AL MINISTERO DELL'INTERNO

Dipartimento delle Libertà Civili e l'Immigrazione
Piazza del Viminale n. 1
00184
ROMA
AL COMMISSARIO STRAORDINARIO PER IL COORDINAMENTO
DELLE INIZIATIVE DI SOLIDARIETA' PER LE VITTIME DEI REATI
DI TIPO MAFIOSO
Via Cesare Balbo
00184
ROMA
AL PREFETTO DI AGRIGENTO
Piazza A. Moro n. 1
92100
AGRIGENTO
OGGETTO: Omicidio di Paolo Borsellino, ucciso per mano mafiosa a Lucca Sicula il 21 aprile
1992. Riconoscimento di vittima innocente della mafia. RICHIESTA DI REVOCA IN
AUTOTUTELA del decreto ministeriale B/835/VT del 18 marzo 2002, con il quale è stata
disposta la revoca del decreto ministeriale n.97/1283/E/B0835/VT in data 8 luglio 1997 e di revoca
in autotutela dell'atto presupposto di cui alla nota prefettizia n. 25914/GAB del 23 ottobre 2001
indirizzata al Ministero dell'Interno; nonché delle note prefettizie indirizzate alla Presidenza della
Regione Siciliana, n. 2002/14643/GAB del 13 giugno 2002, n. 2002/15890/GAB dell'8 luglio 2002
e n. 25806 del 7 luglio 2011.
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PREMESSA
Con lettera in data 5 aprile 2013 la sig.ra PAGANO Calogera, nata a Lucca Sicula il 27.11.1938,
madre del mio coniuge, BORSELLINO Paolo, ucciso per mano mafiosa in Lucca Sicula il 21
aprile 1992, in data 16.10.2012 ha chiesto alla Prefettura di Agrigento di poter esercitare l'accesso
agli atti dei procedimenti relativi al proprio figlio BORSELLINO Paolo, istruiti dal predetto Ufficio
a seguito di separate istanze presentate dalla scrivente PUCCIO Vincenzina e da mio figlio
BORSELLINO Giuseppe, volte ad accedere ai benefici di legge previsti per l'inserimento agevolato
nel mondo del lavoro dei familiari delle vittime innocenti della mafia.
***
Nella accennata istanza di accesso agli atti la sig.ra PAGANO riferiva di avere appreso di recente la
notizia che il Ministero dell'Interno aveva revocato anni addietro la qualifica di vittima
innocente della mafia precedentemente riconosciuta al proprio figlio, ucciso proditoriamente
dalla mafia nell'aprile del 1992 Lucca Sicula cui fece seguito l'omicidio del padre BORSELLINO
Giuseppe.
BORSELLINO Paolo e BORSELLINO Giuseppe erano due piccoli imprenditori che avevano
creduto, da persone oneste, assolutamente fuori dalle logiche e dagli intrighi degli ambienti mafiosi,
di potere esercitare a Lucca Sicula, vent'anni fa, un'attività in proprio nel settore del calcestruzzo;
una attività economica che avevano intrapreso con sacrifici, acquistando a cambiali le macchine per
l'operatività dell'impianto, ma anche con l'entusiasmo di chi crede nella propria intelligenza e nelle

proprie capacità di grande lavoratore, desiderosi soltanto di costruire un avvenire di maggiore
solidità economica per la propria famiglia. Padre e figlio non potevano sapere che il calcestruzzo,
come sarebbe emerso negli anni successivi a seguito delle importanti operazioni antimafia che
hanno colpito la potente mafia agrigentina, costituiva già allora per cosa nostra un grande affare da
gestire direttamente o per il tramite di fidati imprenditori compiacenti che operavano in regime di
assoluto monopolio.
Mio marito Paolo BORSELLINO è stato ucciso perché si era rifiutato di vendere alla famiglia
mafiosa dominante in Lucca Sicula le quote sociali dell'azienda “Lucca Sicula Calcestruzzi
S.r.l”., e la stessa sera dell'uccisione di Paolo, suo padre, BORSELLINO Giuseppe, assumendo un
comportamento di grande dignità ed elevata dirittura morale, non ha avuto alcun dubbio a recarsi
presso il Comando della Compagnia dei Carabinieri di Sciacca ed iniziare così una collaborazione
con la polizia giudiziaria e con la stessa Procura della Repubblica. Ripudiava, mio suocero, la logica
della vendetta privata e confidava nella forza dello Stato di diritto per avere egli stesso per sé e la
sua famiglia giustizia per la barbara ed ingiusta uccisione del figlio; ben sapendo che rompendo il
muro dell'omertà avrebbe pagato con la vita la sua decisione di collaborare con gli organi dello
Stato, tant'è che, nonostante venisse portato dalle forze di polizia nei luoghi dei colloqui con gli
investigatori e con l'Autorità Giudiziaria anche con veicoli dedicati, effettuando pure spostamenti
controllati e segreti, la notizia della collaborazione divenne nota e pubblica finché egli stesso non
venne ucciso, il 17 dicembre del 1992, con una raffica di mitraglietta nel corso di un agguato
perpetrato da due persone in pieno centro cittadino, perché l'esecuzione fosse monito per tutti quelli
che avrebbero potuto volere osare, in futuro, alzare la testa.
BORSELLINO Giuseppe muore per la sua decisione convinta di chiedere giustizia allo Stato
che riconosceva come unico vero baluardo contro la prevaricazione violenta della mafia ed ai cui
organi aveva svelato le possibili ragioni del delitto del figlio e il sistema di potere mafioso che
incombeva sul territorio senza lasciare spazio a libere iniziative economiche.
Orbene, stante l'indiscusso interesse di mia suocera a conoscere documentazione esistente
riguardante il proprio figlio, la scrivente dava l'assenso (tramite silenzio) alla Prefettura al rilascio
della richiesta autorizzazione all'accesso agli atti riguardanti procedimenti amministrativi promossi
su mia istanza e volti al riconoscimento dei benefici di legge previsti per i familiari conviventi di
vittima innocente della mafia.
La signora PAGANO prendeva in considerazione i seguenti atti:
1. Lettere della Prefettura di Agrigento datate 14/10/1995 e 14/11/1996 concernenti il parere
favorevole all'erogazione della provvisionale alla sig.ra PUCCIO Vincenzina ed ai minori Calogero
e Giuseppe BORSELLINO;
2. decreto n.97/1283/E/B0835/VT datato 8 luglio 1997 con il quale, su conforme parere della
Commissione consultiva di cui al DPR n. 364/94 espresso nella seduta del 21 marzo 1997, veniva
erogata alla sig.ra Vincenzina PUCCIO ed ai minori Calogero e Giuseppe BORSELLINO la
provvisionale della speciale elargizione, nella forma dell'assegno vitalizio previsto dall'art. 5 delle
legge n. 302/1990 ritenendosi sussistenti allo stato degli atti, nelle more della conclusione del
procedimento penale, i presupposti per dar luogo alla concessione dei benefici richiesti;
3. lettera n. 25914/GAB del 7 aprile 1998 con la quale la prefettura di Agrigento ha riferito che, alla
luce di dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (ribadisco: solo e soltanto sulla base di
queste, ovvero quelle di INGA e quelle de relato del suo confidente, PULCI Calogero), il sig. Paolo
BORSELLINO non era da ritenere estraneo a fatti di mafia e ad azioni criminali perché,
dall'ordinanza di custodia cautelare emessa in data 28.11.97 dal GIP presso il Tribunale di Palermo

a carico di alcuni imputati, emergeva che Paolo Borsellino sarebbe stato colpevole, insieme ad altri,
dell'omicidio di tale RADOSTA Stefano;
4. lettera del 17 maggio 2000 con la quale la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo rendeva
noto che l'omicidio del BORSELLINO si inseriva in una complessa vicenda imprenditoriale e
mafiosa nella quale il ruolo della vittima doveva essere collegato all'uccisione di Stefano
RADOSTA;
5. nota informativa del 29 settembre del 2001 con la quale la Direzione Distrettuale Antimafia
rappresenta che la documentazione processuale relativa all'omicidio del sig. Paolo BORSELLINO
non permetteva di giungere ad alcuna conclusione univoca riguardo al riconoscimento dei benefici
previsti dalla legge;
6. nota n. 25914/GAB datata 23 ottobre 2001 con la quale il Prefetto di Agrigento, nel trasmettere la
richiesta ed il decreto di archiviazione del relativo procedimento penale, esprime l'avviso che non
fosse comprovata, alla luce delle risultanze giudiziarie, la sussistenza dei presupposti per la
definitiva erogazione dell'assegno vitalizio;
7. decreto di archiviazione, emesso in data 16 febbraio 2000 dal GIP di Palermo, con il quale veniva
evidenziata l'incertezza del movente e l'equivocità degli elementi indiziari;
8. provvedimento B/835/VT del 18 marzo 2002 notificato in data 29.6.2002, con il quale il
Ministero dell'Interno, accogliendo il parere della Commissione consultiva e per le medesime
motivazioni, nega la definitiva erogazione dell'assegno vitalizio, concesso a titolo di provvisionale,
ai sensi degli artt. 5 e 7 della legge n. 302/1990, alla Sig. ra PUCCIO Vincenzina, coniuge del Sig.
BORSELLINO Paolo, non essendo risultata l'estraneità della vittima ad ambienti e rapporti
delinquenziali, requisito previsto dall'art. 1 comma 2 lett. B) della legge n. 302/90;
9. lettere nn. 2002/14643/GAB del 13 giugno 2002 e n. 2002/15890/GAB dell'8 luglio 2002 con le
quali la Prefettura di Agrigento certificava alla Presidenza della Regione Siciliana, in via
anticipatoria con la prima missiva e in via definitiva con la seconda, che il sig. BORSELLINO
Paolo non era da considerarsi vittima innocente della mafia, quale atto presupposto del diniego della
Regione Siciliana a concedere i benefici di legge a PUCCIO Vincenzina relativi all'assunzione
agevolata nei ruoli regionali;
10. lettera della DDA di Palermo n. 4286/2011 del 13 maggio 2011 con la quale viene comunicato
alla Prefettura, su richiesta di assunzione di BORSELLINO Giuseppe, che la situazione
relativamente al padre BORSELLINO Paolo non presenta novità e dunque persisteva la situazione
precedente;
11. lettera n. 25806 del 7 luglio 2011 con la quale la Prefettura conferma alla Presidenza della
Regione Siciliana che Paolo BORSELLINO non è vittima innocente della mafia, ed in ragione della
quale la Regione escludeva Giuseppe BORSELLINO dai benefici di legge relativi all'assunzione
agevolata nei ruoli regionali.
Dall'esame degli atti la sig.ra PAGANO prendeva coscienza che con note del 14.10.1995 e
14.11.1996, la Prefettura di Agrigento aveva dato parere favorevole alla concessione della
provvisionale speciale elargizione, nella forma dell'assegno vitalizio previsto dall'art. 5 delle
legge n.302/1990, che veniva disposta con provvedimento ministeriale a me stessa ed ai miei figli.
Tuttavia, come dicevo, a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, tale INGA
Salvatore di Villafranca Sicula, che hanno gettato gratuita ombra e fango sulla persona di mio

marito BORSELLINO Paolo, la stessa Prefettura successivamente modificava il proprio parere
dandone comunicazione al Ministero dell'Interno che revocava il concesso beneficio di legge,
nell'errato presupposto che Paolo BORSELLINO non fosse più da ritenere vittima innocente
della mafia.
A dire di questo “collaboratore”, le cui dichiarazioni e la cui attendibilità saranno smentite
categoricamente in sede di giudizio, la morte di Paolo doveva essere ricercata nel desiderio di
vendetta della famiglia di RADOSTA Stefano, allora capo mafia di Villafranca Sicula, ucciso nel
gennaio del '92 a fronte della richiesta del boss del saldo di un debito di 60 milioni di lire (relativo
alla ipotetica mediazione per la vendita dell'impianto di calcestruzzo alla cordata di Burgio), di cui,
invero, la nostra famiglia non ha mai saputo nulla.
Le dichiarazioni dell'INGA sono state considerate assolutamente non attendibili con sentenza
del 26 luglio 2003 dalla stessa Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza
della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05 depositata l'8 febbraio 2005, che nell'assolvere
DAVILLA Mario, SALA Calogero e MAURELLO Giuseppe dal contestato reato associativo
mafioso e dal contestato omicidio in danno di mio suocero Giuseppe BORSELLINO, ha scritto che:
“le dichiarazioni accusatorie di INGA Salvatore nei confronti di SALA, DAVILLA e
MAURELLO sono: a) scarsamente attendibili, per il già rilevato contrasto con quelle
del Borsellino e perché illogiche e inverosimili in numerosi passaggi (dal proprio riferito
ruolo di partecipe di tutti i discorsi, anche i più riservati, dei protagonisti della vicenda alla
indicazione della causale dell'omicidio di un uomo d'onore come RADOSTA Stefano in un
preteso debito di appena sessanta milioni); b) puramente congetturali in quanto consistenti
in impressioni o deduzioni e non in fatti direttamente percepiti o appresi dagli interessati
o da terzi (…)”1.
Alla luce di quanto sopra mia suocera ed i miei cognati rivolgevano istanza alla Prefettura di
Agrigento di revoca in autotutela delle comunicazioni rese al Ministero dell'Interno ed alla Regione
Siciliana attestanti che BORSELLINO Paolo non poteva essere considerato vittima innocente della
mafia; e ciò al solo scopo di ristabilire una verità storica e riabilitare l'onore del loro
congiunto.
Orbene, con lettera n. 0016689 del 17 aprile 2013 la Prefettura di Agrigento comunicava a mia
suocera PAGANO Calogera che “non si ravvisano i profili di intervento da parte di questo Ufficio
rilevandosi, in via preliminare, difetto di legittimazione attiva nel procedimento in argomento da
parte della S.V. e dei propri figli Antonietta e Pasquale Borsellino”. In sostanza, scriveva la
Prefettura, che trattandosi di provvedimenti relativi alla mia persona e ai miei figli, i firmatari della
richiesta non avevano alcun titolo per chiederne revoca.
Di quanto sopra mi viene data in questi giorni notizia dai miei cognati, con i quali invero ormai da
tempo non intercorrono più rapporti, sicché non avevo avuto modo di conoscere preliminarmente le
ragioni di fondo della istanza di accesso agli atti esercitata da mia suocera e comunque da me
ugualmente autorizzata.
In proposito debbo dire che unico mio interesse all'epoca del processo era stato conoscere e
vedere condannati gli autori dell'omicidio di mio marito e non avevo compreso, per mia
ignoranza, il rilievo dato all'INGA dai magistrati nello medesimo processo.
Soltanto adesso sono stata compiutamente informata dai miei cognati della portata delle
dichiarazioni rese dall'INGA alla Procura della Repubblica di Palermo e confermate in dibattimento
1 Sentenza della Suprema Corte di Cassazione n.4652/05 depositata l'8 febbraio 2005.

contro mio marito e che i giudici, ovviamente, non hanno considerato congrue e verosimili, e che
invece sono state ingiustamente la causa delle sopraggiunte negative valutazioni della Prefettura di
Agrigento.
Pertanto, dopo avere appreso che per la Prefettura mia suocera e i miei cognati non sarebbero
legittimati alla richiesta di revoca in autotutela degli atti aventi valenza interna a procedimenti di
interesse mio e dei miei figli, essendo parimenti desiderio mio nella qualità di moglie e dei miei
figli vedere riabilitata la figura di Paolo BORSELLINO ingiustamente offesa,
CHIEDO
la REVOCA IN AUTOTUTELA degli atti seguenti:
• decreto ministeriale B/835/VT del 18 marzo 2002, con il quale è stata disposta la revoca del
decreto ministeriale n.97/1283/E/B0835/VT in data 8 luglio 1997;
• atto presupposto di cui alla nota prefettizia n. 25914/GAB del 23 ottobre 2001 indirizzata al
Ministero dell'Interno;
• le note prefettizie indirizzate alla Presidenza della Regione Siciliana, n. 2002/14643/GAB del 13
giugno 2002, n. 2002/15890/GAB dell'8 luglio 2002 e n. 25806 del 7 luglio 2011.
Con la revoca della nota prefettizia n. 25914/GAB del 23 ottobre 2001 indirizzata al Ministero
dell'Interno chiedo parimenti che torni automaticamente ad avere effetto l'atto revocato attestante la
condizione di vittima innocente della mafia di mio marito Paolo BORSELLINO.
La revoca viene richiesta perché il giudizio della Prefettura modificativo del precedente parere di
estraneità di Paolo BORSELLINO ad ambienti mafiosi è conseguente alle non aggiornate e puntuali
comunicazioni della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, compulsata nella fase istruttoria per
avere promosso l'azione giudiziaria contro i presunti autori dell'omicidio di mio suocero
BORSELLINO Giuseppe, e precisamente a carico di RADOSTA Emanuele, SALA Calogero, nato a
Burgio il 01.02.1951, DAVILLA Mario, nato a Sciacca il 27.06.1965, e MAURELLO Giuseppe,
nato a Lucca Sicula il 21.04.1969,
“accusati del “reato p. e p. dagli artt. 110, 575, 577 n.3 C.P. Per avere, un concorso tra loro,
Sala Davilla e Maurello quali mandanti ed istigatori, il Radosta Emanuele quale esecutore
materiale esplodendogli contro una raffica di mitraglietta cal. 9x19 che lo attingeva in varie
parti del corpo, cagionato con premeditazione la morte di Borsellino Giuseppe, in Lucca
Sicula il 17.12.1992; nonché del reato p. e p. dall'art. 416 bis C.P. per avere promosso,
costituito e comunque fatto parte di una associazione di tipo mafioso, avente il fine di
conseguire in modo diretto od indiretto il controllo di attività economiche, con particolare
riferimento al settore della produzione di calcestruzzi, della loro fornitura, delle opere edili,
degli appalti pubblici, della ristorazione e del controllo dei mercati agricoli, comunque al fine
di commettere più reati contro il patrimonio e la persona, avvalendosi della forza di
intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che
ne deriva. Con l'aggravante dell'essere l'associazione armata e per il Sala, il Davilla ed il
Radosta di esserne i promotori. In Lucca Sicula, Burgio e Villafranca Sicula dalla primavera
del 1992 fino alla data odierna” 2.
Infatti, la DDA non ha tenuto conto, nelle sue comunicazioni alla Prefettura, delle risultanze
dibattimentali e dell'esito dei giudizi penali che hanno smontato l'impianto accusatorio
2 Sentenza della Corte di Assise di Appello di Palermo, sentenza n. 35/2003, depositata il 5.03.2004

labilmente fondato sulle dichiarazioni del predetto collaboratore di giustizia INGA, ritenute
dalla Corte di Appello, come dirò in prosieguo, assolutamente inattendibili. Dei predetti
imputati, quale esecutore dell'omicidio di Giuseppe BORSELLINO, con sentenza passata in
giudicato, veniva condannato soltanto RADOSTA Emanuele, essendo stato accertato essere il
detentore dell'arma del delitto. Questi, avvalsosi della normativa introdotta dall'art. 4 ter della legge
n. 144/2000, è stato processato nelle forme del giudizio abbreviato.
Gli altri imputati coinvolti dall'INGA, sono stati invece assolti in quanto la Corte di Appello ha
ritenuto siffatte propalazioni non credibili. L'INGA, “operaio addetto ad un impianto di
distribuzione di carburanti in Villafranca Sicula, subiva una rapina e, nel fornire agli inquirenti utili
indicazioni per la identificazione dei malviventi, iniziava un rapporto di collaborazione con il
Comandante del Nucleo Operativo della Compagnia di Sciacca, il Capitano Russo (…) 3.
INGA dichiara, tra l'altro, che
“era stato testimone sia di sfoghi del suo grande amico RADOSTA Stefano che con lui si era
lamentato di non avere ricevuto alcunché per la sua attività di mediazione nell'affare che
aveva portato alla costituzione della “Siciliana Calcestruzzi S.a.s.”, mostrando perfino timori
di essere ucciso proprio a cagione di tale sua pretesa, sia, subito dopo l'omicidio dello stesso
RADOSTA, di un incontro, davanti al distributore di benzina, fra Giuseppe BORSELLINO,
Paolo BORSELLINO, Giuseppe MAURELLO, Mario DAVILLA e Calogero SALA, nel
corso del quale costoro non solo avevano manifestato contentezza per il fatto di essersi
finalmente liberati di un soggetto che pretendeva da loro esose provvigioni, ma addirittura,
con risatine ed ammiccamenti, gli avevano fatto capire che l'omicidio era a loro ascrivibile e
che di esso Giuseppe MAURELLO era stato l'autore materiale; (…) era stato altresì
testimone, nel periodo compreso la morte di RADOSTA Stefano e l'omicidio di Paolo
BORSELLINO, di ottimi rapporti (“tutto rose e fiori”) esistenti fra i BORSELLINO, il
DAVILLA e gli altri; che, fino alla morte di Paolo BORSELLINO, Emanuele RADOSTA,
divenuto nel frattempo grande amico di Mario DAVILLA, aveva solo“sospetti” su SALA e
sullo stesso DAVILLA in ordine alla morte del padre, mentre, dopo omicidio di Paolo
BORSELLINO, era stato convinto dal DAVILLA che l'iniziativa di uccidere suo padre era
stata di Paolo BORSELLINO”4.
Con sentenza di primo grado gli imputati venivano assolti. Il giudice di Appello, con sentenza n.
35/03 del 26.7.2003, divenuta irrevocabile il 21.10.04, e di cui si riportano appresso ampi e
significativi stralci, conferma l'assoluzione, osservando:
“che nessuna censura merita la sentenza impugnata, apparendo le conclusioni cui sono pervenuti i primi giudici perfettamente aderenti alle risultanze processuali, pur dovendosi dare atto
che le motivazioni all'uopo addotte, a causa della loro brevità e concisione, abbisognano di
approfondimento e ampia precisazione, potendo apparire, in effetti, non perfettamente in linea
con le tracciate premesse. (…) In proposito giova premettere che BORSELLINO Giuseppe
venne ucciso dopo che, in seguito all'omicidio del figlio Paolo, verificatosi il 22 aprile 1992 in
Lucca Sicula, aveva iniziato delle personali indagini per scoprire gli autori di questo delitto.
Di tali indagini il BORSELLINO aveva riferito gli esiti alle locali forze dell'ordine nonché al
Procuratore della Repubblica di Sciacca, talora dando vita ad una vera e propria
collaborazione formale, in qualche altro caso limitandosi soltanto a fornire notizie agli
inquirenti in via del tutto informale. Ciò posto, avuto riguardo alle informazioni fornite agli
inquirenti dalla vittima e ai riscontri documentali e testimoniali che ad esse sono seguite,
3 Ibidem
4 Ibidem

alcune circostanze possono ritenersi ampiamente dimostrate. Indubitabile appare, pertanto,
che a seguito della costituzione della “Lucca Costruzioni S.a.s”, i componenti della famiglia
BORSELLINO si erano progressivamente venuti a trovare in notevoli difficoltà economiche,
pervenendo infine alla decisione di cedere a terzi una parte dell'impianto per la produzione di
calcestruzzi, al fine di ricapitalizzare la società e ripianare i debiti di questa.
Nelle trattative per la cessione dell'impianto, sviluppatesi con diversi gruppi di possibili
acquirenti, aveva sicuramente svolto un ruolo di mediatore Stefano RADOSTA, padre di
Emanuele RADOSTA, inteso “Peppuccio”, che, come in precedenza è stato precisato, è stato
condannato con sentenza ormai irrevocabile come autore materiale dell'omicidio di
BORSELLINO Giuseppe. Stefano RADOSTA, a dire il vero, non era un semplice
“mediatore”, essendo stato indicato infatti dagli investigatori come personaggio di spicco
della mafia locale (“il responsabile di Cosa Nostra per Villafranca di Sicilia”, a dire del teste
Magg. SANDULLI), con accertati legami diretti, sin dai primi anni '80, con esponenti di
primo piano della famiglia mafiosa di Ribera come Carmelo COLLETTI e Pietro MAROTTA
e con i CARUANA di Siculiana. Inoltre, risultava agli inquirenti che RADOSTA Stefano
intratteneva
rapporti
con
DERELITTO
Giovanni,
esponente
mafioso
di
Burgio, con l'ucciso SALA Ca-logero (fratello di Calogero, imputato nel presente
procedimento), e perfino con Salvatore DI GANGI, capo mafia di Sciacca.
Lo stesso Giuseppe BORSELLINO, peraltro, nel corso della sua collaborazione con gli inquirenti, originata dal dichiarato fine di vendicare il proprio figlio Paolo, ha dichiarato di
conoscere da molto tempo RADOSTA Stefano e di essere a conoscenza dell'elevato spessore
mafioso di costui avendo dallo stesso perfino ricevuto a suo tempo l'offerta, cui non aveva
acconsentito, di aderire al sodalizio mafioso riberese, all'epoca capeggiato da Carmelo
COLLETTI. Il BORSELLINO non si era pertanto stupito quando, ricevuta la visita di Stefano
RADOSTA, costui si era offerto di fungere da intermediario in vista della cessione della sua
impresa di calcestruzzi che nell'ambiente locale si sapeva essere in difficoltà (“La proposta di
una cessione della nostra azienda non partì proprio da noi, ma mi venne ventilata dal
RADOSTA che mi si presentò, io lo conoscevo da moltissimo tempo, dicendomi, perché non
vendete la vostra società, prospettandomi questo tipo di affare come la situazione ideale per
superare i nostri problemi di debiti...”). E non si era nemmeno stupito il BORSELLINO
quando lo stesso RADOSTA lo aveva infine messo in contatto con le persone interessate
all'acquisto le quali altre non erano che esponenti di spicco della mafia di Lucca Sicula
(“...Ebbi modo di incontrarle a casa del RADOSTA in una sera del mese di dicembre, e anche
un po' prima, non ricordo esattamente, era un giovedì sera, dopo le 22.30, in un appuntamento
che questi ci aveva dato e al quale inaspettatamente si presentarono Siso Silvestre D'ANNA e
Salvatore IMBORNONE, figlio del noto Vincenzo da tutti all'epoca riconosciuto come il
capomafia di Lucca Sicula”). La trattativa caldeggiata dagli IMBORNONE non era andata
però a buon fine, perché l'offerta economica del D'ANNA non era apparsa congrua ai
BORSELLINO. Ha chiarito Giuseppe BORSELLINO (e la circostanza è stata positivamente
verificata dagli inquirenti) che il D'ANNA aveva incaricato una persona di sua fiducia per la
stima dell'impianto. Dopo circa dieci giorni dal primo incontro, infatti, si erano a tal fine
presentati a Lucca Sicula un tale Ernesto BONIVARES di Sciacca, insieme ad AMBLA
Ignazio (identificato in foto dal BORSELLINO, soggetto vicinissimo al boss di Sciacca
Salvatore DI GANCI). Nonostante il chiaro spessore mafioso dei suoi interlocutori
(BONIVARES Ernesto e AMBLA Ignazio sono stati condannati, con sentenza divenuta
irrevocabile, perché ritenuti responsabili del delitto di cui all'art. 416 bis c.p.: cfr sentenza del
Tribunale di Sciacca del 16.7.1996, acquisita al fascicolo del dibattimento) il BORSELLINO
non aveva però ritenuto di cedere la propria azienda, benché durante le trattative si fossero
succeduti in suo danno degli avvenimenti di chiaro stampo intimidatorio come il
danneggiamento di alcune piante di un suo agro ubicato nel comune di Palazzo Adriano e
l'incendio di un camion. Fallito l'accordo con i D'ANNA, era stato però lo stesso RADOSTA a
mettere in contatto i BORSELLINO con due imprenditori di Burgio, gli odierni imputati

Mario DAVILLA e Calogero SALA, titolari della “Edilsala S.r.l.” i quali avevano acquistato,
insieme a GALIFI Pietro e POLIZZI Paolo, un parte dell'impianto dei BORSELLINO dando
luogo ad una nuova società, la “Siciliana Calcestruzzi S.a.s.” di cui era divenuto
amministratore, quale socio accomandatario DAVILLA Mario, mentre il 50% delle quote di
spettanza della famiglia BORSELLINO erano state intestate, per ragioni di comodo, a
PUCCIO Vincenzina, moglie di Paolo BORSELLINO. Richiesto di fornire ragguagli sul
punto dagli inquirenti, Giuseppe BORSELLINO ha escluso che il boss RADOSTA abbia mai
richiesto a lui o a suo figlio Paolo, per l'opera di intermediazione svolta con DAVILLA e
SALA, somme di denaro a qualsiasi titolo (“Per l'opera di intermediazione svolta, il
RADOSTA non mi richiese mai somme di denaro e mi manifestò soltanto l'intenzione di
festeggiare al ristorante l'avvenuta cessione della metà dell'impianto al DAVILLA e agli altri
soci”) ed ha soggiunto che “buoni” erano stati sempre i rapporti fra suo figlio Paolo e lo
stesso RADOSTA. Poco tempo dopo la conclusione dell'affare con DAVILLA e SALA,
Stefano RADOSTA era stato però ucciso. BORSELLINO non è stato in grado di fornire agli
inquirenti precise notizie sugli autori di questo omicidio ma ha comunque espresso il
convincimento che “per qualche motivo, fra cui verosimilmente poteva indicarsi la
conclusione del suo affare con DAVILLA e SALA, il RADOSTA era entrato in rotta di
collisione con gli esponenti della famiglia mafiosa di Lucca Sicula (“Stefano RADOSTA, si
diceva, esigeva le tangenti insieme a IMBORNONE Vincenzo. Però deve essersi reso inviso
ai capi di Lucca Sicula perché, dopo avere svolto l'attività di mediatore nella trattativa per il
nostro impianto tra noi e D'ANNA, si dimostrò soddisfatto della conclusione dell'affare con
DAVILLA Mario che tra l'altro è molto legato al figlio più piccolo del RADOSTA. Sono
comunque convinto che l'uccisione di mio figlio e del RADOSTA abbiano matrice comune e
che si tratti di gente del luogo”). Al BORSELLINO, peraltro, constava personalmente che
RADOSTA Stefano aveva anche avuto “una grossa discussione” con CORTESE Vito in
quanto pretendeva il pagamento di una provvigione per l'attività di intermediazione svolta a
favore del suocero dello stesso CORTESE. Costui, unitamente a tale MANISCALCO
Girolamo che il BORSELLINO riteneva essere l'esecutore materiale dell'omicidio del proprio
figlio Paolo, era un pericolosissimo esponente della famiglia mafiosa di Lucca Sicula (“il
predetto MANISCALCO insieme a CORTESE VITO, Pasquale D'ANNA e CAMPISI
Giuseppe, costituiscono il gruppo di fuoco della famiglia mafiosa di Lucca Sicula...
MANISCALCO Girolamo è insieme a CORTESE Vito l'uomo utilizzato da D'ANNA Siso per
compiere attentati contro le persone e danneggiamenti alle cose... Gli stessi
sono particolarmente pericolosi ed i miei soci (DAVILLA Mario e Calogero SALA, ndr) dopo
l'uccisione di mio figlio sono rimasti particolarmente preoccupati e mi hanno invitato, anche
attraverso la mediazione del commercialista TRAFFICANTE a cedere loro le restanti quote
per estromettermi dalla società...”. Ha precisato il BORSELLINO che i suoi soci, dopo
l'uccisione di suo figlio Paolo erano rimasti particolarmente impressionati temendo, a cagione
del loro rapporto societario con i BORSELLINO di potere essi stessi risultare invisi a coloro
che avevano compiuto l'omicidio, ma poi, attivando evidentemente le loro relazioni mafiose,
avevano riacquistato sicurezza, decisamente muovendosi se mai al fine di totalmente
estromettere i BORSELLINO dalla Siciliana Calcestruzzi (“Dopo l'uccisione di mio figlio
Paolo, circa dieci giorni dopo, i soci della Siciliana Calcestruzzi hanno fatto una proposta a
noi di acquistare anche la nostra parte di impresa ma noi non abbiamo accettato. Devo dire
che subito dopo l'uccisione di mio figlio queste persone sembravano anch'esse impaurite ma
poi, come fossero stati rassicurati da chi conta, sono tornati tranquilli”). Quanto alla causale
dell'omicidio del proprio figlio, il BORSELLINO, ha innanzitutto precisato che, poco tempo
prima di essere ucciso, Paolo gli aveva confidato che, in una occasione, trovandosi in
compagnia del suo dipendente MAURELLO, aveva avuto l'impressione di essere seguito da
un'Alfa 75 tg. PA di colore grigio a bordo della quale aveva notato Vito CORTESE insieme a
due conosciuti. Il BORSELLINO ha altresì affermato di essere convinto che l'uccisione del
figlio, titolare di una impresa di movimento terra, poteva trovare spiegazione nel fatto che lo

stesso non aveva voluto sottostare al “sistema locale di distribuzione dei lavori” e di
elargizione di tangenti voluto dalla famiglia mafiosa di Lucca Sicula di concerto con
esponenti della amministrazione locale in seno al quale un ruolo fondamentale svolgeva quel
D'ANNA Siso, assessore comunale, che tanto interesse aveva dimostrato alla acquisizione
della Lucca Calcestruzzi S.a.s. Egli stesso - ha inoltre riferito agli inquirenti il BORSELLINO
- aveva potuto notare, dopo che sul giornale La Sicilia del 19 luglio 1992 era comparsa notizia
della sua collaborazione con la giustizia, movimenti strani che lo avevano indotto a temere
per la sua incolumità. Oltre all'arrivo di alcune telefonate mute presso la sua abitazione, aveva
avuto modo di notare la comparsa nel paese di Lucca Sicula di noti mafiosi come CAPIZZI
Mario, figlio dell'ancora più noto Simone, il quale, al suo arrivo presso l'abitazione di
IMBORNONE Vincenzo, aveva ricevuto un caloroso saluto da parte del cognato di questi,
D'ANNA Giuseppe. (…) Inoltre, taluni comportamenti di DAVILLA e SALA avevano indotto
il BORSELLINO a pensare che gli stessi agissero in totale adesione agli interessi della
organizzazione mafiosa. Costoro, infatti, dopo averlo totalmente esautorato, impedendogli di
prendere cognizione delle scritture contabili, avevano improvvisamente dimostrato un'ingente
capacità fi-nanziaria acquistando quattro autocarri, un escavatore, una pala caricatrice ed una
Lancia Delta, per un valore complessivo di oltre un miliardo, probabilmente frutto di capitali
provenienti da traffici di stupefacente. Tutto ciò aveva indotto, da ultimo, il BORSELLINO a
sospettare un ruolo di tali personaggi nella soppressione di suo figlio. Inoltre, non era da
escludere che nell'omicidio di Paolo avesse avuto un ruolo anche tale DI GRADO che del di
lui figlio era stato socio nella conduzione della impresa di movimento terra. Questo DI
GRADO era stato, infatti, indicato a suo fratello come l'autore materiale dell'omicidio di
Paolo. A dire del BORSELLINO, il DI GRADO si era però presentato a lui assumendo che
l'omicidio di Paolo era ascrivibile a MANISCALCO Girolamo, oltre che a Pasquale D'ANNA
e Vito CORTESE. Di contro, confidenze sulla identità degli autori dell'omicidio di Paolo
sarebbero state fatte anche a DAVILLA Mario. Costui aveva infatti riferito al BORSELLINO
di avere ricevuto la visita di CORTESE Vito dal quale aveva ricevuto mandato di fare
presente a lui (BORSELLINO) la sua totale estraneità ai fatti. II DAVILLA, nel trasmettergli
il messaggio del CORTESE, gli aveva fatto presente che a sparare a Paolo era stato Peppe DI
GRADO, nulla però chiarendogli in merito al movente” 5.
A pagina 37 della riportata sentenza d'Appello i giudici del Collegio giudicante spiegano con ancor
più incisività la totale e manifesta inattendibilità dell'INGA, così esprimendosi:
“Nelle pagine da 29 a 44 della impugnata sentenza i primi giudici hanno operato un analitico
resoconto delle dichiarazioni dibattimentali di INGA Salvatore (alle quali può in questa sede
farsi integrale rinvio), pervenendo quindi, in altra parte della sentenza, ad un giudizio di
intrinseca attendibilità delle stesse, clamorosamente contraddetto però, più avanti, da
una valutazione di insufficienza probatoria di tali dichiarazioni perché non confortate
da elementi di riscontro esterno (vds pagg. 103 e ss della impugnata sentenza). In realtà,
ben maggiore approfondimento avrebbe meritato l'esame complessivo della credibilità
di INGA Salvatore, sulla quale questa Corte ritiene, invece, al di là dei mancati riscontri
esterni, di dovere esprimere forti perplessità, sia perché il racconto del citato teste è, in
buona parte, fondato su mere deduzioni e non già su fatti dallo stesso percepiti, sia perché
manifesto è risultato il contrasto esistente fra le dichiarazioni del medesimo INGA e
quelle, pur giudicate pienamente credibili dalla prima Corte, rese da BORSELLINO
Giuseppe agli organi inquirenti prima della sua uccisione” 6.
Estremamente importante ai fini della presente istanza appare quanto osservato in sentenza dal
giudice di Appello, e cioè che “il giudizio di 'intrinseca attendibilità' sbrigativamente formulato dai
5 Ibidem
6 Ibidem

primi giudici in ordine all'intero racconto di INGA, appare non tenere minimamente conto
dell'effettivo contesto emerso dalle indagini svolte dagli inquirenti ancora prima della uccisione del
BORSELLINO e di altre emergenze processuali di segno opposto” 7. Scrive il giudice in sentenza:
“che quel che emerge dalla istruttoria dibattimentale è l'esistenza di buoni rapporti fra
Emanuele RADOSTA ed il DAVILLA già antecedenti l'omicidio di Stefano RADOSTA, ed in
gran parte determinati, peraltro, dal fatto che l'abitazione dei RADOSTA era assai vicina
all'area di servizio ed all'ufficio della impresa di calcestruzzi nei cui pressi da sempre i
RADOSTA erano soliti bazzicare… ma costui (l'INGA), per rendersi maggiormente
credibile agli occhi degli inquirenti, ha inteso “vestire”, con la non veritiera indicazione
di circostanze da lui direttamente percepite, fatti di cui era venuto probabilmente a
conoscenza per via indiretta o da lui semplicemente dedotti, quali il presunto ruolo del
DAVILLA e del SALA nell'omicidio di Borsellino. (…) Quel che più non convince nelle
dichiarazioni di INGA è però che tale soggetto, modesto operaio addetto ad una stazione di
rifornimento di carburante, sia stato sempre presente nel momento in cui avevano luogo
importanti incontri nel corso dei quali persone, ai cui colloqui egli non aveva alcun titolo per
assistere, trattavano delicatissimi argomenti. Così, non appare affatto credibile che INGA,
come sostiene, abbia potuto partecipare alle accese discussioni nel corso delle quali
RADOSTA Stefano avrebbe reclamato il pagamento della provvigione per attività di
intermediazione svolta, né, tantomeno, che, dopo la morte del RADOSTA, i soci della
Calcestruzzi abbiano potuto parlare in sua presenza dell'eventuale ruolo da loro avuto in
questa vicenda. Appare, in altri termini, davvero inverosimile che persone della esperienza dei
DAVILLA e del SALA (e degli stessi BORSELLINO e MAURELLO), alla presenza di INGA
(che sapevano, peraltro, legatissimo a RADOSTA Stefano), abbiano potuto, con
ammiccamenti e sorrisi, rendere edotto lo stesso del loro eventuale coinvolgimento
nell'omicidio in questione. Nello stesso modo non appare per nulla convincente che INGA,
pur chiamato dal giovane RADO-STA (cui sarebbe stato legatissimo, tanto da essere stato
dallo stesso richiesto di aiuto nella esecuzione dell'omicidio del BORSELLINO) a riferirgli
quanto a sua conoscenza dell'omicidio del padre si sia limitato a confidargli che quest'ultimo
era creditore dei soci della “Siciliana Calcestruzzi” per l'attività di intermediazione svolta,
tacendogli del tutto quanto appreso sulla effettiva responsabilità di tali persone nel delitto in
questione. (…) “Inoltre, la premessa da cui parte INGA che RADOSTA Stefano sarebbe stato
ucciso da MAURELLO Giuseppe - su mandato dei soci della “Siciliana Calcestruzzi S.a.s.”,
in quanto intenzionati a sbarazzarsi di un soggetto che pretendeva da loro la corresponsione di
una consistente somma di denaro a titolo di provvigione - appare porsi in manifesto contrasto
logico con altre ben più pregnanti emergenze processuali dalle quali è lecito desumere, al
contrario, che l'omicidio del citato esponente mafioso, esperto nel settore delle
intermediazioni mobiliari ed immobiliari, avvenne in realtà per essersi costui posto in rotta di
collisione con taluni esponenti della, famiglia mafiosa di Lucca Sicula, come chiaramente si
evince dalle ben più convincenti dichiarazioni rese sul punto agli inquirenti da BORSELLINO
Giuseppe. A maggior ragione, non si comprende il motivo per cui il BORSELLINO, alla
morte del figlio, abbia pensato di rivolgersi agli inquirenti, riferendo loro le proprie
cognizioni di piccolo imprenditore, sottoposto ai soprusi ed ai condizionamenti mafiosi, se,
come si sostiene, si reputava così forte da farsi giustizia da sé. Ben più aderente alla realtà
processuale ed alla logica appare, pertanto, l'assunto del BORSELLINO che, come in
precedenza evidenziato, ha espresso il convincimento che Stefano RADOSTA era
stato ucciso in quanto venuto in contrasto con esponenti della famiglia mafiosa di Lucca
Sicula che gli imputavano la violazione di regole della organizzazione mafiosa ed, in
particolare, la indebita pretesa di pagamento di una provvigione per l'attività di mediazione
svolta a favore del suocero di CORTESE Vito, mafioso di quel centro. In ogni caso,
manifestamente non in linea con le emergenze processuali, con il comportamento tenuto
7 Ibidem

dopo l'uccisione del figlio, improntato ad una attiva collaborazione con le forze
dell'ordine e la magistratura, ed in palese contrasto con l'intero contesto ambientale in
precedenza delineato, è il ruolo che, a dire di INGA, avrebbero avuto i BORSELLINO
nell'omicidio di RADOSTA Stefano, ruolo che i primi giudici hanno in qualche modo
avvalorato, con argomentazioni che questa Corte non può però in alcun modo
condividere”8.
Quanto sopra mette una pietra tombale sull'attendibilità di INGA dimostrando, viceversa, di dare un
assoluto credito alle dichiarazioni di mio suocero allorché, rivoltosi allo Stato per avere giustizia,
cominciò un rapporto di collaborazione con gli inquirenti.
“Non va trascurato”, scrive ancora il giudice di Appello,
“che, a seguito della uccisione del proprio figlio, il BORSELLINO, animato da una forte
volontà di vendetta, aveva intrapreso con gli inquirenti un rapporto di collaborazione che, a
prescindere dalla precisa cognizione che tale imprenditore, che non faceva parte di Cosa
Nostra, poteva avere degli organigrammi della organizzazione mafiosa, era comunque
potenzialmente produttivo di danni per la consorteria, se non altro perché il dichiarante era
inserito in settori produttivi, quello della produzione del calcestruzzo e degli appalti pubblici,
che sono notoriamente condizionati in Sicilia dalla presenza mafiosa. D'altra parte, appare
sufficiente esaminare i verbali delle dichiarazioni rese dal BORSELLINO per rendersi conto
che negli stessi sono contenuti, oltre che informazioni sull'illecito sistema di distribuzione
degli appalti in Lucca Sicula e comuni viciniori, i nominativi di esponenti mafiosi di
particolare rilievo la cui appartenenza a Cosa Nostra nel 1992 non era affatto nota alle forze
dell'ordine né comunque era stata ancora accertata giudizialmente. Non va poi trascurato di
considerare che, a dire dello stesso BORSELLINO, i mandanti dell'omicidio del figlio
andavano ricercati fra coloro che nella zona di Lucca Sicula controllavano il settore degli
appalti pubblici ed a cui aveva dato fastidio il tentativo di quest'ultimo di sottrarsi al
pagamento delle tangenti (vds. pagg. 60 e ss della impugnata sentenza). Né va omesso ancora
di precisare che, sempre a dire del BORSELLINO, i mafiosi di Lucca Sicula non avevano
affatto gradito la mancata acquisizione della impresa di calcestruzzi dei BORSELLINO, pur
oberata di debiti, ed il fatto che fosse stata costituita una nuova società di cui erano entrati a
far parte, soggetti come il SALA e il DAVILLA, provenienti da Burgio e pertanto estranei
all'ambiente locale. Lo stesso BORSELLINO, peraltro, subito dopo l'uccisione del proprio
figlio, aveva avuto modo di rendersi conto che il DAVILLA ed il SALA erano rimasti molto
preoccupati di quanto verificatosi, temendo evidentemente di potere fare la medesima fine,
salvo poi tornare tranquilli, avendo, nel frattempo, evidentemente, ricevuto rassicurazioni “da
chi conta”, in altre parole dai loro mafiosi di riferimento. Ed era stato a partire da questo
momento che DAVILLA e SALA avevano posto in essere atti diretti in modo univoco a
convincere il BORSELLINO, evidentemente ritenuto non più affidabile e comunque non in
grado di operare investimenti nella nuova società, ad abbandonare ogni interesse per la stessa,
all'uopo utilizzando frasi dirette a fargli capire, nel suo stesso interesse, che la sua presenza
non era gradita alla gente che conta” 9.
Dal complesso delle articolate considerazioni del giudice di Appello, per ampi stralci riportati nella
presente istanza a sottolineare la ormai, da circa un decennio, acclarata infondatezza dello
schema accusatorio così come l'assoluta inattendibilità dell'INGA, emerge di tutta evidenza, e
viene creduta e ribadita dal giudice, l'assoluta estraneità dei Borsellino padre e figlio rispetto
al contesto mafioso locale. Del resto, se così non fosse stato, non sarebbero stati uccisi, non
sarebbe mai accaduto nulla di quanto invece ha avuto luogo se si fossero prestati a mettere la
8 Ibidem
9 Ibidem

propria azienda al servizio della mafia.
Atteso quindi che con la sentenza di appello sopra richiamata, divenuta definitiva, è stata dichiarata
la assoluta inattendibilità del teste INGA si ritiene doversi considerare venute meno le ragioni
sottese alla revoca degli atti endoprocedimentali emessi dalla Prefettura di Agrigento con i
quali, nel dichiarare che Paolo BORSELLINO non è da ritenere vittima innocente della
mafia, si è proceduto da parte del Ministero dell'Interno e da parte della Regione Siciliana ad
assumere consequenziali provvedimenti di diniego di istanze volte ad ottenere i benefici di legge
alla scrivente, PUCCIO Vincenzina ed ai miei figli BORSELLINO Giuseppe e Calogero.
Dalla lettura della documentazione agli atti e visionati a seguito di accesso esercitata da mia suocera
PAGANO Calogera attraverso i suoi congiunti, si deducono le ragioni dell'equivoco in cui è
caduta la Prefettura, dal momento che non ha considerato ai fini istruttori le sopra citate sentenze,
intervenute dopo la comunicazione al Ministero dell'Interno ma prima delle successive
comunicazioni alla Regione Siciliana. Del resto nulla a onor del vero si ritiene dover imputare alla
stessa Prefettura ove si consideri che nessuna indicazione in tal senso è pervenuta allo stesso
Ufficio da parte della Procura DDA presso il Tribunale di Palermo, che viceversa,
incomprensibilmente, insiste nel tempo, e da ultimo con lettera n. 4286/2011 del 13 maggio 2011, a
sostenere una tesi inquisitoria considerata fallace e superata da ben tre gradi di giudizio. Né ad esse
sentenze ho potuto fare riferimento io stessa in occasione del ricorso Straordinario al Capo dello
Stato promosso in data 17 ottobre 2002, in quanto la sentenza della Corte di Appello di
Palermo è intervenuta il 26.7.2003 ed è divenuta definitiva il 21.10.04.
È comprensibile quindi che la Prefettura, in presenza di un quadro istruttorio non completo rispetto
tuttavia ai necessitati aggiornamenti, sia stata indotta allo sbaglio e abbia confermato nel tempo la
originaria valutazione, tratta in errore dalla DDA di Palermo che, viceversa, doveva essere ben
a conoscenza delle sentenze che avevano ribaltato l'impianto accusatorio e quindi avrebbe
quanto meno dovuto indirizzare l'Ufficio verso la relativa acquisizione.
Tutto ciò premesso, alla luce delle nuove e ormai ingiudicate evidenze, la Prefettura ha
l'obbligo di rivedere il proprio errato giudizio.
Quindi rivolgo istanza perché codesti Uffici ciascuno per la parte di competenza, procedano, ai
sensi dell'art.14 della legge dell'11 febbraio 2005, la n. 15, alla revoca in autotutela dei seguenti atti
emessi da:
• Ministero dell'Interno: decreto ministeriale B/835/VT del 18 marzo 2002;
• Prefettura di Agrigento: nota n. 25914/GAB del 23 ottobre 2001; note n. 2002/14643/GAB del 13
giugno 2002; n. 2002/15890/GAB dell'8 luglio 2002 ; n. 25806 del 7 luglio 2011 indirizzate alla
Presidenza della Regione Siciliana.
Siffatte revoche si chiedono in ragione di un principio generale, volto ad affermare l'interesse
pubblico alla rimozione di atti illegittimi della P.A, tanto più che nel caso di ispecie non ci sono
posizioni di vantaggio consolidate da parte di terzi da tutelare, perché lo Stato ha il dovere di
difendere i diritti della persona costituzionalmente garantiti e per questo deve impegnarsi ad essere
portatore di verità in una materia così delicata quale quella del riconoscimento della qualità di
vittima della mafia, che proprio una legge dello Stato, la n. 302/90, ha fortemente voluto tutelare, ed
infine, ma non per ultimo, perché merita grande rispetto il diritto imprescrivibile ed
irrinunciabile di una moglie a vedere riconosciuta la onorabilità del proprio marito
soprattutto a fronte di tali errori di merito che, grazie a sentenza definitiva, nessuno potrà più
addurre.

È consolidato orientamento giurisprudenziale che ulteriore estrinsecazione dei diritti della
personalità è il diritto all'integrità morale, inteso come diritto del soggetto all'onore, al decoro
personale, alla reputazione. Infine l'esercizio del potere di autotutela è nel caso di ispecie da ritenere
assolutamente indipendente dal lasso temporale decorso dall'adozione degli atti, dovendo per le
ragioni suesposte prevalere sempre l'interesse pubblico alla tutela dell'onorabilità e della memoria
di una vittima innocente della mafia, indipendentemente dal tempo trascorso dall'adozione di un
atto, tanto più se adottato in virtù di elementi non precedentemente valutati dalla P.A. e comunque
successivamente dalla stessa compiutamente acquisiti.
Nel chiedere che mi vengano comunicati i nominativi dei responsabili dei rispettivi
procedimenti dagli uffici in indirizzo, resto in attesa di risposta nei termini di legge.
Alla predetta istanza si associano i miei figli Giuseppe e Calogero Borsellino, nonché mia suocera
PAGANO Calogera ed i miei cognati Antonietta e Pasquale BORSELLINO, che sottoscrivono
parimenti questa richiesta di revoca, tutti insieme accomunati dal medesimo desiderio di onorare la
memoria di Paolo BORSELLINO e rendergli giustizia.
Lucca Sicula , 27 maggio 2013
FIRME
PUCCIO Vincenzina
BORSELLINO Giuseppe
BORSELLINO Calogero
PAGANO Calogera
BORSELLINO Antonietta
BORSELLINO Pasquale

Allegati:
Allegato A: Sentenza della Corte di Assise di Appello di Palermo n. 35/2003, depositata il
5.03.2004.
Allegato B: Sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05 depositata l'8 febbraio 2005.
Allegato C: Carta di identità di Puccio Vincenzina
Allegato D: Nota della Prefettura di Agrigento prot. 88-1182/Gab del 30 settembre 1998 con cui
essa comunica riesame della posizione di BORSELLINO Paolo.
Allegato E: Nota della Direzione Distrettuale Antimafia presso il Tribunale di Palermo n.64/98 del
25 marzo 1998 in risposta a note Prefettura nn. 88-3289/Gab e 88-2694/Gab del 15 dicembre 1997

che indicava BORSELLINO Paolo e Giuseppe non qualificabili come vittime innocenti della mafia.
Allegato F: Nota della Direzione Distrettuale Antimafia presso il Tribunale di Palermo n. 740/00 a
conferma della nota del 25 marzo 1998.
Allegato G: Nota della Direzione Distrettuale Antimafia presso il Tribunale di Palermo n.
2413/2001 in cui la DDA afferma di non poter pervenire ad alcuna conclusione univoca al fine del
riconoscimento dei benefici di legge.
Allegato H: Nota del Ministero dell'Interno n. VT B/835/VT con cui viene revocato l'assegno
vitalizio alla sig.ra PUCCIO Vincenzina.
Allegato I: Nota del Ministero dell'Interno n. 97/1283/E/B/0835/VT con cui viene concesso
l'assegno vitalizio a PUCCIO Vincenzina, BORSELLINO Giuseppe e Calogero.
Allegato L: Lettera della Prefettura di Agrigento n. 0016689 del 17 aprile 2013 con cui essa nega la
titolarità dell'azione a PAGANO Calogera e figli.

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