In memoria di mio padre Antonino

,
artista e artefice di una Lercara archeologica.

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

INTRODUZIONE

I

l comportamento dell’essere umano in aggiunta alle sue naturali inclinazioni è
influenzato dalle circostanze ambientali in cui cresce, si forma e continua a vivere.
Dipende dunque dalla presenza di disagi la crescita di una personalità segnata da
un accumulo di motivi di rivalsa che si possono scaricare sulla società, motivi che
partendo dalle più svariate tipologie rischiano di sfociare in atti illeciti anche reiterati nonostante le leggi li reprimano.
La spinta a delinquere sorge perlopiù da uno stato di malessere: l’energia
psichica può indirizzarsi su versanti positivi (pulsione al piacere) o versanti negativi (pulsione alla distruzione).
Chi ha inclinazione a deviare dall’ordine costituito è soprattutto un soggetto formatosi in contesti di carente benessere e acculturazione.
Questo insieme di fattori scatenanti anima dei comportamenti che mirano a
distruggere nei più diversi modi il vivere civilizzato.
L’irrazionalità dell’atteggiamento delinquenziale è quindi una conseguenza
di quei sistemi sociali che producono sperequazioni dalla base, tendenti a creare
sacche di ridotto arricchimento senza riguardo per la massa.
Un’architettura socioeconomica che non dia luogo a differenze, la fornitura
statale di servizi quanto più efficaci, la distribuzione del benessere su più ampia
scala darebbero il via alla riduzione degli illeciti.
Questo piano di prevenzione dovrebbe naturalmente unirsi alla scolarizzazione e all’acculturamento, dato che un buon cittadino non è quello che non comprende le dinamiche del mondo in cui vive e che non abbia idee chiare.
L’ignoranza è tra i fattori promotori di condizioni devianti, del loro attecchire e del loro protrarsi.
Il concorso degli istruiti può favorire buone leggi, e più acculturati significherebbero più buone leggi.
Cosicché non si verifichi neanche in una animal farm letteraria che il Napoleon di turno, chissà, stabilisca che abbiano diritto di parola solo coloro che conoscano e sappiano spiegare bene le grammatiche delle lingue grazie a cui si esprimono, nello stesso modo in cui guidare un veicolo richiede il conferimento di una
patente dopo aver superato un appropriato esame.
Ma a ciò, fortunatamente, rimediano già le scuole.

1

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

1. ANTROPOGONIA E ANDROGINIA
NEL SIMPOSIO E NELLA GENESI

I

l racconto di “Genesi” sulla creazione dell’umanità appare sotto nuova luce se
sovrapposto a quello di Aristofane nel “Simposio” platonico. Platone fa dire al
commediografo che «in origine c’erano tre sessi umani, non due, maschio e
femmina soltanto, come ora, ma ce n’era un terzo, che partecipava dell’uno e
dell’altro e che, scomparso oggidì, sopravvive ancora nel nome. C’era allora un
terzo sesso, l’androgino, che di fatto e di nome aveva del maschio e della femmina,
e questo non esiste più, fuorché nel nome che suona un oltraggio. Inoltre ogni
uomo aveva una figura rotonda, dorso e fianchi tutt’intorno, quattro braccia,
gambe di numero pari alle braccia, su un collo cilindrico due visi, perfettamente
simili fra loro, un’unica testa su questi due visi, posti l’uno in senso contrario
all’altro, quattro orecchie, doppie pudende e tutto il resto come si può supporre da
ciò che si è detto».
A questa descrizione dei primordiali esseri umani con doppia connotazione
somatica (maschio-maschio, femmina-femmina, maschio-femmina) segue la spiegazione di come Zeus, per punirli della loro volontà di sfidare gli dei, li avesse tagliati simmetricamente in due. Il sovrano dell’Olimpo «venne segando gli uomini
in due, come quelli che tagliano le sorbe per metterle in conserva, o quelli che dividono le uova con il filo di crine. E a misura che ne segava uno, ordinava ad Apollo di girargli la faccia e la metà del collo dalla parte del taglio, acciocché
l’uomo, avendo sotto gli occhi il proprio taglio, fosse più modesto, e medicargli le
altre ferite. E Apollo girava a ciascuno la faccia in senso opposto, e tirando d’ogni
parte la pelle verso quello che ora chiamiamo ventre, come le borse a nodo scorsoio, lasciandovi appena una boccuccia, la legava nel mezzo del ventre, in quel punto preciso che chiamano ombelico. Spianava poi tutte le altre grinze, che eran molte, e rassettava le costole, servendosi d’uno strumento suppergiù simile a quello
che adoperano i calzolai per spianare sulla forma le rughe del cuoio; ma ne lasciò
poche nel ventre e intorno all’ombelico, ricordo dell’antica pena. Orbene, poiché la
creatura umana fu divisa in due, ciascuna metà presa dal desiderio dell’altra, le
andava incontro, e gettandole le braccia intorno e avviticchiandosi scambievolmente, nella brama di rinsaldarsi in un unico corpo, morivano di fame e d’inerzia,
perché l’una non voleva far nulla senza dell’altra. E quando l’una delle metà moriva e l’altra sopravviveva, quella che sopravviveva andava in cerca di un’altra
metà e le si avvinghiava, sia che s’imbattesse nella metà d’una donna intera –

2

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

quella che appunto ora chiamiamo donna – sia nella metà d’un uomo; e così morivano. Mosso pertanto a compassione, Zeus ne escogita un’altra; trasporta le loro
pudende nella parte anteriore – fino a quel momento anche queste le avevano
avute al difuori, e generavano e partorivano non tra loro, ma in terra, come le cicale… gliele trasportò dunque così, sul davanti e in questo modo rese possibile la
generazione fra loro, per mezzo del maschio nella femmina, con questo fine, che
nell’amplesso, ove un maschio s’incontrasse in una femmina, generassero e si perpetuasse la specie; ma, ove invece un maschio s’imbattesse in un maschio, provassero sazietà nello stare insieme e smettessero e si volgessero a operare e attendessero agli altri doveri della vita. Cosicché fin da quel momento l’amore vicendevole
è innato negli uomini: esso ci riconduce al nostro essere primitivo, si sforza di fare
di due creature una sola e di risanare così la natura umana».
Questa procedura di scissione, anche se circoscritta al solo androgino e con
un impianto concettuale differente, era già presente nell’anteriore narrazione della
“Genesi” (il testo di riferimento è quello masoretico). Il posteriore testo platonico
ha una traduzione più chiara nella resa del pensiero esposto. L’espediente analitico della sovrapposizione di due scritti elaborati in contesti culturali distinti, comunque non necessario, non è fuor di luogo nel momento in cui tale operazione
mostra un fondo comune di base dottrinale tra platonismo ed ebraismo che risulterebbe la sapienza egizia (gli dei androgini dell’antico Egitto sono connessi al culto del sole).
Riguardo all’antropogonia ebraica Gn 1,26-27 comincia col raccontare che
«Dio (Elohiym) disse: “Produciamo (naaseh, qal imperfetto 1a persona plurale) adam
per mezzo della nostra immagine (be-tsalme-nu) a nostra somiglianza (ki-dmute-nu)”…
maschio e femmina (zakar u-neqebah) produsse loro». Qui si dice che l’essere umano
(adam) è stato prodotto per mezzo di una statua (tselem), con connotati maschili e
femminili, poi 2,7-25 approfondisce e continua l’argomento. Gn 1,11 parla di «albero di frutto che faccia (produca: oseh, participio maschile singolare del qal) frutto
in relazione alla sua specie (le-myn-o), il suo seme (zar-o-) mediante esso (-b-o) sulla terra». Gn 1,31 usa lo stesso verbo, quando alla fine del sesto giorno della creazione
«Elohiym vide tutto ciò che aveva fatto (asah, participio maschile singolare del
qal)». Pertanto stando all’uso dei verbi: Elohiym sta a tselem come albero di frutto sta
a seme. Nel v. 2,7 appare esplicito che la tselem di 1,27 è una statua con cui Dio
«formava (-yyiytser, qal imperfetto 3a persona maschile singolare: si faccia molta
attenzione al modo verbale che indica un’azione non completa, perdurante)
l’adam, (che è) polvere dalla superficie della terra (apar min-haadamah)».
In particolare la parte finale di questo secondo brano riecheggia la divisione
degli androgini di cui parla Aristofane. Che «maschio e femmina» di 1,27 fossero
attributi riferiti a un singolo soggetto (e non a due generi individualmente diversificati) lo credeva Filone Alessandrino, anche se poneva tale coppia di qualità nel

3

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

nucleo unitario di un’idea universale di umanità nella mente divina (archetipo noetico poi servito nell’operazione di 2,7-25). Il secondo racconto sull’origine umana
contraddice però Filone Alessandrino sul modello ideale perché Dio crea all’inizio
solo l’adam e non pure la donna (creata in un secondo momento): la mancanza di
contemporaneità dimostra che il maschile e il femminile di cui si fa cenno in 1,27 fossero concentrati in un unico essere androgino da cui è stata successivamente separata la femminilità.
Il senso di 1,27 va interpretato in maniera distributiva unitaria (maschio-efemmina). Tale lettura supera l’impressione di ripetitività di 2,7-25, dove si narra in
effetti del modo in cui gli androgini – in principio unici esseri umani – fossero stati
diversificati (21-22). A confermare il passaggio della scissione dell’androgino sono
alcune interpretazioni midrashiche: l’adam primordiale prodotto in Gn 1,26-27 era
in pratica più o meno come uno dei tre tipi androginici descritto da Aristofane nel
“Simposio” (una creatura unica con doppi connotati sessuali distinti di maschio e
di femmina, di natura bifronte, poi tagliata in due per costituire l’uomo e la donna
individuali). La donna prodotta dalla scissione dell’androgino è una sottospecie
dell’adam maschio-e-femmina, è la causa di questa sua mutilazione che lo degrada
nella scala degli esseri viventi. Questo adam androgino, in cui l’unione col femminile è il carattere della perfezione, è nato con una vocazione maschilista. Dopo la
nascita di Caino Eva, in Gn 4,1, affermerà di aver ottenuto «un iysh (uomo) [che è]
come il Signore (et-Yahweh)»: la particella et, che introduce un complemento oggetto, compare già due volte in tale versetto, e pare dunque corretto tradurre
l’espressione «et-Yahweh», seguente il complemento oggetto «iysh», con un complemento predicativo dell’oggetto.
È qui tra l’altro una visione antropomorfa del divino. Per quanto concerne
l’antropologia veterotestamentaria, l’aver distinto sostanzialmente la femminilità
in un secondo tempo serve a giustificare la naturale esistenza dei generi sessuali,
ma al contempo a porre in subordine il ruolo della donna, nuova creatura comparsa nella gerarchia tra l’adam menomato e gli animali. In Gn 2,18 Dio constata «non
buono l’essere dell’adam in relazione alla separazione (le-badd-o)», perciò avrebbe
prodotto «riguardo a lui un aiuto (ezer: aiutante, supporto) a-somiglianza-di-fronte-alui (ke-negd-o)». A cosa si riferisca «le-badd-o» in questo versetto non è così chiaro.
Tale locuzione in generale interessa persona o ente che resta da una separazione
(per es. in Gn 30,40 / 32,17 / 32,25 / 42,38 / 44,20; Es 12,16 / 22,19 / 24,2; Dt 8,3 /
22,25). La non bontà di questo distacco potrebbe concernere uno di due aspetti espliciti dopo: a) l’assenza di un aiutante, b) la divisione in due creature
dell’androgino. In entrambi i casi si può parlare di un distacco non positivo poiché
in a) viene a mancare un supporto e in b) si originano l’uomo e la donna singoli e
imperfetti. La solitudine androginica di genere è comunque tema comune ad a) e
b). Nell’eventualità di qualsiasi delle due interpretazioni Dio cercherebbe, infrut-

4

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

tuosamente, di trovare un aiuto all’adam producendo degli animali (Gn 2,19-20)
prima di procedere alla scissione dell’androgino. Gn 2,21 attesta di un prelievo chirurgico di qualcosa da una zona angolare dell’adam, non viene menzionata esplicitamente la costola: il termine tsela vuol dire lato (ad es. Es 26,26-27 / 26,35 / 36,31-32;
1 Re 6,8 / Ez 41,5-6): Dio, mentre l’adam dormiva, «prendeva numero uno dai lati di
lui (achat mi-tsalotay-v) e chiudeva la carne (basar) al di sotto di questo (tachte-nnah)…
e costruiva la tsela che aveva tratto dall’adam per [dare vita a] la donna (le-ishah:
complemento di fine)».
Adesso l’adam è soddisfatto della nuova proposta di un ezer (Gn 2,23): presa da lui («osso dalle ossa di me e carne dalla carne di me», dirà) la chiamò «ishah (donna) poiché dall’iysh (uomo) è stata tratta». Gn 2,24 stabilisce uno scopo antropologico dicendo che l’uomo lascerà la sua famiglia di provenienza per ripristinare una
sorta di unità sullo stampo dell’androgino: «si sarà unito (avvinghiato, attaccato; avrà
aderito strettamente: -dabaq, qal perfetto 3a persona maschile singolare) nella donna di
lui (be-isht-o) e saranno diventati (-hayu, qal perfetto 3a persona comune plurale) la
creatura primigenia (letteralmente la carne, il corpo numero uno: le-basar echad, in questa espressione di termini – costituente nel testo masoretico un complemento di
fine – echad ha – considerati i risvolti dell’analisi – più un valore ordinale che cardinale)». Quando l’uomo (iysh) avrà recuperato il lato (tsela) femminile (neqebah, ishah)
si sarà innalzato di nuovo alla completezza del primo adam. Ecco una fondazione
ontologica del pregiudizio discriminatorio contro le donne, di cui il seguito dei
brani contenuti nel terzo capitolo di “Genesi”, che parlano della tentazione e della
conseguente cacciata dall’Eden, sono altra fondazione antropologica.
L’esistenza separata di un essere femminile non solo ha provocato una
prima degradazione al momento della separazione androginica, ma ha per giunta
squalificato il genere umano una seconda volta (Gn 3,16-19). Alla luce di questa
ottica ermeneutica si comprende Gn 5,1-3, un brano che non è ulteriormente ripetitivo rispetto a 1,26-27 e a 2,7-25, e che non fa una strana inversione nell’uso dei
termini quando usa tselem per il complemento di paragone e dmuwth per il complemento strumentale invertendo la logica espositiva di 1,26.
Quando il passo in esame asserisce che Dio «produsse lui [l’adam] per mezzo
della similitudine di Elohiym (bi-dmut Elohiym asah oto)… maschio e femmina (zakar
u-neqebah) li produsse» e che «Adam causava una nascita (-yyoled, hiphil imperfetto
3a persona maschile singolare) grazie alla similarità di lui [di Adam] (bi-dmut-o:
Eva), a somiglianza della sua [di Adam] immagine (ke-tsalm-o: la tselem androgina)»
lega l’espressione «zakar u-neqebah» in senso predicativo binario (chi maschio e chi
femmina) agli esseri umani sessualmente differenziati, non più all’androgino come
reso evidente laddove si parla di similitudine e non di immagine/statua: «la similarità di Elohiym» è il risultato della separazione androginica (le due nuove creature fatte nella costituzione del genere umano definitivo). «Per mezzo della so-

5

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

miglianza» è complemento correlato al concetto di una produzione seguita alla
scissione dell’androgino: creazione dell’uomo e della donna (5,1-2), e nascita di un
figlio di Adamo ed Eva (5,3).
Gli esseri umani provenuti dalla divisione dell’androgino poiché hanno
perduto la completezza iniziale sono imperfetti. Questo è il senso di Gn 2,25: Adamo ed Eva, nudi («arummiym»), non erano ancora consapevoli di tale status, la
cui conoscenza si appaleserà in Gn 3,1-7. Da detto momento mostrare la nudità equivarrà a rendere visibile l’imperfezione (che è motivo di vergogna), perciò
nell’episodio di Gn 9,20-28 Cam meriterà la maledizione di Noè (visto ubriaco nudo). Nudo (eyrom, erom al singolare) indica in ebraico una situazione di privazione
e bisogno. Il verbo corrispondente a questo aggettivo, cioè proveniente dalla stessa
radice, ha tra le sue sfumature di significato quelle di distruggere, danneggiare, ledere, oltraggiare, ferire e di versare fuori.
L’argomento dello sposalizio nella concezione socioreligiosa ebraica è fondamentale: il matrimonio e l’unione sessuale (con la procreazione) sono la via adatta a recuperare la dimensione di perfezione dell’androgino (una formula per
benedire gli sposi durante il rito definisce Dio artefice dell’adam, terminologia che
non ha luogo quando viene al mondo un neonato imperfetto). L’esercizio della sessualità nell’ebraismo antico aveva un concreto obiettivo procreativo a scopi demografici tendenti a rafforzare l’esercito e la difesa della nazione, pertanto tutto
quello che era deviazione da questo funzionale comportamento era respinto e riprovato. La questione della restaurazione androginica si è protratta sino ai Vangeli. In Matteo 22,23-30 l’ultimo versetto ribadisce che dopo la resurrezione non ci
sarà più bisogno di sposarsi perché gli esseri umani, prima uomini e donne nella
sostanza separati, avranno recuperato la completezza dell’androgino, paragonabile alla perfezione angelica.
L’apocrifo “Vangelo copto di Tomaso” si segnala oltre a questo motivo per
il carattere misogino. Al brano 22 viene prima detto che «Gesù vide dei bimbi che
succhiavano il latte. Disse ai suoi discepoli: “Questi bambini che prendono il latte
assomigliano a coloro che entreranno nel Regno”. Gli domandarono: “Se noi saremo bambini, entreremo nel Regno?”. Gesù rispose loro: “Allorché di due farete
uno, allorché farete la parte interna come l’esterna, la parte esterna come l’interna
e la parte superiore come l’inferiore, allorché del maschio e della femmina farete
un unico essere sicché non vi sia più né maschio né femmina, allorché farete occhi
in luogo di un occhio, una mano in luogo di una mano, un piede in luogo di un
piede e un’immagine in luogo di un’immagine, allora entrerete nel Regno”».
Poi all’ultimo (il 114): «Simon Pietro disse loro: “Maria deve andar via da
noi! Perché le femmine non sono degne della vita”. Gesù disse: “Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi
maschi. Poiché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli”». Ri-

6

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

guardo alle venature misogine del giudaismo va ricordato che una preghiera elaborata per i credenti di sesso maschile rivolge un pensiero di sentita riconoscenza
a Dio per il fatto di non essere nati donne. Le trattazioni dell’androgino nella “Genesi” e nel “Simposio” hanno una mira in comune: quella di prospettare il tema di
un’originaria unità fondante dei generi, unità ipotizzata a posteriori per spiegare la
normalità attuale e la cui bontà andrebbe riprodotta. La tradizione cristiana medievale di antifemminismo, che trasse spunti dalla misoginia ebraica, raggiunse uno
degli estremi negativi della storia umana con la caccia alle streghe. La cultura greca
antica, pervasa da forti tratti discriminatori verso le donne, espresse invece la figura della sacerdotessa, recuperata poi da correnti protestanti.

2. IL WERTHER GOETHIANO

“I

dolori del giovane Werther” è tra le opere più famose di sempre, un capolavoro del protoromanticismo tedesco che in seguito ispirò la creazione del
foscoliano Ortis, dilatando in maniera universale la tipologia del personaggio: Werther da solo sarebbe bastato, però concretamente da Foscolo è stata dimostrata questa sua universalità.
Si tratta di un romanzo epistolare (modello ricalcato ne “Le ultime lettere di
Jacopo Ortis”) in cui il protagonista attraversa l’esperienza non positiva e non fortunata del suo innamoramento verso Carlotta (una ragazza ormai destinata a un
altro). Come già sottolineato dalla critica, il testo contiene motivi autobiografici di
Goethe, che non saranno qui da me menzionati.
Due sono i fili conduttori: aspetti di archeologia letteraria goethiana, cioè
tracce fossili di letture (altri autori passati rievocati per mezzo di loro immagini), e
un’analisi psicologica del tipo wertheriano.
Tuttavia la prima cosa che sollecitò la mia attenzione quando lessi il libro
aveva la caratteristica di un simpatico ante litteram: all’inizio della lettera datata 6
luglio 1771 Werther dice di Carlotta che «in ogni luogo mitiga la sofferenza e porta
gioia». Questo passaggio rievocò alla mia mente la figura storica di Eva Peron,
non solo per la qualità dell’affermazione, ma anche perché quelle parole riecheggiano alcune di Evita durante il Cabildo abierto del justicialismo di Buenos Aires il 22

7

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

agosto 1951 allorché ella attaccò ancora una volta la borghesia argentina non progressista: «A ellos les duele que Eva Perón se haya dedicado al pueblo argentino; a
ellos les duele que Eva Perón, en lugar de dedicarse a fiestas oligárquicas, haya
dedicado las horas, las noches y los días a mitigar dolores y restañar heridas». Echi
saffici compaiono nell’epistola del 13 luglio. Chi ha letto i frammenti della decima
musa non può non riscoprire i versi del frammento 31 (edizione Voigt, 1971) – a
sua volta ripresi da Catullo per il carme 51 – in questi brani: «Un brivido mi corre
nelle vene, quando per caso le mie mani sfiorano le sue, quando sotto tavola i nostri piedi si toccano. Mi ritraggo come dal fuoco, mentre una spinta segreta mi
spinge di nuovo avanti; ed una vertigine prende tutti i miei sensi… Ella mi è sacra.
Ogni volontà dinnanzi a lei si tace. Non posso riferirti quello che accade in me
quando mi è vicina: mi sembra che tutta l’anima si riversi nei miei nervi… Il profondo turbamento dell’anima mia si disperde, e respiro di nuovo più liberamente». Nella lettera successiva del 13 luglio la radice del brano d’apertura è platonica
e richiama la figurazione del mito della caverna in senso opposto: «O Guglielmo,
la nostra anima che cosa diverrebbe senza l’amore? Simile ad una lanterna magica
senza la luce. Appena si mette la piccola lampada, ecco le immagini più varie appaiono sulla parete bianca. E nonostante siano fantasmi fuggenti, essi rendono
ugualmente felici, quando sostiamo davanti ad esse, simili ad innocenti fanciulli,
estasiati dalle meravigliose apparizioni».
La rappresentazione di un motivo catulliano (dal carme 8, risalta il v. 2:
«quod vides perisse, perditum ducas») si presenta, con la voglia di ribaltarlo, il 30
luglio: «Mi adiro e irrido alla mia miseria, ma irriderei di più chi mi dicesse che è
necessario rassegnarsi perché le cose non possono ormai avere uno svolgimento
diverso». E il contrasto al carme 8 continua ancora il 30 agosto: «Infelice! Non sei
un pazzo? Non inganni te stesso? Che significa questa furente e sconfinata passione? Non ho più preghiere se non per lei: alla mia immaginazione non si presenta
altra visione che la sua, ogni manifestazione del mondo non la considero se non in
rapporto con lei. Mi procuro così molte ore felici, finché non devo strapparmi da
questa visione. Ah, Guglielmo, dove mi sospingerà il mio cuore? Quando siedo
con lei due o tre ore; e mi sono riempito del suo aspetto, dei suoi movimenti, delle
sue celesti parole, pian piano i miei sensi si esaltano, gli occhi mi si velano, ascolto
con sforzo, mi sembra d’essere stretto alla gola da una mano omicida, e il mio cuore, con i suoi tonfi affrettati, cercando sollievo ai miei sensi oppressi, non fa che
aumentare il loro scatenarsi».
Gli effetti sono paragonabili a quelli provocati da Lesbia. L’epistola del 12
settembre 1772 combina due ordini di immagini: agli ammiratori di Catullo non
sfuggono gli echi del carme 2 congiunti a quelli di “The flea” di Donne: fusi assieme fanno del canarino un passero di Lesbia elevato a canale di collegamento come la pulce di Donne: «Carlotta è mancata qualche giorno per essere andata a

8

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

prendere Alberto. Oggi sono entrato nella sua stanza; ella mi si è fatta incontro ed
io con gran gioia le ho sfiorato la mano con un bacio. Un canarino ha preso il volo
dallo specchio alla mia spalla. facendoselo venire sulla mano ha detto. “Ecco un
nuovo amico; è per i miei piccoli. Ammiri come è grazioso. Se gli offro del pane,
muove l’ala e becca dolcemente; guardi, mi bacia, anche!”. Quando il piccolo animale fu vicino alla sua bocca, e le premette con tanto amore le dolci labbra, come
se avesse potuto valutare la beatitudine di cui godeva: “Deve dare un bacio anche
a lei”, diss’ella offrendomi l’animaletto; il piccolo becco andò dalle sue labbra alle
mie, e le beccate erano simili ad un alito, ad una promessa di voluttà amorosa.
Dissi allora: “Il suo bacio è interessato; cerca il cibo, rimanendo insoddisfatto dopo
una vana carezza”. “Prende anche il cibo dalle labbra”, aggiunse Carlotta. Gli porse allora qualche mollica di pane con la bocca, sulla quale traspariva la felicità di
un puro amore. Io volsi lo sguardo altrove; ella non doveva far così; non avrebbe
dovuto eccitare la mia fantasia con queste visioni di purezza e di felicità; non avrebbe dovuto scuotere l’animo mio dal torpore in cui spesso lo adagia la superficialità del vivere! E perché no? Ella sa con quale intensità l’ami, ed ha quindi fiducia in me».
Quest’indagine sulla serie dei fossili – naturalmente non esaustiva – termina alle ultime pagine del romanzo, laddove Werther e Carlotta rispecchiano Paolo
e Francesca del V canto dell’Inferno dantesco: il loro svago di lettura ricalca la dinamica di Dante culminando con Werther che «baciò appassionatamente la sua [di
Carlotta] bocca tremante» (vedasi il v. 136 del V dell’Inferno).
Tutti questi rinvenimenti di archeologia letteraria ci fanno vedere abbozzato lo spettro creativo goethiano, che attinge dai suoi predecessori allo scopo di fare
produzione originale nella sua nuova sintesi, la quale non è dunque plagio artistico (tutt’altra cosa, pertinente all’incapacità intellettuale di costruire un edificio di
concetti, che incastri pure delle idee altrui, comunque avente un autonomo progetto – più o meno originale – nel pensiero del suo autore).
Il secondo tratto d’analisi delle considerazioni iniziate si rivolge al profilo
interiore di Werther, scandagliato secondo uno stile psicoanalitico, conseguenza di
cui non è la bocciatura di Goethe o della sua creazione letteraria, bensì proprio di
Werther stesso preso come individuo. Poiché il suo agire, in apparenza contenuto
sino al finale della storia, è del tutto animato dal disordine del suo animo per niente riflessivo o razionale. Oserei definirlo stupido se non fosse per il fatto che finisca in tragedia. Werther non è una persona nel pieno possesso dell’equilibrio mentale, si fa intrappolare da un disturbo ossessivo che ha per oggetto Carlotta, e non
potendo ottenere l’appagamento non trova via migliore che l’autodistruzione. Il
mondo è pieno di donne e lui ne eleva una impegnata a materia di nevrosi, lanciando la nefasta moda romantica del suicidio amoroso. Non che egli celi le sue
velleità e i suoi ideali, il 20 luglio 1771 dice: «Tutto il mondo si dissolve nel nulla,

9

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

ed un uomo, che per volontà altrui, ma senza un intimo interesse o un sogno ricerchi affannosamente denaro, onori od altro, sarà sempre un pazzo». E il 26 successivo – sembrando perfino un po’ ridicolo – aggiunge: «Mia cara Carlotta, ben volentieri mi occuperò di ogni vostra cosa e dei vostri desideri. Datemi un sempre
maggior numero di commissioni. Vi chiedo una sola cosa: non mettete più sabbia nelle
lettere che mi scrivete. Quella di oggi, dopo averla avvicinata alle labbra rapidamente, ha
fatto in modo che i miei denti scricchiolassero».
L’8 gennaio 1772 ha un lampo di pragmatismo machiavellico nella comprensione del mondo: «Quanti re si lasciano governare dai loro ministri, e quanti
ministri dai segretari! E allora chi è il primo? Mi pare chi sa comprendere gli altri,
chi ha abbastanza forza o astuzia da aggiogare le loro passioni alle realizzazioni
dei suoi propri scopi». Ciò nonostante resta lontano da una qualsiasi matura riflessione sulle cose e sul senso della vita, cosa che sarà causa della sua definitiva
involuzione, come da lui stesso affermato (16 giugno 1772): «Io sono solo un pellegrino sulla terra; voi siete di meglio?».
Quando l’uomo pone il suo attuale baricentro fuori della sua realtà prossima ha fallito la sua ragion d’essere: egli è quello che è, in base al suo statuto ontologico, nel suo qui e nel suo ora (hic et nunc). La fuga dal mondo è indice di una
scorretta posizione delle questioni: i problemi dell’esistenza e di questa dimensione quotidiana non sono di natura metafisica. La loro soluzione va ricercata qua,
non dopo, non oltre. E con un solo linguaggio, quello che Dio ha dato all’uomo
della ragione: unico, universale, al cui tavolo tutti possono sedere.
Werther si perde sciogliendosi nell’infinito, con un atteggiamento egoistico,
come se identificasse sé e i suoi desideri con la dialettica dell’Assoluto da soddisfare necessariamente. Trascura l’altruismo e l’interesse verso una società più giusta, nel momento in cui la Rivoluzione francese si avvicinava e il Romanticismo –
che lui incarnava in embrione – avrebbe risvegliato le ambizioni di indipendenza
nazionale e di libertà (che Jacopo Ortis dal canto suo non mise da parte).
Alter ego wertheriano al femminile è Madame Bovary. Nella diversità di
contesto in cui si svolgono le loro vicende, il DNA concettuale è lo stesso: lo scollegamento dalla realtà. Lei, come Wether, vive immersa in un personale universo
fantastico costellato di illusorie proiezioni narcisistiche che crollano a causa
dell’urto con la dialettica mondana. Wether è il primo titano romantico che inaugura una serie, Emma rappresenta l’ultima donna del Romanticismo che ha preso
coscienza dell’enorme difficoltà di tradurre in atto i vagheggiamenti già prima
della fine: il suicidio del personaggio goethiano è una decisione impulsiva e inevitabile nella chiusura della sua parabola; Emma, invece, si trascina con evidente disagio verso l’ineluttabile sorte che l’accomuna a Jacopo e a Wether. Da Goethe e
Flaubert si sviluppa un tipo psicologico che negli estremi (Wether-Emma) circoscrive la storia di aspetti del pensiero romantico dalla sua nascita al tramonto.

10

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

3. ATTUALITÀ DI EZRA POUND

L’

eurocentrismo, che dalla scoperta dell’America impresse la sua indelebile
impronta sullo sviluppo del pianeta, è crollato dopo la fine dell’ultimo
conflitto mondiale. L’Europa ha ceduto il passo a forme di bipolarismo
“Occidente / resto del globo”, che l’hanno posta in subordine al cospetto degli
USA e della Russia (ex URSS). Il tentativo di recuperare al vecchio continente il suo
ruolo di guida mondiale ha spinto le principali nazioni europee ad associarsi in
gruppi comunitari sempre più evoluti e compatti con il fine di cementare una piattaforma di forza. L’Unione europea si avvia verso la struttura istituzionale di una
federazione politica con la creazione degli Stati Uniti d’Europa, i quali pare si vogliano modellare sullo stampo sociale capitalistico americano.
Al momento attuale l’assetto testimonia che la procedura adottata abbia
prediletto, attraverso l’unione monetaria, posta sotto il governo di una banca centrale, una via socioeconomica. La BCE è un governo delle produzioni, dei consumi, in pratica dei regimi di vita, poiché il controllo sull’euro dà facoltà di alimentare o meno detti circuiti. Il clima di darwinismo sociale creatosi, in cui sembra
operarsi una scrematura generale a scapito di tutte le categorie umane che non sapranno adeguarsi (quasi fossero Eloi davanti a Morlock) offre lo spunto di richiamare il pensiero economico di Ezra Pound (1885-1972). Vissuto lungamente in Italia, fu ammiratore del fascismo, di cui vide i metodi di affrontare la precedente
grande crisi degli anni ’30. Da scrittore non si dedicò solo alla letteratura: espose le
sue riflessioni nel campo dell’economia meritevoli di un’obiettiva attenzione e di
un critico esame, non ideologici, ma di schietto carattere storiografico, il quale non
coinvolge altri temi degli accadimenti italiani di quegli anni (che in taluni casi –
come l’antisemitismo, la vicinanza al nazismo, e le loro nefaste conseguenze – si
accompagnano a inequivocabili giudizi di nette disapprovazione e condanna).
L’accento poundiano su peculiari aspetti del rapporto uomo-lavoro si rivela molto
interessante.
Tutto ciò che gli uomini producono in termini di servizi o di cose può essere comprato. Questo prodotto lordo scaturisce come frutto dell’attività lavorativa.
Il circuito – in senso lato – commerciale è tenuto in piedi da questa, se la produzione cessasse anche gli scambi in moneta prima o poi finirebbero: riducendosi a
zero la produttività tutta la valuta in giro perderebbe il suo potere d’acquisto. Pertanto è evidente che ad avvalorare il denaro come mezzo di scambio è il lavoro
svolto. Il valore di una merce è quello dell’opera necessaria a produrla (quantità e
qualità del lavoro), senza cui neanche esisterebbe. I soldi in circolo sono espres-

11

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

sione della produzione e Pound raccomanda che «il certificato del lavoro compiuto deve equivalere a tale lavoro».
I titoli relativi al prodotto si traducono in titoli generali (denaro), però «la
finanza dei finanzieri consiste in gran parte nel far giocare abilmente titoli generali
contro titoli specifici»: un’emissione di biglietti senza concreta copertura può far
svalutare il titolo relativo alla produzione, e di conseguenza il lavoro effettuato.
Riguardo al rapporto nevralgico tra l’emissione della moneta e la sovranità dello
Stato il monito poundiano è chiaro: «Quella nazione che abbandona lo strumento
per misurare gli scambi alla mercé di forze estrinseche alla nazione, è una nazione
in pericolo; è una nazione priva di sovranità nazionale. […] Nessun altro reparto o
funzione dello Stato andrebbe sorvegliato con cura più gelosa che non questo, e in
questo più che non in qualsiasi altro reparto dell’amministrazione statale occorrono alti requisiti di moralità». Lo scopo di un apparato produttivo non deve essere
quello di creare ricchezza monetaria, Pound ricorda che «quando si tratta di proporre un sistema economico, si deve innanzitutto domandare a quale scopo deve
servire. E la risposta è che deve servire ad assicurare a tutti il cibo (sano),
l’alloggio (decente), e l’abbigliamento (secondo le esigenze del clima)».
La vocazione del capitalismo, secondo l’analisi weberiana che ne vede
nell’attivismo protestante la radice, è quella di concentrare con criterio progressivo soldi, più di ogni altra cosa da non investire: gli esseri umani predestinati da
Dio cercherebbero nel successo socioeconomico un segno dell’elezione divina alla
salvezza eterna, e dei frutti possibili delle attività l’etica del protestantesimo impedirebbe di fare spreco (proiettandoli in direzione di una sedimentazione indefinita, l’accumulo di capitale tanto criticato da Marx).
La teoria marxiana del plusvalore ha spiegato come fosse sufficiente agli
imprenditori garantire solo l’essenziale alla vita della classe lavoratrice: buona fetta della differenza ricavata dai costi di vendita dei prodotti arricchiva il capitalista
sottovalutando ad arte l’esclusivo potere del lavoro umano di avvalorare il denaro, mentre sarebbero state più giuste ed eque la garanzia del diritto al lavoro nei
confronti di tutti e la partecipazione di ogni soggetto coinvolto attivamente
nell’impresa ai suoi utili (un’idea poundiana contempla dividendi pubblici ai cittadini a beneficio dell’intero insieme nazionale).
Le basi di un’economia funzionale al benessere (welfare) collettivo sono così sollecitate da Pound: «Chiunque sia abbastanza corretto da voler lavorare per la
propria sussistenza e quella di chi dipende da lui […] dovrebbe avere la possibilità
di fare una quantità ragionevole di lavoro. […] Il PRIMO PASSO consiste nel mantenere la giornata lavorativa abbastanza corta da impedire che un singolo faccia il
lavoro pagato di due o tre persone. Il SECONDO PASSO consiste nella fornitura
di certificati onesti del lavoro fatto [moneta-lavoro, n.d.r.]». Tuttavia sulla distribuzione di carichi lavorativi puntualizza: «È ABBASTANZA CURIOSO che, no-

12

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

nostante tutte le lagnanze di coloro che erano soliti lamentarsi di essere oppressi e
oberati di lavoro, l’ultima cosa che gli esseri umani sembrano voler spartire sia il
LAVORO. L’ultima cosa che gli sfruttatori sono disposti a lasciare che i loro dipendenti condividano è il lavoro.». Se la valuta a disposizione della gente diminuisce perché si deposita e si accumula nelle banche a causa delle loro speculazioni, il ciclo produttivo ne risentirà contraendosi (diminuzione del PIL). Pound dice
che bisogna «trovare un sistema che consenta di tenere in circolazione il mezzo di
scambio in modo che la domanda del singolo, o ad ogni modo ciò di cui ha bisogno, non sia superiore all’ammontare del mezzo di scambio in suo possesso, o a
lui immediatamente accessibile», e «considerando il denaro come un certificato di
lavoro compiuto, il modo più semplice per continuare a distribuirlo (in biglietti di
credito a corso legale) consiste nel continuare a distribuire lavoro». Nella ricerca di
soluzioni afferma che «la scienza dell’economia non andrà molto lontano se non
garantirà la presenza della volontà tra le sue componenti: cioè volontà d’ordine,
volontà di “giustizia” o equità, desiderio di civiltà inclusi gli scambi di cortesie».
Negli anni ’30 la politica economica del fascismo incoraggiava le assunzioni
di nuove persone in luogo dello svolgimento di lavoro straordinario, la riduzione
dell’orario lavorativo al posto di licenziamenti e l’abbassamento dell’età per la
pensione (soprattutto nei casi delle mansioni più pesanti).
In questo scenario una parte fondamentale ebbe la Banca d’Italia, la quale
grazie a sane strategie d’intervento sulla realtà finanziaria e imprenditoriale, concorse al salvataggio dell’economia italiana. Questa attitudine interventista – non
nuova – si sposò con le direttive del regime patrocinante la presenza della mano
pubblica nel comparto produttivo privato, al fine di evitare che questo affondasse
tra i problemi. Il programma fascista comportò a gradi un sempre migliore controllo del mondo bancario (posto sotto la vigilanza della Banca d’Italia, divenuta
nel 1926 unico istituto di emissione della lira, i poteri operativi della quale al servizio dello Stato si accrebbero nel 1936) e la creazione, dopo l’IMI, dell’IRI (un
braccio d’azione erogatore di finanziamenti e gestore di partecipazioni).
L’Istituto mobiliare italiano, negli anni ’90 prima privatizzato e poi accorpato,
e l’Istituto per la ricostruzione industriale, in maniera similare assorbito e scomparso
nel 2002, entrambi a vantaggio di privati, sono due tipologie strumentali oggi venute a mancare. Enti del genere ben gestiti darebbero all’Italia quell’aiuto di cui
necessita. La sottrazione della sovranità monetaria sembra pure aver complicato la
situazione dato che se i soldi pubblici si sprecano nell’effimero senza concreti ritorni di servizi e cose il circolo valutario si guasterebbe: una quantità minorata di
vero lavoro coprirebbe il valore del denaro investito, il quale rischierebbe d’altro
canto di venire eroso e paralizzato nelle banche. L’accumulazione bancaria mirante all’investimento sui titoli del debito sovrano, può ingenerare in Europa un effetto coperta corta: chi attrae in eccesso euro da una parte toglierebbe dall’altra, dan-

13

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

neggiando così un normale ciclo economico. In questa ipotesi avere una seria produzione, creatrice di ricchezza, potrebbe equivalere, a causa del suo effetto di crescita, a gestire un proprio (e quindi non comunitario) centro di gravità monetario
che indebolirebbe gli altri Stati se la BCE e le banche non perseguissero una condotta analoga a quella della Banca d’Italia all’epoca del fascismo (la quale si adoperò a favore di un interesse generalizzato). Non sprecare le risorse pubbliche,
non ingrandire il debito statale, non rimanere prigionieri di norme comunitarie,
non prestare il fianco a particolari convenienze sono prassi di sopravvivenza valide a vantaggio di tutti i governi europei a disagio, in attesa che l’Unione assuma
un’egida politica federale esplicita. Nel frattempo ancora le parole di Pound tornano a suggerire: «1. Quando c’è quanto basta, si dovrebbero trovare i mezzi per
distribuirlo a chi ne ha bisogno.
2. È compito della nazione provvedere a che i suoi cittadini abbiano la loro
parte, prima di preoccuparsi del resto del mondo. (Altrimenti che senso avrebbe
essere “uniti” od organizzati in uno Stato? Che cosa significa “cittadino”?)
3. Quando la produzione potenziale (la produzione possibile) di qualsiasi
cosa è sufficiente per soddisfare la necessità di tutti, è compito del governo provvedere a che sia la produzione, sia la distribuzione, vengano portate a termine».
L’auspicio poundiano finale è questo: «Nel momento in cui il denaro viene concepito come il certificato del lavoro compiuto, le tasse risultano un’anomalia, in
quanto sarebbe semplicissimo emettere certificati di lavoro compiuto per lo Stato,
senza affaticarsi inutilmente per recuperare certificati già in circolazione. Ciò non
significa che lo Stato debba acquistare proprio tutto quel che gli salta in mente. Ci
sarebbe una corsa di “cercatori d’oro” nel momento in cui questo concetto diventasse operativo, ma dovrebbe esserci anche un accresciuto senso della proporzione
nei valori PER lo Stato. Non si risparmierà più sulla sanità».
Nell’UE è impossibile alle singole banche centrali nazionali stampare biglietti, ma è possibile in un Paese rilanciato adoperarsi verso l’obiettivo di lasciare
più soldi ai cittadini e alle imprese (ad esempio diminuendo l’IVA). Se l’Italia, costretta allo scopo di evitare il peggio, uscisse fuori dell’euro e reintroducesse la lira, con la sovranità monetaria, la valuta iniziale da una lira partirebbe da una situazione di uguaglianza teorica con la moneta dell’Unione (1 L = 1 €).
Tenendo conto di una scontata successiva svalutazione della lira negli
scambi anche di 1/3 del suo valore di partenza, questa si attesterebbe – secondo
giudizi esperti – su un piano di parità col dollaro (1 L = 1 $): la capacità
dell’economia in Italia pare essere tale di tener testa alle possibili difficoltà e la
svalutazione competitiva agevolerebbe le esportazioni. Il futuro migliore dei popoli in Europa resta comunque la pacifica e solidale unità politica, costruita secondo giustizia sociale sulla libertà degli individui, esempio di civiltà e di progresso a sostegno della vita umana sulla Terra.

14

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

4. “ARCARATA RUSTICANA”:
COMMENTO CRITICO

V

incenzo Vento Vicari, autore dell’opera, con abile tecnica di narrazione accompagna il fruitore nello sviluppo delle vicende in prima persona, con un
ruolo che non è semplicemente quello del cantastorie. La sua presenza nel
racconto ricorda il Manzoni dei “Promessi sposi”. E l’intera sua creazione, sottoposta ad analisi, mostra molti aspetti e personaggi che hanno un’ascendenza prevalente nelle letterature europee dell’Ottocento. Ma non solo: l’uso di un particolare dialetto – quello lercarese – è stato adeguato alla poesia, in un sinolo forma
poetica – materia descritta di elevato tenore lirico per il suo equilibrio rappresentativo. “Arcarata rusticana” è linguisticamente una sorta di “Divina Commedia”
per quel lessico di cui si serve.
Non bisogna trascurare questo aspetto linguistico per concentrarsi esclusivamente su quelli relativi al contenuto: la forma espressiva scelta è la rappresentazione di un universo reale elevato a letteratura attraverso la poesia. Ascriverei
questo piacevole e monumentale lavoro sotto una categoria di realismo poetico.
Come il Manzoni, il Vento Vicari dà cittadinanza nella produzione letteraria agli
umili, ribaltando a sua volta un topos che era già stato dell’ “Ivanhoe” di Walter
Scott: non più cavalieri o nobildonne, ma gente di popolo, gente con le proprie
storie, le proprie vicissitudini, gente che parla in lercarese – dipinta da un esperto
cantastorie – , che prorompe in un quadro dalla enorme carica espressiva.
Tutto ciò che si sviluppa da questa “fujtina”, ambientata nello scenario della Lercara degli anni ’50, tra la quasi diciottenne Carmela e il ventiquattrenne Caliddu, è l’esito inconfondibile di una felicissima creatività. Come non pensare ad
Alěsa Karamazov quando si legge nel cap. 2 del fratello di Carmela – convinto del
fatto che si possa ragionevolmente rimediare all’accaduto – che tenta di riportare
alla ragione il padre furibondo. O all’arroganza e alla presunzione di don Rodrigo
che rivivono nella figura di don Tano duca De Lamberti – nel cap. 6 e nei successivi – presso cui Carmela lavora come cameriera ricevendo attenzioni non ricambiate. Purtroppo la situazione familiare di Carmela e Caliddu dopo anni dal matrimonio di riparazione è degenerata poiché lui si è trasformato in uno scansafatiche
bevitore.
E lei per cercare di salvare economicamente e moralmente la famiglia (con
tre figli e uno in arrivo) svolge la mansione di cameriera, e tiene lontano, d’altro
canto, il ritorno di fiamma del suo primo fidanzato Mariano Colasanti, un bracciante. Dal sapore stilnovistico una quartina del canto 5, in cui Mariano esprime la

15

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

sua devozione e le sue speranze a Carmela (sembra il Dante della “Vita nova” che
parla di Beatrice):
... Sarà ca spirimentu ‘a fantasia:
‘na bedda vista sí quannu accumpari.
Û raggiu, ca radia ‘ntensa luci,
diventa scuru quannu v’a stracoddi.
E Mariano nuovamente manifesta a Carmela nel cap. 9 apertamente i suoi
sentimenti; ma lei per amore e decoro della famiglia e personale lo respinge:
Facemmu casta ‘a brama sensuali;
platonichi i suspiri e i taliati.
Tinemmulu cchiú nobili e virtuali
’stu tristu nostru amuri clandistinu.
La tempra e la robustezza morale di Carmela sono quelle di una Lucia
Mondella: prima davanti a don Tano come al cospetto dell’Innominato, con ferma
fede nei valori. Adesso in questo abboccamento di elevato lirismo compare il pathos di un incontro tra Lancillotto e Ginevra. A questa poeticità si aggiunge un diretto commento dell’autore che li segue da presso:
Si vonnu e sannu c’o nsi ponnu haviri...
e ccomu ca è gravusa la rinuncia.
P’u nn’allurdari i megliu sintimenti
si sannu ‘nserragliari u disideriu.
In precedenza lo scrittore si era levato, dalla fine del cap. 6 al cap. 8, a disapprovare la condotta di coloro che impensierivano Carmela: don Tano, che ci
prova spudoratamente, e che l’autore con irruenza e caparbietà vendicativa degna
di un conte di Montecristo vorrebbe ammazzare con un trattamento speciale (cap.
7); e Caliddu, di cui descrive gli svaghi perditempo che gran danno arrecano a lei
e ai figli (cap. 8). A chi non verrebbe un moto di stizza di fronte alle cose storte,
moto però temperato nel nostro caso da quel sublime elogio dell’amore contenuto
nel canto 6:
La cosa c’o ns’accatta e c’o nsi vinni,
diletta cu si scopri ‘nnamuratu,
la godi c’u nci joca a spiculari,
si duna a ccu c’è a ccori haviri beni.

16

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

[…]
La cosa c’o nn’è serva né patruna,
si parti distinata a la só sorti...
senza ‘ntrallazu o atru sintimentu,
si junci a cu a la pari si la scancia.
La parte centrale dell’opera (dal cap. 11 al 19) è occupata da eventi che si
sviluppano nel giro di pochissime ore. È il 20 agosto, giorno della processione nella festività a Lercara della Madonna di Costantinopoli: Mariano apprende quasi
casualmente da un compaesano che Carmela quasi un’ora prima ha subito un tentativo di violenza sessuale da parte di don Tano, evitato per l’intervento della gente richiamata dalle voci. In preda alla rabbia, e con l’impulsività di uno Renzo
Tramaglino, corre da Carmela. Lo spettacolo che gli si palesa è quello di una moltitudine di malelingue sedicenti confortatrici: colorita questa rappresentazione
culminante in un canto di biasimo, l’undicesimo.
Ma la scena sale di tono quando a casa di Carmela si recano il sindaco, il
barone, don Peppino: le personalità più in auge del paese, espressione di un sistema ancora feudale negli atteggiamenti e di una società in parte disagiata con
sperequazioni sociali. Sono venuti in rappresentanza di don Tano a chiedere per
quel suo tentato abuso un gesto di comprensione adeguatamente ricompensato.
Significativo il modo di esprimersi (cap. 12):
‘Stu passu, comu segnu di fauri
è ‘n’attu ca fa amicu di l’amici.
Mariano schifato da quel tentativo di accomodatura portato avanti con arroganza (rivive qui lo spirito del confronto fra il conte zio e il padre provinciale
nei “Promessi sposi”) si congeda da tutti e da Carmela. Ritorna a casa meditando
uno sproposito: uccidere don Tano nella sua villa recintata poco fuori paese. Lo
sorprende di notte: quell’incontro è un’altalena di colpi di scena (dal cap. 14 al 19),
con profonde introspezioni interiori sui due contendenti tratteggiate dall’autore.
Don Tano sorprende Mariano con un delirio d’onnipotenza, ben affrescato nei
canti 14, 15, 16, 17. In quest’ultimo canto emergono anche intonazioni veterotestamentarie (il libro dell’ “Ecclesiaste”), che costituiscono metafora di una dialettica contrapposizione con quell’epoca di attualità:
S’agghiorna e scura e tuttu havi assettu
[…]
Í, sugnu Diu!
E... nu nni circati di atri!

17

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

Nu rriclamati vogli vanitusi,
nu rrincurriti fasti e vanagloria.
S’haviti fedi e a mmia cumpiaciti
vi saziu e vi dissitu di criatu.
Mariano più volte disorientato desiste alla fine definitivamente dal suo intento assassino di vendetta e perdona cristianamente don Tano: ai quattro canti di
escalation segue quello del perdono – il 18 – a spezzare un ritmo narrativo sino a
quel frangente unilaterale. Il perdono chiude la parabola acquietandola. Lo scontro è stato vivace, con delle puntate psicologiche operate da don Tano all’indirizzo
di Mariano cui attribuisce una aggressività dislocata.
Rifletti a quantu sprecu di bonsensu
p’u ndubbiu sintimentu a l’ammucciuni:
rugnusu comu i tinti sannu fari
ti veni a scarricari û fallimentu...
Gli preannuncia pure i titoli dei giornali se l’avesse ucciso.
Gilusu, persu û lumi dä ragiuni,
affrunta lu rivali e fa ‘na stragi.
A stari ô si capisci dû muventi,
parissi fu, p’ammiccu fora ô piattu.
L’autore, che già si era rammaricato del fatto che Mariano abbandonasse il
suo proposito omicida, ha finemente intessuto una tela di diverse emozioni e sentimenti, partendo dal tentativo riparatore in casa di Carmela (poi conclusosi), e
passando da questo conflitto fra il Bene e il Male, che ampiamente ha occupato il
cuore del poema. L’ingiustizia cede il passo alla superiorità dell’indulgenza e alla
fede in una giustizia infallibile non delegata agli uomini.
La terza parte di “Arcarata rusticana” si apre con due perle: una ricchissima
e vivissima descrizione della festa del 4 settembre a Lercara in onore di santa Rosalia (cap. 20) seguita da un canto di ringraziamento alla santa; e l’autobiografico
canto 22 che si conclude con il riferimento all’esperienza dell’emigrazione (una
versione in italiano di questo canto è stata musicata dal Maestro Pietro Lo Forte da
Mendoza).
Mariano infatti nella notte tra il 4 e il 5 settembre, reputando la sua condizione insostenibile e insopportabile, decide di dare un taglio al passato e di partire
da Lercara – come un novello Ulisse – e si trasferisce a Milano (seguendo tra l’altro
le orme dell’autore). I capitoli dal 21 al 24 sono dedicati ai temi dell’emigrazione e

18

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

della solidarietà fra conterranei. Commovente è l’approccio di Mariano con un
ventenne di Cammarata che sul treno diretto al Nord se ne stava in disparte molto
rattristato a causa dell’allontanamento dal suo paese e dall’amata. Giunto, la prima sensazione che coglie Mariano è quella di stupore – accompagnato a disorientamento – nell’affrontare l’immensità di Milano.
Ma l’amicizia con i compagni di stanza, nella pensione in cui alloggia, – il
Messinese Niria Mezzabrocca e il cantante calabrese Totuzzu Malerbanu – gli offre
punti di riferimento in questo nuovo mondo: questi due momenti sono trattati con
realismo ed entusiasmo nel canto 23 (l’amicizia) e nel 24 (la scoperta di Milano per
un meridionale e le aspettative personali in una realtà diversa rispetto a quella da
cui si proviene).
Quel trio iniziale, poiché ognuno è andato appresso ai propri impegni, si è
disgregato. Ottenuto un impiego come operaio e raggiunta una stabilità economica trova un appartamento in cui garantire la sua privacy. Nonostante cerchi di occupare tutto il tempo a sua disposizione non riesce a cancellare l’imprinting di
Carmela. E spinto da un irrefrenabile bisogno di parlare con qualcuno e di informarsi sulle sorti del paese e della famiglia di Carmela, una notte telefona a caso a
Lercara da una cabina pubblica. Raggiunge così ciò che voleva (le telefonate continueranno, sempre di notte, come se fosse vittima di un disturbo ossessivo compulsivo).
Il tentativo di Mariano di alienarsi, che l’autore ci descrive con sottile analisi della personalità, non riesce. Anzi si rovescia in un allontanamento dalla realtà
quando si mette a scrivere immaginarie lettere da consorte rivolte a Carmela.
L’introspezione psicologica di questo protagonista, condotta anche in precedenza,
avvicina Vento Vicari a quegli stili di sondaggio interiore che furono del Decadentismo. Dopo alcuni anni di residenza a Milano una lettera inaspettata perviene a
Mariano: è Carmela, che afflitta (con un eloquio lirico simile ad una Francesca da
Rimini: il tono della rassegnazione, ma al contempo di un’alta dignità) si dispiace
della lontananza dell’unico che le aveva recato conforto nelle avversità che perseveravano ancora duramente. Tutto sommato però preferisce che sia lontano.
Il canto 26 è l’elegia di questo addio delicatamente rappresentato.
... Caru,
caru Mariá,
s’u nn’‘u perdu ‘stu curaggiu,
ti nni libiru di mia.
‘A longa ti la scarricu ‘sta cruci.
T’alleviu ‘sta spina e votu strata,
Di mia nu nni senti cchiú parrari.

19

CONSIDERAZIONI LETTERARIE

Danilo
Caruso

Mariano rimane profondamente turbato da quella lettera e lì per lì non si
rassegna a rinunziare all’idea di Carmela. Dopo averla letta ricerca ancora una
volta impetuosamente la via dell’alienazione come ovidiano remedium amoris
(canto 27).
... P’u nc’accurdari spaziu ô sintimentu,
quannu ‘a malincunia ‘u suprastava...
risutta a carricarisi di ‘mpegni
p’haviri, a ricumpenza, ‘u sfinimentu.
Un cerchio si è riallacciato dal cap. 26 nel contesto strutturale del poema allo scopo di cementare un’unità narrativa che ci propone delle coppie dicotomiche
interpretative: Lercara/Milano, Carmela/Mariano.
La storia si conclude con l’annunzio a Mariano, cinque anni dopo, della
morte per strangolamento di don Tano nella sua abitazione (l’assassino è rimasto
sconosciuto). Si amareggia di non averlo ucciso lui quella notte che lo ebbe di fronte: ma una coppia dicotomica Mariano/don Tano non è che esistita occasionalmente. Come don Rodrigo don Tano muore per una mano diversa da quella dei
protagonisti, in qualche modo una giustizia è fatta. E soprattutto è salvo il codice
etico che ha animato il comportamento di Carmela e Mariano: non un moralismo
di facciata, bensì una linea di comportamento che dà risvolti pedagogici all’opera.
Una ulteriore lettura del testo in chiave psicoanalitica fa emergere il ruolo
fondamentale della freudiana libido. Ogni personaggio principale media tra il
proprio ES e il SUPER EGO; gli EGO che vengono fuori da tale conflitto sono: don
Tano, Caliddu, Carmela, Mariano. Alla fine dicotomia più profonda delle altre si
rivela quella etica/libido.

20

Indice

Introduzione

pag. 1

1. Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi

pag. 2

2. Il Werther goethiano

pag. 7

3. Attualità di Ezra Pound

pag. 11

4. “Arcarata Rusticana”: commento critico

pag. 15

Bibliografia dei brani contenuti nel saggio volti da e di autore diverso
Platone, Simposio – Il dialogo dell’Eros, BIT 1995
Gesù / Il racconto dei vangeli apocrifi (Volume X de “I grandi libri della religione”),
Mondadori
I dolori del giovane Werther, Newton 1993
A che serve il denaro, Edizioni San Giorgio, Napoli 1980
ABC dell’economia, Bollati Boringhieri, Torino 1994
Arcarata rusticana – ’A fujuta, Istituto Poligrafico Europeo 2009

Palermo
settembre 2014