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Analisi complessa

EDOARDO SERNESI
2
Indice
1 Funzioni analitiche 5
1.1 Funzioni olomorfe . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
1.2 Serie formali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
1.3 Serie convergenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
1.4 Operazioni sulle serie convergenti . . . . . . . . . . . . . . . . 20
1.5 Funzioni analitiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
1.6 Esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30
1.7 Ordine e indice di ramicazione . . . . . . . . . . . . . . . . . 36
1.8 Zeri delle funzioni analitiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
1.9 Propriet`a geometriche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
1.10 Il principio del massimo modulo . . . . . . . . . . . . . . . . . 48
2 Integrazione complessa 51
2.1 Curve e archi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
2.2 Integrazione lungo archi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58
2.3 Il teorema di Goursat . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64
2.4 Il teorema di Cauchy . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 68
2.5 La formula integrale di Cauchy . . . . . . . . . . . . . . . . . 74
3 Singolarit`a isolate e residui 79
3.1 Serie di Laurent . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79
3.2 La serie di Laurent di una funzione olomorfa . . . . . . . . . . 80
3.3 Singolarit`a isolate . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 84
3.4 Il teorema dei residui . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89
3.5 Calcolo esplicito di residui . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 93
3.6 Calcolo di integrali deniti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101
3
4 INDICE
4 Successioni e serie di funzioni 109
4.1 Convergenza sui compatti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109
4.2 Serie di funzioni meromorfe . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 112
4.3 Un esempio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 114
4.4 Prodotti inniti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 118
4.5 Lespansione di sin z . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 120
5 Funzioni ellittiche 123
5.1 Funzioni periodiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 123
5.2 La funzione di Weierstrass . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 128
Capitolo 1
Funzioni analitiche
1.1 Funzioni olomorfe
Se U C `e un aperto del piano complesso, ed f : U C `e una funzione,
scriveremo f(z), oppure f(x + iy), per denotarne il valore in un punto z =
x +iy U. Scriveremo anche
f(x +iy) = u(x, y) +iv(x, y)
dove u e v sono funzioni di due variabili reali a valori reali, chiamate rispet-
tivamente la parte reale e la parte immaginaria di f.
Denizione 1.1.1 Sia V C un aperto, : V C una funzione, e
a V . Un numero complesso c si dice limite di al tendere di z V ad a,
e si scrive:
lim
za
(z) = c
se per ogni > 0 esiste

> 0 tale che [(z) c[ < per ogni z V tale che


[z a[ <

.
`
E facile vericare che questa nozione di limite gode di propriet`a simili a
quelle possedute dalla analoga nozione di limite di una funzione di variabile
reale. In particolare, il limite di un prodotto o di una somma di funzioni `e il
prodotto, risp. la somma, dei limiti delle funzioni.
5
6 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Denizione 1.1.2 Sia U C un aperto del piano complesso. Una funzione
f : U C si dice derivabile in senso complesso, o olomorfa, in un punto
a U se `e continua in a ed esiste il
lim
za
f(z) f(a)
z a
che si denota f

(a) e si chiama derivata di f in a. f si dice derivabile in


senso complesso o olomorfa in U se lo `e in ogni punto di U. In tal caso la
funzione
f

: U
//
C
z

//
f

(z)
`e detta derivata di f(z).
Linsieme delle funzioni olomorfe in un aperto U si denota H(U). Una
funzione olomorfa in tutto il piano si dice intera.
Proposizione 1.1.3 Sia U C un aperto. Se f : U C `e olomorfa in
a U allora f `e continua in a.
Dim. Si ha:
lim
h0
[f(a +h) f(a)] = lim
h0
f(a +h) f(a)
h
h = f

(a)0 = 0
perche il limite di un prodotto `e il prodotto dei limiti. 3
Le due proposizioni che seguono si dimostrano in modo del tutto sim-
ile agli analoghi risultati validi per funzioni di variabile reale, e quindi ne
omettiamo la dimostrazione.
Proposizione 1.1.4 Sia U C un aperto e siano f, g : U C funzioni
olomorfe in un punto a U. Allora
(i) f +g `e olomorfa in a e
(f +g)

(a) = f

(a) +g

(a)
1.1. FUNZIONI OLOMORFE 7
(ii) fg `e olomorfa in a e
(fg)

(a) = f

(a)g(a) +f(a)g

(a)
(iii) Se g(a) ,= 0 allora f/g `e olomorfa in a e
(f/g)

(a) =
g(a)f

(a) f(a)g

(a)
g(a)
2
Proposizione 1.1.5 Siano U, V C aperti, f : U V , g : V C
funzioni. Se f `e olomorfa in z U e g `e olomorfa in w = f(z), allora g f
`e olomorfa in z e:
(g f)

(z) = g

(w)f

(z)
Esempio 1.1.6 Le funzioni costanti sono olomorfe e hanno derivata nulla
in ogni punto. Inoltre:
(z
n
)

= nz
n1
se n > 0 e z C, oppure n < 0 e z ,= 0 (la dimostrazione si d`a come nel caso
di funzioni di variabile reale). Quindi, per la Proposizione 1.1.4, i polinomi
sono funzioni intere; similmente le funzioni razionali, cio`e le funzioni denite
dal quoziente di due polinomi, sono olomorfe in tutti i punti in cui non si
annulla il denominatore.
Esempio 1.1.7 La funzione f(z) = z non `e olomorfa in alcun punto di C.
Verichiamolo in 0. Scrivendo z = x + iy ,= 0 il rapporto incrementale `e:
f(z) f(0)
z 0
=
z
z
=
x
2
y
2
2ixy
x
2
+y
2
=
_
1 se y = 0
1 se x = 0
e quindi non possiede limite per z 0. In modo simile si verica che z non
`e derivabile in alcun altro punto di C.
Teorema 1.1.8 Sia U C un aperto. Se una funzione f : U C `e
olomorfa in un punto z
0
= x
0
+ iy
0
allora la sua parte reale u e la sua parte
immaginaria v sono derivabili parzialmente nel punto (x
0
, y
0
) e sussistono le
seguenti identit`a nel punto (x
0
, y
0
):
u
x
=
v
y
,
u
y
=
v
x
(1.1)
Le (1.1) si dicono equazioni di Cauchy-Riemann.
8 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Dim. Facendo tendere z z
0
mantenendo la parte immaginaria costante
si ottiene lidentit`a:
f

(z
0
) = lim
zz
0
f(z) f(z
0
)
z z
0
=
= lim
xx
0
u(x, y
0
) u(x
0
, y
0
) + i(v(x, y
0
) v(x
0
, y
0
))
x x
0
=
u
x
(x
0
, y
0
)+i
v
x
(x
0
, y
0
)
Facendo invece tendere z z
0
mantenendo la parte reale costante si ottiene:
f

(z
0
) = lim
yy
0
u(x
0
, y) u(x
0
, y
0
) + i(v(x
0
, y) v(x
0
, y
0
))
i(y y
0
)
=
=
v
y
(x
0
, y
0
) i
u
y
(x
0
, y
0
)
Quindi u e v possiedono derivate parziali in (x
0
, y
0
) e sussistono le (1.1). 3
Esempio 1.1.9 La funzione f(z) = z = x iy ha parte reale u = x e parte
immaginaria v = y, che sono derivabili parzialmente in ogni punto. Per`o si
ha identicamente:
u
x
= 1 ,= 1 =
v
y
e quindi le (1.1) non sono vericate. Quindi, come gi`a vericato direttamente
nellesempio 1.1.7, la funzione z non `e olomorfa in alcun punto di C.
In questo capitolo studieremo una classe di funzioni olomorfe, le fun-
zioni analitiche. Nel successivo capitolo dimostreremo, tra laltro, che tutte
le funzioni olomorfe sono analitiche, cio`e che queste due classi di funzioni
coincidono.
1.2 Serie formali
Sia T una indeterminata. Una serie formale di potenze (o semplicemente una
serie formale) nella T a coecienti complessi `e unespressione
f(T) =

k0
a
k
T
k
= a
0
+a
1
T +a
2
T
2
+
1.2. SERIE FORMALI 9
in cui a
k
C per ogni k. Una serie formale pu`o anche identicarsi con la
successione dei suoi coecienti
a
0
, a
1
, a
2
, . . .
a
0
si dice il termine costante della serie f(T) e si denota anche con f(0). Se
f(T) =

k0
a
k
T
k
, g(T) =

k0
b
k
T
k
sono due serie formali, deniamo la loro somma f +g come
(f +g)(T) =

k0
c
k
T
k
dove
c
k
= a
k
+b
k
k = 0, 1, 2, . . .
Deniamo il prodotto fg come:
(fg)(T) =

k0
d
k
T
k
dove
d
k
=
k

i=0
a
i
b
ki
Se C deniamo f come
(f)(T) =

k0
(a
k
)T
k
La serie nulla `e la serie 0(T) i cui coecienti sono tutti uguali a zero.
Linsieme delle serie formali nella T a coecienti complessi si denota con
il simbolo C[[T]]. Con le operazioni di somma e di prodotto che abbiamo in-
trodotto C[[T]] `e un anello contenente come sottoanello lanello dei polinomi
C[T]. Segue immediatamente dalla denizione che il prodotto di due serie di
potenze `e uguale a zero se e solo se uno almeno dei fattori `e nullo; pertanto
C[[T]] `e un dominio di integrit`a.
Lemma 1.2.1 Una serie formale a
0
+a
1
T +a
2
T
2
+ `e invertibile in C[[T]]
se e solo se a
0
,= 0.
10 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Dim. Se infatti esiste b
0
+b
1
T +b
2
T
2
+ C[[T]] tale che
(a
0
+a
1
T +a
2
T
2
+ )(b
0
+b
1
T +b
2
T
2
+ ) = 1
allora a
0
b
0
= 1 e quindi a
0
,= 0. Viceversa, se a
0
,= 0 linversa b
0
+b
1
T +b
2
T
2
+
di a
0
+a
1
T +a
2
T
2
+ `e univocamente individuata dalle condizioni:
a
0
b
0
= 1
a
1
b
0
+a
0
b
1
= 0
a
2
b
0
+a
1
b
1
+a
0
b
2
= 0

che permettono di calcolare induttivamente i coecienti b
0
, b
1
, b
2
, . . .. 3
Una serie formale

k0
a
k
T
k
pu`o essere derivata termine a termine po-
nendo
(

k0
a
k
T
k
)

:=

k1
ka
k
T
k1
La serie ottenuta iterando la derivata k volte si denota con f
(k)
(T) e fornisce
lidentit`a
a
k
=
1
k!
f
(k)
(0) (1.2)
Esempio 1.2.1 In C[[T]] si ha
(1 T)
1
= 1 +T +T
2
+ =

k0
T
k
Per induzione su n si dimostra facilmente che, pi` u in generale, si ha:
(1 T)
n1
=

k0
_
k +n
n
_
T
k
(1.3)
per ogni n 0. (Suggerimento: utilizzare lidentit`a
_
k +n
n
_
=
k

j=0
_
j +n 1
n 1
_
che si deduce per induzione dalla:
_
n +k
n
_
=
_
n +k 1
n
_
+
_
n +k 1
n 1
_
1.2. SERIE FORMALI 11
(cfr. [1], p. 54).) La (1.3) pu`o anche scriversi nella forma equivalente
seguente:
(1 T)
n1
=

kn
_
k
n
_
T
kn
(1.4)
Esercizio. Sia f(T) =

k0
a
k
T
k
una serie formale. Dimostrare che si
ha:
f(T)
1 T
=

n0
s
n
T
n
dove s
n
=

n
k=0
a
k
.
Il campo dei quozienti di C[[T]] si denota C((T)). I suoi elementi si
dicono serie di Laurent meromorfe formali nella indeterminata T.
Lemma 1.2.2 Ogni elemento non nullo X C((T)) pu`o essere scritto in
modo unico nella forma
X = T

(a
0
+a
1
T +a
2
T
2
+ ) Z, a
0
,= 0
Dim. Sia:
X =
b
0
+b
1
T +b
2
T
2
+
c
0
+c
1
T +c
2
T
2
+
e sia h 0 il pi` u piccolo intero tale che c
h
,= 0. La serie di potenze
c
h
+c
h+1
T +c
h+2
T
2
+
`e invertibile in C[[T]]: sia
d
0
+d
1
T +d
2
T
2
+ = (c
h
+c
h+1
T +c
h+2
T
2
+ )
1
Allora:
X = T
h
(b
0
+b
1
T +b
2
T
2
+ )(d
0
+d
1
T +d
2
T
2
+ )
e poiche (b
0
+b
1
T +b
2
T
2
+ )(d
0
+d
1
T +d
2
T
2
+ ) C[[T]] si ha
(b
0
+b
1
T+b
2
T
2
+ )(d
0
+d
1
T+d
2
T
2
+ ) = T
k
(a
0
+a
1
T+a
2
T
2
+ ) a
0
,= 0
per qualche k 0, la conclusione segue con = k h. 3
12 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Lintero si chiama ordine della serie di Laurent X, e si denota o(X).
Porremo o(0) = . Otteniamo in questo modo unapplicazione:
o : C((T)) Z
che possiede le seguenti propriet`a, di immediata verica. Per ogni X, Y
C((T)) si ha:
o(XY ) = o(X) +o(Y )
o(X Y ) min(o(X), o(Y )) e vale luguaglianza se o(X) ,= o(Y ).
X C[[T]] se e solo se o(X) 0.
In particolare, per ogni X ,= 0 si ha o(X
1
) = o(X). Dal lemma segue
che ogni elemento X C((T)) si pu`o scrivere in modo unico come una serie
di potenze in T a esponenti in Z avente solo un numero nito di termini con
esponente negativo, cio`e nella forma:
X = a
m
T
m
+ +a
1
T
1
+P a
m
,= 0
dove
P =

k0
a
k
T
k
C[[T]]
Lespressione a
m
T
m
+ +a
1
T
1
si chiama parte principale di X.
Siano f(T) =

k0
a
k
T
k
, h(T) =

j1
b
j
T
j
due serie formali, con o(h)
1. Allora `e ben denita la serie formale f(h(T)), che si dice composizione di
f ed h, ottenuta per sostituzione di h in f, cio`e ponendo:
f(h(T)) =

k0
a
k
h(T)
k
=

k0
a
k
(

j1
b
j
T
j
)
k
Infatti per ogni k 0 si ha o(h(T)
k
) k, e quindi il coeciente di T
k
in
f(h(T)) `e ben denito come somma di un numero nito di termini, per ogni
k 0. La serie f(h(T)) si denota anche (f h)(T).
`
E immediato che il suo
ordine `e
o(f h) = o(f) o(h)
Si ha anche lidentit`a:
f(h(T))

= f

(h(T))h

(T) (1.5)
la cui verica `e lasciata come esercizio.
1.3. SERIE CONVERGENTI 13
1.3 Serie convergenti
Convergenza di serie di numeri complessi. Sia
k
una successione di
numeri complessi, e consideriamo la serie

k0

k
Deniamo la somma parziale
s
n
=
n

k=0

k
Diremo che la serie converge se esiste w C tale che
lim
n
s
n
= w
In tal caso diremo che w `e la somma della serie e scriveremo:
w =

k0

k
Se A =

k0

k
e B =

k0

k
sono due serie convergenti allora la loro
somma ed il loro prodotto sono serie convergenti. Precisamente, detta
t
n
=
n

k=0

k
la somma parziale della serie B, A B ha per somma il lim
n
s
n
t
n
,
mentre AB =
_
k0

k
_ _
k0

k
_
ha per somma il lim
n
s
n
t
n
([1], p.
63-64).
Sia

k0

k
una serie di numeri complessi. Diremo che la serie converge
assolutamente se la serie a termini reali nonnegativi

k0
[
k
[ converge.
Lemma 1.3.1 Se una serie converge assolutamente allora converge.
Dim. Per ogni m n si ha:
s
n
s
m
=
m+1
+ +
n
14 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
e quindi:
[s
n
s
m
[
n

k=m+1
[
k
[
Dallassoluta convergenza segue che dato > 0 esiste N tale che

n
k=m+1
[
k
[ <
se m, n N: ci`o dimostra che la successione s
n
delle somme parziali `e
di Cauchy nello spazio metrico C, e quindi converge ([1], p.112). 3
Si noti che se

k0

k
converge allora lim
k
= 0: infatti
k
= s
k
s
k1
e s
k
`e una successione di Cauchy.
Nel seguito utilizzeremo liberamente i seguenti fatti elementari riguardan-
ti lassoluta convergenza, per la cui dimostrazione si rinvia a [1]:
(i) (Criterio del confronto) Sia

k0
r
k
una serie convergente di numeri reali
nonnegativi. Se

k0

k
`e una serie di numeri complessi tale che [
k
[
r
k
per ogni k allora la serie

k
converge assolutamente ([1], p.71).
(ii) Se una serie di numeri complessi

k0

k
`e assolutamente convergente,
allora ogni serie ottenuta riordinando i suoi termini converge assoluta-
mente allo stesso limite ([1], p.107).
(iii) Se una serie doppia

k0
_

h0

hk
_
converge assolutamente, allora la serie ottenuta scambiando lordine di
sommazione converge assolutamente allo stesso limite.
Denizione 1.3.1 Una serie della forma

k0
ar
k
, a, r R, a ,= 0, `e detta
una serie geometrica.
Proposizione 1.3.2 Una serie geometrica converge se e solo se [r[ < 1. Nel
caso convergente si ha:

k0
ar
k
=
a
1 r
Dim. (si veda anche [1], p.113) Se [r[ = 1 la serie evidentemente non
converge. Supponiamo quindi [r[ , = 1. Si ha
s
n1
= a +ar + +ar
n1
=
a
1 r

ar
n
1 r
1.3. SERIE CONVERGENTI 15
Se [r[ < 1 allora limr
n
= 0 e quindi lims
n1
=
a
1r
e la serie converge. Daltra
parte se [r[ > 1 allora ar
n
non tende a 0 e quindi la serie non converge. 3
I seguenti criteri di convergenza sono utilizzati frequentemente.
Teorema 1.3.3 (Criterio della radice) Sia a
k
una successione di nu-
meri reali non negativi. Se esistono un numero c, con 0 < c < 1, e un intero
k
0
tali che
(a
k
)
1
k
c
per ogni k k
0
, allora la serie

a
k
`e convergente.
Dim. [1], p. 97. 3
Teorema 1.3.4 (Criterio del rapporto) Sia a
k
una successione di nu-
meri reali positivi. Se esistono un numero c, con 0 < c < 1 e un intero k
0
tali che
a
k+1
a
k
c
per ogni k k
0
, allora la serie

a
k
`e convergente.
Dim. [1], p. 97. 3
Convergenza di successioni di funzioni. Sia S un insieme ed f : S C
una funzione limitata. Deniamo la norma del sup di f come:
[[f[[
S
= [[f[[ = sup
sS
[f(s)[
Segue immediatamente dalla denizione che, date comunque due funzioni
limitate f, g : S C e c C, si ha [[f +g[[ [[f[[ +[[g[[ e [[cf[[ = [c[ [[f[[.
Sia f
n
: S C una successione di funzioni limitate. Diremo che questa
successione converge uniformemente in S se esiste una funzione limitata f :
S C con le seguenti propriet`a: dato comunque > 0 esiste N > 0 tale che
[[f
n
f[[ <
se n N. Si osservi che, anche senza supporre f limitata, se [[f
n
f[[ `e ben
denita segue che f `e limitata.
Diremo che f
n
`e una successione di Cauchy se dato comunque > 0
esiste N > 0 tale che
[[f
n
f
m
[[ <
16 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
se m, n N.
Si osservi che, se f
n
`e una successione di Cauchy, allora per ogni s S
la successione di numeri complessi f
n
(s) soddisfa:
[f
n
(s) f
m
(s)[ [[f
n
f
m
[[ n, m
e quindi `e una successione di Cauchy e pertanto converge.
Teorema 1.3.5 Se una successione f
n
di funzioni limitate su S `e di Cauchy
allora converge uniformemente in S.
Dim. Per ogni s S poniamo
f(s) = lim
n
f
n
(s)
Dato > 0 esiste N > 0 tale che
[f
n
(s) f
m
(s)[ < s S
se n, m N. Sia n N. Dato s S sia m N (dipendente da s) tale che
[f(s) f
m
(s)[ <
Allora:
[f(s) f
n
(s)[ [f(s) f
m
(s)[ +[f
m
(s) f
n
(s)[ <
< +[[f
m
f
n
[[ < 2
Poiche ci`o `e vero per ogni s S segue che
[[f f
n
[[ < 2
e ci`o conclude la dimostrazione. 3
Convergenza di serie di funzioni. Consideriamo una serie

f
k
di fun-
zioni limitate su S, e sia
s
n
=
n

k=0
f
k
la somma parziale n-esima. Diremo che la serie converge uniformemente in
S se la successione delle somme parziali s
n
converge uniformemente in S.
Diremo che la serie

f
k
converge assolutamente in s S se la serie numerica

[f
k
(s)[
converge. Diremo che

f
k
converge assolutamente in S se converge assolu-
tamente in ogni s S.
1.3. SERIE CONVERGENTI 17
Teorema 1.3.6 (Criterio del confronto) Sia c
k
una successione di nu-
meri reali nonnegativi tale che la serie

c
k
converga. Sia f
k
una succes-
sione di funzioni limitate su S tali che [[f
k
[[ c
k
per ogni k. Allora la serie

f
k
converge uniformemente e assolutamente in S.
Dim. Siano m n. Allora le somme parziali soddisfano:
[[s
n
s
m
[[
n

k=m+1
[[f
k
[[
n

k=m+1
c
k
Lipotesi sulla convergenza di

c
k
implica che per ogni > 0 esiste N > 0
tale che

m
n+1
c
k
< per ogni n, m > N. La disuguaglianza precedente
implica quindi che la successione delle somme parziali s
n
`e di Cauchy, e
quindi luniforme convergenza della successione delle somme parziali segue.
Lo stesso ragionamento dimostra anche la convergenza assoluta. 3
La dimostrazione del risultato seguente `e lasciata come esercizio:
Teorema 1.3.7 Sia S C e sia f
n
una successione di funzioni continue
e limitate su S. Se la successione converge uniformemente in S allora la
funzione limite f `e continua in S.
Convergenza di serie di potenze. I risultati precedenti verranno applicati
allo studio della convergenza di serie di potenze, prendendo f
k
(z) = a
k
z
k
, con
a
k
C. Denoteremo indierente con D(a, r) oppure D
a
(r) il disco aperto di
centro a C e raggio r > 0.
Teorema 1.3.8 Sia a
k
una successione di numeri complessi, e sia r > 0
tale che la serie

k0
[a
k
[r
k
converga. Allora la serie

k0
a
k
z
k
converge assolutamente e uniformemente
nel disco chiuso D(0, r).
Dim.
`
E una caso particolare del criterio del confronto (Teorema 1.3.6). 3
Teorema 1.3.9 Sia

k0
a
k
z
k
una serie di potenze. Se la serie non con-
verge assolutamente per qualche w C allora esiste un numero reale r 0
tale che la serie converga assolutamente per [z[ < r e non converga assolu-
tamente per [z[ > r.
18 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Dim. Sia r lestremo superiore dei numeri reali s 0 tali che

[a
k
[s
k
converge. Allora per ipotesi r < e

[a
k
[[z[
k
diverge se [z[ > r, e converge
se [z[ < r, per il criterio del confronto. 3
Il numero r del teorema 1.3.9 `e chiamato raggio di convergenza della serie
di potenze

k0
a
k
z
k
. Se la serie converge assolutamente per ogni z C
allora diremo che ha raggio di convergenza innito. Quando il raggio di
convergenza `e 0 la serie converge assolutamente solo per z = 0.
Se la serie ha raggio di convergenza r > 0 si dir`a una serie convergente. Il
disco aperto D(0, r) di centro lorigine e raggio r `e detto disco di convergenza
della serie. Pi` u in generale se D `e un disco aperto di centro lorigine e di
raggio r, diremo che la serie converge in D.
Teorema 1.3.10 Sia

k0
a
k
z
k
una serie di potenze, e sia
t = limsup [a
k
[
1
k
Allora il suo raggio di convergenza `e
r =
1
t
Dim. Dimostreremo il teorema nel caso r ,= 0, . Il caso in cui t =
0 oppure t = si dimostra in modo simile ed `e lasciato come esercizio.
Dallipotesi segue che [a
k
[ t
k
per k 0. Quindi, se [z[ <
1
t
, posto c = t[z[,
si ha 0 < c < 1 e
[a
k
z
k
[ < c
k
e quindi

k0
a
k
z
k
converge assolutamente per confronto con la serie geo-
metrica

c
k
. Quindi r
1
t
.
Daltra parte, dato > 0, esistono inniti k tali che [a
k
[
1
k
t. Pertanto
per ogni siatto k si ha [a
k
z
k
[ 1 se [z[ =
1
t
e quindi

k0
a
k
z
k
non
converge assolutamente. Ne consegue che si ha anche r
1
t
per ogni > 0
e quindi r
1
t
. 3
Osservazione 1.3.11 Con le notazioni introdotte nel corso della dimostrazione
del Teorema 1.3.9, osserviamo che, per ogni 0 < s < r, detto C = s/r, si ha:
[a
k
[
C
k
s
k

C
s
k
1.3. SERIE CONVERGENTI 19
Il seguente corollario `e immediato.
Corollario 1.3.12 Se lim[a
k
[
1
k
= t esiste, allora la serie

k0
a
k
z
k
ha
raggio di convergenza r =
1
t
.
Corollario 1.3.13 Si supponga che la serie

k0
a
k
z
k
abbia raggio di con-
vergenza r > 0. Allora esiste un numero reale A > 0 tale che
[a
k
[ A
k
per ogni k.
Dim. Prendiamo Sia t = limsup [a
k
[
1
k
. Allora
[a
k
[ t
k
per ogni k eccettuato al pi` u un numero nito. Allora `e possibile sostituire t
con un A > 0 in modo che la disuguaglianza sia vericata per tutti i k. 3
Esempio 1.3.14 Il teorema 1.3.9 non dice cosa accade se [z[ = r. Ad
esempio la serie
f(z) =

n0
z
n
n
2
ha raggio di convergenza 1. Per ogni c tale che [c[ = 1 la serie dei moduli
di f(c) `e la serie convergente

n0
1
n
2
, e quindi, per il criterio del confronto,
f(c) converge per ogni c tale che [c[ = 1.
Daltra parte anche la serie g(z) =

n0
z
n
ha raggio di convergenza 1;
ma g(c) non converge per ogni c tale che [c[ = 1 perche [c
n
[ = 1 e quindi c
n
non tende a 0. Per`o per ogni z nel disco aperto D(0, 1) la funzione somma di
g(z) coincide con
1
1z
(ci`o segue dalla Proposizione 1.4.1 che dimostreremo
tra poco) e quindi, al tendere di z verso un qualsiasi c ,= 1 tale che [c[ = 1 il
valore di g(z) tende al valore nito (1c)
1
. Ci`o `e compatibile con i risultati
che abbiamo dimostrato i quali danno informazioni solo sulla convergenza
allinterno del disco di convergenza.
Consideriamo ora la serie
h(z) =

k1
z
2
k
20 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
che ha raggio di convergenza 1. Detta
s
n
=
n

k=1
z
2
k
la somma parziale n-esima, si ha
lim
x reale 1
s
n
(x) = n
e quindi
lim
x reale 1
h(x) =
perche per ogni n > 0 esiste
n
> 0 tale che per x > 1 si ha s
n
(x) > n1
e quindi h(x) > n 1. Daltra parte h(z) = z
2
+fh(z
2
) e quindi
lim
x reale 1
h(x) =
Analogamente, avendosi
h(z) = z
2
+z
4
+ +z
2
n
+h(z
2
n
)
si ha
lim
x
h(x) =
se `e una radice 2n-esima di 1. Poiche le radici 2n-esime dellunit`a sono
dense in S
1
la funzione h somma della serie non si estende a nessun punto di
D
0
(1) = S
1
.
1.4 Operazioni sulle serie convergenti
In questo paragrafo vericheremo che se si eseguono le operazioni denite per
le serie formali (somma, prodotto, moltiplicazione per uno scalare, inversa,
derivata termine a termine) su serie di potenze convergenti, si ottengono
ancora serie convergenti.
Proposizione 1.4.1 Siano f = f(T) e g = g(T) serie di potenze conver-
genti in un disco aperto D
r
(0), allora anche f + g e fg sono convergenti
nello stesso disco, e se C, allora f converge in D(0, r). Inoltre per
ogni z D(0, r) si ha:
(f +g)(z) = f(z) +g(z), (fg)(z) = f(z)g(z), (f)(z) = f(z)
1.4. OPERAZIONI SULLE SERIE CONVERGENTI 21
Dim. Diamo la dimostrazione nel caso del prodotto. Siano f =

k0
a
k
T
k
,
g =

k0
b
k
T
k
, e quindi
fg =

k0
c
k
T
k
, dove c
k
=
k

i=0
a
i
b
ki
Sia 0 < s < r. Poiche sia f che g hanno raggio di convergenza r, per il
criterio della radice esiste un numero positivo C tale che
[a
k
[
C
s
k
, e [b
k
[
C
s
k
per ogni k. Quindi:
[c
k
[
k

i=0
[a
i
[ [b
ki
[
k

i=0
C
s
i
C
s
ki
= (k + 1)
C
2
s
k
Segue che:
[c
k
[
1
k

(k + 1)
1
k
C
2
k
s
Ma poiche lim
k
(k + 1)
1
k
C
2
k
= 1, segue che
limsup
k
[c
k
[
1
k

1
s
Poiche ci`o `e vero per ogni 0 < s < r segue che limsup [c
k
[
1
k

1
r
, e quindi la
serie fg converge nel disco D(0, r).
Si osservi che abbiamo anche dimostrato che la serie a termini reali
positivi

k0
_
k

i=0
[a
i
[ [b
ki
[
_
[z
k
[
converge per ogni z D(0, r).
Siano
f
N
(T) = a
0
+a
1
T + +a
N
t
N
e
g
N
(T) = b
0
+b
1
T + +b
N
T
N
22 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
i polinomi ottenuti per troncazione delle serie f e g. Allora, per ogni z
D(0, r) si ha:
f(z) = lim
N
f
N
(z), g(z) = lim
N
g
N
(z)
Inoltre:
[(fg)(z) f
N
(z)g
N
(z)[

kN+1
_
k

i=0
[a
i
[ [b
ki
[
_
[z
k
[
ed il secondo membro tende a 0 al tendere di N . Pertanto:
f(z)g(z) = lim
N
f
N
(z)g
N
(z) = (fg)(z)
e ci`o conclude la dimostrazione nel caso del prodotto.
Gli altri casi sono pi` u semplici e vengono lasciati come esercizio. 3
Denotiamo con CT il sottoinsieme di C[[T]] costituito dalle serie
aventi raggio di convergenza positivo. Dalla proposizione precedente segue
che CT `e un sottoanello di C[[T]], che si chiama anello delle serie
convergenti. Si hanno ovvie inclusioni che sono omomorsmi di anelli:
C[T] CT C[[T]]
Teorema 1.4.2 Supponiamo che f(T) =

k0
a
k
T
k
e h(T) =

j1
b
j
T
j
siano serie di potenze con o(h) > 0, aventi raggio di convergenza positivo.
Allora la serie
g(T) := f(h(T))
ha raggio di convergenza positivo. Sia r > 0 tale che f converga nel disco
D(0, r), ed s > 0 sia tale che

k1
[b
k
[s
k
< r
Allora g converge nel disco D(0, s), e per ogni z D(0, s) si ha:
g(z) = f(h(z))
Dim. Ogni coeciente della serie g(T) `e dominato in modulo dal cor-
rispondente coeciente della serie
(1)

k0
[a
k
[(

j1
[b
j
[T
j
)
k
1.4. OPERAZIONI SULLE SERIE CONVERGENTI 23
e per ipotesi questa serie converge assolutamente per [T[ < s. Quindi g(z)
converge assolutamente per [z[ < s.
Poniamo
f
N
(T) = a
0
+a
1
T + +a
N
T
N
Allora ogni coeciente della serie g(T) f
N
(h(T)) `e dominato in modulo dal
corrispondente coeciente della serie:

k>N
[a
k
[(

j1
[b
j
[T
j
)
k
Dalla convergenza assoluta della serie (1) deduciamo che, dato > 0, esiste
N
0
tale che per ogni N N
0
e [z[ s si abbia:
[g(z) f
N
(h(z))[ <
Poiche la successione di polinomi f
N
(z) converge uniformemente alla fun-
zione f(z) nel disco chiuso di raggio r, possiamo scegliere N
0
sucientemente
grande in modo che per N N
0
si abbia
[f
N
(h(z)) f(h(z))[ <
e con ci` o si dimostra che
[g(z) f(h(z))[ < 2
per ogni > 0, e quindi g(z) f(h(z)) = 0. 3
Proposizione 1.4.3 Sia f una serie di potenze a raggio di convergenza pos-
itivo con o(f) = 0. Allora anche la serie g tale che fg = 1 ha raggio di
convergenza positivo.
Dim. Non `e restrittivo supporre che f abbia termine costante uguale a 1,
salvo sostituire f con a
1
0
f. Quindi:
f(T) = 1 +a
1
T +a
2
T
2
+ = 1 h(T)
dove
h(T) = a
1
T a
2
T
2

24 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
e o(h) 1. Si ha:
g(T) =
1
1 h(T)
= 1 +h(T) +h(T)
2
+ = u(h(T))
dove u(T) =

k0
T
k
. Poiche u(T) ha raggio di convergenza uguale a 1,
segue che u(h(T)) ha raggio di convergenza positivo. 3
La serie g(T) dellenunciato precedente si denota con f(T)
1
. Il seguente
corollario `e immediato.
Corollario 1.4.4 Se f(T) e (T) sono serie aventi raggio di convergenza
positivo e o() = 0, allora f(T)(T)
1
`e una serie a raggio di convergenza
positivo.
Proposizione 1.4.5 Sia f(T) =

k0
a
k
T
k
una serie avente raggio di con-
vergenza r > 0. Allora la serie
f

(T) =

k1
ka
k
T
k1
ottenuta derivando f termine a termine (la serie derivata di f) ha raggio di
convergenza r.
Dim. Si ha
limsup [ka
k
[
1
k
= limsup [k[
1
k
limsup [a
k
[
1
k
= limsup [a
k
[
1
k
=
1
r
e quindi la serie

k1
ka
k
T
k
= Tf

(T)
ha raggio di convergenza uguale a r. La conclusione segue. 3
1.5 Funzioni analitiche
Sia U C un aperto. Una funzione
f : U C
1.5. FUNZIONI ANALITICHE 25
si dice analitica in un punto z
0
U se esiste una serie di potenze

k0
a
k
(z z
0
)
k
che converge assolutamente per [z z
0
[ < r per qualche r > 0, e tale che si
abbia
f(z) =

k0
a
k
(z z
0
)
k
per ogni z U siatto. f si dice analitica in U se lo `e in ogni punto di U.
Se f `e analitica in z
0
diremo anche che f ha unespansione (o uno sviluppo)
in serie di potenze in z
0
. Un punto z
0
tale che f(z
0
) = 0 si dice uno zero di
f.
Teorema 1.5.1 Se f `e analitica in un aperto U allora f `e continua in U.
Dim. Segue facilmente dal teorema 1.3.7. Diamo comunque una di-
mostrazione diretta del teorema.
Sia a U ed f(z) =

k0
a
k
(z a)
k
in un disco aperto D(a, r) di centro
a e raggio r > 0; sia f(a) = b. Non `e restrittivo supporre a = 0 = b. Quindi:
f(z) =

k1
a
k
z
k
= z

k1
a
k
z
k1
Se [z[ < r la serie

k1
a
k
z
k
converge assolutamente. Pertanto, se 0 < < r
e [z[ < si ha:
[f(z)[

k1
[a
k
[[z[
k
[z[

k1
[a
k
[[z[
k1
[z[

k1
[a
k
[
k1
e quindi [f(z)[ tende a 0 al tendere di [z[ a 0. 3
Sono funzioni analitiche in tutto il piano i polinomi (in particolare le
funzioni lineari, cio`e della forma f(z) = az + b), la funzione esponenziale e
le funzioni trigonometriche, che verranno introdotte tra poco.
Proposizione 1.5.2 (i) Sia U un aperto del piano complesso. Se f, g sono
analitiche in U e C, allora f +g, fg, f sono analitiche in U. In-
oltre
f
g
`e denita ed analitica in ogni aperto contenuto nel sottoinsieme
degli z U tali che g(z) ,= 0.
26 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
(ii) Se V C `e un aperto e h : V U ed f : U C sono analitiche,
allora f h `e analitica in V .
Dim. (i) segue immediatamente dalle propriet`a di convergenza dimostrate
per le serie di potenze nel 1.4.
(ii) Se z
0
V e h(z
0
) = w
0
, allora:
h(z) = w
0
+

k1
b
k
(z z
0
)
k
e quindi la funzione h(z) w
0
`e rappresentata in un intorno di z
0
da una
serie priva di termine costante. Se
f(w) =

n0
a
n
(w w
0
)
n
in un intorno di w
0
allora applicando il teorema 1.4.2 possiamo sostituire la
serie h(z) w
0
=

k1
b
k
(z z
0
)
k
al posto di w w
0
e ottenere:
f(h(z)) =

n0
a
n
(

k1
b
k
(z z
0
)
k
)
n
che `e uno sviluppo in serie di f h in un intorno di z
0
. 3
Dalla Proposizione 1.5.2 segue in particolare che una funzione razionale
P(z)
Q(z)
, dove P, Q C[z] e ,= 0, `e ben denita ed analitica in tutti i punti di
z C in cui Q(z) ,= 0.
La seguente proposizione ci dice che sono analitiche le funzioni denite
da serie di potenze.
Proposizione 1.5.3 Sia a C e f(z) =

k0
a
k
(z a)
k
una serie di
potenze convergente assolutamente nel disco aperto D(a, r) per qualche r > 0.
Allora la funzione f : D(a, r) C denita dalla serie `e analitica.
Dim. Non `e restrittivo supporre a = 0, e quindi che si abbia f(z) =

k0
a
k
z
k
in D(0, r). Sia z
0
D(0, r), e sia s > 0 tale che [z
0
[ + s < r.
Scriviamo
z = z
0
+ (z z
0
)
e quindi:
z
k
= [z
0
+ (z z
0
)]
k
1.5. FUNZIONI ANALITICHE 27
Possiamo pertanto riscrivere:
f(z) =

k0
a
k
_
k

j0
_
k
j
_
z
kj
0
(z z
0
)
j
_
Se [z z
0
[ < s allora [z
0
[ +[z z
0
[ < r e quindi la serie

k0
[a
k
[[[z
0
[ +[z z
0
[]
k
=

k0
[a
k
[
_
k

j0
_
k
j
_
[z
0
[
kj
[z z
0
[
j
_
converge. Scambiando lordine di sommatoria otteniamo che la serie:

j0
_

kj
a
k
_
k
j
_
z
kj
0
_
(z z
0
)
j
converge assolutamente ad f(z) per [z z
0
[ < s. 3
Teorema 1.5.4 Se f `e analitica in U allora f `e olomorfa in U e la sua
derivata f

`e una funzione analitica in U.


Dim. La tesi da dimostrare `e locale, cio`e `e suciente dimostrare che vale
in qualsiasi punto a U. Non `e restrittivo supporre a = 0. Sia f(z) =

n0
a
n
z
n
in un disco aperto D(0, r), r > 0. Sia z tale che [z[ < r e sia
> 0 tale che [z[ + < r. Per ogni numero complesso h tale che [h[ <
abbiamo:
f(z +h) =

n0
a
n
(z +h)
n
=

n0
a
n
(z
n
+nz
n1
h +h
2
P
n
(z, h))
dove P
n
(z, h) `e un polinomio in z e h, a coecienti interi positivi; precisa-
mente:
P
n
(z, h) =
n

k=2
_
n
k
_
h
k2
z
nk
In particolare la seguente stima `e soddisfatta:
[P
n
(z, h)[
n

k=2
_
n
k
_

k2
[z[
nk
= P
n
([z[, )
28 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Possiamo scrivere:
f(z +h) f(z)

n1
na
n
z
n1
h = h
2

n2
a
n
P
n
(z, h)
dove la serie a secondo membro `e assolutamente convergente perche lo `e
quella a primo membro. Dividendo per h otteniamo:
f(z +h) f(z)
h

n1
na
n
z
n1
= h

n2
a
n
P
n
(z, h)
Per [h[ < abbiamo:
[

n2
a
n
P
n
(z, h)[

n2
[a
n
[[P
n
(z, h)[


n2
[a
n
[P
n
([z[, )
dove lultima espressione non dipende da h. Quindi:
[h

n2
a
n
P
n
(z, h)[ [h[

n2
[a
n
[P
n
([z[, )
Al tendere di h a 0 il secondo membro tende a 0, e quindi
lim
h0
[h

n2
a
n
P
n
(z, h)[ = 0
Ci`o dimostra che la funzione f `e olomorfa in 0, e che la sua derivata coincide
con la somma della serie

n1
na
n
z
n1
, che ha lo stesso raggio di convergenza
di f, per la Proposizione 1.4.5. 3
Osservazione 1.5.5 Usando il teorema integrale di Cauchy dimostreremo
nel Cap. 2 che, viceversa, ogni funzione olomorfa `e analitica.
Il seguente corollario dicende immediatamente dal teorema:
Corollario 1.5.6 Se f `e analitica in un aperto U allora f possiede derivate
di ogni ordine che sono funzioni analitiche in U.
1.5. FUNZIONI ANALITICHE 29
Supponiamo che la funzione f(z) sia analitica in un intorno di a C e
che in a si abbia:
f(z) =

k0
a
k
(z a)
k
Allora dalla dimostrazione del teorema (4.5) segue che la derivata n-esima di
f si esprime in un intorno di a come:
f
(n)
(z) =

kn
k(k 1) (k n + 1)a
k
(z a)
kn
In particolare si ha:
f
(n)
(a) = n!a
n
e quindi per ogni n:
a
n
=
f
(n)
(a)
n!
(1.6)
In particolare la successione dei coecienti a
k
`e univocamente determinata
da f e da a.
Denizione 1.5.7 Sia f : U C una funzione sullaperto U a valori
complessi. Una primitiva per f `e una funzione g olomorfa in U e tale che
g

(z) = f(z) per ogni z U.


`
E ovvio che una primitiva, se esiste, `e determinata a meno di una costante
additiva.
Proposizione 1.5.8 Sia f una funzione analitica che ha uno sviluppo in
serie in un disco D(a, r). Allora f possiede una primitiva in D(a, r) che `e
analitica.
Dim. Supponiamo che si abbia
f(z) =

k0
a
k
(z a)
k
in D(a, r). Allora la serie

k0
a
k
k + 1
(z a)
k+1
(1.7)
30 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
converge nel disco D(a, r) perche i suoi coecienti sono maggiorati in modulo
dai coecienti della serie f(z). Inoltre, detta g(z) la funzione somma della
serie (1.7), si ha g

(z) = f(z). Quindi g `e una primitiva di f in D(a, r). Per


la Proposizione 1.5.8 g `e analitica in D(a, r). 3
Osservazione 1.5.9 Se f `e analitica in un aperto U di C, la Proposizione
1.5.8 implica che per ogni punto a U esiste un disco D(a, r) U tale che la
restrizione di f a D(a, r) possieda una primitiva. Ci`o non signica per`o che
f possiede una primitiva in tutto U. In altre parole, non `e necessariamente
vero che `e possibile trovare primitive di f nelle vicinanze di ogni punto di
U in modo che si incollino per denire ununica funzione primitiva di f in
tutto U. Un esempio `e fornito dalla funzione f(z) = 1/z analitica in C0.
Questesempio verr`a discusso in dettaglio pi` u avanti (cfr. Esempio 1.9.4).
1.6 Esempi
1. Dalla proposizione 1.5.2 segue che la funzione
f(z) =
1
1 z
`e analitica nellaperto U = C0. Il suo sviluppo in serie nellorigine `e
f(z) =

k0
z
k
Questa serie ha raggio di convergenza r
0
= 1 e quindi rappresenta la funzione
f nel disco D(0, 1). Consideriamo un qualsiasi punto b D(0, 1), b ,= 0.
Dalla dimostrazione della proposizione 1.5.8 segue che lo sviluppo in serie di
f(z) in b `e:
f(z) =

j0
b
j
(z b)
j
dove
b
j
=

kj
_
k
j
_
b
kj
Questa serie converge a (1 b)
(j+1)
(Esempio 1.2.1) e pertanto lo sviluppo
in serie di f(z) in b si pu`o riscrivere come:
f(z) =

j0
(1 b)
(j+1)
(z b)
j
1.6. ESEMPI 31
Il raggio di convergenza r
b
di questa serie `e dato da:
1
r
b
= lim
j
([1 b[
(j+1)
)
1
j
= [1 b[
1
cio`e r
b
= [1 b[, che `e la distanza di b dal punto 1 in cui la funzione f(z)
non `e denita. Si osservi che D(b, r
b
) , D(0, 1) a meno che b non sia reale e
0 < b < 1.
2. Esponenziale e funzioni circolari - Vogliamo determinare quali sono le
serie di potenze
E(T) =

k0
a
k
T
k
C[[T]]
tali che E

(T) = E(T), e E(0) = a


0
= 1.
Poiche
E

(T) = a
1
+ 2a
2
T + 3a
3
T
2
+
otteniamo a
0
= 1 e k!a
k
= 1, e quindi deduciamo a
k
=
1
k!
. In particolare la
serie cercata E(T) esiste ed `e unica. Si ha:
E(T) :=

k0
T
k
k!
Poiche lim
k
k

k! = , vediamo che E(T) ha raggio di convergenza r = .


La funzione esponenziale e
z
`e denita come la funzione olomorfa in tutto C
somma della serie E(z).
`
E facile dedurre le principali propriet`a di e
z
direttamente dalla denizione.
Dimostriamo ad esempio lidentit`a
e
a+b
= e
a
e
b
a, b
Sia c C. Si ha:
(e
z
e
cz
)

= e
z
e
cz
e
z
e
cz
= 0
e quindi e
z
e
cz
= cost.; prendendo z = 0 deduciamo che
e
z
e
cz
= e
0
e
c
= e
c
e ponendo z = a e c = b +a si conclude.
In particolare e
z
e
z
= e
0
= 1 e quindi e
z
,= 0 per ogni z e e
z
=
1
e
z
.
32 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Inoltre e
z
= e
z
perche tutti i coecienti di E(z) sono reali. In particolare,
se y R:
[e
iy
[
2
= e
iy
e
iy
= 1
cio`e [e
iy
[ = 1. Inoltre, essendo e
x+iy
= e
x
e
iy
,si ha [e
x+iy
[ = e
x
, e quindi
[e
x+iy
[ = 1 se e solo se x = 0 cio`e se e solo se z = iy `e puramente immaginario.
Per mezzo della funzione esponenziale `e possibile denire le funzioni
circolari, o trigonometriche, ponendo:
cos z =
e
iz
+e
iz
2
; sin z =
e
iz
e
iz
2i
(1.8)
Dalle denizioni si deducono facilmente tutte le principali propriet`a di queste
funzioni. In particolare:
(cos z)

= sin z; (sin z)

= cos z
(sin z)
2
+ (cos z)
2
= 1
Si ha inoltre
e
iz
= cos z +i sin z, e
iz
= cos z i sin z (1.9)
per ogni z C. Calcolando si trovano gli sviluppi in serie:
cos z = 1
z
2
2!
+ +
(1)
n
(2n)!
z
2n
+
sin z = z
z
3
3!
+ +
(1)
n
(2n+1)!
z
2n+1
+
Per z = x reale queste serie si riducono agli usuali sviluppi in serie di Taylor
di cos x e sin x, e quindi le funzioni trigonometriche complesse prolungano a
C le funzioni trigonometriche gi`a conosciute nel caso reale.
Studiamo la periodicit`a di e
z
. Sia p C un periodo, cio`e un numero
complesso tale che e
z+p
= e
z
per ogni z C. Ci`o avviene se e solo se e
p
= 1.
Quindi p = it, t reale. Daltra parte
e
it
= cos t +i sin t = 1
signica cos t = 1, sin t = 0, il che avviene se e solo se t = 2k per qualche
k Z.
1.6. ESEMPI 33
Quindi i periodi di e
z
sono tutti e soli i multipli interi di 2i. Se ne deduce
che ogni numero complesso z ,= 0 pu`o essere espresso nella forma:
z = [z[e
i
= [z[(cos +i sin )
per qualche R che `e univocamente determinato solo a meno di multipli
interi di 2. In altre parole si ha anche:
z = [z[e
i(+2k)
per ogni k Z. Linsieme di numeri reali:
+ 2k : k Z
`e detto largomento di z, e si denota arg(z). Ogni arg(z) `e detto
una determinazione dellargomento di z. Lunica determinazione di arg(z)
che soddisfa la condizione 0 < 2 si dice determinazione principale
dellargomento di z e si denota con Arg(z). Pertanto possiamo scrivere:
arg(z) = Arg(z) + 2k : k Z
Si noti che si ha
e
2i
= 1 (1.10)
Questa identit`a `e detta formula di Eulero.
3. Il logaritmo
Sia w C. Un logaritmo di w `e un numero complesso z tale che e
z
= w.
Ovviamente, poiche e
z
,= 0 il numero w = 0 non ha logaritmo. Se w ,= 0
allora lequazione e
x+iy
= w `e equivalente a
e
x
= [w[, e
iy
=
w
[w[
La prima equazione possiede lunica soluzione x = log [w[. La seconda
equazione ha le innite soluzioni y arg w.
In conclusione, ogni w = [w[(cos Arg(w) + i sin Arg(w)) ,= 0 possiede
innite determinazioni del logaritmo, della forma:
log w = log [w[ +i(Arg(w) + 2k), k Z
La determinazione corrispondente a k = 0 si dice determinazione principale
del logaritmo di w e si denota con Log(w).
34 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
4. Siano 0 ,= a, z C. Diremo che w C soddisfa lidentit`a:
z
a
= w
se esiste una determinazione log(z) del logaritmo di z tale che
w = e
a log(z)
Per denizione z
a
non `e univocamente determinato, ma dipende dalla scelta
della determinazione log(z). La determinazione principale di z
a
si denisce
come
w = e
aLog(z)
cio`e come quella corrispondente alla determinazione principale Log(z).
Si osservi che, se n 2 `e un intero, allora
z
n
= e
nlog(z)
= e
n[log(z)+2ki]
`e univocamente determinato, e quindi la denizione che abbiamo dato `e com-
patibile con la denizione di potenza n-esima come prodotto di un elemento
per se stesso nel campo dei numeri complessi.
Daltra parte, se si prende a =
1
n
, dove n 2 `e intero, allora z
1/n
possiede
n le determinazioni distinte
e
[Log(z)+2ki]/n
= e
Log(z)
n
+
2ki
n
, 0 k n 1
che si dicono le radici n-esime di z. Nel caso z = 1 si ottengono le radici
n-esime dellunit`a:
e
2ki
n
, 0 k n 1
5. Le funzioni iperboliche - Le classiche funzioni iperboliche di variabile
reale si estendono in modo naturale a funzioni intere ponendo:
sinh z =
e
z
e
z
2
, cosh z =
e
z
+e
z
2
(1.11)
Lidentit`a gi`a valida nel caso reale:
cosh
2
z sinh
2
z = 1
si estende a questo caso in modo ovvio. Sussiste inoltre lidentit`a:
[ sin(x +iy)[
2
= [ sin x[
2
+[ sinh y[
2
(1.12)
1.6. ESEMPI 35
la cui verica elementare `e lasciata al lettore come esercizio.
Si osservi che
cosh z = cos(iz), sinh z = i sin(iz)
6. I numeri di Bernoulli B
k
sono deniti dallidentit`a
z
e
z
1
=

k0
B
k
k!
z
k
Si osservi che il primo membro `e una funzione olomorfa nel disco D(0, 2).
Per calcolare i B
k
esplicitiamo lidentit`a:
ze
z
e
z
1
=
z
e
z
1
+z
ottenendo:

k0
_

h=0,...,k
B
h
h!(k h)!
_
z
k
= z +

k0
B
k
k!
z
k
Da qui si calcolano i B
k
induttivamente. I primi valori sono:
B
0
= 1 B
1
=
1
2
B
2
=
1
6
B
3
= 0
B
4
=
1
30
B
5
= 0
B
6
=
1
42
B
7
= 0
In generale B
2k+1
= 0 per ogni k 1. Ci`o si deduce dal fatto che la funzione
z
2
+
z
e
z
1
= 1 +

k2
B
k
k!
z
k
`e pari.
7. La funzione trascendente tan z =
sin(z)
cos(z)
ha il seguente sviluppo in serie
nellorigine:
tan z =

k1
2
2k
(2
2k
1)B
2k
(2k)!
z
2k1
e ha raggio di convergenza

2
.
36 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
1.7 Ordine e indice di ramicazione
Sia f una funzione analitica in un intorno di un punto a C e sia
f(z) =

k0
a
k
(z a)
k
il suo sviluppo in serie in a. Supponiamo che f non sia identicamente nulla
in un intorno di a. In tal caso i coecienti a
k
non sono tutti nulli.
Lordine di f in a `e denito come il pi` u piccolo esponente k tale che
a
k
,= 0, e si denota o
a
(f).
E evidente che o
a
(f) coincide con lordine della serie

k0
a
k
T
k
secondo
la denizione data nel 1. Nel seguente lemma sono raccolte le principali
propriet`a della nozione di ordine.
Lemma 1.7.1 Sia f una funzione analitica non costante in un intorno aper-
to A di a C. Allora:
(i) o
a
(f) > 0 se e solo se f(a) = 0.
(ii) Esiste un aperto U(a) A contenente a tale che o
z
(f) = 0 per ogni
z U(a), z ,= a.
(iii) Posto f

=
df
dz
si ha:
o
a
(f

) = o
a
(f f(a)) 1
(iv) Se g `e una funzione analitica e non costante su un aperto B di C tale
che g(B) A, e se per qualche b B si ha g(b) = a, g

(b) ,= 0, allora:
o
b
(f g) = o
a
(f)
Dim. (i) `e ovvia.
(ii) Se o
a
(f) = 0 la conclusione `e ovvia per la continuit`a di f. Supponiamo
che a sia uno zero di f, cio`e che si abbia a
0
= f(a) = 0. Per ipotesi f non `e
identicamente nulla in un intorno di a; sia h = o
a
(f) > 0. Allora possiamo
scrivere:
f(z) =

kh
a
k
(z a)
k
= (z a)
h

kh
a
k
(z a)
kh
1.7. ORDINE E INDICE DI RAMIFICAZIONE 37
La serie

kh
a
k
(z a)
kh
converge in un intorno di a ad una funzione
analitica g(z). Poiche g(a) = a
h
,= 0, esiste r > 0 tale che g(z) ,= 0 per ogni
z D(a, r). Ma allora f(z) = (z a)g(z) ,= 0 per ogni z D(a, r), z ,= a.
Quindi il punto a `e isolato nellinsieme degli zeri di f.
(iii) `e immediata.
(iv) Se o
a
(f) = 0 la conclusione `e ovvia. Supponiamo o
a
(f) > 0 e
procediamo per induzione su o
a
(f). Per la (iii) si ha:
o
b
(f g) = 1 +o
b
((f g)

) = 1 +o
b
[f

(g(w))g

(w)] =
= 1 +o
b
(f

g) +o
b
(g

) = 1 +o
b
(f

g)
Poiche dalla (iii) segue che o
a
(f

) = o
a
(f) 1, per lipotesi induttiva si ha
o
b
(f

g) = o
a
(f

) e quindi:
o
b
(f g) = 1 +o
a
(f

) = o
a
(f)
3
Insieme alla nozione di ordine `e spesso utile considerare anche la seguente:
Denizione 1.7.2 Sia f : A C una funzione analitica denita su un
aperto A di C e sia a A. Lindice di ramicazione di f in a `e
e
f
(a) = o
a
(f(z) f(a))
Il punto a si dice di ramicazione per f se e
f
(a) 2. In tal caso diremo che
f ramica in a.
Dal Lemma 1.7.1 segue che si ha
e
f
(a) = o
a
(f

) + 1
e che linsieme dei punti di ramicazione di f `e un sottoinsieme discreto di
A.
Esempio 1.7.3 Per un ssato intero n 2 ed una costante c Cla funzione
f : C C, denita da f(z) = z
n
+ c, ramica solo nel punto z = 0 con
indice di ramicazione n. Se invece n = 1 la f non ramica in alcun punto.
Il Lemma seguente generalizza 1.7.1(iv):
38 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Lemma 1.7.4 Sia f una funzione analitica non costante in un intorno aper-
to A di a C. Se g `e una funzione olomorfa e non costante su un aperto B
di C tale che g(B) A, e se per qualche b B si ha g(b) = a allora:
e
fg
(b) = e
f
(a)e
g
(b)
Dim. Si ha
e
fg
(b) = 1+o
b
((fg)

) = 1+o
b
[(f

g)g

] = 1+o
b
(f

g)+o
b
(g

) = o
b
(f

g)+e
g
(b)
Se e
f
(a) = 1 allora o
a
(f

) = 0 e quindi si ha anche o
b
(f

g) = 0. Dal-
luguaglianza precedente segue che e
fg
(b) = e
g
(b) e la conclusione `e vera in
questo caso. Supponiamo e
f
(a) 2 e procediamo per induzione su e
f
(a).
Per lipotesi induttiva si ha:
o
b
(f

g) = e
f

g
(b) = e
f
(a)e
g
(b) = [e
f
(a) 1]e
g
(b)
e quindi:
e
fg
(b) = o
b
(f

g) +e
g
(b) = [e
f
(a) 1]e
g
(b) +e
g
(b) = e
f
(a)e
g
(b)
3
Si osservi che nel caso in cui a = 0 = f(a) il Lemma aerma che
o
b
(f g) = o
0
(f)o
b
(g)
1.8 Zeri delle funzioni analitiche
In questo paragrafo dimostreremo che due funzioni analitiche che coincidono
su un insieme abbastanza grande, in un senso che preciseremo, coincidono
identicamente. Questa propriet`a generalizza una propriet`a ben nota dei poli-
nomi: se due polinomi di grado n assumono gli stessi valori in n +1 punti
distinti di C, allora concidono.
Teorema 1.8.1 (Principio del prolungamento analitico) Sia U C
un aperto connesso, z
0
U, ed f : U C una funzione analitica. Le
seguenti condizioni sono equivalenti:
(i) f
(k)
(z
0
) = 0 per ogni k 0.
1.8. ZERI DELLE FUNZIONI ANALITICHE 39
(ii) f `e identicamente nulla in un intorno di z
0
.
(iii) f `e identicamente nulla in U.
Dim. (i) (ii). Sia f(z) =

k0
a
k
(z z
0
)
k
lo sviluppo in serie di f in
z
0
. Dalla (1.6) segue che a
k
= 0 per ogni k, e quindi f(z) = 0 in un intorno
di z
0
.
(ii) (i) e (iii) (i) sono ovvie.
(ii) (iii). Dobbiamo dimostrare che linsieme
= a U : f `e identicamente nulla in un intorno di a
coincide con U. Osserviamo che z
0
e quindi ,= . Pertanto, poiche U
`e connesso, sar`a suciente dimostrare che `e aperto e chiuso in U.
`e aperto per denizione.
Sia c . Allora esiste una successione c
n
c tale che c
n
.
In ogni punto c
n
`e vericata la condizione (ii), e quindi anche la (i), cio`e
f
(k)
(c
n
) = 0 per ogni k 0 e per ogni n. Ma allora, essendo le derivate f
(k)
(z)
funzioni continue, si ha anche f
(k)
(c) = 0 per ogni k, cio`e in c `e soddisfatta
la condizione (i). Ma allora anche la (ii) `e soddisfatta, cio`e c , e quindi
`e chiuso. 3
Corollario 1.8.2 Sia U C un aperto connesso. Se f, g sono analitiche
in U e coincidono in un intorno di un punto z
0
U allora coincidono
identicamente in tutto U.
Dim. Basta applicare il teorema alla funzione f g. 3
Applicando il Teorema 1.8.1 deduciamo il seguente risultato:
Teorema 1.8.3 (Principio didentit`a delle funzioni analitiche) Se U
C `e un aperto connesso ed f : U C `e analitica e non `e identicamente nul-
la, linsieme degli zeri di f `e un insieme discreto, cio`e tutti i suoi punti sono
isolati.
Dim. Supponiamo che f(a) = 0 per qualche a U. Per il teorema 1.8.1 f
non `e identicamente nulla in un intorno di a, e quindi, per il Lemma 1.7.1(ii),
a possiede un intorno V U tale che f(z) ,= 0 per ogni z V , z ,= a. Quindi
a `e isolato nellinsieme degli zeri di f. 3
Abbiamo il seguente immediato
40 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Corollario 1.8.4 Se U C`e un aperto connesso ed f, g : U C analitiche,
allora linsieme
S = z U : f(z) = g(z)
`e discreto oppure S = U. In particolare, se f : U C `e analitica e c C,
allora
f
1
(c) = z U : f(z) = c
se non `e vuoto, `e un insieme discreto oppure f
1
(c) = U, cio`e f `e costante.
Esempio 1.8.5 (La serie binomiale) Sia ,= 0 un numero complesso.
Deniamo i coecienti binomiali come:
_

k
_
:=
( 1) ( k + 1)
k!
per k 1, e
_

0
_
= 1. Deniamo la serie binomiale nel modo seguente:
B

(t) =

k0
_

k
_
t
k
Lemma 1.8.6 Se non `e uguale ad un intero 0, il raggio di convergenza
di B

(t) `e uguale ad 1.
Dim. Lipotesi su implica che nessuno dei coecienti
_

k
_
`e zero. Si ha:
[
a
k+1
a
k
[ = [1
+ 1
k + 1
[
che converge ad 1 per k . La conclusione segue dal criterio del rapporto.
3
Se m `e un intero positivo segue dal lemma che la serie B1
m
(x) converge
assolutamente per x reale tale che [x[ < 1. Daltra parte `e ben noto dai corsi
di analisi matematica che la somma di tale serie soddisfa B1
m
(x)
m
= 1+x per
ogni x R tale che [x[ < 1. Dal principio di identit`a delle funzioni olomorfe
discende quindi che nel disco aperto D(0, 1) C la funzione somma della
serie B1
m
(z) soddisfa
B1
m
(z)
m
= 1 +z
3
1.9. PROPRIET
`
A GEOMETRICHE 41
1.9 Propriet`a geometriche delle funzioni analitiche
Sia U C un aperto, e f analitica su U. Diremo f un isomorsmo analitico
se la sua immagine V = f(U) `e un aperto di C ed esiste una funzione analitica
g : V U tale che f g = 1
V
e g f = 1
U
, cio`e tale che f e g siano funzioni
inverse una dellaltra.
Diremo che la funzione analitica f : U C `e un isomorsmo analitico
locale in un punto z
0
U se esiste un intorno aperto U
0
U di z
0
tale che la
restrizione di f ad U
0
sia un isomorsmo analitico. Diremo f un isomorsmo
analitico locale se `e un isomorsmo analitico locale in ogni punto z U.
Ovviamente ogni isomorsmo analitico `e anche un isomorsmo analitico
locale. Dalle denizioni segue inoltre che un isomorsmo analitico locale `e
unapplicazione aperta.
Dimostriamo un importante risultato preliminare su cui baseremo le nos-
tre considerazioni successive.
Proposizione 1.9.1 Sia f(z) una serie di potenze tale che o(f) = 1. Allora
esiste ununica serie di potenze g(z) tale che o(g) = 1 e f(g(z)) = z, e la
serie g(z) soddisfa anche lidentit`a g(f(z)) = z. Se f `e convergente allora
anche g `e convergente. La serie g(z) si dice inversa formale di f.
Dim. Per ipotesi possiamo supporre che la serie f sia della forma:
f(z) = a
1
z

k2
a
k
z
k
con a
1
,= 0. Dobbiamo trovare una serie di potenze g(z) =

k1
b
k
z
k
tale
che b
1
,= 0 e
a
1
g(z) a
2
g(z)
2
a
3
g(z)
3
= z
Qustuguaglianza corrisponde ad innite equazioni nei coecienti incogniti
b
1
, b
2
, . . . ottenute eguagliando tra loro i coecienti delle serie a primo e
secondo membro. Queste equazioni sono della forma:
a
1
b
1
= 1
a
1
b
k
P
k
(a
2
, . . . , a
k
, b
1
, . . . , b
k1
) = 0 k 2
dove P
k
`e un polinomio a coecienti interi positivi. Poiche a
1
,= 0 se ne
deduce immediatamente che queste equazioni possono essere risolte indutti-
vamente, individuando univocamente i coecienti b
k
. Quindi lnversa formale
g(z) esiste ed `e unica.
42 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Dimostriamo che g(f(z)) = z. Applicando la stessa dimostrazione a g
deduciamo che esiste una serie di potenze h(z) tale che o(h) = 1 e g(h(z)) = z.
Ma allora si ha:
g(f(z)) = g(f(g(h(z)))) = g(h(z)) = z
come si voleva, e f(z) = h(z) `e linversa formale di g(z).
Supponiamo ora che f sia convergente. Possiamo supporre a
1
= 1.
Infatti, se a
1
,= 0, 1 poniamo:

f(w) := f(a
1
1
w) = w

k2
a
k
w
k
che `e convergente per [w[ < [a
1
[r, dove r `e il raggio di convergenza di f.
Sia g(w) linversa formale di

f(w). Se questa `e convergente allora anche la
serie g(z) = a
1
1
g(z) lo `e, e questa `e proprio linversa formale di f(z) perche
abbiamo:
f(g(z)) = f(a
1
1
g(z)) =

f( g(z)) = z
Supponiamo dunque che a
1
= 1. Sia
f

(z) = z

k2
a

k
z
k
una serie di potenze con a

k
reale 0 e tale che [a
k
[ a

k
per ogni k. Sia
(z) =

k1
c
k
z
k
linversa formale di f

(z).
Si ha c
1
= 1 e
c
k
P
k
(a

2
, . . . , a

k
, c
1
, . . . , c
k1
) = 0
con gli stessi polinomi P
k
di prima. Per induzione segue allora che ogni c
k
`e
reale 0, e che
[b
k
[ c
k
Per concludere sar`a quindi suciente scegliere la serie f

in modo che (z)


abbia raggio di convergenza positivo. Poiche esiste A > 0 tale che
[a
k
[ A
k
per ogni k 2, poniamo:
f

(z) = z

k2
A
k
z
k
= z
A
2
z
2
1 Az
1.9. PROPRIET
`
A GEOMETRICHE 43
La serie (z) soddisfa f

((z)) = z, cio`e:
(z)
A
2
(z)
2
1 A(z)
= z
che `e equivalente allidentit`a quadratica:
(A
2
+A)(z)
2
(1 +Az)(z) +z = 0
In altre parole (z) `e una soluzione in C[[z]] dellequazione:
(A
2
+A)X
2
(1 +Az)X +z = 0
Le soluzioni di questequazione sono:
(z) =
(1 +Az)
_
(1 +Az)
2
4z(A
2
+A)
2(A
2
+A)
(1.13)
purche il secondo membro abbia signicato in C[[z]]. Lespressione sotto
radice `e della forma:
(1 +Az)
2
_
1
4z(A
2
+A)
(1 +Az)
2
_
La funzione
1
4z(A
2
+A)
(1 +Az)
2
`e somma di una serie di potenze della forma 1+h(z) con o(h) 1. Sostituen-
do h(z) nella serie binomiale B1
2
(z) otteniamo una serie B1
2
(h(z)) convergente
ad (1+h(z))
1
2
. Sostituendo otteniamo cosi le espressioni (1.13) di (z) sotto
forma di composizione di serie convergenti, e pertanto convergenti. Una delle
due `e necessariamente linversa formale di f

. Ci`o dimostra che anche la serie


g(z) `e convergente. 3
Corollario 1.9.2 Sia f una funzione analitica in un aperto U C e sia
z
0
U. Allora f `e un isomorsmo analitico locale in z
0
se e solo se f

(z
0
) ,=
0.
44 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Dim. La condizione f

(z
0
) ,= 0 `e necessaria anche f sia un isomorsmo
analitico locale in z
0
. Se infatti esiste una funzione g(z) analitica in un aperto
V
0
e tale che g(f(z)) = z per ogni z in un intorno U
0
di z
0
, allora, essendo
z

= 1, per ogni z U
0
si ha
1 = g

(f(z
0
))f

(z
0
)
e in particolare f

(z
0
) ,= 0.
Dimostriamo che la condizione `e anche suciente. Supponiamo dapprima
che z
0
= 0 e f(0) = 0. Quindi f `e analitica in un intorno di 0 e o
0
(f) = 1,
e ci`o signica che f pu`o essere rappresentata come somma di una serie di
potenze convergente in 0 e di ordine 1. Possiamo pensare f come denita nel
suo disco aperto di convergenza f : D C. Sia g linversa formale di f e
sia V
0
un disco aperto centrato in 0 e contenuto nel disco di convergenza di
g e tale che g(V
0
) D; V
0
esiste perche g `e continua. Sia U
0
= f
1
(V
0
), e sia
f
0
: U
0
V
0
la restrizione di f a U
0
. Si osservi che g(V
0
) U
0
perche per ogni w V
0
si
ha f(g(w)) = w. Pertanto la restrizione g
0
di g a V
0
denisce unapplicazione
analitica g
0
: V
0
U
0
tale che f
0
(g
0
(w)) = w per ogni w V
0
. Daltra parte
per come `e stata denita f
0
si ha anche g
0
(f
0
(z)) = z per ogni z U
0
, e
quindi f
0
e g
0
sono isomorsmi analitici inversi uno dellaltro; ci`o conclude
la dimostrazione nel caso z
0
= 0 e f(z
0
) = 0.
Il caso generale si riduce a quello precedente per traslazione. Precisa-
mente, per una f arbitraria tale che f(z) =

k0
a
k
(z z
0
)
k
, si ponga
w = z z
0
, e
F(w) = f(w +z
0
) f(z
0
) =

k1
a
k
w
k
Pertanto:
f(z) = F(z z
0
) +f(z
0
)
Allora per quanto dimostrato nella prima parte F possiede uninversa locale
G. Poniamo w
0
= f(z
0
), e sia
g(w) = G(w w
0
) +z
0
Allora g `e uninversa locale per f. Infatti:
f(g(w)) = F(g(w) z
0
) +f(z
0
) = F(G(w w
0
) +z
0
z
0
) +f(z
0
) =
1.9. PROPRIET
`
A GEOMETRICHE 45
= w w
0
+f(z
0
) = w
e viceversa:
g(f(z)) = G(f(z)w
0
)+z
0
= G(F(zz
0
)+f(z
0
)w
0
)+z
0
= zz
0
+z
0
= z
e ci`o conclude la dimostrazione. 3
Esempio 1.9.3 Dal Corollario 1.9.2 segue che la funzione esponenziale `e un
isomorsmo analitico locale, essendo (e
z
)

= e
z
,= 0 per ogni z C. Pertanto
ogni w
0
,= 0 possiede un intorno aperto su cui `e denita una determinazione
analitica di log(w) avente come valore in w
0
una qualsiasi preassegnata de-
terminazione di log(w
0
). Ci`o implica facilmente che e
()
: C C

`e un
rivestimento, ed `e il rivestimento universale di C

.
A titolo di esempio calcoliamo nellintorno del punto w
0
= 1 la determi-
nazione di log(w) tale che log(1) = 0. Con le notazioni del Corollario 1.9.2
abbiamo z
0
= 0 e:
F(w) = f(w + 0) f(0) = e
w
1 =

k1
w
k
k!
e e
w
= F(w) + 1, mentre
log(w) = g(w) = G(w w
0
) +z
0
= G(w 1)
Non ci resta che calcolare G(w), linversa formale di F(w). Questo calcolo `e
facilitato dallosservare che G(w) = g(w + 1) e che w = f(g(w)). Derivando
si ottiene
1 = f

(g(w))g

(w) = e
log(w)
g

(w) = wg

(w)
Quindi
G

(w) = g

(w + 1) =
1
w + 1
=

k0
(1)
k
w
k
Ma allora G(w) si ottiene integrando termine a termine e scegliendo 0 come
termine costante, cio`e:
G(w) =

k1
(1)
k1
w
k
k
e quindi:
log(w) =

k1
(1)
k1
(w 1)
k
k
46 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Esempio 1.9.4 La funzione f(z) = 1/z `e analitica in C

= C0 ma
non possiede una primitiva in C

. Sia infatti g(z) una sua primitiva locale


denita in un intorno D C

di un punto z
0
C

; si abbia cio`e g

(z) = 1/z
per z D. Se D `e sucientemente piccolo `e anche ben denita in D una
determinazione analitica (z) del logaritmo di z, cio`e si ha:
z = e
(z)
, z D
Segue che
1 = e
(z)

(z) = z

(z) z D
e quindi anche (z) `e una primitiva di 1/z in D. Pertanto esiste una costante
c C tale che g(z) = (z) + c. Dunque, se esistesse una primitiva g(z)
di f(z) in tutto C

allora esisterebbe una costante C tale che g(z) + C sia


una determinazione del logaritmo di z analitica in tutto C

: ci`o `e palese-
mente impossibile, perche non pu`o nemmeno esisterne una continua. Per
convincersene `e suciente considerare la variazione continua di una qualsiasi
determinazione di log(z) quando z percorre la circonferenza unitaria.
Il risultato che segue descrive una propriet`a geometrica fondamentale delle
funzioni analitiche.
Teorema 1.9.5 (dellapplicazione aperta) Sia U C un aperto con-
nesso e f : U C una funzione analitica. Se f non `e costante allora f `e
unapplicazione aperta.
Dim. Poiche f non `e costante la sua derivata f

(z) si annulla al pi` u su


un sottoinsieme discreto S U. Per il Corollario 1.9.2, la restrizione di f ad
US `e un isomorsmo analitico locale e quindi `e aperta. Ci resta da vericare
che f `e aperta anche nei punti di S.
Sia a S; non `e restrittivo supporre che f(a) = 0. Allora r := o
a
(f) 2.
Si ha pertanto:
f(z) =

kr
a
k
(z a)
k
, a
r
,= 0
in un disco aperto D centrato in a. Si ha:
a
1
r

k0
a
r+k
(z a)
k
= 1 +h(z)
1.9. PROPRIET
`
A GEOMETRICHE 47
dove h(z) `e analitica in D e soddisfa h(a) = 0, cio`e o
a
(h) 1. Sia b C tale
che b
r
= a
r
. Allora possiamo scrivere:
f(z) = (z a)
r

k0
a
r+k
(z a)
k
= a
r
(z a)
r
(1 +h(z))
= [b(z a)]
r
(1 +h(z))
Poiche o
a
(h) 1 la serie composta B
1/r
(h(z)) `e ben denita e ha raggio di
convergenza positivo; la funzione somma della serie soddisfa B
1/r
(h(z))
r
=
1 +h(z). Pertanto possiamo riscrivere la funzione f(z) nella forma seguente:
f(z) = [b(z a)B
1/r
(h(z))]
r
Questuguaglianza esprime la funzione f(z) come la composizione della fun-
zione
z b(z a)B
1/r
(h(z))
con la funzione w w
r
. Si osservi che B
1/r
(h(a))
r
= 1 e quindi B
1/r
(h(a)) ,=
0. Pertanto
o
a
[b(z a)B
1/r
(h(z))] = o
a
(b(z a)) +o
a
[B
1/r
(h(z))] = 1 + 0 = 1
e quindi b(z a)B
1/r
(h(z)) `e un isomorsmo analitico locale in a, in parti-
colare `e aperta in a. Inoltre `e elementare vericare che la funzione w w
r
`e aperta. In conclusione f(z) `e aperta in a. 3
Osservazione 1.9.6 Dalla dimostrazione del teorema 1.9.5 segue che nel-
lintorno di un punto a U in cui f

(a) = 0 lapplicazione f `e la compo-


sizione di un isomorsmo analitico locale con lapplicazione w w
r
, dove
r = o
a
(f f(a)).
Concludiamo questo paragrafo con un teorema che fornisce un criterio
anche una funzione analitica sia un isomorsmo analitico.
Teorema 1.9.7 Sia f analitica su un insieme aperto U C, e supponi-
amo che f sia iniettiva. Allora f `e un isomorsmo analitico. In particolare
f

(z) ,= 0 per ogni z U.


48 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Proof. Poiche `e iniettiva, f `e non costante su ogni componente connessa
di U. Quindi la sua immagine V = f(U) `e aperta. Denotiamo con g : V U
la sua inversa. Sia a U. In un intorno di a la funzione f ha uno sviluppo
in serie della forma:
f(z) = f(a) +

kr
a
k
(z a)
k
, a
r
,= 0
Poiche f `e iniettiva, devessere necessariamente r = 1 per losservazione 1.9.6,
perche lapplicazione w w
r
`e iniettiva se e solo se r = 1. Quindi f

(a) ,= 0
e dal Corollario 1.9.2 segue che g `e analitica in f(a). 3
1.10 Il principio del massimo modulo
Come applicazione del teorema dellapplicazione aperta abbiamo il seguente
importante risultato.
Teorema 1.10.1 (Principio del massimo modulo) Sia U C un aper-
to connesso e f : U C una funzione analitica. Se esiste un punto z
0
U
tale che la funzione [f[ : U R abbia un massimo locale in z
0
allora f `e
costante.
Dim. Sia
f(z) = a
0
+

k1
a
k
(z z
0
)
k
lo sviluppo in serie di f(z) in z
0
. Se f non `e costante allora `e aperta in z
0
e quindi la sua immagine contiene un disco di centro a
0
= f(z
0
). Quindi, al
variare di z in un intorno di z
0
, linsieme di numeri reali [f(z)[ contiene un
intervallo aperto contenente [a
0
[ = [f(z
0
)[, e quindi [f(z
0
)[ non pu`o essere un
massimo locale per [f[. 3
Il principio del massimo modulo si applica soprattutto nel caso in cui f sia
una funzione denita in un disco chiuso, olomorfa al suo interno e continua
sulla frontiera. In tal caso il teorema 1.10.1 implica che il massimo di [f[
sulla frontiera del disco `e un limite superiore per [f[ anche nellinterno del
disco.
Corollario 1.10.2 Sia U C un aperto connesso e f : U C una fun-
zione analitica. Se esiste un punto z
0
U tale che la funzione '(f) abbia
un massimo locale in z
0
, allora f `e costante.
1.10. IL PRINCIPIO DEL MASSIMO MODULO 49
Dim. La funzione e
f(z)
`e analitica in U e soddisfa
[e
f(z)
[ = e
(f(z))
Pertanto se z
0
`e un massimo locale per '(f), `e anche un massimo locale per
[e
f(z)
[ e quindi e
f(z)
`e costante, per il Teorema 1.10.1. Da ci`o segue che f(z)
`e costante. 3
Diamo una importante applicazione del Teorema 1.10.1:
Teorema 1.10.3 (Teorema fondamentale dellalgebra) Sia
f(z) = a
0
+a
1
z + +a
d
z
d
un polinomio non costante a coecienti complessi. Allora f possiede almeno
una radice, cio`e esiste z
0
tale che f(z
0
) = 0.
Dim. Possiamo supporre a
d
,= 0. Per assurdo supponiamo che f(z) ,= 0
per ogni z C. Scriviamo:
f(z) = a
d
z
d
_
a
0
a
d
z
d
+
a
1
z
a
d
z
d
+ + 1
_
Da questa espressione deduciamo che
lim
|z|
1
f(z)
= 0
Pertanto, ssato c C, esiste un numero reale R > 0 tale che
1
[f(z)[
<
1
[f(c)[
(1.14)
per ogni z tale [z[ R. Non `e restrittivo supporre che si abbia anche [c[ < R.
Sia K il disco chiuso di centro 0 e raggio R. Poiche la funzione
1
|f(z)|
`e continua
in K, che `e chiuso e limitato, essa possiede un massimo in un punto w K.
Per la (1.14) il punto w non pu`o essere sulla frontiera di K. Quindi w `e
interno a K. Dal principio del massimo modulo si deduce che
1
f(z)
`e costante,
e quindi che f(z) `e costante, una contraddizione. 3
Unaltra applicazione del Teorema 1.10.1 `e la seguente.
50 CAPITOLO 1. FUNZIONI ANALITICHE
Teorema 1.10.4 (Lemma di Schwarz) Sia D = D(0, 1) il disco aperto
unitario, f : D D una funzione analitica tale che f(0) = 0. Allora
[f(z)[ [z[
per ogni z D.
Dim. Poiche f(0) = 0 la funzione g(z) = f(z)/z `e analitica in D. Fissato
0 ,= z D, e posto r = [z[, si ha
[g(z)[ =
[f(z)[
[z[

1
r
e quindi, per il principio del massimo modulo, si ha anche [g()[ 1/r se
[[ r perche altrimenti [g() avrebbe un massimo nellinterno del disco
chiuso [z[ r. Facendo tendere r = [z[ 1 si ottiene la tesi. 3
ESERCIZI
Capitolo 2
Integrazione complessa
2.1 Curve e archi
Sia [a, b] un intervallo chiuso e limitato di R. Una curva dierenziabile a
valori complessi, o semplicemente una curva, `e unapplicazione
: [a, b] C
di classe C
1
, cio`e tale che, posto (t) =
1
(t) +i
2
(t), le funzioni

1
,
2
: [a, b] R
siano di classe C
1
. I punti (a), (b) C si dicono gli estremi, e rispettiva-
mente punto iniziale e punto nale, di ; diremo che `e un arco congiungente
(a) a (b). Diremo che `e una curva chiusa se (a) = (b), cio`e se il punto
iniziale e il punto nale coincidono. Se U C `e un aperto, diremo che
`e contenuta in U se la sua immagine `e contenuta in U. Scriveremo anche
: [a, b] U. Con abuso di linguaggio, chiameremo punti di i punti di
([a, b]).
Se : [c, d] [a, b] `e unapplicazione dierenziabile tale che (c) = a,
(d) = b e

(t) > 0 per ogni t [c, d], la composizione


: [c, d] C
si dice una riparametrizzazione di .
Nel seguito considereremo anche applicazioni continue
F : [a, b] C
51
52 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
non necessariamente dierenziabili. Una funzione F siatta verr`a talvol-
ta chiamata una curva continua. La denizione di riparametrizzazione si
estende senza cambiamenti alle curve continue.
Lemma 2.1.1 Se F : [a, b] C `e una curva (o una curva continua), per
ogni intervallo chiuso e limitato [c, d] esiste una riparametrizzazione di F
denita in [c, d].
Dim.
`
E suciente osservare che : [c, d] [a, b] denita da:
(t) =
b a
d c
t +
ad bc
d c
denisce la riparametrizzazione. 3
La derivata di una curva in t [a, b] `e

(t) =

1
(t) +i

2
(t). La velocit`a
di in t `e [

(t)[.
Lopposta di una curva : [a, b] C `e la curva

: [a, b] C
denita da

(t) = (a +b t)
Gli estremi di

coincidono con gli estremi di , ma il punto iniziale a nale


sono scambiati tra loro.
Un arco, o cammino, `e una successione nita
=
(1)
, . . . ,
(n)

di curve tale che il punto nale di


(i)
coincida con il punto iniziale di
(i+1)
per ogni i = 1, . . . , n 1. Il punto iniziale di
(1)
`e detto punto iniziale di
, mentre il punto nale di
(n)
`e detto punto nale di . Larco si dice
chiuso se il punto iniziale e il punto nale coincidono.
Larco opposto di =
(1)
, . . . ,
(n)
`e

=
(n)
, . . . ,
(1)

Se le curve
(1)
, . . . ,
(n)
che compongono un dato arco sono denite negli
intervalli [b
1
, c
1
], . . . , [b
n
, c
n
] rispettivamente, allora possiamo assegnare a pi-
acere un intervallo [a, b] ed una sua partizione
a = a
0
< a
1
< < a
n
= b
2.1. CURVE E ARCHI 53
e, utilizzando il Lemma 2.1.1, riparametrizzare
(1)
, . . . ,
(n)
in modo che i
nuovi intervalli di denizione siano [a
0
, a
1
], . . . , [a
n1
, a
n
]. In tal modo sar`a
identicato ad una curva continua
: [a, b] C
di classe C
1
al di fuori eventualmente dei punti a
i
. Viceversa, `e ovvio che se
si assegna una curva continua che sia di classe C
1
al di fuori di un numero
nito di punti dellintervallo di denizione, essa denisce un arco. Pertanto
un arco pu`o anche essere denito in questo modo. Nel seguito utilizzeremo
indierentemente una o laltra delle due denizioni di arco.
Esempio 2.1.2 Se z
0
, z
1
C sono due numeri complessi distinti, il segmento
di estremi z
0
, z
1
`e la curva
[z
0
, z
1
] : [0, 1] C
denita da [z
0
, z
1
](t) = z
0
+(z
1
z
0
)t. Si noti che [z
0
, z
1
] `e ben denito anche
se z
0
= z
1
. Se z
0
, z
1
, . . . , z
n
sono numeri complessi allora la poligonale di
vertici z
0
, z
1
, . . . , z
n
`e larco
[z
0
, z
1
], . . . , [z
n1
, z
n
]
che si denoter`a semplicemente con il simbolo [z
0
, z
1
, . . . , z
n
].
Se z
0
C e R > 0, la circonferenza di centro z
0
e raggio R `e la curva
C
R,z
0
: [0, 2] C
denita da
C
R,z
0
() = z
0
+Re
i
= z
0
+Rcos() +iRsin()
Se z
0
= 0 scriveremo anche C
R
invece di C
R,0
.
Per comodit`a del lettore richiamiamo il seguente risultato elementare:
Proposizione 2.1.3 Sia S C un sottoinsieme. Lapplicazione
: CS R
denita da
(z) = inf[z p[ : p S
`e continua. `e chiamata funzione distanza da S.
54 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
Dim. Sar`a suciente dimostrare che, per ogni z, w CS, si ha:
[(z) (w)[ [z w[
Dato z CS e > 0, per denizione di esiste p S tale che [z p[
(z) +. Quindi:
[w p[ [w z[ +[z p[ [w z[ +(z) +
e quindi
(w) [w p[ [w z[ +(z) +
cio`e (w) (z) [wz[ +. Poiche `e arbitrariamente piccolo, ci`o implica
la disuguaglianza da dimostrare. 3
Nel seguito utilizzeremo il seguente lemma.
Lemma 2.1.4 Sia U C un aperto, F : [a, b] U una curva continua.
Allora esiste una suddivisione
a = a
0
< < a
n
= b
dellintervallo [a, b] ed una successione nita di dischi aperti D
0
, . . . , D
n1

contenuti in U e tali che


F([a
i
, a
i+1
]) D
i
, i = 0, . . . , n 1
Dim. Poniamo (t) = (F(t)), dove `e la funzione distanza da CU. Per
la Proposizione 2.1.3 la funzione
: [a, b] R
denita da (t) = (F(t)), `e continua, e quindi ammette minimo perche [a, b]
`e compatto. Sia
r := min
[a,b]
(t)
Essendo U aperto, r > 0. Poiche F `e uniformemente continua, esiste > 0
tale che per ogni t, s [a, b] tali che [s t[ < , si abbia
[F(s) F(t)[ <
r
2
Consideriamo una partizione a = a
0
< < a
n
= b di [a, b] tale a
i+1
a
i
<
per ogni i = 0, . . . , n 1, e sia D
i
il disco aperto di centro F(a
i
) e raggio
r. Allora dalla costruzione segue che la partizione scelta e D
0
, . . . , D
n1

hanno le propriet`a richieste. 3


Introduciamo la seguente denizione.
2.1. CURVE E ARCHI 55
Denizione 2.1.5 Sia U C un aperto. Due archi , : [a, b] U si
diranno vicini se esiste una partizione
a = a
0
< < a
n
= b
dellintervallo [a, b] ed una successione nita di dischi aperti D
0
, . . . , D
n1

contenuti in U tali che


([a
i
, a
i+1
]) D
i
e ([a
i
, a
i+1
]) D
i
per i = 0, . . . , n 1.
Nel calcolare un integrale complesso risulta spesso utile sostituire un arco
di integrazione con un altro ad esso vicino. Tale sostituzione pu`o talvolta
venire iterata, mediante un procedimento di deformazione continua dellarco,
che viene chiamato omotopia.
Denizione 2.1.6 Siano F, G due curve continue denite sullo stesso in-
tervallo [a, b] e contenute in un aperto U C. Una omotopia tra F e G `e
unapplicazione continua:
: [a, b] [c, d] U
per qualche intervallo [c, d], tale che
(t, c) = F(t), (t, d) = G(t)
per ogni t [a, b]. Se F e G hanno stesso punto iniziale z
0
e stesso punto
nale z
1
, diremo che lascia ssi gli estremi se inoltre si ha:
(a, s) = z
0
, (b, s) = z
1
per ogni s [c, d].
Dalla denizione segue che se `e unomotopia tra F e G allora per ogni
s [c, d]

s
: [a, b] U
denita da
s
(t) = (t, s), `e una curva continua e
c
= F,
d
= G. Quindi
unomotopia denisce una famiglia di curve continue che realizzano una de-
formazione continua di F in G. Se F e G hanno gli stessi estremi, le diremo
omotope se esiste unomotopia tra F e G che lascia ssi gli estremi. Se F e
G sono curve continue chiuse, le diremo omotope se esiste unomotopia tra
F e G tale che
s
sia una curva continua chiusa per ogni s [c, d].
56 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
Esempio 2.1.7 Un sottoinsieme S C si dice convesso se, per ogni z
0
, z
1

S, il segmento [z
0
, z
1
] `e contenuto in S.
`
E facile vericare che un insieme
convesso `e connesso. Ovviamente C `e convesso.
Due qualsiasi curve continue , : [a, b] U contenute in un aperto
convesso U sono omotope. Infatti ponendo:
(t, s) = (1 s)(t) +s(t)
si denisce unomotopia : [a, b] [0, 1] U tra e . Se e hanno gli
stessi estremi allora ssa gli estremi; Se e sono chiuse anche
s
`e chiusa
per ogni s [0, 1].
Esempio 2.1.8 Un sottoinsieme S C si dice convesso rispetto ad un suo
punto w S se per ogni z S il segmento [z, w] `e contenuto in S.
Se U C `e un aperto convesso rispetto ad un suo punto w allora due
qualsiasi curve continue , : [a, b] U sono omotope. Unomotopia `e data
da:
(t, s) =
_
(1 2s)(t) + 2sw se 0 s
1
2
2(1 s)w + 2
_
s
1
2
_
(t) se
1
2
s 1
Se e hanno gli stessi estremi allora ssa gli estremi; Se e sono chiuse
anche
s
`e chiusa per ogni s [0, 1].
Esempio 2.1.9 Sia w C, (t) = w +Re
it
, 0 t 2, la circonferenza di
centro w e raggio R > 0. Sia z
0
un punto interno alla circonferenza, ed r > 0
tale che [z
0
w[ + r < R. Sia (t) = z
0
+ re
it
, 0 t 2, la circonferenza
di centro z
0
e raggio r. Allora ed sono omotope.
Unomotopia `e data da:
(t, s) = s
_
z
0
+r
(t) z
0
[(t) z
0
[
_
+ (1 s)(t)
Attraverso unomotopia `e possibile costruire successioni di archi vicini,
utilizzando il seguente lemma:
Lemma 2.1.10 Sia : [a, b][c, d] U unomotopia tra due curve continue
F, G. Allora esistono partizioni
a = a
0
< < a
n
= b, c = c
0
< < c
m
= d
2.1. CURVE E ARCHI 57
tali che per ogni i = 0, . . . , n 1, j = 0, . . . , m1, posto
R
ij
= [a
i
, a
i+1
] [c
j
, c
j+1
]
limmagine (R
ij
) sia contenuta in un disco aperto D
ij
contenuto in U. In
particolare, se s, s

[c
j
, c
j+1
] per qualche j, allora gli archi
s
e
s
sono
vicini.
Dim. Lultima aermazione `e unimmediata conseguenza della prima. Di-
mostriamo la prima asserzione. Sia la funzione distanza da CU. Ponendo
(t, s) = ((t, s)) otteniamo unapplicazione
: [a, b] [c, d] R
che `e continua per la Proposizione 2.1.3. Per la compattezza essa ammette un
minimo r, che `e positivo perche U `e aperto. Daltra parte, la compattezza
implica che `e uniformemente continua. Pertanto esiste > 0 tale che
[(t, s) (t

, s

)[ < r/2 se [t t

[ < e [s s

[ < . suddividiamo gli


intervalli [a, b] e [c, d] in sottointervalli di diametro minore di :
a = a
0
< < a
n
= b, c = c
0
< < c
m
= d
Per costruzione, per ogni i = 0, . . . , n 1, j = 0, . . . , m 1, il disco D
ij
di
centro (a
i
.c
j
) e raggio r `e contenuto in U e contiene (R
ij
). 3
Introduciamo una importante classe di insiemi aperti.
Denizione 2.1.11 Un aperto U C si dice semplicemente connesso se `e
connesso e se ogni curva continua chiusa contenuta in U `e omotopa ad una
curva costante.
Esempio 2.1.12 Segue dagli esempi 2.1.7 e 2.1.8 che sono semplicemente
connessi gli aperti convessi e, pi` u in generale, gli aperti convessi rispetto ad
un loro punto. In particolare sono semplicemente connessi:
(i) un disco aperto;
(ii) un semipiano aperto;
(iii) il complementare di una semiretta chiusa.
58 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
2.2 Integrazione lungo archi
Siano a, b R, a < b, e sia F : [a, b] C una curva continua data da:
F(t) = u(t) +iv(t)
Deniamo lintegrale indenito di F come
_
F(t)dt =
_
u(t)dt +i
_
v(t)dt
e deniamo lintegrale (denito) di F su [a, b] come:
_
b
a
F(t)dt =
_
b
a
u(t)dt +i
_
b
a
v(t)dt
In altre parole la denizione di integrale (denito o indenito) `e data ap-
plicando alle funzioni u(t) e v(t) le corrispondenti denizioni dellanalisi di
variabile reale. Pertanto dal teorema fondamentale del calcolo discende che
la funzione
t
_
t
a
F(s)ds
`e dierenziabile, e che la sua derivata `e la funzione F(t).
Se : [a, b] C `e una curva, deniamo la lunghezza di come
L() :=
_
b
a
[

(t)[dt
cio`e come lintegrale della sua velocit`a.
Se f : U C `e una funzione continua su un aperto U C e se :
[a, b] U `e una curva, deniamo lintegrale di f esteso a come
_

f =
_

f(z)dz :=
_
b
a
f((t))

(t)dt
Se =
(1)
, . . . ,
(n)
`e un arco in U allora lintegrale di f esteso a `e
denito come:
_

f :=
n

i=1
_

(i)
f
2.2. INTEGRAZIONE LUNGO ARCHI 59
Lemma 2.2.1
(i) Se F : [a, b] C `e una funzione continua allora

_
b
a
F(t)dt


_
b
a
[F(t)[ dt
(ii) Se f : U C `e una funzione continua su un aperto U C, : [a, b]
U `e una curva, e : [c, d] U una sua riparametrizzazione, allora:
_

f(z)dz =
_

f(z)dz
(iii) Se f e sono come in (ii), allora:

f(z)dz

[[f[[

L()
dove
[[f[[

:= max
t[a,b]
[f((t))[
(iv) Se f e sono come in (ii), allora
_

f(z)dz =
_

f(z)dz
Dim. (i) Per ogni partizione a = a
0
< a
1
< < a
n
= b di [a, b] abbiamo
la disuguaglianza

n1

k=0
F(a
k
)(a
k+1
a
k
)


n1

k=0
[F(a
k
)[(a
k+1
a
k
)
Passando al limite la disuguaglianza si conserva e si ottiene la conclusione.
(ii) Supponiamo che la riparametrizzazione sia della forma (t) = ((t))
dove
: [c, d] [a, b]
60 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
Allora:
_

f(z)dz =
_
d
c
f((t))

(t)dt
=
_
d
c
f((t))

((t))

(t)dt
=
_
b
a
f((s))

(s)ds
=
_

f(z)dz
(iii) Segue dalla (i) e dalla disuguaglianza
_
b
a
[f((t))

(t)[dt [[f[[

_
b
a
[

(t)[dt
(iv) `e lasciata come esercizio. 3
Avremo anche bisogno del seguente lemma:
Lemma 2.2.2 Sia f
n
una successione di funzioni continue su un aperto
U C, che converge uniformemente ad una funzione f. Sia un arco in
U. Allora
lim
n
_

f
n
=
_

f
Se

n
f
n
`e una serie di funzioni continue in U che converge uniformemente
in U, allora
_

n
f
n
=

n
_

f
n
Dim. La prima aermazione segue immediatamente dalla disuguaglianza:

f
n

[f
n
f[ sup

[f
n
f[L()
La seconda asserzione segue dalla prima applicata alla successione delle somme
parziali della serie. 3
Esempio 2.2.3 Sia f(z) = 1/z. Allora, per ogni R > 0 si ha:
_
C
R
1
z
dz =
_
2
0
1
Re
i
Rie
i
d = i
_
2
0
d = 2i
2.2. INTEGRAZIONE LUNGO ARCHI 61
Sia ora f(z) = z. Allora:
_
C
R
zdz =
_
2
0
Re
i
Rie
i
d = R
2
i
_
2
0
d = 2iR
2
Ricordiamo che, se f : U C `e una funzione continua denita su un
aperto U C, una primitiva per f `e una funzione olomorfa g : U C tale
che g

(z) = f(z) in U.
Teorema 2.2.4 Sia f : U C una funzione continua denita su un aperto
U C.
(i) Se f ha una primitiva g in U allora, per ogni z
0
, z
1
U e per ogni arco
in U congiungente z
0
a z
1
si ha
_

f(z)dz = g(z
1
) g(z
0
)
In particolare questintegrale non dipende dal particolare arco congiun-
gente z
0
a z
1
utilizzato per calcolarlo.
(ii) Se U `e connesso vale anche il viceversa. Cio`e, se per ogni z
0
, z
1
U
lintegrale
_

f(z)dz
ha lo stesso valore qualsiasi sia larco contenuto in U congiungente
z
0
a z
1
, allora f possiede una primitiva in U.
Dim. (i) Supponiamo dapprima che sia una curva. Allora si ha:
_

f(z)dz =
_
b
a
g

((t))

(t)dt
=
_
b
a
d
dt
g((t))dt
= g((t))

b
a
= g((b)) g((a))
62 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
Se =
(1)
, . . . ,
(n)
`e un arco in U tale che gli estremi di
(1)
, . . . ,
(n)
siano rispettivamente z
0
, w
1
, . . . , w
i1
, w
i
, . . . , w
n1
, z
1
allora si ha, per
la prima parte della dimostrazione:
_

f(z)dz =

n
i=1
_

(i)
f(z)dz
= (g(w
1
) g(z
0
)) + (g(w
2
) g(w
1
)) + + (g(z
1
) g(w
n1
))
= g(z
1
) g(z
0
)
(ii) Fissiamo un punto z
0
U e deniamo:
g(z) :=
_

f()d
dove `e un qualsiasi arco in U congiungente z
0
a z. Per ipotesi questintegrale
`e indipendente da e pertanto pu`o essere denotato
_
z
z
0
f()d
Poiche U `e connesso g(z) `e ben denita per ogni z U. Per ogni z U e
per ogni h C tale che z +h U abbiamo:
g(z+h)g(z)
h
=
1
h
_
_
z+h
z
0
f()d
_
z
z
0
f()d
_
=
1
h
_
_
z+h
z
0
f()d +
_
z
0
z
f()d
_
=
1
h
_
z+h
z
f()d
(2.1)
Poiche U `e aperto, quando [h[ `e sucientemente piccolo il segmento congiun-
gente z a z + h `e contenuto in U e quindi lultimo integrale in (3.13) pu`o
essere calcolato su tale segmento. Scriviamo:
f() = f(z) +()
dove `e una funzione continua su U tale che lim
z
() = 0. Allora si ha:
1
h
_
[z,z+h]
f()d =
1
h
_
[z,z+h]
f(z)d +
1
h
_
[z,z+h]
()d
= f(z) +
1
h
_
[z,z+h]
()d
2.2. INTEGRAZIONE LUNGO ARCHI 63
Sostituendo in(3.13) otteniamo:

g(z +h) g(z)


h
f(z)


1
[h[

_
[z,z+h]
()d


1
[h[
[h[ max[()[
dove il max `e calcolato sul segmento [z, z +h]. Poiche
lim
h0
max[()[ = 0
la conclusione segue. 3
`
E immediato vericare che il Teorema 2.2.4 `e equivalente al seguente:
Teorema 2.2.5 Sia f : U C una funzione continua denita su un aperto
U C.
(i) Se f ha una primitiva in U allora per ogni arco chiuso contenuto in U
si ha
_

f(z)dz = 0
(ii) Se U `e connesso e se per ogni arco chiuso contenuto in U si ha
_

f(z)dz = 0
allora f possiede una primitiva in U.
Esempio 2.2.6 Per ogni n 0 la funzione z
n
possiede la primitiva
z
n+1
n+1
in
C. Se n 2 la funzione z
n
possiede la primitiva
z
n+1
n+1
in C0. Pertanto
si ha
_

z
n
dz = 0
_
per ogni chiuso se n 0
per ogni chiuso non contenente 0 se n 2
In particolare deduciamo che, se P(z) `e un polinomio, allora
_

P(z)dz = 0
per ogni arco chiuso in C.
Daltra parte, dallesempio (2.2.3) e dal Teorema 2.2.5 segue che la fun-
zione z
1
non possiede una primitiva in C0.
64 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
Esempio 2.2.7 Se

k0
a
k
(z a)
k
`e una serie di potenze convergente in
un disco D di centro a, allora la sua somma `e una funzione analitica f(z)
che possiede primitiva in D, data dalla somma della serie

k1
a
k
k+1
z
k+1
(cfr.
Proposizione 1.5.8). Segue dal Teorema 2.2.5 che
_

f(z)dz = 0 per ogni arco


chiuso contenuto in D.
2.3 Il teorema di Goursat
Il teorema di Goursat, che dimostreremo in questo paragrafo, d`a informazioni
sullintegrazione di funzioni olomorfe in un caso molto particolare. Ci`o nonos-
tante esso `e indispensabile per la dimostrazione del teorema di Cauchy, che
daremo successivamente.
Teorema 2.3.1 Sia R un rettangolo in C e sia f(z) una funzione olomorfa
in un aperto contenente R. Allora
_
R
f(z)dz = 0
dove R denota larco costituito dai quattro lati del perimetro di R percorso
in verso antiorario.
Dim. Suddividiamo il rettangolo R in quattro rettangoli uguali, R
1
, . . . , R
4
,
bisecandone i lati. Otteniamo:
_
R
f(z)dz =
4

i=1
_
R
i
f(z)dz
e pertanto

_
R
f(z)dz

i=1

_
R
i
f(z)dz

Da questa disuguaglianza segue che per almeno uno dei quattro rettangoli
R
1
, . . . , R
4
, chiamiamolo R
(1)
, si ha

_
R
f(z)dz

_
R
(1)
f(z)dz

2.3. IL TEOREMA DI GOURSAT 65


Ora ragioniamo nello stesso modo sul rettangolo R
(1)
, suddividendolo a sua
volta in quattro rettangoli uguali. Deduciamo che per uno di essi, chiami-
amolo R
(2)
, si ha:

_
R
(1)
f(z)dz

_
R
(2)
f(z)dz

e quindi:

_
R
f(z)dz

4
2

_
R
(2)
f(z)dz

Procedendo in questo modo otteniamo una successione di rettangoli


R
(1)
R
(2)
R
(3)
. . .
tali che:

_
R
f(z)dz

4
n

_
R
(n)
f(z)dz

(2.2)
per ogni n.
Denotiamo con c
n
il centro di R
(n)
. La successione c
n
`e di Cauchy.
Infatti, dato > 0, sia N tale che il diametro di R
(N)
sia minore di . Se
n, m N allora c
n
e c
m
stanno in R
(N)
e quindi
[c
n
c
m
[ <
Sia z
0
= lim
n
c
n
. Allora z
0
R
(n)
per ogni n perche R
(n)
`e chiuso: ne
segue che
z
0

n
R
(n)
Ma poiche il diametro degli R
(n)
tende a 0 la loro intersezione non pu`o
contenere pi` u di un punto. Quindi
z
0
=

n
R
(n)
Consideriamo un disco V di centro z
0
tale che per ogni z V si abbia:
f(z) = f(z
0
) +f

(z
0
)(z z
0
) + (z z
0
)h(z)
66 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
dove h(z) `e una funzione continua in V e tale che lim
zz
0
h(z) = 0. Abbiamo
, per tutti gli n 0, R
(n)
V e quindi:
_
R
(n)
f(z)dz = f(z
0
)
_
R
(n)
dz +f

(z
0
)
_
R
(n)
(z z
0
)dz
+
_
R
(n)
(z z
0
)h(z)dz
Dallesempio 2.2.6 segue che i primi due integrali a secondo membro sono
nulli e quindi:
_
R
(n)
f(z)dz =
_
R
(n)
(z z
0
)h(z)dz
Denotiamo con L
0
la lunghezza di R, e con L
n
quella di R
(n)
. Allora si ha
L
n
= 2L
n+1
cosicche per ogni n:
L
0
= 2
n
L
n
Pertanto, tenuto conto di (2.2), abbiamo:

_
R
f(z)dz

4
n

_
R
(n)
f(z)dz

4
n
_
R
(n)
(z z
0
)h(z)dz 4
n 1
2
n
L
0
max
R
(n) [z z
0
[[h(z)[
2
n
L
0
diam(R
(n)
) max
R
(n) [h(z)[
Ma poiche diam(R
(n)
) =
1
2
n
diam(R) otteniamo

_
R
f(z)dz

L
0
diam(R) max
R
(n)
[h(z)[
Il secondo membro tende a 0 quando n , e quindi il teorema `e dimostra-
to. 3
Osservazione 2.3.2 Il teorema di Goursat sussiste anche se al posto di un
rettangolo si considera un triangolo. La dimostrazione `e molto simile.
Il teorema di Goursat ha la seguente notevole conseguenza:
Teorema 2.3.3 Sia D un disco aperto e sia f(z) olomorfa in D. Allora
f(z) ha una primitiva in D, e lintegrale di f su un qualsiasi arco chiuso
contenuto in D `e 0.
2.3. IL TEOREMA DI GOURSAT 67
Dim. Sia z
0
il centro di D. Deniamo
g(z) =
_
z
z
0
f()d
dove lintegrale `e esteso ad una delle due poligonali congiungenti z
0
e z e
costituita da due lati consecutivi del rettangolo di vertici opposti z
0
e z. Sia
h tale che z +h D. Abbiamo:
g(z +h) g(z) =
_
z+h
z
0
f()d
_
z
z
0
f()d =
_
z+h
z
f()d
dove lultimo integrale `e esteso alla poligonale costituita da due lati consec-
utivi del rettangolo di vertici opposti z e z +h, e lultima uguaglianza `e vera
per il teorema di Goursat. Poiche f `e continua in z, possiamo scrivere
f() = f(z) +()
in un intorno di z, dove () `e una funzione continua tale che lim
z
() = 0.
Allora:
g(z +h) g(z) =
_
z+h
z
f(z)d +
_
z+h
z
()d = hf(z) +
_
z+h
z
()d
Se h = h
1
+ih
2
allora la lunghezza della poligonale congiungente z con z +h
a cui `e esteso lintegrale precedente `e uguale a [h
1
[ +[h
2
[. Pertanto:

1
h
_
z+h
z
()d


1
[h[
([h
1
[ +[h
2
[) max[()[
dove il max `e calcolato sulla suddetta poligonale. Ma allora:
lim
h0

g(z +h) g(z)


h
f(z)

lim
h0
1
[h[
([h
1
[ +[h
2
[) max[()[ = 0
Ci`o dimostra che g `e una primitiva per f. Lultima aermazione segue dal
Teorema 2.2.5. 3
68 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
2.4 Il teorema di Cauchy
In questo paragrafo cercheremo di capire no a che punto lintegrale di una
funzione olomorfa `e indipendente dallarco di integrazione. Iniziamo con
qualche osservazione preparatoria.
Sia f una funzione olomorfa su un aperto U C, e sia : [a, b] U un
arco in U. Per il Lemma 2.1.4 esistono una suddivisione
a = a
0
< < a
n
= b
dellintervallo [a, b] e dischi aperti D
0
, . . . , D
n1
contenuti in U tali che
([a
i
, a
i+1
]) D
i
per ogni i = 0, . . . , n 1. Per il teorema 2.3.3, per ogni
i = 0, . . . , n 1 possiamo trovare una funzione olomorfa g
i
: D
i
C che `e
una primitiva della restrizione di f a D
i
. Denotiamo con

i
: [a
i
, a
i+1
] D
i
Allora si ha:
_

f(z)dz =
n1

i=0
_

i
f(z)dz =
n1

i=0
[g
i
((a
i+1
)) g
i
((a
i
))] (2.3)
dove lultima uguaglianza `e una conseguenza del Teorema 2.2.4.
Teorema 2.4.1 Sia f una funzione olomorfa su un aperto U C. Siano
, due archi contenuti in U e vicini (secondo la Denizione 2.1.5) aventi
lo stesso punto iniziale e lo stesso punto nale. Allora
_

f(z)dz =
_

f(z)dz
Dim. Sia [a, b] lintervallo di denizione dei due archi. Poiche e
sono vicini, esistono una partizione a = a
0
< < a
n
= b e dischi aperti
D
0
, . . . , D
n1
contenuti in U e tali che
([a
i
, a
i+1
]) D
i
([a
i
, a
i+1
])
Denotiamo con:
z
i
:= (a
i
), w
i
:= (a
i
)
2.4. IL TEOREMA DI CAUCHY 69
Sia g
i
: D
i
C una primitiva di f su D
i
. Allora la (2.3) implica la seguente
identit` a:
_

f(z)dz
_

f(z)dz =

n1
i=0
[(g
i
(z
i+1
) g
i
(z
i
)) (g
i
(w
i+1
) g
i
(w
i
))]
=

n2
i=0
[(g
i
(z
i+1
) g
i+1
(z
i+1
)) (g
i
(w
i+1
) g
i+1
(w
i+1
))]
g
0
(z
0
) +g
0
(w
0
) +g
n1
(z
n
) g
n1
(w
n
)
Ora osserviamo che su D
i
D
i+1
sia g
i+1
che g
i
sono primitive di f, e quindi
g
i
g
i+1
`e costante su D
i
D
i+1
perche questaperto `e connesso. Ne segue
che
g
i
(z
i+1
) g
i+1
(z
i+1
) = g
i
(w
i+1
) g
i+1
(w
i+1
)
e quindi otteniamo
_

f(z)dz
_

f(z)dz = g
0
(z
0
) +g
0
(w
0
) +g
n1
(z
n
) g
n1
(w
n
) (2.4)
Ma ed hanno gli stessi estremi, cio`e z
0
= w
0
e z
n
= w
n
. Quindi
_

f(z)dz
_

f(z)dz = 0
3
Il risultato analogo per gli archi chiusi `e il seguente:
Teorema 2.4.2 Sia f una funzione olomorfa su un aperto U C. Siano
, due archi chiusi contenuti in U e vicini (secondo la Denizione 2.1.5).
Allora
_

f(z)dz =
_

f(z)dz
Dim. La dimostrazione procede in modo del tutto simile a quella del
Teorema 2.4.1, ma la conclusione `e diversa. Infatti ora g
0
e g
n1
sono due
primitive di f nellaperto connesso D
0
D
n1
e quindi g
0
g
n1
`e costante
su D
0
D
n1
. Ma allora, poiche z
0
= z
n
e w
0
= w
n
il secondo membro della
(2.4) si annulla. 3
Una ovvia generalizzazione `e la seguente.
70 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
Corollario 2.4.3 Sia f una funzione olomorfa su un aperto U C. Siano

1
, . . . ,
m
archi contenuti in U aventi lo stesso punto iniziale e lo stesso
punto nale. Supponiamo che per ogni j = 1, . . . , m 1 gli archi
j
e
j+1
siano vicini. Allora
_

1
f(z)dz =
_

m
f(z)dz
La stessa conclusione vale se si suppone che gli m archi
1
, . . . ,
m
, anziche
avere gli stessi estremi, siano chiusi.
Ora possiamo dimostrare il risultato pi` u importante di questo capitolo.
Teorema 2.4.4 (Cauchy) Sia f una funzione olomorfa in un aperto U
C, e siano
, : [a, b] U
due archi aventi stessi estremi. Se e sono omotopi, si ha:
_

f(z)dz =
_

f(z)dz
La stessa conclusione vale se e sono due archi chiusi omotopi.
Dim. Dimostriamo il teorema nel caso di archi aventi stessi estremi. Il
caso degli archi chiusi `e simile e viene lasciato al lettore.
Possiamo supporre che e siano denite sullo stesso intervallo [a, b];
siano z
0
e z
1
i loro punti iniziale e nale. Sia
: [a, b] [c, d] U
unomotopia tra e che ssa z
0
e z
1
. Siano
a = a
0
< < a
n
= b, c = c
0
< < c
m
= d
partizioni tali che esistano dischi aperti D
ij
U per cui si abbia (R
ij
)
D
ij
, dove
R
ij
= [a
i
, a
i+1
] [c
j
, c
j+1
], i = 0, . . . , n 1; j = 0, . . . , m1
(cfr. Lemma 2.1.10 ). Dal Lemma 2.1.10 segue che per ogni j = 0, . . . , m1,
le curve continue
c
j
e
c
j+1
sono vicine. Se si suppone che tali curve siano
2.4. IL TEOREMA DI CAUCHY 71
degli archi (cio`e siano quasi ovunque di classe C
1
), allora il teorema segue
dal Corollario 2.4.3.
Nel caso in cui tale ulteriore condizione non sia soddisfatta procediamo
nel seguente modo. Poniamo
z
ij
:= (a
i
, c
j
)
Sia g
ij
una primitiva di f nel disco D
ij
, e poniamo:
S
j
=
n1

i=0
[g
ij
(z
i+1j
) g
ij
(z
ij
)]
Poiche ([a
i
, a
i+1
]) D
i0
e ([a
i
, a
i+1
]) D
im1
per ogni i = 0, . . . , n 1,
per la (2.3) abbiamo:
S
0
=
_

f(z)dz, S
m1
=
_

f(z)dz
Pertanto sar`a suciente dimostrare che S
j
= S
j+1
per ogni j = 0, . . . , m2.
Osserviamo che D
ij
D
ij+1
`e connesso per ogni i = 0, . . . , n 1; pertanto
esistono costanti
ij
tali che:
g
ij+1
= g
ij
+
ij
e quindi possiamo riscrivere:
g
ij+1
(z
i+1j+1
) g
ij+1
(z
ij+1
) = g
ij
(z
i+1j+1
) g
ij
(z
ij+1
)
Pertanto abbiamo:
S
j
S
j+1
=
=

n1
i=0
[(g
ij
(z
i+1j
) g
ij
(z
ij
)) (g
ij
(z
i+1j+1
) g
ij
(z
ij+1
))]
=

n2
i=0
[(g
ij
(z
i+1j
) g
i+1j
(z
i+1j
)) (g
ij
(z
i+1j+1
) g
i+1j
(z
i+1j+1
))]
+(g
0j
(z
0j
) +g
0j
(z
0j+1
)) + (g
n1j
(z
nj
) g
n1j
(z
nj+1
))
Lultima riga `e nulla perche z
0j
= z
0
= z
0j+1
e z
nj
= z
1
= z
nj+1
. Daltra
parte la funzione g
ij
g
i+1j
`e costante sullaperto connesso D
ij
D
i+1j
, e
quindi si ha:
g
ij
(z
i+1j
) g
i+1j
(z
i+1j
) = g
ij
(z
i+1j+1
) g
i+1j
(z
i+1j+1
)
72 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
per ogni i = 1, . . . , n2, j = 0, . . . , m1. Sostituendo si trova S
j
S
j+1
= 0.
3
Nel caso degli aperti semplicemente connessi abbiamo il seguente:
Corollario 2.4.5 Sia U un aperto semplicemente connesso, e sia f H(U).
Allora per ogni arco chiuso in U si ha
_

f(z)dz = 0
Equivalentemente, dati z
0
, z
1
U, e due archi , di estremi z
0
e z
1
,
_

f(z)dz =
_

f(z)dz
Inoltre f possiede una primitiva in U.
Dim. Lequivalenza delle due prime aermazioni `e evidente. Dimostriamo
la prima. Poiche `e omotopo ad un arco costante c
z
0
, si ha, per il teorema
di Cauchy:
_

f(z)dz =
_
c
z
0
f(z)dz = 0
Lultima aermazione segue dal Teorema 2.2.5(ii). 3
Lesistenza di primitive garantita dal Corollario 2.4.5 `e di grande impor-
tanza. Come semplice applicazione abbiamo:
Proposizione 2.4.6 Laperto U = C0 non `e semplicemente connesso.
Dim. La funzione f(z) = 1/z `e olomorfa in U, ma non possiede una
primitiva in U (Esempio 2.2.6). Quindi U non `e semplicemente connesso,
per il Corollario 2.4.5. 3
Sia U C un aperto connesso e sia U. Se f H(U) possiede una
primitiva g(z) in U allora esiste una costante c tale che
g(z) =
_
z

f()d +c
2.4. IL TEOREMA DI CAUCHY 73
dove lintegrale `e esteso ad un qualsiasi arco congiungente a z (Teorema
(2.2.4)). Ad esempio, se z
0
C `e un punto qualsiasi e se
f(z) =

n0
a
n
(z z
0
)
n
`e somma di una serie convergente in un disco D = D(z
0
, R), R > 0, allora f
ha la primitiva in D
h(z) =

n0
a
n
n + 1
(z z
0
)
n+1
e quindi in D
h(z) =
_
z
z
0
f()d +c
per qualche c, perche D `e connesso.
Esempio 2.4.7 Consideriamo laperto U = Cx R : x 0, che `e
semplicemente connesso (Esempio 2.1.12). La funzione 1/z `e olomorfa in U e
quindi, per il Corollario 2.4.5, possiede una primitiva che pu`o essere espressa
nella forma:
g(z) =
_
z
1
d

Daltra parte, la serie


l(z) =

n1
(1)
n1
(z 1)
n
n
converge in D = D(1, 1) e soddisfa l

(z) = 1/z, cio`e l(z) `e una primitiva di


1/z nel disco D. Pertanto, essendo l(1) = 0 = g(1) ed essendo D connesso, si
ha g(z) = l(z) in D. Nel disco D la funzione l(z) `e anche una inversa formale
di e
w
, cio`e e
l(z)
= z (cfr. esercizio pag. ??). Ma allora, per il principio di
identit` a delle funzioni analitiche, si ha anche
e
g(z)
= z
in U. In altre parole g(z) denisce una determinazione di ln z in U. Se
g(z) +c `e unaltra primitiva di 1/z, si ha
e
g(z)+c
= ze
c
74 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
e quindi g(z) +c denisce unaltra determinazione di ln z se e solo se e
c
= 1,
cio`e se e solo se c = 2ki per qualche intero k. Vediamo pertanto che tra
tutte le primitive di 1/z le determinazioni di ln z sono precisamente quelle
della forma:
ln z =
_
z
1
d

+ 2ki
2.5 La formula integrale di Cauchy
Il seguente risultato fornisce una semplice espressione per il valore di una
funzione olomorfa in un punto.
Teorema 2.5.1 (Formula integrale di Cauchy) Sia f olomorfa in un aper-
to U contenente un disco chiuso D. Sia la frontiera di D percorsa in senso
antiorario. Allora, per ogni z
0
D si ha:
f(z
0
) =
1
2i
_

f(z)
z z
0
dz
Dim. Sia r > 0 e sia la circonferenza di centro z
0
e raggio r. Se r
`e sucientemente piccolo allora e sono omotope (Esempio 2.1.9, pag.
56). Sia U
0
= Uz
0
. Allora e sono contenute in U
0
e sono omotope
in U
0
, come risulta dalla denizione dellomotopia dellEsempio 2.1.9. La
funzione
g(z) =
f(z) f(z
0
)
z z
0
`e olomorfa in U
0
. Per il Teorema 2.4.4 abbiamo:
_

g(z)dz =
_

g(z)dz
Poiche f `e olomorfa in z
0
segue che g `e limitata in un intorno di z
0
. Sia
[g[ B > 0 per ogni [z z
0
[ < . Allora, se r < si ha:

g(z)dz

B2r
Poiche il secondo membro tende a 0 al tendere di r a 0 otteniamo
0 =
_

g(z)dz =
_

f(z)
z z
0

f(z
0
)
z z
0
2.5. LA FORMULA INTEGRALE DI CAUCHY 75
Ma:
_

f(z
0
)
z z
0
= f(z
0
)2i
e la formula di Cauchy segue. 3
Le pi` u importanti conseguenze della formula di Cauchy sono il seguente
teorema e il suo corollario.
Teorema 2.5.2 Sia f olomorfa in un aperto U contenente un disco chiuso
D = D(z
0
, R) di centro un punto z
0
e raggio R > 0. Sia la frontiera di D
percorsa in senso antiorario. Allora f ha unespansione in serie di potenze
f(z) =

k0
a
k
(z z
0
)
k
(2.5)
i cui coecienti sono dati dalla formula:
a
k
=
f
(k)
(z
0
)
k!
=
1
2i
_

f()
( z
0
)
k+1
d
e si ha:
[a
k
[
[[f[[

R
k
(2.6)
Le (2.6) sono dette disuguaglianze di Cauchy. In particolare il raggio di
convergenza della serie (2.5) `e R.
Dim. Per il teorema 2.5.1 abbiamo, per tutti gli z D(z
0
, R):
f(z) =
1
2i
_

f()
z
d
Sia 0 < s < R, e scriviamo:
1
z
=
1
z
0
(zz
0
)
=
1
z
0
_
1
1
zz
0
z
0
_
=
1
z
0
_
1 +
zz
0
z
0
+
_
zz
0
z
0
_
2
+
_
Se D
R
(z
0
) e [z z
0
[ s si ha

z z
0
z
0

s/R < 1
76 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
e quindi la serie nella precedente espressione converge assolutamente e uni-
formemente; inoltre la funzione f `e limitata su . Allora, per il Lemma 2.2.2,
pag. 60, possiamo integrare termine a termine e otteniamo:
f(z) =

k0
_
1
2i
_

f()
(z
0
)
k+1
d
_
(z z
0
)
k
=

k0
a
k
(z z
0
)
k
dove
a
k
=
1
2i
_

f()
( z
0
)
k+1
d
La stima sui moduli dei coecienti segue dalla stima dellintegrale a secondo
membro data dal Lemma 2.2.1(iii), pag. 59, tenendo conto che L() = 2R,
e che [ z
0
[ = R. Dal criterio della radice segue subito che il raggio di
convergenza della serie `e R. 3
Corollario 2.5.3 Se f H(U) allora f `e analitica in U.
Dim. Segue immediatamente dal Teorema 2.5.1. 3
Poiche sappiamo che ogni funzione analitica `e olomorfa, vediamo che
queste due classi di funzioni coincidono. Pertanto dora in poi non faremo
distinzione tra funzioni analitiche e funzioni olomorfe.
Dal Corollario 2.5.3 deduciamo il seguente risultato:
Teorema 2.5.4 (Morera) Sia f una funzione continua su un aperto con-
nesso U C. Supponiamo che per ogni disco aperto D U si abbia
_

f(z)dz = 0
per ogni arco chiuso contenuto in D. Allora f `e olomorfa.
Dim. Per il Teorema 2.2.5(ii), per ogni D U, f
|D
possiede una primitiva
g. Poiche g `e olomorfa, essa `e anche analitica in U, per il Corollario 2.5.3.
Ma allora f
|D
= g

`e anchessa analitica, e quindi olomorfa. Poiche U pu`o


essere ricoperto da dischi aperti, segue che f `e olomorfa in U. 3
Dimostriamo un altro importante risultato che discende dal Teorema
2.5.2:
2.5. LA FORMULA INTEGRALE DI CAUCHY 77
Teorema 2.5.5 (Liouville) Una funzione intera e limitata `e costante.
Dim. Ricordiamo che una funzione si dice intera se `e olomorfa in tutto il
piano. Poiche f `e intera possiede uno sviluppo in serie della forma:
f(z) =

k0
a
k
z
k
che ha raggio di convergenza , per il teorema 2.5.2. Sia B > 0 tale che
[f(z)[ B per ogni z C. Allora [[f[[
C
R
B per ogni R > 0 e dal Teorema
2.5.2 deduciamo:
[a
k
[
B
R
k
per ogni k 0 e per ogni R > 0. Ne discende a
k
= 0 per ogni k 1, cio`e
f = a
0
, una costante. 3
Esempio 2.5.6 Le funzioni e
z
, sin z, cos z sono intere e non costanti, quindi
non limitate. Questo fatto `e evidente per la funzione esponenziale, che non
`e limitata anche come funzione di variabile reale. Le due funzioni trigono-
metriche invece sono limitate come funzioni di variabile reale. Ma se z = iy
`e puramente immaginario allora:
[ cos iy[ =
e
y
+e
y
2

e
y
2
e quindi
lim
y+
[ cos iy[ =
Similmente si dimostra che sin z non `e limitata.
Corollario 2.5.7 Una funzione intera e non costante ha immagine densa in
C.
Dim. Supponiamo che f(z) sia una funzione intera. Se la sua immagine
non `e densa allora esistono C e s > 0 tali che
[f(z) [ > s
per ogni z C. La funzione
g(z) =
1
f(z)
78 CAPITOLO 2. INTEGRAZIONE COMPLESSA
`e intera e soddisfa [g(z)[ < 1/s per ogni z C, cio`e `e limitata. Ma allora g
`e costante per il teorema di Liouville, e quindi anche f `e costante. 3
Il Corollario 2.5.7 `e un caso particolare di un teorema pi` u preciso, dovuto
a Picard, il quale aerma che limmagine di una funzione intera non costante
consiste di tutto C privato di al pi` u un punto. La dimostrazione del teorema
di Picard `e molto pi` u dicile.
Il teorema di Liouville permette di dare unaltra dimostrazione del teo-
rema fondamentale dellalgebra, gi`a dimostrato a pag. 49 utilizzando il
principio del massimo modulo.
Corollario 2.5.8 (Teorema fondamentale dellalgebra) Sia
f(z) = a
0
+a
1
z + +a
d
z
d
un polinomio non costante a coecienti complessi. Allora f possiede almeno
una radice, cio`e esiste z
0
tale che f(z
0
) = 0.
Dim. Possiamo supporre a
d
,= 0, d > 0. Se f(z) ,= 0 per ogni z allora la
funzione
g(z) =
1
f(z)
`e ancora una funzione intera. Scrivendo:
f(z) = a
d
z
d
_
a
1
d
a
0
z
d
+
a
1
d
a
1
z
d1
+ + 1
_
vediamo che
lim
|z|
[f(z)[ = (2.7)
e quindi
lim
|z|
[g(z)[ = 0
Ne discende che, se R 0, [g(z)[ `e limitato dal suo massimo nel disco chiuso
di raggio R, in particolare g `e limitata. Ma allora g `e costante, per il teorema
di Liouville, e quindi f `e costante, una contraddizione. 3
Osservazione: lo stesso ragionamento non pu`o applicarsi alla funzione
f(z) = e
z
per dimostrare che possiede qualche zero, perche lanaloga della
(2.7) non `e vera.
Capitolo 3
Singolarit`a isolate e residui
3.1 Serie di Laurent
Una serie di Laurent formale `e una serie formale

n
a
n
T
n
in cui la somma `e estesa a tutti gli interi n ZZ. Ad una serie di Laurent
sono associate due serie formali (nel senso della denizione del paragrafo
1.2)

n0
a
n
T
n
e

n>0
a
n
T
n
. Supponiamo che le due serie abbiano raggi
di convergenza positivi, siano essi rispettivamente r
1
ed 1/r
2
, intendendo
r
2
= 0 nel caso in cui la seconda serie abbia raggio di convergenza . Allora
la funzione
f
1
(z) =

n0
a
n
z
n
`e olomorfa nel disco aperto D(0, r
1
). La funzione
g(u) =

n>0
a
n
u
n
`e olomorfa per [u[ <
1
r
2
e la sua derivata `e la funzione somma della serie:
g

(u) =

n>0
na
n
u
n1
Pertanto la funzione
f
2
(z) = g(1/z) =

n<0
a
n
z
n
(3.1)
79
80 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
`e ben denita ed olomorfa per [z[ > r
2
. Si ha inoltre:
f

2
(z) =
1
z
2
g

(1/z)
=

n>0
na
n
z
(n1)2
=

n>0
na
n
z
n1
=

n<0
na
n
z
n1
e pertanto f
2
(z) `e olomorfa per [z[ > r
2
e la sua derivata `e la somma della
serie ottenuta derivando termine a termine la serie (3.1).
Supponiamo che sia r
2
< r
1
. Allora la somma delle serie
f(z) =

nZZ
a
n
z
n
(3.2)
`e olomorfa nella corona circolare aperta
K = z : r
2
< [z[ < r
1

e la sua derivata `e la somma della serie

nZZ
na
n
z
n1
ottenuta derivando
la (3.2) termine a termine. La (3.2) `e detta una serie di Laurent convergente
nella corona circolare K. Nella denizione non si escludono i casi r
2
= 0 e
r
1
= .
`
E immediato vericare che la serie (3.2) converge uniformemente
e assolutamente nella corona circolare chiusa z :
2
[z[
1
, per ogni
r
2
<
2
<
1
< r
1
.
Il coeciente a
1
di 1/z `e detto il residuo della serie di Laurent (3.2).
3.2 La serie di Laurent di una funzione olo-
morfa in una corona circolare
Sia a C e sia f(z) una funzione denita in una corona circolare aperta
K = z : r
2
< [z a[ < r
1
(3.3)
Diremo che f ha uno sviluppo in serie di Laurent se esiste una serie di Laurent

nZZ
a
n
(z a)
n
convergente nella corona circolare K la cui somma coincide
con f. Per quanto dimostrato nel paragrafo precedente, f(z) `e olomorfa in
K.
3.2. LA SERIE DI LAURENT DI UNA FUNZIONE OLOMORFA 81
Teorema 3.2.1 Sia f(z) una funzione olomorfa nella corona circolare aper-
ta (3.3). Allora f possiede uno sviluppo in serie di Laurent, che `e unico.
Dim. Sia (3.3) la corona circolare in cui `e denita f(z). Possiamo supporre
a = 0, salvo a sostituire t = z a e considerare la funzione f(t +a). Fissiamo
numeri reali positivi

1
,
1
,

2
,
2
tali che
r
2
<

2
<
2
<
1
<

1
< r
1
Siano

1
(t) =

1
e
it
,
2
(t) =

2
e
it
t [0, 2], le circonferenze di raggi

1
e

2
rispettivamente. Sia z tale che

2
[z[
1
. Allora si ha:
f(z) =
1
2i
_

1
f()
z
d
1
2i
_

2
f()
z
d (3.4)
Per vericarlo sia
0
= arg(z), e si consideri un settore circolare

= u :

2
[u[

1
,
0
arg(u)
0
+
per 0 < < . Sia F

la frontiera di

. Allora
F

=
1
, S

,
2
, R

`e un arco costituito da quattro curve, di cui


1
e
2
sono archi delle circon-
ferenze
1
e

2
, mentre
S

(s) = [

1
+s(

1
)]e
i(
0
+)
R

(s) = [

2
+s(

2
)]e
i(
0
)
sono segmenti contenuti in semirette per lorigine. Allora:
(i) per ogni 0 < ,

< , gli archi F

e F

sono omotopi.
(ii) se > 0 `e sucientemente piccolo, F

`e omotopo ad una circonferenza


C
r
di raggio r > 0 contenuta nella corona circolare

2
[u[

1
.
82 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
Pertanto, per la formula di Cauchy e per il Teorema 2.4.4, si ha:
f(z) =
1
2i
_
C
r
f()
z
d =
1
2i
_
F

f()
z
d
Quando lintegrale a secondo membro tende a
1
2i
_

1
f()
z
d +
1
2i
_

2
f()
z
d
cio`e al secondo membro della (3.4)). Pertanto la (3.4)) `e dimostrata.
Consideriamo il primo integrale nella (3.4)). Possiamo scrivere
1
z
=
1
(1
z

)
=

n0
z
n

n+1
e, poiche questa serie converge uniformemente nella circonferenza
1
, possi-
amo integrare termine a termine, ottenendo:
1
2i
_

1
f()
z
d =

n0
a
n
z
n
dove
a
n
=
1
2i
_

1
f()

n+1
Consideriamo ora il secondo integrale nella (3.4)). Scriviamo:
1
z
=
1
z(1

z
)
=

n<0
z
n

n+1
Sostituendo nellintegrale e integrando termine a termine grazie alluniforme
convergenza della serie in
2
, otteniamo:

1
2i
_

2
f()
z
d =

n<0
a
n
z
n
dove
a
n
=
1
2i
_

2
f()

n+1
3.2. LA SERIE DI LAURENT DI UNA FUNZIONE OLOMORFA 83
Pertanto, dalla (3.4)) otteniamo:
f(z) =

nZZ
a
n
z
n
(3.5)
per ogni
2
[z[
1
. Facendo tendere
2
r
2
e
1
r
1
vediamo che
la (3.5) fornisce lo sviluppo in serie di Laurent di f(z) nella corona circolare
r
2
< [z[ < r
1
.
Unicit`a. Scriviamo f(z) = f
1
(z) f
2
(z), dove
f
1
(z) =
1
2i
_

1
f()
z
d =

n0
a
n
z
n
e
f
2
(z) =
1
2i
_

2
f()
z
d =

n<0
a
n
z
n
sono funzioni univocamente determinate da f(z). Poiche f
1
(z) `e olomorfa
nel disco D(0, r
1
), i coecienti a
n
, n 0, sono univocamente determinati.
Daltra parte, la funzione f
2
(1/u) `e olomorfa nel disco D(0, 1/r
2
) e quindi
anche il suo sviluppo in serie di potenze `e univocamente determinato, cio`e i
coecienti a
n
, n < 0, sono univocamente determinati. 3
Esempio 3.2.2 La funzione f(z) = 1/z
n
, n > 0, `e olomorfa nella corona
circolare C0, e coincide con la sua serie di Laurent.
La funzione
f(z) =
1
z
+
1
z 1
`e olomorfa in C0, 1. Il suo sviluppo in serie di Laurent in 0 `e:
f(z) =
1
z

n0
z
n
e questa serie converge in 0 < [z[ < 1. Invece lo sviluppo in serie di Laurent
di f in 1 `e:
1
z 1
+

n0
(1)
n
(z 1)
n
e converge nella corona circolare 0 < [z 1[ < 1.
84 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
La funzione f(z) = e
1
z
`e olomorfa nella corona circolare C0. La sua
serie di Laurent `e:
e
1
z
=

n0
1
n!z
n
Esempio 3.2.3 La serie di Laurent
g(z) =

n0
z
n
converge nella corona circolare 1 < [z[ e ha per somma la funzione
z
z1
.
Infatti
g(1/z) =

n0
z
n
converge in D(0, 1) e ha per somma
1
1z
. Si osservi che la funzione
z
z1
`e
somma della serie

n1
z
n
nel disco D(0, 1).
3.3 Singolarit`a isolate
Sia U C un aperto e a U. Se f H(Ua) diremo che f ha una
singolarit`a isolata nel punto a. In tal caso, per il Teorema 3.2.1, f possiede
uno sviluppo in serie di Laurent
f(z) =

nZZ
a
n
(z a)
n
(3.6)
nella corona circolare
D(a, R)a = z : 0 < [z a[ < R
per qualche R > 0.
Denizione 3.3.1 Nella situazione precedente diremo che
f ha una singolarit`a eliminabile in a, ovvero a `e una singolarit`a elim-
inabile per f, se la serie (3.6) `e una serie di potenze, cio`e a
n
= 0 per
ogni n < 0.
3.3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE 85
f ha una singolarit`a polare in a, ovvero a `e un polo per f, se a
n
,= 0 per
qualche n < 0, e solo un numero nito di coecienti a
n
, con n < 0,
`e diverso da 0. Se m > 0 `e il pi` u grande intero tale che a
m
,= 0
diremo che f ha un polo di ordine m in a, ovvero che a `e un polo di
ordine m per f. Diremo anche che f ha ordine m in a, e scriveremo
m = o
a
(f).
f ha una singolarit`a essenziale in a, ovvero a `e una singolarit`a essen-
ziale per f, se a
n
,= 0 per inniti n < 0.
Teorema 3.3.2 Sia U C un aperto, a U e f H(Ua). Le
condizioni seguenti sono equivalenti:
(i) La funzione f ha una singolarit`a eliminabile in a.
(ii) f pu`o essere estesa ad un funzione olomorfa in tutto U.
(iii) f `e limitata in D(a, R)a per qualche R > 0.
Dim. (i) (ii). Se f ha una singolarit`a eliminabile la serie di Laurent
(3.6) si riduce ad una serie di potenze a raggio di convergenza positivo, la
cui somma `e una funzione olomorfa in un intorno di a che estende f.
(ii) (i). Se f si estende a tutto U allora il suo sviluppo di Taylor in a
coincide con il suo sviluppo in serie di Laurent in a e quindi la singolarit`a `e
eliminabile.
(ii) (iii) `e ovvio.
(iii) (i). Se n < 0 allora:
a
n
=
1
2i
_
C
r
(a)
f(z)z
n1
dz
dove 0 < r < R e C
r
(a) `e la circonferenza di centro a e raggio r (vedere la
dimostrazione del Teorema 3.2.1 ). Poiche f `e limitata in un intorno di a
lintegrale a secondo membro tende a 0 al tendere di r 0, e quindi a
n
= 0.
3
Se f H(Ua) e (3.6) `e il suo sviluppo di Laurent in a, la funzione
somma della serie:
Q(z) =

n<0
a
n
(z a)
n
86 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
`e olomorfa in Ca, e si dice la parte principale di f(z) in a. Allora:
f(z) Q(z) =

n0
a
n
(z a)
n
in un disco di centro a, e quindi ha una singolarit`a eliminabile in a. Pertanto
f(z) Q(z) si estende ad una funzione olomorfa in U.
`
E immediato vericare che se f H(Ua) ha un polo di ordine m in
a allora (z a)
m
f(z) `e olomorfa in tutto U. Viceversa, se g H(U) allora
f(z) = (z a)
m
g(z) H(Ua)
e f ha un polo di ordine m in a. Lo sviluppo in serie di Laurent di f in a ha
la forma:
f(z) =
a
m
(z a)
m
+ +
a
1
(z a)
+

n0
a
n
(z a)
n
In questo caso la parte principale di f in a `e la funzione razionale:
Q(z) =
a
m
(z a)
m
+ +
a
1
(z a)
.
Un polo di ordine 1 si dice un polo semplice. Da quanto appena visto si
deduce immediatamente la seguente proposizione:
Proposizione 3.3.3 Sia U C un aperto e f H(Ua). Le seguenti
condizioni sono equivalenti:
(i) f ha un polo di ordine m in a.
(ii) (z a)
m
f(z) ha una singolarit`a eliminabile in a.
(iii) esistono a
1
, . . . , a
m
C tali che
f(z)
m

j=1
a
j
(z a)
j
abbia una singolarit`a eliminabile.
3.3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE 87
Se f `e una funzione olomorfa in US dove S U `e un sottoinsieme
discreto, e se in ogni punto di S la f ha un polo o una singolarit`a eliminabile,
diremo che f `e meromorfa in U, o su U. Dalla denizione e dal Teorema 3.3.2
segue che le funzioni olomorfe in U sono particolari funzioni meromorfe.
Sia f H(U) e sia S U linsieme dei suoi zeri. Supponiamo U connesso
e che f non sia identicamente nulla. Allora S ,= U e per ogni a S possiamo
scrivere
f(z) = (z a)
r
h(z)
dove r = o
a
(f) > 0 e h H(U) soddisfa h(a) ,= 0. Pertanto g(z) = 1/h(z) `e
olomorfa in un intorno di a e quindi la funzione
1
f(z)
= (z a)
r
g(z)
`e meromorfa in un intorno di a, e ha ordine r in a. Vediamo quindi che se
una funzione f `e meromorfa nellintorno di un punto a allora anche 1/f lo
`e e inoltre una almeno delle due funzioni `e olomorfa in a.
Da quanto appena osservato, possiamo concludere che se U `e connesso e
f, g H(U) con g non identicamente nulla, allora f/g `e meromorfa in U. In
particolare, se P(z), Q(z) sono polinomi, e Q ,= 0, allora P/Q `e una funzione
meromorfa in C.
Denotiamo con M(U) linsieme delle funzioni meromorfe su un aperto
connesso U. Dalla discussione che precede segue immediatamente che per
ogni f, g M(U) si ha che f g, fg M(U) e, se g non `e identicamente
nulla, anche f/g M(U). Ci`o implica che M(U) `e un campo, che viene
chiamato il campo delle funzioni meromorfe su U.
Teorema 3.3.4 (Casorati-Weierstrass) Sia U C un aperto, a U,
e f H(Ua). Se a `e una singolarit`a essenziale per f allora per ogni
disco aperto D di centro a e contenuto in U, limmagine f(Da) `e un
sottoinsieme denso di C.
Dim. Supponiamo per assurdo che il teorema sia falso per un disco D =
D(a, R). Allora esistono C e s > 0 tali che
[f(z) [ > s
per ogni z Da. La funzione:
g(z) =
1
f(z)
88 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
`e olomorfa in Da e limitata in D. Quindi, per il Teorema 3.3.2, a `e una
singolarit`a eliminabile per g, e g pu`o essere estesa ad una funzione olomorfa
in D. Pertanto
1
g(z)
= f(z)
ha al pi` u un polo in a, e ci`o `e vero anche per f(z). Ma cosi `e contraddetta
lipotesi che f abbia una singolarit`a essenziale in a. 3
Corollario 3.3.5 Sia U C un aperto, a U, e f H(Ua). a `e una
singolarit`a essenziale per f se e solo se non esiste il limite:
lim
za
f(z)
Dim. Dal Teorema 3.3.4 segue che se a `e una singolarit`a essenziale allora
il limite non esiste. Daltra parte se a `e una singolarit`a eliminabile allora
il limite esiste nito per il Teorema 3.3.2. Se invece a `e un polo di ordine
m 1 per f allora f(z) = (z a)
m
g(z) con g(z) una funzione che ha una
singolarit`a eliminabile in a. Pertanto:
lim
za
f(z) = lim
za
1
(z a)
m
lim
za
g(z) =
e quindi anche in questo caso il limite esiste. 3
Esempio 3.3.6 La funzione e
1
z
ha una singolarit`a essenziale in 0 perche il
suo sviluppo in serie di Laurent `e:

n0
1
n!z
n
In questo caso `e facile vericare direttamente la validit`a del Teorema 3.3.4.
Sia infatti R > 0 arbitrario, D = D(0, R), e sia 0 ,= C. Allora esiste un
numero intero k 0 tale che
w := log [[ +i(arg() + 2k)
abbia [w[ > 1/R. Ma allora z := 1/w D e
e
1
z
= e
w
=
Quindi limmagine di D tramite la funzione e
1
z
`e C0; in particolare tale
immagine `e densa.
3.4. IL TEOREMA DEI RESIDUI 89
Esempio 3.3.7 In modo simile a quanto fatto nellesempio 3.3.6 si verica
che la funzione sin
1
z
ha una singolarit`a essenziale nellorigine. La funzione:
g(z) =
1
f(z)
=
1
sin
1
z
`e olomorfa in CS, dove S = 0, 1/k : k ZZ, k ,= 0. In ogni punto
0 ,= a S la g(z) ha un polo semplice. In a = 0 la g non ha una singolarit`a
isolata, perche 0 `e un punto di accumulazione di poli di g. Quindi g(z) non
possiede uno sviluppo in serie di Laurent in 0. Questesempio mostra che
linsieme delle funzioni che possiedono singolarit`a isolate in un ssato aperto
connesso U in generale non costituiscono un campo, come invece avviene per
linsieme M(U) delle funzioni meromorfe su U.
Esempio 3.3.8 La funzione
f(z) = e
1
z
2
1
possiede singolarit`a isolate in z = 1 che sono singolarit`a essenziali. Ci`o si
verica facilmente utilizzando il Corollario 3.3.5. La restrizione di f a allin-
tervallo reale [1, 1] si prolunga ad una funzione su tutto R denendola
identicamente zero al di fuori di [1, 1]. La funzione `e un ben noto esempio
di funzione di variabile reale di classe C

che non `e analitica.


3.4 Il teorema dei residui
Sia f(z) una funzione avente una singolarit`a isolata in un punto z
0
C e sia
f(z) =

nZZ
a
n
(z z
0
)
n
(3.7)
il suo sviluppo in serie di Laurent in z
0
. Il coeciente a
1
`e detto residuo di
f in z
0
. Verr`a talvolta denotato con
a
1
= Res
z
0
(f)
Il residuo ha la seguente interpretazione.
90 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
Proposizione 3.4.1 Sia U C un aperto, z
0
U, e sia f H(Uz
0
).
Se C
r
`e una circonferenza di centro z
0
e raggio r percorsa in senso antiorario,
contenuta in U insieme al disco D(z
0
, r), allora
_
C
r
f(z)dz = 2i Res
z
0
(f)
Dim. Per lipotesi f possiede uno sviluppo in serie di Laurent (3.7) in
D(z
0
, R)0 per qualche R > r. Quindi la serie converge uniformemente in
C
r
, e pertanto f pu`o essere integrata termine a termine su C
r
, cio`e
_
C
r
f(z)dz =

nZZ
a
n
_
C
r
(z z
0
)
n
dz
Ma tutti gli integrali a secondo membro sono nulli eccetto quello relativo al
valore n = 1, che `e uguale a 2i. 3
Avremo bisogno della seguente nozione.
Denizione 3.4.2 Sia un arco chiuso in C e z
0
C un punto non
appartenente allimmagine di . Lindice di rispetto a z
0
, `e
I(, z
0
) :=
1
2i
_

dz
z z
0
Lemma 3.4.3 Sia un arco chiuso in C e z
0
C un punto non apparte-
nente allimmagine di . Allora I(, z
0
) `e un numero intero.
Dim. Sia : [a, b] C, e consideriamo la funzione F : [a, b] C denita
da:
F(t) =
_
t
a

()
() z
0
d
Si ha
F(a) = 0, F(b) = 2iI(, z
0
)
Si osservi che, essendo dierenziabile a tratti su [a, b], la F `e ben denita
come somma di integrali estesi ai sottointervalli chiusi di [a, t] su cui

() `e
denita. Per lo stesso motivo la F(t) `e continua e dierenziabile a tratti in
[a, b], e la sua derivata `e:
F

(t) =

(t)
(t) z
0
3.4. IL TEOREMA DEI RESIDUI 91
Si ha:
d
dt
_
e
F(t)
((t) z
0
)

= e
F(t)

(t) F

(t)e
F(t)
((t) z
0
) = 0
e quindi esiste una costante C tale che e
F(t)
((t) z
0
) = C, cio`e
(t) z
0
= Ce
F(t)
Inoltre C ,= 0 perche (t) ,= z
0
per ogni t. Ma allora, essendo (a) = (b), si
ha Ce
F(a)
= Ce
F(b)
, cio`e e
F(a)
= e
F(b)
, e quindi esiste un intero k tale che:
F(b) = F(a) + 2ki
Poiche F(a) = 0 e F(b) = 2iI(, z
0
), deduciamo che I(, z
0
) = k. 3
Intuitivamente, I(, z
0
) conta il numero di giri percorsi da intorno a
z
0
, con segno positivo o negativo a seconda che il senso di rotazione sia
antiorario o orario. Ad esempio, se r > 0 e C
r
: [0, 2] C `e la circonferenza
C
r
(t) = re
it
allora I(C
r
, 0) = 1 (Esempio 2.2.3, pag. 60).
Se : [a, b] C `e un arco chiuso, e U = C([a, b]) C il comple-
mentare dellimmagine di , allora U si suddivide in componenti connesse
per archi. Poiche ([a, b]) `e un sottoinsieme chiuso e limitato, esiste R > 0
tale
([a, b]) D(0, R)
Pertanto, dato che CD(0, R) `e connesso per archi, U possiede ununica
componente connessa per archi illimitata E. I punti di E si diranno punti
esterni a . Gli altri punti di U si diranno punti interni a .
Unaltra propriet`a signicativa dellindice `e descritta dal seguente lemma:
Lemma 3.4.4 Sia : [a, b] C un arco chiuso e sia U = C([a, b]) C
il complementare dellimmagine di . La funzione
z I(, z)
`e costante su ogni componente connessa di U e vale 0 sui punti esterni a .
Dim. Poiche la funzione dellenunciato `e a valori interi, sar`a suciente
dimostrare che `e continua su U. Ci`o `e equivalente a far vedere che, per ogni
z
0
U,
_

_
1
z

1
z
0
_
d
92 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
tende a 0 quando z z
0
. Poiche [a, b] `e compatto `e ben denito il numero
reale
s := min
t[a,b]
[(t) z
0
[
e s > 0 perche z
0
/ ([a, b]). Tenendo conto che
1
z

1
z
0
=
z z
0
( z)( z
0
)
e osservando che [(t) z[ > s/2 quando z `e sucientemente vicino a z
0
,
otteniamo

1
z

1
z
0

<
1
s
2
/4
[z z
0
[
Quindi

_
1
z

1
z
0
_
d

<
1
s
2
/4
[z z
0
[L()
La conclusione segue dal fatto che il secondo membro tende a 0 quando
z z
0
.
Per dimostrare lultima aermazione osserviamo che si ha
I(, z) max
t[a,b]
1
[z (t)[
L()
Poiche
lim
|z|
max
t[a,b]
1
[z (t)[
= 0
si ha che I(, z) 0 quando [z[ , e quindi I(, z) = 0 se z E.
3
Diamo ora una formulazione del teorema dei residui, che `e suciente-
mente generale per il calcolo pratico di molti integrali complessi.
Teorema 3.4.5 (dei residui) Sia U C un aperto semplicemente con-
nesso, z
1
, . . . , z
n
punti distinti di U, f H(Uz
1
, . . . , z
n
). Se `e un arco
chiuso contenuto in U la cui immagine non contiene alcun punto z
j
, allora
1
2i
_

f(z)dz =
n

j=1
Res
z
j
(f)I(, z
j
)
Questidentit`a `e detta formula dei residui.
3.5. CALCOLO ESPLICITO DI RESIDUI 93
Dim. Siano Q
1
, . . . , Q
n
le parti principali di f in z
1
, . . . , z
n
rispettiva-
mente. Allora
g(z) = f(z) Q
1
Q
n
si estende ad una funzione olomorfa in U, e quindi
_

g(z)dz = 0, per il
Corollario 2.4.5. Pertanto
1
2i
_

f(z)dz =
1
2i
n

j=1
_

Q
j
(z)dz (3.8)
Ma poiche
_

(z z
j
)
n
= 0, n ,= 1 (3.9)
(Esempio 2.2.6) abbiamo
1
2i
_

Q
j
(z)dz =
1
2i
_

Res
z
j
(f)
(z z
j
)
dz = Res
z
j
I(, z
j
)
e la conclusione segue. 3
Si osservi che, a causa del Lemma 3.4.4, le singolarit`a di f che sono esterne
a non danno alcun contributo al secondo membro della formula dei residui.
Pertanto, quando si vuole applicare la formula, ci si pu`o limitare a calcolare
i residui nei soli punti interni a .
3.5 Calcolo esplicito di residui
Se una funzione f(z) ha una singolarit`a eliminabile in un punto z
0
C allora
ovviamente il suo residuo in z
0
`e nullo.
Il caso di un polo semplice - Supponiamo che la funzione f(z) abbia un
polo semplice in z
0
C. Allora la funzione
g(z) := (z z
0
)f(z)
ha una singolarit`a eliminabile in z
0
e
Res
z
0
(f) = lim
zz
0
(z z
0
)f(z)
Se ad esempio
f(z) =
P(z)
Q(z)
94 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
con P, Q olomorfe in un intorno di z
0
, P(z
0
) ,= 0, e Q ha uno zero semplice
in z
0
, allora f(z) ha un polo semplice in z
0
. Poiche
Q(z) = Q

(z
0
)(z z
0
) +

n2
a
n
(z z
0
)
n
vediamo che
(z z
0
)f(z) =
P(z)
Q

(z
0
) +

n2
a
n
(z z
0
)
n1
e quindi
Res
z
0
(f) =
P(z
0
)
Q

(z
0
)
(3.10)
Questa formula risulta utile in particolare nel calcolo dei residui delle funzioni
razionali.
Il caso di un polo multiplo - Supponiamo che f(z) abbia un polo di ordine
m 2 in z
0
C. Allora la funzione g(z) = (z z
0
)
m
f(z) ha una singolarit`a
eliminabile in z
0
, e il Res
z
0
(f) coincide con il coeciente di (z z
0
)
m1
nello
sviluppo in serie di Taylor di g(z) in z
0
. Pertanto abbiamo:
Res
z
0
(f) =
1
(m1)!
lim
zz
0
d
m1
dz
m1
[(z z
0
)
m
f(z)]
Il caso di una singolarit`a essenziale - In questo caso non ci sono metodi
per facilitare il calcolo del residuo. Bisogna calcolare lo sviluppo di Laurent
caso per caso.
Esempio 3.5.1 La funzione
f(z) =
1 cos z
z
`e meromorfa in 0, e ha una singolarit`a eliminabile in 0, perche
o
0
(f) = o
0
(1 cos z) o
0
(z) = 2 1 = 1
Esempio 3.5.2 La funzione f(z) = 1/ sin z ha un polo semplice in . Per
la formula (3.10) si ha
Res

(f) =
1
cos
= 1
3.5. CALCOLO ESPLICITO DI RESIDUI 95
Quindi
_
C
R
f(z)dz =
_
2i se R >
0 se 0 < R <
Esempio 3.5.3 La funzione
f(z) =
z
2
3z + 1
z
2
(1 z)
ha un polo di ordine m = 2 in 0 e un polo semplice in 1. Si ha:
d
dz
[z
2
f(z)] =
_
z
2
3z + 1
1 z
_

=
z
2
+ 2z 2
(1 z)
2
che calcolata in z = 0 d`a:
Res
0
(f) = 2
Invece:
z
2
3z + 1
(z
2
(1 z))

=
z
2
3z + 1
2z 3z
2
che calcolata in 1 d`a Res
1
(f) = 1. Quindi
_
C
R
f(z)dz =
_
4i se 0 < R < 1
3i se R > 1
Esempio 3.5.4 Consideriamo la funzione
f(z) =
e
1
z
1 z
I suoi punti singolari sono z
0
= 0 e z
1
= 1. Il punto 1 `e un polo semplice e si
ha quindi, per la (3.10):
Res
1
(f) =
e
1
= e
0 `e una singolarit`a essenziale per f(z) perche altrimenti anche la funzione
e
1
z
= f(z)(1 z) avrebbe un polo in 0, il che `e falso. Sviluppiamo f in serie
di Laurent nellintorno di 0. Si ha:
e
1
z
= 1 +
1
z
+
1
2!z
2
+
1
3!z
3
+
1
1z
= 1 +z +z
2
+z
3
+
96 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
e quindi, moltiplicando:
e
1
z
1z
=
_
1 +
1
z
+
1
2!z
2
+
1
3!z
3
+
_
(1 +z +z
2
+z
3
+ )
=
_
1 +
1
2!
+
1
3!
+
_
1
z
+

n=1
a
n
z
n
Quindi il residuo di f(z) in 0 `e:
Res
0
(f) = 1 +
1
2!
+
1
3!
+ = e 1
Esempio 3.5.5 (derivata logaritmica) Sia
f(z) =

km
a
k
z
k
= a
m
z
m
(1 +h(z))
dove m ZZ, la serie di Laurent di una funzione avente una singolarit`a al
pi` u polare in 0. Allora si ha
f

(z) =

km
ka
k
z
k1
= ma
m
z
m1
(1 +h(z)) +a
m
z
m
h

(z)
e
f

f
=
m
z
+
h

(z)
1 +h(z)
e h

(z)/(1 +h(z)) `e olomorfa in 0. Quindi


Res
0
(f

/f) = m
La funzione f

/f si dice derivata logaritmica di f. Quindi il suo residuo in 0


coincide con lordine di f in 0.
Questultimo esempio ci conduce al seguente risultato:
Teorema 3.5.6 (dellindicatore logaritmico) Sia f(z) una funzione mero-
morfa in un aperto semplicemente connesso U C, e sia un arco chiuso
contenuto in U, la cui immagine non contenga ne zeri ne poli di f. Allora
la funzione f

/f `e meromorfa in U, non ha singolarit`a sullimmagine di ,


e si ha:
1
2i
_

f
dz =

o
z
j
(f)I(, z
j
) (3.11)
dove la somma `e estesa agli zeri e ai poli di f(z) interni a .
3.5. CALCOLO ESPLICITO DI RESIDUI 97
Dim. La derivata logaritmica, essendo quoziente di due funzioni mero-
morfe, `e meromorfa in U. Pi` u precisamente, dai calcoli locali eettuati nel-
lEsempio 3.5.5 risulta che f

/f ha un polo semplice, con residuo m, in ogni


punto in cui f ha ordine m ,= 0, e nessunaltra singolarit`a. La conclusione
ora segue dalla formula dei residui. 3
Lintegrale a primo membro della (3.11) `e detto indicatore logaritmico
di f lungo (o relativo a ). Il teorema precedente si applica utilmente in
diverse situazioni. Prima di darne delle applicazioni introduciamo un nuovo
concetto.
Sia f(z) H(Cz
1
, . . . , z
n
) una funzione olomorfa nel complementare
in C di un numero nito di punti z
1
, . . . , z
n
che sono quindi singolarit`a isolate
per f. Deniamo il residuo di f(z) allinnito come
Res

(f) :=
1
2i
_
C
R
f(z)dz
dove C
R
`e una circonferenza di centro lorigine e raggio R 0 tale che tutte
le singolarit`a di f siano contenute in D(0, R). Per la formula dei residui e
per la scelta di R abbiamo:
Res

(f) =
n

j=1
Res
z
j
(f)
In particolare Res

(f) non dipende da R. Lidentit`a precedente pu`o anche


mettersi nella forma pi` u suggestiva:
n

j=1
Res
z
j
(f) + Res

(f) = 0 (3.12)
Lemma 3.5.7 Nella situazione precedente, Res

(f) coincide con il residuo


in 0 della funzione
g(u) =
1
u
2
f(1/u)
98 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
Dim. La funzione g(u) non ha singolarit`a nella corona circolare 0 < [u[
R
1
e quindi:
2i Res
0
(g) =
_
C
R
1
g(u)du
= iR
1
_
2
0
g(R
1
e
it
)e
it
dt
= iR
1
_
2
0
R
2
e
2it
f(Re
it
)e
it
dt
= iR
_
2
0
f(Re
it
)e
it
dt
=
_
C

R
f(z)dz =
_
C
R
f(z)dz = 2i Res

(f)
3
Alla luce del Lemma 3.5.7 lidentit`a (3.12) diventa pi` u signicativa, in
quanto riduce il calcolo della somma dei residui di f a quello del residuo di
g in 0.
Osservazione 3.5.8 Il motivo per cui nella denizione di residuo allinnito
si richiede che f(z) abbia solo un numero nito di singolarit`a `e che altrimenti
g(u) non ha una singolarit`a isolata in 0. Ad esempio
f(z) =
1
sin z
ha inniti poli semplici e
f(1/u) =
1
sin
1
u
non ha una singolarit`a isolata in 0 (si veda lesempio 3.3.7).
Esempio 3.5.9 Si consideri lintegrale
I =
_
C
3
z
9
z
10
1
dz
dove C
3
`e la circonferenza di centro 0 e raggio 3. Poiche i poli della funzione
integranda f(z) sono le radici decime dellunit`a, essi sono interni a C
3
, e si
ha
I = 2i
10

j=1
Res
z
j
(f(z))
3.5. CALCOLO ESPLICITO DI RESIDUI 99
Il laborioso calcolo dei dieci residui pu`o essere evitato utilizzando la (3.12),
la quale implica
I = 2iRes

(f(z))
Si ha:
Res

(f(z)) = Res
0
(u
2
f(u
1
) = Res
0
(u
1
(1 +u
10
+u
20
+ ) = 1
Pertanto I = 2i.
Combinando il Lemma 3.5.7 con il Teorema 3.5.6 otteniamo la seguente
versione del teorema fondamentale dellalgebra:
Teorema 3.5.10 (Teorema fondamentale dellalgebra) Un polinomio P(z)
C[z] di grado n possiede n radici se ognuna di esse viene contata con la sua
molteplicit`a.
Dim. La molteplicit`a di una radice di P(z) `e uguale allordine della
funzione P(z) in . Sia P(z) = a
n
z
n
+ + a
1
z + a
0
, con a
n
,= 0. La sua
derivata logaritmica:
f(z) :=
P

(z)
P(z)
`e meromorfa in C e possiede poli semplici nelle radici di P(z) con resid-
uo uguale alla rispettiva molteplicit`a (Esempio 3.5.5). Pertanto, poiche P
possiede un numero nito di radici, `e denito il Res

(f). Si ha:

1
u
2
f(1/u) =
1
u
2
P

(u
1
)P(u
1
)
1
=
1
u
2
(na
n
u
n+1
+ (n 1)a
n1
u
n+2
+ +a
1
)(a
n
u
n
+ +a
1
u
1
+a
0
)
1
=
1
u
(na
n
+ (n 1)a
n1
u + +a
1
u
n1
)(a
n
+ +a
1
u
n1
+a
0
u
n
)
1
=
n
u
+ ((n 1)a
n1
+ )(1 + +a
1
n
a
1
u
n1
+a
1
n
a
0
u
n
)
1
dal che si vede che, per il Lemma 3.5.7:
Res

(f) = Res
0
_

1
u
2
f(1/u)
_
= n
Ora dalla formula (3.12) otteniamo:

(residui di f) = Res

(f) = n
100 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
e la conclusione segue dalla citata interpretazione dei residui di f come gli
ordini degli zeri di P. 3
Diamo unaltra utile applicazione del Teorema 3.5.6.
Teorema 3.5.11 (Rouche) Sia U C un aperto semplicemente connesso,
: [a, b] U un arco chiuso, f, g H(U). Supponiamo che si abbia:
[f(z) g(z)[ < [f(z)[
per ogni z Im(). Allora:

zU\Im()
I(, z)o
z
(f) =

zU\Im()
I(, z)o
z
(g)
Dim. Linsieme dei punti z U tali che I(, z) `e denito e non nullo ha
chiusura compatta e contenuta in U e quindi contiene un numero nito di
zeri di f e di g. Pertanto le sommatorie dellenunciato contengono solo un
numero nito di addendi non nulli e sono ben denite.
Lipotesi implica che f e g non hanno zeri su Im(). Possiamo dunque
riscrivere lipotesi nella forma:
[F(z) 1[ < 1, z Im()
dove F = g/f. Ci`o signica che la curva chiusa F `e contenuta nel disco
D(1, 1) di centro 1 e raggio 1 e quindi I(F , 0) = 0 perche 0 / D(1, 1).
Abbiamo pertanto:
0 = I(F , 0) =
1
2i
_
F
dz
z
=
1
2i
_
b
a
F

((t))
F((t))

(t)dt
=
1
2i
_

F
=
1
2i
_

(g

/g f

/f)
3
Il caso particolare pi` u utile del teorema di Rouche `e il seguente:
Corollario 3.5.12 Nelle ipotesi del Teorema 3.5.11, supponiamo che sia
una circonferenza, percorsa in senso antiorario, frontiera di un disco aperto
D U. Allora f e g hanno lo stesso numero di zeri in D (se contati con le
rispettive molteplicit`a).
3.6. CALCOLO DI INTEGRALI DEFINITI 101
Dim. Segue subito dal Teorema 3.5.11 tenendo conto che I(, z) = 1 se
z D e I(, z) = 0 se z CD. 3
Esempio 3.5.13 Sia g(z) = z
3
+ z
2
+ 4z + 1. e sia C
R
la circonferenza di
centro 0 e raggio R. Ponendo f(z) = 4z otteniamo:
[f(z) g(z)[ = [z
3
+z
2
+ 1[ 3 < [4z[ = 4, z Im(C
1
)
Quindi g(z) possiede lo stesso numero di radici di 4z, cio`e 1, nel disco D(0, 1).
Daltra parte, prendendo f(z) = z
3
e R = 3 otteniamo
[f(z) g(z)[ = [z
2
+ 4z + 1[ 22 < [z
3
[ = 27, z Im(C
3
)
e quindi g(z) ha tutte e tre le radici in D(0, 3), due delle quali stanno nella
corona circolare 1 < [z[ < 3.
Esempio 3.5.14 Si consideri lequazione:
z
2
ae
z
= 0
dove 0 < a < e
1
. Vogliamo determinarne le soluzioni nel disco unitario
[z[ < 1. Ponendo g(z) = z
2
ae
z
e f(z) = z
2
si ha, quando [z = x +iy[ = 1:
[g(z) f(z)[ = [ ae
z
[ = [ae
x
[ ae < 1 = [f(z)[
Quindi, applicando il teorema di Rouche, vediamo che lequazione assegnata
ha due radici nel disco unitario perche f(z).
3.6 Calcolo di integrali deniti con il metodo
dei residui
Il metodo dei residui permette di calcolare diverse classi di integrali deniti
reali senza dover calcolare la primitiva della funzione integranda. In questo
paragrafo illustreremo questo procedimento in alcuni casi signicativi.
Integrali trigonometrici - Consideriamo un integrale della forma:
I =
_
2
0
R(sin t, cos t)dt
102 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
dove R(x, y) `e una funzione razionale il cui denominatore non si annulla nei
punti (x, y) tali che x
2
+y
2
= 1. Poniamo z = e
it
. Si ha quindi:
sin t =
1
2i
_
z
1
z
_
, cos t =
1
2
_
z +
1
z
_
e z varia nella circonferenza unitaria C
1
al variare di 0 t 2. Quindi:
I =
_
C
1
1
iz
R
_
1
2i
_
z
1
z
_
,
1
2
_
z +
1
z
__
dz
Applicando il teorema dei residui otteniamo la seguente identit`a:
I = 2

Res
z
j
_
1
z
R
_
1
2i
_
z
1
z
_
,
1
2
_
z +
1
z
___
dove la somma `e estesa ai poli z
j
contenuti nel disco unitario D(0, 1).
Esempio 3.6.1
I =
_
2
0
dt
a + sin t
dove a > 1 reale. Allora
I = 2

Res
z
j
2i
z
2
+ 2iaz 1
Lunico polo nel disco unitario della funzione a secondo membro `e z
0
=
ia +i

a
2
1. Il suo residuo `e
i
z
0
+ia
=
1

a
2
1
Quindi:
I =
2

a
2
1
Esempio 3.6.2
I =
_
2
0
dt
1 2a cos t +a
2
, [a[ < 1
3.6. CALCOLO DI INTEGRALI DEFINITI 103
Applicando il metodo precedente si ottiene:
I = i
_
C
1
dz
az
2
(a
2
+ 1)z +a
Il denominatore f(z) si annulla per z = a, 1/a. Poiche [a[ < 1 solo il residuo
in z = a contribuisce allintegrale. Applicando (3.10) si trova
Res
a
(1/f(z)) =
i
a
2
1
e quindi
I =
2
1 a
2
Per calcolare altre classi di integrali deniti avremo bisogno del seguente
lemma.
Lemma 3.6.3 Sia f(z) una funzione meromorfa nellaperto
U

:= z = x +iy : y >
per qualche > 0 reale. Supponiamo che f(z) possieda un numero nito di
poli e che
lim
|z|
y0
zf(z) = 0
Sia
r
(t) = re
it
, 0 t , la semicirconferenza di raggio r di centro lorigine
contenuta nel semipiano superiore. Allora
lim
r
_

r
f(z) = 0
Dim. Per lipotesi sui poli di f, lintegrale `e ben denito per tutti gli
r 0. Sia M(r) = max[f(z)[ : z Im(
r
). Allora:
lim
r

r
f(z)

lim
r
M(r)r = 0
e il lemma segue. 3
Integrali impropri di funzioni razionali - Consideriamo un integrale della
forma:
I =
_
+

R(x)dx
104 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
dove R(x) =
P(x)
Q(x)
`e una funzione razionale reale senza poli sullasse reale.
Lintegrale I `e detto un integrale improprio, e per denizione `e dato da
I = lim
r+
_
r
r
R(x)dx
Supponiamo che
gr(Q) gr(P) + 2 (3.13)
Per ogni r > 0 tale che R(z) non abbia poli su
r
abbiamo la seguente
relazione
_
r
r
R(x)dx +
_

r
R(z) = 2i

Res
z
j
(R(z))
dove la somma `e estesa ai poli z
j
di R(z) contenuti nel semidisco aperto de-
limitato dal segmento [r, r] e da
r
. Poiche R(z) ha un numero nito di poli,
per r 0 la somma `e estesa a tutti i poli contenuti nel semipiano superiore
e quindi non dipende da r. Passando al limite per r + otteniamo:
lim
r+
_
r
r
R(x)dx = 2i

Im(z)>0
Res
z
(R(z)) lim
r+
_

r
R(z)
Dal Lemma 3.6.3 segue che il limite a secondo membro esiste ed `e uguale a
zero. Quindi anche il limite a primo membro esiste e si ha
I = 2i

Im(z)>0
Res
z
(R(z))
Esempio 3.6.4 Calcoliamo lintegrale
I =
_
+

dx
1 +x
2
La funzione integranda ha nel semipiano superiore lunico polo z = i, con
residuo uguale a
Res
i
_
1
1 +x
2
_
=
i
2
Quindi I = 2i
i
2
= .
Si osservi che lintegrale precedente si sarebbe potuto calcolare anche
come conseguenza dellidentit`a
1
1+x
2
= arctg(x)

.
3.6. CALCOLO DI INTEGRALI DEFINITI 105
Esempio 3.6.5 Consideriamo lintegrale
I =
_
+

xdx
(x
2
+ 4x + 13)
2
Il denominatore dellintegrando f(x) ha le radici 2 3i, di cui solo a =
2 + 3i `e situata nel semipiano superiore. Si ha:
Res
a
(f(z)) =
_
d
dz
(z a)
2
f(z)
_
a
=
_
d
dz
z(z + 2 + 3i)
2
_
a
=
i
2 27
Pertanto
I = 2iRes
a
(f(z)) =

27
Terzo tipo - Consideriamo ora un integrale improprio della forma
I =
_
+

f(x)e
ix
dx
dove f(z) `e meromorfa nellaperto U

:= z = x + iy : y > per qualche


> 0, ha un numero nito di poli nel semipiano superiore, e non ha poli
sullasse reale. Lintegrale I `e denito come
I = lim
r
_
r
r
f(x)e
ix
dx
se il limite esiste. Ragionando come nel caso degli integrali impropri di
funzioni razionali deduciamo che si ha, se r 0:
_
r
r
f(x)e
ix
dx = 2i

Im(z)>0
Res
z
(f(z)e
iz
)
_

r
f(z)e
iz
e quindi I esiste se e solo se esiste il limite dellintegrale a secondo membro
per r +.
Il seguente lemma garantisce lesistenza del limite e quindi dellintegrale
I sotto certe condizioni.
106 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
Lemma 3.6.6 Sia f(z) una funzione meromorfa nellaperto
U

:= z = x +iy : y >
per qualche > 0 reale, con un numero nito di poli nel semipiano superiore,
e supponiamo che
lim
|z|
y0
f(z) = 0 (3.14)
Sia
r
(t) = re
it
, 0 t , la semicirconferenza di raggio r di centro lorigine
contenuta nel semipiano superiore. Allora
lim
r+
_

r
f(z)e
iz
= 0
Dim. Se r 0 abbiamo:

r
f(z)e
iz

_

0
f(re
it
)e
ir(cos t+i sin t)
ire
it
dt

M(r)r
_

0
e
r sin t
dt (3.15)
dove M(r) = max[f(re
it
)[ : 0 t . Utilizzeremo le disuguaglianze
elementari:
sin t
2

t, 0 t

2
sin t
2

t + 2,

2
t
che sostituite danno:
_

0
e
r sin t
dt =
_
2
0
e
r sin t
rdt +
_

2
e
r sin t
dt

_
2
0
e
2rt

dt +
_

2
e
r
(
2t

2
)
dt
=

2r
e
2rt

2
0
+

2r
e
r
(
2t

2
)
[

2
=

r
(1 e
r
)
Sostituendo in (3.15) otteniamo:

r
f(z)e
iz

M(r)r

r
(1 e
r
) M(r)
3.6. CALCOLO DI INTEGRALI DEFINITI 107
Poiche lim
r
M(r) = 0, la conclusione segue. 3
Come conseguenza otteniamo che, sotto le ipotesi precedenti, se la (3.14)
`e soddisfatta allora lintegrale I esiste e vale lidentit`a
_
+

f(x)e
ix
dx = 2i

Im(z)>0
Res
z
(f(z)e
iz
)
108 CAPITOLO 3. SINGOLARIT
`
A ISOLATE E RESIDUI
Capitolo 4
Successioni e serie di funzioni
olomorfe o meromorfe
4.1 Convergenza uniforme e normale sui com-
patti
Sia U C un aperto. Denotiamo con ((U) linsieme di tutte le funzioni
continue denite su U a valori complessi, e sia H(U) ((U) il sottoinsieme
delle funzioni olomorfe.
Una successione f
n
di funzioni f
n
((U) si dir`a uniformemente con-
vergente sui compatti di U se per ogni sottoinsieme compatto K U la
successione delle restrizioni f
n|K
converge uniformemente. Poiche il limite
uniforme di funzioni continue `e continua, la funzione limite f = lim
n
f
n
di
una successione uniformemente convergente sui compatti `e tale che la sua
restrizione f
|K
a qualsiasi compatto K U `e continua. Ma allora, poiche
ogni punto di U possiede un intorno aperto la cui chiusura `e compatta e
contenuta in U, segue che f ((U).
Una serie

n
f
n
di funzioni f
n
((U) si dir`a uniformemente convergente
sui compatti di U se la successione delle sue somme parziali `e uniforme-
mente convergente sui compatti. In tal caso la funzione somma f =

n
f
n
`e
continua, per quanto appena osservato.
Una serie

n
f
n
di funzioni f
n
((U) si dir`a normalmente convergente
sui compatti di U se per ogni sottoinsieme compatto K U la serie

f
n|K
converge normalmente. Ci`o signica che per ogni sottoinsieme compatto
109
110 CAPITOLO 4. SUCCESSIONI E SERIE DI FUNZIONI
K U la serie

f
n|K
`e maggiorata in modulo da una serie convergente di
termini costanti positivi.
`
E evidente che se una serie `e normalmente convergente sui compatti di U
allora `e anche uniformemente convergente sui compatti di U.
Lemma 4.1.1 Condizione necessaria e suciente anche una successione
di funzioni f
n
((U) converga uniformemente sui compatti di U `e che per
ogni disco compatto U la successione delle restrizioni f
n|
converga
uniformemente.
Dim. La necessit`a `e ovvia. La sucienza segue immediatamente dal fatto
che ogni sottoinsieme compatto K U pu`o essere ricoperto da un numero
nito di dischi compatti contenuti in U. 3
Teorema 4.1.1 Se una successione di funzioni f
n
H(U) `e uniformemente
convergente sui compatti di U, la funzione limite f `e olomorfa in U.
Dim. Abbiamo gi`a osservato che la funzione f `e continua. Daltra parte,
per ogni disco D U, e per ogni arco chiuso contenuto in D, si ha
_

f
n
dz = 0
perche f
n
`e olomorfa. Dalla uniforme convergenza sui compatti, e dal fatto
che limmagine di `e un compatto, segue che
_

fdz = lim
n
_

f
n
dz = 0
Applicando il teorema di Morera 2.5.4 deduciamo che f H(U). 3
Il seguente corollario `e immediato.
Corollario 4.1.2 La somma di una serie di funzioni f
n
H(U) normal-
mente convergente sui compatti di U `e olomorfa.
Teorema 4.1.3 Se una successione di funzioni f
n
H(U) converge ad una
funzione f H(U) uniformemente sui compatti di U, allora la successione
delle derivate f

n
converge alla derivata f

H(U) uniformemente sui


compatti di U.
4.1. CONVERGENZA SUI COMPATTI 111
Dim. Sia z
0
U e sia R > 0 tale che il disco chiuso
R
di centro z
0
e raggio
R sia contenuto in U. Allora per ogni n per ogni z tale che [z z
0
[ R/2,
cio`e z
R/2
, si ha:
f

n
(z) =
_
C
R
f
n
()
( z)
2
d
e
f

(z) =
_
C
R
f()
( z)
2
d
Poiche C
R
`e compatto e f
n
converge a f uniformemente sui compatti segue
che
_
C
R
f()
( z)
2
d = lim
n
_
C
R
f
n
()
( z)
2
d
cio`e f

(z) = lim
n
f

n
(z). Quindi lim
n
f

n
= f

. Per vericare che la conver-


genza `e uniforme sui compatti di U si osservi che, essendo [z [ R/2 per
ogni C
R
e z
R/2
, si ha
[f

(z) f

n
(z)[
_
C
R

f() f
n
()
( z)
2

d
4
R
2
_
C
R
[f() f
n
()[d
e quindi lim
n
f

n
= f

uniformemente in
R/2
. La conclusione ora segue dal
Lemma 4.1.1 perche U pu`o essere ricoperto dalla famiglia dei dischi compatti

R/2
al variare di z
0
U. 3
Dimostriamo ora un risultato che risulta utile in diverse circostanze.
Proposizione 4.1.4 Sia U C un aperto connesso, e sia f
n
una succes-
sione di funzioni olomorfe in U uniformemente convergente sui compatti di
U. Supponiamo che f
n
(z) ,= 0 per ogni z U e per ogni n. Allora la funzione
f = lim
n
f
n
soddisfa f(z) ,= 0 per ogni z U, oppure `e identicamente nulla.
Dim. Per il Teorema 4.1.1 f `e olomorfa. Supponiamo che esista z
0
U
tale che f(z
0
) = 0. Allora, se f non `e identicamente nulla, z
0
`e uno zero
isolato di f perche U `e connesso. Quindi, per il teorema dellindicatore
logaritmico (Teorema 3.5.6), si ha
1
2i
_

(z)
f(z)
dz > 0
112 CAPITOLO 4. SUCCESSIONI E SERIE DI FUNZIONI
dove `e una circonferenza di centro z
0
e raggio sucientemente piccolo. Ma
per il Teorema 4.1.3 questintegrale `e il limite degli integrali
1
2i
_

n
(z)
f
n
(z)
dz
che sono nulli, ancora per il Teorema 3.5.6. Abbiamo quindi una contrad-
dizione, e la Proposizione `e dimostrata. 3
Osservazione 4.1.5 Il Teorema 4.1.1 descrive un fenomeno caratteristico
delle funzioni di variabile complessa, che non ha un analogo nel caso di fun-
zioni di variabile reale. Infatti un classico teorema di Weierstrass aerma
che ogni funzione continua a valori reali denita in un insieme chiuso e lim-
itato di R
N
pu`o essere ottenuta come limite di una successione di polinomi
reali uniformemente convergente. Nel caso complesso invece ogni successione
di polinomi uniformemente convergente sui compatti di un aperto U C
converge ad una funzione olomorfa, per il Teorema 4.1.1: quindi non `e pos-
sibile approssimare uniformemente sui compatti di U una qualsiasi funzione
continua su U mediante polinomi ne funzioni olomorfe.
4.2 Serie di funzioni meromorfe
Sia U C un aperto, f
n
una successione di funzioni meromorfe in U
e K U un sottoinsieme compatto. diremo che la serie

n
f
n
converge
uniformemente in K se `e possibile rimuovere un numero nito di termini dalla
serie in modo che le rimanenti funzioni non abbiano poli in K e costituiscano
una serie uniformemente convergente in K.
Analogamente, diremo che la serie

n
f
n
converge normalmente in K
se `e possibile rimuovere un numero nito di termini dalla serie in modo
che le rimanenti funzioni non abbiano poli in K e costituiscano una serie
normalmente convergente in K.
`
E ovvio che una serie di funzioni meromorfe normalmente convergente in
K `e anche uniformemente convergente in K.
Consideriamo una serie

n
f
n
di funzioni meromorfe su U, uniforme-
mente convergente sui compatti di U. Sia V U un sottoinsieme aperto la
cui chiusura sia compatta e contenuta in U (un aperto siatto si dice relati-
vamente compatto in U). La somma della serie

n
f
n
in V `e denita come
4.2. SERIE DI FUNZIONI MEROMORFE 113
la funzione meromorfa in V

nn
0
f
n
+

n>n
0
f
n
(4.1)
dove n
0
`e tale che la funzioni f
n
, n > n
0
, non abbiano poli in V . Quindi il
primo termine della (4.1) `e una funzione meromorfa in V , perche `e somma
di un numero nito di funzioni meromorfe; il secondo termine `e una funzione
olomorfa in V perche `e somma di una serie di funzioni olomorfe in V uni-
formemente convergente sui compatto di V .
`
E un facile esercizio dimostrare
che la funzione meromorfa (4.1) `e indipendente dalla scelta di n
0
.
Teorema 4.2.1 Sia

n
f
n
una serie di funzioni meromorfe su un aperto U
uniformemente (risp. normalmente) convergente sui compatti di U. Allora
la somma della serie `e una funzione meromorfa su U. Inoltre la serie

n
f

n
delle derivate della serie assegnata converge uniformemente sui compatti di
U e la sua somma `e la derivata f

della somma f della serie assegnata.


Dim. La somma della serie

n
f
n
`e ben denita e meromorfa in ogni
aperto relativamente compatto di V . Pertanto `e ben denita e meromorfa in
tutto U.
Sia V U un sottoinsieme aperto e relativamente compatto, e sia n
0
un
intero scelto come in (4.1). Allora in V si ha:
f

nn
0
f

n
+
_

n>n
0
f
n
_

Inoltre la serie

n>n
0
f
n
pu`o essere derivata termine a termine perche con-
verge uniformemente sui compatti di V . Pertanto, per il Teorema 4.1.3 la
serie delle derivate

n>n
0
f

n
converge uniformemente sui compatti di V alla
serie (

n>n
0
f
n
)

. Ci`o dimostra che la serie di funzioni meromorfe

n
f

n
con-
verge alla funzione meromorfa f

uniformemente sui compatti di V . Poiche


ci`o `e vero per ogni aperto relativamente compatto V U, deduciamo che

n
f

n
converge alla funzione meromorfa f

uniformemente sui compatti di


U. 3
114 CAPITOLO 4. SUCCESSIONI E SERIE DI FUNZIONI
4.3 Un esempio
Consideriamo la serie di funzioni meromorfe in C:

nZ
1
(z n)
2
(4.2)
Lemma 4.3.1 La serie (4.2) converge normalmente sui compatti di C. La
sua somma `e una funzione meromorfa f(z) M(C), avente un polo di ordine
2 in tutti gli n Z con parte principale
1
(z n)
2
e nessunaltra singolarit`a. Inoltre f `e periodica di periodo 1, cio`e soddisfa
f(z + 1) = f(z)
per ogni z C.
Dim. Poiche ogni sottoinsieme compatto di C `e contenuto in un insieme
della forma
S = S
x
0
,x
1
= z = x +iy : x
0
x x
1

`e suciente dimostrare che la serie (4.2) converge normalmente in ogni in-


sieme S. Poiche un tale S contiene solo un numero nito di interi n, solo
un numero nito di termini della serie possiede poli in S. Inoltre per ogni
n < x
0
si ha

1
(z n)
2


1
(x
0
n)
2
per ogni z S e quindi la sottoserie

n<x
0
1
(z n)
2
converge normalmente in S. Daltra parte si ha anche

1
(z n)
2


1
(n x
1
)
2
4.3. UN ESEMPIO 115
per ogni n > x
1
e per ogni z S. Quindi anche la sottoserie

n>x
1
1
(z n)
2
converge normalmente in S. Quindi, dopo aver rimosso un numero nito
di termini dalla serie (4.2), otteniamo una serie di funzioni olomorfe in ogni
punto di S e normalmente convergente in S. Quindi (4.2) `e normalmente
convergente sui compatti di C.
La relazione

n
1
(z + 1 n)
2
=

1
(z n

)
2
ottenuta ponendo n 1 = n

implica f(z + 1) = f(z). Inne `e evidente che


f(z) non ha poli al di fuori dei numeri interi n Z e che per ogni n Z la
funzione
f(z)
1
(z n)
2
`e olomorfa in n. 3
La funzione somma della serie (4.2) `e descritta precisamente nel seguente
modo.
Proposizione 4.3.1 La somma f(z) della serie (4.2) `e uguale a
_

sin z
_
2
Dim. Consideriamo la striscia S
0,1
. Si ha
lim
|y|+
1
(z n)
2
= 0
Poiche la serie (4.2) converge normalmente nella striscia S
0,1
, il limite e la
sommatoria si possono scambiare e deduciamo che in S
0,1
si ha anche
lim
|y|+
f(z) = 0 (4.3)
Utilizzando il fatto che f(z) `e periodica di periodo 1, deduciamo che la (4.3)
sussiste in tutto C.
Ora consideriamo la funzione g(z) :=
_

sin z
_
2
. Essa possiede le seguenti
propriet`a analoghe a quelle della f(z):
116 CAPITOLO 4. SUCCESSIONI E SERIE DI FUNZIONI
(i) g(z) M(C) ed `e periodica di periodo 1.
(ii) I poli di g(z) sono i numeri interi n, che sono poli doppi con parte
principale 1/(z n)
2
.
(iii)
lim
|y|+
g(z) = 0
La propriet`a (i) `e ovvia. A causa della periodicit`a `e suciente dimostrare
la (ii) nellorigine, cio`e dimostrare che lorigine `e un polo doppio con parte
principale 1/z
2
. Si ha, in un intorno di 0:
_

sin z
_
2
=
_

z
1
6

3
z
3
+
_
2
=
1
z
2
_
1
1
6

2
z
2
+
_
2
=
1
z
2
_
1 +
1
6

2
z
2
+
_
2
=
1
z
2
_
1 +
1
3

2
z
2
+z
4
( )
_
=
1
z
2
+

2
3
+z
2
( ) (4.4)
e la (ii) segue. La relazione (iii) segue immediatamente dallidentit`a (1.12)
di pag. 34.
Da questi fatti segue che la funzione f(z) g(z) `e olomorfa in tutto C
perche f e g hanno gli stessi poli con le stesse parti principali. Inoltre in
ogni striscia S
x
0
,x
1
la funzione f(z) g(z) `e limitata perche lo sono sia f
che g, come segue dalla (4.3) e dalla (iii). Dalla periodicit`a di f g segue
quindi che f g `e limitata in C. Applicando il teorema di Liouville (pag. 77)
deduciamo che f g `e costante. Inne, poiche f g tende a 0 al tendere di
[y[ a +, deduciamo che f g `e identicamente nulla. 3
Come applicazione dimostriamo la seguente identit`a, dovuta a Eulero:
Proposizione 4.3.2

n1
1
n
2
=

2
6
(4.5)
Dim. Dalla Proposizione 4.3.1 deduciamo che si ha:
_

sin z
_
2

1
z
2
=

n=0
1
(z n)
2
4.3. UN ESEMPIO 117
ed il secondo membro `e una funzione h(z) olomorfa in un intorno di 0. Inoltre
h(0) =

n=0
1
n
2
= 2

n1
1
n
2
Daltra parte la (4.4) implica che
lim
z0
_
_

sin z
_
2

1
z
2
_
=

2
3
e la (4.5) segue. 3
Consideriamo ora la serie
1
z
+

n=0
_
1
z n
+
1
n
_
(4.6)
il cui termine generale `e uguale a z/n(z n).
`
E facile dimostrare che questa
serie converge normalmente sui compatti di C (si proceda come nella di-
mostrazione del Lemma 4.3.1). La sua somma `e quindi una funzione F(z)
meromorfa in C, i cui poli sono gli interi z = n, e sono poli semplici con
residuo uguale a 1. Per il teorema 4.2.1 la derivata F

(z) `e la somma della


serie delle derivate, cio`e:
F

(z) =
1
z
2

n=0
1
(z n)
2
=
_

sin z
_
2
=
d
dz
_

tan z
_
e quindi
F(z)

tan z
= c (4.7)
una costante. Daltra parte dalla (4.6) segue che F(z) = F(z); pertanto
il primo membro della (4.7) `e un funzione dispari e, essendo costante, `e
identicamente nulla.
La serie (4.6) pu`o essere riordinata accorpando i termini relativi agli interi
n e n. Poiche
_
1
z n
+
1
n
_
+
_
1
z +n

1
n
_
=
2z
z
2
n
2
otteniamo la relazione:
1
z
+

n1
2z
z
2
n
2
=

tan z
(4.8)
118 CAPITOLO 4. SUCCESSIONI E SERIE DI FUNZIONI
4.4 Prodotti inniti
Sia f
n
una successione di funzioni continue in un aperto U C. Diremo
che il prodotto innito

n
f
n
(z)
converge normalmente in un sottoinsieme K U se le seguenti condizioni
sono soddisfatte:
(a) lim
n
f
n
(z) = 1 uniformemente in K.
(b)

n
ln f(z) converge normalmente in K.
La condizione (b) ha senso perche dalla (a) segue che [f
n
(z) 1[ < 1 per
n 0 e quindi ln f
n
(z) `e una funzione ben denita in K.
Poniamo f
n
(z) = 1 +u
n
(z). La (a) equivale alla condizione che la succes-
sione u
n
converga uniformemente a 0 in K. La (b) equivale alla condizione
che la serie

n
u
n
converga normalmente in K. Riassumendo possiamo dire
che le condizioni (a) e (b) sono equivalenti allunica condizione:
(c) La serie

n
u
n
(z)
dove u
n
= f
n
1, converge normalmente in K.
Diremo che il prodotto innito

n
f
n
(z)
converge normalmente nei compatti di U se converge normalmente in ogni
sottoinsieme compatto K U.
Teorema 4.4.1 Sia f
n
una successione di funzioni olomorfe in un aperto
U C. Supponiamo che

n
f
n
(z)
converga normalmente nei compatti di U. Allora la funzione
f(z) =

n
f
n
(z) := lim
n
f
1
(z)f
2
(z) f
n
(z)
4.4. PRODOTTI INFINITI 119
`e olomorfa in U. Inoltre per ogni p > 0 si ha:
f(z) = f
1
(z) f
p
(z)

n>p
f
n
(z) (4.9)
Linsieme degli zeri di f coincide con lunione degli zeri delle funzioni f
n
(z).
Lordine di uno zero di f `e uguale alla somma degli ordini che esso ha per
ciascuno dei fattori.
Dim. f `e olomorfa perche `e limite uniforme sui compatti di U dei prodotti
parziali niti, che sono funzioni olomorfe. La formula (4.9) `e ovvia in ogni
sottoinsieme compatto di U e quindi `e vera per ogni z U. Poiche la
successione u
n
converge a 0 uniformemente sui compatti di U, la funzione
f
n
non ha zeri in U quando n 0. Quindi lultima aermazione `e ovvia. 3
Teorema 4.4.2 Sotto le stesse ipotesi del Teorema 4.4.1, la serie di funzioni
meromorfe

n
f

n
f
n
converge normalmente nei compatti di U, e ha per somma la derivata logar-
itmica f

/f.
Dim. Sia K U un compatto. La funzione
g
p
= e

n>p
ln f
n
`e ben denita e olomorfa in K per p 0. Per la (4.9) abbiamo:
f

f
=

np
f

n
f
n
+
g

p
g
p
(4.10)
Daltra parte:
g

p
g
p
=

n>p
f

n
f
n
(4.11)
dove la serie a secondo membro converge uniformemente sui compatti di U:
infatti la serie

n>p
ln f
n
dei logaritmi converge uniformemente sui compat-
ti a ln g
p
, cosicche la serie delle derivate di questi logaritmi converge uni-
formemente sui compatti alla derivata g

p
/g
p
. Confrontando (4.10) e (4.11)
deduciamo che in K si ha:
f

f
=

n
f

n
f
n
120 CAPITOLO 4. SUCCESSIONI E SERIE DI FUNZIONI
e che la convergenza `e normale sui compatti di K. Poiche ci`o `e vero per ogni
compatto K U il teorema segue. 3
4.5 Lespansione di sin z come prodotto in-
nito
Consideriamo il prodotto innito
f(z) = z

n1
_
1
z
2
n
2
_
(4.12)
Dalla convergenza della serie numerica

n1
1/n
2
segue che la serie

n1
z
2
/n
2
converge normalmente sui compatti di C, e quindi il prodotto innito (4.12)
converge normalmente sui compatti di C. Deduciamo che f(z) `e una funzione
olomorfa in tutto C, i cui zeri sono i numeri interi z = n, e sono zeri sempli-
ci. Applicando il Teorema (4.4.2), possiamo dierenziare logaritmicamente
termine a termine ottenendo una serie di funzioni meromorfe che converge
normalmente sui compatti di C:
f

(z)
f(z)
=
1
z
+

n1
2z
z
2
n
2
Abbiamo visto (pag. 117) che la somma di questa serie `e

tan z
=
g

(z)
g(z)
dove abbiamo posto g(z) = sin z. Pertanto f

/f = g

/g, cosicche
f(z)
z
= c
sin z
z
dove c `e una costante. Per la (4.12) si ha
lim
z0
f(z)
z
= 1
e poiche
lim
z0
sin z
z
=
4.5. LESPANSIONE DI SINZ 121
deduciamo che c =
1

. Quindi abbiamo la formula:


sin z
z
=

n1
_
1
z
2
n
2
_
(4.13)
Ponendo z =
1
2
otteniamo la Formula di Wallis:
2

n1
(2n + 1)(2n 1)
(2n)
2
=
3 3 5 5
2 2 4 4
J. Wallis (16161703) ottenne questa identit`a molto tempo prima che il cal-
colo integrale fosse stato creato. La formula `e notevole perch`e fornisce une-
spressione di come un limite in cui non compaiono numeri irrazionali.
Wallis `e anche noto per aver introdotto per primo il simbolo .
122 CAPITOLO 4. SUCCESSIONI E SERIE DI FUNZIONI
Capitolo 5
Funzioni ellittiche
5.1 Funzioni periodiche
Una funzione f(z) meromorfa in C si dice periodica se esiste C, ,= 0,
tale che
f(z +) = f(z)
per ogni z C. Il numero si dice un periodo di f. Dalla denizione segue
che si ha anche (f(z + k) = f(z) per ogni z C e k Z, e quindi anche
k `e un periodo di f se lo `e .
Se f `e costante allora ogni C `e periodo di f. Esempi di funzioni
periodiche non costanti sono e
z
e sin z, di periodo 2i e 2 rispettivamente.
Teorema 5.1.1 (Jacobi) Una funzione meromorfa non costante pu`o essere
(i) semplicemente periodica, cio`e tutti i suoi periodi sono multipli interi di
uno di essi
1
.
(ii) doppiamente periodica, cio`e tutti i suoi periodi sono della forma
= h
1
+k
2
, h, k ZZ
dove
1
,
2
C sono due periodi linearmente indipendenti su R.
e non ci sono altre possibilit`a. In particolare, una funzione meromorfa non
pu`o avere pi` u di due periodi linearmente indipendenti su R.
123
124 CAPITOLO 5. FUNZIONI ELLITTICHE
Dim. Osserviamo che
a) Si ha
inf[[ : ,= 0 periodo di f : > 0
Se infatti si avesse = 0 allora per ogni > 0 esisterebbe un periodo

,= 0 tale che [

[ < . Da ci`o seguirebbe lesistenza di una successione di


periodi
n
tale che lim
n

n
= 0. Se u
0
C non `e un polo di f allora
f(u
0
) = f(u
0
+
n
)
e quindi f(z) f(u
0
) avrebbe gli inniti zeri u
0
+
n
, con u
0
come punto di
accumulazione. Seguirebbe che f(z) `e costante, il che `e contro lipotesi.
Dimostriamo ora che
b) I periodi di f(z) non hanno punti di accumulazione in C.
Se
0
fosse un punto di accumulazione di periodi, allora per ogni > 0
esisterebbero due periodi distinti
1
,
2
nel disco D(
0
, ). Quindi, essendo
[
1

2
[ < 2 ed
1

2
un periodo, f(z) avrebbe periodi di modulo
arbitrariamente piccolo, e ci`o contraddice a).
Da a) e b) segue che il valore assoluto dei periodi non nulli di f assume
un minimo > 0. Sia dunque
1
un periodo tale [
1
[ = . Ogni n
1
, n ZZ,
`e un periodo. Viceversa, sia un qualsiasi periodo tale che /
1
sia reale, e
sia n ZZ lintero denito dalla condizione
0

1
n < 1
Allora
0
:= n
1
`e un periodo tale che [
0
[ < [
1
[, e quindi
0
= 0. Ne
deduciamo che = n
1
. Quindi ogni periodo tale che /
1
sia reale `e un
multiplo intero di
1
. Se f(z) non ha altri periodi allora siamo nel caso (i).
Supponiamo che esista un periodo tale che /
1
non sia reale, e deno-
tiamo con
2
un tale periodo con valore assoluto minimo. Sia =
2
/
1
.
Allora [[ 1 e, salvo a scambiare
2
con
2
, anche Im() > 0. Ogni
h
1
+ k
2
, h, k ZZ, `e un periodo di f. Facciamo vedere che viceversa ogni
periodo `e di questa forma.
Possiamo scrivere = x
1
+y
2
, per opportuni x, y R. Si ha:
x = h +a, y = k +b
dove h, k ZZ e 1/2 a, b 1/2. Allora

0
:= h
1
k
2
= a
1
+b
2
5.1. FUNZIONI PERIODICHE 125
`e un periodo e si ha:

+b


[a[
[[
+[b[
1
2
+
1
2
= 1
Luguaglianza pu`o valere solo se a/ R. Poiche ci`o `e falso, si ha [
0
[ < [
2
[,
e quindi
0
/
1
`e reale, cio`e b = 0. Daltra parte, poiche [a[ 1/2, deve anche
essere [
0
[ < [
1
[, e quindi
0
= 0. Quindi = h
1
+ k
2
, e siamo nel caso
(ii). 3
Sia f(z) semplicemente periodica con insieme dei periodi

f
= n
1
: n ZZ
Sostituendo z con
1
z, possiamo supporre che
f
= ZZ, cosicche si ha
f(z +n) = f(z)
per ogni n ZZ. Ad esempio la funzione z e
z
ha 2ni : n ZZ come
insieme dei periodi, mentre la funzione
= (z) = e
2iz
ha ZZ come insieme dei periodi. Si noti che

1
() =
1
2i
ln
ha innite determinazioni che dieriscono per un intero, per ogni ,= 0.
Se f(z) `e una funzione periodica con insieme dei periodi ZZ allora, a causa
della periodicit`a, la funzione
() := (f
1
)() = f
_
1
2i
ln
_
`e ben denita e meromorfa in C0. Viceversa, data una funzione ()
meromorfa in C0, la funzione
f(z) = ( )(z) = (e
2iz
) (5.1)
`e una funzione semplicemente periodica con insieme dei periodi ZZ. Quindi
le funzioni f(z) meromorfe e periodiche di insieme dei periodi ZZ sono tutte
e sole quelle della forma (5.1) per qualche () M(C0). I poli di ()
sono in corrispondenza biunivoca con le classi di congruenza modulo ZZ di
poli di f(z).
126 CAPITOLO 5. FUNZIONI ELLITTICHE
Denizione 5.1.2 Una funzione meromorfa in C e doppiamente periodica
si dice una funzione ellittica.
Sia f(z) una funzione ellittica. Due periodi
1
,
2
C tali che ogni altro
periodo di f(z) si possa esprimere come loro combinazione lineare a coeci-
enti interi, si dicono periodi primitivi di f(z). Si noti che la coppia di periodi
primitivi non `e univocamente determinata, perche ad esempio
1
,
2
sono
ancora periodi primitivi. Salvo scambiare tra loro
1
e
2
, e a cambiare di
segno uno di essi, si pu`o sempre fare in modo che si abbia
Im(
2
/
1
) > 0, [
2
/
1
[ 1
Linsieme dei periodi di una funzione ellittica `e dunque un sottogruppo
di C libero di rango 2 che si dice un reticolo e si denota con
= (
1
,
2
)
Fissato un qualsiasi z
0
C, linsieme dei numeri complessi della forma
z
0
+t
1

1
+t
2

2
al variare di 0 t
1
, t
2
1, si dice il parallelogramma fondamentale di primo
vertice z
0
.
Dato un reticolo , linsieme delle funzioni ellittiche il cui reticolo dei
periodi coincide con, o contiene, , si denota con E() ed i suoi elementi si
dicono funzioni ellittiche relative a . Le funzioni costanti sono ellittiche
relative a qualunque . Si osservi che se
1

2
allora E(
2
) E(
1
).
`
E
immediato vericare che E() costituisce un sottocampo di M(C).
Proposizione 5.1.3 Sia = (
1
,
2
) un reticolo.
(i) Se f E() allora anche la sua derivata f

E().
(ii) Le uniche funzioni olomorfe contenute in E() sono le costanti.
Dim. (i) `e ovvia.
(ii) Se f(z) E() `e olomorfa, allora `e limitata in un parallelogramma
fondamentale. Dalla periodicit`a segue che `e limitata in tutto C, e quindi `e
costante per il teorema di Liouville. 3
5.1. FUNZIONI PERIODICHE 127
Teorema 5.1.4 (Abel) Se f E() non `e costante allora il numero di zeri
di f contenuto in un parallelogramma fondamentale coincide con il numero
dei suoi poli nello stesso parallelogramma, se ognuno di essi viene contato
con il rispettivo ordine, e purche nessuno zero ne polo sia sulla frontiera del
parallelogramma.
Se z
1
, . . . , z
r
sono gli zeri e p
1
, . . . , p
r
sono i poli, ognuno di essi
essendo ripetuto secondo il suo ordine, allora

j
z
j

j
p
j
(mod )
Dim. Sia z
0
C tale che la frontiera del parallelogramma fondamentale
di primo vertice z
0
non contenga ne zeri ne poli di f. Per il teorema
dellindicatore logaritmico `e suciente dimostrare che
1
2i
_

f
= 0
dove denota la curva costituita dalla frontiera di percorsa in senso
antiorario. Poniamo
=
1
2i
f

f
Per la 5.1.3(i), E(). Si ha:
_

=
_
1
0
[(z
0
+t
1
) (z
0
+
2
+t
1
)]dt
+
_
1
0
[(z
0
+
1
+t
2
) (z
0
+t
2
)]dt
Per la periodicit`a di entrambi gli addendi sono nulli, e la prima parte segue.
Consideriamo lintegrale
_

(z)zdz (5.2)
Si osservi che lintegrando non `e una funzione ellittica e che non `e restrittivo
supporre 0 / . Lintegrazione lungo due lati opposti di d`a:
_
z
0
+
1
z
0
(z)zdz +
_
z
0
+
2
z
0
+
1
+
2
(z)zdz
128 CAPITOLO 5. FUNZIONI ELLITTICHE
=
_
z
0
+
1
z
0
(z)zdz +
_
z
0
z
0
+
1
(z +
2
)(z +
2
)dz =
2
_
z
0
+
1
z
0
(z)dz
Poiche (z
0
) = (z
0
+
1
), si ha:
_
z
0
+
1
z
0
(z)dz =
1
2i
_
z
0
+
1
z
0
d[ln f(z)] = n
per qualche n ZZ. Quindi il contributo allintegrale (5.2) dato dai due
lati opposti considerati `e n
2
. Analogamente, gli altri due lati danno il
contributo m
1
, m ZZ. Quindi si ha:
_

(z)zdz 0 (mod )
Daltra parte, questo stesso integrale pu`o essere calcolato utilizzando il teo-
rema dei residui ed osservando che lintegrando ha residuo z per ogni zero
z di ordine in , e p per ogni polo di ordine in (stiamo supponendo
0 / ). Da ci`o segue la seconda parte del teorema. 3
La teoria delle funzioni ellittiche non avrebbe interesse se, per un dato
reticolo , E() consistesse solo di funzioni costanti. Lesistenza di fun-
zioni ellittiche non costanti per ogni reticolo sar`a dimostrata nel prossimo
paragrafo.
5.2 La funzione di Weierstrass
Vogliamo dimostrare che per ogni reticolo esistono funzioni ellittiche non
costanti in E(). Fissiamo dunque un reticolo qualsiasi = (
1
,
2
), con

1
,
2
C linearmente indipendenti su R.
Lemma 5.2.1 La serie

\{0}
1
[[
r
converge per ogni r 3.
Dim. Per ogni n 1 denotiamo con P
n
linsieme degli della forma
= h
1
+k
2
5.2. LA FUNZIONE DI WEIERSTRASS 129
con n h, k, [h[, [k[ n. Si verica immediatamente che: P
n
P
m
=
se n ,= m, e
0 =
_
n
P
n
Inoltre P
n
consiste di 8n elementi, ognuno dei quali ha modulo cn, dove
c = min
P
1
[[. Quindi:

P
n
1
[[
r

8n
c
r
n
r
Sommando rispetto ad n troviamo:

=0
1
[[
r
=

n1
_

P
n
1
[[
r
_

n1
8
c
r
n
r1
e questa serie converge per r 3. La conclusione segue. 3
Proposizione 5.2.1 La serie di funzioni meromorfe:
(z) =
1
z
2
+

\{0}
_
1
(z )
2

1

2
_
converge normalmente in ogni disco D
0
(R), R > 0, e quindi ha per somma
una funzione meromorfa in tutto il piano.
Dim. Fissato R > 0, si ha [[ R per tutti gli eccettuato al pi` u
un numero nito. Quindi per tutti i termini della serie, eccettuato al pi` u un
numero nito, si ha, se [z[ < R:

1
(z )
2

1

2z z
2

2
(z )
2

=
=

z
_
2
z

[
3
[

1
z

2

R
3
2
[
3
[
1
4
=
6R
[
3
[
Dal lemma 5.2.1 segue che la serie (z) converge normalmente nel disco
D
0
(R). 3
La funzione meromorfa in C somma della serie (z) `e detta funzione di
Weierstrass e denotata con lo stesso simbolo. Ovviamente (z) dipende dalla
scelta del reticolo . Le sue principali propriet`a sono date dalla seguente:
130 CAPITOLO 5. FUNZIONI ELLITTICHE
Proposizione 5.2.2 (i) (z) E(), cio`e (z) `e una funzione ellittica
relativa a .
(ii) I poli di (z) sono esattamente i punti di , ed essi sono poli di ordine
2 con parte principale
1
(z )
2
(iii) (z) = (z) per ogni z C, cio`e (z) `e una funzione pari.
(iv) La derivata

(z) appartiene a E(), e soddisfa:

(z) =

(z)
per ogni z C, cio`e `e una funzione dispari; inoltre ha per poli tutti e
soli i punti di , che sono poli di ordine 3 con residuo nullo.
Dim. (iii) Si ha:
(z) =
1
z
2
+

=0
_
1
(z )
2

1

2
_
e sostituendo al posto di si riottiene la serie originaria.
(iv) La convergenza normale implica che la serie (z) pu`o essere derivata
termine a termine. Quindi:

(z) = 2

1
(z )
3
La conclusione segue immediatamente.
(ii) Ogni z / `e punto di regolarit`a di ogni termine della serie (z),
e quindi `e punto di regolarit`a della funzione (z). Inoltre dalla denizione
segue che per ogni si ha, in un intorno di :
(z) =
1
(z )
2
+f(z)
dove f(z) `e olomorfa. La conclusione segue.
(i) Dalla periodicit`a di

(z) si deduce che esiste una costante C tale che


(z +
1
) = (z) +C
5.2. LA FUNZIONE DI WEIERSTRASS 131
per ogni z C. Prendendo z =

1
2
(che non `e un polo di ) si ottiene:

1
2
_
=
_

1
2
_
+C
e poiche `e pari, si deduce che C = 0. Argomentando in modo simile per

2
si conclude. 3
Per poter proseguire lo studio delle funzioni (u) e

(u) `e necessario
considerare i loro sviluppi in serie di Laurent. Allo scopo introduciamo le
cosiddette serie di Eisenstein. Esse sono denite per ogni r 3 come:
G
r
=

\{0}
1

r
Ovviamente G
r
= G
r
() dipende dal reticolo . Per il Lemma 5.2.1 la serie
G
r
converge assolutamente per ogni r 3. Denotando con lo stesso simbolo
la sua somma osserviamo che si ha
G
r
= 0
per ogni r dispari perche
1/
r
= 1/()
r
e quindi i termini corrispondenti ad e a si cancellano. Ci`o posto si ha:
Lemma 5.2.2 Gli sviluppi di Laurent di (u) e di

(u) nellorigine sono


(u) = u
2
+

j2
(2j 1)G
2j
u
2j2

(u) = 2u
3
+

j1
2j(2j + 1)G
2j+2
u
2j1
Dim. Lo sviluppo di

(u) segue da quello di (u) derivandolo termine a


termine. Per (u) osserviamo che si ha:
(u )
2
=
2
[1 +

j1
(j + 1)
u
j

j
]
e quindi
(u) u
2
=

\{0}
[(u )
2

2
] =
132 CAPITOLO 5. FUNZIONI ELLITTICHE
=

\{0}

j1
(j + 1)
u
j

j+2
=

j1
(j + 1)G
j+2
u
j
che `e lespressione cercata, tenuto conto del fatto che G
r
= 0 per r dispari.
3
Dimostriamo ora il seguente importante risultato:
Teorema 5.2.3 Le funzioni (u) e

(u) soddisfano lidentit`a

(u)
2
= 4(u)
3
g
2
(u) g
3
(5.3)
dove abbiamo posto:
g
2
= 60G
4
, g
3
= 140G
6
Dim. Utilizzando il Lemma 5.2.2 si calcola che primo e secondo membro
della (5.3), che hanno un polo di ordine 6 nellorigine, hanno uguali i termini
in u
6
, . . . , u
1
ed il termine costante. Quindi la loro dierenza `e una funzione
ellittica olomorfa che si annulla nellorigine, cio`e `e la funzione identicamente
nulla. 3
Il teorema 5.2.3 aerma che al variare di u C il punto ((u),

(u))
varia sulla curva piana ( di equazione:
W
2
= 4Z
3
g
2
Z g
3
(5.4)
Osserviamo che il secondo membro della (5.4), cio`e il polinomio
4Z
3
g
2
Z g
3
(3) (5.5)
possiede 3 radici distinte, che sono
e
1
= (
1
/2), e
2
= (
2
/2), e
3
= ((
1
+
2
)/2)
Sia infatti
1
/2,
2
/2, (
1
+
2
)/2. Poiche (mod ) si ha

() =

() =

()
cio`e

() = 0. Dalla (5.3) segue che e


1
, e
2
, e
3
sono radici di (5.5). Poiche

() = 0 segue che lequazione


(u) () = 0
5.2. LA FUNZIONE DI WEIERSTRASS 133
ha in una radice doppia. Sia 0 ,= z
0
C tale che [z
0
[ < , con >
0 sucientemente piccolo, Nel parallelogramma fondamentale di primo
vertice z
0
`e contenuto un solo polo di , che ha ordine 2. Dalla Proposizione
5.1.3(ii) segue che in nessun altro punto di si ha () = (). Quindi
le tre radici e
1
, e
2
, e
3
sono distinte.
Questo fatto signica che, come `e immediato vericare, la curva ( `e
nonsingolare, anche allinnito.
Se (z, w) `e un punto di ( diverso da (e
i
, 0), cio`e tale che w ,= 0, allora si
ha (u) = (u) = z per qualche u , u (mod ) perche w ,= 0. Daltra
parte essendo

(u) =

(u) deduciamo che per ogni punto (z, w) della


curva ( esiste un unico u (mod ) tale che
(z, w) = ((u),

(u))
134 CAPITOLO 5. FUNZIONI ELLITTICHE
Bibliograa
[1] E. Giusti: Analisi Matematica 1, Bollati Boringhieri (1985).
135