Appunti di Fisica 2

Tommaso R. Cesari
APPUNTI NON UFFICIALI
1
(Fisica 2 - corso di Michela Cavinato)
1
Nota del redattore
Questi appunti sono stati scritti da me durante il Corso (A.A. 2009-2010). Sono assolutamente
indipendenti dall’iniziativa del Docente. Di queste carte non `e fornita alcuna garanzia esplici-
ta o implicita di correttezza o di completezza. In particolare, `e assai probabile che risultino
presenti numerosi errori delle tipologie pi` u svariate, in primo luogo concettuali, dovuti al-
l’imperizia del curatore. Sottolineo inoltre che non vi `e stato alcuno sforzo da parte mia nel
rendere gli argomenti formalmente corretti, n´e tantomeno nel dare loro una veste chiara e
lineare. Usate dunque le informazioni che qui si contengono a vostro rischio e pericolo.
Tommaso R. Cesari
1
Indice
1 Prime definizioni 4
2 La Legge di Coulomb 5
2.1 L’esperimento di Coulomb . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
2.2 Forza Elettrostatica e Forza Gravitazionale . . . . . . . . . . . . 6
2.3 La Legge di Coulomb . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6
2.4 Campo elettrostatico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
3 Potenziale ed energia potenziale 8
3.1 Definizioni e prime propriet`a . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
3.2 Moto di una particella carica in un campo elettrostatico . . . . . 12
3.3 Richiami di Analisi Matematica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
4 Dipolo elettrico 17
4.1 Definizione e prime propriet`a . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
4.2 Dipolo in un campo esterno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
4.2.1 Forza risultante sul dipolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
5 Teoremi di Gauss e della Divergenza 22
5.1 Teorema di Gauss . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
5.1.1 Dimostrazione del Teorema di Gauss . . . . . . . . . . . . 23
5.2 Teorema della Divergenza e applicazioni . . . . . . . . . . . . . . 25
5.3 Equazioni di Maxwell per l’elettrostatica . . . . . . . . . . . . . . 25
5.4 Calcolo di campo e potenziale di distribuzioni di carica notevoli . 26
6 Conduttori in equilibrio elettrostatico 31
6.1 Equilibrio elettrostatico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
6.2 Teorema di Coulomb e applicazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
6.3 Capacit`a elettrica di un conduttore . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
7 Condensatori 34
7.1 Definizioni ed esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34
7.2 Tipi di collegamenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
7.2.1 Collegamento in parallelo . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
7.2.2 Collegamento in serie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36
7.3 Energia elettrostatica di un condensatore . . . . . . . . . . . . . 36
7.4 Calcolo della capacit`a elettrica in condensatori particolari . . . . 37
7.5 Dielettrici e condensatori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39
7.5.1 Capacit`a elettrica in condensatori piani e sferici . . . . . . 39
7.5.2 Energia elettrostatica in condensatori piani . . . . . . . . 41
7.5.3 Rigidit`a dielettrica e polarizzazione . . . . . . . . . . . . . 44
2
8 Corrente elettrica 47
8.1 Definizioni, osservazioni, esempi introduttivi . . . . . . . . . . . . 47
8.2 Principio di conservazione della carica e prime conseguenze . . . 50
8.2.1 Equazione di continuit`a della corrente elettrica . . . . . . 50
8.2.2 Regime stazionario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
8.3 Legge di Ohm . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53
8.3.1 Legge di Ohm per i conduttori ohmici filiformi . . . . . . 55
8.3.2 Effetto Joule . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57
8.4 Resistori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58
8.4.1 Collegamento in serie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59
8.4.2 Collegamento in parallelo . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59
8.5 Forza elettromotrice. Legge di Ohm generalizzata . . . . . . . . . 60
8.5.1 Esercizi illustrativi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64
8.6 Leggi di Kirchhoff . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66
8.7 Circuiti RC . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67
9 Magnetostatica 72
9.1 Definizioni, esperimenti e primi esempi . . . . . . . . . . . . . . . 72
9.2 Moto di particelle cariche in campi magnetici . . . . . . . . . . . 74
9.2.1 Forza di Lorentz . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 74
9.2.2 Moto in un campo uniforme: ϑ = π/2 . . . . . . . . . . . 75
9.2.3 Moto in un campo uniforme: ϑ arbitrario . . . . . . . . . 77
9.3 Seconda legge elementare di Laplace e applicazioni . . . . . . . . 78
9.4 Principio di equivalenza di Amp`ere . . . . . . . . . . . . . . . . . 80
9.5 Campo magnetico generato da una distribuzione di corrente . . . 85
9.6 Equazioni di Maxwell per il campo magnetico . . . . . . . . . . . 89
3
1 Prime definizioni
Osservazione preliminare: nel corso di questi appunti si supporr`a sempre im-
plicitamente che tutte le funzioni abbiano tutte le regolarit`a di cui si ha bisogno.
Non si faranno mai ipotesi esplicite in tale senso, supponendo ad esempio che
tutte le funzioni trattate siano differenziabili (infinite volte), integrabili sem-
pre e su qualunque insieme, e che gli insiemi di definizione abbiamo sempre le
propriet`a geometriche necessarie a soddisfare le ipotesi dei teoremi. Inoltre per
alleggerire la notazione spesso non si indicheranno esplicitamente le variabili di
una funzione e si utilizzeranno i pedici per sottintendere che una certa funzione `e
stata valutata in un punto del suo insieme di definizione. Data e.g. una funzione
⃗u
x
: R
3
→ R
3
,
(x, y, z) → (1, 0, 0),
scriveremo spesso
⃗u
x
= (1, 0, 0)
in luogo di
⃗u
x
(x, y, z) = (1, 0, 0);
oppure data e.g. una funzione V : R
3
→R, utilizzeremo una scrittura del tipo
V
A
.
= V (x
A
, y
A
, z
A
).
Convenzione [Segno della carica]: si chiama carica positiva quella posseduta
da una bacchetta di vetro elettrizzata per strofinio con un panno di seta. Si
chiama carica negativa quella posseduta da una bacchetta di ebanite elettrizza-
ta per strofinio con la pelle di coniglio.
Definizione [Categorie dei materiali]: nei conduttori le cariche elettriche sono
libere di muoversi e posso elettrizzarli per contatto. Nei dielettrici (o isolanti)
le cariche elettriche non sono libere di muoversi e posso elettrizzarli sono per
strofinio.
Esempio [Conduttori]: metalli, il corpo umano, il suolo, i panni umidi, le
soluzioni acquose.
Esempio [Dielettrici]: i non metalli, la plastica l’ebanite, la bachelite, il vetro,
la ceralacca, l’acqua distillata.
Osservazione [Conduttori e dielettrici]: la differenza `e dovuta alla compo-
sizione atomica. Un atomo `e composto da un nucleo contenente protoni (carica
positiva) e neutroni (carica nulla) ed intorno ha una nube di elettroni (carica
negativa). La carica di un elettrone `e e = 1, 6· 10
−19
C. I conduttori hanno degli
elettroni, detti di conduzione (quelli pi` u esterni), che si muovono liberamente
all’interno di essi (dei conduttori). Negli isolanti gli elettroni non si possono muo-
vere liberamente, infatti se e.g. elettrizzo una bacchetta di vetro con un panno
4
di seta, avviene un passaggio di elettroni dalla bacchetta al panno, i quali per`o
rimangono vincolati all’area di panno che ho strofinato. Se invece elettrizzo e.g.
una bacchetta di ebanite con un panno di lana, avviene uno scambio di elettroni
tra il panno e la bacchetta.
Definizione [Induzione elettrostatica]: avviene solo nei conduttori ed `e un
fenomeno che porta alla separazione delle cariche.
i) Avvicinando un oggetto scarico ad uno carico positivamente gli elettroni
si spostano vicino all’oggetto carico positivamente.
ii) Quando avviene il contatto gli elettroni passano all’oggetto carico pos-
itivamente fino a quando entrambi i conduttori hanno la stessa carica
(entrambi carichi positivamente) e si respingono.
Esempio: elettroscopio a foglie.
Osservazione: prendiamo un conduttore scarico collegato a terra e avvicini-
amo una bacchetta carica positivamente. Gli elettroni passano da terra al corpo
caricandolo negativamente. Se invece la bacchetta `e carica negativamente gli
elettroni del corpo andranno a terra ed il corpo sar`a carico positivamente. Se
stacco la terra il corpo manterr`a la carica.
2 La Legge di Coulomb
2.1 L’esperimento di Coulomb
Esperimento [di Coulomb]: sfrutta l’induzione elettrostatica tra due cariche
puntiformi. Usando una bilancia di torsione, se `e nota la lunghezza dell’asta
verticale, la costante elastica dell’asta e l’angolo di rotazione, allora `e possibile
calcolare la forza. Fissate q
1
e q
2
osserva sperimentalmente che
F ∝
1
r
2
.
Fissata r, osserva che
F ∝ q
1
q
2
.
Deduce allora che `e
F = k
q
1
q
2
r
2
,
ove k `e la costante elastica dell’asta. Spesso k viene espressa spesso nella forma
k =
1
4πε
0
,
dove ε
0
`e detta costante dielettrica del vuoto e vale ε
0
≈ 8.854· 10
−12
F/m, come
verr`a chiarito pi` u avanti con la definizione del Farad (F).
5
Osservazione: i conduttori carichi hanno carica < 10
−6
C. Se cos`ı non fosse
le cariche inizierebbero a respingersi.
2.2 Forza Elettrostatica e Forza Gravitazionale
F
e
= k
q
1
q
2
r
2
, con k = 9 · 10
9
N m
2
C
2
F
g
= G
m
1
m
2
r
2
, con G = 6 · 10
−11
N m
2
Kg
2
Caratteristiche comuni:
- entrambe a raggio d’azione illimitato;
- entrambe relativisticamente invarianti.
Caratteristiche differenti:
• la forza elettrostatica `e sia attrattiva che repulsiva (ha 2 segni possibili);
• la carica si conserva in un sistema isolato;
• la carica `e una grandezza quantizzata, cio`e esiste solo come multiplo intero
della carica dell’elettrone.
+ La forza gravitazionale `e solo attrattiva (ha 1 solo segno possibile);
+ la massa non si conserva, nel senso che pu`o essere trasformata in lavoro;
+ la massa `e una grandezza discreta.
2.3 La Legge di Coulomb
Legge di Coulomb: sia q
0
una carica di prova, sia ⃗u versore avente direzione
della retta congiungente la carica q alla carica di prova q
0
. Allora:

F
q,q
0
= k
q q
0
r
2
⃗u =

F
q
0
,q
=⇒

F `e repulsiva,

F
q,q
0
= k
q q
0
r
2
⃗u = −

F
q
0
,q
=⇒

F `e attrattiva.
6
2.4 Campo elettrostatico
1) generato da cariche puntiformi fisse;
2) generato da distribuzione continua di carica.
1) vale il principio di sovrapposizione e quindi la forza totale esercitata
su q
0
`e la somma vettoriale delle forze esercitate dalle cariche. Se
abbiamo quindi un sistema di cariche q
1
, . . . , q
n
che agiscono su una
carica di prova q
0
, `e

F =
n

i=1
F
i
=
n

i=1
_
k
q
i
q
0
r
2
i
⃗ u
i
_
= q
0
n

i=1
_
k
q
i
r
2
i
⃗ u
i
_
. ¸¸ .
.
=

E
= q
0

E,
ove

E =

F/q
0
viene detto campo elettrostatico. Per la precisione, la
carica di prova non deve alterare la distribuzione delle cariche che
generano il campo, cio`e deve essere

E = lim
q
0
→0

F
q
0
;
quindi il campo non deve provocare induzione elettrostatica sui con-
duttori e polarizzazione sui dielettrici.
2) a) Distribuzione volumetrica (o spaziale);
b) distribuzione superficiale;
c) distribuzione lineare.
a) Sia Ω il volume carico. Introduciamo la densit`a spaziale di
carica ρ = ρ(x

, y

, z

) con unit`a di misura [ρ] = [C/m
3
].
Abbiamo:
dq = ρ dΩ =⇒ q =


ρ dΩ.
b) Sia Σ la superficie carica. Introduciamo la densit`a superficiale
di carica σ = σ(x

, y

, z

) con unit`a di misura [σ] = [C/m
2
].
Abbiamo:
dq = σ dΣ =⇒ q =

Σ
σ dΣ.
c) Sia ℓ la curva carica. Introduciamo la densit`a lineare di carica
λ = λ(x

, y

, z

) con unit`a di misura [λ] = [C/m]. Abbiamo:
dq = λdℓ =⇒ q =


λdℓ.
7
Esercizio [Distribuzione spaziale di carica]: trovare il campo elettrostatico nel
generico punto P = P(x, y, z) ∈ R
3
, sapendo che il volume V `e positivamente
carico (con densit`a spaziale di carica ρ) e supponendo anche P positivo.
Sia dV l’ememento di volume di V in un suo generico punto interno P

=
P

(x

, y

, z

). Abbiamo
dE = k
dq
r
2
= k
ρ dV
r
2
=⇒ E =

V
k
ρ dV
r
2
= k

V
ρ(x

, y

, z

) dx

dy

dz

(x −x

)
2
+ (y −y

)
2
+ (z −z

)
2
Definizione [Linee di forza]: le linee di forza (o di campo) sono curve orien-
tate tali che in ogni punto il campo `e tangente a tale curva.
Esempio [Carica puntiforme]: se q `e una carica puntiforme positiva le linee
di forza sono delle rette uscenti radialmente da essa. Se la carica `e negativa le
rette sono entranti. Il campo elettrostatico in un generico punto dello spazio
P ∈ R
3
`e

E(P) = k
q
r
2
⃗u
r
.
3 Potenziale ed energia potenziale
3.1 Definizioni e prime propriet`a
Definizione [Campo Elettrico]: data una forza elettrica, ovvero data una forza

F (di natura qualsiasi) che agisce su una carica di prova q
0
, si definisce campo
elettrico (o elettromotore) il vettore

E =

F/q
0
.
Definizione [Lavoro, Tensione]: nelle ipotesi precedenti, dato d⃗s ∈ R
3
(che
in fisica si pensa come infinitesimo) si definisce lavoro elementare (o lavoro
infinitesimo) compiuto dalla forza

F per spostare la carica q
0
di un tratto
infinitesimo nella direzione orientata d⃗s, la forma differenziale
dW =

F · d⃗s = q
0

E · d⃗s.
Data c ∈ C

([a, b], R
3
) una curva orientata t.c. c(a)=A e c(b)=B, si definisce la-
voro compiuto dalla forza

F per spostare la carica q
0
da A a B lungo c l’integrale
della forma differenziale dW calcolato lungo c, i.e.
W =

B
A(c)
dW =

B
A(c)

F · d⃗s = q
0

B
A(c)

E · d⃗s
.
= q
0
T
c
(A →B),
dove
T
c
(A →B)
.
=

B
A(c)

E · d⃗s
8
`e detta tensione elettrica tra A e B lungo c.
Osservazione [Forza elettrica]: una forza elettrica in generale non `e conserva-
tiva. Infatti siano c
1
, c
2
due curve da A e B, con c
1
̸= c
2
, allora T
c
1
(A → B) ̸=
T
c
2
(A →B). Detta quindi c
.
= c
1
∪−c
2
la curva unione tra c
1
e −c
2
, che risulta
essere una curva chiusa, si ha pertanto
W =
_
c

F·d⃗s =

B
A(c
1
)

F·d⃗s +

A
B(−c
2
)

F·d⃗s =

B
A(c
1
)

F·d⃗s −

B
A(c
2
)

F·d⃗s =
= q
0
(T
c
1
−T
c
2
) ̸= 0.
Definita allora la forza elettromotrice (o f.e.m.) del campo elettrico

E come la
quantit`a
E
.
=
_
c

E · d⃗s = T
c
1
−T
c
2
,
segue in modo ovvio che

F `e conservativa ⇐⇒ E = 0.
Osservazione [Forza elettrostatica]: abbiamo dimostrato (nel corso di Fisica
1) che tutte le forze centrali sono conservative. Ma la forza elettrostatica `e una
forza centrale, quindi `e di natura conservativa. Segue quindi che il lavoro di una
forza elettrostatica non dipende dal percorso e tale forza ammette un potenziale.
Definizione [Potenziale ed energia potenziale]: sia

F una forza elettrostati-
ca, allora sono ben definite due funzioni U e V dette rispettivamente energia
potenziale (elettrostatica) e potenziale (elettrostatico) tali che
W =

B
A

F · ⃗s = q
0

B
A

E · ⃗s
.
= −∆U
e
.
= −q
0
∆V
Le unit`a di misura dell’energia potenziale e del potenziale sono, rispettivamente
il Joule [J] e il Volt [V ] = [J/C].
Proposizione [Calcolo di U e V]: a seconda della distribuzione della cari-
ca `e possibile dare una forma pi` u o meno esplicita al potenziale e all’energia
potenziale del campo elettrico generato dalla distribuzione di carica.
1. Sia

E il campo generato da una carica puntiforme q e sia q
0
una carica di
prova, allora
_
¸
_
¸
_
V (r) = k
q
r
U
e
(r) = k
q q
0
r
e l’energia potenziale U
e
`e pari al lavoro necessario per portare le due
particelle cariche a distanza infinita tra loro.
9
2. Sia

E il campo generato da un sistema di n cariche puntiformi fisse
q
1
, . . . , q
n
, allora
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
V (r) =
n

i=1
V
i
= k
n

i=1
q
i
r
i
U
e
(r) =
1
2
n

i=1
q
i
V
i
=
1
2
k

i,j=1,...,n
i̸=j
q
i
q
j
r
ij
,
nell’ipotesi in cui le cariche q
1
, . . . , q
n
non risentano del campo da loro
stesse generate.
3. Sia

E il campo generato da una distribuzione continua di carica.
(a) Spaziale
Sia V ∈ R
3
il volume carico e sia ρ la densit`a spaziale di carica.
=⇒
_
¸
¸
_
¸
¸
_
V (r) = k

V
ρ
r
dV,
U
e
(r) =
1
2

V
ρ V dV.
(b) Superficiale
Sia Σ ∈ R
3
la superficie carica e sia σ la densit`a superficiale di carica.
=⇒
_
¸
¸
_
¸
¸
_
V (r) = k

Σ
σ
r
dΣ,
U
e
(r) =
1
2

Σ
ρ V dΣ.
(c) Lineare
Sia ℓ ∈ R
3
la curva carica e sia λ la densit`a lineare di carica.
=⇒
_
¸
¸
_
¸
¸
_
V (r) = k


λ
r
dℓ,
U
e
(r) =
1
2


ρ V dℓ.
Dimostrazione: `e sufficiente dimostrare il punto 1., infatti le altre forumule
seguono dalla prima ricordando che sia per il potenziale che per l’energia poten-
ziale vale il principio di sovrapposizione. Consideriamo allora il lavoro necessario
per spostare la carica di prova q
0
da un punto A a un punto B dello spazio (A
10
e B arbitrari) sotto l’effetto del campo elettrostatico generato da q. Si ha
W
AB
=

B
A

F · d⃗s =

B
A
F ⃗u
r
· d⃗s
. ¸¸ .
=cos(ϑ) ds
=

B
A
k
q
0
q
r
2
cos(ϑ) ds
. ¸¸ .
=dr
=
= k q
0
q

B
A
1
r
2
dr = k q
0
q
_

1
r
_
B
A
= k q
0
q
_
1
r
A

1
r
B
_
=
= −∆U
e
= −q
0
∆V,
Dove le ultime due identit`a derivano dalla conservativit`a del campo elettrostati-
co. Segue quindi
U
e
(r) = k
q
0
q
r
+c
1
, V (r) = k
q
r
+c
2
, c
1
, c
2
∈ R.
Essendo poi F, E ∝ 1/r
2
si ha F(∞) = E(∞) = 0.
`
E quindi ragionevole porre
U(∞) = V (∞) = 0, e quindi c
1
= c
2
= 0. In questa ipotesi si ha
U
e
(r) =


r

F · d⃗s = U
e
(r) −U
e
(∞)
. ¸¸ .
=0
= k
q q
0
r
ovvero l’energia potenziale `e uguale alla quantit`a di lavoro necessaria per portare
le 2 particelle cariche a distanza infinita tra loro. Analogamente si mostra
V (r) =


r

E · d⃗s = k
q
r
,
che conclude la dimostrazione.
Osservazione [Energia potenziale]: abbiamo appena mostrato che dato un
sistema di n cariche puntiformi fisse, l’energia potenziale del sistema `e data da
U(q
1
, . . . , q
n
) =
1
2
k

i,j=1,...,n
i̸=j
q
i
q
j
r
ij
.
Supponendo di aggiungere una nuova carica q
0
`e poi possibile determinarne
l’energia potenziale
U(q
0
) = q
0
n

i=1
k
q
i
r
i0
,
da cui si pu`o ricavare l’energia totale del sistema, grazie al principio di sovrap-
posizione degli effetti. Si ha pertanto
U(q
1
, . . . , q
n
, q
0
)
.
= U(sistema) = U(q
1
, . . . , q
n
) +U(q
0
).
Questa formula `e particolarmente utile nel caso q
0
sia l’unica particella mobile,
infatti se ci`o accade si ha
∆U(sistema) = ∆U(q
0
),
11
ovvero la variazione di energia potenziale del sistema dipende solamente dal-
l’energia potenziale della carica q
0
.
Osservazione [W
elettr
e W
est
]: consideriamo il campo elettrostatico generato
da una carica puntiforme q (= sorgente del campo) e poniamo entro di esso una
carica di prova q
0
. Abbiamo gi`a osservato che si ha
U
e
(r) = k
q q
0
r
=


r

F · d⃗s = W
elettr
(r →∞)
(= lavoro elettrostatico compiuto dal sistema per distruggere il sistema stesso).
Ragionando in modo speculare si pu`o anche pensare
U
e
= W
est
(∞→ r)
(= lavoro compiuto da un agente esterno per creare il sistema).
Abbiamo quindi ottenuto con un ragionamento intuitivo la seguente uguaglianza
W
elettr
= W
est
, dalla quale si possono dedurre i seguenti fatti:
i) q q
0
> 0,
le due cariche hanno segno concorde (e quindi si respingono). Si ha quindi
U
e
= W
est
> 0 =⇒ per creare il sistema c’`e bisogno di lavoro esterno
positivo.
ii) q q
0
< 0,
le due cariche hanno segno discorde (e quindi si attraggono). Si ha quindi
U
e
= W
est
< 0 =⇒ per distruggere il sistema c’`e bisogno di lavoro esterno
positivo.
3.2 Moto di una particella carica in un campo elettrostati-
co
Osservazione: dalla legge di Newton segue che la forza elettrostatica agente
nel generico punto di R `e

F = q

E = m⃗a =⇒⃗a =
q

E
m
,
ovvero l’accelerazione ha la stessa direzione del campo, ed ha lo stesso verso se
q > 0, verso discorde se q < 0.
Teorema [Conservazione dell’energia]: sia

E un campo elettrostatico e sia
v ≪ c (per evitare effetti relativistici) la velocit`a di una generica particella
carica di carica q. Detto V il potenziale del campo e supponendo che sulla
particella agisca la sola forza elettrostatica

F del campo

E si ha che ∀A, B ∈ R
3
1
2
mv
2
A
+q V
A
=
1
2
mv
2
B
+q V
B
= cost
12
Dimostrazione: siano A, B ∈ R
3
fissati. Se la particella si `e spostata da A a
B, allora `e possibile calcolare la variazione di energia cinetica
∆E
k
=
1
2
(mv
2
B
−mv
2
A
)
(1)
= W
(2)
= −∆U = −q ∆V,
dove (1) segue dal Teorema dell’energia cinetica (ed `e pertanto vera per qualunque
forza

F), mentre (2) segue dalla natura conservativa della forza elettrostatica.
Abbiamo quindi dimostrato che
1
2
mv
2
B

1
2
mv
2
A
= −(q V
A
−q V
B
) ⇐⇒
1
2
mv
2
A
+q V
A
=
1
2
mv
2
B
+q V
B
.
Dall’arbitrariet`a di A, B segue la tesi.
Corollario [Conservazione dell’energia]: nelle ipotesi del Teorema di conser-
vazione dell’energia segue che:
• se q > 0 e vogliamo accelerare la particella (i.e. v
B
> v
A
)
=⇒V
B
< V
A
(i.e. ∆V < 0);
• se q < 0 e vogliamo accelerare la particella (i.e. v
B
> v
A
)
=⇒V
B
> V
A
(i.e. ∆V > 0).
Osservazione: V
A
= V
B
non implica che la velocit`a `e costante. In gen-
erale possono esserci state accelerazioni e decelerazioni (ci`o accade se

E non
`e costante).
Osservazione [Elettronvolt]: nelle ipotesi del teorema del conservazione del-
l’energia, `e possibile scrivere per una carica q la relazione
1
2
mv
2
i
+q V
i
=
1
2
mv
2
f
+q V
f
,
dove i pedici i ed f indicano lo stato iniziale e finale del processo. Supponendo
che la carica si trovi inizialmente in quiete la relazione appena scritta diventa
q V
i
=
1
2
mv
2
f
+q V
f
,
che riscriviamo ora mettendo in evidenza l’energia cinetica finale della particella:
1
2
mv
2
f
= q (V
i
−V
f
).
A seguito di questo ragionamento, ponendo V
i
− V
f
= 1 V olt e q = e nasce la
definizione di elettronvolt come misura dell’energia cinetica.
13
Definizione [Elettronvolt]: si definisce elettronvolt e si indica con eV l’energia
cinetica acquistata da un protone, inizialmente in quiete, ottenuta mediante
l’applicazione di una differenza di potenziale di 1 Volt. Si ha
1 eV = 1.6 · 10
−19
C V.
Osservazione [Campi uniformi]:

E campo uniforme (ovvero costante nello
spazio) =⇒ le linee di forza sono parallele.
Corollario [Conservazione dell’energia in un campo uniforme]: nelle ipotesi
del Teorema di conservazione dell’energia, si supponga che il campo elettro-
statico sia uniforme (i.e.

E costante nello spazio) e diretto lungo l’asse x. Allora
∀x ∈ R
V +E x = cost e
1
2
mv
2
−q E x = cost,
dove si `e posto E = |

E|.
Dimostrazione: essendo la forza conservativa, ho che ∀A, B ∈ R
3
V
A
−V
B
=

B
A

E · d⃗s = E

B
A
ds = E(x
B
−x
A
)
⇐⇒V
A
+E x
A
= V
B
+E x
B
= cost,
da cui si deduce facilmente
V +E x = cost ⇐⇒V = −E x +cost,
che sostituita nell’equazione che esprime la conservazione dell’energia permette
di dedurre
1
2
mv
2
−q E x = cost,
che `e la tesi.
Esempio [2 piani indefiniti]: si considerino due piani indefiniti e paralleli
posti a distanza d l’uno dall’altro. Siano entrambi carichi omogeneamente e di
densit`a superficiali di carica rispettivamente σ e −σ. Si dimostra che il campo
generato da un piano uniformemente carico ha modulo costante pari a
σ
2 ε
0
. Si
ha quindi che il campo totale generato dai due piani `e nullo all’esterno ed `e
uguale a σ/ε
0
all’interno di essi. In questo caso allora, determinata la costante
con una condizione iniziale, si pu`o esplicitare il potenziale come
V = E x +cost.
3.3 Richiami di Analisi Matematica
Definizione [Operatore

∇]: in uno spazio tridimensionale R
3
generato da
un sistema di coordinate cartesiane x, y, z, con i versori indicati con ⃗u
x
, ⃗u
y
, ⃗u
z
14
rispettivamente, l’operatore differenziale vettoriale

∇(o semplicemente ∇) detto
operatore nabla (o operatore del) si definisce come

∇ =

∂x
⃗u
x
+

∂y
⃗u
y
+

∂z
⃗u
z
.
Osservazione [

∇ e coordinate]: la definizione data dipende dal sistema di
coordinate scelto, ma `e facilmente estendibile ad un qualunque sistema di co-
ordinate. Ad esempio, nelle applicazioni capita spesso di passare in coordinate
sferiche o cilidriche. La definizione di

∇ si pu`o facilmente trasportare nelle nuove
coordinate. Riportiamo a titolo di esempio il caso delle coordinate sferiche. In
tali coordinate `e possibile eprimere l’operatore del nella forma:

∇ =

∂ρ
⃗u
ρ
+
1
r

∂ϑ
⃗u
ϑ
+
1
r sin (ϑ)

∂ϕ
⃗u
ϕ
.
Osservazione [

∇ e altri operatori]: grazie all’operatore

∇`e possibile riscrivere
con una notazione compatta ed intuitiva gli operatori differenziali gradiente,
divergenza, rotore e laplaciano:
Gradiente Divergenza Rotore Laplaciano

∇f = grad f

∇· ⃗v = div ⃗v

∇×⃗v = rot ⃗v

∇·

∇f = ∇
2
f
Osservazione[Prodotto vettoriale]: ricordo che, dati due vettori ⃗a = (a
1
a
2
a
3
),

b =
(b
1
b
2
b
3
) ∈ R
3
il prodotto vettoriale ⃗a ×

b si pu`o calcolare (in modo formale)
2
come il determinante
⃗a ×

b = det
_
_
⃗u
x
⃗u
y
⃗u
z
a
1
a
2
a
3
b
1
b
2
b
3
_
_
Teorema [Irrotazionalit`a e conservativit`a]: sia

E un campo elettrostatico e
sia V il suo potenziale, allora localmente

E = −grad(V ) = −

∇V (1)
rot(

E) =

∇×

E =

0. (2)
Le due equazioni risultano essere equivalenti
Dimostrazione: per dimostrare (1) `e sufficiente osservare che per ipotesi il
campo

E `e conservativo e V `e un suo potenziale, ovvero la forma differenziale



ds `e esatta, e pu`o essere scritta localmente come l’opposto del differenziale di
V , si ha cio`e che per ogni incremento

ds = (dx, dy, dz) = dx⃗u
x
+dy ⃗u
y
+dz ⃗u
z

E ·

ds = −dV ⇐⇒dV = −

E ·

ds = −(E
x
dx +E
y
dy +E
z
dz).
2
Si osservi che quella qui definita non `e una vera matrice, infatti i coefficienti sono ibridi:
quelli della prima riga sono vettori, mentre quelli delli della seconda e della terza riga sono
scalari.
15
Osservando poi che il differenziale di V relativo all’incremento

ds `e dato da
dV =

∇V ·

ds =
∂V
∂x
dx +
∂V
∂y
dy +
∂V
∂z
dz
segue immediatamente che

E = −

∇V .
Per dimostrare (1) ⇒(2) invece si consideri una generica superficie Σ di cui c sia
la curva (chuisa) di bordo. Detto ⃗u
n
il versore normale uscente dalla superficie,
dal Teorema di Stokes segue che

Σ
(

∇×

E) · ⃗u
n
dΣ =
_
c

E · d⃗s,
ma essendo

E conservativo segue che il secondo integrale (e di conseguenza il
primo) `e nullo. Essendo quindi

Σ
(

∇×

E) · ⃗u
n
dΣ = 0 ∀Σ
se ne deduce che la funzione integranda

∇×

E `e anch’essa nulla.
Rimane quindi da dimostrare il viceversa, (1) ⇐ (2), ma ci`o segue immediata-
mente dal lemma di Poincar`e.
Definizione: la (2) `e detta prima equazione di Maxwell per il campo elettrico
(in forma locale).
Osservazione: il segno meno in dV = −

E ·

ds indica che il verso di crescita
del campo `e il verso di decrescita del potenziale.
Definizione [Superficie equipotenziale]: sia

E un campo elettrostatico e sia V
il suo potenziale. La superficie S = {⃗x ∈ R
3
t.c. V (⃗x) = cost} si dice superficie
equipotenziale.
Osservazione [Superficie equipotenziale]: dall’identit`a dV = −



ds =

∇V ·

ds
si deduce che se lo spostamento

ds `e tangente alla superficie equipotenziale, al-
lora dV = 0 e quindi

E ⊥

ds e dV ⊥

ds. Si ha quindi che le linee di campo
sono ortogonali alla superficie equipotenziale. Inoltre, essendo il gradiente uni-
vocamente determinato in ogni punto, si ha che per ogni punto passa un’unica
superficie equipotenziale, i.e. le superfici equipotenziali non si possono interse-
care.
Esempio [Filo rettilineo indefinito]: nel caso di un campo generato da un filo
rettilineo indefinito uniformemente carico le linee di forza sono semirette uscen-
ti ortogonalmente al filo. Le superfici equipotenziali sono pertanto dei cilindri
coassiali con il filo.
Esempio [Carica puntiforme]: nel caso del campo generato da una carica
puntiforme le linee di forza sono semirette uscenti dal punto in cui `e posta la
16
carica. Le superfici equipotenziali sono pertanto delle sfere concentriche centrate
nel punto.
Esempio [Due piani indefiniti]: nel caso di un campo generato da due piani
indefiniti uniformemente carichi le linee di forza sono segmenti posti tra i due
piani ed ortogonali ai piani stessi. Le superfici equipotenziali sono pertanto dei
piani paralleli ai due piani dati e posti tra di essi.
4 Dipolo elettrico
4.1 Definizione e prime propriet`a
Definizione: un dipolo elettrico (o pi` u semplicemente dipolo) `e un sistema
fisico costituito da due cariche puntiformi con stesso modulo q ma di segno op-
posto, poste a distanza a
.
= |⃗a| l’una dall’altra, dove si indica con ⃗a il vettore
congiungente −q a q. il vettore ⃗ p = q ⃗a `e detto momento di dipolo elettrico, e il
punto O = punto medio tra −q e q si dice centro del dipolo.
Proposizione [Potenziale del dipolo]: il potenziale di un dipolo elettrico in
punto O ̸= P ∈ R
3
ha la forma
V (r, ϑ) = k
⃗ p · ⃗r
r
3
= k
q a cos (ϑ)
r
2
,
dove r `e la distanza di P da O e ϑ `e l’angolo tra i due vettori ⃗ p e ⃗r.
Dimostrazione: ricordiamo che il potenziale in un punto del campo generato
da una carica puntiforme q `e V (r) = k
q
r
, dove r `e la distanza del punto dalla car-
ica. Sfruttando ora il principio di sovrapposizione, si conclude immediatamente
che il potenziale del dipolo si pu`o scrivere nella forma
V (r
1
, r
2
) = k q
_
1
r
1

1
r
2
_
= k q
r
2
−r
1
r
1
r
2
,
con r
i
distanze dalle due cariche. Applichiamo ora la cosiddetta approssimazione
di dipolo, ovvero supponiamo r ≫ a. In questa ipotesi segue che r
1
≈ r
2
≈ r.
Possiamo allora scrivere, a meno di questo errore di approssimazione:
r
1
r
2
= r
2
e r
2
−r
1
= a cos (ϑ)
da cui segue immediatamente la tesi.
Proposizione [Campo generato da un dipolo]: il campo elettrostatico generato
da un dipolo elettrico in punto O ̸= P ∈ R
3
, espresso in coordinate sferiche, ha
la forma

E =

E(r, ϑ) =
k p
r
3
(2 cos (ϑ) ⃗u
r
+ sin (ϑ) ⃗u
ϑ
)
17
Dimostrazione: dalle equazioni di Maxwell so che

E = −

∇V . Riscrivo allora
la relazione
dV = −

E ·

ds =

∇V ·

ds
passando in coordinate sferiche. Ho

ds = dr ⃗u
r
+r dϑ⃗u
ϑ
+r sin (ϑ) dϕ⃗u
ϕ

E = E
r
⃗u
r
+E
ϑ
⃗u
ϑ
+E
ϕ
⃗u
ϕ
=⇒dV = −(E
r
dr +E
ϑ
r dϑ +E
ϕ
r sin (ϑ) dϕ) =
=
∂V
∂r
dr +
∂V
∂ϑ
dϑ +
∂V
∂ϕ
dϕ ∀ (dr, dϑ, dϕ)
=⇒
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
E
r
= −
∂V
∂r
= 2 k
p cos (ϑ)
r
3
E
ϑ
= −
1
r
∂V
∂ϑ
= k
p sin (ϑ)
r
3
E
ϕ
= −
1
r sin (ϑ)
∂V
∂ϕ
= 0
da cui segue immediatamente la tesi.
Osservazione [Campo generato da un dipolo]: `e immediato osservare che il
campo elettrostatico generato da un dipolo non `e mai nullo, ma, esattamente
come il campo elettrostatico generato da una carica puntiforme, si ha che

E →

0
se r →∞. Infatti, dalla proposizione precedente segue che l’intensit`a del campo
(i.e. il suo modulo) `e
|

E| =
k p
r
3
_
4 cos
2
(ϑ) + sin
2
(ϑ)
¸
1/2
=
k p
r
3
_
3 cos
2
(ϑ) + 1
¸
1/2
. ¸¸ .
sempre ≥1

k p
r
3
da cui segue immediatamente la tesi.
Corollario [Campo generato da un dipolo]: lungo l’asse del dipolo il campo
`e sempre parallelo al momento di dipolo. Sul piano mediano il campo `e sempre
antiparallelo al momento di dipolo.
Dimostrazione: osserviamo che `e possibile scrivere il campo

E come la dif-
ferenza di due vettori

E
1
ed

E
2
t.c.

E
1
// r e

E
2
`e antiparallelo a ⃗ p. Infatti,
decomponendo il momento di dipolo lungo {⃗u
r
, ⃗u
ϑ
} si ottiene
⃗ p = p cos (ϑ) ⃗u
r
−p sin (ϑ) ⃗u
ϑ
⇐⇒p sin (ϑ) ⃗u
ϑ
= p cos (ϑ) ⃗u
r
−⃗ p.
Sostituendo in

E l’espressione appena determinata si ha

E =
2 k p
r
3
cos (ϑ) ⃗u
r
+
k
r
3
[p sin (ϑ) ⃗u
ϑ
] =
2 k p
r
3
cos (ϑ) ⃗u
r
+
k
r
3
[p cos (ϑ) ⃗u
r
−⃗ p] =
=
3 k p
r
3
cos (ϑ) ⃗u
r

k
r
3
⃗ p
.
=

E
1
+

E
2
.
18
Da questo fatto la tesi segue immediatamente osservando i punti sull’asse sono
t.c. ϑ ∈ {0, 2π}, mentre i punti sul piano mediano sono caratterizzati dal fatto
che ϑ = ±
π
2
.
Teorema [U
e
del dipolo]: l’energia potenziale elettrostatica di un dipolo
{q, −q} `e data da
U
e
= −⃗ p ·

E = −p E cos (ϑ),
dove ⃗ p = q ⃗a `e il momento di dipolo e ϑ `e l’angolo tra i due vettori ⃗ p ed

E.
Dimostrazione: sia V il potenziale del dipolo. La sua energia potenziale elet-
trostatica `e allora determinata dalla differenza di potenziale tra le due cariche.
Si ha pertanto
U
e
= q [V (x +a
x
, y +a
y
, z +a
z
) −V (x, y, z)] ,
dove (x, y, z) `e la posizione della carica −q, (x + a
x
, y + a
y
, z + a
z
) `e la po-
sizione della carica q, e ⃗a = (a
x
, a
y
, a
z
) `e il vettore congiungente le due cariche.
Utilizzando l’approssimazione di dipolo (assumendo cio`e |a
x
|, |a
y
|, |a
z
| ≪ 1) `e
possibile approssimare tale espressione nel modo seguente
U
e
= q [V (x +a
x
, y +a
y
, z +a
z
) −V (x, y, z)] ≈
≈ q
_
V (x, y, z) +

∇V · ⃗a −V (x, y, z)
_
= q

∇V · ⃗a =
=

∇V · (q ⃗a) =

∇V · ⃗ p = −

E · p,
che `e la tesi.
4.2 Dipolo in un campo esterno
Segue un’analisi della forza totale risultante sul dipolo dall’azione di un campo
elettrico esterno. Per comodit`a dividiamo quest’analisi in due casi.
4.2.1 Forza risultante sul dipolo


E uniforme
Essendo un dipolo un sistema costituito di soli due punti, per studiare la
forza totale `e sufficiente studiare le forze agenti sui due singoli punti che
costituiscono il sistema, ovvero le due cariche. Siano allora

F
1
= −q

E e

F
2
= q

E
Essendo la forza totale la somma vettoriale di tutte le forze segue facil-
mente che

F
tot
=

F
1
+

F
2
=

0.
Quindi la forza totale agente sul dipolo `e nulla. Questo risultato non deve
per`o trarre in inganno, infatti affermiamo ora (senza dimostrarlo) che il
momento delle due forze

F
2
e

F
2
non cambia se sposto il polo. Assumendo
19
che ci`o sia vero studiamo il momento delle due forze supponendo che il
polo sia il centro O del dipolo. In questa ipotesi il momento totale della
forza agente sul dipolo `e

M =

M
1
+

M
2
= ⃗r
1
×

F
1
+⃗r
2
×

F
2
= (⃗r
2
−⃗r
1
) ×

F
2
=⃗a ×

F
2
=
= ⃗a ×(q

E) = ⃗ p ×

E
=⇒ |

M| = p E sin (α),
dove α `e l’angolo tra i due vettori ⃗ p e

E. Segue quindi che per quasi tutti
gli α il momento angolare `e non nullo, ed avviene quindi una torsione. Ci`o
non accade solamente quando il campo

E e il momento di dipolo ⃗ p hanno
la stessa direzione, ovvero quando α = 0 (equilibrio stabile), o quando
α = 2π (equilibrio instabile).


E non uniforme
Utilizzando come sempre l’approssimazione di dipolo osserviamo che se in
−q il campo `e

E, possiamo affermare che (a meno di tale approssimazione)
in q il campo `e

E + d

E. Le due forze agenti sulle cariche hanno allora la
forma

F
1
= −q

E e

F
2
= q
_

E + d

E
_
,
da cui segue che la forza totale agente sul dipolo `e

F
tot
= q d

E = q
_


E
∂x
a
x
+


E
∂y
a
y
+


E
∂z
a
z
_
=


E
∂x
p
x
+


E
∂y
p
y
+


E
∂z
p
z
,
ovvero, esprimendo

F
tot
nelle sue componenti cartesiane
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
F
tot
x
=
∂E
x
∂x
p
x
+
∂E
x
∂y
p
y
+
∂E
x
∂z
p
z
=

∇E
x
· ⃗ p
F
tot
y
=
∂E
y
∂x
p
x
+
∂E
y
∂y
p
y
+
∂E
y
∂z
p
z
=

∇E
y
· ⃗ p
F
tot
z
=
∂E
z
∂x
p
x
+
∂E
z
∂y
p
y
+
∂E
z
∂z
p
z
=

∇E
z
· ⃗ p
Avrei potuto equivalentemente sfruttare il teorema precedente partendo
dalle equazioni di Maxwell per il campo elettrostatico:

E
tot
= −

∇V ⇐⇒
⇐⇒

F
tot
= −


_
−⃗ p ·

E
_
=


_
⃗ p ·

E
_
=

∇(p
x
E
x
+p
y
E
y
+p
z
E
z
) ,
20
ovvero, esprimendo

F
tot
nelle sue componenti cartesiane
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
F
tot
x
=
∂E
x
∂x
p
x
+
∂E
y
∂x
p
y
+
∂E
z
∂x
p
z
=


E
∂x
· ⃗ p
F
tot
y
=
∂E
x
∂y
p
x
+
∂E
y
∂y
p
y
+
∂E
z
∂y
p
z
=


E
∂y
· ⃗ p
F
tot
z
=
∂E
x
∂z
p
x
+
∂E
y
∂z
p
y
+
∂E
z
∂z
p
z
=


E
∂z
· ⃗ p
I due sistemi, in apparenza diversi, sono in realt`a uguali. Per convincersee
basta osservare che le derivate miste sono uguali. Quindi in generale la
forza risultante agente sul dipolo pu`o essere scritta in modo compatto
nella forma

F
tot
=


_
⃗ p ·

E
_
• Caso particolare: ⃗ p //

E In questo semplice ma importante caso particolare,
utilizzando l’espressione della forza totale appena trovata, segue immedi-
atamente che

F
tot
=


_
⃗ p ·

E
_
= p


_
|

E|
_
(se ⃗ p ed

E sono concordi),

F
tot
=


_
⃗ p ·

E
_
= −p


_
|

E|
_
(se ⃗ p ed

E sono discordi).
Esempi [Forza risultante su un dipolo]: i seguenti esempi mostrano alcune
situazioni particolari in cui la forza totale ha una forma non del tutto ovvia.
• Siano disposte lungo l’asse x una carica q > 0 (nell’origine) e un dipolo
posto a destra di essa con carica −q avente ascissa x > 0 e carica q avente
ascissa y > x. Allora la forza totale agente sul dipolo non `e nulla ma attrae
il dipolo verso la carica posta nell’origine.
• In un piano sia posta una carica q nell’origine e sia posto nel semipiano
x > 0 un dipolo avente centro sull’asse x, avente momento di dipolo par-
allelo all’asse y, e tale che la carica positiva si trovi nel semipiano y > 0.
Allora la forza totale risultante `e rivolta verso l’alto (`e cio`e anch’essa
parallela all’asse y). Se viceversa la carica negativa fosse stata posta nel
semipiano y > 0 la forza risultante sarebbe stata rivolta verso il basso
(cio`e antiparallela all’asse y.
• Nello spazio tridimensionale si consideri un piano indefinito uniforme-
mente carico. Si ponga un dipolo su una retta ortogonale al piano. Essendo
il campo generato dal piano costante, si ha che la forza totale agente sul
dipolo `e nulla.
21
5 Teoremi di Gauss e della Divergenza
5.1 Teorema di Gauss
Definizione [Flusso]: sia Σ una superficie di R
3
, sia ⃗u
n
il versore normale alla
superficie Σ, e sia

E ∈ C

(R
3
, R
3
). Si definisce flusso del campo vettoriale

E
attraverso la superficie Σ la quantit`a
Φ(

E)
.
=

Σ

E · ⃗u
n
dΣ.
Nei punti in cui

E · ⃗u
n
> 0 si dice che il flusso `e uscente. Se

E · ⃗u
n
< 0 si dice
che il flusso `e entrante.
Definizione [Superficie chiusa]: si consideri su R
3
la topologia euclidea stan-
dard. Si dice che Σ ⊆ R
3
`e una superficie chiusa se Σ `e una superficie compatta,
connessa, senza bordo e orientabile
3
.
Convenzione [Superficie chiusa]: se il flusso `e calcolato attraverso una super-
ficie chiusa il versore normale ⃗u
n
viene preso per convenzione con verso uscente
da essa.
Osservazione [Flusso]: se Φ
Σ
(

E) = 0, allora Φ
entrante
= Φ
uscente
.
Teorema [di Gauss]: enunciamo qui il risultato nei due casi della gravitazione
e dell’elettrostatica per una distribuzione discreta.
• Sia

G il campo gravitazionale generato da una massa m=

N
i=1
m
i
:

G = −G
m
r
2
⃗u
r
.
=⇒ Φ(

G) = 4π G
n

i=1
m
i
,
dove n ≤ N e le m
i
sono le masse contenute in Σ.
• Sia

E il campo elettrostatico generato da una carica q =

N
i=1
q
i
:

E = k
q
r
2
⃗u
r
.
=⇒ Φ(

E) = 4π k
n

i=1
q
i
,
dove n ≤ N e le q
i
sono le cariche contenute in Σ.
3
Si ricorda che per il Teorema di classificazione delle superfici una superficie siffatta `e
omeomorfa ad una sfera o ad un n-toro.
22
5.1.1 Dimostrazione del Teorema di Gauss
Definizione 1 [Angolo solido]: sia data S ⊆ R
3
una superficie sferica di raggio
R centrata nell’origine. Si definisce angolo solido la quantit`a Ω
.
= A/R
2
, dove A
l’area della porzione di superficie sferica (che deve essere connessa) vista sotto
l’angolo Ω. La sua unit`a di misura sono gli steradianti.
Oservazione 1 [Angolo solido]: la nozione di angolo solido vuole essere un es-
tensione nello spazio tridimensionale della nozione di angolo definita usualmente
nel piano come rapporto tra l’arco di una circonferenza ed il suo raggio.
Esempio 1 [Angolo solido della sfera]: ci si potrebbe chiedere quanto vale l’an-
golo solido sotteso da tutte la sfera. In tale caso si avrebbe Ω = (4π r
2
)/r
2
= 4π.
Si osservi che questo valore `e l’equivalente tridimensionale dell’angolo giro,
ovvero dell’angolo sotteso da tutta la circonferenza. si ha in questo caso ϑ =
(2πr)/r = 2π.
Definizione 2 [Angolo solido]: `e possibile dare in modo formale una definizione
di angolo solido in termini infinitesimi. Data una superficie infinitesima dΣ, e la
sua proiezione dΣ
0
ortogonale al raggio uscente da un punto O e passante per
dΣ, si chiama angolo solido la quantit`a
dΩ =
dΣcos (α)
r
2
=

0
r
2
,
dove si `e indicato con α l’angolo che il versore radiale forma col versore normale
alla superficie nel punto.
Oservazione 2 [Angolo solido]: con questa definizione formale `e possibile recu-
perare la definizione iniziale di angolo solido e, in effetti, estenderla a qualunque
superficie in R
3
, e non solo alla sfera. Si osservi a riguardo che la natura in-
finitesima della definizione di angolo solido permette di pensare un qualunque
elemento di superficie dΣ come l’elemento di superficie sferica dΣ
0
su cui es-
sa si proietta. Calcolando sempre in modo formale l’area di dΣ
0
si ottiene

0
= r
2
sin (ϑ) dϑdϕ e di conseguenza dΩ =

0
r
2
= sin (ϑ) dϑdϕ. Per una
superficie finita Σ l’angolo solido `e dato dall’integrale doppio
Ω =

Σ
dΩ =

Σ
sin (ϑ) dϑdϕ.
Esempio 2 [Angolo solido]: alla luce di questa definizione l’Esempio 1 si
pu`o generalizzare a qualunque superficie chiusa. Infatti data una qualunque
superficie chiusa Σ, l’angolo solido sotteso dall’intera superficie `e:
Ω =

Σ
sin (ϑ) dϑdϕ = [ϕ]

ϕ=0

π
0
sin (ϑ) dϑ = 2π [−cos (ϑ)]
π
ϑ=0
= 4π.
Proposizione: sia

E il campo generato da una carica puntiforme q. Allora
il flusso del campo

E dipende solo dall’angolo solido e non dalla superficie n´e
23
dalla sua distanza dalla carica.
Dimostrazione: data una qualunque superficie Σ dalle definizione precedenti
segue la catena di uguaglianze
Φ(

E) =

Σ

E · ⃗u
n
dΣ = k q

Σ
1
r
2
⃗u
r
· ⃗u
n
dΣ = k q

Σ
1
r
2
cos (α)dΣ =
= k q

Σ
1
r
2

0
= k q

Σ
dΩ = k q Ω.
Teorema [Flusso attraverso una superficie chiusa]: sia

E il campo generato
da una carica puntiforme q. Sia Σ una superficie chiusa, allora
i) se q `e all’interno di Σ =⇒ Φ(

E) =
q
ε
0
= cost
ii) se q `e all’esterno di Σ =⇒ Φ(

E) = 0
Dimostrazione: per dimostrare la i) basta sfruttare la proposizione appena
dimostrata nel caso di una superficie chiusa. Ne segue che
Φ(

E) =

Σ

E · ⃗u
n
dΣ = k q Ω = k q 4π =
q
ε
0
.
Per dimostrare la ii) si faccia riferimento alla figura seguente.
Si consideri un cono infinitesimo con vertice sulla carica che intersechi Σ in dΣ
1
e

2
. Essendo il flusso del campo elettrico generato da q funzione del solo angolo
solido il contributo infinitesimo dato al flusso dalle due superfici infinitesime

1
e dΣ
2
`e

1
= −kqdΩ, dΦ
2
= kqdΩ,
ovvero
dΦ(

E) = dΦ
1
+dΦ
2
= 0.
Integrando sull’intero angolo solido sotteso a Σ si ha quindi la tesi.
24
Corollario [Teorema di Gauss]: sia

E il campo generato da un sistema di
cariche puntiformi q
1
, . . . , q
n
. Sia Σ una superficie chiusa, allora
Φ(

E) =
1
ε
0
n

i=1
q
i
.
Se la carica `e distribuita in modo continuo su B ∈ R
3
, detta ρ la sua densit`a di
carica, si ha
Φ(

E) =
1
ε
0

B
ρ dB.
5.2 Teorema della Divergenza e applicazioni
Teorema [della Divergenza]: sia

E un campo qualunque e sia Σ = ∂B una
superficie chiusa. Allora
Φ(

E)
.
=

Σ

E · ⃗u
n
dΣ =

B

∇·

E dB.
Corollario: nelle ipotesi del Teorema della Divergenza, supponendo che il
campo

E sia generato da una distribuzione continua di carica di densit`a ρ, si ha

∇·

E =
ρ
ε
0
Dimostrazione: dal teorema della divergenza segue

B

∇·

E dB =

Σ

E · ⃗u
n

(Gauss)
=
q
ε
0
=
1
ε
0

B
ρ dB =

B
ρ
ε
0
dB ∀B ∈ R
3
,
da cui segue immediatamente la tesi.
Osservazione: un modo operativamente proficuo per utilizzare i risultati fi-
nora ottenuti in problemi di elettrostatica `e il seguente. Con ragionamenti qual-
itativi si cerca di determinare la direzione e il verso del campo (magari grafica-
mente), poi utilizzando la legge di Gauss si ricava

E, ed infine, se richiesto, si
pu`o calcolare il potenziale e.g. da V
B
−V
A
=

B
A

E ·

ds.
5.3 Equazioni di Maxwell per l’elettrostatica
Osservazione [Equazioni di Maxwell per l’elettrostatica]: il teorema che segue
raccoglie i risultati derivanti dalla conservativit`a del campo elettrostatico, dai
teoremi del flusso, di Gauss e della divergenza in quattro equazioni: due di carat-
tere differenziale (i.e. locale) e due di carattere integrale.
Teorema [Equazioni di Maxwell per l’elettrostatica]: sia

E un campo elet-
trostatico. Allora
25
• Irrotazionalit`a e conservativit`a
_
c

E ·

ds = 0,
dove c `e una curva chiusa. Localmente il risultato `e esprimibile nella forma

∇×

E = 0.
• Teorema di Gauss

Σ

E · ⃗u
n
dΣ =
1
ε
0

B
ρ dB.
Lo stesso risultato si pu`o esprimere in forma locale come

∇·

E =
ρ
ε
0
.
5.4 Calcolo di campo e potenziale di distribuzioni di carica
notevoli
Esempi
1. Sfera cava (i.e. superficie sferica) con densit`a superficiale di carica σ uni-
forme.
Sia R il raggio della sfera. Da una semplice analisi `e immediato convincer-
si che il campo sia diretto radialmente rispetto al centro della sfera, i.e.

E =

E(r) = E⃗u
r
, e sia da esso uscente. Studiamo allora l’andamento del
campo (e del potenziale) in funzione del raggio.
• Se r ∈ [ 0, R)
=⇒E = 0 (dal Teorema di Gauss)
=⇒V = cost
• Se r ≥ R
Applichiamo di nuovo il teorema di Gauss. Si consideri una superfi-
cie sferica S
r
concentrica a quella data e di raggio r ≥ R. Il flusso
26
attraverso S
r
`e dato da
q
ε
0
=

S
r

E(r) · ⃗u
n
dS
r
=

S
r
E(r) ⃗u
r
· ⃗u
n
. ¸¸ .
=1
dS
r
=
= E(r)

S
r
dS
r
= E(r) 4πr
2
⇐⇒
⇐⇒E(r) =
1
r
2
q
4πε
0
=
_
q = σ · Area(S
R
)
_
=
1
r
2
σ 4πR
2
4πε
0
=
=
σ
ε
0
R
2
r
2
=⇒V (r) = −

r
+∞

E ·

ds =

+∞
r
E dξ =
=
σ R
2
ε
0

+∞
r
1
ξ
2
dξ =
σ R
2
ε
0
_

1
ξ
_
+∞
ξ=r
=
=
σ
ε
0
R
2
r
Grazie a questa analisi `e possibile inoltre calcolare il valore del potenziale
quando r ∈ [ 0, R]. Infatti si ha che ∀r ∈ [ 0, R], V (r) = cost
e.g.
= V (R),
da cui `e possibile in definitiva dedurre:
E(r) =
_
¸
_
¸
_
0 se r ∈ [ 0, R)
σ
ε
0
R
2
r
2
se r ∈ [ R, +∞)
V (r) =
_
¸
¸
_
¸
¸
_
σ R
ε
0
se r ∈ [ 0, R]
σ
ε
0
R
2
r
se r ∈ [ R, +∞)
`
E importante osservare quanto segue. La carica totale presente sulla su-
perficie sferica `e
q = σ · Area(S
R
).
Sostituendo questo valore nelle espressioni del campo e del potenziale
determinati sopra otteniamo allora queste formule
E(r) =
_
_
_
0 se r ∈ [ 0, R)
k
q
r
2
se r ∈ [ R, +∞)
V (r) =
_
¸
_
¸
_
k
q
R
se r ∈ [ 0, R]
k
q
r
se r ∈ [ R, +∞)
27
Ovvero sia il campo sia il potenziale a distanza r ≥ R dal centro sono
uguali a quelli generati da una carica puntiforme e posta nel centro della
sfera, cio`e per r ≥ R `e come la carica fosse tutta addensata nel centro.
2. Sfera piena con densit`a volumetrica di carica ρ uniforme.
Sia R il raggio della sfera. Da una semplice analisi `e immediato convincersi
che il campo sia diretto radialmente rispetto al centro della sfera, i.e.

E =

E(r) = E⃗u
r
, e sia da essa uscente. Studiamo allora l’andamento del
campo (e del potenziale) in funzione del raggio.
• Se r ∈ [ 0, R]
Applichiamo il teorema di Gauss. Si consideri una superficie sferica
S
r
concentrica a quella data e di raggio r ≥ R. Con considerazioni
analoghe a quelle dell’esempio precedente `e facile concludere che il
flusso attraverso S
r
`e dato da
q
ε
0
= E 4πr
2
⇐⇒
⇐⇒E(r) =
1
r
2
q
4πε
0
=
_
q = ρ · V ol(S
r
)
_
=
1
r
2
ρ
4
3
πr
3
4πε
0
=
=
ρ
3 ε
0
r
=⇒∆V = V (r) −V (R) =

R
r
E dξ =
ρ
3 ε
0

R
r
ξ dξ =
=
ρ
6 ε
0
(R
2
−r
2
)
=⇒V (r) = V (R) +
ρ
6 ε
0
(R
2
−r
2
),
dove la quantit`a V (R) `e da determinare (lo faremo pi` u avanti).
• Se r ≥ R
q
ε
0
= E 4πr
2
⇐⇒
⇐⇒E(r) =
1
r
2
q
4πε
0
=
_
q = ρ · V ol(S
R
)
_
=
1
r
2
ρ
4
3
πR
3
4πε
0
=
=
ρ R
3
3 ε
0
1
r
2
=⇒V (r) =

+∞
r
E dξ =
ρ R
3
3 ε
0

R
r
1
ξ
2
dξ =
=
ρ R
3
3 ε
0
1
r
,
28
da cui si pu`o calcolare il valore di V (R). In definitiva si ha
E(r) =
_
¸
¸
_
¸
¸
_
ρ
3 ε
0
r se r ∈ [ 0, R]
ρ R
3
3 ε
0
1
r
2
se r ∈ [ R, +∞)
V (r) =
_
¸
¸
_
¸
¸
_
ρ
6 ε
0
(3R
2
−r
2
) se r ∈ [ 0, R]
ρ R
3
3 ε
0
1
r
se r ∈ [ R, +∞)
Analogamente a quanto visto nel caso della superficie sferica discusso
precedentemente, detta
q = ρ ·
_
4
3
π R
3
_
la carica totale presente sulla sfera, si ha
E(r) = k
q
r
2
se r ∈ [ R, +∞)
V (r) = k
q
r
se r ∈ [ R, +∞)
Ovvero sia il campo sia il potenziale a distanza r ≥ R dal centro si
comportano come se la carica fosse tutta addensata nel centro della sfera.
3. Cilindro pieno indefinito con densit`a volumetrica di carica ρ uniforme.
Sia R il raggio del cilindro carico.
`
E immediato convincersi che le linee
di forza del campo sono semirette giacenti sui piani ortogonali all’asse
del cilindro, ed uscenti radialmente da esso. Studiamo il modulo di

E.
Consideriamo una superficie cilindrica coassiale con il cilindro dato, di
altezza h e raggio r.
• Se r ∈ [ 0, R]
q
ε
0
= E 2π hr ⇐⇒
⇐⇒E(r) =
q
ε
0
2π h
1
r
=
ρ π r
2
h
ε
0
2π h
1
r
=
ρ
2 ε
0
r
=⇒V (r) = V (R) +
ρ
2 ε
0

R
r
ξ dξ = V (R) +
ρ
4 ε
0
(R
2
−r
2
)
• Se r ≥ R
q
ε
0
= E 2π hr ⇐⇒
⇐⇒E(r) =
q
ε
0
2π h
1
r
=
ρ π R
2
h
ε
0
2π h
1
r
=
ρ R
2
2 ε
0
1
r
=⇒V (r) = V (R) +
ρ R
2
2 ε
0

R
r
1
ξ
dξ = V (R) +
ρ R
2
2 ε
0
log
_
R
r
_
29
Rimane cos`ı definito V (r) a meno di una costante additiva V (R). Ponendo
V (R) = 0 si ottiene
E(r) =
_
¸
¸
_
¸
¸
_
ρ
2 ε
0
r se r ∈ [ 0, R]
ρ R
2
2 ε
0
1
r
se r ∈ [ R, +∞)
V (r) =
_
¸
¸
_
¸
¸
_
ρ
4 ε
0
(R
2
−r
2
) se r ∈ [ 0, R]

ρ R
2
2 ε
0
log
_
r
R
_
se r ∈ [ R, +∞)
4. Piano indefinito con densit`a superficiale di carica σ uniforme.
`
E immediato osservare che le linee di forza del campo sono semirette us-
centi dal piano, ortogonali ad esso. Studiamo il modulo di

E. Consideriamo
una superficie cilindrica con asse ortogonale al piano dato. Chiaramante il
flusso della superficie `e non nullo solo sulle basi del cilindro. Sia S l’area
di base. Sfruttando ancora una volta il teorema di Gauss si ottiene
q
ε
0
= E 2 S ⇐⇒
⇐⇒E =
q
2 S ε
0
=
σ S
2 S ε
0
=
σ
2 ε
0
= cost.
Detta x la distanza dal piano, segue immediatamente che ∀A, B ∈ R
3
vale
V
B
−V
A
= E (x
B
−x
A
) =
σ
2 ε
0
(x
B
−x
A
)
Fatto [Simmetria radiale]: si pu`o dimostrare che in caso di simmetria radiale
(e.g. tutti gli esempi visti sopra) vale la relazione

∇·

E =
1
r
2
d
dr
_
r
2
E
_
Esempio [Simmetria radiale]: si consideri la sfera piena trattata in dettaglio
nell’Esempio 2, abbiamo calcolato che
E(r) =
_
¸
¸
_
¸
¸
_
ρ
3 ε
0
r se r ∈ [ 0, R]
ρ R
3
3 ε
0
1
r
2
se r ∈ [ R, +∞)
Dal fatto appena enunciato possiamo quindi calcolare la divergenza del campo
in modo molto semplice. Si ha
_

∇·

E
_
(r) =
_
_
_
ρ
ε
0
se r ∈ [ 0, R]
0 se r ∈ [ R, +∞)
30
6 Conduttori in equilibrio elettrostatico
6.1 Equilibrio elettrostatico
Definizione [Conduttore, equilibrio elettrostatico]: si consideri su R
3
la topolo-
gia euclidea standard. Modellizziamo un conduttore nello spazio come una va-
riet`a topologica C ⊆ R
3
di dimensione 3 compatta, connessa e orientabile.
Diciamo che C `e in equilibrio elettrostatico se il campo elettrostatico della parte
interna di C `e nullo (i.e.

E| ◦
C
.
=

E
int
=

0).
Assioma [Equilibrio elettrostatico]: un conduttore isolato tende spontanea-
mente ad evolvere verso lo stato di equilibrio elettrostatico.
Osservazione [Conduttori in equilibrio elettrostatico]: sia C un conduttore
carico in equilibrio elettrostatico con superficie di bordo esterna Σ. Dal teorema
di Gauss, avendo come ipotesi

E
int
=

0, segue che

q
int
= 0, quindi in un
conduttore carico in equilibrio elettrostatico l’eccesso di carica si distribuisce
sulla superficie esterna Σ.
6.2 Teorema di Coulomb e applicazioni
Teorema [di Coulomb]: sia C un conduttore carico in equilibrio elettrostatico
con ∂C = Σ. Allora il campo elettrostatico da esso generato `e nullo all’interno
ed `e costante, pari a

E =
σ
ε
0
⃗u
n
sulla superficie esterna Σ, dove σ e ⃗u
n
sono rispettivamente la densit`a superficiale
di carica e il versore normale di Σ.
Dimostrazione: da

E ≡ 0 su

C `e immediato concludere che V
int
.
= V | ◦
C
=
cost, infatti ∀P, Q ∈

C si ha
V
P
−V
Q
=

Q
P

E ·

ds = 0 =⇒ V
int
= cost.
Vogliamo ora dimostrare che anche V |
Σ
= cost. Infatti per la continuit`a di V si
ha che ∀˜ x ∈ Σ esiste il limite
lim
x→˜ x
V (x)
. ¸¸ .
=V (˜ x)
(∗)
= lim
x→˜ x
x∈

C
V (x) = cost,
dove
(∗)
vale per l’unicit`a del limite. Abbiamo cos`ı dimostrato che Σ `e una su-
perficie equipotenziale. Ricordando quindi che le linee di campo sono sempre
ortogonali ad una superficie equipotenziale, segue che il campo

E ha direzione
⃗u
n
. Dimostriamo ora che il modulo del campo `e costante e pari a σ/ε
0
. Per ogni
31
punto P della superficie si approssimi localmente Σ con il suo piano tangente
T in quel punto. Si ponga su tale piano una superficie cilindrica C in modo che
il suo asse passi per P, sia ortogonale a T , e che le due superfici circolari di
base siano equidistanti dal piano tangente. Ragioniamo sul flusso attraverso C.
Essendo

E
int
= 0 si ha che il flusso attraverso parte di superficie cilindrica im-
mersa dentro C `e anch’esso nullo. Essendo poi il versore normale alla superficie
laterale ortogonale al campo in ogni punto, si ha in definitiva che il flusso di

E
attraverso C `e diverso da zero soltanto sulla superficie di base esterna S
est
. Dal
teorema di Gauss segue quindi che
Φ(

E) = E S
est
=
q
ε
0
=
σ S
est
ε
0
⇐⇒ E =
σ
ε
0
,
per ogni punto di Σ, da cui la tesi.
Esempio [Sfera]: sia S una sfera piena carica di raggio R, in equilibrio
elettrostatico. Si ha

E
int
= 0. Dal teorema di Coulomb si deduce inoltre che

E(R) = σ/ε
0
⃗u
r
, come se si trattasse di una superficie sferica cava uniforme-
mente carica di densit`a superficiale di carica σ.
Esempio [Sfera-filo-sfera]: si consideri un conduttore C costruito unendo
tramite un filo due sfere piene cariche S
1
ed S
2
di raggi rispettivamente R
1
< R
2
.
Si supponga che non ci sia induzione elettrostatica tra le sfere. Siano V
1
e V
2
rispettivamente i potenziali elettrostatici di S
1
e di S
2
. Come evidenziato nella
dimostrazione del teorema di Coulomb, in un conduttore in equilibrio elettro-
statico si ha V |
C
= cost. Ricordando quindi il valore del potenziale elettrostatico
di una superficie sferica cava uniformemente carica, si ha quindi
V
1
= V
2
⇐⇒
R
1
σ
1
ε
0
=
R
2
σ
2
ε
0
⇐⇒ R
1
σ
1
= R
2
σ
2
⇐⇒
⇐⇒
R
2
R
1
=
σ
1
σ
2
(1)
=
E
1
E
2
> 1,
dove (1) segue dal teorema di Coulomb. Concludiamo pertanto che il campo `e
maggiore sulla sfera con raggio minore.
Convenzione [Potenziale della terra]: si pone per convenzione V (terra) = 0.
Fatto [Equazione di Laplace]: per determinare la distribuzione superficiale di
carica di un conduttore si deve risovere l’equazione di Laplace per il potenziale,
ovvero

2
V
.
=

2
V
∂x
2
+

2
V
∂y
2
+

2
V
∂z
2
= 0
Dimostrazione: un’idea della dimostrazione `e la seguente. Si consideri un
campo elettrostatico

E con divergenza

∇ ·

E = ρ/ε
0
(si pensi ad esempio ai
campi a simmetria radiale). Dalla legge di Maxwell segue

E = −

∇V , da cui
32
si ha −

∇ ·

∇V = −∇
2
V = ρ/ε
0
, che `e detta equazione di Poisson. Essendo
nello spazio vuoto ρ = 0, dall’equazione di Poisson si deduce immediatamente
l’equazione di Laplace ∇
2
V = 0.
Esempio [Conduttore isolato]: supponiamo di avere un conduttore C isolato
e scarico in equilibrio elettrostatico. Se si applica un campo esterno

E
est
si ver-
ifica l’induzione elettromagnetica, avendosi pertanto una separazione di cariche
all’interno di C. Aspettando una quantit`a di tempo sufficiente a ristabilire l’e-
quilibrio elettrostatico del conduttore si avr`a che il campo indotto

E
ind
avr`a
stessa direzione e modulo del campo esterno, ma verso opposto. Infatti, doven-
do essere

E
int
= 0, ed essendo il conduttore sotto l’azione di una campo esterno
non nullo, si ha

E
int
=

E
est
+

E
ind
= 0, da cui segue

E
ind
= −

E
est
̸= 0.
Esempio [Conduttore cavo]: supponiamo di avere un conduttore cavo C
isolato e carico in equilibrio elettrostatico. Si immagini ad esempio un con-
duttore sferico con una cavit`a sferica concentrica ad esso. Pensiamo C come
C = C
pieno
\

C
cav
. Utilizzando il solito argomento osserviamo che presa una
qualunque superficie chiusa attorno alla cavit`a C
cav
, dalla condizione di equi-
librio elettrostatico pi` u il Teorema di Gauss segue che la somma della cariche
contenute nello spazio racchiuso da tale superficie `e nulla. Dall’arbitrariet`a di
tale scelta si ha pertanto che la somma delle cariche presenti in C
cav
`e nulla. In
particolare ci`o `e vero per la superficie interna ∂C
cav
. Un ulteriore prova di tale
fatto pu`o essere data considerando una qualunque curva chiusa c che intersechi
sia C che C
cav
. Sia ad esempio c data dall’unione di due curve c = c
cond
∪ c
cav
,
con c
cond
⊆ C e c
cav
⊆ C
cav
. Si ha che la tensione elettrica lungo c `e data da
T
c
= T
c
cond
+T
c
cav
.
=

c
cond

E ·

ds
. ¸¸ .
=0
+

c
cav

E ·

ds =

c
cav

E ·

ds,
dove l’integrale `e nullo perch´e C `e in equilibrio elettrostatico (i.e.

E
int
= 0).
Se ci fosse per assurdo una divisione di cariche nel conduttore e nella cavit`a, si
avrebbe

E|
C
cav
̸= 0. Dall’espressione appena ricavata seguirebbe quindi T
c
̸= 0,
in contraddizione con la natura conservativa del campo. In conclusione quindi
un conduttore in equilibrio elettrostatico non vede le cavit`a poste al suo interno.
Infatti continua ad essere nullo il campo elettrostatico in C
cav
e tutto l’ecces-
so di carica si distribuisce sulla superficie esterna di C, come se fosse C = C
pieno
.
6.3 Capacit`a elettrica di un conduttore
Definizione [Capacit`a elettrica]: sia C un conduttore carico e sia Σ = ∂C
la sua superficie di bordo. Detta q =

Σ
σ(x

, y

, z

) dΣ la carica presente sulla
superficie del conduttore, e detto V (x, y, z) = k

Σ
σ(x

,y

,z

)
r

dΣ il potenziale
del campo da essa generato, si definisce capacit`a elettrica del conduttore C la
33
quantit`a
C =
q
V
.
La sua unit`a di misura `e il Farad [F].
Osservazione [Capacit`a elettrica]: la capacit`a elettrica di un conduttore C
dipende dalla forma e dalle dimensioni di C (Σ), e dal mezzo in cui `e posto (σ).
Esempio [Capacit`a di un conduttore sferico]: sia S un conduttore sferico di
raggio R con densit`a superficiale σ uniforme. Allora
C =
q
V
=
q
k
q
R
.¸¸.
forma
=
R
k
= 4π · ε
0
.¸¸.
mezzo
· R
.¸¸.
dimensione
7 Condensatori
7.1 Definizioni ed esempi
Definizione [Induzione completa]: siano C e D due conduttori agenti l’uno
sull’altro tramite induzione elettrostatica. Si chiama induzione completa, quan-
do i due conduttori sono disposti in maniera tale che tutte le linee di campo
partono da un conduttore e arrivano sull’altro.
Definizione [Condensatore]: si dice condensatore, e si indica con ⊣⊢, un sis-
tema di due conduttori tra i quali vi sia induzione completa.
Esempio [Condensatore piano]: si considerino A
1
e A
2
due piani paralleli
inizialmente scarichi posti a distanza d > 0 l’uno dall’altro. Tali piani sono detti
armature. Si supponga, ad esempio, di caricare l’armatura A
1
con una carica
q > 0. Si ha che A
1
agisce tramite induzione elettrostatica completa su A
2
. As-
pettando una quantit`a sufficiente di tempo, quindi, verr`a indotta sull’armatura
A
2
una carica −q uguale in modulo e opposta in segno alla carica iniziale da-
ta ad A
1
. Tra le due armature si viene pertanto a creare un campo

E le cui
linee di campo sono ortogonali ai piani, uscenti da A
1
ed entranti in A
2
. Il sis-
tema cos`ı creato risulta allora essere un condensatore, detto condensatore piano.
Esempio [Condensatore sferico]: in modo analogo `e possibile costruire un con-
densatore sferico. Siano S
1
, S
2
, S
3
tre sfere piene, concentriche e di raggi rispet-
tivamente r
1
< r
2
< r
3
. Si considerino allora il conduttore cavo C
.
= S
3
\S
2
e il
conduttore S
1
, che risulta essere posto nella cavit`a di C. Caricando ad esempio
S
1
con una carica q > 0, si ha che il sistema costituito da C e S
1
risulta essere
un condensatore. Le linee di forza del campo indotto sono uscenti radialmente
dalla superficie di S
1
.
34
Definizione [Capacit`a di un condensatore]: la capacit`a elettrica di un con-
densatore si calcola con la formula
C =
q
∆V
,
dove q `e la carica presente su una delle due armature, e ∆V `e la differenza di
potenziale presente tra di esse.
7.2 Tipi di collegamenti
7.2.1 Collegamento in parallelo
Definizione [Collegamento in parallelo]: siano dati n condensatori C
1
, . . . , C
n
,
si dice che i condensatori sono collegati in parallelo se sono collegati come in
figura:
Osservazione [Collegamento in parallelo]: collegare n condensatori in par-
allelo equivale in effetti a definire un nuovo condensatore formato da due soli
conduttori (quello superiore e quello inferiore in figura). Siano allora S l’armatu-
ra superiore e I l’armatura inferiore di questo nuovo condensatore. Supponiamo
che la carica complessiva di S sia q. Per l’induzione completa si ha quindi che
la carica complessiva su I `e −q e quindi il sistema S,I cos`ı definito risulta a sua
volta un condensatore.
Teorema [C
eq
parallelo]: siano dati n condensatori C
1
, . . . , C
n
collegati in par-
allelo. Allora la capacit`a elettrostatica del sistema (detta capacit`a equivalente)
`e data da:
C
eq
=
n

i=1
C
i
Dimostrazione: siano definiti S ed I come nell’osservazione precedente, siano
V |
S
e V |
I
i rispettivi potenziali dei due conduttori superiore ed inferiore, e
siano ∆V
i
le differenze di potenziale dei singoli condensatori C
i
.
`
E immediato
convincersi che per ogni i si ha ∆V
i
= V |
S
− V |
I
.
= ∆V . Per ogni i = 1, . . . , n
si ha, per definizione di C
i
q
i
= C
i
∆V
i
= C
i
∆V.
Sommando membro a membro si ottiene quindi
n

i=1
q
i
=
n

i=1
C
i
∆V = ∆V
n

i=1
C
i
⇐⇒
n

i=1
C
i
=

n
i=1
q
i
∆V
,
35
ma il secondo membro dell’ultima equazione `e per definizione la capacit`a elet-
trica totale del sistema C
eq
.
7.2.2 Collegamento in serie
Definizione [Collegamento in serie]: siano dati n condensatori C
1
, . . . , C
n
, si
dice che i condensatori sono collegati in serie se sono collegati come in figura:
Teorema [C
eq
serie]: siano dati n condensatori C
1
, . . . , C
n
collegati in serie.
Allora la capacit`a elettrostatica del sistema `e data da:
1
C
eq
=
n

i=1
1
C
i
Dimostrazione: senza perdere in generalit`a supponiamo che inizialmente l’ar-
matura sinistra di C
1
sia stata caricata di carica q > 0, mentre le altre sono
scariche. Allora a causa dell’induzione completa l’armatura destra di C
1
si carica
negativamente di carica −q, mentre l’armatura sinistra di C
2
si carica positi-
vamente di carica q. Ragionando in modo induttivo si dimostra facilmente che
tutti i condensatori C
i
hanno la stessa carica q (sulla loro armatura sinistra).
Per i = 0, . . . , n, siano V
i
i potenziali sugli (n + 1) conduttori costituenti il sis-
tema. La differenza di potenziale ∆V
i
= V
i
− V
i−1
dell’i-esimo condensatore `e
data allora da
V
i
−V
i−1
=
q
C
i
.
Sommando membro a membro si ha che la differenza di potenziale totale `e
n

i=1
(V
i
−V
i−1
) = V
n
−V
0
.
= ∆V =
n

i=1
q
C
i
= q
n

i=1
1
C
i
⇐⇒
⇐⇒ ∆V = q
n

i=1
1
C
i
⇐⇒
∆V
q
=
n

i=1
1
C
i
.
Riconoscendo ora q come la carica totale presente sul sistema, dall’ultima re-
lazione segue la tesi.
7.3 Energia elettrostatica di un condensatore
Teorema [Energia (potenziale) elettrostatica di un condensatore]: sia C un
condensatore, sia C la sua capacit`a elettrica e V il suo potenziale elettrostatico.
36
Detto W
est
il lavoro esterno per spostare della carica da un’armatura ad un’altra,
si ha W
est
= ∆U, ove
U =
1
2
C V
2
Dimostrazione: ricordiamo che nel caso finito il lavoro esterno necessario per
disporre n particelle cariche nello spazio `e
W
n
=
1
2
k

i,j=1,...,n
i̸=j
q
i
q
j
r
ij
=
1
2
n

i=1
q
i

j=1,...,n
j̸=i
k
q
j
r
ij
. ¸¸ .
=V
i
=
1
2
n

i=1
q
i
V
i
.
La generalizzazione al caso contino richieder`a la sostituzione della sommatoria
della cariche con un’integrazione estesa da 0 al valore q della carica presente
su di un’armatura. Si ragiona nel modo seguete. Supponiamo di voler spostare
un elemento di carica dq da un’armatura all’altra sotto l’azione della differenza
di potenziale V del condensatore. Il lavoro esterno elementare necessario per
compiere quest’azione `e dato dalla forma differenziale
dW
est
= V dq =
q
C
dq,
integrando tale forma differenziale dallo stato di condensatore scarico (carica
nulla) fino ad esaurire tutta la carica q si ottiene quindi

q
0
q

C
dq

=
1
C

q
0
q

dq

=
1
C
1
2
q
2
.¸¸.
=(C V )
2
=
1
2
C V
2
.
Dalla natura conservativa della forza, `e chiaro che si pu`o scrivere
W
est
= ∆U = U
fin
−U
iniz
= U
fin
,
infatti allo stato iniziale il condensatore `e scarico e pertanto l’energia iniziale `e
nulla. Da quest’ultima uguaglianza segue dunque la tesi.
7.4 Calcolo della capacit`a elettrica in condensatori parti-
colari
Esempio [Condensatore piano]: sia P un condensatore piano di dimensioni
limitate, aventi armature di area finita Σ, poste a distanza d l’una dall’altra.
Supponiamo di caricare un’armatura di una carica q = σ Σ, dove σ `e la densit`a
superficiale di carica. Per quanto visto sullo studio del campo e del potenziale di
una superficie piana uniformemente carica, sappiamo che all’interno del conden-
satore

E = σ/ε
0
⃗u
x
, e V = E x+cost, da cui possiamo dedurre immediatamente
che la differenza di potenziale del condensatore piano `e
∆V = E d =
σ
ε
0
d,
37
potendo quindi calcolare immediatamente la capacit`a elettrica come
C =
q
∆V
=
σ Σ
σ d
ε
0
= ε
0
Σ
d
.
Si ha quindi che la capacit`a elettrica di un condensatore piano aumenta all’au-
mentare della superficie delle armature e al diminuire della distanza tra esse.
Esempio [Condensatore sferico]: sia S un condensatore sferico di raggi R
1
<
R
2
< R
3
. Supponiamo di aver caricato la sfera pi` u interna di una carica q.
Per il principio di sovrapposizione e sfruttando la conoscenza del potenziale di
una superficie sferica uniformemente carica `e possibile determinare facilmente
il potenziale del condensatore come
V (r) =
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
k q
_
1
R
1

1
R
2
+
1
R
3
_
se r ∈ [ 0, R
1
]
k q
_
1
r

1
R
2
+
1
R
3
_
se r ∈ [ R
1
, R
2
]
k q
_
1
r

1
r
+
1
R
3
_
=
k q
R
3
se r ∈ [ R
2
, R
3
]
k q
r
se r ∈ [ R
3
, +∞)
La differenza di potenziale risulta quindi essere
∆V = V (R
1
) −V (R
3
) = k q
_
1
R
1

1
R
2
_
= k q
R
2
−R
1
R
1
R
2
,
dalla quale si pu`o infine calcolare la capacit`a elettrica come
C =
q
∆V
= q
R
1
R
2
k q (R
2
−R
1
)
=
4π ε
0
R
1
R
2
R
2
−R
1
.
Si ha quindi che la capacit`a elettrica di un condensatore piano aumenta all’au-
mentare dei raggi delle armature e al diminuire della distanza tra esse.
Esempio [Condensatore cilindrico]: sia C un condensatore cilindrico, formato
cio`e da due superfici cilindriche coassiali di raggi R
1
< R
2
. Sia d = R
2
−R
1
la
distanza tra esse e sia h la comune altezza. Si facciano le seguenti assunzioni su
R
1
, R
2
, d ed h:
• d ≪ R
1
, e d ≪ R
2
, cio`e R
1
≈ R
2
(vogliamo cio`e che le due superfici
cilindriche siano molto vicine);
• h ≫ R
1
, e h ≫ R
2
(vogliamo cio`e che l’altezza sia molto grande, ideal-
mente infinita, per poter avere l’induzione completa).
38
Al fine di determinare la differenza di potenziale del condensatore
∆V = V (R
2
) −V (R
1
) =

R
2
R
1
E dr,
calcoliamo il valore del campo per r ∈ [ R
1
, R
2
]. Si consideri allora una superficie
cilindrica chiusa, coassiale con le due armature, e di raggio R
1
≤ r ≤ R
2
.
Sfruttando il teorema di Gauss otteniamo
2π r hE =
q
ε
0
⇐⇒ E =
q
2π ε
0
h
1
r
,
da cui si ricava il valore della differenza di potenziale
∆V =
q
2π ε
0
h

R
2
R
1
1
r
d =
q
2π ε
0
h
log
_
R
2
R
1
_
e conseguentemente il valore esatto della capacit`a elettrica
C =
2π ε
0
h
log
_
R
2
R
1
_.
A questo punto `e per`o possibile utilizzare l’ipotesi aggiuntiva che avevamo fatto
su raggi, e distanza dei due cilindri per semplificare notevolmente l’espressione
della capacit`a appena determinata. Dal fatto che d/R
1
≈ 0 possiamo scrivere
log
_
R
2
R
1
_
= log
_
R
1
+d
R
1
_
= log
_
1 +
d
R
1
_

d
R
1
,
inoltre, essendo R
1
≈ R
2
, anche le aree dei cilidri saranno simili, cio`e 2π R
2
h ≈
2π R
1
h
.
= Σ. Alla luce di queste approssimazioni, quindi, si p`o riscrivere la
capacit`a elettrica nella forma
C = ε
0
Σ
d
,
ovvero anch’essa cresce al crescere della superficie del condensatore e al diminuire
della distanza tra le due armature.
7.5 Dielettrici e condensatori
7.5.1 Capacit`a elettrica in condensatori piani e sferici
Esperimento [Condensatori piani e dielettrici]: abbiamo mostrato che le ca-
pacit`a elettrica (nel vuoto) di un condensatore piano `e:
C
0
=
q
0
∆V
0
= ε
0
Σ
h
,
detta h la distanza tra le armature. Inseriamo ora una lastra di dielettrico
di spessore s < h tra di esse. Misurando sperimentalmente la differenza di
potenziale, si osserva che
∆V < ∆V
0
, ⇐⇒
∆V
0
∆V
> 1,
39
ovvero che essa diminuisce da quella del vuoto. Inoltre si osserva che la differen-
za di potenziale diminuisce all’aumentare dello spessore della lastra. Ponendo
quindi s = h si misurer`a quindi una certa differenza di potenziale
∆V
k
= ∆V
min
che sar`a la minima possibile per un condensatore piano riempito con quel dielet-
trico. Si osserva infatti che, a temperatura fissata, la quantit`a V
0
/V
k
dipende
solo dal dielettrico e si pone per tanto
V
0
V
k
.
= k
.
= ε
r
> 1,
detta costante dielettrica relativa del dielettrico. Essendo k = k(T), si `e poi
dimostrato che ad una temperatura approssimativa T ≈ 300 K si ha
k ≈ 1, 00059 per l’aria,
k ≈ 4 per la carta,
k ≈ 6, 5 per la porcellana.
Per quanto visto sul calcolo della capacit`a elettrica dei condensatori piani si
ha ∆V = E h, dove E `e il modulo del campo. Supponendo di aver riempito il
condensatore di un dielettrico con costante relativa k, si ha quindi
E
k
=
V
k
h
=
V
0
k h
=
E
0
k
< E
0
,
poich´e k > 1. Si ha quindi che anche l’intensit`a del campo diminuisce con
l’introduzione del dielettrico nel condensatore. La diminuzione di intensit`a del
campo `e pari a
E
0
−E
k
= E
0

E
0
k
= E
0
_
1 −
1
k
_
= E
0
_
k −1
k
_
,
da cui `e possibile riscrivere il campo E
k
in funzione di E
0
nella forma
E
k
= E
0
−E
0
_
k −1
k
_
=
σ
0
ε
0

σ
0
ε
0
_
k −1
k
_
.
Definendo poi densit`a superficiale della carica di polarizzazione la quantit`a
σ
p
.
= σ
0
k −1
k
(< σ
0
) ,
si ha
E
k
=
σ
0
ε
0

σ
p
ε
0
.
La definizione di σ
p
deriva dal fatto (provato sperimentalmente) che se sulle
armature abbiamo una carica libera q
0
, allora sulle facce del dielettrico abbiamo
una cosiddetta carica di polarizzazione
q
p
.
= q
0
k −1
k
(< q
0
) .
40
Calcoliamo ora la capacit`a elettrica relativa del condensatore piano in cui sia
stato inserito un dielettrico. Si ha
C
k
=
q
0
∆V
k
= k
q
0
∆V
0
= k C
0
(> C
0
) .
Definendo poi la costante dielettrica assoluta del dielettrico come
ε = k ε
0
,
si pu`o scrivere
C
k
= k
_
ε
0
Σ
h
_
= ε
Σ
h
,
ritrovando un’espressione formale analoga a quella della capacit`a elettrica di un
condensatore piano nel vuoto. Il risultato si pu`o generalizzare ad una lastra di
spessore s ≤ h, come si vede nella legge che segue.
Legge [Condensatori piani e dielettrici]: si consideri un condensatore piano
con piastre di superficie Σ, distanti h l’una dall’altra, e nel quale sia stata inserita
una lastra di dielettrico di altezza x ≤ h e costante dielettrica relativa k. La
capacit`a elettrica del condensatore, dopo l’inserimento della lastra, diventa
C =
ε
0
Σ
h −x +
x
k
.
Esperimento [Condensatori sferici e dielettrici]: con un’esperienza analoga a
quella dei condensatori piani completamente riempiti con dielettrici, ricordando
che per un condensatore sferico nel vuoto si ha
C
0
= 4π ε
0
R
1
R
2
R
2
−R
1
,
si pu`o concludere
C
0
= 4π ε
R
1
R
2
R
2
−R
1
.
7.5.2 Energia elettrostatica in condensatori piani
Definizione [Condensatore isolato]: sia C un condensatore carico di carica q
0
.
Si dice che C `e isolato se la carica libera q
0
`e costante (q
0
= cost).
Definizione [Condensatore collegato ad un generatore]: sia C un conden-
satore. Si dice che C `e collegato ad un generatore (di forza elettromotrice, o di
fem) se la differenza di potenziale ∆V
0
di C `e costante (∆V
0
= cost).
Teorema [Energia elettrostatica e dielettrici]: sia C un condensatore piano
completamente riempito di un dielettrico di costante dielettrica relativa k. A
seconda di come viene inserita la lastra di dielettrico, si distinguono due casi:
41
i) se C `e isolato, allora
– l’energia elettrostatica del condensatore diminuisce con l’inserimento
della lastra;
– `e necessario che le forze del campo spendano un lavoro positivo per
attirare la lastra di dielettrico;
– l’energia elettrostatica del condensatore dopo l’inserimento della las-
tra `e
U
k
=
1
2
ε E
2
k
Σh
ii) se C `e collegato ad un generatore, allora
– l’energia elettrostatica del condensatore aumenta con l’inserimento
della lastra;
– `e necessario che il generatore spenda un lavoro positivo per attirare
la lastra di dielettrico;
– il lavoro compiuto dal generatore si pu`o scrivere come
W
gen
= W + ∆U
el
,
dove W `e il lavoro necessario per attirare la lastra e ∆U
el
`e la
variazione di energia elettrostatica del condensatore.
Dimostrazione: dimostriamo separatamente i due casi.
i) Dal calcolo generale dell’energia elettrostatica di un condensatore sappi-
amo U =
1
2
C V
2
=
1
2
q V . Nel caso in esame a seguito dell’inserimento
della lastra di dielettrico rimane q = q
0
= cost (poich´e il condensatore
`e isolato), mentre la differenza di potenziale diminuisce come mostrato
nell’esperimento precedente. Si ha in definitiva
U
k
=
1
2
q
0
V
k
=
1
2
q
0
V
0
k
=
1
k
U
0
< U
0
,
da cui segue che
∆U = U
fin
−U
iniz
= U
k
−U
0
< 0,
ovvero l’energia elettrostatica del condensatore diminuisce con l’inserimen-
to della lastra. Dalla natura conservativa delle forze elettrostatiche si pu`o
inoltre scrivere
−∆U = W
el
> 0,
dove W
el
`e il lavoro compiuto dalle forza del campo per attirare la lastra
di dielettrico.
`
E dunque necessario che tali forze spendano un lavoro posi-
tivo per compiere l’operazione. Riprendendo ora l’espressione dell’energia
elettrostatica del dielettrico dopo l’inserimento della lastra, abbiamo
U
k
=
1
k
U
0
=
1
k
1
2
C
0
V
2
0
=
1
k
1
2
_
ε
0
Σ
h
_
_
E
2
0
h
2
_
= k ε
0
1
2
E
2
0
k
2
Σh =
=
1
2
ε E
2
k
Σh,
42
che `e l’ultima parte della tesi.
ii) Lavoriamo ora nell’ipotesi in cui V
0
= cost. Avendo precedentemente di-
mostrato che a seguito dell’inserimento in un condensatore di una lastra
di dielettrico la capacit`a elettrica aumenta (ovvero C
k
> C
0
), osserviamo
quanto segue. Per definizione `e
C
0
.
=
q
0
V
0
< C
k
=
q
k
V
0
.
Essendo quindi V
k
= V
0
costante, deve essere q
0
< q
k
, ovvero il gen-
eratore deve fornire al condensatore una quantit`a di carica ∆q = q
k

q
0
> 0. Ragioniamo ora sull’energia elettrostatica del condensatore dopo
l’inserimento della lastra. Abbiamo
U
k
=
1
2
C
k
V
2
0
=
1
2
k C
0
V
2
0
= k U
0
> U
0
,
da cui segue che
∆U
el
= U
fin
−U
iniz
=
1
2
V
2
0
∆C > 0,
ovvero l’energia elettrostatica del condensatore aumenta con l’inserimen-
to della lastra. Consideriamo ora il lavoro effettuato dal generatore per
attirare la lastra, esso `e
W
gen
= V
0
∆q = V
2
0
∆C > 0,
quindi `e necessario che il generatore spenda un lavoro positivo per attirare
la lastra di dielettrico. In virt` u della conservativit`a delle forze in esame `e
possibile inoltre scrivere
W
gen
= −∆U
gen
= V
2
0
∆C ⇐⇒∆U
gen
= −V
2
0
∆C.
Grazie a quest’espressione possiamo ora calcolare la variazione di energia
totale del sistema come la quantit`a
∆U
tot
= ∆U
el
+ ∆U
gen
=
1
2
V
2
0
∆C −V
2
0
∆C = −
1
2
V
2
0
∆C
.
= −W,
dove il lavoro W che compare all’ultimo membro `e il lavoro totale neces-
sario ad attirare la lastra. Da quest’ultima relazione si conclude immedi-
atamente
W
gen
= ∆U
el
+W,
che conclude la dimostrazione del teorema.
43
7.5.3 Rigidit`a dielettrica e polarizzazione
Definizione [Rigidit`a dielettrica]: si dice rigidit`a dielettrica il valore massimo
di campo elettrico, espresso in kV/mm (kilovolt su millimetro) che si pu`o appli-
care all’interno di un dielettrico, prima che questo perda le sue propriet`a isolanti.
Esempi [Rigidit`a dielettrica]: alcuni esempi di rigidit`a dielettrica (espressi in
kV/mm) sono i seguenti:
aria secca 3
vetro 20
vuoto +∞
Osservazione [Condensatori e dielettrici]: `e utile inserire un dielettrico in
un condensatore perch´e aumenta la capacit`a elettrostatica e la rigidit`a dielet-
trica del condensatore
4
. Il fatto `e che nei problemi concreti si `e interessati ad
immagazzinare pi` u energia possibile all’interno di un condensatore, da cui la
necessit`a di aumentarne capacit`a e rigidit`a. Un’altro fatto da non trascurare
`e che la presenza di un dielettrico solido tiene le armature alla distanza fissa
desiderata senza aver bisogno di operare con forze esterne. Per farsi un’idea di
quanta poca energia riesca ad immagazzinare un condensatore si consideri l’e-
sempio seguente.
Esempio [Energia accumulabile in un condensatore]: vogliamo costruire un
condensatore piano ad aria che accumuli 100 kJ di energia
5
. Troviamo quale
dev’essere il volume minimo tra le armature.
Sfruttiamo la formula trovata nel teorema precedente che esprime la quantit`a
di energia accumulata in un condensatore isolato in cui `e stato inserito un
dielettrico. Si ha
U
k
=
1
2
ε E
2
k
Σh.
Nel caso esame sono noti U
k
= 100 kJ, ε = k ε
0
≈ 1.00059 ε
0
, e E = E
max

3 kV/mm. Abbiamo scelto proprio il valore della rigidit`a dielettrica dell’aria
perch`e il problema ci chiede che il volume sia minimo. Perch´e ci`o accada `e
ovviamente necessario rendere massima l’intensit`a del campo. In queste ipotesi
quindi si pu`o esplicitare il volume Σh come
Σh =
2 U
k
k ε
0
E
2
max

2 · 100 · 10
3
1.00059 · 8.8542 · 10
−12
· 9 · 10
12
≈ 2500 m
3
.
Quindi per accumulare abbastanza energia da tenera accesa una lampadina per
15 minuti sarebbe necessario e.g. un condensatore di forma cubica con lato di
13.5 m.
Definizione [Polarizzazione di un dielettrico]: con il termine polarizzazione
(elettronica) di un dielettrico si indica la formazione di un dipolo elettrico al-
4
Dove con rigidit`a dielettrica del condensatore si intende la rigidit`a dielettrica del dielettrico
posto tra le due piastre. Nelle applicazioni, se non diversamente specificato, si suppone che
tra le due piastre ci sia aria secca.
5
L’energia necessaria a tenere accesa una lampadina da 100W per un quarto d’ora.
44
l’interno di esso a causa dell’azione di un campo esterno.
Interpretazione fisica [Polarizzazione di un dielettrico]: nei dielettrici (a dif-
ferenza di quanto accade nei conduttori) tutti gli elettroni sono legati agli atomi
da legami molto forti e non se ne allontanano spontaneamente. Per far avvenire
la separazione occorre agire dall’esterno, ad esempio tramite lo strofinio con un
panno. Se si applica al dielettrico un campo elettrico esterno avviene soltanto
uno spostamento locale delle cariche che costituiscono gli atomi. In un atomo di
un dielettrico in condizioni normali e in assenza di un campo elettrico esterno
la distribuzione degli elettroni `e in media simmetrica rispetto al nucleo: essa
viene rappresentata come una nube circolare di carica negativa che occupa una
zona intorno al nucleo (posto al centro della sfera) di raggio pari alle dimensioni
dell’atomo; il baricentro della carica negativa corrisponde con la posizione del
nucleo positivo. Sotto l’azione di un campo

E il centro di massa della nube
negativa subisce uno spostamento in verso contrario al campo, il nucleo in ver-
so concorde al campo e si raggiunge una posizione di equilibrio in cui questo
effetto `e bilanciato dall’attrazione tra le cariche di segno opposto. In tale modo
abbiamo ottenuto un dipolo.
Definizione [Molecole polari e non]: insiemi di atomi compongono molecole
che possono essere divise in due categorie.
• Una molecola si dice non polare se non presenta un momento di dipolo
intrinseco, ovvero se (presa come sistema isolato) non risulta polarizza-
ta. Una molecola non polare pu`o comunque essere polarizzata tramite
polarizzazione elettronica se inserita in un campo elettrico.
• Una molecola si dice polare se presenta un momento di dipolo intrinseco,
overo se (presa come sistema isolato) risulta polarizzata. Questo accade
o per il tipo di legame (per esempio ionico), o per l’asimmetria delle
molecole. Si dice in questo caso che la molecola subisce una polarizzazione
per orientazione.
Esempi [Molecole polari e non]: esempi di molecole non polari sono O
2
, N
2
.
Esempi di molecole polari sono H
2
O, NaCl.
Osservazione/Definizione [Polarizzazione]: un dielettrico in un campo ac-
quista un momento di dipolo medio microscopico che `e parallelo e concorde con
il campo. Tale momento di dipolo si indica con < ⃗ p >.
Definizione [Vettore di polarizzazione]: possiamo rappresentare la polariz-
zazione elettrica dei dielettrici con un vettore nel modo seguente. Si consideri
un dielettrico di volume
¯
V posto in un campo esterno

E. Sia V ⊆
¯
V un sottoin-
sieme di
¯
V contenente ∆N atomi (o molecole). Sia ∆V la misura di V. Definiamo
45
η
.
= ∆N/∆V. Possiamo allora scrivere la quantit`a
∆⃗ p
∆V
.
=
1
∆V
∆N

i=1
⃗ p
i
=
∆N
∆V
∆N

i=1
⃗ p
i
∆N
= η < ⃗ p > .
Con queste premesse chiamiamo vettore di polarizzazione e indichiamo con le
scritture formali che seguono, la quantit`a
⃗ p
.
= lim
∆V→0
∆⃗ p
∆V
.
=
d⃗ p
dV
.
=
dN
dV
< ⃗ p >
.
= η < ⃗ p > .
Esempio [Vettore di polarizzazione]: si consideri un dielettrico di volume
¯
V.
Sia V ⊆
¯
V di forma cubica, con spigolo di raggio ℓ = 10
−6
m. Si ha ∆V =
10
−18
m
3
. Supponiamo che sia η = 10
25
m
−3
. Segue allora che il numero di ato-
mi contenuti in V `e ∆N = ∆V η = 10
7
atomi.
Definizione [Omogeneit`a]: un dielettrico si dice omogeneo se la costante
dielettrica relativa k `e uguale in ogni suo punto.
Definizione [Isotropia]: un dielettrico si dice isotropo se gode di simmetria
spaziale in tutte le direzioni, ovvero se le sue molecole non si dispongono sec-
ondo una configurazione privilegiata ma omogeneamente entro tutto il proprio
volume. Un dielettrico che non sia isotropo si dice anisotropo.
Esempio [Anisotropia]: i cristalli sono anisotropi, infatti la struttura cristal-
lina che posseggono delinea una configurazione delle molecole ben definita, vi-
olando la propriet`a di distribuzione omogenea entro tutto il loro volume.
Osservazione [Anisotropia]: in un dielettrico anisotropo le caratteristiche
elettriche non sono uguali ovunque, ma dipendono dal punto.
Definizione [Polarizzazione omogenea]: sia dato un condensatore piano con
le due armature poste orizzontalmente caricato con densit`a superficiale di carica
σ
0
. Supponiamo che la superficie superiore sia caricata di carica +σ
0
, e quella
inferiore di carica −σ
0
. Sia

E il campo generato dal condensatore all’interno
di esso. Si introduca ora in esso una lastra di dielettrico che (in generale) non
riempia completamente lo spazio tra le due armature, ma la si ponga anch’essa
orizzontalmente ed equidistante da esse. Sia il dielettrico omogeneo, isotropo
e con vettore di polarizzazione ⃗ p uniforme. Si consideri ora un volumetto di
dielettrico di forma cubica. Indichiamo tale volumento con dV
.
= dΣdh, ove dΣ
e dh sono rispettivamente la sua area di base e la sua altezza. Per quanto visto
precedentemente ogni atomo i del dielettrico acquista un momento medio di
dipolo ⃗ p
i
, e questo accade ovviamente anche per gli atomi di dV. Essendo dV
sotto effetto del campo

E del condensatore, ad esso si pu`o per`o anche associare
un vettore di polarizzazione d⃗ p parallelo ad

E. Si ha quindi d⃗ p = ⃗ p dV = ⃗ p dhdΣ.
46
Definiamo il versore direzione di ⃗ p come ⃗u
p
, e definiamo inoltre d

h
.
= dh⃗u
p
. Alla
luce di queste definizioni si pu`o quindi scrivere
d⃗ p = ⃗ p dhdΣ = p ⃗u
p
dhdΣ = (p dΣ) d

h
.
= dq
p
d

h.
In definitiva quindi possiamo pensare il volumetto con le due superfici superiore
e inferiore caricate rispettivamente di carica −dq
p
e +dq
p
. Estendendo questo
ragionamento a tutto il dielettrico si avr`a quindi che la superficie superiore del
dielettrico sar`a carica con densit`a superficiale di carica −σ
p
, mentre quella infe-
riore −σ
p
. Il processo finora descritto prende il nome di polarizzazione omogenea.
Dalla sovrapposizione dei campi generati da queste quattro distribuzioni di cari-
ca (ovvero ±σ
0
/2 ε
0
quelli generati dalle armature, ∓σ
p
/2 ε
0
quelli generati dalle
due superfici della lastra), si pu`o quindi dedurre immediatamente l’andamento
del campo in ogni punto dello spazio. Si ha
E =
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
¸
_
0 al di sopra dell’armatura superiore
σ
0
ε
0
tra l’armatura superiore e la superficie superiore della lastra
σ
0
ε
0

σ
p
ε
0
tra le due superfici della lastra
σ
0
ε
0
tra la superficie inferiore della lastra e l’armatura inferiore
0 al di sotto dell’armatura inferiore
8 Corrente elettrica
8.1 Definizioni, osservazioni, esempi introduttivi
Osservazione preliminare: Nell’analisi che seguir`a, supporremo che tutti i
conduttori utilizzati siano solidi (metalli). In questo caso si ha che il numero di
elettroni liberi per unit`a di volume `e
N
e
lib
V
=
N
at
V
n
e
.
= n ≈ 10
28
−10
29
1
m
3
,
dove con N
at
si `e indicato il numero di atomi di cui `e composto il conduttore.
Si pu`o inoltre scrivere
N
at
V
=
N
Av
V
mol
=
N
Av
A
ρ,
dove N
Av
= 6, 02 10
23 1
mol
`e il Numero di Avogadro; A, espressa in g/mol, `e la
massa di una mole; e ρ, espressa in g/m
3
, `e la densit`a del metallo: ρ = M/V =
A/V
mol
.
Esempio: nel caso del rame (Cu) si ha n
e
= 1. Nel caso dell’alluminio (Al)
si ha n
e
= 3.
47
Definizione [Corrente elettrica]: siano C
1
e C
2
due conduttori sufficientemente
lontani affinch´e non avvenga tra essi induzione elettrostatica. Siano V
1
> V
2
i
rispettivi potenziali. Supponendo di collegare C
1
e C
2
con un filo (anch’esso
metallico) si avr`a spontaneamente un moto ordinato di elettroni da C
2
verso
C
1
, ovvero dal conduttore a pontenziale pi` u basso verso il conduttore a poten-
ziale pi` u alto. Questo moto ordinato di elettroni prende il nome di corrente
elettrica.
Definizione [Portatore di carica]: si dice portatore di carica una particella
mobile dotata di carica, solitamente di carica elettrica. A seconda del tipo di
portatore di carica deputato al trasporto della corrente, i conduttori elettrici si
suddividono in conduttori elettronici (o conduttori di prima specie) e conduttori
ionici (o conduttori di seconda specie). Grazie alla definizione di portatore di
carica `e inoltre possibile generalizzare la definizione appena data di corrente
elettrica. Si pone cio`e che lo spostamento ordinato di portatori di carica elettri-
ca in una determinata direzione `e detto corrente elettrica.
Esempio [Portatori di carica]: gli elettroni sono portatori di carica elettrica.
Portatori di carica sono anche gli ioni liberi in una soluzione elettrolitica (detti
anioni se negativi, cationi se positivi) o nel plasma. Le lacune di un semicondut-
tore si comportano come portatori di carica positiva. Altri portatori di carica
sono, per esempio, i radicali liberi. Alcune particelle subatomiche come i quark o
i gluoni osservabili in un acceleratore di particelle trasportano cariche di natura
non elettrica.
Osservazione [Corrente elettrica]: se si vuole creare un flusso continuo di cor-
rente elettrica tra due conduttori, `e ovviamente necessario che i due conduttori
siano collegati ad un generatore (si deve far s`ı che la differenza di potenziale
rimanga costante).
Curiosit`a storica [La pila]: il primo generatore di fem fu la pila o cella voltaica
(o elettrovoltaica), inventata da Volta nel 1800. Era composta da due dischi, uno
di Cu
+
ed uno di Zn

separati da una soluzione acquosa di H
2
SO
4
(Acido sol-
forico). I dischi si caricano a causa delle reazioni chimiche tra gli elettrodi e le
armature. Se si collegano i dischi con un filo metallico si avr`a uno scambio di
elettroni dallo Zn

al Cu
+
(la corrente avr`a segno opposto).
Osservazione [Conduzione]: la conduzione pu`o avvenire, oltre che in un soli-
do, sia in un gas che in un liquido. I gas sono praticamente isolanti, ma essendo
ionizzati basta creare un campo elettrico in essi per renderli dei conduttori, gra-
zie a coppie di portatori di carica di segno opposto. Nella soluzione elettrolitica
ci sono 4 portatori. Anche i semiconduttori in alcune situazioni si comportano
come conduttori. In generale nei conduttori il moto delle cariche `e ostacolato
dalla cosiddetta resistenza del conduttore. Ci`o non accade nei superconduttori
(stagno, piombo, zinco, alcune leghe metalliche, ceramiche), perch´e a tempera-
48
ture opportune (cio`e pochi Kelvin) hanno resistenza praticamente nulla.
Definizione [Velocit`a di deriva]: sia C un conduttore. Ogni portatore in C `e
soggetto ad una forza

F = q

E, dove q = ±e. Un portatore positivo acquister`a
quindi una velocit`a parallela e concorde al campo, mentre un portatore negativo
acquister`a velocit`a parallela e discorde al campo. Tale velocit`a `e detta velocit`a
di deriva, e si indica con ⃗v
d
±
.
Definizione [Intensit`a di corrente]: sia C un conduttore. All’interno di C si
consideri una superficie Σ e si indichi con ∆q la quantit`a di carica complessiva
che passa attraverso Σ in un certo intervallo di tempo ∆t. Si definisce intensit`a
di corrente (elettrica) attraverso Σ la grandezza scalare
i
.
= lim
∆t→0
∆q
∆t
.
=
dq
dt
,
la cui unit`a di misura `e l’Amp`ere A = C/s.
Definizione [Densit`a di corrente]: sia C un conduttore. Sia n il numero dei
portatori di carica positiva per unit`a di volume, ognuno di essi di carica e, e
che si muove entro il conduttore con velocit`a di deriva ⃗v
d
. Si definisce vettore
densit`a di corrente la quantit`a (vettoriale)

j
.
= ne⃗v
d
.
Osservazione [Densit`a e intensit`a di corrente]: Sia Σ una superficie contenuta
in un conduttore. Dalla definizione di densit`a di corrente segue immediatamente
che
i =

Σ

j · ⃗u
n
dΣ,
ovvero che l’intensit`a di corrente `e il flusso della densit`a di corrente attraverso
la superficie Σ.
Osservazione [Densit`a e intensit`a di corrente]: Sia Σ una superficie contenuta
in un conduttore. Se Σ ⊥

j (e di conseguenza a ⃗v
d
), e |

j |
.
= j = cost su Σ
6
,
allora
i = j Σ ⇐⇒ j =
i
Σ
,
cio`e la densit`a di corrente `e la corrente che attraversa l’unit`a di superficie per-
pendicolare alla direzione del moto delle cariche.
6
Si assume che ci`o sia sempre vero se il conduttore `e filiforme.
49
8.2 Principio di conservazione della carica e prime con-
seguenze
Fatto [Principio di conservazione della carica]: Sia V un volume contenuto
in un conduttore con superficie di bordo ∂V = Σ. Allora vale la relazione
i =

Σ

j · ⃗u
n
dΣ = −
∂q
int
∂t
,
dove q
int
`e la carica contenuta in V al variare del tempo.
Osservazione [Principio di conservazione della carica]: dalla relazione
i =

Σ

j · ⃗u
n

segue che i aumenta quando una carica positiva esce da Σ (o una carica negativa
entra), mentre, viceversa, i diminuisce. Infatti i contributi positivi all’integrale
vengono da quelle parti di Σ in cui

j · ⃗u
n
> 0 (ovvero

j “punta verso l’esterno”)
e rappresentano una carica positiva che esce da Σ (o una carica negativa che
entra). Analogamente per i contributi negativi. Grazie a questa osservazione si
giustifica il segno meno della formula precedente, infatti se l’integrale `e comp-
lessivamente positivo, la carica all’interno diminuisce e quindi ha derivata neg-
ativa.
8.2.1 Equazione di continuit`a della corrente elettrica
Teorema [Equazione di continuit`a (della corrente elettrica)]: Sia V un volume
contenuto in un conduttore con superficie di bordo ∂V = Σ. Sia ρ la densit`a
della carica q
int
contenuta in V. Allora vale la relazione

∇·

j = −
∂ρ
∂t
Dimostrazione: sostituiamo l’espressione integrale di q
int
nel principio di
conservazione della carica. Si ha
i =

Σ

j · ⃗u
n
dΣ = −
∂q
int
∂t
= −

_∫
V
ρ dV
_
∂t
.
Essendo poi V costante nel tempo, `e possibile passare la derivata (rispetto al
tempo) sotto il segno di integrale. Si ha quindi

Σ

j · ⃗u
n
dΣ = −

V
∂ρ
∂t
dV,
da cui, sfruttando il teorema della divergenza per il primo membro, si ottiene
l’identit`a

V

∇·

j dV = −

V
∂ρ
∂t
dV ⇐⇒

V
_

∇·

j +
∂ρ
∂t
_
dV = 0 ∀V ∈ R
3
50
Infine, dall’arbitrariet`a della scelta di V segue

∇·

j +
∂ρ
∂t
= 0 ⇐⇒

∇·

j = −
∂ρ
∂t
,
che `e la tesi.
Osservazione [Equazione di continuit`a]: il teorema appena enunciato esprime
in forma locale il principio di conservazione della carica.
8.2.2 Regime stazionario
Corollario [Regime stazionario]: nelle ipotesi del Principio di conservazione
della carica si supponga che la carica contenuta in V sia costante nel tempo. Si
ha allora
i =

Σ

j · ⃗u
n
dΣ = 0,

∇·

j = 0.
Dimostrazione: la prima formula segue immediatamente dal Principio di con-
servazione della carica. La seconda si ricava altrettanto facilmente sfruttando
l’Equazione di continuit`a.
Definizione [Regime stazionario]: quando si ha intensit`a di corrente costante
nel tempo (come nel caso del teorema precedente) si parla di regime stazionario.
Definizione [Vettore solenoidale]: sia ⃗ ϕ una funzione a valori in R
3
. Se il flusso
di ⃗ ϕ `e nullo attraverso qualunque superficie chiusa (ovvero se la suo divergenza
`e identicamente nulla), si dice che ⃗ ϕ `e solenoidale.
Osservazione [Regime stazionario]: `e immediato osservare che in regime stazionario
(con i = 0) il vettore densit`a di corrente

j `e solenoidale.
Esempio [Regime non stazionario]: un esempio di regime non stazionario `e
il seguente. siano C
1
e C
2
due conduttori di potenziali V
1
> V
2
. Supponendo
di collegare C
1
e C
2
con un filo (anch’esso metallico) si avr`a un passaggio di
corrente elettrica tra i due. Pertanto il sistema `e soggetto ad un campo che
varia nel tempo, di conseguenza varia la velocit`a di deriva ⃗v
d
, e quindi anche la
densit`a di corrente

j. Ne segue quindi che l’intensit`a di corrente i non `e costante.
Esempio [Regime stazionario]: consideriamo un conduttore a forma di tronco
di cono di superfici di base S
1
≤ S
2
. Si osservi che non assumiamo come ipotesi
che S
1
̸= S
2
, ricade pertanto in questa analisi anche il caso di un conduttore di
forma cilindrica. Supponiamo che il conduttore si trovi in un regime stazionario
(con i = 0). Sia V una sua porzione ottenuta sezionando il tronco di cono con
due piani ortogonali al suo asse, e prendendo la parte di conduttore tra essi
compresa. Si ha quindi che anche V risulta essere un tronco di cono. Chiamiamo
Σ
.
= ∂V, e Σ
1
≤ Σ
2
le due basi di V. Sia

j la densit`a di corrente di V. Tenendo
51
conto della geometria del problema (per cui risulta

j ⊥ ⃗u
n
in ogni punto della
superficie laterale di V e ⃗u
n
2
= −⃗u
n
1
in ogni punto delle superfici Σ
1
e Σ
2
),
dalla condizione di stazionariet`a si ha

Σ

j · ⃗u
n
dΣ =

Σ
1

j
1
· ⃗u
n
1

1
+

Σ
2

j
2
· ⃗u
n
2

2
= 0 ⇐⇒

Σ
1

j
1
· (−⃗u
n
1
) dΣ
1
=

Σ
2

j
2
· ⃗u
n
2

2
,
da cui segue immediatamente che
i
1
= i
2
,
ovvero che in condizioni stazionarie l’intensit`a di corrente `e la stessa attraver-
so ogni sezione del conduttore. Se il conduttore `e a sezione variabile la densit`a
di corrente e quindi la velocit`a di deriva sono maggiori dove la sezione `e minore
7
.
Osservazione [Regime stazionario]: `e importante osservare che nelle appli-
cazioni pratiche si pu`o assumere la condizione di stazionariet`a anche se l’inten-
sit`a di corrente non `e costante nel tempo: essa pu`o variare purch´e la carica che
per unit`a di tempo entra in una data superficie chiusa Σ sia uguale a quella
che ne esce, sempre nell’unit`a di tempo. Osservazioni sperimentali mostrano che
l’osservazione rimane vera finch´e il tempo che caratterizza la variabilit`a del-
l’intensit`a di corrente `e grande rispetto al tempo che impiegherebbe la luce ad
attraversare il volume compreso in Σ. Questo criterio si fonda sul fatto che una
perturbazione elettrica, ad esempio una variazione di carica, localizzata in un
certo istante in un dato punto, si propaga con velocit`a c = 3 · 10
8
m/s. Se il
tempo di propagazione `e piccolo rispetto agli altri tempi in gioco, si ammette
che la perturbazione venga avvertita istantaneamente in ogni punto.
Esempio [Regime stazionario]: si consideri un conduttore cilindrico (filiforme)
di rame con sezione di 4 mm
2
e i = 8 A (che `e la massima intensit`a di corrente
prima che il rame si fonda) disposto lungo l’asse x. Calcoliamo la velocit`a di
deriva.
j = ne v
d
=
i
Σ
=
8
4 · 10
−6
A
m
2
= 2 · 10
6
A
m
2
,
da cui si pu`o esplicitare la velocit`a di deriva
v
d
=
2 · 10
6
ne
m
s
≈ 10
−4
m
s
,
stimando un numero di elettroni n appropriato per tale superficie. Si osserva
sperimentalmente che detta v la velocit`a che possiedono gli elettroni nel loro
moto caotico, si ha
v
v
d
≈ 10
10
,
7
Una situazione analoga accade nel moto di un fluido incomprimibile in regime stazionario
lungo un condotto a sezione variabile.
52
quindi la velocit`a di deriva
v
d
≪v
`e di molti ordini di grandezza pi` u bassa della velocit`a degli elettroni. L’elettrone
non si muove nel circuito con velocit`a v
d
, la velocit`a di deriva `e utile solo perch´e
ordina il movimento. Infatti sia d = 10 km la distanza di una lampadina dal
generatore di corrente elettrica. Se la velocit`a di deriva `e quella calcolata sopra:
v
d
≈ 10
−4
m
s
,
allora il tempo che ci mette un elettrone per andare dal generatore alla lampad-
ina `e
t =
d
v
d
≈ 10
8
s,
che sono circa 3 anni!
8.3 Legge di Ohm
Fatto sperimentale [Legge di Ohm
8
]: sia C un conduttore metallico isotropo
(ma non necessariamente omogeneo) sotto l’azione di un campo elettrostatico

E, tale che

j = σ

E o, equivalentemente

E = ρ

j,
dove σ `e detta conduttivit`a ed `e una caratteristica intrinseca del materiale che
dipende dalla temperatura T, mentre ρ `e detta resistivit`a (o resistenza specifi-
ca), ed `e ρ = 1/σ. Si dice allora che C `e un conduttore ohmico. Le due equazioni
sopra riportate prendono invece il nome di legge di Ohm.
Osservazione [Legge di Ohm]: la legge di Ohm dice che in un conduttore
ohmico il campo elettrostatico `e proporzionale alla densit`a elettrica, cio`e la
forza elettrica `e proporzionale alla velocit`a di deriva. In formule

E ∝

j, cio`e

F ∝ ⃗v
d
.
Modello [Modello classico della conduzione elettrica nei metalli (Drude-
Lorentz, 1900)]: in un conduttore metallico isolato supponiamo quanto segue:
• gli ioni del reticolo cristallino del metallo sono fissi;
• gli elettroni di conduzione si muovono attraverso il reticolo in modo com-
pletamente disordinato (non esiste una direzione privilegiata per il loro
moto), la velocit`a media (ovvero la velocit`a del sistema) `e quindi nulla;
• vi sono continui urti tra elettroni e ioni. Tra un urto e il successivo il
moto `e libero e la traiettoria rettilinea, cosicch´e la traiettoria di ciascun
elettrone `e costituita da una successione di segmenti di retta, con direzione
e lunghezza variabili (`e cio`e una spezzata poligonale);
8
In effetti questa legge `e soltanto una definizione.
53
• l’insieme delle traiettorie `e completamente casuale e pertanto non si ha un
flusso netto di carica, cio`e una corrente, in nessuna direzione;
• `e possibile definire un tempo medio τ ed un cammino libero medio l tra
due urti successivi, legati dalla relazione v = l/τ, dove v `e la velocit`a degli
elettroni nel metallo
9
.
Teorema [Conduttivit`a]: sia C un conduttore ohmico sotto l’effetto di un
campo elettrostatico

E. Allora la velocit`a di deriva ⃗v
d
degli elettroni e la con-
duttivit`a σ di C sono date, rispettivamente, da
⃗v
d
=
τ
m

F, σ =
ne
2
τ
m
,
dove m `e la massa dell’elettrone.
Dimostrazione: consideriamo un generico elettrone contenuto nel conduttore.
La forza agente su di esso `e data da

F = m⃗a = −e

E,
quindi alla distribuzione casuale ed isotropa della velocit`a degli elettroni si
sovrappone una certa velocit`a di deriva ⃗v
d
, caratterizzata da un’accelerazione
⃗a =
−e

E
m
.
Essendo per`o la velocit`a di deriva molto piccola rispetto alla velocit`a dell’elet-
trone, da ⃗v
d
≪ ⃗v possiamo far seguire, in modo approssimativo, che τ sia in-
dipendente da

E. In sostanza quando la velocit`a di deriva `e sufficientemente
bassa l’intervallo di tempo tra due urti successivi dell’elettrone contro uno ione
praticamente non cambia. Si pu`o poi dimostrare che sotto l’azione del campo

E
le traiettorie delle particelle si deformano da segmenti in archi di parabola. Dette
ora rispettivamente ⃗v
i
e ⃗v
i+1
le velocit`a dell’elettrone subito dopo l’i-esimo e
subito prima dell’i + 1-esimo urto, si ha pertanto
⃗v
i+1
= ⃗v
i
+
−e

E
m
τ.
Definiamo allora la velocit`a di deriva come la media delle velocit`a subito prima
dell’N-esimo urto, con N →+∞. Si ha
⃗v
d
= lim
N→+∞
_
1
N
N

i=1
⃗v
i+1
_
= lim
N→+∞
_
1
N
N

i=1
_
⃗v
i

e τ
m

E
_
_
=
= lim
N→+∞
_
1
N
N

i=1
⃗v
i
_
. ¸¸ .
=0 (dal modello)

e τ
m

E = −
e τ
m

E =
τ
m

F,
9
Da non confondere con la loro velocit`a media. Gli elettroni non si staccano dal metallo,
quindi la loro velocit`a media deve essere nulla. D’altro canto, utilizzando il tempo medio
e il cammino libero medio `e comunque possibile definire una quantit`a che dia una misura
quantitativa del loro stato di agitazione.
54
che `e la prima delle due formule da dimostrare. Per dimostrare l’espressione
della conduttivit`a basta ricordare la definizione di densit`a di corrente e sfruttare
l’ipotesi di conduttore ohmico. Si ha cio`e

j = ne (−⃗v
d
) = ne
e τ
m

E = ne
2
τ
m

E,
ma essendo C un conduttore ohmico si ha

j = σ

E, da cui la tesi.
8.3.1 Legge di Ohm per i conduttori ohmici filiformi
Definizione [Resistenza]: sia C un conduttore ohmico filiforme avente per asse
una curva h di estremi A e B, e sezione variabile Σ(h). Sia ρ la sua resistivit`a.
Si definisce resistenza la quantit`a
R
.
=

B
A(h)
ρ
dh
Σ(h)
.
La sua unit`a di misura `e l’Ohm Ω, dove [Ω = V/A] (come verr`a chiarito pi` u
avanti dalla Legge di Ohm per i conduttori ohmici filiformi).
Teorema [Resistenza del tronco di cono]: sia C un conduttore ohmico fili-
forme omogeneo a forma di tronco di cono avente asse di lunghezza h e raggi
delle circonferenze di base rispettivamente b ≥ a. Sia ρ la sua resistivit`a. Allora
la sua resistenza `e data da
R =
ρ h
π a b
Dimostrazione: supponiamo che l’asse del tronco di cono sia parallelo all’asse
x, e abbia estremi 0 e h. Siano b ≥ a i raggi delle basi maggiore (posta in
prossimit`a dell’origine) e minore (posta nel punto x = h) rispettivamente. Si
consideri una qualunque sezione piana del tronco di cono effettuata con un piano
ortogonale all’asse x e posta a distanza x dall’origine (i.e. dalla base maggiore).
Sia r il raggio della circonferenza determinata da tale sezione. Dalla definizione
di resistenza si ha
R =

h
0
ρ
π r
2
dx.
Per calcolare esplicitamente il valore della resistenza cerchiamo un cambio di
variabile che permetta di esprimere x in funzione di r. Dalle propriet`a ge-
ometriche dei coni segue questa relazione di proporzionalit`a tra lunghezze e
raggi:
h : (h −x) = (b −a) : (r −a),
esprimibile equivalemtemente nella forma
h(r −a) = (h −x)(b −a).
55
Esplicitando la x si ha quindi la formula di cambio di variabile desiderata
x = h
(r −a)
a −b
+h,
che passando ai differenziali si traduce nella relazione
dx =
h
a −b
dr.
Effettuando il cambio di variabili nell’integrale sopra determinato si ha
R =

h
0
ρ
π r
2
dx =

a
b
ρ h
π (a −b)
1
r
2
dr =
ρ h
π (a −b)

b
a

1
r
2
dr =
ρ h
π (a −b)
_
1
r
_
b
a
=
=
ρ h
π (a −b)
_
1
b

1
a
_
=
ρ h
π (a −b)
a −b
ab
=
ρ h
π a b
,
che `e la formula ricercata.
Corollario [Resistenza del cilindro]: sia C un conduttore ohmico filiforme
omogeneo di forma cilindrica
10
con basi di area Σ e altezza h. Sia ρ la sua
resistivit`a. Allora la sua resistensa `e data da
R = ρ
h
Σ
.
Teorema [Legge di Ohm per i conduttori ohmici filiformi]: sia C un condut-
tore ohmico di forma cilindrica collegato ad un generatore. Sia V la differenza
di potenziale tra le due superfici di base e sia R la sua resistenza. Si ha
V = Ri.
Dimostrazione: sia h l’altezza del cilindro e sia Σ l’area di base. Dalle ipotesi
in essere segue che all’interno del cilindro si viene a creare un campo elettrico

E, parallelo all’asse del cilindro, e percorso da una corrente elettrica di densit`a

j =
1
ρ

E.
Il regime `e stazionario, l’intensit`a di corrente ha lo stesso valore attraverso
qualunque sezione del conduttore, e vale pertanto
i = j Σ =
Σ
ρ
E ⇐⇒ E =
ρ
Σ
i.
Tra campo elettrico e differenza di potenziale sussiste invece la relazione
V =

B
A

E ·

ds = E h.
10
Questo risultato si generalizza in modo ovvio a conduttori filiformi omogenei di forma
qualunque, di sezione costante Σ e di lunghezza dell’asse h. Si `e qui riportato il caso particolare
del cilindro perch´e `e il caso pi` u comune nonch´e il pi` u utilizzato nelle applicazioni.
56
Sostituendo l’espressione di E sopra determinata e utilizzando la definizione di
resistenza si trova immediatamente
V = E h =
ρ
Σ
i h = Ri,
che `e la tesi.
Esempio [Resistenza]: i metalli, come gi`a detto, sono in generale buoni con-
duttori, ad esempio oro, argento e rame hanno una resistivit`a ρ ≈ 10
−8
Ωm.
Il vetro e il quarzo invece sono cattivi conduttori, avendo rispettivamente ρ ≈
10
14
Ωm, e ρ ≈ 10
17
Ωm.
8.3.2 Effetto Joule
Definizione [Potenza]: la potenza spesa dalla forza

F = e

E per mantenere in
moto la carica e con velocit`a ⃗v
d
`e
P =

F · ⃗v
d
= e

E · ⃗v
d
.
Se nel conduttore ci sono n portatori per unit`a di volume la potenza spesa per
unit`a di volume `e
P
V
= nP = ne⃗v
d
·

E =

j ·

E,
dove

j `e la densit`a di corrente del conduttore.
Proposizione [Potenza]: la potenza che bisogna spendere per far circolare la
corrente elettrica i in un tratto di conduttore di sezione costante Σ e lunghezza
h `e
P = i
2
R,
dove R `e la resistenza del conduttore.
Dimostrazione: dalla definizione di potenza per unit`a di volume, possiamo
subito scrivere che la potenza che bisogna spendere per far circolare la corrente
elettrica i in un tratto di conduttore di sezione Σ e lungo h `e esattamente
la potenza per unit`a di volume moltiplicata per il volume interessato. Si ha
pertanto
P = P
V
hΣ =

j ·

E hΣ = j
.¸¸.
=i/Σ
E hΣ = i E
.¸¸.
ρ j
h = i ρ j h = i ρ
i
Σ
h =
= i
2
ρ h
Σ
= i
2
R,
che `e la tesi.
Fatto sperimentale [Effetto Joule]: un conduttore percorso da corrente elet-
trica aumenta di temperatura.
57
Dimostrazione: ricordando la definizione termodinamica di potenza come
P =
∂W
∂t
,
si ricava immediatamente l’espressione del lavoro in funzione della potenza. Si
ha
W =

t
t
0
P dτ.
Sapendo poi l’espressione della potenza in funzione di resistenza e intensit`a di
corrente, si ottiene la formula
W =

t
t
0
P dτ =

t
t
0
i
2
Rdτ = i
2
R∆t.
Questo `e il lavoro necessario per vincere la resistenza opposta dal reticolo
cristallino al moto ordinato degli elettroni, e, da un punto di vista termodi-
namico, esso viene assorbito dal conduttore, la cui energia interna aumenta. Di
conseguenza aumenta la temperatura del conduttore.
Osservazione [Effetto Joule]: Se il conduttore entro cui scorre la corrente
elettrica `e isolato termicamente dall’ambiente il processo porta alla fusione del
metallo; se invece il conduttore `e in contatto termico con l’ambiente la sua tem-
peratura cresce fino a che si raggiunge uno stato di equilibrio in cui l’energia
interna non varia pi` u e il lavoro elettrico viene ceduto all’ambiente sotto forma
di calore (purch´e naturalmente la temperatura di equilibrio sia inferiore alla
tempratura di fusione del conduttore).
Osservazione [Conduttori non ohmici]: nei conduttori in cui non vale la legge
di Ohm `e comunque possibile definire una funzione f, che dipende dall’intensit`a
di corrente, tale che
V
i
= f(i).
Sperimentalmente si vede che per far circolare corrente `e necessario applicare
un certo potenziale iniziale V
0
> 0.
8.4 Resistori
Definizione [Resistore]: sia R un conduttore ohmico caratterizzato da una
determinata resistenza R e da una potenza massima P
max
. R si dice resistore e
si indica con il simbolo che segue.
Si suppone che un resistore venga collegato in un circuito in regime stazionario.
58
8.4.1 Collegamento in serie
Definizione [Collegamento in serie]: si dice che n resistori sono collegati in
serie se hanno a due a due un solo estremo in comune, come nella figura che
segue.
Teorema [Resistenza equivalente]: siano R
1
, R
2
due resistori collegati in
serie. Sia V la differenza di potenziale tra i due capi (a sinistra di R
1
e a destra
di R
2
). Si ha allora
V = R
eq
i e P = i
2
R
eq
=
V
2
R
eq
,
dove R
eq
= R
1
+ R
2
`e la somma delle resistenza dei due resistori e si dice
resistenza equivalente.
Dimostrazione: per dimostrare la prima relazione basta osservare che detti
V
A
, V
B
, V
C
i potenziali rispettivamente prima di R
1
, tra R
1
ed R
2
, e dopo R
2
,
(con V
A
> V
B
> V
C
), si ha
_
V
A
−V
B
= R
1
i
V
B
−V
C
= R
2
i
=⇒ V
A
−V
C
.
= V = R
1
i +R
2
i = (R
1
+R
2
) i,
che `e la prima formula. La seconda formula si ricava in maniera analoga.
8.4.2 Collegamento in parallelo
Definizione [Collegamento in parallelo]: si dice che n resistori sono collegati
in parallelo se hanno a due a due entrambi gli estremi in comune, come nella
figura che segue.
Teorema [Resistenza equivalente]: siano R
1
, R
2
due resistori collegati in
parallelo. Sia V = V
A
−V
B
la differenza di potenziale tra i due capi. Si ha allora
V = R
eq
i e P = i
2
R
eq
=
V
2
R
eq
,
dove la resistenza equivalente
R
eq
=
_
1
R
1
+
1
R
2
_
−1
`e il reciproco della somma dei reciproci delle resistenze dei due resistori.
59
Dimostrazione: l’intensit`a di corrente i = i
1
+ i
2
(vedi immagine), raggiunto il
nodo, si divide in due parti (in generale diverse). Sia i
1
l’intensit`a di corrente
passante attraverso il primo resistore R
1
, e sia i
2
quella relativa a R
2
. Dalla
legge di Ohm segue che per entrambi i resistori vale la relazione
i
1
R
1
= i
2
R
2
= V.
Esplicitando quindi i
1
e i
2
in funzione di R
i
e V si pu`o scrivere
i = i
1
+i
2
=
V
R
1
+
V
R
2
= V
_
1
R
1
+
1
R
2
_
,
da cui segue immediatamente la prima formula. Con ragionamenti analoghi si
deduce la formula della potenza.
8.5 Forza elettromotrice. Legge di Ohm generalizzata
Teorema [Campo elettromotore]: si consideri un circuito chiuso percorso da
corrente elettrica composto da un generatore di fem e da una resistore. Allora
il campo elettrico

E che genera il moto di cariche `e di natura non conservativa
e ha la forma

E =
_

E
el
all’esterno del generatore

E

+

E
el
all’interno del generatore
,
dove

E
el
`e il campo elettrostatico,

E

si definisce campo elettromotore e ha
natura non conservativa. Vale inoltre la relazione
|

E

| > |

E
el
|.
Dimostrazione: detta R la resistenza e i l’intensit`a di corrente del circuito,
applicando la legge di Ohm ai capi del resistore si ha
V
A
−V
B
=

B
A

E ·

ds = Ri,
cio`e la legge di Ohm mette in relazione il campo elettrico del generatore con
la corrente elettrica che scorre nel circuito. Consideriamo allora l’integrale del
campo elettrico esteso a tutto il circuito. Si ha
_

E ·

ds
. ¸¸ .
.
=E
= R
T
i,
60
dove R
T
`e la resistenza totale del circuito. Il primo membro corrisponde per`o
alla definizione di fem, la formula appena enunciata afferma pertanto che per
ottenere nel circuito una corrente di intensit`a i (̸= 0) sia necessario un campo

E
la cui circuitazione non sia nulla. Ne segue che non pu`o essere un campo elettrico

E
el
a far circolare le cariche nel circuito, in quanto esso `e conservativo, e per
tanto la fem da esso prodotta `e sempre nulla. La sorgente di fem deve pertanto
avere nel suo interno delle forze di natura non elettrostatica, non conservative,
che possano determinare il moto continuo delle cariche. Nel caso in esame, ovvero
quello di un circuito con resistenza R collegato ad un generatore, siano G
+
e
G

i poli del generatore, sui quali sono accumulate rispettivamente le cariche
+q e −q. Come abbiamo gi`a visto il campo elettrostatico

E
el
prodotto da tali
cariche `e sempre diretto da G
+
verso G

, sia nel conduttore che nel generatore,
in accordo col fatto che
_

E
el
·

ds =

G

G
+
_

E
el
· ds
_
ext
+

G
+
G

_

E
el
· ds
_
int
= 0,
dove il primo termine `e l’integrale calcolato lungo il conduttore esterno, mentre
il secondo `e calcolato all’interno del generatore. Il passaggio di una carica pos-
itiva all’interno del generatore dal polo negativo G

al polo positivo G
+
non
pu`o quindi avvenire per effetto del campo

E
el
. Deve esistere quindi all’interno
del generatore un campo

E

di natura non elettrostatica, che definiamo campo
elettromotore, per cui il campo

E che esiste nel circuito ha la forma

E =
_

E
el
all’esterno del generatore

E

+

E
el
all’interno del generatore
.
La fem del campo

E si scrive quindi
E =
_



ds =

G

G
+

E
el
·

ds+

G
+
G

_

E
el
+

E

_
·

ds =

G
+
G


E

·

ds
.
= T
c
(G

→G
+
).
Il campo

E dunque non `e conservativo e la sua fem coincide con la tensione
del campo elettromotore

E

calcolata lungo una linea c interna
11
al generatore
che va da G

a G
+
. Passiamo ora a dimostrare la disuguaglianza tra i moduli
dei campi. Tale disuguaglianza `e in realt`a ovvia, perch´e per avere un moto di
cariche nel verso voluto deve necessariamente valere |

E

| > |

E
el
| in modo che
risulti

G
+
G

_

E

+

E
el
_
·

ds > 0.
All’esterno del generatore il moto delle cariche lungo il conduttore `e dovuto
invece al campo

E
el
, a sua volta generato dall’azione del campo elettromotore

E

.
11
Invece lungo una qualsiasi linea da G

a G
+
esterna al generatore la tensione di

E

`e
nulla, essendo

E

nullo all’esterno del generatore.
61
Definizione [Resistenza interna]: tenendo conto della costruzione dimostrata
nel teorema precedente, e del fatto che la corrente i che attraversa il conduttore
esterno passa anche nel generatore, definiamo la resistenza interna r mediante
la relazione

G
+
G

_

E

+

E
el
_
·

ds
.
= r i.
Corollario [Legge di Ohm generalizzata ad un circuito chuiso]: si consideri
un circuito formato da un generatore di fem E con resistenza interna r e da un
resistore con resistenza R nel quale scorre corrente elettrica con intensit`a i. Vale
allora la formula
E = (R +r) i,
dove la quantit`a R +r
.
= R
T
`e la resistenza totale del circuito.
Dimostrazione: dalla definizione di forza elettromotrice e di resistenza inter-
na, e sfruttando la legge di Ohm per i conduttori ohmici filiformi segue
E =
_

E ·

ds =

G

G
+
_

E ·

ds
_
ext
+

G
+
G

_

E ·

ds
_
int
=
=

G

G
+

E
el
·

ds +

G
+
G

_

E

+

E
el
_
·

ds =
= Ri +r i = (R +r) i,
che `e la formula ricercata.
Osservazione [Interpretazione fisica della legge di Ohm generalizzata]: si os-
servi che il corollario appena enunciato (che deriva direttamente dalla definizione
di resistenza interna) estende la legge di Ohm anche all’interno del generatore.
Pertanto un generatore `e caratterizzato dalla fem E, ovvero dalla tensione del
campo elettromotore tra i due poli, e dalla resistenza interna r. Si osservi in-
oltre che dal corollario appena enunciato `e possibile risalire in modo ovvio alla
corrente i, noti E e R
T
. Si ha infatti la formula
i =
E
R +r
,
ovvero la corrente che circola nel circuito `e direttamente proporzionale alla forza
elettromotrice che la genera, e il fattore correttivo `e tanto peggiore quanto pi` u `e
alta la resistenza totale del circuito stesso. Sempre da questa legge `e poi possibile
dedurre la formula seguente:
V
G
+ −V
G
− = Ri = E −r i,
ovvero la ddp misurata ai poli del generatore `e minore della fem se nel circuito
circola corrente, ed `e tanto pi` u piccola di E quanto pi` u grande `e la resistenza
interna. Grazie a questa osservazione `e possibile dare una definizione operativa
alla forza elettromotrice. Si supponga infatti di staccare il conduttore esterno
62
(circuito aperto). Nel generatore si instaura allora una condizione di equilibrio in
quanto l’accumulo di carica sui poli impedisce un ulteriore spostamento di carica
(a causa della repulsione elettrostatica). Si ha quindi i = 0, i.e.

E

+

E
el
= 0, e
quindi
V
G
+ −V
G
− = E.
In questo modo `e possibile definire operativamente la fem E. Si ha infatti che
essa `e uguale alla ddp misurata ai capi del generatore a circuito aperto.
Corollario [Conservazione dell’energia]: il lavoro fornito dal generatore (E, r)
per far circolare la corrente i lungo un circuito con resistenza R nell’intervallo
di tempo ∆t = t −t
0
, in generale, ha la forma
W(t) = (R +r) i(t)

t
t
0
i(t) dt.
Se l’intensit`a di corrente `e costante nel tempo, allora
W(t) = (R +r) i
2
∆t,
e la potenza del generatore (dissipata nelle resistenze) `e pari a
P = (R +r) i
2
= E i.
Dimostrazione: dalla Legge di Ohm generalizzata abbiamo la formula
E = (R +r) i.
Ricordando che la forza elettromotrice E `e definita come il lavoro compiuto dal
generatore per trasportare una carica unitaria lungo il circuito, per ottenere il
lavoro fornito dal generatore per far circolare la corrente `e sufficiente moltiplicare
la forza elettromotrice per la carica totale trasportata q. Si ha allora
W = E q = (R +r) i q.
Ricordando la definizione di intensit`a di corrente
dq
dt
.
= i
`e possibile scrivere la carica q in funzione di i come segue:
q =

t
t
0
i(t) dt.
Riscriviamo quindi il lavoro nella forma
W(t) = (R +r) i(t)

t
t
0
i(t) dt,
che `e la forma sopra enunciata. Nel caso particolare in cui i `e costante le altre
due formule sono ovvie ricordando che la potenza `e definita come la derivata del
lavoro rispetto al tempo.
63
8.5.1 Esercizi illustrativi
Esercizio 1: si consideri il circuito seguente, composto dal collegamento in
serie di due generatori e tre resistori, supponendo che nel circuito scorra una
corrente i diretta da A verso B. Calcoliamo la differenza di potenziale tra A e
B.
Tenendo conto della legge di Ohm, della definizione di forza elettromotrice
e del verso della corrente, abbiamo:
V
A
−V
C
= i R
1
V
D
−V
C
= E
1
V
D
−V
E
= i R
2
V
E
−V
F
= E
2
V
F
−V
B
= i R
3
Cambiando di segno la seconda equazione e sommando membro a membro si
ottiene a primo membro una somma telescopica. Risulta quindi esplicitata la
differenza di potenziale nella forma
V
A
−V
B
= i R
1
−E
1
+i R
2
+E
2
+i R
3
,
che pu`o essere riscritta nella forma
V
A
−V
B
+E
1
−E
2
= i R
T
,
dove si `e posto R
T
.
= R
1
+R
2
+R
3
. In questo caso vale quindi questa relazione,
che dice che la somma della differenza di potenziale con le forze elettromotri-
ci (prese con segno positivo se concordi al verso di scorrimento della corrente,
negativo se agenti in verso opposto) `e uguale alla resistenza totale del circuito
moltiplicata per l’intensit`a di corrente. Questo non `e un fatto isolato, vale infatti
in generale il seguente risultato.
Teorema [Legge di Ohm generalizzata]: si consideri un circuito composto dal
collegamento in serie di n resistori di resistenze R
1
, . . . , R
n
ed m generatori di
forze elettromotrici E
1
, . . . , E
m
collegati con ordine arbitrario nel circuito. Sia i
l’intensit`a di corrente e V la differenza di potenziale ai capi del circuito. Si ha
allora
12
V +
n

k=1
E
k
= i R
T
,
12
In queste formule le forze elettromotrici sono da pensarsi con segno positivo se concordi
al verso di scorrimento della corrente, con segno negativo altrimenti.
64
dove R
T
=

m
h=1
R
h
`e la resistenza totale del circuito. Se invece il circuito `e
chiuso questa relazione assume la forma
n

k=1
E
k
= i R
T
.
Esercizio 2: si consideri il seguente circuito.
Calcoliamo la differenza di potenziale ai capi del circuito. Le differenze di poten-
ziale ai capi dei vari elementi del circuito sono date da
V
A
−V
C
= i R
V
B
−V
C
= E
cambiando quindi di segno la prima equazione e sommando membro a membro
otteniamo
V
B
−V
A
= E −i R < E,
osserviamo cio`e che la differenza di potenziale ai capi del circuito `e minore della
forza elettromotrice del generatore. Se nel circuito non scorresse corrente (cir-
cuito aperto), si avrebbe invece V
B
−V
A
= E, in accordo con quanto visto nella
trattazione precedente.
Esercizio 3: consideriamo lo stesso circuito di prima, ma con la corrente che
circola nel verso opposto.
Calcoliamo la differenza di potenziale ai capi del circuito. Le differenze di poten-
ziale ai capi dei vari elementi del circuito sono date da
V
C
−V
A
= i R
V
B
−V
C
= E
Da cui si ottiene
V
B
−V
A
= E +i R > E,
osserviamo quindi che in questo caso la differenza di potenziale ai capi del cir-
cuito `e maggiore della forza elettromotrice del generatore. Anche in questo caso
se nel circuito non scorresse corrente si avrebbe invece V
B
−V
A
= E.
65
8.6 Leggi di Kirchhoff
Definizione [Nodo, ramo, maglia]: si definisce nodo il punto d’incontro di al-
meno tre conduttori. Si definisce ramo una qualunque disposizione in serie (ad
esempio di condensatori o resistori) compresa tra due nodi. Si definisce maglia
un circuito chiuso formato da almeno due rami.
Legge [Legge di Kirchhoff ai nodi]: la somma algebrica delle correnti entranti
ed uscenti da un nodo `e nulla. In formule
n

k=1
i
k
= 0.
Legge [Legge di Kirchhoff alle maglie]: si consideri un circuito composto da
un numero arbitrario di generatori di forze elettromotrici e di resistori. Allora la
somma algebrica delle fem di una maglia
13
`e uguale alla somma algebrica delle
differenze (o cadute) di potenziale su ciascun resistore della maglia. In formule
n

k=1
E
k
=
n

k=1
V
k
=
n

k=1
(i
k
R
k
)
Procedimento [Risoluzione di esercizi]: un buon procedimento da seguire per
risolvere gli esercizi sui circuiti `e il seguente:
1. si individuano il numero di maglie indipendenti ed il numero di correnti
indipendenti (ci sono tante correnti indipendenti quante maglie indipen-
denti);
2. si sceglie il verso delle correnti;
3. si applicano le leggi di Kirchoff per trovare relazioni tra correnti, fem e
resistenze.
Esempio: si consideri il circuito elettrico in figura.
13
Anche qui le fem sono da pensarsi con segno positivo se concordi al verso di scorrimento
della corrente, con segno negativo altrimenti.
66
Seguiamo i punti del procedimento standard.
1. In questo circuito ci sono 2 maglie indipendenti, quella superiore e quella
inferiore (segnate rispettivamente con M
1
e M
2
). Ci sono pertanto due
correnti indipendenti i
1
e i
2
.
2. Scegliamo per le correnti il verso disegnato in figura.
3. Da Kirchoff alle maglie otteniamo le seguenti relazioni (rispettivamente
per la prima e per la seconda maglia):
−E
1
+E
2
+E
3
= (i
1
+i
2
) R
3
+i
1
R
1
E
2
= (i
1
+i
2
) R
3
+i
2
R
2
8.7 Circuiti RC
Studieremo in questa sezione i cosiddetti circuiti RC in serie, ovvero circuiti
composti dal collegamento in serie di un condensatore e di un resistore.
Teorema[Circuito RC, C scarico]: si consideri un circuito chiuso formato dal
collegamento in serie di un generatore (E, r), un resistore (R

) ed un conden-
satore (C) inizialmente scarico. Dette R
.
= R

+r la resistenza totale del circuito
e τ
.
= RC la costante di tempo del circuito, allora
• la carica delle armature in funzione del tempo ha la forma
q(t) = E C
_
1 −e

t
τ
_
;
• l’andamento della corrente in funzione del tempo `e dato da
i(t) =
E
R
e

t
τ
;
67
• il lavoro totale speso del generatore `e dato da
W
G
= E
2
C;
• il lavoro dissipato sulla resistenza per effetto Joule `e
W
P
=
E
2
C
2
,
pari a met`a del lavoro totale speso dal generatore;
• l’energia accumulata dal condensatore `e indipendente dalla resistenza, ed
`e anch’essa pari a met`a del lavoro speso dal generatore, avendosi
U
e
=
E
2
C
2
.
Dimostrazione: il circuito iniziale pu`o essere pensato come un circuito ad esso
equivalente formato da una sola resistenza R = R

+r, come illustrato in figura.
All’istante iniziale il condensatore `e scarico. Sempre in t = 0 supponiamo di chi-
udere l’interruttore e lasciare cos`ı che la corrente cominci a circolare all’interno
del circuito. Calcoliamo ora le differenze di potenziale ai capi dei vari elementi
del circuito. Si ha
V
B
−V
A
= E
V
B
−V
D
= i(t) R (Legge di Ohm)
V
D
−V
A
=
q(t)
C
(Perch´e C =
q
V
)
Sommando membro a membro le ultime due equazioni si ottiene quindi un’i-
dentit`a con il secondo membro della prima equazione:
E = i(t) R +
q(t)
C
=
dq
dt
R +
q(t)
C
.
Dividendo per R si ottiene infine l’equazione differenziale
dq
dt
(t) +
1
τ
q(t) =
E
R
,
68
che `e un’equazione differenziale lineare del primo ordine a coefficienti costanti.
Come si pu`o verificare immediatamente la soluzione `e data da
q(t) = k e

t
τ
+E C,
dove k `e una costante reale da determinare imponendo le condizioni iniziali.
Richiedendo quindi che la carica sulle armature all’istante iniziale sia nulla (vero
per ipotesi in quanto il condensatore `e inizialmente scarico) si ha
q(0) = 0 ⇒k = −E C.
La carica sulle armature assume pertanto la forma
q(t) = E C
_
1 −e

t
τ
_
.
Per ottenere la corrente `e quindi sufficiente derivare la carica rispetto al tempo,
ottenendo l’espressione
i(t) =
dq
dt
(t) =
E C
τ
e

t
τ
=
E
R
e

t
τ
.
Ricordiamo ora che per la conservazione dell’energia per la potenza deve essere
per ogni t
P
G
= P
R
+P
C
,
dove P
G
`e la potenza totale emessa dal generatore, P
R
`e la potenza dissipa-
ta sulla resistenza e P
C
`e la potenza utilizzata per caricare il condensatore.
Calcoliamo queste tre quantit`a
P
G
= E i(t) =
E
2
R
e

t
τ
P
R
= i
2
(t) R =
E
2
R
e

2 t
τ
Per calcolare P
C
occorre prima determinare la differenza di potenziale ai capi
del condensatore. Si ha
V
C
(t) = V
D
−V
A
=
q(t)
C
= E
_
1 −e

t
τ
_
.
Ora scriviamo in modo formale la relazione che lega l’energia potenziale elettro-
statica al potenziale per una carica elementare dq. Si ha
dU
e
= V
C
(t) dq.
Segue quindi che la potenza spesa nella carica del condensatore `e
P
C
=
dU
e
dt
= V
C
i(t) =
E
2
R
_
1 −e

t
τ
_
e

t
τ
.
69
`
E quindi possibile calcolare i lavori W
G
svolto dal generatore, W
R
dissipato nelle
resistenze e W
P
= U
e
utilizzato per caricare il condensatore. Abbiamo pertanto
W
G
=

+∞
0
P
G
(t) dt =
E
2
R
τ = E
2
C
W
R
=

+∞
0
P
R
(t) dt =
E
2
R
τ
2
=
E
2
C
2
U
e
=

+∞
0
P
C
(t) dt =
E
2
C
2
Il teorema `e quindi completamente dimostrato.
Osservazione [Circuito RC, C scarico]: osserviamo, riguardo alla corrente,
che
i(0) =
E
R
mentre
i(t)
t→+∞
−→ 0,
come se il circuito fosse aperto.
Per quanto riguarda le differenze di potenziale invece si ha
V
R
(t) = i(t) R = E e

t
τ
t→+∞
−→ 0,
e
V
C
(t) = E
_
1 −e

t
τ
_
t→+∞
−→ E.
quindi a regime la differenza di potenziale ai capi della resistenza `e nulla, mentre
l’intera forza elettromotrice E si concentra nella differenza di pontenziale ai capi
delle armature del condensatore.
Ribadiamo inoltre che l’energia accumulata dal condensatore non dipende dalla
resistenza. Met`a della potenza `e dissipata per effetto Joule e l’altra met`a `e uti-
lizzata per caricare il condensatore.
Osserviamo anche che il processo di carica `e molto rapido, infatti:
se t = τ, allora q(τ) = q
0
_
1 −
1
e
_
≈ q
0
· 0, 63,
se t = 5 τ, allora q(τ) = q
0
_
1 −
1
e
5
_
≈ q
0
· 0, 993.
Quando il condensatore `e carico si dice che il circuito `e in regime stazionario.
Teorema [Circuito RC, C carico]: si consideri un circuito chiuso formato
dal collegamento in serie di un resistore (R) ed un condensatore (C) inizial-
mente carico. Dette q
0
la carica libera sulle armature del condensatore all’istante
iniziale e τ
.
= RC la costante di tempo del circuito, allora
• la carica delle armature in funzione del tempo ha la forma
q(t) = q
0
e

t
τ
;
70
• l’andamento della corrente in funzione del tempo `e dato da
i(t) =
q
0
τ
e

t
τ
;
• tutta la potenza viene dissipata sulla resistenza per effetto Joule, avendosi
P
R
=
q
2
0
RC
2
e

2 t
τ
e di conseguenza
W
tot
= W
R
= U
0
,
dove U
0
`e l’energia elettrostatica del condensatore al tempo zero.
Dimostrazione: all’istante iniziale il condensatore `e carico e la sua energia `e
U
0
=
1
2
q
2
0
C
.
Sempre per t = 0 chiudiamo l’interruttore e lasciamo che la corrente scorra nel
circuito. Non essendoci generatore si ha E = 0 e di conseguenza per ogni tempo
V
C
(t) = V
R
(t) ⇐⇒
q(t)
C
= i(t) R = −
dq
dt
R,
dove il segno meno nell’ultima uguaglianza `e dovuto al fatto che la carica sta
diminuendo. Dividendo l’epressione appena trovata per R, otteniamo
dq
dt
+
q(t)
τ
= 0.
Questa `e un’equazione differenziale lineare del primo ordine omogenea. La sua
soluzione `e data da
q(t) = k e

t
τ
,
dove k `e una costante reale che va determinata imponendo le condizioni iniziali.
Imponiamo allora che la carica presente sulle armature all’istante iniziale sia q
0
(dall’ipotesi che il condensatore sia inizialmente carico). Si ha allora
q(0) = k = q
0
,
da cui
q(t) = q
0
e

t
τ
.
Per ottenere la corrente elettrica `e ora sufficiente derivare la carica. Otteniamo
quindi
i(t) = −
dq
dt
=
q
0
τ
e

t
τ
.
Da cui possiamo esplicitare
V
C
(t) = V
R
(t) = i(t) R =
q
0
C
e

t
τ
.
71
La potenza dissipata nella resistenza `e
P
R
= i
2
(t) R =
q
2
0
RC
2
e

2 t
τ
e di conseguenza il lavoro totale `e
W
tot
=

+∞
0
i
2
(t) Rdt = U
0
,
ovvero tutta l’energia viene dissipata nella resistenza.
Osservazione [Circuito RC, C carico]: `e importante osservare che l’analisi
appena svolta pu`o essere effettuata solamente se
τ ≫t,
dove t `e il tempo che ci mette il segnale ad attraversare il circuito.
9 Magnetostatica
9.1 Definizioni, esperimenti e primi esempi
Esempio [Magnete naturale]: l’esempio per eccellenza di magnete naturale,
da cui il nome stesso, `e la magnetite
14
.
Esperimento [Magnetite]: supponiamo di immergere la magnetite nella li-
matura di ferro. Allora la limatura si dispone maggiormente in due punti, detti
poli del magnete. Supponiamo ora di avere un magnete attaccato ad un filo.
Prendiamo un altro magnete e avviciniamo uno dei suoi poli ad uno dei poli del
primo magnete. Poi ripetiamo l’esperimento avvicinando l’altro polo del sec-
ondo magnete allo stesso polo del primo magnete. si osserva che in un caso i
due magneti tenderanno a respingersi, mentre nell’altro ad attrarsi. Si definisce
allora canonicamente il polo positivo, detto polo nord. L’altro polo verr`a invece
detto polo negativo, o polo sud.
Definizione [Magnete]: si definisce magnete un qualunque solido dotato delle
propriet`a fisiche della magnetite mostrate in questo esperimento.
Esempio [Magneti artificiali]: le calamite sono i magneti artificiali per eccel-
lenza.
Esperimento [Calamite temporanee e permanenti]: si osserva sperimental-
mente che mettendo a contatto una bacchetta di ferro e una di acciaio con un
14
La formula chimica della magnetite `e Fe
3
O
4
, ma si pu`o trovare indicata anche come
FeO · Fe
2
O
3
(o FeO ×Fe
2
O
3
). Questo perch´e essa `e formata da una parte di Wustite (FeO) e
da una parte di Ematite (Fe
2
O
3
).
72
magnete, si hanno comportamenti diversi. Infatti quando la bacchetta di ferro
viene messa a contatto con il magnete, si magnetizza anch’essa. Quando per`o
la bacchetta viene staccata essa perde immediatamente le suo propriet`a mag-
netiche, ovvero si smagnetizza. Ci`o non accade con l’acciaio. Infatti anch’esso
si magnetizza dopo il contatto con il magnete, ma a differenza del ferro, es-
so rimane magnetizzato per un lungo periodo (per anni) anche dopo che viene
staccata dal magnete. In virt` u di questo esperimento si dice che il ferro `e un
magnete temporaneo, mentre l’acciaio `e permanente.
Esperimento [Campo magnetico terrestre]: si `e osservato sperimentalmente
che la Terra stessa `e un magnete. Infatti essa possiede due poli magnetici i quali
si comportano allo stesso modo dei poli magnetici della magnetite. Supponiamo
di prendere un ago magnetico (una calamita) come quelli utilizzati nelle bus-
sole. Esso si comporta come un dipolo e si posiziona pertanto parallelamente
alla linea di campo del campo magnetico generato dalla Terra, passante per
il baricentro dell’ago. Per convenzione si chiama polo nord il polo dell’ago che
punta il nord geografico, che risulta per`o essere il polo sud del campo magnetico.
Il verso della linea di campo `e il verso dell’ago (da sud a nord). Coulomb ha
osservato sperimentalmente che la forza tra i poli puntiformi `e proporzionale a
1/r
2
, dove r `e la distanza dai poli.
Esperimento [Calamita spezzata]: riprendiamo l’esperimento iniziale della li-
matura di ferro. Immergendo una calamita nella limatura abbiamo detto che si
osserva sperimentalmente che essa tende a disporsi principalmente attorno ai
due poli. Spezziamo ora in due la calamita. Ci`o che si osserva `e che la limatura
si dispone principalmente ai due poli di ogni pezzo della calamita iniziale, cio`e
in ognuno dei due pezzi si sono formati due poli di segno opposto e di stessa
carica. Da questo esperimento segue in particolare che non esiste il monopolo
magnetico.
Definizione [Campo di induzione magnetica]: sia M un magnete. Il campo
generato dal magnete si dice campo di induzione magnetica (o campo magnetico),
e si indica con

B. La sua unit`a di misura nel sistema internazionale `e il Tesla
T. Si ha
T =
N
Am
.
Un’altra unit`a di misura molto usata per il campo magnetico `e il Gauss G
(1 G = 10
−4
T).
Esempi [Campo di induzione magnetica]: il campo magnetico sulla superficie
della terra `e di circa 0, 4 G. Per un magnete da laboratorio B ≈ 2, 5 T, mentre
per le piccole calamite `e B ≈ 10 mT.
Osservazione [Campo di induzione magnetica]: dato un magnete M, utiliz-
zando un ago magnetico `e possibile studiare le linee di campo di

B.
73
Osservazione sperimentale [Cariche e campi magnetici]: nel 1811 Oersted
osserv`o che le cariche in moto generano dei campi magnetici.
9.2 Moto di particelle cariche in campi magnetici
9.2.1 Forza di Lorentz
Legge sperimentale [Forza di Lorentz]: sia data una particella di massa m, di
carica q e di velocit`a ⃗v posta in un campo magnetico

B. Si suppongano m, q,

B
indipendenti dal tempo.
• ⃗v = 0.
Se la particella `e ferma (in un sistema di riferimento solidale alle sorgenti
del campo magnetico) si trova che su di essa non agisce nessuna forza:

F = 0,
in accordo con fatto che l’interazione magnetica si manifesta solamente
tra cariche in movimento.
• ⃗v ̸= 0 (v ≪c).
Se invece la particella `e in moto con velocit`a ⃗v (piccola rispetto a quella
della luce) rispetto al suddetto sistema di riferimento, si verifica che su di
essa agisce una forza, detta forza di Lorentz
15
, tale che

F = q ⃗v ×

B
Osservazioni [Forza di Lorentz]: il modulo della forza di Lorentz `e
F = q v B sin (ϑ).
• Escludendo i casi banali, si pu`o quindi concludere che
F = 0 ⇐⇒ ϑ = 0, π.

`
E inoltre possibile caratterizzare allo stesso modo la situazione fisica in
cui la forza di Lorentz `e massima. Si ha
F = F
max
= q v B ⇐⇒ ϑ =
π
2
.
• Osserviamo inoltre che dalla definizione si deduce immediatamente che

F
`e ortogonale tanto a ⃗v quanto a

B, ovvero che la forza `e ortogonale al
piano generato dalla velocit`a e dal campo magnetico. La direzione di

F `e
data dalla solita regola della vite destrogira.
15
In alcuni testi questa forza viene detta forza magnetica, e con il termine forza di Lorentz
si indica la somma di tale forza con la forza dovuta al campo elettrico. Si ha cio`e

F
tot
= q (⃗v ×

B +

E)
74
• Si presti particolare attenzione al fatto che la forza di Lorentz non `e, in
generale, conservativa. Non si confonda tale forza con una forza elettro-
statica (la forza elettrostatica `e parallela al campo, mentre la forza di
Lorentz gli `e ortogonale).
• Essendo la forza di Lorentz ortogonale alla velocit`a in ogni punto, risulta
di conseguenza essere ortogonale alla traiettoria. Sfruttando pertanto la
definizione di lavoro e il teorema dell’energia cinetica, `e possibile scrivere
∆E
k
= W
.
=

Q
P

F ·

ds = 0,
quindi per qualsiasi spostamento dal punto P al punto Q nella regione in
cui esiste il campo magnetico

B l’energia cinetica della particella rimane
costante in quanto la forza di Lorentz non compie lavoro sulla particella.
Essa non comunica alla particella un’accelerazione tangenziale, ma soltan-
to un’accelerazione centripeta. In altre parole, quando una particella carica
si muove in un campo magnetico la sua velocit`a cambia in direzione, ma
non in modulo.
9.2.2 Moto in un campo uniforme: ϑ = π/2
Proposizione [Moto in un campo uniforme: ϑ = π/2]: sia data una particella
di massa m e carica q immersa in un campo magnetico

B uniforme. Detta ⃗v la
velocit`a della particella, supponiamo che all’istante iniziale ⃗v sia ortogonale a

B
16
. In queste ipotesi si ha che:
i) il moto della particella `e circolare uniforme, essendo il raggio di curvatura
della traiettoria costante, dato da
r =
mv
q B
;
ii) la velocit`a angolare (vettoriale) `e costante, indipendente dalla velocit`a
tangenziale e parallela al campo magnetico, essendo
⃗ ω = −
q
m

B;
iii) il periodo del moto circolare uniforme `e costante, dato da
T =
2 π m
q B
.
Dimostrazione: dimostriamo separatamente i vari punti della proposizione.
16
Ovvero sia ϑ = π/2 nella formula del modulo della forza di Lorentz.
75
i) Essendo il campo magnetico

B uniforme e la velocit`a v ortogonale a

B
all’istante iniziale, la forza di Lorentz (anch’essa ortogonale a

B) produce
una variazione della velocit`a ancora ortogonale a

B. Quindi la velocit`a
della particella in qualsiasi istante successivo giace nel piano ortogonale
a

B individuato dalla velocit`a iniziale. Il moto della particella si svolge
dunque in tale piano. Ricordando l’osservazione appena enunciata, riba-
diamo che l’accelerazione tangenziale guadagnata dalla particella a fronte
dell’azione della forza di Lorentz `e in realt`a nulla, quindi l’unica acceler-
azione non nulla inferta da tale forze `e quella centripeta. Ponendo quindi
nell’espressione del modulo della forza di Lorentz ϑ = π/2, otteniamo
F = q v Bsin
_
π
2
_
= q v B = ma
cp
= m
v
2
r
,
dove nell’ultima uguaglianza
17
compare il raggio di curvatura r, che risulta
quindi essere costante e pari a
r =
mv
q B
.
Avendo dimostrato che v `e costante, che il moto `e piano e che il raggio
di curvatura `e costante, ne segue quindi che il moto compiuto dalla parti-
cella `e circolare uniforme. Volendo essere ancora pi` u precisi, la traiettoria
della particella `e un arco di circonferenza di raggio r.
`
E una circonferenza
completa se la particella resta sempre nella regione in cui

B `e definito e
uniforme.
ii) La velocit`a angolare (scalare) si calcola immediatamente dalla sua definizione
ω =
v
r
=
q B
m
.
In termini vettoriali, ricordando l’espressione dell’accelerazione centripeta
⃗a
cp
= ⃗ ω ×⃗v, si ha

F = q ⃗v ×

B = m⃗a = m⃗a
cp
= m⃗ ω ×⃗v = −m⃗v ×⃗ ω,
dove nell’ultima uguaglianza si `e sfruttata la propriet`a antisimmetrica del
prodotto vettoriale. Confrontando il secondo e l’ultimo membro di questa
catena di uguaglianze segue quindi
⃗ ω = −
q
m

B.
Questa relazione, indipendente dall’angolo ϑ (per cui valida anche se ϑ ̸=
π/2), mostra che la velocit`a angolare `e sempre parallela a

B. Se la la
carica q `e negativa ⃗ ω ha lo stesso verso di

B e quindi, dalla punta di

B,
il moto appare antiorario; se viceversa q `e positiva, allora ⃗ ω `e opposta a
17
Dimostrata in Fisica 1 per una forza qualunque e quindi di validit`a generale.
76

B e il moto appare orario. Inoltre la formula trovata per ⃗ ω non dipende
dal valore della velocit`a, infatti r varia proporzionalmente a v secondo la
formula determinata al punto precedente, e il loro rapporto resta costante.
Di consegueza:
iii) il tempo impiegato a percorrere una circonferenza, ovvero il periodo del
moto circolare uniforme (e la frequenza di rivoluzione) non dipendono dal
raggio dell’orbita e dalla velocit`a con qui questa viene descritta, valendo
sempre
T =
2 π
ω
=
2 π m
q B
.
9.2.3 Moto in un campo uniforme: ϑ arbitrario
Proposizione [Moto in un campo uniforme: ϑ arbitrario]: sia data una parti-
cella di massa m e carica q immersa in un campo magnetico

B uniforme. Detta
⃗v la velocit`a della particella, supponiamo che all’istante iniziale l’angolo formato
da ⃗v e

B sia un certo ϑ ∈ [0, 2 π). In queste ipotesi si ha che:
i) il moto della particella `e elicoidale uniforme, essendo il raggio di curvatura
della traiettoria costante, dato da
r =
mv sin (ϑ)
q B
,
ed essendo il passo d’elica (ovvero la quantit`a di cui la particella si sposta
lungo

B dopo il trascorrere di un periodo) dato da
p =
2 π mv cos (ϑ)
q B
ii) la velocit`a angolare (vettoriale) `e (come nel caso precedente) costante,
indipendente dalla velocit`a tangenziale e parallela al campo magnetico,
essendo
⃗ ω = −
q
m

B;
iii) il periodo `e (come nel caso precedente) costante, dato da
T =
2 π m
q B
.
Dimostrazione: dimostriamo soltanto il primo punto, in quanto il secondo e il
terzo continuano ad essere veri, perch´e come osservato prima, la dimostrazione
dei punti ii) e iii) della proposizione precedente nel caso ϑ = π/2 aveva in
realt`a validit`a generale, non essendo i due risultati mostrati dipendenti da ϑ.
Scomponiamo allora la velocit`a iniziale nelle due componenti ⃗v
n
.
= v sin(ϑ) ⃗u
n
77
ortogonale a

B e ⃗v
p
.
= v cos(ϑ) ⃗u
p
parallela a

B. La forza magnetica agente sulla
particella risulta quindi essere

F = q ⃗v ×

B = q (⃗v
n
+⃗v
p
) ×

B = q ⃗v
n
×

B.
Abbiamo pertanto che il moto proiettato in un piano ortogonale a

B `e un moto
circolare uniforme con velocit`a v
n
, uguale a quello descritto nella proposizione
precedente. Seguendo lo stesso ragionamento di prima si ha quindi che il raggio
di curvatura `e dato da
r =
mv
n
q B
=
mv sin(ϑ)
q B
,
e la velocit`a ancolare `e sempre data da
⃗ ω = −
q
m

B,
essendo indipendente da ϑ. Siccome lungo

B non c’`e forza, ⃗v
p
resta costante e
il moto proiettato nella direzione di

B `e rettilineo uniforme. La composizione
del moto circolare uniforme in un piano ortogonale a

B e del moto rettilineo
uniforme lungo

B d`a luogo ad un moto elicoidale uniforme, avente come asse la
direzione di

B. Nel tempo
T =
2 π m
q B
,
indipendente da v e pari al periodo del moto circolare uniforme, la particella di
sposta lungo

B della quantit`a
p = v
p
T =
2 π mv cos (ϑ)
q B
,
detta passo d’elica, che risulta pertanto anch’essa costante. Fissato

B, il verso
di percorrenza dell’elica corrisponde al verso di percorrenza del moto circolare
e quindi `e dato dalla stessa regola trovata nel caso precedente.
9.3 Seconda legge elementare di Laplace e applicazioni
Teorema [Seconda legge elementare di Laplace]: consideriamo un conduttore
ohmico filiforme percorso da corrente elettrica in regime stazionario. Sia

j = j ⃗u
j
la densit`a di corrente. Immergendo il conduttore in un campo magnetico

B si
ha, in modo formale, la scrittura

dF = i

ds ×

B,
dove

dF rappresenta la forza di Lorentz infinitesima agente sulle cariche presenti
in un volumetto elementare contenuto nel conduttore Σds, e

ds
.
= ds ⃗u
j
. In
termini finiti, sia c la curva che definisce l’asse del conduttore. Si ha allora

F = i

B
A(c)
_

ds ×

B
_
.
78
Dimostrazione: la corrente elettrica in un conduttore `e dovuta al moto degli
elettroni sotto l’azione del campo elettrico applicato tramite un generatore. Se
n `e il numero di elettroni liberi per unit`a di volume, ciascuno con carica −e, e
detta ⃗v
d
la loro velocit`a di deriva, la densit`a di corrente si scrive

j = −ne⃗v
d
ed
`e parallela e concorde al campo elettrico applicato, come abbiamo mostrato in
precedenza. Quando il conduttore percorso da corrente `e immerso in un campo
magnetico, a ciasucn elettrone `e applicata la forza di Lorentz

F
L
= −e⃗v
d
×

B.
Attraverso gli urti che gli elettroni in moto hanno con gli ioni del reticolo cristalli-
no tale forza `e trasmessa alla massa del filo conduttore, che ora e in seguito
supporremo indeformabile. In un tratto elementare di conduttore lungo ds e di
sezione Σ sono contenuti nΣds elettroni, e la forza risultante `e pertanto

dF = nΣds

F
L
= −(Σds) ne ⃗ v
d
×

B = Σds

j ×

B = Σj ds ⃗u
j
×

B.
Ricordando quindi la relazione
i = Σj
e definendo il vettore

ds = ds ⃗u
j
segue immediatamente la legge enunciata:

dF = i

ds ×

B.
Per passare alla forma finita si integra la forza elementare appena definita lungo
l’asse del conduttore. Osserviamo a tale proposito che non abbiamo assunto

B
uniforme, quindi nell’integrazione varia anch’esso (in generale) punto per punto.
Si assume per`o che

B sia lo stesso in qualunque punto di una qualsiasi sezione,
appunto perch´e il conduttore `e filiforme. La corrente si porta fuori dal segno di
integrale in quanto stazionaria.
Corollario [Seconda legge elementare di Laplace]: nelle ipotesi della seconda
legge elementare di Laplace, si supponga che l’asse del filo sia rettilineo e che il
campo magnetico sia uniforme. Si ha allora

F = i

l ×

B,
dove

l = l ⃗u
j
, con l lunghezza del filo.
Corollario [Seconda legge elementare di Laplace]: nelle ipotesi della seconda
legge elementare di Laplace si supponga che l’asse del filo sia curvilineo (definito
da una curva piana di estremi A e B) e che il campo magnetico sia uniforme.
Si ha allora

F = i

l ×

B,
dove

l = l ⃗u
j
, con l lunghezza del segmento congiungente il punto A con il punto
B.
79
Dimostrazione: senza perdere in generalit`a supponiamo che il filo sia con-
tenuto nel piano xy. Scriviamo allora i vettori

ds e

B decomposti nelle loro
componenti:

ds = (dx, dy, 0),

B = (B
x
, B
y
, B
z
).
Il prodotto vettoriale tra

ds e

B `e quindi dato da

ds ×

B = det
_
_
⃗u
x
⃗u
y
⃗u
z
dx dy 0
B
x
B
y
B
z
_
_
= (dy B
z
, −dxB
z
, dxB
y
−dy B
x
).
Tenendo conto che

B `e costante, si ricava pertanto la forza

F = i

B
A(c)
(dy B
z
, dxB
z
, dxB
y
−dy B
x
) =
= i (∆y B
z
, −∆xB
z
, ∆xB
y
−∆y B
x
)
Mostriamo ora che l’espressione appena trovata corrisponde a i

l ×

B. Scom-
poniamo il vettore

l lungo gli assi coordinati. Essendo c una curva piana, anche
il vettore congiungente A e B giacer`a sul piano xy. Si ha pertanto

l = (∆x, ∆y, 0).
Calcoliamo allora il valore dell’espressione da verificare:
i

l ×

B = i det
_
_
⃗u
x
⃗u
y
⃗u
z
∆x ∆y 0
B
x
B
y
B
z
_
_
= i (∆y B
z
, −∆xB
z
, ∆xB
y
−∆y B
x
),
che `e lo stesso valore determinato per

F.
Osservazione: il corollario appena enunciato afferma che la forza magnetica
agente su un filo che giace in un piano ed `e immerso in un campo magnetico
uniforme non dipende dalla lunghezza del filo, ma solo dai punti iniziale e finale.
Corollario [Seconda legge elementare di Laplace]: nelle ipotesi del corollario
precedente, sia c una curva chiusa. Si ha allora

F = 0.
Dimostrazione: basta applicare il corollario precedente con punto iniziale
uguale a punto finale ⇒ l = 0.
9.4 Principio di equivalenza di Amp`ere
Osservazione [Forza magnetica]: da un punto di vista meccanico la forza
magnetica

F = q ⃗v ×

B agente su un corpo deve considerarsi come la risultante
80
di un sistema di forze applicate in punti diversi, ovunque ci sianno cariche in
movimento; essa provoca quindi uno spostamento in accordo con il teorema del
moto del centro di massa. In generale, oltre ad avere la risultante

F = q ⃗v ×

B,
il sistema di forze magnetiche presenta un momento risultante diverso da zero,
per cui `e possibile che vi siano delle rotazioni. In questo paragrafo ci occupiamo
per semplicit`a soltanto di circuiti piani rigidi percorsi da corrente ed immersi un
un campo magnetico uniforme. In tal caso la forza risultante sul conduttore `e
nulla e il circuito non si sposta (n´e si deforma, essendo rigido), per`o il momento
risultante pu`o essere diverso da zero e mettere in rotazione il circuito.
Proposizione [Momento meccanico di una spira piana rigida]: consideriamo
una spira rettangolare rigida, di lati a e b, percorsa dalla corrente i stazionaria.
Orientiamo il versore ⃗u
n
, normale al piano in cui giace la spira, in accordo con la
solita convenzione della vite destrogira. Supponiamo che la spira sia immersa in
un campo magnetico

B uniforme, che forma l’angolo ϑ con ⃗u
n
. Allora il circuito
`e dotato di un momento meccanico

M, tale che
M = (i a B)(b sin(ϑ)) = i ΣBsin(ϑ),
dove si `e posto Σ = a b = “area della superficie compresa nella spira”.
Dimostrazione: come si deduce dalla figura seguente,
le forze magnetiche

F
3
ed

F
4
sui lati RS e PQ sono eguali e contrarie e hanno
la stessa retta di azione: ciascuna di esse `e la risultante di un sistema di forza
parallele

F = q ⃗v ×

B, applicata nel centro del lato, e nel loro insieme formano
una coppia di braccio nullo
18
e quindi di momento angolare nullo. Le forze

F
1
18
Ricordiamo un sistema di forze formato da due forze di uguale intensit`a ma di verso
opposto prende il nome di coppia di forze. Il braccio di una coppia di forze corrisponde alla
distanza fra le linee di azione delle forze. Il momento di una coppia di forze, `e invece il prodotto
dell’intensit`a di una delle due forze per il braccio della coppia.
81
ed

F
2
sui lati QR e SP sono invece caratterizzate dai seguenti valori.
• Intensit`a
19
:
|

F
1
| = |

F
2
| = i a B.
• Direzione
20
:
dir(

F
1
) = dir(

F
2
) = “retta ortogonale al piano del foglio”.
• Verso
21
:


F
1
`e uscente dal piano del foglio;


F
2
`e entrante nel piano del foglio.
Pertanto anche le due forze

F
1
ed

F
2
costituiscono una coppia, e il braccio di
tale coppia di forze, che risulta non nullo in generale, `e dato da
braccio(

F
1
,

F
2
) = b sin(ϑ),
come chiarito dalla figura seguente.
In definitiva `e possibile dunque determinare il modulo del momento della coppia
come il prodotto
M = (i a B)(b sin(ϑ)) = i ΣBsin(ϑ),
dove si `e posto
Σ = a b = “area della superficie compresa nella spira”.
Il vettore

M sar`a parallelo al piano della spira, e pi` u precisamente la direzione
e il verso di

M (illustrate nella precedente figura della spira) sono determinate
dalle solite regole della vite.
Definizione: sia data una spira piana rigida percorsa da corrente i ed immersa
in un campo magnetico

B. si definisce momento magnetico della spira il vettore
⃗ m = i Σ⃗u
n
,
19
Dalla seconda legge elementare di Laplace per i circuiti rettilinei, in quanto

B `e ortogonale
ai lati a.
20
Dalla definizione di forza magnetica.
21
Dalle definizioni di forza magnetica e di prodotto vettoriale.
82
dove si `e indicato con ⃗u
n
il vettore normale al piano della spira.
Osservazione [Momento magnetico e momento meccanico]: grazie alla definizione
di momento magnetico appena enunciata `e possibile determinare il momento
meccanico della proposizione precedente mediante la formula

M = ⃗ m×

B.
Questo non `e un caso particolare, dovuto alla geometria rettangolare del proble-
ma; si pu`o infatti estendere questo risultato a circuiti piani di forma qualunque,
come preciseremo nel seguente teorema.
Teorema [Momento meccanico di una spira piana]: consideriamo una spira
piana rigida percorsa dalla corrente i stazionaria. Orientiamo il versore ⃗u
n
, nor-
male al piano in cui giace la spira, in accordo con la solita convenzione della
vite destrogira. Supponiamo che la spira sia immersa in un campo magnetico

B uniforme, che forma l’angolo ϑ con ⃗u
n
. Sia Σ l’area della superficie compresa
nella spira. Allora il circuito `e dotato di un momento meccanico

M = ⃗ m×

B.
dove ⃗ m `e il momento magnetico della spira.
Dimostrazione: un’idea informale della dimostrazione `e la seguente. Ap-
prossimiamo il circuito con n circuiti rettangolari adiacenti, tutti percorsi dalla
stessa corrente i con verso tale da avere le normali concordemente orientate (si
veda la figura seguente).
Le correnti che passano nei lati in comune sono uguali ed opposto per cui gli
effetti del campo magnetico si annullano e restano solo gli effetti prodotti sul
contorno esterno, coicidente (in modo approssimativo) col circuito. L’approsssi-
mazione `e tanto migliore quanto pi` u n `e grande e al limite, per n infinitamente
grande, si avranno dei circuiti rettangolari elementari, aventi area dΣ infini-
tamente piccola. Definiamo allora il momento magnetico del generico circuito
elementare come

dm = i dΣ⃗u
n
.
Si avr`a, per ogni circuito elementare, un momento meccanico dato da

dM =

dm×

B.
83
Per ricavare il momento meccanico del circuito totale sar`a quindi necessario
integrare sull’intera area Σ, avendosi pertanto

M =

Σ

dM =

Σ

dm×

B = i

Σ
dΣ⃗u
n
×

B = i
_∫
Σ

_
⃗u
n
×

B =
= i Σ⃗u
n
×

B = ⃗ m×

B,
che `e il risultato voluto.
Osservazione [Momento meccanico di una spira piana]: dal teorema appena
enunciato segue ovviamente che il momento angolare `e nullo soltanto quando ⃗ m
`e parallelo a

B. La posizione con ϑ = 0 risulta essere di equilibrio stabile, quel-
la con ϑ = π di equilibrio instabile. Per qualunque altro valore di ϑ

M tende
a far ruotare la spira in modo che il momento magnetico ⃗ m diventi parallelo
e concorde a

B. Sospendendo opportunamente la spira in assensa di attriti `e
pertanto possibile generare in questo modo un modo oscillatorio armonico. Il
comportamento oscillatorio della spira percorsa da corrente e immersa in un
campo magnetico ricalca esattamente quello di un dipolo elettrico posto in un
campo elettrico esterno. D’altra parte anche un ago magnetico ha un comporta-
mento del tutto simile quando posto in un campo magnetico. Questa identit`a di
comportamento tra spira e ago magnetico nei riguardi delle azioni meccaniche
subite quando posti in un campo magnetico uniforme venne generalizzata da
Amp`ere sotto forma di un postulato, detto principio di equivalenza di Amp`ere,
che ora enunciamo.
Postulato [Principio di equivalenza di Amp`ere]: per quanto riguarda gli effetti
magnetici, una qualunque spira piana di area dΣ percorsa dalla corrente i in
regime stazionario `e equivalente ad un dipolo magnetico elementare di momento
magnetico

dm = i dΣ⃗u
n
,
posto ortogonalmente al piano della spira e orientato rispetto al verso della cor-
rente secondo la regola della vite.
Osservazione [Confronto campo elettrostatico/magnetico]: a seguito dei risul-
tati appena enunciati si possono sottolineare diverse analogie tra campo elettrico
e campo magnetico, raccolte in questa tabella.

E ⃗ p

M = ⃗ p ×

E U
e
= −⃗ p ·

E

B ⃗ m

M = ⃗ m×

B U
m
= −⃗ m·

B
Il campo magnetico, come il campo elettrico, agisce sulle cariche polarizzan-
dole. Se il campo magnetico `e uniforme si definisce quindi un momento di
dipolo magnetico grazie al quale, con una formula analoga a quella del cam-
po elettrico, `e possibile calcolare il momento meccanico di rotazione. Infine si
pu`o definire l’energia di orientazione magnetica U
m
, grazie al quale si possono
84
dedurre espressioni di forza, momento, e lavoro magnetico. Se il campo magneti-
co

B non `e uniforme `e invece necessario utilizzare il principio di equivalenza di
Amp`ere e passare alla notazione integrale per poter esprimere queste grandezze.
Ad esempio l’energia di orientazione magnetica risulta definita dalla formula
U
m
.
= −

Σ

dm·

B = −

Σ
i dΣ⃗u
n
·

B = −i

Σ
B
n
dΣ,
dove con B
n
si `e indicata la componente di

B lungo la direzione normale alla
spira.
9.5 Campo magnetico generato da una distribuzione di
corrente
Osservazione preliminare [Prove sperimentali]: per la maggior parte dei risul-
tati di questo paragrafo non sono presenti dimostrazioni analitiche, perch´e quasi
tutti questi risultati sono stati provati sperimentalmente e dalle analisi speri-
mentali sono poi state dedotte le formule che seguono.
Osservazione [Principio di sovrapposizione]: anche per i campi magnetici vale
il principio di sovrapposizione.
Legge [Legge di Biot-Savart]: si consideri nel vuoto un conduttore filiforme
rettilineo infinitamente lungo percorso dalla corrente i stazionaria. Allora il cam-
po magnetico generato dal filo in un punto P dello spazio dipende solamente
dalla distanza r da esso, secondo la relazione

B(r) =
µ
0
2 π
i
r
⃗u
t
×⃗u
n
,
dove i versori ⃗u
t
e ⃗u
n
sono rispettivamente il versore tangente e quello ortogo-
nale al filo.
Dimostrazione: dalla simmetria cilindrica del problema si pu`o dire immedi-
atamente che le linee di campo sono circoferenze con centro sul filo e contenute
il piano ortogonali al filo, quindi il campo dipende dalla sola distanza da esso.
Si osserva poi sperimentalmente che
B(r) ∝
i
r
,
dove la costante di proporzionalit`a dipende dal mezzo in cui si propaga il campo
magnetico e dal sistema di unit`a di misura utilizzata. Noi esprimiamo la legge
utilizzando il Sistema Internazionale e supponiamo che il filo si trovi nel vuoto.
La costante risulta quindi essere
cost =
µ
0
2 π
,
dove µ
0
`e la permittivit`a magnetica del vuoto ed `e pari a
µ
0
= 4 π · 10
−7
T m
A
.
85
Sostituendo questa costante nell’esprezzione iniziale si trova quindi la tesi.
Osservazione [Legge di Biot-Savart]: per fili generici la legge `e stata elabora-
ta da Biot-Amp`ere-Laplace, ed `e nota come prima legge elementare di Laplace.
Ovviamente dalla prima legge elementare di Laplace `e possibile ricavare la legge
di Biot-Savart come suo caso particolare.
Legge [Prima legge elementare di Laplace]: si consideri nel vuoto un condut-
tore filiforme di lunghezza e forma arbitrarie percorso dalla corrente i stazionar-
ia. Allora il campo magnetico generato da un elemento di filo in un punto P
dello spazio posto a distanza r `e dato da

dB(r) =
µ
0
4 π
i
r
2

ds ×⃗u
r
,
dove

ds
.
= ds ⃗ u
t
`e il prodotto dell’elemento di lunghezza ds con il versore tan-
gente al filo in quel punto, mentre il versore radiale ⃗u
r
`e ha la direzione e il verso
del vettore congiungente l’elemento di filo con il punto P.
Osservazione: nelle ipotesi della prima legge elementare di Laplace, segue
ovviamente che il campo magnetico generato da un conduttore filiforme di
lunghezza e forma arbitrarie percorso dalla corrente i stazionaria si calcola come

B(r) =
µ
0
4 π
i

c

ds ×⃗u
r
r
2
,
dove c `e l’asse del filo.
Corollario [Legge di Ampre-Laplace]: nelle ipotesi della prima legge ele-
mentare di Laplace, supponiamo che il circuito in cui scorre la corrente sia
chuiso. Allora il campo magnetico generato dal circuito a distanza r da esso `e
dato da

B(r) =
µ
0
4 π
i
_

ds ×⃗u
r
r
2
.
Proposizione [Circuito non filiforme]: si consideri un conduttore non filiforme
di volume V percorso da corrente i stazionaria. Sia

j la densit`a di corrente. Allora
il campo magnetico generato dal circuito in un punto P posto a distanza r `e
dato da:

B =
µ
0
4 π

V

j ×⃗u
r
r
2
dV,
dove ⃗u
r
`e il versore radiale.
Dimostrazione: si consideri un elemento di superficie dV di forma cilindrica
avente basi di superficie dΣ e lunghezza ds posto con asse parallelo alla direzione
della densit`a di corrente

j = j ⃗u
j
. Definiamo il vettore

ds
.
= ds ⃗u
j
come il
86
vettore avente modulo ds e direzione e verso della densit`a di corrente. Essendo
il volumetto dV filiforme posso allora scrivere
i

ds = j dΣ

ds =

j dΣds =

j dV.
Per trovare il campo magnetico `e ora sufficiente integrare il campo magnetico

dB generato da dV sul volume del circuito, sfruttando la prima legge elementare
di Laplace. Ottengo pertanto

B =

V

dB =

V
_
µ
0
4 π
i
r
2

ds ×⃗u
r
_
=
µ
0
4 π

V

j ×⃗u
r
r
2
dV,
che `e la tesi.
Osservazione [Azioni elettrodinamiche fra circuiti percorsi da corrente]: con-
sideriamo due fili rettilinei indefiniti paralleli all’asse z, posti a distanza d l’uno
all’altro, giacenti nel piano yz e percorsi da correnti i
1
e i
2
rispettivamente. Il
campo magnetico generato dal filo 1 a distanza d (quindi agente sul filo 2), dalla
legge di Biot-Savart, `e dato da

B
1
(d) =
µ
0

i
1
d
⃗u
z
×⃗u
y
= −
µ
0

i
1
d
⃗u
x
.
Sfruttando poi la seconda legge elementare di Laplace possiamo determinare la
forza infinitesima agente su un elemento del filo 2 a causa del campo magnetico
generato dal filo 1. Si ha
d

F
12
= i
2

ds ×

B
1
= (i
2
dz ⃗ u
z
) ×
_

µ
0
2 π
i
1
d
⃗u
x
_
= −
µ
0
2 π
i
1
i
2
d
dz ⃗u
y
,
quindi se le due correnti sono equiverse la forza avr`a natura attrattiva, altrimenti
repulsiva. La forza per unit`a di lunghezza avr`a la forma
d

F
12
dz
= −
µ
0
2 π
i
1
i
2
d
⃗u
y
.
Ponendo l
.
= dz nella formula precedente il modulo della forza per unit`a di
lunghezza risulta essere
F
l
=
µ
0
2 π
i
1
i
2
d
.
Quindi presi due fili (a sezione trascurabile) posti a distanza di 1 m l’uno dal-
l’altro e percorsi entrambi da corrente di intensit`a 1 A, allora la forza per unit`a
di lunghezza `e
F
l
=
µ
0
2 π
= 2 · 10
−7
N
m
.
Proposizione [Campo magnetico di una spira circolare]: si consideri nel vuoto
una spira circolare di raggio R percorsa da una corrente i stazionaria. Allora il
87
campo magnetico generato dalla spira in un qualunque punto P dell’asse `e dato
da

B(x) =
µ
0
2
R
2
i
(R
2
+x
2
)
3/2
⃗u
x
,
dove la direzione di ⃗u
x
`e quella dell’asse della spira, il verso `e dato dalla regola
della vite, e x `e la distanza di P dal piano della spira.
Dimostrazione: supponiamo che la spira sia una circonferenza centrata nel-
l’origine degli assi e contenuta nel piano yz e che la corrente i circoli in senso
antiorario se la spira `e vista dalla punta dell’asse x. In questo modo il versore ⃗u
x
dell’enunciato `e effettivamente il versore ⃗u
x
dell’asse x. Ci`o che ci proponiamo di
fare ora `e di applicare la prima legge elementare di Laplace e poi integrare sul-
la circonferenza per trovare il campo totale
22
. Calcoliamo il campo elementare
generato dal tratto di spira in prossimit`a del punto (0,0,R). Detto ϑ l’angolo
che il versore radiale forma con l’asse delle z, si ha
⃗u
t
= −⃗u
y
,
⃗u
r
= sin(ϑ) ⃗u
x
−cos(ϑ) ⃗u
z
,
⇒⃗u
t
×⃗u
r
= cos(ϑ) ⃗u
x
+ sin(ϑ) ⃗u
z
,
=⇒

dB
1
=
µ
0
4 π
i
r
2

ds ×u
r
=
µ
0
4 π
i
r
2
ds [cos(ϑ) ⃗u
x
+ sin(ϑ) ⃗u
z
].
Analogamente calcoliamo il campo elementare generato dal tratto di spira in
prossimit`a del punto (0,0,-R). Detto ϑ l’angolo che il versore radiale forma con
l’asse delle z, si ha
⃗u
t
= ⃗u
y
,
⃗u
r
= cos(ϑ) ⃗u
z
+ sin(ϑ) ⃗u
x
,
⇒⃗u
t
×⃗u
r
= cos(ϑ) ⃗u
x
−sin(ϑ) ⃗u
z
,
=⇒

dB
2
=
µ
0
4 π
i
r
2

ds ×u
r
=
µ
0
4 π
i
r
2
ds [cos(ϑ) ⃗u
x
−sin(ϑ) ⃗u
z
].
Applicando il principio di sovrapposizione sommiamo quindi i due campi appe-
na calcolati, determinando il campo elementare generato dalla sovrapposizione
del campo magnetico generato da (0,0,R) e di quello generato da (0,0,-R).
Otteniamo in tal modo

dB
1+2
=
µ
0
2 π
i
r
2
ds cos(ϑ) ⃗u
x
.
Detto r ⃗u
r
il vettore radiale congiungente il generico punto della spira con il
punto P, si pu`o poi esplicitare cos(ϑ), osservando che vale
R = r cos(ϑ) ⇐⇒ cos(ϑ) =
R
r
.
22
Per la precisione applicheremo la legge a due elementi di circonferenza antipodali, sommer-
emo e poi integreremo l’espressione cos`ı determinata su una semicirconferenza. Ci`o `e possibile
grazie al fatto che anche per i campi magnetici vale il principio di sovrapposizione.
88
Il campo magnetico elementare assume pertanto la forma

dB
1+2
=
µ
0
2 π
i
r
2
ds
R
r
⃗u
x
=
µ
0
2 π
i R
r
3
ds ⃗u
x
.
Usando il teorema di Pitagora `e ora possibile eliminare r dall’espressione, si ha
allora

dB
1+2
=
µ
0
2 π
i R
(R
2
+x
2
)
3/2
ds ⃗u
x
.
Per ottenere l’espressione finale non rimane ora che integrare l’espressione cos`ı
trovata lungo la semicirconferenza (e non lungo la circonferenza, perch`e abbiamo
sommato due contributi antipodali). Il campo magnetico finale sar`a pertanto

B(x) =

πR
0

dB =

πR
0
µ
0
2 π
i R
(R
2
+x
2
)
3/2
ds ⃗u
x
=
=
µ
0
2 π
i R
(R
2
+x
2
)
3/2
⃗u
x

πR
0
ds =
µ
0
2 π
i R
(R
2
+x
2
)
3/2
⃗u
x
π R =
=

B(x) =
µ
0
2
R
2
i
(R
2
+x
2
)
3/2
⃗u
x
,
che `e la tesi.
9.6 Equazioni di Maxwell per il campo magnetico
Teorema [Equazioni di Maxwell
23
]: sia

B un campo magnetico nel vuoto,
generato da una corrente i stazionaria. Allora
• Teorema di circuitazione di Amp`ere
_
c

B ·

ds = µ
0
i,
dove c `e una curva chiusa concatenata alla corrente
24
. Lo stesso risulato
si pu`o esprimere localmente
25
nella forma

∇×

B = µ
0

j,
dove

j `e la densit`a di corrente.
23
Le quattro equazioni che seguono (due in forma integrale e due in forma differenziale),
prendono il nome di equazioni di Maxwell per il campo magnetico. In sostanza con equazioni
di Maxwell si intende semplicemente l’insieme dei due risultati del Teorema di Amp`ere e del
flusso, visti sia in forma locale, che globale.
24
Si dice che una curva chiusa c `e concatenata alla corrente (o al circuito) se c `e il bordo di
una superficie Σ tale che il circuito attraversi Σ trasversalmente (e non parallelamente).
25
Dal risultato in forma locale appare evidente la non conservativit`a del campo magnetico.
89
• Teorema del flusso per il campo magnetico

Σ

B · ⃗u
n
dΣ = 0.
Anche in questo caso si pu`o esprimere il risultato localmente
26
, nella forma

∇·

B = 0.
Dimostrazione: dimostriamo separatamente le due parti del teorema.
• Teorema di circuitazione di Amp`ere
– Forma integrale
Supponiamo che

B sia generato da un filo rettilineo indefinito con
corrente stazionaria ed uscente dal piano del foglio. Per la legge di
Biot-Savart abbiamo

B(r) =
µ
0
2 π
i
r
⃗u
t
×⃗u
n
.
Consideriamo adesso come particolare curva chiusa concatenata alla
distribuzione di corrente una circonferenza contenuta in un piano
ortogonale al filo, con centro su di esso e di raggio r (stiamo quindi
supponendo r costante). In questa ipotesi abbiamo

B ·

ds =
µ
0
2 π
i
r
ds,
infatti

B e

ds hanno la stessa direzione. Scriviamo inoltre l’elemento
di circonferenza in funzione dell’angolo al centro:
ds = r dϑ,
da cui otteniamo

B ·

ds =
µ
0
2 π
i dϑ.
Integrando questa espressione da un punto P ad un punto Q sulla
circonferenza si ottiene quindi

Q
P (c)

B ·

ds =
µ
0
2 π
i ϑ,
ovvero l’integrale dipende solo dall’angolo (e non dal raggio). Mostri-
amo ora che questo risultato ha validit`a generale, e non dipende dal
fatto che abbiamo scelto una circonferenza per concatenare la cor-
rente. Siano allora
˜
P e
˜
Q due generici punti di R
3
e sia ˜ c una curva
26
Dal risultato in forma locale si vede che il campo magnetico `e sempre solenoidale.
90
qualunque da
˜
P a
˜
Q. Chiamiamo r la distanza del filo dal gener-
ico punto della curva (in questo caso ovviamente r non `e costante
in generale). Per ogni punto
¯
P appartenente alla curva consideriamo
la circonferenza S
r ¯
R
di raggio r ¯
P
centrata sul filo, contenuta in un
piano ad esso ortogonale e passante per
¯
P. Il contributo infinitesimo
all’integrale risulta quindi essere

B(
¯
P) ·

ds = B(
¯
P) (ds cos(α)) ,
dove
B(
¯
P) =
µ
0
2 π
i
r ¯
P
e (ds cos(α)) `e la proiezione dello spostamento

ds in direzione di

B(
¯
P). Osservando per`o che il vettore

B(
¯
P) `e orientato come il vet-
tore tangente in
¯
P ad S
r ¯
R
, si ha che (ds cos(α)) `e anche uguale alla
proiezione dello spostamento

ds in direzione alla tangente alla cir-
conferenza, e risulta pertanto uguale all’elemento di circonferenza di
S
r ¯
R
. Si ha quindi
ds cos(α) = r ¯
P

e di conseguenza

B(
¯
P) ·

ds = B(
¯
P) (r ¯
P
dϑ) =
µ
0
2 π
i
r ¯
P
r ¯
P
dϑ =
µ
0
i
2 π
dϑ.
L’integrale assume per tanto la forma
∫ ˜
Q
˜
P (˜ c)

B ·

ds =
∫ ˜
Q
˜
P (˜ c)
µ
0
i
2 π
dϑ =
µ
0
i
2 π
ϑ,
che dipende soltanto dall’angolo ϑ. Presa pertanto una qualunque
altra curva ˆ c da
˜
P a
˜
Q si ha
∫ ˜
Q
˜
P (˜ c)

B ·

ds =
∫ ˜
Q
˜
P (ˆ c)

B ·

ds =
µ
0
2 π
i ϑ,
poich´e l’integrale dipende solamente dall’angolo. La scelta di prendere
proprio una circonferenza non lede pertanto la generalit`a. L’integrale
esteso a tutta la circonferenza varr`a allora
_

B ·

ds =
µ
0
2 π
i 2 π = µ
0
i,
che `e la tesi.
– Forma locale
Sia Σ una qualunque superficie tale che ∂Σ = c. Applicando il teore-
ma di Stokes all’equazione di Maxwell in forma integrale otteniamo
_
c

B ·

ds =

Σ
(

∇×

B) · ⃗u
n
dΣ = µ
0
i = µ
0

Σ

j · ⃗u
n
dΣ, ∀Σ


∇×

B = µ
0

j.
91
• Teorema del flusso per il campo magnetico
Non dimostriamo qui il risultato del teorema in forma integrale. Passi-
amo subito alla dimostrazione del caso locale, assumendo vero l’enunciato
globale. La dimostrazione diventa quindi immediata, infatti utilizzando il
teorema della divergenza segue che

Σ

B · ⃗u
n
dΣ =

V

∇·

BdV = 0, ∀Σ, ∀V
=⇒

∇·

B = 0,
e con questa uguaglianza concludiamo la dimostrazione del teorema.
Osservazione [Teorema di Amp`ere]: nella dimostrazione del teorema di cir-
cuitazione di Amp`ere abbiamo osservato che l’integrale

Q
P (c)

B ·

ds =
µ
0
2 π
i ϑ,
dipende solo dall’angolo. Questo fatto ha una conseguenza molto importante.
Supponiamo di avere un filo indefinito percorso da corrente uscente dal foglio.
Se prendiamo una curva chiusa c che non sia concatenata con i, allora la cir-
cuitazione del campo lungo c sar`a nulla. Infatti dati P e Q due punti qualunque
sulla curva si ha
_
c

B ·

ds =

Q
P (c)

B ·

ds +

P
Q(c)

B ·

ds =

Q
P (c)

B ·

ds −

Q
P (−c)

B ·

ds = 0,
perch´e gli ultimi due integrali, anche se calcolati su curve diverse, sono estesi
dallo stesso punto di partenza allo stesso punto di arrivo. Questo ci dice che
la circuitazione del campo magnetico “non vede” le distribuzioni di corrente, a
meno che la curva lungo cui si calcola la circuitazione sia concatenata ad esse.
Alla luce di questa osservazione `e possibile generalizzare il teorema di Amp`ere.
Teorema [di circuitazione Amp`ere]: sia

B il campo magnetico generato nel
vuoto dalle correnti stazionarie i
1
, . . . , i
m
. Sia c una curva chiusa che concateni
n ≤ m correnti. Si ha allora
_
c

B ·

ds = µ
0
n

k=1
i
k
.
Osservazione [Teorema di Amp`ere]: osserviamo che l’equazione di Maxwell
in forma locale `e compatibile con la condizione di stazionariet`a della corrente
(

∇ ·

j = 0), infatti applicando l’operatore divergenza ad entrambi i membri
dell’equazione di Maxwell si ottiene un’identit`a:

∇· (

∇×

B) = µ
0

∇·

j = 0,
92
in quanto la divergenza del rotore di una qualunque funzione `e sempre iden-
ticamente nulla. Vala la pena di osservare ci`o perch´e questa sar`a proprio la
condizione che cadr`a quando si considereranno correnti che variano nel tempo.
Le equazioni di Maxwell in questa forma risulteranno quindi sbagliate ed an-
dranno pertanto opportunamente generalizzate.
Curiosit`a [Spettrometro magnetico]: lo spettrometro magnetico serve per
trovare particelle con lo stesso rapporto carica su massa. Funziona nel modo
seguente. Si consideri una sorgente di ioni (ad esempio un gas ionizzato). Si ap-
plichi una differenza di potenziale alla sorgente. In questo modo gli ioni vengono
accelerati, e, una volta entrati in un campo magnetico uniforme, compiranno una
semicirconferenza ed andranno a sbattere contro una lastra fotografica. Tutte le
particelle che sbattono nello stesso punto hanno lo stesso rapporto.
93