Le ombre e lo scheletro di Paolo Macry (di Paolo Macry – Corriere del Mezzogiorno) Le ombre e lo scheletro Venerdì il circo elettorale è passato

dalla Campania. Ma l’anomalia saltava agli occhi già guardando gli oratori: c’erano i leader nazionali, non c’era la classe dirigente locale. Un’intera regione priva di rappresentanza civile e morale, oltre che politica. Allarmante. Del resto, leader e notabili campani non erano sui palchi del Pdl e del Pd perché non esistono più. Sono diventati ombre. Oppure scheletri. Alcuni hanno dovuto rinunciare d’imperio alla loro corporeità, allontanati in modo brusco dalla scena, colpiti dal rinnovamento giacobino dei partiti. Si è smaterializzato Ciriaco De Mita, che da anni regalava pacchetti golosi di voti alla sinistra. Ora De Mita è un’ombra politica, il dibattito tra i partiti maggiori lo attraversa senza vederlo, i suoi uomini sono in bilico tra la fedeltà al Maestro o alla poltrona. È diventata ombra la famiglia Martusciello, messa alla porta dopo sbrigativi ringraziamenti, lasciata nel limbo di chi assiste alla vita politica senza poterla toccare. E Malvano, abbagliato da luci presto spente. Ombra si è fatta Alessandra Mussolini, che venerdì scorrazzava sotto il palco del Cavaliere senza poterci salire, forse rimpiangendo la sua antica sfida a Bassolino, quando correva l’anno 1993 a.C. Ma ombre sono anche gli uomini che in parlamento qualcosa l’avevano pur fatta, i Villone, i Tessitore, i Ranieri, i Barbieri. I loro partiti hanno deciso di depennarli dal mondo in carne e ossa. E tuttavia questo è niente rispetto alla sorte degli scheletri. Gli scheletri, si sa, vanno tenuti negli armadi e chiusi a doppia mandata. Benché sangue del proprio sangue, sono ormai innominabili, portano sfortuna, attirano fulmini. A partire da Bassolino, naturalmente. Del governatore, in questa campagna elettorale, non v’è traccia e anzi la sua fisicità costituisce materia di segreti litigi: per Veltroni è stata una grande vittoria l’essersi garantito che non sarà al suo fianco mercoledì prossimo, in piazza Plebiscito. Ed è uno scheletro Pecoraro Scanio, frettolosamente chiuso nel portabagagli di un’auto blu, manco fosse vittima di un sequestro, e spedito sulla lontana east coast. Né diversa è la sorte di Mastella, la cui ipotetica rilevanza penale è stata fortemente temuta a sinistra e a destra, dai prodiani vendicativi e dal Cavaliere pusillanime. E anche oggi, smontato il teorema, nessuno osa aprirgli l’armadio. Non i puri e nemmeno gli impuri. Alla buon’ora, si dirà, almeno ci siamo liberati dei pesi morti. Ma la cosa non è così semplice. Primo, perché il repulisti è stato fatto con criteri assai poco trasparenti e lasciando intatto proprio il Quartier Generale. Come se a Parigi avessero liquidato vescovi e cortigiani ma non Luigi e Maria Antonietta. Secondo, perché i giustizieri romani non hanno mosso un dito per rimpiazzare il ceto politico decapitato e infatti sui palchi elettorali non si sono visti delfini, giovani del vivaio, nuove élites. Sicché è l’intera Campania che rischia di diventare un’ombra di regione, ininfluente, marginale. O, peggio, lo scheletro nell’armadio di cui il resto del paese si vergogna.