comunque queste cose
funzionano anche al di là della sua volontà e delle sue credenze, anzi, funzionano anche meglio. Così mi
metto in posizione di assoluta parità. Lui è un grande businessman, anch’io sono un grande businessman,
Se lui è un grande ricco, anch’io sono un grande ricco. Siamo alla pari. Così entro nel suo personaggio,
entro in quello che lui vuole che in quel momento io sia. E questo non lo faccio per falsità, non lo faccio
per accaparrarmi un cliente, lo faccio perché è l’unico metodo per entrare nel cuore di quella persona e
indurlo a lavorare su di sé. Nella sua illusione di quel momento lui ha bisogno di una certa energia di
riferimento a cui potersi affidare. Se io sbaglio la sua proiezione, lui prende e se ne va e io ho perso
l’occasione di aiutare qualcuno. Se io, invece, lo accondiscendo mi metto in un contesto dove uso la voce
un po’ nasale, un po’ da terzo chakra come lui vorrebbe che io fossi. Io so giocare anche questa energia,
non ho problemi. Anzi, non lo invito a fare meditazione ma respirare un po’ invitandolo a prendere
coscienza del suo corpo e del suo intero essere: è una situazione neurofisiologica, non è meditazione. Gli
dico le stesse cose in un altro modo. Lui comunque mi stima, perché sono un bastardo come lui.
Così come se arriva la vecchietta non le dirò “entriamo nella neurofisiologia dell’estasi”, ma mi
“empatizzo” a lei, divento anch’io un vecchietto, anche come voce e atteggiamento, e la invito a respirare
un po’. La metto a suo agio. Tutti noi siamo in grado di fare il rispecchiamento, chi più chi meno.
Torniamo al concetto di base che noi abbiamo mille personalità. Noi siamo all’inizio un aggregato di
personalità. I comici cosa fanno? Prendono di solito una di queste personalità, la tirano fuori, le danno un
po’ di energia, la fanno diventare una caricatura e ci giocano su. Ma tutti abbiamo dentro tutti. Voi entrate
in risonanza con tutte queste energie.
Allora, l’empatia a questo primo livello è importantissima, dovete entrare nel cuore della persona. Una
volta entrati e avete stabilito un contatto, allora ritornate nella vostra identità e non più nella sua, e potete
a questo punto trasmettergli delle informazioni che vengono recepite. Trovando il canale giusto, il
linguaggio e l’energia giusta con cui le persone vogliono rapportarsi, riuscite a farli entrare e fargli fare la
riconversione. Ad un signore venuto per il mal di stomaco ho spiegato che il mal di stomaco poteva esser
curato anche con qualche medicina, ma essenzialmente era il suo nervosismo che doveva imparare a
sentire, a scaricare e a non voler ricostruire. Piano piano. Lui ha capito benissimo, anzi, poi è venuto
anche a farsi un gruppo.
Quindi, se riuscite ad entrare in contatto, avete il potere dell’alleanza, della percezione unitaria dove lui ti
sente come te scatta il riconoscimento di gruppo, il riconoscimento di razza. Ogni essere umano deve
avere il suo gruppo di amici che formano una piccola tribù. Entrando in risonanza con la persona siete
riconosciuti come amico, della stessa razza, della stessa conformazione che lo sente e non lo giudica e gli
è utile. Una volta superata questa barriera, incomincia il processo della riconversione.

La scheda di crescita personale
Ora entriamo nella pratica del contatto diretto con la persona. Iniziamo utilizzando una “scheda di crescita
personale”, che voi scriverete e che la persona porterà a casa e riporterà sempre con sé a tutte le
successive sessioni. In modo da non infrangere né le leggi sulla privacy né quelle sul possesso di
materiale con dati personali sensibili. La scheda di crescita personale è uno strumento molto prefessionale
e quindi prezioso, che, essendo complesso, eventualmente si può anche non utilizzare all’inizio. Il nostro
consiglio è tuttavia di imparare ad utilizzarlo da subito perché vi da immediatamente un’immagine di
buon livello professionale e di serieta nella modalità di lavoro.

LA SCHEDA DI CRESCITA PERSONALE.
1) Data di nascita e accanto io metto l’ètà. L’età è fondamentale, perché dall’età voi vedete la congruenza,
il suo modo di viversi il corpo, le energie, le emozioni e la mente rispetto all’età che ha. A volte vedete
tipi molto giovanili, a volte vedete persone vecchie a quarant’anni. Ho avuto una signora di 62 anni che
ne dimostrava 42 per presenza, vitalità, energia e tutto il resto.
2) La residenza: è interessante vedere se coincide con il luogo di nascita.
A me interessa sapere con chi vive che aiuta ad impostare immediatamente il livello psicologico
d’inquadramento (single, divorziato, vive con la mamma o altro)
3) La professione
4) Numero di figli; di solito scrivo l’età dei figli. E’ diverso se ha 50 anni e ha due figli piccoli da quello
che ha 40 anni e ha un figlio di 23 anni. Oppure chiedere se, pur non essendo sposato, ha dei figli.
5) Storia personale
6) Storia familiare
7) Osservazioni
8) Test
9) Percorso consigliato (che è alla fine del lavoro).

Normalmente se la persona viene e vi dice che viene da voi per un motivo preciso (p.es. a farsi fare un
certo tipo di massaggio) qui dovete essere chiari. Se voi lavorate solo sul corpo, dovete spiegare che il
colloquio è fondamentale. Questo vale per qualsiasi tecnica voi state facendo: se volete lavorare
nell’ambito dello sviluppo del potenziale umano o nell’ambito realmente olistico, gli dite che oltre alle
vostre tecniche conosciute e proposte è assolutamente fondamentale il contesto d’informazione generale
della persona. Questo perché a qualsiasi livello si lavori - sul corpo, con le emozioni, con la mente - ,
perché le tensioni della mente o delle emozioni si riflettono sul corpo o viceversa. Così date una
giustificazione molto semplice e profonda a quello che state chiedendo. Quindi, date sempre informazioni
chiare: dite che lavorando come counselor prima di proporre un programma di lavoro avete bisogno di
acquisire una visione olistica della persona.
Questo è un questionario olistico specifico, intestatelo ‘Questionario dell’Accademia Olistica”, in modo
che diventi un documento importante e non due appunti presi al volo. Se voi stessi date importanza, anche
il cliente darà importanza e sarete pagati. Se voi stessi non date importanza alle cose che fate, non saranno
viste come importanti e non saranno valutate e quindi pagate.
Normalmente io inizio con la
· Storia personale:
Il primo dato che inserisco è il tipo di blocco. Ad es. gastrite, abbandono dal fidanzato, cioè il motivo per
cui la persona è venuta da voi.
E’ importante ricordarlo al cliente dopo un po’ di tempo, perché può darsi che non se lo ricordi più. Ciò
vuol dire che è avvenuta la riconversione.

Si parte dalle informazioni generali:
“Come sei nato?” Parto con il forcipe, parto normale, parto cesareo, ecc.
Allattamento: due settimane, tre mesi ecc.
Malattie particolari infantili : a 4 anni ricovero per asma grave o altro, tifo a 3 anni, o altro.
Se vi portano una montagna di documentazione di tutte le operazioni e indagini avute significa che sono
devastati dal malessere. A voi basta sapere che ne ha avute tante, per cui lavorate su un altro livello.
Nella storia personale degli ultimi tempi scrivete le cose più gravi che ha avuto tipo ricoveri psichiatrici,
malattie di cuore, asma da ospedalizzazione, epilessie, schizofrenie.

- Storia familiare:
qui solitamente scrivo che figlio è: se il primo, secondo, se ha una sorella, ecc.
Dopodichè gli faccio una precisa domanda:
”Qual’era l’ambiente familiare da bambino? Qual’era l’atmosfera? “ Può essere stata serena, soffocante,
deprimente, in collegio con le suore, ha vissuto con la nonna, ecc.
“Da bambino com’era tua mamma? Affettuosa, nevrotica, depressa, non ti guardava mai, assente?”
“Com’era tuo papà quando eri bambino? Giocava con te? Ti stimava, quanto? Ti spaventava, si
arrabbiava? Ti faceva paura?”
Queste sono le radici di tutto il comportamento successivo
“I nonni: erano affettuosi o autoritari?”

- Osservazioni:
Qui normalmente annoto ciò che osservo fisicamente, energeticamente della persona. A volte chiedo alla
persona se mi permette di farle da specchio. Se dicono di sì, parlo come parla lei o gesticolo come
gesticola lei, ecc. Da ciò esce la tipologia senza giudicare, altrimenti si offende e se ne va. Quando parte
la proiezione energetica istantaneamente voi siete già in un controtransfert: voi vorreste la persona diversa
da quella che è. State già facendo da padri e loro sono i figli, già siete mariti e loro sono le mogli ecc. Se
mi accorgo che so mettendo in moto un processo proiettivo che mi solleva miei problemi personali, me li
devo rivedere se no non posso lavorare con lei.
Se, invece, questa persona la metto come “Other self oriented”, cioè la metto sul cuscino della moglie, del
marito o dell’altro che le ha fatto del male, se questa tecnica è fatta bene va immediatamente bilanciare
una serie di cose.
Fate qualsiasi tipo di test di vostra conoscenza: iridologia, kinesiologia, respirazione. P.es. per quanto
riguarda il test del respiro osservo il blocco del respiro alto, medio o basso. Mi chiedo dov’è il blocco? A
questo proposito io tendo a evidenziare i blocchi secondari e i blocchi primari. Chiedetevi qual è, secondo
voi, il blocco principale, quello da cui nascono gli altri? Qual è il nucleo? Se riuscite ad identificare,
scrivetelo.
Poi, nelle osservazioni io noto fondamentalmente la sua bolla: cosa osservo nel corpo, nelle energie, qual
è la sua qualità energetica di fondo. Posso anche osservare che se cerco di parlare troppo, lei diventa
nervosa e comincia a parlare il doppio. Posso anche sentire una sensazione che lei ha male al cuore, anche
se lei dice di avere un cuore sano. Oppure posso improvvisamente sentire una grande tristezza, e lo
annoto. A volte nelle sessioni successive può accadere che lei butti fuori la sua tristezza che teneva
nascosta. Mettete tutte le osservazioni.

Inoltre fatevi un appunto delle osservazioni che non devono essere dimenticate:
1) “Dimmi chi sei? Ci sei? Ti senti?“ Che poi allargo con “Come ti senti nella tua vita, è la vita che tu
desideri? Che cosa è che ti dà il piacere del vivere? La tua vita è realmente la tua vita?” E in quel
momento l’altro sente la vostra presenza.
Il punto importantissimo in questa serie di domande è arrivare sempre alla fase critica. Quello che noi
chiamiamo “riconversione” è il processo fondamentale. Dobbiamo far riconvertire l’energia della persona
che solitamente è fuori a far ritornare verso l’interno, farla rientrare dentro nel nucleo.
Allora, i punti che la fanno ritornare a lei sono elementi molto evidenti e li riconfermi chiedendo:
“Ma se finora non ti sei goduto la tua vita, cosa pensi di fare? Ti piace? Sei soddisfatto? Se in questo
momento dovessi darti una bacchetta magica molto reale cos’è che vuoi cambiare veramente della tua
vita? “ E se vi rispondono : “Vorrei star bene” fategli capire che troppo generico, che stanno evitando di
dare la vera risposta. E voi insistete : “Ma pensa che cos’è che tu vuoi ? Che cos’è che tu non vuoi? da
che cosa ti vorresti allontanare ? Che cos’è che vorresti non avere e verso che cosa ti vorresti dirigere?”
Queste sono le domande fondamentali che vi mettono in un rapporto esistenziale con la persona. E dopo
che la persona vi ha raccontato minimamente la storia della sua vita, dei suoi problemi, delle sue malattie
e tensioni, ad un certo momento sentite di essere entrati in lei con intensità. Se avete creato i minimi
presupposti - lo spazio idoneo, il setting appropriato, se non avete fatto grossi errori - e la vostra presenza
è già più che sufficiente per entrare in contatto umano con l’altro. E continuate a chiedere: “Hai amato?
Quanti anni hai, 35? Se vai avanti così, cosa saranno gli altri 35 anni? Vuoi andare avanti ancora 20 anni
così?”

- Le Relazioni:
A volte per le relazioni, oltre alle amicizie generiche, c’è la domanda: ”Hai un compagno/una compagna?
Come ci stai? Quanti ne hai avuti? Com’è finita? Quanto è durata?” E vi dicono dei tempi brevi o medio
brevi dopodichè da tre anni non hanno avuto più nessuno. E voi incalzate: ”Come con nessuno? Hai
appena 28 anni, sei nel pieno delle tue forze e da tre anni sei senza una donna/senza un uomo. Che dolore
devi aver provato, che paure devi aver provato? Almeno sessualmente avevi qualche piccola storia
piccola parallela? “Nella tua vita sessuale riesci a lasciarti andare?” “Quanto ti controlli?”
Approfondisci il punto sul controllo e sullo stress, perché è su questa parte istintiva che noi possiamo
intervenire con i nostri strumenti di meditazione e di evoluzione personale che sono potentissimi. Lì devi
esserci.
Dalla storia delle relazioni vedete il cuore, la capacità di mettersi in contatto con gli altri e capite dove
sono. E ancora: “Nell’ultima relazione, come stai? E’ una relazione reale? Cos’è che ti fa stare ancora con
questa persona? Cos’è che ti permette di stare ancora con lui/lei?” Può essere anche una cosa: “A letto
andiamo d’accordissimo” oppure “Chiacchieriamo molto” o “Ci piace viaggiare “ ecc. A volte non c’è
niente e allora lì dovete entrare: ”Perché stai ancor in questa relazione se è così insoddisfacente?”

- La Professione:
“Il lavoro è soddisfacente? Ti piace? Lo fai per guadagnare? Se lo fai per guadagnare allora cos’è che ti fa
vivere? Per che cosa vivi?” La risposta più frequente è: “Vivo per i figli”. “Lascia perdere per un
momento i figli che sono sicuramente importanti nella vita di una persona, ma tu perché vivi? Tu non vivi
per un altro, tu vivi per te. Cos’è che ti dà piacere?”
E lì toccate le corde più profonde. Questo è il Counseling Olistico che entra in profondità dell’essere della
persona, nei punti critici dove è possibile, auspicata e necessaria una riconversione. Voi portate con voi la
cosa più preziosa che potete dare: la comprensione che è possibile girare la vita, anche di poco, e ritrovare
la matrice profonda dell’essere. Questo è il momento critico, non diteglielo voi. Lasciate che ci arrivino
da soli. Quando cominciano ad emergere le insoddisfazioni chiedete: “Ma tu che cos’è che realmente
vorresti? Che vita vorresti?”
In questa fase bisogna stare attenti ai criticoni che trovano da ridire su tutto e tutti. Quindi, se è un
criticone,il cambiamento della vita avviene attraverso l’apertura del cuore e smettere di criticare. A questo
punto non possono scappare. Intanto li mettete nella condizione in cui loro mettono in risalto la loro
situazione. Parallelamente li inducete piano piano a esprimere quello che veramente è il senso della
profondità dell’essere.

Le domande esistenziali
Riassumendo le domande “esistenziali” che aprono la via ad una consapevolezza di sé e della propria
crescita personale sono:
COME VA LA TUA VITA SESSUALE?
SEI SODDISFATO DELLA TUA VITA? Se la risposta è no, chiedergli
“COME MAI NO? COS’E’ CHE TI MANCA? COS’E’ CHE NON TI SODDISFA? COS’ E’ CHE
VORRESTI?”
Tutto ciò senza voli pindarici. Ripeto, li lasciate parlare finchè non esprimono un disagio. Se siete forti e
sentite di avere un buon canale o tanta empatia riuscite ad entrare direttamente nell’Io. A questo punto gli
chiedete:
”MA TU CHI SEI? COSA VORRESTI ESSERE?”
A qualsiasi loro risposta avete dei primi elementi per cominciare un lavoro semplice per ritornare
all’essenza, ritornare a riaprire il corpo, ritornare a risentire il proprio bene e il proprio male. Non gli
dovete dire niente. Spero sia chiaro.
Un’altra grande domanda che io farei a tutti:
“COS’E’ CHE T’IMPEDISCE DI ESSERE FELICE? COS’E’ CHE T’IMPEDISCE DI USARE IL
CUORE E DI AMARE?”
Ognuno vi darà mille motivi del perché no e a questo punto voi avete gli elementi per fare tutta una serie
di cose. Qua rientra la componente evolutiva della persona. In questo momento voi dovete più che mai
dire e sentire e mettere insieme gli elementi e capire veramente il livello evolutivo di quella persona. Se
sbagliate, la persona scappa, perché le proponete una cosa sovradimensionata.

La logica dei primi incontri
Prendiamo un esempio concreto. Se prendete una persona normale che mediamente ha un tratto
masochista gigantesco, che vive male, perché si crea delle ragioni per vivere male, vuol dire che è un
livello molto basso. E se è un livello molto basso non gli potete proporre spesso nemmeno un percorso di
crescita. Dovete fare quel processo graduale di crescita che noi possiamo chiamare la prima proposta di
percorso consigliato. Il percorso consigliato io lo articolo mediamente in tre fasi:
Nel primo incontro riuscite ad avere un quadro generale. A volte se parlano molto, c’è molta storia e a
loro piace raccontarsi gli proponete di vedervi la volta successiva per fare un lavoro diretto sul corpo.
Questo è fondamentale. Vi invito ad essere molto chiari sul modo di procedere. Se la persona si aspetta da
voi un massaggio e voi non glielo fate e proponete qualche cos’altro, non ritornerà più. Se, invece, gli
spiegate che voi come Counselor gli fate pure il lavoro sul corpo con il massaggio, ma oltre a questo
lavorate anche sulla parte emozionale che emerge dal massaggio stesso. A questo punto gli chiedete se
vuole un massaggio puro e semplice oppure se vuole lavorare sulla profondità. Se dovesse scegliere
soltanto il massaggio, alla fine gli potete sempre dire che da questo sono emerse delle tensioni molto forti
che andrebbero affrontate indagando ulteriormente. E se accetta lo invitate a riparlarne e chiarire la volta
successiva. Se accetta continuate così. Questo può essere un approccio per chi lavora con metodi fisici o
molto tecnici.
Se invece siete psicologi o lavorate sul respiro, non fate la prima sessione se prima non avete fatto
insieme una scheda come minimo di mezz’ora o trequarti d’ora e trequarti d’ora la dedicate al respiro.
Quindi, la prima volta gli fate un’analisi fisica o vi mettete d’accordo sui tempi facendo sia la scheda che
il lavoro sul corpo. Non dimenticate che il lavoro sul corpo è fondamentale, perché la maggior parte delle
persone sono molto mentali e il contatto con il corpo fanno uscire sensazioni ed emozioni e lì il processo
di riconversione è estremamente più semplice.
Ad es. già facendo un massaggio alla schiena gli potete dire che sotto quel male c’è sotto dolore o
tristezza o rabbia e cominciate ad indurre la persona a sentire le emozioni che stanno sotto facendola
respirare dentro, cominciate a direzionarla e farle comprendere cosa sta sotto. Pian piano comincia a
comprendere che il lavoro da fare è su di sé, è di liberazione delle emozioni o di una serie di parametri.
La persona prende una direzione differente.
Se siete mediamente capaci e riuscite nell’arco di una prima visita generale di un’ora/un’ora e mezza o di
due visite ad avere abbastanza dati o esperienze su di lui, la persona sente veramente doe sono le tensioni
e qual è il problema reale su di sé, A questo punto ciò che vi consiglio di fare è di proporre una serie di
non più di cinque, sei sessioni. E dopo queste sessioni si ria il punto della situazione. Questa è la strategia
che vi consiglio.

Riassumo:
1. I° incontro: questionario ed esperienza.
Fate le domande per avere delle informazioni e fate sperimentare dove ci sono realmente i problemi e
le tensioni, se siete dei bodyworker. Se uno facesse già lo psicologo, invece, induce la riconversione
attraverso un’esperienza a livello emozionale diretto portando piano piano la persona a dire da sé
dove veramente c’è il problema per induzione. Usate lo stesso procedimento che usava Socrate, in
modo che sia la persona stessa a percepire quello che sente e fargli prendere una decisione. Tutto ciò è
meglio se mediato dal corpo.
2. Prime sessioni di sperimentazione:
Gli proponete tre, quattro sessioni dove proponete un piccolo progetto di esperienze e scrivete sulla
scheda personale il percorso consigliato. Queste sessioni servono a fare sentire il corpo alla persona, a
farle percepire direttamente il punto “interiore” e possibilmente “psicosomatico” da cui parte
realmente il suo problema o il tema su cui voi realmente potete operare con successo. Tenete sempre
presente il motivo per cui è venuta la persona. Se ad esempio è una persona che ha già avuto una serie
di operazioni all’anca non gli si può ripristinare l’arto, però si può lavorare sulla sua vita, sul piacere
di esistere, mettendo in moto la parte sana. Un dolore anche fisico che non è guaribile può essere
tollerato se l’altra parte della vita lo bilancia. Così impostate un percorso consigliato e voi avete
quello che lui vuole come cura generale e quello che gli avete consigliato voi per una riconversione
della propria direzione.
Oppure, alla persona con il mal di stomaco che chiede d’intervenire esclusivamente sul mal di
stomaco chiedete se p.es. accetta di fare soltanto tre sessioni di rebirthing, in modo da rilassare il
sistema nervoso e di conseguenza migliorare anche il mal di stomaco. E lasciate decidere a lui. Se
accetta passate alla fase successiva.
6. Incontri successivi: il “progetto di crescita”.
Dopo la fase della sperimentazione, nella quale la persona capisce il punti interiore dei suoi problemi,
si decide insieme un percorso di crescita personale, ossia un “progetto di crescita”
Ad esempio durante il lavoro di respiro lui tira fuori tutte le sue emozioni, voi gli fate prendere
coscienza del corpo e gli fate prendere coscienza della tensione allo stomaco. Sarà lui stesso ad
accorgersi che esternando il pianto ha allentato o sciolto la tensione allo stomaco. Alla fine gli
sottolineate il fatto che se apre il cuore e scioglie il dolore lo stomaco sta meglio e lui fa un vero
processo di guarigione, dove le pillole non c’entrano nulla.

Il vero e il falso dei problemi
Nella prima o nella seconda sessione è fondamentale che voi capiate che ciò che vi sta raccontando la
persona è “relativamente falso”, nel senso che vi sta raccontando un problema o vi racconta di sé in modo
esteriore, come se la reale causa fosse sempre all’esterno e non su di sé.
Riuscvire ad invertire questa percezione del problema è essenziale per lavorare su di sé. Questo cambio di
prospettiva dall’esterno all’interno è quindi un punto della massima importanza. Stiamo facendo un
sostanziale lavoro: stiamo riportando la persona alla realtà. Lei viene con un falso bisogno e noi le stiamo
riportando il bisogno sul livello di autenticità. Su questo dobbiamo stare molto attenti. Quindi, come
punto d’accesso dovete considerare che la persona non essendo in contatto reale e profondo con sé
continua a raccontarvi lo stesso problema che è un problema fuori di sé. E a volte onestamente,
nonostante tanto lavoro che le persone fanno a livello psicologico, questo problema rimane esteriore per
anni e in alcuni casi per sempre. Le persone che hanno avuto traumi continuano a buttare fuori quello che
hanno dentro. Continuano a dire che il mondo fa schifo, che tutto è dolore, sono sempre arrabbiate, il
mondo è pieno di paure: tutto questo è dentro a loro e continuano a proiettarlo all’esterno. Che hanno una
malattia perché hanno avuto un incidente, o un virus, o un problema genetico: loro in tutto questo non
c’entrano. Ci sono donne che continuano a dirvi che si trovano regolarmente in situazioni dove gli uomini
le piantano, oppure la moglie lo tratta sempre nello stesso modo, o ‘non riesco mai a fare una certa cosa’.
Il problema sono gli altri, è sempre all’esterno. Lì il problema è di rigirare la consapevolezza: a volte ce la
fate subito, a volte non ce la fate. Anche nei casi in cui la persona è molto proiettata all’esterno e continua
a pensare al negativo, pur avendo fatto anni di analisi o lavori di gruppo eppure è ancora fuori. Voi sapete
che cercate di portarle all’interno e il lavoro e il setting che create, soprattutto la prima e la seconda visita
servono per ricodificare questo passaggio: il primo punto, la direzione da fuori a dentro.
Le varie tecniche di prososomatica, di respiro dolce, di meditazione, di energetica servomo perfettamente
a questo scopo: portano l’attenzione sul corpo, sul respiro, sulle sensazioni interne e quando sono lì –
dentro di loro - quando sono parrati dalla testa e dai loro pensieri ricorsivi al corpo e alle sensazioni ed
emozioni del momento presente, voi, come counselor olistici potete facilmente fargli capire come e dove
il problema è interiorizzato, somatizzato, riflesso dentro di loro. Questa è la chiave! Lì potete far capira
con sicurezza alla persona che si può agire direttamente – il corpo è il loro, il cuore è il loro – mentre,
con la stessa certezza sapete di non poter cambiare le persone esterne.
Provate a chiedere alla persona che cosa vuole: e lei solitamente vi risponderà che vuole “star bene”.
Questo vi fa capire che la persona è fuori di testa. Benissimo, dopo questa affermazione capiamo che
chiede a noi di risolverle il suo problema - come se avessimo delle virtù magiche - perché non si rende
conto di quello che dice. Altrimenti la risposta corretta non sarebbe ‘voglio stare bene’, bensì ‘io ho
questo problema, per cui voglio lavorare su di me per cambiare!” Voglio andare oltre queste storie
ripetitive, voglio liberarmi da queste emozioni di sfiducia vper cui continuo a dire che il mondo o le mie
relazioni o gli altri sono negativi”, ‘devo guardare me e dire che sono pieno di questa stessa emozione
che proietto all’esterno’. E’ un lavoro difficile e in alcuni casi anche dopo anni di lavoro non si riesce a
farlo completamente. Voi dovete provarci, dovete invertire anche solo parzialmente o logicamente,
perché a volte le persone non riescono ad aprire il cuore soprattutto se hanno avuto tante ferite.
Questo vale anche per voi: se avete difficoltà ad aprire il cuore e avere presenza non vi diamo
l’abilitazione a Counselor. Abbiamo già avuto alcuni casi di cui una persona che si è fatta tre anni di
Accademia, un’altra che ha fatto ben tre scuole di Counselor - una sistemico/relazionale, una familiare e
una con la Gestalt – a cui non ho dato il benestare. Posso dar loro la certificazione per la frequenza del
corso, ma non il mio benestare per esercitare la professione di Counselor. Glielo darò nel momento in cui
lei o lui ‘ci sarà’. Questo non vuol dire che debba essere una persona perfetta, ma che ha raggiunto un
minimo di equilibrio e di pulizia interna per poterlo fare.

La direzione esterna e interna
Vi faccio un esempio: una persona viene da voi perché ha la gastrite e voi le dite che potete farle una
sessione che può aiutarla per rilassarsi e comprendere le cause della gastrite, sottolineando però il punto
più importante è che, parallelamente al lavoro che voi le fate, la persona lavori su di sé. Questo vale se
lavorate con le erbe o l’alimentazione, i massaggi, il respiro, la meditazione o altro ancora.
Quando incontriamo la persona, incontriamo il suo carattere, il suo io esteriore, ma possiamo
immediatamenmte sentire anche la sua profondità, il suo essere, il Sé. Quindi, voi sapete che state
parlando con una persona-carattere che vi sta dicendo “io ho un problema, ho il mal di schiena, sono
chiuso, ecc”. e dietro tutte queste richieste voi sentirìte che c’è una persona che non è in contatto con il
proprio Sè. E’ una persona che ha la direzione esterna e che quindi vi chiede qualche cosa di esterno. In
alcuni casi, soprattutto negli ultimi anni, apparentemente ti dice una cosa interna – ad es. “voglio
sperimentare la meditazione o voglio sperimentare il tantra perché si fa meglio l’amore” oppure ”voglio
fare yoga per il mal di schiena” – e in realtà è tutto esterno. Oppure dice “ho letto che le persone
importanti hanno un Sé spirituale, per cui anch’io voglio avere un Sé.” e voi capite che è tutto esterno.
Voi dovete addestrarvi a capire dov’è il problema reale della persona, a capire dov’è il loro punto critico
psicosomatico, la parte su cui potete operare un cambiamento di direzione da esteriore ad interiore: un
viraggio della coscienza.



Il “progetto di crescita”
In queste prime sessioni voi avete la situazione per fare approfondire realmente alla persona la sua reale
situazione psicosomatica e i suoi blocchi. Una volta che avete identificato i blocchi, il lavoro
importantissimo è quello di farglieli percepire e di creare insieme una linea di crescita personale. Il punto
che non dovete mai perdere di vista è che la persona vi ha dato fiducia, che vuole vedere dei risultati reali,
deve sperimentarli su di sé e voi avete tre, quattro ore di tempo per fare questo: per migliorare il suo
quadro, fargli prendere ancora più fiducia in voi e sentire ancora di più i suoi conflitti e limiti e dargli
man mano una direzione di crescita. Non ti senti te stesso, vuoi aprirti, cos’e’ la barriera verso te
stesso? Tre, quattro ore sono tantissime. Se sapete lavorare, anche in due ore potete fare un gran lavoro.
In ogni istante il lavoro deve essere in uno spazio di feedback: le persone sentono e voi dovete fargli
prendere coscienza che sentono e ritornare sempre ai modelli olistici che avete conosciuto.
I due modelli olistici principali che potete utilizzare con le persone per spiegarle metaforicamente il
processo di blocco e di crescita sono quello del Centro e quello della Spirale. La Spirale è un tutt’uno che
gira. Se si ferma un solo anello della Spirale si ferma tutto il cerchio. Se il Cuore c’è e dà vita e luce a
tutto ma è oscurato da quella membrana di tristezza che noi chiamiamo pericardio, tutto il sistema perde
di luminosità. Quindi, voi avete tre, quattro ore di tempo per fargli sentire dov’è che non sente la totalità,
cos’è che non parte nel Cuore, cos’è che interrompe nel corpo e tornare sempre a lui. Le parole chiave
che vengono usate sono “sei tu che hai in mano la tua vita”, “sei tu che hai in mano le chiavi del tuo
Cuore”. A questo punto in questo processo voi dovete essere assolutamente congrui con l’evoluzione ella
persona.
Magari la persona viene da voi con un problema “esteriorizzato” emozionale: sto con mio maarito da più
di 20 anni ma non sento più niente, mi rivina la vita e poi anche ilò lavoro è tremento e mi soffoca. Voi
nelle prime sessioni la fare respirare nel corpo, le fate percepire dove quel suo malessere “esterno” le crea
dolore e tensione, cove sente i blocchi energetici, espressivi e da li iniziate il lavoro di interiorizzazione:
le dite “non possiamo cambiare l’esterno, ma sicuramente possiamo migliorare la situazione interna
fisica, emozionale e psichica” Potete suggerirle, secondo la situazione che trovate che è possibile “riaprire
il cuore che si è chiuso, riattivare il senso della bellezza con le meditazioni o l’arte, imparare a
comunicare meglio, ad essere più centrati, a stimarsi di più…” Questo è la base del “progetto di crescita”
che ogni sessione diventa più preciso ed evidente. Faccio un inciso, perché il punto è importantissimo.

Valutazioni e aspettative nel “progetto di crescita”
Se la persona è una persona senza Cuore e ha saputo che voi fate delle tecniche che l’hanno incuriosita e
viene con molte aspettative pratiche, potete mettervi nell’atteggiamento che comunque voi le
trasmetterete amore e già un contatto fisico non potrà che farle bene. Non dovete aspettarvi tanto da chi
ha il Cuore chiuso. Lo ripeto. Non fate proiezioni sulle persone che hanno il Cuore chiuso. Utilizzare
l’entusiasmo con la persona con il Cuore chiuso è come andare a parlare di Ufo ad uno scienziato
materialista. Non funziona, è controproducente.
Questo progetto di aiuto, che noi abbiamo chiamato “progetto di crescita”, deve essere lui a farlo.
Dovete sentire questa chiusura. Se volete lavorare, dovete entrare in risonanza con questa chiusura fin
quando la senti su di voi. Non lo potete far lavorare in un progetto di crescita normale. Le persone che
vengono in Accademia sono già selezionatissime, a cui forse una su venti dico di fare l’Accademia. Agli
altri non gli dico niente. Al massimo gli dico di fare qualche gruppo, perché non sono all’altezza: o sono
troppo vecchi, o sono troppo sbandati, o hanno troppi problemi o sono stupidi. Anche la stupidità è reale.
Ci sono uomini percettivi e uomini idioti. Allora, voi dovete essere molto chiari sui limiti della persona e
fare una cosa che è quasi lei che ve lo chiede. E non siete voi che gliela imponete. Se voi date di più ad
uno che non se lo aspetta, scappa, ha paura. Se voi dite a persone che hanno vissuto sempre in negativo,
sempre arrabbiate “io ti apro il Cuore e sarai felice”, scappano. Dovete essere in grado di distinguere.

Vi do un esempio negativo di un ragazzo sensibile e intelligente, ma classico esempio di masochista. Se
non state attenti, vi brucia due ore della vita a raccontarvi assurdità. Lui, di quello che voi gli dite non
sente niente, non capisce niente. Se gli dite di leggere un libro vi segue, altrimenti qualsiasi cosa gli dite
di fare lui non c’è. E’ stato qua una settimana, ha fatto quasi zero, ma io non mi aspettavo niente di più da
lui. Era già un miracolo che accettasse di fare il gruppo. Ma io non insisto tanto, perché già lo considero
in questo momento come perso con un 5% di probabilità di miracolo. A quell’età lui vive ancora con la
mamma tiranna, non ha donne, vive completamente isolato. Quindi, con lui bisogna andare molto piano.
Il percorso di crescita deve essere congruo con i limiti della persona.
Una cosa semplice da fare è questa: se vi accorgete che una persona ha dei limiti, fategli fare delle cose e
parlate poco.
Se, invece, vedete che la persona ha già il Cuore aperto, allora potete parlare un po’ di più, spingete quel
filo di entusiasmo un po’ di più. Se uno ha il Cuore aperto, l’entusiasmo è un nutrimento; se uno ha il
Cuore chiuso l’entusiasmo è una botta. Dovete stare attenti, sappiate moderare l’energia, se volete aiutare.
Con questo ragazzo masochista non potevo forzare. L’unica cosa da dire è “vai bene così, io ti voglio
bene così come sei”. Prima di partire mi ha chiesto se faceva bene ad andarsene a vivere da solo o magari
con una donna. Lui può trovarsi soltanto una donna che gli assomigli e che sia mediamente repressa come
lui (un masochista è fondamentalmente un represso), che abbia un po’ di Cuore, un po’ di sensibilità,
faranno poco sesso, ma in qualche modo riusciranno a stare insieme.
Quindi, moderate le energie, moderate l’entusiasmo, osservate il tempo di maturazione della persona con
relativa calma, sappiate a portare la persona a sentire quelle determinate cose. Qualsiasi progetto di
crescita che sia soltanto un pochino troppo in avanti, crea paura. Dovete dire le cose con molta cautela. Se
invece sentite che la persona è più di Cuore, la prendete con il Cuore. Se sentite che la persona ha già
fatto una serie di esperienze anche banali ed edulcorate da New Age, andate a vedere quanto c’è del suo
Essere in contatto con sé, quanto è cosciente e libera la sua mente. Questo soprattutto se vivete in un
paese, è già tanto che una persona venga da voi. Accertategli sempre che tutto ciò che viene detto o fatto
rimane tra voi, in modo che loro abbiano una sicurezza.

Motivi per cui il counselor non deve dare consigli
Una delle caratteristiche del counseling riconosciute a livello internazionale è quella di non dare
conscigli. I motivi per cui il counselor non deve dare consigli sono molteplici: il primo è di non
influenzare, psicologicamente, emotivamente, con giudizi o con una propria visione personale le scelte
della persona (cliente) che è venuto per ricevere un aiuto. Il lavoro del counselor è di “educare” le
persone, nel puro senso del termine latino di ex ducere, ossia di “portare fuori”, le loro potenzialità e
risorse. I clienti devono essere aiutati dal counselor a scoprire e contare sulle loro risorse personali e
sentire che le loro esperienze ed abilità sono positivamente riconosciute dal counselor.
Secondo la “British Association for Counseling” il counselor:
· Non deve dare consigli ossia non deve influenzare la persona.
· Può indicare le opzioni di cui il cliente dispone e aiutarlo a seguire quello che sceglierà.
· Può aiutare il cliente a esaminare dettagliatamente le situazioni o i comportamenti che si sono
rivelati problematici e trovare un punto piccolo ma cruciale da cui sia possibile originare qualche
cambiamento.
· Lo scopo fondamentale è l’autonomia del cliente: che possa fare le sue scelte prendere le sue
decisioni e porle in essere.
· Dovrà essere sufficientemente fiducioso e autoconsapevole da essere una presenza supportiva e
non giudicante.
· Non è emotivamente coinvolto.
L’arte di non imporre la propria visione, di non consigliare ma di dare consapevolezza e di educare, ossia
di aiutare le persone ad esprimere i propri reali bisogni, progetti, desideri, decisioni è alla base di tutto il
lavoro del counseling olistico e tradizionale. Questo è il processo di induzione. Contrariamente alla
deduzione che usa maggiormante la logica e i processi di causa-effetto che noi proponiamo alla persona
per arrivare ad una conclusione, il processo di induzione tende a far sviluppare una risposta autonoma alla
persona, portandola con opportune domande ad una chiara visione del suo problema o situazione e a
comprendere le sue reali necessità e desideri. Se una persona ci racconta che il suo malessere dipende da
una situazione di relazione molto pesante, dove il partner è ovviamente implicato, noi abbiamo due
possibilità: o diamo dei consigli diretti “ma perché non lo pianti?” o “secondo me faresti meglio a
chiudere” oppure possiamo portare la persona a chiarire la sua situazione chiedendole: “ma che cosa senti
realmente rispetto a questa relazione” o “ma se ti ascolti bene ritieni di poter sostenere a lungo questa
situazione”, o ancora “quali sono i sentimenti, anche contrastanti tra loro, che provi?” e lentamente la
persona, se si sente sostenuta e supportata dalla vostra presenza empatica, dirà quello che realmente vuole
e voi la sosterrete in queste sue scelte.

Il Mito di Kirone: il counselor non è un perfetto
Ricordiamo uno dei miti più importanti legati al guaritore e alla guarigione: il mito di Kirone. Per i Greci
Esculapio, il Dio della medicina, era una figura onniscente, perfetta, che sa tutto e ti cura dall’alto dei
cieli, ma noi, come Counselor, non ci riconosciamo in questa perfezione e prendiamo il mito di Chirone
che è un centauro, mezzo animale e mezzo uomo ma anche con una parte divina. Ha ricevuto in dono
l’immortalità, ma non l’invulnerabilità. Quindi, è come dire, noi siamo Chirone. Abbiamo la pancia-
cervello rettile che è animale, il cuore che è umano o mammifero, e abbiamo la testa che adesso è piena di
mente-spazzatura, ma che se fossimo realizzati, sarebbe pura coscienza e spiritualità. Quindi noi abbiamo
l’animale, l’uomo e il divino dentro di noi. Chirone rappresenta la nostra triplice natura. Chirone pur
avendo il dono dell’immortalità è vulnerabile come anche noi siamo: con un’anima spirituale immortale e
con un corpo vulnarabile. Chirone fu ferito e cercò tutta la vita di curarsi, imparò tutte le medicine
esistenti - dai massaggi alle erbe e altro – ma non riuscì mai realmente a curarsi. Viene considerato il
guaritore per eccellenza, colui che porta le tecniche della guarigione. Noi diciamo che l’Operatore
Counselor Olistico è il Chirone dei nostri tempi: è una persona che sicuramente ha avuto delle ferite, che
può averle ancora perché non è riuscito del tutto a curarle, che riconosce la sua natura sacra e le sue ferite
da semplice mortale, ma nell’accezione umana più nobile ha dentro di sé una fondamentale spinta ad
aiutare gli altri. A trasferire una parte delle proprie esperienze agli altri, cosciente sia di non essere lui
completamente guarito sia, ovviamente, di non poter completamente guarire gli altri. Questa è la base
della relazione di aiuto. Quindi, una persona può essere anche paralizzata, malata o fortemente ferita e
fare bene il Counselor. Ma se la ferita non se l’è ancora vista e continua a proiettare una parte della
propria tristezza, rabbia o paura sugli altri, questo gli proibisce di fare il Counselor, non perché si debba
essere perfetti, ma perché non si il cuore abbastanza limpido e pulito per poterlo fare. Vorrei che fosse
molto chiaro.
Vi do un esempio. Prendiamo una persona che ha le ossessioni. Ciò non gli impedisce di fare il
Counselor, se si rende conto che non può lavorare sulle ossessioni. O una persona che ha una base di
anoressia o bulimia o ha dei disturbi sessuali non può affrontare altre persone con lo stesso problema. Ciò
non toglie che non possa fare tutta una serie di lavori in cui trasmettere quella parte di comprensione che
ha già vissuto in altri settori. A volte le persone che soffrono o hanno sofferto molto hanno un’incredibile
sensibilità alla sofferenza o un’incredibile empatia. E proprio la consapevolezza della paura, della
vergogna che ha superato al 50% può diventare anche un punto di grande aiuto. Può benissimo dire :
“Anch’io nel passato avevo tante paure, ma lavorando su di me con questa tecnica di respiro oggi ne ho
molte meno, per cui te la trasmetto. Non è una cura finale, ma è un buon aiuto.” Bisogna avere
consapevolezza e onestà e dire alle persone che quel problema voi non l’avete superato, che non siete
perfetti. Non siamo nel transfert o contro-transfert per cui dobbiamo mantenere una certa posizione e per
questo non raccontiamo la nostra vita privata. Non è così. Riconosciamo e diciamo che siamo persone
come altre che sano fare bene una certa cosa e ci offriamo di farla insieme ad altri. Anche la persona più
modesta che si trova in uno spazio di presenza e di illuminazione e che magari è timido e non parla
neanche ma nella gentilezza con cui ti ascolta e si rapporta a te, c’è dentro tantissimo, c’è dentro la
guarigione, c’è dentro la presenza. Questa è la cosa fondamentale che dobbiamo capire.
Esistono dei contesti minimi in cui siamo o non siamo presenti. Esistono dei contesti necessari di
emozione che noi viviamo e se sono troppe non possiamo lavorare, perché diventiamo noi stessi
proiettivi. Se uno ha una tristezza, perché in quel momento le è morto il padre, è una tristezza nella natura
delle cose. Se uno è triste, perché non ha risolto i suoi problemi, non può fare l’operatore. Se uno ha avuto
una vita sfortunatissima, è andato in depressione e si è fatto ricoverare e poi attraverso l’uso delle
tecniche ha risolto il 90% della depressione che ancora ogni volta lo tocca, ma di cui lui è consapevole di
questa parte, può fare un grandissimo lavoro sulla depressione. Anzi, questa esperienza gli ha lasciato un
gran entusiasmo, una saggezza che lo può addirittura far entrare in risonanza con chi è depresso e aiutare
molto. Quindi, grande equilibrio, grande consapevolezza, grande responsabilità.

Trasparenza e sincerità
Ripetiamo un codice fondamentale importante: non stiamo lavorando sull’autoaffermazione, non stiamo
lavorando sull’ego individuale, sulla sicurezza personale, ma stiamo lavorando sulla PRESENZA. Ad.
es.: se io sono triste e sono presente, lavoro benissimo, ma lavoro in trasparenza. Personalmente sono
contro le scuole che presuppongono un “ruolo professionale determinato” che viene controllato
all’interno di un setting. Quello che sto facendo da anni nel mio lavoro personale e con tutti quelli che
sono usciti dall’Accademia e che già stanno lavorando è: per quanto è possibile il setting non deve creare
nessuna contestualizzazione del processo di transfert e controtransfert. Io gioco trasparente: se la persona
mi è realmente simpatica, le dico che mi è simpatica, e viceversa. Se sto male o sono triste per meie
ragioni e la persona mi chiede come sto, rispondo la verità, che sono in un momento così. Questa apertura
nella mia pratica ha generato rapporti di grande empaaatia e verità. Se la persona mi fa venire tristezza o
irritazione, le dico ciò che sento, con proprietà di linguaggio, in modo neutro, positivo, ma glielo dico.
Dico la verità. Se una persona mi provoca, non si fida di me o resiste, all’inizio lavoro sulle resistenze,
rendo consapevole le faccio da specchio testimoniando quanto sta avvenendo, ma, oltre un certo limite, le
dico che non posso lavorare più con lei, perché non ci sono i parametri minimi umani di lavoro, di
relazione. Non mi diverto a lavorare così! Non credo realmente che sia utile e produttivo. E a volte
proprio questa franchezza ha generato un cambio di risposta emozionale della persona, una riapertura di
rapporto. Di moltissime persone che incontro professionalmente, ogni anno fermo il lavoro almeno con
due o tre.
E’ chiaro che tutto questo lavoro che inizia deve avvenire anche nell’ambito di un equilibrio tra presenza
e realtà e compassione dall’altra. Se in quel momento con quella persona che mi è pesante, ma io riesco
ad essere in uno spazio di compassione, ci posso lavorare. Ho avuto una paziente ossessiva, fortemente
compulsiva, non borderline ma da ricovero, secondo me, che è venuta e mi ha chiesto di essere aiutata e
ho fatto molto fatica lavorare con lei. Spesso mi faceva arrabbiare, mi provocava, ma c’era una quantità di
compassione nei suoi confronti e di apertura di cuore che nonostante questo mi permetteva di lavorare
con lei. Tra l’altro questa era venuta da me dopo esser stata da quattro psichiatri che l’avevano buttata
fuori dalla porta, perché lei creava rabbia nelle persone ovviamente. Quando lei mi creava rabbia, glielo
dicevo. Se lei insisteva e e mi provocava, le dicevo che era andata oltre il limite e io smettevo di lavorare.
E lei si rendeva conto che andava a cercare di superare questo limite. Quando lo superava, si accorgeva.
chiedeva scusa e si riprendeva il lavoro. Questo è un caso limite che spero non vi succeda mai. Se, però,
viene da voi una persona che vi chiede una sessione di yoga, massaggio o danza ed è uno psicopatico, voi
non curate lo psicopatico. Ma se vi chiede di aiutarlo a sciogliere le sue tensioni corporee o desidera fare
meditazione, voi lo aiutate. Avete chiarezza che non state curando una malattia, state aiutando una
persona. Se questa persona vi crea troppa tensione o scompiglio gli dite che non potete, perché vi crea
troppo disagio nel gruppo o a voi stessi. Se, invece, una persona butta fuori tutto il suo pianto e rabbia e
non vi crea nessun tipo di reazione, lasciate fare. Voi dovete essere onesti con voi stessi, creare un patto
di onestà.

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Nel lavoro fatto nelle prime due giornate, dove abbiamo posto il cuore al centro del sistema è emerso
dalle esperienze di ricerca che il nucleo del dolore reale alla fine è sempre il cuore. Non viene fuori la
rabbia, la rabbia è “perché non mi ha riconosciuto con il cuore” oppure viene fuori la tristezza, perché “
non ha amato me”, cioè viene fuori l’identità e non il cuore. E quindi l’abbiamo messo al centro, agli inizi
non abbiamo messo il cuore al centro.
Una volta che avete identificato i blocchi, il lavoro importantissimo è quello di farglieli percepire e di
creare una linea di crescita personale.
Finora abbiamo fatto una parte d’impostazione generale del SETTING. Poi abbiamo fatto la prima parte
dell’INCONTRO, il riconoscimento della persona e della sua energia generale, dell’atmosfera o della
bolla in cui vive, e dei primi semplici processi di approccio alla persona e di CONTATTO diretto con la
persona.


Il lavoro sull'identita'
Ora, invece, vorrei affrontare la tecnica di base del “CHI SONO IO?” utilizzata non in ambito di gruppo,
ma in ambito individuale, e come entrare in quella dimensione che io vi propongo di fare da coricati (è
molto più intensa!) e non in piedi e come utilizzare questo senso dell’identità per muovere delle cose più
profonde. Ricordiamoci, però, una cosa nel percorso consigliato, aldilà di qualsiasi cosa che voi avete
detto potete anche proporre di fargli il respiro rilassante. A volte anche se non avete lo spazio del
colloquio, perché non avete ancora una sufficiente professionalità per imporglielo, iniziate semplicemente
così con tre, quattro sessioni rilassanti con il respiro durante le quali cominciate a mettervi in contatto con
queste pratiche. Ma la cosa più importante è che l’esperienza della totalità dell’essere non ha tempo né
spazio e non ha fretta. Lo potete fare a chiunque, dalla vecchietta di 80 anni allo psicopatico, dal manager
d’azienda al l’iperrazionale, se riuscite a portare una persona ad un rilassamento profondo, questo fa
sempre bene. E ogni tecnica che noi vi abbiamo insegnato in Accademia– da quella del massaggio dei
piedi, al massaggio della schiena al massaggio della pancia, il rilassamento, l’apertura energetica, gli
esercizi di energetica, gli esercizi di respirazione e altro – tutto questo lo potete fare in meditazione. Se
voi siete in meditazione, diventa meditazione. Diventa lo strumento interno per veicolare. Quindi,
qualsiasi tecnica elementare - anche con il Reiki di I° livello o quello a distanza senza simboli, senza
niente: togliete le testa, mandate l’energia e funziona benissimo– se va in meditazione trasmette un altro
senso delle cose. Anche facendo qualsiasi pratica semplice, se voi siete in uno spazio di profondità
trasmettete questo amore, questa sensazione, questa atmosfera. Soprattutto alla fine di ogni sessione,
qualsiasi sia, fermate la persona, invitatela a sentirsi,a percepire le differenze da quando era entrata a quel
momento e a entrare un attimo in quello spazio. Voi ci entrate, le potete prendere le mani, mettere una
mano sul cuore o stare soltanto nella vicinanza e inducete la persona a vivere quello spazio interiore. Voi
stessi vedrete che nonostante usate delle tecniche che non sono esattamente congrue con i suoi desideri di
risoluzione terapeutica, quando voi utilizzate questa componente di meditazione, avviene una
trasformazione, avviene un’alchimia.
L’altra cosa che è fondamentale per tutti è che se non avete una laurea vi sentite a disagio, perché per fare
questo lavoro sarebbe meglio avere una laurea; se avete una laurea. È lo stesso. La paura è uguale, la
tensione è uguale, il senso di inadeguatezza e d’impotenza è uguale. E’ uguale anche per i medici, non
solo per gli psicologi quando iniziano il lavoro. Una delle cose fondamentali che dovete capire è che il
fare come professione il Counselor, (non l’operatore olistico che potrebbe essere il mio massaggiatore
privato) prende il ruolo che gerarchicamente normalmente viene riservato al Padre, all’Autorità. Quindi,
di base è di per sé una terapia per coloro che hanno un vuoto di identità, una fragilità di identità e dato che
questo, purtroppo, è una cosa molto comune, alcune persone possono avere un’enorme guadagno - anche
se ambiscono a fare il “guaritore” - ma il fatto stesso di poter entrare nel ruolo materno/paterno come
autorità vera (che ha autorevolezza, che ha una funzione primaria senza gerarchia, ma alla pari; io ho
l’informazione e la saggezza e la trasmetto a te) si mettono in una funzione di estrema utilità di per sé. E’
chiaro?
Ad alcuni di voi questo l’ho puntualizzato: di prendere coscienza di avere alcune cose da dare, di
cambiare gioco, per uscire dal ruolo materno/paterno e dal ruolo filiale, dal ruolo simbiotico. Per
diventare grandi bisogna diventare autorevoli, non aspettate più l’imboccare, non ripetete più le cose che
vi hanno spiegato. Noi vi diamo degli strumenti e poi quello che avverrà sarà la vostra storia, la vostra
energia che deve uscire. Tutti gli operatori della stessa scuola sono tutti diversi a meno che non siano
uniformati, ma non fanno più shiatsu fanno meccanica. Sono dei robot, esci che ti senti rullato. Quindi,
attenzione! Vi svuotate, entrate nella presenza e diventate autorevoli ricordando che non sapete niente.
Autorevoli semplicemente perché avete questa energia. Trasmettete qualche informazione, il resto non
sapete fare. Nessuno sa fare. Questo è la cosa bella della vita. L’altra persona sta cercando di capire qual
cosa e voi le date la vera risposta ai suoi problemi. Impara ad accettare la vita senza voler capire un
accidente. E’ così. Hai capito tutto nel momento in cui ti accorgi che è troppo da capire, perché
semplicemente hai coscienza delle cose. Ascoltando la vita si può risolvere un sacco di problemi.




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LE BASI DEL COUNSELING

Il counselor, il cliente e l’incontro

Kiran Lucia VIGIANI

In questa sezione approfondiremo le basi del counseling olistico utilizzando l’approccio psicosintetico.
Perché un counseling sia possibile necessitano tre elementi: il counselor, il cliente e l’incontro tra i due.
Il counseling può svolgersi in più incontri, oppure in una sola seduta, può essere fatto per una situazione
di emergenza, per esempio quando si è chiamati perché una persona vuol buttarsi giù dalla finestra.
Abbiamo quindi, un’unica possibilità. Questo fa capire quanto sia importante l’incontro: o siamo
totalmente presenti e avviene, accade qualcosa, oppure è un’occasione mancata. Riuscire a creare
l’incontro è il punto fondamentale.
Il counseling ha tre campi di azione, di investigazione, e sono:
- il counseling psicoterapico,
- il counseling esistenziale, e
- il counseling di crescita.

I limiti etici e deontologici del counseling e la psicoterapia
Di questi tre campi sicuramente il primo è svolto da psicoterapeuti ed è un lavoro sulle patologie, psicosi
e nevrosi. A proposito sapete la differenza tra le ultime due? La psicosi è quando la patologia colpisce
l’identità, è come l’allagamento dell’Io, quando la persona non ha più il senso di sé, quando c’è un caos
totale con perdita dell’identità. La nevrosi, invece, è più in relazione della funzionalità dell’io. Credo che
tutti abbiamo le nostre nevrosi che sono in relazione all’ adattamento rispetto al contingente, per cui è un
discorso legato alla funzionalità. Quindi il counseling psicoterapico si rivolge a psicosi, nevrosi,
psicosomatosi. Teniamo sempre presente che questo lavoro viene svolto dallo psicoterapeuta, oppure in
alcuni casi dallo psichiatra, mentre ci sono gli altri due campi molto interessanti – quello esistenziale e
quello di crescita - che possiamo gestire noi come counselors perché il counseling esistenziale è rivolto a
tutte le professioni di aiuto. Quindi, pensiamo quanto può diventare ampio l’ambito di applicazione. Può
essere un ambito familiare, di lavoro sulla coppia, in ambito lavorativo, oppure in gruppi con particolari
disagi o situazioni di emarginazione. Ci sono molte possibilità di usare il counseling in questo senso.

D: “Abbiamo ribadito spesso che quando il counselor si rende conto che il cliente ha bisogno di
psicoterapia dovrebbe fargli sentire che ha bisogno di uno psicoterapeuta e indirizzarlo a lui. Ma come
faccio a capire quando può restare con me o indirizzarlo ad uno psicoterapeuta? “
R: “E’ per questo che è fondamentale conoscere la Psicopatologia e quindi la differenza tra una psicosi e
una nevrosi. Su una nevrosi, un disagio esistenziale, possiamo lavorare come counselor, possiamo
affiancare ed integrare il lavoro di uno psicoterapeuta, ma su una psicosi dobbiamo assolutamente aiutare
la persona a trovare lo psicoterapeuta o lo psichiatra giusto per lei. E’ per questo che il counselor
dovrebbe avere una preparazione psicologica per capire quali sono i confini, perché noi andiamo a
lavorare sulle situazioni di disagio. Se una persona cerca aiuto significa che c’è un disagio esistenziale a
qualche livello, c’è uno star male, però la persona ha sempre il senso della sua identità. Se invece arriva
una persona che è totalmente fuori, che non sa più chi è, che sente le voci, è ossessionata, lì dobbiamo
immediatamente capire che ha urgente bisogno di uno psicoterapeuta o talvolta anche di uno psichiatra.
Credo che capire i confini sia molto importante.”

Bisogna essere capaci di individuare se si tratta di una persona schizofrenica, all’inizio non è facile da
definire se si presenta con la sua parte integra. Solo in seguito il suo stato emerge per il suo
atteggiamento, le sue irruenze. E’ importante cogliere dal racconto della persona se ci sono atteggiamenti
maniacali.

D: ”L’indirizzare la persona ad uno psicoterapeuta non potrebbe viverlo come un rifiuto?”
R: ”In questo caso suggerendogli lo psicoterapeuta lo si accompagna facendogli da supporto. Magari si
telefona allo stesso terapeuta per proporgli di seguirlo insieme, dove lui si occupa della patologia ed io
come counselor faccio un lavoro di sostegno. Non dimentichiamo che come counselor lavoriamo su tutti i
piani. Se la persona che viene da me ha un disagio fisico io devo essere in grado di valutare se devo
immediatamente indirizzarla ad un medico. E sperare che il medico sia illuminato per poter fare con lui
un lavoro d’équipe. Anche se lavoriamo sul piano fisico abbiamo bisogno di un supporto sul piano
emozionale, sul piano psichico e sul piano spirituale. Non perdiamo di vista che quelle che sono state
considerate psicosi da certe scuole psicologiche altro non erano che forme dell’anima che si esprimeva
attraverso simboli, visioni, suoni o altre cose. Quindi, dobbiamo metterci molta attenzione e molta cura
per distinguere se è una psicosi o un disagio esistenziale tra i contenuti della personalità e i contenuti
dell’anima. Attenzione, perché si possono fare dei danni gravissimi alla persona se i contenuti non
provengono dalla psicosi, ma sono contenuti a carattere “spirituale”. E qui bisogna essere certi che lo
psicoterapeuta a cui mandiamo il cliente ha una formazione olistica, per cui sa che esiste questa valenza
spirituale. Sa che può essere una manifestazione dell’anima che ha bisogno di essere presa in
considerazione e che gli manda messaggi di un certo tipo. Ecco che lo saprà indirizzare verso un certo
tipo di meditazione, verso certi percorsi e lo seguirà sul piano emozionale. Purtroppo ci sono ancora
troppo pochi operatori di questo tipo. Attenzione perché è comunque vero anche il contrario. Noi siamo
qui per questo, proprio per creare questa cultura ‘rotonda’, olistica, essendo consapevoli che siamo dei
pionieri.

Non abbiamo protocolli, non esistono, perché non sappiamo mai che cosa succede. Quando una persona
ci arriva e magari ci porta un dolore allo stomaco e un po’ di tristezza, dobbiamo essere in grado di fare
una valutazione sul piano fisico e capire se dobbiamo indirizzarla ad un medico. Bisogna capire anche
cosa c’è dietro un mal di stomaco, qual è l’emozione che sta dietro questo viscere che deve accettare tutto
quello che noi buttiamo giù compresi i “rospi”. Quindi, chiediamoci, quanto quella persona butta giù
quello che non vorrebbe. Prima del dolore fisico c’è un problema di atteggiamento, di struttura della
personalità che ha la capacità di dire no quando dovrebbe esser detto.

Quindi, vediamo come sono collegate tutte queste cose proprio per non fare danni. Facciamo anche
attenzione a non entrare in quelli che sono i deliri di onnipotenza tipo ‘io ti curerò’ oppure ‘so tutto io, per
cui non c’è bisogno della collaborazione di nessun altro.’ E’ molto, molto importante che andiamo
incontro ad una modalità di lavoro che prevede sinergie, che prevede collaborazioni con altri. Inoltre è
imprescindibile che ognuno di noi sia così onesto e abbia fatto un lavoro su se stesso da capire il suo
senso del limite, fino a che punto può accompagnare una persona e da che punto in poi chiedere il
supporto di qualcun altro. E’ una grande responsabilità che ci assumiamo.

Spesso, ci sono persone che avrebbero bisogno di uno psicoterapeuta, e non ci vanno perchè non hanno
né l’educazione, né l’attitudine per farlo e preferiscono farsi una riflessologia plantare, un massaggio o
una visita naturopatica o fanno yoga ecc.. Ed è in questo ambito che stiamo veramente cercando di creare
delle figure professionali nuove (la S.I.C.O.O.L. è un’associazione nazionale di categoria professionale
per l’ accreditamento di counselor e operatori olistici), perché insistiamo tanto che questo lavoro sia
‘rotondo’ e per ‘rotondo’ intendiamo che abbia competenze in vari ambiti. Ci saranno poi le specificità
per ognuno di noi, ma fondamentalmente dobbiamo avere la visione d’insieme di chi abbiamo davanti e
fino a dove possiamo arrivare. Sta a noi capire che di fronte abbiamo un universo umano individuale, che
dobbiamo trovare la chiave d’accesso per poterci entrare in relazione, per poi accompagnarlo verso il
percorso più giusto per lui, aiutandolo così a trovare il contatto con il proprio guaritore interno. Quindi,
quando siamo entrati in questo rapporto, capiamo quanto sono fondamentali nel counseling, l’empatia e
l’incontro. Se non si crea questo non si va da nessuna parte. E’ importante creare questa comprensione e
accettazione senza nessun giudizio per poter poi indirizzare la persona a fare un certo tipo di lavoro.
Ognuno di noi utilizzerà gli strumenti che ha a sua disposizione. E poi sarà la nostra onestà intellettuale a
capire se quello che noi offriamo è sufficiente o se la persona ha bisogno di qualcos’altro, per cui la
indirizzeremo altrove. Se facciamo le cose corrette, le persone ritornano.

Noi dobbiamo avere la massima chiarezza che noi non curiamo nessuno ma siamo degli aiuti, dei
supporti, per attivare il processo di trasformazione nell’altra persona.

Allora, ricapitoliamo. Diciamo che per utilità didascalica ci sono tre settori d’intervento:
1. la psicoterapia che è pertinenza degli psicologi, psicoterapeuti o psichiatri
2. il counseling esistenziale per tutti quei campi che abbiamo già visto, e
3. il counseling di crescita.

Sviluppo delle potenzialità umane e percorso di crescita
Quest’ultimo è rivolto soprattutto allo sviluppo delle potenzialità umane. Quindi, andiamo a lavorare su
quelli che sono i nostri potenziali più che i nostri limiti. Spesso abbiamo la sensazione di trovarci di
fronte a qualcuno che vive sottodimensionato, la persona che abbiamo davanti ha un grande potenziale,
ma lo usa pochissimo. Ecco che diventa nostra responsabilità che questo essere entri in contatto con le
proprie potenzialità, che possono essere i propri punti di forza da sviluppare, e che saranno le cose che gli
daranno il senso del proprio esistere. Ma avete visto come diventano belle le persone quando trovano i
loro canali espressivi? Oppure come i blocchi energetici ed emozionali creano persone ripiegate e tristi.
E’ importante aiutarle a ritrovare quello che può essere il proprio campo espressivo. E’ come una fioritura
dell’essere. A me dà sempre una grande emozione questo. E’ importante che esista questo lavoro sulle
potenzialità umane perché aiuta a sviluppare la nostra crescita interiore.
L’obiettivo del counselor è, quindi, aiutare la persona ad entrare in contatto con quella parte di sé
superando prima dei blocchi che non permettono il contatto con queste potenzialità e poi fare sentire
queste potenzialità e sostenerla in questo cammino. E questo è molto impegnativo. Significa che il
counselor deve avere una capacità e una conoscenza molto allargata. Richiede una grandissima
preparazione altrimenti siamo miseri e tocchiamo la nostra miseria. Più siamo allargati ed inclusivi e più
ricchezza riusciamo portare anche agli altri. Ed eccoci di nuovo alla nostra responsabilità.
Sicuramente ci arriva sempre qualcuno che è in un disagio di fondo. Un disagio che può essere un
malessere diffuso, spesso senza saperne neppure le cause. Una persona che sta bene, generalmente non
va dal counselor e difficilmente ha il bisogno di cercare. Spesso i malesseri e i traumi sono come dei
detonatori che permettono di entrare nel cammino di ricerca. Per portare aiuto alle persone che si
rivolgono a noi si possono usare tutte le tecniche che esistono e ognuno di noi può essere specializzato in
alcune. Possono essere tecniche corporee, energetiche, psicologiche o di altro tipo. Dipende a che livello
andiamo a lavorare. Il counseling anzitutto abbiamo detto che è caratterizzato dal rapporto, dalla
relazione. Quindi, ritorniamo allo schema.
Prima abbiamo parlato di tre campi al quale è rivolto il counseling psicosintetico e non solo. Poi, diciamo
anche com’è la sua strutturazione, come si svolge e quali sono i punti fondamentali del counseling:
1. il Rapporto
2. le Tecniche, e
3. il Piano di Crescita.

Il rapporto
Prima abbiamo detto che il counseling avviene quando c’è questo terzo inserimento che è l’Incontro.
Quindi: counselor-cliente-incontro.
Il Rapporto è estremamente importante in una relazione di counseling, e prima di tutto deve essere un
rapporto umano dove la comunicazione diventa fondamentale. E’ molto importante quindi prestare
attenzione alla verbalizzazione, al tipo di linguaggio che usiamo, all’intonazione della voce, alle pause
agli intercalari ecc. La comunicazione non verbale che passa attraverso gli atteggiamenti, le posture,
l’abbigliamento, la gestualità rivela già molto di una persona. Ad esempio come una persona entra nella
stanza: se entra lenta o veloce, se si guarda intorno, se è titubante, dove tiene le mani, dove ha lo sguardo,
com’è il colorito della pelle, è sudata, ha freddo, la mano è gelida o sudata o calda, come respira, che
timbro di voce usa, se tende a ripetersi molto o ha un’esposizione lineare, sono tutti elementi preziosi che
ci raccontano molto della sua storia.
C’è ancora un altro elemento nel rapporto: la capacità di gestire l’incontro. Ci sono situazioni in cui arriva
il cliente e vuole gestire l’incontro. Pensate che la persona dal momento che arriva da voi, significa che
sta cercando un aiuto, ma è talmente tanto il disagio di sentirsi nella condizione di colui che sta cercando
aiuto che immediatamente copre il disagio attraverso la razionalità e l’attività. Arriverà molto nervosa,
cercherà di fare delle domande e di darsi delle risposte. Noi dobbiamo essere molto centrati. La posizione
del counselor è di estrema centratura. Dobbiamo capire subito dove vuole portarci l’altro e non farci
manipolare. Questo è fondamentale.
Ecco perché è importante chiedere subito alla persona perché è venuta. E’ un modo per far sì che la
persona ritorni a se stessa. Non è raro trovare persone che cercano di manipolare.
Ripetiamo dunque che nel counseling sono molto importanti il rapporto umano, il livello della
comunicazione e la capacità di gestire l’incontro.

Le tecniche
Abbiamo già detto più volte che possiamo usare moltissime tecniche, ma dobbiamo essere in grado di
capire quale tecnica usare per quella persona in quel preciso momento. Dobbiamo portarla in uno spazio
di meditazione o dobbiamo portarla in una tecnica che gli fa fare il “grounding”? Se è una persona che
tende a partire per la tangente dobbiamo prima farle fare un lavoro di “grounding” (useremo tecniche
bioenergetiche) oppure se è una persona che ha già una buona integrazione la si fa entrare in uno spazio
di meditazione che è fondamentale, perché le apriamo veramente l’accesso a uno spazio importantissimo
di silenzio, di ascolto e di collegamento con un’altra dimensione.
Come è pure importante lo stato psico-fisico della persona che ci arriva: se ha poca energia le daremo dei
consigli pertinenti e sceglieremo tecniche adeguate. Ad esempio la possiamo portare prima in uno stato di
rilassamento, farle piano piano sentire il corpo e poi iniziare con tecniche energizzanti. Se, invece,
iniziamo con tecniche catartiche troppo forti per lei, la mettiamo k.o. e invece di sostenerla la
allontaniamo, si chiude. Se sbagliamo nell’approccio otteniamo l’effetto contrario. Ci sono persone che
hanno bisogno di procedere in maniera molto lenta e molto graduale, se le proponiamo qualcosa che per
quel momento è troppo forte per loro, la persona si chiude invece di aprirsi. Inoltre, bisogna tener
presente la fase del percorso in cui si trova. Nella fase iniziale useremo certi accorgimenti che poi
lasceremo andare in una fase più avanzata del percorso.

Il piano di crescita
Il piano di crescita è il piano evolutivo, è la capacità di vedere quelle che sono le potenzialità dell’essere
umano che abbiamo davanti non solo per quello che è, ma per quello che può diventare. Questo è un
punto molto importante in tutte le correnti transpersonali e tanto più lo è nella psicosintesi proprio perchè
lavora sul potenziale umano.
Ciò implica entrare in contatto profondo con la persona, il che può non accadere la prima volta che la
vediamo, a meno che non succedano cose speciali. Solitamente nel primo incontro la persona porta i
disagi, le chiusure, i blocchi e piano piano raccontandosi scopriremo che dietro c’è una persona creativa,
che ha una potenzialità. E allora è il momento di spostare il centro d’attenzione, cioè anziché lavorare sui
disagi l’aiutiamo a rafforzare il senso di sé e la sostieniamo. Ad esempio se è una persona che dipinge,
l’aiuteremo a trovare contatto con altre persone che possono darle delle indicazioni per incrementare le
sue qualità pittoriche, che possano aiutarla ad esprimersi di più, aiutarla a portare degli elementi creativi
in quello che fa, aiutarla a far sì che nei suoi dipinti porti se stessa. Dipende da che cosa fa.
Se fa psicodramma, la si aiuterà ad entrare in una gestalt teatrale oppure ad usare la voce e si lavorerà
insieme su questa e altro ancora. E può succedere che la persona si renda conto delle proprie capacità,
anche se non riesce ad esprimerle pienamente. Bisogna lavorare sul suo blocco (“non ce la faccio”, “non
me la sento”, “non sono capace”), lo riconosciamo, lo onoriamo e d’altra parte le facciamo vedere che c’è
dell’altro. Dobbiamo essere capaci a far sentire alla persona che sì, si trova nel tunnel, ma se guarda
avanti c’è la luce. In questi casi può aiutare molto “il Dialogo delle Voci”, perché significa far dialogare
la persona con queste parti che non è solo un dialogo verbale, ma una esperienza energetica.
Ecco, questo è un piano di crescita.
Ora prendiamo in considerazione cosa succede a livello soggettivo del counselor, cosa succede a livello
oggettivo e a livello di atteggiamento.
Nella psicosintesi, mentre noi facciamo un counseling, annotiamo su una pagina che cosa succede a me
che faccio il facilitatore (livello soggettivo): come mi sento con lo stomaco, il cuore, come reagisco a ciò
che mi dice l’altro. Sono centrata? Mi porta in una mia sub-personalità? O il suo dolore fa
immediatamente vibrare il mio? Se ciò avviene dobbiamo avere la capacità di riconoscerlo e di ritornare
al centro, altrimenti non riusciremo ad accogliere l’altro e fargli da specchio, ma entreremo nella sua
dinamica. Se rimaniamo coinvolti nel suo problema, non potremo aiutarlo. Oppure può succedere che la
persona ci porti una problematica che è anche la nostra e su cui stiamo ancora lavorando. In quel caso
dobbiamo essere onesti e dirglielo e dobbiamo indirizzarla a qualcun altro senza che lei si senta rifiutata.
Semplicemente le diciamo onestamente la verità. Non è detto che se siamo counselor, siamo persone
risolte. Ricordate, questo è un punto molto importante che vale non solo per la psicosintesi, ma per
qualsiasi tipo di counseling che noi facciamo. Dobbiamo sempre chiederci se il problema è suo o nostro.
Ecco perché le sub-personalità sono importanti, perché dobbiamo capire se facendo questo lavoro con
l’altro stiamo entrando in una nostra sub-personalità che può essere quella del salvatore o della
crocerossina oppure della vittima. A quel punto dobbiamo avere la capacità di riconoscerlo e di ritornare
al centro per poter accogliere o far da specchio alla persona che abbiamo davanti. Come’è altrettanto
importante nel fare un lavoro con gli altri l’aver risolto almeno dei buchi fondamentali su di noi come ad
esempio i buchi affettivi, o il bisogno di essere riconosciuti e così via, perché tutto ciò potrebbe portarci al
controtransfert.
Quindi, lavoriamo con gli altri essendo molto presenti e chiedendoci sempre dove siamo.
E poi è importante anche che riusciamo entrare in un’accoglienza intuitiva, perché spesso dal nostro
intuito arrivano risposte molto più fondanti e risolutive della risposte che arrivano dalla nostra mente
razionale.
Inoltre, a livello di atteggiamento, nel counseling dobbiamo sentire che l’incontro con l’altra persona è
unico e irrepetibile. Quindi, stare lì con questo atteggiamento dove sentiamo che noi siamo chiamati a
dare il meglio di noi. Come è pure importante che noi anziché continuare sempre a chiedere alla vita (più
soldi, più prestigio, più salute) entriamo in un atteggiamento dove ci chiediamo che cosa vuole la vita da
noi. E questo cambia molto la prospettiva, perché la vita vuole da noi eccellenza che significa capacità di
essere totalmente presenti e di essere al meglio di quello che noi possiamo. Questo è un valore di
atteggiamento fondamentale, perché qualunque cosa facciamo lo possiamo portare nella vita di tutti i
giorni sia che lavoriamo con un altro essere o semplicemente stiamo facendo del giardinaggio. Non
dimentichiamo mai che la vita ci chiede totalità e presenza.
All’inizio parlavo dei primi tre punti. Vediamoli come una piramide, dove ci sono il counselor e il cliente,
e l’incontro è il vertice di questo triangolo. E se noi ci incontriamo in quel punto scompare la sensazione
dell’ego, per cui viviamo veramente un incontro di anima.

Ogni incontro è unico e irripetibile
Un altro punto importante nel valore di atteggiamento oltre che l’incontro è unico e irripetibile, è il vedere
la persona per quello che può diventare e vederla nella sua potenzialità. Solo allora l’incontro diventa un
incontro tra due anime. Questa visione del triangolo ci può veramente aiutare, perché se riusciamo a
spostarci al vertice del triangolo capiamo che non ci sono più tutti i giochi dell’ego. E poi, a livello
oggettivo, dobbiamo pensare che il cliente non è una patologia, ma è un Sé. Questo ci porta a dover
conoscere la persona che abbiamo davanti, e possiamo farlo applicando tutte le tecniche o le indagini atte
allo scopo. Possiamo iniziare, ad esempio, un’ indagine sulla sua situazione fisica: come sta, se c’è
qualcuno che la sta seguendo, se ci sono delle patologie vere e proprie, influenze genetiche e familiari, se
fa uso di medicinali ecc.. e poi spostare l’attenzione sul lavoro. Ad es. è importante sapere se, essendo un
temperamento artistico si trova a fare un lavoro di precisione o estremamente di routine, oppure, essendo
una persona pratica, se sta facendo un lavoro manuale che lo soddisfa. Quindi, di conseguenza ci saranno
atteggiamenti emozionali diversi: ci sarà il soddisfatto e ci sarà il frustrato. Ecco che l’indagine ci darà
più elementi possibili per capire chi abbiamo davanti sia sul piano fisico che sul piano emozionale o sul
piano energetico o psichico o spirituale. L’indagine non dovrà mai essere un interrogatorio. Dobbiamo
rispettare le eventuali resistenze che una persona ha nel dirci certe cose. Noi le possiamo già intuire, però
dobbiamo rispettarle e sapere che questa acquisizione dei dati è fondamentale in tutte le tecniche
terapeutiche, non solo nella psicosintesi. Perché è importante? Perché con i dati che abbiamo raccolto
possiamo fare una valutazione, anche se non è completa, perché le vere carenze emergono dopo, lungo il
processo terapeutico vero e proprio. Per questa ragione dobbiamo essere molto elastici nei confronti di
noi stessi, e sapere che la nostra prima valutazione potrebbe essere o sbagliata o carente, e necessitare di
ulteriori dati anche perché la persona durante la terapia potrebbe cambiare atteggiamento. Dobbiamo
essere molto flessibili e accettare la mobilità del processo che ci fa cambiare direzione o cambiare
prospettive o considerazioni.
Anzi, è molto bello quando il cliente si accorge di aver cambiato il suo comportamento essendo capace di
uscire da certe coazioni a ripetere. E allora è veramente un bel passo avanti. Quindi, è molto importante la
comunicazione con l’altra persona, come è molto importante usare le parole che usa l’altra persona,
perché è un riconoscere l’altro. Se una persona sente che voi usate il suo stesso linguaggio si sentirà
certamente capita, sentirà empatia da parte vostra e si aprirà maggiormente. E’ inutile dire che la capacità
di ascolto deve essere totale e anche la capacità di creare il silenzio, perché se una persona non ha questa
capacità di silenzio, acquisito soprattutto con la meditazione, il vero ascolto sarà mancante.

Guardate che le relazioni sono essenzialmente di natura energetica, perché noi a parole possiamo dire
tanto, ma energeticamente trasmettiamo un’altra cosa. Ecco perché è estremamente importante il
concetto di congruo fra quello che è l’atteggiamento e quelle che sono le parole, oppure l’accoglienza e
l’ascolto. Non si può dire qualcosa che parte dalla mente e tutto il resto non la sostiene e quindi c’è questa
incongruenza tra quello che si dice e quello che arriva all’altra persona.

Ricordo una persona che veniva da me e portava problematiche molto forti sado-masochistiche e io
dovevo rimanere in un atteggiamento non giudicante. A volte sentendola mi sarebbe venuta voglia di
attaccarla al muro, sia come donna che come essere umano. Poter rimanere in uno spazio neutro mi ha
richiesto molta centratura e molto lavoro, ma questo ha permesso il superamento del suo atteggiamento
provocante. Ci sono veramente persone che arrivano e ci mettono alla prova, vogliono vedere qual è il
nostro limite. Quindi, anche lì dobbiamo avere la capacità di dire “no, ora basta!” oppure di accoglierle.
Dobbiamo sempre valutare il contesto. Ad esempio a volte ridere di una situazione può risultare molto
giudicante, se, invece, vogliamo usare quelle che in psicosintesi si chiamano le tecniche paradosso,
possiamo anche metterci a ridere, perché vogliamo portare all’esasperazione un atteggiamento.
Ci sono delle scuole che dicono che dobbiamo rimanere assolutamente impassibili. A me, invece, è
successo di essermi messa a piangere con delle persone che mi hanno portato dei dolori che erano
umanamente forti e veri. Questo piangere insieme ha provocato uno sblocco incredibile, perché la persona
ha sentito l’umanità, l’empatia, la vera accoglienza. Questo ha fatto sì che cambiasse totalmente tutta la
relazione.
Ma come facciamo a dire quando si deve piangere o ridere? E’ veramente un lavoro di grande sensibilità
che possiamo fare tutti, purché lavoriamo su noi stessi. Se, però, non facciamo un lavoro su noi stessi,
come facciamo a sentire l’altro? Inoltre, ricordiamoci che la “guarigione” non dipende da nessuno, perché
è un atto sacro. E’ qualcosa di estremamente profondo e accade se noi siamo su, in quel punto al vertice
del triangolo. Questo ci fa capire che noi siamo solo uno strumento che permette all’altro di attivare il
guaritore interno e tutta questa cosa è sacra. Almeno questo è l’atteggiamento che io cerco di avere e di
passarlo all’altro. Quindi, quando entriamo in questo campo e facciamo nostra un’affermazione di questo
tipo, sappiamo che dobbiamo stare in un atteggiamento di sacralità. E sacralità non è da intendere
assolutamente in termini ecclesiastici, ma per me significa una grande accettazione di essere strumenti di
qualcosa di più grande di noi.

oooOOOooo

IL PERSORSO DI CRESCITA SPIRITUALE E I DISTURBI DELL’IDENTITÀ

Il persorso di crescita e i disturbi dell’identità
Nitamo MONTECUCCO
Il lavoro del counseling olistico permette una serie vastissima di interventi che potete fare tranne nei casi
in cui sentite un Io fragile, una struttura problematica, una persona che è veramente in una situazione di
crisi di identità. Vi avevo raccontato di Jung che subì un tracollo a livello professionale, umano, di
fiducia, era dentro un’associazione e si è sentito buttato fuori, per cui passò un momento di crisi di
identità che gli portò fuori dei contenuti psicotici, caotici. Questo può succedere a tutte le persone un po’:
in alcuni momenti uno è piantato dalla fidanzata, qualcuno che muore, il lavoro va male, un incidente
grave e tutta la struttura traballa. Alcune persone lo vivono bene, altre vanno giù, si rompe qualche
meccanismo. L’identità è un processo in gran parte sociale, “immaginario” nel senso che noi abbiamo
utilizzato l’Io della mente (l’Io o l’ego lo usiamo come sinonimo). Quindi, l’io è una struttura familiare e
sociale ovvero in quel contesto date le vostre basi strutturali di fondo biologiche, voi potete reagire in
quel modo lì per cui strutturate un’identità fatta in quel modo che sarà il vostro ego, la vostra struttura.
Vi do un accenno per essere chiari. Il bambino nasce con una sua integrità e ha già delle sue
caratteristiche già normale, nato normale. C’è quello longilineo molto di testa, c’è quello tarchiato molto
di corpo, c’è quello molto aperto, c’è quello molto delicato, c’è quello muscolare molto forte e ginnico,
c’è quello un po’ pauroso o rachitico, ecc. Queste categorie esistono in tutte le società anche in India dove
hanno una regolarità di parto, di nascita altissima. Regolarità nel senso che la struttura sociale è molto
simile e livellata. Infatti si osserva che la maggior parte delle persone sono normotipo. Ogni tanto c’è
qualcuno un po’ dinoccolato, tipo nervoso, alcuni sono un po’ tracagnotti e larghi, alcuni sono più
estroversi, alcuni sono un po’ più sensibili e introversi (sia bambini che bambine) e questa è la loro
caratteristica di fondo.

Caratteristiche di costituzione e condizionamenti
Dato queste caratteristiche di fondo ed entrando nella vita in quel tipo di famiglia e società, la stessa
situazione comunque genera delle risposte leggermente diverse. Una persona che abbia molto cuore e
senta una propensione per il cuore gli affetti e la sensibilità, se avrà una mamma amorevole si attaccherà
tantissimo, se avrà una mamma poco amorevole si attaccherà tantissimo e sarà infelice. Se uno è molto
fisico, sarà contento che lei c’è, se la mamma gli vuole bene gli dà la carica e sarà ancor più scaltro, se no
sarà scaltro lo stesso, ma più cattivo e incazzato. Se uno è molto rigido e non sente tanto il cuore e la
mamma gli vuole bene, o.k., se la mamma non gli vuole così tanto bene lui più che altro ha bisogno di
essere capito che non di essere amato, perché è più aperto sulla mente che non sul cuore. Ha bisogno di
una mamma che gli spieghi, che gli permetta di capire il mondo, che gli trasmetta una saggezza. Se gli
manca questo andrà un po’ in crisi. Ad es. se la mamma è una professoressa non tanto affettuosa, ma gli
vuole bene e gli dà ciò che lui ha bisogno, gli va benissimo. Se è un tipo fisico e la mamma cucina male o
ha poco latte, questo va in crisi. E’ ovvio che su questa base se c’è una mamma iperprotettiva, lui si
chiude dentro nel suo bisogno fantastico di simbiosi con la mamma e resterà per tutta la vita vicino a lei.
Di solito sono una tipologia masochista, bassa, pigra, non sono vivaci nemmeno intellettivamente. Sono
come un bue o una mucca che se li attacchi ad un carro pian piano pezzettino per pezzettino tirano, ma
certamente non possono fare i cento metri.
Il bambino fisico se è amato dalla mamma che lo lascia libero, va con le sue gambe, segue il suo bisogno
di esperienza e conoscenza; se è integro e la mamma non lo dovesse lasciare libero va lo stesso! Il
bambino meno amato, (magari più curato) e inibito invece non scappa, preferisce chiudersi dentro. Quello
di testa comincerà ad elaborare teorie per la fuga “appena ho 18 anni scappo”; quello incazzoso gestirà
l’incazzatura e fantasie di rivincita; quello orale piangerà e sarà un tenero bisognoso. Quindi, da un lato
abbiamo le patologie di base, che in medicina naturale vengono chiamate il “terreno” o la “costituzione”.
Di costituzione si ha un certo imprinting. Certamente se uno è scaltro e fisico e ha un padre che lo
picchia, una situazione molto chiusa, tutti che gli danno contro, si comprimerà e diventerà pure lui un
masochista compresso. E’ quello che poi gliela fa pagare e lo ammazza. Se è invece un’orale e subisce
una situazione di grande chiusura, diventerà pure lui masochista, si chiuderà, ma la sua struttura non sarà
mai quella di un masochista, ma dell’orale incazzato e frustrato. Ci sarà un’associazione di tipologie.

Libertà e necessità
Al di là che io ritengo che nell’incarnazione ci sia un certo ambito di libertà (non tanto), per cui tu scegli i
tuoi genitori facendo un contratto, un’alleanza: “Io nasco con te, perché tu hai questa situazione e
permetti a me che ho bisogno di queste situazioni di poterle vivere.” Non è che si possa chiedere tutto.
Quelli di cuore cercano l’amore. Se dentro di te, nel tuo processo di evoluzione, tu hai il cuore molto
aperto, ma nelle tue memorie passate c’è una serie di situazioni pesanti, p.es. che tu non hai amato, per
cui ti porti dietro anche un senso di colpa o disamore, è come se tu pensassi “io, per liberarmi dalla mia
tristezza o rabbia, devo entrare con una mamma che mi faccia rivivere questo”.

Facendo un gruppo di profondità, mi sono ricordato una serie di vite passate, di cui in una mi sono visto
come una persona che ha fatto del male. Mi sono chiesto più volte nella vita perché mio padre picchiava
solo me, lasciandomi segni sul corpo. Quando, poi ho rivissuto queste vite in cui ho fatto delle cose brutte
anche uccidendo qualcuno, rivivendo la violenza di mio padre mi è uscita fuori tutta la mia vecchia
violenza. Era come se lui mi facesse da specchio alla mia vecchia violenza. E in quell’ambito di
comprensione io sono esattamente come quello che mi fa del male. Mio padre mi ha fatto del male, io ho
fatto a qualcun altro molto più male di quello che i ha fatto mio padre. Posso perdonarmi, posso
perdonarlo, posso lasciare cadere questa cosa qua. Ho capito che quando qualcun ti fa del male tu prendi
la sua energia e se non sei molto cosciente, tu diventi come loro e fai la stessa cattiveria che hai ricevuto e
diventi poi fisicamente come loro.
Lì è l’arte del distacco e dove vedi l’identità, vedi i giochi delle vite.

Quando una persona ha sofferto molto a volte non riesce a ricordarsi con chiarezza le vite passate, ma voi
potete presupporre con molta tranquillità due cose:
1. all’inizio del processo di crescita l’arte della vicinanza e della condivisione della
sofferenza. Noi siamo persone, se siamo qua, che hanno una strana attitudine ad essere vicini a chi
soffre, anche se è un cane. Qualsiasi essere vivente che vedi soffrire non ti può essere indifferente.
Quindi, è come se dentro c’è questa matrice, per cui ti senti fratello e sorella soprattutto di chi
soffre, E dato che siamo in una società che è molto vigliacca, dove i ricchi, i furbi e gli arroganti
hanno tanto e altri che hanno poco, pochi strumenti intellettuali, sono scemi, persone con poche
doti i primi li mettono sotto, li maltrattano, li sfruttano, li truffano. E tu senti l’importanza di
questa vicinanza che è assolutamente necessaria, perché siamo in un unico mondo e loro sono una
parte che soffre.
2. L’immagine che voi dovete avere dell’identità è che pian piano nel tempo la persona può
comunque utilizzare la propria sofferenza anche come un processo di crescita. Fosse anche che
non c’è alcuna ragione karmica, fosse anche semplicemente che tua la loro madre era indegna di
essere madre e li ha mollati e abbandonati senza pensarci due volte.

La forza interiore
Ho conosciuto persone con esperienze infantili di brefotrofi o collegi pur avendo entrambe i genitori che
li vedevano ogni tanto. Anche queste persone sono riuscite a crescere e a superare l’identificazione con il
proprio negativo. Ovviamente, all’inizio hanno sparato tutta la rabbia possibile su tutto il mondo e
avevano ragione, perché il mondo è veramente anche brutto.
A volte uno non trova una ragione karmica e va sull’accettazione pensando che è un processo che si è
ritrovato come prova da superare. Nel processo della crescita ogni esperienza della vita, anche quelle
senza una ragione, è una prova da superare. Il punto finale è quella bellissima metafora della morte,
disegnata dagli Egiziani, dove dopo la morte l’anima arriva in questo luogo dove ci sono gli dei che
giudicano se quest’anima andrà nei paradisi celesti o negli inferni. Al centro c’è una bilancia e su un
piatto della bilancia c’è una piuma e l’anima mette il core sull’altro piatto della bilancia. E sarà il cuore a
giudicare: se il cuore è più pesante di una piuma andrà all’inferno, se il cuore è più leggero di una piuma
andrà in paradiso. Non importa che cosa sia stata la ragione, perchè non è una questione di ragione, ma di
cuore. Nella vita ascoltando il core, ad un certo momento molli. Se ascolti la ragione e hai avuto dei torti,
ti devi arrabbiare e il tuo cuore vive sempre pesante e chiuso.
Quindi, aldilà di qualsiasi situazione uno può recuperare. Ho avuto una persona figlio di mafia con un
padre che uccideva, per cui era disperato, e con una madre che ricattandolo con l’amore lo educava alla
cattiveria. Ebbene, questa persona se n’era andata con la determinazione di liberarsi dal suo ambiente e
dal suo passato, perché voleva vivere pulito con il cuore aperto e amare i suoi genitori pur sapendo che
non sarebbero mai cambiati. Questa persona riuscì ad aprire il cuore. Fu un grandissimo risultato.
Proviamo a capire questa identità: il bambino o la bambina nascono in un contesto, hanno alcune
prerogative fisico-psichiche (ricordiamo che le tipologie corpulente o linfatiche o nervose o biliosa hanno
una psiche diversa) e l’anima porta con sé la sua intensità. In qualsiasi monastero voi andate o vecchi o
nuovi – da Esalen a Findhorn, da Poona ad Auroville o dai cristiani a Spello – tutti i tipi di carattere
hanno per obiettivo la ricerca spirituale per il risveglio dell’anima. Quindi, tutti si rendono conto di questa
variazione di comportamenti nella loro vita e ad un certo momento c’è questo salto.


Comprendere l’identità come forza interiore e libero pensiero
Quindi, l’identità essendo una struttura che cresce e si evolve dal corpo fisico, dalla struttura psico-
somatica in parte viene dal risveglio della tua anima che ancora non è veramente risvegliata altrimenti
non avresti più un Io ma il Sé, è il punto d’accesso delle persone. Allora essendo questo il punto
d’accesso delle persone voi farete all’inizio molta fatica a riconoscere i livelli delle persone, perché
tendenzialmente cercate di proiettare quello che voi siete quello che è il vostro livello di coscienza sugli
altri, o una serie di giustificazioni sugli altri. Voi potete fare anche il lavoro della percezione e aiutarvi
con una serie di semplici domande. La domanda principale è quanto questa persona sentite identificata
con i suoi aspetti psicosomatici? Con il suo corpo? Corpo inteso come bisogni, sessualità, cibo. Quanto la
sentite identificata con le sue relazioni? Quanto è identificate con le sue emozioni? (“io sono pieno di
paura o incazzatura e non lo mollo”) oppure identificata con i suoi pensieri?
Quanti di voi sono stati da bambini in chiesa? Quanti hanno fatto catechismo? Quanti hanno creduto alle
fantasie religiose (inferni e paradisi, diavoli e angeli), o a fantasie comuni (Babbo Natale, la Befana) da
bambini piccoli? Che cos’è che vi ha fatto fare il salto o che vi ha fatto dubitare di quelle cose? Quanti
hanno creduto da giovani al senso del peccato? Quasi tutti.
Io ho avuto due casi di due ragazze schizofreniche. Entrambi erano alterate, perché non potevano
comprendere correttamente il limite tra vero e falso riguardo a quello che gli avevano detto i preti su
religione, sessualità, peccato, diavolo, inferno, punizioni ecc. Sicuramente quando s’incomincia a sentire
l’energia sessuale, da ragazzi, non ci pensi, di solito: “prima lo faccio e poi mi pento”, trovando così una
mediazione. Queste due ragazze, invece, sono andate completamente fuori di sé, si sono letteralmente
“spaccate” tra la mente razionale che dice “questa è la verità” e l’esperienza istintiva che dice “io devo
farlo”. La ragione e la vita sono andate contro e loro si sono spaccate. E quando viene fuori questa forma
di sfiducia nella religione e nelle regole, quello che appare molto evidente è un momento di panico “io
sono da solo”, tradimento, pesantezza, vuoto esistenziale “ma allora di chi mi fido?” E come con la storia
di Babbo Natale e scopri che non è vero e che i genitori ti hanno mentito. La mente delle persone vuole la
verità che passa attraverso la propria esperienza. Eppure quante persone ci credono ancora.
Allora, c’era uno scienziato americano che aveva studiato l’intelligenza dei topi diceva che i topi sono più
intelligenti dell’essere umano. Si rifaceva ad un semplice esperimento con un labirinto al centro del quale
metteva un pezzetto di formaggio, liberava un topino che riusciva a fare tutto il labirinto, si mangiava il
formaggio e se ne ritornava nella sua gabbietta. La cosa interessante è che se toglieva il formaggio i topo
ritornava ancora un paio di volte a cercarlo e poi non ci tornava più. Il ragionamento che lui faceva
riguardante la maggiore intelligenza dei topi rispetto agli esseri umani era che gli umani continuano ad
andare ancora nelle chiese e Gesù non c’è più da 2000 anni. Il punto è drammatico. Nelle chiese, la
grande parte delle persone non sperimenta direttamente l’esperienza dell’anima, la bellezza del divino,
l’espansione della coscienza, gli stati di estasi mistica dei santi. C’è un prete serio che dice delle cose
serie, la gente con la testa china che si pente e lui dopo la confessione li assolve, fanno una piccola
penitenza – irrilevante - fanno la comunione e se ne tornano a casa. L’unica cosa bella è il cantare insieme
è il sentire discorsi etici… ma è veramente troppo poco. Che nutrimento reale c’è dello spirito? Ed ecco
che uno, se ha a cuore questa dimensione spirituale, spesso diventa ateo o magari a volte trova un un buon
maestro di yoga, o un personaggio che medita o che fa una tecnica anche semplice, ma che ha una
spiritualità, è aperto, ha dei valori profondi e lui lo sente. Magari una sessione semplice, quasi banale
come il reiki che gli fa sentire più spiritualità diretta che anni di messe in chiesa.

Basta illusioni religiose: risvegliare la coscienza della realtà
Il tempo dei simboli è finito, è indifferente, non ha nessun potere. Sei tu che glielo dai se vuoi darglielo,
se no fai pure a meno del simbolo e ti tieni il potere diretto. E’ come il pendolino che non dice niente, sei
tu che dici qualcosa al pendolino. Hai bisogno di dirlo al pendolino e di leggerlo dalla tua mano con il
pendolino su un foglio. Perché non lo senti dentro di te?
E ogni religione ha i suoi simboli di amore e pace, e poi si ammazzano perché i simboli sono leggermente
differenti. Se questo potere gli da qualcosa, che se lo prendano da dentro, da Dio. Cosa servono tutti
questi santi e preti mediatori? Bisogna avere qualcuno che faccia da tramite che sia un rabbino, un imam
o un lama? Posso capire se uno riconosce in un prete, un rabbino o un imam una vera spiritualità. E allora
ti viene da chiedergli come ha fatto per sperimentare il divino? Di trasmetterti qualche cosa.
Ricordo il periodo in cui mi ero dedicato intensamente alla meditazione e un giorno andai determinato dal
mio maestro per chiedergli che cos’è Dio e se era simile all’esperienza vissuta personalmente. Alle
persone che erano davanti a me diceva: ”Essere al cospetto del maestro significa non avere più nessuna
domanda”, oppure “essere davanti al maestro vuol dire essere con il cuore aperto, non avere alcuna
domanda dentro la testa, ma essere in uno stato di presenza”. Quando venne il mio turno, mi sedetti
davanti a lui che mi chiese: ”Hai qualche domanda?” E io gli risposi: ”Io non ho nessuna domanda, ma tu
sicuramente hai qualcosa da dirmi”. Prima si mise a ridere e poi è diventò molto silenzioso e mi disse:
“Apriti che te lo dico col cuore” . Mi ha messo un dito sulla fronte e sono svenuto. Ho sentito una grande
energia luminosa che mi portava via. Sentivo questo mio piccolo io che gli avrebbe voluto chiedere se
quello che io sperimentavo era Dio, mentre lui mi teneva la mano sulla fronte. Lui era in silenzio, io ero
completamente elettrico, ridevo, mi muovevo, volevo ringraziarlo e lui mi invitò semplicemente a stare
dentro. Dio non è una persona, Dio è un’esperienza diretta!
Quindi, l’ego è quello che fa le domande, costruisce strutture, vuole arrivare ad un punto. Lì, invece, non
c’era alcun punto, ma apertura, c’era l’esserci. Quando siete davanti ad una persona, invece, avete
normalmente dei livelli dove le persone credono in Babbo Natale, in Gesù Bambino, credono nella
verginità della Madonna, credono nella Torah e nei testi buddisti. La maggior parte dei testi buddisti –
almeno il 50% - sono cose completamente inventate. Buddha non ha lasciato scritto una riga e non
voleva che scrivessero una riga. Dopo la sua morte, dopo tanto tempo, quasi 500 anni, hanno scritto delle
cose a suo nome, così come hanno fatto con Gesù. Gesù non ha scritto niente. S. Paolo è venuto molto
dopo la sua morte. Cosa ne sapeva lui di quello che aveva detto Gesù? Ma la gente ci crede. Anche la
New Age: ci sono quelli che credono in Hari Krishna, nella sua perfezione, che vive in un mondo
chiamato Krishnaloka, che è un mondo spirituale della sesta densità ecc. Alla stessa stregua delle renne
volanti di Babbo Natale o di Biancaneve.

Credere o sperimentare. Le ideologie uccidono la coscienza di sé
Mi succede a volte di spazientirmi anche con quelli della Advaita Vedanta. Conoscomolti dei loro
sostenitori. La mia percezione è che sì abbiano avuto esperienza della non-dualità, come noi tutti qui ora,
solo che non si riesce a parlare di meditazione o di apertura spirituale diversa, perché tutto deve essere
rigidamente “non-duale”. C’è sotto una filosofia molto seria, anzi seriosa, “di testa” che equivale ad ciò
che ha detto Gesù, a ciò che ha detto Buddha, a ciò che ha detto Maometto. Invece, se tu dici a un grande
maestro che ciò che sta dicendo è una stupidata, lui si mette a ridere. Se invece vai a dire a un non-duale
che quello che dice è finto, si arrabbia di brutto. Se tu vai a dire ad un mussulmano che forse Maometto
non era un illuminato, ti taglia la gola. E la gente ci crede e così crede a chiunque promette benessere e
ricchezza, perché crede a Babbo Natale o ai Politici televisivi che promettono ricchezza e benessere. Su
queste basi marciano tutte le nefandezze delle “guerre preventive” o di regimi dove si applica
costantemente la pena di morte, il tutto basato su terribili menzogne o sul tornaconto economico.
Bisogna smettere di credere, di illudersi occorre risvegliare una coscienza profonda del reale e lavorare
per migliorare sé stessi e il mondo. Credere significa essenzialmente fidarsi dell’esperienza di un'altra
persona invece di attivare la propria esperienza diretta. Occorre passare dal “credere quello che mi hanno
detto” alla sicurezza di “conoscere direttamente e realmente”. Chi ci invita a credere ha realmente
sperimentato su di sé quanto ci dice, E se davvero lo ha sperimentato perché invece di invitarci a credere
non ci fa sperimentare direttamente anche a noi?
Voi vedete più del 90% delle persone che hanno le menti oscurate dalle convenzioni e dai sogni. Quindi,
nell’analisi dell’identità voi dovete essere assolutamente chiari chiedendo: ”In che cosa credi
veramente?”. Non date la vostra interpretazione. Chiedete: ”Tu credi in Dio?” “Sì”. “Ma cosa è per te la
religione? Ma tu ci credi nella tua religione o hai qualche dubbio?” “Sì” oppure “No” oppure
“Abbastanza”. E immediatamente avete la sensazione di che cos’è l’anima di quella persona. L’anima è
libertà, l’anima è verità. L’anima è bellezza. I nomi di Dio sono Satian, Shivan, Sundaram, cioè il Bene, il
Vero, il Bello. Non c’è un Dio, c’è la Bellezza dell’Esistenza. C’è la Verità dell’Esistenza. Così scoprite
quanto sono intelligenti queste persone, approcciatele, entrateci in contatto, aprite il cuore e sentite quanta
intelligenza c’è in questa persona, quanta scissione c’è tra la loro testa che dice certe cose e la loro
esperienza che sente certe cose. Quanto sono uniti? L’anima è unità, Dio è unità. Quando voi volete
sentire l’evoluzione interiore di una persona dovete vedere quanto nella sua vita questa persona è
un’unica cosa, quanto ha unificato la mente, il cuore e la sua bellezza. Piano piano sapete che potete darle
tantissimo, ma se volete aiutarla dovete darle pochissimo. Ricordate che nell’entusiasmo di dare troppo a
volte si fa l’errore di dare troppo e così si fa chiudere la persona.
Un altro errore è dare tutto in anticipo. Un bambino deve arrivare a chiedere che cos’è Dio, cos’è l’anima.
Se glielo dite voi, non funziona. I bambini vanno in chiesa a fare catechismo da piccolissimi e gli dicono
tutto quello che devono fare e pensare. Loro non l’hanno chiesto. Quindi, il bambino, crescendo, non
pensa più, perché gli è stato già detto tutto: “Tu ti sposerai vergine all’età di 18 anni con chi scegliamo
noi e sarai felice per tutta la vita. Questa è la tradizione della mia famiglia, della tua famiglia, di tutta la
nostra società. E ringrazia dio che puoi essere sposata, perché ci sono anche gli schiavi che prendono solo
bastonate. Oh, che bello. Grazie, papà!”. Così, la libertà non c’è.

I grandi Illuminati erano dei ribelli
Al mondo ci sono persone che hanno l’anima più risvegliata degli altri e che ad un certo momento dicono;
”Ma che cosa dite?”. I grandi maestri, che erano risvegliati e si rendevano conto di questa incredibile
illusione ideologica collettiva, hanno sempre fatto casino. Socrate ha buttato all’aria tutta la filosofia di
Atene di un periodo storico. Gesù ha buttato all’aria tutta la concezione religiosa ebraica del suo tempo. I
Sufi, gli hassidici, i grandi maestri dello Zen, i grandi maestri del buddismo. Hanno buttato all’aria quello
che c’era. Quelli sono i grandi maestri. Sono risvegliati. E non a caso molti di essi sono stati eliminati
dalla loro società: Socrate, Gesù, Pitagora, Mansur, Giordano Bruno, Osto sono solo alcuni degli esempi
più conosciuti.
C’è questa storia bellissima di un maestro Zen che sta morendo e chiama il suo discepolo illuminato e gli
dice: “Sto morendo. Prendi in mano il monastero”. E prende un libro e glielo porge: “Questo è il libro che
contiene tute le cose più vere e più preziose. Tienilo con cura.” Il discepolo risponde: “Grazie, maestro”.
Prende il libro e lo getta nel fuoco. Il maestro esterrefatto comincia a gridare: ”Ma cosa fai?” e il
discepolo di rimando: “Ma cosa dici? Che questo libro ha dentro la saggezza dello Zen?”. Lo Zen non
viene passato attraverso le parole. Se è un libro così, io lo brucio. Lo Zen passa attraverso di me,
attraveerso la mia esperienza diretta e profonda, e non attraverso le parole. Le parole sono false. E’
chiaro?
Lao Tzsu non ha mai scritto niente. Il libro di Lao Tzsu non l’ha scritto lui. Si racconta che un suo
discepolo ha bloccato Lao Tzsu mentre andava a morire sull’Himalaya e l’ha convinto a scrivere il libro.
Per me è assolutamente falso! E’ stato il discepolo a scrivere il libro dopo la sua morte, perché se Lao
Tzsu lo scopriva prima non glielo avrebbe permesso. Infatti, il discepolo ha scritto molto onestamente ciò
che Lao Tzsu diceva: ”Il Tao non può essere scritto”. Una frase non può essere capita dalla mente, perché
l’esperienza del Tao accade è quando la mente si ferma.
Allora, in questo contesto voi dovete capire il livello della persona e adattarvi umilmente al livello della
persona e mettervi nei suoi panni e ricordarvi con realismo della vostra infanzia in cui credevate a Babbo
Natale o che vostro papà era il più bravo del mondo e la mamma era senza difetti. Invece, in seguito la
vita porta a vedere che tutti hanno difetti e che il mondo ha una realtà e questo è il processo di crescita,
anche se a volte è un po’ doloroso. Gli ideali devono cadere, la torre di Babele deve cadere, non si arriva
a Dio attraverso una torre. La torre di Babele deve cadere altrimenti non ci si può evolvere cercando di
andarci su tecnicamente. Allora, cercate veramente di capire dov’è quella persona. Fatele tutta una serie
di domande tipo “Com’è la tua vita? Com’è il tuo lavoro? Quanto ti fidi di te? Ti piace vivere? Quanto
bene vuoi al tuo uomo? Quanto tempo stai con i tuoi figli? Queste domande semplici sono quelle con cui
fare l’aggancio. A volte attraverso il cuore a volte attraverso l’intelligenza suggerite questo processo.

Cambiare la direzione del problema
Rivediamo nuovamente questo processo che è fondamentale. La persona viene da voi, ha un cuore, ha un
centro, ma non lo conosce. Il suo desiderio è verso l’esterno. La sua direzione va verso l’esterno, perché
dice: “Io voglio risolvere questo problema. Voglio fare questo e questo, Voglio andare là. Qua non sto
bene, là starò meglio.” Voi le rispondete: “Sì, va bene. Questo è una cosa giusta. Tu hai il mal di stomaco
e vorresti risolverlo per stare bene. Ma la direzione non è la pillola. La direzione è che tu devi prendere
coscienza da dove viene il tuo mal di stomaco. Io ti faccio un trattamento, un respiro, un massaggio,
perché normalmente se uno ha il mal di stomaco può essere anche perché mangia male e ciò gli provoca
una gastrite funzionale. Ma se uno ha il mal di stomaco, il mal di cuore o è arrabbiato, o ha mal di
stomaco e mal di testa, oppure mal di stomaco e male alla nuca: significa che il cuore è chiuso, per cui si
chiude la nuca e si chiude lo stomaco e oltre a ciò se mangi male perché sei arrabbiato, ti viene il mal di
testa. Oppure ti viene perché ha bloccato l’intestino o il sesso, per cui ha le gambe morte o troppo piene di
liquidi. Allora tu gli dici: “Certo, io posso farti il massaggio, farti ballare, farti lavorare, farti aprire il
cuore, farti lavorare anche all’esterno, ma tutto ciò non basta. Occorre che tu intervengae lavori
all’interno scoprendo qual è il tuo vero cuore e cercare di risolvere.”
Nel primo incontro con la persona voi passate una parte a fargli le domande che vi ho già dato, una parte
a fargli vivere nel corpo il più possibile il suo dolore, il suo risentimento o altro. Quindi la si invita a
sentire il dolore o il disagio - si impiega non più di mezz’ora - e le si chiede cosa direbbe se avesse la
persona direttamente interessata davanti a sé. La si fa immaginare di averla davanti e di dirle le parole
mai dette. Generalmente a questo punto le persone scoppiano a piangere, perché comprendono che la
persona immaginata è soltanto il riflesso di un dolore che hanno già dentro e che esce con le stesse
dinamiche. Potrebbero anche esserci delle ragioni perché tu stai male, ma queste non ci interessano. La
ragione è una cosa, il cuore è un altro. Noi non volgiamo avere ragione, vogliamo amare. Se tu vuoi avere
ragione, ti agiti e ti arrabbi. Se tu vuoi amare, apri il cuore. Se tu vuoi aprire il cuore, facciamo il respiro
nel cuore.
Visti i tempi tecnici ed economici, consiglio di fare un ciclo breve di tre o quattro sessioni e portare
comunque la persona a vivere internamente il problema – fisico/emozionale/psicologico – e cercare di
trasmetterlgi il senso della consapevolezza di sé. Se voi riuscite a fare in questi quattro incontri questa
breccia, riuscite a far sentire il corpo come se il tutto parte dal nucleo e lei acquista consapevolezza, in
quel momento capisce. Alla fine della sessione le si chiede: “Com’è ancora il tuo problema?” Di solito
dicono di sentire il problema molto meno. Allora, a questo punto le proponete la terza parte e le dite:
“Perché non facciamo 8, 10 sessioni e lavoriamo su quel punto che può essere anche diverso da quello
detto all’inizio e cioè il mal di stomaco. Magari è la tendenza all’arrabbiarsi spesso, oppure è la paura del
sesso o la difficoltà di comunicazione. Proviamo a lavorare sulla comunicazione piuttosto che chiedermi
di curarti il balbettio, l’asma, la bronchite o il mal di testa. Lavoriamo in apertura, facendo un piccolo
percorso dove riapriamo la tua comprensione. Se tu sei centrato, le tue energie sono più forti, puoi
risolvere più problemi, sei in grado di superare certi ostacoli.”
Le persone hanno bisogno di conferme, di sicurezze. Quello che io faccio fare spessissimo alle persone è
prendere il libro “Cyber, la visione olistica” e di guardare il capitolo sul cervello, dove si vede che il
cervello può funzionare a bassa o alta intensità. La differenza tra alta e bassa intensità è il centro, il
sentirsi uniti, un’unica cosa.
“Allora, invece di lavorare su una cosa che ti fa male o che non funziona, perché non apri te e
riprendiamo le energie e stiamo bene? Cerca di star bene nel corpo e nelle emozioni. Riequilibriamo il
tutto e poi rientrati e usa questa nuova forza magari per superare un conflitto o un problema. Io ti do
anche un’aiuto di ritrovare il tuo centro, di far funzionare il cervello e cioè corpo/mente/emozioni insieme
in modo altamente sincronico.”
Spesso le persone anche leggendo soltanto quel capitolo capiscono, anche perché il capitolo subito dopo
quello sul cervello è ‘lo sviluppo del potenziale umano’. E lì andate nella pratica.
Sappiate che il lavoro che stiamo facendo è un counselling generale. Poi sta a voi a scegliere la parte
specifica sulla crescita umana di cui vi darò dei parametri generali della crescita umana. Però, per
praticarli dovrete acquisire delle tecniche complesse anche a livello teorico il che vuol dire come
funzionano.
























ooooOOOoooo






ELEMENTI DI PSICOPATOLOGIA



ANSIA, ANGOSCIA, PAURA E PANICO
Dott. Mario BETTI
Quando si deve affrontare una situazione nuova c’è sempre un’aspettativa e un fondo di paura.
Questo sentimento è detto ANSIA. Cerchiamo di dare una prima definizione psicopatologica di ANSIA.
Che cos’è secondo voi? L’abbiamo provata tutti.
Che differenza c’è tra PAURA e ANSIA? Entrambi sono sentimenti di aspettativa verso qualcosa nel
futuro. ANSIA è un sentimento penoso, di disagio, di attesa o di aspettativa verso qualcosa di spiacevole
che potrebbe accadere. Oppure, potrebbe esserci lo stesso sentimento anche verso qualcosa di piacevole.
Nell’ANSIA c’è sempre un timore, un qualcosa che potrebbe accadere e che non si è in grado di gestire e
quindi che potrebbe far paura. In altri casi ANSIA è un sentimento spiacevole proporzionato rispetto
all’evento che sta per accadere.
Ad es. io posso dire: “Non so perché, ma io mi sento in ansia.” In questo caso l’ANSIA è un sentimento
penoso di attesa verso qualcosa di pericoloso o minaccioso che non riesco ad individuare. Qualche volta
posso individuare, però in maniera molto generica. “Io sono in ansia per l’esame”. E’ diverso dire: “Ho
paura che mi butti fuori all’esame”. In questo caso c’è la paura concreta, invece l’ansia è più indefinita,
non c’è un motivo ben preciso. La PAURA è un sentimento di preoccupazione nei confronti di qualcosa
che può essere pericoloso o minaccioso, ad es. paura del buio. “Io sono in ansia, perché potrebbe
accadermi qualcosa”, “io ho paura di Gianluca perché Gianluca mi picchi”. L’ANSIA è più pervasiva, ti
pervade sotto la pelle, è il sentimento primordiale. Il primo sentimento che prova il bambino è di ansia e
di paura verso un mondo che non conosce.
Possiamo dire che questi due sentimenti appartengono al filone della preoccupazione, del sentimento di
minaccia che ci pervade dal momento in cui nasciamo.
Cos’è l’ANGOSCIA? E’ molto vicina all’ansia, ma è più legata al dolore. ‘Angor’ significa ‘dolore’. Dal
termine latino ‘angor’ deriva angusto, piccolo, stretto, un senso di costrizione, un dolore costrittivo. Ci
crea un senso di affanno, di qualcosa che ci pesa dentro sul petto o sulla gola. Ad es. quando uno ha
un’ostruzione alle coronarie si parla di ‘angina pectoris’. Si parla anche di angina come mal di gola, di
qualcosa che ti stringe alle tonsille. L’ANGOSCIA è un’oppressione che grava sul ns. corpo a livello
toracico, del collo, cervicale o di stomaco o sulle spalle. Ci fa sentire come se fossimo schiacciati,
compressi, costretti. E’ un sentimento più legato al presente, mentre l’ANSIA è più proiettata verso una
minaccia di qualcosa che sta per accadere, mentre l’ANGOSCIA è qualcosa che ci sta schiacciando.
L’ANGOSCIA è più legata al senso di colpa, mentre l’ANSIA è legata più alla paura di qualcosa che sta
per accadere, Certi stress ripetuti possono portare verso uno stato di alterazione cardiaca tipo extrasistoli,
tachicardia fino a vere e proprie disfunzioni cardiache che possono portare anche verso l’angina pectoris
o ad un infarto. Non è l’ANGOSCIA in sé che genera l’angina pectoris, anzi, succede il contrario.
L’ANGOSCIA è una situazione di costrizione che dà l’impressione di essere intrappolati e di non avere
una via d’uscita.
Passiamo ad un altro concetto, al PANICO: cos’è il PANICO? Nel PANICO troviamo una serie di aspetti
simili a quelli che abbiano visto. Abbiamo aspetti legati all’ansia, aspetti legati alla paura, aspetti legati
all’angoscia. E’ un sentimento di terrore che pervade tutto il ns. organismo con forti ripercussioni a livello
somatico. In genere, nell’attacco di PANICO abbiamo la tachicardi (un’accelerazione dei battiti cardiaci),
abbiamo dispnea (respiro affannoso), abbiamo situazioni di freddo e di caldo, abbiamo sudarazioni,
tremore alle mani e ai piedi, possiamo avere dolori diffusi in tutto il corpo, sensazioni di svenire o di
morire, tutto un insieme di sintomi che pervadono il corpo fino a dare l’impressione di non farcela più a
stare in piedi, di crollare , di morire. E’ una sensazione estremamente spiacevole, dolorosa, spaventosa. In
genere l’ATTACCO DI PANICO è di breve durata: dura da 20 minuti a 2 ore circa, dopodichè passa.
Uno dopo l’attacco di panico si sente un po’ stanco, un po’ prostrato, però scompare. Si può ripetere, ma
ha una durata limitata. Si può avere anche la sensazione di andare fuori di testa, d’impazzire. Gli attacchi
di panico possono essere sporadici, però si parla di disturbo di attacco di panico quando si ripetono
almeno tre attacchi in tre settimane.
Negli ATTACCHI DI PANICO non ci sono fattori scatenanti endemici: uno cammina per strada e
all’improvviso gli arriva l’attacco di panico senza motivo evidente. Dei motivi profondi, inconsci ci sono.
Si verifica in concomitanza in una particolare situazione e quindi non c’è una causa apparente. In genere,
quando uno ha subito diversi attacchi di panico sviluppa una paura a uscire da casa e se esce preferirebbe
essere accompagnato, perché ha paura che gli prenda l’attacco di panico. Ha un’ANSIA anticipatoria e
quindi sviluppa quello stato mentale che si chiama AGORAFOBIA, paura degli spazi aperti, paura di
uscire da soli.
Ancora, il PANICO è una sensazione di ANGOSCIA molto forte. In genere si presenta in forma di
attacco. E possono essere gli attacchi di panico intesi come malattia che sono quelli che ho descritti, però
si può parlare di panico in senso di TERRORE collettivo che prende gruppi di persone durante un
terremoto o un incendio. Quello è comunque un PANICO reattivo di fronte ad una situazione reale, ma
accentuato dalla situazione di gruppo. Lì c’è un fattore di induzione di gruppo che è importante. Voi
sapete com’è fare le meditazioni in gruppo o dei lavori in gruppo accentua certi lavori sulle emozioni nel
buono e nel cattivo. Se c’è una paura di un gruppo di persone è come se fosse un contagio reciproco che
aumenta la paura a livelli parossistici.
Ora cerchiamo di collegare un po’ insieme questi concetti di cui abbiamo parlato: finora abbiamo parlato
di ANSIA, di PAURA, di ANGOSCIA e di ATTACCHI DI PANICO. Cerchiamo di chiarire ancora
meglio questi quattro concetti, perché poi ci aiuteranno a chiarire tante altre cose.
Noi abbiamo parlato di sintomi che sono ANSIA, ANGOSCIA, PANICO che è il filone della PAURA.
Quando si manifestano, possiamo avere delle vere e proprie malattie che si manifestano attraverso questi
sintomi. P.es. possiamo avere quella che una volta veniva chiamata NEVROSI d’ANSIA. Oggi il
concetto di nevrosi è superato e si preferisce definire DISTURBO d’ANSIA. Nel disturbo d’ansia c’è uno
stato di ansia piuttosto intenso e continuo con assillanti preoccupazioni più immotivate ed esagerate.
L’ansia, poi è pervasiva, pervade in tutto il corpo, è generalizzata, uno non è in ansia solo in una
particolare situazione, uno se la porta sempre dietro. Quindi, questo e il DISTURBO d’ANSIA
generalizzata o NEVROSI d’ANSIA.
Poi possiamo avere un altro tipo di disturbo che è il disturbo da ATTACCHI di PANICO che una volta si
chiamava NEVROSI d’ANSIA ACUTA. Però questo disturbo da ATTACCHI di PANICO si manifesta
attraverso episodi di breve durata, al massimo due ore. E’ diverso da NEVROSI d’ANSIA che è
caratterizzata da un’ansia intensa e protratta nel tempo, sempre presente e fluttuante come le onde del
mare ed è sempre più o meno presente. Questi sono sintomi di vere e proprie malattie. Si trovano qui, ma
si possono trovare in tante altre situazioni. Il sintomo PANICO si può manifestare ad es. in un momento
di terrore collettivo. Ma ritorniamo alla PAURA.

Qual è la PAURA primordiale, la più forte, una paura esistenziale, un po’ più intellettualizzata. La
PAURA del cambiamento, dell’ignoto, la paura del dolore. Se uno pensa al bambino quando nasce che
deve passare attraverso il canale del parto, senza sapere cosa succede, è spinto suo malgrado, il momento
della nascita, questa luce che t’invade, con il respiro va in apnea, tagliano il cordone ombelicale e muore
soffocato. Sapete che alla nascita i polmoni sono collassati, sono come due sacchetti vuoti senza aria che
lui deve provare a dilatarli a vuoto spinto, per cui ci vuole una forza enorme. Quindi, avendo i polmoni
contratti il bambino si sente morire. Quella è la nascita: il bambino nasce con la sensazione di morire. E’
la disperazione legata a questa sensazione di morire che crea questo sforzo enorme per cui a un certo
punto i polmoni si aprono.
Anche se oggi stanno più attenti, con la scuola di Leboyer o li fanno nascere in acqua, i polmoni
comunque a un certo punto sono senz’aria e il bambino vive l’esperienza di disperazione perché si sente
morire soffocato. E’ ineludibile. Quindi, quel momento di sofferenza c’è anche se prendono tutti gli
accorgimenti in un contesto più ovattato e accogliente possibile. E’ la prima esperienza d’ANGOSCIA
attraverso la quale ci siamo passati tutti. Perché è collegata con un senso di costrizione? Perché l’ha
conosciuto al momento della nascita nell’attraversare il canale del parto. Anche se nasce con il parto
cesareo è lo stesso. Chi nasce poi con il cordone ombelicale attorno al collo che lo strozza ha
un’ANGOSCIA in più, ma che comunque non è così intensa come la mancanza di respiro dei polmoni.
Un po’ d’angoscia e un po’ d’ansia c’è sempre: provate solo ad andare un minuto sott’acqua dove non
potete respirare e già vi sentite morire. Questo aiuta ad entrare in empatia con chi soffre di questi disturbi.

Noi fondamentalmente siamo animali strutturati per vivere in un mondo naturale con tutto il bello e il
brutto che c’è. Quindi, dobbiamo pensare a noi come a degli animali selvaggi della preistoria che si
trovano di fronte a un pericolo. Proviamo pensarci come una gazzella o un agnello e arriva un pericolo:
una belva feroce ci minaccia. Ognuno di noi proviamo a sentire qual è la prima cosa che prova. Chi prova
l’impulso di scappare, chi ha una sensazione di paralisi, a chi si accelerano i battiti cardiaci, chi sente
l’impulso di attaccare, chi ha un respiro affannoso, chi sente una contrattura o colica, chi ha il rilascio
degli sfinteri, chi ha tremore, ecc.
Vediamo di capire cosa succede di fronte ad un pericolo di un animale minacciato da un altro animale.
Immaginate che in questo preciso momento entrano improvvisamente qui dei terroristi con il mitra e vi
minacciano. Il fatto stesso che sono armati è lo stesso discorso dell’animale chè è attaccato d un animale
più forte. La situazione è uguale anche in caso di terremoto.
Allora, ci sono dei tipi di risposta che sono prevalenti a seconda del carattere: c’è chi istintivamente tende
a scappare. Lo scappare è legato ad un’emozione particolare che è la PAURA. Il contrattacco è, invece,
collegata all’emozione della RABBIA. Quindi, di fronte a un attacco ci sono due tipi di reazioni
fondamentali: o l’attacco o la fuga. Entrambi richiedono una grossa attivazione energetica.
Cosa succede, invece, quando avviene la paralisi che è un blocco, dettata da un primo impulso dove non
c’è ragionamento. Dopo ci può essere un’elaborazione e pensa dove nascondersi, come muoversi o altro,
ma questo avviene dopo il primo impulso istintivo. In genere chi è portato più istintivamente a bloccarsi
poi è portato a fare una strategia per nascondersi; chi è più portato a fuggire elabora strategie di cercare
un rifugio lontano. Ognuno ha il suo stile, però in genere in una situazione di pericolo ci sono le tre
reazioni istintive: o l’attacco o la fuga o la paralisi. Inoltre c’è un altro risvolto che è quello della pazzia
che ti permette di affrontare situazioni che se no con il ragionamento non ce la faresti ad affrontare. E’
importante questo. La pazzia sono strategie di sopravvivenza che escono al di fuori del ragionamento
della logica comune. Ci può essere una strategia differita, tipica umana dove interviene il ragionamento e
uno gestisce la propria emozione, gestisce il proprio impulso e dice: “Qual è la strategia migliore per
sopravvivere?” Questa è presente anche nel regno animale, ma rientra nei conflitti rituali della stessa
specie. Lo affronteremo più tardi, perché ora siamo ancora all’animale aggredito che è la base, è il I°
chakra il terrore della sopravvivenza. Poi, dal I° chakra si passa al III° come momento di reazione.
Quindi, la prima reazione potrebbe essere anche un urlo. Alla base uno urla e assume un significato di
fuga, oppure uno urla per spaventare l’altro. L’urlo ha anche un altro significato: dell’ animale del branco
che avverte gli altri del pericolo: può essere un urlo “scappiamo” oppure un urlo “diamogli addosso”.
Giocano pur sempre l’istinto di attacco o di fuga.

Ripartiamo dal ns. animale che viene aggredito dall’animale più feroce, per cui scappa o contrattacca
oppure se non ce la fa a scappare o contrattaccare cade come morto e rimane bloccato per terra : è la
paralisi del corpo. Questo comporta in natura un fenomeno sorprendente che spesso la belva predatrice di
fronte all’altro animale che è giù come morto se ne può anche andare senza aggredirlo. Ecco che la
paralisi del corpo diventa una strategia di salvezza. Nell’essere umano c’è una dissociazione. Uno che si
blocca non viene notato come uno che scappa, si mimetizza meglio.

Allora rivediamo cosa succede di fronte al pericolo per la vita?
Il primo tipo di reazione è ATTACCO o FUGA, dove l’organismo deve essere messo bene in funzione,
l’energia deve essere attivata. Viene attivato quel sistema nervoso periferico che va sotto il nome di
sistema nervoso simpatico. Quindi, la reazione di attacco o fuga comporta una attivazione del sistema
nervoso simpatico: aumento di battito cardiaco, aumento di respiro, aumento dell’irrorazione dei muscoli.
Nella PARALISI e nel CROLLO succede tutto il contrario: il respiro diminuisce, i muscoli perdono
tensione, c’è un rilasciamento degli sfinteri (c’è spesso perdita di urina e feci), legato alla reazione del
sistema parasimpatico. Nell’ATTACCO di PANICO cosa succede? Vengono attivati tutt’e due i
fenomeni sia il simpatico che il parasimpatico. Da una parte uno si mette nella condizione di attaccare e
fuggire e dall’altra parte come se crollasse morto. Ecco che vengono tuta una serie id sintomi confusi:
respiro affannoso anche se ha l’idea di non poter respirare e tachicardia (attivazione del simpatico), c’è la
sensazione di svenire, di perdere forza nelle gambe (attivazione del parasimpatico), c’ha sensazioni di
caldo (attivazione del parasimpatico) e di freddo (per attivazione del simpatico). Sono attivati entrambi i
sistemi e nello stesso tempo uno è come paralizzato, come se dovesse scappare o contrattaccare. I muscoli
sono irrigiditi, ma nello stesso tempo hanno come degli scatti per fuggire o per contrattaccare. Quindi,
l’ATTACCO di PANICO non è altro che di fronte a un pericolo terribile scatta l’attivazione
inconsapevole dei meccanismi di difesa.. E’ chiaro che il pericolo in questo caso non è una minaccia
esterna, ma una minaccia interiore. Così come nell’ansia di tutti i giorni sono tutte ansie interiorizzate.

Cosa succede, invece, in un’altra situazione – anche questa animale, ma da animale da branco – quando
c’è la competizione per la supremazia. E’ tipica la lotta fra i due maschi che si contendono il primato del
gruppo, il diritto di accoppiarsi con le femmine. Il combattimento rituale non ha mai l’intenzione di
distruggere l’avversario. Tutt’al più lo atterra e gli procura delle ferite. I due combattono, fanno tutta una
serie di movimenti istintivi ritualizzati, per cui ad un certo punto uno impone la sua supremazia e l’altro si
arrende. Dopo, quello che si è arreso si è sottomesso al vincitore, al capo. Ci sono due sistemi di resa,
p.es. uno è offrire il collo che è la parte vitale, dove le belve tendono ad afferrarlo con il morso e
tranciando la carotide uccidono l’avversario.
Tra gli umani quasi tutti i comportamenti sono dei rituali.
Ho introdotto il combattimento rituale per il rituale di resa. Cosa comporta il rituale di resa? Che
sensazione comporta? Provate a pensare quando sfidate una persona nello sport, nell’ambito di lavoro,
all’uomo amato per la rivale, che sensazione avete? Rabbia trattenuta, senso d’impotenza, frustrazione.
Pensate, voi avete fatto un rituale dove era in gioco il vostro potere, il vostro prestigio, il vs. senso di
dignità di fronte al gruppo e siete stati sconfitti e il gruppo vi rifiuta. Provate un sentimento di
VERGOGNA. Questo è un’altro sintomo psicopatologico fondamentale importante che si ritrova in tante
patologie ed è legato a qualcosa del presente: al sentirsi il biasimo e il disprezzo di tutto il gruppo, perché
siete stati sconfitti e sottomessi. Il senso di abbandono, il senso d’inferiorità sono legati a questo. Il
sentimento di VERGOGNA è il narcisismo ferito. Non a caso il narcisismo è legato al chakra del collo,
V° chakra, alla corazza cervicale secondo Reich. L’umiliazione è legata al collo. Il termine di vergogna
deriva dal rituale antico della gogna. La gogna era lo strumento di legno con il buco in mezzo dove
veniva incastrata la testa e la persona era esposta alla gente che passando davanti ne faceva di tutti i
colori. Vergogna nasce dall’essere esposti alla gogna, sentire questa umiliazione. Il termine
UMILIAZIONE è andare verso terra, abbassarsi, cioè l’altro che ti ha messo a terra.
Uno dei rituali di resa è di offrire anche il posteriore all’altro, come un’offerta sessuale, “offro il mio
corpo al tuo piacere”. Il maschio perdente assume e imita la femmina, si offre sessualmente al vincitore
come una femmina, perché così s’ingrazia e suscita benevolenza nel vincitore.

In genere i rituali di combattimento più tipici sono quelli fra i maschi, però esistono anche fra le femmine,
in forme diverse da studiare. Poi, esistono anche le femmine che assumono il ruolo di maschi in certi
contesti o viceversa, ma questo rientra un po’ negli aspetti antropologici dell’omosessualità che sono
estremamente interessanti. Fisiologicamente parlando, sapete che più del 10% degli esseri umani ha
prevalente orientamento omosessuale. Nella nostra cultura non si notava, perché c’era un marchio di
condanna che faceva sentire la vergogna a chi si dichiarava di essere tale. Oggi è più accettata, per cui
uno lo dichiara in maniera più aperta anche se ciò implica tanta angoscia, soprattutto nel momento in cui
uno scopre queste sue tendenze e le deve accettare con se stesso e poi porle ai suoi familiari, amici e agli
altri. E’ una grande sofferenza questa, è un senso di vergogna profonda che è alla base di molti disturbi.
E’ una notevole frequenza e c’ha anche dei motivi evolutivi importanti che ci sia una percentuale
notevole di omosessualità. Anche se normalmente uno pensa che una volta l’omosessualità era contro
natura, mentre oggi dire contro natura è un controsenso, perché se l’omosessualità esiste in natura è una
cosa naturale. Oggi ci sono due modi di vivere l’omosessualità nella ns. società: da una parte c’è il Gay
Pride, cioè l’orgoglio omosessuale, e dall’altra l’omofobia che sono due formazioni reattive. Da una parte
c’è la vergogna di dichiarare la propria omosessualità e allora per vincere quella vergogna esagera
nell’ostentare con orgoglio in questo suo essere diverso, il che ha una sua logica culturale, ma è pur
sempre una difesa. All’opposto c’è l’omofobia per reprimere in se stessi quelle pulsioni omosessuali che
sono presenti in tutti anche se in percentuali diverse.

In questo c’è la PAURA del giudizio degli altri, la paura dell’aggressione e dell’abbandono degli altri, la
paura della punizione, la paura degli aspetti che condanni e hai imparato a condannare per poterti far
accettare dalla cultura dominante.

D: “Le donne forti sono inconsapevolmente omosessuali?”
R: “Le donne forti non necessariamente hanno tendenze omosessuali se mai il contrario. Ci sono donne
femminili dominanti senza rinunciare alla propria femminilità. E’ stato fatto uno studio in Svizzera fra le
vacche della Svizzera. E’ stato visto che in un branco di vacche che finchè c’era il toro, il toro esercitava
le funzioni del toro e gli altri tori stavano in disparte. Se toglievano il toro subentrava quasi sempre una
delle mucche che assumeva il ruolo tipico maschile del toro: il ruolo di protezione del gruppo, di difesa di
combattimento, con il tempo assumevano anche muscolarmente le caratteristiche del toro e arrivava a
montare – senza ovviamente fecondare - e fare l’atto dell’amplesso sulle altre vacche. Questo significa
che in certi contesti culturali si possono sviluppare quegli aspetti omosessuali che in altri contesti restano
latenti: quella vacca in un certo contesto si comportava da vacca, e in altri contesti si comportava da toro.
Quindi, c’è un’influenza culturale, per cui avere molti individui con tendenze omo o eterosessuali può
essere funzionale alla sopravvivenza del gruppo.

P.es. in un Convegno sulle pari opportunità è uscito che le donne oggi sono state costrette ad assumere
modelli e ruoli maschili per necessità economiche. Una volta la donna era culturalmente condizionata a
reprimere le proprie valenze maschili legate all’affermazione di sé, nella società, nel potere ecc. Oggi ci
sono contesti dove è stimolata, anzi, anche troppo ad affermare questa parte di sé. Nei contesti culturali in
cui l’uomo e la donna hanno avuto ruoli diversi questi si sono succeduti fin dall’antichità. Se pensate le
antiche civiltà matriarcali mediterranee e orientali, in cui c’era una prevalenza della cultura femminile,
alle società guerriere patriarcali, in cui il femminile veniva represso per affermare un tipo di forza
guerresca che si imponeva con la forza delle armi. Contesti culturali diversi che si sono fusi in vari modi e
ancora oggi continuano a sussistere. E’ chiaro che in una situazione di pace tende a prevalere un modello
più matriarcale femminile, in una situazione di guerra tendeva a prevalere un tipo di cultura patriarcale
maschile, il guerriero che combatte, che è forte, incrollabile che reprime le emozioni ecc. In un contesto
di pace, invece, è importante l’emozione, fare i figli e crescerli, la sensibilità ecc. Culture che comunque
si intersecano in vari modi e influenzano in qualche modo anche la psicopatologia.

Il termine PANICO deriva dal dio Pan che era un po’ rude con le zampe di capra e che poi viene ripreso
dalla tradizione cattolica per utilizzarlo ai fini dell’iconografia del diavolo. In realtà Pan, dio della natura,
era sempre con il membro eretto in cerca di femmine da violentare, da penetrare. Si aggirava per i boschi
e ogni tanto lgi capitava qualche ninfa leggiadra che passava, chissà perché, e guarda caso si avviciniva
con fare morbido e deduttivo proprio dove si nascondeva il dio Pan. A quel punto il dio Pan sorgeva da
dietro le foglie con tutto il vigore della sua possenza spaventando la povera ninfa che correva correva e
talvolta riusciva a prenderla. Con ciò volevo sottolineare due aspetti importanti: uno il concetto di terrore
e panico (panico proviene da Pan) che è un terrore che ti pervade tutto, ma che ha in sé anche una
componente erotica. La PAURA è l’altra faccia dell’eccitazione. L’ANSIA è l’altra faccia del desiderio.
Paura ed eccitazione sono molto vicini. Se pensate agli sport estremi dove c’è una condizione di estrema
paura, ma è estremamente eccitante: chi si butta dal paracadute, chi fa parapendio, situazioni fortissime
che pervadono tutto il corpo (una sensazione panica) e contemporaneamente terrore e piacere quasi
statico.. Il vuoto esercita su di noi un doppio effetto: da una parte c’è l’attrazione e dall’altra un terrore.
C’è un forte fascino nel vuoto, l’eccitazione di buttarsi nel vuoto è fortissima. Come la PAURA ha come
controparte positiva l’eccitazione, così il TERRORE/PANICO ha come controparte l’estasi panica. E qui
è l’aspetto del dio Pan che attraverso la musica (suona il flauto) diventa un dio che conduce sul cammino
mistico ed estatico (il culto di Dioniso). Non a caso il culto di Pan lo ritroviamo nei sabba delle streghe,
poi stigmatizzati e perseguitati perché contrari a una dottrina cattolico-clericale. In realtà erano culti
pagani che erano persistiti nel periodo del medioevo: il culto di Diana, il culto di Dioniso. Questi culti
prevalentemente a carattere femminile che nelle campagne continuavano a persistere e furono
perseguitati. Le streghe non erano altro che adepte del culto di divinità pagane femminili o maschili, ma
naturalistiche, in cui c’è questa emozione intensa dove l’eccitazione e l’estasi vanno di pari passo con la
paura e il terrore.

Questo è interessante anche perché può portare anche a dei trattamenti del PANICO, dell’ANSIA e della
PAURA di tipo trasformativo. E’ un filone di terapia che aiuta il sintomo ad evolvere in uno stato mistico
e dal panico è molto più facile di quanto non si pensi.

Allora, di fronte all’ATTACCO di PANICO ci sono molti tipi di trattamenti: di tipo farmacologico e altri.
Fra i trattamenti un po’ più conosciuti ci sono le tecniche di rilassamento muscolare e le tecniche di
respirazione. Le tecniche di respirazione sono di due tipi: una è rilassante, lenta ( Pranayama, Vipassana)
e le respirazioni inensive (Vivation, la respirazione olotropica, la prima fase della Dinamica di Osho) che
tendono a creare un’iperventilazione. Allora una persona che soffre di attacchi di panico può essere curata
i due maniere: una apprendendo delle tecniche di respirazione lenta, per cui nel momento che sente che le
sta per venire un attacco di panico fa la tecnica di rilassamento con la respirazione rilassante e seda il
panico attraverso la respirazione. E’ un trattamento di tipo allopatico, si cura con il contrario, cioè il
panico eccita e io sedo. Infatti, quando si parla di medicina allopatica e di medicina omeopatica,
allopatica si cura con il contrario e l’omeopatica cura con il simile. Non necessariamente la cura
allopatica è quella farmacologia. Può essere anche semplicemente che uno ha caldo e si bagna con
l’acqua fredda oppure uno ha freddo e si mette vicino al fuoco e si scalda. Uno, invece, ha freddo e si
mette a correre nella neve è una cura omeopatica.
Di fronte ad un’attacco di panico si può fare, secondo il criterio allopatico, una respirazione calmante
oppure si può fare il contrario. Si può fare una respirazione intensiva fino a indurre un attacco di panico
volontario. Quando la persona ha imparato respirando a creare un attacco di panico, entrarci dentro, starci
coscientemente e persistere, arriva ad un certo punto che l’attacco di panico non è più una cosa che gli fa
paura e che combatte, ma è una cosa in cui ci si cala con tutto se stesso e a quel punto è un qualcosa che ti
coinvolge talmente fino a trasformarsi in uno stato di quiete. Questo, però, come counselor olistici non lo
dovete fare, mentre potete insegnare una tecnica respiratoria rilassante.

(Pratica di respirazione o seduti o sdraiati. Se siete seduti è importante che i piedi siano ben aderenti a
terra. Rilassiamo bene il collo e le spalle e portiamo l’attenzione sul hara, sotto l’ombelico. Inspiriamo
come se l’aria entrasse dalla terra, risalisse lungo le gambe e arrivasse fino alla pancia – non alla gola – e
nell’espirazione scende portando via tutte le tensioni e le scarica attraverso le gambe nella terra. Ripeto: si
respira dalla terra alla pancia e si espira dalla pancia alla terra. Non scordatevi di rilassare il collo e le
spalle.
Ora proviamo a respirare con il petto. Ora proviamo a portare il respiro alla gola. Avete sentito che
quando l’aria arriva alla gola suscita un accenno di ansia, un momento di allarme o tensione alla gola.
Ritorniamo alla pancia. Inspiriamo dalla terra alla pancia ed espiriamo dalla pancia alla terra.
Se, invece, andate nel cuore e nella gola andate in un processo catartico. E’ molto più impegnativo,
pèrchè dopo bisogna lavorare su ciò che è emerso. Diventa un lavoro psicoterapeutico più impegnativo e
se non lo portate fino in fondo, potete creare degli scompensi che poi non riuscite a comporre. O lo sapete
far bene o non lo fate. Invece, la respirazione calmante è bene che la facciate sempre. Il respiro con la
pancia è calmante, può portare ad entrare in un buon contatto con te stesso e ti può insegnare a gestire
l’attacco di panico. Non risolve, però, i problemi di fondo.


FOBIE, OSSESSIONI E COMPULSIONI

Passiamo al concetto di FOBIA. La FOBIA è una paura esagerata e immotivata per un particolare oggetto
o situazione, p.es. la fobia per gli insetti. E’ una vera e propria emozione archetipica, perché l’insetto ha
delle forti valenze simboliche sul quale proiettiamo tutta una serie di parti nostre represse: l’aggressività,
la vergogna, il terrore, la paura, tutte le parti con cui non vogliamo avere a che fare, le rimuoviamo
nell’inconscio e poi le proiettiamo sugli esseri a noi così lontani, diversi e subdoli. L’insetto diventa
cosìunl ricettacolo di queste nostre proiezioni. Infatti, gli esercizi sull’insetto consistono nell’identificarsi
nell’insetto e quindi modificare la ns. struttura, rimuovere questi blocchi e riattivare un percorso di
crescita. Sono scuole che si rifanno all’antico Messico che attraverso la scuola di Castaneda e scuole
simili che consistono nel cercare di evocare la struttura dell’insetto che ha una struttura opposta alla
nostra, perché ha corazza esterna forte e l’interno morbido a differenza di noi che abbiamo una colonna
vertebrale rigida ecc. E’ un lavoro abbastanza complesso, però all’inizio bisogna identificarsi con
l’insetto.

Ci sono FOBIE per oggetti, animali e situazioni. Per quanto riguarda gli oggetti, possono essere degli
oggetti acuminati, spilli o coltelli e uno quando li vede entra in uno stato di terrore. Oppure ci può essere
la fobia degli spazi chiusi (claustrofobia) o degli spazi aperti (agorafobia).

Un altro concetto è quello di OSSESSIONI o COMPULSIONI. Cosa sono le ossessioni? Sono pensieri e
idee che si impongono alla nostra mente in maniera iperattiva, ripetitiva contro la ns. volontà. P.es. uno
prima di alzarsi dal letto deve contare fino a tre se no le porta male pur non avendone bisogno. La
compulsione è una spinta a compiere un’azione in maniera costrittiva e contro la ns, volontà. Un esempio
di compulsione è quando una persona continua ad acquistare lo stesso oggetto cinque, dieci volte. Tipico
fenomeno ossessivo-compulsivo dell’infanzia quando il bambino deve camminare lungo le linee del
marciapiede o della mattonella. Un altro esempio di comportamento ossessivo-compulsivo è di colui che
prima di andare a letto va a controllare mille volte se ha chiuso bene il gas. Ci possono de periodi oppure
possono passare degli anni.
Anche la CLEPTOMANIA fa parte della stessa serie ed è un impulso a compiere una azione e realizzata
l’azione si scarica la tensione, mentre la compulsione è ripetitiva e continua. Nella compulsione uno non
vuole pensare ad una cosa e suo malgrado ci pensa sempre. Ad. es. nel passato dicevano che pensare al
sesso era peccato. A questo proposito sono stati scritti dei testi dai padri della Chiesa cattolica proprio per
curare gli eccessi di scrupoli, perché si accorgevano che molti di loro entravano in questi meccanismi e si
ammalavano proprio perché indotti da questa educazione catechistica al peccato. Comunque, non solo
nell’ambito religioso si realizzano le ossessioni, sono schemi mentali ripetitivi. Invece l’IMPULSO è una
spinta ad eseguire un’azione anche complessa come l’impulso patologico del gioco d’azzardo, per cui si
rovinano finanziariamente. Badate bene che il giocatore d’azzardo sotto sotto non vuole vincere, ma gioca
per un impulso masochistico a perdere, per sentirsi accomunato nel vittimismo con le persone che
perdono. E’ difficilissimo a farlo guarire.
Altri esempi d’impulso è stuprare una donna, soprattutto se è rinforzata da una dinamica di gruppo.
Oppure, uno degli impulsi più deleteri tipici femminili è l’impulso allo shopping. Le donne, quando
entrano in ansia spendono un patrimonio e ci godono anche. Negli uomini già meno. In loro prevale di più
l’impulso alla molestia sessuale. La BULIMIA e tipica femminile e fa parte dei disturbi del
comportamento alimentare, mentre impulso all’abbuffata è una forma di impulso che rientra in un’altra
categoria.
All’impulso appartiene anche il sintomo CONTROFOBICO o formazione reattiva: ho paura di gettarmi
nel vuoto e vado su un aereo e mi butto con il paracadute. Quindi, d’impulso mi butto proprio in quella
cosa che mi fa paura per vincere la paura. Tanti atti di eroismo durante la guerra hanno questo tipo di
sintomo.


Spero sia chiara la differenza tra l’OSSESSIONE/COMPULSIONE quando uno ha dei dubbi di non aver
chiuso bene la porta, per cui ritorna e controlla, poi ricontrolla e ricontrolla decine di volte. L’IMPULSO
è quando sbatto e spacco la porta, perché mi ha preso un raptus di rabbia. Sia la COMPULSIONE che
l’IMPULSO possono essere curati in modi diversi. La compulsione è legata più ad un vissuto di
depressione, mentre l’impulso è un’aggressività che si scarica. Sono due cose diverse.

Per il bambino è diverso soprattutto per quanto riguarda le ossessioni e le compulsioni, perchè impara a
controllare e gestire le emozioni. Delle fasi anche di ossessioni del bambino vanno ritenute fisiologiche,
ma non lo sono più tali se si protraggono troppo nel tempo.

PSICOSI E NEVROSI

Passiamo adesso ai disturbi maggiori che nelle loro forme più gravi possono essere definiti PSICOSI. La
differenza tra NEVROSI e psicosi è che le nevrosi hanno quadri più leggeri, per cui si parlava di nevrosi
d’ansia, o di nevrosi ossessiva/compulsiva, Le PSICOSI sono stati mentali più gravi che alterano
profondamente il nostro contatto con la realtà.
Noi prenderemo in esame i seguenti quadri fondamentali:

· la DEPRESSIONE
· l’ECCITAMENTO MANIACALE
· la SCHIZZOFRENIA
· il DISTURBO PARANOIDE o PARANOIA.
Questi ci aiutano a capire le principali forme di alterazione dello stato mentale.
Vi ricordo, per inciso che l’ANSIA la ritroverete molto molto spesso in tanti disturbi: nelle ruminazioni
ossessive, nella depressione, nella schizofrenia, nell’eccitamento maniacale, nel sintomo
ossessivo/compulsivo come il bisogno di allineare perfettamente gli oggetti ricontrollare il gas, nella
nevrosi fobica, nella blutomania, la mania di lavarsi sempre le mani fino a procurarsi delle vere e proprie
macerazioni della pelle a forza di lavarsi, e così via.


LA DEPRESSIONE

Cos’è la DEPRESSIONE? E’ l’abbassamento del tono dell’umore. Cos’è il tono dell’umore? E’ lo stato
affettivo in cui ci troviamo in un determinato momento. Lo stato affettivo è l’insieme dei sentimenti, delle
passioni, delle emozioni che si muovono dentro di noi. Quando questo aspetto affettivo-emozionale è
scarico, il tono dell’umore è più basso, si parla di depressione.
Si può parlare di depressione come sintomo o di depressione come di vera e propria malattia. Un esempio
di depressione come sintomo è quando uno ha litigato con il suo più caro amico, ci rimane male e si sente
abbattuto. Invece, nella depressione vera e propria l’abbassamento del tono dell’umore è intenso e
costante. Esistono ovviamente molti tipi di depressioni, Ci sono forme di depressione leggera e forme di
depressione molto gravi. Una volta si diceva di depressioni nevrotiche e depressioni psicotiche. Oggi si
parla di depressioni minori e depressioni maggiori.

Allora parliamo della DEPRESSIONE MAGGIORE che è il quadro più intenso. Abbiamo un
abbassamento del tono dell’umore con profonda tristezza, noia, sentimenti di vuoto, tutte le funzioni
fisiologiche sono alterate – p.es. l’appetito è diminuito fino alla disappetenza, oppure in qualche caso,
specialmente se è associata con una quota ansiosa, ci può essere un aumento dell’appetito con iperfagia;
uno che si riempie di cibo per affogare l’ansia; un’alterazione del ritmo sonno/veglia, l’insonnia - .
Per la depressione il momento più terribile è la mattina, quando uno deve affrontare la giornata. La sera,
invece, uno va a rifugiarsi nel sonno, anche se può svegliarsi dopo qualche ora e rimanere lì con gli occhi
sgranati in preda di questa sofferenza. Nella NEVROSI d’ANSIA, invece, uno sta peggio la sera: alla
mattina uno si sveglia rilassato e nel corso della giornata accumula accumula le tensioni e lo stress che gli
aumentano le quote d’ansia sicchè la sera è ansiosissimo, quando va a letto dura fatica a prendere sonno,
si addormenta in genere molto tardi
con dei picchi di ansia serali.

Spesso è significativa anche come diagnosi differenziale: nelle forme di depressione primaria uno sta
peggio alla mattina, nelle forme di ansia uno sta peggio alla sera. Ritornando alla depressione diciamo che
uno si sente molto debole: astenia, adinamia mancanza di energia per compiere le cose di tutti i giorni;
anedonia, mancanza di piacere nel fare le cose di tutti i giorni. C’è una sofferenza profonda: spesso non si
sente capito dagli altri; il tempo non passa mai, manca il futuro, non c’è il progetto di vita, ma il
rimuginare del passato; sensi di colpa spesso immotivati. Però nelle forme gravi c’è spesso il desiderio di
morte, perché la vita non merita di essere vissuta, o vere e proprie idee suicide o tentativi di suicidio reali.
La vita non ha più senso, ci possono essere frequenti crisi di pianto oppure ci sono anche forme di
depressione arida in cui non riesce a piangere e poi si sente in colpa perché non riesce a piangere.
Spesso ci sono persone ipertimiche, cioè piene di verve, di gioia di vivere, allegre, divertenti, di
compagnia e poi improvvisamente piombano in uno stato depressivo. La depressione ha comunque una
predisposizione cinetica e poi vi sono fattori ambientali. Ci sono dei fattori che possono essere
depressogeni tipo situazioni di abbandono nell’infanzia, perché la depressione è legata molto
all’abbandono. C’è una perdita alla base di una depressione, una perdita reale o temuta o immaginaria: la
perdita dell’oggetto d’amore, la perdita della madre. Si è parlato dell’animale che viene aggredito, in
questo caso si parla di animale che viene abbandonato, il cucciolo che viene abbandonato e quindi si trova
disperato e solo nel mondo ed è come se si lasciasse morire. E’ solo e si trova solo di fronte alla morte,
per cui c’è questa sensazione di morire.
C’è da dire un’altra cosa. Tutti noi quando attraversiamo situazioni di paura, attraversiamo situazioni di
depressione, perché quando vogliamo la mamma e la mamma non risponde subentra il sentimento di
abbandono, di non essere curati e altro. Quindi, esperienze di tipo depressivo ci sono sempre e si
accumulano negli anni. Poi ci sono quelle situazioni di per sé naturali che sono i lutti. Se una persona ci
abbandona o muore c’è un lutto e il lutto richiede un periodo di elaborazione. Se ci muore una persona
cara, per un periodo stiamo male: ci viene sempre in mente, ci viene da piangere, ci sembra che la vita
non abbia più un senso. Questo periodo che può durare qualche mese o può durare uno due anni si chiama
elaborazione del lutto.
Le depressioni che si sintonizzano con i ritmi circadiani del giorno o con i ritmi stagionali non sono delle
vere e proprie depressioni, ma sono più forme di depressioni lievi secondarie all’ansia: uno si sente
rinascere con il giorno e morire alla sera, ma c’è molta empatia in tutto questo, non c’è un distacco
profondo come c’è nella depressione. Nella depressione c’è come un qualcosa che si rompe dentro,
desincronizza dal tempo esterno, per cui non c’è più futuro né mattina o sera. Alla mattina ha l’angoscia
di affrontare un’altra giornata senza scopo. E poi il pericolo più grosso è semore quello del suicidio.
Appena stanno un pochino meglio e la prima energia che trovano in sé è tale la sofferenza che ancora
sentono che li spinge a fare i tentativi di suicidio. Possiamo trovare la depressione in tante altre situazioni:
in situazioni di vergogna, nei disturbi schizofrenici, nei suicidi su base impulsiva (sono tanti i casi di
suicidi). Se come counselor vi capita un depresso è il caso di mandarlo da un buon specialista.
La depressione spesso risponde bene anche a dei farmacia antidepressivi che non sono poi tanto pesanti
dal punto di vista tossico. E’ chiaro che quanto più uno riesce a lavorare le cause e i sentimenti ache
stanno alla base della depressione tanto più uno guarisce. Altrimenti con la cura faramcologica uno esce
dall’episodio per poi ricadere dopo, perché il problema rimane alla base.

La depressione naturale è periodica e episodica. In genere sono episodi di depressione: uno crolla nella
depressione e se viene lasciato la depressione dura da un minimo di sei mesi fino a due, tre anni. Con le
cure dura un po’ meno e poi se a queste si abbinano interventi di tipo psicoterapeutico importanti si
ottengono dei buoni risultati. Ad es. nelle forme di depressione grave una degli interventi più efficaci
(molto più efficaci dell’elettroshock che vengono ancora fatti dalla maggior parte dei medici attuali che
hanno una formazione organicista, cioè vedono tutto in funzione dell’ attivazione cerebrale dei neuroni. Il
criterio è “se i neuroni non rispondono ai farmaci, bisogna dare una scossa ai neuroni. Come dire, se
cambiando la pila alla televisione e quella non funziona si prova pigliarla a martellate per vedere se
qualche circuito ritorna un po’ in funzione. L’elettroshock è abbastanza pesante, devono fare
un’anestesia, poi emettono queste scariche elettriche profonde che si scaricano nel cervello, dal cervello si
scaricano lungo la colonna vertebrale e da lì attraverso i nervi periferici. Nel passato gli elettroshock
andavano a determinare una contrattura spasmodica di tutti i muscoli scheletrici. Tutti i muscoli che
contemporaneamente agli antagonisti si contraevano - i muscoli flessori con i muscoli tensori – spesso
procuravano delle vere e proprie fratture dalla violenza di queste scariche.
Oggi questo viene risolto, perché ovviamente viene fatta una leggera anestesia – quindi la respirazione è
assistita – e poi viene curarizzato, cioè viene somministrato il curaro che provoca paralisi in modo che
quando arriva la scarica elettrica non provoca le contrazioni muscolari e con questa scarica elettrica (dopo
sette, otto cicli di elettroshock) in alcuni casi la depressione si risolve.
Una volta, si applicava la piretoterapia fatta con la plasmosi della malaria o altre sostanze, per
determinare eccessi febbrili che potevano procurare compulsioni. Come anche si ricorreva allo shock
insulinico procurato con iniezioni d’insulina di tipo ipoglicemico. Oggi queste due pratiche sono cadute
in disuso, mentre l’elettroshock viene sempre fatto nelle cliniche specialmente nei casi che non
rispondono ai farmaci e nei casi di depressione molto inibita. Invece, quello che voglio dire a voi è che
questi casi di depressione inibita rispondono molto efficacemente e rapidamente di quanto non
rispondano gli elettroshock, e sono le tecniche di maternage. Le tecniche di maternage, secondo me,
dovrebbero costituire un settore importante nella formazione dell’operatore olistico non perché vanno a
curare la depressione, ma perché se si cominciano a creare delle équipes per lavorare sui disturbi
psichiatrici, bisognerà fare delle convenzioni con gli operatori olistici, per cui se c’è da fare un intervento
di maternage su un depresso anziché su uno schizofrenico, deve saperlo fare.
Gli interventi di maternage sono dare molta presenza e contatto alla persona. Ci sono vari sistemi per
farlo, ma un minimo andrebbero imparati e c’è da dire che sono applicazioni lunghe. Il trattamento di
maternage deve durare dalla mattina alla sera, per cui gli operatori devono darsi il cambio. Danno dei
risultati incredibili, aiutano la persona ad uscire definitivamente dalla depressione o perlomeno sblocca
l’episodio depressivo in maniera non cruenta, ma in maniera estremamente accogliente, estremamente
umana. E‘ una bellissima esperienza, molto faticosa, ma molto bella e la persona che esce dalla
depressione ci esce, perché si è sentita estremamente accolta. E’ come un bambino abbandonato nel
mondo che viene ripreso, mentre nell’elettroshock c’è un’amnesia, la scarica elettrica procura un’amnesia
di tutto quello che ha procurato la depressione e si sblocca, salvo poi a ritornare come prima.
Ci sono varie forme di maternage, bisogna sapere come mettere le mani, entrare in contatto con le
pulsazioni, entrare in sincronia con il respiro, ci sono anche parecchi accorgimenti sulla comunicazione
corporea non verbale. Sarebbe utile fare degli esperimenti su questo.
Il maternage è poco conosciuto, non viene insegnato né nelle università nè nelle scuole infermieristiche.
In alcuni casi sono riuscito con alcuni infermieri a decidere di fare il maternage ottenendo degli sblocchi.
Da un certo punto di vista l’elettroshock è anche etico, perché quando voi vedete una persona che passa
mesi di depressione, che non può più muoversi, che resta bloccato, che non risponde a nessun tipo di
farmaco e passa la sua vita così deperendo anche organicamente, piuttosto che nulla si ricorre
all’elettroshock. In certi casi funziona, non lo demonizzo. Ma se ci sono tecniche di accoglienza non solo
più umane, ma anche più efficaci, cerchiamo di portarle avanti noi.
Siccome la caratteristica della depressione è che il tempo non passa mai, tutte le tecniche che lo aiutano d
accelerare sono le tecniche allopatiche. Fissiamo questo concetto. Nelle forme di depressione grave
questo non funziona: pur sollecitando la persona, non ce la fa, perché è proprio la volontà che gli manca.
Anzi, sentendosi sollecitato e non facendola si sente anche in colpa e incompreso e tutto ciò aggrava la
depressione e si dispera. Non funziona questo. D’altronde se voi pensate quando siete tristi, non avete
voglia e arriva qualcuno lì con musiche rock e fa casino con urla e risate, vi dà fastidio, perché non vi
sentite in sintonia. Se, invece, trovate qualcuno o che vi si stende accanto o cerca d’indurvi a fare dei
movimenti molto lenti con musiche lente e un po’ melanconiche vi sintonizzate con loro e nello stesso
tempo vi trasformano. Dopo non è più una melanconia disperata, ma diventa un entrare in contatto e
armonizzarsi con l’esterno attraverso questo sentimento di depressione.
Così, oltre al maternage tutte le tecniche di musica, di movimento possono aiutare lui a sintonizzarsi con
te o con l’esterno e quindi sono efficaci.
Come si fa a sfuggire a sentimenti profondi?
Si agisce, si ride, ci si muove, si scherza, ci si affaccenda. Questo ci aiuta a uscire.


MANIA ED ECCITAMENTO MANIACALE

Passiamo alla MANIA o ECCITAMENTO MANIACALE. Abbiamo l’innalzamento del tono dell’umore.
La persona si sente allegra, euforica, parla troppo, è logorroica, esageratamente piena di energia. Però non
è la semplice euforia o allegria, la persona viene trascinata, non controllata, scherza sempre, cìoè un
continuo fluire di idee senza freno come se fosse preso da una corrente senza possibilità di controllo di se
stesso. Per questo motivo sono molto disturbanti verso gli altri. Non riescono a progettare nulla in questo
vortice di idee, di parole; spendono tutto facendo regali inutili. Se qualcuno vuole frenarli diventano
aggressivi, si arrabbiano, rispondono male, offendono senza controllare quello che dicono, esagerano,
infastidiscono. Hanno questa carica energetica enorme, mangiano molto, senza limite, la notte dormono
pochissimo, spaventano gli altri perché molto minacciosi, anche se sono meno pericolosi dei depressi.
Passano dalla logorrea alla disporia, all’umore nero. Vengono spesso ricoverati con i ricoveri coatti nei
TSO-Trattamenti Sanitari Obbligatori. Prendono la roba senza pagare, non per rubare, ma magari la
lasciano lì o la regalano a quell’altro. In questo bagordo di idee, di movimenti, di gesti vivono come
trascinati dal tempo: per loro non c’è né futuro né passato. Nell’eccitamento maniacale rave, cioè
psicotico, c’è un affaccendamento improduttivo, afinalistico, inconcludente. Non riescono a concludere le
cose. Ecco, tutto questo eccitamento per non sentire in realtà la profonda sofferenza che c’è sotto.
Poi ci sono gli ECCITAMENTI IPOMANIACALI, dove c’è un po’ di euforia, però viene mantenuta la
capacitò di rapportarsi in maniera rispettosa con l’altro.
Allota il DEPRESSO non si nota, passa inosservato, è lì tranquillo, il MANIACO lo si nota subito. Non
sembra vero, ma la mania e la depressione sono la stessa cosa. Infatti si parla di psicosi maniaco-
depressiva, una malattia che è caratterizzata da fasi di depressione (si abbassa il tono dell’umore), fasi di
normalità e di equilibrio affettivo e fasi di eccitamento e così via.
Nella depressione abbiamo un rallentamento del tempo, del corpo, delle idee; la depressione è
all’impronta del rallentamento. Ogni tecnica di rallentamento tipo le asana dello yoga o il Tai Chi può
entrare in contatto con gli aspetti depressivi e trasformarli. Anzi, si può dire che la depressione è quasi un
tentativo irrealizzato, inconcluso di modificare il proprio modo di essere per realizzare uno stato di
coscienza, uno stato di essere diverso. Ecco, perché utilizzando tecniche analoghe lo si aiuta in fondo.
Nell’ECCITAMENTO MANIACALE si tenta la strada opposta: le danze estatiche, le danze dionisiache,
le danze guerriere, dove si danza tutta la notte in modo frenetico, l’energia sale sempre di più fino a che
arriva ad un punto di rottura mentale o di blocco in cui si può avere esperienze mistica. Nel maniacale
succede lo stesso e abbiamo l’arresto improvviso che viene definito ‘stupor maniacale’. E’l’equivalente di
una condizione di estasi, però realizzata in maniera patologica e incompleta. Però, vedete l’analogia. Sia
la depressione che l’eccitamento maniacale sono quasi dei tentativi di trasformazione analoghi a delle
tecniche di trasformazione dello stato mentale realizzato in maniera diversa. Vi porto l’esempio di una
persona pesantemente sofferente di eccitamento maniacale a cui proposi, assieme ad un’ infermiera, delle
tecniche mutuate dalla ‘dinamica ‘ di Osho. Nel provare se saltava si scoprì che l’unica maniera a cui lui
rispondeva bene erano gli urli. Si urlava e si saltava tutt’e tre per circa mezz’ora, finchè fu lui stesso a
fermarsi e stette bene. Questa esperienza non l’ha guarito definitivamente (ha avuto delle ricadute alcuni
mesi dopo), ma ha prodotto un’interruzione dell’episodio senza ausilii farmacologici. E’ interessante,
perché si è creato la prescrizione paradossale del sintomo (invece di invitarlo a star calmo e fermo lo si
incitò ad urlare) e poi lo si fece assieme a lui, per cui si creò un contesto che si armonizzava con il suo
stato e, infine, si aiutò a compiere quel processo che in lui era spontaneo, quello dell’eccitazione. E’ una
tecnica simile a quella delle danze estatiche o dei tarantolati che se portata a termine la persona realizza
un suo percorso. E’ una terapia omeopatica, anzi psico-omeopatica. Come nel depresso che va bene il
maternage o rapportarsi con musiche calme, con lui andava bene entrare in questa ‘danza estatica’
comune. Non è semplice, perché bisogna individuare caso per caso la modalità in base a quello che il
paziente sente e crearlo con lui. Bisogna creargli un contesto in cui urlare insieme vuol dire vivere in sé
un’esperienza profonda. Ripeto nell’ECCITAMENTO MANIACALE, dietro tutto questo ridere e parlare
e scherzare incontrollato c’è un fondo di sofferenza e di solitudine profonda. Chiaramente non è facile
farlo, è un sistema che richiede strutture adeguate (tipo stanze sonorizzate), ma alla fine si possono
ottenere dei buoni risultati


LA SCHIZOFRENIA: ALLUCINAZIONI E DELIRI

Passiamo ad un altro quadro: la SCHIZOFRENIA. Dal greco significa mente divisa o mente dissociata.
Alla base della schizofrenia c’è un distacco dalla realtà. Voi pensate al povero animale che si diceva
prima, che si trova in balia di una minaccia terrificante, non può combattere, non può scappare e ad un
certo punto crolla. Nel mondo di oggi non siamo più nelle condizioni dell’animale primitivo in cui il
pericolo era dato dall’animale che ci minaccia. E’ raro ritrovarci in queste situazioni, tranne in guerra o
attacchi terroristici. Quotidianamente, però, viviamo una miriade di microminacce: la minaccia
dell’esame, la minaccia del professore, del padre, dei compagni che ci giudicano, del capoufficio.
Viviamo il rischi di non essere compresi, di essere disprezzati, di perdere la stima; sentiamo l’ostilità, la
diffidenza, la vergogna, il rifiuto, l’indifferenza degli altri. Viviamo continui attacchi che a volte ci
suscitano rabbia, quindi reagiamo, a volte paura e allora andiamo in ansia; a volte ci sentiamo tristi e
incompresi, soli e allora andiamo in depressione; a volte reagiamo facendo gli spiritosi, atteggiamento di
tipo maniacale. Vedete che queste patologie in fondo le vivono tutti, solo che nelle malattie acquisiscono
un’eclatanza maggiore. Nella schizofrenia si stacca. Si staccano i contatti dal mondo reale, come se di
fronte a questo mondo tremendo che ci minaccia, ma che può essere anche il frutto di tante minacce che
ci succedono dall’infanzia. Ad un certo punto si stacca., come l’animale di fronte all’altro animale che lo
minaccia e crolla. E lì si perde il contatto con la propria mente.
Allora, se l’io non controlla più i propri pensieri, cosa succede? Cosa succede in un’orchestra se manca
un direttore d’orchestra. Ognuno suona gli strumenti senza ascoltare gli altri e anziché una sinfonia si
realizza una cacofonia di suoni in conflitto fra loro. Questa è la schizofrenia. Nella schizofrenia abbiamo
un’incapacità di entrare in contatto con gli altri. Il soggetto è chiuso, artistico. Il pensiero è dissociato,
cioè le frasi sono sconclusionate, senza senso. Nelle forme più gravi c’è la cosiddetta SCHIZOFASIA,
cioè linguaggio dissociato. Oppure ci può essere la cosiddetta PARANIMIA, cioè esprime le emozioni in
contrasto con quel che dice.
Un altro sintomo tipico della schizofrenia è il DELIRIO. Il delirio è una convinzione errata di cui il
soggetto è estremamente e saldamente convinto, una convenzione errata in cui il soggetto è saldamente
radicato e che non recede né alla critica né alla dimostrazione del contrario. Ad.es. uno dice di essere
angosciato, perché ci sono tutti gli agenti della CIA che si sono alleati con Putin e il KGB e gli vogliono
fare la pelle. E vede in qualsiasi situazione e oggetto la prova del complotto e della persecuzione. E in
tutto questo c’è una grande sofferenza.
C’è una differenza tra il DELIRIO PARANOIDE e la SCHIZOFRENIA. Nella schizofrenia c’è la
dissociazione delle idee, paranimia, insalata di parole,chiusura autistica, comportamenti bizzarri,
atteggiamento un po’ incongruo. Lo schizofrenico si nota subito. Nella paranoia c’è un delirio cronico,
lucido, sistematizzato, incistato, in assenza di altri sintomi. Il paranoico, però, ha conservato ancora una
buona struttura della personalità, per ci è difficile sgamarlo. Lui è convinto di ciò che pensa e dice ed è
difficilissimo smantellarlo.
Sapete quanti paranoici sono fra noi che non ce ne rendiamo conto? Un delirio recente è il delirio da
Ecelon è il satellite che si dice che controlla tutti i computer. C’è gente che ha sviluppato dei deliri su
questo e pensa ad.es: “Tutte le volte che accendo il computer si mette in contatto con me, perché sa che io
non la penso come Bush. Sicuramente mi hanno individuato. Quindi se io scrivo una cosa mi
perseguitano, per cui io non posso collegarmi con internet. Dal satellite riescono ad osservare tutti i miei
movimenti.” Se avete un ricevitore satellitare in automobile vi accorgete che in ogni momento vi dice
dove siete, che strada dovete prendere. Quindi, si sviluppano con facilità questi deliri. Una volta c’erano
le streghe, i fantasmi, c’erano gli agenti segreti e a seconda del contesto culturale sviluppavano i loro
deliri persecutori. Bene, questa è la PARANOIA che è una forma di psicosi, perché c’è una alterazione
profonda nei confronti della realtà.
Ritornando alla SCHIZOFRENIA ci può essere un delirio di tipo paranoico, ma in genere è meno
strutturato. Mentre un paranoico vi dirà tutto e vi porterà le prove, lo schizofrenico non sarà così
strutturato. Quindi il paranoico è mentalmente è una persona integra, però c’ha questo delirio. Al di fuori
di questo delirio (per questo è incistato, e come se avesse una ciste del pensiero), è una persona
normalissima, spesso intelligente, brava, di compagnia. Se, però, vai a toccarle quel tasto, lì lo disturba.

Poi, un altro sintomo tipico della schizofrenia sono le ALLUCINAZIONI. Le allucinazioni sono
percezioni di oggetti o situazioni che non esistono e che il soggetto è convinto che siano reali. Possono
essere allucinazioni visive, uditive, tattili, gustative. Le allucinazioni sono le percezioni senza oggetto. Le
più frequenti sono quelle uditive: sentono le voci. Tipiche sono le voci che commentano i suoi atti. E’
come se fosse il pensiero che commenta me stesso, ma è un pensiero sonorizzato, come se fosse una voce.
Sente la voce: “Sto camminando, sto parlando, ecc.” oppure
sono voci che criticano se stesso: “Guarda che scemo che sei, guarda che non sei all’altezza ecc.”
Quindi voci svalutative, voci offensive. Oppure sentono voci che colloquiano fra loro, il buono e il
cattivo, l’angelo e il diavolo, o delle persone che parlano con altre persone. Per il delirante le voci sono
sempre esterne e quindi non è lui che se le immagina, ci sono e se ci sono qualcuno gliele manda. Allora
c’è qualcuno che lo perseguita con le voci: “Mi mandano le voci perché ce l’hanno con me, perché mi
vogliono offendere, perché mi vogliono trattare male.” La persona si sente oppressa e assillata da queste
voci. Poi, ci possono essere le allucinazioni visive: uno vede il diavolo o la Madonna, ma sono più rare.
Oppure quelle olfattive, sente gli odori. Quelle più tipiche sono quelle uditive. E’ chiaro che come
counselor non potete prendere un caso di schizofrenia. Per un caso di paranoia, se vi chiede di fargli un
massaggio va bene, ma non altro. Ecco, direi che i principali quadri psicopatologici li abbiamo fatti.

D: “Ma io credo che la patologia non è mai così netta dalla realtà, non è così?”
R: “Non è netta. Ad es. prendiamo il DELIRIO, si fa presto a dire il giudizio errato di realtà, ma chi lo
decide che è sbagliato? D’altronde, come sono nati i santi? Uno ha cominciato a dire ‘vedi, lui mi ha fatto
il miracolo e mi ha guarito’. I santi sono nati dalle convinzioni che gli altri avevano di essere stati guariti
o miracolati da qualcuno. Può essere anche vero., però è anche vero che io ho ho conosciuto lei e il suo
contatto mi ha creato un qualcosa che mi ha fatto star bene. Però, se lei è devota della Chiesa cattolica
può esser fatta santa, ma se fosse una dedita ad altri culti secondo la Chiesa cattolica non è più santa. A
questo la domanda è ‘è lei che mi ha fatto guarire o sono io che grazie alla relazione con lei ho attivato un
percorso di guarigione in me?
Quindi è delirio o non è delirio? Questo vi dico perché dietro il delirio ci sono tante cose. E’ chiaro che i
deliri nella loro grossolanità sono evidenti. Uno dice: “C’è una trama che mi vogliono ammazzare eppure
il sono il capo del mondo”. Però, cosa c’è sotto: c’è il bisogno di dire che valgo qualcosa, ho il bisogno di
affermare me stesso? I deliri ci parlano, per cui forse se li ascoltiamo seriamente il delirio si destruttura.
Di fronte a un delirio ci sono due atteggiamenti sbagliati: uno è quello di rinforzare il delirio dandogli
ragione. L’altro ragionamento opposto è quello di dargli torto. In entrambe i casi è sbagliato. Un’altra via
consiste nell’accogliere la sofferenza che sta sotto senza entrare nel merito del delirio. Il delirio è la
copertura di qualcosa che sta sotto. Es.: “la gente ce l’ha con me, vuole farmi la pelle.” “Certo che nelle
condizioni in cui ti trovi devi sentirti molto angosciato”. Dicendogli questo non entro in merito al delirio,
non gli dico se ha ragione o torto. Per il delirio non funziona, quello è un suo mondo, una sua creazione,
ma l’angoscia che mi trasmette è quella con cui posso entrare in contatto. E lui si sente accolto nella sua
angoscia e non ha più bisogno di usare il suo delirio per esprimerla. Così tolgo potenza al delirio
altrimenti lo rinforzerei. Il delirio è una costruzione immaginativa per dare un senso alla sofferenza che
uno sente. Ma tutti i costrutti teorici sono così. Quando io dico “esiste la meditazione, esiste la cosa che
do per scontato”, sono costruzioni della mia mente. Però è una verità e resta verità fintanto che è
condivisa da chi è partecipe di un certo modo di pensare. Oppure quella costruzione della mente se è
confermata da più persone diventa verità. Ma alla fine è un delirio questo o è una convinzione
culturalmente indotta? È una convinzione culturalmente indotta, è un costrutto culturale e quindi non è un
delirio.
Importante è vedere queste cose anche con un po’ di umorismo, non su chi ci soffre, ma su di noi. Noi ci
si casca su queste cose e non ci rendiamo conto. Quindi, è importante avere sempre questa elasticità
mentale e rendersi conto che le nostre verità non sono assolute e avere maggiore comprensione e
accettazione per la verità dell’altro.



















ooooOOOOOoooo


L'ENNEAGRAMMA: RELAZIONI E DIALOGO DELLE VOCI

Prof. Enrico CHELI:
Oggi ci occuperemo di relazioni interpersonali. Useremo l’Enneagramma che è uno dei metodi per
comprendere le dinamiche interpersonali partendo dalla personalità. Non vorrei darvi solo questa visione
anche perchè gli scopi di questa settimana è quello di darvi una panoramica dei vari metodi, per cui non
si potrà approfondire alcun metodo. Importante è, però, che riusciamo a mettere a fuoco alcuni punti su
cui i vari metodi concordano anche se sono nati in luoghi ed epoche storiche molto diversi. Ad es.
l’Enneagramma sembra che sia un metodo antichissimo, portato da Gurdijeff all’inizio del ‘900 e che i
Sufi utilizzavano da secoli o millenni. Altri metodi sono nati nel XX° sec. con lo sviluppo della
psicologia occidentale e da autori che nemmeno sapevano che esistesse l’Enneagramma e che, però, sono
arrivati a conclusioni simili. Quello che vorrei fare è mettere a fuoco i punti centrali e poi andare al
metodo. I punti centrali siamo noi. L’Enneagramma parla di noi, parla della differenza dell’essenza e
della personalità, parla di come si costruisce la personalità durante l’infanzia. Ci aiuta anche a capire
come differenti personalità entrano in conflitto oppure in armonia. Un altro metodo. invece, è la
psicologia analitica di Jung che partendo da altri presupposti per alcuni aspetti arriva a conclusioni simili.
Ognuno di noi durante l’infanzia sviluppa delle zone d’ombra, o meglio, sviluppa delle zone di luce,
mentre le altre non le sviluppa. Alcune zone di noi rimangono del tutto ignote pur essendo presenti nella
ns. potenzialità: rimangono inesplorate, peggio ancora, represse.
Un altro metodo ancora è il Dialogo delle voci che parte da una base indiana e poi sviluppa il discorso in
maniera molto più dinamica e interpersonale. Secondo questo metodo ognuno di noi ha una personalità
molteplice che è composta da sub-personalità. Quindi, il mito dell’uomo tutto d’un pezzo che molti anni
fa era molto sentito in occidente, è un mito del tutto privo di fondamenta. Non esiste un uomo tutto d’un
pezzo e non esiste una donna tutta d’un pezzo, o meglio, può esistere in maniera innaturale se l’essere
umano forzando e reprimendo certe parti di sé, fingendo, ecc. può sembrare esteriormente di essere tutto
d’un pezzo. Dentro, in realtà, nessuno lo è: tutti noi abbiamo molte sub-personalità. Una facile confusione
legata molto al cinema di una certa divulgazione della psichiatria un po’ sensazionalistica - si parla di
personalità dissociata o di doppia personalità - ci fa venire in mente ad es. dr. Jekill e Mr. Hyde questi
personaggi psicopatici. Quindi, appena parliamo di una personalità multipla pensiamo ad una patologia.
In realtà non è così. Di una personalità alcune sub-personalità ci sono note, altre ci sono ignote. Nel
mondo molto semplice del dott. Jekill il discorso era semplificato: una personalità era nota e l’altra era la
sua ombra. In realtà noi abbiamo anche dieci note e altrettante in ombra. L’aspetto psicopatologico si
innesta nel momento in cui la forza della repressione è talmente alta che sulle personalità represse si va a
impuntare una grandissima quantità di energia. Il dott. Jekill viveva in una società vittoriana molto
repressiva sulla sessualità, sulla trasgressione. Di conseguenza tutte queste energie andavano a convergere
in un’unica sub-personalità ed ecco che lì si innescava una patologia.
Nel passato e’ stata molto comune la patologia degli indemoniati. La tratta anche Aldous Huxley nel suo
libro “I diavoli di Loudon” da cui è stato fatto anche un film di Ken Russel, dove un intero convento di
suore diventa un nido di indemoniate. In realtà, è semplicemente la loro energia sessuale repressa e
attivata da un prete giovane di questa cittadina che fa innamorare una dietro l’altra le varie suore che,
però, non possono ammettere a se stesse di essersi innamorate di un prete. Ecco che le loro forti energie
sessuali fuoriescono sottoforma di deliri da indemoniate: si buttavano per terra, si strappavano le vesti, si
denudavano, dicevano oscenità dando così sfogo alla loro sessualità repressa. Era l’unico modo in cui
potevano esprimere questa energia. Il nostro inconscio cerca delle vie d’uscita e siccome queste energie
sono molto potenti possono andare in due direzioni: o esprimersi o retroflettersi. Se si esprimono dipende
dal contesto sociale. Nell’800 l’unico modo di esprimere quel tipo di energia era appunto o svenire o il
delirio delle indemoniate. Oggi la cosa è molto più libera, anche se non del tutto.
L’altra modalità è di dirigere queste energie contro noi stessi e sono alla base di tutte le malattie
psicosomatiche. Un organo viene eccessivamente caricato di energia o indebolito e si crea un corto
circuito. Pensate ad una persona identificata come un/a bravo/a ragazzo/a che ha una forte rabbia dentro
e non deve esprimerla, per cui comincerà a manifestarla sottoforma di tensioni muscolari, di
digrignamento dei denti, tensioni diaframmatiche ecc. che a lungo andare potranno creare delle patologie
fisiche o psichiche, compresi gli attacchi di panico.

Un'essenza tante personalita'
Detto questo facciamo un po’ di ordine. Intanto fissiamo il concetto base che è questo: la personalità è
molteplice e dentro di noi ci sono tante potenzialità, tante energie diverse, tanti desideri diversi. Cosa
succede quando una molteplicità come questa immaginata come tanti semini diversi di una pianta.
Ognuno di noi ha un corredo di semi, dove alcuni sono uguali per tutti - tutti abbiamo la pulsione
sessuale, la sopravvivenza, la propensione al contatto con gli altri- e poi una serie di semi peculiari. C’è
chi ha più movimento motorio, artistico, musicale o chi è più di cuore, emozionale ecc. Già nei neonati
notiamo alcune differenze: chi è più estroverso, chi è più vorace, chi mangia poco, però, il grosso delle
differenze si vede man mano che crescono, perché questo pacchettino di potenzialità comincia a
scontrarsi con il terreno di coltura. Mica tutti i semi che vengono seminati germogliano. Dipende dal tipo
di terreno, da quanto vengono annaffiati e da quanto sole ricevono.
Nel mio modello il sole è l’amore, la luce, l’amore consapevole, l’acqua sono le emozioni e il terreno è il
corpo. Questi sono i tre fattori che influenzano la crescita di questi semi. Questi semi sono il corredo
dell’essenza, ciò che ognuno di noi è l’essenza al momento della nascita. Le essenze non sono uguali per
tutti. I punti comuni che valgono per tutti noi sono: la voglia di sopravvivere, il bisogno di dare e
ricevere amore, il bisogno del contatto fisico, il bisogno di interazione sociale.
L’essenza comincia a confrontarsi con il terreno che è la società in cui viviamo e la cultura della nostra
famiglia: una famiglia bigotta, atea, comunista, apolitica, rigida, flessibile, impegnata verso i figli,
permissiva, che tipo di padre c’è, che esempi danno i genitori ecc. Tutto ciò è molto importante, perché
rappresenta le tre variabili menzionate prima: il calore che è il sole - la famiglia sostiene i figli?
Comunicano il loro amore ai figli? Glielo fanno sentire? E quanto? Ci sono tanti figli? Perché più figli
sono più l’amore viene ripartito: una buona regola sarebbe che ci fossero un adulto per ogni bambino e
possibilmente con genitori attenti e capaci di dimostrare amore, perché non basta pensare di amarli.
Pensate alle famiglie dove c’erano 8, 10 figli con un adulto solo, la madre, che doveva dividersi.

L’amore
Quindi quello che conta è l’amore che veramente si riceve, non soltanto l’intenzione. Certamente c’è
anche la qualità di questo amore, un amore di alta qualità che nutre, Molto spesso noi chiamiamo amore
ciò che amore non è, bensì è possessività, dipendenza e altro. Il bambino ha bisogno di cure e attenzione
costanti. Si è visto negli orfanotrofi dove c’è una differenza enorme tra bambini toccati o non toccati
dalle infermiere. Quindi, il punto di vista del bambino è importante che il sole irradi parecchie ore al
giorno altrimenti il bambino non cresce. Ci sono, purtroppo famiglie ingolfatissime che non riescono
nemmeno gestire il primo figlio che già arriva il secondo. La procreazione consapevole non è soltanto
quella di decidere di avere un figlio, ma di chiedersi se è il momento opportuno o se si è in grado di
averlo.Quindi, il primo punto fondamentale è l’amore, la quantità di amore. Poi vedremo la qualità.


Il terreno e la cultura
Il secondo aspetto altrettanto fondamentale è il terreno: è un terreno libero o ci sono molti sassi? I sassi
sono i blocchi, i vincoli. In una famiglia che è molto controllata significa che alcuni di questi semi cadono
in terreni non fertili o addirittura dove c’è del diserbante: “sta attento, non toccarti lì” oppure “te non fare
la femminuccia, te non fare il maschiaccio”. Così si reprimono alcune potenzialità. Altre non vengono
represse, ma semplicemente non vengono stimolate perché non riconosciute per incapacità della famiglia
stessa. Se il piccolo Mozart fosse vissuto in una famiglia rozza e ignorante non avrebbe avuto l’occasione
di esprimere il suo talento.
Quindi, la cultura della famiglia è fondamentale. Oggi la famiglia è tendenzialmente composta dai due
genitori, mentre nel passato il sistema famigliare era molto più complesso. Oltre la cultura della famiglia
abbiamo la scuola, dove il bambino passa molto tempo. Anche la cultura proposta a scuola fa sì che
alcuni lati dell’essenza si trasformi in personalità oppure no. Lo stesso i mass-media. Ormai i bambini già
dai due anni vedono i cartoni animati che sono tutt’altro che neutri. Pensate anche a quelli più innocui
come potrebbero essere Tom e Jerry dove la realtà è una lotta continua. Si mandano messaggi in cui si
interagisce combattendo. Vale la legge o del più astuto o del più forte. Sembrano carini, mentre sono
altamente diseducativi. Poi, se gli adulti fanno la lotta dei galli o dei cani vengono messi in galera, i
bambini invece possono guardare la lotta dei Pokemon alla televisione. E se qualcuno di loro, da adulto,
fa la lotta dei cani e dei galli non c’è da meravigliarsi. Vedete, ci sono varie influenze.
Infine, l’acqua, le emozioni. Supponete che il nostro aspirante bambino Mozart un bel giorno trovando un
pianoforte in casa - se non c’è il terreno adatto l’acqua è del tutto inutile - comincia a strimpellare
facendo questo prova delle emozioni: sorpresa, meraviglia, entusiasmo. E come reagisce la famiglia? Lo
lascia fare? Gli dice che è stonato? Dice che non suona bene? Questo è il sostegno che crea certe
emozioni positive o negative associate a ciò che fa il bambino. Quando il bambino fa il prepotente, quale
atteggiamento assumono i genitori? Che se gliela danno vinta, per il meccanismo del rinforzo, quel
meccanismo tenderà a ripetersi. Se non gliela danno vinta quel comportamento non si manifesterà più,
scomparirà. Da ricordare che un certo grado di comportamento aggressivo è utile, ma c’è una differenza
importante fra aggressività e rabbia, collera e distruttività. Ci sono varie gradazioni. Aggressività deriva
dal latino ‘aggredi’, aggredire, andare verso. In termini orientali potremmo chiamarla energia yang, attiva,
direzionata e se è molta può diventare aggressiva.
Quindi, una certa quantità di energia aggressiva è importante per difendersi, per far valere le proprie
ragioni, un eccesso non va bene. Quello che fa la differenza è il modo in cui noi sappiamo gestire questa
energia. E’ un modo consapevole o è un modo automatico? E’ un modo in cui noi valutiamo se è il caso
di usarla in questa situazione oppure io ho un meccanismo del “tutto o niente”, per cui quando si discute
e il conflitto supera una certa soglia a quel punto lì mi arrabbio ed esplodo. Questo è un automatismo del
tutto inconsapevole. Molte persone hanno paura dell’aggressività, specialmente molte donne salvo poi
cercarsi un partner forte, sicuro di sé, anche un po’ prepotente. La paura è ingiustificata, non è l’energia
di cui dobbiamo aver paura, ma la nostra incapacità di gestirla. Purtroppo la nostra cultura, dalla famiglia
alla scuola, questa cosa non l’ha mai capita, per cui noi andiamo avanti per dualismo: o sì o no. Senza
pensare che ogni energia è un continuum tra due poli che, a seconda della situazione, può essere o non
può essere appropriata. Nessuna energia è negativa in assoluto. Tutto ciò che esiste nell’essere umano ha
un qualche scopo relativamente a certe situazioni. Se mi stanno per ammazzare, la capacità di contro-
aggredire può salvare la vita a me, ai miei figli, ad altri. Chi l’ha detto che una persona allevata in una
cultura quacquera o giainista, talmente distaccata dalla propria aggressività che nel momento del bisogno
non è capace di difendersi e si fa ammazzare.
Quindi, vedete che entriamo nel campo del relativismo. A seconda della cultura in cui cresciamo ecco che
certi tratti possono esprimersi, non possono esprimersi o vengono repressi. Quelli che possono esprimersi
vanno a costituire quella comunemente detta la personalità. In realtà noi impariamo tante modalità
diverse. Io imparo in certe situazioni ad essere gentile ed accondiscendente, in altre invece imparo a
pestare i pugni sul tavolo, in altre ancora imparo a proteggeremi. Ognuno di noi sviluppa le sue sub-
personalità consentite, il suo mazzolino di fiori, quelli che hanno trovato terreno, luce e acqua. Poi c’è
l’ombra, secondo Jung, o sé rinnegati secondo gli Stone (i creatori del Dialogo delle Voci) e sé
inespressi. I sé rinnegati sono quelli che sono stati repressi volutamente, mentre quelli inespressi sono
quelli che non hanno mai avuto l’occasione di contattare il proprio talento, perchè nella sua famiglia
quella sfera dell’esistenza non esisteva.

Un modello grafico
Io ho sviluppato un mio modello grafico. Ho immaginato un uovo, un ovale diviso in tre aree: l’area
superiore contiene i sé non espressi, al centro quelli consapevoli, in basso i sé repressi. Tutto l’ovale
sarebbe l’insieme delle ns. potenzialità, il pacchettino di semi di cui germoglia si e no un terzo che va al
centro; quelli repressi vanno in basso, perché Freud parlava di sub-conscio al di sotto della
consapevolezza. Invece, per es. Assagioli e in parte anche Jung parlano di super-conscio, al di sopra, che,
però, è anche un inconscio. Questi in basso sono connotati negativamente, sono quelle parti di noi che
non ci piacciono e di cui ci vergogniamo al punto che li abbiamo rimossi; anzi, persone che ci suscitano
una forte antipatia spesso sono portatrici di ciò che in noi è rimosso e represso. Quelli nell’area superiore
sono positivi (non è che la famiglia dei contadini avesse qualcosa contro la musica, anzi, magari
potrebbe anche ammirare un musicista, ma lo ritiene talmente al di fuori della propria condizione sociale
da non prenderlo in considerazione). Quindi, questi sé sono quelli che quando li vediamo negli altri li
ammiriamo. Tutto questo ci dice una cosa importantissima: le relazioni interpersonali da adulti sono
un’occasione per riappropriarci delle parti mancanti di noi stessi, cioè i due terzi che ci siamo persi per
strada. Quando troviamo persone fortemente antipatiche, sappiate che sono un alleato prezioso, perché vi
possono mettere in contatto con uno o più sé repressi. Lo stesso quando ci innamoriamo di una persona
non solo nell’amore romantico-erotico, ma anche quando ci innamoriamo di un artista, di uno scrittore.
Molto probabilmente egli esprime più tratti che abbiamo dentro di noi che non abbiamo mai sviluppato e
ci mette in risonanza.
Spesso il nostro atteggiamento è di distruggere quelli antipatici e di allontanarci da loro e con questi altri
di avvicinarci e di ammirarli, ma di pensare che loro hanno questi pregi e noi no. Così li possiamo
ammirare tutta la vita senza crescere mai, mentre l’atteggiamento corretto sarebbe “se io ammiro in lui/lei
questa qualità significa che da qualche parte c’è dentro di me. Ho voglia di andare a cercare e
svilupparla? Se è un’ammirazione che dura nel tempo ed è molto intensa è un messaggio della mia
essenza o anima che mi manda a dire di sviluppare questa parte”.
Nei sé non-espressi è spesso l’autostima che ci frega, mentre nei sé repressi è l’orgoglio. Così come non è
detto che stiamo per tutta la vita accanto ad una persona che ammiriamo, ma rimaniamo finchè la
risonanza con lei ci aiuta a sviluppare le parti mancanti. E lo stesso, una persona che ci suscita forti
sentimenti negativi possiamo quantomeno usarla per capire dov’è il punto dolente. Forse proprio lei ci
aiuta a sviluppare una parte mancante di noi. Di solito succede che ci fa scattare un campanello d’allarme
proprio chi è “troppo” negativo, non “poco”. E proprio grazie al suo troppo ci accorgiamo del nostro
poco. L’errore che fanno spesso molte persone è che non vogliono diventare tanto negative come lui.
Allora, in quel caso bisogna prenderlo in dose omeopatica, p.es. “sgualdrina alla 5CH” oppure “arrivista
al 10CH”. Stimolerà in voi la giusta dose di quella qualità. Dopodichè lui o lei la/lo lasciate al suo
destino, però voi vi arricchite di questa qualità che è importante per la vs. crescita e il vs. benessere.

Se noi adottassimo queste due regole molto semplici non ci sarebbero più guerre, non ci sarebbe più
bisogno di combattere: “ah, ma quelli adorano il falso dio”… Un pochino di pluralismo nelle religioni
monoteiste non ci starebbe male, come pure un pizzichino di monoteismo nelle religioni troppo
pluraliste. Quindi, se uno imparasse dall’altro, non si farebbero più le guerre e si starebbe tutti meglio.
Invece, c’è la predominanza della legge del tutto o niente. E invece ci sono le gradazioni: questo è il
punto fondamentale. Per comprendere le gradazioni bisogna avere una mentalità adulta. I bambini non
capiscono le gradazioni che si imparano crescendo. Purtroppo si trova anche negli adulti la mentalità
infantile. Non riescono a comprendere questa legge fondamentale dell’armonia, dove due forze opposte
se giustamente miscelate creano in realtà armonia.

Questa è una delle cose che Gurdijeff portò in occidente in maniera molto chiara e che è la legge del tre.
Egli diceva che nel ns. mondo sono all’opera tre forze che lui chiamava santa affermazione, santa
negazione e santa conciliazione. Potremmo chiamarle yin, yang e il tao. L’affermazione è quella
maschile antica, la negazione è lo yin e la terza forza è la conciliazione come negli atomi. I neutroni sono
la conciliazione tra i protoni e gli elettroni che sono opposti e che da soli si distruggerebbero o si
allontanerebbero e proprio grazie ai neutroni riescono a convivere.

D: “Tornando all’uovo, autostima, orgoglio e paura che sono barriere che noi utilizziamo per dividere la
parte conscia dalla parte inconscia, non sono delle vere e proprie forze pulsionali?”

R: “Per dividere vengono usate altre energie che sono appunto quelle della repressione durante la crescita.
Queste tre, invece, sono le forze che ci tengono lontane una volta adulti dall’interagire in maniera
costruttiva con quelle persone che ci potrebbero far crescere. Se troviamo uno che ammiriamo andiamo
magari a fargli il portaborse, facendo così l’allievo a vita. Se il tuo maestro è una persona che ammiri
così tanto, cerca di diventare come lui, perché non sei un buon allievo se rimani a fargli il lustrascarpe a
vita e certamente un buon maestro non chiede questo al suo allievo. Se lo fa non è un buon maestro, ma
uno che gli piace avere la corte, perché così si sente importante. E lo stesso la paura o l’orgoglio che ci
impedisce il confronto con il diverso da noi, quello che dispregiamo invece di studiare e capire
quell’energia. Interpretandola a modo nostro ci può servire per crescere. In oriente c’è un detto che dice
più o meno così: “Se trovi una persona che ha un potere maggiore del tuo e tu lo accetti, quel potere
diventa tuo.” Quindi, per confrontarsi con un diverso ci vuole apertura, disponibilità, coraggio, e umiltà,
ma non troppa. Inoltre ci vuole intraprendenza e autostima, bisogna saper osare.

L’Enneagramma come tipologia di personalità
A questo punto potremmo ritornare all’Enneagramma da cui siamo ripartiti. L’Enneagramma è una
tipologia di personalità. Anche se le persone sono una diversa dell’altra, tuttavia si riscontrano delle
somiglianze, dei tipi. L’Enneagramma - ennea/nove e gramma/grafico - propone una suddivisione delle
sub-personalità in nove tipologie principali. Ognuna di queste tipologie ha un’ulteriore suddivisione in
sub tipologie che sono tre. Quindi, in tutto sono 27: c’è l tipo 1, il tipo 2 fino al 9. Poi il tipo 1 può essere
di tre tipi: conservativo, sociale o sessuale. Idem il tipo 2. Quindi, nove tipi principali e 27 complessivi.
Adottando questa semplice griglia sono in grado di classificare tutti i tipi, naturalmente non perfettamente
(nel senso che comunque ogni tipologia è sempre una griglia), ma sufficientemente da poter capirne e
prevedere il comportamento.
Ora, se io sono un tipo 2 escludo dalla manifestazione esterna tutti gli otto tipi. Il presupposto di una sana
crescita dell’essere umano è che sia in grado di muoversi in tutti e nove i tipi pur avendone uno come
predominante, che non sia ostacolato e che possa all’occorrenza esprimere anche le caratteristiche degli
altri otto tipi. Quanto più una persona è rigida, quanto più è tutta d’un pezzo e si identifica in uno solo dei
nove enneatipi, tanto più è patologica. Sta male e fa star male tutti gli altri. La crescita avviene aprendosi
agli altri enneatipi.
L’Enneagramma è rappresentato graficamente in una stella a nove punte inscritta in un cerchio. I vertici,
ognuno delle nove punte, rappresentano un enneatipo. La numerazione è in senso orario dove il 9 si trova
a mezzogiorno.



Secondo alcuni autori arebbero a loro volta raggruppabili in tre macroaree: i soggetti che hanno un
orientamento più emozionale, i soggetti più intellettuali e i soggetti più corporei. I tipi 2, 3 e 4 sono quelli
più emozionali, i tipi 5. 6 e 7 sono quelli più intellettuali (più freddi e distaccati) e i tipi 8, 9 e 1 sono
quelli più corporei.
Cerchiamo di capire il cuore di questo modello che, secondo me, è molto utile per certe cose e molto
limitato per altre. Intanto, abbiamo detto che quanto più una persona si colloca su uno solo dei punti,
tanto più è rigido e tanto più è patologico. Una persona del genere soffre tutta una serie di situazioni. La
rigidità noi la interpretiamo come rigidità mentale, ma rigidità è di personalità: può essere rigido un
emozionale, quanto un mentale o un corporeo. E’ rigido perché si fissa sugli stessi schemi e non sa fare
altro. P.es. una persona che si sa solamente lamentare è rigida. Non è solo rigido chi è freddo,
intellettuale o apparentemente emotivo.
Una volta individuato a quale enneatipo la persona appartiene, bisognerebbe poi capire quanto è rigido
viceversa se nella sua vita permette anche la manifestazione di caratteristiche che appartengono agli altri.
P.es. il tipo 1 è un tipo molto serio, ha valori molto fermi, è conservatore ecc., però può essere un 1
flessibile o un 1 rigido. Se è un 1 flessibile si permetterà intanto manifestazioni di tipo 7 (vedete sul
grafico della stella a nove punte che c’è una linea che collega la punta 1 con la punta 7: queste linee si
chiamano frecce ). Quindi, le frecce del punto 1 e 7 si collegano anche con il punto 4, formando un
triangolo. Nel momento in cui il n. 1 si apre un po’, le direzioni in cui gli è più facile muoversi sono il 7 e
il 4. Quindi, già da un 1 imperniato su se stesso all’1 che comincia ad oscillare sul 7 e sul 4 già
comincia il processo di crescita che, però, non basta. Prendiamo un altro esempio: l’8 è il capo, è quello
sempre dominante, quello che in tutti i contesti deve comandare, deve essere al centro dell’attenzione,
spesso è piuttosto autoritario, non ammette critiche. Oppure, prendiamo una persona introversa. Intanto
l’introversione e l’estroversione sono qualità, un continuum. I più introversi dell’enneagramma sono il 4
e il 5 e un po’ il 6 , ma in modi diversi. Il 5 è un introverso sfuggente che non entra mai in relazione,
rimane piuttosto in superficie. Il 4 è un introverso che manifesta, ma la sua estroversione è solo per
lamentarsi. Il 7 è, invece, un estroverso per eccellenza, anche un po’ superficiale o inconcludente. Ciò
dipende se è un 7 evoluto o no. Quindi, nessun enneatipo è di per sé migliore o peggiore degli altri. Tutto
dipende dal grado di evoluzione. Quanto più è evoluto tanto maggiore sarà la presenza degli altri otto
enneatipi nella sua manifestazione esterna. Piano piano dovrebbe allargare le sue manifestazioni a tutti i
numeri del cerchio in modo da raggiungere una personalità integrata.

Voi che vi trovate qua è improbabile che siate un enneatipo rigido e tutto d’un pezzo, perché già il fatto
stesso di trovarvi qua vuol dire che vi siete messi in discussione, che siete in un percorso di crescita.
Quindi, come minimo voi siete un enneatipo centrale con le due frecce che oscillano oltre le ali (le ali
sono le linee che collegano i numeri da una punta all’altra esternamente al cerchio) che sono i due numeri
limitrofi. P.es. l’ala del 7 è l’8 e il 9. Ogni enneatipo presenta qualche caratteristica dei due enneatipi
adiacenti. Allora, se noi ci mettiamo i due adiacenti e le due frecce siamo già a cinque manifestazioni
anche se qui siamo già un po’ al limite del modello. Quello che fa la differenza non è solo questa
oscillazione, ma la gestione di questa oscillazione: è un’oscillazione consapevole o meccanica dovuta alla
situazione? Sono io che scelgo di adottare un certo stile o è lo stile che adotta me, perché in questa
situazione scatta un automatismo incontrollato? Su questo il Dialogo delle Voci è molto più utile.
L’utilità dell’Enneagramma, dipende da chi lo usa e come lo usa e fondamentalmente va capito. Se una
persona lavora solo sull’Enneagramma - e di specialisti oggi ce n’è veramente pochi - la sua utilità è
soltanto quella diagnostica. Se, invece, una persona che lavora ad es. da tanti anni nella psichiatria e che
ha abbinato all’enneagramma come diagnosi, la gestalt come strumento di lavoro assieme alla
meditazione, allora si parla di un sistema integrato. Il counselor, invece, lo legge come diagnosi e poi a
seconda del lavoro da fare orienta la persona ad uno specialista o ad un gruppo tenendo sempre presente
che bisogna lavorare sulle cose in difetto e su quelle in eccesso limandole.

Gurdijeff : essenza e personalità
Riprendendo la terminologia che usa Gurdijeff e che in qualche modo appartiene all’enneagramma è
quella di essenza e di personalità. L’essenza sarebbe la ns. anima, la ns. parte spirituale prima di
rivestirsi di questo involucro che è la personalità che dipende dalla famiglia, dalla cultura, dal terreno.
Naturalmente una personalità è necessaria e non ne possiamo far a meno. Alcune tradizioni spirituali la
chiamano semplicemente l’Ego. “Bisogna uccidere l’ego, bisogna far a meno dell’ego” che vuol dire che
bisogna eliminare la personalità. Secondo me, queste espressioni sono fuordevianti. Prima, non si tratta
di ammazzare nessuno, se una personalità noi ce l’abbiamo dobbiamo fare i conti per tutta la vita. Ciò che
possiamo fare è renderla più fluida, più integrata e più ampia e semmai ampliare l’ego e non ucciderlo.
Secondo, per uccidere qualcosa bisogna averlo. La maggior parte delle persone non hanno l’ego, ma
hanno dei pezzettini di ego molto resistenti. Quindi, prima di uccidere l’ego bisogna averlo: prima di
poter fare a meno della personalità bisogna avere una personalità abbastanza forte, sicura e salda da
permetterci anche l’atto di coraggio di metterci a confronto. Se io so di avere una personalità solida,
salda, che mi protegge, posso anche avere il coraggio di farne a meno. Se, però, sono talmente insicuro e
talmente poco protetto la personalità è come una corazza che ci protegge dall’ esterno, dagli altri e dai ns.
stessi comportamenti. Non solo la corazza ci difende, ma ci impedisce anche nei ns. “movimenti”. Ciò ci
fa fare un giro più largo. Infatti, è proprio quello che noi facciamo comunemente quando ci rapportiamo
agli altri, un giro largo. Ad.es. invece di dire: “Io vorrei passare un po’ di tempo con te, perché mi sei
simpatica e perché ci sto bene”, perché mi vergogno a dirlo, allora comincio fare dei “giri allargati”.
Gurdijeff lo chiamava “cercare mezzogiorno alle tre”. Facendo giri larghi i miei messaggi non sono
diretti e l’altro, a sua volta, li riceve sulla propria corazza che li filtra. Ecco che la comunicazione si
altera a tal punto da creare una commedia degli equivoci. Le ns. relazioni sono tutte una commedia degli
equivoci e solo rarissimamente noi ci esprimiamo in maniera diretta.
Vi faccio un esempio. Prendiamo l’enneatipo 2 che ha come caratteristica principale quella di essere
molto generoso, di donare. In realtà è un meccanismo attraverso il quale il tipo 2 cerca di ricevere.
L’enneatipo 2 come tutti ha bisogno di amore: lo vuole dare e lo vuole anche ricevere. Nel darlo non ha
problemi, ma per riceverlo come fa a chiederlo? Ognuno dei nove enneatipi ha sviluppato una sua
strategia per “cercare mezzogiorno alle tre”. L’enneatipo 2 ha sviluppato questa strategia: “Io voglio
amore da te, cosa faccio? Ti do per primo il mio amore sperando che così tu contraccambi.” Di solito
l’enneatipo 2 si trova dei partner a cui dà e loro sono felicissimi di tutto questo amore che gli arriva e non
pensano minimamente a restituirglielo, perché la loro strategia prevede un’altra strada. Se questa persona
chiedesse esplicitamente “voglio il tuo amore”, l’altro risponderebbe “sì, posso o te lo voglio dare”
oppure “no, non te lo voglio dare”. Facendo, invece, il giro largo non si sa. Può soltanto fare delle
supposizioni interpretando secondo il proprio modo di vedere. Magari pensa secondo un meccanismo del
“tutto mi è dovuto” che è il modo attraverso il quale uno si difende dalla carenza d’amore. Si crea una
relazione rigida dove uno sempre dà e l’altro sempre riceve. A lungo andare quello che dà si stufa e allora
o dà ancora di più pensando di non dare abbastanza, oppure se ne va. Chi riceve a sua volta poi vorrebbe
dare, ma in realtà non riesce dare, perché con uno che è così esageratamente generoso non riesce ad
inserirsi. Alla fine sono entrambi scontenti.
Ora non voglio entrare nelle dinamiche dei vari tipi. Desideravo solo farvi un esempio di come ognuno di
noi in funzione della personalità che ha distorce sia i messaggi in entrata sia i messaggi in uscita. Come
mai avviene questo? Fondamentalmente per due motivi: primo, perché da bambini non abbiamo ricevuto
abbastanza amore e, secondo, perché al posto dell’amore abbiamo ricevuto molta disapprovazione.
Questo è un po’ il peccato originale: tutti noi nasciamo in un contesto deprivato d’amore, perché i nostri
genitori non sanno amare, perché a loro volta non sono stati amati. E’ una catena che si perde nella notte
dei tempi. Pensate che ancora oggi, nella nostra civiltà è il primo momento in cui i nostri genitori
cominciano ad esprimere un po’ d’amore verso i propri figli. Fino a cinquant’anni fa non c’era spazio per
l’amore, non era previsto dalla cultura, perché c’era solo l’educazione repressiva, severa, autoritaria.
Diciamo che è un percorso storico che è cominciato a partire dal ‘700 in avanti, però se ne cominciano a
vedere i frutti dagli anni ’50, ’60 in poi. Lo spartiacque è, secondo me, tra la fine della seconda guerra
mondiale e i primi anni ’50 e non ancora uguale per tutti a seconda delle zone geografiche: il sud Italia e
alcune campagne. Se noi prendiamo mille persone nate negli anni ’40 e mille persone nate negli anni ’50
c’è un abisso non di cinque anni, ma di cinquecento.
E poi c’è un altro problema. Con la controcultura degli anni ’60 sono stati scardinati i modelli autoritari
sia a scuola sia in famiglia. In effetti, il modello autoritario non funzionava, ma non è stato sostituito da
un modello equilibrato. Siamo andati alla famosa legge del “o nero o bianco”, dall’autoritarismo al
permissivismo che è altrettanto nocivo, perché i bambini hanno bisogno di una guida che non sia né rigida
e autoritaria e nemmeno che non sia una guida. Il permissivismo, in realtà è una non-guida: quando il
genitore permette al figlio di fare qualsiasi cosa, non lo indirizza. Questo manda i giovani allo sbando. Il
bambino si sente non amato sia con genitori severi sia con genitori permissivi. E’ chiaro che il figlio di
genitori autoritari ha un certo tipo di comportamento, il figlio di genitori permissivi ne ha uno
apparentemente opposto: piccoli tiranni, piuttosto superficiali che in realtà sono meccanismi protettivi
che li proteggono da questa mancanza d’amore. La risposta è sempre nel mezzo. Quindi, si deve trovare
un punto d’incontro fra autorità e permissività. Il punto d’incontro ce lo da la terza forza. Vi ricordate le
tre forze di Gourjeff: positiva, negativa e neutra? Che è quella che nella “Voice Dialogue” si chiama ego
consapevole, cioè la capacità di scegliere consapevolmente valutando la situazione. L’ego consapevole è
in grado di comprendere la situazione in cui si trova, la persona o le persone con cui è in relazione per poi
scegliere la modalità migliore tra quelle possedute. Non è che l’ego consapevole è infallibile, però
sceglie.

Quando noi diciamo che la prerogativa umana è libera, ci dimentichiamo che la maggior parte delle
persone non ha questa capacità. Il libero arbitrio non è un qualcosa che noi abbiamo per nascita, è
qualcosa che noi dobbiamo sviluppare. Il libero arbitrio si sviluppa con la consapevolezza. Se io non sono
consapevole non sono libero di scegliere. Pensate che ci sia libero arbitrio nelle democrazie attuali dove
c’è gente che vota senza minimamente valutare e senza sapere chi vota e cosa fa? Questa non è
assolutamente libertà. E’ una maschera della libertà. Quando la persona sa di avere tre possibilità,
conosce le conseguenze di ognuna e ne sceglie una, allora sì che sceglie liberamente. Tutt’al più potrebbe
sbagliare, però se ha sbagliato in maniera consapevole torna indietro e sceglierà una delle altre due. Se,
invece, si muove per automatismi continuerà sempre a sbagliare, perché la persona meccanica siccome
non sceglie consapevolmente così come non valuta la situazione prima di agire, non la valuta nemmeno
dopo aver agito.

Quindi, una persona consapevole valuta tutte le possibilità per poi sceglierne una; la persona
inconsapevole ha semplicemente una sola risposta ed è sempre quella. “Due persone sposate devono fare
così, non possono fare cosà” oppure “Un bravo studente non deve comportarsi così”, “un bravo figlio
deve agire cosà”. Questo è l’insegnamento alla meccanicità. Se noi da bambini non veniamo allenati alla
consapevolezza e, quindi, esercitare la capacità di scelta, poi da adulti saremo degli automi.
Apparentemente sembriamo liberi, ma non è così. Di solito una persona di ampia cultura è un po’ più
elastica di una persona di bassa cultura. Però, non è l’unica variabile in gioco.

Il nucleo base: essere riconosciuti per quello che siamo
Allora, ritorniamo al nostro nucleo base, cioè il nostro bisogno di essere amati e di essere riconosciuti per
quello che siamo. Da bambini nasciamo con una certa essenza, con questo pacchettino di semi, e noi
vorremmo che questa essenza fosse riconosciuta. Invece abbiamo visto che la famiglia ne riconosce solo
una parte, l’altra parte non la riconosce proprio e una terza parte la disprezza e la reprime. Questa è già
una ferita profonda ed è questa ferita che ci porta, secondo gli Stone del “Voice Dialogue”, a creare la
personalità. Cioè, per strutturare la personalità in due blocchi: i “sé ammissibili” che vengono chiamati i
“sé primari” e i “sé rinnegati” o sconosciuti, quelli che vengono accantonati o in soffitta o in cantina. Lo
facciamo per proteggerci, perché a nessuno piace sentire la disapprovazione, tanto più dei genitori. Il
bambino che fa una cosa e vede la faccia scura del genitore o addirittura sente il rimprovero verbale,
automaticamente il comportamento vien caricato di un valore negativo. Se, poi, questo rimprovero -
talvolta basta solamente la reazione - si ripete, il bambino rinforzo l’idea che non è il caso di comportarsi
in quel dato modo.

Quindi, il primo sé che noi sviluppiamo si chiama “protettore”, “controllore”. Sono proprio le prime
ferite che noi riceviamo che ci spingono a sviluppare una sub-personalità che ci protegge da ulteriori
ferite. Come fa proteggerci? Evitando quei comportamenti che vengono sanzionati dalla famiglia, dalla
scuola, ecc. e, invece, rinforzando quelli che vengono premiati. Siccome in alcune famiglie vengono
premiati certi comportamenti e in altre famiglie vengono premiati altri, ecco che noi siamo diversi.
Alcune famiglie sono severe, alcune sono permissive. Magari sono severe, ma disordinate, per cui il
disordine in casa loro non è una cosa negativa. Nell’altra famiglia permissiva, invece, si può far tutto ma
non il disordine. Così si innestano aspetti su aspetti che danno un mix di tipologie. E così già a due anni
di età si forma il controllore/protettore che comincia a dire “questo sì e questo no” e comincia a formare
la distinzione fra personalità permessa e personalità depressa. Nel corso degli anni questo “protettore”
formerà la sua personalità. Così, nel corso degli anni noi ci costruiamo la nostra personalità in funzione
dell’ambiente in cui noi vivevamo. Nessuno di noi è stupido, ognuno di noi anche da piccolo ha molto
ben presente il concetto di rinforzo e punizione. Se io metto in atto un certo comportamento, ricevo un
premio o una punizione? Funziona o non funziona per avere più amore e più considerazione? Funziona,
bene. Il guaio è che quando io ho strutturato una certa personalità che funziona nella mia famiglia, non è
detto che funziona altrettanto in altri contesti.

Quindi, magari poi mi metto insieme a una donna che viene da un altro contesto e tutte le mie strategie
che funzionavano nella mia famiglia saltano. Oppure mi trovo in un ambiente di lavoro con colleghi con i
quali quel tipo di strategia non funziona e questo mi mette in crisi, mi mette in discussione, per cui o do
la colpa a loro o rivedo le mie strategie. Mi accorgo allora che quelle strategie vanno bene solamente in
certe situazioni e in altre no. Comunque è bene che noi troviamo degli atriti, perché se dopo esser
cresciuti ci trovassimo un compagno/a più o meno identici a ns. padre o ns. madre, una situazione di
lavoro più o meno identica alla famiglia o alla scuola, noi saremmo anche sereni, però, non arriveremmo
veramente al nucleo di ciò che siamo. Avremmo una situazione priva di grossi conflitti, ma anche priva
di grosse soddisfazioni.

E qui ci mette lo zampino, specialmente nelle relazioni di coppia, quella forza che è l’innamoramento.
L’innamoramento è quella forza che ci fa sentire attrazione per il simile/diverso da noi, perché solo simile
diventa nostro amico, ma mai ns. amante. Una persona troppo simile può essere ns, amico/a, ma non
sprigionerà mai quella forza erotica che sprigiona il simile/diverso. Il tutto diverso è, invece, talmente
lontano che lo sfuggiamo. E quello che sembra simile in realtà alcuni aspetti ce li ha molto diversi da noi
e che spesso sono quei “sé rinnegati” che noi ci portiamo dentro oppure quei sé che noi ammiriamo.

Io ho una mia teoria sull’innamoramento e cioè che la natura ci fa innamorare di quelle persone che in
qualche modo ci possono permettere di entrare in contatto con le energie represse di noi stessi. E siccome
questo contatto è doloroso, solo se è compensato da una forte attrazione noi rimaniamo in contatto con
una persona del genere. Se no, se non ci fosse quell’attrazione che noi chiamiamo innamoramento dopo
pochissimo tempo ci divideremmo. Quindi, il dolore e il confronto con la diversità è in parte compensato
dall’attrazione, dalla sessualità, dal piacere di stare insieme. E’ sì doloroso, però ha anche dei ritorni.
Quando il dolore è troppo, la relazione si rompe. Alle volte quando il dolore è troppo può far soffrire
anche dopo la rottura della relazione.
Ognuno deve saper scegliersi la propria dose di sopportazione. La relazione che non porta dolore non
porta nemmeno crescita e nemmeno molto piacere. Tutti noi sappiamo, per le nostre esperienze amorose
passate, che una storia intensa, dai sapori forti inevitabilmente porta anche dolore. Sul quanto, io ci sto
ancora lavorando, nel senso che è un gioco di dosi. Come il piccante: se è troppo poco non si sente, se è
troppo brucia. Ci vuole la dose giusta.
Non va bene né la storia straziante, quella passionale di grandi travolgimenti, ma anche di dolore
insostenibile, e non va nemmeno bene la storia tutta tranquilla, tutta armoniosa della coppia felice che non
litiga mai. Quella è una coppia di poca crescita e di poco piacere. Non va bene dal punto di vista
evolutivo. Siccome noi siamo comunque parte di un processo che va al di là di noi, un processo di
evoluzione, che noi lo vogliamo o non lo vogliamo, abbiamo questa spinta all’evoluzione. Entro certi
limiti la possiamo anche decidere noi, entro altri limiti invece no. Se la ostacoliamo del tutto, moriamo.
Ci sono persone che sembrano vive, ma sono morte, anzi, direi la maggior parte, anche se oggi un po’
meno, perché almeno in occidente c’è una grande apertura emozionale e relazionale. In modi diversi
molte persone sono in contatto con queste energia di crescita e di cambiamento, ma sono sempre pochi
coloro che la cercano veramente attivamente. La maggior parte la subisce, perché l’ideale è avere
un’esistenza tranquilla e felice. Tranquillità e felicità non necessariamente vanno d’accordo. Realizzante,
ma non conflittuale: come fai a realizzarti se non affronti i conflitti? Il fatto che non siamo realizzati
dipende proprio dal fatto che noi abbiamo delle forze in conflitto dentro di noi, ma abbiamo risolto
questo conflitto mettendone una parte in cantina permettendoci di vivere solo l’altra parte. In realtà tutte
le ns, forze, tutte le ns, energie, le ns. qualità sono dei conflitti dove c’è un polo positivo e un polo
negativo. Il disordine non ha senso senza l’ordine, la promiscuità non ha senso senza la fedeltà, il piacere
non ha senso senza il dolore. Tutte queste cose sono in realtà dei continuum tra due polarità. Il sano è nel
mezzo, dove sei in equilibrio fra gli opposti e questo equilibrio non si raggiunge una volta per tutti. E’ un
equilibrio dinamico che noi dobbiamo mantenere ogni volta in ogni situazione, in ogni momento della ns.
vita, perché domani non sarà uguale ad oggi. L’esistenza ci metterà di fronte a situazioni sempre diverse,
perché noi siaomo diversi e quindi dobbiamo adattarci continuamente. Non bisogna fermarsi mai. Questo
è il comportamento della persona sana.

La persona non sana si fissa: si fissa sui momenti belli e su quelli brutti. La nevrosi dipende dall’essersi
fissati su momenti brutti: può essere un trauma, come riteneva Freud, o può essere un periodo della vita,
come ritiene invece la psicoterapia più moderna. Ma vuoi rimanere incollata a quella sofferenza oppure
cerchi di sbloccarti? Vuoi rimanere fissato su quel momento brutto o bello? In ogni caso non vivi il
presente, anzi, lo vivi male perché ricrei il ricordo del momento brutto del passato. Devi comprendere
semplicemente che tu sei il frutto di tutto il dolore e di tutto il piacere che hai provato e tutt’e due ti
hanno aiutato ad essere quello che sei e tutt’e due sono necessari.

A questo proposito il “Voice Dialogue” è veramente magistrale. E’ una teoria psicologica che più si
avvicina a questo ideale di armonia e di equilibrio. Intanto non esiste un polo solo, ma esiste anche il polo
opposto. “A me piace molto il mio compagno per la sua forza maschile, la sua virilità, però mi fa paura la
sua aggressività, la sua immodestia, la sua presunzione”. Questa persona sta dicendo che di questa
polarità unica apprezza solo una parte. Queste forze vanno insieme. Non è possibile avere una persona
che sia forte e sicura di sé, ma che non abbia al contempo anche un’agressività. Non sta nella natura delle
cose. Allora, nel momento in cui questa persona comprende che questi due gruppi di qualità stanno
insieme inscindibilmente, allora comincia a sviluppare un diverso atteggiamento. Comincia a capire che
il problema è suo, che dentro di sé ha spezzato in qualche momento della sua infanzia questo continuum,
una parte l’ha repressa e una parte l’ha accettata. Ecco che noi dobbiamo reintegrare la dualità. Integrarla
vuol dire p.es. unire il maschile e il femminile che sono due macro-categorie. Se comprendiamo che non
esiste l’una senza l’altra e la integriamo dentro di noi non esiste il coraggio senza la paura. Entrare in
questa dinamica vuol dire piano piano riabilitare quelle parti di noi che abbiamo tagliato via. Vedendole
negli altri ci è più facile. Per fare questo lavoro occorre un ego consapevole. Per arrivare all’ego
consapevole occorre la visione lucida, cioè il testimone.

Voi avete esperienza di meditazione e sapete che è una metodologia attraverso la quale si impara allenare
la consapevolezza. Prima di tutto la consapevolezza di sé, il che vuol dire stare in silenzio ad occhi chiusi
e sentire il respiro - meditazione Vipassana -. E’ un esercizio in cui io alleno la mia capacità di essere
consapevole, cioè presto attenzione alle prestazioni fisiche che il respiro produce in me. E’ molto
semplice. Ora state tutti seduti, ma nessuno di voi ha consapevolezza dell’esser seduto. Ora sì: ora avete
consapevolezza dei vostri piedi perché ci pensate. Fino al momento in cui io ve l’ho detto no. Ovviamente
non si può essere sempre consapevoli su tutto. In questo momento la vostra attenzione è focalizzata sulle
mie parole, per cui il 90% è sul sistema uditivo, il 10% sul sistema visivo e tutto il resto è fuori. La
meditazione ci insegna ad allenare la consapevolezza a dirigerla intenzionalmente prima sulle sensazioni
corporee, poi su quelle emozionali, e poi, su quelle ancora più difficili, quelle energetiche o sottili, e poi
su quelle interpersonali.
Di solito la meditazione orientale si ferma all’individuo, le relazioni non vengono considerate. Quindi,
anche la spiritualità orientale ha dei grossi limiti, perché noi viviamo in un mondo di relazioni. Non posso
essere consapevole della relazione se non sono consapevole di me. Parto da me. Una volta che sono
diventato consapevole delle mie sensazioni, delle mie emozioni, dei miei comportamenti sono
consapevole che il modo con cui li utilizzo, l’altro ha una reazione diversa. Ripeto, intanto devo essere
consapevole di me, perché altrimenti non mi rendo conto ad es. di come l’ho detto o se avevo uno
sguardo severo. Tanto meno posso rendermi conto del collegamento fra il tono della mia voce e la sua
reazione.
In che stato d’animo sono: sereno o arrabbiato? Se sono arrabbiato, probabilmente nel dirti una cosa, ti ho
buttato involontariamente un po’ di rabbia. Se sono consapevole me ne accorgo e ti chiedo scusa; se sono
ancora più consapevole ce la faccio addirittura a non buttartela addosso. Se non sono consapevole di me,
non posso essere consapevole della relazione. La relazione è già un passo avanti. Io ho conosciuto tanta
gente che fa meditazione da 20, 30 anni e nella relazione sono degli analfabeti totali, perché si sono chiusi
in se stessi. La meditazione è diventata un bozzolo, un guscio protettivo, una concezione delle spiritualità
in cui il rapporto è fra me e dio, degli altri chi se ne frega. Non è così.

Quindi, una volta che ho sviluppato una buona consapevolezza di me( corpo, mente, emozioni) a quel
punto mi metto in relazione e lì arriva una nuova forma di consapevolezza, la consapevolezza dell’altro.
Io devo osservare l’altro. gli occhi, devo ascoltarlo, devo sentirlo emozionalmente. P.es. mentre parlo con
te capto per empatia la tua difesa attraverso un segnale che mi viene allo stomaco. Ti guardo negli occhi e
vedo che hai cambiato espressione. “Ho detto qualcosa che ti ha ferito?” E lì si affronta la situazione.

Ci sono corsi sulla comunicazione interpersonale che sono del tutto inefficaci, perché partono solo dalla
consapevolezza dell’altro senza pensare che se non hai prima sviluppato una consapevolezza di te non ti
serve a nulla la consapevolezza dell’altro. Tutto viene filtrato dalla tua interpretazione. Quindi, anche qui
il giusto è nel mezzo: né troppo sull’altro come in occidente, perché da noi siamo molto nel sociale. Né
troppo su di me come in oriente. Vedete quanto si parla di pace. E’ inutile parlare tanto di pace se prima
non la crei in te stesso, com’è anche vero che se fai come in oriente e ti dedichi solo a te stesso senza
curarti dell’esterno, siamo punto e a capo anche lì. Infatti, non c’è pace neanche lì. Ci vogliono entrambi
i poli: io e l’altro. La meditazione mi aiuta ad entrare in contatto con me stesso e poi entro in relazione. Se
mi metto in un monastero in cima ad una montagna è facile, ma non serve a nulla. Certamente lassù
nessuno verrà a rompermi le scatole, non avrò conflitti, sarò sereno e in armonia ma solo.

La solitudine non dipende dall’essere soli, ma è l’interpretazione che tu dai alla solitudine. Ci sono dei
momenti in cui io sto veramente bene da solo, me li cerco; ci sono dei momenti, invece, che sono solo e
vorrei essere in compagnia e ciononostante riesco ad adattarmici; ci sono altri momenti ancora che vorrei
essere in compagnia, sono solo, e non accetto il fatto di esser solo. Questa è la solitudine.

Diciamo che nessuno di noi è fatto per essere solo. Il dolore prodotto dalla solitudine è positivo, perché ci
segnala che dobbiamo cambiare qualcosa nella nostra vita. Poi, ci sono quelle persone che si sentono
costantemente sole anche in presenza di altri e questo è patologico. Vuol dire che hanno eretto dei muri,
per cui anche in mezzo alla gente si sentono soli. E ciò non solo per poco tempo, ma questa sensazione li
accompagna per tutta la vita. Allora, la meditazione ci aiuta a stare bene in compagnia di noi stessi. E’
importante stare soli. E’ importante prendersi dei momenti sia nell’arco della giornata che nell’arco
dell’anno in cui stiamo con noi stessi, il che non è stare soli.

Le persone che vanno per scelta in un monastero, piuttosto che star male in relazione preferiscono star
male da soli. Quindi, non sono loro soffrire di solitudine. Se mai soffrono di troppe persone. Soffre di
solitudine la persona troppo socievole che non riesce relazionarsi, che si è creata dei muri.

Allora, dicevo, bisogna sviluppare la capacità di essere testimoni che nel Voice Dialogue si chiama
Visione lucida. Qui la consapevolezza è nella meditazione e poi la consapevolezza nella relazione.
Quanto più io esercito questa capacità, tanto più il mio ego si forma e si struttura. Bisogna distinguere
bene fra consapevolezza e l’ego consapevole. La consapevolezza è la qualità in gioco, l’ego consapevole
è il modo in cui questa energia si cristallizza e diventa stabile. All’inizio una persona che fa meditazione
può anche sperimentare gli sprazzi di consapevolezza, ma non ha ancora un ego consapevole. Poi, piano
piano questi sprazzi aumentano e man mano che sviluppa questa energia, si cristallizza e diventa stabile.
Questa persona è sempre meno in balia degli eventi esterni ed è sempre più in grado di scegliere. E’ l’ego
consapevole che sceglie.

Consapevolezza, Ego Consapevole e Visione Lucida
Quello che normalmente si chiama consapevolezza gli Stone la chiamano Visione lucida, però è un
momento di consapevolezza che tutti possiamo avere. Quando questi momenti invece di essere uno, due e
diventano ore o giorni, quando nella tua vita tu sei sempre più consapevole e scegli, questa energia sottile
e impalpabile in qualche modo si solidifica. Loro l’hanno chiamata l’ego consapevole. Potremmo
definirla consapevolezza cristallizzata/stabile per distinguerla dalla consapevolezza episodica. Non è
mentale, ma è una struttura dell’essere. L’ego consapevole deve essere consapevole dei processi mentali,
dei processi emozionali e dei processi corporei. Gurdjieff lo chiamava il centro di gravità permanente.
Quanto più ce l’hai, tanto più scegli e sbagli, però sbagli in modo da poterti correggere, perché sai che
percorso hai fatto per scegliere. Devi rivedere la valutazione e cambiare strada. Questo è il motivo per
cui anche i grandi maestri sbagliano.

Vi siete mai chiesti come mai Osho o Gurdjieff hanno sbagliato né più né meno degli altri? Solo che il
maestro illuminato non ripete due volte lo stesso errore. Sbagliano anche di meno, perché comunque
fanno una valutazione. Un maestro illuminato non è onnisciente anche alcuni libri di paccottiglia New
Age o di paccottiglia sia di mistica orientale che occidentale ci fanno vedere questi esseri onnipotenti che
guariscono qualsiasi malattia. Come mai, poi, anche i maestri illuminati muoiono p.es. di tumore? Non
sono supermen. Sono persone che hanno raggiunto il centro di gravità, l’equilibrio, la consapevolezza. E
sono in grado di agire nel modo miglioe all’interno dei limiti della sofferenza con un margine di errori.
Quindi, la mia personale opinione è che questa grande consapevolezza non si estrinseca in poteri
soprannaturali, ma in una vera libertà di essere padroni di se stessi, di soddisfare i propri veri bisogni, di
essere consapevoli delle relazioni con gli altri e vederli come specchio di sé. Quando c’è questo centro di
gravità, automaticamente un ego consapevole tiene molto ben presente che tutti e tre i centri entrano in
risonanza armonica. Non c’è più conflitto distruttivo, ma solo costruttivo nel gioco delle polarità. A quel
punto siamo in uno stato di beatitudine, di felicità. Alle volte questo stato si raggiunge in pochi attimi
durante una meditazione, in cui i tre centri sono allineati; altre volte, invece, un attimo diventa un’ora o
un giorno o addirittura stabile. Si parte, però, da piccoli momenti