SI DEFINISCANO IL TASSO DI ATTIVITA’, TASSO DI OCCUPAZIONE E IL TASSO DI

DISOCCUPAZIONE E SI ILLUSTRI IL LORO SIGNIFICATO.

Il tasso di disoccupazione può essere definito:
- in senso ristretto: se considera come persone in cerca di occupazione coloro che
hanno svolto un’azione di ricerca negli ultimi 30 giorni (misura ufficiale, in linea con le
convenzioni internazionali)
- in senso allargato: se considera anche comportamenti di ricerca più deboli; la misura
tradizionale usata dall’ISTAT, oltre a quella ristretta, include infatti gli ampi bacini di
scoraggiati nel mercato del lavoro italiano.
Nella prima metà degli 2000 il tasso di disoccupazione italiano ristretto erano sotto la
media europea ma quello allargato era al di sopra, con uno scarto di 4-5 punti percentuali.

SI DEFINISCANO LA DSEGREGAZIONE ORIZZONTALE E VERTICALE. ESISTE UNA
RELAZIONE TRA DISCRIMINAZIONE E LIVELLO DELL’OCCUPAZIONE FEMMINILE NEI
PAESI EUROPEI?
Dal momento che le donne hanno conquistato rilevanti “fette di mercato” in alcuni settori
dell’occupazione, c’è il rischio che vi restino “segregate”, ovvero che vi siano alcuni settori
di predominanza femminile ed altri con scarsissime presenze.

SEGREGAZIONE ORIZZONTALE: fenomeno di concentrazione di uomini/donne in alcuni
settori o occupazioni, a parità di condizioni. Poi riguardare settori economici (es.
agricoltura, commercio) o le occupazioni (professioni intellettuali, tecniche, impiegatizie,
ecc).
SEGREGAZIONE VERTICALE: concentrazione nei diversi livelli gerarchici.

I livelli di segregazione per genere rimangono stabili in tutti i paesi sviluppati ma per uno
strano paradosso i paesi all’avanguardia per l’inserimento delle donne nel mercato del
lavoro, presentano i più elevati indici di segregazione, mentre i valori più bassi si ritrovano
nel Sud Europa (Grecia, Italia) che si contendono il primato dei paesi sviluppati con
minore occupazione femminile. In Italia però le donne risultano più presenti in
occupazioni di prestigio quali ad esempio quelle professionali, contrariamente a quanto
accade in altri paesi più segregati.
Anche il part time ha contribuito alla crescita occupazionale femminile ma questo tipo di
contratto può costituire un ulteriore rischio di emarginazione professionale. Ciò
confermerebbe che la segregazione costituisce il contrappasso della più elevata
partecipazione al lavoro delle donne.
La svezia infatti, il paese con il più elevato tasso di occupazione femminile, è anche quello
più segregato. Inoltre la segregazione occupazionale è più elevata per le donne con figli
rispetto a quelle senza ed è molto più elevata per quelle meno istruite.

È VERO CHE LE DONNE OCCUPATE SONO Più SEGREGATE?
Il fatto di non esserlo (occupate) le segrega comunque nell’ampio segmento di donne
disoccupate e soprattutto inattive. Le donne occupate corrono il rischio, soprattutto in
alcuni paesi (Svezia, paesi nordici) di essere segregate in alcuni settori o professioni,
grazie anche al part time che ha permesso soprattutto alle donne con famiglia, di
conciliare esigenze di lavoro e maggior tempo libero per la famiglia(es. Olanda). In Italia,
nonostante rispetto agli altri paesi europei le donne occupate siano ancora molto al di
sotto della media, la segregazione è meno preponderante e personalmente se una donna è
soddisfatta nel proprio percorso formativo (se l’ha scelto lei) e del proprio lavoro, il fatto
che da tabelle ed analisi risulti segregata penso sia un dato relativo.

COSA SONO E QUALI SONO LE FORME DI LAVORO ATIPICO NEL PANORAMA ITALIANO?
QUALI I PROFILI?
I lavoratori non standard/atipici sono privi di uno o più caratteri del lavoro standard,
ovvero: subordinazione ad una sola impresa, contratto a tempo indeterminato, impegno a
tempo pieno, protezione contro il rischio di perdere il lavoro.
Esulano dai contratti atipici i lavoratori autonomi in senso stretto, i lavoratori in
subappalto, quelli con contratti part time ed i lavoratori a domicilio, definito
paradossalmente: “atipico tradizionale”.
Tra i contratti atipici subordinati troviamo:
- contratti a tempo determinato: a termine o a causa mista (formazione lavoro o
inserimento)
- interinale (vietato fino al 1997 e completamente riformato nel 2003)
- a chiamata
- condiviso
- telelavoro
- lavoro accessorio
- lo stage non è un rapporto di lavoro

tra i contratto atipici autonomi:
- CO CO CO
- Co- progetto
- Co-programma
- P.IVA (in parte)

Il lavoro temporaneo puro è soprattutto involontario, accettato in mancanza di
un’occupazione stabile, spesso non compensato da maggior retribuzione e con livelli di
soddisfazione più bassi ma in alcuni casi esso è volontario, come ad esempio per i
lavoratori stagionali (soprattutto donne) con strategia di presenza temporanea ma
ricorrente.
Maggior diffusione si ha nei classici settori stagionali: agricoltura, turismo, edilizia, servizi
alla persona, ecc., ed i motivi di ricorso a tali strumenti sono spesso (almeno formalmente)
a fini formativi (apprendistato, formazione lavoro), con forte concentrazione tra i giovani.
Sempre formalmente non hanno funzione di flessibilizzazione ma di prova e formazione ai
fini dell’assunzione. In Germania oltre il 70% dei giovanissimi sono in posizioni
temporanee, in Italia quasi il 60% e nella maggioranza dei casi, i contratti a tempo
indeterminato vengono utilizzati solamente nelle fasce d’età oltre i 30-35 anni.

Il lavoro temporaneo è diffuso maggiormente tra i meno istruiti e le occupazioni meno
qualificate anche se una quota non trascurabile riguarda anche fasce di lavoratori molto
istruiti e professionalizzati.
In Italia c’è stata una crescita sostenuta negli anni 90 (dal 6 al 10%) e poi stabilizzazione
(oggi intorno al 13% circa) ma comunque sotto la media UE.
Nonostante l’intento in tutti i paesi europei di favorire il lavoro temporaneo per ridurre la
disoccupazione, l’esito è stato incerto poiché non ci sono studi che i dimostrino una
capacità del lavoro temporaneo di aumentare l’occupazione e non vi è alcuna relazione
dimostrata tra diffusione del lavoro temporaneo e tasso di disoccupazione, tasso di
occupazione né minor rigidità di regolarizzazione dei contratti a termine.
Tra indipendenza e subordianzione abbiamo le collaborazioni. Esse sono forme di lavoro
formalmente indipendenti ma nella sostanza non così indipendenti. Tra le forme più
rappresentative:
- lavoro in collaborazione, fondate su 3 elementi: -coordinazione (autonomia ma
collegata all’organizzazione del committente), continuità, natura professionale (non
imprenditoriale) dell’opera prestata.
- Collaborazioni a progetto e a programma, forme di lavoro non subordinato introdotte
con la Legge Biagi nel 2003, che prevedono l’iscrizione ad un fondo speciale gestito
dall’INPS, la collaborazione per uno specifico progetto o programma di lavoro
determinato dal committente e gestito autonomamente dal collaboratore e durata
limitata e rinnovabile. A questa categoria appartengono circa 3 milioni di iscritti ma i
contribuenti attivi sono circa il 60%(circa 500.000). Spesso tali forme contrattuali
vengono utilizzate per ampliare ancora di più le collaborazioni a termine, dall’altra
parte vengono accettate dai lavoratori in attesa di un lavoro dipendente o come un
passaggio obbligato verso un’attività professionale.

Il profilo degli appartenenti a questa categoria è soprattutto di media ed elevata
qualificazione nel lavoro intellettuale e tecnico ma non mancano le posizioni manuali,
composto in prevalenza da giovani e donne, soprattutto in Lombardia e nelle aree di
maggior sviluppo, prevalentemente nel settore dei servizi. Circa il 30% ha un alto livello
d’istruzione (diploma e laurea). Tra le varie figure professionali: tecnici informatici,
redattori, formatori, intervistatori, venditori, guide turistiche, animatori, operatori di call
center, ecc)
Le condizioni di lavoro prevedono per il 90% monocommittenza, orari di lavoro non
propriamente autonomi ma tendenzialmente più lunghi di quelli del lavoro subordinato, si
lavora presso il committente e circa il 50% dei collaboratori lavora presumibilmente in
condizioni equiparabili a quelle di un dipendente. Vi è comunque una grande eterogeneità
delle condizioni e dei guadagni.

ILLUSTRATE LE DIFFERENTI STRATEGIE UTILIZZATE DAI COLLABORATI, DA DA UNA
PARTE E DAI LAVORATORI INTERINALI DALL’ALTRA, PER RAGGIUNGERE LA STABILITA’
COME FLUSSO CONTINUO DI COLLABORAZIONI.