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CORSO DI LINGUA RUSSA I A.A. 2012-2013
DISPENSE DI STORIA DELLA RUSSIA

GLI STANZIAMENTI NEI TERRITORI DEGLI SLAVI FINO AL I MILLENNIO D.C.

La vita nel territorio dell’attuale Russia è attestata almeno dal II millennio a.C.; si parla
di popolazioni stanziate sulle rive dei fiumi Ladoga e Dnepr. Si sa che 2000 anni
fa i protoslavi occupavano la zona tra il Mar Nero e il Mar Caspio e le zone
dell’attuale Crimea, che era una zona grande due volte la Francia, ma costituita
prevalentemente di steppe e paludi. Alla metà del primo millennio un ceppo
indoeuropeo giunse in quei luoghi dal versante settentrionale dei Carpazi
portandosi fino al medio Dnepr, nella zona a sud delle attuali Polonia e
Bielorussia, e spingendosi verso sud-ovest, fino alla zone dell’attuale Ucraina.
Gli Slavi, poi dispersisi, occuparono un vasto territorio, erano accerchiati dalle
popolazioni dei Balti e degli Ugrofinni a nord ed est, dei Germani a ovest e degli
Iranici a sud.
Dal VII sec a.C. il popolo dei Finni (suddiviso in Čudi e Ugri) si spinse verso gli Urali,
ma venne poi scacciato verso Nord dalle invasioni delle popolazioni barbariche
provenienti dall’Asia. A questo periodo risale la testimonianza di Erodoto su una
popolazione chiamata Sciti, di origine indoeuropea, che conquistò la zona a nord
del Mar Nero che si estendeva dal Don al Danubio. Secondo la testimonianza di
Erodoto, gli sciti erano divisi in tre rami:
 Gli sciti agricoltori erano stanziati lungo il corso del Dnepr, nelle cosiddette
terre di černozëm
 Gli sciti nomadi occupavano le zone a oriente
 Gli sciti sovrani erano stanziati sulla costa del Mar d’Azov.
Al tempo di Erodoto a Oriente del Don c’era la popolazione dei Sarmati, che verso il
200 a.C. si impadronì del territorio degli Sciti. Storicamente saranno confusi con
gli Sciti e si parlerà di una popolazione unica.
Verso 150 d.C. i Goti attraversarono il Baltico e si stanziarono nelle regioni limitrofe,
poi avanzarono verso il Mar Nero. In seguito si sarebbero frazionati in Visigoti e
Ostrogoti. Ai Goti si deve la fondazione della città che sarebbe poi stata Kiev
(circa 350 d.C.). Si sa che gli Ostrogoti si convertirono al cristianesimo ariano
(una confessione eretica rispetto al cristianesimo romano) e assimilarono i costumi
delle popolazioni che trovarono sul Mar Nero.
Intorno al IV sec. gli Unni, provenienti dall’Asia, cacciarono gli Ostrogoti, giungendo
alle porte dell’impero Romano. Nel 378 nella battaglia di Adrianopoli sconfissero
i Romani e si aprirono un varco verso i Balcani. Nel 450 il re unno Attila arrivò
fino in Gallia, ma fu sconfitto. Gli Unni si ritirarono quindi nelle terre dell’odierna
Russia (a Oriente del Dnepr).


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Nel VI sec. agli Unni subentrarono gli Avari, poi gli Ungheri, che si stabilirono in
maniera stanziale nella zona dell’attuale Ungheria. Intorno al 650 i Chazari (una
popolazione di etnia turco-tatara) si stabilì nel territorio tra il Caucaso, il Mar
Nero, il Mar Caspio, il Volga, l’Oka e il medio Dnepr. In questo periodo si
ricordano anche le popolazioni dei Pečenegi, i Polotsy (che si stabilirono nelle
zone della Slavia attorno al 1050) e i Tartari, che rappresentarono una minaccia
per la Russia fino al tempo di Pietro il Grande.

ALTRE LE TESTIMONIANZE SUGLI SLAVI

Non si può definire con certezza il periodo in cui gli Slavi si stanziarono nel territorio
della Slavia, ma nel 550 Procopio racconta di Salvi e Anti. I Salvi erano una
popolazione stanziata a Occidente dei Carpazi, lungo il corso dell’Oder e dell’Elba
e, dopo la disfatta degli Unni sul Baltico, si espansero anche nei territori delle
odierne Bulgaria, Grecia ed ex-Jugoslavia. A Nord e Nord-Est entrarono in
contatto con i Finni, che scacciarono.
Si sa che gli Slavi pagavano un tributo ai Chazari, ma che in cambio avevano la
possibilità di commerciare (VII sec). si parla di molte tribù protoslave, le più
importanti delle quali erano i Dregoviči (che si stanziarono sul fiume Pripjat’,
dove fondarono la città di Turov), i Drevljani, i Poljani (sul cui territorio c’era
Kiev). Queste popolazioni dovevano comunque occupare territori contigui almeno
fino al V o VI secolo, quando si dispersero, all’epoca delle grandi migrazioni. In
questo periodo conquistarono i Balcani e le steppe russe. Fino a quest’epoca tutti
parlavano la stessa lingua detta Slavo comune (di cui non si sono conservate
tracce, poiché fino al IX secolo gli Slavi non ebbero scrittura).
Ci sono diverse teorie per spiegare l’etimologia della parola “slavo”:
 La prima parte di molti nomi propri tipicamente Slavi (Jaroslav,
Mstislav, Vjačeslav e altri) contiene questa parola. Si suppone che
la prima parte di questi nomi si riferisca a divinità pagane. La
parola “Slavo” significherebbe quindi devoto a un dio.
 Secondo un’altra teoria, questa parola deriverebbe dalla parola
*skloak (*sklav) che significherebbe acquitrino, palude. La parola
“Slavo” deriva quindi dal luogo degli stanziamenti originari.
 Una terza teoria ipotizza che questa parola deriverebbe da slava,
gloria, ma questa teoria, in voga durante il romanticismo,
oggigiorno non gode più di autorità presso gli studiosi.
Per tutto il primo millennio le cronache greche riportano di etnie stanziate nel territorio,
che va dal mare del Nord al Mar Nero e dalla Germania, lungo tutto il corso del
Danubio fino in Tracia e addirittura fino all’Altaj. A queste etnie attribuiscono il
nome comune di Sciti.
Dal VI sec. disponiamo di qualche rara testimonianza più precisa: Jordane, storico dei
Goti, riassume la storia dei Goti di Cassiodoro (scritta originariamente in latino) in
De rebus Gethicis. In quest’opera si parla di tre etnie, divise in numerose società,
che avrebbero occupato il territorio compreso tra il Mar Nero, il lago Balaton, e la


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Vistola: queste popolazioni sono chiamate Venedi, Sclaveni (che si scissero in due
tronconi, uno dei quali conquistò la zona dell’attuale Slovenia, l’altra i centri
urbani di Ladoga e Novgorod) e gli Anti.
IL PERIODO DELLO SLAVO COMUNE E LE SCISSIONI DELL’UNITÀ ORIGINARIA. LA
FORMAZIONE DELLE LINGUE SLAVE

La testimonianza di Jordane sui Venedi, gli Sclaveni e gli Anti permette di ipotizzare
una precedente scissione dei protoslavi. La scissione in slavi orientali e occidentali
risalirebbe al tempo dell’avanzata dei Goti (II sec), che separarono la compagine
slava unita lungo l’asse dell’avanzata.
Alla metà del IV sec., poi, gli Unni ne sospinsero una parte a Ponente. Nel V e VI sec.
con le invasioni barbariche si assisté alla frantumazione del vecchio mondo,
all’affermazione di Germani, Slavi e popoli Asiatici. Il primo popolo di origine
non indoeuropea che penetra in Europa sono gli Unni, che furono scacciati dai
Germani dall’odierna Ucraina meridionale. Gli Unni avrebbero distrutto la
rudimentale e nascente civiltà slava. La storia ricorda l’abitudine unna di uccidere
e ridurre in schiavitù i popoli incontrati sul loro cammino. Molti slavi si sarebbero
poi unirono ai barbari provenienti dall’Asia, lasciando i territori di insediamento
originari. Gli Slavi erano mossi non per brama di conquista, ma per trovare terre
da colonizzare. Erano prevalentemente stanziali.
Alla frantumazione dell’impero Unno (dopo la morte di Attila, V sec.), gli slavi, che nel
frattempo avevano fatto in tempo ad organizzarsi, avanzarono. Nel VI sec. in
Europa giungono gli Àvari, un’etnia protomongola. Si sa che Bisanzio si alleò con
loro affinché sgominino gli Slavi e li ricaccino oltre il Danubio. Dopo varie
ambascerie avare per convincere gli slavi ad assoggettarsi e il rifiuto di questi
ultimi, nel 602 gli avari sconfissero gli Anti in Bessarabia. Gli Anti scomparvero
per sempre dalla storia. Gli avari avrebbero quindi conquistato gli slavi. Nel 623,
stremati dalle continue vessazioni e umiliazioni, gli slavi di Boemia, Moravia e
Slovacchia, si coalizzarono e si rivoltarono agli avari, guidati da un mercante,
Samo. Dopo la vittoria si formò il primo stato slavo della storia, retto da Samo,
che durò però soltanto 35 anni, fino alla morte del re. L’indebolimento degli avari
favorisce l’espansione slava verso sud, est e ovest, nei sec. VII e VIII, alla vigilia
della formazione degli stati slavi.
La migrazione degli slavi si quindi fece massiccia a partire dal secondo terzo del VI sec.
e proseguì per circa un secolo, arrestandosi soltanto di fronte all’avanzata di
Franchi e Turingi. Nell’805 venne istituito il Lines sorabicus che creò una
frontiera economica e territoriale, tuttavia permeabile ai commerci, tra Slavi e
Germani. Gli Slavi si assestarono nelle regioni della selva Boema e dell’odierna
Ungheria (secondo le leggende del cronista ceco Cosma). Di fatto in quel periodo
l’antica Slavia si estendeva fino alla Germania Orientale, alle città di Norimberga
e Ratisbona. Molti toponimi tedeschi e austriaci hanno un’origine slava (per
esempio, Berlino, da Berlo, palo < in slavo antico>, Graz, che è una variante di
Grad <città in slavo>).
Tra gli Slavi occidentali c’erano anche i Serbi, stanziati a Nord (ancora oggi esistono i
Sorabi, o Serbi di Lusazia, stanziati nella Germania nord-orientale e nella Polonia


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nord-occidentale). Si parla anche di etnie oggi scomparse o assimilate dalle
popolazioni indigene (Obodriti, Ljutiči). Nel basso Medioevo alcune popolazioni
slave risiedevano negli attuali stati baltici, come i Pomorani, eretici e pagani, che
vennero sterminate dai Cavalieri teutonici nella crociata contro gli Slavi del Nord.
C’erano popolazioni slave anche a sud, nella zona dell’attuale Ungheria. Nei sec.
VI e VII gli Slavi si stanziarono in una zona ancora più meridionale, raggiungendo
l’Egeo e alleandosi con i bizantini nella lotta contro gli Avari. Da queste
popolazioni si formò il primo nucleo degli Slavi meridionali. In questo periodo gli
Slavi si mossero quindi verso i Balcani, partendo dal territorio della Vistola e dal
medio Oder e si stanziarono stabilmente in quei luoghi, a differenza di quanto era
avvenuto nelle ondate precedenti. Pare che gli Slavi giunsero fino all’Adriatico e
all’Egeo, conquistando il territorio che andava da quei luoghi fino al Mar Nero, da
cui erano stati separati per lungo tempo da popolazioni di ceppo iranico.
L’occupazione di tutto il continente civilizzato da parte dei “barbari” fu recepita
come un cataclisma, che temevano persino le popolazioni stanziate in Spagna.
Gli spostamenti dei Goti, degli Unni e degli Avari causarono a poco a poco lo
sfaldamento dell’unità dei popoli Slavi, un potente flusso di migrazioni e di
conseguenza la diversificazione linguistica e la disgregazione dell’unica lingua, lo
slavo comune in tre gruppi e in una dozzina di lingue, corrispondenti ai vari
dialetti dello slavo comune, creatisi conseguentemente alla dissoluzione dell’unità
linguistica primigenia. Questi dialetti erano le protolingue delle lingue slave, che
conosciamo oggi.
Esse sono suddivise in:
 Lingue slave orientali: Russo, Ucraino e Bielorusso, che utilizzano
l’alfabeto cirillico,
 Lingue slave occidentali: Polacco, Ceco, Slovacco e Sorabo di
tradizione cattolica e con alfabeto latino,
 Lingue slave meridionali: Sloveno, Macedone, Serbo, Croato e
Bulgaro, scritte con alfabeto latino o cirillico a seconda della
vicinanza alla tradizione cattolica od ortodossa.
La migrazione degli Slavi del Sud verso Bisanzio fu recepita come una vera e propria
invasione, che scombinò il sistema bizantino. Man mano che veniva instaurata una
compagine statale in Serbia e in Bulgaria cresceva la capacità degli Slavi di
opporsi alla bizantizzazione. Ciò nonostante proprio la vicinanza del centro della
cristianità ortodossa influenzerà profondamente la cultura slava, a partire dai
secoli VIII e IX. Questa cultura verrà però assimilata in maniera tale che gli Slavi
prenderanno soltanto ciò che si confaceva alle loro esigenze.
L’espansione slava proseguì quindi ininterrotta per circa 250 anni, dal 587 all’805. In
questo periodo gli Slavi cacciarono le popolazioni locali greche nei territori
limitrofi, ma anche e soprattutto modificarono in maniera sostanziale l’assetto
della penisola balcanica, dove distrussero le città e la civiltà preesistenti per
rendere il territorio maggiormente confacentesi a quelle che erano le loro
abitudini. Gli Slavi erano dediti principalmente all’agricoltura.
Nel VII secolo arrivarono fino a Creta e in Italia, dove rimasero fino all’VIII sec. Da
questi territori sparirono le monete, non si conservarono le vestigia del passato e
fu in generale un periodo di degrado e decadenza per l’intera area. Proprio la


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mancanza di testimonianze storiche per tutto questo periodo ci permette di
supporre un’egemonia barbarica in questi territori; la presenza di Slavi è
riscontrabile anche in una gran quantità di toponimi proprio dell’interno di quelle
zone, questi elementi testimoniano una conquista che non si fermò sulle coste, ma
che si spinse anche in profondità.
NellOttanta5 con la battaglia di Patrasso Bisanzio riconquistò gli antichi territori e in
brevissimo tempo piegò la resistenza degli Slavi, tranne che nei Balcani. La
politica di Bisanzio prevedeva di trasferire intere popolazioni ribelli in luoghi
lontani per sedarne lo spirito di reazione. In questo modo molti Slavi furono
impiegati anche come guerrieri in Asia Minore, la cui presenza massiccia è
testimoniata ancora oggi da fattori di carattere sociale ed economico.
Dal VII sec. gli Slavi dell’Elba e delle regioni tedesche furono gradatamente conquistati
e schiavizzati, sebbene nel VII e VIII sec. essi convivessero pacificamente con i
vicini Germani, e anzi sviluppassero con loro rapporti commerciali. L’espansione
tedesca lasciò poco spazio agli Slavi. Lungo il corso dell’Elba essi rifiutarono il
cattolicesimo e in segno di ribellione restarono fedeli al paganesimo dei padri. La
pressione dei germani nel X sec. consolida la frattura tra slavi occidentali e
meridionali. Gli slavi orientali (per lo più di etnia russa) si espansero verso la
Siberia. La grandezza dei territori rendeva necessario un potere accentrato e molto
forte. L’espansione di questo periodo li porterà fino in Alaska, che apparterrà alla
Russia fino al 1867.

LA RUSSIA

Le due direttive principali della migrazione slava furono quella che portarono alla
conquista dei Balcani e quella in direzione del fiume Oka. Questa sarà quella che
darà origine allo Stato Russo.
Nel territorio dell’alto Dnepr e della Dvina si trovava la popolazione dei Kriviči, che
fondò le città di Polock e forse anche Pskov e Smolensk. A nord-est c’erano i
Vjatčiki, che si spostarono nella zona della Russia, dove sarebbe poi sorta Mosca.
A sud-est, nell’odierna Ucraina i Severjane erano stanziati nelle vallate degli
affluenti sinistri del Dnepr, nella zona di Kiev. I Poljani e i Drevljani si
stanzieranno di fronte ai Dregoviči. Una parte dei Poljani si stanzierà in Polonia e
darà inizio alla dinastia dei Pjast.
Ci sono due teorie sull’origine dell’etimologia “Rus’” / “russo”:
 La teoria più accreditata fa derivare questa parola dal termine
finnico Ruotsi, navigatori, con il quale i Finni designavano gli
svedesi. Secondo Nestore, autore de Il racconto degli anni passati
(Povest’ vremennych let), proprio agli svedesi si rivolsero le tribù
slave stanziate nella Rus’, affinché i primi mettessero ordine fra di
loro e regnassero (Nestore parla della missione presso “i Variaghi
<Scandinavi>, i Russi”). Il primo re fu quindi il variago Rjurik, al
quale seguì Oleg (Hoelgi; la ricostruzione del nome Oleg avvalla
quindi l’origine variaga dei primi re della Rus’).


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 Gli svedesi erano chiamati anche Rhos (annali Bertiniani; 839). I
popoli della Rus’ erano dediti alla mercanzia, a differenza degli
altri Slavi, che erano coltivatori. Questa caratteristica li
accomunerebbe invece con i Vichinghi-Variaghi. Il nome Hoelgi
(variante russa: Oleg) significa consacrato, proprio come
Svjatoslav, che fu figlio del re Igor’, e Ol’ga/Hoelga, figlia proprio
di Hoelgi/Oleg. Quindi Ol’ga avrebbe voluto dare al figlio un nome
apparentemente slavo, ma che contemporaneamente ricordasse il
padre scandinavo.
 Il fiume Ros’, a sud della Russia potrebbe essere alla base del
termine Rus’, facendo quindi cadere la teoria dell’origine svedese.
Il popolo che era stanziato sulle rive del Ros’ ha preso questo
nome, come spesso avviene. Parrebbe tuttavia una coincidenza,
visto che memorialisti arabi parlano di russi esclusivamente come
di Slavi, ma descrivendo le loro abitudini e il tipo di mercanzie che
trasportavano questi “slavi”, risulta chiaro che si tratti di Vichinghi.
Nestore racconta degli Slavi prima della cristianizzazione avvenuta a partire dal IX sec.,
descrivendo il loro modo di vita come animale. In realtà erano popolazioni dedite
all’agricoltura, all’apicoltura, alla caccia, allo sfruttamento dei boschi, alla
costruzione di zattere e barche. Le popolazioni slave erano organizzate in villaggi
e clan (rody). Le città avevano delle fortificazioni (gorodišče). I russi
intrattenevano rapporti commerciali con la Germania del Nord e la Scandinavia
(attraverso il Baltico), con le civiltà del Mediterraneo attraverso Bisanzio, e con
l’Oriente, attraverso il Mar Caspio. Essi commerciavano prevalentemente pellicce,
miele, schiavi in cambio di sale, oro e argento. Le loro proprietà erano organizzate
secondo un’unione comunistica. Nelle rody cominciarono a penetrare elementi
estranei (forza lavoro). Sorsero numerosissime città (gli scandinavi li chiamavano
gaardariki, regno delle città). I due centri maggiori erano Novgorod e Kiev, che
commerciavano rispettivamente con il Nord e con l’Ovest. Le comunità erano
governate da un principe (knjaz’) e un’assemblea popolare (veče) e, sebbene non
ci fosse coscienza di appartenere a un’etnia unitaria, c’era una sorta di
organizzazione statale. Dalla metà del IX sec. le tribù russe si riunirono in
compagini statali, annettendo i latifondi circostanti (volosti).

I PRIMI RE DELLA RUS’ E LA CRISTIANIZZAZIONE

Secondo la teoria normannistica, i primi principi russi sarebbero stati guerrieri
normanni vichinghi. In un primo momento gli Scandinavi vennero scacciati dalle
terre russe perché visti come predoni, ma poi furono richiamati per mettere ordine
e stabilire un regno. Fu invitato Rjurik che prese possesso di quelle terre e le
unificò. Lo strato superiore dei russi portava nomi varjagi (scandinavi). I Varjagi
si adattarono però alla struttura esistente (veče).
Dopo Rjurik (morto nel 879) prese il potere Oleg, dal momento che Igor’, il figlio di
Rjurik era troppo piccolo per governare. Oleg elesse Kiev a “madre di tutte le
Russie” e vi pose la capitale dell’impero, creando la Rus’ di Kiev (Kievskaja


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Rus’). Oleg annetté i regni dei Drevljani, dei Severjani e dei Radimiči. Marciò su
Costantinopoli, la prese, ma dopo un convenientissimo trattato commerciale a
favore dei russi la rese.
Dopo Oleg e il breve regno di Igor’ salì al trono Ol’ga, madre di quest’ultimo e moglie
del primo, che si convertì al cristianesimo, ma fu un caso isolato e la religione non
fu imposta ai sudditi.
Le succedette Svjatoslav, che spostò i confini del regno verso Oriente, ma conquistò
anche la Bulgaria. Durante questa campagna lasciò Kiev sguarnita e che cadde
preda dei Pečenegi. Il re la riconquistò, ma rifiutò di viverci.
Svjatoslav aveva tre figli: Oleg, Jaropolk e Vladimir. Alla morte del genitore essi
diedero inizio a una guerra fratricida, dalla quale uscì vittorioso Vladimir che si
convertì al cristianesimo, assumendo l’epiteto di “Santo”. La cronaca di Nestore
racconta di un Vladimir libertino e immorale prima della conversione, e buono
anche con nemici, dopo. Sotto Vladimir il Santo si intensificarono i contatti con
Bisanzio, e ci fu una fioritura notevole. La leggenda della conversione narra di un
aiuto militare di Vladimir all’imperatore di Bisanzio contro dei ribelli in cambio
del quale all’imperatore russo venne promessa in sposa la sorella dell’imperatore
di Bisanzio. Dopo l’esito positivo della lotta contro i ribelli, però, questi rifiuta di
accordargliela, con la scusa che Vladimir era un pagano. L’imperatore russo
muove su Bisanzio, si ferma a Cherson. L’imperatore bizantino accetta di
concedere la sorella in sposa, Vladimir si fa battezzare e fece fondare in Rus’
molte scuole religiose. Il paganesimo resisté però molto a lungo in alcune zone del
regno, soprattutto in periferia. Esempi di cristianesimo misto al paganesimo sono
attestati fino al XII sec.: i venti sono chiamati “figli di Striborg” e principi “figli di
Daschborg”, dal nome di due divinità del paganesimo slavo.
L’evangelizzazione della Slavia ebbe inizio in Boemia per opera del clero tedesco (IX
sec.), ma i feudatari germanici erano visti come pericolosi intrusi, che attentavano
all’unità dei paesi limitrofi. Si preferì quindi rivolgersi a Bisanzio, culturalmente
più vicino agli Slavi. Nell’863-864 due monaci di Salonicco, Costantino (Cirillo)
e Michele (Metodio) furono mandati in Moravia. Salonicco faceva parte dell’area
bizantina, ma di quella parte abitata da un’etnia slavo-bulgara. I due monaci
lasciarono un alfabeto (Glagolica) e traduzioni di testi sacri. Nel 988 la
cristianizzazione, per opera dei discepoli di Cirillo e Metodio giunge in Rus’; la
lingua liturgica diventa lo slavo ecclesiastico (Staroslavjanskij jazyk), scritto in
Glagolica. Contemporaneamente i discepoli dei monaci di Salonicco introducono
il cirillico (Kirillica), escluso però dall’uso religioso.
L’introduzione dell’ortodossia crea uno spirito anti-occidentale (anti-latino). In questo
senso il cirillico si contrappone all’alfabeto latino, proprio del mondo cattolico. Le
principali differenze dell’ortodossia dal cattolicesimo sono che lo Spirito Santo
procede dal Padre, ma non dal Figlio, non esiste un capo supremo della chiesa, le
questioni di fede sono appannaggio di un Concilio, la chiesa ortodossa non
riconosce né il purgatorio, né indulgenze, non esiste l’obbligo del celibato per il
clero inferiore.
Durante il regno di Vladimir il Santo si avviò la creazione dei vescovati, divisi in
parrocchie, su tutto il paese; questo fatto garantì il consolidamento della
compagine statale. La chiesa ortodossa del tempo predicava la bontà, anche verso


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schiavi e sottoposti; questo comportò che la schiavitù in Rus’, almeno fino al XV
sec., non fu così dura come in altri paesi. La Chiesa consolidò potere statale,
diffondendo l’idea che il potere temporale dovesse appartenere alla veče; la chiesa
Ortodossa in questo periodo ammette la possibilità del popolo di sollevarsi contro
il proprio signore (l’assolutismo in Russia si svilupperà soltanto a partire XIV
sec).
Vladimir lascia un gran numero di figli, che svolgono compiti di luogotenenti del padre
nelle varie province. Dopo diverse guerre fratricide e una guerra tra Jaroslav
(governatore di Novgorod) e Svajtoslav (governatore di Kiev), il primo ha la
meglio. In questo periodo si ebbe l’elezione del primo metropolita russo (Ilarion)
non scelto da Costantinopoli. Si incominciò a tessere una fitta rete di rapporti di
parentela con le maggiori dinastie europee. Le cronache riportano la straordinaria
edilizia di Kiev, nella quale pare che fossero state erette circa 400 chiese (fra le
altre quella di S. Sofia a Kiev) e addirittura otto mercati frequentati da mercanti di
tutta Europa. Jaroslav concedeva asilo politico ai sovrani europei che dovevano
fuggire dalle proprie terre. Sotto questo re fu promulgata una raccolta di leggi, la
Russkaja pravda, compilata sulla base della legislazione bizantina e di quella
svedese, e che contemplava i casi da cui esulava diritto canonico. Non prevedeva
la pena di morte, ma una pena pecuniaria anche per l’omicidio di uomo libero.
Nella Kiev di questo periodo si assisté ad una notevole fioritura delle lettere,
Jaroslav stesso era alfabeta e raccolse una grande biblioteca, che rese pubblica. In
punto di morte (1054) consegna il regno nelle mani del figlio maggiore,
destinando agli altri regni minori. Istituisce un sistema, che garantisse la
successione al trono evitando guerre fratricide: quando il fratello maggiore
sarebbe morto, il secondo avrebbe preso Kiev e cosi via. Nonostante l’idea di una
ciclicità, anche questo metodo non servì a evitare guerre fratricide.

LA DECADENZA, IL GIOGO TARTARO E L’ASCESA DI MOSCA

Nel 1113 Vladimir Monomach fu eletto dal popolo Gran Principe, ma alla sua morte il
trono passò ai suoi figli che diedero inizio a guerre intestine che indebolirono lo
stato e le sue difese. Nei secoli XI e XII ci furono frequenti attacchi dei Polotsy, ai
quali nel 1204 si unì la quarta crociata, che danneggiò per decenni Costantinopoli
e quei paesi che commerciavano con essa. Calò la forza della Russia del Dnepr,
mentre Novgorod continuava a mantenere una certa indipendenza economica
grazie al commercio verso il Baltico e con i Germani.
All’inizio del XIII sec. la Rus’ fu invasa dai Tartari, che disponevano di un enorme
esercito e di un perfetto sistema di sottomissione e reclutamento dei soldati. Alla
guida del loro re, Gengis-Khan, conquistarono un territorio che si estendeva dalla
Cina alla Georgia, tra il 1206 e il 1227, anno della morte del sovrano. I tartari
giunsero fino in Polonia e Ungheria. I Russi decisero di attaccarli, ma furono
sconfitti e gli avversari conquistarono e distrussero tutte città della Rus’. Alla
morte di Gengis-Khan salì al potere suo figlio Batyj. Nel 1240 la Rus’ era
totalmente conquistata, ad eccezione di Novgorod, il cui territorio era rimasto
esterno all’ondata tartara. Kiev restò distrutta per secoli e nella sola capitale si


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contarono milioni di morti. Diventò un villaggio senza importanza e ancora nel
XV sec. la popolazione non superava le 200 unità. A partire dal XII sec. buona
parte della popolazione di Kiev emigrò verso Ovest (verso la Galizia), un’altra
parte verso Nord-Est, verso le città di Novgorod e Suzdal’, Tver’, Rostov,
Jaroslavl’, sospinte anche dallo scemare dei commerci con Bisanzio. In particolare
attorno a Suzdal’ sorsero migliaia di villaggi abitati per lo più da contadini.
L’attività artigiana era ridotta al minimo, finalizzata alla soddisfazione dei bisogni
immediati. Questo periodo di generale decadenza della Rus’ è noto con il nome di
dominio delle città.
Dopo Jurij Dolgorukij (morto nel 1157) Andrej Bogoljubskij creò il principato di
Suzdal’, senza veče e con reggenza assoluta. La capitale venne spostata a
Vladimir. Bogoljubskij voleva in questo modo opporsi all’aristocrazia del denaro
di Novgorod, che aveva interessi nella zona di Suzdal’. Dopo alcune guerre per la
successione al trono, il fratello minore di Andrej, Vsevolod, prese il potere. Il
principato si frammentò in una serie di piccoli feudi, gli udely, retti da principi che
erano anche i signori delle terre. Fu questo un periodo di frammentazione e
debolezza dello stato nella sua totalità.
Alla morte di Batyj, in Russia era stata creata un’amministrazione perfetta e uno stato
tartaro indipendente (Orda d’Oro). I tartari raccoglievano imposte, prendevano
schiavi e donne per gli harem, ma non si immischiavano né nella politica locale,
né nei costumi. La capitale del regno tartaro era a Karakorum, in Mongolia, e
quindi i principi russi continuavano a governare autonomamente, previa
autorizzazione da parte dei tartari; questi lasciarono sempre completa libertà
religiosa, anche quando si convertirono all’islam. Il clero era libero da imposte e
viveva arricchendosi.
Nel 1242 Aleksandr Nevskij di Novgorod scacciò dal territorio russo i cavalieri
dell’ordine teutonico e i lituani, pur sottomettendosi ai tartari. Fu l’eroe del
periodo. Suo figlio Daniil ereditò Mosca e cominciò ad espanderne i territori.
Mosca produceva il miele necessario a Novgorod e a Pskov per i loro commerci.
Nel 1327 a Tver’ ci fu la prima rivolta contro i tartari. Ivan (Kalita), governatore di
Mosca, si fece dare 50.000 uomini e marciò su Tver’. I tartari concessero a Ivan il
diritto di riscossione delle imposte. Il suo rapido arricchimento fu una delle
ragioni dell’ascesa di Mosca. Alla fine del Khanato subentrò il principato di
Mosca, che mantenne lo stesso potere assoluto e la stessa pressione sui sudditi che
pretendevano dai Russi i Tartari. Mosca viene ricordata nelle cronache fin dal
1147, ma fino al XIII sec. restò un villaggio senza importanza. Ivan diventò quindi
sovrano di Mosca e annetté territori importanti. Affrancò schiavi tartari e li mise
sul suo territorio, comprò altri principati (Uglič, Vologda), finanziò opere per la
chiesa (tra le altre cose fece erigere le cattedrali Uspenskij e Archangel’skij del
Cremlino), fece si che il metropolita si trasferisse a Mosca. Ivan voleva diventare
principe della Russia perché la regione di Mosca garantiva un ricco fisco, godeva
dei pieni poteri ricevuti dal Khan, Mosca si andava affermando come centro della
fede.
Anche i successori di Ivan vollero riunire le terre russe sotto Mosca. Nel 1380 Dmitrij
(Donskoj) sconfisse i tartari sul campo di Kulikovo. Il regno tartaro si stava nel
frattempo indebolendo a causa di frammentazioni interne. La vittoria di Dm.


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Donskoj fu importante prima di tutto perché i dominatori della Russia non vennero
più considerati invincibili.
Nel XV secolo ci fu la fondazione in Russia dello stato tartaro di Kazan’.

LA FINE DEL GIOGO TARTARO E LA NASCITA DELLA RUS’ MOSCOVITA

In questo periodo ci furono molti scontri per il trono di Mosca dai quali uscì vincitore
Vasilij II. Era il padre di IVAN III (1462-1514), che fu eletto primo zar di tutte le
Russie. Molti bojare, i nobili, abbandonavano le proprie terre per mettersi a
servizio di Ivan. Si creò un’aristocrazia russa sotto uno zar e quindi anche i
presupposti per stato unitario nazionale. Ivan III assoggettò la Grande Novgorod,
in cui l’aristocrazia del denaro voleva andare a servire sotto i lituano-polacchi,
mentre il popolo sotto Mosca, perché quest’ultima limitava il potere e l’arbitrio
dei bojare. Ivan dichiarò la necessità di conservare l’ortodossia e quindi vietò ogni
influsso in Russia di elementi cattolici. Si costituì la Rus’ di Mosca (Moskovskaja
Rus’), ma gli abitanti di Novgorod tramarono con Casimiro di Polonia e con il
Khan contro la formazione di uno stato unitario sotto Mosca. Ivan mise a fuoco la
città, ci furono deportazioni e confische. Questo stato di cose portò alla fine di
Novgorod e dei rapporti commerciali che questa città intratteneva con l’Europa.
Ivan ampliò il regno annetté le città di Tver’ e Pskov, giungendo ad annettere
Perm’. Lo zar rifiutò fermamente di pagare il tributo ai tartari. Nell’inverno del
1480 si arrivò ad uno scontro sul fiume Ugra. In realtà i due schieramenti decisero
di non intraprendere battaglia; dal punto di vista dei russi questo fatto testimoniò
la debolezza dell’Orda d’Oro, che nel 1502 si scioglie definitivamente a cause di
insanabili fratture interne. A Kazan’ fu istituito un khanato, come ad Astrachan,
ma fu di fatto incapace di competere con Mosca, sebbene le scorrerie tartare in
territorio russo continueranno fino al XVIII sec.
Dopo il dominio tartaro l’assolutismo di Mosca divenne totale. Per i sudditi mutò ben
poco dalla situazione precedente. A Ivan III succedette Vasilij III che annetté
Pskov e ottenne Smolensk dalla Polonia. Fu notevolmente limitata la libertà di
tutti i sudditi. Ogni opposizione interna, da chiunque arrivasse, era punita con il
carcere. La Chiesa proclamò l’origine divina del potere zarista dando, di fatto, la
giustificazione per l’instaurazione del potere assoluto. Ma per i russi, come
notarono dei pubblicisti stranieri del XVI e XVII secolo (come per esempio
Samuel Maskiewicz, all’inizio del XVII sec), era preferibile l’assolutismo zarista
allo strapotere dei bojare, loro pari, ma più ricchi; lo zar era invece considerato un
luogotenente di Dio in terra.
A Vasilij III succedette Ivan IV (Groznyj; 1530-1584), il cui padre morì, quando il
figlio aveva 3 anni, la madre, quando ne aveva 8. Il futuro zar ebbe un’infanzia
infelice, fu lasciato all’arbitrio dei bojare che fecero crescere lui e suo fratello in
un clima di terrore e anarchia. Ivan IV preferì non intaccare i beni della Chiesa per
non perdere appoggio spirituale, sebbene nel 1500 il clero possedesse un terzo
delle terre russe. Espropriò invece le terre ai nobili e creò dei latifondi (pomest’ja)
statali. Nel 1543 lo zar tredicenne compì il suo primo omicidio, nel 1547 ci fu una
serie di incendi a Mosca, in cui perirono 1700 persone. Il popolo incolpa la zarina


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di origine polacca. Ivan fece uccidere pubblicamente i caporioni e la folla si placò.
Il carattere dello zar era alquanto volubile, egli era incline a grandi pentimenti per
il proprio operato, ma non smise mai di compiere atrocità efferate. Il regno di Ivan
IV fu caratterizzato da un’altissima depravazione morale.
Contro la corruzione dei nobili, Ivan IV introdusse il sistema del kormlenie, che
permetteva di esigere le imposte solo a funzionari statali.
In politica estera Ivan IV promosse una fortunata campagna contro tartari di Kazan’, che
fu distrutta, rinforzata e annessa alla Russia. Nel 1556 venne conquistata anche
Astrachan’. I tartari di Crimea non furono invece conquistati perché nei piani dello
zar avrebbero dovuto svolgere la funzione di cuscinetto in caso di attacco turco.
Nel 1558 fu avviata una campagna contro la Livonia per ottenere l’accesso al
Baltico. La guerra contro la Polonia-Lituania e la Svezia, che difendevano la
Livonia si protrasse per trent’anni e si risolse con un nulla di fatto. Sfruttando il
fatto che l’esercito fosse occupato su due fronti, i tartari nel 1571 incendiarono
Mosca. Nel 1572 Ivan li sconfigge e da questo momento terminarono quasi
completamente le pretese tartare su Mosca.
Lo zar di fatto eliminò la vecchia classe dei bojare, creò un altissimo numero di nuovi
favoriti. Uno di loro, A. Kubrskij, fuggì in Lettonia e da lì scrisse una lettera in cui
denunciava l’arbitrio del sovrano e lo accusava di atrocità. Questo fatto accrebbe
la diffidenza di Ivan nei confronti della classe nobiliare nel suo complesso. Nel
1564 lo zar lasciò Mosca, scrivendo due lettere in cui veniva annunciato il ritiro
dalla politica attiva, in cui si accusavano i nobili di aver reso la sua infanzia un
inferno e in cui veniva comunicava al popolo che la decisione era maturata non
per causa sua, ma per colpa dei bojare infidi e corrotti, in combutta con il clero. Il
popolo implorò lo zar di ritornare, gli permise di fare ciò che avesse voluto, ma di
non abbandonarlo. Ivan IV tornò al potere con una libertà di manovra illimitata e
giustificata dalle richieste del suo popolo, in nome del quale aveva rinunciato al
suo esilio volontario. Fu istituita la Zemščina, un sistema di territori governati da
consigli di bojare su cui zar ha controllo limitato, ma soprattutto l’Opričnina, una
polizia segreta sotto il controllo diretto dello zar. L’esercito degli Opričniki era
composto di circa 6000 uomini, che uccidevano e depredavano e che di fatto
disponevano di un potere pressoché assoluto. Ivan teneva elenchi dei nomi delle
sue vittime, per le quali pregava, quando si pentiva. Da questi elenchi risulta che
le vittime dell’Opričnina furono diverse decine di migliaia di tutti i ceti sociali. In
questo periodo corsero voci che Novgorod volesse allearsi con i polacchi. La città
fu distrutta dalle truppe dello zar e venne ucciso circa lOttanta% della
popolazione. Dal 1571 cessò il terrore cieco. L’Opričnina viene trasformata in
Dvor.
Il regno di Ivan IV distrusse non solo la classe nobiliare, ma anche l’economia agricola,
eliminò i traffici e i rapporti d’affari. In Europa si diffuse un atteggiamento
antirusso, i sovrani temevano che la conquista delle terre sul Baltico potesse
inficiare i loro commerci. La differenza di prezzi tra la Russia e l’Europa era
enorme. I russi importavano pagando le merci occidentali a caro prezzo e
vendevano i loro prodotti a poco. Per combattere gli umori antimoscoviti allo zar
serviva un forte esercito, ma soprattutto un commercio solido, in particolare dopo
la perdita d’importanza di Kiev e la distruzione di Novgorod. Gli scambi interni


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erano vivi ma scarsi. In Russia non esisteva ancora un sistema che garantisse il
commercio e mancava quasi praticamente l’artigianato. Per permettere lo sviluppo
del commercio sorsero delle città commerciali (prevalentemente indirizzate al
commercio interno), chiamate posady, ma mancava una borghesia che potesse
avviare un commercio sul modello di quello europeo. Nel 1553 sir R. Chancelor
tentò di arrivare alle Indie attraverso il Mar Baltico e la Russia. Lo zar lo ricevette
e concesse agli inglesi incredibili privilegi per commerciare con la Russia. In
Inghilterra si formò una Russian Company, che si occupava dell’importazione dal
paese degli zar. Si formò anche una borghesia imprenditoriale, composta da un
numero esiguo di persone incredibilmente ricche. Alla fine degli anni Sessanta del
XVI sec., per es., quando la Siberia era già stata in gran parte conquistata (la
conquista vera e propria si concluderà solo nel 1587 con la fondazione della città
di Tobol’sk), la famiglia Stroganov ricevette immensi possedimenti e fu esentata
dal pagamento del fisco per ordine dello zar.

IL PERIODO DEI TORBIDI (SMUTNOE VREMJA) E LA DINASTIA ROMÀNOV

A Ivan il Terribile succedette il figlio Fedor, poco sensibile alla cosa pubblica e
mentalmente disturbato. Prima della sua elezione al trono, l’ultima moglie di Ivan,
con il piccolo Dmitrij, unico figlio ancora vivo insieme a Fedor, furono mandati in
esilio a Uglič.
Nel 1584 Fedor fu incoronato zar ed ebbe come consiglieri dapprima Nikita
Romànovič, morto nel 1586, e poi Boris Godunov. Quest’ultimo fece una
rapidissima carriera sotto Ivan, e ottenne persino il diritto di imporre balzelli a
Mosca. Era uno degli uomini più ricchi di Russia. La casata degli Šujskij tentò di
far scacciare Godunov dal Metropolita, ma Boris mise in atto una campagna
diffamatoria dalla quale si salvò solo Vasilij Šujskij e che si concluse con la
cacciata del metropolita. Godunov era un fidatissimo dello zar, intratteneva
rapporti con le potenze straniere, riceveva al posto del sovrano, si occupava di
politica estera e interna. Gli fu permesso persino di statalizzare molte fonti
dell’economia, di dare il beneplacito alla costruzione di città in Siberia, gli fu
permesso di vietare il commercio in cambio di denaro, in quanto voleva materiale
per armi che le potenze straniere non vendevano alla Russia. Godunov creò turni
di lavoro sfiancanti per fortificare il paese e per istituire ed istruire un esercito
moderno, impose un fortissimo aggravio fiscale, soprattutto a danno dei contadini,
molti dei quali andarono a rimpolpare le bande di predoni Cosacchi, con il
risultato che le campagne si spopolarono.
Nel 1591 fu ucciso il piccolo Dmitrij novenne. Ufficialmente venne dichiarato che era
morto giocando con dei coltelli. Molti pensarono che dietro a quest’omicidio ci
fosse Boris Godunov. Nel 1598 morì Fedor e, dopo lunghe trattative, Boris salì al
trono. Fece immediatamente esiliare le famiglie dei Romànov e Šujskij. Nel
periodo tra il 1601 e il 1604 ci fu una serie di raccolti scarsi e di incendi
accompagnati da un ulteriore aumento della pressione fiscale. Le vittime per fame
e epidemie, soprattutto dopo che i contadini furono cacciati da proprietari che non
volevano nutrirli, si contavano a migliaia. Dilagò il malcontento. Il popolo russo


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era propenso a credere che sulla Russia fosse caduta una maledizione per
l’omicidio del piccolo Dmitrij, ma anche per il fatto che Boris non appartenesse
alla famiglia regnante. Dal 1601 si diffuse l’idea che Dmitrij fosse vivo. In
Polonia si trovò un ragazzo che affermava di essere Dmitrij, figlio di Ivan IV e il
legittimo erede al trono. Il voivoda di Sandomirz Jurij Mniszek insieme al re di
Polonia nel 1604 finanziarono un piccolo esercito che lo scortasse in Russia. I
Polacchi speravano con questa manovra di annettere le terre russe e di convertire i
russi al cattolicesimo. La promessa sposa di questo ragazzo era Marina Mniszek,
che mirava al trono di Russia. A Mosca si diffuse l’idea che il ragazzo che si
proclamava il figlio di Ivan IV fosse Griška Otrep’ev, uno scomunicato, ma tra il
popolo prendeva sempre più piede l’idea che Dmitrij fosse effettivamente lo
zarevič. Giunse a Mosca combattendo poco, nel 1605, anno in cui morì Boris
Godunov. Suo figlio e la vedova presero il potere, ma furono esiliati e il falso
Dmitrij fu eletto zar. La zarina lo riconobbe e cominciò a regnare. Il nuovo zar
attuò immediatamente una redistruibuzione delle ricchezze ai contadini, approvò
una serie di condoni, e pose fine al terrore e agli assassini politici. La politica
accondiscendente verso i contadini gli inimicarono i bojare, che smisero di
sostenerlo. Si disse che il nuovo zar volesse dare la Russia ai polacchi e cacciare la
fede ortodossa (Marina Mniszek aveva portato migliaia di polacchi con sé). Fu
ordito un complotto di palazzo, alla cui testa c’era V. Šujskij e nel 1605 il falso
Dmitrij fu ucciso. La zarina lo definì un impostore e nessuno lo difese più.
Fu eletto zar Vasilij Šujskij, inviso a molti. Si presentò un altro falso Dmitrij, poi un
altro, ma Šujskij represse questi movimenti. Un terzo falso Dmitrij, fu fatto
fuggire dalle carceri polacche e gli fu dato un piccolo esercito. Si formarono bande
che lo seguivano, sebbene nessuno credesse che fosse il vero pretendente al trono.
Si stabilì a Tušino e fu celebre come il ladro di Tušino (tušinskij vor). Šujskij non
era in grado di contrastarlo e quindi si alleò con gli svedesi. I polacchi
cominciarono a sostenere il falso Dmitrij, visto che erano in guerra con la Svezia e
temevano un’espansione di questa nel Baltico. Questo falso Dmitrij accettò le
condizioni dei Polacchi per eleggere al trono Władysław, figlio di Sigismondo. I
polacchi occuparono il centro di Mosca e Šujskij perse ogni credibilità. Si dimise e
Mosca restò senza governo (1610). Il Tušinskij vor fu ucciso a caccia e le sue
bande si dispersero.
Si radunarono molte milizie per difendere Mosca dallo straniero e si formò un esercito
volontario di circa 100.000 uomini. Per far fronte alle differenze di formazione, si
scelse un comando provvisorio alla cui guida fu posto un triumvirato, composto da
un esponente della media nobiltà (Ljapunov), un nobile rinnegato (il principe
Trubeckoj) e un ataman cosacco (Zaruckij). Nelle città orientali, in particolare a
Nižnyj Novgorod si formò un esercito di liberazione, spinto all’azione da
esponenti del clero e che voleva far salire al trono l’erede legittimo. La leggenda
narra che un cittadino di quella città, Kuz’ma Minin vide il beato Sergij in sogno
che gli intimò di resistere allo straniero. Egli raccolse denaro tra la popolazione e
organizzò un esercito, al cui comando pose Požarskij. Questi riuscì a liberare
Mosca dal triumvirato che non voleva lasciare il potere. Zaruckij fuggì e
Trubeckoj e Požarskij si allearono con i vincitori, rinunciando al proprio potere.


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Si formò quindi un consiglio per decidere chi eleggere zar. Fu eletto Michail Fedorovič
Romànov, zar sedicenne che era la personificazione del compromesso, giovane e
non immischiato negli avvenimenti degli anni precedenti.
Le conseguenze dei danni economici, causati dalle vicende di questo periodo (che passò
alla storia come il periodo dei torbidi; Smutnoe vremja) si trascinarono fino al
XVIII sec. e, dal punto di vista politico, la situazione regredì di quasi 50 anni.

DA MICHAIL ROMÀNOV A PIETRO IL GRANDE

Il regno di Ivan il terribile, l’arbitrio dell’Opričnina e il periodo della Smuta avevano
causato una perdita massiccia di contadini e quindi della capacità produttiva del
paese. Le riforme che Michail tentò di introdurre per porre un freno furono
vanificate dai diritti accampati dall’aristocrazia. Si assisté, di fatto, alla
restaurazione del modo di vita e delle forme di vita precedenti alla Smuta. Persino
Minin non ricevette nulla per la liberazione di Mosca. Il Cremino non possedeva
quasi nulla e fu costretto a chiedere prestiti ai più ricchi. Allo zar fu affiancato il
Zemskij Sobor, in formazione permanente, che aveva il potere di deliberare sugli
affari di stato. Ai mercanti fu imposta una tassa del 20% sul patrimonio. Ci fu una
grandissima pressione fiscale. Si concessero benefici fiscali ai territori devastati
dalla guerra. Ci fu una grandissima evasione fiscale, tutti cercavano, anche a costo
della propria libertà personale, di mettersi a servizio delle categorie esenti da tasse.
Le carestie degli anni precedenti si ripercuotevano sul sistema anche come
mancanza di braccianti agricoli e leve per l’esercito.
Per rimediare al problema dei contadini fu istituita la servitù della gleba: i contadini
vennero legati indissolubilmente alla terra che coltivavano, divenendo “anime”.
A Michail successe Aleksej (1645), detto il quietissimo (tišajšij), succube dei bojare e
degli arrivisti che lo circondavano. Questo fu un periodo di altissima corruzione e
povertà diffusissima. Nel 1648 si registrarono dei disordini tra la popolazione.
Venne introdotto un nuovo codice legislativo (Uloženie), a favore dei mercanti e
che non teneva alcun conto dei contadini. Fu limitata l’espansione della Chiesa
(che possedeva i circa ⅔ dei territori). Nel 1650 scoppiarono disordini a Novgorod
e Pskov, dal 1654 si registrarono disordini in Ucraina, divisa tra la Polonia e la
Russia. Ad accrescere questa difficile situazione politica contribuì la crisi
monetaria e l’inflazione galoppante.
Per tutta la storia della Russia, la Chiesa era stata a fianco dello stato, il patriarca
risiedeva al Cremlino ed era inconcepibile una lotta fra il potere temporale e
quello religioso, ma nel XVI sec. si diffuse l’idea che Dio stesse punendo il
popolo russo per qualcosa di errato nella fede e nel modo di professarla. Nei libri
c’erano molte discordanze e imprecisioni, soprattutto a causa della poca volontà
dei copisti e degli studiosi: l’interpretazione delle sacre Scritture divergeva da
parrocchia a parrocchia. Nel 1649 il Patriarca Nikon fece ritorno a Mosca da
Gerusalemme e chiarì alcuni aspetti non chiari dell’officio liturgico. Introdusse
delle innovazioni, prese dal culto bizantino. La chiesa ufficiale accolse quindi le
innovazioni (il segno della croce doveva essere fatto con tre dita invece che con


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due, com’era stato in uso fino ad allora), mentre una parte dei clerici restò fedele
ai vecchi precetti, vedendo nelle innovazioni un segno di disprezzo per la fede dei
padri e della tradizione tipicamente russa. Il principale promotore delle
innovazioni fu il patriarca Nikon, molto vicino allo zar. Nikon aveva ricevuto da
Aleksej privilegi di carattere anche temporale in relazione all’amministrazione dei
beni ecclesiastici. Il patriarca, per incrementare ulteriormente il proprio potere si
dimise, sperando che lo zar l’avrebbe pregato di tornare al suo ufficio, ma subì un
processo e fu incarcerato. Questa era in realtà una mossa di Aleksej per limitare i
troppi benefici che aveva avuto, e quindi tornare sui suoi passi senza ammettere i
propri errori. L’esponente più in vista tra i seguaci dell’antica fede, i cosiddetti
raskol’niki, fu l’arciprete Avvakum. Nel 1656 i dissensi tra i raskol’niki e il
patriarcato portarono a una scissione in seno alla chiesa ortodossa. Avvakum fu
esiliato in Siberia, sottoposto a torture e incarcerato, ma non ritrattò mai le proprie
convinzioni. Giunse al punto di autorizzare la celebrazione senza pope pur di non
accettare preti “rinnovati”. Durante il suo esilio alle isole Soloveckie riuscì a
convincere tutti i monaci a mettersi dalla sua parte. I monaci, confinati nel
monastero si difesero per 5 anni da un assedio dell’esercito, e pubblicamente
smisero di pregare per lo zar. Avvakum fu arso come eretico dopo aver predetto
allo zar che questi sarebbe andato all’inferno. Un allontanamento così netto tra lo
zar e un rappresentante della religione sarebbe stato impensabile soltanto qualche
decennio prima.
In Russia non c’era alcuna legislazione che regolasse il commercio, e solo poche
famiglie avevano la possibilità di arricchirsi (Stroganov, Nikitnikov). Anche lo
zar, a dispetto della situazione di collasso economico aveva guardaroba ricchissimi
e oro in quantità enormi che erano però beni morti, che non potevano essere usati.
Già a partire dal XVI sec. lo stato Russo aveva chiamato a sé esperti stranieri per
costruire armi, per impiantare fabbriche nel paese e soprattutto per istruire i soldati
al combattimento secondo una formazione europea. Anche l’industria navale era
gestita da imprenditori e ingegneri stranieri. Già al tempo di Ivan Groznyj s’era
formata la Nemeckaja sloboda, un villaggio isolato da Mosca nel quale vivevano
gli stranieri e nella quale furono addirittura innalzate chiese a culti non ortodossi.
Sotto Aleksej furono invitati musicisti e teatranti si aprì il primo teatro a corte
dove spesso si inscenavano spettacoli, prima in tedesco, poi anche in russo. Si era
diffusa la moda occidentale, molti nobili, tra cui i ricchissimi Golicyny e i Ordin-
Naščokiny, avevano case arredate secondo il gusto europeo.
Già dalla seconda metà del XVII secolo si assisté alla formazione di bande di predoni
cosacchi, il più celebre dei quali fu Sten’ka (Stepan) Razin. Le sue bande si
spinsero dal bacino del Don fino ad Astrachan’. Razin si rivoltava non tanto
contro lo zar, quanto contro i ricchi, mirando a una divisione più equa della
ricchezza. In un secondo tempo la sua ribellione si rivolse anche contro il clero,
che era al servizio dei potenti. Le bande di Razin uccidevano bojare e voevodi
(governatori), ma non colpivano minimamente la popolazione. Molti contadini si
arruolarono nelle sue bande, che raggiunsero un contingente di circa 20.000
uomini. Lo zar concesse a Razin il proprio perdono, chiedendogli di tornare sul
Don. L’ataman per tutta risposta progettò l’assedio di Mosca, ma ci ripensò. Ma
dal 1670 le bande ribelli cominciarono a subire le prime sconfitte, e molti


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abbandonarono il proprio capo. Sten’ka Razin fu sconfitto, arrestato e squartato il
6/6/1671. Circa 100.000 simpatizzanti furono uccisi e torturati.

L’ERA DI PIETRO IL GRANDE

Lo zar Aleksej aveva avuto tre figli maschi da due mogli diverse. Il primogenito Fedor
fu posto sul trono, ma morì quasi subito (1682). In seguito a questo avvenimento
la famiglia della seconda moglie, Natal’ja, fu cacciata a Preobrjaženskoe, un
sobborgo di Mosca. Natal’ja era la madre del futuro zar Pietro il Grande (1672-
1725). Questi ebbe educazione molto libera, aveva a disposizione per i suoi giochi
nani e buffoni e giocava spesso coi figli dei contadini. Aveva una predilezione per
giochi militari e addirittura venne istituito un corpo di soldati per i suoi giochi, che
man mano si rafforzava e consolidava. Nel 1682 a Mosca ci fu la rivolta degli
strel’cy, un corpo di guardia sottopagato e praticamente inutilizzato. La
principessa Sof’ja scatenò un’insurrezione, che uccise membri della famiglia
Naryškin, cui apparteneva Natal’ja. Sof’ja, di fatto, prese il potere, nonostante che
sul trono ci fossero Ivan, fratello demente di Fedor e Pietro, decenne. Gli strel’cy
si allearono dapprima con i vecchi credenti scismatici (i raskol’niki), ma alla
prima occasione li uccisero per dimostrare fedeltà al potere. Sof’ja governava con
il suo amante, il principe Golicyn. Inaugurarono due spedizioni molto negative
contro i Tartari di Crimea, in seguito alle quali si diffuse un grande malcontento
nei confronti del potere. Nel 1689 Pietro diventò maggiorenne. Messo al corrente
di una congiura ai suoi danni, fuggì a Trojckij. In realtà questa mossa si rivelò un
trucco per allontanarlo da Mosca. Chiese quindi che la popolazione che gli era
fedele andasse a Trojckij a rendergli onore. La popolazione accolse in massa
l’invito dello zar, Sof’ja fu deposta e esiliata al monastero di Novodevič’ij, appena
costruito. Pietro prese il potere con il nome di Pietro I.
Nel 1695 Pietro mosse guerra contro i Turchi sul Mar d’Azov che ebbe un esito
rovinoso. Si convinse della necessità di una flotta moderna e per raggiungere
questo obiettivo si fece aiutare da esperti occidentali. Nel 1698 ci fu una seconda
guerra contro la Turchia, che risultò vittoriosa. Pietro imparò dagli errori
precedenti e la sua flotta riuscì a bloccare le navi turche nel porto. Lo zar impose
balzelli per finanziare la costruzione di una flotta, obbligò i sudditi a recarsi a
spese proprie in paesi stranieri per imparare l’arte della costruzione navale e altre
discipline che in Russia non venivano insegnate. Queste decisioni vennero sentite
dal popolo come tradimento della russità. Dal 1697 Pietro viaggia per l’Europa: fu
a Riga, che allora faceva parte dell’impero svedese, poi fu in Germania, in Olanda
e in Inghilterra), dove in incognito conseguì diversi diplomi come falegname,
armaiolo, e tecnico delle costruzioni. Era impensabile, addirittura sconveniente
che uno zar di Russia viaggiasse all’estero. Pietro voleva uno stato moderno, che
potesse competere con l’Europa. Cominciò con lo scardinare le consuetudini del
proprio paese a partire dal comportamento del regnante. Avviò una campagna di
europeizzazione dei costumi russi, imponendo il taglio della barba per tutte le
classi sociali, ad eccezione dei contadini e del clero, la moda dei costumi


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occidentali, cosa che suscitò lo sdegno del clero e della parte più reazionaria della
popolazione.
Una nuova rivolta degli strel’cy stanchi, lontani dalle famiglie per anni, fu causata dal
fatto che un rinnovamento sociale minava l’esistenza stessa del loro corpo. Si
rivoltarono, cercando l’appoggio di Sof’ja, alla quale promisero il trono. Le truppe
zariste ne ebbero facilmente ragione e molti congiurati vennero uccisi in maniera
tanto barbara che gli strel’cy scomparvero totalmente come corpo.
Pietro legalizzò il tabacco, spostò il computo degli anni a partire dalla nascita di Cristo
(prima era in uso il conteggio bizantino) e rifiutò ogni esteriore segno di adesione
alla pratica religiosa, allestendo addirittura fiere e spettacoli che irridevano il
clero. Tra i russi si diffuse l’idea che lo zar volesse estirpare l’ortodossia e far
prevalere l’ateismo. Ci furono episodi di fughe massicce dalle città per non
sottostare alla pressione fiscale, ma anche suicidi di massa per non rinunciare alla
propria “russità”. Tra il 1706 e il 1708 ci fu una sollevazione ad Astrachan’ per
difendere la fede, e la formazione di un consiglio popolare, nel 1707 una
sollevazione dei Cosacchi del Don, che si richiamavano a Razin, soffocata nel
sangue.
Nel 1710 fu approvato l’alfabeto civile (GRAŽDANSKAJA AZBUKA).
Ai reazionari non rimaneva che sperare nella morte di Pietro e nello zarevič Aleksej,
che non amava il padre e le sue riforme. Il giovane era diviso tra l’educazione filo-
tedesca imposta dal padre e quella schiettamente russa promossa dalla madre, fatta
rinchiudere in monastero, quando lui aveva 8 anni. Era di indole tranquilla e
incline alla religione. Attorno alla figura di Aleksej si formò un movimento, senza
che lui ne fosse conscio. Pietro gli chiese di scegliere tra l’adesione ai suoi
programmi e l’abdicazione al trono. Aleksej rinunciò al trono, ma Pietro non gli
credette. Per fuggire da questa situazione lo zarevič finse di recarsi da Pietro,
quando questi era in Europa, ma fuggì a Napoli. Pietro lo trovò e lo fece ritornare
in Russia, promettendogli l’incolumità, ma lo rinchiuse nella fortezza di Pietro e
Paolo, dove morì nel 1718.
In politica estera fu stipulata una pace con la Turchia che prevedeva poche concessioni
da parte russa (1700). Pietro si concentrò quindi sul Baltico per contrastare
Augusto di Polonia alleato della Danimarca e della Svezia. L’esercito russo si
mosse verso nord, ma fu sconfitto e annientato a Narva. Il prestigio di Pietro come
capo militare vacillò. Carlo XII di Svezia chiese aiuto alla Polonia, Pietro
inaugurò la “guerra senza sosta”, che ebbe esito positivo per la Russia con una
vittoria alle foci della Neva (1702) e si concluse con l’annessione dei territori della
Livonia.
Nel 1703 venne fondata Pietroburgo, inizialmente come porto, concepito da Pietro come
“finestra sull’Europa”. Qui, nel 1713, si trasferì la capitale dell’impero. Nel 1708
Carlo XII intraprese nuovamente una campagna contro la Russia, attaccando da
sud, dall’Ucraina. L’Ucraina si ribella ai conquistatori, schierandosi a fianco dei
Russi. La battaglia di Poltava segnò la sconfitta degli svedesi. Il re di Svezia,
fuggito in Turchia mise in moto una propaganda antirussa che portò a una guerra
preventiva con la Turchia, e poi a una pace duratura con pochissime concessioni.
Nel 1721 fu definitivamente stipulata la pace (pace di Nystad), con la quale fu
ratificata l’annessione della Livonia alla Russia, che acquistò anche Estonia,


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Karelija, ma soprattutto fama internazionale come una delle potenze europee. I
Russi riconobbero a Pietro di aver sofferto non invano, e di essere stati assurti dal
“non-essere all’essere”, di essere divenuto uno dei “popoli politici”. Già nel 1722
Pietro intraprese nuove campagne militari contro la Persia a sud e nelle coste
occidentali del Mar Caspio. Per finanziare le guerre veniva preso tutto ciò che era
possibile dalle casse dello Stato e venivano imposte tasse e monopoli praticamente
su tutto (addirittura su barbe e berretti). Si diffuse un malcontento generale.
Pietro era odiato dai slavofili per aver sacrificato il vero volto della Russia in nome
della modernità, mentre era esaltato dai più progressisti che guardavano
all’Occidente. In realtà le riforme di Pietro erano in corso da tempo, la
modernizzazione del paese era stata avviata già dal tempo di Ivan e Michail, ma
non in misura così massiccia. L’europeizzazione dei costumi era un riflesso
necessario della volontà di entrare in contatto con l’occidente. La politica petrina
nascondeva l’idea che tutti i sudditi dell’impero, dai contadini ai nobili, dovessero
essere costantemente al servizio dello Stato.
La grande arretratezza della Russia e la costante povertà erano dovuti al fatto che nel
paese non esistevano direttori d’industria capaci né manodopera specializzata. Un
contadino che lavorava in fabbrica produceva la metà di un operaio in Occidente e
costava di più. Non esisteva un ceto cittadino operaio, che in Occidente si venne
formando fin dal Medioevo. Non esisteva neppure un commercio autoctono,
poiché quasi ogni forma di scambio commerciale era in mano a mercanti stranieri.
Pietro limitò drasticamente le proprietà del clero; egli giunse a definire i monaci
parassiti che prendevano i voti solo per non pagare il fisco. Nel 1721 fu abolito il
patriarcato. Si provò anche a favorire la formazione di assemblee cittadine libere
per la riscossione fisco, con deputati eletti da popolo, ma non c’era alcuna
coscienza democratica e la corruzione, presente praticamente in ogni settore della
vita economica, politica e sociale del paese, impediva che un’istituzione del
genere funzionasse.

LA RUSSIA DOPO PIETRO IL GRANDE

Lo scopo della grave crisi prodotta con lo sfruttamento fiscale di Pietro era stato quello
di stimolare lo spirito russo nel senso di una trasformazione progressista dello
stato. Ora c’era la necessità di indebolire la pressione, anche in vista delle
avvenute conquiste territoriali.
La nobiltà aveva perso i suoi caratteri monolitici; Pietro elevò a nobili molta gente che
non era di alto lignaggio, ma in base ai suoi meriti e ai servizi che apportava al
paese. Alla morte di Pietro salì al trono Caterina, sua moglie. Ella non era in grado
di regnare autonomamente ed ebbe come consigliere Menšikov, che fu il regnante
effettivo. I nobili fecero eleggere come successore di Caterina Petr Alekseevič.
Menšikov restò in sella. Dopo successioni molto rapide di regnanti incapaci, un
consiglio di nobili propose di dare il potere ad Anna Ivanonva, nipote di Pietro il
Grande. Golocyn le fece firmare un documento che dava alla monarchia un aspetto
costituzionale. Lei accettò, ma appena ottenuto il potere ritrasse, sfruttando il


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malcontento popolare. I protége della zarina erano tedeschi e francesi, che
introdussero dispendiose mode occidentali e si diedero al lusso sfrenato. Di fatto i
soldi del popolo russo sfruttato finivano nelle tasche degli stranieri a corte. Furono
approvate leggi che favorivano l’alta nobiltà, il servizio militare fu ridotto da 45 a
20 e 30 anni, secondo il grado di nobiltà. Fu alleggerita la pressione fiscale.
Dopo un altro breve periodo di torbidi salì al trono Elisabetta, figlia di Pietro il Grande.
La storia riporta un ritratto di Elisabetta come della protettrice delle libertà russe.
In realtà fu lussuriosa e sfrenata al pari dei suoi predecessori. Di fatto gli influssi
stranieri continuarono identici a prima. Elisabetta concesse alla nobiltà nuovi
favori (un figlio appena nato poteva essere iscritto nelle liste di leva, cosicché da
essere ufficiale quando avrebbe servito: a 20 anni d’età un nobile aveva già
maturato 20 anni di carriera), espropriò le terre che Pietro aveva concesso ai non
nobili, e promulgò una legge secondo la quale i contadini potevano essere venduti
addirittura senza la terra che lavoravano. Diede enormi monopoli ai nobili.
Elisabetta scelse come erede al trono Pietro (Pietro III), infantile e beone figlio di
sua sorella, cresciuto in Prussia ed uso a uno stile di vita germanico. Nel 1745 fu
maritato a una tedesca: Sophie Augusta Friederike von Anhalt-Zerbst, su consiglio
di Federico il Grande in persona. Sarebbe diventata Caterina II la grande. Colta e
interessata alla cultura, imparò il russo, si convertì alla confessione ortodossa.
Ebbe un figlio dal suo primo amante, il conte Orlov, che sarebbe stato il futuro zar
Paolo I.
Fu stipulata un’alleanza anglo-russo-austriaca, che portò all’occupazione della Sassonia
prussiana. Questo avvenimento diede inizio alla guerra dei 7 anni. Dopo alterne
vicende la Russia entrò in Germania e giunse a minacciare Berlino. Elisabetta però
morì. Salì al trono Pietro III che ritirò immediatamente le truppe dall’amata
Prussia e mosse contro la Danimarca. In Russia molti approfittarono dell’idiozia di
Pietro per fare i propri comodi, ottenendo tra l’altro di smantellare le riforme di
Pietro il Grande. Furono ridotte le chiese e i poteri del clero. Fu ordita una
congiura contro lo zar da parte di una coalizione della Guardia, che giurò fedeltà a
Caterina. Fu fatto firmare a Pietro l’atto di abdicazione. Lo zar fu poi assassinato
da nobili vicini a Caterina durante una rissa. La Russia si ritirò dalla guerra dei 7
anni.
Furono smascherati e sventati due complotti ai danni di Caterina; la sovrana non
condannò nessuno. I primi anni del suo regno di distinsero per la mitezza; questo
comportamento era anche dettato dal fatto che Caterina era una sovrana
illegittima, in quanto non appartenente alla casata dei Romanov, e quindi temeva
rovesciamenti. Gli stranieri spariscono dai posti di comando, sebbene la zarina
continui a servirsi di loro; la sovrana voleva presentarsi come la vera depositaria
della russità. Essa fu amica di Voltaire e Diderot, ma le sue idee illuministe si
scontravano con la tendenza assolutistica e accentratrice del potere tipica dello
zarismo russo. Per lei era centrale presentarsi come sovrana illuminata agli occhi
dell’Occidente.
Fece molti viaggi per sincerarsi dello stato dell’Impero, fece compilare libri contabili e
cercò di stimolare l’attenzione degli uffici alla cosa pubblica, secolarizzò molti
beni del clero, togliendo terre alle Chiese, attirandosi molte critiche, ma che per lo
più non sfociarono in aperte rivolte, tranne qualche caso. Ci furono soltanto delle


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agitazioni di tartari, baškiri e soprattutto di Cosacchi. Il capo cosacco Emel’jan
Pugačev dello Jaik si proclamò Pietro III, e cominciò a raccogliere bande. Compì
scorribande per tutto il corso del Volga tra il 1773 e il 1775, durante le quali
metteva a morte i proprietari terrieri. Alle sue bande si unirono altri cosacchi, ma
anche contadini oppressi e popolazioni di confine (Tartari, Baškiri, Calmucchi).
La rivolta fu infine domata dall’esercito di ritorno dalla guerra russo-turca.
Pugačev fu decapitato. Dopo questi episodi, Caterina intraprese una serie di
riforme per evitare altre rivolte simili: ridusse ulteriormente la libertà ai contadini,
e tutti i Cosacchi furono posti sotto la corona e privati delle libertà precedenti.
Per evitare scosse all’equilibrio dello stato, furono compilate le Istruzioni per un nuovo
codice legislativo, di impronta illuministica, che ricalcava le idee di Montesquieu
(L’esprit des lois) e Beccaria. Le idee illuministe furono adattate alla realtà russa,
eliminando molte formulazioni che potevano essere sgradite ai nobili, in quanto
tese alla limitazione del servaggio della gleba. Caterina raggiunse il suo scopo: in
Europa si cominciò a parlare di un’opera rivoluzionaria, si lodò la sovrana come
chi, spontaneamente, limitava il proprio potere. Fu istituita una commissione
legislativa che raccolse 1441 cahiérs per venire a conoscenze delle pecche del
sistema in tutto l’impero in cui vennero raccolte le lagnanze dei vari ceti. I nobili
volevano un controllo totale sui servi, i mercanti volevano servi, ma anche limitare
l’ingerenza dei nobili nel commercio, e i contadini liberi volevano servi per sé. Si
discusse per due anni, dopo i quali la commissione si sciolse senza approdare a
nulla. In Russia mancava quel terzo stato, colto e liberale, che in Europa aveva
favorito l’illuminismo. Di contro c’era una condizione di nobili ignoranti e servi.
Si è dell’opinione che sotto Caterina il commercio sia fiorito, ma il fatto che si
trovasse in mano a investitori stranieri e che ci fosse tanta corruzione e
contrabbando falsava i rapporti. Di fatto la realtà economica del paese non era
mutata in maniera significativa rispetto al passato.
Nel 1773 Diderot fece un viaggio a Pietroburgo e, durante la visita del francese,
Caterina comprò la sua biblioteca, senza prenderla per sé, ma al contrario
garantendo allo scrittore una pensione come guardiano della stessa. La spinta a
proteggere l’illuminista sembra paradossale in questo periodo, in cui fu
promulgato un nuovo corpus di leggi sull’esempio del codice commentari delle
leggi inglesi di W. Blackstone, che prevedeva un riordinamento amministrativo e
la possibilità per le città di eleggere propri rappresentanti. Questo codice favoriva
l’aristocrazia, per i rappresentanti della quale era prevista la possibilità di non
servire lo Stato in alcun modo. I nobili furono inoltre liberati dalle imposizioni
tributarie e fu introdotto l’obrok, un tributo che i servi versavano per lavorare le
terre dei nobili. Furono introdotte anche leggi per le città, per il terzo stato, ma la
borghesia era uno strato talmente esiguo che queste leggi furono di fatto inutili. Fu
introdotto l’esilio per i contadini che osavano presentare lamentele nei confronti
dei propri padroni e nuove leggi che consentivano di vendere i contadini, anche
nel caso in cui si dovesse separare una famiglia. Ci fu un sensibile aumento della
schiavitù.
Nel 1789, in seguito alla rivoluzione francese (di stampo illuminista) Caterina si
allontanò definitivamente dalle idee liberali e anzi condannò la rivoluzione e i suoi
fautori, ma si vede come i prodromi di questo atteggiamento gettassero le radici
nelle decisioni prese negli anni precedenti. Al periodo della rivoluzione francese


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risale la persecuzione di due intellettuali V. Novikov e A. Radiščev. Il primo era
un massone che pubblicava giornali satirici contro l’assolutismo e le idee pseudo-
liberali di Caterina. Fu il massimo editore dell’epoca, aprì stamperie in tutte le
grosse città dell’Impero, e cominciò a editare giornali per raccogliere fondi per i
poveri, a promuovere scuole per il popolo e contemporaneamente a fornire un
aiuto finanziario ai contadini. Fu arrestato, ma non siccome non si riuscì a trovare
nessuna imputazione a suo carico, fu accusato di attentare all’integrità dello stato
con le sue idee rivoluzionarie. Fu esiliato e poté tornare alla sua vita soltanto sotto
Paolo I. Morì nel 1818. Radiščev invece studiò all’estero, e vi tornò intriso di idee
illuministiche. Scrisse libri di carattere storico in cui esaltava i liberatori americani
e francesi, giungendo a lodare la decapitazione dei monarchi e ad affermare che il
monarca, che non regni per il bene del proprio popolo, merita morte (Pensieri
sulla sotria greca, 1773). Nel 1790 scrive la sua opera principale, il Viaggio da
Pietroburgo a Mosca (Putešestvie iz Peterburga v Moskvu), ispirato dal Viaggio
sentimentale di Sterne: in 25 tappe descrisse la condizione del popolo in maniera
assolutamente veritiera. Il libro muoveva una critica feroce al sistema, innanzitutto
dal punto vista umano. Radiščev fu condannato a morte, ma la pena capitale fu
tramutata in dieci anni di esilio in Siberia. Come Novikov, fu amnistiato da Paolo,
e nel 1796 tornò a Pietroburgo, entrando a far parte della commissione per
l’abolizione di servitù e per i diritti al popolo. Propugnò la fine delle pene
corporali. Quando gli si prospettò la possibilità di un nuovo esilio si suicidò, in
quanto, come dichiarò prima di morire, non era per lui possibile vivere in un paese
come la Russia. I vicoli censori sul Viaggio furono sciolti soltanto dopo il 1905.
La politica di Caterina fu mossa dal bisogno di mostrarsi un sovrano illuminato, ma ben
poche furono le decisioni che prese in realtà. Per mantenere il tenore di vita
lussuosissimo, di cui si stupivano anche gli aristocratici europei, i nobili avevano
sempre più bisogno di servi e terre, di cui non si curavano e la zarina cercava di
andare incontro alle loro esigenze. In Russia la rendita della gleba era di 2,5 volte
inferiore a quella europea, le importazioni erano care e elevatissime, mentre le
esportazioni piuttosto modeste. Nello stesso periodo in Inghilterra si avviava la
rivoluzione industriale, che in 50 anni decuplicò la produzione precedente. Il ruolo
della Russia era quello di “granaio d’Europa”.
La Polonia, sconquassata dall’anarchia interna e dallo strapotere della szlachta, il ceto
nobiliare polacco, faceva gola alla zarina. La Russia cominciò quindi a portare
avanti una politica antipolacca e antiturca che portò a guerre commerciali. In
Polonia il liberum veto impediva ogni votazione, e la nobiltà polacca era ancora
più oppressiva di quella russa. L’immobilismo e l’anarchia portarono alla
conquista del paese e alla suddivisione dello stesso tra Russia, Prussia e Austria.
Alla Russia toccarono i territori dell’odierna Bielorussia. Nel 1768 la Turchia
attaccò la Russia, poiché temeva un possibile espansionismo sul Mar Nero. La
guerra avrà un esito positivo per la Russia e nel 1774 fu stipulata la pace che dava
alla Russia la Crimea e il tanto agognato sbocco sul Mar Nero. Una nuova guerra
russo-turca scoppiò nel 1787 e si concluse nel 1792 con la disfatta ottomana. Da
questa campagna militare la Russia ricevette il porto di Odessa.



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LA RUSSIA DOPO CATERINA LA GRANDE, LA GUERRA CONTRO NAPOLEONE E LA
RIVOLTA DECABRISTA

Alla morte di Caterina nel 1796, salì al potere Paolo I. Il nuovo zar soffriva di disturbi
psichici e nutriva un forte odio verso la madre. Appena preso il trono fece
smantellare tutte le innovazioni approvate sotto Caterina, liberò gli avversari
politici imprigionati, tra cui Novikov e Radiščev. Paolo I era di fatto incapace alla
vita di stato. Diminuì notevolmente i privilegi dell’aristocrazia, limitando il
servizio dei contadini verso i padroni a 3 giorni settimanali, introdusse il divieto di
usare parole “giacobine”, quali “patria”, “cittadino”, “rappresentante” nelle opere
a stampa e, dal 1800, vietò la diffusione di libri stranieri. Nell’anno dell’attacco di
Bonaparte a Malta si schierò dalla parte delle vittime dell’imperatore dei francesi;
la sua preferenza fu dettata dal fascino che nutriva nei confronti dell’Ordine di
Malta. Attaccò quindi la Francia, arrivò in Italia e Svizzera, ma presto mutò
alleanza e passò dalla parte di Napoleone, il quale si assicurò l’amicizia dello zar
con una captatio benevolentiae. Gli anni successivi furono caratterizzati da un
forte spirito antibritannico, al punto di inviare l’esercito russo alla conquista delle
Indie inglesi. Nel 1801 fu ordita una congiura e lo zar fu ucciso. In Russia e
all’estero (eccezion fatta per Napoleone) questo avvenimento venne salutato con
sollievo.
Le prime decisioni del figlio di Paolo, Alessandro I, furono il ritiro immediato delle
truppe che stavano avanzando verso l’India, e la riapertura dei rapporti
commerciali con l’Inghilterra. Concesse completa libertà all’editoria, che
comunque doveva passare il filtro della censura, rifiutò di accondiscendere alle
richieste della nobiltà di accrescere il numero dei servi, ma non ebbe il polso per
varare leggi radicali. Introdusse la possibilità per i contadini di dichiararsi liberi a
fronte di un indennizzo al padrone. Come consigliere venne nominato M.
Speranskij, fautore di idee liberali, che addirittura avanzò il progetto di una
costituzione monarchica, che non intaccasse privilegi di ricchi, ma che limitasse il
potere dello zar e istituisse ministeri eletti (Duma) in ogni città, i cui
rappresentanti sarebbero poi stati i deputati del parlamento. Di fatto anche
l’autocrazia non sarebbe stata toccata.
Rispetto a Napoleone, Alessandro optò per una politica estera imparziale, mirata a
un’eventuale difesa del solo territorio russo. Napoleone voleva distruggere
l’economia e la capacità produttiva inglese, che inficiava quella della Francia e
voleva stipulare un’alleanza con la Russia contro l’Inghilterra, che però era il
maggior importatore nel paese degli zar. Alessandro optò quindi per un’alleanza
russo-inglese. Questo incrinò i rapporti con l’imperatore dei Francesi e nel 1806 si
arrivò alla battaglia di Austerlitz, nella quale caddero 20.000 soldati soltanto tra le
armate zariste. Lo stesso 1806 Napoleone entrò a Berlino, poi a Varsavia, e quindi
in territorio russo. In Russia ci fu un’attiva propaganda contro Napoleone, che
veniva presentato al popolo come l’Anticristo e l’incarnazione di Satana. Nel 1807
si arrivò alla pace di Tilsit tra Alessandro I e Napoleone, in cui i due imperatori
divenivano “pari” e “Segretari” l’uno dell’altro. In Russia si impose il divieto del
commercio inglese (Blocco Continentale). Nonostante l’alleanza, si diffuse un
movimento antifrancese. Si infittivano gli incontri tra i due monarchi, ma cresceva


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la diffidenza del russo. Nel 1809 Alessandro si rifiutò di combattere in Polonia,
ma si limitò a difendere i territori conquistati, in Russia il blocco continentale
funzionava male. Alessandro si permise persino di disobbedire al suo alleato,
allorché questi gli ordinò di bruciare le merci inglesi presenti. Nel 1811 si
conclusero le guerre con la Turchia e la Svezia, dalle quali la Russia ricevette la
Bessarabia e la Finlandia, sebbene con una costituzione che la rendeva una
provincia autonoma. Le tensioni tra i due si risolsero nel maggio del 1812, quando
Napoleone si mosse contro Russi. Questi si limitarono a ritirarsi, senza
combattere. La strategia dei generali in carica Barclay de Tolly e Bagration era di
attirare Napoleone e le sue armate verso l’interno e di costringerli a svernare. I
Russi presero a bruciare le città da cui si ritiravano, di modo da impedire alle
armate napoleoniche di rifornirsi di viveri e munizioni. Il popolo si distinse per un
grande patriottismo, volontariamente bruciava tutti i propri averi e affrontava
enormi sacrifici per sbaragliare il nemico. A Barclay de Tolly venne sostituito
Kutuzov per volere del popolo, che non approvava la ritirata poco dignitosa dei
russi. Kutuzov si fermò a Borodino dove ingaggiò una battaglia, nella quale
caddero 50.000 russi e 28.000 francesi. Le armate russe presero a ritirarsi verso
Mosca, per conservare i soldati rimanenti. Anche Mosca fu abbandonata e data
alle fiamme e quando Napoleone arrivò nella capitale si mise invano in attesa
dello zar. Gli incendi nella capitale continuarono per tutto settembre. Napoleone
propose la pace, ma Kutuzov rifiutò. Il francese decise quindi di ritirarsi, ma si
trovò ad affrontare uno degli inverni più rigidi del secolo e a fare fronte alla
costante mancanza di viveri. Il suo piano era di andare a Smolensk, dove aveva
lasciato viveri, ma fu accerchiato e costretto a procedere in direzione di Vilna.
L’esercito russo non combatteva, ma si limitava a seguire la ritirata. In novembre
ci furono temperature di -25° e -30° e l’armata napoleonica fu annientata dal
freddo. Giunto a Vilna, l’esercito perse la disciplina e Napoleone fuggì con il
generale capo sotto falsa identità a Parigi. Ci fu una lotta partigiana di contadini
che assalivano, uccidevano e scappavano, molti francesi furono arsi vivi. Kutuzov
decise di proseguire l’avanzata fino a Parigi; a Napoleone fu data la sovranità
sull’Elba, e si rinunciò a imporre sanzioni alla Francia. Napoleone però non
rinunciò alle proprie mire sull’Europa e si batté ancora, fino alla sconfitta decisiva
a Waterloo, dopo la quale fu esiliato a S. Elena (1815). La Russia stipulò con
Austria e Prussia la Santa Alleanza, che prevedeva la difesa comune e per la non
intromissione nella politica dei singoli stati sovrani.
Alessandro I scelse come consigliere Arakčeev, un’arrivista di idee reazionarie. Parte
della nobiltà accolse le sue idee, un’altra parte aderì invece a concezioni più
liberali. La politica del consigliere zarista creò un grande malcontento nella
popolazione. Il potere divenne oltranzista e oscurantista, soprattutto in risposta alle
rivoluzioni di Napoli, in Piemonte, e soprattutto in Grecia. Dalla metà degli anni
Dieci Alessandro si attenne a un misticismo di fondo, con il quale “dimenticava”
le sue deviazioni reazionarie.
Successivamente alla caduta di Napoleone i nobili cominciarono a viaggiare sempre più,
specialmente a Parigi e a entrare in contatto con idee dell’Europa. In Russia in
questo periodo si assisté alla formazione di molte società segrete: in particolare la
“società settentrionale” (a Pietroburgo), che voleva una monarchia costituzionale,
e quella meridionale, che chiedeva invece l’uccisione dello zar e della sua


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famiglia, oltre alla creazione di una repubblica. Intanto Magnitskij divenne
responsabile delle scuole e della cultura. Questa figura segnò una svolta in senso
oscurantista ancora maggiore: furono vietate tutte le idee illuministiche, le teorie
di Galileo, Copernico, Newton, Schelling e altri, vennero licenziati i professori
che si ritenevano non pii. In tutta risposta ci fu un rafforzamento società segrete.
Nel dicembre 1825 Alessandro morì. Il successore designato, Konstantin, rifiutò la
reggenza a favore di fratello Nikolaj, che, però, non venne informato di
quest’avvenimento per tre settimane. Proprio nelle tre settimane in cui la reggenza
fu vacante, un gruppo di nobili a Pietroburgo insorse per chiedere una riforma
costituzionale (rivolta dei Dekabristy). Furono Coinvolte truppe della Guardia, in
realtà ignare dei reali scopi degli insorti. La rivolta fu domata in fretta, cinque
persone (Bestužev-Rjumin, Kachovskij, Pestel’, Ryleev e Murav’ev-Apostol)
condannate all’impiccagione, mentre gli altri partecipanti al complotto furono
esiliati, e poi graziati negli anni Cinquanta.

DA NICOLA I ALL’ABOLIZIONE DELLA SERVITÙ DELLA GLEBA

L’elezione di Nicola I segnò un regresso autarchico. Il nuovo sovrano era animato da un
odio profondo per la libertà e la democrazia, essendo convinto che il potere
assoluto dovesse difendere i privilegi concessi allo zar da Dio. Egli vedeva nella
Russia l’unica fortezza in Europa ancora in grado di difendere questo “patto” con
Dio. Chiuse scuole e università, attuò una riforma dell’istruzione, sostituì materie
quali il diritto e la filosofia con lezioni di religione ed esercitazioni militari. Proibì
o quantomeno ostacolò tutti gli scrittori che fossero sospettati di nutrire anche
minime simpatie democratiche (Puškin, Lermontov, Ryleev, Čaadaev).
Durante il suo regno si contarono 547 rivolte contadine; lo zar creò la “Terza sezione”,
che aveva compiti di polizia segreta e censura, ma le cui attività andavano di gran
lunga oltre: spie dello zar erano infiltrate tra i rappresentanti di ogni ceto e in ogni
locale pubblico.
In politica estera volle più volte intervenire con le armi per sedare rivolte, anche al di
fuori dei confini patrii, come avvenne in Belgio. Nella parte di Polonia annessa
alla Russia ci furono insurrezioni nel 1830 e nel 1833 che furono represse nel
sangue. Furono limitati i diritti civili della popolazione polacca, anche se non in
una forma così totalizzante come lo erano in Russia. Dopo la rivolta del 1833 la
Polonia si trovò completamente sotto il giogo russo, nelle scuole e nelle università
si insegnava in lingua russa, fu imposto l’uso del russo anche all’amministrazione.
Nel 1848 la Russia intervenne in Austria a fianco del governo di Vienna per
sedare i moti rivoluzionari. Da queste operazioni di “appoggio” ottenne la
Valacchia e i principati danubiani. La Russia ebbe un ruolo di primo piano anche
nella repressione della rivolta d’Ungheria, che fu restituita all’Austria e privata
delle libertà civili. Nicola I inaugurò la colonizzazione del Caucaso: per prevenire
l'imminente incursione persiana in territorio russo lo zar decise di attaccare la
Persia, dalla quale ottenne la Georgia, il Daghestan, la Cecenia, nei confronti delle
quale venne attuata una pesante politica russificatrice delle popolazioni montane.
Dal 1821 la Russia appoggiava i rivoltosi greci insorti contro la Turchia che portò


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alla rottura dei rapporti diplomatici con l’impero ottomano. Nuove tensioni tra i
due stati porteranno nel 1853 alla guerra russo-turca, scatenata dalla Russia con la
scusa che la Turchia limitava le libertà dei cristiani turchi: lo zar si poneva come
difensore della cristianità. I francesi e gli inglesi si allearono con gli ottomani per
timore di un’eccessiva ingerenza russa nel mar Nero. Incominciò la guerra di
Crimea. Dopo 349 giorni di assedio, le forze avverse alla Russia presero
Sebastopoli e sconfissero l’impero degli zar. La Russia era militarmente arretrata e
impotente. La pace venne stipulata nel febbraio 1856, già sotto Alessandro II: la
Russia restituì la Valacchia e i principati danubiani, le fu imposto il divieto di
stanziare navi militari nel mar Nero. Crolla leggenda del “gigante russo”.
In Russia vigeva un sistema secondo il quale a un contadino veniva concessa una
relativa libertà per fare i lavori che voleva, in cambio di un pagamento annuo al
padrone. Questo sistema, molto in voga nelle terre meno fertili, portò al formarsi
di una forma di capitalismo tra i servi della gleba, che potevano quindi riscattarsi.
Alcuni di loro, arricchiti potevano paradossalmente avere a propria disposizione
delle anime. Questo sistema indebolì il principio della servitù della gleba, tanto
più che di fronte alla necessità di smerciare grano e cereali all’estero ci si rese
conto del valore dei lavoratori salariati, che lavoravano con più lena e più profitto.
Inoltre un salariato poteva essere assunto solo per il periodo necessario, mentre i
contadini andavano mantenuti per tutto l’anno, anche quando la terra non veniva
lavorata. Questo momento segnò una crepa profonda nel sistema della Barščina
(le prestazioni feudali).
Dopo la fine della guerra di Crimea su diffusero notizie secondo le quali lo zar avrebbe
soppresso la servitù della gleba. Alessandro II rispose che non era ancora ora. Dal
1857 cominciarono i lavori di una commissione, che doveva abrogare il sistema
della servitù. Il 28 gennaio 1861 essa venne effettivamente soppressa, ai contadini
vennero date terre, ma in molti casi essi dovevano restare legati alla terra per
sopravvivere, poiché si imponeva al contadino l’acquisto dai padroni della terra
concessa loro, cosa che per la stragrande maggioranza dei casi era impossibile. La
fine della servitù della gleba portò alla luce la necessità di riformare tutto il
sistema: vennero istituiti giudici di pace, che diedero il via a processi diversi, più
equi e non solo a favore dei nobili. Alessandro II varò anche riforme volte a
concedere maggior autonomia locale, in particolare fu istituito il Zemstvo, un
sistema di comunità locali che risolvevano i problemi attinenti al loro territorio.
Questi lotti erano un luogo in cui si concentravano molti liberali, e gli intellettuali
andavano volentieri a lavorarvi e furono quindi luoghi di concentrazione di idee
progressiste, talvolta anche rivoluzionarie.
Alessandro II riformò anche l’esercito, abbassando gradualmente il periodo di servizio
da 40 a 6 anni, ma estendendolo a tutte le categorie. La nuova riforma prevedeva
anche eccezioni, come per esempio nel caso in cui nella famiglia ci fosse già un
figlio in servizio, se coloro che venivano chiamati alla leva erano gli unici che
potessero mantenere la famiglia. Fu eliminato lo stato di polizia e riformato anche
il sistema scolastico: i giovani erano spinti ad andare a studiare all’estero, cosa che
sotto Nicola I era stata proibita, e fu attuata una riforma dei programmi in senso
progressista. Vennero create 18.000 scuole elementari di villaggio volontarie (lo
stato non aveva i soldi per finanziarle) e la cultura si diffuse a strati sempre più
ampi. Fu mitigata la censura: per i libri superiori alle 160 pagine, e alle 320 se


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stranieri, non c’era l’obbligo dell’approvazione censorea, ma venivano fatti solo
richiami all’editore nel caso in cui il contenuto fosse stato ritenuto sconveniente.
Nonostante il carattere innovativo della politica di Alessandro, queste riforme non
furono decise.
DAGLI ANNI SESSANTA ALLA RIVOLUZIONE DEL 1905

Dopo l’eliminazione della servitù della gleba le condizioni dei contadini peggiorarono
sensibilmente, i canoni di affitto delle terre erano per loro elevatissimi e non
potevano permettersi di affittare la terra necessaria a sfamare un intero nucleo
familiare. L’imposta per ogni desjatina
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era di 5-7 volte più alta che per i signori.
Molti contadini andarono a rimpolpare il nascente proletariato urbano.
Contemporaneamente molte industrie straniere investivano grossi capitali in
Russia per lo sviluppo dell’industria, prevalentemente di quella pesante. Grazie
agli investitori stranieri ci fu un grande sviluppo del sistema ferroviario. A
differenza di quanto avveniva in Occidente, in Russia la grande industria
capitalistica non era la conseguenza della trasformazione della piccola e media
impresa, ma qualcosa di creato in maniera artificiale nel contesto di un’economia,
tutto sommato, primitiva. La Russia non produceva per sé, poiché la stragrande
maggioranza della popolazione non era in grado di comprare i prodotti, mentre i
nobili preferivano la merce occidentale, più cara. L’aristocrazia accumulava
capitale, ma li spendeva immediatamente per mantenere il proprio lusso sfrenato.
Dagli anni Sessanta cominciarono a farsi strada i raznočincy, gli esponenti della classe
media.
Nel 1861 a Pietroburgo e Kazan’ ci furono dimostrazioni contro le disposizioni delle
autorità scolastiche. Furono chiuse le università e creati corsi volontari, ai quali
accanto agli uomini per la prima nella sfera dell’istruzione c’erano anche le donne.
Nello stesso anno cominciarono a circolare fogli con proclami antizaristi. Tra il
popolo si cominciava a parlare, e sempre più frequentemente, della necessità di
nominare un’assemblea nazionale. La dissidenza interna si faceva sempre più
forte. Le figure principali del pensiero progressista russo erano Černyševskij,
Herzen e Bakunin. Ci furono diversi attentati allo zar, il primo dei quali fu per
opera di uno studente, Karakozov. Si intensificò la reazione zarista nei confronti
dei dissidenti. Dagli anni Settanta comparve il movimento dell’“Andata al popolo”
(Narodniki), il cui teorico era Kropotkin. Il programma prevedeva che studenti e
accademici andassero in campagna e vivessero con i contadini per insegnare loro a
pensare e a credere nella possibilità di partecipare alla vita politica. I risultati
furono scarsi. Contemporaneamente nelle fabbriche scoppiarono ondate di
scioperi. La coscienza del fallimento del movimento dei narodniki portò alla
nascita di cellule terroriste. Ci furono tanti processi, tra cui quello dei cinquanta e
quello dei centonovantatre, alla conclusione dei quali vennero condannate per
decreto dello zar anche persone che i tribunali avevano riconosciuto innocenti.
Questo momento segnò il passaggio del regime di Alessandro II alla fase
dittatoriale. Nel 1877 i narodniki più estremisti fondarono il partito Zemlja e volja

1
Misura in uso in Russia, eliminata nel 1924 e corrispondente a 1,0925 ha.


27
(terra e libertà). Si intensificarono gli attentati, non solo diretti verso lo zar, ma
anche di quei rappresentanti dell’ordine costituito che diedero la caccia ai
rivoluzionari. Nel 1879 da dissidi interni a Zemlja i volja si formò la cellula
terroristica di Narodnaja volja (volontà popolare), i cui esponenti di spicco erano i
terroristi Željabov, Vera Zasulič, Sof’ja Perovskaja. Ci fu un tentativo del governo
di attuare riforme liberali, che, però, procedevano a rilento. Dopo quattro attentati
consecutivi, nel 1881 i terroristi riuscirono a uccidere Alessandro II.
In politica estera in questo periodo si registra l’espansione in Asia, fino in medio
Oriente. La Russia cercava lo sbocco sui Dardanelli e aveva mire sui Balcani. In
Europa ci fu un’ondata di panslavismo e la formazione di una coalizione slava che
andava dal mar del Giappone al Mediterraneo; per gli aderenti a questo
movimento era imperativa la liberazione dei Balcani dal potere turco. Dapprima lo
zar si astenne da ogni partecipazione attiva a questo movimento, ma nel 1878
scoppiò la guerra russo-turca che si concluse con la pace di S. Stefano, favorevole
alla Russia, in cui si prevedeva l’annessione alla Russia del sud della Romania, e
soprattutto la liberazione dei Balcani dal potere turco. L’Austria, la Germania e
l’Inghilterra, temevano un rafforzamento della Russia, e indissero il congresso di
Berlino, in cui si obbligava la Russia a rinunciare a una parte del bottino. La
Russia si avvicinò alla Francia, ponendo le premesse per le alleanze del 1914.
Dopo la morte di Alessandro II sale al trono Alessandro III, che ebbe come consigliere
Podedonoscev, di estrema destra, reazionario, oscurantista.
Dopo l’attentato del 1881, il movimento terrorista comprese l’impossibilità di arrivare
alla rivoluzione con i metodi utilizzati fino ad allora, soprattutto a causa del fatto
che i contadini rimanevano fedeli all’idea che il potere dello zar aveva origine
divina. Inoltre, negli anni Ottanta furono arrestati molti dei capi del movimento e
non c’era nessuno che potesse sostituirli.
Gli ideali panslavisti si trasformarono ben presto in teorie razziste e antisemite, e uindi
portarono in breve alla persecuzione di minoranze etniche. Su quest’onda fu
attuata una politica di russificazione della Polonia, dell’Ucraina e delle province
baltiche. Seguì un’ondata di antisemitismo e l’attiva persecuzione degli Ebrei, di
fronte alla quale il governo o non intervenne o addirittura, disarmando gli Ebrei
che si difendevano, aiutò la popolazione che promuoveva i pogrom. Tra i
rivoluzionari c’erano molti ebrei e il governo sfruttò questo fatto per giustificare le
azioni di repressione. Alessandro era apertamente antisemita. Incominciarono
anche pogrom governativi e furono introdotte leggi antiebraiche: gli ebrei
dovevano vivere in zone apposite, vennero chiuse le scuole ebraiche. Ci fu un
generale soffocamento della cultura e la sostituzione delle materie e delle dottrine
“pericolose” con altre religiose. Furono soppresse le associazioni studentesche.
Come anche le autonomie amministrative e lo zemstvo.
L’industria si sviluppava sensibilmente, soprattutto quella pesante (ferrovie), ma le
condizioni dei lavoratori si facevano sempre peggiori. La produzione aveva molti
freni: la mancanza di capitale, la mancanza di coordinazione degli investimenti,
l’assenza di un mercato interno.
Nel 1894 morì Alessandro III. Gli successe Nicola II, nel quale all’inizio erano riposte
le speranze di un rinnovamento di molti, ma in realtà restò fedele agli ideali del
padre. Si circondò di consiglieri reazionari (Pobedonoscev e altri). È vero che in


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un primo momento ammorbidì lo stato di polizia e tolse molti divieti alla cultura,
accettò la costituzione finlandese (la Finlandia apparteneva alla Russia), ma poi
riaffermò gradatamente l’autocrazia.
Le tensioni interne, tanto nelle fabbriche quanto anche nelle campagne e nei circoli
intellettuali aumentavano sempre più, fomentando, di fatto, le spinte
rivoluzionarie. Si formarono tanti partiti, che andavano dall’estrema destra a
quello dei bolscevichi. Nel 1903 in Svizzera c’era stato il congresso dei partiti
comunisti d’Europa, in occasione del quale era maturato uno scontro tra
bolscevichi e menscevichi: i secondi si accontentavano di una rivoluzione
borghese che cacciasse lo zarismo, mentre i bolscevichi di Lenin volevano la
rivoluzione per instaurare la dittatura del proletariato. Le persecuzioni degli ebrei
non si fermavano. La borghesia liberale voleva riforme costituzionali, ma senza
porre fine allo zarismo. Alcuni tra i consiglieri dello zar gli consigliarono ad
accettare, ma prevalse l’ala più intransigente.
Nei primi anni del nuovo secolo si registrarono interferenze giapponesi in Cina e in
Corea, allora cinese. La Russia mirava al controllo delle coste pacifiche libere dai
ghiacci e, con la scusa di ritirare a scaglioni le truppe stanziate in Manciuria, dove
erano intervenute nella questione coreana, il governo zarista dilatò i tempi e creò
tensioni con il Giappone che attaccò senza preavviso (1904). I generali russi e la
corte prevedevano una guerra lampo che distogliesse l’attenzione dalle tensioni
sociali interne. Dopo un anno e mezzo di campagne militari disastrose e ingenti
vittime la Russia fu costretta a firmare una pace da perdente.
Il 9 gennaio 1905 (la domenica di sangue) un corteo con donne e bambini portò una
petizione firmata da 135.000 persone allo zar, con la quale voleva mettere al
corrente il sovrano del malgoverno dei suoi consiglieri. Il popolo vedeva in lui il
batjuška, il piccolo padre, un messo di Dio, e quindi la colpa delle pessime
condizioni di vita del popolo non potevano venire imputate a lui. I gendarmi
schierati attorno al palazzo d’inverno aprirono il fuoco sulla folla inerme. Questo
momento segnò la fine delle speranze del popolo nello zar.
Cominciò una serie di scioperi a catena, che bloccarono la Russia per mesi e portarono
alla rivoluzione del 1905, con agitazioni di contadini e operai. D’estate ci fu
l’ammutinamento della corazzata Potemkin, cominciato con le lamentele dei
marinai, a cui avevano dato carne avariata, e con l’uccisione di un marinaio da
parte di un ufficiale. I marinai gettarono quindi a mare gli ufficiali, arrivarono a
Odessa issando la bandiera rossa. A loro si unirono altri marinai e tennero il porto
di Odessa per parecchio tempo. Infine furono sconfitti dalle forze governative.
Dopo altri due mesi di scioperi lo zar emendò il proclama di ottobre, un manifesto che
concedeva la Duma costitutiva e introduceva il suffragio (non universale). Con
questa mossa spezzò lo slancio dello sciopero generale, frammentò l’opposizione,
ma de facto non mutò nulla. I moti rivoluzionari si affievolirono e riprese la
reazione. Nacquero le centurie nere (Černye sotni) che compirono pogrom,
appoggiati e in molti casi addirittura organizzati dalla polizia e dallo stato. Ci
furono sollevazioni di contadini, che bruciavano le proprietà dei padroni e
requisivano cibarie e bestiame per sé. 6.000 marinai insorsero a Sebastopoli per
chiedere la Costituente. La repressione zarista fu spietata. Ci furono molte
esecuzioni di partecipanti ai moti del 1905.


29
DALLA RIVOLUZIONE DEL 1905 ALLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

Dopo la rivoluzione del 1905, lo spirito rivoluzionario si attenuò e si assisté a un
riflusso reazionario. Il beneplacito per la formazione di una Duma costituente
aveva un carattere formale, in quanto la rappresentanza del proletariato e dei
contadini era praticamente nulla e il sovrano si riservò il potere di sciogliere
l’assemblea in qualunque momento. Nonostante la predominanza della borghesia,
la tendenza democratica era forte e molti volevano la Costituzione. La Duma
chiedeva il ritiro del governo, l’espropriazione dei latifondi privati, la concessione
del diritto allo sciopero, creando, di fatto, un conflitto molto acceso con il
governo. La questione agraria si faceva sempre più urgente, fu deciso che lo stato
dovesse acquistare lotti di terra da ridistribuire ai contadini. La forte opposizione
della destra portò a un nuovo aumento del fervore rivoluzionario e del contrasto
col governo. Lo zar sciolse la Duma.
Il consigliere zarista Stolypin creò un sistema di terrore che applicava esecuzioni
sommarie che portò in 4 anni al patibolo circa 3500 persone.
Contemporaneamente però varò una riforma agraria che a lungo termine avrebbe
potuto sistemare l’annosa questione contadina; si prevedeva l’obbligo per una
parte dei contadini a passare nelle file del proletariato urbano, venivano distribuiti
lotti ai contadini per legarli stabilmente alla terra, e fu vietato il ritorno alle
campagne dei contadini trasferiti in fabbrica, che spesso lavoravano come salariati
stagionali. Essi diffondevano nelle campagne ideali bolscevichi. Lo scopo di
Stolypin era di creare una forte borghesia di campagna.
Fu inaugurata una seconda Duma; ancora più a sinistra della prima, ma più cauta. Fu
immediatamente sciolta anch’essa. Dopo poco si formò una terza Duma, molto
spostata a destra, che accettava il terrorismo poliziesco, la limitazione delle libertà,
e appoggiava il terrore delle centurie nere. I bolscevichi intanto continuavano
l’attività di proselitismo e la propaganda rivoluzionaria, anche tra gli emigranti
russi all’estero. Lenin stesso si trovava in Svizzera. La svolta a destra, la politica
stolypiniana portò a una recrudescenza del terrorismo. Stolypin fu ucciso (al
settimo tentativo) in un attentato, nel 1911. si formò una quarta Duma, a destra
come la precedente, ma con Kèrenskij, rappresentante dei menscevichi.
L’Inghilterra temeva che la sfera d’interessi russa si potesse espandere anche verso
l’India. La Russia mirava a ottenere Costantinopoli per i propri commerci, cosa
che contrastava con la politica mediterranea dell’Inghilterra. Si arrivò ad un
accordo diplomatico ed entrambe le parti spostarono i propri interessi nei Balcani.
Nel 1912 si giunse a una guerra balcanica, contro la Turchia. La Serbia, la
Romania, e la Grecia si accostarono avvicinarono all’asse Russia-Francia, mentre
Bulgaria e Turchia all’altro blocco, del quale facevano parte Inghilterra, Germania
e Austria.
Nel 1914 l’attentato di Sarajevo diede avvio alla prima Guerra Mondiale, alla quale la
Russia giunse grandemente impreparata. La parte reazionaria dei politici russi
vedevano di buon occhio la guerra, come mezzo per contrastare e placare lo spirito
rivoluzionario, una volta ottenuta la vittoria, ma anche per impossessarsi degli
stretti. Ma la disorganizzazione, soprattutto nei trasporti, accanto alla necessità di


30
mobilitare masse ingenti di uomini portò a una crisi alimentare del 1915 e alla
forte svalutazione del rublo nei mercati internazionali. I liberali chiedevano un
governo di fiducia. Alla corte signoreggiava Rasputin, un pope reazionario, che
controllava la zarina Aleksandra Fedorovna, la quale a sua volta aveva una forte
influenza sul sovrano. Rasputin venne ucciso e si rafforzarono le tendenze
ultrareazionarie. Dal 1915 ci furono scioperi e addirittura i prodromi di una
rivoluzione, in seguito a massicci movimenti di popolo per il pane. Dopo giorni di
scontri, parti dell’esercito si unirono ai dimostranti. La Duma chiede l’abdicazione
dello zar in favore del fratello. Si formò il primo Soviet degli operai e dei soldati.
Nel febbraio 1917 si ebbe la formazione di un governo provvisorio, capeggiato da
Miljukov, costituito esclusivamente da esponenti dell’estrema destra, ad eccezione
di Kerenskij. Lo zar abdicò e venne rinchiuso con la sua famiglia a Carskoe Selo.
Il governo provvisorio non volle parlare di repubblica, ma rimandare la decisione
della forma di governo da adottare. Parallelamente al governo provvisorio il Soviet
di Pietrogrado acquistava un potere sempre maggiore. Dal governo provvisorio ci
si aspettava che risolvesse due problemi scottanti: la pace e la questione agraria. Il
governo temporeggiava, e la simpatia del popolo per i Soviet aumenta. Nonostante
l’abolizione della pena di morte, l’arresto dello zar, il governo provvisorio non
fece nessuna riforma urgente.
Parti significative dell’esercito si ammutinarono. Lenin tornò in Russia, ma non volle
accelerare i tempi: il sostegno al bolscevismo non era abbastanza alto per dare il
via alla rivoluzione. Il governo provvisorio fu deposto e nacque un nuovo
governo, al cui capo si trovava Kerenskij che, però, non si allontanò dalle
posizioni precedenti. Ci furono massicce manifestazioni contro la guerra e nuove
rivolte, che portarono all’esproprio delle terre da parte dei contadini. Ci fu
un’insurrezione in Luglio, che fallì per l’intervento della polizia. Seguì un
momentaneo calo di consensi per i bolscevichi. Lenin fuggì in Finlandia con
Zinov’ev.
In Russia la debolezza della posizione di Kerenskij creava costante apprensione, venne
eletto a ministro della guerra Kornilov, un reazionario che voleva instaurare una
dittatura miliare. Kerenskij si trova tra i due fuochi di Kornilov e del bolscevismo.
Tutti i partiti erano per la prosecuzione della guerra, ad eccezione del partito di
Lenin. Ci fu un tentativo di colpo di stato da parte di Kornilov, vanificato
dall’opposizione di tutte le altre parti. Il prestigio del partito bolscevico cresceva
sempre più: in tre mesi nella sola Pietrogrado vi aderirono 400.000 persone.
Il 25 ottobre (7 novembre) i bolscevichi si impadronirono dei punti nevralgici del
sistema, compreso il Palazzo d’Inverno, simbolo del potere zarista. Alle cinque del
mattino venne annunciato il governo dei Soviet, al cui capo c’era V. I. Ul’janov
(Lenin). Kerenskij, Denikin e Kornilov fuggirono. A Mosca e in diverse altre città
i bolscevichi presero il potere.


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L’UNIONE SOVIETICA: LA RIVOLUZIONE, IL COMUNISMO DI GUERRA E IL
LENINISMO

Nel novembre del 1917 i bolscevichi non avevano la necessaria legittimazione
democratica: le elezioni del dicembre di quell’anno assegnarono al partito di Lenin
soltanto il 24% dei voti.
Il 2 (15) dicembre 1917 fu firmata la pace e iniziarono trattative che portarono la
Germania, la Turchia, la Bulgaria e l’impero Austro-Ungarico a imporre al
neonato stato sanzioni molto pesanti e a marzo una pace separata con la Germania
che concesse a quest’ultima, alla Turchia, Bulgaria e all’impero Austro-Ungarico
parte dei territori dell’ex impero russo. Lo stato dei bolscevichi perse circa 1
milione di abitanti (circa il 25% della popolazione che apparteneva all’impero
zarista) e territori della Polonia, dell’Ucraina, della Bielorussia, della Finlandia e
degli stati baltici, che passarono sotto le potenze con le quali Lenin aveva stipulato
la pace.
Il 2 (15) novembre fu instaurato il potere a Mosca, il 12 (25) dicembre in Ucraina.
Furono introdotte l’istruzione e l’assistenza sanitaria gratuita, l’assicurazione per operai
e contadini, liquidati i ceti e a tutti fu conferito il titolo di “cittadino” (Graždanin),
fu dichiarata la libertà di coscienza, la chiesa fu divisa dallo stato e le donne
ottennero gli stessi diritti degli uomini.
Nel gennaio 1918 i Sovietfurono dichiarati il nerbo del nuovo stato, chiamato RSFSR
(Rossijskaja Socialističeskaja Federativnaja Sovetskaja Respublika).
Le prime decisioni del governo furono il decreto sulla terra, che venne distribuita alle
comunità di villaggio e da qui ai contadini, con lotti di grandezza variabile, a
seconda del numero dei componenti di ogni singola famiglia. Furono statalizzate
le banche, espropriate le terre del clero, imposto il monopolio statale sul
commercio.
Il 21 gennaio (3 febbraio) 1918 furono annullati i debiti zaristi nei confronti dei paesi
creditori e anche dei creditori interni.
Le potenze del patto russo-francese-inglese (Antanta) penetrarono in Russia per
combattere contro i bolscevichi. Scoppiò la guerra civile (questo periodo è noto
anche con la denominazione di comunismo di guerra). Dalla parte del nuovo
governo si schierarono gli operai di Pietrogrado, Mosca e altri centri, i contadini
della Russia centrale e delle Černozem’. Il fattore che portò i bolscevichi alla
vittoria fu il passaggio dalla loro parte di parecchi ufficiali zaristi, ma anche la
mancanza dalla parte dei bianchi di un comando unitario.
Durante il comunismo di guerra venne abolita la proprietà privata, i mezzi di produzione
furono statalizzati e posti sotto il controllo dell’“alto consiglio dell’economia
popolare”. Furono vietati gli scambi
Durante il comunismo di guerra fu creata la ČK, al cui capo fu messo Dzeržinskij, che
aveva come scopo prevenire sommosse controrivoluzionarie e il sabotaggio fu
inoltre creato un nuovo tribunale e l’esercito rosso degli operai e dei contadini e


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poi la flotta rossa degli operai e dei contadini. Alla ČK vennero dati amplissimi
poteri, tra cui quello di arrestare tutti i sospetti e di confinarli nei lager.
Lo stato di guerra fu esteso a tutte le fabbriche. Mancava il denaro, anche per pagare il
grano necessario al sostentamento del paese. Il governo procedette quindi a
espropriare il grano dei contadini. La statalizzazione e le requisizioni portarono
nel 1921 a rivolte nelle campagne, che furono però sedate in fretta.
Durante la guerra civile la Romania annettè la Moldavia russa, la Turchia l’Armenia, la
Polonia Vilnius, parte della Bielorussia e dell’Ucraina, la Finlandia annettè la
Karelija, la Lettonia, la Lituania e l’Estonia, mentre alcuni territori orientali russi
furono posti inglobati dal Giappone e dalla Cina.
Alla fine della guerra civile la Russia riacquista l’Ucraina orientale, la Bielorussia,
ottiene il Caucaso e l’Asia centrale.
Alla fine della guerra civile, nel 1922 venne inaugurata la NEP (Novaja
Economičeskaja Politika, Nuova Politica Economica). L’idea di Lenin era di
pagare gli enormi costi della produzione e dell’ammodernamento dello stato
comprando il grano a poco e vendendolo a prezzi maggiorati. Vennero anche
aumentati i prezzi delle macchine di produzione statali per i contadini; la
differenza tra le uscite e le entrate avrebbe pagato i costi dell’industrializzazione.
In questo periodo cominciarono gli arresti dei non-bolscevichi.
Durante la NEP lo stato denazionalizzò le piccole e medie imprese, mantenendo però il
controllo sulle grosse imprese e sulle banche. Di fatto l’aumento dei prezzi dei
macchinari inficiò la produzione contadina. La NEP non portò a nulla di concreto.
Nel 1922 fu dichiarata la nascita dell’Unione Sovietica (Sojuz Socialističeskich
Sovetskich Respublik; SSSR) sulla maggior parte del territorio dell’impero russo.
In questo periodo si delinearono le caratteristiche del sistema sovietico, che restarono
sostanzialmente immutate per tutta la storia dell’URSS: il monopartitsmo,
l’eliminazione del mercato, la militarizzazione dello stato e la pianificazione
dall’alto, la cosiddetta “dittatura sui bisogni”, con la quale lo stato produceva ciò
che, secondo lo stato stesso, sarebbe stato necessario al popolo, senza tenere conto
dei bisogni reali.
L’UNIONE SOVIETICA: DA STALIN AL CROLLO DEL SISTEMA SOVIETICO

Lenin morì nel 1924. In questo momento all’interno del partito c’erano tre correnti:
quella sinistra, capeggiata da L. Trockij e che spingeva per esportare la
rivoluzione in tutta Europa, appoggiandosi al proletariato di ogni paese, quella
destra di Bucharin, Tomskij e Rylov, il cui programma era di circoscrivere e
consolidare la rivoluzione in URSS e di cercare una pacificazione con i contadini.
Infine il programma della corrente centrista di I. Džugašvili (Stalin) e V. Molotov
prevedeva di esportare la rivoluzione ai paesi confinanti per evitare
l’accerchiamento capitalista, di puntare all’industria bellica e di agire contro i
contadini che si sarebbero opposti al programma. Quest’ultima frazione ebbe la
meglio perché tutti desideravano la pace e perché i contadini erano tenuti in poco
conto.


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Stalin attuò il sistema delle forbici col quale voleva, come Lenin, comprare dai
contadini il grano a basso prezzo e affittare loro i mezzi di produzione statali a
caro prezzo. Negli anni 1927-1928 i contadini si rifiutarono di dare il proprio
grano e le città furono ridotte alla fame. Il potere si rese conto dell’impossibilità di
requisire grano a decine di milioni di contadini. Fu istituito il sistema del kolchoz
(acronimo di kollektivnoe chozjajstvo, azienda collettiva). Era questo il primo
passo di quella che sarebbe stata chiamata la rivoluzione dall’alto; nei kolchozy
soltanto il 10% dei contadini era costituito dai cosiddetti kulaki, contadini ricchi, e
tutti dovevano pagare tasse allo stato e l’affitto dei mezzi di produzione. Le
campagne non poterono fare fronte a questa situazione e si ebbero carestie e fame
che in pochi anni causarono un numero di vittime stimato tra i 6 e i 14 milioni.
Parallelamente fu avviata la collettivizzazione delle campagne, che di fatto aveva
come obiettivo i Kulaki; questo provvedimento distrusse il ceto agricolo più
produttivo e capace. Dalle campagne ci fu una fuga in massa nelle città, che fu
arginata imponendo il passaporto obbligatorio per ogni cittadino sovietico come
condizione indispensabile per trovare alloggio e lavoro; i kolchoziani non
potevano avere il passaporto.
Le conseguenze della politica agricola inaugurata da Stalin furono una perdita
significativa tra la popolazione, ma anche la distruzione del sistema agricolo che
portò a una diminuzione netta della produttività che solo nel 1954 raggiunse i
livelli del 1913. La dipendenza di un contadino dallo stato era totale: basti pensare
che il lavoro di 290 giorno all’anno veniva compiuto per soddisfare gli ordini
statali.
Nel 1928 fu varato il primo piano quinquennale, che definiva in anticipo la produzione
dell’industria per i cinque anni a venire. La mancata osservanza delle quote di
produzione previste dallo stato portava a pesanti conseguenze, anche all’arresto e
alla deportazione dei responsabili di ogni fabbrica. L’industria pesante fu favorita,
a scapito di quella leggera.
La totale subordinazione di ogni cittadino allo stato venne sancita con la costituzione
del 1936. Il sistema di controllo fu il terrore. Chi non osservava i diktat del partito
o era anche solo sospettato di attività sovversiva veniva deportato in zone
inabitabili e fungeva da manodopera gratuita. Si calcola che nel periodo staliniano
il terrore riguardò circa 20 milioni di persone, la maggior parte delle quali
perirono. Tra il 1934 e il 1939 molti compagni di lotta di Lenin e dello stesso
Stalin furono uccisi nelle purghe (čistki) che, di fatto, eliminarono la classe
dirigente del paese e le leve dell’esercito più capaci.
Nel 1939 fu stipulato un patto di non belligeranza con la Germania hitleriana (patto
Ribbentropp-Molotov) che stabilì un’alleanza tra i due paesi, e di riflesso con gli
alleati di Hitler (Italia e Giappone). Nello stesso anno Stalin ottenne la parte
occidentale dell’Ucraina, una parte della Finlandia, la Polonia orientale, la
Bessarabia e la Bucovina. Il dittatore sovietico non desiderava entrare in guerra,
ma puntava a che i paesi del blocco capitalista si indebolissero a vicenda per poi
imporre loro un sistema filosovietico. Un’altra ragione per cui Stalin voleva
rimandare l’entrata in guerra era che l’URSS non aveva ancora la potenza militare
per opporsi all’Occidente. Le speranze del dittatore vennero infrante nel momento


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in cui, il 22 giugno 1941, Hitler invase l’URSS che fu costretta a entrare in guerra
a fianco dell’Inghilterra e degli USA.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Ancora la sera del 21 giugno 1941 il comandante dello stato maggiore Žukov propose a
Stalin di dare ordine alle truppe di prepararsi a un eventuale conflitto bellico, ma il
dittatore rispose che sarebbe stato immaturo. La mattina successiva incominciò
l’operazione Barbarossa, che aveva come scopo ultimo la conquista dell’Unione
Sovietica. Lo stesso giorno l’Italia (che entrò in URSS il 20 luglio) e la Romania
dichiararono guerra all’URSS, il 23 giugno la Slovacchia, il 27 giugno l’Ungheria.
Nei primi due mesi di guerra i tedeschi ottennero la supremazia nei cieli. Tra la
popolazione sovietica del confine bielorusso, ucraino e baltico si contavano
850.000 tra morti e feriti e circa 1 milione di prigionieri di guerra.
Il 12 luglio 1941 l’URSS formò un accordo con la Gran Bretagna per combattere
unitamente contro la Germania. Il 18 luglio un documento analogo fu ratificato tra
l’URSS e i governi in esilio della Cecoslovacchia e della Polonia.
Il 24 settembre l’URSS si alleò con il patto Atlantico e tra il 29 settembre e il 1° ottobre
si tenne a Mosca una riunione tra i governi sovietico, inglese e americano, tesa a
sancire l’aiuto reciproco, anche nel senso di rifornimenti.
Nel dicembre del 1941 i prigionieri di guerra sovietici erano saliti a 3,5 milioni. Le
armate tedesche avevano conquistato Lettonia, Lituania, Bielorussia, buona parte
dell’Estonia, dell’Ucraina e della Moldavia, penetrando in territorio sovietico per
850-1200 km. L’URSS aveva perso importantissimi centri industriali e città
fondamentali in quanto ricche di materie prime.
L’8 settembre 1941 incomincia il blocco (blokada) di Leningrado; armate tedesche,
finlandesi e spagnole mantennero la città senza collegamenti e quindi anche senza
possibilità di rifornirsi di cibo e combustibile per scaldarsi per 871 giorni, fino al
18 gennaio 1944. L’unica via per il rifornimento della città era il lago Ladoga,
esterno al cordone nazista. In città ci fu fame e freddo per tre anni. Durante questo
periodo perirono centinaia di migliaia di abitanti, ci furono inverni lunghissimi, la
fame portò ad atti di cannibalismo e atrocità senza precedenti, ma la città si rifiutò
per tutto quel periodo di arrendersi all’occupante.
Milioni di persone vennero deportate in Germania, in particolare zingari ed ebrei, ma
anche tanti russi ed esponenti della popolazione locale.
Nell’inverno tra il 1941 e il 1942 fu dato il via al contrattacco. I tedeschi stavano
avanzando su Mosca, ma in breve la minaccia fu allontanata e la capitale non fu
presa. Le forze sovietiche riuscirono ad allontanare il nemico tra gli 80 e i 250 km.
Da Mosca, liberando le regioni di Mosca e Tula.
Nell’estate del 1942 i nazisti si spinsero all’interno della Russia, secondo una corrente
meridionale, penetrando nel territorio sovietico di 500-650 km.; nonostante le
vittorie militari i tedeschi non riuscivano a cambiare i soldati uccisi e le macchine


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distrutte così in maniera così rapida come i loro avversari e proprio in questo
periodo gli alleati dei tedeschi (italiani, romeni, ungheresi) subentrarono
nell’interno dell’Unione Sovietica ai tedeschi.
Intanto l’economia del paese era completamente rivolta alla produzione bellica, già
dall’estate del 1941 la popolazione era stata mobilitata per trasformare la
produzione dei settori industriali in produzione bellica.
Dal 1942 incomincia l’evacuazione della popolazione dalle zone della Russia europea
verso l’Asia e le regioni meridionali del paese.
I tedeschi avevano modificato le strutture dei territori sovietici occupati, piegandole alle
proprie esigenze, addirittura avevano istituito corsi scolari tesi alla propaganda
nazista e antisovietica; tutta la popolazione in grado di lavorare (tra i 18 e i 45
anni, 18-60 per gli ebrei) era stata impiegata nella costruzione di strade e ponti, e
nella produzione di generi di prima necessità per l’esercito nazista. Buona parte
della popolazione civile di questi territori fu deportata nei lager e uccisa in loco
per la minima mancanza di coloro che i tedeschi consideravano semi-uomini,
razze inferiori, come quella slava. In Bielorussia, per esempio, una persona su
quattro cadde vittima del terrore nazista.
Il 19 e il 22 novembre 1942 incominciò l’attacco sovietico, in particolare nei territori di
Stalingrado e del fronte sud-orientale, anche grazie all’aiuto della popolazione. In
particolare i circa 6 mesi della battaglia di Stalingrado per il controllo della città,
di ogni via. Durante i combattimenti caddero centinaia di migliaia di persone, ma
la città alla fine fu riconquistata.
Nel 1943 le armate tedesche incominciarono a subire le prime pesanti perdite, in
particolare sul fronte occidentale. L’operazione Rževsko-Vjazemskaja fu la prima
che sancì vittorie significative sugli occupanti. I russi riuscirono a respingere i
tedeschi a circa 130-160 km. da Mosca.
Tra il 28 novembre e il 1° dicembre 1943 ci fu l’incontro di Teheran tra Stalin,
Churchill e Roosevelt, in cui si decise di aprire un secondo fronte contro i
tedeschi, decisione che si rivelò fatale per le sorti della guerra e per le SS. Già
all’inizio del 1944 l’armata rossa giunse a conquistare il territorio dell’Ucraina,
liberò la Crimea e giunse fino in Romania. All’inizio dell’estate del 1944 si
giunse alla liberazione della Bielorussia, dell’Ucraina e dei paesi baltici e poi alla
liberazione della Polonia, dove le armate sovietiche si incontrarono con le armate
di liberazione nazionale, l’Armija Krajowa, che però alla fine ebbe poco aiuto dai
sovietici e fu lasciata in balia delle forze naziste per più di due mesi prima che i
sovietici intervenissero a liberare Varsavia. Questo per eliminare le forze che
avrebbero potuto costituire, a guerra finita, l’opposizione all’egemonia sovietica
sul territorio.
Tra il 4 e l’11 febbraio 1945 Stalin, Churchill e Roosevelt si riunirono a Jalta, nel corso
della conferenza che portò alla divisione dell’Europa in due zone di influenza,
quella orientale delle quali toccò all’Unione Sovietica. Stalin procedette quindi
alla sovetizzazione dell’Europa Orientale, instaurando regimi monopartititici
locali, sul tipo di quello esistente in URSS.
Il 2 maggio del 1945 la Germania nazista capitolò e alla mezzanotte tra l’8 e il 9 maggio
si ebbe la capitolazione delle forze armate. L’URSS non firmò la pace con la


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Germania e formalmente restò in guerra con il paese fino al 25 gennaio 1955,
quando il presidio del Soviet Supremo dell’URSS firmò l’editto “Sulla fine dello
stato di guerra tra l’Unione Sovietica e la Germania”.
La guerra causò una perdita in termini di vite umane di 20-30 milioni tra i civili e di 15
milioni tra i soldati.
IL PERIODO POST-BELLICO

Dopo la guerra la popolazione sovietica, stremata, sperava in un allentamento della
pressione dello stato su di essa, ma Stalin preparava una purga che avrebbe dovuto
avere una portata ancora maggiore a quella degli anni Trenta. Addirittura coloro
che tornavano in URSS dai lager nazisti venivano mandati nei GULAG, con
l’accusa di essere al soldo dell’Occidente. Nel 1952 fu “smascherata” la cosiddetta
congiura dei medici, che in realtà era un pretesto per avviare un pogrom contro gli
specialisti e gli intellettuali di origine ebraica. Ma la morte di Stalin, nel marzo del
1953 impedì il compiersi di quest’ulteriore atrocità.
Fu quindi impiantato un governo provvisorio, che nel 1954 elesse primo segretario N.
Chruščev. Nel 1956 inaugura il XX congresso del partito comunista sovietico, in
cui denuncia alcuni dei crimini staliniani, rinuncia a terrore, chiude i GULag,
amnistia i politici, e stanzia più fondi alle campagne che da questo momento
possono vivere senza rischi delle continue carestie che li martoriarono da sempre.
In realtà la politica apparentemente liberale di Chruščev fu duplice: se il primo
segretario del partito in URSS si mostrava innovatore, in politica estera fu spietato
come i suoi predecessori, come nel caso della rivolta di Ungheria (1956), sedata
nel sangue. Anche i suoi successori attuarono una politica simile, in particolare
L. Brežnev nel caso della primavera di Praga (1968), di un’altra rivolta in Polonia
(1970, la prima si ebbe nel 1953) e sempre in questo paese, della formazione di
Solidarność (1980).
Chruščev riallacciò i contatti con Tito, interrotti da Stalin. La ČK venne sostituta con il
KGB (Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti; comitato di sicurezza statale) e
riammesso il diritto ad autolicenziarsi, tolto negli anni Quaranta. Creò le città
chiuse, obiettivi strategici, in cui erano dislocate fabbriche di industria pesante e di
armamenti. Era vietata l’uscita e l’ingresso in quelle città, non venivano segnalate
sulle carte. La limitazione della libertà dei lavoratori delle città chiuse era
compensata da un salario molto alto, e comunque il fatto di lavorare nelle città
chiuse era una scelta libera.
Negli anni Sessanta ci fu un sensibile miglioramento dello stile di vita in Unione
Sovietica, i prezzi erano bloccati dal 1928, mentre i salari aumentavano. In questo
periodo si allargò l’accesso all’istruzione.
Caratteristico dell’epoca poststaliniana fu il secondo mercato o mercato nero, su cui i
kolchoz vendevano i prodotti che legalmente producevano. Questo sistema creava
una microeconomia di stampo capitalista, tollerata perché da un lato serviva come
sfogo delle tensioni contadine che creava il fatto di vivere in un sistema totalitario
e dall’altro poteva essere sfruttato in caso di penuria alimentare.


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Nel 1964 Chruščev fu destituito e sostituito alla guida del partito da L. Brežnev. La
sostituzione avvenne per volere dell’ala stalinista del partito che non vedeva di
buon occhio la politica “liberale” di Chruščev. L’era brežneviana è conosciuta
come “Periodo della stagnazione” (Epocha zastoja), un quindicennio lungo il
quale non mutò nulla, in nessun senso.
La metà degli anni Settanta segnano il culmine del potere sovietico, molti paesi si
aggregano volontariamente al patto di Varsavia, come la Cina o Cuba.
Fin dalla metà degli anni sessanta in Cecoslovacchia si erano percepiti segni di
crescente malcontento verso il regime. Le istanze dei riformisti, il cui leader
era A. Dubček, avevano trovato voce in alcuni elementi all'interno dello
stesso Partito Comunista Cecoslovacco. Le riforme politiche di Dubček, che egli
stesso chiamò felicemente "SOCIALISMO DAL VOLTO UMANO", in realtà non si
proponevano di rovesciare completamente il vecchio regime e allontanarsi
dall'Unione Sovietica: il progetto era di mantenere il sistema economico
collettivista affiancandovi una maggiore libertà politica (con la possibilità di
creare partiti non alleati al partito comunista), di stampa e di espressione. Tutte
queste riforme furono sostenute dalla grande maggioranza del paese, compresi gli
operai. Ciò nonostante esse furono viste dalla dirigenza sovietica come una grave
minaccia all'egemonia dell'URSS sui paesi del blocco orientale, e, in ultima
analisi, come una minaccia alla sicurezza stessa dell'Unione Sovietica. Per
comprendere i motivi di questo allarme bisogna tener presente la collocazione
geografica della Cecoslovacchia, esattamente al centro dello schieramento
difensivo del Patto di Varsavia: una sua eventuale defezione non poteva essere
tollerata in periodo di Guerra Fredda. La stagione delle riforme ebbe bruscamente
termine nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, quando una forza stimata fra i
200.000 e i 600.000 soldati e fra 5.000 e 7.000 veicoli corazzati invase il paese. Il
grosso dell'esercito cecoslovacco, forte di 11 o 12 divisioni, obbedendo ad ordini
segreti del Patto di Varsavia, era stato schierato alla frontiera con
l'allora Germania Ovest, per agevolare l'invasione e impedire l'arrivo di aiuti
dall'occidente. L'invasione coincise con la celebrazione del congresso del Partito
Comunista Cecoslovacco, che avrebbe dovuto sancire definitivamente le riforme e
sconfiggere l'ala stalinista. I comunisti cecoslovacchi, guidati da Dubček, furono
costretti dal precipitare degli eventi a riunirsi clandestinamente in una fabbrica, ed
effettivamente approvarono tutto il programma riformatore, ma quanto stava
accadendo nel paese rese le loro deliberazioni completamente inutili.
Successivamente questo congresso del partito comunista cecoslovacco venne
sconfessato e formalmente cancellato dalla nuova dirigenza imposta da Mosca a
governare del paese. Dopo la primavera di Praga si formò una forte opposizione al
sistema sovietico, soprattutto nei paesi del patto di Varsavia, come Solidarność in
Polonia.
Alla morte di Brežnev (1982) fu eletto dapprima Ju. Andropov, che morì dopo un anno
di governo, e poi K. Černenko, che morì sei mesi dopo la sua elezione a capo dello
stato. Queste due morti nell’arco di un anno e mezzo testimoniarono l’arretratezza
della classe dirigente a scegliere un segretario che potesse cambiare la situazione
di crisi che si manifestava nel paese.
Nel 1985 fu eletto M. Gorbačev, che avviò la perestrojka (lett:. ricostruzione), una serie
di riforme tese a svecchiare il sistema sovietico, ma anche i quadri dirigenti del


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partito. Dal 1988 tolse rese disponibili gli archivi del KGB, eliminò la censura per
i mezzi di comunicazione di massa, permettendo una rivalutazione in senso
negativo della storia sovietica, come anche lo smascheramento della menzogna
che giustificò per un sessantennio azioni efferate del sistema stesso.
Nell’agosto del 1991 Gorbačev fu cacciato dal potere da un golpe militare, al potere salì
B. El’cin che nel dicembre di quell’anno dichiarò illegale il PCUS e decretò la fine
dell’Unione Sovietica.
La crisi del sistema sovietico fu causata da una serie di fattori concomitanti, tra i quali la
non conoscenza del reale stato dell’economia da parte del sistema: la
pianificazione della produzione implicavano falsificazioni dei dati da parte di
fabbriche e di chi doveva rispondere del mancato rispetto delle quote imposte. La
modernizzazione degli anni Settanta portò a conoscenza del popolo sovietico la
vera vita dell’Occidente che a sua volta portò alla fine dell’illusione dei cittadini
sovietici di vivere in un sistema perfetto. La produzione bellica, che nel 1986
assorbiva ancora il 75% delle risorse del paese, impediva l’investimento di capitali
in altri settori. I quadri dell’industria pesante erano d’altronde troppo potenti per
permettere un cambiamento che potesse sfavorirli.