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analogiche

calendarioduemilaquindici

Dodici immagini di oggetti fotografici che
sono in disuso.
Qualcuno ne ha sentito parlare.
Qualcuno non li ha mai visti.
Oggetti che fanno ormai parte del passato.
È un gioco didattico per non dimenticare.
Per conoscere un po’ come la fotografia sia
arrivata fin qui.
Un calendario minimalista, essenziale come
la fotografia analogica.

Presentazione
Quel che era fuori, è finito dentro.
Quel che era visibile adesso è opaco.
Quel che si poteva maneggiare, ora è
letteralmente impalpabile.
La presunta, sedicente “rivoluzione
digitale”, in fotografia, è stata prima di
tutto un trasloco. Oggetti e funzioni hard
sono diventati programmi e funzioni soft,
il loro ruolo nel processo del fare
fotografia è stato asportato dall’ambiente
esterno e incastonato all’interno
dell’impenetrabile carapace della
fotocamera (o del fotofonino).
L’ironia delle didascalie, in questo
calendario, è meno giocosa di quel che
sembra. Attutisce quella soluzione di
continuità tra epoca analogica e epoca
digitale, che tanti hanno interesse ad
esaltare per riportare finalmente all’ordine
l’indisciplinata ribelle di sempre, la
fotografia e basta.
Non è cambiato nulla, allora? Eh no, è
cambiato molto.
Sì, certo, questi aggeggi di una fotografia
ancora tattile e ingombrante, questi
parafernalia di un rito liturgico, questi
manufatti che mostrano senza pudore la
loro natura materica, le venature del
legno, le lucentezze del metallo, erano
spesso già piccole macchine, strumenti che
già lavoravano per conto del fotografo,
eseguendo su sua disposizione sequenze
di operazioni programmate, come fanno i
software delle ultracamere di oggi.

Ma erano ancora in qualche modo
ispezionabili, perfino modificabili, il loro
processo meccanicamente comprensibile, a
volte manipolabile anche in corso d’opera.
Ridotti a sequenze numeriche congelate
in memorie microscopiche, sono
ora inaccessibili e
incomprensibili. Ci viene
lasciata soltanto l’illusione
dell’input: dimmi, padrone,
cosa devo fare. Maggiordomi
umili servizievoli efficienti,
silenziosi, instancabili,
lusingano il nostro orgoglio
di padroni assoluti molto
più di quei giocattoli che
senza la forza e il gesto
delle nostre dita, senza
l’intervento del nostro corpo,
erano inerti come schiavi
neghittosi. Ma in realtà,
preso l’ordine, questi nuovi
servitori se lo portano via,
dentro i loro nascondigli
allo stato solido, dove non
possiamo inseguirli né con le
mani, né forse col pensiero;
e chi li vede più.
E quell’immagine che alla fine
ci sfornano, in che misura è
la nostra, in che misura è la
loro?
- Michele Smargiassi -

Effetto Dragan

Presentazione
Con il progetto ”The World Unplugged” gli
studiosi dell’Università del Maryland hanno
scoperto una nuova epidemia, silenziosa, su
larga scala e impossibile da controllare.
L’hanno battezzata “Sindrome da vuoto
digitale” ed è legata alla potente forza
seduttrice di quel mondo parallelo fatto di
“device” e popolato da bit.
Bastano ventiquattro ore offline ed ecco
che i sintomi si scatenano: insofferenza,
allucinazioni, attacchi di panico, ira
funesta e manie omicide.
Grazie alla connessione si scarica e
carica, si condivide e si commenta, si
guarda e si ascolta, si copia e si incolla,
giorno e notte per 365 giorni all’anno. La
“Sindrome da vuoto digitale” è spietata, non
risparmia nessuno, figuriamoci i fotografi
professionisti che trasmettono i propri
reportage alle redazioni o anche i semplici
appassionati che condividono qualsiasi
momento della giornata caricando in rete
foto coperte da un assai improbabile
“copyright”. Eggià, il copyright è
necessario perché su Internet, si sa, c’è
sempre qualcuno in agguato pronto a rubare
grandi opere firmate, come il ritratto con
luce Rembrandt del gattino di turno o la
foto food style - in high key - del piatto
di linguine alla pescatrice.
E allora che fare? Qualcuno azzarda
l’ipotesi che è possibile rallentare il
decorso della SVG con una bella dieta.
Una dieta ai… sali d’argento!

Certo, non è una soluzione piacevole perché
come succede con tutti i regimi alimentari
bisogna esser pronti a modificare il proprio
stile di vita.
Quindi prima di fare click bisogna
osservare, prendersi una pausa, seguire la
mente, ascoltare il cuore, trattenere il
fiato e poi, forse, scattare. Proprio come si
faceva quando c’erano i sali d’argento.
Non che chi lavorava in “formato Leica” o
in 20x25 era meno afflitto da patologie,
ma quelle che aveva erano
sicuramente meno invasive,
meno totalizzanti di quelle
generate dal “democratico”
mondo digitale.
E giocando sulle analogie
arriviamo al calendario 2015
“Analogiche Analogie”, un
vero e proprio dispensario
alimentare che per tutti
i mesi dell’anno propone
vecchi “cibi” da introdurre
nella propria dieta. Non
sono di facile reperibilità
e anche la stessa assunzione
può essere complicata.
Ma a volte basta la semplice
suggestione per ottenere dei
benefici insperati.
Provare per credere.
- Massimo Vicinanza -

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Analogiche Analogie
Chi è nato dal tramonto del 20° secolo
in poi, è cresciuto con la fotografia
digitale, non ha il segno dellavaccinazione
sulla spalla e per questo forse sente il
bisogno di marchiarsi con un tatuaggio o
col piercing; non ha mai sentito l’odore
dell’iposolfito di sodio del metolo o
dell’idrochinone che si respiravano quando
ci si stampava le foto bianconero.
Per qualcuno la luce rossa si associa a
certi quartieri di Amsterdam, Anversa,
Parigi, ai film hard, e la camera oscura
pensa che sia una stanza dove praticare
orge al buio in stile emo.
È la generazione daylight, generazione
“alla luce del giorno”. Nulla viene fatto
di nascosto. La propria vita diventa
pubblica, i quindici minuti di celebrità di
Warhol si dilatano in maniera esponenziale
attraverso le foto postate (e, preciso,
non “pubblicate” perché è un editore che
pubblica) sui social network.
Generazione-Instagram. Taccuini di viaggio
iconici che immortalano ogni momento della
propria vita, senza parole, senza racconti.
Le parole, se ci sono, sono hashtag,
cancelletti, parole-chiave per farsi
trovare, per farsi notare, per una vita
condivisa. Generazione post-it virtuali.
Non so se sia un bene tutto ciò.
Di certo è divertente.
È a questa generazione che viene dedicato il
calendario “Analogiche Analogie”.
Un tesoretto minimalista di

archeologia fotografica.
Forse un modo per scherzare tra due
generazioni, giocando sulle analogie.
Tra analogico e digitale.
Anche i vecchi fotografi hanno avuto il
mega-pixel (perdonate il doppio senso),
erano le lastre sensibili 24x30cm; i pixel
erano d’argento e si sono tramandati fino
ai giorni nostri; le Polaroid producevano
Instagram; gli album fotografici erano
cartacei ed erano condivisi solo con la
famiglia e gli amici. Gli album su Facebook
non saranno visti dai
discendenti.
È a questa generazione
click and sharing, ai giovani
appassionati di fotografia,
ma anche ai nostalgici, che
si vuole trasmettere con
questo calendario, un sorriso
per raccontare e ricordare
un percorso di qualcosa che
esiste ancora e che andrebbe
preservato perlomeno nel
nostro grigio hard disk (la
mente) e nella nostra CPU (il
cuore).
- Marco Maraviglia -

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Marco Maraviglia e Massimo Vicinanza
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Marco Maraviglia
Props
Marco Maraviglia
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