L’utopia della libertà

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L’utopia della libertà

Gibellina
15 Gennaio 1968 15 Gennaio 2008

Fondazione Orestiadi

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L’utopia della libertà Ludovico Corrao
Il terremoto ha sradicato uomini, animali, case: un destino di morte che ha sprigionato nuove forme di vita. Un esodo di popolo, dal fango delle tende e dalle brucianti-ghiaccianti lamiere delle baracche, un lungo cammino per conquistare la nuova terra e rifondare la città: un germe dalle antiche radici nelle fessure dei cretti strappati con dure lotte di secoli al dominio feudale. L’utopia della libertà e del possesso della terra, il sogno tessuto tra gli incubi di una realtà di sofferenza e le pressioni dell’ideologia urbanistica, il mito e la ricerca del “genius loci” hanno animato l’avventura, stimolato la creatività, illuminato la memoria. Ecco perché Gibellina nasce dal soffio creativo dell’arte, ecco perché artisti di ogni parte insieme agli artisti - lavoratori e contadini - di Gibellina si sono incontrati nella comune solidale fatica di rifondazione della città: l’arte e la cultura erano necessariamente trauma e risultato.

1970, manifestazione a Palermo per la ricostruzione

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Visita pastorale nel Belice e a Palermo di Giovanni Paolo II 21 novembre 1982.

[…] Lo so. Conosco la triste realtà di un tempo; dei “carusi” della vostra Terra, con le fragili spalle sotto la valanga dello zolfo. Ricordo, con profonda emozione, i bambini periti negli incidenti aerei di questa Città; i bambini morti nei paesi annientati dal terremoto del Belice. Ricordo anch’io la piccola “Cudduredda”, emersa dopo due giorni dalle pietre, quasi a simbolo della vostra Sicilia, del suo secolare, insopprimibile ed appassionato bisogno di sopravvivenza, di fortezza, di fede, che resiste a tutte le vicende di dolore e di morte. Bisogno di futuro […].

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“Il Cristo risorto” Recuperato tra le rovine della città distrutta

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Nja Mahdaoui

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Gibellina_1968_2008

Vito Antonio Bonanno*

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o visto stanotte in quella vallata un’infinità di fuochi: si bruciavano le stoppie tra la Rocca e Salinella. Una corona di fuoco e di luce: la forza della vita che richiamava i gibellinesi. Dobbiamo andare lì, e lì dobbiamo ricostruire la città”. Seguendo la forza evocativa di queste parole pronunciate dal neoeletto sindaco Ludovico Corrao a conclusione del suo appassionato intervento, il consiglio comunale di Gibellina all’unanimità respinse il programma di trasferimento della città presentato dall’Ises che individuava in Rampinzeri il luogo per la ricostruzione della città, ed indicò invece l’area tra lo svincolo di Calatafimi e Salinella, vicino alla nascente autostrada e alla ferrovia, come il luogo in cui trapiantare non solo la città ma il popolo di Gibellina, che appariva “come un albero a cui il terremoto aveva reciso anche le radici”. Era il 31 di agosto del 1969, giorno della festa della Madonna delle Grazie: “pieno di grazie sia il paese, gli uomini, le donne, i giovani di Gibellina”, pregò il Sindaco. Sono passati oramai quaranta anni dal 15 gennaio 1968, la città ha messo radici, l’utopia è divenuta realtà, il sogno collettivo di tutti i gibellinesi ha dato i suoi frutti. Il terremoto aveva annientato centinaia di vite umane, aveva cancellato i segni di una civiltà umile ma antica, aveva distrutto le case e spazzato via le storie, la Storia di Gibellina. Non era facile ricostruire e forse non era utile; bisognava piuttosto far rinascere la città; ridare

a tutti una casa era doveroso ma non risolutivo; bisognava ricostruire insieme la memoria dei gibellinesi. La rinascita è stata un’azione corale, un impegno di tutti, una scommessa contro tutti quelli che avevano preparato per Gibellina un destino di emigrazione e di miseria, una città senz’anima. E invece Gibellina è risorta sulle pietre della bellezza, grazie al dono creativo dell’arte e al coraggio di chi ha guidato la ricostruzione. Oggi è impossibile immaginare la Sicilia senza guardare a questa parte della Valle del Belice, alle sue opere d’arte conosciute in Europa e nel mondo, alle opere di architettura che cominciano a fregiarsi di certificazioni di qualità e formali riconoscimenti di rilevante interesse artistico ad opera delle istituzioni preposte alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali. Eppure, la rinascita della città è stata segnata da polemiche sull’opportunità di lasciare agli artisti immaginare Gibellina la nuova; la rinascita è stata segnata da lotte coraggiose del consiglio comunale che, negli anni e a più riprese, ha modificato lo sterile piano urbanistico disegnato da burocrati ministeriali per dare un senso ed una trama di valori all’assetto urbano. Si è detto e si è scritto polemicamente che a Gibellina l’arte ha avuto il diritto di fantasticare; si può condividere tale affermazione nella misura in cui si comprende che ciascun artista, architetto, urbanista ha dovuto misurarsi con una realtà in progress, con i desideri di chi doveva abitare la città che era vuota e abbisognava di punti di

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riferimento e di valori da condividere. Così, Mario Schifano nel 1984, dopo aver realizzato le dieci grandi tele che compongono il Ciclo della natura, confidava profetico ad Eva Di Stefano: “forse ho dato alla gente di Gibellina qualcosa che resterà loro nel tempo”. Come lo stesso Alberto Burri che, chiamato a dare il proprio contributo alla rinascita della città, immaginò i ruderi della vecchia città come il teatro della memoria, un luogo da plasmare tutto intero e con il Cretto poeticamente lo consegnò alla storia non solo di Gibellina, ma dell’umanità che sempre soccombe davanti alla Natura. E così il Meeting di Pietro Consagra, che architettonicamente anticipava di anni le forme di Gehry, non era altro che il tentativo di dare ai giovani di Gibellina un luogo dove incontrarsi, senza barriere di alcun tipo. Ed ancora, le Piazze di Franco Purini e Laura Thermes nel loro richiamo a forme metafisiche di dechirichiana memoria rispondevano all’esigenza di ricucire urbanisticamente il versante meridionale della città, legando insieme i quartieri di edilizia economica e popolare con quelli più signorili. Scrisse Elio Vittorini ne Le città del mondo: “una città non nasce come un cardo. O sono gli angioletti che vengono a posarla su una collina?”. Gibellina la nuova nasce dalla volontà dei gibellinesi di aggrapparsi alla vita, di rifuggire il destino di miseria e di morte, e di tessere con armonia la trama dell’amore per la terra dei padri. La tela non è ancora del tutto compiuta. Da un lato la complessità ardita del progetto, dall’altro i colpevoli ritardi dello Stato nell’erogazione del fondi necessari alla ricostruzione hanno rallentato l’esecuzione del programma. Ma abbiamo ripreso il cammino con rinnovato vigore e nello spirito di unità che ha accompagnato le scelte più importanti negli anni delle baraccopoli. La Chiesa di Ludovico Quaroni, fresca della dichiarazione di importante rilevanza artistica, presto sarà completata e, forse, la sua sfera sarà ricoperta di vetro colorato come il Maestro aveva già illustrato a Ludovico Corrao. Il Teatro di Consagra, opera simbolo di quella scultura frontale di cui è disseminata la cit-

tà, ha ottenuto i finanziamenti per l’integrale completamento. Anche il Sistema delle Piazze, dopo il riconoscimento di qualità ad opera del Dipartimento per l’architettura contemporanea, potrà finalmente essere completato con la realizzazione delle ultime due piazze, già progettate da Purini e Thermes. Presto vedrà la luce il progetto di riutilizzo delle acque reflue depurate, pensato già all’inizio degli anni novanta da Damiano Galbo per affrontare in chiave moderna e culturalmente innovativa il problema dell’irrigazione dello straordinario patrimonio di verde urbano di cui la nuova città si andava dotando, e che oggi conta oltre 2200 palme e migliaia di altre specie botaniche. Resta da completare il Cretto di Burri, che intanto sarà restaurato. È vero che una città non si finisce mai di costruire, è un viaggio continuo, come testimonia il nuovo progetto del Giardino delle religioni e del dialogo. Ma completare il Cretto è un atto dovuto, un dovere civico, l’atto finale della storia di questi otto lustri, quella che Dominique Fernandez ha definito “l’avventura esemplare di questo paese”. È un impegno di tutti, ma principalmente deve essere un impegno delle Istituzioni della nostra Repubblica e della nostra Regione; lo dobbiamo a coloro che persero la vita sotto le macerie, alle donne che lottarono sotto il fango e le tende pur di rimanere in questa terra, a tutti quelli che da ogni parte d’Italia e d’Europa vennero a dare il loro contributo di solidarietà per riscaldare i nostri padri orfani delle loro case e delle loro radici. Allora, sì che la rinascita di Gibellina sarà completata. Poi verranno altri giovani, ed il viaggio potrà continuare. *Sindaco di Gibellina

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2004 - Bobo nell’Urlo di Pippo Delbono Foto di Franco Lannino, Studio Camera Palermo.

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Philip Glass

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“Gli Uccelli”

1970 - Il gruppo degli “Uccelli” tra le baracche di Rampinzeri, con il loro modello della “Torre di Babele”

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Dalla “notte” del terremoto alle “stelle” della rinascita Salvatore Costanza

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el breve fulgore di una stella intravista attraverso il tetto bucato di una posada di Alcamo, Wolfgang Goethe aveva riposto l’auspicio di un gratificante itinerario nella Sicilia dei templi e dei teatri ellenici ruinati, che egli visitò nel 1787. Il cielo stellato sopra di lui era viatico alla scoperta di un’isola giudicata “chiave di tutto” per la sua centralità mediterranea. La Sicilia che Goethe attraversava era poi memore dei tremuoti sismici e dei furori etnei che avevano distrutto, un secolo prima, Catania e il Val di Noto, e ancora, nel 1783, Messina. Una terra inquieta, la Sicilia, come gli uomini che l’abitavano. Tanto che il canonico Antonino Mongitore ne attribuiva quasi sodalizio indissolubile di vita e di morte nella sua erudita Istoria cronologica de’ terremoti di Sicilia (1743). Il destino degli uomini sembrava cosí piú legato alla geologia isolana che ai flussi esogeni delle etníe. E, infatti, le calamità naturali, come quella del Belíce di quarant’anni fa, segnano fasi storiche alternantisi per schianto di comunità e rinnovato ardore di ripresa. Quando si pensò a una figura emblematica della vita rinnovantesi in uno dei paesi piú colpiti dal sisma del 15 gennaio 1968, Gibellina, fu scelta la stella, - la Porta del Belice di Pietro Consagra - paradigma artistico della modernità e, insieme, “rivelazione” del passato, i cui ruderi sono stati inglobati in un manto di cemento (il Cretto di Alberto Burri). Il paesaggio urbano e la vita agreste

della Valle del Belíce misurano, quarant’anni dopo il sisma, il diverso cammino della ricostruzione. L’utopia della “conurbazione” urbanistica progettata nei primi tempi dall’ISES (l’Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale) – l’unione in un solo abitato dei paesi distrutti – ha dovuto fare i conti con le diverse identità e storie. Alcuni di questi paesi erano sorti all’epoca delle fondazioni contadine del Cinque e Seicento, sotto l’egemonia baronale. Un tessuto di piccole case addossate le une alle altre, sul pendío di colline interne, e affacciate su strade strette e scoscese, qua e là interrotte da sporgenze e insenature che derivavano dalle frequenti fughe delle abitazioni contadine. Altri (Salemi, Partanna, Santa Margherita) modulavano la fantasia scenografica delle chiese barocche o, nell’impianto medievale, la vita dei quartieri popolari, dove è stata attiva la rete dei sodalizi operai. Una diversità di sviluppo storico e civile che rivelava le profonde e complesse radici della struttura sociale: paesi soffocati dalle rigide consuetudini del latifondo (Gibellina e Poggioreale); piccolo centro di coltivatori autonomi (Salaparuta); infine città in cui si era elaborata una coscienza intellettuale e politica di alto livello, come Salemi, Partanna e Santa Margherita, il paese quest’ultimo dei Tomasi di Lampedusa. Il terremoto del 15 gennaio 1968 aveva cancellato quattro Comuni (Gibellina, Salaparuta, Poggioreale, Montevago), distrutto quasi interamente gli abitati di Santa Ninfa e Santa Margherita, mentre altri paesi avevano subíto profonde lacerazioni. Il bilancio di quel disastroso evento segnò le cifre di trecento morti e 80 mila senza tetto. I “tempi lunghi del dopo-terremoto” avrebbero registrato in seguito la dispersione delle comunità, verso i paesi del Nord-Italia e della Germania (12 mila emigrati), la grama esistenza delle famiglie nelle baraccopoli, le lungaggini burocratiche per la ricostruzione. La legge n. 241 del 18 marzo 1968 prevedeva una cooperazione d’interventi finanziari fra gli enti statali (Cassa del Mezzogiorno) e i Ministeri per la ricostruzione dei paesi della Valle del

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Belíce distrutti, o gravemente danneggiati, dal sisma; ma al riassetto urbanistico e al recupero edilizio, che ciascuno dei Comuni ha operato secondo proprie scelte d’insediamento, non si è unita la spinta allo sviluppo economico della zona, che ancora oggi deve confidare sulla struttura agraria di base, seppure rinnovata negl’impianti vitivinicoli e della olivicoltura, per lo piú diffusi all’interno di una proprietà fondiaria piccola e media, generata da secolari lotte contadine per la divisione dei demani e lo scorporo dei latifondi. La discontinuità e frammentazione della legislazione relativa agl’interventi finanziari per l’edilizia pubblica e privata (quasi 12 mila miliardi di lire) non ha favorito, finora, né il completamento dei piani di ricostruzione, né tanto meno il decollo economico della valle. Se alcuni paesi hanno ricostruito il proprio abitato recuperando l’ambiente originario, con elementi della nuova architettura ben inseriti negli spazi creati dal riassetto urbanistico, altri (Gibellina, Salaparuta, Poggioreale) si sono trasferiti piú a valle o su declivi poco discosti dai vecchi siti, cercando un piú vicino collegamento con la grande viabilità che da Sud a Nord attraversa la Sicilia occidentale. È il caso di Gibellina Nuova, costruita in zona Salinella, a qualche km dall’autostrada Mazara-Palermo e dalla ferrovia. Alla rinascita economica, cui si affidano i ricostruiti paesi, si è collegata da qualche anno la speranza che la variabile turistico/culturale legata alla tradizione storica e all’archeologia della valle possa recuperare livelli occupazionali e flussi di visitatori. Gibellina ha scelto, fin dall’inizio, la via di un impianto urbanistico metaforizzato in chiave di modernità, sia negli spazi che nel suo sviluppo viario, dalla presenza di opere scultoree e architettoniche di artisti come Consagra, Franchina, Pomodoro, Purini e Thermes, Quaroni, mentre nel Museo delle Trame mediterranee (Baglio Di Stefano) sono state raccolte preziose testimonianze dell’arte elaboratasi tra Sicilia e Africa. Difficile, all’inizio, individuare il “per-

corso di crescita” di una comunità che era chiusa da secoli nel localismo della “civiltà contadina”; e difficile il recupero di una identità che riuscisse a coniugare antico e moderno. Fu, per Gibellina, l’iniziale ispirazione dell’allora sindaco Ludovico Corrao, attuale Presidente della Fondazione Orestiadi, a proiettare il genius loci nella più vasta articolazione dei contesti mediterranei. Del resto, l’appello degli intellettuali riuniti a Gibellina nel 1970 – tra gli altri Leonardo Sciascia, Renato Guttuso, Carlo Levi – aveva indicato questa via alla ricostruzione della città, ancoraggio alle proprie radici storiche e, insieme, occasione offerta alle popolazioni di pensare il proprio futuro in termini di “slancio” verso l’integrazione nella piú vasta realtà isolana e mediterranea. Per la ricorrenza, che cade a quarant’anni dal ’68, il bilancio che si può trarre ha ancora la duplice constatazione dei ritardi, soprattutto per la rete delle infrastrutture e dei servizi, e delle difficoltà relative al “rientro” demografico e allo sviluppo economico. A un tale bilancio, tuttavia, si allegano ora sul versante culturale le iniziative che rendono esemplare la drammatica esperienza del ‘68 in comparazione “policentrica” con le altre calamità naturali e gli stessi scempi bellici del secolo ora trascorso. Qualche anno fa, una mostra allo Steri di Palermo aveva riproposto un altro “viaggio” in Sicilia propiziato da una sorta di “rivelazione”. Dalla “notte” del terremoto del ’68, dalle macerie di un antico palazzo di Montevago, era stato casualmente rinvenuto il prezioso Archivio di carte topografiche dei territori e degli abitati dell’Isola che gli eredi del marchese Vincenzo Mortillaro, delegato borbonico per la compilazione del Catasto, avevano a lungo conservato. Un’altra “stella” rivelatrice della Sicilia, “passata per il meridiano” della storia, come la stella ricordata da Goethe per propiziarne il viaggio.

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Un appello di solidarietà 1970

Leonardo Sciascia, Renato Guttuso, Cesare Zavattini, Bruno Caruso, Ernesto Treccani, Corrado Cagli, Damiano Damiani, Sergio Zavoli, Carlo Levi, Ludovico Corrao, i sindaci della Valle del Belice

ella notte del 15 gennaio 1968 un terremoto sconvolse la Valle del Belice, al confine della provincia di Palermo, Trapani ed Agrigento, distruggendo totalmente sei paesi popolosi e poveri e danneggiandone altri. Le vittime furono circa 300, 98.000 persone rimasero senza casa, circa 100.000 persone con case cadenti. Ci vollero parecchi giorni prima che tutte fossero ricoverate sotto le tende; e parecchi mesi, prima che tutte fossero alloggiate in baracche. Gli uomini politici, che a gara si precipitarono sui luoghi del disastro, sot-

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traendo ore di più urgenti e utili servizi ai pochi elicotteri disponibili, promisero tutti l’immediata ricostruzione dei paesi distrutti e parve allora che, al di là della provata demagogia e inefficienza della classe al potere, almeno e soltanto sulla promessa di ricostruire gli abitati, si potesse contare. E diciamo soltanto perché altre ne furono fatte: di una ricostruzione economica della zona, di radicali interventi strutturali e infrastrutturali, nel contesto di una visione e di una volontà che tenesse presente la situazione siciliana nell’insieme, quale il terremoto l’aveva rivelata agli uomini politici e agli inviati speciali dei giornali del nord e stranieri. Ma passato il momento emotivo e demagogico, passate le elezioni politiche che si ebbero qualche mese dopo, ad altro non si pensò che alla costruzione delle baracche, e con molta improvvisazione e disordine: come ad un atto di definitiva solidarietà, come ad una soluzione finale del problema. Ed in un certo senso lo era. Per il costo finanziario dell’operazione, che ad una amministrazione più avveduta e sagace pare sarebbe bastato per ricostruire davvero i paesi, e per gli effetti che le baraccopoli avrebbero avuto su quelle popolazioni, non dissimili da quelli di una vera e propria “soluzione finale” in cui ad una condizione di inedia e promiscuità e agli eventi naturali, particolarmente inclementi in quella zona e in questi ultimi anni, veniva lasciato il compito, più lungo ma ugualmente sicuro, dell’annientamento psicologico, mo-

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rale e fisico che i lager nazisti più direttamente e sbrigativamente esplicavano. Di fronte a questo stato di cose che da due anni si protrae e si aggrava, sentiamo, come uomini e come siciliani, il dovere di rivolgere all’opinione pubblica mondiale e, per essa, agli uomini che la rappresentano, l’invito di una riunione a Gibellina nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1970, nel secondo anniversario del terremoto; perché vedano, perché si rendano conto, perché uniscano la loro proposta e denuncia a quella dei cittadini relegati nei lager della Valle del Belice, alla nostra. In un paese e con un classe di potere soltanto sensibile alla retorica, abbiamo bisogno di questa solidarietà, forse retorica, anche se vogliamo che alla riunione di Gibellina venga fuori un atto di accusa da cui lo Stato italiano, il Governo, siano chiamati a discolparsi di fronte al mondo civile ed a uscirne. Perché ci sono tanti modi di conculcare la libertà, di opprimere, di destituire l’uomo dal diritto e dalla dignità: e uno di questi modi è quello che lo Stato e il Governo della Repubblica Italiana attuano nella Valle del Belice.

1969 - La baraccopoli di Madonna delle Grazie

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Messaggio introduttivo della trasmissione di Radio Libera 25.03.1970 Danilo Dolci

SOS S parlano i poveri cristi della Sicilia ocOS Qui
cidentale, attraverso la radio della nuova resistenza.

SOS S O S uomini di tutto il monSiciliani, italiani,
do, ascoltate: si sta compiendo un delitto, di enorme gravità, assurdo: si lascia spegnere un’intera popolazione. La popolazione delle Valli del Belice, dello Jato e del Carboi, la popolazione della Sicilia occidentale non vuole morire. Siciliani, italiani, uomini di tutto il mondo, avvisate immediatamente i vostri amici, i vostri vicini: ascoltate la voce del povero cristo che non vuole morire, ascoltate la voce della gente che soffre assurdamente. Siciliani, italiani, uomini di tutto il mondo, non possiamo lasciar compiere questo delitto: le baracche non reggono, non si può vivere nelle baracche, non si vive di sole baracche. Lo Stato italiano ha sprecato miliardi in ricoveri affastellati fuori tempo, confusamente: ma a quest’ora tutta la zona poteva essere già ricostruita, con case vere, strade, scuole, ospedali. Le mani capaci ci sono, ci sono gli uomini con la volontà di lavorare, ci sono le menti aperte a trasformare i lager della zona terremotata in una nuova città, viva nella campagna con i servizi necessari, per garantire una nuova vita.

Gli uomini di tutto il mondo protestino con noi: l’Italia, il settimo paese industriale del mondo, non è capace di garantire un tetto solido e una possibilità di vita ad una parte del proprio popolo. Uomini di governo: lasciate spegnere bambini, donne, vecchi, una popolazione intera. Non sentite la vergogna a non garantire subito case, lavoro, scuole, nuove strutture sociali ed economiche a una popolazione che soffre assurdamente? Se si vuole, in pochi mesi una nuova città può esistere, civile, viva. Chi lavora negli uffici: di burocrazia si può morire. I poveri cristi vanno a lavorare ogni giorno alle quattro del mattino. Occorrono dighe, rimboschimenti, case, scuole, industrie, strade, occorrono subito. Questa è la radio della nuova resistenza: abbiamo il diritto di parlare e di farci sentire, abbiamo il dovere di farci sentire, dobbiamo essere ascoltati. La voce di chi è più sofferente, la voce di chi è in pericolo, di chi sta per naufragare, deve essere intesa e raccolta attivamente, subito, da tutti.

SOS S si staS O morendo. Qui SOS S si staS O morendo. Qui SOS S si staS O morendo. Qui

La nostra terra pur avendo grandi possibilità sta morendo abbandonata. La gente è costretta a fuggire, lasciando incolta la propria terra, è costretta ad essere sfruttata altrove.

Si sta morendo perché si marcisce di chiacchiere e di ingiustizia. Galleggiano i parassiti, gli imbroglioni, gli intriganti, i parolai: intanto la povera gente si sfa.

È la cultura di un popolo che sta morendo: una cultura che può dare un suo rilevante contributo al mondo. Non vogliamo che questa cultura muoia: non vogliamo la cultura dei parassiti, più o meno meccanizzati. Vogliamo che la cultura locale

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si sviluppi, si apra, si costruisca giorno per giorno sulla base della propria esperienza.

SOS S si staS O morendo. Qui

Ciascuno che ascolta questa voce, avverta i propri amici, avverta tutti. La popolazione della Sicilia occidentale non vuole morire.

SOS S O S all’ONU e a tutti gli orFacciamo appello

ganismi internazionali che hanno a cuore la vita dell’uomo e lo sviluppo pacifico del mondo: premano sul governo italiano affinché sia costretto ad agire subito e bene.

SOS S O S può svilupparsi in vera pace Il mondo non

finché una parte degli uomini è costretta alla disperazione.

SOS SOS S S parlano i poveri cristi della Sicilia oc- S O nelle fabbriche, nelle università, OS Amici, organizzate gruppi di ascolto e difQui fusione
cidentale attraverso la radio della nuova resistenza.

sivi che il progresso scientifico e tecnologico ci mette a disposizione. Non possiamo non valerci, non episodicamente ma strutturalmente, di quanto ci viene garantito – sta a noi conquistarlo di fatto – dalla Carta dei diritti dell’uomo alla Costituzione, alla parte più avanzata del Diritto internazionale e non. Nelle attuali condizioni storiche italiane, se ha un senso preciso l’impegno affinché la radio – televisione sia affidata allo Stato , occorre: ottenere precise garanzie affinché si possano esprimere attraverso questo strumento, monopolio dello Stato, le diverse posizioni culturali e politiche democratiche; e soprattutto, portare avanti la possibilità concreta, attraverso mezzi idonei, della comunicazione dell’attuale “basso”: le voci dei lavoratori, di chi più soffre ed è in pericolo. Una precisa conquista in questo senso non ha solo significato locale, può riuscire a produrre reazioni a catena.

SOS S O S italiana, articolo 21: Costituzione

“Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Cosa significa “tutti”? Vi deve essere esclusa la gente che lavora più faticosamente? Vi deve essere esclusa la gente che più soffre? Il diritto-dovere alla verità, da esigenza morale, diviene via via nella storia, riguardandola nelle sue linee essenziali pur tra contraddizioni, diritto-dovere anche in termini giuridici. Il diritto alla comunicazione, alla libertà di espressione, all’informazione, non vi è dubbio sia determinante allo sviluppo di una società democratica: deve essere garantito attraverso i moderni strumenti audiovi-

nelle scuole, nelle piazze dei Comuni, nei Circoli culturali, nelle case del popolo, nelle cooperative, dovunque sia utile. Chi vuole documentarsi esattamente, ci richieda documentazione. Discutete l’iniziativa. Documentate i giornali di ciascuna delle vostre iniziative.

SOS S Ovoce della Sicilia che non vuole S Qui la
morire.

SOS SOS SOS S Olettera è stata trasmessa minuti S Questa
fa al Capo dello Stato italiano, al Capo del Governo e al Ministero degli Interni. Partinico, 25/03/1970

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La chiesa 19.02.1980

Ludovico Quaroni

a chiesa è per un architetto un tema affascinante, egli interpreta una sequenza di funzioni dense di significato secondo la visione unitaria della Chiesa. Invero, la cosa più interessante è creare una Chiesa unica nel genere in quanto risponda alle condizioni economiche, territoriali e storiche della zona in cui sorge. È naturale che ci si riferisca ad elementi che si sono sviluppati nel corso degli anni e che il popolo si riconosca così nella costruzione. Va ancora detto che l’architettura moderna deve però bilanciare l’esigenza del rispetto del contesto storico culturale con la creazione di qualcosa che non è ancora conosciuto, di assolutamente nuovo. L’osservatore deve in ogni caso, tramite gli elementi offerti dall’architetto, potere richiamare alla mente l’idea di una Chiesa. È per questo che abbiamo ritenuto opportuno riferirci genericamente alla connotazione di una cupola e così, in considerazione dell’influsso arabo in Sicilia, si è pensato alla semplicità delle cupole di quel periodo senza le lanterne o i pinnacoli che si vedono oggi ancora in alcuni monumenti palermitani. La nostra cupola-abside nasce dall’incastro della sfera col parallelepipedo della sala. La pianta quadrata si sovrappone ad un quarto del cerchio così si crea nella sala un asse simmetrico diagonale. Mezza sfera si solleva, esce cioè fuori dall’aula e per tre quarti è all’esterno cosicché anche fuori c’è l’abside convessa quale rovesciamento della cavità interna, adatta per una Messa all’aperto quando

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le serate sono calde. La cavità interna, inaccessibile, copre l’ambiente destinato al culto, il più sacro. L’ostensorio si trova nel centro geometrico della sfera, circondato dalla calotta rivestita da un mosaico dorato ed indirettamente illuminata. La sala buia e rustica, contrariamente alla cupola luminosa, si trova all’entrata leggermente in salita con panche di cemento e legno. Entrando le due fessure verticali fanno entrare solo poca luce del giorno, qua sono sistemati il battistero e il confessionale. La simbolica perfezione della sfera – soprannaturale – rappresenta l’Universo, la continuità, l’infinito, la totalità, mentre il quadrato è segno della perfezione umana, non della razionalità trascendentale. La Chiesa è molto piccola, ma la forma rotonda e il colore blu intenso delle mattonelle che dovranno ricoprire la sfera dovrebbero dare sufficientemente l’idea che si tratta della casa del Signore.

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Joseph Beuys Natale a Gibellina 1981 Fulvio Abbate

na giornata non mite modifica la percezione del paesaggio, come un involucro la luce opaca stringe la città. Poi le sciabolate di vento, che si aggiungono come termine di curiosità, diventano un incentivo per l’attenzione dell’osservatore, del visitatore. Joseph Beuys osserva la città: segmento dell’isola al centro del Mediterraneo, luogo d’osservazione e probabile territorio magico da verificare attraverso l’equazione che stabilisce un rapporto di corrispondenza tra Vita e Arte. Guarda i segni che sono entrati a far parte dell’inventario urbanistico solo recentemente. Forse immagina tutti quegli altri segni, probabili candidati, secondo le leggi del neocapitalismo, alla ridefinizione della città. Nel mezzo di un capitale naturale si agitano le singole accezioni di memoria ed assieme quelle che fanno riferimento all’idea di tecnologia. E se un giorno fosse possibile riferire intorno ad una tecnologia della memoria? Se il capitale individuale, le microstorie di ciascuno costituite da un concetto di affettività riuscissero a coniugare ogni momento della crescita del nucleo sociale? «Non sono contrario alla tecnologia, - spiega Beuys - credo, anzi, che la tecnologia debba lavorare nell’interesse della gente. Il mio interesse per l’arte è riferito ad un concetto antropologico di questa. Il capitale di una persona, a parer mio, non sta nella moneta ma nel suo spirito di individuo, nella creatività del suo lavoro, nell’abilità, nella coscienza di sé e

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della storia che trasmette a tutto ciò che fa. Ciò non significa essere artisti, ma la creatività deve essere presente in ogni campo». Beuys siede sui massi e osserva Gibellina come testimonianza vivente di una tensione progettuale totalizzante che cerca di rendere possibile un momento di coincidenza tra i codici del vissuto quotidiano e quelli artistici. Il viaggiatore Beuys si muove tra le «prove» del terremoto e, per estensione, della catastrofe. Non si tratta adesso di ricostruirle «in vitro» sino a farne una sorta di feticistica apologia esorcizzante, piuttosto verificare il valore delle macerie e della loro «presenza». Beuys adesso non parla di un tesoro nascosto e neppure di un fantasma che si allontana per ritornare nel nulla che lo ha fatto venire fuori. Scruta il terreno, cerca di comprendere tattilmente la natura di questo. È interessato ad ogni cosa nella coscienza di chi ha scritto: «La rivoluzione siamo noi» con i nostri idoli che vengono e restano a passeggiare nella storia, albergano nella memoria della aspirazione di una salvezza esistenziale. Così, in Beuys, Cristo è «l’inventore della macchina a vapore». Uguale tensione rappresenta per Beuys scoprire che Gibellina sorge su un terreno un tempo paludoso. È un altro tassello che delinea l’interesse antropologico dell’artista tedesco; un’antropologia che è immediata e necessaria coscienza dell’esserci nelle coordinate spazio-temporali di una società. Gli oggetti, senza perdere il valore d’uso originario, diven-

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tano la materia dell’arte, la presenza di quel momento della coscienza che viene riferito alle pratiche artistiche. Nelle sale del Museo della civiltà contadina osservando gli arnesi da lavoro Beuys, davanti ad un trattore, parla di “sculture”. L’albero, più volte protagonista e centro d’attenzione del lavoro di Beuys, a Gibellina diventa una presenza necessaria, centro propulsivo e archetipo evocato in forma di assenza. Sarà infatti il protagonista dell’intervento che Beuys, successivamente, dovrà realizzare nella città. “Ritengo che Gibellina sia un esempio fantastico di città, specialmente in un periodo in cui la gente ha dimenticato come si costruisce. Personalmente ho un problema fondamentale e realistico per quanto riguarda l’economia agricola. Voglio riferire questo problema all’idea di albero. Trovo che la Sicilia abbia troppo pochi alberi soprattutto in quelle cime dove non si può praticare l’agricoltura. La Sicilia per le generazioni a venire potrebbe essere un paradiso per ciò che riguarda l’albero: tutto questo avrebbe un effetto positivo sulle condizioni idrobiologiche dei territorio e la terra non sarebbe arida come adesso”. Osservando le opere realizzate dagli artisti, che occupano i bordi delle strade e le piazze della città Beuys sembra cercare dell’altro, forse lo spirito che ha permesso tutto ciò, quella parte della coscienza che non è mai scomparsa negli individui decisi a dare una traccia di se stessi che non fosse aleatoriamente monumentale, ma capace di seguire il respiro della crescita. Tra le macerie della città distrutta dal terremoto la figura di Beuys, quasi per un effetto illusionistico, si allunga e resta come sospesa osservando il vecchio cimitero e poi le colline e quei pochi alberi rimasti assieme alle case coloniche. “Comunismo, capitalismo, land art, body art, happening, modernismo altro non sono che sovrastrutture, - continua Beuys - rappresentano un concetto di moralismo. Il problema è quello di uscire dal campo delle definizioni, riuscire ad allargare il campo della ricerca arti-stica ad un uso quasi quotidiano che sia già

antropologico. È questa l’unica definizione possibile di fronte a qualsiasi ismo, a tutte le esperienze dell’arte moderna”. Scompare così la tentazione di chiamarlo “artista” durante le ore di questo suo soggiorno siciliano. E forse, nonostante la cifra apertamente dissacratoria non del tutto idonea a proposito della personalità beuysiana, può andare bene quanto scrisse Erik Satie: “Non abbiamo più bisogno di chiamarci artisti, lasciamo questa splendida parola ai parrucchieri e ai pedicure”. La curiosità antropologica non abbandona Beuys e durante la sosta in trattoria prende appunti sulla composizione delle pietanze e dei dolci. Sorseggia un liquore al mandarinetto e poi un bicchiere di marsala. Poi chiede se Al Capone era siciliano. Prima di andare via spiega la necessità di vedere se stesso “soltanto in una comunità che vuole fare qualcosa per l’avvenire e questa affinità elettiva va oltre le nazionalità. È proprio vero che i siciliani nella propria civiltà hanno un tono particolare, molto importante per il concetto delle culture europee”. Così si allontana questo “signore col capello sempre in testa”, come per molti a Gibellina è rimasto, che dovrà tornare, e con lui la coscienza di una città che cresce guardando l’albero.

1981 - Joseph Beuys, tra i ruderi di Gibellina. Foto di Mimmo Jodice

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da “Gibella del Martirio” Emilio Isgrò 1982

Quinta risposta Chiamami Francesca, chiamami Beatrice Del Martirio. Sono Gibella la più pura stella, sono Gibella rimasta zitella. E nell’inferno turbinante e vario del dopo terremoto, tra lusinghe e spinte di questi anni sanguinosi e lenti, scorgo dietro una porta un grugno che si lagna al suon dello sciacquone e canta. «Soffrivo di una sordità leggera poco prima dell’attacco alla Polonia, come un intontimento, un’emicrania, ma non lo confidai agli uomini e mi portai nella tomba il mio segreto. Una vanità minuscola, se vuoi, appena un neo in tanta perfezione, ma chi non ha qualche difetto? Sono Hitler il padre è qui t’aspetto». Aspettami, bambino, aspettami tra Archimede e tutte le sue leve di comando ancora intatte. Non so se t’hanno sistemato in paradiso o altrove ma conosco le ragioni del tuo cuore, non ignoro il travaglio di una vita, rispetto la tua delicatezza d’animo, il tuo nobile sentire e ciò che solo noi sappiamo in mezzo a queste fiamme. Ma tu non ti scordare che io ti cercai gran tempo per terre e mari, continenti e selve e ora che l’appuntamento è giunto tremo e mi smarrisco come una bimba che non ha dai vivi il sostegno necessario e il giusto senso.

Con questa leva ti sollevo il mondo, non posso sollevarti dalla morte. Io Gibella Del Martirio mi assumo tutto il peso e passo. Libro Sesto: Questa è la mia giberna, il mio cuore Incatenato alle catene lente. Lente che sul mio occhio sei scaduta di grado in grado fino a farmi cieca. Occhio di Polifemo che mi insegui da tutte le Sicilie: senza amore io spero, senza greggi e pecorai, e quando è notte, notte nel mio petto, buio nel mio letto, rido alla pudica ortensia, alla tenda che la sciroccata gonfia sula piazza, a quest’ultima cena, a questa scena candida nel bosco. Scelleratamente il giorno passa della pratica inevasa e dello strazio. Questa è la mia lepre caduta in un laccio. E se tutti i salumieri della terra potessero affettare due o tre fette delle nostre carni nessuno resterebbe con la fame al mondo e dei nostri salumi e senza lumi. Tu sei alla finestra, lume della casa, luce del ricordo, spirale della pace che non resisti al freddo. E intanto tace La bocca semichiusa, l’occhio Con le febbri ma lucido di vita. No, non può essere. Nell’eterno andare delle stelle morte

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c’è una stella turbata, una stellina, anzi tre o quattro, non le conto più. Più non li sento, quattrocento siciliani asmatici affannati, storti che non dico storti. ma stortissimi e capillari. Sesta risposta: Sei assassino, mentitore, furbo e delatore. Ma non sei peggio di lei: te l’assicuro. Ti sia di conforto, angelo mio. Ti sia di conforto rendere almeno qualche sputo, na ntìcchia d idisprezzu, la mano santissima di Dio sulla guancia altrui. Solo nell’ingiustizia cerca la tua giustizia. Trova il tuo bene dove sono pianti, patimenti e pene. Scassa, scanna e scappa. Scatena, scampa e scaraventa. Per mandare a morte non ci vuole molto. Io ti dirò, mio caro, quello che già sai. Nessuno mi potrà restituire ciò che mi fu tolto. Per questo sono acida e maligna e fiera della mie sventure e faccio della disperazione un vento, della fame una gloria, della sconfitta un onore e una scintilla. Libro settimo: Non sono venuta a leggere questi fogli. Sono venuta ad ascoltare il guscio della noce, il vuoto che segue a una catastrofe innaturale,

all’inchiostro versato, ai figli abbandonati e spogli, pellegrini e rari. Bèlice o Belice non importa: metti pure L’accento dove puoi. La lirica intenzione è degenerata in furia. La squisitezza delle forme è morte come disse quell’incerto agrigentino o trapanese e oggi ripetono le torme degli uccelli nelle nostre valli, le mosche e le galline nei pollai, ragni e vermi, arùspici e liberti, sentimenti e venti. Dicono che canto e mi macello cauta sotto le statue e sopra questi tomi. Affermano che non sempre afferro il respiro delle cose, il lamento degli oggetti destinati a sopravvivermi, il grido delle Americhe. Ma dove sta Vienna? Dov’è Bruxelles? Dove corrono i tedeschi? Dove vanno i francesi e gli spagnoli e gli albanesi e i greci? Perché vogliono distruggere col silenzio delle voci e delle menti ciò che la guerra non poté distruggere? Io non decido nulla e non parlo. Dio Nostro Signore crea questo sonaglio oggi quattordici gennaio millenovecentottantadue.

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Gibellina del ricordo e del teatro vissuto 1983 Ubaldo Mirabelli

a nuova Gibellina si distende in una conca dominata dalla stella di Consagra e si articola intorno al tracciato delle vie snodate e variate tra case basse e giardini che contendono il verde al cemento. Ludovico Corrao ne è il designer idealmente proiettato nell’utopia dell’agire a tutti i costi, con tutti i rischi della incomprensione ma con la gioia del fare. Nell’utopia, che dà significato e slancio alla vita, c’è l’arte con la sua proposta di forme e di colori e c’è il teatro dove la gente accorre per aggiungere un sorriso ai giorni, sempre una coscienza nuova da acquisire, certamente, un’emozione da vivere. Che un sindaco pensi al teatro è certamente un dippiù, qualcosa di gratuito e di sovraggiunto ma individua una necessità. Non viviamo di solo pane è qualcosa di certo che il buon senso accoglie tra le verità. Il pane fermenta; senza lievito non si costituisce in nutrimento. Il lievito è anche il teatro - Gibellina cresce e si diversifica per il lievito che le dà sostanza e forma -. Appunto, il teatro. Architetti, pittori, scultori hanno vissuto a Gibellina un’esperienza esaltante e le forme create e disposte nella città rinnovata ne testimoniano l’impegno. Rivedo ancora i segni, le captazioni magiche di Carla Accardi, le brucianti vivezze di Melotti e, ancora, trasferendo la visione nella vecchia Gibellina il Cretto di Burri, le vene che spaccano il cemento a ricoprire il passato per restituirlo al presente in una nuova dimensione fantastica e concreta insieme. Il teatro cominciò - o rinacque - nella nuova Gibellina con la parola libera e senza freni, scavata e zampillante di

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Emilio Isgrò. Anni ormai trascorsi ma non dimenticati allorché Isgrò propose la veemenza di “Gibella del martirio” e la gente di Gibellina fu coinvolta nelle processioni annuali dedicate a S. Rocco: memoria di lutti, di malattie; echi di speranze rinnovate. Sempre il dolore e la gioia, la costrizione e la liberazione, la pena e la consolazione. Il Teatro Massimo, operando e vivendo nel cuore antico della Sicilia, ne fu coinvolto e partecipe. Per tre anni dal 1984 al 1986 il Teatro Massimo ripropose sulle rovine di Gibellina, informi e accatastate, l’intero ciclo della “Orestea” rivissuta e rifusa in siciliano ed in lingua italiana da Emilio Isgrò, musicalmente evocata da Francesco Pennisi e trasfusa in incombenti visioni dalle macchine sceniche di Arnaldo Pomodoro. Un’esperienza unica - “l’Orestiade” - di teatro totale, perché vissuta da folle, ricolma di suoni, visioni e parole e tradotta in azione dalla gente di Gibellina trasferita dalle case a quella ribalta che non è e non vuole essere palcoscenico ma spazialità vissuta ed agita. Teatro totale perché antico e nuovo. Sonorità amplificate, macchinismi scenici emergenti e svanenti per meccanico artificio, voci di attori, straziate melodie di canto e gente, folle di uomini e donne: la gente di oggi immedesimata alla gente del passato in un presente che appariva ed era ripetizione uguale e variazioni incessanti. Permanenza del mito antico e riemergere del mutamento tramano la cultura dell’Occidente dove il passato è storia, cioè ricerca vissuta per vivere oltre. Il teatro totale si è posto così a Gibellina come una proposta tutta particolare e diversa che non senza

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una profonda ragione ha avuto il supporto di un teatro d’opera dove lo spettacolo è per sua natura totale nel senso della proiezione del dramma nell’assoluto del fantastico o dell’altrimenti inesprimibile. Lo spettacolo totale a Gibellina ha ribaltato e ribalta il rapporto scena del dramma, cavea o platea per gli spettatori. Gli spettatori sono nell’azione e la scena non è luogo deputato ma spazialità da vivere, anzitutto partecipandovi. Così il teatro totale è divenuto parte di Gibellina, segmento della vita e dell’anno. Sulle rovine Guido de Monticelli con la gente di Gibellina ha proposto ancora il “Ratto di Proserpina” di Rosso di San Secondo. Un testo dimenticato, quest’ultimo, rivissuto con libertà e fantasie nuove da Toti Scialoja che ripercorre, riattraversando la vita, il mito della morte che è rinascita, della vita che è morte. Nello stesso anno la “Didone” di Marlowe fu rivisitata “dall’africano” Cherif, africano perché nato in quella terra della Romania che è latinità antica e vita, la latinità di Apuleio e di Agostino per rievocare qualche immagine soltanto. Così la leggenda dell’amore che si consuma e si annienta della regina di Cartagine si traspare nella visione nuova di Gibellina, mediata attraverso la vanificazione fosca e rutilante dei britannico Marlowe, per venire vissuta in corale immedesimazione e partecipazione. Ancora “un’Oresteia” a Gibellina nel 1987 una partitura intensa e veemente di Jannis Xenakis per la regia di I. Kokkos - ha riproposto sulle rovine del terremoto e sul Cretto di Burri il mito antico coinvolgendo nelle

sonorità laceranti e nelle ricolme vocalità corali i bambini di Gibellina e le voci del palermitano Istituto di Musica Sacra “Vincenzo Amato”. Lo spettacolo totale coinvolge così centinaia di voci giovani e adulte nel “far musica” e non nell’ascoltarla. Ed il far musica in un teatro che è spazio agito e non ribalta, appare così frantumare ogni intermediazione riproponendo l’evento scenico come ritualità nuova che dà un senso e una direzione allo stare insieme ed alla partecipazione. Così sempre a Gibellina, nel 1987, è ritornata “La morte di Empedocle” di Hölderlin. Sulle rovine della città distrutta la vita rinasce con il teatro e nel teatro, il teatro immedesimandosi al luogo, allo spazio. Nella leggenda del filosofo di Agrigento l’uomo che, per conoscere si è distaccato e opposto alla natura, ritorna all’essere per ritrovare oltre l’individualità sofferta una identità assoluta non perseguibile sui sentieri sempre interrotti della vita. Gibellina è con il “suo” teatro realtà nuova e rinnovantesi: un riferimento per la società civile, una prospettiva ampliata e rinnovata per il teatro che è evento dischiuso alla partecipazione intensificata e consapevole, un impulso non cristallizzato nella ripetizione ma aperto al divenire.

1988 - “Le Troiane”, regia di Thierry Salmon

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Il drappo rosso con le spighe d’oro novembre 1983 Vincenzo Consolo

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iaggiatore solitario in un viaggio d’amore e conoscenza, per sentieri di poesia e di storia, andavo vagando nell’estate del 1967 nella Valle del Belice. Entrai nel palazzo dei Cutò di Santa Margherita, dove fantasmi di re e di regine in fuga, al bando per inveterato, cieco malgoverno, di principi e baroni, altezzosi e sicuri come re assoluti di popoli pazienti e generosi, ti venivano incontro per rampe di scale e saloni, nel parco e nel teatro, nella cappella di stucchi e bianche e oro. Mi guidavano le narrazioni di Lampedusa e i racconti orali, di memoria, di Lucio Piccolo di Calanovella. Ma in quel palazzo conobbi un personaggio vivo e straordinario, umanissimo e saggio, il custode-contadino. E conobbi la figlia, che andava vagando per la corte sulla sua carrozzella di paralitica, sotto lo sguardo tepido e amoroso del padre. Entrai nel castello di Partanna, nella cui biblioteca il sapiente bibliotecario mi parlò dei Graffeo, dei Luna, del Laurana. Sugli spalti merlati della torre, si perdeva lo sguardo nel mare giallo sfolgorante delle stoppie e, oltre, nell’azzurro mare dell’Africa. Così per Santa Ninfa, Salaparuta, Montevago, Gibellina, per umili case di tufo e malta, per fastose, barocche chiese d’arenaria. Conobbi contadini, donne, fanciulli. Ti sorridevano affabili, t’accoglievano con civiltà e calore. Strati di civiltà, accumulo d’umanità affinata da antiche sofferenze e da dolori, da gioie semplici e splendenti. Il primo gennaio 1968 ero a Milano, emigrato per lavoro. Avevo lasciato la Sicilia

dove, per la grande emigrazione degli anni Sessanta, sembrava potesse esserci più storia, più futuro. E a Milano mi raggiunse la notizia del terremoto nella Valle del mio viaggio. Alla stazione di Milano vidi arrivare i profughi, vecchi donne uomini bambini, muti pallidi emaciati, il dolore infinito e il terrore ancora dentro gli occhi. La notte del 15 gennaio 1969, fui a Gibellina, sul manto di macerie di quello che era stato Gibellina, per il primo anniversario del terremoto. C’erano tutti i superstiti della Valle e c’erano poeti e scrittori, pittori sociologi scienziati sacerdoti giornalisti, tutti lì per una commemorazione e un appello, allo Stato e al mondo, che da lì, dal Belice, in nome della civiltà, in nome dell’umanità, non bisogna distogliere lo sguardo, che alla popolazione del Belice si doveva rispetto, solidarietà e aiuto. E quella notte si compose un corteo, un lungo corteo luminoso come un fiume di fuoco per la fiaccola che ognuno portava in mano. E tra le macerie, rese più sinistre e spettrali dal barbaglio delle fiaccole e dai fasci di luce dei proiettori che sciabolavano nel cielo carico di stelle, nel punto più alto del colle, sotto una grande croce di legno, vidi ancora le facce della gente del Belice, nobili e dignitose, pazienti e dolorose, attorno a Carlo Levi, attorno a Ignazio Buttitta. Girai poi l’indomani per gli altri paesi del disastro, in un pellegrinaggio di strazio e di pietà. E a Santa Margherita, nel distrutto palazzo dei Cutò, vidi, al centro della corte,

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tra ortiche e calcinacci, la carrozzella vuota,arrugginita, di quella ragazza che avevo conosciuto due anni prima. Mi dissero che nel terremoto erano morti tutti e due, il custode e la figlia, sepolti mentre il padre tentava di portare in salvo la sua creatura paralitica. Il terremoto, cieca forza d’una maligna natura, è un doppio disastro, fisico e umano. Spazza via in pochi secondi secoli di storia, cultura, civiltà. Là dove vi erano i focolari, rifugi per soste di riposo, coaguli di tenerezze, trame di tenerezze, trame d’amore, dolore, eventi di vita e di morte, accumuli di memoria, di colpo si fa il deserto, terreno nudo e vago. E puntualmente spuntano, su questi luoghi della mala sorte azzerati, dalle selve della violenza e del disumano, dall’antistoria dell’opportunismo e del cinismo, spuntano i lupi e gli sciacalli. Ma è anche il momento, dopo il terremoto, di non perdersi nel mare della disperazione e dell’annientamento. È il momento di ricominciare a costruire la storia. Ricostruire sulle pietre della consapevolezza e della ragione, a anche perché no?, sulle pietre della bellezza. Niente è più entusiasmante della costruzione di una nuova città. Vittorini ce ne ha narrato un episodio in Le donne di Messina. Ed è quello che hanno fatto, nella realtà, le donne, gli uomini di Gibellina. Ho visto di recente a Gibellina esposto, nel nuovo municipio, una preziosa reliquia di quella che si chiama civiltà contadina: un lunghissimo drappo di seta color porpora, ricamato a grappoli d’uva

e spighe d’oro, un drappo che si portava in processione durante le feste religiose. Quella seta rossa e quei grappoli e spighe d’oro diventano ora simbolo di rinascita dal sangue e dalla sofferenza. Simbolo di cultura, d’armonia e di pace. Quella cultura, quell’armonia, quella pace così egregiamente interpretata dalle foto di Arno Hammacher. Simbolo, ma forse anche indicazione: nel terremoto, nel malessere della nostra civiltà detta industriale, in cui siamo minacciati da disastri, da massacri, non più della natura, ma della storia, in quella dimensione l’uomo forse può ancora trovarsi, riconoscersi, ancora uomo umano, uomo civile.

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In frontiera, a Gibellina. Dieci tele di Schifano per la città futura Giornale di Sicilia, giugno 1984 Eva Di Stefano

“Questo paese è un posto aperto, diverso da tutti gli altri, un territorio neutrale per ogni progetto che vi venga pensato”

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ario Schifano a Gibellina: non una mostra stavolta, ma la presenza fisica dell’artista venuto a dipingere dieci quadri di grande formato per il Museo d’arte contemporanea, che saranno esposti a fine estate, forse, come vorrebbe Schifano, en plein air, “paesaggi nel paesaggio”. Un soggiorno di lavoro intensissimo ed uno scambio, una doppia esperienza: per Schifano, che torna a Roma portando con sé anche un’immagine della Sicilia, e per i ragazzi della scuola di Gibellina, che hanno avuto l’opportunità di un incon-

tro, di osservare una volta tanto non solo il risultato della pittura ma anche il suo processo. A Gibellina Schifano ha dipinto quadri sfolgoranti, oltre le “Ninfee”, che sono un classico del suo repertorio, gli “Aranceti”, un incandescente “Sole e scirocco” con la sabbia di Selinunte direttamente applicata sulla tela, e poi soprattutto “Il mare”, dove le onde si raggomitolano come arabeschi la cui vitale e turbinosa fluidità è interrotta dalle strisce in diagonale di tela lasciata bianca, che dividono l’immagine in scomparti come componendola in tanti dettagli, e allo stesso tempo costituiscono una griglia che struttura, bloccandolo, il ritmo compositivo. I dipinti del mare, Schifano li ha presentati proprio a Gibellina, dove il mare non c’è e non si vede, eppure se ne avverte, in qualche modo, la presenza oltre il profilo della campagna all’orizzonte: in Sicilia, è questo che ha colpito Schifano, anche nell’interno, lontano dalla costa, esiste una dimensione particolare ed indefinibile che non permette mai di dimenticare che, in fin dei conti, ci si trova su un’isola. Schifano non dimostra i suoi cinquant’anni anagrafici. Per quanto si sia potuto appannare il suo fascino di “bel tenebroso”, dal volto allora inquieto e scavato d’ombra, c’è qualcosa in lui di molto fragile, ed allo stesso tempo un candido e disarmante cinismo ed una sorta di felicità infantile, che gli avvolgono attorno un bozzolo impenetrabile di giovinezza. Il lavoro lo coinvolge totalmente. Dipinge velocemente ruotando attorno alle tele,

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poste orizzontalmente su un grande tavolo, con un gesto apparentemente libero e sciolto, ma in realtà sicuro e controllato. Spreme il colore direttamente sulla tela dai tubetti, in vortici e ghirigori che si accavallano in un disordine vitale e costellano la superficie di ripetute esplosioni centrifughe. Nell’intervallo breve che si concede per pranzare si rivela poi molto disponibile. Quando parla del suo lavoro è elegantemente noncurante, anche ironico, non soffre di presunzioni ed arroganze da successo, ma anzi un successo di relatività e discrezione lo preserva da affermazioni perentorie. Tra lui ed il televisore acceso della trattoria c’è un rapporto quasi magnetico, sembra seguirlo pur non guardandolo, più volte chiederà al cameriere di cambiare programma. Secondo la sua stessa ammissione, è “videodipendente”, la televisione è un paesaggio perennemente mutante da cui si lascia cullare. Dai monocromi degli anni ’60 ai vortici “impressionisti” degli “orti botanici” e delle “Ninfee” degli ultimi anni, per arrivare a questi dipinti di Gibellina. Che funzione ha nell’ambito del suo lavoro, questa serie di quadri? “Credo che si tratti proprio di un inventario di tutto il mio lavoro di questi ultimi anni. Come se questa serie mi avesse offerto la possibilità di ripercorrere globalmente la mia pittura, e con ciò di chiudere una fase. Adesso, tornando a Roma, ne aprirò un’altra, voglio lavorare

in un’altra direzione. Poi questa è stata un’esperienza interessante, non melanconica: voglio dire che l’ho fatta credendoci. Penso anche che il lavoro fatto a Gibellina è abbastanza importante. Forse ho dato alla gente di qui qualcosa che resterà loro nel tempo. Mi sembra che le sculture che riempiono queste piazze si consumino più facilmente, per il fatto stesso che fanno parte degli itinerari quotidiani finiscono col non essere viste più e non dare più emozioni. Invece penso che tra vent’anni i miei quadri possano ancora essere visti, ed i colori dare delle emozioni”. Quale immagine di questi luoghi si porterà via? “Nell’accettare l’invito di Gibellina, c’era anche in me una volontà di contatto con la Sicilia. I miei nonni erano siciliani, io ho vissuto l’infanzia a Tripoli, poi sono stato sempre a Roma e mi sento romano. La Sicilia non è collegata ad episodi precisi, a delle esperienze vissute, solo il rientro dalla Libia quando atterrammo a Trapani, ma fa parte di una memoria ereditata. Così ero curioso ed in un certo senso questo viaggio, tutti questi chilometri rappresentavano un ritorno. Ma la Sicilia che mi interessava non era quella di Selinunte, non era neanche quella dei monumenti e della tradizione storica illustre, e neanche quella delle città. A Palermo sono stato una volta a Villa Igea, è una grande città, interessantissima, ricca di cose, ma smaliziata, un po’ ag-

1984 - “Acquatico” Mario Schifano, frammento.

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gressiva. Mi interessa invece proprio un posto come questo, dove quello che conta è la gente che ci vive, non le cose che ci sono. Gibellina è strana, ha un’atmosfera singolare, sembra una città di frontiera. Non c’è ancora una chiesa, non c’è ancora una caserma dei carabinieri. Questo mi ha colpito. L’assenza di riferimenti e di certezza, la mancanza di forma creano tante potenzialità e rendono per ora Gibellina un posto aperto, diverso da tutti gli altri, un territorio neutrale per ogni progetto che vi venga pensato. Poi sono convinto che qui la vitalità della gente negli anni andrà emergendo sempre di più e il paese verrà reinventato, modificato. Le sculture, gli edifici, l’arte sono importanti, ma certamente non sono la cosa principale. Il futuro di Gibellina non sta in queste cose, ma nella sua gente, non le pare? ”. Lei ha incontrato i ragazzi di Gibellina, ha mostrato loro come dipinge, ha risposto alle loro domande.

Che impressione gli hanno fatto? “Mi hanno fatto domande semplici e dirette, piene di una curiosità sincera e senza pregiudizi. Guardavano i miei quadri senza filtri e senza timidezza. Mi è piaciuta la loro “purezza”. È proprio questo che rende così importante ed allo stesso tempo così difficile parlare con i ragazzi: da loro non ci si può difendere con schermi verbali come si può fare con gli adulti. Poi gli adulti fanno sempre domande meno sincere, un po’ provocatorie, maliziose. Ma anche con dei ragazzi di città sarebbe stato diverso, hanno sempre dei pregiudizi e ciò li rende meno recettivi. Nonostante il fatto che tutti dappertutto, sia nei grossi centri che nei piccoli centri, vedano gli stessi programmi e leggano gli stessi giornaletti, non c’è una totale omologazione. La dimensione specifica, legata al luogo ed all’ambiente, non solo non esiste ma rimane tutto sommato, preponderante”.

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1984 - “Acquatico” Mario Schifano.

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1985 - Il “prisenti” di Alighiero e Boetti in processione per la festa di San Rocco

Il “presente” a San Rocco 1985 Fulvio Abbate

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a ritagliato nel raso le icone e le lettere da comporre poi sul “presente” per San Rocco, disponendole nel campo dell’arazzo troncato di rosso e di verde. Al centro, posta in verticale, la Sicilia quasi ruba all’Africa le sembianze. I delfini le tengono compagnia assieme ad una carovana di cammelli e una gazzella che spicca il salto come marchio di chissà quale air line. Chi ha detto che l’araldica è ormai scienza desueta? A guardar bene l’arazzo di Alighiero sembra proprio di no. Certo non serve a segnalare la testa di alcuna battaglia ma è utilissimo nel mobilitare lo stupore ludico della festa. Anche perché possiede tutto ciò che ogni persona, almeno una volta, ha sognato di travasare dalla propria fantasia sul rigore geometrico delle bandiere. Nel senso più immediato l’opera che Alighiero ha realizzato a Gibellina è tutta qui. Assieme al piccolo bestiario che - contrappunto figurale - passeggia o naviga di recente nei suoi rompicapi d’artista, nelle sue mappe e in ogni altro quesito da lui posto ai codici del linguaggio. L’arazzo, il “presente” - anche grazie all’aiuto delle ricamatrici gibellinesi - il 15 agosto del 1985 ha attraversato quasi ogni via della città, come stendardo che segna il compimento dell’evento eccezionale, così come in antropologia è definita la festa. Ma io, tra le possibili risonanze esistenziali, penso anche alle bandiere in cima a un edificio ancora fresco di calce. Luogo annuale della devozione religiosa il rito del “presente” in Sicilia è giunto

attraverso la cultura dell’Islam, dove un drappo di tela verde copre le tombe dei suoi custodi. Ne ha avuto sentore Alighiero, decidendo così di capovolgere la forma dell’isola? È probabile. Una volta ha scritto: “In quel mese, le immagini erano milioni. Oggi, forse qualche centinaio. Poi, rimarrà solo questa copia sbiadita di un tempo coloratissimo”. Forse, fidando in questa profezia intellettuale, ha deciso che nel “presente” di San Rocco andasse coltivato il sentimento di un tempo milionario di colori e destini. Dico questo, ma sono certo che Alighiero, anche nel “tutto esaurito” del dopostoria, riuscirebbe a trovare pur sempre qualcosa: un gioco, un avanzo di alfabeto, la coda di un racconto, per continuare la sua riflessione d’artista che ama l’intrigo dell’apparente difficoltà. Di Rocco, il santo degli affamati, di sicuro conosce il mistero, le opere ed il succedersi dei giorni. Così ha composto un segnale, un segnatempo di questa coscienza, come il foglio di un calendario che possiede in sé anche il più piccolo ritaglio dell’umano. Come in un mandala ha voluto aggiungere un colore in più a questa storia e la dedica del 15 agosto 1985. Se le immagini oggi son già di meno, poco male. Gli artisti esistono proprio per abituarci a questa realtà.

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Gibellina, Gibellina 1986

Pietro Consagra

Gibellina si aguzza l’occhio nell’arte contemporanea e chi vi abita allunga l’attenzione altrove per capire meglio cosa gli sta succedendo attorno, davanti casa. Non solo i gibellinesi sono in qualche modo perplessi, lo sono sopratutto quelli che pensano che una città in Sicilia non può permettersi tanto lusso da adornarsi con grandi opere di artisti italiani tra i più noti. Vittorini osservava che chi mangia non vuole che chi non mangia balli. Da allora i tempi sono cambiati ma qualcosa è rimasta a girare tra i cervelli. L’artista non dovrebbe provocare desideri impropri, non deve eccitare voglie da ricco in chi ricco non è, in chi ricco non sarà mai. La partecipazione alla cultura confonde quali siano i limiti dentro cui stare. Chi vuole può andare fuori a godersi quello che le grandi città hanno. Bene: Palermo, Napoli, Roma, Milano ecc. sono la vergogna dell’arte contemporanea. Sono paralizzanti. Non esistono musei della modernità, non esistono programmi per l’uso pubblico dell’arte, non esiste promozione degli artisti italiani sul piano internazionale. Gli artisti vi abitano come in luoghi sacri dove si possono provocare miracoli con la sola continuata presenza. Nei tempi passati i capolavori dell’arte servivano al prestigio dei principi e poi al prestigio dell’alta borghesia al potere. L’arte nelle città serviva ad esaltare l’eroismo, a mitizzare il potere, a creare simboli rassicuranti. Più monumenti sor-

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gevano nelle città più ci si sentiva protetti dalla efficienza dello Stato. Certamente a Gibellina un monumento con un Emanuele a cavallo non sarebbe stato innalzato, e neanche un Garibaldi. Tutto nelle capitali, i resti ai vicini, niente ai più lontani. A Gibellina non sarebbe toccato neanche un pelo di cavallo. Questo era dentro una logica e lo è ancora. A Gibellina dovrebbero bastare le cartoline illustrate spedite dalle grandi città, dai centri storici con le opere che meravigliano. La democrazia che ci sta amministrando non è interessata all’ornamento, non ne ha il tempo. Il politico mira a salvare se stesso dalle incertezze. L’opera d’arte lo imbarazza, non vuole artisti tra i piedi. Per l’ornamento, per una architettura sensibile alle esigenze dello spirito, per una città dei piacere alla convivenza sociale, non c’è attenzione possibile. Tutto si sottopone all’abbrutimento, all’abbandono, a una economia spietata. Gibellina è riuscita dove nessun’altra città ha saputo mirare, ha ottenuto attenzione come una provocazione mentre in verità l’intento è stato quello di fare fronte a una necessità individuale e irresistibile: legarsi alla creatività continua dell’arte che esprime fiducia, inserirsi con la scultura e la pittura nella emozionalità delle immagini, vivere la sensazione spirituale che proviene dall’ornamento come aiuto a stare nel mondo.

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1982 - Inaugurazione della “Porta del Belice”

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Da “Ruggine”

Marilena Renda
E quando la terra si apre nessuno si stupisce; la terra si apre continuamente quando il Dio del roveto e della parasia viene di notte a donarle il suo dono di zolfo, a visitarla il suo soffio di anidride carbonica e di cenere. Il movimento della terra è segno di vento che troppo preme sulla fronte e gli occhi. La terra è un mare che si rivolta all’indietro, verità improvvisa rigurgitata dal suolo, è energia del tuono che avvampa sulla strada di casa.

La prima volta è per ribellarsi alla luce pulsante, per gli animali a riposo, i radi viaggianti, i trasportatori del giorno da dimora a spazio. Per le crepe del tufo sulle case più alte, per gli ombelichi delle stalle, i figli delle api. Si muove come fianco, come ventre nella danza, con la forza dei pensieri trattenuti dentro gli occhi, con l’urgenza degli animali morenti vestiti solo della propria vita, la rabbia e la tensione di un temporale che prepara a lungo il suo verseggiare.

La faglia è un’interruzione dell’ordine del cosmo. Significa una rottura dei fili che legavano tra sé e sé le zolle, le erbe, i capillari del suolo. Una trasfusione di forze da un centro a un margine, un nido di sangue che si scuote dal cuore. La seconda volta è per i vecchi rappresi in coni di fuliggine, in grumi di carbone. I vecchi sono ombre legate salde al suolo, sanno gli abbracci languidi, il colore e le insidie del bosco che incontra il rossore.

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Gibilterra è un giardino cosparso di verderame irto di mura dallo spirito di soglia che aspettano il segnale delle maree per l’esplosione, per accorciare il campanile in mozzicone. E’ l’anfiteatro dello scontro e del passo. Il movimento è una sinergia tra orizzontale e verticale. Le onde circolano attraverso la materia conduttrice; sono fiume che invade il tunnel, acqua propagata. E’ il segnale del vulcano al mare, del nemico al nemico, preannunciando primavera nucleare.

Comprimono i muri e le fondamenta come carri armati in autunno d’occidente, aprono voragini fonde come tombe, sollevano le onde dei fondali d’acqua, precipitano tetti in fuga sui fuochi accesi. Gibilterra non si fida del suo raccolto, poi che le onde rinnegarono la promessa di sua pace. Il bilancio dell’annegamento è non tornare più dall’acqua in mare, lasciare sfatare il respiro dei furori.

Gibilterra aspetta la fine di sua battaglia, poi che il muro della terra ha smesso la tregua che legava il mulo alla sua sposa, il pugno opaco che incatenava il futuro alla sua nostalgia. Ora, il vento trema nelle cose che stanno affondando, nella paura che soffia tra lana e pelle, nella presa debole sul cuore della neve. I cavalli siedono a una mensa sconsacrata, i bambini disegnano un quadrilatero di fortuna con grano, con gesso di passaggio.

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Nenci

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2004 - Pippo Delbono e Giovanna Marini. Foto di Franco Lannino, Studio Camera Palermo.

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1988 - Leonardo Sciascia, ventennale del terremoto

Rimemorazione 1988

Leonardo Sciascia

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icordandosi della pena e della passione che io ho allora condiviso con voi, Ludovico Corrao ha voluto invitarmi a questa rimemorazione. E credo che “rimemorazione” sia la parola più adatta a definire il sentimento di queste giornate: che non sono di festa, anche se hanno a che fare con la speranza; che non sono di allegria, anche se vi si contiene l’allegria del vivere, del fare, del costruire. Io ricordo le macerie, il fango, l’oscurità, il battere della pioggia sulle tende, la febbre che era negli occhi dei sopravvissuti, una sera di vent’anni fa; ricordo la veglia che, sotto il segno dell’indignazione, abbiamo fatto tra le macerie due anni dopo lo sciagurato avvenimento: e mi resta indimenticabile il discorso di Carlo Levi, nella notte gelida, tra le luci vacillanti. E c’era anche Renato Guttuso, che in un paio di abbozzi e in un grande quadro lasciò precisa e drammatica immagine di quella veglia. Ma per dar senso a questo mio breve intervento, al di là della sentita solidarietà che l’essere qui vuole testimoniare, mi piace ricordare che come quasi sempre, da circa un quarto di secolo, mi accade, anche allora una mia nota, pubblicata, mi pare, sul “Giornale di Sicilia”, suscitò qualche risentimento. E a ricordarlo oggi, quel risentimento, ha un che di comico; ma vi si nasconde in effetti un punto dolente, e che ancora duole, riguardo alla ricostruzione, alla volontà e ai criteri della ricostruzione di questi nostri paesi che una zampata della natura aveva tra-

gicamente abbattuto. Il risentimento nasceva dall’avere io ricordato, in quella nota, il duca di Camastra che, come alter ego dei re, aveva presieduto alla ricostruzione dei paesi del Val di Noto del Val Demone abbattuti dal terremoto del 1693. Erano passati tre secoli, quei paesi ricostruiti stavano e stanno davanti ai nostri occhi in tutto il loro splendore (e basti ricordare Noto), ma il fare il nome del duca di Camastra ha avuto l’effetto che se avessi fatto il nome di Mussolini. Da quali nostalgie mi lasciavo prendere, se osavo pensare che ci volesse un solo uomo, una sola volontà, un solo criterio a dirigere la ricostruzione? In una specie di diario che tenevo allora, pubblicato in volume nel 1979, ritrovo un’annotazione che riassume quei risentimenti, la piccola polemica che ne è nata: Incontro, che non avevo mai conosciuto, l’ingegnere che presiede alla ricostruzione dei paesi siciliani abbattuti dal terremoto di tre anni fa. Appena presentati, con tono di generoso rimprovero, l’ingegnere mi dice: “Lei voleva il duca di Camastra”. Si riferisce a certi miei interventi, su un giornale siciliano, su un rotocalco milanese, in cui ricordavo come subito dopo il terremoto del 1693 il duca di Camastra, mandato sui luoghi del disastro come vicario del vicerè, con pieni poteri, aiutato da un canonico che si intendeva, come oggi si direbbe, di urbanistica, diede mano alla ricostruzione di ben 23 paesi totalmente distrutti (e tra questi Catania, Noto, Lentini, Avola), di altri 19 distrutti quasi total-mente, di

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tanti altri danneggiati. “Ma sa che ci sono voluti quarant’anni, per ricostruire interamente quei paesi?”, continua l’ingegnere. Lo so: ma, come dice il popolano di Pascarella parlando di Colombo, se il duca “ci aveva li ordegni che se trovano adesso ar giorno d’oggi“, i paesi li avrebbe ricostruiti se non in quaranta giorni in quaranta mesi i quaranta mesi che sono già passati senza che nella Valle del Belice si sia alzato un solo muro. “Ma io, - dice l’ingegnere - sono democratico e socialista”. Eh si, debbo ammetterlo, il duca di Camastra non lo era. Era un uomo che temperava la durezza del carattere e il rigore della missione con la pietà e il culto della bellezza. Era soltanto, e certo non perfettamente, un cristiano. E aveva soltanto, non maturato in una facoltà di architettura, un ideale di paese con strade dritte e piazze armoniose. Passava a cavallo tra le macerie e segnava le strade e le piazze che dovevano sorgere, da dilettante; e per di più con pieni poteri. A spiegargli la democrazia, il socialismo, la facoltà di architettura si sarebbe contorto dalle risate o dalla rabbia. E si può ricordare un uomo simile, in tempi in cui godiamo di democrazia, di socialismo e di architetti? E il potere pieno a un uomo solo, poi: quando si sa che il potere bisogna dividerlo, suddividerlo, ridurlo in particole, farne comunione a ciascuno e a tutti. Sicché i terremotati continuino a stare, democraticamente, nelle baracche; e lo Stato continui a giocare a rimpiattino coi

sediziosi, democraticamente, a Reggio Calabria.Si capisce che nel duca di Camastra io vedevo simboleggiata l’univoca volontà di ricostruire, e di ricostruire celermente e in bellezza. Alle sue spalle non c’era soltanto, assolutistico quanto si vuole e quanto sappiamo, e per tanti versi infausto, lo Stato: c’era anche una cultura architettonica e urbanistica, allora la più alta, prevalentemente gestita dai padri gesuiti e ne troviamo armoniose espressioni nella sfera del dominio spagnolo, dal Sud-America alla Sicilia. Rappresentava dunque il duca la volontà della Stato di ricostruire, l’intenzione che la ricostruzione segnasse un rinnovamento e un miglioramento, il progetto che nel rinnovare e migliorare le popolazioni sopravvissute non fuggissero dai luoghi del disastro e anzi più fortemente, per il rivelarsi della bellezza, vi si affezionassero. La volontà di riedificare trovava insomma nella cultura l’ausilio più fervido. Tutto il contrario di quel che si voleva qui - più o meno consapevolmente - dopo il terremoto e che - per fortuna - non interamente è stato riscosso. E anche se parrà una divagazione, voglio ancora intrattenermi su questo punto. Uno scrittore siciliano, il catanese Rodolfo De Mattei, in una sua fantasia sulla ricostruzione del paese che il terremoto del 1693 aveva devastato, fa del duca di Camastra un personaggio che pensa dapprima con la testa del potere - del potere italiano di sempre - ma che poi cede al sentimento e al vagheggiamento, che quasi si potrebbe dire utopistico,

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della totale ricostruzione: umanamente, esteticamente. In quei sopravvissuti De Mattei fa pensare al duca di Camastra che meglio sarebbe per loro abbandonare quei luoghi, fuggire, “battersela e aprir bottega altrove”: che forse era esattamente il pensiero, e se non il pensiero l’intenzione, e se non l’intenzione, l’inconscio desiderio, della classe di potere italiana di fronte al disastro che tre secoli dopo colpiva anche questa zona. “La cosa che più lo sbalordisce” - dice De Mattei - “non è tanto lo sfacelo quanto la disinvoltura dopo lo sfacelo, e il pazzo imputarsi di tutti i seimila, bramosi di rifabbricar la città come fine d’una partita il perditore ne attacca pacatamente un’altra”, la città era Catania, e i seimila erano i sopravvissuti, contro i sedicimila che erano morti. E il sentimento e la volontà che quei sopravvissuti trasmettono al vicario regio, io l’ho visto e sentito a Montevago, a Santa Ninfa, a Salaparuta: mentre ancora la terra tremava. Ma lo Stato, lo Stato italiano - bisogna pur dirlo - non era pronto né ad accogliere un’istanza di ricostruzione della miseria: si sperava forse appunto, nella fuga, nell’abbandono, “nell’aprir bottega altrove”; ne è dimostrazione il fatto che la così detta legge del due per cento, la legge che devolve il due per cento della spesa per le opere che agli abbellimenti artistici, sia stata sospesa e invalidata per la ricostruzione di questi paesi. Vietata l’arte, vietata la bellezza: quasi si volesse che tutto fosse più brutto di prima, che la gente non riconoscesse non si

riconoscesse. Intenzione o inconscio desiderio o semplicemente carenza, nella classe di potere, di una sia pur vaga idea di ciò che abbellisce la vita e la fortifica più volte, qui intorno, è andata a segno; ma che qui a Gibellina ha trovato un centro di resistenza. Perché si può discutere quanto si vuole quel che nell’amministrare paese ha fatto Ludovico Corrao, ma è certo che la sua sagace operosità è valsa a creare un senso che si potrebbe definire di promessa. Ha dato insomma il senso che la vita non è “altrove”, ma che può essere anche qui. C’è dell’americano Archibald Mac Leish, una poesia di grande e spaventosa verità sulla forza, la tenacia e la vittoria dell’erba su tutte le costruzioni umane e sull’uomo stesso; e vi corre come un refrain d’ammonizione il verso “Io sono l’erba, lasciatemi lavorare”. Ma qui, intridendovi l’eco delle grandi parole di Pascal, che l’uomo è più nobile di tutto ciò che può ucciderlo, noi possiamo rovesciarla in quest’altra verità: “Io sono l’uomo, lasciatemi lavorare”.

1990 - Preparazione delle scenografie di Mimmo Paladino per “La sposa di Messina” ,regia di Elio De Capitani. Foto di Maria Mulas

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TRAME DEL MEDITERRANEO

Sebastiano Burgaretta

T’ho scorto, figlio amaro di Hamdîs, nei labirinti nuovi dei perduti giardini d’Oriente, in questo Vallo di Sicilia che anticipa il futuro.

Pegno ineffabile d’amore nelle trame solari concepite dal vento generoso della vita che soffia nei cuori dei poeti.

Profezia fatta realtà, parola che comunica nel canto modulato dal colle niveo di sale.

Vita nel paese della palma: dorate ombrellifere di luce nel silenzio di suoni e di voci; passeri sorpresi a casa loro.

Bagli di miele acre in nuovo mudéjar modulato, a far da ponte e passo tra croce e mezzaluna.

Se via di latte o profanazione, le verdi geometrie sanno tutto.

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La Sicilia della speranza 1988

Damiano Damiani

e un giorno cercherò di spiegare a me stesso le ragioni del fascino che la Sicilia suscita in me non potrò non far menzione di Ludovico Corrao di Alcamo, come uomo e come personaggio. Ricordo la presa che egli stabiliva con la folla dei comizi che teneva come indipendente della sinistra in una Sicilia carica di tensioni, di bisogni e di attese; ricordo la sua presa di posizione in difesa di Franca Viola, la ragazza rapita e violentata, che rifiutò il matrimonio riparatore offerto dal responsabile, assumendo così una posizione simbolica di fronte a tutte le donne siciliane vittime di arcaici e degenerati soprusi maschili. Da questo ho tratto ispirazione per quello che forse è il primo film femminista italiano, “La moglie più bella”, nel quale debuttò la quattordicenne Ornella Muti. Mentre preparavo la sceneggiatura, sul Belice si abbatté il terremoto, così che pensai di ambientare quella storia tra le macerie degli antichi paesi, come Gibellina dove la popolazione sopravviveva in baracche di latta. Di Gibellina, Ludovico Corrao da allora fu sindaco. E lo è ancora oggi, nella Gibellina Nuova. Credo di poter affermare che uno dei meriti dell’uomo e del personaggio sta proprio lì, nella ventennale opera che egli ha compiuto come difensore delle popolazioni colpite dalla sventura naturale prima, dalle sventure dell’inerzia governativa e dell’oblio dei pubblici poteri, dopo. A valle della Gibellina antica egli ha diretto l’edificazione della Gibellina Nuova, quale oggi possiamo vedere, anche se

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non ancora completamente realizzata secondo i traguardi progettati. Quali che possano essere le immancabili critiche che si sollevano nel nostro paese a carico di tutti coloro che osano agire e concretamente operare, ciò che emerge ammirevole dal panorama del nuovo insediamento è lo spirito nuovo, la nuova concezione del vivere civile. Gibellina non è soltanto un habitat razionale dove può essere sereno vivere, è sopratutto un luogo dove la popolazione intera, aiutata dalla mediazione e dalla volontà del Sindaco, ha imparato il significato di parole come impegno civile e partecipazione decisionale. Il passaggio dalle macerie alla nuova città non ha significato, dunque, un puro e semplice fatto di opere pubbliche, ma ha programmato e concretato un nuovo modo di vivere, sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista culturale. Non è senza significato - tanto per citare un episodio - che in una piazza di Gibellina Nuova si possa ammirare una scultura di Arnaldo Pomodoro, o che Consagra abbia costruito in una forma ardita un museo archeologico ed etnologico delle genti della Sicilia occidentale. Elettrificazione, fognature, scuole, ospedali sono basilari, ma non meno basilare è l’apertura delle porte culturali. È dall’insieme delle opere pubbliche e delle iniziative della cultura che il cittadino si arricchisce di un nuovo rispetto verso se stesso. L’Italia è paese di terremoti. In certi casi la ricostruzione è stata onesta e positiva. Ma credo che raramente si sia raggiunta la completezza del ricostruire, nel pieno significato morale e materiale della parola, come è stato fatto dalle popolazioni di Gibellina. Vorrei aggiungere che nell’insieme di questi fatti credo di poter leggere un altro messaggio estremamente positivo: una popolazione colpita da una sventura, che mette in forse la sua esistenza economica e sociale, mentre da una parte chiede ciò che la collettività ha previsto per il soccorso a chi ha bisogno, da un’altra parte decide di non attendere con inerzia ma impara a farsi carico di iniziative e responsabilità. Mi rallegra profondamente che questo messaggio venga dalla Sicilia.

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Bob Wilson

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Orazione in onore di Pietro Consagra Gibellina, 20 luglio 2005 Ludovico Corrao

ualche tempo fa quando comunicai a Consagra la ripresa dei lavori per la costruzione del suo “Teatro” con voce commossa rispose: “voglio tornare a Gibellina”. In questo dolce tramonto, accanto al suo feretro, voglio ricordare il suo ritorno a Gibellina, alla sua Sicilia. Voglio ricordare il siciliano tenace, forte e gentile. Pietro Consagra nasce a Mazara del Vallo, grande porto dei pescatori del Mediterraneo dove sopravvivono, venendo da lontani secoli, testimonianze sublimi, cristiane, arabe, normanne, bizantine. Dove l’orizzonte si allarga da Malta ad Alessandria d’Egitto, dal Libano al Marocco, alla Tunisia. Egli parte da Mazara verso il nuovo continente, alla ricerca di nuovi linguaggi ma con la mente e il cuore vibranti di forme e segni, colori e suoni di tutte le terre, di tutti gli echi, delle risacche e dei venti del grande mare. A Roma cerca nuovi linguaggi conservando la sua tempra di contadino, di nomade, di navigante, e di pirata siciliano, esplorando nuovi orizzonti oltre le colonne d’Ercole dell’arte del Novecento. Perché Viene a Gibellina? Chiamato dalla tragedia del terremoto per una irresistibile urgenza di solidarietà, per tenere fede al suo impegno politico e artistico, perché qui sente che è la sua terra non lontana dalla tomba dei suoi genitori, le sue radici, la vocazione della sua gente a rifondare città e nuove civiltà sulle coste tunisine nel segno del

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lavoro e dell’arte. Un sentimento profondo del suo essere artista che lo porta a servizio delle ricamatrici di Gibellina, dei giovani ceramisti, delle famiglie che gli chiedono di disegnare i cancelli delle cappelle funerarie del nuovo cimitero, il Carro e il “Prisenti” per la processione di S. Rocco, gli archi delle luminarie per le feste, i gonfaloni per gli addobbi delle strade, i sedili per il riposo lungo le vie alberate. Una lezione che riconferma il valore dell’arte che non è mai arte minore. Una testimonianza forte e generosa nel significato della rifondazione di una città distrutta da secoli d’ingiustizia, di tragedia e in ultimo dal terremoto. Rifonda cioè una nuova città che è antica ma che continua il rito del viaggio del nomadismo, delle contaminazioni, e proclama la sua fede nel futuro. Perciò l’ultimo approdo è a Gibellina nel fervore della ricostruzione. Egli disegna una città non utopica ma ideale, rigetta il teorema della città monotona, e di organicità feticista. Perciò il suo lavoro, le sue forme astratte scaturiscono profondamente dai riferimenti alle stratificazioni storiche della sua città e di tutto il Mediterraneo. Chi nega il suo furore artistico perché sarebbe astratto e slegato da riferimenti alle radici contadine non ha occhi e mente per leggere le trame potenti e leggere delle successioni delle arti nella nostra terra. Consagra in realtà reinterpreta con profondità di pensiero i segni e le forme

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Noa

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possenti del Mediterraneo. Una felice riprova ne è la “Porta del Belice”, amata con tutto il cuore da queste genti e chiamata ormai la Stella di Gibellina; tanto congeniale e vicina alle girandole dei nostri mercati, alle luminarie delle nostre feste paesane, eppure così fortemente aristocratica, con un segno forte, arcaico primario e definito, ma insieme gioioso, capace di rigenerare il grande barocco siciliano, di dare forza al diritto di sognare, al diritto di fantasticare oltre la vita, oltre la morte. Chi ancora parla di arte estranea alla cultura del popolo contadino di Gibellina dimentica che i suoi progetti della città frontale furono discussi e analizzati nei quattordici anni di prigionia nel deserto delle baraccopoli, con la mostra dei suoi progetti, con le serate con Dario Fo e Franca Rame con Ignazio Buttitta e Rosa Balistreri, con Danilo Dolci e il gruppo degli Uccelli, con i giovani volontari venuti da tutto il mondo a disegnare i murales, a costruire le sculture, ad animare le lotte per la ricostruzione nelle piazze del Parlamento Regionale e a Montecitorio, a scontri con i poteri forti della violenza e della reazione. Alla testa di tutti i cortei di lotta vi erano i vessilli e i gonfaloni dipinti dagli artisti; nelle notti di veglia di denuncia con Leonardo Sciascia e Carlo Levi, Pietro Consagra fu sempre con noi, tra di noi, con sua sorella Carmela con i suoi figli, con Gabriella. Furono questi fasci di lotta tra contadini e intellettuali a donare la consapevolezza del carattere del nuovo centro

urbano, a creare una nuova alleanza per rifondare una città della bellezza, della giustizia, del lavoro, della pace. Gibellina é il frutto di quel lavoro intellettuale collettivo maturato nelle lunghe assemblee popolari nelle baracche. Pietro, la tua costante presenza, la tua infinita passione per questa causa e per questa gente i tuoi segni e le tue forme, le opere di tutti i grandi artisti che tu chiamasti a raccolta a Gibellina, si sono tramutati in coscienza civile e capacità di lotta e resurrezione. Per quanto possa oggi sembrare assurdo, Consagra dovette sfidare il potere per riaffermare il suo progetto artistico di arte totale e sociale, patì persecuzioni, sconfessioni e isolamento come succede negli integralismi cattolici o marxisti o islamici. Eppure ebbe la capacità di trovare sodali e combattenti come lui nella grande avventura di “Forma uno” nella quale trovò risalto la scuola di Trapani. A buon titolo gli artigiani, i contadini di Gibellina possono proclamarsi gli ultimi compagni di fede e di lotta del lavoro di Pietro Consagra. Non a caso egli ha scelto di ritornare a Gibellina per il riposo perenne e per continuare con noi il cammino verso nuovi orizzonti. Oggi nel cielo di Gibellina c’è una nuova Stella, Pietro Consagra.

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Opere nel paesaggio 2006

Franco Purini

È

stato il vasto e scabro paesaggio del Belice, nel quale i venti portano il senso dell’Africa, dove i colori terrosi si accendono di improvvisi verdi e di rossi inattesi, note squillanti emesse da fiori solitari, che per primo colpì la nostra immaginazione quando, nel 1980, iniziò il nostro rapporto con questa terra straordinaria. Un rapporto intenso, fatto di un ascolto attento ed emozionato delle forze misteriose che agitano questo frammento del mondo, un’incalzante ondulazione di rilievi divisi da solchi pronunciati al cui fondo folti boschetti sembrano ospitare nei loro recessi satiri e ninfe. Un luogo del mito, ancora attraversato dal senso dell’origine, nel quale una luce assoluta, a volte accecante, si diffonde in ogni interstizio accendendo il paesaggio di ombre violacee. La seconda cosa che ci fece comprendere l’anima di questa terra fu la stratificazione delle sue tracce. La Grecia con i resti sublimi dei suoi colonnati dorici, il mondo arabo con i suoi recinti e le sue cupole, il barocco spagnolo con le superfici mosse e decorate, l’architettura spontanea delle case dei contadini, semplice nelle sue linee e nella sua materia costruttiva si amalgamavano in una sorprendete unità ambientale, semplice e severa, pervasa di un forte e continuo senso della comunità. Una memoria operante permeava ogni aspetto dell’abitare fondendo i segni dell’uomo con quelli del paesaggio, la misura dell’edilizia con quella dei monumenti, la rappresentazione dell’individuo con quella della collettività. Infine è stata

la gente del Belice a entrare nella nostra vita. Una gente riservata, a volte presa da una sua segreta e silenziosa meditazione ancestrale ma generosa e ospitale, capace di amicizie durature, portatrice di sentimenti profondi. Il nostro rapporto con il Belice, e soprattutto con Gibellina, iniziato nel 1980 con il Laboratorio sul Belice, organizzato nel 1980 da Pierluigi Nicolin si è tradotto in alcune opere che hanno rappresentato per noi un momento importante del nostro lavoro, un momento al quale torniamo spesso con la riflessione e il ricordo per continuarlo idealmente riformulandolo nei suoi temi e nei suoi motivi. A Poggioreale, una delle città ricostruite che, nel Laboratorio sul Belice, chi scrive aveva il compito di riprogettare, abbiamo realizzato un piccolo padiglione adibito a fermata d’autobus e una cappella dedicata a Sant’Antonio di Padova. Gibellina, la città che ci ha visto impegnati con più continuità e dove abbiamo avuto modo di stabilire con Ludovico Corrao - che può essere considerato il fondatore della nuova città, una solida e duratura amicizia - ospita invece tre opere. La prima è “La Casa del Farmacista”, progettata nel 1980. Laura Thermes alla quale, sempre nel Laboratorio sul Belice, era stata assegnata proprio Gibellina, aveva proposto di densificare il tracciato e il tessuto della nuova città, disegnata da Marcello Fabbri. Gibellina ricostruita ricordava nella sua forma urbis una farfalla, le cui ali si congiungevano attorno a un centro concepito come una struttura lineare, priva di una vera forza polarizzante. Gli spazi della città, dalle ampie dimensioni, risultavano però eccessivamente dilatati, con il risultato di distanziare troppo gli edifici, creando così una dissoluzione della necessaria contiguità delle costruzioni, una labilità spaziale che a sua volta generava un certo disorientamento e in qualche punto un vero e proprio effetto di terrain vague. Proprio per ovviare a questo inconveniente genetico si rendeva necessario ottenere una maggiore compattezza edilizia dando vita al contempo a una rete di punti singolari, identificati da edifici dotati di un particolare significato architettonico, in grado di creare accensioni segnaletiche

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rispetto alla ripetibilità delle tipologie abitative. “La Casa del Farmacista” è una di queste architetture, e ci fu commissionata da Ignazio e Lia Cusumano, divenuti poi nostri amici, su suggerimento dello stesso Ludovico Corrao. La costruzione, ultimata a metà degli anni ottanta, è il risultato del tentativo di dar vita a un’architettura narrativa nella quale riferimenti ai colonnati greci si affiancano alla citazione dei recinti arabi, mentre un giardino murato accoglie le essenze tipiche del Mediterraneo. Diverso nelle sue articolazioni volumetriche da ogni visuale l’edificio, che si colloca all’interno delle problematiche architettoniche in quegli anni affrontate dal postmodernismo, si pone come un testo complesso ed enigmatico che intende simulare una sua storicità, quasi preesistesse virtualmente alla nuova città. In questa architettura il frammento è presente come una componente primaria inserita in una composizione basata sul montaggio di parti - la facciata, il portico, la galleria, la scala - che affermano la propria autonomia formale in un contesto denso di elementi simbolici. Dopo “La Casa del Farmacista” abbiamo progettato nel 1981 il “Sistema delle Piazze”, una serie di cinque spazi urbani, dei quali gli ultimi due mai realizzati, nonostante lo spazio terminale fosse destinato a ospitare il mercato, che avrebbe immesso in questo vasto ambiente colore e movimento. Derivata concettualmente dalla Piazza di Vigevano la successione dei cinque spazi forma un grande vuoto rettangolare porticato aperto verso il paesaggio, animato dalla luce, ispirato a una classicità primaria, inverata nelle forme semplici dei pilastri ricorrenti e delle grandi modanature curve, che nel loro parallelismo comprimono il cielo, trasformandolo in una sorta di copertura aerea. Nel 1990 abbiamo progettato per i fratelli Giuseppe e Saro Pirrello, anche essi da allora amici sinceri una casa, subito dopo costruita. A pianta quadrata, introverso, raccolto attorno allo stretta fenditura che solca la facciata orientata verso Salemi, coronato da un grande cornicione che getta sul fronte posteriore una grande ombra - una mensola sostenuta da puntoni trafitta da un pilastro sospeso che è

metafora dell’incompletezza di ogni costruzione umana - l’edificio approfondisce le tematiche già presenti ne “La Casa del Farmacista”. Esso espone le sue bianche superfici alla luce offrendosi alla città come un importante episodio plastico dalla forte presenza urbana garantita da una perentoria immagine architettonica. Gibellina è la più celebre delle nuove città costruite in Italia nel secondo dopoguerra. Essa è anche l’unica città d’arte che il nostro paese abbia edificato in questo stesso periodo. Per merito di Ludovico Corrao la capitale del Belice ha ereditato, perfezionandola, l’esperienza di Ivrea, città-museo dell’architettura moderna italiana, dando vita a una realtà urbana unica al mondo, dove l’arte e l’architettura si uniscono in una sintesi di indubbia dalla notevole carica teorica, dalla grande efficacia espressiva e dall’innegabile valore civile. Dalla immateriale e magica scultura di Fausto Melotti alla cosmica “Stella del Belice” di Pietro Consagra, dagli interventi concettuali di Emilio Isgrò ai contributi di tanti altri artisti; dalle architetture di Nanda Vigo a quelle di Giuseppe e Alberto Samonà, di Francesco Venezia e di numerosi altri architetti, tra i quali Oswald Mathias Ungers; dalle attività museali alle manifestazioni teatrali delle Orestiadi Gibellina si offre alla cultura italiana e internazionale come un esempio raro di come un pensiero utopico possa divenire realtà. Una utopia alimentata, dopo il terremoto del 1968, da figure di intellettuali coraggiosi e lungimiranti come Danilo Dolci, Bruno Zevi, Carlo Doglio, che hanno indicato come trasformare la ricostruzione nell’occasione di una crescita culturale, sociale e produttiva dell’intero Belice. Nonostante tutte le difficoltà che le intuizioni di Ludovico Corrao hanno incontrato, e incontrano ancora oggi, Gibellina è una delle poche testimonianze che il nostro paese ha dato negli ultimi decenni di una capacità innovativa che non si ferma alla formulazione di programmi ma sa trasformarli in opere concrete. Opere nel paesaggio, un paesaggio che il Cretto di Alberto Burri ha trasformato in una apparizione universale.

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La trilogia dell’Orestea 2006

Arnaldo Pomodoro

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o un ricordo ancora vivissimo delle memorabili giornate siciliane, della straordinaria esperienza svolta a Gibellina per diversi anni. Il sindaco Ludovico Corrao con grande costanza e tanta passione aveva coinvolto artisti e architetti nella ricostruzione più a valle della città completamente distrutta dal terremoto. Per dar “vita” alla nuova Gibellina, Corrao aveva un progetto molto interessante e si mise in pellegrinaggio per l’Italia per convincere gli artisti a donare le loro opere. Anch’io fui contattato e, con Emilio Isgrò - pure lui “chiamato all’appello” - pensammo tutti insieme che il modo migliore di far rivivere Gibellina, e al contempo ricordare la tragedia collettiva della sua distruzione, fosse quello di organizzare sulle rovine, dove prima del terremoto sorgeva la piazza del paese, degli eventi teatrali che coinvolgessero tutta la popolazione. Cominciammo allora col mettere in scena dal 1983 al 1985 la trilogia dell’Orestea di Eschilo, riscritta per l’occasione da Isgrò, parte in dialetto siciliano e parte in italiano, con un’operazione linguistica interessante ed originale, come riflessione sul mito e sulla tragedia, sul tema della grande emigrazione e dell’attesa del Sud mediterraneo. D’accordo con Isgrò e con il regista Filippo Crivelli decisi subito che nessun tipo di scenografia tradizionale avrebbe funzionato, perché la scena doveva essere l’ambiente stesso, la realtà del paesaggio, i ruderi di Gibellina: ho allora ideato delle grandi macchine sceniche, sculture-sar-

cofaghi per gli attori, portate sulle spalle dai giovani del luogo, come le gigantesche Madonne delle processioni, che venivano deposte a terra sulla scena-piazza e assumevano il valore mitico e simbolico di maschere totali. Un evento unico di emozione collettiva, a cui partecipò la gente di Gibellina, una folla di oltre 200 attori-non attori, con la funzione di coro, di portatori, di comparse, di banda. Il successo fu grandissimo, tanto che da un programma di tre anni si passò ad una manifestazione più ampia e stabile. Corrao chiese a Franco Quadri di occuparsi della direzione artistica e iniziarono così le famose Orestiadi di Gibellina, che ancora oggi promuovono molte iniziative interessanti di teatro, musica, poesia ed arti visive. Nel 1986 ho poi lavorato per la Didone di Marlowe con Pamela Villoresi e con la regia di Cherif. E nel 1989 abbiamo potuto realizzare il nostro sogno, la grandiosa messinscena di “La passione di Cleopatra” di Ahmad Shawqi, sempre con la regia di Cherif: sulla scena era presente solo una sorta di grande base piramidale che fungeva da supporto delle varie azioni e valeva come piattaforma estesa, mentre l’idea maggiore dello spettacolo consisteva in una costruzione di “scultura attraverso la luce”, tale che anche la piattaforma solida esistente era resa mobile e presentava via via gli ambienti diversi dell’azione (la reggia, il tempio). La direzione delle “Orestiadi” di Franco Quadri, con la costante “complicità” di Corrao, è stata importantissima: è lui che ha dato la linea teorico-artistica alla manifestazione, coinvolgendo grandi artisti, attori e scrittori italiani e di altri paesi e portando a Gibellina alcuni interessanti registi giovani, oltre allo stesso Cherif, che hanno realizzato delle messinscene memorabili. I testi scelti in riferimento alla storia e alla cultura del Mediterraneo e della Sicilia - dai classici greci ai grandi scrittori del Romanticismo e dell’Avanguardia fino agli autori contemporanei - hanno saputo tutti presentare operazioni inventive di grande qualità. La stampa, anche a livello internazionale, appoggiò calorosamente la manifestazione e tutti gli spettacoli ebbero, per lo più, recensio-

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Le Macchine spettacolari di Arnaldo Pomodoro. Granaio della Fondazione Orestiadi. Foto Piero Asaro

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ni molto favorevoli: su di noi e su Gibellina si era svegliata l’attenzione generale. La costruzione materiale dell’intero spettacolo era un evento collettivo che coinvolgeva tutti. Con gli artigiani impegnati nella costruzione delle scenografie e nella realizzazione dei costumi e con tutte le persone coinvolte a vario titolo nella rappresentazione e nella organizzazione si creava un rapporto di collaborazione, di discussione e di scambio reciproco: un vero e proprio laboratorio artistico-culturale multimediale. È stata un’esperienza

importante per tutto il Belice soprattutto come formazione per i giovani: a Gibellina infatti, non esistendo particolari vincoli o strutture burocratiche da rispettare, c’era la possibilità di sviluppare al massimo invenzione e creatività e di avere una grande libertà di azione. Si lavorava con grande impegno e intensità sotto il sole a picco con temperature dai 30 ai 40 gradi, mentre le notti erano spesso spazzate da un vento gelido che sollevava nuvole di polvere: davvero un’impresa epica ed eroica!

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1986 - Macchina scenica di Toti Scialoja, per il “Ratto di Proserpina”, regia di Guido De Monticelli

1970, manifestazione a Palermo per la ricostruzione

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XXV anni delle Orestiadi di Gibellina 24 settembre 2006 Achille Bonito Oliva

utte le grandi città del mondo hanno alle spalle, spesso, una catastrofe, un terremoto, una peste. L’arte è stata sempre un antidoto. La risposta della creazione contro la distruzione. D’altra parte se noi guardiamo anche a livello mitico dell’Iliade, dell’Odissea, ci rendiamo conto come Enea sbarca sui lidi del Lazio provenendo dalla distruzione di Troia. Ulisse, la sua peripezia la deve ad una catastrofe, ad un naufragio. Dunque Gibellina, su questa lunghezza d’onda e anche sulla tradizione molto italiana personificata da un nuovo modello, da un politico, ma che non era solo un politico – Ludovico Corrao – riprende anche quella che era la committenza del principe rinascimentale, la capacità di introdurre nell’attività politica la cultura perché la cultura, serve a dare quel respiro progettuale alla politica, serve ad evitare che la politica sia pura manutenzione del presente. Ecco che l’amministratore Corrao realizza un gesto di fantasia. Dimostra che l’amministrazione significa anche progettare il futuro del territorio. E la cultura è la profezia, sempre di un popolo, e l’arte rappresenta iconograficamente la rappresentazione di questa speranza. Il passaggio di Gibellina dalla montagna a valle e la capacità dell’arte in tutti i suoi linguaggi. Questo è importante. Le Orestiadi sono una Fondazione che sviluppa una strategia di molteplici linguaggi: architettura – quello che è stato fatto da Mendini,

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Purini e altri architetti – gli spettacoli di teatro – tutto ciò che è stato fatto anche con le scenografie di Pomodoro, Paladino - le mostre e poi le “Trame Mediterranee”. È un museo che rappresenta il collante tra cultura orientale e quella occidentale, tra una cultura aniconica, non figurativa come quella araba e la nostra che è legata ad una cultura cattolica iconistica e poi figurativa. Ma tutto sull’arte contemporanea e sul legame tra cultura materiale, oggetti di tradizione e artigianato e arte – cosiddetta concettuale –capace di superare questa scissione che è molto legata alla Scolastica Italiana, all’idealismo, alla scuola italiana che differenzia arti maggiori e arti minori. Nietzsche, che anche a sinistra abbiamo sdoganato, diceva che per creare bisogna partire da una distruzione, ma non ha mai detto che per creare si doveva distruggere. E per questo noi siamo per un progetto culturale che in termini strategici investa tutto il Mediterraneo. Il Mediterraneo arriva fino ad Israele e fino alla Palestina. Noi qui a Gibellina vogliamo confermare un valore: che il valore dell’arte è il valore della cultura. La coesistenza delle differenze. Non un multiculturalismo astratto, ma la coesistenza delle differenze, la capacità di dialogo e di ribaltamento, del naufragio nell’approdo. E quando parlo di naufragio penso anche a tutte quelle barche che arrivano a Lampedusa o che si sfasciano prima per strada, penso ad un esodo forzato dovuto alla miseria, alla

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disperazione, alle dittature per cui molti popoli si spostano. Io sono per la contaminazione. Io sono un esempio di critico meticcio – come diceva Totò – parte/nopeo e parte salernitano. Bisogna sdrammatizzare. Il multiculturalismo deve essere integrazione che passa anche attraverso le tensioni e Gibellina – collina del vento – è il luogo di questo meticciato e lo è stato anche prima che io fossi chiamato da Corrao a curare le arti – quindi questo gruppo si è formato nel tempo e sta percorrendo insieme una lunga strada, un cammino glorioso. Se devo in chiusura ricordare un’opera di arte totale, – e si deve questo solo alla presenza di Corrao – il “Cretto” di Burri, un’opera monumentale capace di sintetizzare la vita e la morte, il quotidiano e la durata, la capacità di ribaltare l’effimero in immortalità, perché l’arte dà dignità alla vita.

1970 - Renato Guttuso, “La notte di Gibellina”, Museo d’Arte Contemporanea di Gibellina

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XXV anni delle Orestiadi di Gibellina 24 settembre 2006 Fausto Bertinotti

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ono davvero molto contento di essere qui. Se la parola non suonasse retorica, sono onorato. Sono contento di essere qui in primo luogo per rendere semplicemente omaggio a Ludovico Corrao, alla sua testimonianza di dialogo e di governo che risulta così importante e affascinante. Lo penso molto spesso al secondo termine, perché la dimensione di governo risulta chiusa obbligatoriamente in una dimensione amministrativa, come se il governo fosse una pratica in cui non potesse soffiare il vento della poesia. Invece, per fortuna, Ludovico Corrao ci dice che è possibile, e quindi a lui va la gratitudine per quello che ha fatto, che possa essere in qualche modo ispiratore della possibilità di rifarlo da altre parti e su diverse scale. Qui c’è una “costruzione” della Fondazione Orestiadi. Io, semplicemente come osservatore interessato, vorrei testimoniarvi cosa dice a me questo tentativo e perché lo considero così affascinante, persino intrigante. Mi sembra il tentativo di fare due cose entrambe difficili. Sulla prima non c’è nessun intento polemico ma dialogico. Anch’io potrei citare Nietzsche, però di questi tempi starei lontano dalla categoria della distruzione perché ce n’è troppa in giro; troppa guerra, troppo terrorismo e non vorrei che in qualche modo coltivassimo l’idea che sia una condizione necessaria quella della distruzione. Il terremoto può essere usato come un’occasione, ma può essere semplice-

mente morte. Per poter trarre il bene dal male - operazione possibile e ambiziosa - ci vuole un trascendimento del male, ci vuole un progetto che sia in grado di costituire in qualche modo un orizzonte diverso e perseguibile. Così, un terremoto può diventare un’occasione. Ma ci sono tanti terremoti che lasciano solo distruzione e devastazione. Qui non è stato così, perché si è pensato ad un attraversamento, che è la ragione di questa mia ammirazione. Attraversamento che abbatte le barriere, che rompe i confini, che non li accetta: per potere fare questo bisogna operare una trasformazione di sé. Dal terremoto esce una nuova vita. Dal male esce il bene. Dalla morte può riuscire la vita, ma ci vuole la resurrezione. Perché dalla morte venga la vita ci vuole un cambiamento della natura, del soggetto che compie l’operazione. Cioè ci vuole un’altra idea di vedere i rapporti col mondo. La stessa cosa per il confine. Il confine se lo oltrepassi solamente, resta il confine. Il confine se lo oltrepassi rimanendo te stesso, occupi: fai la politica imperiale, fai la politica coloniale, oppure semplicemente ti collochi come ospite. Per potere superare un confine ci vuole una trasformazione di te e degli altri. Pochi giorni fa alla Camera sono venuti a trovarmi rappresentanti di associazioni giovanili cattoliche, ebraiche e islamiche. Sono venuti a trovarmi perché in quel giorno avevano deciso insieme di visitare una chiesa cattolica, una mo-

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2006 - Fausto Bertinotti a Gibellina.

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schea, una sinagoga. E mi ha molto colpito che dicessero: “tutti noi possiamo dialogare perché scegliamo di mettere le cose che ci uniscono prima delle cose che ci dividono”. Non c’è la cancellazione delle diversità, non c’è l’oblio delle cose che ti dividono, ma, per poter mettere a valore tali differenze, per scoprire la verità interna dell’altro, devi scoprire prima cosa hai in comune. L’operazione che secondo me la Fondazione Orestiadi fa, è questa: scoprire che in questo Mediterraneo quello che abbiamo in comune pur essendo diversi è più di quello che ci divide e quello che abbiamo in comune è così grande da rendere quello che ci divide, in realtà, non una separazione bensì una ricchezza. La “costruzione” di un popolo si alimenta della memoria e della cultura. Questo è quello che si vede qui. Si vedono qui le tracce di questa storia: le trame materiali. A proposito della rottura, del superamento delle divisioni, Achille Bonito Oliva faceva notare in questo percorso come ormai prenda corpo dentro queste mura l’idea integrale della produzione dell’uomo: non l’arte come dimensione separata, ma l’arte di un quadro, di una pittura, che in qualche modo si interroga, su un tappeto, su un vestito, su un oggetto; e tutta questa costruzione che introduce il superamento del confine del linguaggio come di superamento del confine tra gli uomini. Lì ritrovi le tracce antiche di questo Mediterraneo, questi colori che attraversa-

no i nostri abiti nelle sue diverse coste, questi tessuti che si conoscono. La prima volta che venni qui, Ludovico Corrao mi faceva notare una cosa davvero emozionante: vedere come non nella testa dell’uomo colto, che ha letto il titolo del libro dell’altro, non il riconoscimento provato che siamo tutti figli di quel libro, ma che quella donna che non è quasi mai uscita dalla sua abitazione sapeva ricamare in un quartiere di Tunisi allo stesso modo di una donna in un cortile di Palermo. La stessa trama, lo stesso disegno, la stessa intelligenza di pieno e di vuoto. E questa trama del passato, che secondo me appunto alimenta la possibilità di un progetto ambizioso come quello delle opere, le opere d’arte significano essenzialmente interrogarsi sul futuro. Per questo sono grato a Ludovico Corrao, a questo tentativo, ai suoi collaboratori, a tutti quelli che sono qui e hanno costruito questa affascinante piattaforma nel Mediterraneo. La si può descrivere così: questa secolare “cattedrale” nel Mediterraneo. Io vorrei che come le cattedrali riproducono per imitazione le chiese, anche questa avesse delle imitazioni creative al di qua e al di là delle sponde. E vorrei aggiungere che abbiamo bisogno di viaggi. Moni Ovadia, col fascino della sua parola, ci ha parlato del viaggio di Abramo, di cui anche io sento il fascino. Ma c’è anche il viaggio di Ulisse, il viaggio di chi cerca in realtà le ragioni della vita, nelle radici della sua terra. In realtà, Abramo,

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Ulisse e mille altri viaggiatori alla ricerca di qualcosa cercano quasi sempre nell’isola la ragione dell’umanità, la ragione dell’altro, la ragione dello stare insieme. E per questo, io penso che sia davvero un crimine se nel Mediterraneo non prevale il dialogo e il confronto delle civiltà. Perché quello che è scritto nella vocazione e nella missione del Mediterraneo è il confronto e il dialogo interreligioso. Ma di più. Ci si può interrogare oltre il dialogo

interreligioso sulla società, sulle ragioni della vita, dell’esistenza, dello stare insieme. Chi ci vorrebbe in un conflitto di civiltà propone una violenza contro la vocazione del Mediterraneo. Ed è per questo che possiamo considerare Ludovico Corrao un testimone di questo Mare e di questa civiltà. Ed è per questo che vorremmo che avesse tanta fortuna e lunga vita.

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1985 - il “Cretto“ in costruzione

1985 - Alberto Burri

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Istituto di Alta Cultura Fondazione Orestiadi Onlus
www.orestiadi.it

Baglio di Stefano
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L’utopia della libertà © 2008 _ Fondazione Orestiadi Redazione e cura Fondazione Orestiadi Gibellina immagini Archivio Fondazione Orestiadi Archivio Comune di Gibellina Archivio Museo d’Arte Contemporanea progetto grafico ninni Scovazzo, AGSassociati.it stampa Arti grafiche Campo Si ringrazia Paolo Ramundo

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Sui campi di sulla e selciati vermigli urla la terra squarciata si placa in bianchi sudari di lava

Germini oltre la vita il seme della bellezza spiri eterno il fiato del tuo cuore antico

Splendano i tuoi sogni con gli occhi delle gazzelle dei tuoi cinque colli.

Ludovico Corrao

ISBN 978-88-95098-03-6

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