17 set 2014 19:14

NO, IL MALE NON E’ BANALE - CHI ERA
DAVVERO ADOLF EICHMANN, PADRE DELLA
“SOLUZIONE FINALE”? - IL LIBRO DI UNA
STUDIOSA TEDESCA SMONTA LA TEORIA CHE
VOLEVA EICHMANN NAZI-FANATICO PER
MIOPIA MORALE O CARRIERISMO PICCOLO
BORGHESE: ERA ORGOGLIOSAMENTE
ANTISEMITA
Prima di essere catturato, in Argentina, disse:
“Riderò quando salterò dentro la tomba al
pensiero che ho ucciso cinque milioni di ebrei.
Mi dà molta soddisfazione e molto piacere” - E’
questa la scoperta più importante del libro. Che
l’antisemitismo esiste. Che affascina e seduce.
Che è una forma di “idealismo”...
Giulio Meotti per "il Foglio"
adolf eichmann2

Non c‟è tentazione più grande che addomesticare un assassino di massa
imputando i suoi delitti agli infantili fantasmi domestici. Ma è falso che da
bambino Adolf Eichmann fosse infelice e disadattato, che fosse uno studente
problematico, scostante e solitario, un ragazzino sessualmente inibito,
frustrato dalle crisi finanziarie del padre. Eppure, sul regista della “Soluzione
finale” abbiamo letto ogni tipo di interpretazione psicologica che mirava a farne
uno di noi.

Anche su Adolf Hitler si è perso il conto, dal testicolo mancante alle relazioni
incestuose, fino al parente ebreo, l‟ondinismo e l‟escretofilia. Basta leggere il
resoconto che la Stampa di Torino pubblicò durante il processo ad Adolf
Eichmann che si svolse a Gerusalemme: “Nella persecuzione antiebraica
quest‟uomo meschino, inetto negli studi e nel lavoro, cercò una rivincita atroce
al suo complesso di inferiorità: sui rancori dei piccoli borghesi i fascisti hanno
costruito la loro fortuna; nelle schiere amareggiate dei falliti hanno trovato le
loro truppe d‟assalto. Proprio la miseria morale ha fatto di Eichmann uno fra i
più atroci criminali del nazismo”.

EICHMANN
Per cinquant‟anni, da quando il colonnello delle SS Adolf Eichmann venne
impiccato dagli israeliani e le sue ceneri sparse nel Mediterraneo, l‟architetto
dell‟Olocausto è stato raccontato come un grigio burocrate, un banale essere
umano, la rotella senza volto di un più grande progetto assassino, spinto a
farvi parte dalla pavidità, dalla voglia di ascesa sociale, dalla miopia morale
piccolo borghese. E‟ tempo di archiviare Hannah Arendt e il suo “Eichmann in
Jerusalem”, pubblicato in Italia da Feltrinelli con il titolo “La banalità del male”,
il libro che avrebbe tanto condizionato la riflessione sulla Shoah come un
evento fatale perpetrato da uomini senza volto.

adolf eichmann3
A rimettere in discussione questa visione di Eichmann ci ha pensato la studiosa
tedesca Bettina Stangneth, che ha lavorato sullo “stratega della Soluzione
finale” per oltre un decennio, scavando a fondo nella sua storia.

Ne è uscito un libro straordinario, “Eichmann before Jerusalem”, uscito questa
settimana negli Stati Uniti per Alfred A. Knopf e già recensito con grande rilievo
da molti quotidiani. Stangneth sostiene che la Arendt, morta nel 1975, fu
ingannata dalla performance quasi teatrale di Eichmann al processo di
Gerusalemme. E aggiunge che forse “per capire uno come Eichmann, è
necessario sedersi e pensare con lui. E questo è il lavoro di un filosofo”.

Forse ha ragione lo studioso Christopher Browning quando scrive che “la
Arendt ha afferrato un concetto importante, ma non l‟esempio giusto”.
Stangneth ha lavorato in trenta archivi internazionali, consultando migliaia di
documenti, come le oltre mille pagine di memorie manoscritte, note e
trascrizioni di interviste segrete rilasciate da Eichmann nel 1957 a Willem
Sassen, un giornalista olandese ex nazista residente a Buenos Aires.

processo
“Se 10,3 milioni di questi nemici fossero stati uccisi – disse degli ebrei
Eichmann – allora avremmo adempiuto il nostro dovere. Avremmo potuto dire:
„Abbiamo distrutto un nemico‟”.

Altro che Eichmann “incapace di pensare”, come venne descritto da Hannah
Arendt. Scrive sempre Eichmann: “Non facemmo bene il nostro lavoro.
Avremmo potuto fare di più. Non presi solo ordini, ero un idealista, facevo
parte del processo pensante”.

In Germania il saluto romano
costituisce reato
Fu lui, Eichmann, a organizzare la conferenza di Wannsee, nella villa fuori
Berlino, dove venne pianificata la Shoah, la notte del 20 gennaio 1942. Bettina
Stangneth ha scoperto una lettera del 1956 in cui Eichmann chiedeva all‟allora
cancelliere della Germania occidentale, Konrad Adenauer, di rientrare in
Germania rivendicando quanto aveva fatto. “E‟ arrivato il tempo di uscire
dall‟anonimato e di presentarmi”, scriveva l‟uomo allora conosciuto in
Argentina come Ricardo Klement.

“Non so ancora quanto il destino mi consentirà di vivere. Ma so che bisogna
spiegare a questa generazione quanto è successo”. Stangneth rivela che la
Germania di Bonn sapeva dove si era nascosto Eichmann, ma non era affatto
intenzionata a catturarlo e tanto meno a metterlo sotto processo. Ciò avrebbe
significato riaprire un capitolo nero del Dopoguerra tedesco (alcuni
collaboratori di Adenauer erano stati coinvolti nella macchina di sterminio
nazista). La storia ci ha lasciato due immagini di Eichmann.

Hitler e Himmler
La prima, del 1942, è quella riprodotta milioni di volte del capo degli Affari
ebraici della Gestapo, con il berretto e la testa di morto delle SS, lo sguardo
arrogante, altero, e un sorriso che si trasforma in ghigno. Vent‟anni dopo,
Eichmann è un uomo senza volto, accomodante, dal sorriso accondiscendente,
seduto dietro le lastre di cristallo spesse e forti come una corazza, che lo
proteggono durante le udienze.

Non ha più l‟atteggiamento di chi si appassiona per quanto gli succede intorno,
non quello di chi, con disprezzo, rifiuta di prendere contatto con quanti lo
circondano. E‟ un atteggiamento solenne, di chi già pensa d‟essere fuori delle
piccole vicende quotidiane, bruciato nel passato e nell‟avvenire, vivo in un
mondo che soltanto lui conosce. Eichmann assomigliava a quei fachiri indiani,
coperti di cenere, seduti lungo le rive del Gange a Benares. Anche lui stava
seduto, ma su una seggiola.
Hitler potrebbe essere scappato in
sommergibile

Teneva le braccia allungate di modo che le mani fossero all‟altezza delle
ginocchia. Le due palme aperte, di modo che le punte delle cinque dita della
sinistra toccassero le punte della destra. Non c‟era in lui nessun grande
sentimento. Non quello di una spavalda ribellione o di una umile, ma
coraggiosa, richiesta di clemenza. A mano a mano che parlava, Eichmann si
consegnava al nostro ricordo come un uomo pauroso, guidato da un animo
vile, sorretto da un pensiero insieme tortuoso e infantile.

Un giornalista francese mormorò: “O è pazzo lui o siamo pazzi noi”. Secondo
Bettina Stangneth, fu una sceneggiata. Ma una sceneggiata che convinse la
Arendt. Il libro di Bettina Stangneth connette quelle due immagini così diverse.

Nel suo esilio in Argentina, Eichmann scrisse persino un romanzo, “Tucumán
Roman”, ancora in possesso della famiglia Eichmann, e firmò un contratto
editoriale con la casa editrice Du?rer Verlag. Durante la guerra, mentre lo
sterminio accumulava le sue vittime, Eichmann collezionava ritagli di giornale
sulle proprie performance.
Le rotaie che portavano al campo di
sterminio

“Nessuno aveva un nome come il mio nella vita politica ebraica in Europa”,
scrisse Eichmann in appunti scoperti da Stangneth. “Io sono un bracconiere”,
sospirerà. E ancora: “Farò funzionare i mulini di Auschwitz”. Una frase che
negò di aver pronunciato al processo di Gerusalemme e che invece Bettina
Stangneth ritiene autentica. Il colonnello era fiero del suo ruolo strategico nella
distruzione degli ebrei d‟Europa.

Era ossessionato e al tempo stesso affascinato dagli ebrei. In uno dei passaggi
dei dialoghi argentini riscoperti da Bettina Stangneth, il gerarca dice: “Ora,
tuttavia, quando vedo che attraverso la malizia del destino una gran parte di
questi ebrei che abbiamo combattuto sono ancora vivi, devo ammettere che è
il destino ad aver voluto così. Ho sempre sostenuto che stavamo combattendo
contro un nemico che attraverso migliaia di anni di apprendimento e di
sviluppo era diventato superiore a noi”.
Deportati ad Auschwitz

E‟ lo stesso “specialista” che picchiò a morte un bambino ebreo che aveva
rubato delle ciliegie nel giardino della sua casa, a Budapest. Mentre degli
uomini stavano scavando, Eichmann si affacciò al balcone e gridò, in tedesco:
“Hai rubato le ciliegie dall‟albero!”. Lo ha raccontato Leopold Ashner.

“Eichmann e la sua guardia del corpo, un certo Slawik, scesero nel giardino e
portarono il ragazzo in un capanno per gli attrezzi che sorgeva lì vicino. Vidi
Slawik ed Eichmann aprire la porta del capanno ed entrare col ragazzo. Si
chiusero la porta alle spalle e, poco dopo, sentii urla spaventose, colpi, suoni di
pugni e di schiaffi, pianti. Poi le urla cessarono improvvisamente ed Eichmann
uscì.
auschwitz

Era tutto scompigliato, la camicia gli pendeva fuori dai pantaloni, intrisa di
sudore. C‟erano grosse macchie, sulla camicia, e pensai subito che erano
macchie di sangue. Mentre mi passava vicino lo udii borbottare in tedesco:
„Sporca razza‟”. E‟ lo stesso Eichmann che diresse le deportazioni di tutti i
bimbi ebrei dalla Francia. Una sua direttiva parlava chiaro: “Per nessun motivo
si deve recedere dalla linea precedentemente fissata nelle zone occupate dagli
italiani, se si vuole che il problema ebraico sia risolto”.

Era un ordine di morte per tutti gli ebrei di Francia. Poi ci furono i bambini di
Lidice. Il 29 maggio del 1942 Reinhard Heydrich, capo della polizia segreta
tedesca e protettore di Boemia e Moravia, rimase ferito a morte in un attentato
presso Lidice. La cittadina cecoslovacca fu rasa al suolo e i suoi abitanti
sterminati. I bambini di Lidice, rimasti orfani dopo la strage compiuta dai
nazisti, furono deportati a Lodz, in Polonia, dove furono affidati a uno dei
luogotenenti di Eichmann, Hermann Krumey, che li fece “esaminare”.

Sette di questi bambini furono ritenuti adatti par la “germanizzazione”. Ne
rimanevano cento, dai piccolissimi di un anno a quelli di undici. Krumey si
rivolse allora ad Eichmann, il quale ordinò il “trattamento speciale”, e cioè lo
sterminio. “Se a quell‟epoca avessi potuto prevedere gli orrori ai quali sarebbe
stato sottoposto il popolo tedesco, allora avrei obbedito agli ordini non solo con
disciplina, ma anche con entusiasmo”, scrive Eichmann.
hannah arendt

“Quando giunsi alla conclusione che fare agli ebrei quello che abbiamo fatto era
necessario, lavorai con tutto il fanatismo che un uomo può aspettarsi da se
stesso. Non c‟è dubbio che mi considerassero l‟uomo giusto al posto giusto…
Ho agito sempre al cento per cento, e nell‟impartire ordini non ero certo
fiacco”.

Il gerarca parlava sempre del suo “capolavoro”, la deportazione verso la morte
di circa 400 mila ebrei ungheresi nel 1944. Girò l‟Europa a caccia di ebrei, e
ovunque c‟era lui con il taccuino: a Skopje in Macedonia nel 1943, a Ioannina
in Grecia nel 1944, a Hanau in Assia nel 1942, a Westerbork nei Paesi Bassi, a
Budapest in Ungheria, ad Auschwitz.

hannah arendt
Infiniti documenti portati da Bettina Stangneth stanno a dimostrare la
responsabile iniziativa, la fanatica volontà di Eichmann nell‟apprestare tutti gli
strumenti necessari alla Shoah. E‟ vero, stava quasi sempre a tavolino,
scriveva lettere e circolari come un impiegato qualsiasi, e mascherava gli orrori
con un irreprensibile gergo burocratico (le “evacuazioni”, il “trattamento
speciale”, la “soluzione finale”); ma se i camini fumavano notte e giorno con
quel ritmo allucinante, era per merito di questo funzionario entusiasta del
proprio lavoro, così dominato dall‟ansia di toccare la mèta prima che la guerra
finisse.

Infine, in molti casi Eichmann ha ignorato e scavalcato gli ordini ricevuti, ha
perfino trasgredito alle istruzioni generali impartite verso la fine del 1944 da
Himmler, ha mandato a morte della gente che, secondo gli ultimi piani
concertati, poteva e doveva essere risparmiata. Era ormai la voluttà atroce di
chi non vuole lasciarsi strappare la preda ancora viva. Come ha scritto David
Cesarani in un altro libro su Eichmann, “per lui gli ebrei non avevano diritto di
esistere”.

Bettina Stangneth spiega che Eichmann, a differenza di tanti altri gerarchi
nazisti, “non era interessato al lusso e alle ricchezze. La sua bramosia era per i
numeri della morte”. Eichmann controllava i conti delle sue vittime e avrebbe
potuto approfittarsene, come fecero tanti altri capi del nazismo.
BETTINA STANGNETH

Invece, quando il Mossad, il servizio segreto israeliano, lo catturò in Argentina,
rimase stupefatto dalla povertà e semplicità in cui viveva il capo degli Affari
ebraici delle SS. Faceva l‟allevatore di conigli e vestiva in maniera dimessa.
“Per dirla tutta, io non mi pento di nulla”, confesserà Eichmann nelle
registrazioni audio argentine prima della cattura. “Riderò quando salterò dentro
la tomba al pensiero che ho ucciso cinque milioni di ebrei. Mi dà molta
soddisfazione e molto piacere”.

Prima di essere impiccato, Eichmann disse, sempre sardonico: “Ci rivedremo
presto”. E‟ questa la scoperta più importante di Stangneth. Che l‟antisemitismo
esiste. Che affascina e seduce. Che è una forma di “idealismo”. Che l‟uomo
della villa sul lago di Wannsee, più che un burocrate o un commesso
viaggiatore, fu “l‟ideologo dell‟Olocausto”. Che il bene, forse, può esserebanale.
Il male, invece, mai.