MIDDA’S CHRONICLES

VOLUME SECONDO

CONDANNATA
E ALTRE STORIE

Sean MacMalcom

Un libro New Wave Novelers in collaborazione con Lulu.com

2

Sean MacMalcom

Prima pubblicazione nel 2008 su http://middaschronicles.blogspot.com/ Prima pubblicazione cartacea in Italia nel 2009 da Lulu.com © Sean MacMalcom 2008

Stampato e venduto da Lulu.com Tutti i contenuti di questa pubblicazione sono sotto protezione del diritto d'autore (legge 22 aprile 1941 n. 633 e seguenti). Qualsiasi plagio dell'opera o parte di essa verrà perseguito a norma delle vigenti leggi internazionali.

Immagine di copertina e grafica interna a cura di

Giuliana Lagi
La pubblicazione giornaliera degli episodi di Midda's Chronicles è disponibile all’indirizzo http://www.middaschronicles.com/ Altre pubblicazioni New Wave Novelers sono disponibili all’indirizzo http://newwavenovelers.altervista.org/

MIDDA’S CHRONICLES

3

A Daniela M. G. G. M.
“Stay” is a charming word in a friend's vocabulary. “Resta” è una parola irresistibile nel vocabolario di un amico. Louisa May Alcott (1832 - 1888)

4

Sean MacMalcom

La saga MIDDA’S CHRONICLES Volume primo Il tempio nella palude (e altre storie)

MIDDA’S CHRONICLES

5

Introduzione
Caro lettore, se è già stato mio onore presentarmi alla tua attenzione, attraverso righe simili a queste, in occasione del primo volume delle Cronache, posto in vendita lo scorso 11 gennaio, non posso che essere più che lieto di rincontrarti in concomitanza all’uscita di questo secondo tomo cartaceo, sperando di poterti concedere nuovamente una lettura piacevole, qual ovviamente confido possa essere stata la precedente. Se, al contrario, non mi è mai stato concesso, in passato, modo di giungere, con le mie parole, alla tua attenzione, permettimi di dichiarare, in assoluta sincerità, quanto io sia ugualmente, e forse maggiormente, lieto di potermi introdurre in questo modo al tuo sguardo, dove, nel reggere fra le tue mani il frutto del mio, e non solo mio, impegno, mi doni grande motivo di orgoglio. Altri quattro racconti – C’è chi dice che la prima volta sia la più difficile. E, in verità, nell’organizzazione di questo secondo volume, molto impegno posto nel corso della realizzazione del precedente mi ha concesso di agire con incedere più sicuro, confidente con scelte di formato, grafica, impaginazione et similia che non hanno più preteso la mia attenzione, non in maniera tanto stressante come era stata nel dicembre 2008. Ciò nonostante, l’affanno della vita quotidiana, non mi ha consentito di prestare fede alla promessa formulata fin da allora, quando annunciai con eccessivo trasporto l’uscita del secondo tomo entro sei mesi, sebbene già all’epoca tutto il materiale necessario fosse stato ormai pubblicato online, all’interno del blog (http://www.middaschronicles.com/) che ospita il moderno feuilleton qual è quest’opera, con le proprie pubblicazioni in episodi a cadenza quotidiana. A ben dieci mesi di distanza dalla prima uscita, comunque, Midda’s Chronicles ha finalmente avuto occasione di trasferire ancora una volta le proprie storie, le proprie avventure, dall’universo del digitale a quello più classico della carta, in un secondo e, spero, entusiasmante appuntamento con la donna guerriero già protagonista di ben cinque racconti nella precedente raccolta. In questo tomo, di quasi cento pagine più cicciotto del precedente, quattro saranno le avventure nelle quali Midda Bontor dovrà porre il proprio impegno. Quattro storie fra loro autonome, nel classico stile già presentato in passato, e pur collegate, quali parti di un unico arco

6

Sean MacMalcom

narrativo, di una sola grande avventura, rendendo sempre più presente, sempre più saldo, un concetto di continuità all’interno di questo nuovo universo narrativo in costante crescita. Accanto al testo scritto, ormai irrinunciabili, non mancheranno di offrirsi ai tuoi occhi altre quindici tavole inedite a cura di Giuliana Lagi, le quali, in conseguenza del successo riscosso in passato, si sono imposte come appuntamenti irrinunciabili, atti a impreziosire, con il fine tratto che li contraddistingue, questa stessa opera. Sempre su Lulu.com – Così come già in passato e, spero, ancora in futuro, la pubblicazione della Cronache è stata resa possibile da Lulu.com. La collaborazione con il primo servizio di self publishing al mondo, al fine di rendere fattibile la presentazione del precedente volume, ha già offerto ottimi risultati e una completa soddisfazione sotto ogni profilo, tale da non spingermi a prendere in esame alternative alla stessa. Nella medesima qualità di materiali, nell’uguale taglio di pagina e nella stessa rilegatura che già hanno avuto modo di caratterizzare la pubblicazione de Il tempio nella palude (e altre storie), quindi, si propone anche questo secondo tomo, nella speranza che l’inevitabile, per quanto leggero, aumento del prezzo di copertina non possa essere risultato di ostacolo per te. Purtroppo il visibile incremento del numero di pagine ha comportato un aumento del costo di produzione, secondo vincoli sui quali non mi è concessa alcuna facoltà di decisione o intervento. Ancora Yeshe Norbu e Tibetan Children's Villages – Come il bollino verde nuovamente presente in copertina potrebbe averti fatto intuire, specialmente se reduce dalla lettura della pubblicazione dello scorso 11 gennaio, anche in occasione della proposta di questo nuovo prodotto, con estremo piacere, ho potuto rinnovare l’iniziativa di beneficienza che già aveva caratterizzato l’uscita del primo volume. In virtù di tal ragione, ancora in collaborazione con Yeshe Norbu Appello per il Tibet o.n.l.u.s. (http://www.adozionitibet.it/), per ogni copia venduta la cifra simbolica di 1 euro, pari al mio personale e inalterato guadagno sul prezzo di copertina, verrà infatti devoluta in favore dei Tibetan Children's Villages (http://www.tcv.org.in/). A seguito dell’occupazione cinese del Tibet, Tsering Dolma, sorella del Dalai Lama, decise di iniziare a occuparsi dei troppi bambini che, orfani, ammalati e malnutriti, stavano cercando rifugio in India, fuggendo lontano dalla terra loro negata, dalle famiglie loro sottratte, istituendo nel 1960 la Nursery for Tibetan Refugee Children. Originariamente pensata per offrire unicamente cure primarie ai bambini in esilio, la Nursery, sotto la direzione di Jetsun Pema, in sostituzione della sorella scomparsa

MIDDA’S CHRONICLES

7

prematuramente nel 1964, e sostenuta dall’impegno del volontariato, ebbe modo di ampliare le proprie competenze e veder crescere le proprie dimensioni fino a raggiungere quelle di un piccolo villaggio, offrendo, al proprio interno, ai bambini nuove case e scuole in cui trovare rifugio e istruzione: nel 1972 venne così formalmente registrato il primo Tibetan Children's Village (TCV), diventando anche membro del SOS Children’s Villages. Da allora il TCV ha dato vita a numerose installazioni in tutta l’India, arrivando oggi a ospitare più di 16.000 bambini, offrendo loro una speranza di vita altrimenti negata. Detto ciò, prima che le parole impiegate in questa introduzione possano spendersi in maniera spropositata, sottraendo indebitamente il tuo tempo alla lettura del resto dell’opera, altro non voglio aggiungere a quanto già scritto. Con un doveroso ringraziamento per il tuo acquisto, anche a nome di Yeshe Norbu, non posso evitare di augurarti una serena lettura, nel desiderio che il frutto dell’impegno posto in queste pagine possa essere apprezzato, così come spero sia stato in passato e come potrà ancora essere in futuro. Sean MacMalcom

8

Sean MacMalcom

MIDDA’S CHRONICLES

9

Sommario
Introduzione ...................................................................................................... 5 Sommario ........................................................................................................... 9 Condannata...................................................................................................... 11 I quattro cavalieri .......................................................................................... 159 La corona perduta......................................................................................... 315 Trent’anni dopo............................................................................................. 511 Ringraziamenti .............................................................................................. 683 Prossimamente… .......................................................................................... 685

10

Sean MacMalcom

MIDDA’S CHRONICLES

11

Condannata
n nuovo anno aveva visto la vita in Kofreya, regno sudoccidentale del continente di Qahr, riprendere il proprio corso nel proporre un primo mese di Pachma identico all’ultimo affrontato, dopo la conclusione della stagione invernale e l’arrivo della primavera. Al di là del ritorno di un clima più mite, al di là della ripresa delle attività agricole, al di là di ogni lunga lista di buoni propositi offerti in voto alla più disparata serie di divinità, ognuno secondo il proprio credo e ognuno secondo le proprie convinzioni, nulla era mutato rispetto a un anno prima, ritrovando i medesimi giochi di potere interni, le medesime guerre esterne, la medesima vita per tutti. Coloro i quali, compresi nella parte predominante della popolazione, fino ad alcune settimane prima non erano stati in grado di sperare nella propria sopravvivenza, di confidare nel presente o nell’eventualità di un futuro, dopo i festeggiamenti del giorno di Transizione a fine inverno e del giorno di Capodanno immediatamente seguente, si erano ritrovati esattamente nelle medesime condizioni nelle quali avevano salutato il termine del vecchio anno. Al contempo, coloro i quali, in una quantità decisamente minoritaria rispetto agli altri, fino ad alcune settimane prima si erano potuti permettere di sperperare immense ricchezze nella soddisfazioni di personali capricci, anche banali e superflui, per garantire l’esecuzione dei propri comandi e l’ottemperanza dei propri voleri, non avevano avuto alcun timore di vedere mutata la propria condizione agiata e privilegiata, non avevano avuto dubbi nel ritrovarsi esattamente come già in passato anche dopo il passaggio al nuovo ciclo di rivoluzione solare, come arrogantemente si erano abituati a credere di essere stati destinati a essere da una volontà superiore, dal fato. L’umana esistenza, del resto, nulla era al di fuori di quello: un lungo e inesorabile percorso circolare che, di anno in anno, di stagione in stagione, avrebbe proposto nuovamente i passi già compiuti nonostante ogni sincera volontà di intraprendere nuovi cammini, vie alternative, probabilmente quale conseguenza dell’inconscia consapevolezza che mai si sarebbe potuta trovare possibilità di evasione da quel destino ma, ciò nonostante, nell’immancabile speranza di poter sempre tendere a qualcosa di più: alla vita, per coloro a cui era normalmente negata, o a nuovo potere, per coloro che usualmente già ne possedevano in eccesso.

U

12

Sean MacMalcom

Per quanto il regno di Kofreya non fosse solito risentire in termini eccessivi della stagione invernale, godendo di un clima principalmente temperato anche in tale periodo, non per semplice fortuna quanto piuttosto in virtù della posizione occupata all'interno del continente, con l’arrivo della primavera ogni attività aveva ugualmente trovato anche in esso nuovo vigore, come al risveglio da un lungo riposo che, altresì, tale non era stato. Primi fra tutti erano stati i mercanti, i quali avevano ripreso ferventi i propri itinerari, senza più il timore dell’eventualità di passi montani bloccati dalla neve, nell’esigenza di spingere rapidamente i propri commerci in sempre nuovi territori. In una chiara e ironica dimostrazione dell’umano destino e della sua intrinseca condanna, benché animati da un tale proposito, essi avrebbero ovviamente concluso la propria avventura ripercorrendo vie note, ormai abitudinarie, che li avrebbero condotti inevitabilmente a mercati già visitati, dove, in verità, solo avrebbero desiderato, giungere a dispetto di ogni altra voce, di ogni parola in senso opposto. Ciò nonostante, pur considerando la familiarità con le destinazioni entro le quali avrebbero osato avanzare, allo scopo di proteggere, salvaguardare, tanto un simile traffico di merci, spesso preziose, quanto l’oro naturalmente presente accanto alle stesse, la richiesta di personale mercenario non era né sarebbe mai potuta venir meno. Al contrario, nell’incessante guerra di confine con il regno di Y’Shalf, nel pericolo rappresentato dai briganti e nelle disfide territoriali interne fra piccoli signori, irrinunciabile si sarebbe dimostrata essere la necessità di un numero sempre maggiore di uomini e donne da porre a difesa delle proprie ricchezze, trasformando, in tal modo, quelle che sarebbero dovute essere semplici missioni commerciali in vere e proprie operazioni paramilitari. La maggior parte dei mercanti, per sopperire a tale fabbisogno, aveva rivolto la propria attenzione verso quanto conosciuto con il nome di Confraternita del Tramonto, una libera organizzazione mercenaria che riuniva nelle proprie vaste schiere uomini e donne provenienti da ogni parte del regno, con il solo desiderio di trovare in quell’identità di gruppo reciproco supporto e maggiore forza contrattuale nel confronto con i diversi mecenati. Pur non essendo, nelle proprie origini o nei propri scopi, un’iniziativa negativa, nel corso del tempo la Confraternita aveva acquisito sempre più potere in quasi tutte le province del regno, tradendo la propria natura e giungendo a imporsi, spesso tramite abusi violenti, sopra chiunque avrebbe potuto competere con loro, nel voler impedire, in ciò, la possibilità per mercenari indipendenti di riuscire a sopravvivere a lungo come tali.

MIDDA’S CHRONICLES

13

All’interno di siffatto scenario, pertanto, solo ai combattenti migliori, ai guerrieri più abili, sarebbe stato permesso di continuare a esercitare la propria professione entro i confini di quel dominio, non tanto per volontà della Confraternita quanto piuttosto unicamente in conseguenza della propria stessa forza, valore, coraggio, i quali da sempre avevano e per sempre avrebbero concesso loro di imporsi sopra a qualsiasi avversario, diventando sempre più richiesti, più desiderati dai mecenati. In quei giorni primaverili, in un’osteria di un villaggio rurale sito a non più di un giorno a cavallo dalla città di Kirsnya, capitale dell’omonima provincia a occidente del regno, sembrava aver preso fisso alloggio una donna, una mercenaria entrata nel mito per le proprie imprese incredibili che le erano valse il tributo di molte ballate, ultima fra tutte, in tempi recenti, quella che l’aveva vista consacrata con l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra: Midda Bontor. Da ormai un’intera settimana, ella sembrava attendere qualcosa, o qualcuno, silenziosamente seduta in un angolo del locale, concedendosi interruzione in tale vigilante veglia solo per dedicarsi alla cura del proprio corpo, nonché per il riposo notturno, entrambe attività che svolgeva nella riservatezza di una stanza presa in affitto all’interno di quello stesso edificio. Da quando era giunta in quel tranquillo insediamento di allevatori e contadini, abbastanza lontani dai fronti caldi da riuscire a continuare a vivere un’esistenza quasi consueta, ella non aveva rivolto la propria attenzione ad alcuno, la propria parola ad anima viva, nell’unica, ovvia e necessaria, eccezione rappresentata dell’ostessa, proprietaria del luogo. Solo con quest’ultima, la donna guerriero si era relazionata, nella necessità di mangiare, bere e dormire, oltre a quella di poter usufruire di una tinozza per provvedere alla pulizia del proprio corpo con un bagno: al di fuori di simili normali richieste, però, ella non aveva neppure provato a conoscere un nome o un qualsivoglia appellativo della propria interlocutrice, fornendo altresì senza problemi ogni propria credenziale e facendo, in tal modo, rapidamente diffondere la voce della sua presenza lì. Nulla sembrava poter essere in grado di smuoverla dalla posizione che aveva acquisito in quell’osteria, nulla sembrava poterle interessare oltre le mura che la circondavano, nonostante alcuna atonia sarebbe potuta essere ritrovata nel suo sguardo o nelle sue azioni. I suoi due occhi color ghiaccio, infatti, rilucevano sempre vivi e scattanti, al di sotto dei ciuffi indisciplinati di capelli corvini che, privi di controllo, le ricadevano talvolta davanti al viso, e non sembravano permettere ad alcun movimento di essere compiuto all’interno o all’esterno del locale senza che essi ne potessero aver immediatamente analizzato eventuali implicazioni. A tal fine, ella non si concedeva neppure alcuna possibilità

14

Sean MacMalcom

di perdere il controllo, di smarrire la prontezza di riflessi, rifiutando senza eccezioni qualsiasi offerta di cibi o bevande che potessero risultare minimamente inebrianti e ponendosi, in ciò, ben lontana da quanto si sarebbe potuto supporre nei riguardi di chi, da oltre una mezza dozzina di giorni, non cercava distacco da un tavolo d’osteria. Inevitabile, in tutto quello, sarebbe stato ipotizzare come la donna fosse in attesa, paziente e silenziosa, di un qualche evento e, in simile aspettativa, l’interesse di tutti coloro che in quel villaggio vivevano o si ritrovarono a passare per caso in tale periodo non poté che essere naturalmente coinvolto. Ogni impegno che ella avrebbe potuto avere, però, fu infine reso vano dall’arrivo di un contingente dell’esercito kofreyota, un gruppo armato di una trentina di elementi, inviato lì unicamente per lei. Marciando con ritmo cadenzato, i soldati rivestiti proprie uniformi blu e argento e avvolti in mantelli di vari colori, ognuno indicante un diverso grado gerarchico, si disposero senza fretta, senza premura, attorno al perimetro dell’edificio, nella volontà di prevenire, evidentemente, ogni possibilità di fuga della donna guerriero dallo stesso. Il loro comandante, un giovane tenente dai corti capelli rossi, circondanti un viso ovale e fanciullesco ornato da chiari occhi verdi, fu l’unico che avanzò all’interno dell’osteria, dopo la fine di simili manovre. Nessuno dei presenti nell’edificio sembrò offrire peso a quell’azione, a quella presenza, non avendo del resto ragioni per temere il proprio stesso esercito, le forze armate della nazione con la quale non sentivano di avere conti in sospeso. Neppure Midda, in effetti, sembrò porsi in allarme, per quanto i suoi occhi non evitarono di puntare con freddezza e attenzione al nuovo arrivato, il quale avanzò verso di lei, fino a porsi fiero ed eretto accanto al tavolo dove era accomodata. «Midda Bontor.» dichiarò con tono di voce forte e deciso, quello di un uomo abituato a essere obbedito, ascoltato «E’ questo il tuo nome, vero?» «Mmm…» aggrottò ella la fronte, sollevando lo sguardo con aria sorniona «Può darsi: cosa cerchi, ragazzo?» «In conseguenza delle accuse di pirateria già pendenti sul tuo capo nella provincia di Kirsnya, nonché in conseguenza di nuove imputazioni offerte a tuo carico, quali l’evasione dalle prigioni della capitale, il rapimento e l’assassinio di lord Sarnico, sono giunto qui per porti in stato d’arresto.» continuò con fermezza il tenente, non prestando attenzione al tono della donna «L’uso della forza è stato preventivamente autorizzato, ma personalmente preferirei evitarlo.»

MIDDA’S CHRONICLES

15

Sorridendo divertita dalla chiara consapevolezza delle ragioni che invitavano l’ufficiale a offrirle tanta cortesia, la mercenaria levò lentamente le proprie mani verso di lui, prima di sollevarsi altrettanto delicatamente, quasi sensuale in un gesto indolente che non era proprio alla sua natura, a dimostrare la propria mancanza di avversione. «Ce ne avete messo di tempo per decidervi a raggiungermi…» commentò, semplicemente.

cortata da un piccolo esercito, quasi fosse regina piuttosto che prigioniera, Midda Bontor fu condotta nuovamente a Kirsnya, nell’adempimento da parte dei soldati delle istruzioni ricevute dai propri superiori. E sebbene si fosse consegnata del tutto spontaneamente ai propri carcerieri, ella compì il viaggio verso la capitale in catene, trovando in ciò chiara riprova del timore che la sua presenza era in grado di suscitare fra coloro incaricati del suo arresto. Nell’assenza di armi sul proprio corpo e nella mancanza di qualsivoglia reazione al momento del proprio arresto, ella offrì ai trenta uomini di quel plotone più inquietudine di quanto, probabilmente, sarebbe stata in grado di concedere loro combattendo come una tigre, falciandoli quali steli di grano sotto lo sguardo del villano. Nessuno, infatti, riuscì a gioire per la tranquillità di quell’azione, del successo di quella missione, nell’insana ma realistica convinzione che, comunque, la loro vittoria fosse stata solo apparente e fittizia e che l’unica ad aver avuto la meglio fosse stata proprio la mercenaria, per quanto ad alcuno era stata offerta possibilità di comprenderne le ragioni.

S

Nell’accamparsi poco fuori dalla capitale, nell'essere costretti ad attendere una nuova alba prima di poter rientrare in essa, in conseguenza delle porte d’ingresso ormai chiuse e inviolabili nell’esagonale cinta muraria posta a protezione della sua popolazione, ogni precauzione fu presa nei confronti della prigioniera, quasi fosse un demone, un’oscura e malvagia divinità, più che una semplice donna. Le pesanti catene che per tutto il tragitto avevano legato le sue braccia e gambe ai fianchi vennero puntellate a terra, tendendosi radiali attorno a lei per immobilizzarla in un singolo punto, per non offrirle possibilità di movimento alcuno. Dei trenta uomini che costituivano quell’esercito, tre furono i gruppi di guardia imposti dal tenente, loro comandante, laddove non meno di dieci fra loro sarebbero dovuti restare costantemente vigili nei confronti

16

Sean MacMalcom

della mercenaria, a prevenire ogni ipotesi di fuga, a evitare una strage notturna ritenuta comunque improbabile. Per quanto terribile fosse la fama della donna, in effetti, ormai nessuno riusciva a temere una simile eventualità, nella consapevolezza comunemente maturata che ella avesse voluto tutto ciò e, per tale ragione, che non avrebbe offerto ostacoli fino a quando non avesse avuto uno sprone a farlo. Probabilmente anche in conseguenza di tale pensiero, nonostante le catene che ne costringevano le forme, la sua apparente quiete e la disparità numerica esistente fra loro, in quel tragitto non le fu mai offerto alcun sopruso, non fu tentata verso di lei alcuna violenza, sebbene una tale azione sarebbe stata umanamente prevedibile, nella possibilità offerta ai suoi carcerieri di essere in vantaggio su una famosa guerriera, ora ridotta a schiava. Al contrario, senza necessità di alcun ordine da parte del tenente, in tal senso, massime premure vennero a lei concesse tanto nel corso giornata, quanto giunti a sera: addirittura, poi, al momento della cena fu lo stesso comandante di quel gruppo a porsi in azione per condurre alla propria prigioniera una ciotola in legno con un'abbondante porzione di zuppa di verdure, offerta tutt’altro che dovuta nelle reciproche posizioni occupate. «Questa è per te.» dichiarò egli, proponendole ormai un tono meno impostato rispetto a quello adoperato nel corso loro primo incontro, tendendo il piatto nella sua direzione «Non avere timori: non contiene veleni o droghe.» Midda, costretta in una posizione inginocchiata a terra dalle proprie catene, accucciata ai suoi piedi, sollevò di poco le proprie mani, nei limiti di quanto a lei consentito, per accogliere l’offerta: «Grazie.» rispose con tono freddo, ma non avverso. Dopo aver appoggiato la ciotola fra le estremità della donna, ovviamente senza fornirle alcun genere di posata potenzialmente troppo pericolosa, egli indugiò un istante, rimandando il cammino che avrebbe dovuto vederlo tornare dai propri uomini, allontanarsi dalla prigioniera. Osservandola con curiosità, con interesse, con rispetto forse, l’uomo si soffermò incerto, decidendo poi di lasciarsi sedere a terra, di fronte a lei. La mercenaria non gli rivolse alcuna attenzione, non seguì alcuno di quei gesti, nel chinare semplicemente lo sguardo di ghiaccio, rilucente in quella notte chiara, sul piatto concessole, nel piegarsi con il viso fino a esso per iniziare, non senza difficoltà, a nutrirsi del suo caldo contenuto, ristorando in esso le proprie membra comunque provate per il viaggio di un’intera giornata sotto il giogo di quelle catene.

MIDDA’S CHRONICLES «Perché?» domandò egli, contemplandola in quel mentre. dopo un momento di

17

silenzio,

Senza levare i propri occhi verso di lui nonostante quella parola, la donna continuò con la propria cena per un lungo periodo, forse a voler mettere alla prova la pazienza e l’interesse del proprio interlocutore prima di offrire risposta. Il tenente, dal canto suo, restò tranquillo di fronte a lei, attendendo il momento in cui si sarebbe mossa a riconoscergli la propria attenzione e, forse, le proprie spiegazioni. Giovane, probabilmente con non oltre venti o venticinque inverni sulle spalle, il soldato mostrava un viso totalmente glabro, privo di ogni sorta di peluria tanto da farlo apparire in ciò ancora più fanciullo di quanto evidentemente non fosse. Attorno agli occhi verdi, brillanti come smeraldi in una probabile eredità materna, erano numerose piccole cicatrici, non evidenti a un primo sguardo ma chiaramente derivanti da un qualche incidente o da una qualche lesione in guerra subita non in tempi recenti, la quale, incredibilmente e fortunatamente, non gli era costata la vista. Sottili erano le sue labbra, sotto il naso, lievemente rivolto in basso nella propria estremità, e sopra il mento, ornato da una fossetta nel proprio centro, e corti si donavano i capelli fulvi che, infine, incorniciavano quel volto, per quanto dietro al suo capo si tendessero in un breve e vezzoso codino all’altezza del collo. Il suo corpo, rivestito dalla classica uniforme dell’esercito kofreyota, si proponeva atletico, evidentemente formato da un duro addestramento il quale, comunque, non lo aveva privato di grazia, non lo aveva reso simile a un colosso: muscoli snelli, sciolti, sicuramente agili e scattanti, erano i suoi, in contrapposizione a quelli più forti, portati a maggiore risalto nella propria durezza, di molti suoi subordinati e della maggior parte dei guerrieri di quel continente. «Esplicita meglio il tuo dubbio, se desideri avere possibilità di una risposta.» commentò infine la mercenaria, rialzando il proprio sguardo verso di lui, senza dimostrare alcun sentimento: non disturbo, non noia, non rabbia, non interesse. «Tu sei Midda Bontor…» riprese a quel punto il tenente, nel rivolgerle di nuovo parola «Le leggende, i canti su di te e sulle tue imprese si sprecano e spesso appaiono tanto incredibili dal non essere umanamente accettabili.» spiegò, distraendosi dal proprio intento iniziale in quelle parole e proseguendo «Ora si dice, persino, che tu abbia affrontato in battaglia una fenice, dominandola al punto da rendere il suo fuoco parte di te, da diventare a tua volta a essa simile nel tuo animo… ma non può essere vero!»

18

Sean MacMalcom

«In effetti non è vero.» aggrottò ella la fronte, sorridendo appena «Non l’ho affrontata: abbiamo semplicemente parlato ed essa ha deciso di offrirmi il suo aiuto contro un vecchio pazzo.» Il giovane soldato ammutolì a quelle parole, battendo ripetutamente le palpebre e muovendo a vuoto le labbra, nel cercare di comprendere se la sua interlocutrice stesse offrendo un sincero racconto dei fatti oppure se lo stesse ingannando, si stesse prendendo gioco di lui. Impossibile, però, sarebbe stato distinguere una possibilità dall’altra, dove da un lato le cronache, tanto rapidamente diffusesi in tutta Kofreya su quell’ultima impresa, si proponevano assurde e totalmente prive di ogni possibilità di riscontro; dall’altro, non meno incredibile, si concedeva la versione dei fatti da lei addotta con assoluta tranquillità, come se avesse espresso un’opinione sul tempo dei giorni trascorsi. Scuotendo il capo e cercando di ritornare al motivo del proprio interloquire, il tenente decise così di evitare di porsi dubbi su quelle parole, dal momento in cui non avrebbe mai potuto comprenderne la reale natura. «Al di là di questo…» riprese egli «… perché ti sei fatta arrestare? Io non riesco a comprenderlo…» Nonostante la cortesia della richiesta a lei proposta da parte del giovane, il cui rispetto e la cui, forse, adorazione per ciò che ella era e rappresentava influivano di certo molto nel suo rapportarsi e lo portavano, probabilmente, a un certo conflitto interiore fra il suo dovere e quello che, invece, avrebbe preferito fare, Midda restò in silenzio, per osservarlo a lungo prima di sorridere delicatamente e riportare il proprio sguardo solo alla ciotola con la zuppa, in un tacito rifiuto a offrire ogni spiegazione, a concedere ulteriormente il proprio verbo a lui. Donna ancor prima che guerriero, ella in quell’ultimo sguardo, in quella reazione, impose definitivamente il proprio volere sull’uomo, il quale, per quanto contrariato, non poté fare altro che accettare tale rifiuto, rialzandosi in silenzio e allontanandosi da lei senza tentare di imporsi in alcuna, inutile, insistenza.

MIDDA’S CHRONICLES

19

C

ome molti altri campi della vita pubblica, la giustizia in Kofreya non risultava amministrata secondo modalità comuni a ogni provincia stabilite dall’autorità sovrana centrale, dal monarca. Dall’alto della consapevolezza di non poter imporre in modo eccessivo la propria presenza su ogni terra all’interno del proprio dominio, al fine di ridurre il malcontento presso le classi più forti, presso la nobiltà che altrimenti avrebbe potuto coalizzarsi e tramare per il trono, da secoli la casa reale della nazione aveva delegato anche quel settore alle amministrazioni locali, affidando in pratica a ogni provincia, a ogni territorio, ai piccoli signori, la possibilità di dirimere autonomamente le proprie questioni. L’unica limitazione in tutto ciò, ovviamente, era rappresentata dall’immancabile rispetto per l’autorità centrale, ma al di fuori di questo ogni feudatario avrebbe potuto perseguire il proprio tornaconto personale, decidendo in totale libertà della vita e della morte nei territori a sé concessi. In una simile premessa, logicamente, anche i feudatari maggiori raramente accentravano tale potere nelle proprie mani per la stessa ragione del sovrano, nel temere complotti da parte dei vari lord presenti nei propri confini, finendo in tal modo per scaricare nuovamente ogni responsabilità ancora più in basso, in una gerarchia che, pertanto, si conformava in profili molto caotici, ma che evitava alla casa reale di dover temere qualsivoglia ribellione. Invero chiunque avrebbe potuto attentare al governo kofreyota, ritrovava impegnate le proprie energie unicamente nella conservazione dei benefici già riconosciutigli in continuo contrasto con i suoi pari. Per merito di simile e liberale gestione del potere, e del potere giudiziario in particolare, in quella che sarebbe dovuta essere una sola grande nazione, diverse erano le consuetudini adottate per condurre al rispetto della legge e dei suoi limiti. Partendo da estremi come quello rappresentato da Kriarya, città del peccato, all’interno della quale alcun delitto avrebbe probabilmente mai incontrato il proprio castigo, si sarebbe giunti fino a Kirsnya, sua antitesi, dove la maggior parte delle colpe, anche le più banali, trovavano una severa punizione. Entro i confini di quest’ultima provincia, infatti, rare erano le incarcerazioni, in conseguenza di un maggiore interesse a offrire una pena rapida e tempestiva, quest’ultima scelta, più o meno casualmente, fra una vasta gamma comprendente sia mutilazioni di ogni genere, sia, più semplicemente e drasticamente, la morte. Le prigioni in tale territorio, pertanto, risultavano essere quasi sempre prive di ospiti e anche dove essi fossero stati tali, normalmente, sarebbero potuti essere distinti in due particolari alternative contrapposte. Da un lato, sarebbero potuti essere i condannati a morte, in attesa del giorno fissato per la propria esecuzione,

20

Sean MacMalcom

nella volontà di non privare allo sguardo pubblico tale spettacolo, utile dimostrazione della forza del governo locale e dei vari signori. Dall’altro lato, sarebbero potuti essere posti coloro che, per la più variegata serie di ragioni, erano riusciti, spesso inconsciamente, a suscitare un qualche interesse di qualsivoglia genere nella persona giusta, o sbagliata che la si volesse considerare. A coloro rientranti in questa seconda categoria, quindi, non sarebbe stata riservata una normale punizione, preferendo altresì la segregazione per un periodo più o meno lungo, in attesa di una decisione definitiva da parte del potente di turno coinvolto. Lo stato di arresto in cui Midda era nuovamente stata condotta, come la volta precedente più per propria volontà che non per un effettiva vittoria delle guardie o dell’esercito su di sé, la vide al sorgere del nuovo sole essere guidata in catene fino al Palazzo di Giustizia di Kirsnya dagli uomini della sua scorta armata, i quali neppure all’interno delle mura di tale edificio, a tutti gli effetti già un carcere, giudicarono prudente liberarla dalle sue costrizioni di ferro e acciaio, pur riducendo il proprio stesso numero a una dozzina, nella volontà di non risultare troppo impacciati nei movimenti all’interno degli stretti corridoi. La donna guerriero, così, fu accompagnata fino a una piccola stanza con robuste grate di ferro alle finestre e un minimale arredamento al proprio interno, consistente in un pesante tavolo in legno scuro e una sedia, per essere lì rinchiusa sola e ancora legata. «Déjà vu…» sussurrò in un malinconico sorriso, osservando l’ambiente attorno a sé e trascinandosi, nel proprio pesante giogo, fino alla sedia, a cercare lì un po’ di riposo. Fatta eccezione per il tentativo di dialogo provato dal tenente la notte precedente, la mercenaria non aveva rivolto parola alcuna ai propri guardiani fino a quel momento, rifiutando di rispondere a qualsiasi domanda diretta o indiretta le potesse essere stata posta. Quel prolungato silenzio, unito all’assenza di acqua e di liquidi, escludendo l’ultima zuppa mangiata a cena, le aveva lasciato la bocca tremendamente impastata, minore fra i mali in confronto all’ovvio indebolimento conseguenza di un primo principio di disidratazione. Nulla di diverso, del resto, si sarebbe mai attesa da parte dei propri carcerieri, trovando altresì l’offerta della ciotola di cibo della sera prima assolutamente a sproposito nel confronto con le modalità solitamente adottate da guardie e soldati al momento dell’arresto di un ricercato, soprattutto se giudicato pericoloso. Evidentemente, però, quell’infrazione a un regolamento non scritto sarebbe dovuta essere considerata quale un’azione intrapresa autonomamente dal tenente e, solo per tale ragione, ella si era spinta a

MIDDA’S CHRONICLES

21

pronunciare verso di lui quelle poche parole, riconosciutegli a titolo di ringraziamento. Osservando con fredda serietà l’unica porta di ingresso a quella stanza, ella attese con pazienza il momento in cui un magistrato sarebbe giunto a stabilire del suo destino, come di rito. Nonostante la debolezza in cui avevano sperato di indurla, la donna cercò di mantenere la mente lucida e il corpo sveglio, risentendo, però, della limitazione alla propria libertà di movimento, dell’appesantimento delle proprie membra e dei propri muscoli. Quando la soglia si aprì improvvisamente, tre soldati della sua scorta avanzarono all’interno dello spazio ristretto per porsi a circondarla, situandosi in due ai suoi fianchi e un terzo dietro la sua schiena: una precauzione, evidentemente, giudicata necessaria a salvaguardare la salute di chiunque avrebbe mosso i propri passi al loro seguito. Ma dove Midda era già in attesa del viso di un uomo, davanti a lei si offrì a sorpresa quello di una donna, che la guardò con aria divertita. Non più fanciulla, la nuova giunta dimostrò sicuramente un’età inferiore a quella della prigioniera, nonostante l’azione di pesante trucco sul volto ne camuffasse i tratti lasciandola apparire contemporaneamente come più giovane e come più vecchia rispetto a lei. Ai suoi piedi, bianchi sandali lasciavano libere allo sguardo dita delicate, trovando nascondiglio per le proprie caviglie solo nei lembi rosso-dorati di un lungo abito, di una gonna che lì terminava drappeggiata in un continuo ondeggiare di forme sapientemente lavorate. Le, probabilmente, lunghe gambe risalivano avvolte completamente in quella stoffa, che attorno a esse si avvolgeva, passando dai colori iniziali a un più candido bianco solo per ritornare nuovamente all’oro e al rosso all’altezza delle sue ginocchia, in un elegante risvolto della stessa veste. I fianchi, in forme mature ma sinuose, apparivano liberi da qualsiasi cintura, fieri in una femminilità sicuramente non virginale, tale da concederle di muoversi come in una naturale danza d’amore che ogni sguardo e interesse maschile avrebbe sicuramente attratto magneticamente a sé. Sopra a essi, l’abito proseguiva compatto, senza termine o interruzione se non all’altezza dei seni, lì presentati in un’ampia scollatura elegantemente proporzionati al resto del corpo, non generosi come quelli di Midda e pur non avari nelle proprie forme, cinti completamente nella stoffa tornata bianca e pura a quell’altezza. Con due sottili spalline tanta magnificenza si sorreggeva sopra a una pelle candida, che delineava due braccia magre e affusolate, prive di qualsiasi ornamento al contrario del suo capo. Sullo stesso, infatti, si concedeva alla vista un prezioso fermacapelli d’oro, decorato con gemme di diversi colori, a reggere una complicata acconciatura nella quale i suoi lunghi capelli

22

Sean MacMalcom

castani si legavano dietro alla nuca, in una crocchia frutto sicuramente di un lungo lavoro da parte di molte ancelle. Non il suo abito e non i suoi gioielli attrassero, però, l’attenzione della donna guerriero, che al contrario si soffermò sul volto della sua controparte e sull’oggetto che ella reggeva o, meglio, trascinava nella propria mano mancina, similmente a un trofeo di guerra. In quel viso delicatamente rotondo, la mercenaria infatti riconobbe due occhi castani, un naso aquilino e due labbra aperte in un sardonico sorriso che appartenevano al proprio recente passato, a un avversario affrontato e sconfitto senza difficoltà, senza impegno, inchiodato a terra con la sua medesima arma, la stessa lunga ed elegante spada, finemente lavorata dalla sapienza di un fabbro caro alla donna guerriero, che ora risplendeva fra le mani della nobildonna in piedi davanti a lei. «Sarnico?!» sussurrò con voce resa roca dalla mancanza di idratazione, non celando un evidente stupore nel trovare nella nuova giunta una palese somiglianza con il giovane presente nei propri ricordi. E la donna, conducendo la spada, troppo pesante per lei, innanzi al proprio corpo, ponendola in verticale davanti alle lunghe gambe come un bastone da passeggio e appoggiando in simile modo le mani sopra all’elsa, continuò a sorridere, osservandola a lungo prima di commentare semplicemente: «Mio fratello.» Definire lord Sarnico un avversario di Midda sarebbe stato impreciso, se non sostanzialmente errato, nel considerare l’assoluta disparità che era esistita fra loro, per il breve lasso di tempo in cui erano rimasti insieme nella medesima stanza. Il giovane nobile, infatti, era stato sicuramente un individuo sadico, perverso, violento ed, effettivamente, idiota, soprattutto nel permettersi di essere descritto dai tre precedenti attributi, nell’imporre le proprie frustrazioni sessuali sopra innocenti giovani provenienti da un’isoletta paradisiaca a ponente di quelle coste. Ciò nonostante, ben poco era valso egli contro una combattente del rango della donna guerriero: senza eccessivo impegno, senza alcuno sforzo, ella lo aveva piegato e abbattuto, assolvendo a un incarico ricevuto e liberando in tale atto troppa gente prigioniera dei capricci di quel ragazzo non ancora uomo. Per amor del dettaglio, la fine di lord Sarnico, poi, era stata concretamente decretata non per mano della mercenaria quanto per quella dell’ultima delle vittime dello stesso, un fanciulla sottratta da lui ai propri affetti, al proprio promesso sposo, nel giorno del loro stesso matrimonio, solo per essere ripetutamente stuprata, violentata senza pietà alcuna, destinata a ogni sorta di ignobile e malato gioco di piacere, per lui, e di dolore, per lei. Una

MIDDA’S CHRONICLES

23

morte più che meritata, pertanto, quella di lord Sarnico, nella quale tutto l’impegno, tutta la rabbia, tutta la vendetta covata in un cuore prima puro, erano esplose dirompenti, offrendo orrori che un torturatore di professione, probabilmente, non avrebbe saputo immaginare. Per quanto fosse stato dato di sapere alla donna guerriero almeno prima di quel momento, il giovane nobile era rimasto unico erede della propria casata dopo una lunga serie di omicidi, mai ovviamente a lui addotti nell’essere stati orchestrati per risultare del tutto simili a comuni incidenti, nei quali erano stati coinvolti entrambi genitori nonché due fratelli e una sorella, a lui maggiori in età e, per questo, destinati prima di lui alla proprietà delle ricchezze di famiglia. Essere posta di fronte, pertanto, a una giovane proclamatasi parente, sorella addirittura, di quello scarto di umanità, fu per la Figlia di Marr’Mahew ragione di sbigottimento, un inaspettato colpo di scena, dal quale ella necessitò di qualche istante per recuperare la propria consueta freddezza, non potendo invero negare la tremenda rassomiglianza presente davanti a lei, che più di qualsiasi altra voce avrebbe potuto rendere ai suoi occhi fondata quell’affermazione. «Non credevo che avesse lasciato qualche parente in vita…» commentò, infine, osservandola con sguardo gelido. «E’ una lunga storia piena di intrighi, tradimenti, complotti, sangue e morte.» rispose tranquilla e sorridente l’altra donna, ancora posta di fronte all’assassina del fratello minore «Una classica vicenda di famiglia, aggiungerei.» «Una storia nella quale immagino di aver giocato un ruolo chiave, a mia insaputa.» aggiunse la prima, osservando la propria controparte. «In effetti non posso negare di aver accumulato un debito nei tuoi riguardi, dove per merito tuo sono potuta ascendere a un ruolo, a uno stato sociale prima negatomi.» annuì la seconda, sorridendo sorniona, piegandosi appena in avanti nell’appoggiarsi sulla spada con il proprio mento, a porsi in tal modo alla medesima altezza della prigioniera. Midda osservò in silenzio la sua ospite ancora priva di nome, quasi a cercare di coglierne l’animo nello sguardo, in quella luce così simile a quella del fratello morto. Più di lui, però, negli occhi di quella giovane, la mercenaria non poté evitare di cogliere una malvagità unicamente femminile, una sottile e tagliente malizia propria solo delle donne della quale raramente gli uomini avrebbero saputo rendersi conto, non riuscendone a riconoscerne la reale natura. Se lord Sarnico, in vita, si era dimostrato privo di qualsivoglia possibile benevolenza, umana pietà, nel gestire coloro che lo circondavano come semplici oggetti privi di

24

Sean MacMalcom

emozioni, privi di sentimenti, sua sorella non appariva assolutamente migliore e, anzi, la donna guerriero non poté evitare di provare tristezza per tutti gli uomini che il fato avrebbe mai destinato a incrociare il cammino della stessa, in quanto da lei sarebbero stati sicuramente e tremendamente plagiati, perdendo ogni consapevolezza di sé, ogni coscienza d’anima, ogni barlume di ragione. In quegli occhi, sotto quello sguardo impietoso, chiunque a lei vicino avrebbe gettato con gioia la propria vita nel suo nome, avrebbe sacrificato con passione la propria esistenza quale sincero tributo, certo di trovare la salvezza in tale atto, di raggiungere l’apice del proprio destino in simile definito e mortale gesto, laddove invece solo l’oscurità, solo le tenebre lo avrebbero atteso, sarebbero stati riservate da una simile personalità. «Non mi temi… è affascinante questo.» sorrise nuovamente la nobildonna, rialzandosi da quella postura china per ergersi in tutta la propria elegante forma, in una beltà trasudante di sensualità. «Dovresti essere tu a temermi.» rispose la mercenaria, senza cedere al suo sguardo, mantenendo i proprio occhi di ghiaccio fissi in quelli di lei, mentre le pupille al centro delle iridi si contraevano al punto da scomparire in esse. «Io?» scosse il capo «E perché mai dovrei? Sei una prigioniera, una condannata, circondata da guardie pronte a decapitarti al minimo segnale di pericolo, avvolta in catene che neanche il più forte degli uomini potrebbe spezzare. Come potresti rappresentare un motivo di inquietudine per me?» «Cosa vuoi?» sussurrò a denti stretti la Figlia di Marr’Mahew, cercando di mantenere il controllo sulle proprie azioni, sulla propria mente e sul proprio corpo per quanto la propria interlocutrice la stesse ponendo a dura prova. In silenzio, la sorella di lord Sarnico restò a contemplare la prigioniera, a cercare probabilmente a sua volta di comprenderne l’animo, di scoprire entro quali limiti anch’ella sarebbe potuta divenire una pedina sulla propria scacchiera, in quale misura avrebbe potuto offrire affidamento alle capacità di quella mercenaria, così temuta e così desiderata. La fama della stessa la precedeva, definendo chiaramente i termini dei suoi contratti, degli accordi presi di volta in volta con i vari mecenati ai quali aveva offerto i propri servigi. Midda Bontor non sarebbe potuta essere equiparabile alla maggior parte dei mercenari, nel momento in cui il suo valore in battaglia, la sua abilità guerriera la rendeva estremamente preziosa, la portava a quotazioni troppo elevate per la maggior parte dei suoi possibili finanziatori. Ma non era tanto il prezzo, il pagamento da lei

MIDDA’S CHRONICLES

25

richiesto per le proprie imprese quello che la distingueva dalla quasi totalità dei suoi pari: per quanto elevata, una quantità d’oro sarebbe sempre stata definibile, sarebbe sempre stata trattabile, sarebbe sempre stata raggiungibile. Ciò che aveva reso, e rendeva ancora, probabilmente unica quella mercenaria era la sua stessa mente, il suo pensiero, che a dispetto del proprio ruolo guidava perennemente le sue azioni, portandola ad accettare missioni che nessun altro avrebbe accettato a prezzi inferiori al previsto e a rifiutare incarichi per i quali la ricompensa promessa sarebbe stata oltre ogni più rosea aspettativa e che, comunque, qualsiasi altro mercenario avrebbe colto al volo senza alcun indugio. Non era la sete d’oro a spingere la sua mano, a indirizzarne il cammino. Certamente, quale mercenaria, mai si era concessa di dimenticare il pagamento pattuito, risultando nota anzi per la sua abitudine a rialzarlo a missione terminata, ma era altro dietro ogni sua azione, era altro celato in ogni sua avventura. Qualcosa che, comunque, la nobildonna non stava riuscendo a cogliere nell’osservarla, nel perscrutarne lo sguardo. «Lasciateci sole.» ordinò, a quel punto ai soldati, con un cenno esplicito della mano destra. «Ma lady Lavero…» tentò di opporsi uno dei tre, evidentemente temendo per la sua incolumità. «Andate.» ripeté con tono deciso, muovendo nuovamente l’estremità con aria infastidita. Non osando opporsi ai voleri di una personalità simile, di una figura tanto rilevante nel panorama politico della città e dell’intera provincia, i tre sottufficiali mossero con incertezza i propri passi fino alla porta, osservando dubbiosi le due donne, la nobile e la prigioniera, prima di uscire dalla stanza, ubbidendo agli ordini ricevuti e richiudendo la soglia alle proprie spalle per assicurare loro la riservatezza cercata. Solo a quel punto, lady Lavero, come era stata identificata dai tre uomini, riprese parola, tornando a volgere la propria attenzione verso la mercenaria: «Io voglio te.» «Non averne a male, ma i miei gusti sono differenti.» commentò Midda, aggrottando la fronte a quelle parole, a quel desiderio così ambiguamente presentato «E comunque non sei il mio tipo…» aggiunse in un ovvio intento di scherno verso l’aristocratica, dove aveva comunque compreso il reale significato della richiesta. «Stupida, irriverente e presuntuosa.» rispose stizzita l’altra, storcendo le labbra verso il basso come se, nonostante altri fossero i suoi intenti, quel

26

Sean MacMalcom

rifiuto l’avesse lasciata indisposta, l’avesse contrariata e offesa nel suo amor proprio «Se quel genere di attenzioni ti fossero da me rivolte, avresti solo da esserne orgogliosa.» «Degna sorella di tuo fratello, a quanto pare.» ironizzò con amarezza la mercenaria, nel rilevare quell’evidente tara familiare che sembrava accomunarli «Anche egli volgeva queste considerazioni verso tutte le donne che piegava ai propri voleri, alle proprie violenze, al proprio sadismo. E per questo è morto, straziato dalle sue stesse vittime, distrutto da coloro che aveva dominato con assoluta fierezza di sé, colmo della propria empia personalità.» A quelle parole, per le quali la donna guerriero si sarebbe attesa una reazione infuriata, uno scatto di violenza sfogato in uno schiaffo o in un altro atto fisico ai suoi danni, lady Lavero reagì in maniera del tutto opposta, esplodendo in una sonora risata, ricca di gusto, di divertimento, di puro e malato piacere. Gettando la testa all’indietro, mostrando un lungo e pallido collo, la giovane fece risuonare fortemente quel segno della propria gioia, della propria felicità fra le pareti in pietra della stanza, quasi folle in tanto trasporto. La mercenaria, a tale spettacolo, restò assolutamente immobile, osservando con serietà, con freddezza assoluta la donna ferma di fronte a sé. Se solo ella avesse voluto, avrebbe potuto porre fine alla vita di quella giovane senza particolari difficoltà, senza alcun indugio, dove molteplici sarebbero stati i mezzi a lei comunque concessi per tale scopo in occasione di quell’incontro solitario, nonostante le catene ne bloccassero i movimenti di braccia e di gambe, legandole alla sua vita. Ma come anche lady Lavero aveva chiaramente previsto, nella conoscenza delle abitudini della propria controparte, ella non avrebbe mai posto fine a una vita senza ricavarne un benefico reale e nulla, in quel momento, avrebbe reso non vana tale morte. Al contrario, una sua azione offensiva avrebbe potuto delineare come più problematica l’attuazione dei piani che ella aveva in mente, delle strategie nelle quali, in effetti, la nobildonna avrebbe potuto giocare un ruolo di riguardo, più o meno consapevolmente. «Mi piace il tuo stile, Midda Bontor!» esclamò la sorella di lord Sarnico, riprendendosi dal prolungato istante di divertimento per tornare a rivolgerle parola «Sono rare le donne come te e, personalmente, non posso che apprezzare tutto questo, non posso che approvare il tuo modo di fare, di pensare, di agire. Ed è per questo che ti desidero al mio servizio, che voglio poter avere tanta preziosa abilità alle mie dipendenze.» «Forse ti è sfuggito un particolare, mia cara.» rispose la donna, inarcando il sopracciglio sinistro e sollevando appena i propri polsi verso

MIDDA’S CHRONICLES

27

di lei, come a voler sottolineare la presenza dei legami di metallo che ne bloccavano i movimenti «Non sono qui per mia spontanea iniziativa, per mia libera scelta. Al contrario.» La mercenaria, in simili parole, mentì in modo più che naturale, celando gli intenti personali che, invece, l’avevano realmente e volontariamente condotta a porsi in quella condizione, a lasciarsi individuare e catturare dopo aver addirittura dovuto attendere una settimana prima dell’arrivo dell’esercito, prima che qualcuno decidesse di mobilitarsi contro di lei. Ma, in quel gioco nel quale desiderava coinvolgere la propria ospite, la candidata mecenate che le si stava offrendo innanzi, avrebbe dovuto dimostrarsi quale vittima delle circostanze, e non quale abile manovratrice nelle medesime, con la speranza di non fallire nel proprio obiettivo, di non svelare i propri interessi nel coinvolgere una nuova attrice in quella sceneggiatura, con un ruolo totalmente inedito e non previsto. «Per i servigi che mi hai reso, con la morte di mio fratello, dovrei ricompensarti e, di certo, non richiedere la tua punizione.» rispose lady Lavero, sorridendo tranquilla «Non temere: ogni colpa ti potrà essere condonata in virtù della fedeltà che deciderai di concedermi. E non mi riferisco solo alle imputazioni più recenti, quanto piuttosto a quelle più antiche, quelle per cui già hai avuto modo di subire delle amputazioni, se non erro.» sottolineo in un sadico gioco di assonanze. La posizione della donna, all’interno dei rapporti politici di Kirsnya, avrebbe dovuto evidentemente essere più che rilevante se una simile promessa non fosse stata vana. Sebbene ai nobili fosse garantita un’influenza nel potere giudiziario nei confini di quella provincia, la lunga serie di precedenti che pendeva sul capo di Midda le sarebbero valse non una sola, ma almeno una dozzina di condanne a morte per ritenere soddisfatta la sete di vendetta di quella città, di tale legislazione tanto ferma, forte e decisa nel voler punire chiunque fosse considerato reo, in un’arbitraria definizione di colpevolezza fino a prova contraria. «Mi spiace, ma ho già un progettino in mente e non credo di potermi riservare del tempo per te.» rispose la mercenaria, altrettanto tranquilla e sorridente, scuotendo poi il capo «Però dammi tempo sei mesi e dovrei forse riuscire a ritagliare un intervallo per privarti di un po’ delle tue ricchezze… ammesso che la tua proposta mi attragga.» «Oh… sì…» commentò l’altra, mostrando una lunga fila di denti bianchi in una smorfia di sadica felicità non diversa da quella che

28

Sean MacMalcom

solitamente aveva ornato, in passato, il volto del suo ultimo familiare morto «Vedrai che questa impresa attrarrà il tuo interesse, riuscirà a stuzzicare la tua attenzione.» Quiete e sincere erano state le parole di Midda in risposta all’offerta fattale. Per quanto lady Lavero fosse potenzialmente anche peggiore del fratello, nulla in ciò avrebbe potuto portare a un veto diretto da parte della mercenaria, abituata del resto a svolgere incarichi tutt’altro che umanitari per mecenati ben lontani dall’essere dei benefattori della società, primo fra tutti lord Brote di Kriarya, uno fra i suoi migliori datori di lavoro. Dove, infatti, la missione che quella donna avrebbe potuto offrirle fosse riuscita a provocare la sua fantasia, fosse riuscita realmente a coinvolgere la sua curiosità, nel concederle anche e ovviamente un adeguato compenso in aggiunta al mantenimento di quanto appena affermato, la donna guerriero avrebbe sicuramente accettato di buon grado di servirla. Purtroppo per la nobildonna, però, questa volta prestando fede a ciò che effettivamente aveva dichiarato senza dissimulazioni e inganni, i suoi interessi erano in quel momento rivolti a una questione rimasta in sospeso, nel desiderio di potersi concentrare su un lavoro lasciato a metà mesi addietro e su un impegno morale che avrebbe dovuto e voleva concludere prima di permettersi coinvolgimenti in altre questioni. «Non essere sciocca, Midda Bontor.» riprese la nobildonna, osservandola con fermezza, con serietà «Io rappresento per te la sola via di salvezza da una fine certa alla quale ti sei condannata con le tue stesse mani, tornando entro queste terre. Non ho idea, e non mi interessa averne, di quali siano i tuoi potenziali impegni, ma se non accetterai la mia proposta il tuo unico appuntamento sarà quello con i tuoi dei.» «Ma la mia morte sarebbe una perdita per te, dove tanto desideri i miei servigi.» sottolineò la donna guerriero, in un sorriso divertito. Le mani della sorella di lord Sarnico si strinsero con forza, in quel momento, attorno all’elsa della lama appartenuta al fratello, in un evidenza di nervosismo da parte sua per simili parole, per una visione purtroppo realistica della realtà. Dentro di sé non avrebbe potuto evitare di rimproverarsi per aver giocato male le proprie carte, per aver lasciato subito intendere alla mercenaria il proprio interessamento: forse, se così non fosse stato, avrebbe avuto più spazio di discussione con lei, forse avrebbe avuto più possibilità di dialogo, più peso in quel confronto. O, almeno, in tal modo ella si illudeva, non comprendendo di seguire alla perfezione un copione già scritto per lei dalla propria “vittima”.

MIDDA’S CHRONICLES

29

«E’ corretto ciò che dici.» commentò poi, in un sussurro quasi inudibile «Ma è anche vero che vi sono punizioni ben più terribili della morte, alle quali potrei destinarti in attesa di un cambiamento nei tuoi pensieri, di una dimostrazione da parte tua di maggiore raziocinio…» «Esiste un luogo a nord sul confine di Kofreya con Gorthia dove da secoli non riesce a essere alcuna forma di vita, animale o vegetale.» iniziò a spiegare lady Lavero, con un tranquillo e perverso sorriso «Per chi crede in Gorl, quel luogo è a lui consacrato fin dalla notte dei tempi e, addirittura, in quelle lande montuose si dovrebbe celare anche il famigerato monte Gorleheist, fucina del stesso dio, all’interno della quale egli ha forgiato ogni propria creatura e ogni propria creazione. Nel cuore incandescente di quel vulcano, ammesso che esista, ogni mistico oggetto a lui attribuito ha trovato i propri natali, comprese anche le gemme di Sarth’Okhrin da te recentemente recuperate per conto di un tuo qualche signore nella città del peccato.» «Ufficialmente, da secoli tanto remoti per i quali si è persa memoria, nessuno ha potuto e ha osato cercare di porre insediamento in quei luoghi di morte, nel momento in cui qualsiasi possibilità di sopravvivenza si dice essere lì proibita, negata dalla medesima aria, tossica, irrespirabile, velenosa in conseguenza del respiro del pianeta, delle esalazioni provenienti dal sottosuolo.» continuò la donna, in un lungo monologo «Personalmente non so quanto tutto questo sia vero e quanto invece sia solo misticismo, leggenda, voci sparse a mantenere desolata tale regione. Sinceramente, neanche mi importa: il mondo è ancora così grande e molti sono gli spazi di cui prendere dominio, tale per cui la ricerca di potere sopra a una terra vulcanica non si ritrova a essere prerogativa di alcuno, tantomeno mia.» «In una simile situazione anche il confine fra i due regni si delinea in modo molto incerto, come se alcuno fra i due possibili contendenti volesse accogliere tale territorio nei propri domini. Se questo sia in conseguenza del timore di contrariare un dio o, forse, per semplice disinteresse verso le nulle aspettative lì concesse, sinceramente lo ignoro. Ma è proprio per questa ragione, quindi, che la zona in questione viene definita Terra di Nessuno, ponendosi al di fuori del controllo di qualsiasi legge, al di fuori dall’imposizione di qualsiasi sovrano o feudatario.» Midda ascoltò in silenzio, impassibile, quelle parole, soppesandole con attenzione nel confrontarle con quanto a lei già noto, a incrementare eventualmente le proprie nozioni con nuove informazioni che la nobildonna le avrebbe potuto offrire. Solo una sciocca, infatti, avrebbe creduto di poter possedere piena conoscenza del mondo a sé circostante, senza concedersi di prestare ascolto ad altre voci, a nuove spiegazioni,

30

Sean MacMalcom

perdendo, in tal modo, potenziale controllo della stessa realtà nell’isolarsi in una propria esistenza fuori dal tempo e dallo spazio, fuori dalla concretezza della quotidianità. Ed ella non si era mai reputata quale una sciocca, né aveva mai desiderato peccare di superbia o di arroganza nel gettare al vento dei dati che, possibilmente, in un futuro, prossimo o remoto, avrebbero potuto sbilanciarla fra la vita e la morte, influenzando il suo destino, in tale bivio, in conseguenza di quanto avrebbe potuto preventivamente conoscere. «Osservando la realtà da altri punti di vista però, con uno sguardo che si riesca a spingere oltre alla versione ufficiale, anche nella Terra di Nessuno esiste vita, sussiste almeno un insediamento, se così vogliamo definirlo.» riprese serenamente, con una tonalità di voce appena inferiore rispetto a quanto precedentemente pronunciato «Ricavato all’interno del cratere di un vulcano ormai spento, sul limitare di tali confini, è infatti una delle più grandi prigioni mai edificate dall’uomo, dove comunque considerare l’intervento umano in tutto ciò sarebbe decisamente improprio.» «Per accedere a tale complesso, o per uscire da esso, è stata prevista una sola via, costituita da uno strettissimo tunnel scavato nella pietra lavica che attraversa il fianco del vulcano per giungere nella sua parte centrale. A chiusura di simile accesso, a protezione per il mondo da coloro che oltre tale soglia vengono segregati, sono irremovibili cancelli in pietra, tanto pesanti che un intero esercito non potrebbe avere la forza di smuoverli una volta che essi siano stati bloccati. Gli unici a poter agire su tali accessi sono i custodi di quel luogo ignorato dal mondo intero: essi tramandano il segreto della chiave di quel varco da epoche lontane, di generazione in generazione, da padre in figlio, all’interno di una casta privilegiata che mantiene gelosamente protetto tale arcano enigma come il più prezioso dei tesori.» «So che sei una provetta scalatrice, in grado di arrampicarti sulla roccia di una montagna come sulle sartie dell’albero maestro di una nave in piena bufera.» commentò con un accenno di reale ammirazione in quelle parole, in una simile constatazione «Non credere, però, che da quella prigione, da quelle carceri maledette, potrai mai trovare evasione: perché al centro del vulcano, all’interno di quel cratere, ove è sito il vero ambiente detentivo, le pareti si propongono troppo scoscese, troppo inclinate verso l’interno e troppo elevate verso il cielo, in una distanza tale da non permettere di intuirne il termine, di ipotizzare una seppur vaga possibilità di sfida.»

MIDDA’S CHRONICLES

31

La Figlia di Marr’Mahew stava continuando a concedere alla nobildonna la propria più completa attenzione, a offrirle il proprio massimo interesse dove, nonostante molte fossero le nozioni delle quali l’altra stava parlando a esserle già note, diverse risultavano essere le sfumature su tale argomento mai rivelatele in precedenza dai propri informatori. Sicuramente l’assenza di simili notizie non sarebbe dovuto essere considerato conseguenza di un intento doloso rivolto a imporle danno, ma derivante da semplice e giustificabile ignoranza: un segreto pari a quello dell’esistenza di un simile luogo, del resto, era probabilmente una delle informazioni più riservate e protette in tutta Kofreya, per le ovvie responsabilità che esso comportava. Così, nel desiderio di spaventarla, nella volontà di porle timori e di farle rivalutare l’offerta di collaborazione, lady Lavero le stava rendendo un grandissimo servigio, e interrompere tanta buona volontà di dialogo verso di lei sarebbe stato un terribile errore. «Perché mi stai dicendo tutto questo?» domandò la donna guerriero, nel cogliere un momento di esitazione, un’incertezza da parte della mecenate nei suoi riguardi, forse resa sospettosa da tanta serenità e tanto interesse da parte sua. «Perché, come tu hai correttamente fatto notare prima, per me la tua morte rappresenterebbe una perdita.» sorrise sorniona la sorella di lord Sarnico, iniziando a indietreggiare verso la porta, nel trascinare con sé la lama appartenuta al fratello, fiera della vittoria che credeva di aver riportato sulla mercenaria «Se ora la tua arroganza ti porta a rifiutare di lavorare per me, a seguito di un periodo di meritato riposo in quella landa maledetta sono certa che sarai più che felice di onorare i nostri accordi.» «Non abbiamo ancora alcun accordo!» protestò a denti stretti Midda, ribellandosi a quelle parole «E se non vi è modo per uscire da quella prigione come pensi di poter attuare i tuoi piani, rinchiudendomi in essa?» «Ma una via esiste, l’unica speranza offerta a tutti coloro che lì vengono inviati a riflettere sulle colpe della propria esistenza o sulla propria arroganza nel non voler accettare l’inevitabilità del fato, come stai facendo tu ora. Dallo stesso tunnel attraverso il quale si ha accesso al cratere è, infatti, possibile anche uscire, cogliendo l’occasione di un unico appuntamento concesso a ogni condannato, la sola possibilità garantitagli all’inizio della propria detenzione.» spiegò l’aristocratica, ormai prossima alla porta della stanza «La tua possibilità di ritornare a essere una donna liberà sarà fissata per quarantotto ore dal momento del tuo ingresso nel carcere: se dopo due giorni di permanenza in quel luogo, privo di guardie, di leggi, di regolamenti, a contatto con la peggiore feccia dell’umanità scelta fra coloro che hanno osato condurre i propri passi nelle terre di

32

Sean MacMalcom

questa provincia, tu deciderai di volerti privare del tuo orgoglio nell’asservirti a me, allora potrai tornare qui, riprendendo la tua vita, ottenendo di nuovo possesso sul tuo destino e sul tuo futuro, senza più alcuna imputazione pendente sul tuo capo. Altrimenti… beh… non credo sia necessario specificarlo, vero?» «Cagna maledetta!» gridò la mercenaria, scattando in piedi dalla sedia in cui si era accomodata, salvo ripiombare immediatamente a terra, come indebolita dalle costrizioni che la circondavano, dal peso delle proprie catene «Non oseresti tanto!» «Quarantotto ore, Midda Bontor.» commentò lady Lavero, trattenendo a stento le risate per la gioia che sentiva nel proprio cuore in conseguenza di quella vittoria, di quel successo nel piegare un animo forte, una tempra eccezionale ai propri voleri «Quarantotto ore per decidere di porti al mio servizio. Riflettici bene!» E la donna guerriero, china a terra nell’inganno simulato di quella caduta, di quell’incespicare, nascose un lieve sorriso sotto i lunghi capelli corvini, attendendo che il proprio burattino credutosi burattinaio la lasciasse sola quella stanza.

onostante i toni minacciosi offerti da lady Lavero e nonostante gli spiacevoli precedenti negli ultimi tentativi di arresto compiuti ai danni della mercenaria nella capitale di quella provincia, occorse più di una settimana per organizzare il trasferimento della detenuta verso la Terra di Nessuno e il carcere segreto lì situato.

N

A seguito dell’uscita di scena della nobildonna, al cospetto di Midda era immediatamente giunto il magistrato incaricato di giudicarla e condannarla per i propri crimini. Quel secondo incontro, ovviamente, fu assolutamente formale e privo di valore, in quanto egli non avrebbe avuto ragioni di impegnarsi nel fissare la data di un processo pubblico o, tanto meno, nell’ipotizzare una sentenza di morte come sarebbe stato logico avvenisse. Il suo futuro era già stato deciso dall’intervento del potere politico, ed ella era ormai sfuggita a ogni autorità giudiziaria, rendendo vana qualsiasi discussione a tal riguardo. Nessuno al mondo avrebbe saputo del suo arresto e, in effetti, nessuno avrebbe neanche più saputo qualcosa in merito alla sua stessa esistenza se avesse deciso di rifiutare l’offerta concessale e non si fosse presentata all’appuntamento fissato per

MIDDA’S CHRONICLES

33

quarantotto ore dopo il suo ingresso nella prigione. Come molti altri condannati prima di lei, anche la donna guerriero sarebbe semplicemente scomparsa nel nulla, per poi essere probabilmente dimenticata dal mondo intero con la stessa rapidità con cui la narrazione delle sue gesta normalmente riusciva a diffondersi in ogni provincia della nazione. Un triste destino, una pessima conclusione per una vita avventurosa era così quella che l’avrebbe attesa, e di certo con tutte le proprie forze, con tutta la propria tenacia ella si sarebbe opposta a esso, nonostante ogni precauzione, nonostante ogni catena che i suoi avversari le avessero posto addosso. Questo, ovviamente, sarebbe avvenuto se non fosse stata ella stessa ad aver pianificato, ad aver desiderato tutto quello che stava avvenendo e che sarebbe presto avvenuto. Nei piani originali della donna guerriero l’intervento della sorella di lord Sarnico, creduta morta da tempo, non era stato ovviamente preso in considerazione: l’ipotesi da lei formulata, in origine, prevedeva la conduzione di un sottile ed estenuante gioco psicologico con il magistrato e con i propri carcerieri per vedersi assegnata non tanto a un comune carcere cittadino, da cui avrebbe minacciato la propria fuga prima dell’esecuzione in piazza, quanto a quello stesso segreto complesso. Una strategia che, sicuramente, aveva preso in considerazione molti fattori di rischio ma che, dalla propria, avrebbe visto coinvolto anche l’interesse di troppi mecenati attorno alla sua persona. Questi, seppur appartenenti ad altre città, pur apparentemente privi di potere in quei confini, avrebbero pertanto offerto o imposto la propria influenza sull’autorità di Kirsnya per mantenere in vita la propria mercenaria, per poter continuare a usufruire dei suoi servigi. A prescindere da simili considerazioni, comunque, un fattore di rischio non sarebbe mai potuto essere annullato nella programmazione originale di quella strategia, e avrebbe costretto Midda a un intrepido gioco d’azzardo dal quale si era comunque sentita fiduciosa riuscire a uscire vincitrice. L’inattesa e inattendibile comparsa in scena della nuova prima donna del panorama politico e sociale della capitale, però, aveva improvvisamente condotto una nuova entropia, delle nuove possibilità delle quali ella aveva deciso di approfittare con tempestività e spirito di adattamento, riuscendo in tal modo ad assicurarsi il viaggio verso la meta da lei desiderata e da chiunque altro temuta, ottenendo di vedere la propria strategia realizzarsi con assoluto successo. Una settimana dopo, a scortare la prigioniera verso il proprio luogo di detenzione non furono predisposti gli stessi soldati che già l’avevano accompagnata fino alla città. Nell’interesse dei signori locali di mantenere il maggiore riserbo su ogni questione riguardante il carcere nella Terra di Nessuno, evitando in ciò di coinvolgere con esso l’esercito per tutte le

34

Sean MacMalcom

implicazioni che una simile presenza avrebbe significato, un nuovo contingente fu scelto fra le guardie cittadine, fra coloro che avrebbero visto la propria fedeltà innanzitutto rivolta ai signori di Kirsnya e, solo successivamente, al regno e al suo sovrano, al contrario dell’esercito. Sessanta, fra uomini e donne, furono così incaricati di un simile onere, venendo armati al punto tale da apparire diretti in guerra più che nel guidare una condannata al proprio luogo di detenzione. E, sempre in un clima di riserbo sull’accaduto, la partenza dalla capitale fu fissata per l’alba, in immediata conseguenza della prima apertura delle porte della città, quando ancora nessun’anima si sarebbe potuta presentare in quelle vie, un orario decisamente precoce per lo svolgimento di umane attività, sociali, lavorative o commerciali che esse fossero. «Conoscete tutti i vostri ordini.» raccomandò il magistrato che aveva emesso la “propria” sentenza, rivolgendosi alle truppe posizionatesi attorno alla mercenaria «Midda Bontor deve giungere viva fino al carcere e deve essere lì rinchiusa per quarantotto ore.» «Sì, signore.» rispose il comandante a capo di quel gruppo, un uomo tarchiato, più anziano rispetto alla donna guerriero di almeno dieci anni, con la pelle resa dorata dal sole e folti baffi fulvi a coprirne quasi interamente le labbra. «Non deve essere offerto danno alla prigioniera, ma se ella dovesse tentare la fuga, come sicuramente accadrà, sarete autorizzati all’uso della forza.» specificò a quel punto il giudice, con sguardo serio verso la condannata «Feritela alle gambe, quando necessario, ma evitate di arrecare danni permanenti, dove possibile. Lady Lavero desidera questa donna al suo servizio e non è nostro interesse rendere scontenta una dama di tale rango, ovviamente.» «Sì, signore.» annuì, nuovamente, il comandante. «Una volta rinchiusa nel cratere, dovrete accamparvi nella Terra di Nessuno e attendere lì i due giorni: il cammino è troppo lungo per concedervi la possibilità di un ritorno a casa.» continuò l’uomo, nel ricordare alle guardie per l’ennesima volta i propri ordini, le istruzioni di quella missione, di quell’incarico «Se la nostra affascinante pirata dovesse decidere di accettare il prezzo per la propria liberazione, la dovrete ricondurre qui, ancora in catene a titolo di precauzione.» «Sì, signore.» «Buon viaggio, maggiore Onej’A.» concluse a quel punto, soddisfatto delle retoriche risposte offertegli dal proprio interlocutore «E non commettere l’errore di dimenticare con chi dovrai avere a che fare.» aggiunse, quasi sottovoce, con un tono ora diverso da quello ufficiale

MIDDA’S CHRONICLES

35

precedentemente addotto, quasi come se stesse offrendo una sincera raccomandazione a un amico, piuttosto che un ordine a un subordinato. Annuendo appena, l’uomo a capo delle guardie si sistemò l’elmo sul capo prima di muovere il cavallo sul quale sedeva fino all’estremità del proprio contingente, uomini e donne altresì pronti ad affrontare a piedi quel lungo cammino, per ordinare loro l’inizio del viaggio, per scandire il ritmo di ognuno dei loro passi in un silenzioso avanzare. Ancora incatenata esattamente come lo era stata al momento del suo primo arresto, mai liberata da tali costrizioni in quei giorni di prigionia per quanto alcun tentativo di ribellione fosse stato da lei offerto fino a quel momento, Midda osservò silenziosamente i propri nuovi compagni di ventura, i volti che l’avrebbero accompagnata nei giorni di viaggio necessari prima di giungere alla prigionia nella Terra di Nessuno. A differenza dei soldati che già le erano stati vicini nel ruolo di carcerieri, alcun sentimento di timore o di rispetto reverenziale riusciva a trovare negli occhi di quelle persone: diffidenti, essi stringevano le proprie armi e le sue catene quasi fossero stati incaricati del trasferimento di una belva feroce, di una fiera indomabile. Se fra i membri dell’esercito kofreyota, infatti, il suo nome era associato a quello di una grande combattente, mercenaria sì ma pur sempre guerriera degna di ogni rispetto, fra i membri della guardia cittadina della capitale ella aveva una fama ben diversa. Forse, fra coloro che la circondavano, si ponevano anche visi che ella avrebbe dovuto riconoscere, espressioni che avrebbe dovuto poter riportare alla memoria in quanto appartenenti al suo passato, avversari già affrontati e battuti senza impegno alcuno, lasciati sopravvivere solo perché le loro morti non avrebbero rappresentato per lei alcun guadagno. In un simile contesto, agli occhi del gruppo preposto alla sua custodia, ella era e sarebbe sempre rimasta solo una criminale, una violenta e sadica assassina da controllare a vista, da non trattare alla stregua di un essere umano, in quanto non meritevole di un tale privilegio. Senza che alcun sentimento di umana pietà potesse esserle offerto, ella sarebbe stata perennemente gravata dal giogo di quelle grosse catene, dal peso del metallo che già ne segnava tremendamente le carni, piagandone la pelle e le membra in maniera assolutamente dolorosa, ritrovandosi costretta a percorrere un cammino nel corso del quale, probabilmente, una donna meno forte rispetto a lei avrebbe perduto la vita. «Thyres…» invocò in un lieve respiro, involontariamente gemendo in quel mentre per la propria concreta sofferenza.

36

Sean MacMalcom

uasi fossero stati inseguiti da un branco di demoniaci lupi, le guardie del contingente di scorta si imposero una marcia continuata per oltre dodici ore, a un ritmo a dir poco forzato, prima di concedersi una breve pausa. Tale momento di riposo, nell’arrestare i passi simili a quelli di una corsa su un terreno sempre meno pianeggiante, non fu cercato, di certo, per offrire sollievo alla stremata prigioniera, quanto agli stessi carcerieri, dove acqua e nutrimento avrebbero dovuto essere reintegrati all’interno di corpi provati dal compimento di un simile percorso. Alla Figlia di Marr’Mahew, la cui pelle aveva ormai iniziato a sanguinare, solcata qual era dal metallo delle proprie catene, di quell’ammasso di ferro e acciaio che gravava sulle sue forme, spalle, fianchi, gambe, schiacciandola inesorabilmente a terra come sotto l’azione di un gigante, non fu offerto alcun nutrimento questa volta, donandole appena la possibilità di un sorso d’acqua, poche gocce che non riuscirono a giungere fino alla gola, venendo assorbite prima dalla bocca inaridita. Nonostante tutto questo, al di là dell’evidente disprezzo che inesorabile le stava venendo imposto, ella non poté e non volle riconoscere colpa ai propri carcerieri per un simile pregiudizio, per tanta crudeltà nei suoi confronti, consapevole che per quanto a ognuno di quegli uomini e di quelle donne era stato dato di sapere, nella limitatezza della visione della realtà loro offerta, in virtù delle colpe di cui l’accusavano, ella si sarebbe dovuta considerare più che meritevole di una tale reazione. Naturalmente, come ogni pregiudizio, anche quello sarebbe potuto essere posto facilmente in crisi ideologica se solo ella fosse riuscita a invitarli a un momento di riflessione, un istante di analisi dei fatti certi piuttosto che di semplici accuse. Perché tutte le tremende imputazioni di pirateria a lei imputate, la feroce creatura tratteggiata dalle medesime, male si rapportavano con l’autocontrollo dimostrato in ognuno dei loro scontri, con l’assenza di sangue e di morte lasciata alle proprie spalle a ogni arresto o a ogni evasione, anche quando le sarebbe stato forse più facile colpire per uccidere che, semplicemente, per disarmare e porre temporaneamente fuori dal gioco. Purtroppo, però, caratteristica fondamentale di ogni pregiudizio, da sempre, era quella di potersi considerare tale proprio in quanto incapace di accettare l’ipotesi di essere messo in discussione e, in quel momento, la sola intenzione della mercenaria era quella di giungere a destinazione e non quella di cercare di riabilitare il proprio nome, di farsi rispettare da quegli sguardi carichi solo di astio, se non di aperto odio.

Q

MIDDA’S CHRONICLES

37

«Che hai da guardarmi, cagna?!» scattò improvvisamente una donna, una guardia, nell’alzarsi e nel dirigersi verso Midda, piegata a terra e smarrita nei propri pensieri, per poi colpirla con un violento calcio al viso. La mercenaria incassò il colpo con un lieve gemito, sputando sangue a terra e cercando, nella stanchezza e nel dolore, di non perdere i sensi. Forse, per quanto stremata, avrebbe potuto ancora reagire contro la propria inattesa avversaria, contro quella sciocca che senza alcuna ragione si era levata verso di lei cercando evidentemente rissa, in un silenzioso supporto da parte di ogni proprio compagno. Rialzarsi da terra, però, in quel momento avrebbe di certo significato dichiarare guerra a tutte quelle guardie che, al di là degli ordini ricevuti, avrebbero potuto decidere di ucciderla senza troppe remore, giustificandosi poi con l’addurre a lei stessa ogni responsabilità di quanto accaduto, in un ipotetico tentativo di rivolta, di evasione, di fuga. Prima ancora che, però, alla guardia fosse offerta la possibilità di ritentare un nuovo attacco, una voce intervenne nella scena, tuonando un ordine vigoroso e privo di possibilità di replica: «Fermi!» Il maggiore Andear Onej’A, eretto e fiero sul proprio cavallo, nel notare movimenti sospetti fra le fila dei propri uomini aveva rapidamente attraversato l’intero contingente per giungere fino al luogo della rissa o, per meglio dire, del pestaggio, portandosi poi, senza troppe premure nei confronti di nessuno, fra le due contendenti con l’intera massa dell’animale dal manto castano. Egli si offriva come un uomo di statura bassa e robusta, tanto che, posto accanto a Midda, con il proprio sguardo sarebbe arrivato a malapena all’altezza dei seni della donna, pur dimostrando una muscolatura, un fisico tale da rendere anche solo la circonferenza di un suo braccio maggiore di quella dei non esili fianchi della stessa. Tali attributi, che la mercenaria in quelle ore aveva avuto modo di studiare a lungo, al di là del superficiale sguardo inizialmente offertogli, insieme ai capelli raccolti in una stretta e corta treccia e a folti baffi biondo-rossi, lo rendevano quasi simile a un nano delle leggende del nordico continente di Myrgan più che a un normale essere umano. L’età, probabilmente intorno ai quarant’anni, risultava essere difficilmente intelligibile nell’osservazione del suo viso, in una pelle resa simile a cuoio, per colore e consistenza, dall’azione calore del sole. Quasi fosse una maschera più che un volto, esso trovava uniche aperture sulla superficie quelle per i due occhi scuri, per le narici del naso e per i denti giallastri nella bocca, a

38

Sean MacMalcom

concedere agli stessi di mostrare la propria presenza nell’altrimenti statuaria e inumana sua apparenza. A coprirne, poi, le fattezze, differenziandosi rispetto alle uniformi indossate da tutte le altre guardie, forse in memoria di un passato più glorioso in qualche esercito, erano una casacca color amaranto e un paio di brache similari, poste entrambe al di sotto di una leggera e compatta armatura argentata con bordi dorati: un lavoro estremamente pregiato e, probabilmente e necessariamente, realizzato su commissione personale, che si concedeva ancora lucente nelle proprie forme per quanto evidentemente invecchiato dallo scorrere del tempo e da troppe battaglie, che lì avevano lasciato chiari segni del loro passaggio. Dalla protezione assicurata dall’armatura, solo le braccia e la parte bassa delle corte gambe restavano escluse, probabilmente più per permettergli libertà di movimento che per un’impossibilità a vederle a loro volta ricoperte dal metallo lavorato. Dall’alto del proprio cavallo, l’uomo osservò con serietà la donna che aveva attaccato ingiustificatamente Midda, con labbra non visibili sotto i baffi, ma intuitivamente piegate verso il basso in una voluta espressione di disapprovazione. «Cosa significa questo?» domandò il maggiore, verso la propria subalterna. «Quella cagna stava per attaccarmi.» sbraitò l’altra, mentendo spudoratamente ma ritrovando, in questo, immediato e prevedibile appoggio nei propri compagni «Mi sono solo difesa! E’ una furia… non un essere umano!» Andear voltò lo sguardo verso donna guerriero, studiandola in silenzio, nelle piaghe, nel sangue, nella sofferenza, che la caratterizzava tanto evidentemente, prima di riprendere parola: «Stolti! Chi credete di ingannare?» li rimproverò tutti, con freddezza «Quella pirata ormai non potrebbe più nulla contro alcuno di voi.» «Ma, signore!» tentò di intervenire un’altra guardia, un uomo, in supporto della compagna, in difesa di tutti loro. «Gli ordini del magistrato sono stati chiari.» lo fermò con tono deciso, mostrando i denti gialli sotto ai baffi, in un gesto simile a un ringhio animalesco «Chiunque di voi leverà ingiustificatamente la mano contro la prigioniera dovrà renderne conto a me… personalmente!» Silenzio accolse quelle parole, una quiete nella quale la mercenaria colse chiaramente rispetto e devozione verso quel comandante, nonostante egli non li stesse giustificando e, al contrario, li stesse ammonendo. Non le era dato di conoscere nulla in merito alla situazione, non le era dato di sapere qualcosa su quell’uomo prima di allora

MIDDA’S CHRONICLES

159

I quattro cavalieri

S

ignore e signori… è con enorme piacere che vi offro il mio più caloroso benvenuto.»

Donne e uomini, giovani e vecchi, borghesi e nobili, fra i quali si sarebbero potuti annoverare lady e lord appartenenti alle più influenti famiglie di tutta Gorthia, si erano dati appuntamento all’interno di quel teatro, di quella colossale edificazione, accomunati non unicamente dai patrimoni posseduti e dall’importanza dei propri nomi, per assistere allo svolgimento di quella che era una delle più antiche e rinomate tradizioni del regno: il circo. «Non senza emozione, non senza orgoglio, ma assolutamente privo di falsità, voglio annunciare a tutti voi che questa sera l’Arena offrirà scontri epici, imprese mai viste prima, nella presenza di un’ospite assolutamente unica!» Garl’Ohr era in Gorthia una fra le maggiori capitali di tutte le province, più vasta e popolata della stessa sede del potere sovrano, della famiglia reggente. Sita a meridione, essa si poneva quale primo avamposto di civiltà, primo segnale di vita umana a nord della regione vulcanica, avvelenata e invivibile, comunemente conosciuta con il nome di Terra di Nessuno, spartita quale confine non desiderato fra lo stesso regno e il confinante, Kofreya. Vicino al mare pur mantenendosi sufficientemente distante da esso per trovare non un porto cittadino ma una vera cittadella satellite preposta a tale funzione, Garl’Ohr si concedeva esteticamente specchio della civiltà che l’aveva eretta e che in essa viveva, una popolazione molto più rude e più violenta di quelle circostanti, la quale imponeva alla propria architettura solo forme basse, grezze, prive di armonia, di una reale bellezza, proponendo edifici costruiti in solida pietra, tagliata direttamente dalle montagne che costituivano la quasi totalità della superficie del regno, non lavorate, non rese lisce, lucenti, gradevoli, ma lasciate al naturale, in una sorta di barbara e selvaggia naturalità. Tale era del resto il carattere di quel popolo, di quella gente, che nella forza fisica, nello scontro privo di regole, era solita cercare il proprio onore, la propria elevazione verso gli dei, verso il dio Unico riconosciuto in quell’area, lo stesso che altre nazioni confinanti amavano definire con

160

Sean MacMalcom

nomi quali Gorl o Gau’Rol: figli della terra e del fuoco tali essi si consideravano, e della terra cercavano la solidità, del fuoco l’ardore, la passione. Guerrieri, quindi, ma che non vedevano la guerra come un affare, che non osservavano la battaglia quale una possibile fonte di potere, quanto semplicemente un’occasione di gloria, di elevazione verso l’ideale divino indicato dalla loro fede. Nessun mercenario partiva da Gorthia diretto al resto del mondo, dove alcun abitante di quelle dure terre avrebbe mai accettato l’idea di guadagnare in conseguenza del proprio credo, compiendo ciò che ai loro occhi non sarebbe stata diversa da una preghiera elevata all’Unico e che, in tal modo, sarebbe divenuta una blasfemia. «Molti sono coloro che su questa sabbia hanno combattuto. Molti sono coloro che su questa sabbia hanno incontrato il proprio destino. Molti sono coloro che su questa sabbia hanno potuto elevarsi verso il Fuoco Eterno, in conseguenza del proprio valore, della propria forza, della propria fede.» L’Arena di Garl’Ohr si posizionava nel centro della città, monumento principale in essa che sopra a ogni altro si imponeva con le proprie dimensioni, con la propria massa, tanto colossale da essere visibile, qualcuno sosteneva, fin dalla cima delle montagne. Invero enorme era quell’ambiente, realizzato in roccia grezza come ogni altra erezione in tale città, in una forma leggermente ovale capace di accogliere oltre la metà dell’intera popolazione, per essere in grado di offrire spazio a ogni spettatore lì fosse voluto giungere. Al circo non avrebbero potuto ovviamente accedere le classi meno abbienti, le caste inferiori, e, per questa ragione, se a simili appuntamenti fossero giunti soltanto ospiti dalla medesima città molto sarebbe rimasto lo spazio inutilizzato. Altresì, dall’intera provincia, dalle altre capitali, in molti lì arrivavano almeno una volta al mese, per assistere a quegli eventi settimanali, tanto da non concedere mai neppure un posto in piedi libero sugli spalti, sugli enormi gradoni che costituivano i sedili in tale area. Ogni occasione risultava sempre essere unica, importante, meravigliosa e irripetibile, ma quella sera la folla si era accatastata in maniera disumana, stringendosi al limite del soffocamento, per riuscire a entrare, per poter accedere e assistere a quanto in programma. «Una leggenda vivente è fra noi oggi, è qui in questa meravigliosa notte di Epipma, per combattere contro ogni sorta di avversario, ogni genere di pericolo, nell’onorare con il proprio braccio, la propria lama, la

MIDDA’S CHRONICLES

161

sabbia di questa Arena e il nostro dio, per quanto pagana si proponga ella nel proprio cuore, nel proprio animo.» Sebbene mercenari non fossero proposti al mondo dalla popolazione gorthese, tale categoria risultava essere, altresì, estremamente benvoluta in senso opposto, per quanto potessero essere lontani dalla luce della fede, per combattere all’interno dell’Arena, per concedere, con la propria vita o con la propria morte, gloria all’Unico. Maggiore fosse stato il valore riconosciuto a simile guerriero, maggiore sarebbe stata l’importanza di tale combattimento, il dono concesso al loro dio, e, nelle ricompense materiali offerte dalla cittadinanza di Garl’Ohr, lunga si proponeva la lista di coloro che lì desideravano spingere la propria audacia, dimostrare il proprio talento. Solo volontari erano così i lottatori di quel circo, mai prigionieri, mai costretti nella sfida che prevedeva il confronto con altri guerrieri e con bestie di ogni sorta e natura, anche dove il pericolo si presentava elevato, in una tenue possibilità di sopravvivenza che solo i migliori avrebbe visto vittoriosi, vincitori, glorificati e osannati dalla folla. «In tutti i regni meridionali il suo nome è entrato nel mito, cantato in dozzine di ballate che ne descrivono la forza, il coraggio, l’indomabile presenza!» Al centro dell’Arena, del vasto spazio sabbioso sul quale tutti attendevano l’arrivo dell’ospite d’onore di quell’evento, tanto incredibile da essere considerato unico e irripetibile, era il presentatore, la cui voce forte e roboante risuonava perfettamente fino agli spalti più elevanti, in un’acustica incredibile per quell’edificio apparentemente tanto grezzo, ma che, evidentemente, doveva essere stata studiata nella volontà di garantire a ogni spettatore di poter godere dello spettacolo nel minimo dettaglio, nel più leggero ansimo da parte dei combattenti, nel minimo ringhio da parte delle fiere. Verso quell’uomo era, ora, l’attenzione di ognuno, nonostante il chiasso immancabile della folla, derivante dal desiderio ormai insostenibile di poter vedere quanto loro promesso, di poter incontrare, nei limiti della situazione, una figura per loro così nota che probabilmente mai si sarebbero attesi all’interno di quella seppur importante celebrazione del valor guerriero. «Freddo come il ghiaccio è il suo sguardo; ardente come il Fuoco Eterno è il suo animo; priva di pietà è la sua mano; ricco di grazia è il suo corpo: potrete forse innamorarvi di lei, ma ella sarà capace di concedervi solo morte!»

162

Sean MacMalcom

Un tuonante rullo di tamburi impose il silenzio sulla massa nell’annunciare l’ingresso nell’area centrale dell’ospite desiderata, la quale avanzò con passo deciso, schiena eretta, testa alta, nello splendore di una chioma corvina, di due splendidi occhi azzurri, di un viso candido ornato da efelidi e sfregiato da una cicatrice all’altezza dell’occhio sinistro. Un corpo statuario, con proporzioni sensuali, ammalianti, in tondi e sodi seni stretti da una fascia e coperti dai resti di una casacca sdrucita, in lunghe e muscolose gambe celate da pantaloni tanto rovinati da apparire simili a stracci più che a vesti, fu quello che si presentò davanti agli sguardi di tutti. Con vigore, con orgoglio forse, in opposizione a un braccio destro completamente metallico, da sotto la spalla fino alla punta delle dita, oscuro nelle proprie tonalità che, alla luce delle torce, risplendevano in riverberi rossastri, ella mostrava il proprio braccio sinistro di carne e ossa, ornato da complessi tatuaggi di colore turchese, tipici dei marinai del sud, e da una meravigliosa spada bastarda trattenuta in tale mano. La lama, perfetta in ogni dettaglio, meravigliosa nel suo apparire, scintillava negli azzurri riflessi tipici di una misteriosa tecnica di lavorazione del metallo propria dei fabbri figli del mare, una civiltà così lontana da quella gorthese che pur tanto vicini all’infinita estensione d’acqua vivevano, osservando la stessa con diffidenza, timore e sospetto. «Signore e signori… Midda Bontor!»

primi avversari che, all’interno dell’Arena, si presentarono contro la mercenaria e la sua lama dagli azzurri riflessi furono un gruppo di dodici combattenti gorthesi. Davanti a lei, essi si offrirono interamente ricoperti con pesanti armature che ne celavano le fattezze dall’estremità dei piedi a quella del capo, aprendosi solo in sottili fessure utili a permettere loro una qualche possibilità di vista sul mondo esterno. Tali protezioni, tipiche della cultura e della tradizione del regno, non risultavano essere solitamente adottate negli scontri all’interno dell’Arena quanto nelle battaglie vere e proprie, proponendosi come la risorsa principale di una fra le fanterie pesanti più note e temute della parte meridionale del continente. Al contrario, per i combattimenti a fine ludico, se così fossero potuti essere definiti i duelli mortali condotti fino alla caduta di tutti i loro protagonisti su quella fine sabbia, generalmente si proponevano armature molto più leggere, che maggiore agilità, maggiore prestanza permettevano a coloro che sotto di esse cercavano protezione. Era evidente, quindi, come qualcuno dovesse

I

MIDDA’S CHRONICLES

163

aver deciso che contro una leggenda vivente dello stampo di Midda Bontor, proporre normali guerrieri sarebbe risultato errato, una sottovalutazione tale da considerare addirittura un insulto più che una lode al dio Unico, portando in conseguenza alla scelta discutibile di far intervenire le forze migliori loro concesse, per quanto sotto simili placche di solido metallo agli uomini lì celati non sarebbe stata concessa né velocità né agilità in opposizione a ciò che sarebbe stato preferibile donare loro. E, così come dal punto di vista difensivo, quella dozzina di fanti era stata equipaggiata oltremisura, altrettanto sproporzionatamente essi si dimostrarono da un punto di vista offensivo, trasportando, oltre al peso non indifferente di quelle armature, anche quello di molteplici armi in un assetto completamente da guerra: due erano infatti le spade pendenti dai loro fianchi, una delle quali proponendosi nella foggia tipica degli spadoni; due gli stiletti presenti alle loro gambe; una la pesante mazza legata dietro la schiena; e una l’alabarda che tutti loro reggevano fra le mani avanzando con passo lento ma costante. Nel contesto di una guerra, per la quale quel dispiegamento di armi e di protezioni era stato pensato e spesso utilizzato con grande successo, senza dubbio la presenza di una simile fanteria avrebbe creato un effetto travolgente negli avversari, nella compattezza e nella forza di un passo che nessuno avrebbe mai potuto arrestare, quello di un popolo che solo nella propria forza, nella battaglia, poteva trovare una ragion d’essere. Ma quella in corso all’interno dell’Arena non si proponeva simile a una guerra e la Figlia di Marr’Mahew non si presentava simile a un intero esercito a cui poter incutere timore ancor prima di offrire battaglia. Osservando i propri avversari, divisi in quattro gruppi di tre elementi, provenienti da diversi ingressi contrapposti nel perimetro dell'Arena a distanze regolari, ella non poté quindi fare a meno di essere sicura di come essi stessero marciando verso la propria fine, imprigionati all’interno di protezioni che, invece di difenderli, li avevano già condannati nel medesimo istante in cui avevano posto il primo piede sopra quella sabbia. Se anche non avesse voluto affrontarli in maniera diretta, ella avrebbe infatti potuto tranquillamente continuare a evadere a ogni loro gesto, a ogni loro ipotesi d’attacco, con una rapidità tale che sarebbe apparsa quasi divina, nel confronto impari con la lentezza imposta dal peso di tanto metallo sulle loro spalle, ai loro fianchi. Ma non era sua intenzione, per loro sfortuna, protrarre eccessivamente a lungo quell’incontro, spendere tempo ed energie contro di loro, dove ella aveva sì un ruolo da svolgere, un compito che prevedeva di combattere in quell’Arena, ma nulla nelle istruzioni, nei comandi ricevuti, le richiedeva di tergiversare per ore con ogni singola prova che gli organizzatori di quel circo avrebbero pensato per lei.

164

Sean MacMalcom

Levando la mancina, armata, verso il cielo, la donna guerriero rese in tal gesto omaggio a tutti gli spettatori giunti lì per assistere alla sua gloria, muovendo lo sguardo di ghiaccio a percorrere l’immensità di quegli spalti nella curiosità di poter osservare all’opera la sua compagna, ovunque ella fosse. «In tredici ora si muovono davanti ai nostri occhi, signore e signori.» riprese la voce del presentatore, ancora immobile nella sua posizione centrale «Dodici contro uno, per la prima prova offerta alla donna che si presenta qual più di una comune mortale, nelle cronache delle proprie gesta. Riuscirà Midda Bontor a dimostrare ora, davanti a tutti noi e allo sguardo onniveggente dell’Unico, a dimostrare il proprio valore? Solo il sangue saprà offrirci una risposta…» In conclusione a quelle parole, un sofisticato congegno a botola, sostenuto da un gioco di contrappesi, vide l’uomo scomparire lentamente, allontanandosi da quella che sarebbe stata l’area di lotta, senza compiere un solo passo nell’immergersi in quelli che erano i sotterranei dell’Arena. Rimasti soli, i tredici guerrieri avrebbero ora dovuto combattere fino allo sterminio di una delle due fazioni in contrapposizione fra loro, fino alla morte inevitabile dei fanti o della mercenaria. E quest’ultima, senza perdere un solo istante di tempo, scattò rapida e silenziosa verso i tre che le si proponevano di fronte, a un centinaio di piedi di distanza, correndo nella loro direzione senza alcuna esitazione, senza alcuna incertezza, senza alcun timore. E i tre uomini, indubbiamente tali sotto le proprie pesanti armature dove la fede gorthese non avrebbe mai permesso a delle donne non pagane il combattimento, non si fecero porre in soggezione dal movimento deciso dell’avversaria e continuarono a marciare compatti, in fila, abbassando le proprie alabarde a posizionarsi parallele al suolo con movimenti perfettamente coordinati fra loro. La distanza fra le due parti si accorciò rapidamente, vedendo la donna sempre più sfrenata verso gli avversari ed essi ugualmente imperterriti nel proprio cammino, nel condurre passo dopo passo la propria strada verso di lei. Cinquanta piedi di distanza, trenta piedi di distanza, quindici piedi di distanza, dieci piedi di distanza, e la situazione rimase immutata, verso lo scontro considerato ormai inevitabile fra loro, verso quelle punte affilate rivolte alla mercenaria, davanti alle quali tutti non avrebbero potuto evitare di domandarsi in quale modo ella avrebbe mai potuto sopravvivere, come avrebbe mai potuto non infrangere il proprio corpo scoperto, praticamente nudo nel confronto con gli altri. Solo a sei piedi di distanza, al momento in cui le punte avrebbero dovuto squartare senza pietà il ventre della donna, tutto mutò

MIDDA’S CHRONICLES

165

inaspettatamente, vedendo la mercenaria gettarsi in una lunga scivolata in avanti, abbassandosi così al suolo con la propria schiena giusto in tempo per evitare il catastrofico impatto e, contemporaneamente, per cogliere di sorpresa i propri avversari. Essi, lenti e legati quali si ritrovavano a essere, con un’imposta riduzione di campo visivo data dagli elmi di quelle armature, percepirono semplicemente la scomparsa della propria preda divenuta predatrice, senza poter comprendere dove ella si fosse spostata, dove si fosse nascosta. Questo, ovviamente, almeno fino a quando, un istante dopo, la sua impietosa lama non si insinuò attraverso le giunture della protezione considerata quasi perfetta indossata dal centrale fra loro, definendo indissolubilmente la prima di quelle che sarebbero state dodici morti, penetrando dall’inguine e affondando con la propria spada bastarda fino a raggiungere il cuore dell'avversario. Un boato esplose nella folla, per l’esultanza di quel momento, per l’entusiasmo di quel primo sangue caldo sulla fresca sabbia dell’Arena, acclamando la straniera nel suo rapido movimento, che la vide rialzarsi da terra alle spalle dei due uomini rimasti solo per sferrare un secondo, violento e infallibile attacco. Ancora una volta, senza esitazioni, ella incuneò la propria spada nei sottili spazi concessi dalle articolazioni metalliche delle armature avversarie, infrangendo nuovamente un cuore nello spingersi fino a esso attraverso l’ascella del suo proprietario. «Non prendertela a male…» suggerì ella, spingendo il corpo morto verso l’unico superstite nel liberare la propria spada «… ma posso assicurarti che mangiare una magnosa è sicuramente più complesso che superare le vostre difese.» Il riferimento al crostaceo proposto dalla Figlia di Marr’Mahew ovviamente sfuggì all’uomo che, rigiratosi verso di lei e gettata a terra l’alabarda ormai inutilizzabile a una distanza così ravvicinata, estrasse il proprio spadone nel desiderio di abbattere l’avversaria, nella certezza che, se ciò non fosse avvenuto rapidamente, sarebbe stato il suo sangue ad aggiungersi a quello dei due compagni perduti. Purtroppo per lui, ogni resistenza sarebbe dovuta essere già considerata vana in opposizione alla donna guerriero: i gesti dell'uomo apparvero assurdamente lenti a confronto con quelli di lei, quasi fosse vittima di una sorta di incantesimo sebbene l’unico suo svantaggio risiedesse in un’errata pianificazione di tale incontro, nella scelta di quell’equipaggiamento. E anche dove l’uomo riuscì a portare la propria pesante spada contro l’obiettivo prefissato, egli non raggiunse la carne bramata ma unicamente il metallo del braccio destro della mercenaria, il quale non si dimostrò minimamente scalfito da tanta enfasi, dal peso di un simile attacco.

166

Sean MacMalcom

In quel tentativo di offesa, al contrario, l’uomo si scoprì troppo, ponendosi completamente a disposizione di qualsiasi decisione della propria avversaria. E senza trasporto, senza mostrare né particolare gioia né particolare dolore per i propri gesti letali, per quello che dal suo punto di vista era un normalissimo lavoro, un incarico assegnatole che avrebbe condotto a termine per i propri benefici personali e per alcuna altra ragione, ella pose fine anche alla sua vita, scuotendo il capo nel lasciar cadere quel corpo a terra, così goffo e impacciato nell’inutile tentativo di difesa rappresentato da quell’armatura. «Eccomi, mio caro. Spero di non essermi attardata troppo…» «Non temere, dolcezza. I giochi sono appena incominciati.» Il suo nome era lord Visga Veling, ultimo erede di una delle più antiche e prestigiose famiglie nobili di tutta Gorthia, residente da sempre presso la stessa città di Garl’Ohr. Superato ormai il traguardo dei quarant’anni, umiliato dall’onta di non riuscire ad avere un erede, aveva da lungo tempo rifiutato la presenza di una sposa al proprio fianco, di una compagna fissa con cui dividere la propria esistenza, non ritrovando alcun beneficio in una simile scelta laddove nulla li avrebbe mai legati al di fuori di qualche momento di piacere. E per tale ragione, egli preferiva ricercare tali momenti con il maggior numero di concubine possibili, gorthesi e non, del resto appoggiato completamente dalla legge del regno che non imponeva né richiedeva alcuna forma di monogamia, subordinando altresì il ruolo femminile a quello maschile. Il suo aspetto, nonostante la giovinezza si fosse ormai allontanata, si proponeva ancora vigoroso, guerriero, con un corpo ancora perfettamente scolpito nei propri muscoli, nelle proprie proporzioni per quanto celato sotto una lunga veste di pelle e sotto un pesante manto di pelliccia, quest’ultimo legato al collo da una grossa catena d’argento. Il suo viso si offriva squadrato, con un naso corto e un mento largo, due occhi castani dotati di un’estrema, intrinseca vivacità in contrasto con una pelle chiara e corti capelli un tempo castani, ora più sbiaditi, che si conformavano ai lati del volto stesso in due lunghe basette. Sopra il capo, unico e prezioso ornamento, era una coroncina d’oro, composta a riprendere le sembianze di una corona d’alloro, antico simbolo di valore nella cultura gorthese, mentre, alle sue mani e ai suoi piedi, erano strette fasciature l’unica protezione presente: entrambi tali segni si donavano qual evidente retaggio d’un passato da combattente che non desiderava fosse dimenticato, che non voleva potesse essere posto in dubbio da alcuno.

MIDDA’S CHRONICLES

167

La sua attuale compagna, conosciuta solo pochi giorni prima e rapidamente resa propria, era una splendida giovane donna straniera, come la sua scura pelle sottolineava in maniera chiara e inconfondibile. Presentatasi con il nome di Cila Gane, ella era giunta in città al seguito del proprio fratellastro, un mercante kofreyota, lasciando ben presto il proprio ruolo accanto al parente nel cedere alle lusinghe e alle offerte concesse a lei da lord Visga. Lunghi capelli castani, raccolti in un’alta coda, circondavano un viso delicato, incantevole, leggermente ovale, dove due profondi occhi ugualmente castani e carnose labbra rosso sangue si ponevano attorno a un naso sottile, elegante, aggraziato. Un’ampia scollatura, nella sua veste violacea scendeva fino alle rotondità di due seni non eccessivi ma sodi e assolutamente ricchi di eleganza, sopra i quali si adagiava un prezioso girocollo in diamanti ad attirare ancor di più, se necessario, lo sguardo verso tale desiderabile e desiderato punto d’interesse. Nella forma di un stretto corsetto era la parte superiore dell’abito, legato da molti lacci sul suo ventre e coprente appena esso e parte delle braccia e spalle, lasciando libera, altresì, la predominanza della schiena. In tal punto, osservandola con cura attraverso la lunga coda di soffici capelli, si sarebbe potuta trovare la presenza di un meraviglioso tatuaggio sulle scapole, a ritrarre un paio di ali piumate in posizione di riposo. Scendendo più in basso, da fianchi larghi dopo una stretta vita, si lasciava ricadere una fluente gonna completamente aperta nella propria parte anteriore, per mostrare lunghe e tornite gambe, color della terra, e lasciar intuire la presenza di un delicato perizoma a celarne le parti più intime. Alle estremità inferiori di tale figura si proponevano, infine, due sandali del medesimo colore violaceo dell’abito, che risalivano fino alle sue ginocchia in un intreccio sensuale e invitante per uno sguardo maschile, che mai si sarebbe stancato di posarsi su tale, meravigliosa, presenza. «E' vero, quindi, che sta combattendo Midda Bontor?» domandò la donna, accomodandosi accanto al proprio compagno e portando, in ciò, le lunghe gambe ad accavallarsi con grazia «La famosa mercenaria del sud di cui tanto si parla?» «Ammetto che anche io avevo dei dubbi all’inizio…» sorrise l’uomo, voltandosi per un istante verso di lei, nel portare in tal gesto la propria mano destra ad appoggiarsi sulla coscia destra della medesima, superiore alla sinistra in quella postura «Ma dopo aver visto di cosa è capace, sono convinto sia proprio ella.» Molti livelli sotto alla posizione in cui risiedeva la coppia, nella tribuna d’onore riservata alle personalità più importanti del regno, la

168

Sean MacMalcom

donna guerriero in questione stava estraendo la propria spada grondante di sangue dal corpo del suo sesto avversario, per essere libera di gettarsi in corsa verso un nuovo gruppo di fanti, ormai davanti a lei simili ad agnelli indifesi, a carne da macello più che a un’élite scelta quali inizialmente dovevano apparire nei desideri degli organizzatori di quello spettacolo. «E’ davvero così brava?» chiese ancora Cila, mostrandosi interessata ai giochi e appoggiando le proprie mani sul braccio del compagno per accarezzarlo con dolcezza «Da quanto si dice dovrebbe essere più simile a una figura mitologica che a una donna comune…» «Di certo non è una donna comune.» rispose egli, tornando a osservare l’azione nell’Arena «La nostra fanteria pesante è rinomata in tutto il continente, eppure ella si sta dimostrando in grado di abbatterli uno dopo l’altro, senza fatica, forse senza neanche un reale impegno, quasi fossero fantocci da esercitazione più che guerrieri scelti.» «Oh…» offrì stupore la donna, portando anch’ella la propria attenzione all’evoluzione di quello spettacolo circense. «Osserva i suoi movimenti.» indicò l’uomo, levando la propria mano libera a indicare il combattimento in corso «Più che a un guerriero, ella appare simile a un’odalisca impegnata in una danza d’amore, di seduzione. Scivola elegante fra i propri avversari, accarezzandoli con la lama della propria spada, imponendo loro la più dolce morte che mai avrebbero potuto desiderare.» «Dovrei sentirmi gelosa?» lo stuzzicò a quel punto la donna, spingendosi con le proprie labbra ad accarezzare il lobo del suo orecchio, a lei rivolto «Sembra che parli di lei come della tua prossima conquista…» «No… non temere.» scosse il capo egli, voltandosi a baciare le labbra così offertegli in un gesto fuggevole «Ci tengo alla mia vita e quella donna sarebbe capace di strapparmela con una sensualità tale, con un erotismo intrinseco così forte per i quali la ringrazierei, invece di maledirla…» Il confronto fra Cila e Midda sarebbe risultato, invero, estremamente difficile, assolutamente impari: la prima, infatti, incarnava femminilità allo stato più puro, mostrando la propria assoluta beltà in ogni singola proporzione del proprio corpo, in ogni più minimo dettaglio, traspirando sensualità a ogni proprio gesto, ammaliando con il proprio semplice respiro, il proprio portamento chiunque le si accostasse; la seconda, al contrario, donava sì un corpo indubbiamente femminile, come le proporzioni anche troppo abbondanti dei suoi seni, dei suoi fianchi non mancavano di ricordare, ma diverso dalla controparte, con muscoli più evidenti, guizzanti sotto una pelle che non celava tanti piccoli segni di

MIDDA’S CHRONICLES

169

troppe avventure, con un viso più severo, più marziale, reso quasi sgradevole, in effetti, dallo sfregio che lo attraversava, dilaniandolo visivamente. Nonostante tutto questo, però, nonostante la bellezza pura di Cila, Midda si riservava un erotismo più unico che raro, espresso come giustamente descritto da lord Visga, anche nei gesti più letali, più mostruosi come quelli di un’uccisione a sangue freddo, dove alcuna emozione era comunque in grado di trasparire sul suo viso, dai suoi occhi di ghiaccio. «E’ una chimera…» soggiunse l’uomo, continuando a osservarla in azione, falciare uno dopo l’altro i propri avversari. «Come?» replicò la donna, non avendo ben inteso l’ultima frase nel fragore che li circondava, nelle grida assordanti di tutti gli spettatori dell’Arena. «E’ una chimera.» ripeté egli, con convinzione «Appare così seducente, così magnifica, in grado di soddisfare ogni più recondito desiderio che l’umana mente potrebbe mai concepire… ma solo in superficie, solo in apparenza, rivelandosi altresì mortalmente pericolosa, assolutamente letale. Un uomo potrebbe dannarsi nel desiderio di giungere a lei e lì arrivato si ritroverebbe ugualmente condannato a una tremenda fine… come con una chimera.» Dopo che i fanti ebbero compiuto il proprio tempo, cadendo in battaglia uno dopo l'altro, nonostante la presenza delle pesanti armature o, forse, proprio in conseguenza di esse, la donna guerriero si ritrovò per breve tempo sola al centro dell’Arena, con la pelle leggermente imperlata di sudore e abbondantemente sporca di sabbia, nell’ovazione generale di tutta la platea a lei inneggiante, a lei osannante. Conficcando la spada al suolo, in quel momento di pausa, ella approfittò del medesimo per tentare di pulirsi dalla terra e dal sangue che la ricoprivano, impresa che avrebbe potuto portare realmente a termine solo dopo un buon bagno. Sebbene fosse abituata, nel proprio stile di vita, a non ritrovare il proprio corpo terso come avrebbe probabilmente altresì preferito, ella non desiderava mancare di liberarsi, per lo meno, dalla parte maggiore di ciò che su di sé si accumulava a seguito di ogni scontro, in previsione di un possibile proseguo che, ovviamente, in quell’occasione non sarebbe mancato. In effetti, tale scelta, si poneva anche in conseguenza della necessità di mantenere il proprio fisico più sano e agile possibile, a evitare che anche il minimo impedimento potesse bloccarle i movimenti. Sabbia, sangue e sudore, invero, avrebbero ostacolato tale scopo, in particolare sul suo braccio destro, nelle articolazioni metalliche che lo costituivano e che non si potevano permettere di risultare legate,

170

Sean MacMalcom

limitate, rischiando altrimenti di riportare alla luce la sua menomazione nell’inefficienza che sarebbe derivata da quel surrogato, nell’assenza concreta dell’arto sostituito da quell’artefatto. In tal mentre, esattamente nel punto in cui il presentatore dell’evento era scomparso prima dell’inizio degli scontri, egli ricomparve, ascendendo nuovamente alla superficie per riprendere il proprio ruolo, per richiamare l’attenzione della folla su quanto sarebbe presto accaduto. Anche Midda rivolse a lui sguardo e udito, dove alcuna possibilità le era stata concessa nel conoscere anticipatamente quanto i gorthesi potessero aver previsto per lei, in sua opposizione. Di certo se ogni prova si fosse rivelata simile a quella appena superata, ella avrebbe potuto restare tranquilla, nella semplicità di portare a termine la parte del proprio incarico relativa a quel contesto, a quel circo, sopravvivendo al medesimo. «Incredibile! Semplicemente incredibile ciò a cui abbiamo assistito!» esclamò l’uomo, facendo nuovamente rimbombare la voce nell’intero ambiente, imponendo il silenzio sugli spettatori «Se qualcuno fra voi avesse dubitato, nel giungere qui questa sera, che la donna presente fra noi fosse veramente Midda Bontor, credo che ciò a cui tutti abbiamo appena assistito avrebbe sciolto ogni incertezza, ogni sospetto a tal riguardo!» Nel contempo in cui quelle parole furono pronunciate, un gruppo di trenta inservienti, lavoratori di fatica nel circo, entrarono rapidamente in scena al fine di allontanare dallo sguardo del pubblico i corpi dei caduti, non tanto per timore che tale vista potesse risultare loro offensiva ma, più banalmente, per ripristinare lo stato iniziale dell’Arena in preparazione al successivo incontro. Tre fra loro, in particolare, si dedicarono alla stessa mercenaria, portandole una grande brocca d’acqua, un catino e un panno pulito in lino a permetterle, se desiderata, la possibilità di dissetarsi, risciacquarsi e asciugarsi. E sebbene tale premura potesse apparire conseguenza dei suoi gesti precedenti, della sua volontà proprio in tal senso, una simile procedura era altresì uso comune nel corso di quegli spettacoli, nel rispetto e nell’onore che venivano riconosciuti ai combattenti, a coloro che all’interno di quella manifestazione mettevano in gioco le proprie vite in glorificazione della fede gorthese. «Oggi il Fuoco Eterno sembra destinato a bruciare intenso come non mai, distruttivo come da tempi remoti non appariva in onore del nostro dio Unico. A lui, la spada di Midda Bontor appare votata, nel cercare con tanta ingordigia, con tanta bramosia la carne e il sangue dei propri

MIDDA’S CHRONICLES

171

avversari, degli sfidanti che contro di lei si sono schierati alla ricerca di vittoria o morte.» La donna guerriero, nel corso di quel monologo evidentemente concepito con la principale utilità di distrarre l’attenzione del pubblico dalle azioni di servizio volte alla riorganizzazione del palco, approfittò più che volentieri dell’offerta propostale, sciacquandosi abbondantemente la bocca, pur senza ingerire per evitare di appesantirsi, e usando il resto dell’acqua per concedere al proprio corpo una rapida pulizia, nel gettare direttamente il fresco liquido sulla carne e sulle vesti senza troppe premure, senza eccessivo formalismo. Grazie a essa, la sabbia e il sangue quasi essiccato contro di lei riuscirono a essere lavati, lasciandola nuovamente pura, candida, pronta al nuovo scontro che non l’avrebbe certamente fatta attendere. Trascorso il tempo stabilito, infatti, gli inservienti si congedarono da lei nel seguire i propri compagni in allontanamento dalla terra dell’Arena, a permetterle di restare unica protagonista della scena allo sguardo del suo pubblico, davanti a quegli spettatori che con grida e versi quasi animaleschi, desideravano concederle il proprio appoggio, il proprio entusiasmo. «Midda Bontor è stata in grado di dimostrare quanto la leggenda attorno al proprio nome fosse fondata, nell’affrontare un gruppo armato scelto, a lei superiore in numero e in equipaggiamento. Senza pietà, ella ha imposto l’unico destino possibile ai propri contendenti, ma riuscirà a proporci le stesse emozioni, la stessa gloria contro le fiere più pericolose che abitano il nostro mondo, i più feroci predatori che solo i migliori cacciatori sanno trasformare in prede?» Nuovamente, come già all’ingresso della fanteria, il presentatore scomparve nel terreno dell’Arena, attraverso il medesimo meccanismo precedentemente adoperato, per porsi al sicuro dagli avversari scelti in quel momento per la mercenaria, contro cui, questa volta, tutta la sua agilità e la sua velocità probabilmente a ben poco sarebbero valse. Ancor prima che essi si potessero proporre apertamente alla sua vista, ella già aveva intuito la loro natura, memore anche delle tante storie sentite in merito a quell’Arena e a posti similari sparsi nel mondo. In sua opposizione sarebbero state offerte tigri, leoni e pantere, i più feroci predatori felini esistenti in natura, contro i quali lo scontro sarebbe stato ben diverso dal precedente. Tali animali, rari in quelle terre meridionali, abbondavano maggiormente risalendo verso settentrione, verso i regni desertici. In tali zone, pertanto, nascevano e venivano formati i cacciatori in grado di

172

Sean MacMalcom

offrire loro competizione, di tenere loro testa quasi alla pari, abituati a comprenderne la mentalità, a prevederne le azioni, a contrastarne gli attacchi. E per sua sfortuna, per quanto nella propria vita avesse combattuto contro quasi ogni sorta di creatura, affrontare simili bestie non era stata un’occupazione in cui si fosse mai impegnata o della quale avesse accumulato nozioni utili. «Thyres…» imprecò a denti stretti. Quando dai cancelli posti in corrispondenza ai quattro punti cardinali attorno a lei, pertanto, si presentarono a gruppi di tre, tigri, leoni, pantere e, inaspettatamente, anche orsi, Midda non poté che storcere le labbra verso il basso per la disapprovazione nei confronti della scelta compiuta dagli organizzatori dell’incontro. Dove, infatti, contro gli orsi si era già ritrovata a impegnare le proprie energie e con le pantere aveva avuto qualche scambio di opinione, leoni e tigri restavano animali a lei assolutamente ignoti, letali avversari che avrebbero potuto squadrare le sue carni fra i propri denti, sotto i propri artigli, prima ancora che ella avesse potuto comprendere il movimento del loro attacco. In quel momento, riportando il pensiero ai fanti abbattuti, ella non poté evitare di rimpiangere le loro meravigliose, ingombranti e pesanti armature, che avrebbero potuto proteggerla dalle fiere, dove queste stesse, osservandola con interesse e curiosità, iniziarono ad allargarsi all’interno dello spazio loro concesso con passo tutt’altro che sereno, con espressioni tutt’altro che felici, nell’evidenza di un’assenza protratta di cibo loro imposta da chissà quanti giorni, ad assicurarne la massima ferocia verso quella che sarebbe potuta essere la loro vittima predestinata. «E qui la cifra pattuita inizia a lievitare.» commentò, sfoderando la propria spada e preparandosi al peggio.

ortunatamente per la donna guerriero, nonostante fossero visibilmente affamate, le fiere non dimostrarono immediata confidenza con l’ambiente loro circostante. La presenza della folla entusiasta, di tutte quelle grida, di tanto rumore che si proponeva sovrastante su loro con irrefrenabile impeto, le lasciò per un momento distratte, confuse, nella necessità di comprendere ove si trovassero e quale scopo potessero prefiggersi. Evidentemente, esse non si dimostrarono come animali già abituati a quel genere di spettacoli,

F

MIDDA’S CHRONICLES

173

già temprati in quell’ambiente, e ciò avrebbe potuto consentire alla mercenaria qualche istante di vantaggio per compiere le proprie scelte, per vagliare le strategie da attuare contro di essi. Un tempo estremamente limitato in un contesto di assoluto svantaggio quale era quello in cui si era ritrovata a essere. Incerta era la tattica verso cui poter rivolgere la propria attenzione. Da un lato, ella avrebbe, infatti, potuto affrontare per primi gli animali con cui aveva già confidenza, sperando di eliminarli in modo più rapido e indolore possibile per abbattere numericamente la schiera dei propri avversari e poter successivamente rivolgere tutta la propria energia verso coloro che rappresentavano reale incognita, pericolo concreto per la propria sopravvivenza. Dall’altro lato, ella avrebbe, altresì, potuto dedicare le proprie forze in primo luogo proprio contro le fiere che non conosceva, quelle con cui non aveva avuto possibilità di confronto in passato, in modo da offrire il meglio di sé, il proprio massimale, rimandando solo a posteriori la necessità di sfida verso i nemici già noti. Entrambe le alternative proponevano alcuni vantaggi e alcune situazioni di rischio, un fattore di vittoria e uno di sconfitta. Impossibile, quindi, sarebbe stato per lei poter prevedere quale fra i due scenari sarebbe potuto essere il migliore da attuale, l'ottimo da perseguire. Impossibile, anche, sarebbe stato esser certa che una fra quelle due alternative fosse realmente quella migliore da porre in essere, rispetto ad altre possibilità che non stava prendendo in esame, con cui non stava confrontandosi. Purtroppo, però, il tempo non si proponeva qual suo vantaggio, e la possibilità di pianificazione, di vaglio di ogni ipotesi le era preclusa nell'immediatezza richiesta da quella sfida, nei termini imposti dai propri avversari e dalle loro scelte. Quando i primi ruggiti si levarono a sovrastare le grida della folla, a imporsi su essa con la potenza della propria forza selvaggia e incontrollabile, Midda non ebbe più tempo per pensare, non ebbe più possibilità per soffermarsi un solo istante di troppo. E, in questo, la sua scelta fu immediata, senza più alcun dubbio, senza più alcuna remora, riportandola alla sua classica freddezza, all'autocontrollo che le era proprio, che aveva contribuito alla creazione del mito, della leggenda attorno al suo nome. Non più donna, non più umana, ma guerriero, priva di indugi, priva di compassione, forte nella conoscenza delle proprie capacità e ancor di più dei propri limiti, quegli stessi tipicamente mortali che non voleva rinnegare ma che, al contrario, considerava continuamente nel desiderio di permettere la prosecuzione della propria vita anche laddove osava spingersi in imprese ritenute impossibili, insormontabili, ineguagliabili.

174

Sean MacMalcom

«Che cosa vuole fare?» domandò Cila, osservando con stupore, con timore, forse con ammirazione l'ardire offerto dalla mercenaria, nel spingersi in corsa in una chiara direzione, verso una decisa meta. «Sembra che abbia deciso di ingaggiare lotta contro gli orsi…» rispose lord Visga, non staccando gli occhi dalla scena presentata, dallo spettacolo loro concesso dall'ospite d'onore di quella serata. Effettivamente nella direzione degli orsi la Figlia di Marr'Mahew si stava muovendo rapidamente, correndo a elevata velocità nel mantenere il proprio corpo piegato al suolo, parallelo alla fine sabbia, in una tecnica, in una postura estranea a quanto chiunque avesse mai avuto occasione di assistere prima, innaturale e allo stesso tempo assolutamente armoniosa, indiscutibilmente perfetta. Per quanto apparisse a proprio agio in quella corsa, che tanto lontana la poneva dall'umana postura, dalla comune consuetudine, quel genere di movimenti non facevano parte di un'esperienza remota, di una conoscenza antica: ella aveva appreso solo di recente, in uno scontro mortale contro un temibile avversario, quella possibilità, imitandone con sicurezza lo stile allo scopo di farlo proprio, di poterlo adoperare a proprio vantaggio. Così come stava ora compiendo contro nemici già noti, ma ugualmente temibili, quali apparivano essere i tre orsi, nelle immani moli, nei corpi tanto pesanti, tanto forti per cui mai ella avrebbe potuto offrire una reale opposizione, negli artigli affilati, nei denti appuntiti, tanto letali per cui mai avrebbe potuto trovare una reale protezione. Essi, vedendola avvicinarsi con intenti evidentemente offensivi, si proposero immediatamente in posizione difensiva, ergendosi in tutta la propria altezza, nella possanza del proprio fisico, pronti a calare le pesanti zampe sull'avversaria, sulla sua schiena così meravigliosamente concessa. Un contatto, anche solo minimo, con quel potenziale di danno avrebbe visto il corpo della donna aprirsi senza indugio, squartarsi senza contrasto, diventando immediatamente un ammasso informe di sangue, carne e ossa, del tutto privo di vita. «Thyres…» invocò la donna, raggiungendo il punto di non ritorno. Ormai la scelta era stata compiuta e da lì, dove si era spinta, ella non avrebbe più potuto retrocedere, ritornare sui propri passi, sulle proprie scelte. Spesso nell'umana esistenza, di fronte a un gesto forte, a un'evoluzione anche ricercata, e pur non sempre prevista in ogni sua sfumatura, l'animo mortale si ritrovava a rimpiangere la tranquillità abbandonata, la perduta certezza dell'immobilismo di un tempo. Dove,

MIDDA’S CHRONICLES

175

però, il salto fosse già stato compiuto, tentare di arrestare il cambiamento, di contrastare la spinta acquisita non avrebbe permesso il ritorno allo stato precedente, alla serenità apparentemente perduta, lasciandosi altresì trascinare in balia degli eventi, in un vortice non più controllato o controllabile. In virtù di tale consapevolezza, fisica e metafisica, Midda sapeva di non potersi ormai concedere di cambiare idea, di modificare la propria tattica, la propria strategia: aveva votato in virtù di quella strada e per essa avrebbe dovuto proseguire, ovunque si fosse ritrovata a giungere. E se anche avesse errato in questo, se anche avesse fallito, forse avrebbe avuto possibilità di riprendersi e di apprendere, in tale errore, un insegnamento per il futuro, così come sempre nell'umana esistenza era richiesto di fare. Nell'enfasi del proprio attacco, nella forza dei propri gesti, nella velocità della propria corsa, ella puntò i piedi per compiere un improvviso salto in avanti, per gettarsi in aria. Nel contempo di tale azione, che la vide dirigersi alla volta di uno dei tre orsi, la sua spada fu scagliata in un ampio gesto rotatorio contro un secondo esemplare, imponendosi nel proprio movimento simile più a un enorme pugnale che a un giavellotto, quale altresì sarebbe stato ovvio si mostrasse. Così, dove la lunga lama dagli azzurri riflessi si impegnò a penetrare il forte collo dell'animale, affondando nelle sue calde carni, nel suo folto pelo, ella portò il proprio corpo ad abbracciare quello del proprio obiettivo, della meta finale della propria folle corsa, evitando per semplice sorte, per un destino fortuito il movimento difensivo di una pesante zampa, per raggiungere quel collo. Lasciandosi rotolare attorno a esso, la donna si spinse verso la schiena dell'animale, per poter serrare con forza, con fermezza il proprio braccio destro, metallico, attorno alla possanza della bestia, creando una morsa con l'aiuto della mancina da cui esso non potesse liberarsi. E l'orso, accorgendosi del tentativo offerto da lei, gettò verso il cielo un orribile grido, un verso violento e rabbioso che riuscì a far scendere il silenzio sull'intera Arena, rapita nell'osservare l'evoluzione di quel combattimento, le conseguenze di quella lotta. Il tempo parve bloccarsi nel contrasto fra la donna e la bestia, fra la tecnica e la forza, fra la morsa e il tentativo di violarla, di evaderla. Per l'orso non vi era possibilità di raggiungere la propria avversaria in quella posa, e in questo esso tentava senza tregua di scuoterla da sé, dalla propria schiena, imponendo su di lei la violenza di gesti disumani, che avrebbero dovuto vederla volare a terra e divenire, in questo, vittima, preda, un pasto per i suoi denti, trasformando il suo sangue in dolce nettare per la sua gola riarsa. La mercenaria, però, non fu d'accordo con simile desiderio, con tale tentativo, tenendosi salda all'avversario, rinforzando la propria posizione nell'utilizzo delle gambe attorno al

176

Sean MacMalcom

quell'immane schiena, ben conscia della sorte che l'avrebbe altrimenti attesa se solo avesse ceduto, se solo le sue forze fossero venute meno. Come già in passato, in quella che era una mossa per lei nota, l'attesa fu terribile, il confronto con l'animale apparve estenuante, feroce, coinvolgendo non solo i muscoli del suo braccio sinistro e delle sue spalle, ma ogni singola membra del suo corpo, obbligandola a tendersi con dolore tale da renderle difficile non gridare, non dare sfogo verbale a tanta sofferenza. Ma la sua volontà, il suo impegno, trovarono la soddisfazione ricercata, raggiunsero lo scopo prefisso nel momento in cui l'ossigeno carente nei polmoni dell'avversario lo vide cedere, lo vide indebolire i propri gesti, le proprie reazioni, fino a perdere controllo e coscienza nel ricadere violentemente a terra. In tale atto, imprevedibilmente, l'orso abbattuto non precipitò in avanti, come ella evidentemente era certa sarebbe avvenuto, ma all'indietro e, nella rapidità di tale evento, Midda riuscì a tentare la fuga e non a completarla, ritrovando la propria gamba sinistra bloccata sotto il peso del proprio avversario. E davanti a lei, così in trappola, il terzo orso si ritrovò deciso a compiere ciò per cui i propri compagni erano morti. Nel comprendere di non avere alternative di fronte all’immediato attacco propostole dal terzo avversario, Midda limitò i propri movimenti a quanto necessario per tentare di ridurre i danni, a ciò che doveva essere compiuto per ritagliarsi una speranza di sopravvivenza. L’azione, allora, fu così rapida, subitanea, che agli occhi degli spettatori dell’arena mostrò semplicemente la violenza dell’animale abbattersi sul corpo indifeso della donna guerriero, bloccata qual ella era sotto il peso della sua ultima vittima, tanto impietoso, tanto rabbioso, da veder l’enfasi di quella zampa sbalzare la creatura tanto fragile a suo confronto, con prepotenza, di diversi piedi in lontananza, come una bambola priva di anima, uno spaventapasseri senza consistenza. In conseguenza a quell’azione, ella sembrò ricadere apparentemente morta, o forse solo svenuta, sulla sabbia dell’Arena, rotolando ancora a lungo prima di arrestarsi, supina e scoperta a qualsiasi nuovo attacco da parte dell’animale. L’orso superstite, mantenendo con la propria possanza ancora a distanza i felini, che ne stavano osservando il combattimento con interesse ma senza indulgere nel tentare di intervenire in esso, si avvicinò alla propria vittima, ora con apparente tranquillità, con curioso interesse, privo di aggressività, privo di violenza, muovendosi su quattro zampe e spingendo il proprio muso verso quella presenza immobile, apparentemente morta. Quasi fosse incerto sulla strada da preferire, sulle scelte da compiere, esso provò a sospingere con la punta del naso una

MIDDA’S CHRONICLES

177

gamba della donna, che in ciò si mosse per inerzia, senza un proprio controllo, senza una propria intrinseca forza. «Dei… possibile che sia morta?» intervenne Cila, con preoccupazione e trasporto evidente, stringendo le mani al braccio del compagno, quasi a cercarne la protezione «Midda Bontor sconfitta da un banale orso?» «Così sembrerebbe…» commentò lord Visga, storcendo le labbra verso il basso, con chiara disapprovazione, con evidente rimpianto «Forse questa prova era eccessiva anche per lei, per un mito vivente suo pari. Forse l’Unico non ha gradito il suo paganesimo, la sua lontananza dalla sola vera Fede.» «O… forse no!» esclamò improvvisamente la donna, indicando davanti a loro la scena in lontananza. La Figlia di Marr’Mahew, così già considerata quale sconfitta, se non addirittura morta, si era in quell’esatto istante improvvisamente ripresa, scattando con rapidità ferina contro il proprio avversario chino su di lei, per cavare freddamente i suoi occhi dalle orbite, per strapparli con forza e destrezza, nell’allontanarsi poi subito, rotolando, da esso, dalla sua furia in conseguenza di un tale affronto, di un simile atto. Sebbene probabilmente nessuno avrebbe potuto avere consapevolezza di quanto fosse avvenuto, la mercenaria prima di subire inevitabilmente il colpo avversario, aveva provveduto a muovere con rapidità e autocontrollo il proprio braccio metallico a protezione del proprio corpo, nella traiettoria evidente di quel gesto, di quell’attacco, ritrovando pertanto nel proprio arto già privo di vita, di esistenza, una sensazionale difesa per la propria vita, per la propria esistenza, incassando con esso il rischio più grande dell’offesa propostale e lasciandosi, in quella violenza, trascinare senza opposizione. Non morta e non svenuta, pertanto, ella era rimasta, solo falsamente tale, al fine di ingannare l’animale, la creatura che pur resa feroce da color che avevano allestito quello spettacolo, pur resa violenta dalla fame sopra di essa imposta, non avrebbe potuto rinunciare agli istinti primordiali, quel comportamento consueto che la sua avversaria ben conosceva e aveva deciso di sfruttare a proprio favore. E così, nel momento in cui l’orso, nel desiderio di comprendere se ella fosse già morta o se ancora viveva, si era avvicinato a lei, si era posto a distanza sufficientemente ravvicinata, ella aveva agito, rapida e priva di pietà. Avendo negato in quel modo la facoltà della vista al proprio avversario, alla donna guerriero non rimase che muoversi con sufficiente velocità per raggiungere la spada conficcata nel corpo del primo animale abbattuto, allo scopo di rientrare in suo possesso e con essa decapitare

178

Sean MacMalcom

rapidamente il bestiale colosso, ponendo fine alla sofferenza che lei stessa gli aveva imposto. «Maledetti giochi…» sussurrò a denti stretti, nel vedere il sangue vivo e denso della creatura sprizzare al cielo in conseguenza del suo attacco finale, di quel colpo di grazia «Maledetti…» Senza ipocrisia Midda non avrebbe potuto negare di aver già ucciso molti animali, oltre a ogni altro genere di creature mitologiche e di avversari umani, nel proprio lungo passato di donna guerriero e di mercenaria. Ma, nel momento in cui attaccare un animale per mangiarne le carni o, semplicemente, per legittima difesa in un confronto paritario nel suo naturale ambiente, sarebbe stato tranquillamente accettato da parte sua e della sua coscienza, il pensiero della carneficina, del massacro impostole da quei giochi a discapito di quelle fiere non la rallegrava, non la rendeva soddisfatta di sé. Certamente non le erano state offerte alternative, non aveva avuto possibilità di scelta, e di questo era assolutamente consapevole, non volendo esser uccisa e non volendo fallire in quella che era la missione assegnatale, ma nonostante tutto non avrebbe potuto fare a meno di disprezzare l’organizzazione stessa di quei giochi per averle imposto una simile prova. Invero, in cuor suo, ella non avrebbe mai potuto negare di preferire uccidere uomini ad animali, valutando, del resto non diversamente dai più nella realtà in cui era nata, era cresciuta e viveva, minore il valore di un’esistenza umana rispetto a quella di una bestia, di altresì nobile utilità e animo. Muovendo lo sguardo con rapidità attorno a sé, verso i felini così rimasti ancora in circolazione, ormai a distanza decisamente limitata e conseguentemente pericolosa da lei, ella poté comprendere di essere ben lontana da raggiungere la salvezza, dal ritenersi al sicuro da ogni possibile danno. Numerose erano, infatti, le fiere che ancora attorno a lei si muovevano spinte dalla fame, dalla brama di carne, ed ella continuava a rappresentare per loro ancora un ottimo investimento, un pranzo succulento da non lasciarsi sfuggire. Però, ora, la mercenaria non avrebbe più dovuto considerarsi sola in tutto quello, in tale situazione, dove i tre orsi abbattuti attorno a lei si proponevano, in effetti, più interessanti rispetto alla sua misera forma, tanto da un punto di vista qualitativo, quanto da un punto di vista quantitativo. La loro offerta di carne era indubbiamente superiore alla sua e, oltretutto, essi erano già morti, impossibilitati a ribellarsi agli spasmi della fame che stringevano i ventri dei possibili assalitori. Catturare la preda viva, squartarne le carni vibranti, per loro si proponeva

MIDDA’S CHRONICLES

179

come un richiamo istintivo di indubbio valore, attirando la loro attenzione verso la mercenaria, ma altrettanto vero risultava il fatto che quegli orsi, di morte così recente, erano ben lontani dal potersi considerare quali carogne, tutt’altro che non apprezzabili nella loro presenza, assolutamente da non destinare ad animali minori, a necrofagi privi della loro stessa natura di cacciatori. Osservando una tale incertezza nei propri avversari, valutando la speranza che nei corpi morti degli orsi sembrava aprirsi per lei, ella mosse lentamente i propri passi all’indietro, evitando gesti bruschi, evitando qualsiasi movimento improvviso che avrebbe potuto scatenare in loro un richiamo istintivo, naturale. La folla, nuovamente in agitazione all’interno dell’Arena, non risultava però essere effettivamente d’alcun aiuto alla donna guerriero nel proprio tentativo di ritirata, in quella ricerca di qualche fuggevole possibilità di riposo, di pianificazione, per comprendere come poter affrontare i propri avversari, quelle bestie tanto temibili e, con le quali, poca o nulla confidenza si poteva fregiare di possedere. Nelle grida di ammirazione, di incitamento offerte dagli spettatori, infatti, i felini non abituati a quel clima, a quel contesto, non potevano evitare di risultare innervositi, e in questo più propensi alla lotta che, semplicemente, allo sfogo del proprio desiderio di cibo. «Due volte la posta…» sussurrò in un lievissimo respiro Midda. Quasi un sospiro leggero, carezzevole il suo in quel commento, scuotendo appena il capo e rimpiangendo quelle belle, classiche situazioni in cui ella si ritrovava indubbiamente e maggiormente a proprio agio, contro sciami di insetti giganti necrofagi, contro orde di zombie affamati di carne, contro interi eserciti di mercenari o di soldati pronti a farsi uccidere dalla sua spada. Tutte realtà assolutamente diverse da quella in cui ora avrebbe dovuto imporre la propria forza, la propria presenza, ma nella quale non aveva alcuna idea di come avrebbe mai potuto fare.

Nonostante Midda fosse abituata a sopravvivere a ogni insidia, ad affrontare ogni pericolo, anch'ella era e sarebbe restata sempre una donna, un nomale essere umano con i propri quieti limiti, quei confini che mai avrebbe potuto superare né con la volontà né in assenza di essa.

N

ove felini, nove predatori naturali, tre diverse specie e tre esemplari per ogni gruppo.

180

Sean MacMalcom

Consapevole di tali limiti, non avrebbe potuto evitare di temere l’eventualità di non riuscire a sopravvivere a quello scontro, di non riuscire ad abbattere ogni avversario prima di essere a sua volta abbattuta, nella rapidità caratteristica di quelle fiere contro cui mai avrebbe potuto opporre la propria. In tale situazione, però, ella era anche cosciente che dimostrare i propri timori, simile incertezza e forse paura, non avrebbe mai condotto per lei a una pur vaga speranza di sopravvivenza, dove nei propri sentimenti avrebbe offerto forza ai propri nemici, stimolandoli, incitandoli ad agire contro di lei, per sopprimerla, per distruggerla. Altresì, non avrebbe potuto concedersi neanche la possibilità di imporre un comportamento aggressivo, che scatenasse un istinto reattivo, un attacco furioso come era stato quello degli orsi, nel ritrovarsi da lei tanto direttamente aggrediti, così apertamente offesi. Uno stallo, quindi, nel corso del quale, nel formulare tale analisi, nel soppesare i fattori in gioco e le forze coinvolte, in lei riaffiorarono fortunatamente alcune nozioni sul regno animale, sui rapporti che, in molte diverse specie, erano solite instaurarsi non solo fra i vari elementi di uno stesso gruppo ma anche nei confronti di elementi appartenenti a razze diverse. In simile ricordo, in tale memoria una flebile speranza di salvezza tornò a brillare per lei, nel suo cuore e nel suo animo, nella consapevolezza che se avesse saputo giocare bene le proprie carte, se fosse riuscita a gestire al pieno la situazione, forse non avrebbe dovuto neanche spingersi a uccidere le bestie che erano state poste a suo confronto, sfida. «E ora?» domandò Cila, scuotendo il capo e osservando la scena di fronte a sé «Che cosa ha intenzione di fare?» «Non lo so… non lo riesco a comprendere…» sussurrò lord Visga, non osando, nonostante il frastuono attorno a loro, levare eccessivamente la voce quasi potesse essere di disturbo per la mercenaria in azione. Abbassando la propria spada, rilassando i propri muscoli, Midda interruppe il lento retrocedere in atto, che ormai l’aveva condotta ad almeno sei piedi di distanza dagli orsi uccisi e poco più dai felini, per sciogliere la posizione di guardia e ritornare semplicemente eretta di fronte alle fiere. In lei, nei suoi occhi, nella sua mente, cuore, anima e corpo, si propose e si impose solo freddezza e controllo pressoché assoluti, tale da rallentare anche il battito cardiaco precedentemente ovviamente accelerato nell’enfasi della lotta. Alcuna aggressività, alcuna ipotesi di offesa in direzione dei propri possibili avversari sarebbe stata ora rintracciabile in quella figura, tanto che avrebbe potuto anche gettare a terra la propria spada dove essa, in quel momento, risultava presente nella sua mano per

MIDDA’S CHRONICLES

181

semplice inerzia. Al contempo alcun timore, alcuna paura nei confronti di quelle bestie feroci, affamate, quegli artigli che avrebbero potuto squartarle le carni, quei denti che avrebbero potuto dilaniarle il corpo, sarebbe ugualmente stata percepibile in lei. Ella aveva superato tanto l’uno quanto l’altro stato d’animo, trascendendo simili emozioni in virtù di una sorta di consapevole superiorità, che la proponeva non più in competizione con le altre creature lì presenti. Dove gli esseri umani raramente risultavano in grado di provare un pur minimo grado di empatia, tale da permettersi di non compiere scelte stupide nell’opporsi a chi non avrebbero dovuto offendere, gli animali apparvero invero possessori di una tale capacità, in conseguenza alla quale la donna guerriero non si propose più quale preda ai loro occhi, alle loro fauci, esattamente come l’un l’altro non si sarebbero mai considerati possibili vittime, possibili fonti di sazietà per la propria fame. «Non è possibile…» commentò il nobiluomo gorthese, nell’assistere a quell’evoluzione imprevista, a quell’evento privo di pari nel passato dell’Arena, scuotendo appena il capo. Come egli, in molti si ritrovarono ammutoliti nell’essere posti di fronte a una simile scena, a quello spettacolo che non mostrò le fiere affamate gettarsi contro la mercenaria ma, al contrario, contro gli orsi, non rivolgendo più a lei alcuna attenzione, alcun interesse, quasi non fosse più presente all’interno dell’Arena. Addirittura qualcuno seduto negli spalti inferiori, più vicino alla scena, non accettando quella situazione, non gradendo simile reazione, provò a gettare delle pietre in direzione degli animali, per scuoterli, per spronarli alla lotta, ma anche dove essi puntualmente reagirono in modo violento, indirizzarono tale rabbia verso gli stessi spettatori, con forti ruggiti e, addirittura, scatti furibondi a tentare di violare l’alta distanza esistente fra la sabbia e le fila più basse, continuando in ciò a non rivolgere altre attenzioni verso colei che, in modo assolutamente e freddamente tranquillo, manteneva la propria posizione fra essi. «Per l’Unico!» fu l’unica voce possibile di fronte a tutto ciò, espressa fra l’altro anche da lord Visga, dove le regole del combattimento sembravano essere state violate eppur, allo stesso tempo, trascese. «Bisogna considerare la sua vittoria? Oppure la sua sconfitta? E’ lei vincitrice o sono le fiere a proporsi come dominanti?» chiese, retoricamente più che concretamente, la femminile presenza vicino a lui, comprendendone il disagio in quell’assenza di sangue a cui tale cultura non era abituata.

182

Sean MacMalcom

… Midda riuscì a tentare la fuga e non a completarla, ritrovando la propria gamba sinistra bloccata…

MIDDA’S CHRONICLES

183

«Non c’è vittoria o sconfitta senza la morte di uno o dell’altro.» replicò egli, scuotendo il capo nell’enunciare un semplice e chiaro principio del proprio contesto sociale, della propria stessa fede «Tutto questo ha il sapore di blasfemia… e la mercenaria potrebbe essere abbattuta insieme alle bestie sue amiche in conseguenza di una tale situazione.» A conferma di quelle parole, a sottolineare la comune condanna di quel popolo, di quella religione di fronte alla vittoria ottenuta da Midda nell'ammansire attorno alla propria figura le fiere, nel farsi accettare fra loro senza scatenarne le ire, nel negare il sangue richiesto dal dio Unico, fu la reazione degli organizzatori dell'Arena, dei gestori di quel circo. Dopo pochi momenti di umano smarrimento, nei quali la situazione restò bloccata in quello stallo, congelata nell’incertezza, nello scompiglio creato dalla donna guerriero, la sabbia di quel campo di lotta iniziò a vibrare, tremare vistosamente, creando evidenza dell’attivazione di un qualche meccanismo, probabilmente del tutto simile a quello che permetteva il movimento del presentatore ma, al tempo stesso, estremamente più grande, idoneo a trasportare qualcosa di più esteso, di più pesante. E il centro del teatro si aprì in quel mentre, vedendo emergere dalla terra, dalla voragine così offerta, una nuova figura, la sfida finale prevista per la Figlia di Marr’Mahew, liberata a concedere vendetta alla sete di sangue non saziata, per donare la giusta punizione a chi, con tanta noncuranza, aveva scelto di non onorare le regole del combattimento, continuando fino alla propria morte oppure alla morte dei propri avversari. Il nuovo nemico proposto davanti alla mercenaria mostrò un corpo di aspetto umanoide, colossale nelle proprie dimensioni di oltre otto piedi in altezza e sicuramente cinquecento libbre di peso. La sua pelle, similmente a quella di un rettile, si presentava in una tonalità grigiastra composta da un’infinità di piccole scaglie, su un corpo praticamente nudo nell’unica eccezione dei fianchi, a cui era stato concesso un giusto pudore attraverso un ampio perizoma in pelliccia. Le sue gambe, se tali sarebbero potute essere definite, si conformavano come digitigrade, lasciando gravare il peso immane di quell’essere sulle punte delle sue dita artigliate. Le sue mani, non diversamente, mostravano lunghi e affilati artigli, in proporzioni superiori alla classica anatomia umana, tanto che esso poteva condividere il sostegno alla propria struttura anche sui propri arti superiori, in ampie spalle, in forti braccia. Il capo di quell’essere, infine, nelle proprie forme richiamava quello di una lucertola, nell’aggiunta presenza di zanne taglienti a ornare una bocca priva di labbra. In ciò esso non appariva lontano da altre creature mitologiche già affrontate dalla

184

Sean MacMalcom

mercenaria, forse derivanti da uno stesso ceppo evolutivo, quali idra, ippocampi e cerberi. Mai, prima di quel particolare frangente, Midda aveva avuto possibilità di confrontarsi con una tale presenza, con un nemico di quella razza che, al di là della conformazione umanoide, si presentava più animale che umana. E nel momento in cui dalla sua bocca, spalancatasi per concedere all’aria dell’Arena un verso tremendo e assordante, emerse quale sua lingua qualcosa di paragonabile a un lungo serpente con tanto di testa, occhi e bocca, nessun dubbio restò in lei, nonostante fosse il loro primo incontro, sulla reale natura di quella creatura. «Tifone…» sussurrò fra labbra appena dischiuse nello stupore provato «Thyres…» continuò, storcendo le labbra e riprendendo rapidamente il controllo della propria spada, dove ormai le fiere non sarebbero più state per lei un problema «Fenici, cerberi, tifoni: se continua così penseranno che ho dichiarato guerra a tutti figli di Gorl!» Nelle credenze comuni, infatti, il tifone, non diversamente dalle altre creature nominate da lei e affrontate in tempi recenti, trovava la propria origine nella mano creatrice del dio Gorl, il dio Unico, come era altrimenti chiamato in Gorthia. Nella sua forza, nel suo intelletto, simili meraviglie avevano avuto ragion d’essere e si contraddistinguevano da ogni altra creatura esistente al mondo per il proprio intrinseco rapporto con le fiamme, quel Fuoco Eterno a cui tanto offrivano devozione gli abitanti di quelle terre, riferendosi a esso come alla stessa scintilla vitale di tutte le cose. E nell'Arena, senza perdere un solo istante di tempo, anche quel mostro volle concedere immediata prova di tale potere, il suo particolare rapporto con il fuoco, vedendolo generato dai propri polsi, o per lo meno ciò che similmente si potevano considerare tali, per dirigersi in direzione della stessa mercenaria e dei nove felini, in guardia, in allarme non diversamente da lei. La potenza distruttiva di quella fiamma fu impressionante, bruciando la stessa sabbia su cui l'incontro stava avendo luogo, al punto tale da portarla a cristallizzarsi e trasformarsi in una liscia lamina di vetro. In un rapido scatto, il gruppo di attaccati riuscì quasi per intero a evitare gli effetti non gradevoli di una simile forza, muovendosi abbastanza velocemente da portarsi al di fuori dalla linea di fuoco demarcata dal tifone. Purtroppo, però, alcune vittime si presentarono già in conclusione a quella prima offesa, nella violenza di quel mostro innaturale e incontrollabile: un leone e una pantera non ebbero successo nel muoversi con sufficiente prontezza di riflessi, forse colti emotivamente in contropiede dall'orrenda apparizione proposta, e ritrovando, in

MIDDA’S CHRONICLES

185

conseguenza di ciò, nella fiamma una morte pressoché istantanea e indolore, venendo inceneriti in un istante, trasformati in polvere nel tempo di un battito di ciglia. «Maledizione… questa gente è folle!» sussurrò la donna guerriero, rialzandosi rapidamente dalla scivolata appena compiuta per essere pronta a un nuovo scatto, a una nuova evasione dall'avversario «E io sono più folle di loro per aver accettato questo incarico!» Purtroppo per lei, ormai, ella era in gioco e non si poneva parte del suo carattere l'ipotesi rinunciare alla partita, tirarsi indietro da una sfida soprattutto dove essa avrebbe potuto darle nuova prova del proprio valore, della propria forza, del proprio coraggio. Roteando la spada attorno a sé a ricercarne l'equilibrio, la Figlia di Marr'Mahew analizzò con attenzione il nemico che le era stato proposto, cercando di comprenderne i gesti, di seguirne la natura per scoprirne le debolezze e i difetti, i vantaggi che avrebbe potuto ritrovare in un confronto con esso. Il tifone, consumata la prima scarica infuocata, si mosse con passo pesante, con gesti lenti e goffi, ad avanzare verso di lei e verso i felini, tutti decisi a non impegnarsi in un confronto diretto con esso, tutti consci dell'impossibilità di ingaggiare una lotta equa con un simile colosso. Le sue lunghe braccia, così sproporzionate nel confronto con quel corpo in un'ideale anatomico umano, si spostarono una alla volta nell’evidente necessità di non lasciare gravare l’intero proprio peso solo sulle gambe, a spazzare l'area davanti a sé, cercando in quei gesti, sicuramente forti di una potenza incomparabile, di giungere a colpire un avversario, di spingersi ad afferrare un nemico, per violarne l'integrità, distruggerne le membra, le ossa. Tutt'altro che strano apparve quel comportamento agli occhi della sua spettatrice, dove ella, sebbene in assenza di uno specifico e edotto studio a tal riguardo, era consapevole di come, tanto i tifoni quanto altre creature simili, ottenessero il proprio fuoco non in virtù di una strana stregoneria, al contrario rispetto a quanto ritenuto dalla maggior parte delle persone, ma in conseguenza di una reazione fra due diversi elementi presenti nei loro corpi, prodotti dai loro stessi organismi, in grado di dare vita a un effetto incendiario. Tale conoscenza, in Midda, non era conseguenza di nulla di più della propria personale esperienza, derivante da antichi contrasti con un drago di fiume ucciso dopo un'aspra lotta proprio sfruttando contro esso stesso quel suo potere, nel recidere, non senza un'alta percentuale di fortuna, i condotti attraverso cui i liquidi reagenti venivano incanalati fino alla sua gola e, conseguentemente, nel lasciarlo bruciare nelle proprie stesse fiamme. Trattandosi, quindi, di una capacità

186

Sean MacMalcom

naturale e non di un potere sovrannaturale, la generazione del fuoco non si concedeva mai, in quegli esseri, come inesauribile e costante: al contrario, momenti di attesa più o meno lunghi erano sempre da essi richiesti fra una fiammata e la successiva, in diretta proporzionalità anche della potenza espressa all'ultimo attacco. Per tale ragione, per quanto tutt'altro che sciolto o flessibile nei propri movimenti, il tifone era costretto a tentare un'offesa fisica nei loro confronti, in attesa del ritorno della possibilità di incenerirli. Dove tutto ciò era chiaro per Midda, dove simili conoscenze la rendevano assolutamente non inerme, non incerta di fronte a esso, la donna guerriero non avrebbe mai potuto conoscere le effettive capacità, i reali tempi di recupero dell’avversario fino a quando lo stesso non si fosse espresso con un nuovo attacco incendiario al quale, se fosse sopravvissuta, avrebbe potuto replicare con un reale controllo della situazione tale da poter sperare di abbatterlo. «Attacca, razza di bestione senza cervello!» ringhiò a denti stretti, mantenendo i sensi all'erta per rispondere a ogni minimo segnale di pericolo. Alcuni fra i felini, per quanto impegnati come lei a non ingaggiare un confronto diretto, non riuscirono a evitare i movimenti violenti del tifone, venendo sbatacchiati da un lato all'altro dell'Arena, morendo sul colpo per la forza dello stesso o, comunque, sopravvivendo temporaneamente con lesioni tali da non permettere più alcun movimento, alcuna fuga dall'ira della creatura. Anche Midda, più spesso di quanto non avrebbe preferito, si ritrovò a dover scartare con agilità, con destrezza, i colpi nemici, venendo solo sfiorata dallo spostamento d'aria causato da esso e, in ciò, sospinta all'indietro ogni volta, al punto tale da rischiare di perdere l'equilibrio. La pelle dell'avversario, nei momenti in cui ella ebbe occasione di analizzarlo da vicino, richiamò alla sua memoria quella di un ippocampo, lasciandole temere, in questo, che esso potesse godere di una simile invincibilità epidermica, che quelle scaglie potessero contrapporsi anche al filo ineguagliabile della sua spada, forgiata secondo antiche e perfette tecniche. Nella reazione di una tigre, però, catturata e uccisa con violenza dal mostro, ella poté intravedere gli artigli della stessa solcare la pelle del proprio carnefice, quella superficie quasi argentata, danneggiandola: nulla di mortale, certo, nulla di grave per esso, che probabilmente lo avvertì allo stesso modo in cui ella avrebbe avvertito il graffio di un gattino, ma chiara evidenza di una vulnerabilità, di una possibilità di essere sconfitto.

MIDDA’S CHRONICLES

315

La corona perduta
econdo teorie proposte da molti studiosi, grandi e solitarie menti che avevano fatto della comprensione del genere umano il principale scopo di vita, nel lungo e tortuoso cammino della storia dell’umanità era esistita un’epoca lontana, dispersa nei millenni trascorsi, completamente dimenticata dagli abitanti di ogni terra, cancellata in ogni sua traccia, in ogni suo retaggio. Nessuno avrebbe saputo indicare con esattezza se una simile e radicale eliminazione si fosse proposta in conseguenza del naturale passaggio delle stagioni, degli anni, dei secoli, o se, al contrario, fosse derivata dal desiderio di non voler vivere nuovamente quanto già affrontato in tali ere, laddove varie e non tutte positive, in effetti, si concedevano le supposizioni intorno a quel periodo. Due, in particolare, erano i filoni di pensiero predominanti nel descrivere quell’epoca dimenticata, contrapponendosi come sempre in posizioni antitetiche, proponendo teorie positive e ipotesi negative, elevando verso l’alto dei cieli il genere umano o precipitandolo nel più basso oltretomba concepibile. Vi era chi sosteneva che, in tale era, la razza umana avesse raggiunto il proprio apice, fondando imperi di dimensioni inimmaginabili guidati da sovrani illuminati, sotto il cui comando, sotto la cui guida, intere civiltà si erano erette meravigliose e incantate, prive di ogni sorta di male, fondate su valori di rispetto, di pace, di solidarietà: nazioni che non avrebbero potuto neppure conoscere il significato di parole quali “fame”, “povertà” o “guerra”, perché mai i membri di quelle popolazioni avevano avuto occasione di dover affrontare simili problemi, questioni altresì tanto presenti nella vita quotidiana dei loro discendenti. Vi era, al contrario, chi affermava con assoluta decisione che in tale periodo volutamente dimenticato, la razza umana si fosse spinta ai livelli più infimi delle proprie possibilità, vivendo in un imbarbarimento privo di eguali, al confronto del quale anche l’epoca moderna sarebbe apparsa un idillio divino: un'era oscura, pertanto, un periodo sanguinoso, dove la carne umana era diventata principale fonte di nutrimento, dove le guerre avevano assunto un significato assoluto e terrificante, tale da condurre ogni popolo allo sterminio quasi totale, all’annientamento reciproco quasi completo, evitando l’estinzione dell’intera razza solo in virtù di pochi fortunati sopravvissuti che, ovviamente, si erano ben guardati dal voler tramandare i racconti di una tale epoca, nel timore che essa potesse

S

316

Sean MacMalcom

ripetersi, nella paura che nuovamente l’umanità potesse essere vittima dell’aspetto più oscuro del proprio animo. Per quanto divisi sullo stile di vita condotto in tale contesto storico dimenticato dal mondo intero, quasi tutti gli studiosi, favorevoli alla teoria dell’esistenza di un simile periodo, erano concordi nel considerare come all’epoca non vi fosse traccia dei tre continenti attuali, riuniti in una sola, unica grande area emersa dal cui frazionamento, molti secoli più tardi, sarebbero nate le attuali Hyn, Myrgan e Qahr. Tale ipotesi, assolutamente contestata da tutti coloro che si proponevano in contrasto a simili linee di pensiero, trovava in effetti una possibile conferma nella particolare conformazione della terraferma nelle poche e imprecise mappe esistenti. Secondo tali cartografie, in effetti, i confini dei tre continenti si proponevano estremamente simili a linee di frattura che, partendo da uno stesso punto, il Mare Comune attorno al quale si affacciavano i regni centrali, si espandevano in tre direzioni, separando con lunghi e stretti mari le varie coste, come se ciò che un tempo poteva essere stato un blocco unico di terra fosse stato spezzato dal colpo di un enorme martello. Inutile sottolineare come, in ogni regno, in ogni mitologia, vi fossero diverse spiegazioni divine in merito a tale particolare conformazione: a Kofreya, a esempio, era narrato come tutto ciò fosse stato conseguenza di un impeto d’ira del dio Gorl, signore delle fiamme, in conseguenza delle offese a lui levate dagli antichi imperi; a Tranith, altresì, tutto era attributo al dio Tarth, signore delle acque, quale suo tentativo di imporre nuovamente la pace fra le terre separando definitivamente i popoli. Fra le varie leggende, le storie che si tramandavano similmente a favole per bambini, prevalentemente frutto dell’immaginazione di un numero incalcolabile di narratori che di ognuna di esse sapevano offrire dozzine e dozzine di versioni alternative, le più note nel territorio meridionale di Qahr erano senza indubbiamente quelle relative alla regina Anmel. Definita Portatrice di Luce, dai sostenitori di un passato glorioso per l’umanità, od Oscura Mietitrice, dai detrattori di simile teoria in favore di ipotesi meno gradevoli, ella aveva forse proposto il proprio dominio, nel bene o nel male, in maniera incontrastata per oltre millesettecento anni, prima di rimettere il proprio impero nelle mani di eredi meno capaci. I poteri di simile figura non erano ovviamente delineati in modo chiaro, non erano comunemente riconosciuti, apparendo in ogni storia discordanti fra loro come antitetiche erano le teorie a suo riguardo. Ciò che sembrava essere accertato, proponendosi pressoché in ogni mito, era la presenza di un mistico diadema accanto alla sua immagine, una leggendaria corona nella quale, al momento della conclusione del suo cammino mortale, sarebbe rimasta impressa una frazione delle sue immense capacità, del suo animo.

MIDDA’S CHRONICLES

317

Vi era pertanto chi sosteneva che colui o colei, che avesse recuperato una simile reliquia, avrebbe potuto avere accesso a tali poteri, ergendosi a un livello tale per cui alcun essere mortale avrebbe mai potuto competere, alcun regno avrebbe mai potuto resistere, proponendo in tal modo il primo passo verso una nuova epoca di grandi imperi o, forse, l’imposizione di un unico predominio sull’intero mondo conosciuto. Ovviamente la sola idea di tanto potere si proponeva così esagerata da non suscitare particolare interesse nelle varie dinastie regnanti nella divisione attuale della forza politica, considerata a tutti gli effetti valida solo come fiaba da raccontare ai propri figli prima del riposo notturno e nulla di più. Una donna, però, una nobile della città di Kirsnya, provincia occidentale del regno di Kofreya, aveva recentemente deciso di offrire interesse a tali miti, a simili favole, impegnando il proprio tempo, il proprio potere e le proprie ricchezze nel recupero di quella corona. Il suo nome era lady Lavero, ultima erede di una delle più importanti famiglie della propria terra, e attorno a sé ella aveva radunato quattro mercenari indipendenti, nomi più o meno noti nell’ambiente, allo scopo di formare una squadra d’élite da impiegare nel recupero della reliquia desiderata. Il suo scopo, per quanto era stato concesso di conoscere ai quattro cavalieri, non si proponeva spinto da ambizione, dalla ricerca di potere o di predominio, quanto più banalmente dalla semplice volontà di possesso su tale prezioso oggetto, il cui valore economico si sarebbe sicuramente proposto ineguagliabile. Probabilmente, innanzi a uno sguardo esterno all’ambiente dei mecenati, tale ridotta brama non sarebbe stata compresa, non sarebbe stata accettata come reale, ma era innegabile come, nella maggior parte dei casi, il desiderio che spingeva i nobili di ogni terra al recupero di oggetti improbabili raramente corrispondeva a una volontà di predominio o di controllo, anche laddove il potere derivante da simili reliquie, come in quel caso, sarebbe stato forse incomparabile nel confronto con qualsiasi altra forza esistente. Per tale ragione i quattro mercenari, spronati dalla promessa di compensi adeguati alle loro richieste e ai loro sforzi, non avevano avuto esitazioni nel lanciarsi alla ricerca di quel prezioso retaggio di un passato dimenticato, seguendo l’unica traccia loro offerta da un antico medaglione, risalente a epoche successive a quelle della regina Anmel, e probabilmente alla creazione dei tre continenti, all’interno del quale sarebbero dovute essere riportate le indicazioni per raggiungere il luogo ove era stato celato per millenni il tesoro perduto. La solitaria Carsa, che dell’inganno e della simulazione aveva fatto un’arte e un’arma, i due fratelli di ventura Howe e Be’Wahr, tanto diversi

318

Sean MacMalcom

fra loro quanto uniti in imprese troppo spesso oltre i limiti entro i quali si sarebbero dovuti porre, e la leggendaria Midda, una fra le mercenarie più note e meglio ricompensate di quella zona del continente, erano stati i quattro cavalieri scelti per essere al servizio di lady Lavero in tale ricerca. Dopo aver recuperato con successo il medaglione e averne compreso il metodo d’impiego, essi si erano spinti fino alla provincia di Lysiath e alla sua maestosa e abbandonata Biblioteca, all’interno della quale avevano sperato di ritrovare la chiave di lettura delle informazioni concesse loro dal primo successo riportato. Purtroppo, però, un ostacolo imprevisto e imprevedibile aveva negato al gruppo la possibilità di ottenere nuova vittoria con il recupero del libro ricercato: esso era, infatti, andato perduto in un terrificante rogo che aveva coinvolto l’intero complesso, incendio da loro stessi generato per cercare salvezza da una morte altresì certa. Una scelta pertanto amara quella a cui erano stati costretti dagli eventi, che non solo aveva portato al fallimento la loro missione ma che, peggio, aveva visto bruciare una delle più grandi biblioteche del mondo, con il proprio insostituibile tesoro culturale definitivamente perduto in tale catastrofica soluzione. Una sconfitta assoluta per i quattro cavalieri, che nonostante il proprio impegno, nonostante la propria fama, erano miseramente stati sopraffatti su ogni fronte, per quanto sopravvissuti a tutto. Fumante si stava proponendo la tinozza di legno di fronte alla donna guerriero, colma quasi oltre i propri bordi di calda acqua pulita: un lusso, senza dubbio un lusso, che ella non avrebbe dovuto permettersi, troppo simile a un festeggiamento per essere proposto in quel momento, in concomitanza al primo dei propri fallimenti dopo tanti anni. La sensazione di insuccesso in una missione, in uno dei suoi incarichi, non le era più familiare come agli esordi della propria carriera, quand’ancora si poteva concedere errori di valutazione derivanti dall’inesperienza. Dopo tutto quel tempo, però, dopo tante ballate attorno al suo nome, dopo quel tributo rivolto alla dea Marr’Mahew, signora della guerra negli arcipelaghi a ovest di Kofreya, a cui era stata associata in qualità di figlia, comprendere di aver fallito e aver pagato un prezzo alto come quello che, effettivamente, era stato pagato in quel mentre, si proponeva in lei come di difficile gestione psicologica. Un bagno, utile a tergere le membra tanto sporche di terra, e di molto altro ancora, tale da non concedere quasi più alla vista la chiarezza della propria pelle o i delicati spruzzi di efelidi in pochi accurati punti del proprio corpo, forse l’avrebbe aiutata anche in un ordine mentale, oltre che fisico. E, in ogni caso, male non le avrebbe fatto.

MIDDA’S CHRONICLES

319

In verità, ella aveva sempre avuto una particolare passione per simili momenti, per la possibilità di porre la propria carne all’interno dell’abbraccio di calde acque, perdendosi lì fino a quando il tempo glielo avrebbe concesso, fino a quando esse non si fossero proposte altresì tiepide, se non quasi fredde. Solo in tale momento, ella era solita risvegliarsi da uno stato di quiete, di dormiveglia, dal rilassamento totale in cui raramente si concedeva di ricadere, insaponando poi ogni punto del proprio corpo con cura, con attenzione, quasi a cercare una nuova pelle oltre la propria. Un simile interesse tanto forte in lei si sarebbe forse potuto considerare un segno di vanità, un punto di debolezza, ma del resto anche ella era mortale e come tale fallibile, tutt’altro che desiderosa di perfezione. Questo poi senza dimenticare la sua innegabile essenza femminile, essendo donna ancor prima di guerriero: il suo corpo, forse, si proponeva meno delicato, meno sinuoso rispetto a quello di una nobildonna, rispetto a quello di una prostituta o, anche solo, rispetto a quello di Carsa, sua compagna in quella fallimentare missione, ciò nondimeno, nonostante la guizzante muscolatura del suo braccio mancino, delle sue spalle, del suo addome e delle sue gambe, il suo essere donna non era stato mai rinnegato né psicologicamente né fisicamente. Nessun uomo, in effetti, avendo occasione di poterla osservare svestirsi davanti a quella vasca fumante, avrebbe fatto attenzione al vigore delle sue membra, allo sfregio che segnava il suo volto in corrispondenza dell’occhio mancino o al metallo che non abbandonava mai il suo braccio destro. Ogni interesse, ogni desiderio, ogni passione si sarebbe concentrata sulle sue curve, sui suoi seni, sui suoi glutei, su quella femminilità che, generosamente e impertinentemente, si mostrava fiera, bramando lussuriosamente di poter giacere fra quelle acque insieme a lei, fosse anche simile privilegio da pagare con la propria vita. Midda, comunque, in quel momento era sola e, liberatasi dei quattro stracci che si ostinava a definire abiti, si immerse con un piccolo gemito di soddisfazione fra quelle acque, sprofondando in esse fino al collo, disinteressandosi dello straripamento delle medesime oltre l’orlo della tinozza per cercare smarrimento psicologico, oltre che fisico, in quella condizione. Acclimatato rapidamente il proprio corpo a quel nuovo e desiderato stato, ella gettò delicatamente anche la testa sotto la superficie dell’acqua, separandosi per lungo tempo dal mondo intero prima di farvi ritorno, lasciandosi poi, stancamente, appoggiare con la nuca contro il bordo della vasca stessa, mantenendo i glaciali occhi chiusi in tale posizione, con i corvini capelli bagnati aderenti al suo capo e al suo volto. Innegabile sarebbe stata la gioia che provava in quel momento, il piacere fisico e mentale concessole da quel bagno, ma, in tanta egoistica felicità, i suoi pensieri non poterono evitare di ritornare a quanto era avvenuto nelle

320

Sean MacMalcom

ultime ore, negli ultimi giorni, spingendosi alla settimana precedente e all’incendio della Biblioteca, al proprio insuccesso e a tutte le conseguenze che da esso si proponevano in una catena assolutamente negativa. Ormai era già a Thoju, a metà estate, e ciò significava che ben presto sarebbe trascorso un anno intero dalla sua partenza da Kriarya, città del peccato, uno dei pochi luoghi al mondo in cui si sentiva a casa. Quel prossimo anniversario non si proponeva fine a se stesso, solo come un semplice e nostalgico ricordo, imponendo al contrario su di lei il peso di un’altra missione rimasta in sospeso, un incarico che nessuno le aveva richiesto ma che aveva desiderato volontariamente condurre. Proprio al fine di ottenere da lady Lavero le informazioni necessarie alla conclusione di tale operato, ella aveva accettato di impegnarsi nel recupero della corona perduta, ma tutti gli sforzi compiuti in tal senso, da lei e dai suoi compagni di squadra, erano stati vanificati dalla tragica scelta di incendiare la Biblioteca. Sebbene nessuno al mondo, eccetto loro, avrebbe conosciuto la sua responsabilità in simili fatti, su di lei non avrebbe mancato di gravare il senso di colpa per aver privato l’intero genere umano dei tesori lì reclusi, nonostante avesse compiuto ciò per la propria sopravvivenza. Una domanda non avrebbe potuto evitare di tormentarla, nel dubbio sulla reale inesistenza di alternative utili a salvare la propria vita e, al contempo, a evitare il rogo nel quale, fra l’altro, era andato perso il libro a loro necessario per tradurre le informazioni in merito alla reliquia ricercata. Ma a tale dilemma, ella non era in grado di trovare soluzione, dove con il senno di poi l’intera esistenza di una persona sarebbe potuta essere in ogni momento giudicata e criticata, ma solo nel momento presente, in ogni attimo unico e irripetibile della propria vita, si sarebbe stati in grado di operare, spesso senza avere la possibilità di porsi incertezze, di offrirsi domande. Il crimine che ella aveva commesso, dando vita a quell’incendio, avrebbe gravato su di lei per sempre, ma probabilmente, se non avesse agito in tal senso, non avrebbe avuto l’occasione di essere al tempo presente a riposo in una calda vasca interrogandosi sulla correttezza delle proprie azioni. Purtroppo, per quanto potesse giustificare il proprio comportamento, per quanto potesse riuscire a convincersi che fissarsi sul pensiero di quei fatti non potesse ormai portarle alcun beneficio, la mercenaria non avrebbe potuto evitare di ritornare con la propria mente a quel punto, a quella riflessione, dove in tale fallimento ella aveva compromesso non solo la propria missione ma anche il senso di tutto ciò che aveva compiuto nelle ultime settimane, negli ultimi mesi. Privata quale si ritrovava a essere di ogni strategia decisa, ora non avrebbe potuto esimersi dall’affrontare la decisione sulla propria prossima mossa, nonostante

MIDDA’S CHRONICLES

321

alcuni passaggi si proponessero già chiari di fronte a lei, fra i quali la restituzione del medaglione, ormai inutile e inutilizzabile, a lord Visga di Garl’Ohr, e l’ammissione del proprio insuccesso a lady Lavero di Kirsnya. Dopo di ciò, probabilmente, avrebbe fatto finalmente ritorno a Kriarya, lì riprendendo le proprie personali ricerche di informazioni sull’obiettivo prefisso, forse ricercando a tal fine il supporto di uno dei suoi più affezionati mecenati, lord Brote. Un cammino decisamente spiacevole quello che l’avrebbe riportata a casa dopo più di un anno di lontananza, non più vittoriosa e leggendaria, ma nuovamente rigettata a confronto con la propria umana fallibilità. Forse tutto ciò sarebbe potuto apparire per lei quale una lezione di umiltà, ma in quel momento il suo orgoglio era invero l’ultima fra le proprie preoccupazioni. Persa fra i propri pensieri, fra quelle amare riflessioni rese probabilmente più accettabili nel piacere di quel bagno, ella non poté comunque fare a meno di avvertire l’avvicinarsi di qualcuno alla sala da bagno in cui aveva cercato conforto. La porta, in effetti, non era serrata in alcun modo e chiunque avrebbe potuto raggiungerla senza fatica: non a caso, per questo, la sua spada bastarda giaceva appoggiata accanto alla vasca, sul suo lato sinistro, per poter essere rapidamente raggiunta dal proprio braccio e posta a propria difesa e a offesa di eventuali avversari. Ma in quel momento nessuno avrebbe potuto sapere della sua presenza in una sperduta locanda di un’anonima cittadella nella provincia di Lysiath, fatta eccezione per i suoi compagni di ventura e, per questo, senza troppo impegno, nel passo delicato, quasi felino, proposto alle sue orecchie da quel movimento, ella riconobbe Carsa. Senza neppure aprire gli occhi, attese quindi tranquilla di sentire la soglia dischiudersi, per conoscere la ragione per quale l'altra potesse essersi spinta fino a lei. Un lieve bussare sulla porta segnalò, allora, il rispetto tributatole dalla propria compagna, nel non entrare nella stanza senza il suo permesso. «Avanti…» invitò serenamente, restando a riposo nell’acqua della vasca, priva di inutili pudori che non avrebbe comunque dimostrato neanche nei confronti di un ospite maschile. Offrendo un sincero e tranquillo sorriso, Carsa si presentò sulla soglia della stanza da bagno privata dei suoi soliti abiti e altresì ricoperta da una lunga e bianca veste, sensualmente chiusa sotto ai seni da una cintola di eguale fattura e ornata nei suoi bordi da un complesso intarsio dorato. Non era ancora stata concessa a Midda la conoscenza delle ragioni in merito alla presenza di un così raffinato capo nel guardaroba di una mercenaria e, in effetti, ella non si era neanche proposta curiosa in tal senso, ma ciò nonostante, dischiudendo per un istante gli occhi di fronte a

322

Sean MacMalcom

tale abbigliamento non nuovo al suo sguardo, avendo già avuto modo in altre soste di cogliere la compagna così rivestita, ella non poté fare a meno di denotare quanto a volte l’abito potesse fare realmente la differenza al di là di eventuali considerazioni sulla superficialità dell’osservatore. Al suo sguardo, invero, una fanciulla dalla parvenza di una principessa era colei che si presentava ora, che si donava con un’eleganza, una delicatezza che sarebbero apparse assolutamente incompatibili con qualunque idea di combattente, di giovane guerriera. I capelli, quasi a risaltare tale impressione, non si offrivano legati in un’alta coda come normalmente avveniva, ma si concedevano sciolti e fluenti nella pienezza della loro lunghezza, resi lisci e ordinati da un evidente e accurato lavoro di spazzola, ondeggianti sulle spalle e dietro la schiena tatuata, in movimenti quasi ipnotici. «Come stai?» domandò la nuova arrivata con voce dolce e sensuale, naturalmente musicale e ammaliante nelle proprie note. Sorridendole appena, la Figlia di Marr’Mahew non poté evitare di riflettere su quanto poco sapesse, in realtà, nel merito dei propri compagni di ventura, di coloro a cui inevitabilmente aveva dovuto affidare la propria vita accettando di essere parte di quella squadra. Il suo carattere, decisamente riservato riguardo a ogni genere di questione passata, preferendo pensare al presente e al futuro piuttosto che restare aggrappata nel bene o nel male a un tempo sul quale non avrebbe potuto più avere possibilità di intervento, non la spingeva infatti a offrire troppe domande in tal senso. Nonostante questo, non avrebbe potuto negare un sincero interesse nel merito delle ragioni che avevano spinto Carsa a quel genere di vita anche se, probabilmente, esse si sarebbero rivelate essere quelle che accomunavano la maggior parte delle mercenarie, ossia il desiderio di preservare la propria integrità in un mondo spesso troppo crudele con le giovani donne, soprattutto quando appartenenti a ceti poveri. Una figura come quella della compagna, del resto, dimostrandosi tanto dolce, così apparentemente delicata, si sarebbe proposta come una preda troppo semplice per troppe prepotenze, per troppe violenze, se non si fosse votata al combattimento anziché ad altre occupazioni. «Sono viva.» rispose la donna guerriero, riaprendo definitivamente gli occhi e risollevandosi a sedere in una postura eretta, pur restando all'interno della tinozza, appoggiando le braccia sul bordo della stessa «Credo di poterlo considerare come un ottimo punto d’inizio, no?»

MIDDA’S CHRONICLES

323

Con un lieve e naturale ancheggiare, la giovane si accostò alla vasca, adagiando i propri glutei con grazia sulla fiancata della medesima e lasciando poi ricadere la propria mancina a sfiorare la superficie dell’acqua ormai tiepida. Il suo sguardo si soffermò per un lungo momento sulle forme della compagna, osservandola con interesse, salvo poi risalire ai suoi occhi azzurri per non porla a disagio. Midda, dal proprio punto di vista, non era nuova a simili dimostrazioni di interesse e, come per quelle maschili non si sarebbe posta peso o imbarazzo, ugualmente avrebbe compiuto nei confronti di quelle femminili: tale era il suo corpo e per alcuna ragione avrebbe dovuto provare vergogna o pudore per esso. «Siamo tutti vivi e questo, innegabilmente, è merito della tua prontezza di riflessi.» affermò Carsa, con tono tranquillo «Non devi farti una colpa per quanto è accaduto…» «Cosa è accaduto?» chiese a quel punto la mercenaria, scuotendo il capo «Intendi forse riferirti al fallimento della nostra missione oppure al fatto che una delle più grandi meraviglie realizzate dall’umanità è andata distrutta per una mia scelta?» «In merito alla seconda questione non sono assolutamente d’accordo.» replicò con aria seria «Avresti preferito sacrificare le nostre vite a quelle specie di mostri, piuttosto che agire come sei stata costretta a fare?» «La mia è stata impulsività…» si accusò Midda, storcendo le labbra verso il basso «Non mi sono concessa neanche il lusso di spendere un istante per riflettere su una qualche soluzione alternativa…» «Ascoltami.» le richiese la fanciulla «Il tuo valore è indubbio e la leggenda sul tuo nome ti precede ovunque: da cosa credi che dipenda tutto questo? E pensa prima di rispondere, perché non sono abituata a esprimere complimenti gratuiti.» Se ella non era abituata a esprimere complimenti gratuiti, la donna guerriero non era del resto abituata a piangersi addosso, nello stesso modo in cui non era solita cercare approvazione popolare nelle proprie scelte, nelle proprie azioni. Né la fama, né la gloria erano state mai da lei ricercate con le proprie azioni, con le proprie imprese, quanto altresì una riprova del tutto personale di potersi spingere sempre dove avrebbe desiderato giungere, anche se apparentemente impossibile, anche se considerato come un traguardo irraggiungibile da un comune mortale. «Sei una donna in gamba… forse una delle poche persone che ho sempre stimato, e sono sincera nel dirlo.» ammise Carsa, continuando senza attendere la risposta dell’interlocutrice «Hai abilità e, soprattutto,

324

Sean MacMalcom

hai esperienza e se, in virtù di essa, la tua mente ha deciso di agire in un certo modo, perdere tempo a addolorarsi di ciò è da stolti. E’ andato perduto un tesoro di incalcolabile valore, è vero… ma evidentemente era destino che ciò accadesse.» «Non ne sono così sicura…» fece spallucce la donna «Ma su una cosa hai ragione: è da stolti continuare a pensarci quando ormai non si può più fare nulla per rimediare a quanto compiuto.» «Questa è la Midda che ho imparato ad apprezzare!» sorrise l’altra, annuendo vistosamente «Per quanto riguarda la missione, poi, non vedo ragione di darsi per vinti. C’è stato un inconveniente, è vero, ma chi mai aveva detto che sarebbe stata un’impresa semplice? Non stiamo forse inseguendo una chimera?» Quelle parole, pronunciate in maniera del tutto tranquilla da parte di Carsa, furono altresì accolte dalla Figlia di Marr’Mahew con una reazione del tutto inattesa e inattendibile, vedendo le sue pupille prima espandersi e poi contrarsi fino quasi a scomparire all’interno delle iridi di ghiaccio. Un pensiero aveva evidentemente attraversato la mente della donna, una riflessione scatenata involontariamente da qualche termine adottato dalla controparte. Per un lungo istante ella restò come immobilizzata, congelata all’interno dell’acqua della vasca, per poi rialzarsi di colpo con un ampio sorriso, gettandosi ad abbracciare in una reazione spontanea la compagna di ventura. «Ma certo!» esclamò, quasi sbilanciando l’altra con la propria enfasi «Come ho fatto a non pensarci prima, per Thyres!» «C-cosa succede?!» domandò incerta la fanciulla, non sapendo esattamente in che modo comportarsi in quel momento. Midda, ancora sorridendo, si staccò da lei, osservandola come se fosse rinata a nuova vita: «Presto… un lungo viaggio ci attende! Dobbiamo chiamare Howe e Be’Wahr, così vi spiegherò tutto una sola volta…» aggiunse, uscendo rapidamente dalla vasca per recuperare i propri abiti e iniziare a rivestirsi ancora bagnata fradicia «Ancora non lo sai, Carsa… ma mi hai appena suggerito una grande idea!» Fra l’imbarazzo per quelle parole e l’eccitazione per il contatto appena vissuto, l’altra non poté che sorridere, mostrando una lunga fila di denti bianchi, e rispondere: «Che dire? E’ stato veramente un piacere, come neanche potresti immaginare…»

MIDDA’S CHRONICLES

325

P

er uno scherzo della sorte, o forse per una divina decisione non intelligibile a menti mortali, il ritorno di Midda alla città del peccato coincise esattamente con il giorno di Transizione fra estate e autunno, risultando in questo estremamente simbolico, anche per un luogo come Kriarya. Se, infatti, per quella particolare capitale kofreyota, né le Transizioni né il Capodanno avevano mai rappresentato qualche valore, dove la popolazione di quelle terre, in vasta maggioranza costituita da assassini, prostitute, mercenari e ladri, non aveva né avrebbe avuto alcuna ragione di onorare gli dei o, peggio, il sovrano per la stagione o l’anno appena concluso o per quelli che sarebbero presto iniziati, il proporsi del ritorno di una figura come quella della mercenaria all’interno di quelle mura in corrispondenza di quella particolare data posta fuori da ogni mese e fuori da ogni stagione, non poté essere ignorato, non poté evitare di essere letto nella metaforica chiave di un desiderio di rivalsa. Oltre un anno era trascorso dalla sua partenza da quella capitale e dalla sua particolare realtà, inversa a quella comune, eppure, in tale sovversione, quasi più comprensibile della tanto sopravvalutata vita civile, troppo ricca di ipocrisie e falsità, ormai assuefatta alle piccole e grandi malizie da considerare normale e ben accetto il peggiore degli insulti e, al contempo, da valutare come insostenibile una schietta franchezza. L’ultima volta che ella aveva fatto ritorno in Kriarya, a seguito di una missione nella palude maledetta di Grykoo, per compiere un’impresa ormai divenuta parte del mito, era stata a suo discapito coinvolta in una spiacevole faida fra i signori locali, i “nobili” di quella capitale che a differenza di qualsiasi altra città kofreyota non erano tali per meriti di sangue, quanto la propria intrinseca forza, per la capacità di controllo e gestione sull’essenza caotica di quel mondo particolare. Un mecenate conosciuto con il nome di Bugeor e il titolo di lord, aveva infatti tentato di sconvolgere gli equilibri esistenti all’interno della città, chiamando al proprio servizio gli uomini della Confraternita del Tramonto, una vasta organizzazione mercenaria operante in quasi ogni provincia di Kofreya. In contemporanea a un simile gioco di violenza e di potere, l’aspirante usurpatore aveva deciso di forzare la mano di Midda attraverso il rapimento di una giovane fanciulla, sua protetta. Con tale azione egli aveva sperato di poter sia ottenere i servigi della mercenaria allo scopo di impossessarsi attraverso di lei di una proprietà di lord Brote, uno fra i suoi principali rivali, sia mantenerla al di fuori dell’inevitabile conflitto che sarebbe scoppiano non appena le sue mire sulla capitale

326

Sean MacMalcom

fossero state rese note agli altri signori. Inevitabilmente, però, egli aveva scatenato l’esatta reazione opposta, spingendo la Figlia di Marr’Mahew non solo a un ulteriore contrasto nei suoi confronti ma, anche, a schierarsi in maniera aperta sul campo di battaglia. Ma se, da un lato, ella aveva inizialmente affiancato e anche condotto l’esercito misto formato dai mercenari agli ordini vari signori di Kriarya nello scontro armato con la rappresentanza della Confraternita del Tramonto lì stanziata, al fine di ottenere la liberazione dell’ostaggio, dall’altro lato, non aveva assolutamente gradito che il suo destino potesse essere gestito a tavolino senza porle un’interrogazione diretta, quasi ella potesse essere accomunata a una qualsiasi mercenaria, a semplice carne da macello. Pertanto, nel momento in cui la Confraternita, notando il rischio di una grave sconfitta nel confronto con lei, aveva deciso di scendere a patti concedendole la prigioniera, la donna guerriero si era tranquillamente ritirata dalla battaglia, invitando tutti i propri compagni a fare altrettanto nel descrivere come vano quello scontro. La battaglia, come ella aveva avuto modo di conoscere solo molto più tardi, si era comunque protratta e inevitabilmente conclusa con la vittoria della Confraternita ma, nonostante tale successo, lord Bugeor aveva saggiamente deciso di non osare troppo, lasciando pressoché inalterati gli equilibri della città. Nulla era pertanto effettivamente mutato all’interno di quelle mura nel corso dell’ultimo anno. In un simile contesto, dove comunque non molti si potevano presentare coloro sufficientemente in gamba da essere sopravvissuti a ben un intero ciclo di stagioni, capaci in ciò di ricordarsi con precisione il valore della mercenaria in questione, la memoria del ritiro di Midda dal campo e tutte le successive illazioni a tal riguardo si proposero con irruenza alla mente di molti abitanti della città di fronte alla sua ricomparsa, scatenando il desiderio in loro di affrontare un ipotetico mito che ai loro occhi non avrebbe potuto evitare di apparire fondato sul nulla. «Davvero non siete mai stati prima a Kriarya?!» domandò la donna verso i propri compagni, colpendo con la violenza del proprio pugno chiuso il volto di un avversario, gettatosi in sua offesa armato di una sorta di grezza scure più simile a una grossa mannaia. «Ma cosa ci trovi di così strano?» replicò Howe, parando con la propria spada l’attacco offerto da due lunghi pugnali mossi da altrettante donne, nel cercare di evitare di pensare a quanto piacenti le stesse avversarie altresì si potessero proporre. per non essere distratto

MIDDA’S CHRONICLES

327

nell’assurda confusione generata da quella situazione a metà fra la rissa e la battaglia. «A me sarebbe piaciuto venirci…» intervenne Be’Wahr, appena liberatosi da un nemico e in cerca di un altro da poter affrontare «Tu non mi hai mai voluto dare retta, ma sono sempre stato convinto che qui avremmo potuto trovare ottimi incarichi…» «Ammesso che foste sopravvissuti abbastanza a lungo da avere la possibilità di incontrare un mecenate…» commentò Carsa, roteando la propria ascia sopra il capo nell’allontanare minacciosa, in tale gesto, due giovani convinti di poter avere facile gioco con lei. «E’ un ambiente divertente, se si riesce a considerare dal verso giusto…» cercò di minimizzare Midda, scuotendo il capo e mandando nel mondo dei sogni un altro contendente «Mi raccomando, non strapazzateli troppo: sono giovani, una nuova generazione, e di certo non hanno idea preciso di coloro contro cui stanno cercando rogne…» «Ma sentitela…» sbarrò gli occhi lo shar’tiagho a quell’affermazione, per poi aggiungere con evidente sarcasmo «Da come la descrive sembra una sessione di allenamento: peccato che questa “nuova generazione” forse la pensi un po’ diversamente.» I quattro cavalieri avevano fatto appena in tempo a superare l’ingresso occidentale alla città, e i blandi controlli lì proposti dall’esercito kofreyota per scoraggiare l’eventuale intrusione di spie y’shalfiche, prima di ritrovarsi circondati da un mondo assolutamente inatteso per tutti loro a ovvia eccezione della stessa Figlia di Marr’Mahew, una realtà costituita da un’intera popolazione apparentemente più che desiderosa di strappare loro la pelle dalle membra solo per potersi vantare di aver sconfitto Midda Bontor e i suoi nuovi compagni di viaggio. Per quanto strano potesse poi sembrare, nella scelta della propria professione, sia Carsa, sia Howe e Be’Wahr avevano fin da subito ammesso di non essere mai stati in passato a Kriarya e, in virtù di questo, evidentemente troppo abituati alla vita civile, essi non poterono non restare spiazzati da una simile accoglienza. Per la loro compagna, al contrario, quella situazione non si propose come nuova, per quanto la lunga lontananza da quelle mura e le condizioni della sua ultima visita, evidentemente, stavano incitando all’azione una quantità superiore alla norma di scapestrati in cerca di guai. Sicuramente facile sarebbe stato, per il gruppetto, utilizzare le proprie armi allo scopo di terminare le vite degli avversari, oggettivamente a un livello inferiore rispetto al loro dove i migliori mercenari della città ben conoscevano Midda e non sembrarono, nonostante tutto, desiderare un confronto con lei. Ma per quanto nessuno avrebbe loro imputato colpa per

328

Sean MacMalcom

una simile strage, se anche avessero deciso di procedere seguendo la via del sangue, l’inutilità, pratica ed economica, di simili morti spinse la mercenaria a spronare i propri compagni a un comportamento più permissivo. «Ascolta… posso comprendere la volontà di non firmare subito il nostro arrivo con il sangue di questi disgraziati…» riprese la parola Carsa, cercando l’attenzione della compagna «Ma credi che continueranno ancora a lungo a piombarci addosso in questo modo?» «Dai… è quasi divertente!» si interpose il biondo, continuando a combattere con foga e trasporto, proponendosi fra loro sicuramente con il maggiore spirito di adattamento a quella situazione «E poi non avevamo mai partecipato tutti insieme a una bella rissa…» «Ricordami di spiegarti meglio la differenza fra rissa, battaglia e guerra in un momento di tranquillità.» lo zittì il fratello, improvvisando poi l’offerta di una capocciata contro il volto di una delle due precedenti avversarie, ritornata alla carica «Scusa la mossa, dolcezza…» aggiunse, poi, verso la medesima «Spero di non averti fatto troppo male, perché sei un bocconcino davvero niente male.» «Howe… ma ti sembra il momento di mettersi a civettare?» lo rimproverò Carsa, nel mentre in cui il suo ginocchio venne condotto a impattare con forza in opposizione ai genitali di un avversario, sgranando appena gli occhi all’ultima frase che il compagno aveva rivolto in direzione di una nemica. «Visto che sto rischiando la pelle, almeno lasciami la possibilità di guadagnarci qualcosa…» rispose semplicemente lo shar’tiagho, sorridendo «Chi può dire che il mio affermato fascino non possa conquistare qualcuna di queste dolci fanciulle?» Ovviamente alcuna fra le avversarie loro proposte si concedeva quale intenzionata a farsi conquistare dal presunto fascino tanto proclamato dall’uomo: al contrario, proprio verso di lui sembravano rivolgere la maggior parte delle proprie offese, forse giudicandolo all’interno di quel gruppo come l’avversario più vicino alle loro possibilità di vittoria. In effetti, nel proprio aspetto alto e slanciato, Howe era spesso erroneamente giudicato quale gracile, debole, dimostrandosi poi al contrario dotato di un’agilità e di una capacità guerriera invidiabile dai più. Probabilmente ingannate da tale aspetto, pertanto, erano tutte coloro che a lui tentavano di recare attacco, fallendo di volta in volta in maniera decisamente misera. Contro Midda e Carsa, altresì, si presentavano quasi esclusivamente uomini di dimensioni più o meno variabili, accomunati da un improponibile rapporto fra la circonferenza del collo, estremamente vasta,

MIDDA’S CHRONICLES

329

e quella del cranio, estremamente ridotta, a semplice esempio di un’assoluta e mostruosa sproporzione di enormi bicipiti, tricipiti, addominali, pettorali e così via discorrendo nel completare un lungo elenco di umana muscolatura. Nessuno fra essi, in verità, si sarebbe mai offerto quale un combattente del loro livello, dove sarebbero stati sicuramente meglio impiegabili in una miniera piuttosto che su un campo di battaglia. Del resto i passati e le precedenti esperienze professionali di quegli uomini, probabilmente, non si distaccavano molto da quell’ipotesi, laddove il cammino verso la professione mercenaria, a qualsiasi livello essa si fosse proposta, era stato molto probabilmente da loro intrapreso nella speranza di riscatto sociale. Tanti muscoli, quindi, per una forza fisica potenzialmente dirompente che avrebbe potuto spezzare ogni avversario se fosse stata impiegata insieme a un cervello utile a gestire tale energia: purtroppo per loro, invece, in quel caso tutta la propria virilità nulla poté in opposizione alle due donne, le quali avendo fatto della lotta e della guerra la propria vita, si offrirono sfrenate e irrefrenabili, capaci non solo di tenere loro testa senza fatica, ma anche di renderli inoffensivi senza neppure privarli della vita. Be’Wahr, paradossalmente, a differenza dei propri compagni si era ritrovato a dover insistere con forza per riuscire a ingaggiare uno scontro. Capace di incutere maggiore soggezione rispetto al fratello, probabilmente anche in virtù della scelta particolare della propria arma, una lama più simile a quella di un grosso coltello che a quella di una spada, e del proprio abbigliamento, nel presentare il proprio corpo avvolto da molteplici strati di bende a celare una folta presenza di tatuaggi che non desiderava rendere pubblici, egli non riusciva evidentemente ad attirare la belligerante attenzione dei propri avversari, dovendo pertanto porsi in prima persona a cercarne la presenza. «Comunque…» intervenne Midda, a recuperare il discorso lasciato in sospeso con la domanda della compagna a lei rivolta «Non porti preoccupazioni: vedrai che ben presto comprenderanno di non avere speranze contro di noi e si ritireranno prima di rischiare più del dovuto…» «Lì giudichi tanto vili?» domandò il biondo, quasi deluso da quell’affermazione, guardandosi attorno alla ricerca di un nuovo obiettivo. «Non vili… semplicemente opportunisti.» rispose ella, piegandosi in avanti e spingendo, in un gesto apparentemente distratto e naturale, il proprio tallone verso l’indietro, indirizzandolo al collo di un ennesimo sfidante, nel colpirlo in tal modo con forza prima che egli potesse concludere la propria carica verso di lei «Ci stanno attaccando unicamente

330

Sean MacMalcom

perché sperano di trovare profitto nella nostra sconfitta: nel momento in cui arriveranno a maturare la consapevolezza che solo le loro vite stanno venendo poste in discussione in questo momento, decideranno di lasciar perdere ogni desiderio di scontro.» «Tutto questo per profitto?!» chiese con aria stupita Carsa, dimostrando uno sconcerto quasi innaturale o, forse, ipocrita, nel considerare la sua stessa professione. «E’ questo alla base della vita in Kriarya.» sorrise la Figlia di Marr’Mahew «La pura e semplice ricerca di ricchezza e potere, non diversamente dal resto del mondo, ma privato della maschera offerta da falsi principi morali, dalla dissimulata bigotteria dietro alla quale tutti normalmente preferiscono celare i propri veri intenti, per sembrare migliori di ciò che in effetti sono.» «Non ti si può offrire torto…» non poté fare a meno di ammettere Howe, storcendo le labbra a quelle parole così severe eppure ineccepibili. Proseguire ulteriori discorsi, per i quattro cavalieri, non fu semplice, in quanto nella rabbia crescente da parte dei propri avversari, l’aria si saturò ben presto di grida e invettive di ogni genere, maledizioni contro di loro e blasfemie verso ogni divinità per la dura lezioni che stava venendo imposta a chi aveva sperato di trasformarli in semplici prede. Non tardi, però, anche il fiato per tanta ira iniziò a venir meno, insieme alle forze necessarie per rialzarsi dopo ogni colpo subito, dopo ogni attacco ricevuto e, come previsto dalla donna guerriero, alla fine nessuno ebbe più desiderio di trovare nuovo scontro, cercando rifugio nella folla onnipresente di spettatori attorno a loro oppure restando semplicemente a terra, per non rischiare ulteriori confronti. Solo un lieve strato di sudore fu quanto i membri di quella piccola compagnia accumularono in conseguenza di quell’incontro, guadagnando nel medesimo una rapida diffusione della propria nomea all’interno della città. Invero quasi nessuno degli abitanti della capitale lì presenti aveva avuto modo di riconoscere i tre nuovi volti, ma questo non avrebbe impedito alla notizia di essere trasmessa e raggiungere ogni orecchio. In virtù di quanto avvenuto nell’incontro con il comitato di benvenuto, l’interesse che essi avevano attratto su di sé non avrebbe mancato di renderli maggiormente esposti al pubblico per almeno un paio di giorni: entro tale limite temporale, oltre il quale sarebbero stati poi rapidamente dimenticati, essi avrebbero potuto altresì incappare in molte diverse occasioni di scontro non dissimili da quella, sia per mano di coloro già affrontati in cerca di un riscatto personale, sia di altri sfidanti, mercenari più o meno valenti, desiderosi di confrontarsi con coloro che si erano proposti degni di affiancare Midda e, perciò, sicuramente in grado di

MIDDA’S CHRONICLES

331

accrescere il prestigio personale di chiunque fosse stato capace di abbatterli. «Abbiamo già finito?!» si espresse con evidente retorica Be’Wahr, dimostrando comunque una chiara delusione nel proprio tono di voce per quello scontro prematuramente terminato «Stavo giusto iniziando a divertirmi…» «Entro stasera vedrai che avrai nuove occasioni per scaldarti i muscoli…» sorrise Midda, nel rivolgersi a lui, sistemandosi i capelli dietro le orecchie. La donna guerriero, a differenza dei propri compagni di ventura, in quella rissa non aveva neppure estratto la propria spada, non giudicando alcuno fra i contendenti propostisi di fronte a lei degni di poter richiedere da parte sua un tale interesse, una simile attenzione. L’intero combattimento era stato pertanto condotto a mani nude, dove comunque difficile sarebbe stato giudicarla disarmata nell’ovvia onnipresenza del suo braccio destro in nero metallo dai rossi riflessi. «Per Lohr… ora inizio a comprendere come sei divenuta ciò che sei…» commentò Howe, aggrottando la fronte «Anche Gorthia, con tutti i suoi integralismi religiosi, sembra una terra accogliente rispetto a quanto presentato all’interno di queste mura…» «Ne sei proprio sicuro?» lo stuzzicò con malizia la mercenaria, indicando appena con un cenno del capo un gruppo di prostitute in chiara evidenza posto non lontano da loro. «Ecco…» replicò l’uomo, cogliendo immediatamente quel suggerimento «Diciamo che se vi ricorderete di passarmi a prendere prima di ripartire, io potrei fermarmi qui…» continuò sorridendo, mentre i suoi occhi sembrarono illuminarsi a quella vista «Se poi vi dimenticherete di me, penso che non vi offrirò alcuna colpa dall’alto della mia bontà d’animo…» concluse, iniziando ad accennare un paio di passi nella direzione mostratagli. Ma fu proprio Midda, dopo essersi fatta giocoso scherno del compagno indicandogli le prostitute, colei che ne arrestò il cammino, agguantandolo per la casacca prima che si potesse allontanare troppo. «Fermo…» lo richiamò, con tono più serio «Ricordati che in questa città tutto ha un prezzo e per uno straniero spingersi a cercare il costoso abbraccio delle meretrici locali potrebbe essere un gesto estremamente insano…»

332

Sean MacMalcom

«Avanti…» invitò serenamente, restando a riposo nell’acqua della vasca, priva di inutili pudori…

MIDDA’S CHRONICLES

333

«Credo di essere sufficientemente adulto per poter prendere la decisione di correre un rischio se lo considero accettabile, no?» si lamentò l’uomo, storcendo le labbra ma fermandosi alla richiesta di lei «E poi hai visto cosa abbiamo appena fatto? Non credo che…» «E’ proprio ciò che non credi che potrebbe danneggiarti.» commentò ella, con un accenno di dolce premura nella voce «Conosco bene Kriarya e i suoi pericoli e se ti dico che è meglio evitare… evita. Poi se i tuoi bollenti spiriti necessiteranno di una femminile compagnia per le notti che trascorreremo fra queste mura, vedremo di sopperire anche in tal senso, rivolgendoci a fonti fidate.» A quelle parole Howe non poté che concedere un sorriso di soddisfazione, affiancato in maniera quasi naturale da Be’Wahr che, pur concedendo meno appariscenza ai propri desideri rispetto al fratello, ne condivideva pienamente i bisogni. «Ecco una cosa che adoro in te…» ammise lo shar’tiagho, mostrando una lunga fila di denti chiari «La tua perenne e assoluta organizzazione: sai sempre cosa fare e dire al momento giusto… è un’ottima qualità.» Inarcando un sopracciglio e scuotendo il capo, fu Carsa a intervenire per cercare di riportare il discorso verso temi più seri: «Allora… quando pensi di condurci da questo lord Brote?» Nel mentre di quel breve dialogo fra i quattro cavalieri, la vita attorno a loro era ripresa imperturbata e imperturbabile per le vie della città del peccato, dove quanto accaduto, lo scontro appena concluso, nulla di nuovo o inatteso aveva proposto allo sguardo di coloro che lì abitavano. Furti, uccisioni e stupri erano realtà assolutamente quotidiane in quelle vie e chi fra di esse aveva accettato di cercare un senso alla propria vita ben presto aveva dovuto anche confrontarsi con le stesse per non esserne vittima. «Ogni cosa a suo tempo…» le rispose Midda, considerando chiusa la discussione con i due compagni «E’ meglio concederci una notte di riposo e agire di prima mattina piuttosto che correre rischi imponendoci eccessiva fretta…» «Così parlo colei che interruppe il proprio bagno per ripartire rapidamente nell’inseguire un’idea estemporanea…» denotò con sarcasmo l’altra, trattenendo una breve risata. Lord Brote. Come pronunciato da Carsa, tale era l’obiettivo che aveva spinto la Figlia di Marr’Mahew a condurre la squadra, di cui era parte per

334

Sean MacMalcom

il corso di quella missione, fino a quella capitale della perdizione, nella consapevolezza di come egli possedesse una chiave, prima non presa in considerazione, utile a giungere alla risoluzione dell’enigma proposto loro nella ricerca della corona perduta. Da oltre un anno, dalla propria partenza da Kriarya, ella non aveva avuto modo di incontrare il proprio mecenate, di lavorare al suo servizio, ma i rapporti fra loro, era certa, non si sarebbero proposti diversi da quelli a cui era abituata. Midda era sempre stata il tesoro più prezioso fra tutti quelli che il signore in questione poteva farsi fregio di possedere e, anzi, nell’evidenza che i propri diritti sulla donna non sarebbero mai stati realmente assoluti, egli non mancava di proporre un’unione coniugale alla propria mercenaria a ogni occasione possibile, conscio di quanto il proprio potere, già forte e radicato nella città, sarebbe potuto essere decuplicato in virtù di una simile e definitiva alleanza. Naturalmente, la donna guerriero non aveva mai avuto interesse alcuno a vincolarsi in tal modo a lui, oltre a non aver avuto neppure sentimenti di sorta nei suoi confronti se tali sarebbero potuti essere in qualche modo influenti in tal senso. Ciò nonostante il rapporto con il proprio principale mecenate si era sempre offerto proficuo per entrambe le parti, assicurando a lei una fonte di guadagno e di avventure praticamente illimitata e a lui una fonte di potere, a diversi livelli, apparentemente inesauribile. Nel rispetto di regole non scritte all’interno di quelle mura, la donna non aveva alcun dubbio sul fatto che, entro poche ore, la notizia del suo ritorno si sarebbe sparsa fino ai livelli più alti delle smisurate torri erette nello stile kofreyota lì vigente, con forme alte e geometriche che al cielo sembravano voler offrire le proprie bramose mire, e proprio per tale ragione ella preferiva attendere con tranquillità il giorno seguente, concedendo in tal periodo possibilità al proprio mecenate di apprendere simile novella e di porsi in sua attesa, per la visita che usualmente avveniva al mattino seguente di ogni suo ritorno nella capitale. «Comunque non vi condurrò alla dimora di Brote.» sottolineò la mercenaria nel riprendere il proprio cammino, rivolgendosi ai tre compagni e in particolare a Carsa, che con simili parole si era espressa poc’anzi «Nessun mecenate di questa città accetterebbe la presenza di mercenari stranieri al proprio cospetto… per ovvie ragioni di sicurezza.» «Inizio a pensare che la cattiva fama di questa capitale non sia poi così immeritata…» commentò l’altra, storcendo le labbra. Sebbene in Midda fossero chiare le regole comportamentali della città del peccato, sebbene sapesse quanto negativo sarebbe potuto essere mostrarsi troppo tranquilla in opposizione a una folla di potenziali

MIDDA’S CHRONICLES

335

avversari desiderosi di arricchire la propria fama a sue spese, in quel momento un sentimento più forte di quello che avrebbe voluto ammettere la stava dominando, nel poter nuovamente essere parte di quel mondo da cui si era, troppo a lungo, allontanata. Assurdo sarebbe sicuramente apparso dal punto di vista di un osservatore esterno, ma per la mercenaria lo stile di vita lì esistente era quanto di più affine al proprio animo riuscisse a sentire, nel confronto con ogni altro luogo del mondo in cui aveva vissuto o era comunque soggiornata per qualche tempo. Lì ogni elemento, azione, pensiero, sguardo, postura si proponeva a lei come perfettamente decifrabile, come univocamente interpretabile, privo di ambiguità al contrario di quanto, altresì, sentiva di trovare presso altre realtà, presso diversi insediamenti umani. Lì ella poteva essere per ciò che era, per ciò che aveva deciso di essere, senza per questo venir pregiudicata. Lì ella poteva impiegarsi nel lavoro a cui si era votata senza per questo essere discriminata. Nel mondo esterno a quei geometrici confini, seppur corrotto non meno di Kriarya, il falso perbenismo le imputava e le avrebbe sempre imputato accuse, colpe, condanne che non le erano proprie, che non sapeva riconoscere come appartenenti a sé, nell’ipocrisia che mistificava la natura mercenaria di ogni mestiere nobilitandola al di sopra del dovuto. Perché ella avrebbe mai dovuto essere considerata peggiore di un artigiano? Un mastro vasaio avrebbe forse impiegato ugualmente le proprie energie e il proprio talento nel plasmare l’argilla sapendo che ciò non gli avrebbe permesso di portare del pane sulla propria tavola? Un fabbro avrebbe forse donato allo stesso modo il proprio tempo e il sudore della propria fronte nel forgiare una spada, sapendo che ciò a nulla sarebbe valso per assicurargli possibilità di sopravvivenza? Ella in nulla era o si sentiva diversa da un mastro vasaio, da un fabbro, offrendo la propria abilità e le proprie forze per il compimento di un incarico, di una missione assegnatale: ciò nonostante, lo stesso mondo al di fuori di quelle mura che era pronto a ricattarla pur di assicurarsi i suoi servigi, era anche pronto a condannarla per le sue azioni, per la sua professione considerata così infima e priva di ogni onore o valore. «Ora dove stiamo andando?» chiese con curiosità Be’Wahr, osservandosi, in opposizione a simile sfiducia, attorno con vero e proprio interesse. «A cercare alloggio per la notte…» sorrise Midda. Pur tentando di imporsi di ritornare a una postura, a un’espressione più consona con quella richiesta da Kriarya, la mente della donna non poté evitare di correre al pensiero della loro attuale e prossima meta, al

336

Sean MacMalcom

pensiero della locanda in cui sapeva sarebbero potuti essere ospitati per tutta la durata del loro soggiorno, in cui sapeva, ancor più, che una stanza era già in sua attesa, nonostante da oltre un anno ella non si fosse più lì proposta e nonostante alcun preavviso del suo ritorno avesse concesso. Tale era casa sua ed entro quelle mura avrebbe sempre potuto essere ben accolta solo in virtù della propria stessa presenza, senza ulteriori questioni, domande o imposizioni.

rpeggiando con i raggi del sole, la lama dagli azzurri riflessi della spada di Midda venne condotta in una serie di rotazioni da una mano più sapiente di quello che molti avrebbero potuto credere, che ne volle saggiare il peso, l’equilibrio, la forza. L’ultima volta che Be’Sihl, il locandiere, aveva avuto modo di incontrare la sua amica, ella era in possesso di un’arma pur simile a quella, ma di fattura decisamente inferiore, frutto di un lavoro difficilmente paragonabile a quello posto in essere dalle mani del fabbro di Konyso’M nel plasmare quell’innegabile opera d’arte.

A

«Non credo che il destino avrebbe potuto concederti una spada migliore di questa…» commentò egli, lasciando adagiare con delicatezza l'arma sul proprio bancone. Una nuova mattina era ormai giunta e, quasi nell’adempimento di un rito, l’uomo e la donna si erano ritrovati soli nella sala principale del locale, a scambiare qualche parola in tranquillità, prima che ella si potesse dirigere dal proprio mecenate. Sebbene dal loro ultimo incontro un altro anno si fosse posato sulle loro spalle, già decisamente mature nella comune aspettativa di vita in quel loro folle mondo, nulla sembrava essere cambiato fra loro e, quasi in conseguenza di una specie di magia, tutto quello che era accaduto in quegli ultimi dodici mesi era apparso come non essere mai successo, come se quella mattina fosse ancora la stessa del ritorno della mercenaria dalla palude di Grykoo. «Sono concorde…» sorrise ella, osservando con intensità il proprio interlocutore, nell’assaporare con lentezza la colazione da lui predisposta unicamente per lei, come sempre simile a un capolavoro da osservare più che a una pietanza da assaporare.

MIDDA’S CHRONICLES

337

Il giorno precedente, sia nella presenza di troppa gente da seguire all’interno del locale, sia nella presenza dei nuovi e temporanei compagni di ventura di Midda, ella stessa e Be’Sihl non avevano avuto modo di potersi confrontare sull’anno appena trascorso e durante la notte, per la Figlia di Marr’Mahew trascorsa come sempre nella propria stanza dopo aver lì goduto di un lungo e rigenerante bagno, ella non aveva potuto fare a meno di rendersi conto di quanto, altresì, le cose sarebbero potute cambiare. La vita che aveva deciso di condurre, da sempre, portava la donna guerriero ad affrontare lunghi viaggi, a salutare le persone a lei vicine come se le avesse potute rivedere il giorno dopo pur ignorando se e quando mai avrebbe in effetti avuto l’occasione di rincontrarle. Così era stato con Salge, così era stato con Ma’Vret, così era stato con ogni uomo che a lei si fosse mai avvicinato in un ruolo di amico o di amante, e così, inevitabilmente, era stato anche con Be’Sihl. Da un anno non aveva avuto occasione di rincontrarlo e un quel lungo periodo egli sarebbe potuto essere morto, avrebbe potuto decidere di lasciare per sempre Kriarya, oppure avrebbe anche potuto prendere in ipotesi l’idea di una famiglia, offrendosi ora al suo sguardo con una compagna e, magari, con dei figli. Tutto ciò non era però accaduto e, ancora una volta, egli ed ella si potevano ritrovare a discorrere tranquilli, a scherzare allegramente, come se il mondo attorno a loro fosse sempre eguale, immutabile, ed essi stessi, all’interno di un tale contesto, non potessero mai risentire degli effetti del tempo. «Spero che i tuoi colleghi potranno ritenersi soddisfatti della compagnia che ho fornito loro per questa notte.» aggiunse poi il locandiere «Del resto non conoscendo i loro gusti…» «Oh… non ti preoccupare.» rispose la donna, scuotendo il capo e, con esso, i propri capelli corvini «Sono certa che nessuno di loro avrà di che lamentarsi. Io però potrei avere delle rimostranze a tal riguardo…» aggiunse poi, con una nota di malizia nella voce. «Tu?!» aggrottò la fronte l’uomo, osservandola «Ma se hai dormito da sola…» «Appunto.» lo punzecchiò, scherzando come erano soliti fare da sempre «Non ti vergogni di avermi lasciata sola e ignuda come una vergine innocente offerta sull’altare di un culto malvagio?» Sebbene il loro rapporto non avesse mai superato i limiti dell’amicizia, almeno in passato, quel genere di battute non erano mai mancate e, probabilmente, mai sarebbero mancate. Il loro era un malizioso gioco di complicità, condotto fra due persone adulte e mature che se avessero

338

Sean MacMalcom

deciso di spingersi oltre, di certo non avrebbero trovato ostacoli nel farlo, ma che, forse, temevano di poter rovinare qualcosa fra loro nel compiere una simile scelta. «Vada per “sola” e “ignuda”… ma “vergine” e “innocente”?» insistette egli, inarcando un sopraciglio oltre a continuare a presentare la fronte già aggrottata. «Tsk… uomini…» si finse offesa ella, distogliendo lo sguardo e levando il capo verso l’alto «I soliti sputasentenze: solo perché una fanciulla si ritrova portatrice di un prosperoso seno subito siete pronti a additarla…» commentò poi, stringendo le spalle per spingere in tal gesto i propri seni in avanti, quasi a volerli mostrare ancor più floridi di quanto già non fossero «… ma io so che, in realtà, i giudizi che nessuno di voi è abbastanza sincero da ammettere sono ben diversi!» Forse il timore di veder distrutto il loro rapporto era, in effetti, più in Midda che nel suo interlocutore: dovendo essere sincera con se stessa, ella non avrebbe potuto considerarsi quale il prototipo della perfetta compagna, dove per quanto i propri sentimenti potessero essere intensi e puri quando rivolti a un proprio amante, qualcosa irrimediabilmente la spingeva poi ad allontanarsi da lui, a porre distanza fra loro, scomparendo senza apparenti remore per anni se non addirittura decenni. Ed, egoisticamente, ella non voleva rischiare di dover rinunciare alla presenza di Be’Sihl nella propria vita per così tanto tempo o, peggio, di non potersi più sentire serena in Kriarya come, effettivamente, riusciva a essere. Era troppo affezionata a quella locanda, alla sua camera, al suo locandiere, per rischiare di mandare tutto all’aria in conseguenza del proprio pessimo carattere nelle vicende sentimentali. «Ti diverti a giocare con il fuoco, vero?» riprese l’uomo, asciugandosi le mani su uno strofinaccio e piegandosi verso di lei sul bancone, a ridurre la distanza fra loro. «Se il tuo secondo nome è “fuoco”… sì.» sorrise la donna, tornando a guardarlo sorniona «Pensa che avevo anche lasciato la porta aperta per te…» sospirò con tanta enfasi da apparire quasi grottesca «Ma si vede che ormai le mie grazie, non più adolescenziali, non riescono ad attirare l’interesse maschile…» «Ahh… comprendo.» commentò egli, annuendo con partecipe aria grave «Vuoi che mandi a chiamare i sei che hai steso ieri sera, per sapere la loro opinione a tal riguardo?» aggiunse poi, riferendosi ai membri di un gruppetto che, avendo esagerato con il vino, avevano poi trovato il coraggio e l’incoscienza di offrirsi in modo un po’ troppo insistente nei

MIDDA’S CHRONICLES

339

riguardi della donna, pagandone poi le dovute conseguenze «Per la cronaca a due di loro hai anche spezzato i gomiti.» «Io ti parlo di uomini e tu mi rispondi con il ricordo di un gruppo di mocciosi?» «Duecentosessanta libbre cadauno, quei “mocciosi”…» ridacchiò il locandiere. «Sempre di mocciosi si tratta.» sbuffò la mercenaria «Non era di certo per loro che ho lasciato aperta la porta…» «Stai forse cercando di sedurmi, Midda Bontor?» domandò egli, spingendosi maggiormente verso di lei, verso gli occhi azzurro ghiaccio in cui avrebbe sicuramente amato perdersi per sempre. «La vera domanda è un’altra…» sussurrò ella, osservandolo con intensità e avvicinandosi a sua volta all’interlocutore «… ci sto riuscendo, Be’Sihl Ahvn-Qa?» Intenso e apparentemente infinito fu l’istante in cui i due restarono così vicini, viso a viso, dimostrando la stessa concentrazione e la stessa passione che, probabilmente, sarebbe stata posta in un duello all’ultimo sangue, in una battaglia per la vita fra due indomiti guerrieri. Facile sarebbe stato per entrambi concludere nella maniera più ovvia quel momento, coprendo la breve distanza che separava le loro labbra, cedendo finalmente a quel desiderio che, probabilmente, non era mai mancato in loro. Purtroppo, però, essi si ritrovarono legati da troppi pensieri, da troppi timori, da troppe incertezze, nell’incognita chiamata futuro a cui permettevano di essere eccessivamente opprimente sul loro presente, al punto tale da rendere quella soluzione così semplice, così naturale, quale la più complicata da intraprendere. «Fin dal primo giorno.» Poche semplici parole pronunciate con un dolce e malinconico sorriso sulle labbra furono quelle che egli le dedicò in risposta, tirandosi lentamente indietro, obbligandosi a non concludere quanto iniziato, come molte volte già aveva fatto in passato. Il gioco, invero, stava rischiando per l’ennesima volta di superare i propri limiti e, se ciò fosse avvenuto tutto, quello che fino a quel momento avevano faticato a costruire si sarebbe infranto con violenza contro l’impossibilità a mantenere una relazione. Certamente, egli avrebbe potuto approfittare di quell’attimo fuggevole, di quel momento fugace per cogliere quanto offertogli dal destino, per trovare l’amore fra le sue braccia, contro le sue labbra, come chiunque del resto lo avrebbe incitato a fare nel non dimostrarsi tanto stolido da perdere una simile occasione, ma

340

Sean MacMalcom

non era quello ciò che egli desiderava. Non voleva accontentarsi di così poco, laddove quel “poco” per molti altri sarebbe stato “tutto”: egli si sentiva egoisticamente legato a lei più di quanto sapeva che gli dei gli avrebbero mai permesso di poter realmente essere e, in virtù di tale sentimento, l’idea di accontentarsi non lo attraeva, neppure nella prospettiva di poter comunque, per breve tempo, vedere il rapporto con lei esteso a un livello superiore. L’amore di una notte, la passione di un momento, non gli era e non gli sarebbe mai mancata in molte altre compagne, in diverse amanti: quello, però, non era ciò che cercava in lei. Con Midda voleva continuare a mirare molto più in alto, a cercare molto di più, ambendo a lei come a un sogno, forse irrealizzabile o… forse no. «Sono proprio una cattiva ragazza…» Sarebbe stata questione di un attimo, un movimento rapido e fugace, quello che a lei sarebbe stato richiesto per trarre nuovamente a sé l’uomo, per impedirgli quella fuga che ella non desiderava e sapeva perfettamente non essere desiderata neanche da lui. Non sarebbe stata la prima volta in cui avrebbe del resto agito in tal senso con un proprio compagno, prendendo con forza le redini del proprio destino, dimostrando quella capacità decisionale che, forse in conseguenza di una soggezione psicologica conseguente alla sua fama, li rallentava, li frenava in quel frangente. Ma agire in tal senso che conseguenze avrebbe comportato per lei, in quel preciso momento? Che benefici le avrebbe offerto, con quella specifica persona? Già troppi amanti aveva abbandonato e avrebbe abbandonato in futuro, già troppi legami fisici e sentimentali aveva visto terminare con il fuoco di una pira funebre, spesso proprio in conseguenza delle sue azioni, delle sue scelte di vita, come era accaduto, ultimo fra tutti, a Salge: aggiungere un nuovo nome alla sua lista quale significato avrebbe avuto, soprattutto dove, per far ciò, avrebbe dovuto perdere un amico, un confidente fedele, una preziosa risorsa, forse l’unica famiglia che, invero, le fosse ormai rimasta in quel mondo folle? Quale egoismo in lei era quello da considerare realmente negativo, quello sbagliato che avrebbe dovuto ignorare: il sentimento che le chiedeva di completare quel bacio, di trarre a sé quell’uomo a cui da troppi anni si era legata e che pur, ancora, non aveva pienamente amato; oppure il sentimento che la bloccava, non volendole far perdere le poche certezze della propria vita che attraverso di lui sapeva di avere?

MIDDA’S CHRONICLES

341

Dopo un lungo momento di silenzio, fu Be’Sihl a riprendere parola: «Partirai presto?» le chiese, spostandosi per scegliere della frutta da offrirle, nel suo solito desiderio di non farne mai mancare nella dieta della donna, almeno fino a quando il potere decisionale in merito a essa gli fosse stato consentito, come in quei momenti. «Inevitabilmente…» commentò ella, con tono ora serio «Purtroppo, come ti accennavo, siamo qui solo di passaggio. Ma tornerò non appena la missione sarà conclusa…» «Ti ho mai detto che non sei assolutamente capace di mentire?» sorrise egli, scuotendo il capo e tornando da lei. «Cosa intendi?» domandò la mercenaria, aggrottando la fronte nel non riuscire a comprenderlo. «Sappiamo entrambi che non sei capace di restare tranquilla.» la punzecchiò il locandiere, sornione «Anche ammesso che tu non abbia già in mente un nuovo incarico da accettare al termine di questo, una nuova spericolata avventura da intraprendere alla conclusione dell’attuale, sarà il fato a importi altre sfide, altre prove, che ti terranno ancora a lungo lontana da qui…» «Forse…» rispose in maniera criptica «Ma se anche così fosse, comunque, io supererei ogni ostacolo, ogni limite impostomi, per poter fare ritorno, come ho fatto questa volta, come ho fatto ogni volta.» Pronunciando quelle specifiche parole, Midda valutò di aver ancora compiuto la scelta migliore, di aver nuovamente agito nel perseguire la via più giusta, per quanto comunque egoistica. Quella realtà, quel teorema appena enunciato, che volesse ammetterlo nel proprio animo o no, era forse una delle poche sicurezze che era riuscita negli ultimi anni a ricavare per se stessa, forse immeritata, forse per semplice caso, ma a cui sentiva di non voler assolutamente rinunciare. Il ritorno a Kriarya, in quest’ultima attuale occasione, non era stato in conseguenza della conclusione di un incarico, di una missione, ma nel desiderio altresì di poterne condurre una a termine: eppure, anche solo in una sì fugace prospettiva di permanenza, ella aveva sentito il proprio animo colmarsi di serenità all’idea di rientrare alla città del peccato, entro le mura in cui alcuna persona comune avrebbe mai voluto superare, e non voleva rinunciare assolutamente a quella sensazione di pace come altrimenti sarebbe avvenuto se avesse rovinato il suo rapporto con Be’Sihl, se avesse compromesso il meraviglioso equilibrio attualmente esistente. «Dicono che, nonostante il governo kofreyota continui a offrire assicurazioni sulle vittorie riportate al fronte, la guerra con Y’Shalf inizi a volgere al peggio…» affermò con fittizia tranquillità l’uomo, cambiando

342

Sean MacMalcom

apparentemente tema di discussione. «Le voci sulla guerra sono sempre ambigue…» replicò ella, alzando e riabbassando le spalle con noncuranza «Ricordo come, nei mesi in cui anche io vi partecipai, ogni giorno veniva annunciato come il conclusivo, nel bene o nel male.» «Innegabile è come questa guerra stia perdurando da troppo tempo…» sottolineò il locandiere «Ormai le parti in gioco iniziano a essere stanche e logore e se da un lato, qualcuno spera per Kofreya in un’alleanza con Gorthia, dall’altro vi è la forte possibilità che Y’Shalf ottenga, prima di noi, rinforzi maggiori…» «Non ti ho mai sentito così interessato all’argomento…» sorrise la mercenaria, cercando di minimizzare la questione. «L’argomento mi interessa in modo del tutto relativo…» negò l’uomo, scuotendo il capo «Se davvero Y’Shalf dovesse avere la meglio, la provincia di Kriarya sarebbe la prima a soccombere e, nonostante tutti i tuoi sforzi per tornare a questa dimora, tutti noi potremmo non essere più, al termine delle tue nuove imprese…» Un istante di silenzio seguì quelle parole, pronunciate con un’amarezza tale nella voce da far pentire la donna guerriero della scelta compiuta, del distacco forzato da lui: non desiderava perderlo in conseguenza delle proprie azioni, ma anche l’idea di una simile conclusione al loro rapporto, in tal modo, non la entusiasmava. Più semplice della caduta di Kriarya sotto l’assalto di Y’Shalf, a impedire il suo ritorno a casa sarebbe potuta essere l’eventualità di una sua personale sconfitta: per quanto infatti potesse spesso apparire invincibile, irrefrenabile, agli occhi dei suoi avversari o dei suoi compagni, ella non era solita negarsi simile possibilità, nel desiderio di non sottovalutare l’ipotesi di non riuscire a riportare sempre a casa la propria candida pelle, umana e mortale quale era e quale sempre sarebbe rimasta. In tal caso, nell’occasione della propria morte, ella non avrebbe invero più avuto ragioni di sofferenza, di rimpianti, sempre da un punto di vista estremamente egoistico, giungendo a quella particolare condizione di assoluta indifferenza verso il mondo intero che solo ai trapassati poteva essere concessa: nel caso opposto, però, come avrebbe potuto affrontare la morte di Be’Sihl? La memoria di quell'uomo, in una simile tragedia, sarebbe comunque gravata su di lei al pari di tutti gli altri, risultando probabilmente anche enfatizzata dal rimpianto di tutto ciò che avrebbe potuto essere fra loro e non sarebbe mai potuto divenire nelle remore, negli stupidi freni che aveva concesso al proprio animo, al proprio cuore nei suoi confronti.

MIDDA’S CHRONICLES

511

Trent’anni dopo
nche quella sera, i due gemelli non dimostrarono la benché minima intenzione a prendere facilmente sonno. Non che entrambi avessero mai dato atto di simile propensione, nella loro seppur finora breve esistenza. Da quando erano nati, infatti, imporre la quiete su entrambi era stata sempre un’impresa tutt’altro che banale, divenuta praticamente impossibile dal giorno in cui avevano mostrato di essere in grado di parlare, di farsi comprendere non più a versi scomposti ma esprimendo chiari concetti verbali, dando così spazio alle proprie idee, alle proprie opinioni e, soprattutto, ai propri desideri. Ogni sera, pertanto, diveniva un appuntamento utile a tentare di portare sulla soglia della pazzia innanzitutto i loro due genitori e, immancabilmente, la loro unica nonna, quando questi stessi decidevano, stolidamente, di impegnarsi nel vano tentativo di convincere i pargoli a addormentarsi, piegando il capo sul cuscino e lasciandosi accogliere fra le braccia di Emdara, dea del riposo.

A

«Mamma… Ma-a-am-m-ma…» gridarono, all’unisono, invocando il nome materno ma cercando, in verità, di attirare l’attenzione di chiunque si fosse prestato a rispondere loro, quasi simile coppia di sillabe potesse essere un richiamo universale. Inutile era risultato lasciarli soli nella propria stanza, nella quiete delle tenebre appena interrotte dal lieve bagliore di una luna parzialmente visibile e dalle altresì scintillanti infinite stelle del cielo. Ovviamente una speranza in tal senso si sarebbe dovuta ritenere quale d'obbligo, nell’illusione di poter avere una volta successo, di riuscire a riportare almeno una singola vittoria nei confronti della coppia di infanti. Purtroppo così non era mai stato, né sarebbe ancora stato per molto tempo. Qualcuno, conoscendoli e frequentando la loro famiglia, si divertiva a sostenere che i due avessero ereditato tale enfatizzata vivacità da loro padre, il quale, un tempo marinaio, aveva girato il mondo in quasi ogni direzione prima di trovare, entro i confini di quell’isola, una giusta ragione per interrompere il proprio peregrinare, per porre alfine ancora all’interno di una comunità, dando vita a una propria famiglia. Indubbiamente nell'uomo era un’indole forte, decisa, carismatica, dove

512

Sean MacMalcom

egli, se avesse proseguito lungo la via del mare, sicuramente un giorno non lontano avrebbe preso il posto del proprio capitano al comando della nave sulla quale a lungo si era impiegato con passione e ardimento. Quell'uomo, però, aveva scelto le certezze di una modesta casa, di una stupenda moglie e, più tardi, di due meravigliosi bambini, al fascino innegabile dell'avventura, forse conscio che prima o poi il mare avrebbe inevitabilmente richiesto un pegno da parte sua, così come sarebbe sempre stato nei riguardi della prole di quell'infinita e indomabile distesa azzurra, di tutti coloro che lungo le sue sponde nascevano, vivevano e morivano. «Nonna… no-o-on-n-na…» intonarono i gemelli, cambiando l’obiettivo delle proprie brame, della propria ambizione, dalla madre, probabilmente troppo stanca dopo un’intensa giornata lavorativa, alla nonna, loro fedele complice. Altre opinioni nella popolazione dell’isola, più maliziose, in effetti non mancavano di ritrovare simile irrequietezza non quale offerta da parte del padre ma, piuttosto, frutto di un’eredità materna, derivante in particolare dalla stessa nonna, che tanto era impegnata dietro ai propri nipotini, giorno e notte. Come del resto tutti sapevano, quand’ancora fanciulla, ella era stata una ragazza quieta, tranquilla, come la vita stessa sull’isola in cui era nata e cresciuta del resto concedeva completa ragione di essere, almeno fino a quando il fato non l’aveva posta di fronte a una svolta imprevista, inattesa, che aveva richiesto da lei un repentino cambio, una maturazione improvvisa e, forse, eccessiva. Ancora oggi, dove ormai quasi mezzo secolo si poneva gravante sulle sue spalle, la donna si proponeva caratterizzata da un cipiglio più incisivo di quello del genero, da una forza interiore davanti alla quale pochi avrebbero osato offrire parola, con l’unica rara eccezione dei suoi due amati nipoti, in opposizione alle insistenze dei quali sarebbe stato realmente difficile rifiutare qualcosa. «Volete abbassare il tono di voce, mascalzoni che non siete altro?» ordinò, raggiungendo la coppia di pargoli nella loro stanza «I vostri genitori stanno cercando di dormire, più o meno come il resto della città. Ma con le vostre grida credo che riescano a sentirvi anche sul continente…» «Nonna… nonna…» esclamarono i due, saltellando felici nel ritrovare la figura desiderata, acclamandola con un coro di osanna quasi fosse una leggendaria eroina accolta dalla folla in giubilo «Nonna…» «Sono qui… per Vehnea…» sottolineò ella, sedendosi fra loro e abbracciandoli, nel cercare di imporre la quiete che non sembravano voler

MIDDA’S CHRONICLES

513

concedere alla tranquilla notte di inizio Athse «Si può sapere cosa avete per gridare tanto? Non vi siete stancati abbastanza, oggi in spiaggia?» «Storia… vogliamo storia…» scandì uno dei due bambini, stringendosi alla nonna, ora con tono più controllato, più pacato nel non voler rischiare di contrariarla. «Storia bella…» richiese il fratello, aggrappandosi sul fianco opposto alle vesti della medesima, nel sottolineare il concetto appena espresso, quasi a voler evitare ogni possibilità di equivoco. «Vi rendete conto che vostra madre e vostro padre mi rimproverano continuamente di viziarvi troppo?» domandò la donna, scuotendo il capo «Secondo loro dovrei evitare di accontentarvi sempre…» I gemelli, i quali forse non avevano la possibilità di comprendere completamente il discorso offerto loro, restarono per un momento incerti, osservando la loro migliore amica in attesa di un segno di complicità da parte sua, dubbiosi sul fatto se ella avesse già ceduto oppure se avrebbero dovuto continuare a insistere. La loro vittima, per quanto avrebbe desiderato dimostrare il contrario, aveva in effetti già deciso di accontentarli nel momento stesso in cui la soglia di quella camera era stata varcata: giungere fino a lì solo per richiedere silenzio, non si sarebbe posta quale un’azione corretta nei loro riguardi, dal suo punto di vista. Ella stessa, del resto, alla loro età non si era comportata poi diversamente con proprio padre, al quale per anni aveva estorto storie sempre meravigliose, incredibili, di mondi per lei lontani e sconosciuti, di realtà esotiche e misteriose. Per tal ragione, invidiava quei bambini, la loro innocenza, dove essi ancora erano in grado di mostrarsi puri di fronte al mondo, non contaminati dalla realtà che inevitabilmente, prima o poi, li avrebbe feriti o corrotti, costringendoli a comprendere che anche dietro la favola più bella, sempre si sarebbe celato un segreto meno incantevole. «E d’accordo…» annuì infine, sorridendo verso i due piccoli. Solo la presenza delle sue mani davanti alle loro bocche impedì al successivo grido di gioia, stereofonico, di completare l’operazione già intrapresa nei confronti dell’intera isola, a richiedere senza malizia che alcuno potesse dormire nonostante un’intensa giornata di lavoro alle spalle. «Buoni… conoscete le regole: se voi non state tranquilli io non racconto nulla.» raccomandò verso i bambini. Essi, improvvisamente, parvero ricordarsi di quell’unica imposizione, della norma che avevano, quasi, e che avrebbero, sicuramente, infranto

514

Sean MacMalcom

senza l’intervento rapido e puntuale imposto su entrambi, accoccolandosi tranquilli accanto a lei. «Storia…» sussurrò quasi sottovoce uno dei due con tono remissivo, a chiedere scusa. «Bella storia…» incalzò l’altro, con medesimo sentimento. «Ci sono tante belle storie: è difficile sceglierne una in particolare.» riprese la nonna, iniziando a dondolarsi piano, con cadenza ritmica, nel trascinare dolcemente con sé in tale movimento i due bambini, a conciliare la loro tranquillità e il loro possibile riposo sulla morbidezza del loro letto «Avete qualche preferenza in particolare? Volete che vi narri ancora delle meravigliose avventure della Har’Krys-Mar? Oppure delle imprese di vostro nonno Mab’Luk, quando insieme a mio padre, il vostro bisnonno Lafra, hanno affrontato e sconfitto i terribili pirati?» Strana, bizzarra, incredibile ma, soprattutto, imprevedibile: in simili termini la vita umana sarebbe potuta essere descritta, proponendosi ogni giorno apparentemente simile al precedente eppure sempre capace di stupire, di meravigliare, di incantare con svolte inattese, sviluppi inimmaginabili. Proprio in virtù di simile comportamento, di tale capacità di sbalordire, nel bene o nel male, essa non sarebbe potuta essere immaginata diversa dal mare e, forse, proprio in un simile rapporto psicologico fra tali indomabili entità, quest’ultimo finiva per essere temuto dalla maggior parte della popolazione dei tre continenti, da tutti coloro che alle azzurre e infinite distese d’acqua si avvicinavano offrendo solo incomprensione, sospetto per l’assoluta impossibilità di controllo da esso offerta. Solo pochi eletti, i figli del mare, come anche erano tutti gli abitanti delle isole per diritto di nascita, riuscivano a trovare la forza psicologica per superare l’inibizione atavica e naturale nei suoi confronti. Allo stesso modo, in quella strana equazione, nonna Heska avrebbe potuto considerarsi una figlia della vita, dove, nonostante le ataviche inibizioni nei confronti dell’esistenza, innate nell’umanità, nell’innegabile mortalità degli esseri viventi, ella era riuscita a vincere i propri limiti, spingendosi oltre gli stessi. Non diversamente da come un marinaio o un pescatore, con rispetto, certamente, ma audacia, si sarebbe posto in grado di affrontare il mare e tutte le sue giuste insidie, ella era riuscita a proporsi in grado di affrontare la vita e tutte le sue insidie, divenendo in questo una donna forte come poche. Quasi ironico, o forse dolcemente malinconico, in quel momento, era per lei ricordare il padre, il marito e la storia dell’isola di Konyso’M, proponendoli ai due nipotini come una dolce favola, una romantica avventura ricca di meravigliose imprese, epici combattimenti, i buoni che

MIDDA’S CHRONICLES

515

vincono sui cattivi e un immancabile lieto fine. Il proprio passato, così vicino eppure così lontano dopo tre decadi, si proponeva ormai adatto a diventare un racconto, la cronaca di fantastiche gesta, che forse ben poco avevano a che condividere con la realtà di quell’epoca, con le emozioni di terrore, smarrimento, dolore che aveva vissuto allora, ma che avrebbero mantenuto vivo il ricordo di simili giorni e di tutti coloro che aveva amato e perduto nel corso degli anni. Anch'ella, un giorno, sarebbe diventata protagonista di simili favole, forse raccontate proprio da sua figlia ai propri nipotini, agli eredi che, prima o poi, quei due discoli gemelli avrebbero messo al mondo: il suo nome, così, sarebbe entrato nel mito, in una realtà lontana dalla verità e, per questo, anche più bella da ricordare, più facile da raccontare, più avvincente per grandi e piccini. «Mmm…» commentarono i gemelli, stretti alla nonna, sembrando riflettere sulle proposte loro offerte «Mmm-Mid-da…» completarono poi, sorridendo in modo sornione e furbesco, nel lanciare la propria idea. «Oh… Midda.» sorrise ella, annuendo a quel nome «Comprendo… volete ancora sentire parlare delle avventure di Midda, non è così? Volete che vi narri delle sue meravigliose missioni negli angoli più remoti del mondo conosciuto… vero?» «Sì… sì sì sì…» confermarono i due, strofinandosi contro i fianchi della nonna quasi a volersela ingraziare, dimostrando di non essere poi più così piccoli da non conoscere la ruffianeria «Midda… storia bella…» «Va bene… però solo una e poi fate la nanna…» sorrise, accarezzandoli dolcemente. Soddisfatti da quanto estorto alla nonna, con capricci e dolcezza, la coppia di infanti si pose sdraiata accanto al loro bardo personale, lasciando appoggiare i propri piccoli e leggeri capi sulle sue gambe per permettere alla stessa di coprirli, a protezione dall’immancabile umidità della notte. Quella era la posizione delle fiabe, la postura migliore per lasciarsi accompagnare dalla voce vellutata della narratrice verso mondi da sogno, dei quali erano ancora troppo piccoli per comprendere tutto, per seguire con attenzione, ma che non avrebbero mai mancato di appassionarli, di coinvolgerli, arrivando a richiedere di risentire la stessa identica storia anche per mesi e mesi di fila, apprezzandola sempre come fosse la prima volta, come se mai quelle parole avessero stuzzicato la loro immaginazione, guidandoli a elaborare nelle proprie menti concetti sconosciuti, visioni incomprensibili, ma terribilmente affascinanti dal loro punto di vista.

516

Sean MacMalcom

«C’era una volta, tanto tanto tempo fa…» iniziò a narrare con tono quieto, dolce e calmo «… una nave. Piccola, sicuramente, nelle proprie dimensioni, nella propria estensione, ma grande per il cuore che batteva in essa, dandole vita e forza, spingendola verso l’orizzonte oltre al quale nessuno oserebbe avventurarsi.» «Ssgiolansg…» commentò sottovoce, iniziando già a dimostrare i primi sintomi dell’imminente sonno, uno dei due bambini, nel desiderio di offrire segno di aver compreso di cosa la nonna stesse parlando. «Sì… bravi.» sorrise ella, accarezzando i loro fini capelli biondi, probabilmente sua eredità, e continuando a dondolarsi piano, per offrire loro il ritmo ideale a lasciarsi accogliere in onirici regni incantati «Era proprio la Jol’Ange, la goletta il cui cuore pulsante era l’equipaggio del capitan Salge Tresand. Metà figlio di Qahr e metà erede di Hyn, egli si poneva al comando di un variegato gruppo di uomini e donne, come pochi avevano attraversato il mondo conosciuto, fra i quali, colei che, forse, più fra tutte era capace di distinguersi, per grazia e tenacia, era Midda Bontor.» «La nostra storia inizia in una sera come questa, con una luna simile alla nostra, sottile e appena distinguibile nel cielo, a illuminare Meriath, una delle principali isole subordinate al regno di Tranith…» continuò ella, abbassando lentamente, strategicamente il tono di voce, nell’azzardare che in questa sera, dopo una giornata fin troppo ricca di giochi e di distrazioni, i due bambini non avrebbero resistito neanche per sentire concludere l’inizio della storia «La Jol’Ange era da pochi giorni giunta in porto con un ricco carico di merci provenienti da oriente, dai regni oltre Y’Shalf, tesori preziosi che avrebbero venduto al miglior offerente, dopo i numerosi rischi corsi in un viaggio tanto lungo.» «… viaggio… lungo…» farfugliò la voce, ormai quasi indistinguibile, di uno dei gemelli, nel cercare di resistere alla stanchezza, al sonno, nel voler offrire prova di come quella storia fosse apprezzata, fosse seguita, ma semplicemente ritrovandosi a ripetere in maniera quasi meccanica le ultime parole udite, ma non ascoltate. «Ancor più della presenza di tali mercanzie, in verità, all’attenzione di un ricco signore locale risaltò la presenza di Midda, giovane marinaia dotata di grande bellezza e fascino…» proseguì la voce di Heska non volendo correre il rischio di interrompersi troppo presto, spezzando l’incantesimo naturale di quella narrazione, ma abbassando ulteriormente il proprio tono, trasformandosi sempre più in una sottile litania, simile a una preghiera ancor prima che a un racconto «Egli, privo di alcuna compagna, e ben lontano dall’essere bramato dalle donne locali, per il proprio insopportabile carattere, per la propria arroganza e la propria

MIDDA’S CHRONICLES

517

prepotenza, avendo incrociato la nostra eroina al mercato locale, aveva deciso che ella sarebbe dovuta diventare la propria sposa, a ogni costo…» I due bambini, però, quella sera non riuscirono ad ascoltare i dettagli in merito al rapimento di Midda, alla sua rocambolesca fuga dalla casa dell’uomo, o all’arrivo finale dell’equipaggio della Jol’Ange e del suo capitano, quando ormai a nulla sarebbero valsi tutti i loro sforzi, essendo la vicenda già stata conclusa per mano stessa della marinaia. Nessun dramma, in effetti, sarebbe comunque occorso per tale mancanza, per simile perdita, nel momento in cui, puntuali, entrambi sarebbero tornati a richiedere la stessa favola, lo stesso incredibile racconto forse addirittura la sera seguente, ricominciando tutto da capo, nel voler sognare di quelle meravigliose vicende, di quei protagonisti unici, eroi leggendari con i quali sarebbero rimasti sempre protetti dai pericoli della notte, dai mostri degli incubi infantili. La nonna, accorgendosi di come ancora una volta il suo successo si fosse dimostrato indiscutibile, o impagabile come avrebbero sostenuto tutti coloro ben lieti di riprendere il sonno senza più il rischio di essere interrotti dalle grida sguaiate dei due pargoli, lasciò delicatamente sfumare il proprio racconto, per poi muoversi con gesti quasi felini a liberarsi dalla morsa offerta dai due piccoli e guidarli dolcemente a adagiarsi nuovamente sul loro morbido letto. «Che Emdara vegli sul vostro riposo, concedendovi una notte ricca d’incanto…» sussurrò, infine, sfiorandoli uno alla volta con un dolce bacio a testa, in quell’augurio. Richiudendo dietro di sé la porta della stanza riservata ai bambini, cercando di offrire meno rumore possibile a evitare il rischio di indesiderati risvegli, la nonna si ritrovò a fronteggiare improvvisamente il volto della figlia, in sua attesa nello stretto corridoio. Negli occhi della sua bambina, in effetti donna ma per lei sempre la piccola che Mab’Luk le aveva offerto fra le braccia dopo il dolore del parto, riuscì a vedere solo una chiara gratitudine, per il risultato nuovamente ottenuto con i gemelli. Ineccepibile, del resto, era e sarebbe sempre stata l’esperienza di una nonna rispetto a quella di una madre, per quanto Heska stessa non avesse avuto occasione di sperimentarlo a suo tempo, avendo perduto la propria genitrice quando ancora infante, in conseguenza di una violenta e sanguinosa incursione piratesca sull’isola di Konyso’M. I due pargoli si proponevano sempre troppo scatenati con la madre, forse comprendendo in maniera naturale, istintiva come ella non sarebbe starebbe stata in grado di imporre su di loro la calma desiderata. Al contrario, con la

518

Sean MacMalcom

nonna, difficilmente osavano tirare a lungo la corda, probabilmente consci di quanto sottile quella stessa corda sarebbe potuta diventare se avessero abusato della pazienza loro offerta. Nell’essere soliti credere che i bambini mai si ponessero in grado di comprendere pienamente la realtà a loro circostante, si finiva troppo spesso per trascurare, per ignorare infatti la loro capacità innata di scrutare oltre l’evidenza, di scendere fino all’animo delle cose, a comprendere i veri sentimenti, il vero stato emotivo celato: una dote che anche ai gemelli non era negata, né lo sarebbe stata almeno fino a quando, sufficientemente cresciuti, si fossero adeguati a loro volta al mondo e alle sue leggi, all’indolenza che solitamente incita a fermarsi all’apparenza e, soprattutto, all’ipocrisia utile a negare anche l’evidenza. Ma quello, per fortuna, appariva ancora come un momento molto lontano e, fino ad allora, essi avrebbero sempre compreso la minore forza d’animo della madre rispetto alla nonna e la conseguente possibilità di imporsi con maggiore efficacia sulla prima piuttosto che sulla seconda. «Ti ringrazio, madre…» sussurrò Gaeli, in un’espressione doverosa e sincera verso la stessa. «Non vi è bisogno.» scosse il capo Heska, sorridendo e prendendola sottobraccio, per dirigersi con lei lontana da quel punto pericoloso. «Anche stasera hanno richiesto di Midda?» domandò la figlia divenuta madre, dimostrando, in quella curiosità e nel tono di voce, tutta la nostalgia per quei momenti lontani nel proprio passato in cui anch’ella era cresciuta ascoltando simili, incredibili favole raccontate dai propri genitori. «Ovviamente.» sorrise la madre divenuta nonna «Come si potrebbe resistere al fascino di avventure tanto incredibili?» Incredibile: solo con tale termine sarebbe potuta essere definita Midda Bontor, eroina di altri tempi, mercenaria di un passato lontano, donna che Heska aveva avuto l’onore di conoscere. Più di trent’anni erano trascorsi da quei giorni, dalle settimane peggiori della propria intera esistenza, che ormai ella non sapeva se ricordare con un velo di nostalgia, nel ripensare a tutte le persone, a tutti gli affetti che all’epoca ancora le erano vicini, o con un fremito di terrore, nel ricordare gli orrori a cui era stata sottoposta. L’immagine di lord Sarnico, il suo aguzzino, rapitore e stupratore, ancora non l’aveva abbandonata dopo tanto tempo, non aveva concesso libertà ai suoi sogni, al suo riposo. Quel viso, così ricco di crudeltà, pieno di sé, probabilmente l’avrebbe perseguitata fino all’ultimo dei suoi giorni. Fortunatamente, però, accanto a tanto male si proponevano altre immagini, altri volti, da lei amati, in un modo o nell’altro: Lafra, suo padre, Mab’Luk, il suo sposo,

MIDDA’S CHRONICLES

519

Cor-El, quasi una seconda madre, Midda, la sua liberatrice… molte immagini, molte persone, tutte però ormai morte. Sarnico era stato ucciso per sua mano, e di lui ovviamente non aveva, né avrebbe potuto avere, alcun rimpianto a eccezione, forse, di non essere riuscita a far perdurare più a lungo la sofferenza inflittagli nella propria vendetta. Lafra, dopo molti anni vissuti in qualità di alcalde dell’isola, aveva seguito i numerosi amici perduti nel quieto sonno eterno, morendo dolcemente nella notte, senza dolore e senza rimorsi, forse nel modo migliore per andarsene dal mondo dei vivi. Mab’Luk era stato, invece, rapito dal mare, dalla divina e incontrollabile forza che, senza preavviso, avrebbe potuto richiedere le vite dei suoi figli senza concedere loro alcuna possibilità di opposizione: durante un viaggio per scopi commerciali verso il continente, suo marito e i suoi compagni di viaggio avevano incrociato una violenta e inattesa tempesta, che aveva spazzato la loro nave come fosse stato un semplice guscio di noce. Cor-El, infine, aveva comandato ancora per molti anni sulla propria Har’Krys-Mar, fino a quando, coinvolta a suo discapito negli ultimi capitoli della guerra fra Y’Shalf e Kofreya, si era ritrovata schierata sul fronte sbagliato, quello kofreyota. «A volte mi viene davvero difficile immaginarla come una persona realmente esistita…» ammise la figlia, osservandola «Anche se sono ormai cresciuta e ti sento narrare del nonno e di mio padre con gli stessi toni mitici e incantati, Midda resta avvolta da un’aura particolare…» Midda: fra tutte le persone a lei care l’unica con la quale meno tempo aveva avuto occasione di trascorrere, pochi tumultuosi giorni che erano stati comunque in grado di cambiarla per sempre, offrendo un nuovo significato alla sua esistenza dove in lei sarebbe stato altrimenti solo il desiderio di morte, di annientamento. La Figlia di Marr’Mahew era scomparsa nel nulla trent’anni prima, durante una missione impostale dalla medesima sorella di lord Sarnico, in un assurdo paradosso che non le era mai stato concesso di comprendere, in quanto istintivamente solo rancore avrebbe provato in modo naturale per qualsiasi parente di quell’essere abietto e spregevole. Senza spiegazioni, senza ragioni, se non quella di portare a termine una missione per cui non avrebbe avuto mai ricompensa, ella si era sacrificata, affidando, secondo le cronache, il proprio destino a un vortice di tenebra. E a Heska, improvvisamente privata di quella figura di riferimento, di quell’icona tanto importante per il proprio presente e il proprio futuro, l’unico ricordo, che era stato concesso di avere, era stato quello della spada bastarda della stessa mercenaria, forgiata da Lafra nel giorno della nascita della propria figlia, e affidata a lei quale ricompensa per il servigio offerto loro. Quella lama,

520

Sean MacMalcom

meravigliosa, unica, che avrebbe dovuto rappresentare l’esistenza stessa della giovane figlia del fabbro, a lei stessa era tornata per strane e traverse vie, quasi a offrirle un silenzioso retaggio da parte dell’amica perduta, dell’eroina leggendaria mai morta, eppure privata della possibilità di vivere, a cui non avrebbe potuto evitare che sentirsi in eterno legata. Se anche Lafra, Mab’Luk e Cor-El si proponevano ormai quali personaggi straordinari nelle favole che offriva ora ai nipotini, Midda era stata la prima a entrare nella leggenda, le cui meravigliose gesta, cantate da molti bardi, erano da lei e dal marito state riproposte a Gaeli ancora bimba. «Mi dispiace che tu non abbia avuto modo di conoscerla…» sorrise Heska, con dolcezza nella voce, portando una mano ad accarezzare le gote della sua bambina «Era una donna veramente speciale, unica nel suo genere: l’aura di cui parli, era propria di lei già in vita, senza bisogno che delle favole la ponessero in particolare risalto…» Per un momento le due donne si fermarono davanti alla spada, reliquia di quella leggenda, unica prova materiale loro concessa dei racconti fantastici con cui i bambini della loro famiglia sarebbero probabilmente cresciuti ancora per molte generazioni: appesa sopra al camino della casa, essa racchiudeva in sé molti significati, troppi ricordi, muta testimonianza di un passato che non sarebbe dovuto essere dimenticato. «Buona notte, madre…» commentò, infine, Gaeli, porgendo un dolce bacio sulla guancia di Heska «E ancora grazie per tutto.» «Non ringraziarmi, figlia mia. Non ringraziarmi mai…» sussurrò ella, accarezzandole dolcemente i lunghi capelli fulvi, eredità del marito, come amava fare da sempre «Io veglierò sempre su di voi… sempre.» E, con quelle parole, la figlia si allontanò dalla madre, per ritornare al talamo nuziale, al dolce riposo che non sarebbe stato più interrotto dalle grida dei due gemelli, mentre Heska restò ancora in silenzio di fronte a quella lama, osservandola con il cuore gonfio di sentimenti contrastanti.

MIDDA’S CHRONICLES

521

L

'ultimo giorno del mese di Khooc, il trentesimo, da decenni era divenuto un momento di importanti celebrazioni per l'isola di Konyso’M e per tutto l'arcipelago di Lodes’Mia. In tale data, infatti, gli abitanti di quelle isole, della repubblica lì instauratasi dalla notte dei tempi, erano soliti rendere omaggio a tutti i loro caduti in guerra e in mare, nel ricordare e onorare in particolare le vittime di una sanguinosa battaglia avvenuta trent'anni prima, conflitto dal quale, per tutti loro, era iniziata una nuova epoca, un'era di matura serenità, non più in conseguenza di un distacco dal mondo a loro circostante ma per l'assunzione di un ruolo importante in tale complesso equilibrio di forze. In un lontano passato del quale solo nonna Heska e pochi altri anziani erano in grado di conservare ancora memoria, i pirati avevano osato ancora una volta spingere le proprie violente bramosie verso quelle coste, trovando in tale occasione non più un gregge in placida attesa del proprio macello, ma un gruppo di uomini senza alcun timore per la propria morte, per il proprio sacrificio, comandati dall’alcalde Hayton Kipons. Essi, in tale occasione, avevano infatti offerto agli avversari fiera resistenza, arrivando a trasformare l’acqua in fuoco e a soffocare gli incursori con l’ardore del sangue esploso dalle loro stesse ferite, con la violenza della propria stessa morte. Duecento uomini, privi di ogni addestramento, di ogni attitudine alla lotta, alla violenza, erano stati in grado di opporsi a una flotta di pirati contro cui nessuno avrebbe osato levare battaglia, salvando in questo, pur a caro prezzo, le proprie famiglie, le proprie case e la propria libertà. In quegli ultimi trent’anni, molte cose erano cambiate in virtù di quella giornata di morte. Dove un tempo, prima di quella battaglia storica nel giorno verso il quale annualmente offrivano rispetto e memoria, l’arcipelago aveva dimenticato la propria tradizione militare, ritenendola una superflua perdita di tempo e di risorse, a seguito di simili eventi la marina era stata riorganizzata, tornando ai fasti dimenticati nella storia, a una fierezza della quale, probabilmente, non avrebbero creduto poter essere capaci. Flotte di piccole e agili navi si concedevano, al tempo attuale, organizzate e dirette in maniera efficace ed efficiente dalla comando centrale avente sede proprio nell’isola capitale dell’arcipelago, con il compito di pattugliare incessantemente i limiti del territorio sotto la loro giurisdizione per offrire a Lodes’Mia il controllo di tutta quella zona di mare e non permettere ad alcun altro incursore, pirata o no, di proporre nuova sfida sulle loro spiagge, di inondare ancora le loro coste di sangue. E se su quelle coste, in quelle isole, dove, nei giorni della giovinezza di

522

Sean MacMalcom

Heska, solo pescatori e artigiani vivevano in pace, in quell’oasi lontana dal mondo, ora i loro discendenti si concedevano organizzati e pronti a difendere il proprio diritto a tale pace, la propria autonomia, consci dell’esigenza di non dover ripetere gli errori del passato, di non potersi assumere la responsabilità di nuove tragedie simili a quelle ora lontane. In futuro, molte generazioni dopo quella attuale, forse l’indolenza avrebbe nuovamente avuto la meglio, la pigrizia e un eccesso di ingenuità avrebbe finito per veder nuovamente disciolta la marina militare e con essa ogni difesa per le isole. Fino ad allora, però, anche allo scopo di non concedere alla storia il proprio apparentemente inevitabile e ciclico ripetersi, quella giornata di celebrazione avrebbe avuto lo scopo di donare memoria, anche nei più giovani, dell’esperienza dei propri antenati, degli orrori di un mondo troppo violento dal quale non avrebbero mai potuto evitare di difendersi, dal quale non si sarebbero mai potuti considerare al sicuro, nonostante fossero naturalmente protetti dall’abbraccio del loro mare, generoso e protettivo genitore verso tutti i suoi figli. Nei primi anni successivi all’ultima grande battaglia con i pirati, quella particolare ricorrenza si era proposta ovviamente caratterizzata da toni funerei e grande commozione in tutti i sopravvissuti, in tutti coloro che, in virtù del sacrificio dei propri amati, avevano avuto occasione di vedere un nuovo anno, di poter salutare l’arrivo dell’ultimo mese d’autunno e dell’imminente inverno. Impensabile, del resto, sarebbe stato accogliere tale momento, simile ricordo, con sentimenti diversi da quelli di un lutto, un terribile cordoglio necessario per non dimenticare e non disonorare la memoria dei defunti. Nel corso del tempo, però, inevitabile e naturale era stata la trasformazione di quel rito funebre in un momento di festa: una simile mutazione non si era proposta con il desiderio di mancare di rispetto ai caduti o ai loro cari, a chi avrebbe per sempre sofferto quelle tragiche perdite, quanto piuttosto sempre e unicamente allo scopo di non rendere vano lo stesso sacrificio che avrebbero commemorato in una tale occasione, nella consapevolezza che solo grazie a tutti coloro che si erano votati al sacrificio ancor prima che alla fuga, nel restare e combattere i pirati, che solo grazie a quel gesto, il futuro offerto a tutto l'arcipelago aveva assunto le caratteristiche di una vera e propria rinascita. E in una simile considerazione, la nuova vita loro concessa non avrebbe dovuto essere impiegata unicamente nel rimpiangere le ombre del proprio passato, ma avrebbe, innanzitutto, dovuto impegnarsi a rendere grazie per la propria stessa esistenza, non sprecandola nel dolore e nel pianto. Trent’anni dopo la tragedia, pertanto, attorno a un momento centrale immancabile e doveroso per quel giorno di commemorazione, nel corso del quale due discorsi solenni, uno da parte dell’attuale alcalde di

MIDDA’S CHRONICLES

523

Konyso’M e uno da parte del comandante in capo della marina militare di Lodes’Mia, non sarebbe mancato un clima di gioia e di festa, nel quale sarebbe stato accolto chiunque nell'isola e in tutte le altre sue pari. Grandi fiere, sulla terraferma, e maestose parate navali, nel mare, erano state organizzate quali principali attrazioni per quella giornata, alle quali grandi e piccini non avrebbero mancato di offrire tutto il proprio interesse, tutta la propria attenzione, proponendo in ciò un'attrattiva che non sarebbe stata ignorata anche da molti equipaggi esterni a quella particolare realtà. In quel giorno, infatti, tutto l'arcipelago si sarebbe impegnato a offrire il suo volto migliore, per i propri abitanti e per ogni ospite esterno, concedendo banchetti degni di sovrani per gli amanti della buona tavole e, inoltre, prodotti dell'artigianato locale di pregio e qualità pressoché unici, tali da attirare inevitabilmente e volontariamente l'attenzione della maggior parte dei mercanti della zona, dei quali, nonostante il timore per il mare, nonostante l'atavico orrore per quella distesa azzurra e incontrollabile, non sarebbero stati in pochi a spingersi dal continente fino alle isole per quel particolare giorno, allo scopo di accaparrarsi pezzi che altrimenti temevano non sarebbero forse loro mai stati concessi. Grazie alla rivendita di quelle merci pregiate nei numerosi mercati di Y'Shalf e Tranith, o in altri regni anche non distanti, ai commercianti lì accorsi sarebbe stato offerto un guadagno notevole, più che utile a ripagare, dal loro punto di vista, l'enorme pericolo occorso. Fra le famiglie di artigiani impegnate nell’offrire il meglio del proprio operato, come ogni anno, immancabile sarebbe stata la presenza dei più prestigiosi fabbri di tutto l’arcipelago, coloro che dopo trent’anni ancora mantenevano, con la stessa cura, con lo stesso amore per tale arte, il retaggio di Lafra Narzoi, storico partecipante degli eventi della battaglia in quel giorno commemorata. Heska aveva, infatti, mantenuto aperta la bottega del bisnonno dei due gemellini, portando avanti il suo operato per oltre venticinque anni con sincera devozione. La scelta di perseguire le orme del padre, era forse stato uno dei primi evidenti segni, proposti agli occhi di tutti coloro che l’avevano conosciuta fin da bambina, del cambiamento occorso in lei a seguito del rapimento da parte di lord Sarnico e della liberazione a opera di Midda Bontor. Ragazza dal fisico quasi delicato, nelle proprie forme naturalmente eleganti e aggraziate, la quale mai si sarebbe ritenuta adatta a un lavoro manuale tanto intenso, la quale avrebbe potuto restare semplicemente madre e moglie, accanto al marito, in una società che non le avrebbe mai richiesto di ereditare il ruolo paterno, ella non aveva lasciato passare troppo tempo dal matrimonio prima di discutere con il proprio sposo della decisione di affiancare, prima, e proseguire, poi, il lavoro di Lafra nella fucina. Di

524

Sean MacMalcom

fronte a tale dichiarazione d’intenti, a Mab'Luk, che comunque nulla le aveva e nulla le avrebbe mai negato, non erano state riservate possibilità di opposizione: per amore di lei, egli l'aveva appoggiata pienamente, arrivando anche a porre in secondo piano, in questo, la propria eredità, il lavoro di proprio padre, per riservarsi la possibilità di restare accanto alla moglie e aiutarla in simile scelta. Egli, che pur all’epoca della sua decisione non aveva alcuna formazione come fabbro, o come combattente, che pur avrebbe potuto spaventarsi nel risvegliarsi accanto a una donna completamente diversa da quella con cui era cresciuto e della quale si era innamorato perdutamente, che pur sarebbe stato forse giustificato nel rifiutarsi di accettare simili idee, di appoggiare tali proposte, non aveva mai mutato i propri sentimenti per la moglie, non si era mai distaccato da lei, pur non mancando di percepire la barriera esistente fra loro, e aveva mantenuto il proprio posto al fianco della stessa fino all’ultimo dei giorni concessi loro insieme, nel proprio ruolo di sposo, amante, migliore amico e primo fra tutti i complici. Heska, pur dopo la morte di lui, ancora non riusciva a evitare di rimpiangere la propria difficoltà di comunicazione nei suoi riguardi: verso Mab’Luk avrebbe voluto potersi offrire maggiormente, avrebbe voluto riuscire ad abbattere il duro involucro all’interno del quale aveva inevitabilmente rinchiuso il proprio animo per superare la pazzia, altrimenti imperante, a seguito della terribile prigionia e degli abusi fisici e mentali imposti su lei da Sarnico, ma non ci era mai riuscita. Ci aveva tentato, spesso, con impegno, con desiderio di successo, ma anche dove molti traguardi era riuscita a superare in quegli anni, intensi e meravigliosi, in quel particolare obiettivo non ce l’aveva fatta, nonostante tutto il suo innegabile amore per lui. E, di questo, la donna, ormai vedova e nonna, non avrebbe potuto perdonarsi, non avrebbe potuto concedersi pace nel pensiero di non aver mai trovato le parole giuste per ringraziare lo sposo per tutto il suo aiuto, per tutto il suo sostegno: senza di lui, probabilmente, ella mai avrebbe avuto realmente la forza, la costanza, la resistenza che le avevano permesso, nel tempo, di raggiungere una bravura non inferiore a quella del padre nel plasmare il metallo e, soprattutto, di apprendere le arti della lotta e della scherma, imparando pertanto non solo a creare armi ma, anche, a adoperarle. L’esile ragazza dai lunghi e biondi capelli di un tempo ora apparentemente troppo lontano, così, in quegli ultimi trent’anni non solo era diventata madre di una giovane incantevole, ma aveva anche cambiato radicalmente il proprio corpo, traendo ispirazione e forza proprio dall’immagine sempre presente in lei di Midda Bontor, della Figlia di Marr’Mahew. Quando ormai nove lustri si erano comunque e inevitabilmente accumulati sulle sue spalle e, peggio, la presenza del marito le era stata

MIDDA’S CHRONICLES

525

negata dal mare, Heska aveva compreso di dover cedere il passo a una nuova generazione e aveva deciso di affidare completamente la gestione del lavoro al genero, da alcuni anni già al loro fianco nella bottega, per apprendere l’arte e, un giorno, proseguire in quel cammino. Nessuna ragione, in quegli ultimi cinque anni, le era stata concessa a rinnegare la propria scelta, non potendo che trovarsi pienamente soddisfatta dal compagno che il fato aveva posto accanto alla figlia: nonostante una vita di mare alle proprie spalle, infatti, egli era stato in grado di adattarsi rapidamente al nuovo ambiente, alla nuova situazione, ponendosi con il massimo impegno nell’acquisire padronanza di un mestiere tutt’altro che semplice, tutt’altro che scontato, e dimostrando, in questo, anche una certa, e prima sconosciuta, propensione naturale. A lui, pertanto ormai unico fabbro in attività nell’isola, sarebbe stato in quella giornata il compito di impegnarsi con i clienti, con i numerosi mercanti che da tutto l’estremo sud-occidentale del continente si sarebbero riversati nella loro tranquilla e pacifica isola, desiderosi di acquistare le armi migliori che mai avrebbero potuto ammirare in tutto Qahr, forse seconde solo alle lame del lontano continente di Hyn. A lei, invece, sarebbe stato il più gratificante incarico di accompagnare la figlia e i due nipotini ad assistere alle meraviglie degli spettacoli della marina militare, a viziarsi con tanti dolcetti e a divertirsi agli immancabili spettacoli da fiera che non sarebbero venuti meno nella piazza principale della città. Per i due gemelli, la festa di quell’anno sarebbe stata particolarmente importante: ormai sufficientemente grandi per iniziare a comprendere il mondo a loro circostante, non più come semplice insieme di forme e colori sicuramente affascinanti ma privi di una propria ragion d’essere, essi avrebbero potuto godere pienamente per la prima volta di tutti i balocchi, di tutti gli intrattenimenti che sarebbero stati loro offerti, vivendo un giorno ricco di emozioni come pochi altri, durante l’anno, sarebbero loro stati concessi nella consueta e placida tranquillità dell’isola. E, ovviamente, essi non si lasciarono sfuggire tale occasione, per correre a destra e a manca, inciampando spesso nella folla, troppo pressante attorno a loro, ma mai scoraggiandosi per questo, nel ritornare subito in piedi e nel dirigersi verso nuove esperienze, verso nuove distrazioni, facendo impazzire dietro il proprio cammino le loro due custodi. Fortunatamente, però, dopo oltre due ore di follie in giro per quella fiera, le energie infantili avevano iniziato a venir meno, richiedendo un momento di sosta nell’abbraccio ristoratore dei propri parenti: i pargoli, pertanto, ben volentieri si erano lasciati catturare nuovamente dalla madre e dalla nonna, ormai esasperate per una giornata inevitabilmente troppo lunga.

526

Sean MacMalcom

«Storie… canta!» gridò, improvvisamente, Jarah, pigramente in braccio alla madre, impegnato fino a quel momento nel leccarsi le piccole dita della mano destra rese appiccicose da un dolcetto al miele consumato poco prima. «Storie!» gli fece coro Thomar, altresì appoggiato contro il busto della nonna, indicando a supporto di simile richiesta un gruppetto di persone posto non lontano da loro, nel quale era certo di poter ritrovare quando da loro desiderato. «Da grandi saranno ricercatissimi come vedette nelle navi…» commentò con stupore Gaeli, strabuzzando gli occhi nel cogliere cosa i due stessero indicando. Immersi quali si ritrovavano a essere nella confusione assoluta di una folla incontrollata, infatti, appariva incredibile come i due bambini potessero aver individuato con assoluta precisione la presenza di un bardo, un cantastorie, a oltre trecento piedi dalla loro attuale posizione. Questi, infatti, si poneva praticamente indistinguibile non solo visivamente, a causa della gente che lo circondava, ma anche acusticamente, a causa del chiasso della fiera che, comunque, copriva ogni genere di suono. Jarah e Thomar, nonostante tutto, erano riusciti con certezza matematica a rintracciare il proprio obiettivo, indicandolo insistentemente alle due accompagnatrici, promosse ormai quali loro fedeli destrieri in quella giornata di festa. «Per favore… dimmi che anche io non ero così da bambina.» aggiunse la giovane donna, rivolgendosi scherzosamente verso la madre, con grottesco tono di supplica. «Assolutamente no: le tue grida erano ancora più acute.» sorrise con fare sornione Heska, scuotendo poi dolcemente il capo. «Storie?!» domandò Thomar appoggiando le manine sul volto della nonna, per invitarla a rivolgere a sé l’attenzione, a ignorare l’inutile e dannoso fattore di distrazione offerto dalla madre «Storie… andiamo?» ripeté, mostrando grandissimi e pietosi occhi, con quella tipica ruffianeria di cui solo un bambino sarebbe capace. «Sì… storie belle!» sottolineò Jarah, annuendo a quella proposta, nel guardare però la madre, cercando con le manine i suoi lunghi capelli quasi fossero delle redini. «No.» lo rimproverò quest’ultima, bloccandolo con un gesto rapido e delicato «Niente capricci e niente capelli tirati… intesi?»

MIDDA’S CHRONICLES

527

«Ma storie…» ripeté il bimbo, dimostrandosi ormai sull’orlo della disperazione per quell’ipotetico rifiuto, nel giocare una nuova mossa in un’abile tattica volta unicamente a far cedere la madre. «Andiamo, dai.» intervenne la nonna, rivolgendosi tanto alla figlia quanto ai nipotini, prima che un momento di festa si potesse trasformare nell’ennesimo dramma infantile-familiare «In fondo sarebbe un delitto privarli di almeno una ballata in questa particolare giornata.» «E sia.» acconsentì Gaeli, annuendo verso la madre «Però, poi, andiamo a vedere come vanno gli affari di vostro padre…» aggiunse, rivolgendosi ai due gemelli. «Sì… papà bello…» sorrise adulatore Jarah, nel gettarsi in un enorme abbraccio al collo della madre a ringraziarla di quel suo consenso. Avvicinandosi non senza difficoltà alla posizione individuata dai gemelli, le due donne poterono presto iniziare a udire l’inconfondibile suono dello zither. Erano da anni che Heska aveva smesso di suonare un simile strumento, dove in quelle forme, in quelle note, troppi ricordi legati al marito riaffioravano inevitabilmente, soffocandole la gola in un sentimento di malinconia. Non eccessivamente ingombrante e, in ciò, comodo da condurre con sé, esso si concedeva quale uno degli strumenti preferiti dai bardi e, pertanto, nulla di straordinario fu per loro ritrovarlo quel giorno, in quel particolare frangente. Il cantastorie in questione, come Heska e la sua famiglia ebbero subito modo di accorgersi, non era un uomo, quanto una donna. Seduta al centro di una piccola folla, ella reggeva lo zither sulle proprie gambe, mantenendolo fra il petto e la mano destra nel restare, così, libera di suonarlo con la mancina. Dolci si concedevano le note emesse da quelle numerose corde, sulle quali le dita della sconosciuta danzavano con maestria, con entusiasmo, capace di concedere un’energia vitale più unica che rara in quella musica, simile a quella di una novizia, di una ragazza alla sua prima occasione di contatto con simile strumento, quasi non avesse sognato di poter fare altro per anni, quasi avesse a lungo desiderato potersi impegnare in tal senso senza averne la possibilità. Difficile, però, credere a una tale ipotesi, dove per apprendere l’arte necessaria a gestire quel particolare strumento, con tanta padronanza, sarebbero occorsi anni di applicazione. Intrecciandosi alle note emesse dallo zither, poi, era la voce del bardo: non esattamente dolce, a tratti quasi graffiante, essa sarebbe forse potuta essere considerata meno piacevole rispetto ad altre tonalità, ad altri suoni, ma, in questo, non si sarebbe di certo concessa alle orecchie di alcuno comunque sgradevole. Al pari dei gesti da lei offerti, poi, in quella voce era una forza, un potere interiore incredibile, capace di risvegliare anche l’animo più apatico e

528

Sean MacMalcom

coinvolgerlo nella propria canzone. Quella donna, forse addirittura un decennio più anziana rispetto a Heska, si concedeva con lo stesso entusiasmo per la vita, con la stessa energia che avrebbe dimostrato una ventenne o che, peggio, molte ventenni non erano in grado di dimostrare. In simile forza, i capelli ingrigiti dagli anni attorno al suo capo, insieme a diverse rughe su una pelle chiara, quasi pallida e appena ornata da una spruzzata di lentiggini all’altezza del naso, sembravano quasi stonare, quasi apparire inopportuni, costringendo a ricordare come ella non fosse più una ragazzina, quanto piuttosto una donna ormai prossima all’ultimo grande e immancabile appuntamento di tutti i mortali nelle aspettative di vita della loro epoca, del loro mondo. A compensare, comunque, una tale imposizione di anzianità in lei, si concedeva l’azzurro chiaro e tremendamente intenso, quasi simile a ghiaccio, dei suoi occhi o, meglio, del suo occhio, dove solo il destro risultava visibile nel particolare taglio di capelli da lei proposto, il quale mezzo viso lasciava celato dietro a una barriera di lisce ciocche. Fu proprio tale particolare, la tonalità fredda di quell’iride, tutt’altro che comune, a pretendere completamente l’attenzione di Heska, ritrovando in esso qualcosa che non avrebbe pensato sarebbe stato possibile incontrare nuovamente… qualcosa che non sarebbe stato possibile incontrare nuovamente a meno di non illudersi vanamente che i morti non fossero più tali, che coloro considerati irrimediabilmente perduti potessero ritornare dall’aldilà a recuperare la vita, l’esistenza negata. La prima volta in cui ella aveva incrociato uno sguardo tanto intenso, pur nel colore del ghiaccio, era stato il giorno in cui Marr’Mahew aveva preteso da lei il mantenimento dei propri voti, delle proprie preghiere, offrendole innanzi colei che sarebbe stata considerata quale stessa Figlia della dea quale una sorella, scelta dal fato per salvarla e donarle nuova e più intensa vita. «Madre? Madre… tutto bene?» Fu la voce di Gaeli a distrarla dai propri pensieri, da quelle memorie di un passato tanto lontano, dai vaneggiamenti forse di una donna divenuta troppo nostalgica nell’avvicinarsi al mezzo secolo di vita: «S-sì.» rispose, sorridendo verso la figlia, voltandosi a lei «Certo che sì, perché me lo domandi?» «Non so… ti ho vista sbiancare di colpo e ho temuto non ti sentissi bene.» rispose preoccupata la giovane, sinceramente in ansia nel proprio tono di voce e nel proprio sguardo «Se sei stanca forse sarebbe meglio tornare subito a casa…» «No.» scosse il capo, sorridendole con dolcezza «Sentiamo una canzone prima… o i piccolini si sentiranno traditi dalla loro nonna.»

MIDDA’S CHRONICLES

529

«”E se vincitori vi crederete,/proprio lì di dimostrar se valete…”» ricordò Carsa, citando le parole della scitala…

530

Sean MacMalcom

«Come preferisci… però se non ti sei sentita bene non dovresti nascondermelo.» la rimproverò con dolcezza l’altra, temendo per la sua salute, non avendo alcuna intenzione di separarsi dall’unica figura parentale rimastale. «Sto bene…» ribadì la donna, aggrottando la fronte «E non trattarmi come una vecchia: ti devo forse ricordare che tuo nonno, alla mia età, ha combattuto e vinto la battaglia che oggi stiamo ricordando?» «D’accordo… d’accordo…» annuì Gaeli, sfogando il proprio sentimento in un bacio scoccato contro la guanciotta del figlio sorretto fra le proprie braccia «Ma non mi fare preoccupare… ti voglio bene, dovresti saperlo.» Dandosi della sciocca, Heska tornò a osservare il bardo, nella quale per un momento si era illusa di aver visto una persona che non avrebbe potuto più essere, una persona totalmente diversa, del resto, da quella che le era di fronte in quel momento. La donna, la cantastorie, si proponeva seduta tranquilla su uno sgabello, in mezzo alla folla, a suonare il proprio strumento e cantare gesta di mitici eroi e leggendari cavalieri, nell’assolvimento del proprio ruolo. Sotto al viso, segnato dal tempo e caratterizzato da una fossetta al centro del mento, un fazzoletto nero si stringeva attorno al collo, anticipando una pesante casacca verde scuro che il suo torso avvolgeva e celava, in forme vaste, tutt’altro che attillate. Oltre a essa, un giaccone chiaro, sporco e impolverato, copriva le sue spalle scendendo lungo le braccia e lungo il corpo fino a terra, riprendendo forse lo stile un tempo proprio delle divise kofreyote, ma privato di ornamenti, di fregi e di colori. Attorno alle gambe, poi, si concedevano pantaloni di simile colore, rivestiti nella propria parte superiore, fino a sotto le ginocchia, da un rinforzo metallico, una sottile maglia intrecciata nella stoffa stessa dell’abito per renderlo più resistente non solo alle intemperie ma, sicuramente, anche a eventuali offese. Offerto in ciò, era sicuramente un dettaglio particolare per un cantore, tutt’altro però che unico dove ella evidentemente proveniva dal continente e, in questo, da un mondo ancora ricco di violenza e soprusi, nonostante la guerra avesse spazzato via molte antiche realtà. Un fisico asciutto era distinguibile nonostante tale abbigliamento, caratterizzandosi in arti atleticamente formati, che ancora una volta sembravano voler contraddire l’età della donna: anche in questo frangente, comunque, il bardo non rappresentava nulla di ineccepibile, nulla di straordinario, dove la stessa Heska, seppur probabilmente più giovane rispetto a lei, presentava un fisico scolpito dai propri quotidiani allenamenti allo stesso modo in cui Lafra, suo padre, si concedeva alla sua età in perfetta forma in conseguenza del proprio lavoro alla fucina.

MIDDA’S CHRONICLES

531

Ai piedi della donna, infine, erano stivali in pelle nera, anch’essa impolverata al punto tale da apparire praticamente grigia, non dissimile al colore dei suoi capelli. A completare il particolare quadro offerto da quella straniera, immancabile sarebbe stata la custodia per lo strumento, in rigido cuoio marrone: in quel momento, essa giaceva appoggiata a terra davanti a sé, aperta ad accogliere eventuali offerte da parte del pubblico, ma, usualmente, essa sarebbe stata certamente portata a tracolla, per concederle maggiore libertà di movimento in viaggio. Originale e impossibile da non notare, nel seguire i gesti del bardo sul proprio strumento, risultava essere l’osservazione di come solo quel mezzo volto scoperto dai capelli si concedesse quale unico frangente di pelle visibile in lei. Addirittura le dita in azione sullo strumento, le mani impegnate nel creare note e musica, infatti, apparivano rivestite da guanti marroni, tutt’altro che consueti per uno suonatore di zither il quale, al contrario, avrebbe dovuto preferire un contatto diretto con le delicate corde da stuzzicare, per dare vita alla propria musica. Mentre Heska si stava proponendo ancora impegnata nell’analisi della figura che era stata capace di suscitare in sé una viva agitazione, la medesima suonatrice concluse il canto della ballata in corso, venendo accolta, in ciò, da uno scrosciare di applausi rivolti da tutti coloro che, lì attorno, l’avevano ascoltata fino a quel momento. «Vi ringrazio.» dichiarò la donna, osservando il proprio pubblico nel mentre in cui le proprie dita approfittarono di quella temporanea sosta per verificare l’accordatura corretta dello strumento «Siete troppo buoni nei miei riguardi: sono solo un umile cantore e non merito tanta acclamazione.» «Se la mia arte è riuscita comunque a concedervi un qualche piacere, vi prego di volerne riconoscere altrettanto a me, dove purtroppo non mi è concesso di vivere unicamente delle note delle mie canzoni.» aggiunse poi, in un sorriso sornione nell’accenno a possibili offerte che i presenti avrebbero potuto presentare quale segno concreto del proprio apprezzamento. A tutte le persone, gli spettatori, posti attorno al bardo a renderle il giusto tributo sottoforma di applausi, di una chiara ovazione morale ancor prima che materiale, Heska non si aggregò, evitando involontariamente di offrire la benché minima reazione. La musica e le parole, infatti, erano sì giunte fino alle sue orecchie ma, alle stesse, ella non aveva prestato alcun ascolto e, per questo, non si aveva neppure avuto modo di accorgersi della loro conclusione. Imbarazzata, con se stessa più che con chiunque altro, per il proprio comportamento tanto sciocco, ancora una volta ella si

532

Sean MacMalcom

rimproverò per essersi fatta trascinare in tal modo dai propri ricordi, dalle proprie emozioni su una realtà a sé lontana, ripromettendosi di prestare sincera attenzione a quanto sarebbe stato offerto dopo quel momento di pausa. Il cantore aveva, infatti, semplicemente colto l’occasione del termine della canzone precedente per sciacquarsi la gola con l’intervento di un boccale di acqua mista a vino, proponendosi tutt’altro che intenzionata a interrompere il proprio operato. Offerto rinfresco e reidratazione alla propria bocca, prima di riprendere da dove si era interrotta, ella dedicò ancora qualche istante del proprio tempo nel piegare ripetutamente il capo prima verso destra e poi verso sinistra, all’evidente scopo di scogliere la muscolatura delle spalle, di liberarsi dall’intorpidimento di quella prolungata immobilità. «Per onorare questo giorno di commemorazione, nel ricordo della battaglia avvenuta trent’anni or sono su questa stessa spiaggia, vorrei domandare la vostra attenzione per un nuovo canto, per un’altra ballata composta a tal scopo.» continuò, scorrendo con lo sguardo fra tutti gli astanti, senza soffermarsi su alcuno fra essi «Non con le vicende della Figlia di Marr’Mahew, tanto cara a queste sponde, però desidero intrattenervi… quanto con quelle di tutti gli altri protagonisti di quella giornata, di coloro ai quali, purtroppo, troppe poche cronache sono normalmente dedicate ma che, ancor prima di lei, impegnarono la propria vita e il proprio ardimento in una battaglia che non dovrà mai essere scordata….» Di Heska e Mab'Luk è la vittoria di cui desidero narrarvi storia, affinché non venga dimenticato quanto occorso nel vostro passato: tutto ebbe inizio in baldoria, a celebrar senza alcuna boria il traguardo tanto desiderato che sognavano presto coronato. «Madre… parla di te!» sussurrò Gaeli, rivolgendosi stupita alla protagonista di quella stessa canzone. Heska, invero, quasi non udì le parole rivolte dalla figlia nella propria direzione, troppo assorta quale si ritrovò ora a essere nel seguire quelle strofe, il canto del bardo che, stranamente, si era dichiarata intenzionata a mostrare la vicenda già affrontata da molti sotto un punto di vista

MIDDA’S CHRONICLES

533

totalmente diverso, quasi non avesse voglia o interesse a indicare la figura, anziché protagonista, di Midda in quella giornata. In un giorno d'autunno i pirati carichi di morte son arrivati, enormi navi nel mar assursero tre all'orizzonte si proposero: grida, panico, volti allarmati, anche gli sposi furon separati, bimbi e donne in salvo misero quando di dar battaglia decisero. L’ormai non più giovane figlia di Lafra socchiuse gli occhi nell’ascoltar i nuovi versi, che alle sue orecchie si proposero fin troppo dettagliati, troppo particolareggiati e, soprattutto, troppo sinceri per apparire quale testo di una ballata. Una particolarità tipica nei miti, nelle leggende, e in tutti i fatti narrati dai bardi, sarebbe sempre stato costituito, infatti, da un senso dell’incredibile portato all’estremo, da un distacco completo, assoluto dalla semplice realtà dei fatti, nella volontà di renderla più avvincente di quanto non fosse già stata nell’enfatizzazione dei pericoli, degli avversari, e nella volontà di farla apparire più romantica nell’eliminazione di quasi tutti gli umani sentimenti non positivi, di quei particolari sinceri e quotidiani che, comunque, sarebbero apparsi troppo crudi in una narrazione. In quelle strofe e nelle successive, al contrario, troppi dettagli fedeli della realtà si proposero all’attenzione degli spettatori, a partire dalle cifre di quella storica giornata, tre navi, duecento combattenti, settanta sopravvissuti, per proseguire con la narrazione precisa del destino di ogni nave fuggita dall’isola e dei suoi occupanti. Per un istante, Heska temette che certi segreti, condivisi fra lei, suo padre Lafra e la stessa Figlia di Marr’Mahew, potessero essere posti sotto la pubblica attenzione nel proseguo di quella musica, ponendo il suo disonore di fronte alla figlia e ai suoi nipotini, oltre che a tutta l’isola in cui era nata, cresciuta e, sperava, un giorno avrebbe potuto trovare in pace il riposo della morte. Fortunatamente, però, per quanto citato, lord Sarnico venne descritto solo nel proprio ruolo di avversario, nella propria immagine più metaforica che fisica e, per quanto simile sviluppo sarebbe stato più che logico, nelle premesse precedenti, ella non poté evitare che avvertire quella scelta narrativa, quel cambio stilistico inatteso, come una forma di rispetto nei propri confronti, quasi il bardo fosse a conoscenza di ciò che ormai solo ella avrebbe potuto sapere e, in questo, si stesse impegnando a non recarle danno. Dandosi per la terza volta, in un breve arco di tempo, della sciocca, la donna cercò di razionalizzare i propri stati

534

Sean MacMalcom

d’animo di fronte alla rievocazione di quegli eventi spiegando a se stessa di come alcuno avrebbe mai potuto tradire il suo segreto e che, per alcuna ragione, né quel cantore né qualunque altro suo pari avrebbe potuto conoscere i dettagli in merito alla sua prigionia presso la propria nemesi, il carnefice, lo stupratore, il sadico figlio prediletto di Kirsnya. Nella penultima strofa, in otto semplici versi che passarono quasi inosservati all'attenzione della folla lì attorno, qualcosa tornò a colpire con forza l’emotività della donna, ponendola di fronte a un ennesimo particolare di cui nessuno avrebbe dovuto avere conoscenza. Il violento venne alfin punito dalla sposa che aveva rapito: nel momento in cui fu liberata da colui che l'aveva generata, nell'abbatter il muro costituito al compito aveva adempito, la spada che era stata forgiata nella di Heska nascita giornata. «Vehnea…» sussurrò la donna, inudibile in quanto rimasta senza fiato per lo stupore. I numeri, le dinamiche della battaglia, i particolari riferiti ai vari recuperi, per quanto persino trent’anni prima sarebbero stati difficili da conoscere per chiunque al di fuori dell’isola, per chiunque non avesse preso parte in prima persona a quel combattimento, si sarebbero comunque proposti come dati che avrebbero potuto essere tramandati nella loro esattezza, nella veridicità delle proprie cifre. Anche il legame particolare fra la propria spada e il giorno della propria nascita, quel dono incredibile e meraviglioso che suo padre Lafra le aveva dedicato, per quanto noto solo ai membri della sua famiglia e a pochissimi, veramente intimi, amici, avrebbe forse potuto essere sfuggito a qualcuno, passato di bocca in bocca fino a giungere alle orecchie del cantore. Ma quel dettaglio relativo alla propria liberazione, unico e inconfondibile, non avrebbe potuto, non avrebbe dovuto essere noto a nessuno, al di fuori di coloro che in quel momento lontano erano stati presenti in quella stanza nella dimora di lord Sarnico. Ed escludendo se stessa da tale conteggio, solo un’altra persona avrebbe potuto, quindi, conoscere il ruolo della sua spada in quello specifico contesto…

MIDDA’S CHRONICLES In pace essi poteron sposarsi per sempre promettendo di amarsi, davanti al lor più caro amico nei dettami di un rito antico: in eterna gioia di appagarsi io lor auguro sempre allietarsi, ma di non scordar ch'io resto mendico a voi chiedo con fare impudico.

535

Un nuovo scroscio di applausi seguì la conclusione dell’ultima strofa di quella ballata, segno di sincera approvazione, e forse anche commozione, da parte di tutti gli spettatori. Ancora una volta, però, immersa quale si ritrovò a essere nei propri pensieri, nel proprio stupore, Heska non offrì attenzione o partecipazione a quel momento, almeno fino a quando non fu Gaeli a richiamarla a contatto con la realtà, in un tocco delicato sulla propria spalla. «Madre? Madre… non ti senti bene?» domandò, con voce evidentemente preoccupata nel coglierla così distante da sé. Inevitabile si concesse quell’emozione nella figlia di Heska, dove abituata a trovare nella madre un’immagine forte, determinata, salda nelle proprie emozioni: fin da bambina, quasi più in lei che nel proprio stesso padre, aveva avuto un’ardita figura di riferimento, capace di concederle una sensazione di protezione, di difesa da ogni male del mondo. Rispetto alla persona che si era proposta trent’anni prima, protagonista di quella ballata, in fuga dai pirati, prigioniera di lord Sarnico, ella era infatti ormai totalmente differente, e non soltanto a livello fisico. L’età, inevitabilmente, aveva richiesto il proprio giusto pegno, togliendo alla sua pelle la morbidezza, la dolcezza giovanile, e ritrovando il chiarore di un tempo, quell’apparenza quasi di porcellana, sostituito da un’epidermide più dura, ruvida ancor prima che rugosa, temprata dal sole e dal lavoro in fucina, bruciata da tanto calore in tonalità scure, non lontane da quelle di una figlia dei regni centrali. Il suo corpo, altrettanto provato da oltre trent’anni di duro lavoro e di allenamenti quotidiani, non si concedeva più esile, dolce, ma forte e atletico, con spalle larghe, muscolatura energica, forme sode e prestanti. Come già suo padre ancor prima di lei, anche in lei gli anni non sembravano averle tolto il vigore giovanile e, anzi, in una metamorfosi simile, l’avevano resa anche più fisicamente risoluta di quanto non fosse stata da fanciulla. Solo guardandola in viso, quel volto circondato da capelli ancora biondo chiaro ora però tagliati corti, mantenuti volontariamente disordinati, ribelli, si

536

Sean MacMalcom

sarebbe potuto ritrovare un chiaro segno della sua identità, nel confronto con la ragazza di trent’anni prima. I suoi occhi blu, intensi come il mare, si concedevano del tutto identici, immutati, nonostante la luce di innocenza, prima presente, fosse stata sostituita da una determinazione altresì assente, da un’energia un tempo celata nel suo animo e ora posta in risalto sotto lo sguardo di chiunque. Tale era l’unica Heska che mai Gaeli avesse conosciuto, l’unica immagine di sua madre che mai avesse vegliato sul proprio riposo, sui propri sogni, sulla propria vita: rari, impossibili da ricordare, erano stati i momenti in cui in lei aveva mai veduto incertezza, aveva mai trovato sconcerto simile a quello che le appariva chiaro in quel momento, apparentemente in conseguenza di quella ballata. E ciò non avrebbe potuto evitare di preoccuparla… «Madre?» chiamò ancora, ponendosi di fronte a lei, al suo sguardo cercando di coglierne l’attenzione, di trarla a sé dal flusso di coscienza in cui sembrava essere intrappolata. «Gaeli…» sorrise Heska, scuotendo il capo come a sminuire la preoccupazione della figlia «Cosa succede? Perché sei così agitata?» chiese, proponendosi assolutamente serena e controllata. «Perché sono cos…? Madre, non ti sei resa conto di quanto è successo?» La donna si guardò attorno, notando oltre allo sguardo preoccupato della figlia anche quello incerto dei due nipotini: Thomar, fra le sue braccia, apparve addirittura sull’orlo di una crisi di pianto, evidentemente spaventato per le stesse ragioni che avevano sconvolto la madre. Solo nel notare tanto scompiglio, ella si accorse come l’ambiente attorno a loro fosse cambiato radicalmente, non proponendo più né folla né cantore, i primi evidentemente assenti in conseguenza della scomparsa del secondo. Il bardo doveva aver preso una pausa, essersi allontanato portando con sé ogni traccia del proprio passaggio, e di ciò Heska non si era assolutamente accorta, caduta in uno stato di catalessi e generando, di conseguenza, la preoccupazione dei suoi cari. «Per Vehnea…» esclamò, imbarazzata dal proprio comportamento «Ero sovrappensiero e non mi sono accorta di nulla.» cercò di giustificarsi, sorridendo al nipotino e donandogli un bacio a dissipare ogni paura, ogni ansia dal suo tenero, piccolo cuore, sicuramente ricco d’un amore puro come solo avrebbe saputo essere quello di un bambino. «Mi hai fatta preoccupare…» la rimproverò Gaeli, poco convinta da tale spiegazione «Andiamo a casa, per favore… sono stanca di girare.»

MIDDA’S CHRONICLES

537

aggiunse poi, evidentemente desiderosa di concedere alla madre occasione di riposo, temendo che quanto accaduto fosse stato conseguenza di qualcosa tutt’altro che psicologico quale, invece, era realmente. «D’accordo.» acconsentì Heska, non volendo gravare inutilmente sulla figlia e sui nipotini con degli assurdi pensieri, con delle riflessioni che non avrebbero avuto modo o ragione d’essere. Pur muovendo, in conseguenza di quella resa, i propri passi verso casa, la donna non poté evitare che ripensare al bardo, a quella sconosciuta straniera che così tante cose sembrava sapere a suo proposito, così tanti dettagli appariva conoscere della sua esistenza: in quell’unico occhio color ghiaccio che aveva avuto modo di vedere dietro alla coltre di capelli, ella non poté che evitare un collegamento mentale con la figura della Figlia di Marr’Mahew, con la sorella offertale dal fato e dal fato stesso strappatale trent’anni prima. Sarebbe stato possibile che le voci in merito alla scomparsa di Midda, alla sua presunta morte all’interno di un vortice di tenebra, fossero state false, costruite a regola d’arte? Sarebbe stato possibile che l’anziana suonatrice altri non fosse proprio colei che aveva vissuto simili eventi in sua compagnia, che l’aveva salvata dalla condanna imposta da lord Sarnico su se stessa e sulle altre giovani che egli aveva rapito, in quel lontano passato? Sarebbe stato possibile che quel ciuffo di capelli davanti all’occhio sinistro di lei, apparentemente lì posto per gusto estetico o, forse, per distrazione, fosse stato così conformato a celare uno sfregio che, altrimenti, l’avrebbe inequivocabilmente identificata? Troppe domande. Alcuna possibilità di risposta. «Che fine ha fatto quella donna?» domandò rompendo il proprio silenzio nel rivolgersi verso la figlia. «Parli della cantastorie?» replicò Gaeli, osservandola ancora con evidente preoccupazione nello sguardo «E’ a causa sua se non ti sei sentita bene? Per i ricordi che ha risvegliato in te con quell’insolita ballata?» «Sto bene.» affermò Heska, con tono tranquillo e appena scocciato in conseguenza di una simile insistenza su un suo presunto malore «Non ti agitare in questo modo, bambina mia… non è successo nulla: semplicemente quelle note mi hanno rapita più di quanto normalmente non sarebbe avvenuto.» «Sarà…» commentò la giovane, tutt’altro che convinta. E proseguendo in tale confronto, madre e figlia, con annessi nipotini, fecero ritorno a casa.

538

Sean MacMalcom

ome nella maggior parte dei casi era solito avvenire, tanto nelle famiglie più facoltose quanto in quelle più umili, la dimora si proponeva come un bene di valore tutt’altro che indifferente, quasi sicuramente l’eredità più importante da trasmettere di generazione in generazione, di padre in figlio: nel rispetto di tale norma, Gaeli e Hower, suo sposo, avevano ovviamente stabilito la propria famiglia là dove, un tempo, erano state quelle di Heska e di suo marito Mab’Luk. E se fino a trent’anni prima, pur adiacenti, le abitazioni in questione si sarebbero proposte ancora come nettamente distinte, non diversamente dalle botteghe a esse correlate, a seguito del matrimonio che aveva visto celebrata l’unione eterna fra gli ultimi discendenti di tali famiglie, esse erano state unite a formare un unico e più vasto complesso. Di quello che un tempo era stato lo spazio di carpenteria appartenuto al padre di Mab’Luk e ai suoi antenati, in conseguenza della scelta del medesimo di restare accanto alla moglie nel desiderio della medesima proseguire con l’opera di Lafra, restava ormai solo il ricordo, un dolce e meraviglioso ricordo, sicuramente nostalgico, nel cuore di Heska, la sola a potersi ricordare come si sarebbero proposti quegli ambienti tre decenni prima. Entrambe le botteghe, unificate a essere un’unica, si concedevano così all’arte del fabbro e, nel contesto specifico di quella giornata di festa, si proponevano fin troppo sature di clienti, quasi necessitando di un ulteriore estensione per poterli ospitare comodamente tutti.

C

«Il lavoro non manca, per fortuna…» commentò la nonna, rivolgendosi verso sua figlia. «Lavoro… papà bello…» annuì con grande convinzione Jarah, proponendosi con un’espressione a dir poco seria, da vero intenditore dell’argomento «Sì… bello lavoro.» ripeté muovendo il capo ancora una volta con fare affermativo. «Sicuramente non manca.» sorrise Gaeli, accarezzando la nuca del figlio ancora sorretto in braccio «Quello che spesso mi viene a mancare, purtroppo, è mio marito: sempre troppo preso dietro a consegne, richieste, ordinazioni…» «Non lamentarti per questo.» le rispose con dolcezza la prima, scuotendo il capo «Inevitabilmente arriveranno i periodi di crisi e allora vedrai che ci sarà da…» La frase, però, morì sulle labbra di Heska nel momento in cui ella individuò, all’interno della folla di potenziali clienti per il genero, la

MIDDA’S CHRONICLES

683

Ringraziamenti
“C’era una volta, tanto tanto tempo fa…”: una conclusione, in un futuro ormai passato, che ha il sapore di un inizio, di un preludio a qualcosa di più grande e complesso, qualcosa che solo il tempo, e la tua fiducia in queste pagine, potrà svelare, dirimere, approfondire nei propri impliciti. A tal scopo, non posso evitare di invitarti a offrire attenzione al Prossimamente…, immancabile a seguito di questa parentesi altrettanto irrinunciabile, quale solo potrebbe essere la pagina volta ai ringraziamenti. Mi è stato domandato qual significato possa assumere questo stesso spazio all’intero di un secondo volume, ove già numerosi si erano proposti i ringraziamenti pubblicati qualche mese fa e dove le persone che mi sono state al fianco nel lavoro dedicato alla stesura del primo tomo, in effetti, non hanno mancato di accompagnarmi anche in questa seconda avventura. In tal senso, quindi, questo angolo potrebbe risultare una futile e pedestre ripetizione di quanto già presentato nello scorso volume: ciò nonostante, non vorrei mancare di riconoscere il giusto merito alla loro presenza, al loro apporto, dove in caso contrario questo stesso libro potrebbe non essersi mai spinto a conclusione. Accanto a loro, poi, mi piacerebbe porre tutti coloro che, in questi mesi, hanno offerto spazio alla diffusione del primo volume, in una disponibilità tutt’altro che scontata, ovvia o naturale. In simili esigenze, in tali desideri, purtroppo, questo spazio rischierebbe di assomigliare ai titoli di coda de “Il signore degli anelli”, nel corso dei quali probabilmente l’intero elenco telefonico neozelandese è stato citato, e ogni ringraziamento apparirebbe quasi privo di significato, snaturato in una lista troppo lunga, troppo intensa, per poter essere apprezzata. Spero, pertanto, che chiunque, meritevole in tal senso, sia consapevole della mia assoluta e sincera gratitudine per il suo sostegno, per la sua presenza, anche se qui a seguito non citato per la ragione appena esposta. Detto questo, naturalmente e imprescindibilmente, non posso mancare di citare, prima fra tutte, Giuliana Lagi, mia madre, la quale ancora una volta ha posto il proprio tempo, la propria bravura, e il proprio impegno nella creazione delle quindici tavole, una mappa e una copertina che hanno accompagnato la lettura di questa seconda raccolta, nonché nella collaborazione all’ultima e conclusiva revisione dell’opera, a cercare di

684

Sean MacMalcom

offrire a chiunque un prodotto degno di essere acquistato e letto, così come già era avvenuto in occasione della precedente pubblicazione. Per il proprio sostegno e la propria fiducia nei riguardi del primo volume e del suo autore, risultati sicuramente quali fattori di sicuro sprone anche per il proseguo di questo mio impegno editoriale, desidero citare e ringraziare tutti coloro che hanno voluto onorarmi con l’acquisto de Il tempio nella palude (e altre storie), fra i quali, per primi, Carmelo e Francesca, nonché tutto quel vigoroso contingente formato da diversi miei colleghi di lavoro. Per il proprio impegno personale nella promozione della mia modesta opera, ancora, non voglio mancare di ringraziare Mario e tutti gli amici di The Fantasy World, Eleonora e Francesca di Promesse d’autore, nonché Carlotta di House of Books: a loro potrei sicuramente aggiungere ancora molti nomi, in un elenco che non troverebbe facilmente conclusione, ove tanto supporto, tanto spazio mi è stato generosamente riconosciuto in questi ultimi mesi. Inoltre, naturalmente, è necessario ricordare tutti i lettori della blog novel, in cui le storie, qui proposte, sono state pubblicate per la prima volta, tutte quelle presenze, quasi sempre silenziose e anonime, e pur costanti, che offrono il proprio implicito supporto alle Cronache e che ne incentivano l’ineluttabile proseguo, in un cammino che, spero, potrà durare ancora per molti anni. A te, infine, che nuovamente o per la prima volta, hai voluto riconoscermi il tuo tempo e il tuo interesse, è il mio ultimo e sincero ringraziamento, nella speranza di poterci rincontrare molto presto nel terzo volume… Sean MacMalcom

MIDDA’S CHRONICLES

685

Prossimamente…
Privata di ogni ricordo del proprio futuro passato, Midda Bontor torna alla propria quotidianità prima abbandonata, tutt’altro che dimentica degli impegni, degli affari lasciati in sospeso. Per questo, accanto alla consapevolezza della sola ragione per la quale ha accettato di asservirsi a lady Lavero, nella volontà di ritrovare la Jol’Ange e il suo equipaggio, non verrà meno per lei il peso del debito contratto nei confronti di lord Brote, per soddisfare il quale ella dovrà condurre alla presenza dello stesso il gioiello più prezioso e importante di tutto il regno di Y’Shalf. Riuscirà la Figlia di Marr’Mahew a ritrovare gli amici dai quali è stata separata? E quali pericoli l’attenderanno oltre i confini y’shalfichi? La prossima primavera, sempre in esclusiva per Lulu.com, la risposta a queste e molte altre domande in…

MIDDA’S CHRONICLES
VOLUME TERZO

IL COLLEZIONISTA DI SASSI
E ALTRE STORIE

686

Sean MacMalcom

MIDDA’S CHRONICLES

687

Siamo un gruppo di persone assolutamente normali, lavoratori e studenti, che si ritrovano accomunate da una medesima passione, da uno stesso interesse: quello per la scrittura creativa. Uniti da questo piacere comune, abbiamo deciso di scrivere sfruttando le virtù della blogosfera, per esprimere indipendentemente le nostre fantasie, i frutti del nostro tempo libero e del nostro impegno, trovando l'un l'altro reciproco aiuto, consiglio, sostegno, per rendere la forza di ognuno di noi quella di tutti ed essere uniti di fronte all'immensità del World Wide Web, in cui altrimenti potremmo perderci. Non fingiamo di essere nulla di più di ciò che siamo, non ci arroghiamo il diritto di ambire a nulla di più di ciò che la libertà di Internet ci consente di cercare: non crediamo di essere grandi scrittori, non vogliamo cambiare il mondo con ciò che scriviamo. Semplicemente seguiamo un interesse, con passione e umiltà, accogliendo a braccia aperte chiunque voglia unirsi a noi in questo cammino.

Se ti ritrovi descritto in queste parole, se hai voglia di metterti in gioco insieme a noi… unisciti a NWN!

Una nuova frontiera del blog novelizing in Italia

NEW WAVE NOVELERS

http://newwavenovelers.altervista.org/

688

Sean MacMalcom

Midda Bontor:
donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione. In un mondo dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi, ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.

Continua a seguire le avventure di Midda sul blog che ha dato origine a questo libro:

MIDDA’S CHRONICLES
http://www.middaschronicles.com/ Ogni giorno un nuovo episodio, un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un nuovo universo fantasy sword & sorcery, nel narrare le Cronache di Midda.