Breve rassegna storica sul Fair Trade

Il Fair Trade e le teorie dello sviluppo
Quando le prime forme di commercio equo e solidale appaiono sullo scenario mondiale il dibattito
sui meccanismi dello sviluppo e sui rapporti Nord-Sud può essere sintetizzato nella tensione
dicotomica tra due orientamenti teorici, fortemente marcati da un punto di vista ideologico; da una
parte l’approccio della crescita economica all’interno del paradigma della modernizzazione e
dall’altro l’approccio della dipendenza.
Paradigma della modernizzazione
Lo sviluppo sarebbe un processo universale e lineare che anche i Paesi economicamente arretrati
potrebbero percorrere, grazie a investimenti diretti nelle aree povere e ad un processo di
industrializzazione in linea col modello occidentale. Questo approccio, noto anche come la “teoria
degli stadi” era proposto da studiosi quali Walt. W. Rostow e Alexander Gerschenkron e furono
elaborati diversi modelli economici che richiamavano elementi della teoria economica classica per
spiegare lo sviluppo e il sottosviluppo.
Approccio della dipendenza
Inizialmente elaborato in seno alla CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i
Carabi) e ripreso da economisti neo-marxisti come André Gunder Frank, Theotonio Dos Santos ed
in seguito Samir Amin e Immanuel Wallerstein, identifica il sottosviluppo quale processo indotto
dalla struttura e dai meccanismi del sistema capitalistico mondiale, chiaramente egemonico e
asimmetrico, che si fonda su relazioni di scambio diseguali e di dipendenza grazie alle quali,
secondo il modello centro/ periferia, le potenze del centro mantengono e rafforzano la loro crescita
economica basata sullo sfruttamento ai danni della periferia, costituita dai Paesi impoveriti. Di
conseguenza, la soluzione comporterebbe l’uscita da tale sistema e la ricerca di modelli alternativi a
quello occidentale.
Secondo Karl Polanyi, le società tradizionali si basavano sull’equilibrio e l’interazione di tre
principi di scambio: il principio di reciprocità (il dono), il principio di redistribuzione (l’autorità) e
il principio di mercato (incontro da domanda ed offerta). Con il processo di modernizzazione questi
principi si sono polarizzati conducendo al predominio della dimensione economica su quella sociale
o, utilizzando le parole di Louis Dumont (1993) al passaggio da una concezione olistica dei rapporti
sociali all’individualismo. Con la rivalutazione dei principi di reciprocità e di solidarietà la società
attuale potrebbe conciliare queste diverse dimensioni e reintegrare l’economico nel sociale.
Il movimento del Fair Trade rientra nell’insieme dei tentativi sperimentali volti a ricercare, nel
microcosmo quotidiano, delle soluzioni pragmatiche ai problemi della miseria e dell’emarginazione
del Sud del mondo. Nel Fair Trade possono essere ritrovati i concetti fondamentali della teoria della
dipendenza e dello scambio ineguale e si sviluppa come tentativo concreto di riequilibrare le
relazioni asimmetriche tra Nord e Sud del mondo.
Come osserva Tonino Perna, “il movimento per un commercio equo non nasce da un’ideologia che
si vuole imporre alla realtà, ma dalla sperimentazione e incarnazione di un bisogno di giustizia che
come tale è continuamente soggetto ad aggiustamenti e riflessioni” (1998: 91).
La strategia è quella della crescita dal basso e del cambiamento come mutamento attraverso ciò che
Freire (1972) definisce “la pedagogia degli oppressi”. Il commercio equo si pone come laboratorio
1

di reciprocità, di progettualità comune fra Nord e Sud del mondo, dimostrando che “la società
esperimenta e inventa, negli interstizi lasciati liberi dalle grandi logiche dominanti o in spazi
conquistati a spese delle sfere funzionali” (Laville,1998: 65).
L’obiettivo non è quello di salvare il mondo o di realizzare un’idea a tutti i costi; si parte da una
semplice domanda: “che cosa posso fare io, nel mio quotidiano, per contribuire a rendere meno
ingiusto questo sistema economico?” (Perna, 1998: 82). Si individua nel consumo e nel potere di
acquisto un mezzo per riequilibrare le relazioni diseguali e il divario Nord-Sud e diventa quindi
fondamentale dare un senso etico alle scelte dell'uomo in quanto consumatore, instaurando una
logica diversa da quella strettamente economica.
In questa innovativa forma di solidarietà internazionale si possono riconoscere alcuni aspetti
caratteristici della cosiddetta “rivoluzione silenziosa”, ossia quel processo che ha contraddistinto,
secondo Ronald Inglehart (1977) il passaggio dai valori materialisti ai cosiddetti valori postmaterialisti e che ha avuto inizio a partire dalla fine degli anni Sessanta. Tra questi si evidenziano i
valori che ritroviamo alla base del Fair Trade, quali l’enfasi su una concezione dell’economia
caratterizzata da maggior giustizia ed equità, della società meno impersonale e più umana, dello
sviluppo inteso in termini di miglioramento della qualità della vita e non più come semplice crescita
economica.
Il commercio equo e solidale può essere considerato come una delle nuove forme di partecipazione
sociale alla nascita delle quali hanno contribuito la diffusione degli orientamenti valoriali postmaterialisti.
Radici teoriche e culturali
La storiografia riconosce all’Olanda agli albori degli anni Sessanta la genesi storica del commercio
equo e solidale, seppure esperienze di commercializzazione basate su criteri solidaristici abbiano
radici posteriori (Mennoniti negli USA negli anni Quaranta e Oxfam con prodotti di rifugiati cinesi
ad Hong Kong negli anni Cinquanta).
L’Olanda degli anni ‘60 è il primo paese d’Europa in cui si elevano i fermenti del Concilio
Vaticano II; il vertice della gerarchizzata Chiesa di Roma viene scosso e intimidito dall’emergere di
un creativo movimento di dissenso, il cosiddetto “nuovo catechismo olandese”, portatore di grandi
istanze di impegno sociale e di libertà di espressione. E’ questo il clima in cui si colloca l’inizio
dell’attività dei giovani di Kerkrade. Un altro contesto in cui il Fair Trade mette presto radici è
l’Inghilterra anglicana.
E’ chiara, dunque, l’influenza dei movimenti della Chiesa protestante anglicana e di quella cattolica
fiamminga all’origine del movimento del commercio equo e solidale (Habbard, Lafarge, Peeters e
Vergriette, 2002: 5).
Nello sviluppo delle idee e delle pratiche del Fair Trade fondamentali risultano numerosi aspetti
correlati al periodo del Sessantotto e alle “onde lunghe” da questo innescate. La critica nei confronti
dell’ordine esistente e le istanze di pace e di giustizia sono portate avanti da movimenti che non
sempre si identificano nelle forme storiche e istituzionali fortemente ideologizzate in senso
rivoluzionario. Ad esempio, ai movimenti femministi, ecologisti e pacifisti si riconosce il merito di
aver riscoperto e fatto riemergere, sia pure in forme nuove, idee e proposte dell’orientamento
socialista e anarchico, sconfitti storicamente ma non del tutto scomparsi.
Ci si riferisce in parte agli esponenti del socialismo utopico, fautori di forme economiche
alternative: “nel 1849, Pierre-Joseph Proudhon fondò una Banca del Popolo destinata a stabilire
2

fra i produttori il mutuo credito e lo scambio uguale (in termini di lavoro contenuto) di prodotti. In
precedenza Charles Fourier , l’ideatore dei falansteri, per combattere il parassitismo del
commercio e l’usura ‘legalizzata’ praticata dal sistema bancario, aveva proposto di vincolare sotto
controllo pubblico, i commercianti ad anticipare ai produttori dalla metà ai due terzi del valore
delle merci, a un interesse tra il 4 e il 5 per cento” (Perna, 1998: 75).
In tal senso questi esperimenti ricordano il prefinanziamento, le forme di credito a beneficio dei
produttori e l’equità promossi dal commercio equo e solidale. Ma è soprattutto l’influenza del
socialismo romantico di Thomas Carlyle, John Ruskin e William Morris che Tonino Perna
considera interessante (1998: 83-85). Questi, con la loro critica “estetico-morale” della società
industriale e del capitalismo del XIX secolo, hanno anticipato grandi temi come il degrado
ambientale, il consumismo e la mercificazione, la perdita di qualità e senso del lavoro, la
polarizzazione sociale, la perdita di culture locali, l’iniqua distribuzione della ricchezza.
Il concetto stesso di ricchezza, tradizionalmente ridotto al solo ambito economico, era esteso fino ad
includere elementi correlati a tutto ciò che può nobilitare l’uomo e renderlo felice: dalla natura
all’arte, dall’accumulazione di conoscenza alla libertà di comunicazione fino all’indiscutibile diritto
a vivere una vita dignitosa. A differenza del marxismo e del socialismo utopico, secondo i romantici
non era necessaria la rivoluzione per trasformare lo status quo: la strategia da attuare era quella
dell’esempio e dei cambiamenti nella vita quotidiana.
Secondo William Morris un sistema organizzativo alternativo risiedeva nelle forme cooperative di
produzione e di consumo, nelle società di mutuo soccorso e nelle casse rurali che, all’epoca stavano
avendo un grande successo in diversi Paesi europei come risposte al modello di capitalismo
industriale. Questo vasto movimento cooperativo, basato su ideali di solidarietà e di mutualità, deve
molto alla teoria ed alla prassi di figure come Robert Owen o Friedrich Raiffeisen1 e può essere
considerato come una delle prime forme moderne di economia solidale, nei termini espressi da
Jean- Luis Laville (1998).2
Nelle pratiche del Fair Trade si possono rinvenire concetti centrali nelle tradizioni
cooperativistiche, quali la libertà di associazione fra persone aventi bisogni e finalità comuni, la
responsabilità solidale e il principio dello Selbsthilfe, l’auto-aiuto. Per rompere il circolo vizioso
dell’emarginazione e della miseria non si può fare affidamento su aiuti provenienti dall’esterno, ma
si deve fare ricorso alle energie presenti nel sistema stesso; gli interventi esogeni possono fornire
uno stimolo iniziale, ma le opportunità di crescita economica e sociale dovrebbero fondarsi sulle
capacità di autopropulsione delle comunità locali attraverso esperienze associative di tipo
cooperativo.
Le logiche della competitività e della massimizzazione del profitto vengono sostituite dal principio
di equità e di giustizia, da strumenti di mutualismo solidale, di partecipazione e controllo
democratico, di volontariato; le finalità non sono strettamente di ordine economico - il profitto a
tutti i costi - bensì sociale, culturale, etico e ambientale.

1

Robert Owen, industriale e riformatore nell’Inghilterra del XIX secolo, attuò una serie di interventi a carattere sociale
a favore dei suoi operai attraverso le cosiddette fabbriche autogestite e tentò l’esperimento di società cooperativiste di
produzione e di consumo. Friedrich Raiffeisen è una figura centrale nel movimento cooperativo mitteleuropeo del XIX
secolo. Viene riconosciuto come il padre della forma di cooperazione rurale che valorizza la funzione sociale del
credito, promovendola in termini mutualistici e solidali
2
Mentre gli utopisti hanno sempre teorizzato una società ideale, perfetta, in grado di risolvere le grandi contraddizioni
sociali che capitalismo aveva creato, i romantici vedevano la strategia dell’esempio e i cambiamenti nella vita
quotidiana come le modalità da attuare per trasformare lo status quo
3

Le origini del movimento
In un contesto caratterizzato, da un lato, dall’euforia determinata dal successo del Piano Marshall
per la ricostruzione dell’Europa e da una fase di crescita economica e, dall’altro, dalle incertezze
correlate alla Guerra Fredda ed al processo di decolonizzazione, lo sviluppo diventa il nuovo
“imperativo della storia”, cui devono concorrere in eguale misura i Paesi ricchi come i Paesi
considerati sottosviluppati. La diffusione degli strumenti di comunicazione ed il ruolo
dell’informazione cominciano a determinare processi di espansione unificante. Si colloca proprio
nei primi anni del secondo dopoguerra il momento in cui il cosiddetto Terzo Mondo si impone
all’attenzione dell’opinione pubblica occidentale, grazie alle opere di intellettuali e ai primi
reportages trasmessi dai mass media, che rivelano il dramma della miseria e della fame vissuto da
numerose popolazioni in giro per il mondo (Perna, 1998: 81). Da qui la genesi di una sorta di
coscienza collettiva che spinge ad impegnarsi nella ricerca di soluzioni efficaci.
Dettate da ragioni umanitarie, da spinte ideali3 o da motivazioni geopolitiche4, queste ultime
riconducibili al tentativo di indicare ai Paesi di recente indipendenza la via liberal-capitalistica alla
prosperità e di limitare così il potere di attrazione da parte del blocco sovietico, di fatto le politiche
di sviluppo di stampo istituzionale danno vita ad un sistema pubblico di aiuti di stampo
assistenzialista. Basata sul continuo invio di donazioni e di prestiti da parte dei Paesi occidentali più
ricchi per far fronte alla scarsità di risorse delle aree considerate economicamente arretrate5, questa
modalità finisce con il generare un rapporto di dipendenza, senza incidere sulle cause della povertà
e contribuire concretamente al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni.
Nel 1964, per la prima volta, al termine della Conferenza UNCTAD di Ginevra viene coniato lo
slogan “Trade not aid”, per sintetizzare la proposta di un nuovo orientamento strategico delle
politiche di sviluppo, le quali si propongono l’obiettivo di favorire un maggior equilibrio nella
distribuzione della ricchezza mondiale creando possibilità di accesso al mercato internazionale per i
Paesi economicamente meno sviluppati.6 Tuttavia le raccomandazioni di quest’organismo delle
Nazioni Unite restano inascoltate per mancanza di volontà politica.
3

La nascita dell’ONU (con le sue agenzie come FAO, OMS, UNICEF ecc.. ) e la stesura della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo possono essere letti in tal senso come il prodotto istituzionale della volontà di
assumere una responsabilità collegiale da parte della comunità mondiale nei confronti dei principali problemi
dell’umanità
4
La dottrina del neocolonialismo si annovera fra le voci più radicali e più critiche nei confronti di questa strategia di
sviluppo messa in atto dalle potenze occidentali e che viene definita con termini quali imperialismo e, più recentemente,
occidentalizzazione del mondo
5
Si tratta del famoso Punto IV del discorso tenuto dal Presidente americano Harry Truman al Congresso americano, il
20 gennaio 1949, da molti considerato fra i riferimenti principali dei primi strumenti di cooperazione allo sviluppo.
Fonte: http://www.trumanlibrary.org/trumanpapers/pppus/1949/19.htm
6
Nel secondo dopoguerra il commercio internazionale entra gradualmente a far parte del dibattito relativo allo sviluppo.
Argomentazioni a favore e contro il commercio come propulsore della crescita si traducono nella storica disputa fra
liberoscambismo e protezionismo, collocandosi pure nel contesto di un più ampio dibattito ideologico tra i sostenitori
dell’economia di mercato e coloro che propongono la pianificazione, ovvero fra capitalisti e socialisti. I ragionamenti a
favore del commercio in termini di libero scambio sono sostenuti da numerosi economisti e dalle principali istituzioni
internazionali; nel 1961 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la risoluzione 707 in base alla quale viene
rivendicata la funzione motrice degli scambi internazionali a favore dello sviluppo economico. Centrale risulta la teoria
classica dei vantaggi comparati, elaborata in parte da A. Smith ma soprattutto da D.Ricardo. Le voci critiche rispetto al
commercio come propulsore di crescita economica si ritrovano in economisti quali Prebish e Singer e in seguito nelle
teorie della scuola dependentista e dello scambio ineguale, in contrapposizione non solo alla teoria classica del
commercio internazionale ma in generale alla concezione di sviluppo fino a quel momento dominante. La tesi centrale
del paradigma della dipendenza è che sviluppo e sottosviluppo sono fenomeni connessi fra loro, le due facce della
medesima medaglia, ovvero aspetti dello stesso processo storico di formazione del sistema capitalistico mondiale,
basato sull’asimmetria e sullo sfruttamento da parte centro ai danni della periferia. Lo sviluppo è alimentato dal
sottosviluppo indotto nei seguenti termini: la legge del vantaggio comparato nel sistema economico mondiale nel
sistema economico internazionale penalizza i Paesi del Sud del mondo, specializzati nella produzione di materie prime,
4

Nel frattempo, a livello di società civile, la drammatica estensione delle disuguaglianze fra Nord e
Sud preoccupa le coscienza delle persone maggiormente sensibili e si moltiplicano le iniziative di
solidarietà, che, tuttavia, si inseriscono nella tradizionale forma della beneficenza caritatevole. In
questo contesto muove i primi passi il movimento del Fair Trade, che propone un approccio e una
pratica alternativi alle logiche assistenzialistiche delle tradizionali forme di aiuto allo sviluppo e, nel
contempo, ai meccanismi del mercato internazionale convenzionale.
Precursori del Fair Trade si trovano in Gran Bretagna e negli Stati Uniti già negli anni Quaranta e
Cinquanta7, ma anche se queste esperienze sono pionieristiche, l’Olanda è generalmente considerata
lo stato d’origine di questa nuova forma di cooperazione internazionale.

Le prime esperienze di Fair Trade
Nel 1959 alcuni giovani cattolici fondano nella cittadina di Kerkrade l’associazione SOS
Wereldhandel che avvia la sua attività con interventi di solidarietà diretta, fra i quali una campagna
di sensibilizzazione per portare il latte in polvere in Sicilia, allora considerata tra le aree povere
bisognose d’aiuto. In seguito comincia a rafforzarsi l’idea che la classica “charity”, essendo in un
certo senso fine a se stessa e creando una sorta di dipendenza dagli aiuti, non costituisce il sistema
più efficace per incidere sulle cause della miseria e sui rapporti iniqui caratterizzante l’ordine
mondiale esistente. Ci si impegna così a individuare forme di solidarietà e di cooperazione più
rispettose delle popolazioni locali e in grado di stimolare una presa di coscienza delle proprie
potenzialità da parte dei produttori locali. Rivolgendosi inizialmente a progetti già avviati da
missionari e, in un secondo tempo, avviandone di nuovi, ci si pone l’obiettivo di sostenere gruppi di
artigiani e contadini della periferia del mondo affinché diventino economicamente indipendenti,
grazie a forme di assistenza finanziaria e tecnica. Centrale è la questione della commercializzazione
dei prodotti che il mercato locale non riesce ad assorbire a causa della scarsa domanda.
Determinante risulta, inoltre, il ruolo degli intermediari locali, i quali detenendo un grande potere
contrattuale nei confronti dei piccoli produttori, costringono questi ultimi ad accettare
incondizionatamente i loro termini di transazione. Riflettendo sulle condizioni di emarginazione e
di vulnerabilità dei piccoli produttori nel commercio internazionale si arriva alla prospettiva di dare
loro un accesso privilegiato al mercato occidentale, acquistando direttamente a prezzi dignitosi.
In questa prima fase i prodotti, in larga misura pezzi di artigianato2, vengono offerti ai consumatori
occidentali presso mercatini missionari, fiere o per posta. Si vuole creare un sistema a rete in grado
di far incontrare, idealmente, migliaia di donne e uomini di popoli e culture differenti.
destinate all’esportazione e maggiormente vulnerabili alle fluttuazioni dei prezzi e costretti ad importare i manufatti dal
ricco Nord a causa dell’assenza di una produzione in loco; la legge dello scambio ineguale penalizza i contraenti dei
Paesi impoveriti perché più alti livelli di tecnologia e maggior costo della forza lavoro aumentano i prezzi delle merci
che giungono dal Nord. Per i riferimenti si rimanda alla nota 11.
7

Negli USA si ricordi il Mennonite Central Commitee, da cui in seguito nascerà l’organizzazione Fair Trade Ten
Thousand Villages; attiva fin dagli anni ’40 con l’importazione di articoli artigianali dal Puerto Rico e da altri Paesi
dell’America Latina. Qui una prima forma di Bottega del Mondo viene aperta nel 1958. In Inghilterra molto attiva
risulta l’ONG Oxfam. Organizzazione Non Governativa inglese fondata da un gruppo di quaccheri e da altri gruppi
religiosi ad Oxford, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, comincia ad interessarsi al problema della fame
nel mondo, avviando progetti di cooperazione nei Paesi economicamente meno sviluppati. In seguito ad un viaggio ad
Hong Kong da parte del direttore dell’organizzazione, nasce l’idea di vendere i prodotti di alcuni rifugiati cinesi che lì si
erano stabiliti: aiutare vendendo(helping by selling) è il primo motto inglese (Waddel, 2002: 6). Nel 1965 OXFAM
lancia il programma “Bridgehead”, con il quale avvia l’importazione di artigianato da Africa, Asia ed America
Latina. “Bridgehead” diventa ben presto un’alternative trade organisation (ATO) la cui missione è creare un
ponte fra contadini ed artigiani nel “Terzo Mondo” e i consumatori del “Primo Mondo”.
5

La compassione viene progressivamente sostituita dalla volontà di denunciare il carattere
fondamentalmente ingiusto ed ineguale del commercio internazionale nei confronti delle
popolazioni dei Paesi del Sud del mondo.
Facendo proprio lo slogan UNCTAD “Trade not aid”, SOS Wereldhandel, in seguito Fair trade
Organisatie (oggi giorno Fair Trade Oroginal), crea in Olanda la prima centrale di importazione.
Nei Paesi del Sud del mondo cominciano a svilupparsi “dal basso” le realtà dei produttori
organizzati. In alcuni casi questo avviene in maniera endogena, ossia i produttori si autoorganizzano con lo scopo di migliorare le proprie condizioni di vita e di affrancarsi dalla catena
dell’intermediazione speculativa; in altri casi la nascita delle organizzazioni di produttori ha un
carattere più esogeno dato il ruolo fondamentale rivestito dall’implementazione di progetti di
sviluppo da parte di ONG, organismi internazionali o governi locali. Ad ogni modo, cominciano ad
instaurarsi le relazioni di partnership tra Nord e Sud e vengono gettate le basi del Fair Trade:
prezzi superiori a quello di mercato, l’anticipo del pagamento del raccolto o del prodotto finito per
sottrarre contadini e artigiani alla morsa dell’usura, rapporti duraturi con i produttori svantaggiati e
marginali.
Sempre in quegli anni, e sempre in Olanda, alcuni gruppi attenti alle tematiche dello sviluppo, Cane
Sugar Groups, cominciano a manifestare degli obiettivi di lobbying politica, attraverso la vendita
dello zucchero di canna; lo slogan è: “…comprando lo zucchero di canna, puoi aumentare la
pressione sui governi dei paesi ricchi perché anche i paesi poveri abbiano un posto al sole della
prosperità”.
Dagli sforzi e dagli sviluppi di questi primi movimenti alternativi, nel 1969, nella cittadina di
Breukelen, apre il primo Third World Shop (poi World Shop, ossia Bottega del Mondo), spazio di
vendita ma allo stesso tempo di informazione e di sensibilizzazione; è importante far capire alla
gente che è possibile acquistare un prodotto del Sud del mondo ad un prezzo che permetta al
produttore una vita dignitosa e promuovere i beni provenienti da queste zone lontane come vettori
che portano con sé il patrimonio culturale e le storie dei loro Paesi d’origine. Nel giro di due anni
vengono aperte nella sola Olanda 120 Botteghe del Mondo e in breve tempo in altri Stati europei,
come Belgio, Germania, Austria, Svizzera, Francia e Svezia sorgono delle “filiali”, che riescono in
pochi anni a diventare organizzazioni nazionali autonome, le cosiddette FTOs (Fair Trade
Organisations) o ATOs (Alternative Trade Organisations).

La fase politico-ideologica
Dopo l’iniziale fase “che si può dire dell’entusiasmo empirico” o del “goodwill selling”
(Tallontire, 2000: 167), gli anni Settanta vedono una progressiva diffusione di iniziative emulative
delle prime esperienze di FTOs ed il circuito del commercio equo e solidale attraversa un
significativo periodo di riflessione e di discussione sulle proprie finalità.
Il contesto internazionale gioca un ruolo determinante. In particolare, la crisi petrolifera del 1973
costituisce uno degli indicatori dei cambiamenti strutturali globali in corso e viene considerata come
un avvenimento fondamentale per la presa di coscienza a livello mondiale o planetario delle
interconnessioni esistenti fra le differenti parti del mondo e molti discorsi difesi a spada tratta fino a
quel momento entrano in contraddizione con lo stato delle cose reale. Come osserva Ralf
Dahrendorf (1977: 15), “un tema dominante sembra avviarsi all’esaurimento: quello del progresso
inteso nel senso unidimensionale dello sviluppo lineare, dell’implicita e spesso esplicita fiducia
nelle possibilità illimitate di una espansione quantitativa”. L’opinione pubblica internazionale è
posta dinnanzi alla questione della disuguaglianza tra le diverse popolazioni del mondo e

6

dell’esistenza di limiti invalicabili imposti alla crescita economica, costituiti in primo luogo dalla
disponibilità di risorse naturali riproducibili presenti sul pianeta.
Nuovi fenomeni cominciano a apparire evidenti, oltre alla vulnerabilità del modello di
industrializzazione occidentale e all’esauribilità del capitale naturale mondiale. Si possono ricordare
il potere crescente delle società multinazionali, la progressiva diminuzione della capacità degli Stati
nel controllare le economie, il continuo impoverimento di molte aree, specialmente nell’Africa
Subsahariana e in Asia, il problema del debito.
E’ datata 1973 la richiesta di un Nuovo Ordine Economico Mondiale (NOEI) da parte dei Paesi in
via di sviluppo riuniti nel G77, come denuncia del fallimento delle politiche di sviluppo
implementate fino a quel momento. Né bisogna dimenticare i movimenti rivoluzionari che
caratterizzano la storia di numerosi Paesi latinoamericani, africani ed asiatici. Parti della società
civile, influenzate dal clima politico- ideologico post-sessantottino, recepiscono queste
problematiche e, su vari fronti, si organizzano i nuovi movimenti alternativi, ecologisti, femministi,
terzomondisti, antinuclearisti, per i diritti umani, ecc…
Alcune delle loro istanze di protesta, contribuiscono in maniera rilevante all’ampliamento del
nucleo culturale originario del Fair Trade. Ad esempio, l’attenzione viene gradualmente rivolta
all’impatto ambientale, alla produzione biologica, alle questioni di genere e alle dinamiche interne
delle organizzazioni del Sud che partecipano e cogestiscono i progetti locali di autosviluppo (Perna,
1998: 86) e si inserisce in questa fase l'importazione di prodotti con un messaggio politico o di
solidarietà internazionale. Tallontire (2000: 167) definisce questo secondo momento di sviluppo del
commercio equo e solidale come “solidarity trade”.
Gli anni ’70 vedono la soppressione del socialismo democratico di Salvador Allende e
l’instaurazione del regime militare di Pinochet nel 1973 e la Rivoluzione Sandinista in Nicaragua
nel 1979. Proprio a sostegno di quest’ultima, vista come un genuino tentativo di un'alternativa
politico-economica, nasce il progetto di importazione del caffè nicaraguese, per anni emblema del
rifiuto-denuncia della politica imperialistica degli Stati Uniti, concretizzatasi, nel caso specifico,
nell'embargo e nell'addestramento e nel sostegno alla contro-rivoluzione. Altri esempi sono gli
articoli provenienti da Paesi con governi socialisti, come la Tanzania, o dai Paesi dell'African
Frontline, alle prese con la lotta anti-apartheid. Risulta chiaro che la vendita dei prodotti continua
ad essere considerata soprattutto un mezzo di informazione e di sensibilizzazione dell'opinione
pubblica sugli squilibri della distribuzione mondiale del reddito dovuti al meccanismo esistente
nelle relazioni commerciali tra Nord e Sud. In questa ottica le Botteghe del Mondo rappresentano
più centri di promozione dell'ideale di solidarietà che negozi commerciali veri e propri.

Il presente tra mercato e solidarietà
Gli anni Ottanta vedono un cambiamento di rotta in direzione di quello che Tallontire (2000: 167)
indica come “mutually beneficial trade” : la vendita dei prodotti viene posta su un piano di pari
importanza con l'informazione e la sensibilizzazione dei consumatori e si ricerca il connubio
equilibrato fra i bisogni dei consumatori e quelli dei produttori. Talune motivazioni di questo nuovo
orientamento sono ancora di natura contingente e devono essere correlate, quindi, al contesto socio
– economico internazionale che si è venuto a creare.
Di fronte al fallimento delle politiche di aiuto allo sviluppo applicate fin dal secondo dopoguerra,
inizia una fase di "contro-rivoluzione liberista", sulla base di modelli economici neoclassici e della
macroeconomia monetarista. Si rafforza l'opposizione al protezionismo e alle tariffe preferenziali
visti, dagli economisti più in voga e dai governi di mezzo mondo, come ostacoli allo sviluppo, e
quindi da abolire. A livello internazionale, i grandi organismi finanziari, Fondo Monetario
7

Internazionale e Banca Mondiale in primis, sotto la spinta delle imprese multinazionali, cominciano
a condizionare gli aiuti a programmi di aggiustamento strutturale (PAS) delle politiche economiche
e sociali di un Paese.
Gli anni Ottanta vengono indicati da molti come “il decennio perso dello sviluppo”; infatti, l’esito
principale di queste politiche è che, quando i prezzi delle materie prime, incluso quelle alimentari,
crollano i risultati sono disastrosi per i piccoli produttori dei Paesi impoveriti. Molti di questi,
infatti, dipendono da un solo prodotto, per esempio cacao, caffè o zucchero, conseguenza delle
politiche nazionali di incentivo alla produzione di beni esportabili. La caduta dei prezzi, abbinata
all’allargamento della spirale del debito, porta ad un aumento della povertà e del divario fra Nord e
Sud del mondo, tanto che, alla fine del decennio, il numero di Paesi impoveriti risulta aumentato,
anziché diminuito, così come il numero di persone al di sotto della soglia di povertà fissata dalla
Nazioni Unite.
In questo contesto, il commercio equo e solidale appare come un’alternativa alla quale rivolgere le
proprie aspettative e le proprie speranze di cambiamento. I produttori necessitano di prezzi equi per
i loro prodotti, di relazioni di lungo termine, di investimenti, di nuovi mercati.
Ci si rende presto conto che le FTOs “tradizionali” non sono in grado di assorbire una domanda
crescente. Si profila l’idea di cominciare a rivolgersi ad un pubblico più vasto del “pubblico
militante” dei decenni precedenti. Ma per far questo, risultano necessari degli accorgimenti in
chiave strettamente commerciale e gradualmente cominciano ad emergere le diverse anime del
movimento e a delinearsi le tendenze che caratterizzano attualmente la realtà del Fair Trade.
La gamma dei prodotti disponibili viene regolarmente ampliata sia nel settore alimentare che in
quello artigianale e si comincia a puntare sulla qualità; in tal senso, a partire dai primi anni Novanta,
cominciano anche a moltiplicarsi progetti di assistenza ai produttori in senso commerciale: design
dei prodotti artigianali, miglioramento delle proprietà organolettiche per gli alimentari,
microcredito, studio di nuovi prodotti, uso di prodotti alimentari di base per prodotti trasformati in
Europa. Il movimento del Fair Trade diventa, gradualmente, più business-oriented, attento al
marketing, alla qualità dei prodotti, all’importanza di aumentare le capacità dei produttori di “stare
sul mercato”. Non si perdono, tuttavia, le peculiarità del commercio equo e solidale degli inizi.
L’informazione e la sensibilizzazione restano attività fondamentali, ma vengono affinate le tecniche
di comunicazione, in modo da attirare l'attenzione del consumatore tanto sul prodotto in sé quanto
sul messaggio di cui questo si fa portatore: i concetti di salario giusto pagato ai produttori, di
miglioramento delle condizioni di lavoro, di promozione dell'autosviluppo, di promozione dei diritti
dei lavoratori, vengono esplicitati per accrescere la consapevolezza dei consumatori circa l’iniquità
del sistema economico mondiale e per sottolineare il valore aggiunto del prodotto dato dal suo
contenuto etico, giustificando così i prezzi al consumo mediamente più alti di quelli dei prodotti del
mercato convenzionale. Vengono sviluppate campagne di informazione/educazione attraverso le
reti nazionali e internazionali. In generale l'informazione è meno politicizzata e tende sempre di più
a parlare dei produttori e dei principi di base, promovendo il commercio equo nell'ambito di un più
generale consumo responsabile. Le attività di sensibilizzazione restano comunque molto importanti;
si rammentino, ad esempio, il forte valore politico dei prodotti importati dalla Palestina o la
campagna “Datteri dall’Iraq”, promossa alla fine degli anni ‘90 dal movimento del commercio
equo in collaborazione con associazioni e ONG, come tentativo, più simbolico che altro, di spezzare
l’embargo statunitense nei confronti del Paese mediorientale. In questi anni il commercio equo si
radica nell’area mediterranea, in special modo in Italia e in Spagna, fino a quel momento
abbastanza estranee al movimento del Fair Trade. Inoltre cominciano a sorgere imprese
commerciali profit specificamente dedicate al commercio equo, come Cafédirect nel regno Unito
(1992). Sempre in questo periodo, nascono i primi coordinamenti internazionali di commercio equo:
nel 1988, IFAT (International Federation of Alternative Trade) che raggruppa FTOs di
importazione nel Nord e di produzione/esportazione nel Sud; nel 1990 EFTA (European Fair Trade
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Association) che raggruppa alcune delle principali organizzazioni importatrici di prodotti del
commercio equo in Europa; nel 1994 NEWS! La rete delle Botteghe del Mondo europee (Network
of European World Shops).
Con l’obiettivo di rendere il Fair Trade un settore meno di nicchia e ampliare le possibilità di
vendita per i produttori del Sud si intraprende il tentativo di coinvolgere nelle pratiche etiche gli
operatori esterni ed appartenenti, quindi, al settore commerciale tradizionale. Si cominciano a
trovare i prodotti Fair Trade nei circuiti di distribuzione commerciale convenzionale, come i
supermercati. Questo avviene non soltanto attraverso la vendita dei propri prodotti all’ingrosso ai
dettaglianti tradizionali, siano supermercati o negozi, aprendo la filiera a questi attori “esterni”, ma
anche tramite la certificazione di prodotti “altri”. Infatti, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta,
nasce una seconda generazione di FTOs, sotto forma di Organizzazioni di Marchio di Garanzia,
come Max Havelaar in Olanda nel 1988 e TransFair Italia nel 1994. Le diverse iniziative nazionali
di certificazione si riuniscono nel 1997 in FLO (Trade Label Organisation) che ha creato degli
standard, un registro di produttori, un sistema di monitoraggio e un marchio. Le organizzazioni di
certificazione “offrono agli importatori commerciali un registro di produttori certificati, una lista
di criteri su come fare Commercio Equo ed un marchio che distingua i prodotti equamente
commerciati da altri” (EFTA, 2001a: 25).
Nonostante queste FTOs di seconda generazione siano sorte su iniziativa anche di alcune FTOs di
prima generazione nel giro di alcuni anni comincia a delinearsi una progressiva separazione tra
l’approccio “label”, proprio delle organizzazioni di certificazione dei prodotti e l’approccio
“brand”, proprio dei soggetti che continuano a lavorare secondo le pratiche della filiera
“tradizionale”. Recentemente la spaccatura tra le Organizzazioni di Marchio e le FTOs si è
approfondita nettamente, a causa di divergenze di opinione relative al funzionamento del Fair
Trade. Alcune FTOs hanno rinunciato al marchio di certificazione; anche per questo motivo la
maggior parte dei prodotti certificati sono distribuiti tramite i canali convenzionali della grande
distribuzione e non attraverso il circuito delle Botteghe del Mondo.
Le Centrali di Importazione, che hanno rinunciato al marchio di certificazione, si basano sul proprio
“logo” che è veicolo di riconoscimento e di reputazione. Si è compresa però la necessità di trovare
un sistema d’identificazione comune e, in tal senso, all’inizio del 2004, in occasione del World
Social Forum a Mumbai in India, è stato presentato ufficialmente il marchio IFAT Fair Trade
Organisation, il marchio mondiale di accreditamento per le organizzazioni di commercio equo e
solidale, membri di IFAT, che rispondono ai criteri e al sistema di monitoraggio stabiliti.
Perciò, nel corso degli ultimi anni si sta affermando un sistema binario di certificazione: dei
prodotti, da parte di FLO, e delle organizzazioni, a opera di IFAT. Interesse comune è quello di
arrivare a realizzare un sistema integrato di certificazione e di monitoraggio. Si ritiene che ci siano
differenze tra i due sistemi tali da permettere cooperazione e non sovrapposizione; infatti il sistema
IFAT certifica le organizzazioni, l’altro, quello FLO, certifica i principali prodotti alimentari, con
l’obiettivo che essi possano essere sviluppati anche da soggetti dell’economia tradizionale.
Il rischio è che, in assenza di regole chiare e condivise, alcuni soggetti – e ci si riferisce soprattutto
alle imprese multinazionali - decidano di entrare in gioco per accaparrarsi una fetta di questo nuovo
mercato in crescita ed in grado di attirare un numero crescente di consumatori senza alcun reale
interesse verso i produttori del Sud del mondo bensì solamente per rilanciare la propria immagine
agli occhi dei consumatori e trarne un profitto. La recente certificazione Fair Trade di alcuni
prodotti delle multinazionali, quali la Nestlé e Mc Donald, hanno dimostrato che questo rischio è
reale ed hanno acutizzato il dibattito relativo al modello di Fair Trade non solo tra gli esponenti
dell’approccio “brand” e quelli dell’approccio “label”, bensì anche tra i soggetti che si riconoscono

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in questo ultimo approccio, rivelando la necessità di una regolamentazione e la fissazione di
standard e criteri comuni.
Alcuni dei nuovi orientamenti del Fair Trade, specialmente quelli che si possono definire di tipo
“pragmatico”, “business oriented”, hanno creato non pochi problemi all'interno del movimento,
poiché una vasta schiera di operatori teme in questo modo di “inquinare” la bontà del messaggio. A
ciò si ricollega sicuramente il discorso sul marchio di certificazione e sulla opportunità di una
penetrazione sempre più incisiva dei prodotti equi nella distribuzione commerciale tradizionale; ma
la controversia non si esaurisce in questa problematica che rappresenta in un certo senso la punta
dell’iceberg di un dibattito più ampio, sentito da tutto il movimento del Fair Trade, relativo
all’importanza di trovare un equilibrio in ciò che può essere sintetizzato come il rapporto tra etica e
mercato (Perna, 1998).
Per quanto riguarda i produttori, negli ultimi anni si testimonia una progressiva
professionalizzazione delle FTOs del Sud le quali offrono ai propri membri una serie crescente di
servizi e di appoggio dal punto di vista organizzativo, finanziario, tecnico ed anche socio-politico
contribuendo alla visibilità e al riconoscimento di categorie della popolazione storicamente
discriminate ed escluse. Inoltre, le organizzazioni dei produttori cominciano a richiedere un
maggior peso nel movimento e nel dibattito internazionale: attualmente la rete internazionale IFAT
è costituita in prevalenza da FTOs di produttori e questo può rappresentare un buon punto di
partenza. Inoltre, nuove realtà di produttori si affacciano chiedendo l’accesso al circuito equo e
solidale sebbene non sempre sia possibile un loro coinvolgimento a causa delle difficoltà oggettive
di assorbimento da parte del mercato alternativo.
Con lo scopo di diffondere e di rafforzare il Fair Trade nei Paesi del Sud nascono le prime reti di
FTOs del Sud a livello nazionale e a livello regionale e vengono aperte anche le prime Botteghe del
Mondo in loco. Si sviluppano, inoltre, i primi tentativi di commercio Sud-Sud al fine di rafforzare le
relazioni di commercio e di cooperazione tra i Paesi impoveriti. Un esempio è rappresentato dal
tentativo di diffondere la rete del commercio equo e solidale in Argentina, Paese colpito da una
gravissima crisi economica nella seconda metà degli anni Novanta. Infine, vengono fondate le
prime società in partnership, di proprietà in parte di FTOs del Nord e in parte di FTOs del Sud; un
esempio è Agrofair, società di importazione di frutta fresca in Europa partecipata per metà da FTOs
produttrici del Sud e per metà da FTOs del Nord.

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Il movimento in Italia: nascita e sviluppi
In Italia il commercio equo e solidale ha una storia più recente rispetto ad altri Paesi, specialmente
dell’Europa del Nord. Il fenomeno del movimento del Fair Trade inizia a svilupparsi in Italia solo
negli anni '80. Questo ritardo rispetto agli altri Paesi europei è stato attribuito a vari fattori. Tra
questi sono stati indicati il benessere di massa più recente, i trascorsi coloniali meno rilevanti che
altrove, la cultura religioso-assistenzialistica, le divisioni ideologiche nella società italiana che si
sono riflesse anche nella pratica della solidarietà internazionale fino alla fine degli anni Ottanta
(Caldeirinha, Caserta e Galli, 2001: 106-107).
L’esperienza foriera in Italia è quella che fa capo all’associazione Sir John di Morbegno, in
provincia di Sondrio, che dal 1977 comincia ad importare prodotti in juta realizzati da cooperative
di donne del Bangladesh, vendendoli soprattutto attraverso iniziative sporadiche ed eventi
organizzati al di fuori della piccola bottega, aperta poche ore la settimana (Caldeirinha, Caserta e
Galli, 2001: 105). Le successive iniziative di vendita al dettaglio prendono avvio agli inizi degli
anni '80 a Milano, con l'ONG Mani Tese, mentre a Bressanone (BZ) nasce la Dritte Welt Länden,
prima Bottega del Mondo italiana (ancora oggi attiva), collegata in un primo momento all'FTO
austriaca EZA. Gli operatori impegnati a vario titolo nel mondo del commercio equo31 cominciano
a valutare la possibilità di coordinare le loro rispettive attività al fine di creare un’organizzazione di
commercio equo ben strutturata e incisiva sul modello di quelle presenti negli altri Paesi europei.
Dalla fine del 1987 viene avviata una serie di incontri che nel 1988 conducono alla fondazione di
Ctm, Cooperazione Terzo Mondo, oggi Consorzio Ctm altromercato, la prima centrale di
importazione e distribuzione del commercio equo italiano. Attualmente il consorzio è composto da
oltre 130 cooperative ed associazioni socie che raggruppano oltre 350 Botteghe del Mondo
altromercato32 basate su lavoro salariato ma soprattutto sul volontariato. Ctm importa da circa 150
gruppi di produttori di America Latina, Africa e Asia, con i quali, oltre alle relazioni commerciali
sviluppa diversi progetti di cooperazione.
Infine, Ctm altromercato e i soci che lo compongono rappresentano il secondo soggetto di finanza
etica o solidale in Italia33 attraverso la raccolta di capitale e di risparmio che serve per finanziare le
ordinarie attività di impresa e tutte le iniziative rivolte al rafforzamento delle realtà dei produttori
partner.
Nel contempo si sviluppano altre iniziative, come la cooperativa RAM di Genova, specializzata
nell’importazione di articoli artigianali dall’Oriente (Nepal, Thailandia, India, Bangladesh) e
progressivamente impegnata nella promozione del turismo responsabile. Nel 1992 si distacca da
Ctm un’organizzazione socia, con l’intenzione di formare un’altra centrale d’importazione, la
Cooperativa Commercio Alternativo con sede a Ferrara che si caratterizza come un network
composto da oltre cinquanta organismi associati; alla fine del 1994 viene fondata a Cantù (CO) la
Cooperativa Equo Mercato, che apre rapporti commerciali soprattutto con piccolissimi gruppi di
produttori appartenenti a realtà di estrema indigenza, con difficoltà di accesso a qualsiasi mercato.
In seguito nascono altre esperienze: Equoland, nata nel 1995 a Firenze, ROBA dell’altro mondo e
Libero Mondo, fondate entrambe nel 1997. Quest’ultima rappresenta una realtà unica in Italia e in
Europa in qualità di cooperativa sociale con sede a Bra (Cuneo), che coniuga il commercio equo e
solidale con gruppi di produttori dei Paesi in via di sviluppo e l’inserimento lavorativo di persone in
situazioni di disagio locali34.
Nel 1994 nasce Transfair Italia, l’organizzazione di marchio nazionale, membro di Transfair
International, con il concorso delle centrali del commercio equo e solidale, di importanti parti della
società civile e di alcune ONG. Anche in Italia comincia a profilarsi la progressiva distinzione tra
l’approccio “brand”, sostenuto dalle organizzazioni tradizionali di commercio equo e solidale, e
l’approccio “label” proprio del sistema di certificazione. Ad esempio, Ctm altromercato è stato tra i
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fondatori di Transfair Italia e ha mantenuto il marchio di certificazione TransFair per i prodotti
importati e distribuiti nel circuito delle BdM e della grande distribuzione fino al 2000 quando è stata
presa la decisione di un progressivo abbandono del marchio pur restando un importatore autorizzato
di diversi prodotti di produttori inseriti nel registro FLO.
Nonostante il ritardo, la diffusione e affermazione del movimento del Fair Trade in Italia è
particolarmente significativa e rapida, tanto da dimensionare oggi il mercato solidale italiano su
quote paragonabili a Paesi con una più lunga esperienza di commercio equo, come Germania, Paesi
Bassi e Belgio.

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