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Cristina Di Meo

Liceo Classico S.Weil


a.s. 2007/2008 III C

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Sommario

Introduzione 3

Latino e Greco 5

Italiano 15

Storia dell’Arte 22

Filosofia 27

Bibliografia 37

Sitografia 38

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INTRODUZIONE

Ho scelto di sviluppare questo percorso interdisciplinare attorno l’argomento


della magia e della superstizione con l’intento di mostrare come le credenze
superstiziose, i riti e il mondo del magico in generale non siano soltanto
caratteristica delle popolazioni primitive e del mondo antico ma siano parte
integrante della cultura antica così come di quella contemporanea. Il
percorso si articola a partire da uno sguardo sul mondo della letteratura,
dove ho messo in luce il tributo nei confronti della magia a partire da Omero
sino alle avanguardie letterarie di inizio Novecento e alla produzione
romanzesca moderna. Lo sguardo passa poi al mondo dell’arte dove, a
partire da un’opera di Breton ,intitolata “L’arte magica”, mi sono addentrata
nelle due correnti artistiche del Surrealismo e della Metafisica che, più di
molte altre, sono in grado di rigenerare la magia che, secondo Breton, genera
l’arte. Infine ho scelto di collocare in chiusura della tesina, come summa degli
aspetti affrontati nelle varie discipline, la sezione di filosofia. L’antropologia e
la sociologia hanno dedicato volumi interi alla storia dell’uomo, alle credenze
e ai culti che hanno favorito lo sviluppo della società.
L’antropologo Frazer, ad esempio, ha cercato di rintracciare nelle credenze
magiche prima e in quelle religiose poi il senso di una utilità sociale. Gli
innumerevoli casi etnografici che egli descrive nelle proprie opere sono tutti
tesi a dimostrare come in certe razze e in determinate epoche della loro
evoluzione alcune istituzioni che tutti noi, consideriamo benefiche, si fondino
almeno in parte sulla superstizione. Molte tra le nostre principali istituzioni
civili hanno potuto derivare gran parte della loro forza da credenze che noi
saremmo pronti a condannare come assurde.
Se la superstizione contribui a mantenere in vigore quelle istituzioni che,
sole, garantiscono la sopravvivenza della società, non vi è dubbio che essa
sia al servizio di un intrinseco bisogno di sicurezza dell’umanità.
La magia e l’esoterismo non sono scomparsi , sono ancora parti integranti
della quotidianità del nostro XXI secolo. Il passaggio di un gatto nero, lo
specchio rotto, il sale versato, l’abbigliamento rosso di capodanno e le
lenticchie con il cotechino per propiziare un anno “ricco” …che tali
sopravvivenze siano riscontrabili in diverse nazioni civili nessuno lo mette in
dubbio. Quando leggiamo di una donna irlandese cui il marito avrebbe dato
fuoco per il sospetto che non fosse sua moglie ma che fosse stata sostituita
con arti magiche (questo accadde nella contea di Tipperary nel marzo 1895 a
Ballyvadlea) o ancora della donna inglese morta di tetano perché aveva
medicato il chiodo che l’aveva ferita invece della ferita stessa (questo
accadde a Norwich nel giugno 1902), possiamo stare certi che le credenze di
cui quelle povere creature caddero vittime non le avevano apprese a scuola
né in chiesa ma fossero state tramandate loro da antenati davvero selvaggi.
Se ci chiediamo come le superstizioni permangono in una popolazione che in
generale ha raggiunto un livello alto di cultura la risposta va cercata nella
naturale disuguaglianza fra gli uomini.

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Le superstizioni sopravvivono perché in cuor loro gli uomini sono ancora
barbari e selvaggi. Ciò spiega perché le barbare punizioni inflitte per alto
tradimento o per stregoneria, siano state tollerate fino a pochi secoli fa. In
Inghilterra le streghe venivano bruciate pubblicamente e i traditori squartati
pubblicamente, mentre la schiavitù è sopravvissuta ancora più a lungo come
forma legalmente riconosciuta. Nella società civile le persone più colte non
hanno nemmeno idea di quante reliquie dell’ignoranza selvaggia
sopravvivano alle loro porte.

“E con che faccia ci presenteremo noi, della nostra generazione al


tribunale della posterità, imputati di alto tradimento nei confronti del
genere umano per aver trascurato lo studio dei nostri simili a favore delle
stelle o dei deserti di ghiaccio dei poli, come se il ghiaccio polare fosse sul
punto di sciogliersi e le stelle dovessero smettere di brillare alla nostra
morte?” (James George Frazer)

LATINO E GRECO
L’Eneide: un viaggio magico tra la terra di Cuma e il mondo sotterraneo dell’Ade.

Il VI libro
LA SIBILLA CUMANA

La prima sezione del sesto libro dell’Eneide è forse una tra le più suggestive dell’intera opera.

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L’incombente presenza divina si manifesta nell’estasi mitica della Sibilla, il personaggio centrale,
nel paesaggio surreale di Cuma e dei Campi Flegrei, nel miracolo fatato del ramo d’oro, lo strano
talismano di vita e di morte che accompagnerà Enea nel suo viaggio sotterraneo.
Enea, dopo essere approdato a Cuma, si reca al tempio di Apollo, che si erge sulla rocca della
città. È intenzione di Enea incontrare la Sibilla, profetessa figlia di Glauco, che ispirata dal dio
Apollo, dà i suoi responsi nell’antro sottostante il tempio: da lei l’eroe troiano vuole sapere quale
sarà il suo futuro nella terra dove è finalmente giunto. Mentre Enea si sofferma ad ammirare i
rilievi che ornano le porte del tempio, sopraggiunge la Sibilla che lo invita a sacrificare sette
giovenche e sette pecore, secondo il rituale, per accedere poi senza indugi nell’antro profetico.
Scavato nell’immenso fianco della rupe, perforato da cento fenditure dalle quali escono, come da
bocche della roccia, i responsi emessi nei recessi più interni (secreta), lo speco fa da cornice alla
figura della Sibilla. L’aspetto e le parole della maga ispirano un sacro terrore in chi si reca a
consultare l’oracolo. All’approssimarsi del dio, la sacerdotessa cambia aspetto e colore, i suoi
lineamenti si contraggono, i suoi movimenti diventano scomposti e i capelli ricadono in
disordine. La voce non ha più nulla di umano. Un gelido brivido di religioso terrore (tremor)
corre per le ossa dei Teucri. La descrizione dell’antro, avvolto da una perturbante aura di mistero
sovrannaturale, unitamente al delirio estatico della profetessa, introduce al clima “infero” del
canto, che è certo, fra i canti del poema, quello più pervaso da un’ispirata e tenebrosa sacralità.

Excisum Euboicae latus ingens rupis in antrum


quo lati ducunt aditus centum, ostia centum,
unde ruunt totidem voces, responsa Sibyllae.
Ventum erat ad limen, cum virgo < Poscere fata
tempus> ait, <deus, ecce, deus!> cui talia fanti
ante fores subito non voltus, non color unus,
non comptae maniere comae; sed pectus anhelum,
et rabie fera corda tument; maiorque videri
nec mortale sonans, adflata est numine quando
iam propiore dei. <Cessas in vota precesque,
Tros> ait < Aenea? Cessas? Neque enim ante dehiscent
attonitae magna ora domus>. Et talia fata
conticuit.

“ Un fianco della rupe euboica è tagliato a (formare) un antro immenso, verso il quale conducono cento larghi passaggi, cento
imboccature, dalle quali erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla. Si era giunti alla soglia quando la vergine: <E’ tempo
di chiedere (quali siano) i decreti del fato” disse, “il dio, ecco il dio!>. E a lei che diceva tali parole davanti alle porte cambiò
all’improvviso il volto, cambiò il colore, si sciolsero i capelli. Ma il petto diviene ansante e il cuore selvaggio si gonfia di furore.
E’ più alta a vedersi ed emette suoni non umani, poiché è ispirata dal nume del dio ormai sempre più vicino. < Indugi a esprimere
voti e preghiere, o Enea troiano, indugi? Perché non apriranno prima le grandi porte della dimora ispirata..”

Le Plutonie

Presso Cuma, vicino al lago Averno, si credeva che ci fosse anche l’apertura che portava agli
Inferi. Nell’antichità si riteneva che al mondo dell’aldilà, collocato sotto la superficie della terra,
si potesse accedere attraverso speciali aperture, che venivano chiamate plutonie ed erano poste in

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luoghi orridi e selvaggi. In Grecia vi erano numerosi “ingressi agli Inferi” descritti dal mito:
particolarmente famosa la caverna presso il Tenaro nel Peloponneso, attraverso la quale
sarebbero passati per discendere all’Ade Orfeo ed Eracle. Vi sarebbe passato anche Plutone per
portare Persefone agli Inferi. Altre importanti plutonie erano poi quella di Colono presso Atene e
quella di Trezene. Numerose erano anche le plutonie in Asia Minore e in Sicilia. In questi luoghi
esisteva poi un luogo detto psychomantéion ,dove venivano evocate le anime dei defunti, in
genere per interrogarle sul futuro.

Le Sibille
La parola Sibilla appare per la prima volta in Eraclito intorno al
500 a.C. ed era usata anticamente come nome proprio di donna
dotata di facoltà profetiche. In seguito, forse anche come effetto
delle leggende che ne narravano le sue peregrinazioni, si
trovano più Sibille in luoghi diversi e alcune anche con nomi
personali. Il termine, quindi, diviene generico e indica
profetesse che vaticinavano in stato di estasi per ispirazione di
Apollo, il dio oracolare per eccellenza. Della Sibilla Cumana
Varrone dice che scriveva i suoi versi su foglie di palma; nel
poema Enea la pregherà di non scrivere il vaticinio sulle foglie,
per evitare che vadano disperse nel vento, come pare accadesse
di frequente. Il nome Sibilla, secondo fantasiose fonti antiche,
deriverebbe da siòs (forma dialettale di theos, “dio”) e bòlla
(forma eolica per boulé “consiglio”); il nome cioè
significherebbe “colei che dà consigli ispirata dal dio”. La
Sibilla Cumana che Virgilio chiama Deifobe, figlia del dio
marino Glauco, sarebbe stata la più vecchia. Originaria della Troade, sarebbe venuta in Campania
dopo la caduta di Troia. Alcuni secoli dopo (la vita delle Sibille poteva durare anche mille anni)
avrebbe venduto a Tarquinio il Superbo i libri Sibyllini ,che vennero conservati da un apposito
collegio sacerdotale, per essere poi consultati per ordine del Senato nei momenti di crisi dello
Stato (Livio XI,8). I libri sibillini vennero distrutti da un incendio nell’83 a.C. e furono quindi
sostituiti da una copia. L’ultima consultazione è del 363 d.C. ; infine furono tutti bruciati intorno
al 408 d.C. (Rutilio Namaziano II,52). Grazie anche all’autorità di Virgilio, che nella IV Ecloga
fa riferimento alle profezie sibilline per annunciare l’inizio di una nuova età dell’oro, i cristiani,
interpretando le parole di Virgilio come annuncio della nascita di Cristo e attuando sui testi
sibillini numerose interpolazioni e rifacimenti, hanno trasformato le Sibille in profetesse
dell’avvento del cristianesimo e ciò spiega la loro fortuna nell’arte e nelle letterature successive.

…A proposito della consultazione dei libri sibillini e alle vicende dei cristiani, interessante è un
paso di Tacito del libro XV (cap.44) degli Annales, dove lo storico tratta dell’incendio di Roma
e della strage dei cristiani. In questo tragico frangente pare che furono consultati i libri della
profetessa Cumana per meglio comprendere l’accaduto e cercare di sanare la situazione assai
critica.

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Et haec quidem humanis consiliis providebantur. Mox petita a dis piacula aditique Sibyllae libri, ex
quibus supplicatum Volcano et Cereri Proserpinaeque, ac propitiata Iuno per matronas, primum in
Capitolio, deinde apud proximum mare, unde hausta aqua templum et simulacrum deae perspersum est
[…]

“E appunto questi fatti si svolgevano per decisioni umane. Subito furono compiute espiazioni nei confronti degli dei e furono
consultati i libri della Sibilla, dai quali si supplicò a Vulcano, a Cerere e a Proserpina, essendo stata propiziata Giunone, attraverso
le matrone, prima sul Campidoglio, quindi presso il mare più vicino, da dove attinta l’acqua, vennero aspersi il tempio e la statua
della dea.”

Secondo voci insistenti, l’incendio che aveva distrutto buona parte della città di Roma nel 64 d.C.
sarebbe stato provocato intenzionalmente da qualcuno. Per stornare i sospetti da sé, Nerone
accusò la comunità cristiana di Roma. Nella breve digressione sui Cristiani, Tacito, pur sapendoli
innocenti, li definisce come rei e meritevoli di supplizi: infatti, era opinione comune che la fede
cristiana fosse una “superstizione” e che comunque la comunità si macchiasse di numerosi
crimini e scelleratezze di ogni genere (per esempio il sacramento dell’eucarestia veniva
interpretato come un atto di cannibalismo). Nella parte finale Tacito tuttavia riconosce la crudeltà
di Nerone, interessato solamente a soddisfare i propri interessi, nell’esecuzione di un martirio
effettivamente ingiusto.

[…] repressaque in praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebat, non modo per Iudeam, originem
eius mali, sed per urbem etiam, quo cuncta undique atrocia aut pudenda confluunt celebranturque.

“E repressa sul momento , l’odiosa credenza prorompeva di nuovo, non solo per la Giudea, terra d’origine di quel male, ma anche
per la città, dove tutte le cose atroci o le vergogne da ogni luogo confluiscono e si diffondono.”

LA CATABASI – la discesa agli inferi -

Il ramo d’oro
Durante il rito di invasamento divino, il dio Apollo parla per bocca della sacerdotessa: Enea è
ormai giunto alla fine delle sue peregrinazioni per mare, ma lo attendono nuove orride guerre: è
infatti già nato un nuovo Achille (Turno) che combatterà contro di lui. L’eroe non si spaventa e
chiede alla Sibilla un aiuto concreto: che l’accompagni fin giù all’oltretomba per incontrarsi con
l’ombra di Anchise. La Sibilla risponde positivamente, avvertendo però che mentre la discesa
nell’Averno è facile, è assai più difficile tornare poi sulla terra. Enea dovrà trovare nella selva un
piccolo ramo d’oro da donare alla regina infernale Proserpina: se i fati lo vorranno, egli lo potrà
strappare facilmente con la mano; se saranno avversi invece non potrà staccarlo neppure con la
sua spada.

[…] intanto, guardando l’immensa selva, medita questo con triste cuore, e gli accade di pregare così: “Se ora ci si mostrasse
quel ramo d’oro sull’albero in una foresta così sconfinata! Perché la veggente, purtroppo, ha detto tutto con verità di te, o
Miseno”. Aveva parlato così, quando per caso una coppia di colombe proprio davanti al suo sguardo sopraggiunse a volo e si
posò sul verde suolo …quelle, pascendosi, avanzarono tanto con il volo, quanto potesse scorgere lo sguardo di chi le seguisse …
e, discese per la limpida aria, si posano nel luogo desiderato sul duplice albero di dove diverso rifulse pei rami il soffio
scintillante dell’oro.
…Lo afferra subito Enea e avido lo strappa riluttante, e lo porta nell’antro della veggente Sibilla […].

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Questo passo è particolarmente significativo, in quanto compare qui un vero e proprio simbolo
magico, il ramo d’oro, oggetto di disparate interpretazioni fin dall’antichità: è diffusa
convinzione degli interpreti moderni che la sua origine vada ricercata nelle dottrine misteriche , e
in particolare nell’orfismo: la ricerca del ramo e la sua offerta sembrerebbero passaggi, volti a
placare le divinità infere, di un rito iniziatico.

Dentro le viscere della terra


Un senso di profonda oscurità avvolge l’inizio della catabasi di Enea: a indicare il segreto di un
mondo che solo a pochi è stato concesso di penetrare da vivi. L’Averno virgiliano appare pauroso
e buio, ma non desolato come l’Averno omerico, né luogo di eterna pena come l’Inferno
cristiano: esso è piuttosto un luogo che custodisce le radici profonde del vivere, il senso ultimo
delle cose, almeno nei campi Elisi, il seme della rinascita. Tutto il canto riflette l’esperienza delle
iniziazioni, nonché antichissime pratiche sciamaniche: come lo sciamano, l’eroe scende agli
inferi per ricevere rivelazioni delle quali potrà giovarsi la comunità cui egli appartiene; come
l’iniziato egli riceverà da questa esperienza una particolare investitura che farà di lui un essere
eletto, darà autorità alle sue parole e al suo agire.

“Ed ecco, alla soglia dei primi raggi del sole, la terra mugghiò sotto i piedi, i gioghi delle selve cominciarono a tremare, e
sembrò che cagne ululassero nell’ombra all’arrivo della dea. < Lontano, state lontano, o profani – grida la veggente, - e
allontanatevi da tutto il bosco; e tu intraprendi la via, e strappa la spada dal fodero; ora necessita coraggio, Enea, e animo
fermo>…egli con impavidi passi si affianca alla guida che avanza. Andavano oscuri nell’ombra della notte solitaria e per le
vuote case di Dite e i vani regni: quale il cammino nelle selve per l’incerta luna, sotto un’avara luce, se Giove nasconde il cielo
nell’ombra, e la nera notte toglie il colore alle cose.”

A questo punto è doveroso fare un parallelismo con il libro X e XI dell’Odissea, dove è a sua
volta protagonista di una discesa agli inferi Ulisse. L’eroe è solo nell’impresa, ma può far
affidamento sui consigli di un’incantatrice bellissima e terribile, che assolve la stessa funzione
della Sibilla Cumana nell’Eneide : la maga Circe.

LA MAGA CIRCE - il libro X -


Dopo la fuga dalla terra dei Ciclopi, l’approdo all’isola di Eolo e la lotta sanguinosa nella terra
dei Lestrigoni la nave di Odisseo approda su una misteriosa isola che sembra disabitata: l’unico
segno di vita è un filo di fumo in lontananza. È la casa della maga Circe, che abita in una dimora
tra i boschi. Odisseo divide i compagni in due gruppi e ne invia alcuni in esplorazione, ma essi
cadono vittima delle fatture di Circe che li trasforma in porci. Odisseo parte in loro soccorso e
grazie al potere di Ermes, reso immune dagli incantesimi, può penetrare nella casa della maga e
renderla innocua, tanto che l’incantatrice gli dona il suo amore, trasformandosi in alleata e
protettrice.

[…] Lei subito uscita aprì le porte lucenti e li invitò: la seguirono tutti senza sospetto. Indietro restò Euriloco: pensò
che fosse una trappola. Li guidò e fece sedere sulle sedie e sui troni: formaggio, farina d’orzo e pallido miele
mischiò ad essi col vino di Pramno; funesti farmaci mischiò nel cibo, perché obliassero del tutto la patria. Dopochè
glielo diede e lo bevvero, li toccò subito con una bacchetta e li rinserrò nei porcili. Dei porci essi avevano il corpo:
voci setole e aspetto […]

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L’EPISODIO DI CIRCE COSTITUISCE LA PIU’ AMPIA CONCESSIONE AL MONDO MAGICO CHE SI TROVI
IN OMERO (la magia, infatti, viene generalmente omessa dall’epos, in quanto elemento arcaico). E’
IMPORTANTE ANCHE OSSERVARE CHE LA MAGIA NEL MITO GRECO E’ PATRIMONIO ESCLUSIVO DELLA
DONNA, CHE PERALTRO, NE FA SPESSO UN USO PERVERSO. SI ASSISTE DUNQUE A UNA DIVISIONE
ABBASTANZA NETTA DEI RUOLI: L’UOMO E’ INDOVINO E PROFETA MENTRE LA DONNA E’ MAGA.
QUESTA ATTRIBUZIONE DELLA MAGIA A FIGURE FEMMINILI E’ STATA INTERPRETATA COME
SINTOMO DI UN’INCONSCIA PAURA DELL’AMBIGUO FASCINO MULIEBRE, OPPURE COME
TESTIMONIANZA DEL FATTO CHE, FINO A EPOCA STORICA, FURONO LE DONNE A CONSERVARE,
TRAMANDARE E METTER IN PRATICA, IN GRECIA, QUEL PATRIMONIO DI CONOSCENZA DELLE VIRTU’
FARMACOLOGICHE DELLE ERBE PROVENIENTE DALLE CULTURE DEL NEOLITICO.

La Νέκυια - il libro XI -
Seguendo le indicazioni di Circe, Odisseo raggiunge la terra dei morti per consultare lo spettro
dell’indovino Tiresia riguardo le vie del ritorno. Qui incontra grandi personaggi come Achille,
Aiace e Agamennone. I morti rappresentati nel poema epico non sono né anime afflitte né entità
minacciose, sono solo delle presenze labili e inquiete simili ai sogni, dei fantasmi che vorrebbero
soltanto tornare a godere per un istante la pienezza dell’esistenza, come dice l’anima di Achille :

“ Non abbellirmi, illustre Odisseo, la morte! Vorrei da bracciante servire un altro uomo, un uomo senza podere che
non ha molta roba; piuttosto che dominare tra tutti i morti defunti”.

Il quadro del mondo dell’oltretomba (che nell’Odissea non è collocato sotto terra ma ai margini
del mondo, nella caliginosa terra dei Cimmeri) contiene passi di grande intensità patetica, in
un’alternanza di scene corali e di altre in cui singole figure si staccano dal gruppo delle anime
morte.
La discesa agli Inferi di Odisseo presenta aspetti diversi rispetto a quella di Enea. A questo
proposito George Luck, insegnante di antichità classiche presso prestigiose università americane
e europee come Yale e Cambridge, in Arcana Mundi scrive:

“ Nel libro XI dell’Odissea, lo stesso Odisseo, istruito da Circe, svolge il ruolo di negromante e il rito è eseguito con
grande solennità e intensa partecipazione emotiva; qui, per una simile pratica non sembra esserci alcun marchio
d’infamia. È forse significativo, tuttavia, che Virgilio nell’Eneide sottopose a trasformazione questo tema. Invece di
evocare i morti, Enea scende nell’Ade per incontrarli. Il suo incontro con la Sibilla Cumana e i riti che deve
eseguire contengono elementi di magia. La Sibilla stessa è una profetessa estatica, come la Pizia deifica; nello
stesso tempo agisce nei confronti di Enea come guida attraverso gli orrori dell’oltretomba. Più che un semplice
consulto, l’incontro di Enea con la Sibilla è la rivelazione di una visione filosofica dell’esistenza e, in quanto tale, è
paragonabile all’iniziazione ai misteri eleusini.”

La maga Circe non svolge al pari della Sibilla una funzione di guida , ma istruisce l’eroe
all’esecuzione del rito negroamantico che dovrà svolgere da solo sulla soglia dell’Ade. Odisseo
infatti scava una fossa con la propria spada e inizia il rito di purificazione , offrendo latte, miele ,
vino e acqua di fonte alle divinità infernali. Egli scanna personalmente le vittime sacrificali: il
montone e la pecora nera che Circe gli aveva consegnato alla fine del libro precedente.

A proposito della negromanzia Luck scrive ancora : “la negromanzia è definita come l’arte di predire il
futuro attraverso la comunicazione con i morti. Come mostrano i testi da Omero a Eliodoro, le forme della

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comunicazione variano. Come tecnica la negromanzia rientra nell’ambito della magia…ma, dal momento che
prevede relazioni con i morti, può essere presa in esame come una sezione della demonologia; inoltre, visto che il
suo scopo è la rivelazione di eventi futuri, essa è anche una forma di divinazione. Questa incertezza nella
classificazione mostra ancora una volta quanto fossero strettamente collegate le scienze occulte nell’antichità.”

Il rito di Odisseo ricorda alcune pratiche di magia nera, le cui descrizioni sono molto diffuse
nella letteratura antica. Un esempio ci è dato dal VI libro del Bellum Civile di Lucano, con la
descrizione del rito negromantico svolto dalla maga Erichtho.

La divinazione magica : Lucano e le realtà del rituale

- Con alcune considerazioni dello scrittore Fritz Graf riguardo la pratica rituale nell’opera
“La magia nel mondo antico”-

Un celebre testo letterario ha contribuito a costruire l’immagine della strega nella letteratura post-
antica: la descrizione fatta da Lucano della consultazione della strega tessala Erichtho (o Eritto)
da parte di Sesto Pompeo nel sesto libro del Bellum Civile.
Lucano introduce il suo tema con una lunga esposizione sulla divinazione, che lo conduce ai
poteri di divinazione magica delle Tessale. Ma si accontenta di contrapporre a questa magia,
giudicata banale, le arti inedite praticate da Eritto, una sorta di super-strega, la cui immagine è
presentata dal poeta con tutti i tratti di una condizione di marginalità estrema. Essa vive fuori
dalle case e dalle città, nelle tombe vuote, a diretto contatto con il mondo dei morti. Colleziona
cadaveri interessanti - morti impiccati, uomini e donne giovani- e all’occorrenza uccide essa
stessa. È inoltre apportatrice di morte: sotto i suoi passi, i germogli appena spuntati avvizziscono
nei campi, e ovunque cammini l’aria si carica di veleni. Non pronuncia mai preghiere, non offre
mai sacrifici. Al contrario, contamina quelli offerti agli Olimpi, stando al fianco delle potenze
infernali. E dunque gli dei che stanno in alto la temono, non diversamente da come temono il
mondo infero.
Dopo un interludio narrativo, in cui Pompeo il Giovane incontra Eritto, Lucano si concentra sulla
lunga descrizione del rito.

[…] Dopo aver mischiato sozzure comuni ed altre famose, aggiunse fronde stregate da un empio scongiuro, ed erbe
intrise sul nascere da spunti dell’orrida bocca, e tutti i veleni che ella preparò per il mondo. Più forte di tutte le erbe
a evocare gli dei dello Stige, dapprima emise mormorii dissonanti e molto diversi dal linguaggio umano.
Contengono i latrati dei cani, gli urli dei lupi, il lamento del trepido gufo e del vampiro notturno, le strida e gli
ululati delle belve, il sibilo dei serpenti;… un’unica voce di tante. Poi con demonio scongiuro, esprime le altre
formule;O Eumenidi…o Caos...o Stige…o Persefone… se v’invoco con voce abbastanza empia e nefanda, se mai
pronuncio incantesimi digiuna di carni umane, se spesso vi ho offerto grembi fecondi, se ho deterso con calde
cervella membra tagliate, se erano destinati a vivere tutti i fanciulli di cui ho imbandito il capo e le viscere sui vostri
piatti, esauditemi….L’anima di un soldato, nostra da poco, predìca i destini pompeiani al figlio del condottiero, se
le guerre civili meritano qualcosa da voi. […]

Come si è visto con i passi delle opere precedentemente citate il contatto con il mondo dei morti è
tipico del genere epico. Il canto VI di Lucano, presenta un evidente richiamo strutturale al VI
dell’Eneide, operando tuttavia un netto cambiamento di segno rispetto al modello augusteo. A
entrare in contatto con il regno dei morti non è più il pio Enea, ma l’empio Sesto Pompeo; lo
scenario non è più l’apollinea e oracolare Cuma, ma la Tessaglia, terra famosa per i sortilegi e
ogni forma di magia; a operare il rito non è più la Sibilla , ma la terribile maga Erichtho, che

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ricorre ai più ripugnanti oggetti magici; il rito stesso consiste in un orribile prodigio
negromantico : il corpo di un soldato morto viene fatto risuscitare, perché la sua anima, che ha
potuto visitare gli Inferi, possa riportarne la profezia.
La preghiera di Eritto, in un primo momento sembra non ottenere gli esiti sperati. L’anima del
defunto esita a ritornare nel corpo. Eritto ha bisogno di un altro carmen, stavolta di tono
minaccioso: se gli dei non costringono questo morto recalcitrante ad aiutarla, svelerà i più intimi
segreti del Tartaro. La minaccia sortisce il suo effetto: il cadavere si rianima, ed è pronto a
rispondere alle domande della strega.

Il percorso rituale

Abbiamo dunque a che fare con un percorso rituale semplice e chiaro. Dopo gli atti preparatori ha
inizio il rito propriamente detto. Il cadavere viene preparato con l’aiuto del “veleno lunare”.
Viene quindi la lunga preghiera, con le sue divisioni perfettamente nette. La prima parte è
estranea al linguaggio degli uomini: la strega parla le lingue della natura, ossia quelle degli
animali notturni e pericolosi, e quelle delle forze distruttrici della natura. La seconda parte adotta
la struttura di una banale preghiera greco-romana. Comincia con l’invocatio, che si rivolge alle
divinità chiamando i loro nomi, i loro luoghi di culto e le loro funzioni- un’enumerazione
strutturata da invocazioni anaforiche e da proposizioni relative, che si conclude con l’invito a
comparire e l’esortazione ad ascoltare la preghiera; segue la narratio, la parte essenziale, che
deve per così dire stabilire la credibilità di colui che prega, e lo fa il più delle volte ricordando i
precedenti sacrifici, i contributi già offerti in passato, che gli danno diritto ai servizi futuri della
divinità e degli assistenti che questa ha già accordato. La preghiera termina con la richiesta
propriamente detta, le preces ,come in ogni preghiera rituale. Quando questa preghiera non
produce l’effetto desiderato, Eritto ricorre a una seconda preghiera, designata stavolta come
carmen , un’invocazione magica proferita con tono minaccioso e che porta al compimento del
rito.

Lucano rappresenta la maga Erichtho come una figura che, praticando una totale inversione dei
riti civici, è completamente acquisita alla dimensione infera. Per lo scrittore deve appunto
rappresentare la perversione di Sesto Pompeo, che trascura gli oracoli e la religione pura, per
contaminarsi con le oscure forze infere.

Un grande personaggio femminile : Medea

Nella letteratura greca abbondano le figure di donne maghe, barbare e streghe. Omero ha scelto
Circe per concedere il suo tributo al mondo magico, Virgilio la Sibilla, Lucano Erichtho… la
letteratura ci mostra dunque un universo femminile detentore di poteri preclusi alla stirpe
mortale: le arti magiche. A questo proposito merita un occhio di riguardo Medea, protagonista
dell’omonima tragedia di Euripide e del poema epico delle Argonautiche di Apollonio Rodio.
Medea è una figura a tutto tondo, una protagonista assoluta. La sua terra di provenienza è la
Tessaglia, patria per eccellenza della magia nera, luogo che ricomparirà in Apuleio così come in
Teocrito (l’Incantatrice) nella descrizione di vicende magiche. La tragedia di Euripide è
costruita attorno alla vendetta di Medea che, dopo aver aiutato Giasone nella conquista del vello
d’oro, aver abbandonato per lui la propria patria, e avergli dato figli, viene ripudiata per la figlia
di Creonte, re di Corinto. La donna elimina dapprima la rivale e poi, in un parossismo di ferocia,

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uccide i propri figli per infliggere a Giasone il dolore e l’offesa più atroci. Medea ricomparirà
nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (della prima metà del III sec. a.C.),poema costruito
sull’antica saga mitica dell’impresa di Giasone e degli Argonauti alla conquista del vello d’oro.
Qui compare la storia dell’innamoramento tra i due protagonisti, con la presenza della maga al
fianco degli eroi sulla nave Argo. La donna aiuterà gli Argonauti a superare i diversi ostacoli
durante il loro viaggio con i suoi poteri magici.

APULEIO: Il De Magia o l’Apologia

È attorno al 158 d.C che a Cabrata, nella provincia d’Africa, troviamo un estroso filosofo sulla
trentina, impegnato a difendersi con una Apologia in un processo per magia intentatogli di
fronte al proconsole Claudio Massimo.

“Eccomi arrivato all’accusa di magia, a quell’incendio che acceso con grande baccano, per mia rovina, contro la
comune aspettazione è svanito fra non so quali storielle da vecchie comari…(a C.Massimo) Eccoti quell’accusa:
cominciata con le ingiurie, nutrita di chiacchiere, difettosa di prove, dopo la tua sentenza non lascerà più nessuna
traccia di calunnia.” (Apologia, 25-7)

‘Apuleio ha scritto dei versi’,[…] ‘possiede uno specchio il filosofo’[…] ‘Apuleio tiene a casa qualcosa che venera
religiosamente’ […] ‘Alla presenza di Apuleio un fanciullo è piombato a terra’[…] ‘Apuleio tenne qualcosa avvolto
in un fazzoletto vicino ai Lari di Ponziano’ […] ‘Apuleio è un mago’.

L’orazione, conosciuta anche con il titolo di De Magia, contiene numerose digressioni, anche a
carattere filosofico, che difficilmente si sarebbero potute leggere nella loro interezza durante il
dibattimento in tribunale: ciò lascia supporre che il testo da noi posseduto sia frutto di una
successiva rielaborazione.
Le accuse verso Apuleio nascono a partire dal viaggio che lo scrittore compì ad Alessandria dopo
il soggiorno a Roma. Apuleio fece sosta nella città di Oéa: là incontrò Ponziano, un suo
compagno di studi, e ne conobbe la madre, la ricca Pudentilla. A quanto dice lo stesso Apuleio, fu
lo stesso Ponziano a insistere perché l’amico sposasse Pudentilla, che all’epoca era vedova e
molto più anziana di lui. Tuttavia l’eredità che Apuleio avrebbe potuto ricavarne preoccupò il
suocero di Ponziano: egli cercò prima di istigare Ponziano contro il nuovo marito della madre e
poi, morto Ponziano, convinse il figlio minore di Pudentilla e il suo tutore Licinio Emiliano, a
intentare un processo contro Apuleio. L’autore fu accusato di aver costretto al matrimonio
Pudentilla con la magia al fine di impadronirsi della ricca dote e poi dell’eredità.

“Apuleio ci offre una notevole mole di notizie sulle credenze contemporanee nella scienza occulta…da questa
Apologia apprendiamo quanto fosse facile in quel tempo che uno scienziato e un filosofo fossero accusati di pratiche
magiche[…]è possibile che Apuleio non fosse al di sopra di ogni sospetto[…]Il discorso che Apuleio pronunciò in
giudizio, non solo ci offre numerose informazioni su credenze e pratiche magiche, folclore e superstizioni, ma riflette
anche ciò che le persone pensavano che streghe e maghi facessero in segreto.” (G.Luck)

Nel suo discorso Apuleio nega nel modo più assoluto di avere praticato quel tipo di magia nera
che era stato bandito dalla legge romana a partire già dalle Dodici Tavole, ma sostiene che alcuni
dei più grandi filosofi sono stati ingiustamente accusati di pratiche magiche.
La linea di difesa di Apuleio tende a presentare se stesso come un filosofo e non un mago, e a far
rientrare alcune pratiche all’apparenza “sospette” nell’ambito della ricerca filosofica. Per questo

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distingue tra una magia volgare e malefica, da cui prende le distanze, e una magia di livello
superiore (teurgia), che consente di conoscere le forze occulte che dominano la realtà e di
indirizzarle a fini benefici: a quest’ultimo tipo di pratiche magiche Apuleio confessa di
interessarsi. Certamente un interesse per l’occulto deriva dal medio-platonismo e dal
misticismo pitagorico, ma ciò non toglie che l’Apologia distenda un velo di ambiguità sulla
figura di Apuleio.

Le Metamorfosi o L’asino d’oro

Le Metamorfosi sono l’unico romanzo della letteratura latina giuntoci per intero. In undici libri
l’opera descrive le peripezie del giovane Lucio, trasformato per magia in asino, che alla fine
riacquista le sembianze umane grazie all’aiuto della dea Iside. La composizione delle
Metamorfosi è con ogni probabilità databile dopo il processo dei 155-158 d.C., altrimenti
quest’opera , che documenta gli interessi di Apuleio per le arti magiche, avrebbe costituito
un’altra prova per l’accusa e sarebbe stata menzionata nell’Apologia.
La trama del romanzo è particolarmente intricata e lunga, e la vicenda di Lucio serve anche da
cornice narrativa per l’inserimento di novelle all’interno del racconto principale, secondo lo stile
milesio:

Lucio fa un viaggio in Tessaglia per studiare l’arte della magia, poiché la Tessaglia era considerata per tradizione la patria delle maghe.
Ansioso di apprendere importanti segreti, Lucio stringe amicizia con Fotide, la servetta di una famosa strega ,Panfile, e le chiede di
aiutarlo a trasformarsi in uccello, dopo aver assistito alla straordinaria trasformazione della maga in gufo, per raggiungere a volo il suo
giovane amante..Sfortunatamente Fotide sbaglia unguento e Lucio si trasforma in asino. In un primo momento l’antidoto sembra molto
semplice: l’unica cosa che Lucio deve fare per riacquistare sembianze umane è mangiare alcune rose. Tuttavia man mano che la storia
procede , ostacoli di ogni tipo vengono a frapporsi tra Lucio e le agognate rose. Alla fine Lucio si salva grazie all’intervento della dea
Iside e decide di diventare un suo seguace. Così un romanzo picaresco dai toni leggeri si conclude con una scena di conversione e di
iniziazione. Ormai libero dalla curiosità che gli ha causato tante sofferenze Lucio trova letteralmente salvezza e assurge a una nuova vita
nell’ambito di una delle grandi religioni misteriche del mondo antico.

L’opera di Apuleio è una fonte particolarmente significativa per comprendere come la letteratura
antica fosse pervasa da elementi magici quali trasformazioni, incantesimi, sortilegi ecc. La magia
non fu nel mondo antico solo un’esperienza letteraria ma, come ben si può vedere dall’Apologia,
una componente culturale, folcloristica e superstiziosa. Gli uomini credevano nell’esistenza
della magia, vi era chi da un lato tentava di praticarla e chi dall’altro la perseguitava come
qualcosa di sacrilego.

L’undicesimo libro rappresenta la conclusione dell’itinerario di Lucio e rivela le finalità


mistiche delle sue peripezie. Il culto di Iside e Osiride indica la commistione tra culti orientali
(egizi) e latini all’epoca del II sec. d.C., e il profondo interessamento verso i primi da parte di
Apuleio, continuamente in viaggio tra Roma e l’Oriente.

La fonte delle Metamorfosi: Lucio o l’asino di Luciano di Samosata

Uno dei numerosi problemi sollevato dalle Metamorfosi riguarda la presenza di un modello che
Apuleio avrebbe tenuto presente nella composizione del proprio romanzo. L’ipotesi di una fonte
greca da cui proverrebbe il nucleo del racconto è supportata soprattutto dalla testimonianza di
Fozio (Bisanzio,IX secolo). Fozio non sembra conoscere le Metamorfosi di Apuleio, ma nella
Biblioteca racconta di aver letto le Metamorfosi di un certo Lucio di Patre, e nota una
somiglianza di contenuti con un altro breve testo tradotto in greco, dal titolo Lucio o l’asino.

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Quest’opera, che si è conservata a differenza della prima, ci è giunta sotto il nome del noto retore
greco, Luciano di Samosata.
Luciano fu uno tra gli autori più dissacranti e anticonformisti della letteratura antica. Storia vera,
la sua opera più famosa, si può considerare il prototipo del romanzo fantastico e l’antesignano
del romanzo di avventura. In Storia vera, viene rappresentato tutto ciò che non è affatto “vero” e
si può trovare l’ennesimo tributo a tutto ciò che concerne il mondo della magia e del fantastico.
Si tratta di un fantastico racconto in cui un gruppo di viaggiatori si imbatte in innumerevoli
mirabilia. Tra le diverse avventure si inserisce la novella Lucio o l’asino, la cui trama è
sostanzialmente analoga a quella del testo di Apuleio, costruito sul modulo narrativo che delinea
un mondo alla rovescia, osservato secondo la prospettiva dell’asino protagonista di avventure
farsesche. Dopo diversi studi l’opera è apparsa sicuramente spuria, tanto che l’autore è
convenzionalmente indicato come Pseudo Luciano.

ITALIANO
Il “Realismo Magico”

Realismo Magico è un termine che può essere applicato sia alla letteratura che alle arti visive e
alla pittura in particolar modo. In letteratura distingue un filone letterario in cui gli elementi
magici appaiono in un contesto altrimenti realistico. In pittura si rifà ad una visione lucidamente
attonita del reale.
Il termine fu per la prima volta utilizzato dal critico tedesco Franz Roh per descrivere il realismo
insolito principalmente di pittori americani e altri artisti durante gli anni venti. In Italia la sua
elaborazione si deve allo scrittore Massimo Bontempelli, mentre il suo principale esponente in

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pittura è Antonio Donghi. Il termine è più spesso associato con il boom letterario dell’America
Latina del ventesimo secolo, segnato dalla pubblicazione di Cent’anni di solitudine di Gabriel
Garcia Marquez nel 1967, che viene considerato il testo seminale del realismo magico insieme ai
racconti di Jorge Luis Borges.
Il realismo magico può essere visto come più di uno specifico movimento storico-geografico; è
un elemento di stile che può essere rilevato in una gran varietà di romanzi, poesie, dipinti ed
anche film.

I seguenti elementi si trovano in molti romanzi del realismo magico, ma non tutti si possono
trovare in ogni romanzo e molti si ritrovano in romanzi che ricadono in altri generi:
- Contiene un elemento magico e sovrannaturale (o paranormale)
- L’elemento magico può essere intuito ma non è mai spiegato
- Esibizione di ricchezza di dettagli sensoriali
- Distorsioni temporali, inversioni, ciclicità o assenza di temporalità. Un’altra tecnica è
quella di collassare il tempo in modo da creare un’ambientazione in cui il presente si
ripete o richiama il passato.
- Inversione di causa ed effetto, per esempio un personaggio può soffrire prima che una
tragedia avvenga
- Incorporare leggenda e folklore
- Presentare eventi da prospettive multiple, ad esempio il colonizzatore e il colonizzato
- Può essere un evidente ribellione contro un governo totalitario
- Può essere ambientato in o provenire da un area di mescolanza culturale

Come stile letterario, il realismo magico spesso si sovrappone o viene confuso con altri generi e
correnti. Spesso viene considerato una sottocategoria del romanzo postmoderno a causa della sua
sfida all’egemonia e per l’utilizzo di tecniche come la distorsione del tempo; vi si trovano
analogie con il surrealismo, per la descrizione del mondo reale stesso come dotato di meravigliosi
aspetti inerenti ad esso, con i romanzi fantasy e di fantascienza.
In pittura il movimento omonimo rifiuta i risultati
delle avanguardie per rifarsi alla tradizione
nazionale, prendendo particolare spunto dalla
tradizione figurativa della classicità rinascimentale
italiana. Obiettivo principale di questa corrente è
ottenere una rappresentazione realista del mondo e
della vita quotidiana attraverso visioni distorte,
sospese attonite e quasi allucinate di essa. Lo
scenario è immobile, incantato, appunto quasi
magico. I principali artisti italiani di questa
corrente sono Giorgio de Chirico, Savinio, Carrà e
Antonio Donghi.

Massimo Bontempelli

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Massimo Bontempelli nasce a Como nel 1878. Dopo essersi laureato a Torino in Filosofia e in
Lettere lavora come giornalista (per La Nazione,il Corriere della Sera, il Nuovo Giornale e altre
riviste minori)e come insegnante. Scoppiata la guerra, è prima corrispondente dal fronte; poi,
dopo essersi arruolato, vi partecipa come ufficiale di artiglieria. Terminato il conflitto ritorna a
Milano, dove si era trasferito nel 1915. Nel 1920 pubblica La vita Intensa e nel 1921 La vita
operosa, due romanzi, poi raccolti in Avventure, che rivelano il suo fantasioso estro comico e
offrono il quadro di una vita cittadina -quella della Milano del dopoguerra- dominata da ritmi e
trasformazioni vorticosi e imprevedibili (forte è l’influsso futurista). Con La scacchiera davanti
allo specchio (1922) ed Eva ultima (1923), inizia la fase più felice della sua produzione
romanzesca, quella che risponde in maniera più convincente ai canoni del “realismo magico” da
lui teorizzato, consistente nella capacità di estrarre il dato fantastico dalle cose quotidiane, per
giungere all’avventura più strana e impensata, partendo da episodi anche banali. Ma mentre
nella Scacchiera Bontempelli affida il magico alla dimensione del sogno, nella prova successiva
egli abbandona questa soluzione “tradizionale” e fa apparire il meraviglioso come qualcosa che
“non è un sogno ma è come quando sogniamo”. L’invenzione che è alla base di Eva ultima ci fa
intuire quanto fosse grande in Bontempelli l’interesse per il teatro, nel quale si era già cimentato
con Siepe a nord-ovest e nel 1920 con Guardia alla luna. Ma è con Nostra Dea (1925) e
soprattutto con Minnie la candida (1926) che l’autore arriva a realizzare la sua più suggestiva
idea di teatro, sempre all’interno di quel “realismo magico” che aveva già inseguito nei romanzi e
che andava programmaticamente diffondendo dalle colonne di <900>, la rivista da lui fondata e
diretta (gli scritti di questo periodo verranno poi raccolti nel volume L’avventura novecentista,
1938). Il progetto consiste nel voler favorire l’avvento di un’arte e di un pubblico di massa.

Lo scopo dello scrittore è quello di entrare in sintonia con il presente e di rielaborare i miti di
cui la società moderna ha bisogno. Lo strumento di cui occorre servirsi è dato da vicende che,
privilegiando invenzione e immaginazione senza trascurare l’intreccio, miscelino
opportunamente “realismo” e “magia”.

In questa direzione Bontempelli arriva a costruire racconti di notevole interesse quali Vita e
morte di Adria e dei suoi figli (1934) e il fortunato Gente nel tempo (1937), opere particolarmente
originali e di stampo “magico”.
Tuttavia dopo queste pubblicazioni lo scrittore non riesce più a fornire prove altrettanto
convincenti, anche per l’accentuazione di elementi di tipo retorico e propagandistico. Convinto
assertore del fascismo, nel quale vede il mezzo politico più adatto a sostenere la nascita di una
società moderna in Italia, Bontempelli è nominato Accademico d’Italia. La sua narrazione,
inoltre, si perde in una astratta e simbolica ricerca di valori intellettualistici e formali, che
approda alle movenze di un’arida prosa d’arte.
Nel dopoguerra Bontempelli, contestato anche per la passata adesione al regime fascista, si riduce
praticamente al silenzio, dopo aver pubblicato gli ultimi racconti (con L’amante fedele del 1953
vince il Premio Strega). Muore a Roma nel 1960. Vanno ricordati infine i saggi critici assai
penetranti e ricchi di intuizioni (in particolare quelli su Leopardi, D’Annunzio e Pirandello).

L’Avventura Novecentista

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• Il movimento di Stracittà

L’adesione degli intellettuali al fascismo presenta, sul piano culturale,motivazioni diverse. Il che
si spiega con le componenti eterogenee che confluirono nella realizzazione del progetto fascista,
privo di una sostanziale originalità di pensiero e poi soprattutto attento a conciliare ,
opportunisticamente, componenti sociali e forze produttive diverse (gli agrari e gli industriali per
esempio). Queste molteplici ‘anime’ potevano facilmente dar luogo a progetti culturali lontani fra
di loro, addirittura antitetici, che presumevano, ciascuno per conto proprio, di interpretare lo
spirito genuino del fascismo.
Fin dall’inizio un cospicuo gruppo di scrittori, riunito intorno a una rivista come “Il Selvaggio”si
propose di difendere ad oltranza l’anima rustica e provinciale della stirpe italica, ritenendo che di
qui fossero derivate le energie più vitali e feconde del colpo di Stato fascista. Questo movimento,
che pretendeva di tornare ad una sorta di verismo provinciale e bozzettistico, di stampo
ottocentesco, prese il nome di Strapaese.
Contro queste posizioni si era ben presto pronunciato il raffinato e aristocratico Bontempelli,
anch’egli di provata fede fascista, ma convinto che il fascismo dovesse fregiarsi e avvalersi di
una cultura moderna e spregiudicata. Queste idee vennero soprattutto propugnata dalla rivista 900
e dettero origine al movimento di Stracittà, così definito in opposizione al movimento
antagonista creatosi attorno al Selvaggio.
Le polemiche che ne seguirono alimentarono per qualche tempo il dibattito culturale, ma non
riuscirono ad elevarne qualitativamente il livello; a parte qualche risultato singolarmente
raggiunto, queste proposte non brillavano certo per originalità: nel primo caso il ritorno a un
mondo rurale e contadino, nel secondo una mediazione di esigenze di modernità, la cui poetica
(quella del “realismo magico”) finì per valere solo per l’autore della sua proposta,ossia
Bontempelli.

• Il programma del Novecentismo

Con Giustificazione si apriva, nel settembre del ’26, il primo quaderno di “900”; seguivano
Fondamenti, Consigli e Analogie. Si tratta di interventi programmatici, che esponevano le vedute
principali secondo le quali la rivista intendeva svolgere la sua azione critica. Seguono articoli, o
frammenti d’articoli, di data più tarda, in cui si commenta, chiarisce, svolge, qualcuno dei punti
stabiliti nei quattro preamboli.

Unico strumento del nostro lavoro sarà l’immaginazione. Occorre riimparare l’arte di costruire, per
inventare i miti freschi onde possa scaturire la nuova atmosfera di cui abbiamo bisogno per respirare. La
smetteremo di stare ad afferrare con la reticella da farfalle i nostri più lievi sospiri, di ballare in giro
continuamente agitandoci intorno le fosforescenti sciarpe delle nostre espressioni più labili: quando
avremo collocato un nuovo solido mondo davanti a noi, la nostra più solerte occupazione sarà
passeggiarlo e esplorarcelo; […]il mondo immaginario si verserà in perpetuo a fecondare e arricchire il
mondo reale. Perché non per niente l’arte del Novecento avrà fatto lo sforzo di ricostruire e mettere in
fase un mondo reale esterno all’uomo. Lo scopo è di imparare a dominarlo, fino a poterne sconvolgere a
piacere le leggi. Ora, il dominio dell’uomo sulla natura è la magia. Ed ecco spiegati certi caratteri e

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certe velleità magiche che vediamo spuntare qua e là in quella “atmosfera in formazione” che non ho
inventata io, no no, ma che questo “900”si lusinga di poter rappresentare e favorire.
(Immaginazione, fantasia: ma niente di simile al favolismo delle fate: niente milleunanotte. Piuttosto che
fiaba, abbiamo sete di avventura. La vita più quotidiana e normale, vogliamo vederla come un
avventuroso miracolo: rischio continuo, e continuo sforzo di eroismi o di trappolerie per scamparne.)[…]

Se è vero che l’arte vede risplendere oggi davanti a sé nuove possibilità, queste dovranno tenersi
ugualmente lontane dalla bellezza e dall’interiorità. Non si tratta più di far risaltare i muscoli, né di
esplorare la propria anima . l’importante è creare oggetti, da collocare fuori di noi; e con essi modificare
il mondo.[…]

Il programma del Novecentismo presenta non pochi spunti interessanti per quanto riguarda le
esigenze di una cultura della modernità, da opporre agli orizzonti provinciali entro cui si
muoveva il movimento di Strapaese. Lo sforzo richiesto all’”immaginazione” offre il presupposto
per la poetica del cosiddetto “realismo magico”, volto a riconoscere appunto la “magia” che si
annida nella nuova realtà, illuminandone le inedite dimensioni.
Per indicare la sintesi fra magia e realtà, ricorrendo ai termini approssimativi di categorie
artistiche già note, Bontempelli affermerà poco dopo: “Forse per ora siamo i figli dell’antitesi tra lo
spirito cubista e lo spirito futurista (cioè tra l’ultra-razionale supersolido e l’ultraillogico superfluido). O
meglio dello sforzo di reagire contro entrambi”.
Per quanto riguarda la letteratura, rifiutata la dimensione tipicamente ottocentesca della ricerca
psicologica, lo scrittore propone una narrativa d’azione e d’intrigo (tesa soprattutto a provocare
“eccitazioni”), che rivela un preciso legame con il romanzo popolare.
Tra le altre forme espressive vengono privilegiati:
- Il jazz
- La pittura metafisica (dove la realtà vive in un’atmosfera di sospensione magica)
- Il cinema muto, in cui la vicenda viene interamente narrata attraverso una sequenza di
immagini, senza gli indugi costituiti dalla parola.

I limiti della magia


A proposito delle “velleità magiche” , di cui si parla nel primo preambolo, e del “realismo
magico” trattato nella prima parte del quarto, l’autore scrive un frammento di articolo intitolato
“I limiti della magia” per chiarire le sue concezioni in merito.

Mi dispiace enormemente essere frainteso quando…mi servo


della parola “magia”. Non solo con essa indico la necessità di
non attenersi alle spiegazioni “naturali” di tutto ciò che l’uomo
vede, e di cui si interessa; qualche volta ho anche affermato che
è necessario vestire di magia non soltanto la propria
conoscenza ma anche i propri atti, e soprattutto considerare
sotto specie di magia le attuazioni e le interpretazioni artistiche
che diamo alle cose: la poesia.
Ma pure in questo caso è necessario andare cauti. […] La
magia non è soltanto stregoneria: qualunque incanto è magia;
il fondo dell’arte non è altro che incanto. Forse è l’arte l’unico
incantesimo concesso all’uomo: e dell’incantesimo possiede

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tutti i caratteri…essa è evocazione di cose morte, apparizione di cose lontane, profezia di cose future,
sovvertimento delle leggi di natura, operati dalla sola immaginazione…L’era poetica supera l’era
magica…Quando si danno interpretazioni magiche delle cose comuni, occorre farlo con un piglio che
lasci continuamente in dubbio se l’autore le dà come interpretazioni pienamente credute da lui, o come
simboli di una interpretazione non già magica, ma puramente spirituale. Soltanto con questa ambiguità si
ottiene quella mezza atmosfera che più di qualunque sorta di spiegazione vale a dare il senso del mistero
delle cose quotidiane, e iniziare i lettori a penetrarne per proprio conto la profondità.

Sebastiano Vassalli: LA CHIMERA


Il romanzo La chimera (1990) fornisce, attraverso una rigorosa documentazione, un quadro
significativo riguardo un’epoca storica, quella del Seicento, tristemente nota per la caccia alle
streghe. Si tratta di un romanzo storico (il modello narrativo manzoniano è evidente) che narra le
vicende della trovatella Antonia ,sullo sfondo della città di Novara e delle campagne che si
estendono intorno ad essa, negli anni 1590-1610. Il narratore onnisciente segue con
atteggiamento ironico le vicende dei suoi personaggi , facendo emergere tutta l’assurdità della
superstizione che arriva a portare sul rogo come strega la povera Antonia, colpevole solo di
essere bella, di avere atteggiamenti anticonformisti e di criticare il comportamento della gente
della Chiesa. Antonia sin dal suo apparire nel mondo è diversa, “per i gusti dell’epoca quasi un
mostro”.
Più volte Vassalli usa il termine mostro per adottare il punto di vista di chi viene a contatto con
Antonia, un’esposta, figlia del peccato più di qualunque altra, marchiata, colpevole per natura,
un’altra, una diversa. Antonia lo è veramente: con i capelli rasati, il grembiule verde, lungo fino
ai piedi, è comunque la bambina più bella tra le tante ospitate nella Casa di Carità. A cinque
anni segue silenziosa i funerali, la principale occupazione degli esposti, bambini che debbono
venire a contatto con la morte per essere stimolati alla vita, che non possono parlare tra di loro

IN ALTO A DESTRA: Bontempelli e la sua musa, 1922 di Giorgio de Chirico. (frontespizio per Siepe a nord-ovest)
durante le cerimonie perché la superiora, gialla in viso e con le sopracciglia foltissime, li punisce
con bastonature pubbliche, giornate di digiuno e segregazioni in appositi sgabuzzini .
Dopo essere stata allevata amorevolmente dai Nidasio, piccoli proprietari terrieri del paese di
Zardino che l’hanno adottata, vede esplodere la sua bellezza quando diventa la modella di un
pittore popolare, che la ritrae adolescente nelle vesti della Madonna.
La ragazza cresce sensibile alle tremende fatiche dei risaroli stremati dalla sofferenza di un
lavoro disumano, indifferente, nel suo silenzio, alle liti tra donne urlanti nei cortili, ai discorsi
sulle streghe che di notte adorano il Diavolo al dosso dell’albera, ai gesti e ai segni che le
bruttissime donne del paese fanno al passaggio della sua bellezza. La paura dell’ignoto, tipica dei
primi momenti, lascia il posto ad affetti rassicuranti, come quello per Biagio, un ragazzone
cerebroleso, mite e docile, anche di fronte alle bastonate di chi lo tratta come un animale.
Antonia invece comprende i diversi, i deboli, non isola Biagio, ma lo avvicina con affetto, così
buona e riservata che il Fuente, anziano soldato di Zardino, le si affeziona vegliando sui suoi
giochi di bambina e raccontandole storie di altri paesi, della Spagna innanzitutto, storie che la
fanno rimanere a bocca aperta, sempre curiosa e avida di conoscere.
Antonia è dunque più bella, più sensibile e intelligente delle altre, sa amare il bello delle albe e
dei tramonti, sa aiutare i deboli, incurante dei presagi e delle superstizioni del mondo ignorante e

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bigotto che la circonda, indifferente anche alla religione, dopo essere vissuta dieci anni in mezzo
a suore che la obbligano a continue, massacranti funzioni e devozioni.
Ma Antonia, così bella, e proprio per questo diversa, suscita rabbia, avversione, tanto che la
parola stria ricorre sempre più frequentemente sulla bocca di chi le vuol male. L’esposta non è
mai accettata e ogni azione, anche la più innocente, si può ritorcere contro di lei: Biagio è punito,
chiuso in una stanza per tre giorni senza cibo, per essere liberato dal Diavolo di Antonia che lo
incanta con sguardi e gesti di strega, come sostiene la zia del ragazzo; il pittore di edicole che
ritrae una Madonna con le fattezze dell’esposta è stravagante, bizzarro e matto, stregato, secondo
le bigotte donne del paese; il ballo involontario e innocente con uno dei Lanzichenecchi che
irrompono in paese è motivo di sconcerto e del plateale sdegno del prete del paese, don Teresio.
“…Chi ha ballato con l’Anticristo sulla pubblica piazza non potrà mai più mettere piedi in una
chiesa, né accostarsi ai sacramenti, né venire sepolto in terra consacrata finché il vescovo di
Novara, o il Papa in persona, non gli avranno dato quell’assoluzione che essi solo, e non io!
possono concedergli tuona don Teresio nel suo anatema contro Antonia…”
Tutta questa invidia e tutta questa superstizione attorno ad Antonia le procurano una denuncia
come strega. Allontanata dai pochi che la difendono, tradita dal camminante Gasparo Tosetto che
l’ha fatta sognare al dosso dell’albera sotto le stelle, parlandole della Sardegna, di Genova,
descrivendole il mare come un cielo capovolto, la strega è torturata. Reagisce ancora con tutte le
sue forze, lotta con le unghie e con i denti contro gli inservienti, sputa contro gli aguzzini,
dimentica delle raccomandazione della madre adottiva. Tutto questo non ferma e spegne la
qualità del suo carattere, anzi ora la spinge ad ammettere, senza alcuna vergogna, rapporti carnali
con il Diavolo, esaltato perché diverso dal loro Dio, così crudele. In realtà Antonia mantiene la
sua lucidità, ammette i rapporti carnali col Diavolo perchè conosce benissimo l’identità di costui
e la confessione è un’accusa all’amante che l’ha abbandonata e una vendetta contro gli aguzzini:
“Io mi incontravo col mio Diavolo…e non sapevo niente di lui: nemmeno che era un
Diavolo! Ma se anche l’avessi saputo le cose non cambiavano. Camminante o Diavolo, ci sarei
andata lo stesso.”
Muore così sul rogo, in mezzo ad un vero tripudio popolare, dal momento che i contadini di
Zardino sono convinti che la morte della strega porterà finalmente la pioggia e l’abbondanza dei
raccolti dopo una lunga siccità.
L’immagine della “strega” nella mentalità superstiziosa del villaggio

Due sono le prospettive attraverso cui viene creata l’immagine diabolica della strega, quella dei
contadini e quella del prete. Sono prospettive diverse, l’una rozza e dominata dall’ignoranza,
l’altra colta, ma vengono rese sostanzialmente identiche dal comune fanatismo superstizioso.
Per rendere dal vivo questo tipo di mentalità, la narrazione adotta prima il punto di vista corale
del paese, poi quello di Don Teresio, mediante sia il discorso indiretto sia quello diretto. I fatti
prodigiosi che dovrebbero essere la prova del maleficio della strega appaiono tali soltanto perché
presentati attraverso questo filtro deformante.

[…] Sul finire di quello stesso inverno, nel villaggio di Zardino incominciarono anche a manifestarsi
alcuni fatti prodigiosi…animali che improvvisamente s’ammalavano di mali misteriosi, e stramazzavano
a terra; bambine e donne che dalla sera alla mattina si ritrovavano senza più voce; segni indecifrabili
che apparivano tracciati nella neve…lettere dell’alfabeto scritte rovesciate messe lì a formare parole
misteriose…queste cose vennero subito collegate a degli artifici diabolici e stregheschi con cui Antonia
accalappiava i suoi morosi;
*

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Antonia entrava per fare qualcosa in una casa e poi nei giorni successivi in quella stessa casa
s’ammalava un bambino, oppure improvvisamente moriva il cane,o un vitello nasceva deforme; ecco il
vero motivo, per cui lei era stata lì!
*
Per difendersi dalla strega, e per liberarsi di lei, gli abitanti di Zardino si rivolsero al prete. Loro
potevano testimoniare che la ragazza andava ai sabba e che era stata vista proprio mentre ci andava…
Un lunedì, don Teresio si mise a tracolla la sua bisaccia delle grandi occasioni e andò a Novara, a
denunciare Antonia al Sant’Uffizio…negli ultimi tempi ci si era messa anche questa Antonia,un’esposta
cioè una figlia del peccato più sozzo che ci sia, il peccato carnale;[…

STORIA DELL’ARTE

• La magia ritrovata : IL SURREALISMO

- Considerazioni tratte dall’opera “ L’arte magica ” di André Breton -

Di questo libro si favoleggiò molto, per più di trent’anni, senza che se ne avesse, per lo più,
conoscenza diretta. Pubblicato nel 1957 in una tiratura riservata ai soci di un club del libro, è
arrivato in libreria soltanto nel 1991, in concomitanza con la grande esposizione dedicata a
Breton dal Centre Pompidou. Alla sua origine vi è un progetto che aveva appassionato Breton fin
dagli anni Trenta : scrivere una storia dell’arte “rivisitata da cima a fondo dal pensiero e dallo
sguardo surrealista”. Il fondo magico dell’arte, le sue implicazioni religiose, la visione
romantica, il fantastico: tutti gli elementi essenziali della teoria e della pratica surrealista

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vengono così rivendicati e riconosciuti nelle loro metamorfosi attraverso la storia dell’arte a
partire dalle pitture paleolitiche.

Mentre il problema delle relazioni fra magia e religione da un lato, e tra magia e scienza da un
altro si è posto ormai da tempo, si può dire che quello dei rapporti fra magia e arte non sia stato
ancora affrontato. L’uso sempre più esteso dell’epiteto “magico”, applicato oggigiorno a
un’intera categoria di opere d’arte sia del presente, sia del passato, pur denotando assai spesso
una rinuncia alla critica, attesta tuttavia l’esigenza di comprenderle da un punto di vista ben
diverso da quello suggerito dal loro contenuto manifesto, e la propensione a presupporre nella
loro genesi l’intervento di fattori più o meno misteriosi. Secondo Breton la categoria di opere
d’arte in esame comprenderebbe a un tempo quelle dominate - o sottese – da una magia
effettivamente esercitata, vale a dire numerose opere arcaiche e quasi tutte quelle dei “primitivi”
(Africa, America, Oceania), quelle di stampo tradizionale medievale e – sotto la pressione della
realtà odierna – tutte quelle che esercitano su di noi una suggestione superiore a quanto
lascerebbero prevedere le loro caratteristiche più evidenti. S’intende che, riguardo a queste ultime
opere, la mentalità odierna rende possibile un loro accostamento alle precedenti: fra i
procedimenti che vi predominano alcuni sembrano infatti in grado di provocare il risveglio e lo
scatenamento di forze oscure. Ne consegue che “una vivida luce viene a mettere bruscamente in
risalto, nel corso di questa storia , le opere che per certi versi presentano un volto enigmatico”.
Breton mette in evidenza come alcune nozioni, quali quelle di arte classica, arte barocca , arte
religiosa ecc., comportano sin dall’inizio un contenuto preciso, mentre quella di “arte magica” è
ardua da definire. Significativo è l’avvenimento che il critico ricorda come spinta verso
l’approfondimento di questa ricerca. Un’esposizione che si era tenuta presso il Museé
pédagogique intitolata “Perennità dell’arte gallica” suscitò a quel tempo una gran risonanza. Gli
organizzatori di questa mostra invitavano semplicemente a far vagare lo sguardo fra le strutture di
certe medaglie galliche e quelle di alcune opere moderne. Era incredibile la somiglianza esteriore
che saltava agli occhi tra le decorazioni antiche e certe opere “astratte” di oggi. Sembrava che
entrambe conservassero un contenuto magico. L’opera d’arte infatti obbedisce a leggi proprie;
decida o no di adattarsi a finalità magiche, non possiamo dimenticare che essa “trae comunque
la propria origine dalla magia stessa”: anche se pretendesse di essere puramente < realistica >,
niente potrebbe far sì che non debba alla magia la maggior parte delle sue qualità. In questo senso
ogni arte sarebbe magica, almeno quanto alla sua genesi. Se si vuole evitare che le due parole
“arte magica” si presentino a un’estensione illimitata “si dovrà considerare come arte
specificatamente magica solo quella che in qualche modo ri-genera la magia che l’ha
generata”. Ogni arte per poco che si voglia risalire ai suoi principi costitutivi, ha dei rapporti
stretti con la magia. Ricette accademiche volte a imporre l’idea che certi procedimenti tecnici
sono necessari e sufficienti hanno contribuito ad allontanare l’arte da questa riflessione su se
stessa.

Nella storia del pensiero, il Surrealismo è probabilmente il primo movimento intellettuale che
abbia voluto con decisione far sì che i mezzi dell’espressione artistica servissero a una cosa
diversa dall’aneddoto (emotivo, intellettuale o “astratto”). La rifusione integrale dello spirito
umano, secondo Breton, non poteva rifarsi a una iconoclastia pura e semplice come quella
auspicata dal dadaismo. Al contrario, incontrando l’arte, il surrealismo aveva il dovere di farla
tornare alle sue origini, di farle percorrere quel sentiero dal quale l’umanità si era allontanata con

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suo grandissimo danno. Il surrealismo è il solo a conservare e allo stesso tempo a rinnovare.
La parola d’ordine fondamentale di questa corrente artistica, “liberazione incondizionata dello
spirito verso il meglio, non fa che dare, o restituire , un impulso morale e poetico a ciò che, nel
corso di tanti secoli è stato auspicio della magia, il suo segreto in vari modi confessato e mai
dissolto”.

L’ARTE DELL’INCONSCIO: L’ “Automatismo psichico puro”.

L’inconscio è quella sfera dell’attività psichica che non raggiunge il livello della coscienza. In
altre parole esso costituisce quella parte della vita interiore di ogni individuo della quale non
possiamo avere né consapevolezza né conoscenza diretta. L’inconscio, tuttavia, riesce a
manifestarsi in vario modo. Per esempio attraverso alcune azioni che ciascuno di noi compie in
modo automatico, cioè senza il filtro della ragione. Ciò può avvenire grazie all’improvviso
emergere di ricordi oppure mediante atti ripetitivi. Ma è senza dubbio il sogno la via privilegiata
attraverso la quale l’inconscio si rivela in tutta la sua essenza e pregnanza.
Fu nel 1899 che Sigmund Freud pubblicò L’interpretazione dei sogni, un’opera rivoluzionaria
per la sua visione del sogno. Nel 1924 André Breton pubblicava il Primo manifesto del
Surrealismo. In questo documento fondamentale egli constata che per ogni essere umano il sonno
e il sogno costituiscono una sorta di parentesi all’interno della sua attività quotidiana. Gran parte
della vita dell’uomo trascorre nel sonno e sognando. Deve necessariamente esistere, allora, un
modo affinchè anche questa attività del tutto umana possa entrare a far parte di una realtà
superiore che riesca a conciliare i due momenti dell’esistenza: quello della veglia e quello del
sogno. Scrive Breton:

…<< Credo alla futura soluzione di quei due stati, in apparenza così contraddittori, che sono il sogno e la
realtà, in una specie di realtà assoluta, di surrealtà, se così si può dire>>…

Sappiamo, a questo punto, che per “surrealtà” si intende una realtà assoluta. Per quanto riguarda
il Surrealismo è di nuovo Breton che chiarisce la definizione

…<<Surrealismo, n.m. Automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente,
sia per iscritto, il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla
ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale>>…

Pertanto il Surrealismo è un processo automatico che si realizza senza il controllo della ragione, e
fa sì che l’inconscio emerga e si esprima divenendo operante anche mentre siamo svegli. In tal
modo il pensiero è libero di vagare e raccogliere immagini, idee e parole senza costrizioni
precostruite.
Come fare arte surrealista quindi? La bellezza surrealista nasce dal trovare degli oggetti reali,
veri, esistenti che non hanno nulla in comune (ad es. un ombrello e una macchina da scrivere),
posti assieme in uno stesso luogo ugualmente estraneo a entrambi. Tale situazione genera
un’inattesa visione che sorprende per la sua assurdità e perché contraddice a fondo le nostre
certezze. I moduli e le tecniche per pervenire a una pittura automatica escogitati dai pittori
surrealisti furono numerosi. Fra essi senza dubbio sono da ricordare il frottage (strofinamento) il
grattage (grattamento) e il collage.

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La pittura Surrealista : esempi di opere scelte.

JOAN MIRO’ – Le costellazioni

All’anno di nascita del Surrealismo (1924-1925)


risale quest’opera: Il carnevale di Arlecchino. La
realtà, non più presa a modello, diviene, al contrario,
il punto di partenza che la libertà inventiva trasforma
in un qualcosa di diverso, in un sistema di segni. Nel
dipinto è l’immaginario che prende il sopravvento,
pur ordinato entro una rete geometrica. Non è però il
sogno (l’inconscio) l’ispiratore della composizione di
Mirò ma uno stato particolare di allucinazione, la cui
causa il pittore individuava nella fame, che gli
provocava una specie di “trance”. In una stanza
(l’atelier dell’artista in rue Blomet a Parigi) delle
figurette fantastiche, in parte zoomorfe, in parte
geometriche, sembrano danzare e muoversi al ritmo
delle note musicali emesse da una minuscola chitarra
volatili, pesci , rettili, insetti e stelle comete animano
quasi scherzosamente la composizione. Dalla finestra un triangolo nero che emerge simboleggia la tour Eiffel. I
colori vivaci e gioiosi e le forme affettuose di esserini benigni e giocosi evocano “il lato magico delle cose” come lo
stesso Mirò spiegava.

RENE’ MAGRITTE
La ricerca dell’artista verte quasi essenzialmente sul nonsenso
delle cose, sui rapporti tra visione e linguaggio, sulla creazione di
situazioni inattese e impossibili, sulla valorizzazione degli oggetti
usuali che decontestualizzati appaiono in tutta la loro novità e
magia. Non sono, allora il sogno e l’inconscio i protagonisti delle
riflessioni pittoriche di Magritte, ma è la veglia.

È del 1928-29 L’uso della parola, un dipinto raffigurante una pipa


recante nella porzione inferiore una scritta “Ceci n’est pas une
pipe”.
Magritte vuole sottolineare la differenza fra l’oggetto reale (la
pipa) e la sua rappresentazione (la pipa dipinta). È ovvio che la pipa e la sua immagine non coincidono, eppure
chiunque di noi guardando una pipa disegnata o dipinta alla domanda “cos’è?” risponde “è una pipa” si tratta di un
equivoco che lega a ogni oggetto un nome. Questa contraddizione genera uno stato di shock e il messaggio qui
contenuto è di tipo filosofico e invita a riflettere.

Ne Le passeggiate d’Euclide al tema del quadro nel quadro si aggiunge la


doppia immagine del cono (la strada in prospettiva sulla destra e la copertura
di un campanile merlato a sinistra). Tali espedienti illusionistici, inducono
l’osservatore a credere di stare guardando oggetti reali. Questo tipo di tecnica
pittorica prende il nome di Trompe-l’oeil, termine francese che significa
“inganna l’occhio”. Nel dipinto realizzato con precisione quasi fotografica, la
geometria che può essere illusiva crea una sorta di magico gioco di parole
visivo che procura piacere facendo scattare il nostro meccanismo di curiosità.

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Le Grazie naturali raffigura quattro uccelli verdi che sono allo stesso tempo anche
foglie turgide in un ambiente semidesertico delimitato in lontananza da una
catena montuosa. L’ibridazione è un ulteriore mezzo per produrre un effetto di
spaesamento. In questo modo le foglie diventano esseri animati e gli uccelli
partecipano alla vita vegetale, mentre, radicati a terra, sono privati della capacità di
volare.

• METAFISICA E OLTRE – Giorgio de Chirico

Una combinazione di casualità, fra le durezze e le sofferenze della guerra, fece incontrare a
Ferrara, nel Marzo 1917, Giorgio de Chirico, il fratello Andrea, meglio noto con lo pseudonimo
di Alberto Savinio e Carlo Carrà. Fu la nascita della pittura metafisica. Il termine “metafisica” è
inerente alla filosofia. Andronico di Rodi nel I secolo a.C. distinse gli scritti di Aristotele in due
gruppi di opere. Il primo comprendeva i trattati riguardanti la fisica (che studia le leggi della
natura); il secondo era costituito dai testi riferiti all’essenza delle cose, cioè ai principi insiti nelle
cose stesse. Mentre le opere del primo studiano i fenomeni naturali percepibili attraverso i cinque
sensi, quelle del secondo indagano, tramite l’intuizione e il ragionamento, le realtà di cui non
abbiamo esperienza diretta, il mondo magico e il sovrannaturale. Nell’uso di de Chirico e dei
metafisici,il termine ha, come unico punto di contatto con quello filosofico, l’allusione a una
realtà diversa, che va oltre ciò che vediamo allorchè gli oggetti, usati fuori del loro contesto
solito, sembrano rivelare un nuovo significato che sorprende. La “collana dei ricordi” (citata da
de Chirico in Valori Plastici) è la logica dei ricordi, che associa significati, usi e spazi propri a
ogni cosa; se essa si spezza, tutto diventa all’improvviso nuovo. Tale situazione crea una realtà
diversa, estraniando gli oggetti dal loro usuale contesto oppure mostrando come inanimati luoghi
fatti per contenere persone, con un effetto provocatorio che genera un vago senso di turbamento.
Non è ,come forse potrebbe superficialmente apparire l’inizio del Surrealismo, anche se i
Surrealisti ritennero de Chirico loro precursore. Esula dagli intenti di de Chirico il ricorso al
sogno e all’automatismo. All’immediatezza visiva e allo spazio rarefatto degli impressionisti, alla
scomposizione delle forme e allo spazio dinamico dei Futuristi la Metafisica oppone uno spazio
rigidamente geometrico, una prospettiva schematica, una solida volumetria degli oggetti, infine
un segno netto, deciso e sicuro. Fu la rivista “Valori Plastici” a diffondere i contenuti della
pittura metafisica. La rivista si prefiggeva lo scopo di mostrare l’intima coerenza fra le moderne
correnti figurative e i valori più sinceri della tradizione pittorica italiana (forma e solidità
volumetrica). L’esperienza di Valori Plastici si esaurì nel 1922, quando alcuni artisti si
raggrupparono sotto la sigla Novecento e tra di essi, diversi (tra cui Carrà e lo stesso de Chirico)
aderirono al movimento del Realismo Magico, di cui il più importante esponente fu lo scrittore
Massimo Bontempelli.

Alcune opere scelte di de Chirico

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Nelle opere di de Chirico ogni sollecitazione che non fosse quella
della vita segreta delle cose viene respinta. Palesemente l’oggetto
non è più caratterizzato per se stesso, ma unicamente in funzione di
un segnale che esso attiva, ed è dalla successione di simili segnali che
ci si aspetta la possibilità di stabilire una linea nodale che abbia
potere di destino. Un’arte come questa presuppone il ricorso
all’intuizione totale dei simboli che il mono inanimato nasconde. Con
de Chirico si passa all’ emblematico puro (“l’arte magica” Breton).
L’enigma dell’ora è fra i primi dipinti propriamente metafisici
dell’artista. Un porticato, sovrastato da una loggia, occupa quasi
l’intero spazio della tela. Nella sua ombra densa una figura umana
aspetta immobile. In basso i raggi del sole pomeridiano, che genera
ombre lunghe, sfiorano appena una vasca con uno zampillo d’acqua,
mentre investono l’uomo vestito di bianco che le sta di fianco. I due
uomini immobili – forse lì da sempre – e l’orologio che indica l’ora
stabiliscono con l’osservatore un rapporto di attesa; attesa di un
evento sconosciuto, enigmatico, che apparentemente sta per compiersi, ma che, probabilmente non si compirà mai.

Nel 1917, de Chirico dipinge Le Muse inquietanti, quasi fosse un manifesto della
pittura metafisica .Nel mezzo di una grande piazza dominata dalla rossa sagoma
del Castello estense di Ferrara, si protende un palco formato da tavole lignee il cui
colore non è dissimile da quello del castello. Rosse e alte ciminiere sulla sinistra
non buttano fumo e non sono, pertanto, segno di vita o di attività. Sul palco
prendono posto armonicamente delle statue-manichino dalle grandi teste ovoidali e
collocate su piedistalli (la figura inanimata, al centro, seduta su un parallelepipedo
azzurro,è “smontata”: la sua testa rimossa le è appoggiata ai piedi). Altri corpi
geometrici, colorati come i giochi di un bimbo, sono disposti fra i muti personaggi
di pietra. L’uomo è assente dalla scena, le finestre degli edifici sono buie o chiuse.
Le Muse, protettrici delle arti e paludate all’antica, quasi colonne consunte dal
tempo, sono immobili ed enigmatiche presenze depositarie di un mistero
inaccessibile e inquietante. Per quanto riguarda i colori, il verde scuro del cielo
terso incupisce l’atmosfera e rende la scena particolarmente inquietante. Il senso
della prospettiva e fortissimo e acuito dalla presenza di lunghe linee oblique. Ma la
prospettiva non è qui quella reale, e con i suoi difetti contribuisce con i suoi difetti
a creare un forte effetto di sbilanciamento nell’osservatore.

FILOSOFIA

• James George Frazer “ L’avvocato del diavolo ”- Il ruolo della


superstizione e della magia nelle società umane.

• EVOLUZIONISMO E FUNZIONALISMO

Sir James George Frazer, nato nel 1854 a Glasgow da una famiglia presbiteriana, ha dato un
fondamentale contributo all'antropologia culturale e alla storia delle religioni.
Nel 1879 viene eletto alla fellowship del Trinity College di Cambridge. Nel 1888 scrive gli
articoli Taboo e Totemism per la nona edizione dell’ Encyclopaedia Britannica. Nel 1890 esce la
prima edizione de Il ramo d'oro (the golden bough), opera monumentale in dodici volumi, in cui
espose la sua teoria sulla magia, intesa come inizio di un complesso percorso che la vede

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evolversi prima nella religione e poi nella scienza. Definisce la magia come un fenomeno di simpatia tra le cose,
capace di instaurare legami per omeopatia, similitudine (come nel caso dei riti vodoo) o contagio (due cose in
contatto fra di loro continuano ad avere un influsso l'una sull'altra anche dopo essere state separate). Nel 1922, Frazer
compilò un’edizione ridotta dell’opera, più accessibile per il pubblico.
Lavoratore instancabile, Frazer pubblica nel 1905 le Lectures on the Early History of Kingship e nel 1910 Totemism
and Exogamy. La sua immensa cultura classica e antica si manifesta nel commento alla Periegesi della Grecia di
Pausania e ai Fasti di Ovidio e in Folk-Lore in the Old Testament. Nel 1908 gli fu assegnata la honorary
professorship di antropologia sociale all’Università di Liverpool. Muore nel 1941 a Cambridge.

Protagonista di questo testo ,è un oggetto difficile da definire e


analizzare, eppure sempre presente in ogni forma di società
umana: la dimensione magica o, per dirla con l’autore del Ramo
d’oro, la superstizione. Partecipe dello spirito laico ed empirista
dei suoi tempi, Frazer riteneva che lo sviluppo della civiltà
procedesse, dagli stadi inferiori a quelli superiori, attraverso tre
diverse fasi: la magia, la religione e la scienza. Ci si
aspetterebbe dunque una rigida condanna di ogni forma di
magia. Avviene invece esattamente il contrario. In The Devil’s
Advocate (pubblicato per la prima volta nel 1909 col titolo
Psyche’s Task, riedito nel 1913 e poi nel 1928), Frazer dimostra
come le forme del rispetto «superstizioso» per l’integrità altrui
siano il cemento che tiene unite le istituzioni fondamentali della
società, primitiva o moderna che sia: il governo, la proprietà
privata, il matrimonio. È proprio il timore reverenziale del tabù ,che non può essere infranto, il
principale elemento di coesione dei raggruppamenti umani.
Laureato in diritto, l’antropologo scozzese che mai esercitò la professione forense, si fa qui
«avvocato del diavolo» delle pulsioni irrazionali dell’umanità, sostenendo che, lungi dal portare
a un esito negativo, esse conducono a una maggiore integrazione sociale.
Largamente letta e citata dai più grandi pensatori di inizio secolo, L’avvocato del diavolo è
considerata da Bronislaw Malinowski e Marcel Mauss l’opera più importante di Frazer.

Considerazioni preliminari sull’opera: concezioni filosofico – ideologiche di Frazer e il


contesto storico tardo positivista.

Possono ancora impressionare il lettore odierno alcuni episodi di magia e stregoneria narrati in
questo libro. Bisogna riconoscere, però , che essi sono poca cosa rispetto ai fenomeni di
irrazionalità individuale e collettiva che è dato di riscontrare ogni giorno nelle nostre società. Alla
fine del secolo scorso, magia, chiromanzia, satanismo, sette del tipo “New Age” sono più in voga
che mai. Se il nostro mondo è alienante e frustrante, molti sono coloro che immaginano di poter
trovare una via d’uscita rifugiandosi in un’illusione totale che possa comunque dare un senso alla
vita.
Tra la seconda metà del XIX secolo gli inizi del XX, eminenti personaggi quali Le Bon, Freud e
lo stesso Frazer, sostenitori di posizioni filosofiche del tardo positivismo, dovettero fare i conti
con l’impotenza della ragione a debellare i fantasmi dell’irrazionalità.

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Per la verità, Frazer, convinto non meno di altri suoi colleghi del carattere falso e improprio delle
credenze magiche, ne coglie però la intrinseca utilità sociale, la funzionalità rispetto alla
definizione di un ordine delle società umane.
Il teorico scozzese cerca dunque l’ausilio dell’elemento negativo, che altri pensatori più rigoristi
avevano rifiutato, e diventa “l’avvocato del diavolo”, di quei clienti scomodi che sono la magia e
la superstizione.
La magia è senz’altro concepita come una struttura profonda e di lunga durata, quasi una
categoria a priori rispetto alle condizioni storiche concrete. Magia e superstizione sono stati i
principi logici che hanno guidato l’infanzia dell’umanità e lo sono ancora oggi per i selvaggi non
civilizzati.
Nella concezione evoluzionistica di Frazer, il passaggio dalla magia alla religione e infine alla
scienza è soltanto un postulato fittizio, che risente fortemente dell’influsso positivista, giacchè i
tre termini convivono simultaneamente nelle stesse realtà sociali. È fondamentale sottolineare
come fra secondo Ottocento e primi del Novecento non solo il sentimento religioso viveva una
stagione di risveglio ma si diffondeva largamente la pratica dello spiritismo e si elaboravano
nuovi rituali magici. Filosofi e scienziati non potevano ignorare un fenomeno di tale portata.
A proposito del tema della presenza della religione nelle società umane Frazer assume un punto
di vista dichiaratamente strumentale: rintracciare nelle credenze magiche prima e in quelle
religiose poi il senso di una utilità sociale. Gli innumerevoli casi etnografici che egli descrive
nel libro sono tutti tesi a dimostrare come < in certe razze e in determinate epoche della loro
evoluzione, alcune istituzioni che tutti noi, o almeno quasi tutti, consideriamo benefiche, si
fondino almeno in parte sulla superstizione >. Molte tra le nostre principali istituzioni civili – il
governo, la proprietà privata, il matrimonio il rispetto stesso per la vita umana appaiono oggi
fondate su un tenace buon senso. Oggi la loro motivazione può apparire ovvia, ma non altrettanto
evidente doveva risultare nelle società primitive. In esse queste istituzioni hanno potuto derivare
< gran parte della loro forza da credenze che noi saremmo pronti a condannare come assurde>.
Il compito che Frazer si propone in questo scritto consiste appunto nel definire la genesi e il
funzionamento delle istituzioni e nel spiegare in quale modo si ottiene un risultato
accettabile di coesione sociale generale.
Se la superstizione contribuisce a mantenere in vigore quelle istituzioni che, sole, garantiscono la
sopravvivenza della società, non vi è dubbio che essa sia al servizio di un intrinseco bisogno di
sicurezza dell’umanità.

La strategia cognitiva messa in opera ne L’avvocato del diavolo è indubbiamente diversa da


quella del Ramo d’oro. Nell’opera più giovane la necessità di dar conto di tanti miti classici
dell’Occidente aveva condotto l’autore a individuare nella magia una “falsa scienza”, un tessuto
di errori e false associazioni dovute all’ignoranza, ma che tuttavia costituiva un tentativo di
spiegare il mondo e le leggi naturali che lo governano.
Diversamente,nell’Avvocato del diavolo è racchiuso il significato più ampio del mentalismo di
Frazer, ovvero l’enunciazione del fatto che,se è vero che le credenze superstiziose cementano le
istituzioni sociali, allora le strutture del pensiero sono altrettanto creative dei rapporti
materiali. L’attitudine a vivere in una società è solidale allo sviluppo delle operazioni
logiche mentali – e quello magico-religioso è per Frazer un sistema logico in piena regola, sia
pure illusorio.

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L’entità epistemica di base è per Frazer la credenza (belief). Molti dei positivisti di fine Ottocento
individuano dei confini insuperabili di questo belief.(“ E’ erroneo, sempre dovunque e per tutti,
credere sulla base di prove insufficienti”). Frazer fu sempre un attento cultore delle scienze
naturali, e il suo positivismo non fu una cieca adesione a generici principi di progresso. Secondo
Frazer,la scienza moderna ha soppiantato del tutto la concezione animista e politeista , che
personificava gli aspetti della natura esterna, e ha sostituito ad essi concetti astratti, come atomi e
molecole, che pur essendo impercettibili come gli spiriti, loro predecessori, compiono, il loro
dovere con più regolarità e certezza.

<< si può distinguere una traccia di elio che attraversa una camera oscura, ma l’atomo stesso
sfugge alla nostra miopia, proprio come le fate>>

In questa concezione sta la modernità dello studio antropologico qui affrontato. Le convinzioni
dell’epoca vengono accantonate a favore della difesa di un cliente fortemente sospetto: la magia.
Attraverso il suo studio,secondo l’antropologia sociale, siamo in grado di comprendere le
dinamiche delle comunità odierne e il funzionamento di quelle istituzioni che, ancora oggi,
costituiscono l’ossatura della società moderna.

Magia e superstizione come fondamenta delle istituzioni di una società: analisi del
sistema del “GOVERNO”

Siamo abituati a pensare alla superstizione come a un male assoluto, che ha portato gravi danni
nel mondo, cosa impossibile da negare. In suo nome sono state sacrificate innumerevoli vite,
separate le famiglie e portate alla guerra intere nazioni.
Frazer si propone in maniera “caritatevole” di difendere questo cliente sospetto e diabolico ,
cercando di dimostrare attraverso svariati esempi, come le istituzioni civili si fondino almeno in
parte proprio su di esso. Se nella nostra società siamo pronti a difendere con solidi e fondati
argomenti la sopravvivenza di questi sistemi, è praticamente certo che fra i selvaggi e anche fra
i popoli che si sono elevati al di sopra dello stato di barbarie, queste stesse istituzioni
derivino gran parte della loro forza da credenze che noi saremmo pronti a condannare
senza riserve come assurde.
Le istituzioni prese ad esame sono quattro, e cioè il governo, la proprietà privata, il matrimonio e
il rispetto della vita umana.
In questo percorso ho scelto di approfondire il primo sistema preso in considerazione: IL
GOVERNO.

L’antropologo, nell’analisi del sistema del governo, si propone di dimostrare la seguente


proposizione:

...<< in certe razze e in certe epoche la superstizione ha rafforzato il rispetto del governo, e in
particolare del governo monarchico, contribuendo così al fondamento e al mantenimento
dell’ordine sociale>>...(*)

Nell’apertura del saggio Frazer fa una precisazione: nessuna istituzione che si fondi
unicamente sulla superstizione, vale a dire su qualcosa di falso, può essere duratura. Se essa

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non risponde ad un bisogno reale dell’umanità, se le sue fondamenta non penetrano in maniera
forte e profonda nella natura delle cose, è destinata a perire. Pertanto le istituzioni in questione si
sorreggono anche sulla base di altri aspetti, e la superstizione ne costituisce solo una parte.
Altra precisazione: lo studio è qui limitato ad alcune razze umane e ad alcuni periodi storici.

In un certo numero di popoli, il ruolo del governo si è trovato molto facilitato dalla credenza che i
governanti appartengono a una classe di esseri superiori, che godono di un potere
sovrannaturale e magico a cui i governati non potrebbero ambire. Per esempio tra i
Melanesiani, l’autorità dei capi si è sempre fondata sulla credenza in un potere sovrannaturale
derivato dagli spiriti con cui essi sono in rapporto. Nella misura in cui questa credenza si è
affievolita la condizione del capo tende a diventare precaria. Secondo la testimonianza di un
nativo melanesiano, l’autorità dei capi si fonda interamente sulla credenza che essi siano in
comunicazione con fantasmi potenti e che godano di un potere magico, grazie al quale possono
far sì che questi fantasmi influenzino la vita umana. Da quando un numero dei sudditi ha preso a
dubitare dell’influenza del capo sulle entità spirituali, la sua facoltà di riscuotere imposte è
diminuita.
In Nuova Zelanda si credeva che i capi Maori fossero atua o dei. Il reverendo Taylor, che fu per
più di trent’anni missionario in quelle terre ci dice che un capo Maori, quando parlava, assumeva
un tono innaturale per lui, una sorta di linguaggio di corte. Viveva a distanza dai suoi sudditi e
mangiava separatamente: la sua persona era sacra. Questo principio non era confinato al corpo.
Poichè gli dei potevano essere più o meno potenti, ognuno naturalmente cercava di diventare una
divinità del primo tipo. La strategia adottata consisteva nell’incorporare gli spiriti degli altri
insieme al proprio; così quando un guerriero uccideva un capo, immediatamente gli cavava gli
occhi e li ingoiava, perchè si supponeva che la divinità risiedesse in questi organi; egli non
soltanto uccideva un suo nemico, ma entrava in possesso della sua anima: in questo modo più
capi uccideva, più si accresceva la sua divinità. Anche qualsiasi oggetto che il capo Maori
toccava diveniva sacro. Sono noti casi di Maori morti dalla paura, apprendendo che avevano
inconsapevolmente mangiato i resti di un pranzo del capo o toccato qualcosa che gli apparteneva.
A Tahiti, quando un re andava al potere, era fasciato da una cintura sacra di piume rosse, che lo
identificava con gli dei. Di conseguenza tutti gli oggetti connessi al re o alla regina diventavano
sacri. A nessuno era permesso di toccare il corpo del re o della regina: chi avesse steso il braccio
verso di loro o passato la mano sulla loro testa avrebbe dovuto pagare con la vita questo atto
sacrilego.
Allo stesso modo si crede che i re Africani siano dotati del potere magico di far cadere la pioggia
e di far crescere i raccolti: la siccità e la carestia vengono attribuite alla debolezza o alla cattiva
volontà del re, che può addirittura essere messo a morte.
La diffusa concezione africana della divinità dei re conobbe il suo culmine molto tempo fa
nell’antico Egitto, dove i re erano trattati come dei, sia in vita che in morte, e dove i templi erano
riservati alla loro adorazione.
Queste superstizioni non erano confinate ai selvaggi e ad altri popoli di razza diversa che
vivevano nelle parti più remote del mondo, ma sembra che siano state condivise dagli
antenati di tutti i popoli ariani, dall’India all’Irlanda.
Nella Grecia omerica , i re e i capi erano descritti come sacri o divini; anche le loro case erano
divine e i loro carri sacri; si pensava che il regno di un buon re facesse sì che la nera terra
producesse grano ed orzo, che gli alberi fossero carichi di frutta.
Forse l’ultimo vestigio di simili superstizioni che si protrassero fino ai re d’Inghilterra di fine
Settecento era la convinzione che essi potessero guarire la scrofola col loro tocco. Il primo re

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francese a toccare gli ammalati fu Roberto il Pio, il primo re inglese Edoardo il Confessore. In
Francia, la credenza sopravvisse più a lungo, perchè, mentre in Inghilterra la regina Anna fu
l’ultimo monarca a toccare i malati di scrofola, sia Luigi XV che Luigi XVI , durante la loro
incoronazione toccarono migliaia di malati.

Queste testimonianze, per quanto sommarie, possono essere sufficienti a provare che molti
popoli hanno considerato i loro governanti , capi o re, con timore superstizioso, come se
fossero dotati di poteri magici superiori alle possibilità della gente comune. Sulla base di
questa profonda venerazione, non possono che aver concesso un’obbedienza molto più pronta
e assoluta. La proposizione di partenza dell’antropologo è dunque provata (*).
In conclusione Frazer dimostra come la superstizione e la magia abbiano reso un grande servigio
all’umanità. Hanno fornito alle masse un motivo, seppur sbagliato, per agire giustamente.
L’autore riesce nel suo intento di difesa in favore della superstizione e si presenta come
“avvocato del diavolo” e non come suo carnefice.

LA TEORIA DELL’EVOLUZIONE E L’EVOLUZIONISMO FILOSOFICO


- la magia come stadio di un processo evolutivo –

[ Darwin, Spencer, legge dei tre stadi di Comte, teoria unilineare di Frazer]

Sul finire del Settecento si era affacciata nella scienza l’idea della storicità della natura e delle
specie viventi. Queste ultime non sarebbero state create già compiute agli inizi dei tempi
(secondo la visione biblica tradizionale) ma deriverebbero da specie più semplici.
Il botanico e zoologo Jean Baptiste de Lamarck fu tra i primi pensatori a proporre una teoria
dell’evoluzione della specie. Nella natura sarebbe presente una spontanea tendenza
all’organizzazione, perennemente in contrasto con una forza disgregativa opposta.
Successivamente con Charles Darwin furono esposti i principi cardine del meccanismo
evolutivo: il principio di variazione e quello di selezione naturale. Per Darwin le specie sono
popolazioni o insiemi di individui, che interagiscono nella riproduzione, nella lotta per il cibo, e
così via. Questi individui presentano delle differenze- trasmissibili ai discendenti- a livello
morfologico, fisiologico o comportamentale: per esempio in una popolazione di serpenti, alla
nascita la metà può avere la testa ricoperta da scaglie, mentre l’altra metà può esserne priva: si
tratta del principio di variazione. Ora quegli individui che sono meglio adatti all’ambiente hanno
maggiori opportunità di sopravvivere e di riprodursi, trasmettendo così i propri caratteri:
principio della selezione naturale.

Alle teorie darwiniane e lamarckiane si riallaccia l’evoluzionismo che doveva affermarsi come
visione unificante del mondo nella seconda metà dell’Ottocento. Le teorie biologiche di partenza
vengono trasformate in un principio interpretativo di ogni forma di divenire. L’autore di questa
sintesi del sapere è principalmente Herbert Spencer.L'evoluzionismo, nelle scienze
etnoantropologiche, è un approccio teorico che vede le varie culture umane collocate in

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differenti stadi evolutivi. I diversi stadi evolutivi possono essere rapportati a quelli definiti dalla
legge dei tre stadi di Auguste Comte.

Comte considerava la sociologia come l'ultimo risultato di uno sviluppo di scienze, quali la
biologia, la chimica, la fisica. Egli credeva che lo studio di tale disciplina avrebbe portato
l'umanità ad uno stato di benessere, dato dalla comprensione e dalla conseguente capacità di
controllo del comportamento umano. Con la legge dei tre stadi Comte prefigurava l'avvento
dell'era positiva in cui la scienza avrebbe avuto un posto centrale nella vita degli uomini. La
legge è così articolata: stadio teologico, metafisico, positivo. Nello stadio teologico i fenomeni
naturali vengono spiegati facendo appello a entità e potenze sovrannaturali; nello stadio
metafisico tali potenze sono sostituite da entità concettuali, essenze e principi astratti: dalla
fantasia e dall’immaginazione si passa alla riflessione e alla ragione ma sempre con l’obiettivo di
individuare le cause prime dei fenomeni. Solo nello stadio positivo tale pretesa è abbandonata:
non si ricercano più le cause, ma le leggi, ovvero le relazioni tra i fenomeni, e ci si avvale del
metodo scientifico, basato sull’esperienza e sul ragionamento.

I primi antropologi riconosciuti come scienziati furono britannici e americani. Studiosi come
Edward Burnett Tylor e James Frazer in Gran Bretagna si occuparono dell'argomento
lavorando soprattutto su materiali raccolti da altri, di solito missionari, esploratori, o ufficiali
coloniali. Questi etnologi erano interessati in modo particolare nelle motivazioni per cui i popoli
che vivevano in diverse parti del globo avessero credenze e pratiche simili. Tutti fondavano la
loro teoria sulla convinzione dell'esistenza di un progresso nella storia dell'uomo. La storia
della società umana era vista come il prodotto di una sequenza necessaria di stadi di sviluppo
sempre più complessi, culminante nella società industriale di metà Ottocento. Le società
contemporanee più semplici non avevano ancora raggiunto gli stadi culturali più elevati del
progresso e potevano essere ritenute simili alle società più antiche. In questo quadro si cercava di
dare spiegazione di comportamenti e usanze ritenute altrimenti insensate: sarebbero state
sopravvivenze di precedenti stadi culturali .In questo paradigma teorico, i popoli "selvaggi"
sparsi sui vari continenti possono illustrare le condizioni di vita degli uomini preistorici,
antenati della nostra civiltà. Per cui le società non europee venivano viste come dei "fossili
viventi" di stadi di evoluzione sorpassati dalla civiltà occidentale e che potevano essere studiati
per gettare luce sul passato di quest'ultima.

Nell'evoluzionismo classico dell'Ottocento la visione dominante è quella unilineare. Per questa


concezione esiste una linea evolutiva dominante, tutte le società passano attraverso gli stessi stadi
e lo fanno con velocità diverse. Frazer individuava nelle fasi in cui c'è il predominio della magia,
della religione e della scienza i tre stadi che le società attraversano. Nel 1871 Edward Tylor nella
Cultura dei primitivi arrivò alla conclusione che la magia fosse una «scienza sbagliata» in
quanto non in grado di distinguere i rapporti causa-effetto da quelli propriamente temporali.
Vicino alla posizione tyloriana fu appunto Frazer, il quale, nel Ramo d'oro, pur considerando la
magia un primo stadio nello sviluppo della civiltà, ebbe il merito di fornirne una prima
classificazione. Egli distinse i processi magici in simpatetici/imitativi, basati sull'errore che il
simile agisca sul simile (es. travestirsi da animale per augurarne la caccia) e contigui/contagiosi,
basati sull'errore che le cose che sono state in contatto possono continuare ad interagire anche se
distanti (es. ciocche di capelli, oggetti appartenenti alla persona su cui gettare il malocchio).

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IL FUNZIONALISMO

Le ricerche di Alfred Reginald Radcliffe-Brown (1881-1955) e di Bronislaw Malinowski danno


origine a quella che venne definita antropologia “funzionalista”.
Radcliffe-Brown fu il primo a elaborare con coerenza il concetto di funzione; essa indica “il
contributo di un’attività parziale all’attività totale di cui essa è parte”, cioè il ruolo che un
comportamento, un valore, una “rappresentazione collettiva” hanno nella conservazione della
struttura sociale. Le trasformazioni del sistema sono analizzabili in termini di trasformazioni delle
sue funzioni in ragione di certi bisogni; questi adattamenti possono riguardare i rapporti del
sistema con l’ambiente, i rapporti tra le funzioni del sistema, i rapporti tra individuo e sistema.
Malinowski ha esteso il concetto di funzione, sostenendo che ogni forma culturale non è solo
funzionale alla conservazione del sistema, ma anche e soprattutto alla realizzazione dei
bisogni dell’individuo. Esempio lampante è quello proposto nell’analisi del sistema di governo
di Frazer, dove la superstizione e le credenze magiche permettono la conservazione delle
istituzioni fondamentali e sono appunto “funzionali” alla coesione di un gruppo sociale e alla
realizzazione dei bisogni.
In questi nuovi studi si afferma la tendenza all’analisi sul campo, che rigetta definitivamente il
modello dell’etnografia come semplice collocazione di materiale; l’antropologo è chiamato al
confronto diretto con il suo oggetto, mediante lo studio dall’interno della lingua e degli usi di un
gruppo umano. Ciò ha dato e dà tuttora alla ricerca antropologico-culturale uno spessore umano e
un significato etico di dialogo con l’altro che si conservano anche nella moderna versione del
positivismo antropologico, l’antropologia di Lévi-Strauss.

• Emile Durkheim “ Le forme elementari della vita religiosa” - la nascita


della sociologia come disciplina autonoma.

Emile Durkheim (Epinal, 1858- Parigi, 1917) nacque da una famiglia ebraica; si
formò alla École normale superieure di Parigi, avvicinandosi al positivismo. Dopo un
periodo di insegnamento liceale, fu nominato professore a Bordeaux, dove insegnò
fino al 1902; in quell’anno ebbe la nomina alla Sorbona, dove insegnò fino alla
morte. Fu fondatore della rivista “L’année sociologique” che divenne uno dei punti
di riferimento del dibattito sociologico internazionale. Le sue opere fondamentali
sono: Sulla divisione del lavoro sociale; Le regole del metodo sociologico e Le forme
elementari della vita religiosa. Opere postume riguardano problemi socio
pedagogici, la metodologia e la storia della sociologia.

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Considerazioni sull’opera: definizione del fenomeno religioso e della religione.

Oggetto principale dell’opera è l’analisi della religione più semplice a noi nota, allo scopo di
determinare le forme elementari della vita religiosa- perché esse possono più facilmente essere
attinte e spiegate attraverso le religioni primitive. Oggetto secondario della ricerca : la genesi
delle nozioni fondamentali del pensiero, cioè delle categorie- ragioni che fanno ritenere che esse
abbiano un’origine religiosa, e perciò sociale.
Per cercare quale sia la religione più primitiva e più semplice che possiamo cogliere mediante
l’osservazione, occorre innanzitutto definire che cosa si debba intendere per religione.
Durkheim sostiene che è necessario e possibile indicare un certo numero di segni esteriori,
facilmente percepibili, che permettano di riconoscere i fenomeni religiosi ovunque si incontrano.
Gli uomini sono stati obbligati a farsi una nozione di ciò che è la religione molto prima che
la scienza delle religioni abbia potuto istituire le sue comparazioni metodiche. Il sociologo,
all’interno dell’opera, passa in rassegna diverse idee e concezioni, sulla base delle quali potrebbe
essere definita la religione. La prima di queste è quella di soprannaturale e misterioso.
Con questo termine si è soliti indicare ogni ordine di cose che superi la portata del nostro
intelletto: il soprannaturale è il mondo del mistero, dell’inconoscibile, dell’incomprensibile. La
religione sarebbe dunque una speculazione concernente tutto ciò che sfugge alla scienza, e più
generalmente al pensiero distinto. Ad ogni modo, è sicuro che questa idea appare molto tardi
nella storia delle religioni; i primitivi attribuivano certe virtù straordinarie a oggetti
insignificanti e in questa concezione siamo facilmente portati a trovare un’aura di mistero. In
realtà queste spiegazioni che ci sorprendono appaiono al primitivo le più semplici del mondo.
Egli non vi scorge una specie di ultima ratio, ma vi scorge la maniera più immediata di
rappresentarsi e di comprendere ciò che osserva intorno a sé. Le forze che egli chiama in gioco
sono senza dubbio diverse da quelle che lo scienziato moderno conosce, ma per colui che vi crede
non sono più intellegibili di quanto la gravità o l’elettricità lo sono per il fisico d’oggi. D’altra
parte l’idea del soprannaturale, come noi l’intendiamo è recente: essa presuppone infatti l’idea
contraria di cui è la negazione, e che non è affatto primitiva. Bisognava infatti già possedere la
consapevolezza che esiste un ordine naturale delle cose, cioè che i fenomeni dell’universo sono
legati tra loro secondo rapporti necessari chiamati leggi. Una volta ammesso questo principio,
tutto ciò che deroga a queste leggi doveva necessariamente apparire al di fuori della natura, e
quindi della ragione. Ma questa nozione di determinismo universale è di ordine recente: essa è
una conquista delle scienze positive. Ecco perché gli interventi miracolosi, che gli antichi
attribuivano ai loro dei, ai loro occhi non erano miracoli. Erano per essi spettacoli belli, rari o
terribili, di sorpresa e di meraviglie (θαύματα) , ma essi non vi scorgevano affatto un mondo
misterioso in cui la ragione non può penetrare. Si è perciò ben lontani dal poter far coincidere
la nozione di religioso con quella di straordinario. La nozione di mistero non è infatti una
nozione primitiva. Inoltre le concezioni religiose hanno anzitutto come scopo quello di
esprimere e di spiegare ciò che è costante e regolare nelle cose e non eccezionale.
Anche la possibilità di definire la religione in funzione dell’idea di divinità viene scartata:
esistono religioni senza dei e in alcune, pur essendo presenti, vi sono riti che non implicano
alcuna nozione di questa. Soluzione finale è la ricerca di una definizione positiva. I fenomeni
religiosi si collocano naturalmente in due categorie fondamentali: le credenze e i riti. Le prime
sono stati di opinione e consistono di rappresentazioni; i secondi costituiscono tipi determinati di
azione. Tutte le credenze religiose possono inoltre essere distinte in cose sacre e cose profane. Il

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carattere distintivo della religione è proprio questa divisione bipartita. I riti sono infine regole di
condotta che prescrivono il modo in cui l’uomo deve comportarsi con le cose sacre. Ogni gruppo
omogeneo di cose sacre, costituisce un centro di organizzazione intorno al quale gravita un
gruppo di credenze e riti, cioè un culto particolare. Non c’è religione per quanto unitaria,
che non riconosca una pluralità di cose sacre.

Distinzione tra magia e religione – L’ IDEA DI CHIESA-

La definizione data non è ancora completa, perché si addice a due ordini di fatti che, pur essendo
prossimi, debbono per altro essere distinti – la magia e la religione.
La magia è costituita anch’essa da credenze e da riti, ha i suoi miti e dogmi, che sono soltanto
più rudimentali perché non si perdono in speculazioni ma mirano essenzialmente a fini tecnici e
utilitari. Nonostante sembri arduo scindere i due ambiti è possibile trovare delle profonde
differenze. Innanzitutto esiste una profonda avversione tra religione e magia . Nei procedimenti
del mago c’è qualcosa di fondamentalmente anti-religioso. La magia pone una specie di
piacere nel profanare le cose sante (per esempio si profana l’ostia nella messa nera). Altra
caratteristica fondamentale è il fatto che le credenze religiose sono sempre comuni a una
collettività determinata. Esse non sono soltanto ammesse a titolo individuale, ma sono cosa del
gruppo e ne costituiscono l’unità. Una società i cui membri sono uniti per il fatto di rappresentarsi
allo stesso modo il mondo sacro e di tradurre queste rappresentazioni comuni in pratiche
identiche, viene denominata chiesa. Diverso è il caso della magia. Le credenze magiche non
producono l’effetto di legare gli uni agli altri gli uomini che vi aderiscono e di unirli in un
medesimo gruppo: non esiste una chiesa magica. Tra il mago e gli individui che lo consultano
non sussistono vincoli durevoli. Questi ha una clientela, non già una chiesa. E i suoi clienti
possono benissimo non avere tra loro alcun rapporto, al punto di ignorarsi l’un l’altro. Spesso i
maghi formano tra loro una società, ma queste associazioni non sono indispensabili al
funzionamento della magia. Il mago è un isolato. Inoltre queste specie di società magiche, quando
si formano, comprendono non già tutti gli aderenti alla magia, ma i soli maghi, e ne sono esclusi i
laici. Il mago sta alla magia come il prete sta alla religione. Una chiesa non è solo una
confraternita sacerdotale, ma è una comunità morale costituita da tutti i credenti in una stessa
fede. Questi tipi di comunità mancano nella magia.
Arriviamo dunque alla definizione seguente:
“ una religione è un sistema solidale di credenze e di pratiche relative a cose sacre, cioè
separate e interdette, le quali uniscono in un’unica comunità morale, chiamata chiesa, tutti
quelli che vi aderiscono”.

Per quanto riguarda poi la successione evolutiva proposta da Frazer, secondo cui la religione
costituirebbe soltanto una forma derivata della magia, Durkheim sostiene nettamente il contrario.
I precetti sui quali è fondata l’arte del mago si sono costituiti sotto l’influenza di idee religiose. I
riti mimetici, utilizzati spesso in cerimonie religiose, si fondano sul principio che il simile
produce il simile (concetto definito impropriamente come magia simpatica). Probabilmente
questo principio ha le proprie radici nella religione, e successivamente si distaccò confluendo in
un caso particolare della fede religiosa…la magia. Vi sono riti simpatici, ma essi non sono
esclusivi della magia. Essi si ritrovano nella religione ed è probabile che la magia li abbia ricevuti
da questa. Dietro ai meccanismi puramente laici, impiegati dal mago, essi hanno mostrato una
base di concezioni religiose, un mondo di forze di cui la magia ha tratto l’idea dalla religione.

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BIBLIOGRAFIA

Filosofia
• Cioffi, Gallo, Luppi: “ Il testo filosofico 3.1.” (l’età contemporanea:
l’ottocento) , Edizioni Bruno Mondatori, 2000 –t.s.-
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superstizione e della magia nelle società umane ” .
• Strauss Levi: saggio “ Lo stregone e la sua magia ” tratto da Antropologia
Strutturale

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Italiano
• Baldi, Giusso :“Percorsi e strumenti: Dalla Scapigliatura al
Postmoderno” , Paravia Bruno Mondatori Editori, Milano, 2002 ,–t.s.-
• Baldi, Giusso. :“Generi: la poesia, la saggistica e la letteratura
drammatica del Novecento” e “La narrativa del Novecento” , Paravia
Bruno Mondatori Editori, Milano, 2002 –t.s.-
• Bontempelli Massimo: brano “ La città degli uomini finti ” tratto
dall’opera teatrale Minnie la candida. –t.s.-
• Elena Pontiggia (a cura di): “ Realismo magico e altri scritti
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• Vassalli Sebastiano: “ La Chimera ”, Einaudi, Torino, 1990.

Latino e Greco
• Apuleio: “ Metamorfosi ” o “ L’asino d’oro ”, Edizioni Frassinelli, 2002
• Apuleio: passi scelti dal “ De Magia ”
• Canali Luca: da “ Camena ” ( vol. 2*,2**,3), Einaudi Scuola, Milano,2005 passi
scelti delle opere: “ Eneide ”, “Bellum civile ”, “ Annales ”; riferimenti per
Apuleio. –t.s.-
• Graf Fritz: capitoli scelti da “ La magia nel mondo antico ” , Editori
Laterza, 1995. (in particolare “La rappresentazione letteraria della magia”- la
divinazione magica: Lucano e le realtà del rituale)
• Guidorizzi Giulio: da “ Il mondo letterario greco ” (vol. 1,3) Einaudi Scuola,
2005, passi tratti dall’ “Odissea” ; riferimenti per Luciano di Samosata. –t.s.-
• Luck George: capitoli e passi scelti da “ Arcana Mundi ” (sezioni: Magia ;
Demonologia), volume 1, Arnoldo Mondatori editore, 2000
• Mario Geymonat (a cura di): “Eneide -con episodi significativi di Iliade e
odissea-“ Zanichelli, Bologna, 2002, passi scelti.

Storia dell’arte
• Breton André: “ L’arte magica ”
• Cricco, Teodoro: “ Itinerario nell’arte. Dall’ età dei Lumi ai giorni
nostri ” ,Zanichelli, Bologna, 2005 -t.s-

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SITOGRAFIA

• http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia “Wikipedia, l'enciclopedia libera”

• http://www.copernico.pv.it/ Percorso: “La strega nei Seicento”

LEGENDA:
-t.s.- = testo scolastico

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