Non omnis moriar

QUINTO ORAZIO FLACCO













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INTRODUZIONE

a società contemporanea sembra ignorare il valore della storia: è come se si
desse per scontato che il mondo sia sempre stato così com’è oggi.
Sì, si sa, per esperienza o per sentito dire, che c’è un passato.
Ma non esiste più.
Perché interessarsene?
Il passato è diventato oscura e confusa mitologia.
Questo inaridimento crea una nuova torre di Babele.
L’umanità sembrerebbe andare verso l’ultima barbarie.
Imperversano alle volte, prodotti da una non approfondita conoscenza, a-
berrazioni della ragione o nevrosi scientiste.
L’uomo non è più in grado di gestire i risultati della scienza perché non ha
presente l’esperienza dell’umanità che si raccoglie nella storia, è come un bambino
con in mano una pistola carica pronto a premere il grilletto contro sé e gli altri,
senza sapere che maneggi un’arma mortale.
Aristotele riteneva l’uomo un animale particolare: dotato della facoltà di
pensare e della possibilità di comunicare attraverso il linguaggio, e della capacità
di associarsi con i suoi simili in maniere così proprie ed elevate da contrapporlo
nettamente alle bestie.
La tecnologia che dovrebbe liberare gli uomini dal bisogno per edificare un
umanesimo maturo, li ha invece illusi di poter fare a meno di tutto.
Sconoscendo il peso della storicità degli eventi e il proprio passato in gene-
re l’umanità potrebbe ripiombare in stadi degenerativi.
Una nuova forma di schiavitù potrebbe consistere nel vivere secondo le
proiezioni del benessere tecnologico, che svuota l’uomo e lo rende un animale
ammaestrato.
La storia esige un senso di rispetto per la nobiltà del pensiero su cui fonda-
re un nuovo umanesimo.
Durante l’anno 2015 ricorreranno degli anniversari particolari.
Il 24 maggio 2014, giorno in cui la Chiesa celebra la festa di Maria Ausilia-
trice, è venuto a mancare mio padre Antonino.
La prima ricorrenza annuale della sua scomparsa coinciderà tra l’altro col
centenario dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale: «Il Piave mormo-
rava / calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il 24 maggio. / L’esercito
marciava / per raggiunger la frontiera, / per far contro il nemico una barriera …»
recita l’inizio de “La leggenda del Piave”.
Cadranno poi fra luglio e agosto 2015 il centenario della morte di Alfonso
Giordano e il bicentenario della nascita di Don Bosco.
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Riguardo al medico lercarese voglio riportare un mio iter di ricerche che
mirava a recuperare sue pertinenti notizie all’estero.
L’otto aprile 2011 rivolsi a un dipartimento dell’Università Sorbona di Pari-
gi la richiesta di riscontri documentali su Alfonso Giordano.
La domanda fu girata a un altro settore gestionale che proclamava l’undici
la propria incompetenza e girava cortesemente la domanda a un altro servizio.
Poiché negli archivi della Sorbona non si è trovato niente (20 maggio 2011)
sono stato indirizzato ad altri archivi che alla fine, rispettivamente il 25 e il 31
maggio, attestavano di non aver trovato niente.


1) 20 maggio 2011

2)

3) 31 maggio 2011



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1. SAN GIOVANNI BOSCO

urante l’adolescenza Don Bosco (16 agosto 1815 – 31 gennaio 1888), rimasto
orfano del padre a due anni – prima di iniziare gli studi seminarili – lavorò
da bracciante per sostenere la propria famiglia, che era di origini contadine.
Fu ordinato sacerdote nel 1841.
Seguì l’insegnamento di san Giuseppe Cafasso (1811-1860), un sacerdote che ne
incoraggiò la vocazione all’apostolato presso i giovani, vocazione a cui Don Bosco
aveva mostrato inclinazione sin da bambino.
L’esperienza di visita delle carceri torinesi lo fece molto riflettere. Fu così
che nel 1841 aprì un oratorio: un centro in cui impartire ai ragazzi lasciati nella tra-
scuratezza dalla società un’iniziale formazione scolastica. L’oratorio “san France-
sco di Sales”, trasferitosi dal 1846 nel quartiere di Valdocco sempre a Torino, co-
minciò a crescere con l’aggiunta di un ricovero stabile e articolando la sua propo-
sta formativa (che spaziava dal professionale all’umanistico-religioso). L’idea di
“Valdocco” fu presa ad esempio in tutto il mondo civilizzato a partire dalla se-
conda metà del XIX sec.
Il credo pedagogico di Don Bosco trasparisce dai suoi numerosi scritti: vi si
trovano pure delle opere biografiche, tra le quali emerge per l’eccezionale virtuosi-
tà del modello additato all’imitazione quella di san Domenico Savio (1842-1857),
che era stato suo allievo. La morale e le norme comportamentali in società erano
molto curate. L’opera pubblicata nel 1877 col titolo “Il sistema preventivo nella
educazione della gioventù” può considerarsi un manifesto programmatico.
Don Bosco combatté contro il relativismo dei valori, per lui «la fede e la ra-
gione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la con-
templazione della verità (Giovanni Paolo II, “Fides et ratio”)».
A questo atteggiamento coniugava l’amore per il prossimo come strutturale
aspetto metodologico.
Tutti gli uomini hanno il diritto al benessere nella sfera mondana attraverso
la possibilità di svolgere un’attività lavorativa, per la quale Don Bosco preparava e
avviava i giovani. L’obiettivo finale rimane però comunque la salvezza dell’anima
da conseguire con un adeguamento personale quanto più perfetto alle virtù cri-
stiane. Per questo motivo la religione cattolica e le sue pratiche sacramentali svol-
gono una parte integrante nella formazione degli adolescenti.
La via della prevenzione era il solco in cui coltivare le nuove generazioni e in
cui l’educatore salesiano da costante assistente avrebbe dovuto ricondurre le de-
viazioni, perché la repressione non produce frutti.
Don Bosco raccomandava di seguire attentamente e ovunque gli allievi, sot-
tolineava che «il sistema preventivo rende amico l’allievo, che nell’assistente rav-
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visa un benefattore, che lo avvisa, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai
castighi, dal disonore». La società con i suoi assetti e le sue problematiche è molto
cambiata dai tempi in cui visse san Giovanni Bosco nell’Ottocento. In quell’epoca
molta era la gioventù che rimaneva senza un’istruzione elementare e che veniva
anche sfruttata dal mercato del lavoro industriale e agricolo.
Tantissimi sono stati i giovani impiegati come manodopera nelle imprese
perché la propria famiglia non poteva mantenersi economicamente.
In questo clima diseducativo bambini e ragazzi, spesso e volentieri maltrat-
tati come bestie, maturavano una coscienza sociale e di sé così insufficiente al pun-
to di dare molto presto, in un secondo momento, alimento ai risvolti negativi che
imperversavano in quegli ambienti di scarsa acculturazione e di miseria materiale
e spirituale.
La pedagogia preventiva di don Bosco volle intervenire in quella direzione
proponendo il miglioramento delle condizioni di partenza dello sviluppo indivi-
duale del fanciullo attraverso varie forme di assistenza e di recupero.
Oggigiorno anche se la qualità della vita è mutata il principio di quel metodo
preventivo non ha perso valore, sia che esso venga inteso nella maniera di Don Bo-
sco in cui la religione cattolica ne è parte integrante sia che in assoluto (o laicamen-
te) lo si intenda nel senso di semplice programma pedagogico di prevenzione. So-
stanzialmente queste due sfumature possono essere anche separate dall’abisso
metodologico e radicale che intercorre tra una visione spiritualista e una materiali-
sta della realtà, per questo motivo l’insegnamento della Chiesa ne può diventare
discriminante fondamentale ma non integralista, in modo da dare pure ai non cat-
tolici la possibilità di identificarvisi nella difesa dei grandi valori.
Non si deve dimenticare che la ragione che alberga in ognuno è quella infu-
sa dallo stesso Dio e che unisce gli uomini nello stesso linguaggio.
I problemi dei giovani del nostro tempo nei paesi ricchi sono diversi da
quelli di un comune ragazzo del XIX secolo, purtroppo nei paesi poveri sono ri-
masti perlopiù gli stessi.
Occorre intervenire, questo è l’insegnamento cui richiama Don Bosco.
I disagi che i giovani contemporanei della civiltà dell’opulenza affrontano
sono un effetto collaterale del benessere causato da lacune pedagogiche. Essere
abituati a ottenere, a volte scriteriatamente, più o meno tutto li spinge ad andare
oltre, e su questo fenomeno si innestano le problematiche delle devianze che han-
no come causa anche la base opposta del malessere.
Don Bosco ripropone il modello di una ponderata educazione in un am-
biente quantomeno di equilibrato benessere.
È compito della società politica provvedere direttamente in favore di quelle
categorie giovanili che versano in disagi per garantire un futuro onesto e dignito-
so.
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2.1. ALFONSO GIORDANO: LA VITA...

lfonso Maria Giordano venne al mondo a Lercara Friddi l’undici gennaio
1843 alle 15:00 (fu battezzato il giorno seguente, padrini Giuseppe Tedesco e
Giuseppa Giordano
1
). Figlio di Maria Miceli e di Giuseppe, un medico, se-
guì la carriera del padre. Nell’ateneo palermitano vi insegnò poi igiene mineraria.
«Piccolo di statura fisica, cortese nei modi, modestissimo, di una ineguagliabile
bontà di animo, filantropo nella più alta espressione del termine»
2
.
Consacrò la sua esistenza alla difesa dei disagiati, soprattutto dei minatori,
creando a Lercara anche un proprio ambulatorio per la loro cura. Riscosse per la
sua attività medica dai colleghi in Italia e all’estero giudizi di encomio e ricono-
scenza. Il suo pensiero fu di input alle leggi di tutela del lavoro, specialmente
quello femminile e dei giovanissimi. Diede vita nel 1871 a un’associazione di soli-
darietà per i lavoratori lercaresi – la Società Operaia Fratellanza e Lavoro, di cui fu a
capo –, inaugurata domenica 4 giugno di quell’anno.
Alfonso Giordano si unì in matrimonio il 14 dicembre 1872 – celebrante don
Giuseppe Fiorentino – a Calcedonia Rosalia Caterina Nicolosi (figlia di Luigi e Ro-
sa Viola), furono testimoni di nozze Luigi Sartorio e don Vincenzo Fiorentino
3
.
Promosse il ruolo della cultura e della coltivazione del sapere (è del 1867 un suo
scritto intitolato “La lega dell’insegnamento”): fu membro di un comitato per
l’istituzione di una biblioteca a Lercara e alla cerimonia inaugurativa, il 28 agosto
1873, il suo intervento sostenne la validità di supporto nell’edificazione dello spiri-
to umano dello strumento libro. Come e quando questa biblioteca scomparve non
è accertato.
Prestò pure la sua attenzione al mondo della politica: esponente moderato
del partito locale dei Nicolosi, ricoprì per svariati anni la carica di consigliere co-
munale. Alla fine del 1875 il consiglio comunale di Lercara indicò alla prefettura
per la scelta del sindaco due fratelli Nicolosi – Francesco e Giovanni –, ma il neo-
prefetto Gerra (succeduto al Malusardi protettore dei Nicolosi) era intenzionato a
riportare un ordine amministrativo più equilibrato nel comune e propose Alfonso
Giordano. Il sottoprefetto precedentemente fra i due aveva segnalato Giovanni, il
quale per non far nominare Alfonso Giordano – peraltro suo nipote – ne fece deli-
berare dal consiglio comunale la decadenza da consigliere poiché medico condot-
to, quando tale lo aveva designato lui in precedenza.
Alfonso Giordano presentò un ricorso alla prefettura e il 5 marzo 1876 ven-
ne nominato sindaco con regio decreto governativo: entrò in carica il 15 e stette
fino al 26 maggio 1877; il 20 il consiglio comunale fu sciolto con decreto del mini-
stro degli affari interni a causa delle interferenze nell’amministrazione provenienti
dalla maggioranza consiliare capeggiata da Giovanni Nicolosi che non si era ras-
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segnato. Sul Gazzettino di Lercara Friddi (1880-1884) dimostrò la sua poliedricità di
interessi trattando argomenti di storia locale. Nel 1885 durante l’epidemia colerica
scrisse un prontuario (“Il colera – nozioni e consigli popolari”) per la sua cura e
prevenzione. Un’altra sua creatura fu un ente di assistenza medica operante tra il
marzo del 1886 e il giugno del 1889 – la Cassa di Soccorso fra i solfatari in Lercara –,
nata, dopo la mancata collaborazione del comune, con l’appoggio di John Forester
Rose che vi indirizzò i minatori alle proprie dipendenze. Nel 1888 individuò gli
elementi che causavano l’anchilostomiasi, un’anemia di origine parassitaria, che af-
flisse gli zolfatari e i cui sintomi erano ritenuti prima della sua scoperta una debili-
tazione malarica. Studiò quindi la tea-pneumoconiosi che ne colpiva l’apparato re-
spiratorio tramite l’inalazione del pulviscolo solforoso presente nell’aria deposi-
tandovisi.
A un simposio dei medici a Palermo nel 1892 illustrò come il peso sulle
spalle durante il trasporto di materiale faceva insorgere nei minatori adolescenti
alterazioni nello sviluppo del sistema osseo. A un altro simposio dei medici isolani
a Messina nel 1897 la sua esposizione delle disumane condizioni dei lavoratori
nelle miniere di zolfo spinse il governo a nominare l’anno seguente una commis-
sione d’inchiesta, il cui relatore fu Alfonso Giordano: il Consiglio superiore di sanità
espresse compiacimento per il suo operato.
Il ministro per le attività produttive Giulio Baccelli, presente Vittorio Ema-
nuele III, a Palermo nel 1902 in occasione di un convegno ne tessé l’elogio. Succes-
sivamente fu di nuovo relatore in una commissione d’inchiesta sul lavoro indu-
striale: il testo della relazione, poi pubblicato col titolo “La fisiopatologia e l’igiene
dei minatori”, rappresenta un po’ una summa delle sue ricerche e dei suoi interes-
si medico-filantropici.
Il 7 ottobre 1902 Alfonso Giordano ritornò a fare il sindaco di Lercara, scelto
anche stavolta come moderator rei publicae. Ebbe garantito il richiesto appoggio dei
Sartorio Scarlata e dei Nicolosi, i quali poi però tirarono i remi in barca: conse-
guentemente l’amministrazione priva di forza in consiglio si dimise il 16 settem-
bre 1903. Per ingovernabilità questo fu sciolto e il comune commissariato.
Nella sua vita Alfonso Giordano coltivò rapporti epistolari con Louis Pa-
steur. L’ateneo parigino gli conferì la laurea honoris causa e in Italia dietro proposta
del ministero dell’istruzione ricevette il titolo di cavaliere. Il suo paese lo ebbe an-
che come delegato scolastico e medico del corpo militare di stanza. Alfonso Gior-
dano si spense a Lercara Friddi la mattina del 15 luglio 1915 alle 11:00. Le sue ese-
quie furono tenute sociante clero (concelebrazione di più sacerdoti)
4
.
Fu padre di cinque figli (Maria, Giuseppe, Stefano, Luigi e Rosa) che, con
l’ulteriore discendenza, hanno tenuto alto il nome della famiglia Giordano. Lerca-
ra lo ricorda affettuosamente, e anche Palermo gli ha dedicato una via. Dopo la
sua scomparsa la comunità gli ha intitolato la via della sua abitazione (oggi in via
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A. Giordano, 48) dove è stata apposta pure una lapide, e un monumento con un
suo busto gli è stato eretto nella piccola piazza Giuseppe Garibaldi di fronte alla
chiesa di sant’Antonio da Padova.



1
Liber baptizatorum ab anno 1841 usque ad annum 1847 – vol. XV, pag. 141 n. 15, Ar-
chivio Chiesa Madre.
2
F. Salpietro in Rivista Sanitaria Siciliana, n. 14 – 1935.
3
Liber coniugatorum 1871-1880, vol. XV, Archivio Chiesa Madre.
4
Registro dei defunti dal 20 novembre 1912 al 2 ottobre 1918, pag. 226 n. 105, idem.





2.2. … E IL PENSIERO

a mia scoperta dell’ufficiale adesione del Giordano all’Anticoncilio di Napoli
del 1869 mi ha spinto ad approfondire le matrici e la sostanza ideologica di
quello che fu il suo credo ispiratore e a indagare gli aspetti concettuali che
ridanno la cifra socioculturale interiore dell’uomo.
Nel 1869 Giuseppe Ricciardi, in concomitanza e in risposta al Concilio ecu-
menico vaticano I, promosse un Anticoncilio a Napoli. Costui, Napoletano, figlio di
un giurista, aveva fatto parte della Giovine Italia e avuto contatti con Mazzini e se-
guaci di Fourier e Saint-Simon. Deputato radicale di sinistra (1861-70), era sosteni-
tore della cancellazione del primato nello Statuto albertino della religione cattolica
(art. 1), dell’acquisizione allo Stato dei beni ritenuti inalienabili appartenenti a enti
religiosi (esenti da tassa di successione), di una modifica del sistema elettorale (che
dava rappresentanza a circa il 3% degli Italiani maggiorenni).
All’Anticoncilio – che rivendicava la libertà di culto, la laicità dello Stato e
della morale, il diritto al lavoro, all’assistenza, all’istruzione, e alle pari opportuni-
tà femminili, e proponeva uno spirito di fratellanza universale – parteciparono 461
persone (aderirono: 60 parlamentari, 62 logge della massoneria, 34 società operaie,
il Comitato di Napoli per l’emancipazione delle donne italiane e gruppi femminili di
tutt’Italia, più di un centinaio di altri gruppi associativi, una trentina di stranieri,
nonché Giosuè Carducci). Avevano inoltre, tra gli altri, scritto lettere di sostegno
lo storico siciliano Michele Amari e Victor Hugo, quest’ultimo: «Di fronte al conci-
lio dei dogmi riunire il concilio delle idee: ecco, signore, un pensiero alto ed effica-
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ce a cui aderisco». Comprendere la dimensione e il valore dell’adesione di Alfonso
Giordano a questo evento mi ha mostrato la matrice mazziniana, già nota ma non
evidenziata e analizzata, dei suoi convincimenti (testimoniati in brani di sue pub-
blicazioni). PENSIERO E AZIONE è uno slogan mazziniano che indicava le vie,
l’istruzione e la rivoluzione, per raggiungere il fine di una patria unitaria e repub-
blicana da porsi in un contesto di solidarietà fra le genti (meta a sua volta inserita
in un progetto di ordine divino). Mazzini, vicino al deismo, non era cristiano, ri-
fiutava il comunismo di Filippo Buonarroti e il suo criterio di rivolta di classe, au-
spicando invece adeguati miglioramenti di carattere sociale nell’ambito della sua
dottrina.
Dal sansimonismo accoglieva l’idea dell’interclassismo e quella d’identificare
il ruolo amministrativo e quello religioso. Per Mazzini, fautore di una democrazia
del consenso, la Chiesa cattolica era un elemento di reazione nei confronti del pro-
gresso del popolo italiano, inquadrato nella Provvidenza (concetto che si esprime-
va nella formula DIO E POPOLO).
Le tracce di queste correnti ideologiche delineate si ritrovano nella forma
mentis di Alfonso Giordano. Non sono neanche da trascurare le naturali venature
del Positivismo ottocentesco (che eleggeva la scienza a supremo strumento di cono-
scenza obiettiva) e quelle che sembrano provenienti dalla filosofia di Robert O-
wen, socialista utopista, propugnatore di riforme a tutela e a miglioramento delle
condizioni dei lavoratori, fondatore del laburismo inglese (forse i Rose Gardner di
Lercara Friddi poterono rappresentare un canale di richiamo).
Ad exempla questi brani estratti rispettivamente da due sue opere: “La fisio-
patologia e l’igiene dei minatori” (1913), “Discorso inaugurale per la Società ope-
raia Fratellanza e Lavoro” (1871).
«Non si potrà mai provvedere alla salubrità e sicurezza delle miniere né al-
la tutela dei lavoratori senza un Codice industriale, con le norme […] atte a preve-
nire le cause delle malattie e degli infortuni ed a stringere sempre più buoni rap-
porti tra padroni ed operai. […] Scelgano come direttori persone di moralità inec-
cepibile e che siano di affidamento di possedere un corredo di cognizioni necessa-
rie al disimpegno della loro missione. […] Ad iniziare e compiere le necessarie ri-
forme la più larga parte spetta ai capitalisti. Se essi vogliono pretendere dai loro
operai adeguato ed amorevole lavoro è indispensabile che nella retribuzione loro
concedano il necessario a riparare le forze del corpo, sopperire agli urgenti bisogni
della vita, ed alle naturali esigenze della loro salute compromessa. Così i Dolfus
[et ceteri citati], i quali si godono è vero il frutto delle loro ricchezze, ma, secon-
dando gli sforzi dei governi colla costruzione di case operaie, colla vendita di der-
rate a prezzi ridotti, cogli anticipi agli operai, che ambivano possedere le loro abi-
tazioni, coll’ordinamento di Società di mutuo soccorso, colle istituzioni di casse di
riserva per gli immobili ed i vecchi, contribuirono validamente allo immegliamen-
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to e redenzione dei loro lavoratori. […] Devesi all’istruzione infatti se le umane
società poterono avviarsi a camminare sulla via del progresso, abbattendo passo
passo l’errore, facendo penetrare il vero in tutti del pensiero. Fu, ad opera delle
scuole pubbliche e private presso le principali nazioni, che progrediscono le scien-
ze e con esse fu data una vigorosa spinta alla politica, alle leggi, ai costumi, contri-
buendo efficacemente alla soluzione dei più grandi problemi sociali. […] La pub-
blica cultura, sia che si porga con la voce viva del maestro all’ombra di un albero o
di una capanna, sia che s’inculchi dai sacerdoti del tempio, riunendo gli uomini in
una famiglia e moltiplicando il numero dei pensatori e degli uomini liberi, si op-
pose al dilagare della prepotenza e del dispotismo ed abbatté gli idoli della super-
stizione e dell’oscurantismo. […] Fugate le nubi del superstizioso, squarciate le
tenebre che avvolgono i misteri della natura; dal ponderabile salendo
all’imponderabile, dalla fisica alla metafisica, nulla poté resistere con l’esatta ap-
plicazione delle scienze positive alle armi della critica e dell’esperimento. […] Pe-
rorando la causa degli operai italiani non è un esclusivo sentimento nazionale, che
ci pervade e c’ispira, ma quello universale e cosmopolita. Abbattere le barriere,
che un tempo dividevano i popoli ed associate tutte le nazioni dal vincolo della
solidarietà per la comune difesa contro le pubbliche sciagure, nemici che non co-
noscono frontiere di Stati, né limitazioni di territorio, la classe dei cittadini, per la
quale invochiamo riforme, non è da noi considerata appartenente ad una sola città
o ad un solo paese come sperduta in ogni buio angolo della terra, ma tutta in atte-
sa di essere posta sotto le grandi ali dell’umanità. […]»
«Il giorno in cui la santa idea del bene – rotta la catena dei secolari pregiu-
dizi e domata la lotta che inesorabilmente le muovono l’ignoranza, l’errore,
l’egoismo – appare vittoriosa sulla scena della vita, è giorno di gioia per le anime
pie e generose! […] Aberrò chi ripose il concetto della fratellanza nella formula pe-
ricolosa del comunismo. Al sussidio di una tal dottrina il diritto di proprietà di-
venne un furto, o un falso diritto creato dall’abuso della forza e dall’avidità uma-
na. Fu pensiero di menti inferme quando sotto il prisma abbagliante di amor di
patria proclamò fratellanza la deificazione di ogni passione individuale; fratellan-
za l’anarchia dell’educazione; fratellanza l’abolizione di una legge morale sovrana;
fratellanza l’apoteosi di ogni grandezza, d’ogni gloria, d’ogni tendenza che fonda-
si sul misero culto degli interessi materiali, sulla violazione del diritto altrui, sulla
legittimità di una guerra fratricida. […] Il lavoro non è solo la prima sorgente della
vita, ma è la vita stessa perché questa non è altro che moto, moto continuo di pen-
siero e di azione. […]»
Un quesito si pone riguardo al riformismo umanitario di Alfonso Giordano,
connotato nei suoi tratti da tangenze con punti del socialismo utopistico, ed è
quello sul suo rapporto col Cattolicesimo e la religione in generale. La sua posi-
zione spiritualista di partenza pare non spingerlo a un aperto e accanito anticleri-
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calismo, anzi sembra aderire a un Cristianesimo adogmatico e filantropico suppor-
tato dall’analisi storica, rivolta alle vicende neotestamentarie, di Ernest Renan: il
Giordano criticò in maniera scientifica le degenerazioni della religiosità (osservate
in due casi particolari: Lercara e Alia) senza con ciò rinnegare la religione. È pos-
sibile definirlo un positivista deista cristiano.
Uno dei principi degli anticonciliari del ’69 recitava: «Noi siamo, e noi soli, i
veri discepoli del vostro Gesù, noi che ci studiamo di combattere senza posa la
povertà e l’ignoranza». Molto rilevante al fine di accostarsi alla sua ammirevole
personalità, naturalmente in aggiunta all’insieme di tutte le sue opere date alla
stampa, è il suo manoscritto autobiografico riportato in “Alfonso Giordano jr /
Alfonso Giordano – L’arcangelo delle zolfare / 2008” al cap. III, ricchissimo di
spunti. Qui egli stesso ci dice: «Non facevo ricorso a esteriori liturgie confessionali,
ma nell’intimo mi sentivo profondamente cristiano, perché in tutta la mia vita ho
sentito imperioso il precetto cardine del Vangelo di amare il prossimo come me
stesso. Anche se non frequentavo sempre la chiesa, ho sempre creduto
profondamente in Dio, nel creatore di tutte le cose umane e la mia fede era la stes-
sa, sincera ed ingenua di quella che avevo scoperto ed ammirato in tante donne
compagne di vita dei minatori, nella povera gente: sicché mi è stato sempre chiara
la profondità del messaggio di Cristo, là dove afferma la difficoltà per i ricchi di
entrare nel regno dei cieli».
A chi ha letto “La vita di Gesù” di Renan risulta non difficile vedere come
tali parole e l’ideale del Cristianesimo delle origini, ricostruito storicamente dallo
studioso francese, vadano nella stessa direzione: non che il Giordano abbia risco-
perto questo in Renan, ma appare plausibile, dati i suoi particolari rapporti con la
cultura francese, che là trovasse un appoggio ulteriore alle sue idee. Inserito nei
dibattiti scientifici internazionali, Alfonso Giordano, dotato di un solido sapere
umanistico e medico, fu uno dei più nobili figli dei suoi tempi e della temperie
culturale dell’epoca. Nei suoi scritti si espresse anche a difesa del ruolo della don-
na nella società e del futuro dei più giovani sfruttati nel lavoro.







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3. ANTONINO CARUSO

ARTISTA
E ARTEFICE
DI UNA LERCARA ARCHEOLOGICA











ntonino Caruso (Lercara Friddi, 2 dicembre 1945 – 24 maggio 2014) è stato
pittore e scultore di grandissimo talento: appassionato cultore di archeolo-
gia, ha donato al Comune, nel 1992, con altissimo senso civico, un ampio
gruppo di reperti, rinvenuti casualmente, di eccezionale valore e interesse, at-
tualmente esposti nella locale Sala museale annessa alla Biblioteca comunale.
Questo gesto costituì l’apertura della pagina d’archeologia antica di Colle
Madore: seguirono tre campagne di scavi (risalenti agli anni 1995, 1998 e 2004) a
cura della Soprintendenza ai beni culturali di Palermo. Collaborò anche a un saggio
storico scritto dal figlio, lo studioso Danilo,
nel quale si identifica l’area interessata del
Madore con il “sepolcro di Minosse” di cui
parla Diodoro Siculo, e all’elaborazione del-
la “Carta archeologica del territorio di Ler-
cara” realizzata dagli archeologi.
Prestò il suo tempo e la sua passione
pure al modellismo e al restauro: molto cu-
rate e ammirate le sue riproduzioni di cele-
bri imbarcazioni e la sua perizia nel ridare
luce a opere deteriorate.
Negli anni diverse le partecipazioni a
concorsi e mostre d’arte gratificate da meri-
tati riconoscimenti.

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Indice

Introduzione pag. 1
1. San Giovanni Bosco pag. 3
2.1. Alfonso Giordano: la vita... pag. 5
2.2. … e il pensiero pag. 7
3. Antonino Caruso pag. 11



































Palermo
settembre 2014