P.

M A N F R I N
o

__

LA

CAVALLERIA DEI PARTHI
NELLE

GUERRE CONTRO I ROMÀNI
CON

ANNOTAZIONI

DI

UN

EX-UFFICIALE

INTOBNO

LA C A VA L L E R I A ITALI ANA

O

S O

ROMA
CASA-EDITRICE ITALIANA
Via Venti Settembre, 122

PROPRIETÀ LETTERARIA DELL’ AUTORE.

Art. 5. 11 Re è il Capo
Sapremo dello Stato comanda
tutte le forze di terra e di
mare.....................................

Sta tu to :

G $ le ,

L’Augusta fam iglia della M. Y. che da
circa un millennio regge popoli Italici, riu ­
scì nel nobile compitò' col promuovere utili
istituzioni e col correggere erronei indi­
rizzi, i quali sempre conducono alla rovina
dei popoli e degli Stati.
Lo spirito democratico dell’età presente,
certo il più sano, ed il più utile, perchè ha le
su e radici nelle dottrine di un' etica univer­
sale, potrebbe produrre perniciose conse­
guenze, se uscisse dai procedimenti evolu­
tiv i che governano il mondo.
I Romani, i cui esempi dobbiamo cu­
rare, perchè siamo i soli dopo di loro, che
ottenemmo V unità d'Italia, furono più volte
in pericolo di perdere il tutto per scompo­
s ti obbiettivi, e finirono soggetti ai già
vin ti Greci.
I Romani soprafatti da veemente desi­
derio di tutto eguagliare, perfino negli e­

4

serciti, trascurarono le loro cavallerie, e fu
gran ventura se il genio di Scipione seppe
giovarsi di cavallerie mercenarie per vin­
cere Annibaie, le cui vittorie al pari di
quelle di Alessandro sono dovute all’opera
principale della cavalleria.
Essendomi incontrato nel corso dei miei
studi in un antico popolo, i cui eserciti com­
posti di sola cavalleria, difesero vittoriosa­
mente il loro paese contro le legioni romane,
sorse in me l’ardito pensiero di offrire un
breve racconto delle vicende di questo po­
polo, all’Augusto Capo degli eserciti na­
zionali.
L’età presente per il ritorno delle umane
cose, ripristina i metodi che fecero i Par­
tili vincitori dei Romani; stimo pertanto,
che gli ammaestramenti del passato, dal­
l’alta saviezza della M. V. uniti con le mo­
derne esigenze, abbiano virtù di creare un
tutto omogeneo, atto ad aggiungere od a
raffermare un potente elemento di difesa
per il nostro paese.
L’Autore.

L A C A V A L L E R IA D E I P A R T H I
NELLE GUERRE CONTRO I ROMANI

C a p ito lo

I

11 pa^se dei Parthi.

Il regno dei Parthi, secondo le migliori indicazioni
dei molti che intorno questa memorabile gente ragio­
narono, durò circa 476 anni, vale a dire dal 250 del­
l ’era antica al 226 dell’era nostra.
Gli scrittori greci e Romani trattarono dei Parthi
a loro modo e non vanno d’accordo. L’età presente
con l’aiuto di documenti orientali, specialmente per­
siani, ed il soccorso di monete ed iscrizioni, penosa­
mente riempie lacune, raddrizza dati erronei e ri­
costituisce un periodo oltremodo interessante anche
p er la storia romana.
Tutti, antichi o moderni, orientali od occidentali,
combinano nell’affermazione che i Parthi arresta­
rono le conquiste romane e nonostante vicendevoli
scorrerie e temporanee occupazioni al di qua e al di
là dell’ Eufrate, il gra n fiume, secondo l’espressione
biblica, rimase il confine dei due Stati.

ift
La Parthia, da cui il regno prese il nome, era un
piccolo tratto dell* Asia occidentale, confinato dai
monti della Perside, dell’ Ircania, della Media e si estendeva in pianure, (ora sterili) della Chorasmia e del­
la Margiana. Secondo autori moderni la Parthia pro­
priamente detta, corrisponderebbe presso a poco all’attuale provincia persiana del Khorosan o 1’ esten­
sione del paese, non però la configurazione sua, sa­
rebbe pari a quella dell’ Irlanda, della Baviera e di
S. Domingo.
Paese aspro, ma ubertoso, costituito principalmente
da tre vallate con direzione da est ad ovest, dove
scorrono tre fiumi o torrenti il Tejend, il Nishapur
e il Myanabad. L’ esistenza di queste acque alimen­
tate dalle nevi dei monti che attorniano le valli, da­
vano agio a colture anche nella parte ora occupata
dal deserto e di tal fatto sono vi oggidì traccie sicure.
Gli abitanti di questo paese vissero senza che la
storia nelle remote età facesse di loro grandi men­
zioni. Conquistati da Ciro, uniti alla Persia in una
Satrapìa, assieme all’ Hircania, vinti da Alessandro,
formarono alla sua morte una parte di regno del
poco amato Seleuco Nicatore, e cosi li troviamo al
cominciare della stirpe Arsacida.
La civiltà parthica fu una civiltà greca, come
quella dei Romani, ma per i diversi elementi posti
in gestazione, antinomici fra l’una e l’altra civiltà
riuscirono i prodotti.
La conquista greca della Parthia propriamente
detta non durò oltre 80 anni. Parmi cioè debbasi
computare dall’anno dopo la battaglia di Arbela, nel

ti

330 dell’ era ant. quando Alessandro inseguendo
Besso satrapo della Batriana uccisore di Dario, si
fermò circa 15 giorni in Zadracarta capitale della
Parthia sulla catena del Lubatus il più alto monte
della regione, al periodo della istituzione del regno
parthico fatta da Arsace che reputasi avvenuta nel
250 dell’era ant.
Ma già anche prima di Alessandro, la civiltà greca
e ra penetrata fra i dominatori della Parthia come
ne fa prova l’esistenza di truppe greche nell’esercito
di Dario. Molto più durò la dominazione greca con i
generali di Alessandro nelle provincie vicine alla Par­
thia propriamente detta, le quali nel seguito costi­
tuirono le regioni più importanti del regno. Ed in­
latti le grandi conquiste parthiche fino all’Eufrate,
secondo Giustino ed altri autori, furono compiute da
Mitridate I morto nel 137 dell’era ant. corrispondente
all’anno 4° della 160* Olimpiade ed al 617 di Roma:
quindi la maggior parte del regno parthico fu sog­
getta al dominio greco per circa due secoli, e più
esattamente secondo si congettura, per 193 anni. A
questo si devono aggiungere i continui rapporti con
i Seleucidi, antichi dominatori del paese, le frequenti
guerre e le paci concluse fra i due stati, contribuendo
il tutto allo estendersi della civiltà greca.
Un dato il quale dimostra l’influenza greca potente
fino dal primo Arsacide è che la sua capitale nella
Parthia fu la greca Hecatompylos L’ExatójuroXov Baoa«iov di Tolomeo e Stefano B. I moderni studi non
sono ancora d’accordo sulla ubicazione di questa città,
che gli antichi scrittori affermano una colonia fon­
data da Alessandro.

43

La civiltà greca ed il conseguente uso di questa lin­
gua è la ragione delle pochissime nozioni che ci ri­
mangono della lingua parthica perchè usata forse
soltanto dalla gente minore. Ed a conferma, leggesi
presso gli antichi autori, che quando i messi porta­
rono ai re di Parthia e di Armenia, la testa di Crasso,
essi (certamente uniti a numeroso pubblico) stavano
ascoltando una tragèdia di Euripide. Così tutte le
monete parthiche hanno tipo greco e greche sono le
scritte.
Inoltre i rapporti dei Romani a cominciare da
Siila con i Parthi, dimostrano assenza di interpreti
e grande facilità di eloquio, il che dinota l'uso di una
lingua comune, nè altra, dalla greca in fuori, potea
essere.
L’ignoranza in cui trovasi l’età presente intorno la
lingua dei Parthi reca per conseguenza molte dub­
biezze sulle loro origini. Sottili ed acute disquisizioni
di moderni studi non aggiunsero maggior luce sul
quesito, ed ancora più di ogni altra sopravanza la
vaga affermazione di Giustino, che le genti venute
con Arsace il capo stipite dei re Parthici, fossero dei
Sciti, denominazione generica di scrittori greci e ro­
mani per indicare popoli pressoché ignoti, abitanti
vaste regioni alla lor volta dai suddetti scrittori assai
poco conosciute.
Il regno dei Parthi era una sezione dell’esteso im­
pero dei Seleucidi, il quale abbracciava l’ immenso
paese che ha per confine il Mediterraneo all’occidente;
la valle dell’indo ricordata da Hecateo di Miieto e da
Erodoto, ad oriente : il m ar Caspio e il fiume Jaxar-

43

tes, l’Araxes di Erodoto e Syr Daria (Syr-Giallo, Da­
ria fiume) dei tempi presenti, verso il nord; il Golfo
Persico e il mare Eritreo al sud.
Il primo che scompose questo grande impero fu un
Greco, Diodoto, satrapo della Batriana il paese dalle
mille città, nè i Seleucidi occupati in dissidi dinastici po­
terono ricondurlo all’obbedienza. Quantunque alcuniau*
tori indichino che la conquista della Parthia per opera
dell’ avventuriere Arsace sia avvenuta nello stesso
tempo (eodem tempore, scrive Giustino) argomentasi
che fra la rivolta di Diodoto e la conquista di Ar­
sace sieno corsi sei anni, vale a dire dal 250 al 256
(era ant.); ed avvalorerebbe tale opinione il carattere
distinto anzi opposto dei due rivolgimenti. Quello di
Diodoto fu una insurrezione fra Greci, mentre il se­
condo apparisce una reazione dell’elemento locale
contro la dominazione greca. Ben è vero che la ci­
viltà greca finì ad impossessarsi anche del movimento
contro essa diretto, come i vinti Elleni grecizza­
rono Roma, ma questo non toglie che la conqui­
sta Arsacida traesse la sua ragione e la sua forza
dall’elemento autoctono diretto contro i dominatori.
Là conquista della Parthia fatta dal primo Arsace
non fu nè completa, nè tranquilla; egli mori in bat­
taglia, secondo Q. Curtio, colpito di lancia al fianco.
Il fratello Tiridate che gli successe assunse il nome
di Arsace II; e così di seguito i 31 re, che secondo
le storie occuparono il trono partico ebbero e un
nome proprio, ed il numero progressivo della stirpe.
Il vero organizzatore del nuovo regno fu appunto
Tiridate il quale consolidò la conquista con l’aiuto del

14

Re della Batriana successo a Diodoto e vinse in bat­
taglia Antioco II detto Callinico che volea ricondurre
il paese alla obbedienza.
Seguirono altri tre re parthici, Artabano I, Priapatio
e Phraate I, i quali tutti non solo riuscirono a man­
tenersi sul trono, ma guerreggiarono con diversa for­
tuna e i Seleucidi ed i re viciniori.
Il regno più importante fu quello di Mitridate I,
denominato da Orosio, Arsace YI. Questi fu il fon­
datore della grandezza dei Parthi. Il suo predecessore
in luogo di lasciare il regno ai propri figli, chiamò
a succedergli il fratello Mitridate, il quale avendo
assunto un piccolo regno fra la città di Charax Spasinu (Steph. B. Tolom., Dione, Plin.) presso al Golfo
Persico e il fiume Arius (l’attuale Heri-rud), nello
spazio di quasi 38 anni ne estese i confini da farne
un grande impero capace di resistere ai Romani.
Senza l’opera di Mitridate la Parthia sarebbe rimasta
un piccolo Stato od una Satrapia pressoché ignota al
mondo occidentale. Fu Mitridate che vinse Eucratide
il rinomato re della Batriana e gli tolse gran parte
delle sue provincie riducendo quel paese tributario.
Lo stesso Mitridate guerreggiò Demetrio II Nicatore
un pronipote del Seleuco Callinico, contro al quale
si era ribellato Arsace I, e lo fece prigioniero (anno
138 dell’era ant.): ma lo trattò con ogni riguardo dan­
dogli per sposa una sua figlia.
Sembra sia stato Mitridate, sesto Arsacide, che as­
sunse il titolo di re dei re, portato in addietro dai
sovrani di Persia. Ben è vero che nelle collezioni
numismatiche viene attribuita una moneta, in cui

15

apparisce questo titolo, a Phraate I, quinto Arsace,
predecessore di Mitridate; così infatti leggesi nel
Rawlinson e nel catalogo del Museo Britannico, ma
bene osservando apparisce più probabile il parere
dell’Eckhel, secondo il quale questa stessa moneta
apparterrebbe a Mitridate, il sesto Arsacide. Nell’esergo
di essa si vede una persona seduta che offre un arco
con l’iscrizione: BA2IAEQ2 basiaeqn MErAAor APZAKor Eni4>ANor2.
Come bene si scorge la generalità di questa iscri­
zione può dar luogo a varie interpretazioni.
L’arco, nell’esergo di molte monete parthiche, spe­
cialmente dei tempi gloriosi, dimostra come fosse presso
cotesta gente l’arma per eccellenza.
Mitridate I fu non solo un conquistatore, ma altresì
un legislatore. Gli storici e particolarmente Diodoro di­
cono che introdusse buone leggi ed estese a tutto il
l'egno i migliori costumi usati dalle genti a lui sog­
gette. In questa scelta, da quanto si può argomentare
ebbero la prevalenza gli ordinamenti greci. E bensì
vero che la rivoluzione parthica, come si disse, fu una
reazione contro i dominatori greci, ma al tempo di
Mitridate la vittoria degli Arsacidi era già un avve­
nimento antico.
Il vasto paese tolto ai Seleucidi, la conquista della
Batriana retta da una stirpe greca, la sottomissione
delle grandi città sparse in tutto il paese divenuto
dominio dei Parthi e per di più la prigionia di De­
metrio Nicatore, toglieva agli Arsacidi ogni più re­
moto timore di ritornare mancipi dell’elemento greco;
laonde avveniva nella Parthia lo stesso fatto oc­

16

corso ai Romani ; vale a dire, cessata la resistenza
suggerita da motivi politici, il popolo più civile grado
grado e pacificamente vinceva quello che lo era
meno.
Con pochi mutamenti le istituzioni di Mitridate I
si mantennero costanti fra i Parthi e m entre quelle
dei Romani per opera di tribuni ed avvocati dege­
nerarono, nel più assoluto despotismo, le istituzioni
dei Parthi conservarono fino all’ultimo Arsacide una
impronta di governo rappresentativo.
Vi erano due elementi distinti nell’impero dei Parthi
i quali convissero per lunga età. Il primo l’ordina­
mento municipale con estese autonomie, talvolta una
quasi indipendenza dei grandi centri, pressoché tu t­
ti costituiti da colonie greche, le cui istituzioni i
Parthi mantennero : ed una specie di governo feudale
importato con le loro conquiste. Il Rawlinson nel
suo bel lavoro sulla monarchia parthica, chiama la
coesistenza di un regime aristocratico feudale con le
autonomie municipali una strana anomalia (one anom aly o f a very curious character).
Non vedo, per contrario, si possa così definire un
fatto che esistette per secoli in tutti i paesi europei
durante l’età di mezzo, nel qual tempo è notorio che
convissero repubbliche e municipi autonomi del si­
stema greco-latino, ed istituzioni feudali provenienti
precipuamente dalle popolazioni nordiche che inva­
sero l’Europa. Lo stesso re ed imperatore che con­
cedeva i feudi, impartiva le franchigie municipali. Nè
per il sovrano il fatto era anomalo, poiché ad ambe
le parti concedeva o riconosceva dei privilegi di

17

eguale n atura, con la sola diversità che a seconda
dei casi concernevano o una sola persona od enti
collettivi. Le franchigie municipali, da cui ne ven­
nero repubbliche e corporazioni dell’èra nostra, eb­
bero la stessa base dei feudi dai quali, Stati e regni
si formarono. Nè l’Inghilterra, il paese del Rawlinson,
andò esente da un tale stato di cose; gli esempi an­
che oggidì non sono pochi, m a basterà citare quello
della City di Londra, le cui principali franchigie
furono concesse dai Plantageneti e dai Tudors nel
tem po in cui la razza vincitrice dei Norm anni go­
deva o di diritto o di fatto grandi privilegi feudali.
Indicai già che l’impero parthico avea un ’im pronta
di governo rappresentativo, ed in effetto vi erano due
Assemblee, nessuna delle quali di nom ina regia.
L’una, un Consiglio di famiglia composto di tu tti
i principi maschi di età maggiore della casa reale ;
ed essendo i P arth i poligami, il num ero dei principi
reali era grande. L’a ltra un Senato dei nobili del
paese, degli alti dignitari dello Stato e del corpo sa­
cerdotale dei Magi, indicato da Strabone, il quale cita
Posidonio; corpo potente, con una gerarchia costi­
tu ita e di rem ota origine. I poteri di tale Assemblea
erano molto estesi, poiché ad essa spettava nom inare
il re, ufficio elettivo, m a dovea essere scelto fra i
m em bri della casa reale. Di solito, quando il re la­
sciava dei figli adulti, il maggiore succedeva al pa­
dre, e se erano minori veniva assunto uno dei fra­
telli del defunto; se m ancavano pure i fratelli, eleggevasi uno dei prossimi parenti. La nom ina di un
principe di una linea laterale facea cessare i diritti
della principale.

18

Talvolta il sovrano volendo evitare ad un suo pre­
ferito l’ alea di una elezione, designavate successore
e vegliava che la scelta fosse approvata dalle due
assemblee.
Era pure uno dei diritti del Senato di deporre il
re e sebbene non sempre abbia avuto la forza di far
eseguire le deliberazioni, la storia nota parecchie di
tali deposizioni.
Dall’assieme di simili istituzioni è facile compren­
dere come un nemico accorto e potente potesse trarne
partito per promuovere dissidi, dei quali ribocca la
storia parthica, le cui cause non furono manife­
state dagli scrittori antichi o moderni, ma riescono
evidenti dal contesto storico, e su questo punto è
mestieri che il lettore fissi la sua attenzione.
Quando la nomina del re era approvata dalle due
assemblee, il diritto di incoronarlo spettava ad un
alto ufficiale dello Stato, il Surena, diritto che se­
condo Tacito, era ereditario in una famiglia.
Le provincie reggeansi per satrapie, comediceano
i Greci, e re tributari, perciò il titolo assunto dai re
Parthi, da Mitridate in poi, di Ba6tXsug Ba6tt.ea>v, cor­
rispondeva ad una realtà. Alcuni moderni scrittori
sulla fede di Ammiano Marcellino notano che si diceano anche fratelli del sole e della luna, se non che
apparisce una denominazione assunta dai Sassanidi,
che cominciarono a regnare dopo gli Arsacidi nel 226
dell’era nostra.
Rispetto agli Arsacidi, il titolo che si sdegnavano
se non veniva loro dato dai Romani, era quello di re
dei Re, senz’ altre aggiunte.

19

Nelle costituzioni parthiche, come già indicai, erano
importanti le città libere di orìgine greca la mag­
gior parte, talune delle quali come Seleucia aveano
un Senato eletto dal popolo o si governavano a loro
modo; la sudditanza si limitava ad un tributo an­
nuo ; nella maggior parte di queste città non vi erano
truppe parthiche, le quali si limitavano ad entrarvi
solo nei c£tsi di lotte intestine per sedare tumulti.
Di codeste città, mettendo assieme quanto ne dicono
gli autori fra cui principali Appiano ed Isidoro di
Carace, se ne contavano oltre una cinquantina nell’ impero parthico. Ve n ’ erano poi anche di non
greche, le quali godeano pure grandi franchigie.
Sostengono alcuni moderni scrittori che l’esistenza
di queste città autonome fu una causa di debolezza
per l’impero parthico, la quale opinione non saprei di­
videre tenendo per base la stessa storia dei Parthi. Chè
se talune mostraronsi talvolta propense ai Siro-Macedoni, sangue del loro sangue, ed ai Romani poi,
sono in generale maggiori i casi di resistenza contro
agli uni ed agli altri, resistenza che esercitavano con
i loro mezzi, quindi altrettanti capi saldi senza spese
0 dispersioni delle forze dei Parthi. Molti gli esempi,
e valga sopratutti quello di Hatra che respinse vit­
toriosamente a più riprese le armi di due imperatori
1 maggiori capitani del loro tempo, Trajano e Severo
occasionando trattati di pace per i re Parthici. Si
ignorano le origini di Hatra ; trovasi scritto che gli
abitanti erano Arabi, ma le rovine studiate dal Ross
hanno un carattere greco, la qual cosa dimostrerebbe
che la civiltà greca fu, per lo meno, un elemento im­
portante fra gli abitanti di quella città.

20

Nessuno al mondo ignora come il male si amal­
gami con qualsiasi buona istituzione, laonde può
essere pure apparso fra le città libere dell’impero
parthico, ma è ovvio d’ altronde che le autonomie
bene condotte centuplicano le forze di uno Stato;
così l’aiuto pprto ai Romani dalla libera Sagunto im­
pedì Annibaie di farsi un regno nelle Gallie; così
Cesare durò più fatica a vincere la libera Massaglia
che a conquistare tu tta l’Italia.
Una delle singolarità dei Parthi fu che non ave­
vano una capitale fissa, ma tramutavano la sede
del governo durante l’anno in diversi fra i principa­
li centri dell’impero, al pari degli Achemenidi, i lon­
tani predecessori dei Parthi. Tale istituzione che a
primo aspetto apparisce strana con l’esame fa sorgere
parecchie considerazioni che la presentano sotto un
punto di vista sufficientemente serio. Gli imperatòri
romani con le lunghe assenze da Roma, cominciando
da Tiberio, obbedivano ai concetti che indussero i Par­
thi alla indicata consuetudine. Nè essa nuocerebbe
ai moderni Stati.
Molti dolori e molte miserie sarebbero state rispar­
miate alla Francia, se da antichi tempi il governo
avesse risieduto ora in una ora in altra regione di
quel paese, nè i mali oggidì sono finiti. Ed a tale si­
stema sarebbe pure chiamata l’Italia per la copia dei
suoi grandi centri.
Non sarebbe solo questione di una giustizia distri­
butiva, ma implicherebbe l’adozione di sistemi sem­
plici e spediti, in luogo degli odierni complicati ed
oscuri, con nevrosiaca sollecitudine diluviati sulla
massa dei cittadini.

Si

Lo spettacolo dellp odierne capitali fìsse non è molto
confortante. Vediamo in esse addensarsi ambiziosi di
ogni risma che si arrovellano per Impadronirsi della
impugnatura della spada rivolta contro il paese, rap­
presentata dalle gerarchie fìsse che hanno stanza im­
mutabile nelle capitali permanenti. Questi funzionari
aumentano ogni dì per accrescere l'ordine cui sog­
giace il paese, e coll’aumentare ascendono alla padro­
nanza.
Così ad esempio la Roma moderna non imiterebbe
la Roma antica prendendo i suoi Cincinnati dairaratro,
m a stimerebbe discernerli in qualche sotto-segretario
od applicato rapidamente asceso per compiere la
alta missione; l’esempio di un popolo viciniore dimo­
stra come simili addensamenti non sieno punto gio­
vevoli a raffermare le dinastie. L’età moderna nel­
l ’orgoglio della stimata sua civiltà, ride delle istitu­
zioni dell’impero Chinese, dove sonovi solo due cate­
gorie di cittadini, i funzionari che imperano e det­
tano la loro volontà al capo dello Stato, e gli altri
che pagano, però procedendo coll’irruenza dei mo­
derni indirizzi se non noi, certo i nostri figli o nepoti
si troveranno a Peckino.
Ma torniamo ai Parthi.
Non si può con sicurezza determinare quali fossero
le città che a turno divenivano la sede del Governo,
pure alcune si conoscono, per esplicite dichiarazioni
degli autori greci e latini. La prima apparisce Ctesiphonte sulle rive del Tigri, di faccia a Seleucia
che Plinio ed Ammiano dicono costrutta dai Parthi,
ma da Polibio risulterebbe precedente al regno par-

ss
thico. Tacito, negli Annali la chiama « sedes imperii »
e secondo Strabono sarebbe stata la capitale nella
stagione invernale. Fu o costrutta od ampliata per
contrapporla a Seleucia, ed era certamente un centro
di primo ordine, poiché Erodiano racconta che Se­
vero ne tolse 100 mila abitanti e rimase tuttavia
una città importante; lo era pure al tempo dell’in­
vasione dell’imperatore Giuliano (a. 363) come ne
fanno fede le storie di Ammiano e Gregorio Nazianzeno nella sua orazione intorno a Giuliano. Quando
Odenathus il saraceno marito di Zenobia, creato Au­
gusto da Galieno (a. 264), vinse i Persiani a Ctesiphonte, secondo Zosimo questa città fu tanto forte da
porgere un sicuro asilo alle popolazioni fuggiasche.
Da’ moderni studi il luogo dove sorgea Ctesiphonte
pare accertato nel punto detto dagli Arabi E1 Madain, dove sonovi rovine giudicate del periodo dei
Sassanidi, la qual cosa indicherebbe che Ctesiphonte
fu pure residenza della stirpe succeduta agli Ar­
sacidi.
Sembra che anche Vologesia medesimamente sul
Tigri e molto vicina a Seleucia, da Plinio detta Vologesocerta, vale a dire la città di Vologese, sia stata
durante il regno di qualche re parthico la tempora­
nea residenza del Governo.
Seguendo Strabono, una delle città che durante
l’anno diveniva sede del governo, era Ecbatana, la ca­
pitale della Media, secondo Diodoro, fondata da Semi­
ramide, che il Rawlinson afferma essere la moderna
Hamadan, ma che altri vogliono fosse posta in diversa
località, sollevando controversie che stimo superfluo
ricordare.

33

Lo stesso Strabone indica pure residenza reale Tapè
nell’Ircania che alcuni vogliono sia la Tagae nomi­
nata da Polibio forse l’attuale Dameghan.
Atheneo sostiene essere stata sede del governo
parthico, terminato il verno, Rhagae, che Isidoro Characeno, uno dei geografi minori greci, chiama Payeia
affermandola la più grande città della Media magna,
0 bassa. Questa città ebbe diversi nomi secondo fu
riedificata o restaurata da questo o quel sovrano, ma
l’antica denominazione sussistette sempre e ne là
prova il fatto che i suoi resti chiamansi oggidì le ro­
vine di Rhey.
Nell’antica Partia, la culla degli Arsacidi, non pare
fessevi città sede di governo; Zedracarta visitata da
Alessandro ed Hecatompylos la sede dei primi Arsa­
cidi paiono abbandonate. Dione Cassio nota in Parthia
Arbela la necropoli dei re, che Q. Curzio dice un villag­
gio. Fu in Arbela, narra Dione, che Caracalla profanò
1 sepolcri dei re Parthi disperdendone le ossa ed il
Senato gli diede il titolo di Parthico come afferma
Spartiano con queste parole: « Datis ad Senatum,
« quasi post victoriam literis, Parthicus appellatus
« est » (1).
(1) La storia dei P arthi pone in evidenza le profonde ra­
dici che possono m ettere in una nazione le istituzioni militari,
quando chi la dirige tenda costantemente a m antenerle; di­
mostra ancora come tali istituzioni si perfezionino nei concetti
tattici e negli indirizzi, se riescono consone alle speciali incli­
nazioni di un umano consorzio, poiché in tal caso lo spirito
nazionale m ilitare sviluppato da chi governa, concorre alla sua
volta a confortare e soccorrere il governo stesso. Ed in effetto

34
i metodi usati dalla cavalleria parthica ricompaiono quale ul­
tima parola delle moderne cavallerie nel nostro tempo in cui
fra lo avanzare di ogni scibile, la scienza m ilitare spicca per
segnalati progressi.
Che se le istituzioni m ilitari giovano in ogni paese, p arti­
colarmente vantaggiose riescono in Italia per il duplice com­
pito che spetta al suo esercito. L'uno eguale a quello di ogni
altro Stato, ha per obbiettivo la difesa e la tranquillità, l’al­
tro speciale al paese nostro mira a distruggere l'opera esi­
ziale di precedenti governi e compie una missione educatrice
ed unitaria.
Laonde per chi bene osserva, l’Esercito in Italia riesce una
istituzione non solo m ilitare ma anche eminentemente civile,
poiché costituisce l’elemento coesivo nazionale, rafferma e con­
ferm a l’indipendenza a fatto intangibile non per forza d'arm i,
ma per volontà di cittadini, nell'esercito e dall’ esercito edu­
cati; sviluppa nella popolazione i sensi di disciplina nella li­
bertà e di dovere nel coraggio. Sopratutto è giovevole perchè
si affretta di restituire alla società il giovine così educato, la
qual cosa non compiono g li a ltri utfìcii civili, i quali se­
questrano allo Stato l'individuo fino a che è valido e lo ab­
bandonano quando per età, per abitudini, per indirizzi è inca­
pace di produrre nei diversi compiti in cui i moderni consorzi
sviluppano la feconda loro azione.
Molti è vero sono i danni che potrebbero derivare ad una
nazione dall’esercito permanente fra cui precipuo il m ili­
tarism o, contro il quale efficacissimo rimedio sarà ripor­
tare, per quanto possibile, alla p arte dirigente dell'esercito i
medesimi cri tarli che fanno restituire alla società i soldati;
sistem a già dai Romani con buona prova per secoli adope­
rato.
Ad ogni modo è mestieri che coloro i quali dirigono gli
svolgimenti delle istituzioni m ilitari in Italia pongano mente
affinchè nulla turbi gli elevati obbiettivi a cui deve tendere
l’esercito nazionale, i quali stanno agli antipodi degli scopi
cui miravano i vecchi eserciti. G se questi poteano essere rac­
colti con gli ingaggi fra la zavorra nazionale e mondiale, i

25
moderni contingenti devono per quanto possibile essere segre­
g ali da tale zavorra, quindi sm ettere debbonsi passate istitu ­
zioni che la raccoglieano, per quanto con vecchia fraseologia
ed anche più vecchio pensiero, necessarie si vadano procla­
mando. Gli intenditori in argomento sanno come difficilmente
g li intermediari fra il soldato e l'ufficiale facciano buona prova,
se non sono una giusta selezione dell' elemento di leva. Che
troppo spesso invece, quando riescono il portato di speciali
ordinam enti, per cagioni a tu tti note e che torna superfluo lo
specificare, troppo spesso, ripeto, il soldato riceve perniciosi
insegnamenti morali e sociali, i quali poi riportati al cessare
d ella ferma nelle famiglie, costituiscono un lievito anche peg­
giore, perchè non frenato dalla disciplina. A questo modo l'e­
sercito invece di innalzare la potenzialità morale di un popolo,
diverrebbe l’organo per il quale strane aberrazioni e poco corretti
indirizzi, si propagano e si diffondono nel corpo della na­
zione.

C a p ito lo

II.

P rim i rapporti dei P a rth i con i Romani.
(Anni 9*2-03 era ant.)

Successero a Mitridate I, Phraate II e Artabano II,
occupati in guerre contro i Siri-Macedoni e contro
gli Sciti; poscia salì al trono l’ottavo Arsacido, Mitri­
date II, per le sue gesta denominato il grande. Con
questo re ebbe luogo il primo contatto fra i Romani
ed i Parthi.
Tanto gli uni come gli altri avevano esteso i ri­
spettivi domini. I Romani istruiti alla scuola di An­
nibaie, dopo averlo vinto, erano, come indica Polibio
una forza immanente per i diversi Stati Asiatici; ed
i Parthi agguerriti dallo lunghe lotte con gli Sciti,
avevano acquistati particolari modi di combattere i
quali davano loro una superiorità incontestata sui po­
poli viciniori.
Il re del Ponto Mitridate V verso l’anno 93 prima
della nostra era avea costituito un esteso Stato ed
erasi alleato con Tigrane re d’Armenia; questi com-

28

batteva i Parthi e quello voleva estendere la sua in­
fluenza nella Capadocia. Per impedirlo, Roma mandò
C. Siila l’anno 92 e ristabilì, come narra Strabone,
l’azione romana, rimettendo sul trono della Capado­
cia il re cliente Ariobarzane. Continuando l’armeno
Tigrane a guerreggiare la Parthia, pare che per op­
porre alleanza ad alleanza i Parthi offrissero ai Ro­
mani amicizia e paralizzassero così quella stabilita fra
Mitridate del Ponto e Tigrane d’Armenia. Venne in­
fatti, scrive Plutarco al campo di Siila lungo l’Eufrate un ambasciatore parthico per nome Orobazo a
chiedere amicizia « benché mai per lo addietro le
« due genti avessero avuti rapporti »... « Raccontasi,
« soggiunge lo stesso autore, che Siila fece porre tre
« sedie, una per Ariobarzane (il re di Capadocia ri« messo dai Romani) una per Orobazo (l’ambasciatore
« parthico) ed egli sedette nel mezzo (vale a dire nel
« posto d’onore) e così diede loro udienza ». Oltre
alla designazione del posto il generale romano fu
arrogante nei modi « onde poscia il re dei Parthi
« uccider fece Orobazo perchè ciò comportato avesse.
« In quanto a Siila (conclude Plutarco) alcuni lo lo« davano per il suo sprezzante contegno verso i bar« bari ed altri lo biasimavano come intempestivamente
« superbo ».
Nonostante tali premesse, parrebbe che una intel­
ligenza amichevole fra i due imperi si stabilisse. Non,
si possono fare che congetture perchè le maggiori
fonti, Plutarco e Giustino non giovano. Il primo dopo
essersi diffuso nella freddura di una predizione a Siila
fatta da un Calcidese della comitiva di Orobazo, di-

29

mentica totalmente di narrare i risultati dell'amba­
sceria ; il secondo, Giustino, fa peggio ancora, perchè
confonde Mitridate II con Mitridate III quantunque vi
sieno frammezzo tre altri re, un Arsace X (Mnascires?) un Sanatroces, come appare dalle monete, ed un
Arsace XII, o Phraate III, e quindi il Mitridate III
deposto dal Senato parthico per le sue crudeltà.
Durante i regni di Sanatrocese e di Phraate III, il
padre del Mitridate deposto, furonvi nuovi rapporti
fra i Parthi ed i Romani. Dall'ambasciata di Orobazo
erano corsi circa 24 anni e Lucullo combatteva Mi­
tridate del Ponto e Tigrane d’Armenia. Ambedue
questi re stretti dalle armi romane chiesero aiuto ai
Parthi. I frammenti storici di Sallustio contengono
una lettera attribuita a Mitridate re del Ponto con
la quale chiede per lui e per Tigrane l’alleanza
del re parthico. Questa lettera sarebbe un sunto dei
modi e delle arti dai Romani usate in Asia e quan­
tunque non possa essere di Mitridate, vi si leggono
molte asserzioni le quali certamente sono l’espres­
sione di un remoto antiromanismo.
« Namque Romanis, dice la lettera, cum nationi« bus, populis, regibus cunctis, una et ea vetus causa
« bellandi est, cupido profonda imperii et divitiarum ».
Non vi è che uno scampo, soggiunge più oltre lo scritto,
per te, o Arsace, quello di unirti a noi per guerreg­
giare i Romani e pensa che noi non possiamo nè vin­
cere, nè esser vinti senza tuo pericolo. Quando Lu­
cullo conobbe le pressure fatte al re dei Parthi per
trascinarlo nell’alleanza dell’Armenia e del Ponto,
mandò alla sua volta una ambasciata a riannodare

30

i buoni rapporti iniziati dagli Arsacidi con Siila. Que­
sta almeno sembra la versione più verosimile, secondo
si esprìme Dione, in luogo di quanto scrive Plutarco
in Lucullo, che il re dei Parthi, cioè, mandasse per
primo un’ambasciata al generale romano. Argomen­
tasi che l’Arsace allora regnante stringesse segreti ac­
cordi con ambedue le parti belligeranti, ma si astenne
di dare aiuto ad alcuno, giudicando, come scrive
Dione, meglio giovargli rimanere intatto, mentre §li
altri indebolivansi guerreggiando. A questo punto
però, soggiunge Plutarco, avvisato Lucullo di tale
maneggio « deliberò di lasciare addietro Mitridate e
« Tigrane come avversari già spossati e poco temibili
« e muover guerra ai Parthi ». Laonde ordinò ai suoi
legati di raccogliere le milizie e di condurle a lui.
In tale disegno egli fu impedito dall’ammutinamento
dei soldati i quali arricchiti dal molto bottino rac­
colto con facili guerre, non voleano uscire da un
territorio che procacciava loro grandi vantaggi e po­
chi pericoli, per andare a combattere un nemico sco­
nosciuto e forse già temuto, in paese ignoto. Ed in ef­
fetto la sommossa sedò quando Lucullo, deposto il
pensiero di guerreggiare i Parthi, si mosse nuova­
mente contro Tigrane.
Nelle insubordinazioni delle truppe di Lucullo,
fiere e frequenti, doveano entrarvi speciali motivi.
Questo generale possedea doti eminenti come stratega
e come amministratore ed era molto superiore a
Pompeo. Lucullo avrebbe avuta una parte impor­
tante nelle cose di Roma, se non si fosse ritirato
dagli affari. La data della sua morte è incerta, ma pare

31

avvenuta verso l’anno 57 avanti l’era nostra quando
Cicerone ritornò dall’esiglio.Lasua equità verso i vinti,
segnatamente in favore delle città di origine greca,
l ’obbligò, più volte a frenare le estorsioni delle com­
pagnie degli appaltatori romani appartenenti, come
è noto, alla classe dei cavalieri; e questo gli rese ne­
miche coteste potenti corporazioni, le quali contri­
buirono certo all’insubordinazióne del suo esercito e
gli suscitarono molti avversari a Roma, che tenta­
rono perfino vietargli il trionfo. Se Lucullo avesse
intrapresa la guerra contro i Parthi, avrebbe avuto
probabilmente un esito felice, perchè combattendo il
re del Ponto e quello di Armenia era già edotto dei
modi di combattere e delle armi partiche, come si
potrà vedere in appresso.
Gli avversari di Lucullo promossero un decreto del
Senato col quale fu data a M. Acilio Glabrio console
in quell’anno (an. 67) la Bithinia e il comando della
guerra contro Mitridate. Glabrio però, incapace di
esercitare tale ufficio, non uscì dalla Bithimia, ma
emanò proclami e decreti dichiarando Lucullo deca­
duto dal comando e sciogliendo i suoi soldati dall’ob­
bedienza. Questo diede agio ai nemici di rioccupare
il Ponto e la Capadocia già conquistate da Lucullo.
Nell’anno seguente, (66) per effetto della legge Manilia,come leggesi in Plutarco, Appiano e Dione, fu­
rono rimossi tanto Glabrio che Lucullo ed ebbe il
comando Pompeo.
Giunto questi in Asia, trovò Tigrane d’Armenia e
Mitridate del Ponto che faceano attive pratiche per
attirare Phraate III, re dei Parthi ad una lega. Pre-

3S

venneli Pompeo, e Phraate fece alleanza con lui. L e
parti furono così divise, che mentre Pompeo combat­
teva Mitridate, i Parthi avrebbero guerreggiato in
Armenia e le provincie da costoro conquistate sareb­
bero ad essi rimaste. Il re parthico tenne fede ed ini­
ziò le ostilità contro Tigrane. Le circostanze erano
favorevoli, poiché il figlio maggiore di Tigrane, che
avealo stesso nome, si era ribellato, secondo raccontano
Appiano e Dione, ed essendo stato vinto rifugiossi
presso Phraate suo suocero, la qual cosa fa supporre
che alla ribellione non fossero estranei i Parthi. Que­
sti invasero l’Armenia e giunsero fino ad Artaxata
la capitale, mentre Tigrane il vecchio erasi rifugiato
nei monti. Poco atti i Parthi ad assediare città e
stimando Phraate di avere fatto il più e che il resto
lo avrebbe compiuto il ribelle Tigrane juniore, lasciò
a costui una parte della sua gente e si ritirò, occu­
pando solo alcune provincie, quelle cioè che intendeva
far sue in conformità degli accordi con i Romani.
Se non che, scrive Dione, il quale racconta per
esteso questi avvenimenti, subito dopo la ritirata di
Phraate, il vecchio Tigrane marciò contro il figliolo,
e lo vinse. Questi allora, forse adirato con Phraate,
cercò dapprima rifugio presso Mitridate del Ponto,
ma questo re, già vinto, non era in caso di proteg­
gere neppure sè stesso. Allora Tigrane il giovine
andò presso i Romani e servì di guida a Pompeo per
invadere l’Armenia. Spaventato di ciò, il vecchio re
Tigrane, spedì araldi e ambasciatori ai Romani, pre­
gando pace; ma non riuscì a nulla, poiché le sue
sollecitazioni erano combattute dal figlio, il quale,

33

come si disse, vivea nel campo Romano. Finalmente,
essendo Pompeo già presso alla capitale dell’Arménia,
il vecchio re gli diede la città, e in sembianze dimesse
si avviò ad incontrare il vincitore. Prim a di giungere
incontrò un littore il quale gli ingiunse di scendere
da cavallo, e il vecchio ubbidì, e, quando fu dappresso
a Pompeo, gettò la tiara e gli si prostrò dinanzi,
adorandolo, scrive Dione. Allora Pompeo, mosso a com­
passione, lo sollevò e lo fece sedere accanto a lui. Il
generale romano dall’una parte avea il padre, dall’al­
tra il figlio, nemici fierissimi fra loro, che in ogni ma­
niera studiavano di nuocersi. Non andò guari però che
l’accortezza del vecchio Tigrane ebbe il disopra, e si
guadagnò l’animo di Pompeo per modo, che questi
gli restituì il regno, ritenendo per Roma solo al­
cune provincie, con l’aggiunta di un annuo tributo.
Al giovane Tigrane, secondo Dione e Plutarco, diede
la provincia di Sophene, in Armenia, posta per la
geografia di Strabone fra il monte Masio e l’Antitauro, che la separa dalla Mesopotamia. Costui però,
non soddisfatto della parte assegnatagli, si rese sem­
pre più contrario a Pompeo, il quale finì coll’imprigionarlo e spedirlo a Roma per farne mostra nel
Trionfo.
I Parthi intanto si mantenevano nelle provincie
di Adiabene e di Gordiene, già conquistate da Lu­
cullo. Pompeo non fece nulla per scacciarli dalla pri­
ma, ma non tollerò si mantenessero nella seconda.
Secondo Appiano, nella guerra Mitridatica, questa
provincia era destinata al giovane Tigrane, ma dopo
le costui offese fu assegnata ad Ariobarzane re cliente
3

34

della Capadocia. Questi però non avendone preso
possesso, perchè occupata da armi partiche ed ar­
mene che se la contrastavano, Pompeo senz’altro,
(raccontano Plutarco e Dione), vi mandò il suo legato
Afranio, il quale, scacciati i Parthi, diede la provincia
al vecchio Tigrane e occupò altre regioni che per il
trattato di alleanza dovevano rimanere ai Parthi. Ne
segui una situazione molto tesa fra i Romani ed i
Parthi, i quali, partito che fu Afranio, si accinsero a
combattere il re di Armenia per ricuperare la pro­
vincia di Gordyene, ed il re Tigrane ricorse ai Ro­
mani. Phraate avendo ciò inteso mandò egli pure
un’ambasciata a Pompeo, e seguirono d’ambe le parti
dei messaggi. Pompeo scrivendo a Phraate gli negò,
come affermano Plutarco e Dione, il titolo di re dei
re, con grande indignazione dei Parthi. Essi chiedevano
la restituzione delle provincie tolte all’Armenia, le
quali in conformità ai patti consideravano loro, e il
generale romano rispondeva essere una questione non
con Roma, ma con l’Armenia. Phraate gli ingiungeva
di tenere l’Eufrate quale confine dei due Stati e Pom­
peo rispose che avrebbe presi i confini dove li trovava
non dove gli fossero imposti; intanto i Parthi procedeano nelle ostilità contro Tigrane.
In realtà ambedue, e Romani e Parthi temeano di
venire alle rotte. Le conquiste di Lucullo e quelle di
Pompeo (sebbene inferiori) e la rapidità con la quale
i Romani si erano Spossessati di parte dell’Asia senza
dubbio impressionavano i Parthi. Alla sua volta Pompeo
aveva due timori personali. In primo luogo temeva le
accuse degli avversari a Roma se portava le armi

3i

in paesi contro ai quali non avea avuto incarico dal
Senato di far guerra, per cui se vincea avrebbe avuto
sulle braccia tutti i sospettosi e quelli ancora che gli
portavano invidia, soliti a scatenarsi contro i generali
fortunati. In secondo luogo se l’esercito si fosse am­
mutinato come con Lucullo, o peggio, fosse stato vin­
to, l’alta posizione sua a Roma era rovinata; ed
essendo l’ intrapresa illegale, non potea nemmeno
fare affidamento sulla consueta tolleranza di Roma
verso i generali vinti.
Evidentemente Pompeo volea creare il casus ideili
e ricevere l’ordine da Roma di procedere contro i
Parthi.
Egli pertanto non diede ascolto ai molti che lo ec­
citavano a rompere le ostilità, ma ricorse ad un accorto
partito, mandò cioè tre arbitri per comporre le dif­
ferenze fra gli Armeni ed i Parthi. L’Armenia era
già tributaria e da quella parte non vi erano timori.
Rimaneano i Parthi i quali od accettavano l’arbitrag­
gio o lo respingeano. Nella prima ipotesi la modera­
zione di Pompeo era lampante; ed i suoi avversari
a Roma non poteano accusarlo di ambiziose mire, se
invece la respingeano ne risultava un caso di lesa
maestà romana che gli amici di Pompeo avrebbero
opportunamente fatto valere, quindi il Senato dive­
nuto il responsabile, non avrebbe esitato a dichiarare
i Parthi nemici del popolo romano e ad ingiungere
che fosse loro dichiarata la guerra.
La condotta dei Parthi non fu meno avveduta.
Scrissero alcuni moderni autori che la moderazione
di Pompeo fu contagiosa e perciò i Parthi accetta-

36

rono l’arbitraggio. Ma non ci è permesso fare simili
supposizioni, poiché Dione con profondità di concetto
espose già ì motivi dello agire dei Parthi. Se essi
avessero promossa una guerra, aveano da combattere
Roma unita con l’Armenia, già da molti anni in
guerra, quindi le truppe armene unite ai Romani
potevano avere l’efficacia che non ebbero contro di
Roma. Se invece attendeano la partenza di Pompeo,
Tigrane d’Armenia, dai Romani vinto e ridotto vas­
sallo non potea avere con essi buon sangue e facil­
mente col tempo avrebbe accettato il potente aiuto
dei Parthi per ricuperare la sua indipendenza. An­
che i Parthi quindi erano dalla situazione consigliati
ad attendere miglior momento ; così fecero infatti ed
accettarono l'arbitraggio di Pompeo. Decisa come era
l’una e l’altra parte di non venire alle mani, gli ar­
bitri riuscirono nel ristabilire i buoni accordi fra
Roma e la Parthia. « Persuasi, scrive Dione, da
« questi motivi, ritornarono amici. »
Dopo di ciò Pompeo andò ad inseguire il vinto
Mitridate, compì la facile campagna della Siria e della
Palestina, quindi ritornò a Roma dove per le sue
vittorie ottenne gli onori del trionfo.
Ai Parthi, per allora, nessuno a Roma pensò, ma
rimase l’ impressione nel popolo romano che doveano
essere combattuti come i soli capaci di fare resistenza
in quelle regioni. Non havvi scrittore il quale con­
tenga verbo circa agli intendimenti dei Parthi, ma gli
avvenimenti posteriori dimostrano che essi pure consi­
deravano inevitabile una lotta contro Roma e per­
ciò studiavano e il modo di combattere dei Romani
e il punto debole dei loro eserciti.

Capitolo III.

L a prim a guerra dei Romani contro i P arth i
e la spedizione di Crasso
(anni 5$-54 e ra an t.).

Il contegno di Pompeo verso i Parthi dimostra al­
l’evidenza come egli conoscesse la forza degli Arsa­
cidi e siasi studiato di evitarla anche a costo di sem­
brarne timoroso. Ora, quando l’anno 56 avanti la
nostra era ebbe luogo il convegno di Lucca fra Ce­
sare, Pompeo, e Crasso, il solo che conoscesse i Parthi
dei tre, era Pompeo.
I
motivi del convegno sono a tutti noti. Pompeo
e Crasso fino dal tempo nel quale militavano sotto
Siila, si odiavano cordialmente e le antinomie creb­
bero durante la guerra sociale e specialmente quando
l’anno 70 furono colleghi nel consolato, quantunque
i comuni amici avessero ottenuto una specie di mo­
dus vivandi fra loro. Quando Cesare cominciò la terza

38

campagna nelle Gallie, l’inimicizia fra loro era già
profonda, ma latente. Fu l’arte finita di Cesare che
gli suggerì di assumere la parte di conciliatore
fra Pompeo e Crasso. Per quel convegno, il più de­
bole dei tre dovea perire, e così nel seguito, il meno
forte dei due rimasti. Come tutti conoscono, negli
ultimi tempi della repubblica, il consolato non era
più un fine, ma un mezzo per avere poi delle provincie. Cesare, le provincie le avea già, quindi ba­
stava il prolungamento del suo proconsolato. Pom­
peo e Crasso erano allora privati cittadini e doveano
ritornare consoli per essere poi nella condizione di
Cesare, cioè avere alla lor volta delle provincie. Mentre
si accordavano fra loro per dividersi le spoglie del po­
polo romano, il desiderio di sopprimei’si l’un l’altro
dovea essere intenso. Cesare, per il momento era
intangibile; inoltre fra lui e Pompeo esisteva an­
cora il legame di famiglia della moglie di Pompeo
figlia di Cesare. Erano quindi due contro uno e questi
ebbe nella stipulazione la parte più difficile.
Cesare ottenne il prolungamento per altri cinque
anni del Governo delle Gallie, Pompeo le due Spagne,
che egli resse per legati, Crasso la Siria, con la
prospettiva della guerra contro i Parthi. L’esca alla
quale fu preso Crasso furono le ricchezze asiatiche
e specialmente le vantate dei Parthi, essendo egli
notoriamente cupido di danaro. Dei tre, era quello
che ignorava completamente il paese al quale inten­
deva far guerra. Pompeo come già si disse avea avuti
frequenti rapporti con i Parthi. Cesare col mezzo
dei Giudei di Roma e di Asia poteva annodare intei-

39

ligenze con quelli della Mesopotamia, ricchi e potenti.
Crasso fidava solo nella sua fortuna, ma era di molti
anni il più vecchio dei tre.
Autori posteriori vorrebbero far compi’endere che
Crasso non avea le qualità d’un generale, ma in vero
è difficile poterlo ammettere, specialmente per due
precedenti di grande entità. Nella battaglia della
Collina che decise le sorti di Roma e nella quale
disse Appiano che 50 mila uomini caddero da ciascuna
parte, fu Crasso che diede la vittoria a Siila. Plutarco
così, scrive: « Ma nell’ultima battaglia più grande d’o« gni altra, Siila fu vinto e per contrario Crasso che
« comandava l’ala destra, restò vittorioso ed inseguiti
« avendo fino a notte i nemici, mandò ad annunziare
« a Siila il felice evento ed a chiedergli la cena per
« i suoi soldati ». Laonde se Siila fu il terribile dit­
tatore di Roma, lo fu per la fortuna ed i talenti mi­
litari di Crasso.
Quando scoppiò la guerra sociale l’anno 73, Roma
mandò contro Spartaco eserciti, Consoli e Legati in
copia. Il primo ad essere vinto fu Claudio Pulcro
alla testa di 3 mila uomini, poi Cosinio legato del
pretore Glabro il quale fu alla sua volta ripetutamente disfatto. Quindi venne il turno dei due eser­
citi consolari, comandato l’uno da Gn. Cornelio Lentulo e l'altro da Gellio Publicola, separatamente vinti
da Spartaco; poi-questi stessi consoli subirono un’al­
tra disfatta nel Piceno. Le cose erano ridotte al punto
che quando nell’anno 71 si doveano eleggere in Roma
i pretori, nessun candidato si presentò, perchè ad un
esercito pretoriano era stata assegnata la guerra ser­

40

vile. Crasso solo si fece innanzi e fu eletto ad una­
nimità. Egli ebbe il comando di otto legioni. Spar­
taco intanto continuava le sue vittorie e disfece presso
Modena il proconsole Cassio Longino ed il prò pretore
Gn. Manlio e sconfisse pure Mummio, un Legato di
Crasso, con due legioni. Crasso decimò le due le­
gioni e non fu mai vinto, anzi in tre diversi com­
battimenti sconfisse il suo avversario. Pompeo non
fece che distruggere 5 mila fuggiaschi dopo la batta­
glia vinta da Crasso che mise fine alla gloriosa vita
di Spartaco. Questi due precedenti dimostrano da
soli che il proconsolo M. Licinius Crassus Dives era
un generale che potea per le sue capacità militari
guerreggiare e vincere i Parthi, se altri elementi non
avessero congiurato ai suoi danni.
Gli accordi presi a Lucca avendo avuto compi­
mento, Crasso dopo il consolato divenne proconso­
le dell’Oriente. Egli non facea mistero del suo in­
tendimento di invadere la Parthia e sognava conqui­
ste da ecclissare quelle di Lucullo contro Tigrane e
di Pompeo contro Mitridate. « Pure, scrive Plutarco,
« nella Legge stabilita intorno a queste cose non vi
* era parola che gli desse commissione di guerreg* giare i Parthi, ma tutti sapeano che a questo aspi« rava Crasso ; e Cesare dalla Gallia lodava il suo
« ardot'e e stimolar alo quanto più potea alla guet'ra>
Vi era anzi a Roma un partito a quella guerra
contrarissimo, di cui uno dei principali era Attejo
tribuno della Plebe, il quale usando delle potestà della
sua magistratura, tentò perfino di impedire a Crasso
l’uscita di Roma. F u Pompeo, scrive Plutarco, che

4!

VaivXò ad andarsene. Dicevano Attejo ed 1 suoi
che non doveasi guerreggiare gente la quale non
avea fatta ingiuria, ma anzi era alleata dei Romani.
In realtà voleasi impedire Crasso ed i suoi alleati
di dar sfogo alle loro ambizioni, perchè, se perde­
vano, il prestigio delle armi romane rimanea scosso,
se vincevano, la libertà di Roma correa rischio di
soccombere, come infatti avvenne con Cesare.
Plutarco ci fa conoscere l’itinerario di Crasso per
giungere in Siria, però senza nessuna indicazione di
tempo. Ed intorno a ciò havvi disaccordo fra Raw­
linson e Mommsen ; questi, dice essere giunto Crasso
in Siria al principiare dell’anno 54 avanti la nostra
èra, ed il Rawlinson dà il seguente itinerario : Crasso
lasciò Roma nella seconda metà di novembre nel­
l’anno del suo consolato, si imbarcò a Brindisi prima
che le burrasche invernali fossero cessate (il mare
essendo ancora mal sicuro per il verno, perdette
molte delle sue navi, scrive Plutarco) giunse nell’Asia
Minore, traversò rapidamente la Galatia ed arrivò in
Siria In aprile o in maggio.
L’opinione del Rawlinson parmi la più fondata per­
chè si appoggia ad una lettera di Cicerone scritta da
Tusculum ad Attico nel novembre dell’anno 55 dalla
quale chiaramente apparisce che Crasso in quel mese
era già partito ed infatti si legge : « Crassum quidem
€ nostrum m inore dignitate aiunt profeclum, etc. »
Fra le relazioni di Pompeo con i Parthi e l’inva­
sione di Crasso nella Mesopotamia erano trascorsi
circa 7 anni.
Phraate III, di nome e 12° Arsacide, era morto uc­

42

ciso dai suoi figlioli, Mitridate ed Orode i quali re­
gnarono ambedue.
Il maggiore succedette al padre^ e fu Mitridate III,
se non chè, dopo pochi anni, come già si disse, fu
deposto dal Senato Parthico. Il fratello suo Orode trovavasi in esiglio, se volontario o forzato ignorasi, ed
il Senato stesso mandò il Surena a richiamarlo. Pare
che dapprima al deposto Mitridate venisse concesso
il governo della Media, ma ben tosto ne fu privato.
Mitridate allora fuggì in Siria presso i Romani dove
era proconsole Gabinio, il quale secondo le tradizioni
della politica romana si impegnò di sostenerlo. Il
proconsole nello intento di attivare il suo disegno
avea passato l’Eufrate con le legioni, quando, dicono
gli storici greco-latini, venne al suo campo Tolomeo
Aulete con lettere commendatizie di Pompeo nelle
quali invitava Gabinio ad assistere Tolomeo scacciato
dal regno da una insurrezione di Alessandrini. Alle
preghiere accertasi che Tolomeo aggiungesse la pro­
messa di diecimila talenti. Se Gabinio sia stato indotto
dalle lettere di Pompeo o dalle promesse di Tolomeo,
ovvero trovasse la guerra contro i Parthi ardua e
scabrosa non si conosce ; forse tutte e tre le cose vi
contribuirono, laonde Gabinio interrotta improvvisa­
mente la marcia nella Parthia, andò ad assistere
Tolomeo in Egitto.
Mitridate iniziò, con mezzi, probabilmente datigli
dallo stesso Gabinio, una guerra contro al fratello 0rode; Seleucia e Babilonia, le più grandi città del re­
gno parteggiarono per lui che sostenne in Babilonia
stessa un lungo assedio, e si arrese per fame. Egli

43

potea fuggire, ma preferì d^rsi in mano al fratello ;
Orode dichiarò non poter perdonare a chi avea cer­
cati aiuti Romani e lo uccise.
Plutarco, Dione, Floro ed altri scrissero che Crasso
cominciò la spedizione contro i Parthi, senza che mo­
tivo alcuno giustificasse l’opera sua.
Però la storia narra di guerre iniziate dai Romani
per anche minori fatti di quelli occorsi fra Gabinio,
Mitridate ed Orode, ma le imprese furono giustifi­
cate dal successo. In realtà per l’uccisione del fra­
tello di Orode, un protetto del popolo romano, e per
la invasione del territorio Parthico cominciata da
Gabinio, il casus belli esisteva e Crasso non fece che
continuarlo.
Quali forze abbia condotte Crasso contro i Parthi
è difficile lo accertare per le diverse cifre da Plu­
tarco, Floro ed Appiano indicate. Esiste, è vero, un al­
tro lavoro attribuito ad Appiano, intitolato le guerre
contro i Parthi, ma trattasi d’un libro apocrifo, una spe­
cie di estratto di ciò che raccolsero sull’argomento Plu­
tarco e Dione. Plutarco e dopo lui l’apocrifo, scrissero
che Crasso conduceva 7 Legioni, poco meno di 4000
cavalli ed un egual numero di arm ati alla leggiera.
Floro' parla invece di undici legioni e Appiano nelle
guerre civili ragiona di 100,000 uomini. Tale cifra po­
trebbe combinarsi con le sette legioni di Plutarco,
poiché Appiano evidentemente parla di tutto l’esercito,
gli ausiliari compresi, spesso dagli scrittori ommessi.
Il più difficile è combinare le sette legioni di Plutarco
con le undici di Floro. Però Plutarco contiene de­
gli altri dati i quali verrebbero su per giù a giusti­
ficare il suo asserto.

44

Ragionando dell’ordine di battaglia ordinato da
Crasso, l’autore dice che dapprima estese, come
voleva Cassio, l’infanteria, ma poscia formò un qua­
drato profondo con dodici coorti per ogni lato.
È generalmente noto che le costituzioni degli eser­
citi romani fino ad Augusto contano quattro princi­
pali periodi. Il 1° da Romolo a Servio Tullio; il 2* da
Servio a Camillo; il 3° da Camillo a Mario; il 4°
da Mario ad Augusto; poi viene l’epoca imperiale. Il
tempo della spedizione di Crasso apparteneva appunto
al 4° periodo nel quale la legione avea raggiunto il
numero di circa 6000 combattenti, sebbene talvolta
fosse ben lungi dall’ avere questo numero normale.
Così spesso le legioni di Cesare non superavano i
3500 uomini; la legione che condusse ad Ariminum
non avea da quanto si può dedurre più di 5000 uomini,
e lo stesso Cesare nella guerra civile fa ascendere la
forza di due legioni con poca cavalleria a 7 mila. Però,
qualunque fosse la forza di una legione si divideva
sempre in dieci coorti.
Ora, le dodici coorti per lato, di Plutarco, ascendono
ad un complessivo di 48 coorti il che vuol dire quasi
cinque legioni. Se poniamo mente agli otto mila uo­
mini, sette mila pedoni e mille cavalli lasciati da
Crasso l’anno innanzi per guarnire le città greche
della Mesopotamia, e all’impossibilità che tutte le le­
gioni fossero di 6 mila uomini o che tutti si trovas­
sero sotto le armi, si viene approssimativamente ai
35 mila legionari di Plutarco.
Lo stesso autore in un altro punto ragionando delle
perdite di Crasso scrive : « Dicesi che 20 mila furono

45

gli uccisi e 10 mila i presi vivi ». Aggiungendo a que­
sti i fuggitivi raccolti da Cassio in Siria ed una me­
dia di dispersi come sempre avviene negli eserciti
vinti, torniamo anche per questa via al numero ap­
prossimativo delle sette legioni.
Nella enumerazione di queste forze, il latto che col­
pisce maggiormente è la sproporzione fra la caval­
leria e la fanteria. L’esercito di Crasso non costituiva
un'eccezione, ma era su per giù la media costante
di tutti gli eserciti della repubblica di quel periodo,
Cesare anzi andò in Gallia senza cavalleria. Però il
suo genio gli fece tosto comprendere quanto gli fosse
necessaria ed organizzò un corpo di cavalleria il quale
raggiungea, rispetto alla fanteria proporzioni mag­
giori di quelle fino allora dai Romani usate, vale a
dire un migliaio circa per legione in luogo di 300, e
tale proporzione fu poscia mantenuta negli eserciti
romani. Notisi inoltre che allora i Romani aveano
due specie di cavalleria, una organizzata alla romana
nella proporzione di mille per ogni legione, l ’altra com­
posta di ausiliari del cui numero gli scrittori greci e
latini non tennero mai conto. (1)
(1)
Alcuni fra gli scrittori di cose m ilitari dissero inutile
ogni discussione intorno alla proporzione della cavalleria ri­
spetto alla fanteria. Io non sono di tale avviso. Racconta
l’autore di questo studio che i Romani ebbero dapprim a la
parte eletta dell'esercito composto di cavalleria, quindi ven­
nero alla proporzione di 300 cavalieri per ogni legione (4200)
vale a dire un cavaliere per ogni 14 legionari e poi passarono
con l'aum ento numerico delle legioni e della cavallerìa ad
avere un cavaliere ogni sei legionari. Ora, tali m utamenti

46

Le fasi subite dalla cavalleria romana meritano una
speciale menzione perchè diedero origine ad una classe
di cittadini che ebbe, come è noto, un posto tra il pa­
triziato e la plebe.
hanno la loro radice in fatti il cui studio non- è inutile, nè
ozioso.
Non stimo superfluo osservare che la proporzione esistente fra
la nostra cavalleria e la fanteria nell’esercito attivo, è di circa
15 fanti per ogni cavaliere, quindi è minore di quella della
Roma antica del secondo e terzo periodo m ilitare, prima cioè
che la cavalleria Annibalica desse le terribili lezioni che eb­
bero i Romani.
Se osserviamo la proporzione numerica fra cavalleria e fan­
teria di a ltri odierni Stati con i quali abbiamo possibilità di
g uerra, troviamo che la Francia ha un cavaliere per ogni sette
soldati di fanteria circa, e l’A ustria un cavaliere per ogni nove
soldati di fanteria circa.
11 De Luigi nella R ivista d i Cavalleria che si pubbli­
cava in Italia, fa una giudiziosa osservazione fra il vecchio
esercito piemontese e l ’ italiano. Egli così si esprim e: « Se
« l ’antico esercito piemontese del 1859 contando soli 20 reg« gimenti di fanteria possedeva 9 reggimenti di cavalleria, l'at« tuale esercito italiano che annovera quasi 100 reggimenti di
« fanterìa ne dovrebbe avere 43 di cavalleria, cioè quasi il
< doppio di quelli che oggi l’Italia possiede ».
Ora, la cavalleria, per la moderna tattica è destinata, tosto
dichiarata la guerra, a portarsi ai confini, invadere il ter­
ritorio nemico e con arditi raids impedirgli la mobilizza­
zione dell’ esercito. Ciò che farà l'Italia lo farà la Francia
o l’A ustria se fossimo in guerra. Quale sarà la sorte della no­
stra cavalleria con sì grande inferiorità numerica ? Si risponde
che gli sbarram enti Alpini impediranno la cavalleria francese
di scendere in Italia; speriamo sia vero. Ma dalla parte del­
l’A ustria dalla quale ci divide un’immensa pianura che sem ­
iira fatta espressamente per le evoluzioni della cavalleria? I

47

Seguendo gli autori antichi e gli accurati studi fatti
dal Lipsius, dal Niebuhr, dal Marquardt, dal Mommsen,
dal W . Smith, dal W. Wayte e da altri, la cavalleria
fino a Servio Tullio formava la parte eletta e più im­
portante dell’esercito romano. I cavalieri romani dei
primi tempi, uscivano dalle file per combattere in sin­
golare certame i cavalieri nemici. Ciascuno avea due
cavalli, l’uno dei quali condotto da un attendente
per averlo riposato dopo un primo combattimento
e cominciarne un altro. Livio, Dionisio, Plinio e VaRomani aveano l ’ostacolo di Aquileia; la piccola repubblica
veneta, Palmanuova, che secondo i piani del primo Napoleone
dovea divenire una seconda A quileia: noi non abbiamo più
Palmanova le cui fortificazioni furono tolte. Non credo che
la politica vaticana di unire Francia ed A ustria in una
alleanza per schiacciare l'Italia, avrà mai nessun risultato, ma
o con una o con altra potenza presto o tardi una guerra è
inevitabile. Voglia il cielo che in allora a ltri criteri per la
nostra cavalleria abbiano trionfato. Intanto giova notare il
fatto che avviene sotto i nostri occhi, che cioè ogni potenza,
grande, mediana o piccola in Europa e fuori, si affretta di ac­
crescere la sua cavalleria. La Spagna addossata ai Pirenei
molto più dell’Italia alle Alpi, e circondata dal mare, con una
popolazione meno della m età dell’italiana avrà sul piedo di
guerra 21.452 uomini di cavalleria con 17.205 cavalli, nè cotesto paese ha detta ancora l'ultim a parola su tale argomento.
La T urchia h a in tempo di pace 39 reggimenti di cavalleria
di 4 squadroni con 125 uomini per squadrone, e sta organiz­
zando Curdi e Circassi per opporli alla innumerevole cavalle­
ria russa. L’Inghilterra, un'isola, ha m olta più cavalleria di
noi. Il neutrale Belgio e l'Olanda, i diversi S tati delle due
Americhe, le colonie inglesi oceaniche ed atlantiche continen­
tali, seguono l'universale indirizzo di aumentare le cavallerie...
e l'Italia?

48

lerio Massimo contengono degli importanti particolari
su questi metodi i quali continuarono anche quando
l’ordinamento costitutivo della prima cavalleria ro­
mana fu mutato. Nell’epoca dei re e nei primi tempi
della repubblica i cavalieri iniziavano i combattimenti;
con gli scontri di cavalleria si sgominava il nemico.
La fanteria li seguiva solo per compiere l’opera
della cavalleria (1). Nei momenti di grande lotta,
in cui per la ristrettezza dello spazio non era più
possibile manovrare cavalli, i cavalieri metteano piede
a terra e formavano un corpo scelto fermissimo, ani­
mato dai più elevati ideali di patria e di onore (2).
(1) Vale a dire tu tto all’opposto delle odierne teorie.
(2) In tu tti i tempi nei quali la cavalleria costituiva la forza
principale degli eserciti, il suo appiedamento fu di grande effi­
cacia. Storici e poeti medioevali ragionano indistintamente di
grandi successi ottenuti da cavalieri a piedi, o montati sulle
navi. La grande battaglia che decise dei destini dell'Inghilterra,
la battaglia d'Hasting, fu com battuta e vinta da cavalieri appie­
dati, poiché i Normanni non aveano potuto trasportare nell’isola
i loro cavalli; Roberto W acc che scrisse intorno questa bat­
taglia 90 anni dopo, regnando Enrico II, parla è vero di ca­
valieri, ma evidentemente erano pochi, forse appena un mi­
gliaio. Il genere della battaglia del resto lo dimostra, nè la
tappezzeria di Bayeux può considerarsi un documento storico.
I Normanni vinsero perchè erano cavalieri appiedati, bardati di
ferro contro i quali i Sassoni vestiti di cuoio, erano senza
schermo.
E procedendo, troviamo nelle crociate lo stesso fatto. Il Tasso
che descrive Goffredo di Buglione comparso fra i suoi, arm ato
alla leggera, per essere fra i primi ad assalire Gerusalemme,
dimostra come fosse facile ed ovvio ai cavalieri il combatti­
mento a piedi, nè stimavano derogare scendendo da cavallo per
combattere. Lungo ed ozioso sarebbe ripetere esempi in età

49

Sonovi di tale sistema esempi anche durante la se­
conda guerra punica. Devo solo notare un anacro­
nismo nel quale caddero antichi e moderni, e che
particolari miei studi dimostrerebbero tale. Tutti
più a noi prossime; ricorderò i cavalieri appiedati di Cromwell
contro i quali le bande guerreggienti nelle Fiandre rifiutavano di
com battere; o quelli di Pappenheim nella guerra dei 30 anni ecc.
Esempi parim enti splendidi si trovano nelle lotte del primo im­
pero francese, come pure nella ultim a guerra degli S tati Uniti
d'Am erica.
L ’efficacia di questi esempi porta oggidì gli eserciti europei
a porre le loro cavallerie in condizione di combattere a piedi.
P iù innanzi di tu tti in questa via, è la R ussia la quale ha
trasform ata tu tta la sua cavalleria e la dotò di un’arm a offen­
siva a distanza di primo ordine (il fucile Berdan). L'A ustria
la segue collo stesso indirizzo, così pure la Germania.
11 regolamento italiano accetta l'appiedameDto della caval­
leria, ma si direbbe a malincuore, perchè raccomanda di non
abusarne per usarlo solo in casi eccezionali.
Vi sono è vero anche in Italia .degli scrìtti pregevoli ori­
ginali o tradotti, intorno tale proposito, come p. es. se ne pos­
sono trovare nei fascicoli della Biblioteca ridotta per gli
ufficiali a cavallo, nella R ivista di Cavalleria ed in a ltri pe­
riodici m ilitari, ma pare non vi si ponga mente.
Sopratutto non meritano, per mio conto, approvazione gli
insegnamenti nelle scuole m ilitari dirette a formare g li uffi­
ciali di cavalleria, come non atti ad ispirare fiducia nell'arm a
alla quale il giovane intende dedicare la sua vita, nè occorre
ricordare essere la fiducia il primo elemento di successo. Leggesi infatti a p. 83 nel trattato di tattica applicata, trattato
del resto fatto con molta scienza e retto criterio, questo passo.
D apprim a riporta un brano delle lettere dell'Hohenlohe, poi
soggiunge. « Si dice infatti; una divisione di cavalleria di 24
< squadroni non può appiedare più di i 8 squadroni per tenerne
< una parte come riserva. Di ogni squadrone, di 130 uomini, un
4

50

gli autori attribuiscono i primi celeres a Romolo;
ora, se il mitico Romolo fondò Roma nel 753 prima
della nostra era, l’umanità in quel tempo non avea
ancora cavalleria, come lo provano l’Assiriologia, 1:E« quarto deve rimanere presso i cavalli ; così una divisione non
« potrebbe appiedare più di i 440 uomini. Considerando che il
« cavaliere ha poche cartuccie, u n ’a rm a in ferio re a quella
« della fanteria e che è meno di questa addestrato nel com« battim ento a piedi, si deve concludere che basta un batta« glione di fanteria (700 od 800 fucili) per tener testa ad una
« divisione di cavalleria appiedata, e che solo nel caso di
« combattere truppe irregolari e poco disciplinate la caval« leria potrà agire offensivamente ».
Quindi il testo prosegue: < Noi aggiungeremo, dato anche
« il terreno non perm etta l'azione della cavalleria e che si
« possa fare a meno della riserva (ossia si abbiano disponibili
« 2160 cavalieri), che si aum entili muniziorìamento, si migliori
« l'armamento, si addestri il cavaliere a com battere a piedi;
« una divisione di cavalleria sarà sempre inferiore per forza
« materiale e specialmente m orale ad un reggimento di fan« teria. » (!)
E nel trattato di arte m ilitare e di tattica formale dato pure
in mano ai giovani che studiano per divenire ufficiali di ca­
valleria, leggesi a p. 153: « I l lim itato numero di moschetti
« in azione, la debole forza disponibile per alim entare la ca« tena, il bisogno di un terreno atto per la carica del soste« gno e la preoccupazione dei cavalieri appiedati di non fare
« a tempo di rim ontare in sella nei momenti di crisi, ci la« sciano intravedere che non si potrà svolgere dall’appieda« mento un'azione intensamente decisiva come avviene nella
* fanteria; nondimeno sotto la condotta di comandanti energici
« e risoluti son sempre possibili buoni risu ltati ».
La chiusa medica un po' la strana dottrina. Dico strana
perchè contraria anche alle massime esposte da Napoleone I
e perchè l'enumerazione dei difetti costituenti l’affermata infe-

51

gittologia e i poemi di Omero. Stando ad Erodoto,
la prima cavalleria nel mondo sarebbe appartenuta
a Ciassare il Medo, morto nel 585 prima della no­
stra èra.
riorità, provengono ta tti o quasi dall'ordmamento e dal modo
nel quale è arm ata la cavalleria presso di noi. M ettere uno
in condizione inferiore per poi proclamarlo tale, sembrami non
solo poco giusto, ma sopratutto poco utile. Dare il cavallo
ad un soldato per accrescere le sue potenzialità e poi ar­
m arlo e costituirlo in modo da essere inferiore di un sol­
dato a piedi, parm i un alto illogico, e volendo in esso con­
tinuare sarebbe meglio sollevare i contribuenti dalla grave
spesa dei cavalli. Senza dubbio vedendo marciare i nostri
cavalieri appiedati, non sorge grande fiducia nella loro effi­
cacia; o si lascia ad essi la lunga sciabola, e non possono cam­
minare, o si appende alla sella la sciabola e rimangono con
un'arm a inferiore in mano, quindi pressoché disarmati.
Che dire dei lunghi sproni causa di tante cadute ai cava­
lieri che marciano in fila? Ma di chi la colpa? I migliori ca­
valieri del mondo dalla più remota antichità furono e sono
g li orientali i quali non hanno sproni. L'adozione per il sol­
dato, se non per gli ufficiali, della staffa all'orientale sembrerebbem i un provvedimento indispensabile per la moderna ca­
valleria. E ciò anche se si dovesse' venire alla modificazione
della sella di ordinanza adottata, come si esprime il generale
Boselli nel suo bel libro sull'avvenire della nostra cavalleria,
per effetto di un destino « poco propizio all'arm a di cavalleria ».
Se tali mutazioni avessero per risultato di far abbandonare
la posizione verticale, detta alla prussiana, delle gambe del
cavaliere, tanto meglio, poiché è la più infelice per rendere
spigliato ed agile il cavaliere in sella. E un sistema erroneo
porre il cavaliere in una posizione rigida, che male si acconcia
con i compiti delle nuove tattich e; e se la posizione in luogo
di essere l'ancella sarà la padrona, metteremo il mondo alla
rovescia. Circa all'arm amento parlerò in appresso.

53

La prima cavalleria di Roma (celeres) era capita­
nata dallo stesso re, e formava la sua guardia spe­
ciale; ad essa appartiene l’onore delle prime vit­
torie romane; dopo il re, colui che ne avea il co­
mando era il (ribunus celerum. Servio Tullio, com’è
noto, costituì lo Stato sulla base degli averi dei cit­
tadini, il qual criterio, se manchevole per molti mo­
tivi, era giustificato dal fatto che ogni cittadino do­
vea armarsi e vivere a sue spese nelle spedizioni mi­
litari. Delle 193 centurie stabilite da Tullio, 18 fu­
rono di equiteSy composte dei più ricchi cittadini
plebei e patrizi; con questo re pertanto cessarono di
essere cavalieri i soli patrizi come per lo addietro,
ed inoltre la cavalleria cominciò a perdere del primo
prestigio, poiché venne posta non più nella fronte
dell’esercito, ma ai fianchi : laonde non fu più arma
principale. Mantenne però l’interno suo ordinamento
diviso in turmae, ognuna con tre decurioni, il primo
dei quali comandava l'intera turma. La turm a de­
scritta da Yegezio avea 32 cavalieri e un decurione.
Il comandante della cavalleria, finiti i re, fu il magister equlium, che divenne poi il magistrato prin­
cipale dopo il dittatore.
Nei comizi centuriati i cavalieri formarono 18 cen­
turie distinte, chiamate le prime a dare il voto.
Il servizio della cavalleria era considerato più ono­
rifico di quello della fanteria.
L’anello d’oro, secondo la formula conservataci da
Cicerone nella sua orazione c. Verre (III) veniva con­
cessa ai cavalieri dal pretore o dal capo provincia a
coloro che si erano distinti in azioni militari; un pò

53

per volta divenne un distintivo di tutti i cavalieri.
Essi con l’ordinamento Serviano non ebbero più due
cavalli, ma conservarono l’attendente. Quando fu sta­
bilito il soldo alle truppe, i cavalieri ebbero tripla
paga; nei trionfi ricevevano tripla parte di bottino,
nelle colonizzazioni aveano diritto ad una più estesa
concessione di terre. La durata della ferma per i ca­
valieri era minore di quella dei fanti; servivano fino
all’età di 46 anni, ed il cavallo fornito dallo Stato
rimaneva al cavaliere (1), Cicerone e Livio combina­
no nello affermare che lo Stato dava il cavallo al
cavaliere o il danaro per acquistarlo ed una somma
annuale per mantenerlo aes hordearium e questo
aggravio veniva sostenuto dalle vedove e dai pupilli
(1) 1 nostri ordinamenti sono agli antipodi di quelli del­
l’antica cavalleria romana, poiché uno spirito di eguaglianza
o di equiparamento « come bene si esprime il generale Boselli, conduce a disconoscere più arduo, e più faticoso il ser­
vizio della cavalleria. Il soldato di cavalleria e quindi l'ufflciale logora più presto le proprie forze, del soldato di fanteria
quando si addestri e adempia come deve ai suoi compiti.
Lo Stato ronvino terminato il servizio, donava al cavaliere
il cavallo che gli forniva. Lo Stato italiano obbliga invece gli
ufficiali a comperarsi i cavalli del proprio, la qual cosa re­
puto nociva pur gli efficaci addestramenti della nostra caval­
leria. Se ad un ufnciale subalterno muore un cavallo, è tal­
volta per lui si grande sventura che gli vieta di continuare
In carriera; nè i lenimenti regolamentari sono efficienti. Ta­
lune fra le Riviste estere accusa la nostra cavalleria di ac­
cudire più alla forma che alla sostanza ; i coefficienti di questo
indirizzo (se è vero) sono molti, e giudico non ultimo il de­
siderio negli ufficiali di risparm iare, come è naturale, il più
possibile i loro cavalli.

54

come quelli che avendo bisogno di maggiore prote­
zione, doveano in più estesa misura contribuire alla
difesa dello Stato.
Vi erano le riviste annuali dei cavalli e dei cava­
lieri fatte dai Censori che infliggeano multe se il ca­
vallo non era ben tenuto, ed anche cassavano il ca­
valiere se trovavano in lui alcun che da biasimare.
Il numero dei cavalieri con cavallo pubblico era molto
ristretto perchè sommava a 1800 (trecento per legione).
Talvolta fu fatta mozione di aumentare l’aes equestrie come la chiama Gaio, ma non pare abbia
avuto mai luogo, forse per non gravare la classe da
cui veniva tratto il fondo.
I cavalieri non erano in origine un ordine civile,
ma puramente militare; ve n’erano come si disse di ple­
bei e di patrizi. Alcuni apparteneano al Senato, e
consideravansi i due uffici distinti e non aventi punto
relazione l’uno con l’altro. Quando avvenivano delle
vacanze fra i cavalieri succedeano gli eredi naturali,
purché conservassero il censo stabilito per le centurie
equestri; così un ordine militare divenne un pò per
volta ereditario.
Col procedere del tempo aumentando la popola­
zione e le ricchezze di Roma, si annoverarono molte
persone che aveano il censo equestre, ma non il ca­
vallo pubblico, nè erano comprese nelle 18 centurie
Serviane.
Questa classe viene per la prima volta ricordata
da Livio quando narra dell’assedio di Vejo nel 403,
durante il quale avendo i Romani sofferte grandi
perdite, molti cittadini che aveano il censo equestre,

55

ma non il cavallo pubblico, si offersero di servire lo
Stato con un cavallo loro proprio. Essi riceveano la
tripla paga al pari dei cavalieri, un indennizzo per
il cavallo e servivano 10 anni.
Se questi cavalieri col cavallo proprio (equis suis)
abbiano costituito nel seguito un corpo permanente
di cavalieri appodiati agli altri, ovvero si presentas­
sero solo nei casi straordinari, è un punto contro­
verso fra i dotti, però mancano fonti sufficienti a
determinarlo.
È opinione ormai invalsa che nel caso di vacanze
fra i 1800 cavalieri senza che vi fossero discendenti
atti alle armi, il posto veniva surrogato da coloro che
avevano il censo equestre e servivano lo Stato con
cavallo proprio.
Il
numero ormai grande di cittadini i quali aveano
il censo equestre senza appartenere alle 18 centurie
e votavano nella prima classe nei comizi, condusse
un po’ per volta a considerarli appartenenti all’or­
dine equestre, e così una istituzione meramente mi­
litare, una semplice divisione dell’esercito, divenne una
classe di cittadini che ottenne con i Gracchi man­
sioni e privilegi speciali, i quali furono poi tolti in
gran parte da Siila, ma la classe rimase separata e
distinta dai patrizi e dalla plebe.
Come si scorge la cavalleria rappresentava una
esigua cifra negli eserciti romani della repubblica e
trovasi che per ovviare a tale inconveniente si tentò
per così dire di raddoppiare i cavalieri mantenendo
il piccolo numero dei cavalli. Livio infatti -racconta
che nel 211 furono dai Romani istituiti i Veliti, cioè

56

dei giovani scelti fra le legioni, armati di un piccolo
scudo rotondo (pa rm a) e sette lanciotti di 4 piedi l’uno;
questi militi sedeano sulla groppa dietro al cavaliere
pronti a combattere od a discendere per lottare a
piedi secondo occorreva. A mio modo di vedere questa
istituzione dei veliti di cui ragiona Livio, creata per
resistere alla cavalleria della Campania, non si può
dire un sistema di far combattere i soldati a piedi
assieme ai cavalieri, come fu affermato poi, ma piut­
tosto un modo di raddoppiare il cavaliere o il mezzo
di avere sul luogo del combattimento delle fanterie
trasportate con la velocità del cavallo, la qual cosa
è ben diversa dai metodi affermati da Cesare di me­
scolare nelle file un fante e un cavaliere e farli com­
battere di fronte ciascuno per suo conto. E deve es­
sere appunto così, perchè Cesare ragiona del suo si­
stema come di cosa da lui inventata, affermazione im­
possibile se fosse stata in vigore presso i Romani
quasi due secoli prima.
Su questo proposito i moderni autori citano Ta­
cito nei Germani che combatteano cavalieri e pedoni
assieme. Se non che questo autore porge la spiega­
zione nelle costituzioni guerresche dei Germani che
descrive cosi: « n o n casus, nec fortuita conglobano
turmam aut cuneum facit, sed familiae et propinquitates ».

I
Germani pertanto non costituivano una truppa
regolare, ma si presentavano a gruppi nei quali na­
turalmente vi erano cavalieri e fanti. Il frutto della
prima disciplina, che appresero, probabilmente nelle
guerre contro i Romani, fu separare i fanti dai ca­
valli.

57

Cesare tuttavia parla, in due punti nella guerra
civile della mescolanza di cavalli e fanti in modo da
non poter esservi alcun dubbio sul significato del suo
concetto. Devonsi però fare tre osservazioni.
La prima, che lo stesso Cesare non indica di avere
adottato un simile metodo, nè prima della campagna
di Grecia, nè dopo, e non si vide dai suoi successori
seguito tale sistema.
La seconda, che ammessa la verità della asserzione,
questa proverebbe solo che i Romani non sapeano
adoperare la cavalleria, almeno nella parte sua più
efficace, nel rapido giungere e nello sparire, come fe­
cero i Parthi, nelle veloci conversioni e nell’ impeto
di una carica a fondo.
La terza, si lega con l’apoteosi delle fanterie, pre­
cipuo indirizzo dei Romani. Per essi la fanteria dovea
bastare a tutto; l’asserirlo era un modo di lodare ed
adulare il popolo romano.
Cesare che combatte a Pharsaglia con fanterie in
mezzo ai mille cavalli e sono appunto le fanterie che
vincono, attribuisce in tal modo un atto eroico di
più al popolo romano, che in quel tempo non avea
più cavalieri suoi propri e quindi i vincitori di Phar­
saglia non furono i cavalieri Galli, ma lo stesso po­
polo romano. Laonde Roma potea accettare senza
rivolte una vittoria dai suoi stessi figli compiuta.
A noi, ancora poco addestrati nell’adulare le mol­
titudini, sembreranno sottigliezze impossibili, ma, nel­
l’indirizzo in cui trovasi la moderna Europa, l’avve­
nire ne apparecchia per lo meno di eguali. Ed ar­
gomento che in questa via sia Vegezio vissuto alla

68
fine del IV secolo sotto Valentiniano II e quindi uno
fra gli ultimi scrittori romani. Egli, forse per adulare
il principe che occupava il trono fondato da Cesare,
asserisce che fanterie mescolate a cavallerie batte­
ranno sempre le cavallerie avversarie anche se su­
periori di numero.
Se h a w i maraviglia in questa esplicita afferma­
zione è che i generali istruiti da Vegezio non ab­
biano seguito il suo suggerimento e così vinto sempre
mentre troppo spesso avvenne invece il contrario.
Vegezio dichiara di aver desunti i suoi trattati mi­
litari, da Catone il Censore, da Cornelio Celso, da
Frontino, da Paterno e dalle costituzioni di Augusto
e di Trajano, ma il sistema proclamato infallibile da
Vegezio non essendo stato usato che in via eccezio­
nale da Cesare, può dirsi certo che gli ispiratori di
Vegezio non lo affermarono (1).
La cavalleria romana battuta in più occasioni nella
Campania, nelle Spagne e specialmente da Annibaie,
finì col restringere la sua azióne ad alcune proces­
sioni in città, la più solenne delle quali pare fosse
la Equilum Transvectio che avea luogo ai primi di
luglio, nè intorno al tempo in cui fu istituita vanno
d’accordo Livio e Dionisio.
( I ) Errori di simil genere ne furono proclamati in ogni età.
Noterò come nel secolo scorso sia stato scritto che Gustavo
Adolfo mescolavo, come g li antichi, fanterie nella cavalleria, ma
meglio approfondili studi dimostrarono che questo grand'uomo
di guerra non facea che giudiziose combinazioni di corpi di
cavalleria e di corpi di fanteria e 'così rimase appurato il
fatto, nonostante le contrarie affermazioni dello Schiller.

A l tempo di Mario non esisteva più cavalleria ro­
mana. Essa era costituita dalla cavalleria italiana,
ma anche questa scomparve affatto nel periodo della
guerra sociale.
I Romani ebbero però sempre nei loro eserciti un
corpo di cavalleria composto di Galli, Spagnoli, Traci
ed Africani assieme ai contingenti di popoli e re tri­
butari o clienti. I cavalieri Romani sono gli ufficiali
delle cavallerie straniere, ed i volontari che com­
pongono una scorta d’onore al generale.
Così avvenne che il popolo il quale costituì al sol­
dato a cavallo un titolo di nobiltà ereditaria ed ebbe
una intiera classe di cavalieri civili, venne a mancare
di cavalleria militare.
Parmi che la ragione di questa antinomia derivi
dallo spirito democratico del popolo romano, il quale
rifuggiva dalla superiorità che tende ad avere in
ogni esercito antico o moderno il cavaliere sul fante.
Notasi presso i Romani della Repubblica una specie
di contrarietà verso la cavalleria, la quale risulta
dal fatto stesso che il cavaliere era male armato
per l’offesa e per la difesa, e male condotto.
Questo nocque assai alla repubblica e mentre dovea
esser vivo nella memoria e nelle tradizioni che le
vittorie di Alessandro furono guadagnate con l’eccel­
lente cavalleria greca, i Romani si fecero battere da
gente di ogni paese, da Italiani, da Spagnoli, dai
Galli e specialmente da Annibaie, essendo notorio che
tutte le principali vittorie di questo generale furono
guadagnate per virtù della cavalleria. Di ciò porge
maggior prova il fatto che Scipione se volle vincere

60

a Zama dovette ricorrere ad una cavallerìa stra­
niera e chi gli guadagnò la battaglia fu la cavalleria
di Massinissa, come racconta T. Livio.
Non curanti i Romani di questi e molti altri pre­
cedenti, continuarono nei sistemi per cagione dei quali
furono ripetutamente sconfìtti dalla cavalleria parthica.
I Parthi, minacciati di guerra da Siila, da Lucullo,
da Pompeo, da Gabinio e da Crasso, scorgendo il
conflitto per quanto procrastinato, inevitabile, devono
avere esaminata la condizione loro e quella degli
eserciti Romani.
Essi pertanto studiaronsi di prevalere là dove gli
avversari difettavano. Gli arcieri, al pari della ca­
valleria, erano dai Romani della repubblica tenuti in
poco conto, atti soltanto ad iniziare e finire la zuffa
che ai legionari spettava decidere. Laonde i Parthi
rinforzando indirizzi locali da lungo tempo invalsi, in
ambedue queste armi primeggiarono.
Taluni scrittori antichi, rincarati da moderni au­
tori, rappresentano che Crasso siasi trovato dinanzi
a cose nuove dai Romani totalmente ignorate; nuove
le cavallerie di arcieri, nuovi i cataphrati o cavalli
e cavalieri difesi da maglie di ferro; nuovo l'accor­
rere ed il fuggire con i veloci ritorni ; nuova la qua­
lità delle armi e specialmente delle freccie, e da ciò
concludono essere stata la novità che sorprese e so­
prafece i Romani.
Colui il quale però esamini un po’ accuratamente
i fatti, trova che nessuna di queste cose era real­
mente nuova per i Romani.

Leggonsi nelle storie di Dione quando narra le
guerre di Lucullo contro gli Armeni, queste notizie:
« Cominciarono i nemici con la cavalleria ad incal« zare fortemente quella dei Romani, ricusando di
<c combattere colla fanteria e volgeano le spalle, to« sto Lucullo coi suoi armati di scudo si movea in
.« soccorso della cavalleria ; però i barbari non erano
« sconfitti, ma anzi scagliavano freccio all’ indietro
* uccidendo molti degli inseguitori *. Appiano rac
conta che Mitridate, il vinto da Lucullo e da Pom­

peo, anche nella vecchiaia fu maestro nello sca­
gliare freccie correndo a cavallo, cosi altri asiatici
di quell’ epoca, i quali esempi chiaramente indi­
cano comune fra gli eserciti orientali l’uso delle
armi da gitto, cavalcando.
In Plutarco leggesi pure come Lucullo abbia vinto
il corpo dei cataphrati, cavalleria tenuta in grande
considerazione, scrive l’autore, e riuscì mediante un
attacco combinato di cavalleria e di fanteria. Questi
cataphrati stavano ammassati a piedi di un colle il
cui pendio era dolce; Lucullo li fece dapprima attac­
care dalla sua cavalleria, composta di Traci e di fta­
lati, ed intanto condusse per vie brevi le legioni sulla
sommità del colle e di là irruppe per il pendio con­
tro i cataphrati con ordine ai legionari di non ser­
virsi dei pili, ma di ferire le gambe e le coscie, le
sole parti non difese dei cataphrati. Nè questa caval­
leria era ignota neppure al popolo di Roma, poiché
Plutarco stesso racconta che dei cataphrati furono
condotti a Roma da Lucullo e figurarono nel suo
trionfo.

63

Dione narra ancora delle speciali freccio che avea­
no gli Armeni, « le di cui ferite erano gravi e diffl« cili a sanarsi perchè i barbari servivansi di dardi
« a due punte, e di più le adattavano in guisa che
« rimanessero infisse nei corpi e se voleansi estrarre
€ produceano sollecitamente la morte. »

Da un assieme di dati e di indizi che trovansi in
autori greci e latini si comprende la cura speciale
fra questi barbari di esercitarsi nello scagliare frec­
cio; nonostante però la incontestata maestria, quando
gli asiatici erano raggiunti dalle legioni, la loro infe­
riorità risultava evidente, e questo fatto, del quale i
Romani erano convinti, veniva pure ammesso dagli
avversari.
Fino a che gli eserciti d’Asia aveano fanterie, co­
me ne ebbero tutti, esse o presto o tardi si trova­
vano di fronte alle legioni e la vittoria per queste
era sicura. I Parthi edotti senza dubbio dai molti
precedenti nelle battaglie avvenute ai loro confini,
pensarono di combattere i Romani senza fanterie,
quindi d’ un tratto soppressero la loro inferiorità. Ed
a mio avviso fu questa realmente una novità da essi
introdotta, la quale (assieme ad un’ altra di cui ra­
gionerò in appresso) squilibrò i piani strategici ed i
concetti tattici dei Romani (1).
(1 ) Esimi scrittori di cose militari
assioma indiscutibile che la cavalleria

proclamano come un
non può essere

indi-

pendente Coloro stessi i quali si mostrano assai favorevoli a
quest’ arma (come p. es. il generale Hohenlohe nelle sue let­
tere; X IX ™ ) scrivono che la cavalleria non può essere total­
mente indipendente. Per quanto il fatto descritto dall'autore

63

Gli scrittori antichi raccontano senza commenti
che l’esercito partico era di sola cavalleria, laonde
taluni fra i moderni sarebbero inclinati di attribuire
al caso, siffatta formazione; altri, come è pure la
di questo libro sia antico, porge ad ogni modo un irrefraga­
bile esempio di una cavalleria totalmente autonoma, perchè
fu soppressa ogni fanteria. N è le truppe che dovea combat­
tere erano « piccoli reparti distaccati di fanteria o bande ar­
mate o popolazioni ostili > come si esprime il generale ger­
manico. La cavalleria

indipendente dei Parthi avea dinanzi

le terribili legioni romane, la

migliore fanteria del mondo,

pure fu la cavalleria che vinse non in una singola od ecce­
zionale circostanza, ma per anni, anzi per secoli ; cominciò
con una vittoria e fini con un'altra. Se si dirà che con

i

metodi adottati nelle moderne cavallerie e specialmente nella
Italiana non è possibile ottenere l'indipendenza di quest'arma,
mi troverò pienamente d'accordo, ma non più in là. Lo Stato
che specialmente nei suoi possedimenti asiatici si trova ad
essere un successore dei Parthi e per razza e per suolo, è la
Russia. Si direbbe che questo Stato vuole imitare le gesta
della cavalleria parthica per le trasformazioni che va sempre
più subendo la sua cavalleria. Ma questa non è una cavalle­
ria soggiungerebbero forse e l'Hohenlohe e il Boselli e i critici
degli Elem enti di guerra del colonnello Maillard ed altri an­

cora; i Russi, si va dicendo, vogliono fare una fanteria montata,
e con questa specie di giuoco di parole, i seguaci dell’ttrfo quale
unico mezzo offensivo della cavalleria, continueranno a farla
massacrare inutilmente come fecero i Francesi a Sedan. Ed a
proposito di questo doloroso ricordo, se in luogo dei Francesi
avessero i Tedeschi avuto dinanzi un esercito Parthico, que­
sto non si sarebbe lasciato rinchiudere in quella valle

e se

rinchiuso, con la rapidità delle mosse ne sarebbe facilmente
uscito, mettendo forse a mal partito gli avversari.
Il maggiore v. Drygalski in un periodico militare
mette in guardia i tecnici contro l ’ indicato

tedesco

pregiudizio cho

64

mia opinione, l ’ascrivono ad un felice ideamente del
generale dei Parthi.
Non si conosce il'numero dei combattenti nell’ eser­
cito parthico, mentre è noto che 50 m. guerreggia­
rono Antonio.
Da alcuni indizi si può tuttavia argomentare che
di poco inferiori a questa cifra furono gli avversari
di Crasso. Laonde l’esercito di costui essendo di circa
43 m. uomini ed oltre a questi gli alleati, le forze
d’ambe le parti non aveano grandi sproporzioni. (1)
La cavalleria Parthica era divisa in leggiera e pe­
sante ; la prima costituiva la maggioranza dell’ eser­
cito, ed era armata di arco e freccie di cui sapeano
faine uso in tutti i modi alla corsa o fermi, nello
inseguire e nella fuga. Per le lotte corpo a corpo aveano solo una piccola daga, non è meraviglia per­
tanto se cercavano di evitarla.
la cavalleria russa sia della fanteria

montata.

Lo

prova il

regolamento russo del 1884 il quale dice : « in primo luogo
la missione della cavalleria è di combattere a cavallo. »
Forse non siamo lontani dalla costituzione degli

eserciti

alla Parthica e per mio conto non troverei meno efficace un
esercito composto di sola cavalleria ed

artiglieria,

segnata-

mente per le guerre difensive.
(1 ) Allorché i dotti ed i tecnici si impuntano in una via è fa­
cile che la pratica rompa dall’altra. Cosi può avvenire per
l’apoteosi delle fanterie. Ricordo aver letti dei trattati di tat­
tica, pubblicati alla vigilia della prima rivoluzione francese.
Questi trattati raccomandavano e prescriveano di assottigliare
le file per allungarle il più possibile, e tale massima era posta
in uso quando già gli eserciti francesi aveano iniziati g li
assalti in massa e g li attacchi per colonna ; a convincere Au­
striaci, Russi e Tedeschi della erronea dottrina, ci volle nien-

65

La seconda cavalleria componevasi dei cataphrati
o protetti come suona la parola greca (xaxatppctxtous)
te meno d>e la prima campagna d’ Italia di Napoleone I. A l ­
lora tutti adottarono « la formazione in massa e continuarono
fino al 1870. » Un generale tedesco scrive: (lett. X .) « A l
« pricipio della guerra (1870) la nostra fanteria impiegava
« le

form azioni

in

* nemico, ed imparò

massa

nella zona battuta dal

a conoscere

fuoco

ed a mutare a proprie

« spese. »
Quando dissi che forse non siamo molto lontani da eserciti
composti di sola cavalleria ed artiglieria, traeva il mio pen­
siero dagli scritti di uno dei più autorevoli generali tedeschi
già più volte qui citato. Ragionando e gli dei compiti delle
cavallerie nelle guerre future (Lett. V ili) si legge il seguente
periodo:
« Ecco ciò che succederà. Dai due eserciti saranno spinte
« avanti le grandi masse di cavalleria e da queste si stac« cheranno le rispettive pattuglie, che in certo modo ne rap« presentano le antenne. Queste si spingeranno a larghi raggi
« per aver notizie circa la forza, le posizioni e le intenzioni
«c del nemico. Dopo di ciò le due masse di cavalleria cozze« ranno e dovranno combattere per decidere chi

resterà pa-

« drone del terreno. Appena una delle due masse avrà il so« pravvento, getterà la cavalleria avversaria sulla sua fanteria
« e da quel momento procurerà al suo comando superiore
« una vera preponderanza strategica... precisamente come fece
« nell’ ultima guerra la cavalleria Tedesca. *
Se come è indubitato per le moderne tattiche le cavallerie
accompagnate dalle rispettive artiglierie, dovranno darsi bat­
taglia prima di ogni fanteria ; se, come è pure certo, la ca­
valleria vincitrice acquisterà « una vera preponderanza stra­
tegica » cioè porterà la vittoria dalla sua parte, gioverà assai

m eglio per risparmio di sangue e di calamità, nelle guerre
future concludere la pace tosto che uno Stato avrà avuta la
sua cavalleria soccombente. Tale sarebbe la

illazione

logica

delle premesse fatte dal citato autore.

5

66
Questa specie di corazzieri degli antichi tempi aveano
difeso tanto il cavallo che il cavaliere da maglie di
ferro.
Inoltre portavano una lancia più lunga e più ro­
busta dei cavalieri romani. I cavalli erano di razze
speciali scelti ed allevati espressamente ed aveano
qualità superiori a quelli dei Romani.
I
Parthi traevano i loro poderosi destrieri dalle
pianure di Nisaei, località indicata da Herodoto,
da Eustachio nei suoi commentari di Dionisio, da
Ammiano ed altri autori, sempre però con incerta
designazione. I moderni studi riscontrarono esatte le
informazioni di Strabone, ed il colonnello Rawlinson
riconobbe le pianure Niseane, già visitate da Ales­
sandro, nei piani dell’Alishtar e Khàvah; egli stima
che i cavalli Niseani fossero originari di Nisaea di
Khorasan, attualmente ancora famosa per la produ­
zione dei cavalli turcomanni. Queste pianure, dicesi
che conteneano 50jm cavalle per la riproduzione ;
erano di mantello bianco ed i migliori prodotti ser­
vivano alla casa reale, per il culto del sole, il cui
carro veniva tirato da 4 cavalli bianchi, e per l’e­
sercito (1).
(1) Non sarà certo cosa nuova il dire che senza cavalli non
vi può essere cavalleria e che un paese il quale voglia otte­
nere una efficace cavalleria, bisogna che curi la produzione
equina. Non credo l'Italia sulla buona via, poiché sarebbe in­
dispensabile per ottenere buori prodotti 1’ uso di stalloni di
razza pura e di determinati tipi, e mai stalloni di razze in­
crociate come ora si fa. I progressi compiuti su questo pro­
posito dagli Austro-Ungarici sono notevoli; con savia selezione

67

Anche l’armatura era argomento di speciale cura,
ed i progressi fatti dai Parthi si possono conoscere
nella effigie di due cavalieri rappresentati in una mo­
neta d’oro di Eucratida re della Batriana vinto, come
ottengono ora dei prodotti .che eguagliano le vigorie dei ca-.
valli inglesi.
Rispetto all' allevamento, vi era in molti punti del nostro
paese una miriade di piccoli allevatori, e come molti
fanno gli assai, così la

pochi

produzione equina aumentava. Con­

tribuiva ad accrescerla una disposizione del Ministero per la
Guerra in forza della quale erano assegnate lire SO all' anno
per ogni cavallo che il proprietario, (senza essere impedito
di alienarlo', tenesse a disposizione del Ministero stesso ad un
prezzo di stima da stabilirsi al momento della richiesta. Ne
avvenivano così comprile e vendite di cavalli che aveano una
dote, ed erano molto ricercati, e con l’esca delle 50 lire, au­
mentavano e il commercio e la produzione equina.

Le com­

missioni per la scelta, erano le ben venute e gli allevatori
andavano a gara nel presentare loro i migliori puledri, ascol­
tavano i consigli seguivano i suggerimenti e così per sopra
mercato alle lire 50 vi era una specie di insegnamento pra­
tico, di un valore inestimabile.
M a pur troppo la scena cambiò, vale a dire furono sop­
presse le 50 lire e si aumentarono le molestie fino al punto
di intimare ai proprietari di cavalli un precetto personale col
mezzo dei carabinieri, mutati per autorità non si sa di chi, in
altrettanti Cursori od Uscieri.
Ma, si disse; il sistema da voi lodato costava troppo. Sta
bene, costava troppo da una parte, però lo Stato raccoglieva
ad usura vantaggi e rendite, dall'altra.... E poi, fu smesso
forse il continuo aumento di impiegati civili molto più costosi?
Fu forse smesso lo spreco dei milioni a centinaia che l'Italia
tutta profonde a Roma ed altrove ecc.? Ora, le molte opere
pubbliche superflue sfibrano i bilanci; e i molti funzionari ci­
vili sono costretti di dimostrare la necessità del loro ufficio

68

si disse da Mitridate primo (sesto Arsace), che il
Duruy acquistò per il Gabinetto numismatico del
Louvre, ed afferma unica nel mondo. L ’ esergo di
questa moneta raffigura due cavalieri alla corsa,
armati della lunghissima lancia dei cataphrati ; hanno
in capo un elmetto macedonico, e vestono una co­
razza alla greca, ma non vi è traccia di nessuna delle
armature di cui ragionano gli storici antichi quando
i Parthi si incontrarono con i Romani condotti da
Crasso. Però tali progressi, giudicando da quanto scrive
Plutarco in Lucullo, non erano esclusivi ai Parthi ma
comuni agli eserciti asiatici. Fra l ’Armenia e la Parthia infatti erano sì stretti i vincoli e sì continui i rap­
porti per guerre, alleanze, commerci e parentele che
non è guari supponibile potessero esservi delle mi­
gliorìe in un esercito senza trovarle pure nell’altro.
Giunto Crasso nella Siria si apparecchiò ad inva­
dere la Parthia varcando l’ Euphrate. L ’insuccesso e
la morte del proconsole con la distruzione dell’eser­
cito, ebbe per conseguenza che tutti gli scrittori bia­
simano in Crasso ogni sua azione e mentre in realtà
la causa della sua rovina fu una sola, quella di non
avere cavalleria sufficiente, trovano che egli fece tutto
male. In tali giudizi sono unisoni anche scrittori moraccogliendo larga messe di minuzie per lo più inutili e mo­
leste.
Rischiamo quindi in luogo di buoni cavalli e una buona
cavalleria di avere molti impiegati civili, che tenteranno di
farsi portare sulle spalle dei contribuenti, ma sebbene rag­
giungano lo scopo, non garantisco l'utilità loro per la difesa
del paese.

69

derni e trovano di che ridire intorno a mosse giusti­
ficate da splendidi successi di altri generali che in pe­
riodi posteriori invasero la Parthia.
Laonde affermano che la via seguita da Crasso fu
pessima, anzi una delle cagioni delle sue sventure,
ma non pongono mente che Avidio Cassio,
di Marco Aurelio, percorse la stessa strada
torie di costui sono le più chiare e gloriose
tino i fasti romani nelle guerre d’invasione
Parthi. Fu la via battuta da Traiano nella

generale
e le vit­
che van­
contro i
sua riti­

rata e probabilmente la stessa percorsa da Settimio
Severo quando si trovò nelle medesime condizioni di
Traiano.
Crasso, al pari di Avidio passò l’Euphrate a Zeugma,
una città della Siria fondata da Seleuco Nicatore
nella provincia di Cyrrhestica, situata di fronte ad
Apamea. Zeugma, come indica appunto il suo nome
greco, avea un ponte stabile di barche, l’unico a quel
tempo in quei paraggi. Ben è vero che a 2000 stadi
verso sud eravi il ponte di Thapsacus, ma secondo
raccontano Plinio, Strabone e Stefano Bizantino, era
ridotto poco praticabile ed infestato dalle orde arabe
che lo rendeano pericoloso. Evidentemente il primo
atto di Crasso fu di crearsi una base di operazione al
di là dell’Euphrate ed assicurarsi una via di ritirata,
ed io stimo che nessun generale di qualunque età po­
trebbe biasimarlo.
A l di là dell’Eufrate vi erano molte città importanti
ed altre minori di origine greca, come p. e. Apameja,
Carré, Ichne, Nicephorio, etc.; di esse, prese, facil­
mente possesso Crasso e non ebbe ostilità che da Ze-

70

nodotio, la quale secondo Plutarco e Dione, fu dal
generale romano distrutta. In questa prima invasione
l’esercito romano incontrò un satrapo parthico che
Dione chiama Talimeno Ilace, col quale venne alle
mani presso Ichne a 16 miglia da Nicephorio; il
Partilo fu vinto e ferito.
Crasso confortato da questi primi successi, guarnì
di truppe le città occupate, con esse, ed il ponte a
Zeugma, ottenne la indispensabile base alle future ope­
razioni e la via per la ritirata, con sicure comunica­
zioni nella Siria, sede del suo governo, donde potea
ricevere ogni cosa di cui abbisognasse.
Dione e Plutarco biasimano severamente Crasso,
perchè dopo l’ occupazione delle suddette città e
avervi lasciati a guardia settemila fanti e mille ca­
valli siasi ritirato col Aglio nella Siria. Publio Crasso
era, come è noto, un legato di Cesare, il quale, quando
fu stabilita la guerra partica, lo inviò al padre con
un presente di mille cavalli, e dal dono si scorge
non essere stata ignota a Cesare la forza dei Parthi.
Se realmente M. Crasso abbia commesso un grave
errore ritirandosi nella Siria, non credo possibile oggi
discernere, solo si può osservare che ad una azione
immediata contro i Parthi opponeansi necessità di
accordi per avere alleati il re di Armenia ed altri
capi e principi di quei luoghi. Infatti egli guadagnò
l’ Abgaro principe dell’ Osrhoene nella parte nordica
della Mesopotamia, la cui capitale era Edessa, altra
città greca costruita secondo Appiano da Seleuco.
Essendo Edessa a sole 40 miglia da Zeugma, ed un
giorno di viaggio da Batna, pure colonia greca, l’al­

71
leanza dell’ Abgaro costituiva per Crasso un aiuto
importante.
Una circostanza la quale ha forse un particolare
significato, è che Crasso fu tradito principalmente
da due, dall’ Abgaro di Edessa e da un capo Arabo
che Plutarco chiama Ariamne. Lo stesso Plutarco no­
mina anche un certo Andromaco, ma il fatto che egli
racconta su costui, viene escluso da Dione. Ora, tanto
l ’Abgaro di Edessa che l’ Andromaco, vengono detti
dagli antichi autori amici e clienti di Pompeo.
Mentre Crasso svernava nella Siria, occupato, se­
condo narrano gli antichi, più ad estorcere danari
che a munirsi per la prossima guerra, Orode, il re
dei Parthi gli mandò una ambascierìa, il quale invio,
nonostante i nascosti fini che potesse avere, non in­
dicherebbe menomamente che il Partho per la lenta
azione di Crasso, cominciasse a disprezzarlo, come
opina qualche moderno autore.
L ’ambasciata non ebbe nessun esito e alle domande
dell’ inviato, Crasso soggiunse, che avrebbe risposto
a Seleucia, il più grande centro greco del regno, po­
sto nel cuore dello Stato, di faccia a Ctesifonte la
capitale d’ inverno dei Parthi, come già fu indicato.
In tale occasione il più anziano degli inviati che Plu­
tarco chiama Yagise, avrebbe fatta la risposta da
tutti ricordata, che cioè sarebbe cresciuta la barba
sul palmo della sua mano prima che Crasso vedesse
Seleucia.
I
Parthi iniziarono sùbito le ostilità contro le guar­
nigioni poste da Crasso nelle città della Mesopotamia
occidentale. Poco atti come erano ad espugnare mura,

7*

non pare siano giunti a prenderne alcuna, ma riu­
scirono perfettamente nell’ufficio proprio di ogni ca­
valleria ben condotta, quello cioè di impedire le

go -

municazioni fra l ’esercito di Crasso e le guarnigioni,
la qual cosa con l’aggiunta di esagerati rapporti di
fuggiaschi, cominciò a dare un aspetto poco rassicu­
rante alla campagna che i Romani stavano per co­
minciare.
Crasso, che si era procacciata una base di opera­
zione l’anno innanzi, non volle lasciarla per unirsi
ad Artavasde re di Armenia che gli offriva il suo
esercito in aiuto e vistosi approvigionameuti se avesse
voluto cominciare la guerra dall’Armenia. In realtà
il proconsole romano sperava egualmente in un forte
contingente armeno, ma i Parthi per togliergli que­
sto importantissimo aiuto, mossero guerra ad Arta­
vasde per cui questi non potè o non volle distrarre
forza alcuna in aiuto dei Romani. Così Crasso rimase
col solo aiuto dell’ Abgaro di Edessa le cui intelli­
genze con i Parthi paiono accertate, non tanto dalle
affermazioni degli antichi autori, quanto dal fatto
concludente che poco prima della battaglia scomparve
e lasciò soli nel cimento i Romani.
Crasso nella sua seconda campagna ritornò nelle
medesime località che avea percorse l’anno innanzi.
Egli per invadere la Parthia avea la scelta di più vie.
Come è noto, la Mesopotamia, un tratto dell’Asia
occidentale è di forma oblunga rinchiusa fra l’Eufrate ed il Tigri.
*
Questo paese, da taluni detto la culla dall’umanità,
prese la denominazione greca di Mesopotamia, da

73

quanto pare, dopo le conquiste di Alessandro, e fu
il campo di battaglia di molti popoli anteriori ai
Parthi ed ai Romani.
La geografia fisica di cotesta regione suggerì ai
conduttori di eserciti, le diverse vie che percorsero.
Essendo un paese dapprima ristretto che poi si al­
larga, perchè i due fiumi si allontanano, e quindi si
rinserra nuovamente per lo avvicinarsi degli stessi
fiumi, ne avvenne che alcuni condottieri ai Romani
precedenti, percorsero la via superiore, cioè per Edessa,
le falde del monte Masio e per Amida sul Tigri.
A ltri profittando della direzione obbliqua dell’Eufrate, ne discesero il corso traversando poi il breve
tratto di paese che all’altezza di Seleucia e Ctesi­
phonte separa l’ Eufrate dal Tigri.
Crasso, per istigazione, pare, di gente dei luoghi che
l ’accompagnavano, nonostante il parere contrario dei
suoi legati e segnatamente del questore Cassio Lon­
gino, non volle seguire nè la via di destra nè quella
di sinistra, ma ne intraprese una di mezzo fra le
due, perchè più diretta. Se egli non fosse stato arre­
stato fra Carré ed Iene dalle armi parthiche, si sa­
rebbe trovato sulla via di Hatra dove naufragarono
le fortune di Trajano e di Settimio Severo.
Gli scrittori greci e latini narrano che Crasso venne
condotto in un deserto a lui ignoto e per questo fu
vinto; altri autori moderni seguono questo indirizzo.
Se non che qui è mestieri dar ragione al Rawlinson
ed al Niebuhr, i quali in primo luogo fanno cono­
scere che l’alta Mesopotamia dove si inoltrò Crasso
non ha neppure oggi il carattere di un paese de­

74

serto (1); molto meno allora, perchè popolato da flo­
ride città. Ed infatti il geografo minore Isidoro Cha(1 ) In ogni età riscontransi simili erronee asserzioni. E! per
non ricordare che il nostro periodo citerò la disastrosa riti­
rata dalla Russia di Napoleone I. Anche odierni scrittori ri­
petono che ne fu causa il freddo di quelle regioni. Numerose
memorie scritte da testimoni oculari e segnatamente le recenti
del generale di Marbot, pubblicate dai. suoi discendenti, dimo­
strano invece che in quell'anno il freddo in Russia tardò più
deU'ordinario. Infatti quando avvenne il passaggio della Beresina, punto culminante delle calamità patite dall'esercito na­
poleonico, il fiume non era ghiacciato e nemmeno i terreni
circostanti.
L a campagna di Prussia fu felicemente compiuta dai Fran­
cesi con un freddo molto più intenso.
Risulta ora evidente che la disorganizzazióne deU'ésercito
napoleonico ebbe altri precipui fattori. Il primo riscontrasi in
gravi difetti logistici ai quali non potea esser rimediato pro­
fittando di vettovaglie ed accantonamenti locali, perchè i Russi
aveano bruciato ed esportato ogni cosa. 11 vettovagliam ento
degli eserciti napoleonici fu sempre difettoso; in quello che
invase la Russia può dirsi disastroso addirittura per la lon­
tananza ed il maggior numero di truppe cui era mestieri prov­
vedere. Fu specialmente dimenticato il foraggio per i cavalli
i quali morirono in grande quantità non per il freddo, ma
per mancanza di nutrimento, apparecchiando così la fine del­
l'epopea imperiale cagionata principalmente, come è già noto,
non da difetto di generali o di truppe, ma dalla mancanza di
cavalleria che impedì a Napoleone di compiere le vittorie no­
nostante i maravigliosi ideamenti strategici della sua campagna
di Francia. 11 secondo fattore fu la rivolta, ancora latente

ma

pur troppo efficace, del contingente straniero nell’esercito, e
sopra tutto il malcontento nell'alto personale che circondava
l'imperatore. Naturalmente, nell'apoteosi fatta al grande sol­
dato si trovò migliore farlo vincere dagli elementi; cosi errori
e fellonie scomparvero.

75

raceno, vissuto probabilmente sotto Tiberio, nei fram •
menti che di lui ci rimangono, menziona nella strada
da Zeugma a Niceforio, percorsa da Crasso, tre città,
un villaggio e quattro posti fortificati. Vi sono molte
sorgenti e parecchi corsi d’acqua fra i quali il Belias, il Chaboras (Kabur), il Shaccoras (forse lo stesso
che Senofonte chiama Mascas), il Migdonio, etc. Crasso
quando incontrò i Parti aveva da poco tempo attra­
versato il Belias sulle cui rive, circa al mezzogiorno,
fece riposare le truppe. Ora il deserto della Mesopo­
tamia non comincia dal Belias come farebbero credere
gli antichi, da taluni fra i moderni seguiti, ma dal
Chaboras o Khabur dal quale Crasso era ancora molto
distante. Che sul campo di battaglia vi fossero dei
colli boschivi, ne fa testimonianza lo stesso Dione;
egli dice: « I Parthi nascosero la maggior parte delle
« truppe dove il paese era montuoso e pieno d’alberi e
« così si avanzarono contro i Romani. » Inoltre il cam­
po di battaglia dove fu sconfìtto Crasso non potea es­
sere un deserto, perchè troppo vicino a città impor­
tanti. A Publio, il figlio del proconsolo, essendo fe­
rito ed in pericolo di cadere nelle mani del nemico»
venne offerto da due greci di condurlo ad Ichne e sal­
varlo. Se di fronte ad un nemico vincitore era possibile
trasportarvi un ferito, la distanza dovea esser piccola.
Laonde le frasi di Plutarco, che l’esercito romano si
trovasse « in luoghi dove non vi era, nè pianta, nè
« ruscello nè sporto di monile, nè erba alcuna, ma
« certi cumuli di aride sabbie che parean flutti di
« mare » sono descrizioni gratuite di luoghi all’autore
completamente ignoti. Pure come indicai, parecchi
autori moderni lo seguirono.

La battaglia ebbe luogo il 9 di giugno quando le
giornate sono più lunghe ed i Parthi continuarono a
battere i Romani fino a notte, poi si ritirarono; dopo
di chè i Romani fatta una sosta nel campo, partirono
alla volta di Carré ed i primi vi giunsero avanti la mez­
zanotte. Se pertanto truppe stanche e sconfitte, pote­
rono in meno di tre ore raggiungere una città, non sarà
mai possibile credere che il combattimento abbia
avuto luogo in un deserto sconosciuto. Il fatto stesso
che { Romani nell'abbandonare il campo di battaglia
non esitarono sulla scelta del luogo da ritirarsi, di­
mostra la perfetta cognizione che aveano di quella
parte di paese.
Ogni maggiore e minore circostanza concorre però
nell’affermare che i Romani fino a pochi momenti
prima della battaglia ignoravano completamente dove
fosse il nemico e di quali truppe si componesse. Gli
esploratori mandati dai Romani aveano urtato con­
tro cavalleria sparsa che li dardeggiò, uccidendone
molti ed i pochi fuggiti non poterono dare al gene­
rale romano contezza alcuna sul nemico.
Riposate le truppe sulle rivo del Belias, Crasso
ascoltando l’ardore del figliuolo che volea combat­
tere, non consentì come alcuni dei suoi legati lo con­
sigliavano di drizzare il campo in quella località, ma
mosse l’esercito in ordine di battaglia nella speranza
di incontrare il nemico. Supponendo che il riposo
dato alle truppe sia stato di circa un'ora ed appros­
simativamente un’ora venisse impiegata nella marcia
in avanti, la battaglia deve avere cominciato circa
alle due dopo mezzogiorno.

77

Se i Romani furono impediti di mettersi al con­
tatto col nemico non così i nemici comandati da un
giovane che secondo Plutarco non avea ancora rag­
giunti i 30 anni, ma evidentemente uomo di non co­
mune intelligenza e di grande valore. Egli avanzavasi con numeroso seguito, accompagnato perfino dal
suo harem. Gli storici antichi lo chiamano Surena
come se fosse il suo nome; i moderni aiutati dagli
autori orientali giustamente correggono, osservando
che Surena non era un nome, ma una carica, un uf­
ficio, vale a dire il primo ufficiale dello Stato dopo
il re, essendo nella sua famiglia ereditario il diritto
di incoronare gli Arsacidi. Egli inoltre era partico­
larmente legato al re Orode, perchè nelle lotte con
Mitridate, avea prese le parti del primo e dall’esiglio
lo avea condotto al trono.
La deposizione di Mitridate III voluta dal Senato
parthico, e l’avere il Surena condotto dall’esiglio al
trono il nuovo eletto, farebbe supporre il Surena pre­
side del Senato stesso, quindi non solo un grandis­
simo dignitario, ma ancora, che l'ufficio suo non dipendea direttamente dal re.
Il
piano di battaglia, la composizione di un esercito
di sola cavalleria e il modo di combattere devono
essere stati concetti ideati e messi in opera da que­
sto Surena.
I
primi a mostrarsi ai Romani furono, come indica
Plutarco, alcuni cavalleggieri Parthici. Contro di essi
lanciaronsi le truppe armate alla leggiera, con le quali
usavano i Romani cominciare i combattimenti, ma
presto sopraffatti forse dal numero, certo dalla giù-

78

stezza dei tiri, ripararono tra le fila dei legionari.
Allora uscì dai colli boschivi dove stava celato l’in­
tiero esercito parthico il quale cominciò la battaglia
assalendo i Romani con straordinaria copia di freccie.
Mi duole di trovarmi in contraddizione anche con
autorità militari di primo ordine, ma devo sostenere
non essere punto vero che le freccie dei Parthi tra­
passassero le armi difensive dei Romani. Antichi au­
tori lo affermano e con essi non pochi moderni, fra i
quali, quasi tutta la scuola Francese con a capo Na­
poleone citato dal Duruy. La sola arma parthica che
trapassasse gli scudi e le corazze romane era la pe­
sante lancia dei cataphrati, quando colpiva con i ca­
valli spinti a tutta corsa.
Gli stessi autori greci e latini forniscono le prove
del mio assunto.
Dione nel raccontare la battaglia scrive: « Non
« per questo, la fanteria romana si diede alla fuga,
« ma combattè valorosamente contro i Parthi... però
« se essa formava una testuggine onde mettersi al
* coperto dei dardi nemici, la cavalleria grave la sba« ragliava, e se per paralizzarne la furia la prima
« fila si alzava per combatterla, restava esposta alle
<c saette dei Parthi ».
Questo passo di Dione è della massima importanza,
perchè svela l’arte usata dal Surena; per ora mi
limito ad osservare che riesce evidente come la for­
mazione della testuggine riparasse i Romani dalle
freccie dei Parthi.
Plutarco quando descrive ì difensori di Crasso nella
ritirata, dice, che respinti dal colle i nemici, si pre­

79
sero in mezzo Crasso e ripararotìlo intorno con gli
scudi, dandosi vanto che nessuna freccia sarebbe mai
caduta sulla persona del loro comandante. Se lo
scudo fosse stato insufficiente a riparare, l ’autore
avrebbe detto che i soldati gli fecero usbergo con la
persona.
Circa 17 anni dopo la morte di Crasso, Antonio
guerreggiò i Parthi e lo stesso Plutarco racconta che
in quella guerra i Romani si difesero con successo
dalle freccie parthiche componendo la testuggine e
combatterono la cavalleria grave la quale si avan­
zava per scompigliarli adoperando il pilo come una
lancia.
In questo caso si scorge che si difesero dalle freccie
parthiche correndo addosso ai cataphrati che si avan­
zavano e mescolandosi coraggiosamente fra loro ; cosi
la cavalleria leggiera dei Parthi non potea offenderli
perchè avrebbe pure feriti dei compagni.
L ’erronea credenza che le freccie nemiche trapas­
sassero gli scudi e le corazze dei Romani provenne
da un’ arte dai Parthi usata che apparisce nuova nel
tempo di cui si ragiona. Dissi già più sopra che due,
da quanto si può argomentare, furono le cose nuove
che i Romani incontrarono combattendo i Parthi.
Indicai per prima la totale soppressione delle fanterie
nell’esercito parthico; ora è giunto il momento di
ragionare della seconda.
Come narrano tutti gli autori che di questa bat­
taglia ragionarono, il Surena dopo il primo scontro
fra gli arcieri romani e i cavalleggieri armati d’arco,
e forse quando Crasso cambiò ordine di battaglia,

80

fece avanzare i cataphrati dietro ai quali i saettatori
lanciavano quantità enormi di dardi. Però l ’impor­
tante da osservare è che non li scoccavano direttaniente, impediti come erano dai cataphrati posti di­
nanzi a loro, ma li lanciavano con tiro parabolico,
ed avendo un bersaglio grande e compatto, perchè i
romani si erano formati in quadrato, ed inoltre aiutati
i cavalleggieri Parthi dalla somma maestria loro, ne
avveniva che le freccie lanciate a tutta forza in alto
piombavano quasi perpendicolari sui romani; quindi
penetravano al di là degli scudi, cadeano sui piedi
inchiodando in terra per così dire il legionario ro­
mano, si infilavano fra le corazze e i petti, giungeano
infine dove il soldato meno le attendea ed era senza
schermo. Il porre le truppe su di un piano inclinato
con le fanterie gravi ai basso ed i lanciateri in alto
era cosa g>à usata dai Romani ed a questo modo,
come descrissi nei V eneti

salvator i di

R oma, le le­

gioni vinsero una delle prime battaglie sopra i Galli,
ma calcolare un tiro parabolico dietro un riparo in
modo da far piombare l’offesa dall’alto, stimo sia il
primo od uno dei primi esempi di tiro indiretto nei
combattimenti antichi.
Con questo concetto le descrizioni della battaglia
fatte dagli antichi autori riescono chiare. Senza
l’azione del tiro indiretto non si comprenderebbero
le parole di Plutarco quando scrive che i soldati di
Publio Crasso mostravangli le mani confitte negli
scudi ed i piedi traforati ed inchiodati al suolo onde
non poteano nè fuggire nè difendersi.
Nè intelligibile riuscirebbe l’altro passo dello stesso

81

autore dove dice che i, Parthi non miravano per es­
sere esatti nel dirigere i colpi; sopratutto, senza il
tiro indiretto non si giungerebbe mai a comprendere
in qual modo i cavalleggieri Parthi lanciassero nuvoli
di freccie contro i Romani, mentre aveano, come ri­
sulta indiscutibile, i cataphrati dinanzi a loro.
L ’unico modo per difendersi dal tiro indiretto era
la testuggine, vale a dire un tetto di scudi, ma per
la sua formazione il legionario rimaneva senza difesa
contro le impetuose cariche della cavalleria pesante
dei Parthi e per questo motivo Dione scrive, come
già riferii citando il testo, che se il legionario per
difenderà dalle freccie facea la testuggine, era colpito
dai cataphrati, se da essi si difendea, era offeso
dalle freccie. Dimostrazione più chiara di questo passo
di Dione non vi può essere per determinare l’uso del
tiro indiretto praticato dai Parthi. Laonde le freccie
dei Parthi penetravano bensì al di là degli scudi e
delle corazze dei Romani, non perchè le forassero
come antichi e moderni autori affermarono, ma per­
chè sorpassavano le difese e giungeano addosso i Ro­
mani da una parte che essi poteano solo difendere
formando la testuggine.
La battaglia che durò circa sei ore, ebbe tre fasi
distinte, laonde ne riesce ovvia la divisione in tre
parti.
P a r t e L — Crasso marciava contro il nemico, che
non avea ancora veduto e del quale tutto ignorava,

perchè la cavalleria parthica gli avea impedita ogni
notizia (1). Egli fece occupare alle legioni il maggior
(1 ) Sono trascorsi oltre 19 secoli dalle vittorie della caval­
leria parthica contro di Crasso ma la vediamo, vincere con le

6

81
spazio possibile, scrive Plutarco, secondo il consiglio
datogli dal suo Questore Cassio Longino. A l primo
apparire dei Parthi, l’ Abgaro di Edessa, il falso al­
leato, amico di Pompeo, finse di correre incontro a
norme dei moderni regolamenti e dei trattati di

tattica for­

male ed applicata, espressi pure da tutti g li scrittori di cose
militari. L'ufficio della cavalleria moderna, dicono il Boselli
(L'avven. della n. cavali.), l'Hohenlohe (Lett. sulla cavali.), il
Maillard (Elementi di guerra), il Bonie (Studi sui comb. a
piedi della cavali .\ il G ali (M odera cavali.), la Rivista M i­
litare Italiana,

il

M ilita r W ochenblatt, ecc., e

quant' altri

mai ragionarono della moderna cavalleria, il suo ufficio, dicono,
è di coprire e di scoprire. I Parthi infatti coprono le loro
mosse al punto che Crasso ignora dove sieno, e scoprono,
spiano e calcolano quelle dei Romani che attorniano ed ai
quali appariscono improvvisi. Non si può asserire però che
le tradizioni della cavalleria sieno giunte intatte dal 54° anno
avanti la nostra èra fino a noi. L a cavalleria medio-evale
condusse quest'arma per altre vie, seguite da quelle di meno
remoti tempi. Cosi le cavallerìe della guerra dei 30 anni teneano piti delle medio-evali che delle moderne e medesima­
mente le condotte dallo Seydiitz sotto Federico II nella guerra
dei sette anni. La tattica attuale ha più moderne origini ed
è una ripresa dei metodi orientali derivati dai Parthi. 11 bel
lavoro del colonnello V . KShler sullo sviluppo della cavalle­
ria prussiana, non fa spiccare, a mio avviso, la genesi della
ripresa dei metodi orientali di cui ragiono. Chi portò in Eu­
ropa per primo g li attuali sistemi di maneggiare ]& cavalleria
fu Napoleone al suo ritorno d all'B gitto e dalla Siria ; e gli
senza abbandonare i vecchi, aggiunse dei metodi nuovi. Le
larghe e lontane e s p lo ra v o » datano da lu i; le pattuglie
di ufficiali, la raccolta dì notizie sparse per costituirle in un
concetto sulle mosse e sulle intenzioni del nemico, furono di
aua iniziativa, eco. ; con lui infine la cavalleria cominciò ad
essere l'occhio dell'eseroito. Questi sistemi rimasero in Europa

83

loro per combatterli, ma non al fece più vedere e
pare siasi unito ai Parthi. Dione scrive che allora i
nemici scopersero tutte le loro forze nascoste fra
colline boschive, e Plutarco aggiunge che Crasso mutò
l'ordine di battaglia e formò un quadrato profondo
« li vediamo qua e là raccolti ed ampliali da diversi Stati. Chi
li adottò per la Prussia fu il Blùcher il quale in gran parte li
mise in pratica contro lo stesso Napoleone sprovvisto di cavalle­
ria per il disastro di Russia. La opportuna comparsa dei Prus­
siani a 'Waterloo sembra dovuta ad informazioni assunte su
larghi raggi di cavalleria spedita per informazioni. Oggi pare
che la cavalleria germanica abbia una specie di privativa per
i nuovi metodi di usarla, quantunque al principiar della guerra
-del 1870 adoperasse più il metodo vecchio del nuovo, come
confessano g li stessi autori tedeschi. Tutti citano a iosa i casi
avvenuti di pochi cavalieri spinti a grandi

distanze che o si

impadronirono di piccole città o fecero retrocedere dei treni fer­
roviari. Pochi rammentano precedenti di altre cavallerie; esempi
tratti dalla nostra, per opera di stranieri, non ne lessi mai al­
cuno. Pure voglio ricordarne uno del quale fui testimonio ocu­
lare. Il generale Cialdini senza attingere alla scuola germa­
nica, allora tuttavia ignota, avea appreso nelle guerre di Spa­
gna il maneggio delle cavallerie imparato da Napoleone in Egitto e nella Siria. N el 1866 l'esercito Italiano comandato da
Cialdini era appena giunto a Vicenza ; g li Austriaci che oc­
cupavano ancora Padova distante 30 chilometri, erano intenti
alla spedizione in Austria di grossi treni ferroviari, carichi di
ogni provvigione, specialmente di tabacchi. Improvvisamente
comparisce una pattuglia Italiana di pochi cavalieri i quali
irrompono nella stazione ferroviaria, arrestano i treni, li fanno
retrocedere su Vicenza, si presentano arditamente alla bar­
riera della città e la passano, poi con i

convogli catturati

scompaiono. Poche ore dopo g li Austriaci impauriti abbando­
nano Padova, la quale aU’indomani è occupata dalle truppe
Italiane.

84

di 12 coorti per ogni lato, tenendo la poca cavalleria
(4 mila uomini) alle due ali. I Parthi, veduto il pic­
colo spazio nel quale si erano ristretti i Romani, fe­
cero impeto contro i saettatori ed i frombolieri avan­
zatisi per combattere, ne uccisero molti e costrinsero
i superstiti a rifugiarsi fra le legioni ; quindi svilup­
parono le grandi masse della loro cavalleria tentando
di circondare i Romani. Non avendo questi, nè la mo­
bilità dei Parthi tutti a cavallo, nè la maestria nel
lanciare le freccie, attendeano pazientemente di venire
al combattimento corpo a corpo, sperando che ben
presto il nemico avrebbe esaurite le munizioni. Ma
come videro i nemici andarsi a rifornire di freccie
presso un gruppo di camelli carichi di queste armi,
disperarono che la lotta corpo a corpo fosse immi­
nente, ed avendo i Romani già molti feriti, e per di
più minacciati essendo di venire completamente avvi­
luppati senza modo di schermirsi dalle freccie, fu
mestieri tentare un altro movimento.
P ar te II. — Stando a quanto scrive Dione, il figlio

del proconsole P. Crasso la di cui venuta nell'esercito
del padre indicai più sopra, avrebbe di sua iniziativa
mossa la cavalleria contro il nemico, ma non essendo
procedimento conforme nè alle istituzioni, nè alle di­
scipline militari romane, è mestieri attenersi in tutto
alla dizione di Plutarco il quale così si esprime: « Al« lora Crasso mandò un suo ufficiale al figliolo con
« ordine di assalire ad ogni modo i nemici prima che
« giungessero a circondare l’esercito, perchè già una
« grossa schiera di Parthi studiavasi di coglierli alle
« spalle. Allora il giovane tolti seco 1300 cavalli (fra

85

« cui i mille di Cesare) 500 arcieri ed 8 coorti di scu< dati di quei che più gli erano dappresso, si con<c dusse a caricare di fianco i Parthi. » L ’assalto fu
risoluto e veemente, laonde i Parthi, sia per evitarlo
sia per usare la consueta tattica, volsero a precipi­
tosa fuga. Credettero allora i Romani di aver vinto ed
inseguironli a tutta oltranza dilungandosi così dal for­
te deH’esercito. Quando stimarono giunto il momento
opportuno, i Parthi, latto un’improvviso volta faccia
alla lor volta assalirono i Romani. Questi, sebbene
fossero spossati, uomini e cavalli, perchè aveano
minor forza di resistenza dei loro avversari, non vol­
lero fuggire ritenendo vigliacca la fuga anche per
astuzia, così cominciò un combattimento fiero ed
accanito, ma ineguale.
I

Romani non aveano possibilità di soccorsi, mentre

i Parthi cresceano sempre. Essi, scrive Plutarco, bar­
dati di ferro, i Romani leggieri ed ignudi. Le piccole
lancie della cavalleria romana non raggiungeano il
nemico, ma le lunghe e poderose dei cataphrati col­
pivano senza trovare impedimenti, intanto che la ca­
valleria leggiera flagellava i Romani con nembi di
freccie. Nonostante tutto, Galli e Romani fecero pro­
digi di valore, alcuni afferravano le aste nemiche e
tiravan giù da cavallo i cataphrati, i quali per le pe­
santi armature duravano fatica a rilevarsi ed erano
prima uccisi ; altri scesi da cavallo ferivano il ventre
ai cavalli nemici, rimanendo spesso sotto la massa
che cadea loro addosso. Però i maravigliosi ardimenti,
non valsero, ed i Romani sopraffatti dal numero, in
buon ordine si ritirarono su d’un’altura continuando

86
a difendersi. Ma qui l'arma offensiva della cavalleria
parthica ebbe buon gioco, poiché se i Romani voleano
assalire, i Parthi fuggiano lanciando freccie, se si ri­
tiravano, venivano caricati dai cataphrati e dietro que­
sti la cavalleria leggiera tirando in alto facea piom­
bare perpendicolarmente innumerevoli dardi. Ben
presto la situazione divenne disperata. Publio stesso
era gravemente ferito al braccio destro da una freccia,
pure eccitava i suoi a fare un ultimo sforzo per to­
gliersi agli assalti dei Parthi, ma i soldati, scrive Plu­
tarco, mostrarongli le mani confitte agli scudi (per­
chè le offese giungeano loro alle spalle) ed i piedi
traforati ed inchiodati al suolo (a cagione del tiro in­
diretto) onde non poteano nè fuggire, nè difendersi.
Lo stesso Plutarco nomina due greci (Geronimo e
Nicomaco) cittadini di Carré che parteggiava per i
Romani, i quali offrirono a Publio di trasportarlo ad
Iene, città non molto discosta, ma il generoso gio­
vane rifiutò, ed abbracciatili diede loro commiato;
quindi non potendo usare del braccio perchè ferito si
fece uccidere dallo scudiere. I principali suoi ufficiali,
ancora in grado di farlo, imitarono il suo esempio.
Le offese cessarono perchè non vi erano più ne­
mici da uccidere. Dione non dice che alcuno dei Ro­
mani siasi reso prigioniero. Plutarco scrive che non
più di 500 furono presi vivi, ed argomentasi, per con­
ciliare i due autori, che la frase usata da Plutarco
significhi uomini ancor vivi, ma feriti. Questa fu la
fine dei seimila circa pieni di ardimento che accom­
pagnarono Publio Crasso.
P ar te III. — Il proconsole ed i suoi aveano ve-

87

dato con giubilo la fuga dei Parthi dinanzi a Publio,
e rimasero per qualche tempo in attesa del ritorno
della schiera così lanciata nell’inseguire; nè i nemici
che stavano loro dinanzi movevano nuovi assalti,
anzi permisero ai Romani di raccogliersi presso ta­
lune alture. Crasso spediva spessi esploratori per
avere notizie, ma i più vennero uccisi dai nemici ed
i pochi riusciti a scampare non poteano riportare
nulla di preciso; però dall’assieme giudicavano Pu­
blio e la sua truppa spacciati se non gli giungeva
un pronto soccorso. Toltosi allora Crasso dalla dan­
nosa inerzia, si avanzò con tutto l ’esercito in aiuto
del figliolo, ma fatto poco cammino incontrò la schiera
dei vincitori di Publio, che portavano su d’un’asta
la di lui testa, e gridavano per l’esultanza del trionfo
e per incutere maggior spavento ai Romani.
Crasso, scrive Plutarco, si mostrò ammirevole,
poiché, mettendo da parte il suo dolore, eccitava i
soldati ad essere valorosi ed a tenere alto il gran
nome romano. Qui si rinnovò lo stesso genere di
combattimento che fu il tipo permanente in tutta
la battaglia, vale a dire che la cavalleria pesante,
mediante continui assalti e fughe non lasciava posa,
e dietro ad essa la cavalleria leggera spargeva la
morte nelle file romane con le terribili freccie.
In questa terza parte della battaglia, descritta da
Plutarco, l’opera del tiro indiretto è anche più chiara
ed esplicita, nè so comprendere come autori moderni
descrivano i Romani serrati dalla cavali eria pesante
e fra questa e quelli i cavalleggieri che galoppavano
lungo la fronte dei Romani tirando freccie; come

88
avrebbero potuto farlo? Dei Romani, alcuni stavano
fermi al loro posto, altri si spingeano innanzi per
allontanare il nemico che sempre più li stringeva,
ma prima di portare offesa alcuna erano colpiti o
dalle freccie o dalle lunghe lancie dei cataphrati. Il
combattimento continuò cosi fino a notte.
Nessun autore ha una parola di encomio verso i
soldati romani, pure la loro condotta fu ammirabile
e splendida più che in una vittoria. Ristretti in pic­
colo spazio, era quasi per loro preclusa ogni via del­
l ’offesa, mentre venivano nel più crudele modo de­
cimati dalle armi nemiche, pure non fuggirono, non
si sbandarono, non si ritirarono neppure, ma stettero
saldi alla sventura per modo che stancarono i Parthi.
Questi, affaticati dal ferire ed uccidere aveano le Jancie spuntate, le corde degli archi rotte, ma il nemico
sebbene mutilato e grondante sangue, era sempre di­
nanzi a loro. Intanto sopraggiunse la notte ed i Par­
thi che non usavano costruire campi, seguirono il
loro costume di ritirarsi a grande distanza per to­
gliere agli uomini ed ai cavalli le gravi armature e
dare a tutti riposo. Furono essi infatti i primi a de­
sistere dicendo, che concedeano a Crasso lina notte
per piangere il figliolo.
Forse un uomo di energia con soldati come erano
i Romani potea nonostante tutto avere una rivincita
nella notte, assalendo i Parthi disarmati e senza r i­
pari; così infatti fece Yentidio più tardi e vinse, ma
Crasso per la sconfitta era caduto in uno stato di
prostrazione dal quale non uscì che con la morte.
Dapprima i Romani si attendarono in prossimità

89

al campo di battaglia e chiedeano del generale, ma
questi giaceva col capo coperto in luogo appartato
sotto il peso della sventura. Furono i suoi legati e
specialmente Cassio che convocati i capi deliberarono
di ritirarsi a Carré dove comandava Coponio; forse
quello stesso poi Pretore e proscritto dai triumviri,
ma salvato dalla moglie, per essersi data ad Antonio.
Furono abbandonati i feriti sul campo di battaglia
nè vennero seppelliti i morti, cosa inaudita fra i Ro­
mani, circostanze le quali dimostrano come la poca
saldezza di Crasso nella sventura avesse disorganiz­
zato l’esercito;, ciascuno se ne andava per conto suo.
Così non pochi si sbandarono e perirono vittime della
cavalleria che da lungi spiava le mosse dei Romani.
Cassio con 500 cavalli fuggì in Siria, un altra parte
con Ottavio, circa 5000 uomini, riparò in luoghi mon­
tuosi detti Sinnaci, così affermano Plutarco e Dione;
nè si sa argomentare su quali dati, moderni scrit­
tori li mutarono in una città di Sinnaca. Crasso pure
si allontanò da Carré; i motivi di questa sua par­
tenza si possono dedurre, ma non sono noti. Egli
volea rifugiarsi in Armenia, però la sua marcia sor­
vegliata dai Parthi deve essergli stata impedita. Plu­
tarco attribuisce i giri e rigiri fatti da Crasso, agli
inganni di un Andromaco, del quale Dione punto
non ragiona. Egli è certo che una cavalleria vinci­
trice non si lascia sfuggire un avversario composto
di truppe a piedi in completa disorganizzazione che
tenta di ritirarsi. I Parthi infetti raggiunsero Crasso
poco lungi da Carré ed egli corse a riparo in un’al­
tura dove fu raggiunto da Ottavio. La posizione dei

90

Romani poco adatta per la cavalleria e sopratutto la
risoluzione dei legionari, i quali si aveano preso in
mezzo il loro imperatore, decisi a tutto piuttosto di
lasciarlo toccare, impose al nemico, il quale ricorse
allo stratagemma di trattare la pace. Crasso, secondo
Plutarco, non volea dare ascolto a tali proposte, si­
curo che coprivano un inganno, ma vi fu costretto
dai soldati, i quali meno esperti del loro generale
stimavano uscire così dalla tristissima posizione in
cui si trovavano.
Il

Surena si fece innanzi, diede un cavallo a Crasso

condotto da due palafrenieri e gli propose di andare
in luogo più adatto a scrivere gli accordi, perchè i
Romani, disse egli, non teneano che ai patti scritti.
Già Crasso dai palafrenieri era stato spinto sul ca­
vallo presentatogli, e cominciava la marcia sempre
più rapida con lo scopo evidente di far prigioniero
il generale romano. Ma coloro che l’accompagnavano
adattisi di ciò, vollero impedirlo, e seguì una zuffa,
nella quale Crasso morì, non si sa se ucciso dai suoi
per evitargli la vergogna della prigionìa ovvero dai
nemici. I Romani si sbandarono, ma pochi sfuggirono
la cavalleria parthica e furono uccisi o fatti prigioni.
Trenta mila uomini secondo Plutarco rimasero nella
Parthia, dei quali venti mila uccisi e 10 mila prigio­
nieri. Questi, scrive Plinio, furono tradotti nella Margiana rinomata per l’ubertosità ed i vigneti, e quando
altri invasori romani ne chiesero la restituzione, essi
già uniti con donne del paese, erano divenuti sud­
diti Parthici.
Mentre il Surena vinceva i Romani, le armi par-

91

thiche condotte dal re aveano eguali successi in Ar­
menia, ma forse per tema dei Romani e procacciarsi
un alleato, Orode in luogo di sopraffare il suo av­
versario, si affrettò di concludere la pace e consoli­
darla mediante il matrimonio di suo figlio Pacoro con
una sorella di Artavasde di Armenia.
Stavano appunto i due re celebrando le feste de­
gli sponsali quando giunsero i messi del Surena che
portavano l'annunzio della vittoria e la testa di Crasso.
Introdotti i messaggeri fra una numerosa adunanza
che banchettava e degli istrioni recitavano le Bac­
canti di Euripide, fuvvi uno scoppio di grida e di ap­
plausi, e gli istrioni portando il sanguinoso trofeo, in
trionfo adattarono alla circostanza alcuni versi della
tragedia (4>èpo|isv s£ opso{ IXixa v$óto|xov érct |xéXa9px
iiaxapiav tojpav). Floro racconta che per maggior dileg­
gio i Parthi fusero dell’oro nella bocca di Crasso, af­
finchè avesse ciò che era venuto cercando presso di
loro.
Così i tre belligeranti si trovarono riuniti, ma il
generale romano era solo presente con la parte che
gli avea servito meno nella lotta da lui promossa e
il corpo giaceva insepolto sul campo di battaglia. In
Seleucia i Parthi finsero di averlo preso vivo e me­
narono in trionfo un prigioniero romano che lo so­
migliava, per maggiormente schernire, racconta Plu­
tarco, la sua minaccia di entrare in quella città.
Il
completo successo dei Parthi è dovuto esclusi­
vamente alla cavalleria, la cui potenzialità in ogni
tempo per chi sappia trarne profitto è grandissima
nelle guerre difensive. I Romani quando non trova­
rono dinanzi a loro fanterie da combattere furono

92

perduti. Non vi era mezzo per essi di contrastare con
una truppa dotata di una grande mobilità, in modo
da non poter essere mai colta, e di più fornita d’una
arma offensiva di primo ordine, come la freccia sca­
gliata dal cavali jre, a qualunque velocità corresse.
Questa prima guerra costituirà il tipo delle suc­
cessive; i Romani si studieranno di contraporre ai­
tile cavallerie, ma e per difetto di numero e per mi­
nore maestria nell’offesa ed infine per inferiorità nella
conoscenza dei luoghi, se riusciranno a respingere i
Parthi, questi, mai totalmente disfatti, ricompariranno
sempre.
Come già fu dimostrato il merito del Surena par­
thico fu di contraporre cavallerie a fanterie e di
usare il tiro indiretto; se egli avesse continuato a
guerreggiare i Romani, altri trovati probabilmente
gli avrebbero dati nuovi successi. Ma lo stesso trionfo
fu causa della sua rovina ; poiché la sospettosa e cru­
dele politica degli Arsacidi non permise che questo
alto 'funzionario godesse delle sue vittorie; egli fu su­
bito sagrificato ai timori dinastici della casa reale,
come racconta Plutarco. Infatti non compare più
quando i Parthi passano l’Eufrate e penetrano nella
Siria. E colui il quale arrestò le conquiste romane
in Asia; che insegnò ai suoi il modo di sconfiggere
le terribili legioni conquistatrici del mondo, non ha
neppure il nome registrato nella storia, uno dei nu­
merosi esempi che dimostrano come l’umana ingiu­
stizia valichi anche le tombe (1).
(1 ) Questo successo di un esercito composto di sola ca­
valleria contro le più potenti fanterie del mondo di allora,

93
porge una lampsnte confutazione contro coloro i quali vo­
gliono dare alla cavalleria solo una potenzialità di arma ausiliaria. L'azione della cavalleria parthica offre eziandio una
dimostrazione, non essere vero quanto si insegna nelle scuole
militari italiane, che la cavalleria possiede soltanto l ’azione
vicina (Tratt. di tattica form ., pag. 53) poiché le vittorie
della cavalleria parthica sono dovute principalmente all'azione
lontana ; lontananza relativa all'epoca, ma non per questo il
concetto scade di valore. N è il dire che sono altri tempi può
avere efficacia, poiché cambiamenti ne avvennero in tutte le
armi togliendo pertanto le mutazioni comuni, per la nota
proposizione di algebra elementare, rimane presso a poco il
quesito nelle medesime condizioni dei tempi antichi. Havvi
chi dice : « abbiamo dinanzi il cavallo, che è sempre rimasto
< il medesimo ed il fucile che

ha quadruplicata la sua a-

« zione, quindi la vittoria rimane al fucile ». Ma non è se­
rio, tanto è vero che il di nel quale si desse al cavaliere un
arma se non eguale di forma, eguale in potenza a quella
della fanteria, la proposizione sopra esposta non reggerebbe
più. Si possono paragonare arma ad arma, uomo ad uomo ec.
ma non porre il quesito fra fucile e cavallo. Si dice ancora
nel tempo nostro una cavalleria come arma autonoma non
sta, perchè dovendo essa cominciare la sua azione dal punto
in cui il moderno fucile ha un tiro efficace, vale a dire ad
oltre due kilometri, la grande rapidità dei tiri porterà la di­
struzione della cavalleria prima che giunga all'offesa. Anche
questa obbiezione è fallace, poiché la base di tale ragiona­
mento è lo stimare che per la cavalleria non siavi altra azione offensiva all'infuori dell'urto. Ragionando a gente del
mestiere non occorrerà numerare i molti altri modi di offesa
che rimangono alla cavalleria ; a coloro che no '1 fossero, ba­
sterà indicare come la cavalleria leggera dei Parthi abbia
vinti i Romani sfuggendo quasi sempre con ogni cura l'urto.
Ma la cavalleria parthica era provveduta di un arma « a lunga
gittata » come dicono oggidì i tecnici nostri e qui sta a mio

avviso il nodo della questione.
Nei trattati di tattica formale per le scuole si legge (p. 134):

94
« Rimane ancora da esaminare l'opportunità di provvedere
< la cavalleria di un arma da fuoco a lunga gittata. Certo
« essa (intendi la cavalleria) è la meno atta ad usarla finché
« i cavalieri rimangono in sella.... » e procede svolgendo un
concetto che parmi spieghi anche meglio più oltre (p. 137).
< Discutendo del suo armamento (quello della cavalleria) le
< trovammo necessaria un arma da fuoco di lunga gittata,
« quale mezzo di poterai trasformare in speciali circostanze
« temporariamente in fanteria; negli appiedamenti adunque
« la cavalleria acquista

le

proprietà tattiche della fanteria,

« ma in grado assai minore ecc.... »
Secondo il concetto pertanto degli insegnanti nelle scuole
militari e di m olti tecnici < l'arm a a lunga gittata » fu
concessa alla

cavalleria

per

farne una

fanteria e niente

altro.
Laonde si insegna nelle scuole che l ’azione offensiva della
cavalleria od è un’azione vicina mediante l'urto, od un'azione
semi lontana, semi efficace, improvvisando con la cavalleria delle
fanterie. Intorno al sistema che diede immense vittorie e per
secoli alla cavalleria dei Parthi, nelle nostre scuole, nelle no­
stre tattiche, nella nostra pratica, non solo non se ne ragiona,
ma il giovine ufficiale di cavalleria non lo sospetta neppure
(vedi Istruzioni sulle a rm i e sul tiro p er la cavalleria —
Roma, 1886). La risposta è pronta : altri tempi 1 In procedenti
annotazioni dissi già che il grande iniziatore delle moderne
cavallerie fu Napoleone 1 il quale portò in Europa ciò che
apprese nelle guerre di Egitto e di Siria ; il tiro con arma
da fuoco stando a cavallo, comune in Oriente, si può dire una
continuazione dei sistemi Parthici. La cavalleria di Napoleone
10 apprese, lo portò sul continente Europeo e vi erano uffi­
ciali peritissimi in tale esercizio, quantunque le armi non fos­
sero molto atte a ll’intento. Fra g li esercizi prescritti per una
parte della cavalleria francese durante il primo impero, eravi
11 tiro a segno al passo, al trotto ed alla carniera. I disastri
della campagna di Russia interruppero tali esercizi, ed ignoro
se sieno mai stali ripresi. Fra i moderni Stati quello che più
tiene in onore simili metodi è il Russo. Fra le esercitazioni

95
della cavallerìa russa, havvene una che riprìstina assoluta­
mente i sistemi parthici, lo sparo nella fuga, facendo forcella,
come dicono i ginnasti, facendo cioè quel

movimento di vol­

teggio per il quale il cavaliere si pone a cavalcione a rovescio
e così continua a far fuoco gull'avversario. Questa manovra
suppone un cavallo che non abbia bisogno di redini per so­
stenersi, cioè sia perfettamente equilibrato, ed è appunto questo
equilibrio nel cavallo, sì giustamente raccomandanto dal ge­
nerale Boselli, nel suo A vvenire della nostra cavalleria , che
si dovrebbe dai nostri soldati in ogni modo ottenere. Rispetto
alla efficacia ed alla giustezza di sìmili tiri, dipende molto
dall' arma. N ei remoti tempi il colpire con le freccie era dif­
ficilissimo, molto più che con i nostri fucili, pure g li

storici

greci e latini raccontano prodezze maravigliose di questo ge­
nere, fra g li altri noterò il già

ricordato Mitridate

re del

Ponto che nelle caccie colpiva le fiere, mentre con vertiginosa
velocità le inseguiva; parlasi di altri che non fallivano quasi
mai il colpo con il cavallo lanciato alla carriera.
G li orientali sì esperti nell'usare il fucile a cavallo, non
hanno grande riputazione di tiratori, ma in generale hanno pure
delle armi inferiori ; con le moderne di precisione, si possono
raggiungere dei buoni effetti purché v i sieno sangue freddo e
risoluzione. Non anderò certo ripescando esempi' di precisione
ottenuti col tiro a cavallo ; mi limiterò

a ricordare come il

nostro re V ittorio Emanuele sapesse a cavallo cogliere un ca­
moscio in fuga ; chi del resto sia ogni

poco esperto delle

grandi caccie, sa benissimo che la pratica rende relativamente
agevole l'uso dell'arma da fuoco cavalcando. N ei secoli scorsi
non v i era esercito senza corpi di tiratori a cavallo ; g li A rguleti creati da L u igi X ll di Francia, la cavalleria detta A l­
banese, g li Stradiotti; gli archibugieri a cavallo; i dragoni, ecc.
ne fanno prova.
L a precisione nel tiro delle fanterie nelle odierne guerre
ha piuttosto diminuito in ragione appunto della più grande di­
stanza che può raggiungere il fucile, nè vi sono maggiori
effetti per la migliorata costruzione. Ecco alcuni dati che r i­
porto quali li trovai in trattati di cose militari : « Sscondo il

96
« Pldnnier, nella campagna del 1866 alla battaglia di Sadowa,
« le perdite prodotte dal fuoco di fucilerìa dei Tedeschi nelle
« file austriache furono eccezionalmente di 1 : 5 p. OjO ; nella
« campagna del 1870-71 alla battagli^ di W ò rth secondo il
« Fonio, i Tedeschi ottennero dalla

loro fucileria « circa il

« 0 : 7 p. 0]0 ed i francesi circa il 0 : 4 p. 0[0. »
st’ ullima cifra apparisce che le fanterìe

Da que-

francesi munite di

un'eccellente arma, per ferire od uccidere un uomo, dovettero
sparare circa 250 colpi ; che se poniamo mente alla propor­
zione nelle battaglie fra morti e feriti, risulta come per ucci­
dere un uomo col fucile, occorra una quantità maravigliosa
di piombo. Questi tenui risultati suggerirono ad alcuni co­
mandanti una tattica tutta orientale quella dei fuochi non
mirati, vale a dire il tiro con

1' arma orizzontale, senza ap­

poggiarla alla spalla. Questo sistema fu usato dai francesi
nella loro ultima guerra e specialmente dai turchi nell» difesa
di Plewna ; con tiri successivi e frequentissimi i turchi crea­
rono per così dire una linea di morte, la quale riuscì m olto
dannosa alle colonne russe che si

avanzavano all'assalto. Se

le fanterie hanno già iniziati con successo i fuochi non m i­
rati, non si chiederà più molta precisione alle cavallerie ar­

mate di un efficace fucile. Anzi il vantaggio sarà tutto per la
cavalleria poiché al suo comparire sul campo di battaglia le
fanterìe, se non hanno ripari, si affrettano a formare i qua­
drati, quindi il bersaglio ingigantisce ed aumenta la facilità
di colpire.
A lla cavallerìa italiana, il sistema di cui ragiono, è lette*
ralmente impossibile per l'arma inferiore che ancora tiene. Tutti
conoscono lo schioppetto al quale si volle dare il titolo pom­
poso di moschetto, la cui lunghezza è di 32 centimetri in­
feriore ad un metro, e tuttavia pesa K . 3,170, cioè più di qua­
lunque fucile da caccia a due canne. Di un po' serio non v i
sarebbe che la baionetta^ ma anche questa

trovasi innestata

con sì povero congegno che dopo qualche colpo cade per terra;
11 moschetto è un arma, che se i soldati la sparassero caval­
cando, contro il nemico, brucerebbero le orecchie ai loro cavalli, se non farebbero peggio ; un arma che per la sua cor-

97
tezza rischiano i soldati di fe rin i 1' un 1' altro ; che ha una
portata molto inferiore a quella delle fanterie; che nello sparo
produce una scossa potente da rendere impossibile un combat*
timento continuato: ben a ragione disse un generale tedesco
che per morire di queU'arma, bisogna prima essere colpiti da
una eccezionale predestinazione. Si afferma che ora stiasi mu­
tando con un modello più efficace, ma temo si incorra in
molti dei medesimi errori. Come si può

dar torto a coloro

che sentono una grande avversione di far appiedare i loro
soldati, vedendoli armati di quello schioppetto che li mette
alla mercede della prima pattuglia di fanteria che incontrano?
Hanno una relativa ragione i tattici quando proclamano che
un battaglione di fanteria vincerebbe una divisione di caval­
leria, a mio avviso basta anche meno, perchè un corpo di fan­
teria posto suppongasi a 1800 metri colpirebbe’ g li

armati

dello schioppetto e non sarebbe colpito, ma la deficienza non
è della cavalleria, bensì dell'arme che tuttora tiene.
Anche scrittori nostrani deplorano l'inferiorità dello schiop­
petto dato alla cavalleria. « L a

questione, scrive A . Carini

« (R ie . di cao. luglio 1886) merita di essere seriamente esa< minata, ma con ferma intenzione di risolverla in definitiva,
« con aumento di efficacia dell’arma da fuoco della cavalleria.
€ L e mezze misure non sono mai buone ed il moschetto at« tuale può considerarsi una mezza misura. » Ed altrove sog­
giunge « Le armi da fuoco impiegate razionalmente in modo
< da non menomare la mobilità, avrebbero (per la cavalleria)
« una influenza decisiva nel conservare anche sul campo di
< battaglia la importanza che ingiustamente le si vorrebbe
< contestare. » A ltr i apprezzati scrittori nostrani come il M ar­
ziale Bianchi d'Adda, il D el Frate, 1*Angeli, l ’ Ottavi nei suoi
precetti tattici ecc. ecc. tutti sono convinti doversi munire di
arma da fuoco efficace la nostra cavalleria.
Quale sarebbe arma preferibile per la nostra cavalleria? Rasa
dovrebbe avere una lancia-fucile. I russi l'ottengono ponendo
la sciabola come baionetta, ma non parmi buon sistema. Quando
si veggono le cavallerie orientali armate di un lungo, troppo
lungo fucile, ma leggerissimo e non usano che i vecchi me­

1

98
todi per fabbricarli, sorge la convinzione che meglio assai si
potrebbe fare con i moderni trovali. Con i nikel, le composi­
zioni, i nuovi m etalli ecc. si ottengono oggi perfino dei can­
noni assai leggieri e di una resistenza superiore all'acciaio;
laonde non sarà difficile venire alla composizione di un fucile
lungo e di lunga portata, munito di sottile baionetta del peso
dai tre ai quattro chilog. che è il peso dello schioppetto at­
tuale e della lunghezza, compresa la baionetta, di un po' meno
dei tre metri, che è la lunghezza delle

lancie della nostra

cavalleria (m. 3,950). I calci dei fucili orientali, si lunghi e
snelli, di facile appoggio alla staffa e alla coscia, suggeriscono
un tipo di lanciafucile. Ma è inutile mi dilunghi nello spiegare
forme, poiché mi si assicura che tempo addietro fu già pre­
sentato al nostro ministero della guerra un modello di fucilelancia che piacque, ma non fu adottato per ragioni di econo­
mia. Si fanno economie nell'esercito, ma non se ne fanno ne­
g li impiegati civili, i quali ogni anno crescono a dismisura e
dal 1876 in poi caricano i bilanci di oltre 24 milioni in più,
ogni anno. Quante opere con 24 milioni all'anno, senza con­
tare che un numero correspettivo di impiegati civili di meno,
procaccierebbero minori molestie ai cittadini e maggiori sim­
patie al governo !
Se non si vorrà fare alcunché di simile oggi, saremo co­
stretti domani di copiare in fretta e in furia, perchè il prov­
vedere la cavalleria di un'arma a lunga portata ed esercitarla
a farne uso a cavallo si manifesta sempre più necessario. L e
artiglierie a cavallo, della quale purtroppo non abbiamo che
un solo reggimento, suppliscono per così dire, all'azione lon­
tana della cavallerìa moderna. Il provvedere che si fa oggi le
cavallerie di materie esplodenti, è un altro segno della neces­
sità di cui ragiono. O li inglesi nella guerra

del Sudan dota­

rono la cavalleria di mitragliatrici Nordenfelt con eccellenti
risultati. N ella guerra del 1870, specialmente dagli scritti del
capo dello Stato Maggiore germanico, apparisce come sovente
per occupare rapidamente punti strategici, vi si inviassero a
tutta velocità cavalleria ed artiglieria, e non una, ma parecchie
volte tardando la fanteria a giungere, le due armi prima ve­

99
nute si trovarono in grave pericolo di essere sopraffatte da
forze nemiche; laonde se la cavalleria avesse avuto un fu­
cile con baionetta (una lancia-fucile come dico io) la resi*
stenza sarebbe stata indefinita. Fu in

seguito allo studio di

tali contingenze e g li esempi delle brillanti spedizioni dello
Stuart, generale sudista, con la cavalleria armata di fucile
negli Stati Uniti d'America, che la Russia, come già dissi,
modificò in questo senso quasi tutte

le sue cavallerie. Può

darsi che io commetta errore, ma, a mio avviso, questa po­
tenza nella solitudine dei lontani continenti, apparecchia dalle
sorprese alla vecchia Europa.

Ca p i t o l o

IV .

Continuazione della Guerra Parthica
fino alla spedizione di Antonio.
(Anni 53-36 era ant.)

Non si può attribuire che alla mancanza del Su­
rena vincitore di Crasso la successiva inazione dei
Parthi contro i Romani. Sillace comandante in se­
condo le forze parthiche, si presentò al di là dell’Eufrate con poca gente facilmente respinta da Cassio
Longino come già raccontai nel 2° volume degli E brei
SOTTO L A DOMINAZIONE ROMANA.

Cassio Longino, il Questore di Crasso giunse a ri­
paro in Siria con 500 cavalli ed essendo il solo alto
ufficiale scampato dalla catastrofe fece le parti di
proconsolo fino al giungere del nuovo titolare, Bi­
bulo, il quale tardò assai ad andare al suo posto.
La lentezza dei Parthi diede agio a Cassio di rac­
cogliere e riordinare alquante truppe, con le quali
gli fii possibile di contrastare l’invasione della Siria,

; 103

quando l’anno 51 prima della nostra era, i Parthi
passarono l’Eufrate con un forte esercito condotto,
come argomentasi, da Orsace e da Pacoro, figlio di
Orode.
Le notizie intorno questa fase della guerra parthica
vanno accolte con qualche riserbo, perchè la fonte
principale sono le lettere di Cicerone, governatore
della Cilicia, che avea una grande paura dei Parthi.
La notizia della disfatta e della morte di Crasso,
addolorò senza dubbio Roma, ma non eravi indizio
alcuno del paiyco che suscitò Cicerone nella metro­
poli l’anno 51, quando fu governatore della Cilicia, alla
quale dal Senato era stata aggiunta la Pisidia, là
Panphylia, qualche distretto della Capadocia verso il
nord del monte Tauro e l’isola di Cipro.
La presenza di Cicerone nella Cilicia era dovuta
alla legge emanata sotto il 3° consolato di Pompeo,
la quale mirava a diminuire la ressa dei candidati
che per la via del consolato otteneano poi ricche re­
gioni da governare e da smungere. Ordinava questa
legge che nè consoli, nè pretori potessero avere pro­
vincia alcuna, se non erano trascorsi cinque anni
dalla loro magistratura. Cicerone trovandosi in tali
condizioni ebbe la Cilicia, ma lo stato dell’ Oriente
non era tale da lasciargli godere l’ alto ufficio.
Vi rimase un anno, pieno di angoscio e di spaventi
per lui, come risulta dalle sue lettere, spaventi che
egli per giustificarsi cercava di comunicare a Roma
con frequenti rapporti. Il pensiero di mandare Cesare
contro i Parthi, che trovasi in una lettera di Celio
a Cicerone, è una conseguenza degli allarmi sparsi da
Cicerone stesso.

103

E risultano pure una sua invenzione ed effetto
della paura, il piano attribuito ai Parthi di forzare
i passi del monte Amano e di traversare la Cilicia,
perchè in tal caso i Parthi avrebbero cominciato a
prendere la via dell’ Armenia, giovandosi della nuova
alleanza e della supremazia che aveano acquistata
sul re di quella contrada.
Fino a che ebbe paura dei Parthi, Cicerone nelle
sue lettere esalta Cassio, e lo chiama un eroe, le cui
vittorie aveano salvato il mondo; ma quando nel
grande avvocato cessò lo spavento, Cassio, per le
stesse lettere di Cicerone non avea ottenuta nessuna
vittoria, anzi non vi erano mai stati Parthi, ma sol­
tanto degli Arabi vestiti da Parthi.
Anche questa invasione parthica ha più i caratteri
di una scorreria che di un tentativo di conquista come
realmente avvenne dopo con Labieno; così almeno
risulterebbe dalle lettere di Cicerone.
Cassio all’ avvicinarsi del nemico si rinchiuse in
Antiochia città munita in ogni miglior modo ed ap­
parecchiata per lunghe difese. I Parthi non la pre­
sero, come era da prevedere e forse non tentarono
neppure di impossessarsene, quando videro di non
poterla avere per sorpresa. Cassio profittò della loro
ritirata e tese un agguato che si assicura riuscito
con l ’ uccisione di Orsace mentore ed istruttore del
giovine Pacoro.
La sconfìtta però non deve essere stata grave per­
chè Pacoro si ritirò a svernare in paesi limitrofi alla
Siria, la qual cosa gli sarebbe stata impossibile se
Cassio 1’ avesse disfatto.

104

Intanto era giunto Bibulo, il nuovo proconsole
della Siria, e Cassio ritornò a Roma.
L. Calpurnio Bibulo non era uomo nè di grandi
abilità, nè di spiccata attitudine per le cose di guerra;
ma ad ogni modo fu l’iniziatore della politica se­
guita poi dai Romani contro dei Parthi, per la quale
il loro impero spari dal mondo. Bibulo non inventò
nulla, non fece che applicare ai Parthi i metodi ro­
mani adottati da’ suoi predecessori nelle magistra­
ture, verso altre genti. Pacoro, il figlio di Orode,
dopo avere sgomberata la Siria, stava minaccioso con
un esercito ai confini ; Bibulo non fece nemmeno ap­
parecchi per combatterlo, ma intavolò pratiche con
alcuni principali fra i Parthi, fra cui Dione nomina
un Satrapo chiamato Ornodapante, per creare dis­
sidi dinastici. I malcontenti non faceano difetto, e
venne abozzato un ordimento, per il quale Pacoro
dovea scacciare il padre dal trono ed assumere la
corona in sua vece. Istruito Orode in buon punto
dei tentativi romani di creare divisioni nella sua fa­
miglia, si affrettò di richiamare il figliolo, e così Bi­
bulo non ebbe più a temere di lui.
Intanto nello Stato romano cominciava la guerra
civile, iniziata da Cesare e desiderata dai suoi avver­
sari, i quali per essere più numerosi faceano affida­
mento su di una certa vittoria.
La disfatta di Crasso, intorno alla quale Pompeo
e Cesare forse ne sapeano più di quello che gli sto­
rici ricordarono, avea elevato il concetto dei Romani
verso i Parthi, ed era ovvio pertanto che in occa­
sione della guerra civile i belligeranti ricercassero

405

il loro aiuto. I Parthi chiesero in compenso la Siria,
ma Pompeo, che ne sollecitava l’alleanza, rifiutò,
quindi Orode non pose ad effetto il pensiero di in­
viare un contingente di truppe al capo del partito
oligarchico romano, quantunque sembri accertato
che nell’esercito di Pompeo militassero dei Parthi.
Ne sarebbe anche indizio, che durante la lotta fra
Cesare e Pompeo, Orode si mostrò benevolo a questi,
a quello contrario, così indicano Dione e Giustino.
Morto Pompeo e rimasto Cesare padrone di Roma,
egli fu ucciso il giorno stesso che intendeva partire
per guerreggiare i Parthi. Riaccesasi la guerra ci­
vile, Bruto e Cassio inviarono ad Orode, Labieno, il
figlio di colui che fu il vice-Cesare nelle Gallie, la
«ausa del quale disertò alla vigilia della guerra ci­
vile. Orode promise, ma non fece nulla. Intanto con
la battaglia di Filippi scomparvero Bruto e Cassio,
e Labieno rimase nella Parthia, d’ onde spingeva
Orode ad invadere la Siria. Il re sperando prevalere
sui Romani, occupati nelle intestine discordie, rac­
colse un grande esercito e ne diede il comando al
figlio Pacoro ed a Labieno.
In quel tempo era avvenuta la divisione del mondo
romano fra Augusto ed Antonio, il quale ebbe l’Oriente,
« quindi la Siria, ma invaghito di Cleopatra, rima­
neva in Alessandria presso di lei. I Parthi nell’anno
quarantesimo, prima della nostra èra passarono l ’Eufrate e disfecero Decidio Saxa, da Antonio posto al
governo della Siria. L ’esercito parthico si divise al­
lora in due; l’uno, con Pacoro, continuò i successi
nella Siria, sottomettendo la Fenicia e la Palestina;

406

l’altro, con Labieno, si avanzò nell’ Asia Minore, dove
prese Saxa, abbandonato dalle sue truppe ; alcuni
vogliono sia stato messo a morte dallo stesso La­
bieno, altri che siasi suicidato.
Le vittorie dei Parthi fecero finalmente aprire gli
occhi ad Antonio, ed essendo egli per il momento
occupato in Italia, mandò contro di loro P. Ventidio
Basso, il più abile dei suoi legati, intorno al quale
ebbi già a ragionare in un altro lavoro.
Sebbene nessun antico autore lo dica chiaramente,
si scorge dai contesti una strana tendenza fra i due
eserciti belligeranti. I Parthi, che ammiravano la
fermezza delle fanterie romane, profittarono di Lab ieno per organizzare alla romana alcune ‘loro fan­
terie; ed i Romani, avendo sperimentata la potenza
della cavalleria parthica, si studiavano di unirne
quanta più era possibile dai principi viciniori alla
Parthia. Nè gli uni, nè gli altri però riusc irono d’uiv
tratto negli intenti, e quantunque gli eserciti romani
avessero schiere di cataphrati e di saettieri a ca­
vallo, non giunsero ad eguagliare i loro avversari,
nè i Parthi a costituire delle vere legioni. Le isti­
tuzioni militari abbisognano di radici profonde, che
solo i lunghi periodi possono dare.
Ventilio Basso, il mulattiere di Cesare divenuto
console, fu uno dei più abili capitani del suo tempo.
Le disposizioni da lui prese per non subire la sorte
di Crasso, sono degne di nota.
Per primo non scese in pianure, ma si mantenne
in luoghi elevati. I Parthi non aveano più il vantag­
gio di una guerra difensiva; doveano attaccare Yen-

107

tidio se non voleano lasciare alle spalle un esercito
romano intatto.
Il
legato di Antonio rincarò inoltre sull’inalterabile
costume romano di trincerarsi; laonde la cavallerìa
parthica oltre la difficoltà del terreno, avea di fronte
trincee le quali doveano essere attaccate da cava­
lieri a piedi o da fanterie, ed in questi casi la supe­
riorità del legionario era incontestabile.
Finalmente per contrapporre un’arma oifensiva
alla freccia parthica ed al tiro indiretto, usato dal
Surena contro Crasso, ricorse Yentidio alla fionda e
alle macchine da guerra con le quali giunse a pa­
ralizzare le offese dei nemici.
Anche di frombolieri l’esercito romano propria­
mente detto ai tempi di Ventidio mancava, e servivasi di truppe alleate.
La fionda deve essere stata una delle primitive
armi dell'uomo, nè la quindi meraviglia se le sue
origini si perdono fra le più remote età; Plinio la
dice un’arma fenicia, la qual cosa verrebbe indiret­
tamente confermata dai libri sacri degli Ebrei.
Però i Greci di Omero non aveano fionde e la voce
oegvSovfjtai nel senso di frombolieri non è mai usata
dal poeta. Nelle guerre greco-persiane invece dall’una
e dall’altra parte vi era copia di frombolieri.
Nei primi tempi di Roma, quando Servio costituì
le centurie, i frombolieri, secondo Dionigi, formavano
parte della quinta classe e non entravano nella fa­
lange con la quale costituivasi allora l’esercito ro­
mano; erano armati della fionda e giavelotti (ceruta,
oaùvia) ma Livio accerta che aveano la sola fionda.

108

Nel periodo delle grandi guerre puniche e mace­
doniche, i Romani non aveano più frombolieri propri
ed opponeano ai famosi frombolieri delle isole baleari
di Annibaie, degli ausiliari greci, siriaci, africani.
Però i Romani settantaquattro anni dopo la fine
della seconda guerra punica, sotto pretesto di repri­
mere la pirateria, si impadronirono delle isole Ba­
leari col mezzo del console (an. 123) Q. Cecilio Me­
tello, che perciò ebbe titolo di balearico, e quelle isole
vennero colonizzate dai Romani. Gli abitanti autoc­
toni si affermavano fenici e dicesi che da essi pren­
dessero nome le isole; nè la cosa sembra improbabile
quando si considera la radice del nome che appa­
risce proveniente da Baal, la divinità sì di frequente
ricordata dalla Bibbia e la principale fra i Fenici.
Questi balearici, asseriscono gli antichi autori, erano
peritissimi nel colpire con la fionda, perchè le madri
poneano il vitto ai figlioli in luogo dove solo con la
fionda potea esser colto e fatto cadere.
Gli esperti frombolieri aveano una relativa sicu­
rezza di dare nel segno, ne fa fede il caso di Da­
vide e Golia, un avvenimento non giudaico, ma ha
tutti i caratteri di un fatto realmente accaduto fra
la gente fenicia per esaltare l’arma nel maneggio
della quale era maestra. Furono trovati nei piani di
Marathona ed in altri punti della Grecia delle specie
di ghiande in piombo le quali aveano un nome ac­
compagnato dalla voce aebai, cioè pigliati questa;
senza una quasi certezza di cogliere non vi sareb­
bero tante ripetizioni di analoghe scritte.
La fionda, da quanto apparisce ebbe dei perfezio­

109

namenti fra i quali le sopra indicate ghiande di piombo
di diverse forme, tuttavia il fromboliere della colonna
Trajana illustrata dal Bartoli, tiene nel Pallio e nella
fionda dei sassi e non delle palle di piombo. Pare
che queste palle siano state specialmente usate dai
rivoltosi nella guerra sociale e che alla grande mae­
stria dei frombolieri e al loro numero, Spartaco
debba molte delle sue vittorie. Era l’arma lanciata a
mano che avea maggior portata di tutte, poiché una
palla di fionda potea raggiungere con giusta para­
bola la distanza di quasi un kilometro.
Le freccie dei Parthi aveano certo una portata
inferiore, quindi i Romani condotti da Yentidio poteano offendere prima di essere colti dalle loro frec­
cie. Se sarà stato difficile con la fionda ferire un
uomo a grandi distanze, un colpo lanciato contro
ima massa, avea grandi probabilità di non fallire e
la palla che avea percorse parecchie centinaia di
metri, se trovava una parte indifesa od uccidea o
mettea almeno fuori di combattimento il colpito.
Quando avvenne il primo combattimento fra i Par­
thi e Ventidio, le cose erano a questo modo :
Il generale di Antonio sbarcato improvvisamente
sulle coste dell' Asia Minore, mise in paura Labieno
il quale trovandosi con truppe raccogliticcie senza
cavalleria parthica, si ritirò verso la Cilicia, inviando
messi per avere da Pacoro, suo collega nel comando,
aiuti in cavalleria, sulla quale facea maggiore asse­
gnamento. Pacoro mandò un grosso stuolo di cava­
lieri in suo soccorso, ma non vollero questi porsi sotto
gli ordini di Labieno, ed essendo a poca distanza l’e­

110

sercito di Ventidio trincerato, come si disse, tenta­
rono di sorprenderlo con improvviso assalto, ma le
indicate precauzioni di Ventidio resero vano il ten­
tativo, ed allora i Parthi respinti e malconci si riti­
rarono in Cilicia abbandonando Labieno. Costui veggendo i suoi sfiduciati, di notte fuggì dal campo, ma
ricercato poi, fu preso e messo a morte, così raccon­
tano Plutarco e Dione.
Incoraggiato Ventidio da questa prima vittoria, che
avea assai rialzato il morale dei suoi soldati, tentò l’im­
presa di forzare i passi del Monte Amano che conduceano dalla Siria alla Cilicia. A tale effetto spedì con
un corpo di cavalleria Pompedio Silo suo prolegato,
ed egli stesso poi lo seguì a distanza. Quando Ventidio giunse sul luogo, trovò Pompedio stretto dalle
forze dei Parthi comandate da Pharnapate, e sul punto
di essere sopraffatto. L’arrivo improvviso di tutto l’e­
sercito, mutò le sorti della battaglia, Pharnapate fu
ucciso e le sue truppe sbaragliate. Pare da alcuni
indizi, che ottenesse questo successo, perchè Ventidio
essendo giunto in sulla sera, quando i Parthi si erano
ritirati nei quartieri notturni, ripromettendosi al do­
mani una totale distruzione di Pompedio, come era
avvenuto con Crasso, assalì i nemici impreparati e
disarmati, ottenendo così una completa vittoria.
Quando Pacoro udì l’accaduto, non volle per quell’ anno tentare le sorti di altre battaglie e si ritirò
al di là dell’Eufrate, nè Ventidio commise l’errore di
inseguirlo, ma limitossi di ridurre all’ obbedienza i
paesi occupati prima dai Parthi e ricuperò tutta la
Siria.

IH

Pacoro, la cui influenza fra i Parthi era gran­
dissima per i successi ottenuti l’ anno innanzi e per
l’affetto che portavagli il padre, impiegò l’inverno nel
raccogliere nuove truppe e riordinare il suo esercito
e fece tanta diligenza che si presentò sulle rivo dell’Eufrate quando i Romani ancora nei quartieri d’in­
verno lo stimavano tranquillo in Parthia. Ventidio
preso così alla sprovvista, ricorse ad uno strattagemma,
che già raccontai in un altro lavoro.
Il generale romano avea nel suo campo taluni di
quei piccoli re semi-autonomi delle regioni viciniori
i quali di consueto parteggiavano apertamente per
uno dei guerreggianti ed in segreto negoziavano con
l’altro, fornendogli informazioni e notizie ; in tal ma­
niera qualunque delle parti vincesse, era un loro amico
che otteneva la vittoria. I Parthi però ne aveano in
maggior copia di questi segreti amici perchè il do­
minio romano era avversato in tutto l’Oriente.
Ventidio adunque, prese seco in segreto colloquio
uno di questi capi e gli confidò sotto suggello del più
assoluto silenzio come egli sperasse che i Parthi var­
cassero l’Eufrate dove già si accingevano a passarlo,
perchè egli sicuro del luogo montuoso, avea modo di
sconfiggere i nemici ; che se per contrario decidessero
di passarlo più in là, dove le pianure fossero ampie,
egli si vedea perduto. Non andò guari che Pacoro fu
istruito del colloquio e rinunciando al suo primo di­
segno portò l’ esercito verso le indicate pianure. Ma
nel viaggio e nell’apparecchiare i ponti, impiegò circa
40 giorni, durante i quali Ventidio concentrò il suo
esercito. Quando i Parthi si accinsero a passare l’Eu­

112

frate, il legato romano stava già accampato con forti
trincee su d’una altura, e per indurli maggiormente
in errore intorno la debolezza sua, non contrastò ai
nemici il passaggio, come attesta Dione, ma attese di
essere attaccato. I Parthi più che mai rassicuratasi
avanzarono baldanzosi, ma i frombolieri fecero cadere
loro addosso una pioggia di proiettili e quando i Ro­
mani li videro un po’ sgominati, fatta una improvvisa
sortita aiutati dal pendìo, posero in disordine ed in
fuga gli avversari.
In quel mentre il generale Parthico Pacoro cadde
morto, colpito forse da una fionda. Il maggior nu­
mero dei Parthi smarriti d’animo per la morte del
loro capitano diedesi alla fuga. Solo una parte
eletta si strinse attorno il cadavere di Pacoro per
impedire che cadesse in mano dei nemici. — Ma si
trattava di contrastare un punto fìsso, perciò i le­
gionari ebbero agio di venire alle prese col nemico
ed i difensori dei resti di Pacoro furono tagliati a
pezzi, come scrive Dione.
Quindici anni dopo che la testa di Crasso era portata
in trionfo per l’Armenia e la Parthia, la testa di Pa­
coro fu allo stesso modo trionfalmente condotta at­
traverso la Siria. Una sconfìtta eguagliava l’ altra ;
anzi Dione, Plutarco, Eutropio e qualche altro au­
tore scrissero che Ventidio ottenne la vittoria il 9
di Giugno, lo stesso giorno cioè, della sconfìtta di
Crasso, ma nessuno può prendere sul serio l’affer­
mazione di tale coincidenza, la quale in vero sarebbe
straordinaria.
Pacoro era un personaggio ben più insigne e sti-

113

mato fra i Parthi, di quello che fosse Crasso fra i
Romani : godea l’affetto inoltre dei Siriaci che loda­
vano in lui il mite carattere, il disinteresse e l’ im­
parzialità dei giudizi. Evidentemente Pacoro designa­
va fare della Siria una Satrapia e fu sua opera se
la dominazione parthica ispirò grandi simpatie al di
qua dell’ Eufrate e nna conseguente avversione alla
dominazione romana, che si compendiò poi nella guer­
ra giudaica.
Orode, il quale, come si vide, per opera di Bìbulo
sospettò dapprima del figlio Pacoro, avea finito col
rassicurarsi ed a diligerlo sopra ogni altro ; la
sua influenza presso il vecchio divenne grandis­
sima e nelle cose di Siria più che suddito, era un
compartecipante al trono. Quando la trista novella
della morte di Pacoro giunse ad Orode, questi ri­
mase per alcuni dì colpito dal dolore, stette lunga^i^n te senza cibo, o bevanda, e chiamava il figliolo
come se fosse ancor vivo. Disgustato del trono abdi­
cò, volle riprenderlo, ma finì miseramente strozzate»
dal figlio Phraate suo successore, il quale stimò assi­
curarsi il regno uccidendo pure tutti i fratelli e non
risparmiò neppure, scrive Giustino, i più adulti dei
suoi figlioli.
Le vittorie di Ventidio ricacciarono i Parthi al di
là dell’ Eufrate e fiaccarono per sempre la potenzia­
lità loro nello espandersi sui domini romani. Come
il Surena vincitore di Crasso, così Ventidio vincitore
di Pacoro destò l’ invidia del suo principale. Antonio
non perdonò al legato le vittorie e lo dimise, nè la
storia fa più menzione di lui. Gli onori del trionfo
8

114

appartenevano ad Antonio, tanto però furono popo­
lari e gradite a Roma le vittorie di Ventidio, che
gli fu in via eccezionale e forse in odio ad Antonio
stesso, concesso di trionfare. Non è improbabile che
se Antonio avesse avuto un Ventidio ad Azio, la sto­
ria del mondo sarebbe riuscita diversa da quella
che fu.

C a p it o l o V .

li* spedizione di Antonio contro i Parthi.
(Anno 36 ara »nt.).

Erano trascorsi circa due anni dallo vittorie di
Ventidio Basso che già nuove cagioni di guerre fer­
mentavano fra Parthi e Romani. Da un lato Phraate
dopo ucciso il padre ed i fratelli inveiva con nuove
crudeltà ed allontanava molti fra i maggiorenti, dalla
sua causa. Dall’altro Antonio mal comportando le vit­
torie del suo legato anelava ad eguali trionfi. L’im­
pressione delle sventure di Crasso era svanita, dicevasi che il modo di combattere dei Parthi era ormai
noto, che il segreto delle loro precedenti vittorie, es­
sendo svelato, la supremazia dei Romani rimaneva
incontestata e che la Parthia al pari di ogni altro
popolo asiatico avrebbe subito il giogo di Roma.
Mentre Antonio andava mugginando disegni, trat­
tenuti solo dai suoi amori con Cleopatra, avvenne
che alcuni cospicui personaggi parthici mal compor­

* '6

tando le crudeltà di Phraate e di esse temendo, fug­
girono •dal regno ed uno, certo Monese, si rifugiò
presso Antonio promettendogli di ricevere la corona
da lui se lo vendicava di Phraate. Il triumviro ac­
colse benevolmente il fuggiasco, gli diede alcune città
per appannaggio, come afferma Plutarco, e si apparec­
chiò alla guerra.
Antonio in quel periodo era stimato il migliore
capitano che avesse Roma e forse più per questo che
per fabbricate genealogie si diceva discendente di
Ercole. Egli erasi distinto sotto Gabinio quale capo
della cavalleria, militò con onore nelle Gallie e fu
con Cesare dittatore, il Magister equitum.
I
mezzi di cui poteva disporre erano grandissimi
e lo provò nel raccogliere l’esercito destinato a guer­
reggiare i Parthi.
Plutarco descrive a questo modo le forze di An­
tonio :
« Quindi avendo egli mandata Cleopatra in Egitto,
«c s’incamminò per l’Arabia e per l’Armenia, dove es« sendosi ad esso unite tutte le truppe ed i re con« federati (che molti erano, ed il più forte Artavasde
« re dell’Armenia con sette mille fanti e sei mille
« cavalli) fece la rassegna dell’ esercito. L’ infanteria
« romana era di 60/m uomini e la cavalleria di Celti
« e di Iberi facente parte dell’esercito romano con« tava 10/m uomini; la quantità poi delle altre genti
< compresa la cavalleria e gli armati alla leggiera
«c era di 30/m uomini.... »
Quindi 100/m uomini in tutto e non 113/m come
vorrebbe il Rawlinson, poiché dalla dizione di Più-

H7

tarco apparisce che i 13/m Armeni devono essere
compresi nei 30/m delle altre genti, e non computati
a parte.
Il re dei Parthi Phraate cominciò a temere e mo­
strandosi i suoi poco volenterosi in causa della fuga
di Monese, fece ogni possibile per indurlo al ritorno
e vi riuscì. Se ne dolse Antonio, ma dovette fare buon
viso a cattivo gioco, e colse occasione di inviare as­
sieme al fuoruscito un ambascierìa per chiedere a
Phraate le aquile e i prigionieri romani caduti in
mano dei Parthi per la disfetta di Crasso.
La questione di Monese però era un incidente,. il
motivo reale essendo la voglia di Antonio di fare la
guerra, così tale circostanza non ritardò punto i pre­
parativi.
Antonio si avanzò per passare l’Eufrate, e qui ap­
parisce uno dei soliti vantaggi ottenuti dalla caval­
leria parthica, poiché il triumviro stimava indifesi i
confini del regno e per contrario li trovò oltremodo
fortificati e muniti; il che vuol dire che la cavalle­
ria parthica non lasciò penetrare nemico alcuno e
fece si buona guardia che i Romani ignoravano le
posizioni dei loro nemici.
Questo primo scacco decise forse dell’esito di tutta
la guerra, poiché Antonio si lasciò persuadere di mu­
tare totalmente il suo piano. Laonde egli abbandonò
l’Eufrate e girando verso nord, penetrò in Armenia
col disegno di impadronirsi dei territori dei re alleati
dei Parthi. Egli invase pertanto la Media Atropatene
confinante con l’Armenia verso sud-est.
Questo paese ricordato dai geografi antichi ('Atpo-

118

TtaTrjv^ Strabone e Plinio: 'Axporcaxia' Stef. Biz. : Tponaxijv^, Tolomeo) costituiva una sezione della Media,
l’altra era formata dalla Media magna (M*ràXrj). L’e­
piteto di Atropatene derivava da un Atropo od Atropate governatore del paese sotto l’ultimo Dario, che
mediante un accorta politica verso i Macedoni, seppe
mantenere la sua posizione e fondare una dinastia.
Paese montuoso, ma fertile ed abitato, poteva armare
40/m. fanti e 10/m. cavalli; i Parthi ne aveano fatto
un regno cliente e quando Antonio lo invase, il re
era col suo contingente di guerra presso Phraate.
Gli scrittori greco-latini quando ragionano di Crasso,
lo biasimano perchè perdette una stagione in piccole
imprese e nella ricognizione dei luoghi. I medesimi
scrittori biasimano Antonio perchè giunto in Arme­
nia non fece riposare e distribuire l’esercito nei quar­
tieri d’inverno, ma continuò le operazioni di guerra.
Se il successo avesse coronata l’ opera di ambedue,
sarebbero oggi celebrati come genj e gli studiosi ne
mediterebbero le mosse con ammirazione.
Il Fato lo dicono alcuni, il caso, la sorte, molti
soggiungono, la Grazia altri la denominano, la For­
tuna la chiamarono e la chiamano popoli antichi e
moderni, infine è sempre la stessa dea che in una
data cerchia di capacità intellettuali, crea i grandi
uomini e combina i grandi successi.
Antonio non era destinato ad averne uno, contro i
Parthi. Egli dopo scorso e saccheggiato il paese as­
salì la città di Phraatà. Alcuni autori moderni la
dicono capitale della Media, ma Strabone, Plinio, To­
lomeo, Stefano B. ed Ammiano, scrivono che la ca­

Hd

pitale era Gaza o Gazaca. Plutarco la chiama, grande
città di Phraata e Dione la reggia dei re di Media.
Da queste osservazioni si dedurrebbe essere stata
cosa comune a più regni asiatici non avere capitali
fisse e parrebbe che Phraata o Phraaspa, fosse la
capitale d’inverno ed una fortezza di primo ordine
dove i re teneano i tesori. Gli studi archeologici non
giunsero ancora a determinare dove sorgeva.
Antonio sperando di sorprendere la città, lasciò
addietro la parte dell’esercito che era malagevole far
marciare sollecitamente e ne diede il comando ad
Oppio Staziano uno dei suoi legati, con due legioni,
come raccontano Plutarco e Dione. Egli con l’altra,
tentò di prendere d’assalto la fortezza, ma non riusci,
e ne intraprese l’assedio elevando dei terrapieni.
Alla notizia che Antonio aveva mutato disegnò e
con una lunga marcia era entrato nell’Armenia ed
invadea la Media Antropatene, Phraate ed il re di
Media si affrettarono di accorrere con un esercito
composto di sola cavalleria il cui numero si fa ascen­
dere a 50 mila uomini, quindi l’esercito parthico
era la metà di quello di Antonio. I Parthi scorgendo
il generale romano intento all’assedio di Phraata, si­
curi che questa avrebbe almeno per qualche tempo
tenuto fermo, lasciarono in disparte gli assedianti e
con straordinaria velocità si precipitarono contro di
Staziano. Costui con due legioni ed altra truppa ausiliaria avrebbe potuto benissimo, se fosse stato un
Ventidio, sostenere l’impeto della cavalleria parthica,
ma si lasciò sorprendere e le due legioni di Antonio
furono annientate ed il comandante ucciso.

ISO

Anche per tale avvenimento si scorge meravigliosa
l’azione della cavallerìa parthica. Antonio non giunge
a sapere in quali condizioni si trovi la città che vuol
sorprendere e Statiano, vive perfettamente all’oscuro
intorno all’appressarsi della bufera che lo deve di­
struggere. I Parthi invece a grande distanza dall’e­
sercito di Antonio, conoscono perfettamente come e
quanto egli sia occupato nell’assedio, ed improvvisi
con la velocità propria della cavalleria, piombano
su Staziano.
»
Antonio non seppe che a cose compiute la morte
del suo legato, la distruzione delle due legioni e la
perdita dell’immenso materiale da guerra che doveano custodire; si mosse tuttavia sperando salvare
qualche cosa, ma uomini e materiale tutto era scom­
parso. Questa è la versione che apparisce la più ve­
ritiera in conformità a Plutarco, il quale si allontana
in questo punto da Dione, parendo secondo questi che
il re di Armenia fosse con Staziano e non tocco dai
nemici si ritirasse senza più vedere Antonio, la qual
cosa accennerebbe ad un’intesa fra Armeni e Parthi
o peggio ad un tradimento da nessun autore indi­
ziato. Il re di Armenia pare non fosse ancora con­
giunto con Antonio, ma accampasse discosto da
Staziano ed alla notizia della morte di costui siasi
ritirato nel suo paese.
L’esercito del generale romano era tuttavia potente
perchè contava circa 80 mila uomini. Antonio però
avea perdute le macchine da guerra, nè era guari
possibile riaverne altre o ricostruirle, perchè i luoghi
non aveano legnami di alto fusto ; la massima parte

121

ancora delle vettovaglie era caduta in mano del ne­
mico; le località viciniori al suo campo esauste, ed
i distaccamenti che si avventuravano al di ]à della
linea protetta dall’esercito venivano combattuti e rotti
dalla cavalleria parthica. L’esercito romano avea d’in­
torno come un cerchio di ferro che non potea var­
care; le pattuglie della cavalleria nemica si inoltra­
vano baldanzose fino a tiro di freccia dagli accam­
pamenti, pronte bensì a fuggire se attaccate, ma al­
trettanto veloci nel ritornare ed a ripetere minaccie,
insulti e danni.
Antonio temendo lo scoraggiamento nel suo esercito
prese seco alcune legioni e tutta la cavalleria per fare
una escursione e provvedersi di foraggio, sperando
così di indurre i Parthi a battaglia. Il secondo giorno
di questa sua spedizione, racconta Plutarco, i Parthi
avanzarono, accennando ad investire i Romani. An­
tonio deciso di combatterli, fece levare le tende e
procedette con tutte le milizie che avea, contro di
loro, dando istruzione alla sua cavalleria di non at­
taccare il nemico se non quando fosse possibile alla
fanteria di combattere. I Parthi, scrive Plutarco, or­
dinati a mezza luna ammiravano la bella ordinanza
dei Romani e parevano in procinto di scagliarsi con­
tro di loro.
I
metodi difensivi ed offensivi da ambe le parti
aveano acquistata una certa omogeneità. I barbari
che così li chiamano Plutarco e Dione, proteggeano
la cavalleria leggiera, che scagliava freccie, con la
cavalleria pesante bardata di ferro, ed i Romani te­
nendo gli scudi in diverse posizioni formavano, da

quanto si può comprendere, con le legioni non una te­
stuggine che avrebbe impedito il camminare, ma uria
specie di usbergo continuo ed inclinato al di là del
quale cioè nel centro delle loro linee, una massa di
frombolieri teneva in rispetto i nemici, poiché le palle
di piombo offendevano anche i bardati di ferro ed im­
pedivano si avvicinassero al punto da rendere facilè
ai Parthi di recare gravi danni col tiro diretto ed
indiretto delle loro freccie.
Era una lotta fra fanterie e cavallerie, se le prime
venivano alle mani la superiorità dei legionari era
manifesta, se le seconde offendeano mantenendo tutta
la loro mobilità, il vantaggio era per loro.
Si argomenta da Plutarco, che i Parthi abbiano
fatto un tentativo per rompere le fanterie romane,
ma queste con i pili sostennero l’attacco, ed in quel
punto come ne avea avuto ordine la cavalleria di An­
tonio si scagliò sui nemici. Ne avvenne una breve
zuffa, dopo la quale i Parthi usarono la consueta tat­
tica, la fuga. Inseguironli i Romani e pare lo faces­
sero con qualche vantaggio poiché notano gli autori
aver essi avuta fiducia di sconfiggerli I Soldati di
Antonio non commisero l’imprudenza di P. Crasso, e
percorso un breve tratto, ritornarono addietro, spe­
rando trovare il terreno coperto di nemici, ma non
videro, scrive Plutarco, che 30 morti ed 80 feriti, per
cui grandemente sconfortati ritornarono agli accam­
pamenti.
Plutarco esalta il fatto d’arme come una vittoria
dei Romani; ma è quasi sicuro che i Parthi aveaiio
il solo intendimento di tenere a bada Antonio, poiché

1*3

in quello stesso tempo i Medi sforzavano le trincee
romane dinanzi a Phraata, mettendo in fuga le truppe
che doveano custodirle e cosi poterono distruggere
le opere d’assedio già iniziate.
Il giorno appresso, quando Antonio si incamminò
alla volta dei suoi accampamenti dinanzi la città, fu
assalito da numerosi nemici, baldanzosi e forti, come
se il combattimento del dì innanzi non avesse avuto
luogo. Il sistema difensivo di proteggere con la fan­
teria grave i frombolieri e gli arcieri, la di cui in­
venzione da quanto apparisce spetta a Yentidio, fu
la salvezza di Antonio. Ma come giunse donde era
partito, trovò i suoi fuggiti e le opere di assedio ro­
vinate. Egli punì i soldati che erano fuggiti con la
decimazione, ma lo stato delle cose non mutò punto.
Se egli fosse giunto ad impadronirsi della città am­
piamente provveduta come era di ogni cosa, la sua
situazione migliorava anzi diveniva quasi sicura; se
non che tormentato dai Parthi di fuori, assalito da
frequenti sortite della guarnigione bene provveduta
di cavalleria, la condizione sua era intenibile.
Non è maraviglia pertanto se, come scrive Dione,
Antonio facesse ogni tentativo di impadronirsi di
Phraata, ma tutto fu inutile.
Intanto si avvicinava l’inverno in quelle regioni
non benigno e neppure ai Parthi sorrideva il pen­
siero di svernare all’aria aperta, sprovveduti se­
condo il loro costume di tende; laonde dall’una e
dall’altra parte si iniziarono colloqui per venire ad
accordi. Antonio chiedeva sempre la restituzione delle
aquile e dei prigionieri dell’esercito di Crasso, ma i

Ili

Parthi risero di tale domanda la quale solo un vin­
citore avrebbe potuto fare.
Sembra che ogni trattativa venisse interrotta ed
i Parthi assalissero i Romani in cerca di viveri
e che questi abbiano sofferte gravi perdite. La posi­
zione di Antonio diveniva ogni giorno più insosteni­
bile, quindi con nuovi accordi o senza, che intorno a
ciò non vanno d'accordo gli antichi autori, stabili di
ritornare in Armenia. L’annuncio della partenza venne
dato all’esercito da Domizio Enobardo, scrive Plu­
tarco, poiché Antonio dolente e vergognoso per l’esito
della guerra, non si sentiva in grado di concionare
le truppe.
Poco mancò che pure questa spedizione finisse in
una catastrofe pari a quella di Crasso. Due vie poteano battere i Romani, una relativamente facile e
piana, forse la stessa che aveano percorsa entrando
nella Media; l’altra un po’ più breve, ma difficile,
montuosa, aspra per la stagione invernale e poco
provvista di mezzi di sussistenza e di acqua, quan­
tunque in taluni punti, attraversata da fiumi e tor­
renti profondi e pericolosi. Antonio propendeva per
la via di pianura ed ogni cosa era per tale intento
disposta ; fortunatamente, venne da un fedele alleato
avvertito di attenersi alla via più difficile dei monti,
poiché per l’altra, più facile sarebbe stato ai Parthi
tagliargli la ritirata. Senza questo avviso l’ esercito
di Antonio era perduto.
La via dei monti però, oltre alle accennate diffi­
coltà, era totalmente ignota ai Romani e colui stes­
so che li consigliava a seguirla, si offerì di condurli
dando sé stesso in garantia.

m

Fu una sorpresa per i Parthi vedere l’esercito ro­
mano abbandonare la via iniziata, volgere a destra ed
intraprendere un cammino già coperto da ghiacci e da
nevi e quasi senza risorse, non per questo desistettero
dall’ inseguirlo. In questo inseguimento che durò 19
giorni la cavalleria parthica diede a conoscere quale
grado di potenzialità potea sviluppare. Il terreno era
montuoso e spesso roccioso, il ghiaccio e la neve co­
stituivano dei potenti ostacoli, il nemico si difendeva
valorosamente, ma nulla valse ad arrestarla, sempre
vigile, sempre pronta a piombare sui fuggiaschi, sui
lontani o gli stanchi, operò con la medesima effica­
cia come se fosse stata in pianura, cagionando enor­
mi perdite, pericoli continui e tensione d’animo senza
posa all’esercito di Antonio.
Nè il numero dei Parthi era preponderante come
quando Publio Crasso si scontrò con loro. Calcolasi,
come indicai che 50 m. cavalli siano andati contro
Antonio quando era intento ad assediare Phraata e
meno di 40 m. lo inseguissero nella sua ritirata. An­
tonio ebbe però una seconda circostanza in suo fa­
vore, la prima essendo stata l’avvertimento di mutare
via, nè la seconda Ai meno importante della prece­
dente e prova la verità del noto adagio che tutto il
male non viene per nuocere.
Il
fallito disegno, la ritirata, la via totalmènte igno­
ta, i grandi disagi, la scarsità dei viveri aveano pro­
fondamente scoraggiato l’esercito romano. Era so­
pravvenuto il periodo dissolvente, quello nel quale
ognuno pensa alla propria salvezza, nè valgono freni
morali o materiali. Laonde si iniziava nell’ esercito

m

di Antonio la diserzione su di uiija larga scala; volle
però fortuna, che i Parthi in luogo di accogliere i
fuggiaschi, non dessero quartiere a nessuno ed ucci­
dessero quanti sbandati capitavano loro fra mano; que­
sto rattenne gli altri per modo che tutti ricercaro­
no scampo nello stare uniti, anziché nello sciogliersi.
L’osservazione è di Dione Cassio, il quale con la con­
sueta finezza scrive:... « Si cominciava ormai a cer« care rifugio presso il nemico, e se i Parthi sotto
« gli occhi dei rimasti nelle file non avessero con i
« dardi bersagliati ed uccisi i disertori, tutto l’eser« cito, da quanto pare sarebbe passato dalla parte
« dei barbari. Ognuno pertanto si rattenne e per ven« tura trovarono il seguente scampo. *
In verità, lo studioso pensa nel leggere questo passo,
se pon fu la fortuna, la sola fortuna che favori An­
tonio ed oppresse Crasso.
Per qual motivo i Parthi abbiano così agito non
si può spiegare che con la convinzione in cui doveano essere di giungere alla totale distruzione dello
esercito di Antonio, e quindi ogni accorgimento su­
perfluo, la qual cosa dimostra una volta di più le
disperate condizioni dei Romani.
Il
modo col quale essi trovarono scampo viene pa­
rimenti da Dione descritto.
I Romani con grandi difficoltà procedeano per luo­
ghi aspri ed ignoti con la guida di colui che avea loro
consigliata la via dei monti ; la cavalleria parthica
li precedeva, li seguiva, li attorniava. Laonde Dione
così narra la marcia dei Romani. « Ed infatti giun« gendo essi in luoghi sconosciuti, venivano rotti e

m
« disfatti ; ed i barbari precedendoli occupavano .i
« passi più angusti e li chiudeano con fossi ed impe« dimenti ; malagevole riusciva ai Romani provve« dersi di acqua, inoltre i Parthi guastavano i pascoli
« e se talvolta i loro avversari doveano traversare
« luoghi facili, ne li distoglieano facendoli credere già
« muniti e con li stessi artifici li inducemmo a passare
« dove aveano posti agguati...............................................
« Una volta, continua Dione, i Romani caddero in
« una imboscata ed erano flagellati da nembi di dardi,
« essi non sapendo come salvarsi, pensarono di for« mafre una testuggine coll’ unire gli scudi avendo le
« prin^e file il ginocchio sinistro a terra. Una parte
« di quei barbari, che non avea mai veduta tal cosa,
« stimò che i nemici fossero caduti per ferite e li po« tessero impunemente uccidere, quindi gettati gli
« archi, scesero da cavallo con la spada in mano per
« farne macello. Allora i Romani alzatisi improwisa« mente come era stato loro prima ordinato, ognuno
« attaccò l’avversario che che avea più vicino... e
€ così inflissero ai Parthi (sorpresi dall’ improvviso
« attacco) una tal rotta, che non diedero più ad essi
« la caccia. »
Si comprende che i Romani aveano di fronte ca­
valleria leggera armata di archi e di una corta spa­
da ; i cataphrati con le lunghe lancie non sarebbero
scesi da cavallo per opprimere i Romani.
Si scorge ad ogni modo che questo successo con­
fermò ai soldati di Antonio la necessità di stare uniti
e di combattere per salvarsi ; infatti così fecero.
Quando un individuo si convince che la disciplina e

428

la risoluzione costituiscono il solo suo scampo, è molto
probabile che diventi un eroe.
La formazione della testuggine alla quale già ac­
cennai ragionando della penetrazione delle freccie
parthiche, è una dimostrazione delle più concludenti
per stabilire come queste non trapassassero gli scudi
romani, e quindi senza tema di errore si può riaf­
fermare che i soldati di Crasso furono vittime, non di
armi che penetrassero al di là degli scudi e delle
. corazze, ma di dardi lanciati con tiro indiretto o pa­
rabolico.
Ammaestrato Antonio dal successo ottenuto, coor­
dinò la marcia dell’ esercito, scrivono Dione e Plu­
tarco, in forma quadrilunga, tenendo i soldati di grave
armatura nelle prime file ed i frombolieri nel mezzo.
La cavalleria romana stava ai lati con ordine di
combattere e respingere i nemici, ma però di non
allontanarsi e rimanere sotto la protezione dei from­
bolieri e così non rinnovare il triste caso di Publio
Crasso.
Per alcuni dì i Parthi non si fecero vedere, ma
non tardarono quindi a ricomparire alla coda del­
l’esercito. Combattevali nella retroguardia fra gli al­
tri Flavio Gallo tribuno, il quale con troppa arditezza
si allontanò dal rimanente dell’ esercito, nè valsero
esortazioni a frenarlo. Trovatosi in grave pericolo
perchè circondato dai nemici, chiese soccorso ; i ca­
pitani della infanteria grave fra i quali pare fosse
principale, secondo Plutarco, Canidio Crasso, lo stesso
che morì per ordine di Augusto dopo Azio, commise
l’errore di mandare in aiuto poche truppe per volta,

189

le quali facilmente, tosto si presentavano, venivano
superate. Avvedutosi Antonio dell’errore, si mosse
celeremente con tutta la fanteria grave e giunse a
liberare Flavio Gallo, ma l’imprudenza di costui co­
stò all’esercito otto mila uomini fuori di combatti­
mento dei quali tre mila morti.
Da questo importante fatto d’armi si può con sicu­
rezza argomentare, come la cavalleria parthica non
inseguisse i Romani solo per molestarne la ritirata
ed in poco numero, ma in quantità da compromet­
tere continuamente 1’ esistenza dell’esercito romano.
Come giungesse una cavalleria per luoghi mon­
tuosi ed aspri, coperti di ghiaccio, passando fiumi e
torrènti precipitosi a sviluppare tanta efficacia, è un
problema che solo il continuo esercizio ed una straor­
dinaria maestria possono porgere i dati per scio­
glierlo.
L ’esercito romano avea intanto consumate le poche
vettovaglie di cui era provveduto, nè potea procu­
rarsene perchè stretto in ogni lato dal nemico, inol­
tre il paese era povero ed il verno completo; molti
fra i soldati erano costretti a cibarsi di radici per
non avere altro e non conoscendole ne ingoiavano
pure di nocive le quali arrecarono grandi mortalità.
Antonio per ovviare a tanti mali volea di nuovo per­
correre una strada più piana e meglio fornita di mezzi
di sussistenza, ma per sua ventura fu avvisato che
egli ed i suoi vi incontrerebbero una sicura morte;
laonde anche in questa circostanza mutato consiglio
di notte tempo mossè il campo e si tenne come i
giorni addietro ai monti. I Parthi avvisati dalle scolte
9

130

le quali non lasciavano inavvertito nessun movimento
dei Romani, li seguirono quantunque di notte non
usassero muoversi, ed in sul fare del giorno li attac­
carono sperando di trovarli stanchi dalla marcia
notturna. La lotta fu lunga e racconta Plutarco che
vedendo Antonio perire molti dei suoi smaniava gri­
dando: Oh i diecimila! Alludendo alla fortunata ri­
tirata di Senofonte. £ forse la sua mente più di una
volta ricordò Ventidio Basso, il fortunato vincitore
degli stessi nemici che l’opprimevano.
Non giunsero però i Parthi a penetrare nell’ ordi­
nanza dei Romani, convinti come essi erano ormai
che l’unica loro salvezza era di combattere e stare
uniti; quindi dopo lunga lotta i nemici si ritirarono
a poca distanza, e con subite apparizioni e repentine
scomparse, molestando l’ esercito, faceano sempre
nuove vittime.
La fame e l’alto prezzo delle poche cose rimaste
fece una notte sollevare i soldati, ed i più affamati
assalirono coloro fra i compagni stimati i più ricchi.
Svegliato Antonio all’ improvviso dalle grida e dal
rumore dell’armi, stimò essere assalito dai Parthi e
temendo cadere in loro mano chiamò un suo fidato
liberto detto Ramno cui fece giurare che al suo co­
mando lo avrebbe ucciso e ne esporterebbe il capo
per evitare il ludibrio cui furono soggette le spoglie
di Crasso.
Ogni giorno anzi ogni momento del giorno, potea
apportare una catastrofe; un po’ meno di fermezza
e di risoluzione delle prime file che faceano argine
alle cariche della cavalleria parthica; un po’ meno

131

di vigorìa o meno fortunati i colpi dei balestrieri e
degli arcieri raccolti dopo le prime file ovvero una
minore disciplina negli spessi combattimenti, avreb­
bero cagionata una completa ì-ovina. Nè senza soc­
corsi potea Antonio continuare oltre, tanto erano
accaniti i nemici, sperando alla lor volta ogni dì
completare la distruzione dell’ esercito romano. La
fortuna di Antonio parea giunta all’ occaso, egli era
vinto e cercava lenire l’angoscia, ritornando alla vita
operosa delle sue prime campagne.
Plutarco, che pure si compiace in molti particolari,
omette di farci conoscere in qual modo Antonio ab­
bia potuto uscire da una sì disperata situazione.
Non così Dione Cassio, il quale svela come l’orgo­
glioso romano dimenticando l’abbandono del re di
Armenia, abbia dovuto farsi supplice e chiedergli da­
naro e vettovaglie, le quali gli furono date. Dovette
ancora pregare per ottenere la permissione di sver­
nare in Armenia, ed usando blandizie infinite e col fare
molte promesse, anche questo l’ottenne. Cleopatra gli
mandò del danaro, ed Antonio ne fece venire di suo;
n’ebbe pure dagli amici, ed il tutto fu distribuito ai
soldati.
La fortuna, volle salvo Antonio il quale dopo aver
seminata la via di morti e di feriti, potè finalmente
giungere al fiume che divide la Media dall’Armenia,
fiume, nè da Dione, nè da Plutarco nominato, ma
che i moderni indicano essere l'Araxes.
Quando i Romani furono in Armenia, i Parthi ces­
sarono da ogni ulteriore persecuzione. Non erano
però terminate le sventure dei soldati di Antonio,

431

perchè passati essendo dall'estrema penuria all’abbon­
danza, molti ancora per averne abusato morirono.
« Quivi latta da Antonio, scrive Plutarco, la ras« segna dei suoi, trovò che morirono 20 mila fanti e
« 4 mila cavalli, non già tutti in battaglia, ma più
« della metà per malattie » e sicuramente Plutarco
non comprende in questo numero i 10 mila di Sta­
ziano. Fu una campagna di circa sei mesi, durante
i quali vi furono ben 18 battaglie, scrive Jo stesso
autore, e se ai morti si aggiungono i feriti e gli al­
leati che imitarono gli Armeni, si trova che Antonio
non giunse in Armenia neppure colla metà delle
truppe pochi mesi prima da lui condottevi. Anzi
Floro afferma che appena un terzo dei legionari potè
ritornare (tertia parte, de sedecim legionibus reliqua).
Yellejo Patercolo divide i combattenti dalla turba
che seguiva l’esercito romano e dice perduti un quarto
dei primi ed un terzo dei secondi, senza far cenno
degli alleati.
A Roma sapeano i maggiorenti ogni cosa, ma Ot­
tavio non avendo neppur egli sul principio avuti dei
vantaggi contro Sesto Pompeo, l’una parte non menò
scalpore contro l’altra, anzi furono decretati preci e
ringraziamenti agli Dei per le vittorie ottenute da
Ottavio e da Antonio.
Tutti gli scrittori antichi e moderni presentano la
guerra contro Crasso come più gloriosa per i Parthi
in confronto di quella contro Antonio. A mio avviso se
quest’ultima riuscì meno tragica per il generale ro­
mano, fa però spiccare nel modo più chiaro la po­
tenza della cavalleria.

193

L'esercito dei Romani era circa il doppio dell’eser­
cito dei Parthi esclusivamente composto di cavallerie.
I Romani furono inseguiti per luoghi montuosi fa­
vorevoli alle fanterie.
I ghiacci e le nevi, rendeano per lo meno arduo
condurre dei cavalli al combattimento, nè i Parthi
aveano l’alternativa di far avanzare fanterie.
Essi però ridussero ad una umiliante ritirata, quasi
ad una totale rovina uno dei primi eserciti ed uno
dei primi capitani del mondo (1).
(1) La campagna difensiva dei Parthi contro di Antonio com­
piuta in un paese freddo, montuoso ed estremamente difficile
inerita di essere studiata da quegli uomini di guerra i quali
opinano che la cavalleria « non ha sufficiente ragione di es­
sere in Italia. » Costoro non avvertono l'evoluzione delle mo­
derne cavallerie e come, condottevi dalla potenza delle armi
attuali, compiano fatti non richiesti in addietro o reputati im­
possibili. Le moderne cavallerie si avvicinano cioè ai sistemi
usati dai Parthi per vincere i Romani, e procedendo con la
iniziata progressione, vi saranno cavallerie nel mondo civile
delTavvenire, che li sorpasseranno. L'Hohenlohe con il criterio
proprio della razza cui appartiene in una sua lettera (X I)
scorge non solo questo processo evolutivo ma nota i gradi da
esso raggiunto. « Nei tempi passati, scrive questo autore, una
« marcia di 4 miglia tedesche (30 kilom.) fatta dalla cavalleria
« in un sol giorno era già m olto; oggi pretendiamo che possa
« fare fino a 50 kilom. per due o tre giorni consecutivi; fu« ronvi casi di cavallerie che ne fecero di più ; i dragoni della
«guardia il 15 ed il 30 giugno 1866 e 150 ulani del 6° reg« gimento di Turingia, fecero da 93 a 94 kilom. Anche la cavai« lena di Stu art percorse fino ad 80 kilom. in un dì. Le pat« tuglie di cavalleria perlustravano in addietro 2 miglia al
« massimo oltre la linea delle gran guardie, oggi vediamo
« pattuglie di ufficiali percorrere in un giorno 140 kilom etri.

134
« Tempo fh era norma che il fuoco del piccolo moschetto di
« cavalleria nou si adoperasse che come segnale « (la qual cosa
« purtroppo si continua a fare in Italia)
Al giorno d'oggi
« invece noi esigiamo dalla cavalleria il combattimento rego« lare a piedi, e nell'ultima guerra abbiamo parecchi esempi
« di cavalleria appiedata, che non solo ha difeso dei villaggi,
< ma ne ha anche presi colle armi da fuoco. La differenza
< è enorme. Avendo io chiesto ad uno dei nostri più esperti
« ufficiali di cavalleria, dopo la revista passata ad uno squa« drone, di cui egli ne fu contentissimo, cosa si sarebbe detto,
« se quando egli era tenente, un superiore avesse preteso dalle
« sue truppe ciò che avea eseguito in quel giorno, mi rispose
« ridendo: * lo si avrebbe chiuso in un manicomio ».
Coloro i quali infatuali della potenza unica delle fanterie
mantenessero la nostra cavalleria con i sistemi vecchi di cui
ragiona il generale Hohenlohe, non avrebbero torto di dire che
la cavalleria è inutile. Nonostante tutto, per i buoni elementi
che abbiamo nella nostra cavalleria, non siamo senza esempi
di fatti che tengono dei moderni sistemi. 11 bravo generale
B oselli traduttore delle lettere dell'Hohenlohe ne cita uno in
una sua nòta: « 11 reggimento cavalleria Monferrato esegui
« nel 1881 una marcia da Voghera a Bobbio e ritornò in 20 ore.
«P ercorse 114 kilom. di cui 100 di montagna. » Ecco un»
marcia alla Parthica, ma purtroppo gli esempi sono rari, e il
sistema generale fu fino a je ri di non oltrepassare i pochi
kilom. su una strada maestra.
Sono le reviste Francesi (V . Nouoelle Revue, 1892) che bia­
simano la cavalleria Italiana per le sue andature. La nostra
cavalleria grave che si compiace di un galoppo lento, caden­
zato, sincrono, compirà un buon esercizio da sportman, ma
sforza a modi troppo artificiali i cavalli e rischia di rovinarne
l ’equilibrio.
Badisi al materiale, guai a chi lo deteriora, si va ripetendo,
e sta benissimo, ma non esageriamo; meglio cavalli magri e
bene esercitati, di cavalli pingui e lucidi, ma buoni a nulla o
quasi. Intanto un soverchio timore ed una troppo grave respon'sabilità, paralizzano molte aspirazioni, le quali bene condotte

135
verrebbero in ultima analisi a costituire una superiorità della
nostra cavallerìa.
Coloro i quali ripetono che l'Italia non è un terreno adatto
alla cavalleria, ricordino le parole di Federico II; egli diceva
che dove passa un fante deve passare un cavaliere. V i sarà
della esagerazione in queste parole, ma dimostrano chiaramente
l'obbiettivo cui deve tendere la cavalleria.
I
maggiori successi delle cavallerìe furono generalmente ot­
tenuti nelle località più ardue e difficili perchè meno la si
attendea. 11 corpo di cavallerìa polacca che sotto Gustavo
Adolfo si impossessa di una batteria nemica posta sopra un
monte elevato, è uno dei tanti esempi i quali dimostrano che
anche in addietro la cavalleria andava dove volea. Sopratutto
è nelle guerre del primo impero francese che si verificano
fatti simili, e dobbiamo porvi mente perchè come già dissi,
Napoleone I è l'iniziatore della moderna tattica della caval­
leria. 11 terreno della battaglia di Austerlitz è oggi eguale
alle descrizioni di quasi un secolo addietro. Chi lo visitò, se
ne convinse; la località dove i corazzieri di Hautpoul e di Nasony fecero le splendide cariche che iniziarono la grande vit­
toria, era tutto frastagliato da filari di vigne legate l'una al­
l'altra, da fossi larghi con sponde verticali, pericolosi pendii
resi più difficili J a l ghiaccio e dal pantano, tutto ciò infine
che può offrire di meno facile un terreno, pure la cavalleria
non si arrestò e vinse. Il terreno fra 'Weimar e Jena è dei
più accidentati e riusciva più scabroso dal ghiaccio, ma que­
sto non impedì alla cavalleria condotta da Murat di disper­
dere i nemici; così fecero ad Eylan gli 80 squadroni condotti
dallo stesso Murat. La battaglia della Mosckowa fu decisa da
un assalto della cavalleria francese che prese un forte su di
un'altura; le memorie del generale di Marbot fanno di questo
eroico fatto una delle più interessanti descrizioni. Ma, in Ita­
lia, si dice, e specialmente nel probabile campo delle future
battaglie, vi sono molti e grandi fiumi. A questo rispondono
gli scritti militari Russi, i quali ci fanno conoscere le conti­
nue esercitazioni delle loro cavallerìe per il passaggio dei fiu­
mi. Esse giungono a passare a nupto il Syr Daria, uno dei

136
più grandi fiumi del mondo. Ma, soggiungono gli oppositori,
se passa la cavalleria a nuoto non passa l'artiglieria che l'ac­
compagna ed in allora l'azione della cavalleria non può es­
sere che sterile. A questa obbiezione rispondono pure i paesi i
quali esercitano le truppe alla rapida formazione di zattere
ed a bene condurle nonostante le correnti. Siamo circondati da
Stati nei quali le più ardue ginnastiche si compiono con l'obbiettivo di sopraffare futuri avversari.
I
nostri ufficiali di cavalleria sanno tutti nuotare? M i per­
metto di dubitarne.
Avvi in ognuno dei nostri reggimenti almeno un nucleo di
nuotatori di primo ordine, capaci di condursi a lato un ca­
vallo nuotando? Mi permetto di dubitarne.
Niente di più facile sarebbe in Italia nella stagione estiva
di imitare altri eserciti in simili manovre; i cavalli se non ab­
bisognano del maestro di nuoto, occorre esercitarli.
L a cavalleria austriaca, quando è possibile, conduce i cavalli
a bere ad un fiume, ad un corso d'acqua con gli uomini mon­
tati e vestiti col kittei; poi dopo bevuto esercitano il cavallo
al nuoto e questo esercizio fatto senza pompa di regolamenti,
riesce di straordinaria utilità agli uomini ed ai cavalli.
Nel Militar Vochenblatt di Berlino si lessero norme con­
cernenti il nuoto dei cavalli, ma in realtà non si adattano al
paese nostro, per la natura dei fiumi e per il clima. I guadi
nei nostri fiumi sono frequentissimi ed in punti in cui la ne­
cessità di nuotare si riduce ad una ventina circa di metri.
Presso il colonnello di ogni reggimento vi dovrebbero essere
carte speciali che indicassero i punti meno difficili per il pas­
saggio dei fiumi, indicati con segni convenzionali da renderli
inintelligibili al nemico, se cadessero in loro mano.
Ma... si ì-isjhia di deteriorare il materiale, di far morire
qualche cavallo ecc. ; un male senza dubbio, ma un male assai
più grande sarà quello di non avere truppe esercitate. E no­
tisi; le guerre passate erano molto lunghe, le truppe ine­
sperte entrate in campagna, divenivano capaci durante la cam­
pagna stessa; Oggidì le campagne sono brevi ed in ragione
diretta delle grandi masse poste rapidamente in lin ea; non vi

137
è tempo di imparare come in addietro, e chi non sii, peggio
per lui. Questo per ogni arma e principalmente per la caval­
leria, destinata con la nuova tattica ad incontrare subito il
nemico.
Mi si risponde che il parlare è bello e buono, ma per tutto
ciò occorrono danari. Ripeterò quanto dissi ragionando del­
l ’armamento del soldato di cavalleria. In luogo di accrescere
come fate ogni giorno g li impiegati civili, mandateli a casa,
affinchè divengano produttori, ed impiegate quelle somme nel­
l'avere un esercito che al numero corrisponda la capacità e
l’esperienza. Aggiungerò, semplificate le burocrazie nell'eser­
cito stesso, poiché pur troppo in luogo di riuscire nell’arrestare la burocrazia, essa invade fin là, dove attendiamo dei
combattenti.

Ca pito lo V I.

Guerre politiche dei Romani contro i Parthi
e lotte aperte in Armenia.
(Anni 35 Era ant., 114 E ra mod.)

Come è noto, i Romani alla forza degli eserciti uni­
vano una grande potenzialità politica e l’uno elemento
aiutò l’altro per modo, che se a primo aspetto si in­
clina nel dare la supremazia alle armi, approfondendo
lo studio si è indotti al giudizio che l’arte politica
fu superiore alle legioni.
Certo questo avvenne contro i Parthi, segnatamente nei 150 anni circa che passarono fra la spe­
dizione di Antonio e quella di Trajano. La politica
su ampia scala sviluppata dagli imperatori di casa
Giulia e seguita dai Flavi ed a riprese continuata
dagli altri imperatori fino ad Alessandro Severo, fece
scomparire il regno dei Parthi meglio delle armi,
anzi nel periodo stesso che le armi romane nella
grande battaglia di Nisibi furono vinte e l’imperatore
Macrino costretto ad una ignominiosa fuga.

140

La potenza di Antonio era troppo grande in Oriente
perchè le sue perdite nella Media non lasciassero degli
strascichi.
I
Romani, con grandi rivolgimenti mutarono ra­
dicalmente la forma del loro governo, ma non toc­
carono mai i sistemi concernenti la politica esterna;
Antonio quindi non inventò nulla quando partito
dalla Media, col mezzo di suoi agenti od interessati,
vi lasciò o promosse un lievito cagione di successivi
avvenimenti.
I
moderni studi costituirono una accurata esege­
tica intorno la storia romana, e con i materiali da
noi posseduti, difficilmente può andare più in là; ma
i metodi segreti dai Romani usati per venire a capo
dei loro obbiettivi politici, rimarranno sempre un’in­
cognita, perchè gli stessi autori antichi, mostrano
sovente di ignorarli. Leggendo, Livio, Dione, Plutarco
e lo stesso Polibio, il più fine fra tutti, si sente che su
questo punto fanno completamente difetto le nozioni,
nè lo studio può completare la lacuna, quantunque
le risultanze e gli avvenimenti indichino in modo
evidente questo ignoto fattore.
Antonio si trovava ancora in Armenia quando sor­
sero dei dissidi fra il re dei Parthi Phraate e il suo
vassallo re della Media Atropatene. Yi ebbe parte
Antonio nel promuoverli o vi fu estraneo? Lo sì
ignora; però il re di Media si rivolse subito ad An­
tonio già tornato in Alessandria, e divenne suo al­
leato. Il triumviro tornò in Armenia, contro il cui re
conservava intenso rancore per l’abbandono sofferto
nella sua spedizione; con infingimenti e blandizie lo

141

attirò nel suo campo e se ne impadroni, così l’influenza
parthiea renne meno in Armenia ed i Romani la pa­
droneggiarono. Ma già Antonio si apparecchiava alla
guerra contro Augusto e ritirò le truppe dalla Media
dove stavano per proteggere il suo nuovo alleato;
laonde esso fu subito sopraffatto dai Parthi, i quali
così giunsero a ricuperare l’usata influenza nell’Arme­
nia. Questi lieti avvenimenti imbaldanzirono Phraate
e non più frenando l’animo crudele commise atti im­
mani per i quali il Senato parthico lo scacciò dal
regno ponendo in sua vece un Tiridate, il capitano
dei rivoltosi.
Phraate si rifugiò presso gli Sciti, con i quali dopo
alquanto tempo ricuperò il regno, e Tiridate fuggi.
Mentre questi avvenimenti aveano luogo, Antonio
era vinto ad Azio ed Ottario avea già visitato l'Egitto,
dove morirono i suoi antagonisti.
Tiridate l'anno 30° avanti la nostra era, si rifugiò
presso di lui dandogli prigioniero il più giovane figlio
di Phraate che avea trascinato seco ; li tenne Ottavio
ambedue, e quando alcuni anni dopo, Phraate, rassi­
curato sul trono, chiese il fuoruscito ed il figlio allo
imperatore romano divenuto Augusto, questi gli negò
Tiridate, ma gli rimandò il figlio, chiedendogli che
alla sua volta restituisse i trofei presi a Crasso e ad
Antonio ed i superstiti prigionieri romani. Phraate
accettò il figlio, ma non rispose circa al corrispettivo
domandatogli.
Augusto non era uomo da lasciarsi sopraffare nep­
pure dai Parthi; la sua politica aveva mille vie e
con questa riuscì a domare Phraate.

141

Dopo alcuni anni, circa il 20” prima della nostra
èra, Phraate improvvisamente restituisce ad Augusto
i trofei ed i prigionieri di Crasso e di Antonio. Poeti e
storici innalzano a gara inni di lode. « Et signa nostro
« restituii Jovi, esclama Orazio « derepta Parthorum superbis postibus. » (Carm. IV, 15, 6, 7). Alla sua
volta Ovidio canta nel II libro delle elegie : (2) « Nunc
« petit Armenius- pacem ; nunc porrigit arcus —
« Parthus eques, timida captaque signa m anu. »
Di Livio non si hanno che le epitome, se pur sono
sue, e in esse è indicato l’avvenimento che ben si
può immaginare tema di lodi. Eutropio cita il fatto
quale saggio dell’influenza acquistata dai Romani col
mezzo di Augusto. Floro scrive : « Parthi quoque

* quasi victoriae paeniteret, rapta clade Crassiana
« ultro signa retulere. * Giustino attribuisce la re­
stituzione avvenuta alla paura che incuteva Augusto
ai Parthi. « Metum Phraati incussit, » Lo stesso
Svetonio, benché alle lodi poco inclinato, attribuisce
all’autorità acquistata da Augusto l’ umile condotta
dei Parthi : « Parthi quoque et Armeniam vinài« canti facile cesserunt et signa militaria qwae M.

* Crasso et M. Antonio ademerant, reposcenti red€ diderunt. » Così Orosio ed altri autori contribuirono
a completare il coro generale. Avvertasi che l’inviato
da Augusto a ricevere solennemente la restituzione
delle insegne, fu Tiberio, quindi agli adulatori di Au­
gusto si unirono quelli posteriori di Tiberio.
Non andò guari che un’altra strana notizia colpì di
meraviglia il popolo romano, raccontata da Strabo­
ne, Tacito, Vellejo Patercolo ed altri, e questa era,

143

che il re dei Parthi inviava quattro suoi figliuoli ostaggi a Roma, cioè Vonone, Seraspadenes, Rodaspes
e Phraate, due dei quali erano ammogliati con figli.
Se gli stessi vincitori si diceva a Roma, mandano
ostaggi, che faranno i vinti ? Tacito però negli annali
accenna che l’invio fu cagionato non dal timore delle
armi romane, ma perchè il re diffidava dei suoi sud­
diti : « haud perinde nostri metu, quam fidei popu-

* larium di/flstts. *
Ben è vero che Augusto profittando delle discordie
parthiche da lui certo infocate, se non accese, man­
teneva sul capo del re parthico un pericolo continuo,
il quale lo obbligava ad essere riguardoso il più pos­
sibile coi Romani, ma ciò non potea essere ancora
sufficiente per giungere ad atti di una quasi sommisr
sione.
Porge la chiave dell’enigma Giuseppe Flavio nelle
sue antichità giudaiche. Augusto sapea far ftaoco con
ogni legna, e già Svetonio nota come egli talvolta
per arra di sommissione e di fedeltà, esigesse dai tri­
butari e clienti, delle donne per ostaggi. In ogni età
furono le donne una potente leva politica, ma spe­
cialmente nel secolo detto di Augusto; gli autori
greco-latini sfuggono l’argomento, ma anch’essi ne
contengono dei barlumi. Più esplicito su questo pro­
posito è, come indicai, lo storico Giuseppe. J^ li rac­
conta che Augusto fece dei doni a Phraate e fra gli
altri presenti, fùwi una schiava di rara bellezza, per
nome Tesmusa, che, le monete come osserva il Rawlinson denominano Musa (Mor2A).
Costei fu scelta con acuta diligenza dall’avveduto

444

imperatore, nè egli falli, poiché questa donna dalla
storia risulta in ogni malizia maestra. Phraate se ne
innamorò, n’ebbe un figlio, Phraatace; poscia la elevò
al grado di moglie e divenne la preferita. Fu costei
che indusse Phraate alla restituzione delle insegne di
Crasso e di Antonio; quindi volendo sbarazzare la via
del tròno al proprio figlio, indusse il vecchio re ad
inviare a Roma i suoi quattro figliuoli, che gli esaltatori di Augusto non esitarono a dirli ostaggi.
Fra i Romani ed i Parthi vi era pace, ma rima­
neva il lievito dell’Armenia che gli uni e gli altri si
contendeano per averne la supremazia, fino dal tempo
di Lucnllo.
Essendo morto l’anno 20° prima della nostra era
Artasia re di Armenia, Augusto che trovavasi in 0riente vi mandò Tiberio, il quale, secondo Svetonio e
Dione investì del regno Tigrane. Costui, come afferma
Tacito, si associò al trono un suo figlio, forse perchè
sfuggisse cosi la investitura romana. Morto Tigrane,
il figlio, per consenso degli Armeni gli succedette,
ma Augusto mandò a deporre il figlio di Tigrane e
pose sul trono un Artayarde. Sdegnati gli Armeni, si
ribellarono, cacciarono il re nominato da Augusto,
posero sul trono un altro Tigrane e chiesero ed
ottennero l’aiuto dei Parthi.
La situazione era difficile e si scorge che nonostante
l’arrendevolezza di Phraate, gli Arsacidi e la nazione
intera non poteano rinunziare al capo saldo della
loro politica, di intervenire negli affari di Armenia.
Augusto non potea cedere, ma era già vecchio, nè
avea persona adatta da opporre ai Parthi, vivendo

145

Tiberio ritirato a Rodi. Egli ad ogni modo designò
all’impresa il giovine Caio il maggiore dei suoi nipoti,
ma Thermusa tolse Augusto dall’imbarazzo e prima
che avvenissero conflitti, assieme col figlio, uccise
Phraate. Il parricida Phraatace che già coadiuvava
il padre negli affari del regno, occupò il trono asso*
ciandosi la madre. Questa donna, secondo Giuseppe,
e taluno fra gli scrittori orientali, avea incestuosi rap­
porti col figlio e così spiegansi i grandi onori dei quali
fu fatta segno dal nuovo re, ed i titoli impartitigli
fra cui quello di celeste divinità, cose inusitate anzi
estranee ai costumi parthici.
Nonostante la sua provenienza semi-occidentale,
Phraatace mostrò di seguire la politica parthica e
volle intervenire negli affari di Armenia, Augusto
negò il titolo di re a Phraatace, mandò Cajo in Oriente
e si venne da ambe le parti ad accordi, poiché la
condizione del nuovo re era troppo precaria per az­
zardare una guerra contro i Romani.
Egli però coll’evitare l’ aperta rottura, mantenen­
dosi neutrale negli afiari di Armenia, cadde in com­
pleta disgrazia dell’ oligarchia parthica, ne seguì una
sedizione, nella quale il figlio di Musa o Thermusa,
rimase ucciso.
Succedono altri avvenimenti che dal più al meno
si rassomigliano; il tipo della politica se non iniziata,
certo ampliata da Augusto, viene seguita fino a Ve­
spasiano, e con i Flavi non fu interrotta, ma assunse
soltanto un’ altra forma. Essa consisteva in tre punti
principali: 1° lotta aperta od accordi, pur di avere la
supremazia in Armenia; 2° dimostrazioni guerresche
io

146

all’ Buirate, evitando il più possibile che prendessero
aperto carattere di invasione; 3° suscitare imbarazzi
ai Parchi, sia eccitando popoli finittimi contro di loro,
sia promuovendo lotte dinastiche, cosa agevole per
le costituzioni di quel regno, ovvero, eccitando rivol­
gimenti e sedizioni nelle grandi città di origine greca.
Cosi Seleucia di faccia a Ctesifonte, la capitale della
Parthia, si dichiarò indipendente, e per lunghi anni
sostenne lotte ed assedi.
Per questa politica il regno dei Parthi vittorioso
in guerra, rimanea soccombente in pace; si scorge
come talvolta quei re, pur di stornare i terribili ef­
fetti di una sì Esiziale politica, facessero delle conces­
sioni ai Romani, le qual' senza la scorta di tale no­
zione rimarrebbero enigmatiche.
A Phraatace morto, come dissi, in una sedizione,
successe al trono dei Parthi, Orode II con breve re­
gno, quindi fu fatto re Vonone uno dei quattro figli
di Phraate, per istigazione di Thermusa inviati a
Roma. Scacciato questi dal regno da Artabano re
di Media, pure un Arsacide, Vonone riparò in Siria
presso eretico Silano governatore; due anni dopo
per non irritare Artabano, fu condotto a Pompejopoli nella Paflagonia, donde tentò inutilmente fuggi­
re ed infine venne ucciso in Antiochia da Tiberio
per impadronirsi delle sue ricchezze, come afferma
Svetonio.
Artabano il 3° di questo nome eX IX m0 Arsacide,
che avea occupato il trono scacciandone Vonone, eb­
be rapporti sufficientemente conciliativi con Germa­
nico inviato da Tiberio in Oriente, ma questi morto,

U7

il Partho pose un suo figlio sul trono di Armenia e
mandò ambasciatori in Siria per esigere i tesori tolti
da Tiberio a Vonone. I Romani lo contraccambia­
rono inviando quale pretendente al trono, Phraate
uno dei figli di Phraate IV che assieme ai fratelli di­
morava a Roma, come già fu detto. Questi morì per
via, e Tiberio gli sostituì Thiridate e indusse Pha/rasmane re d’ Iberia (Georgia) fra l’Euxino e il Ca­
spio, ad invadere l’Armenia; quindi furono promosse
delle sedizioni per le quali Artabano dovette fuggire in
Hircania, e Vitellio per ordine di Tiberio pose sul trono
parthico Tiridate. Ben presto però la nazione par­
thica prese il disopra, Artabano fu richiamato, egli ;
venne con un corpo di Sciti e costrinse Tiridate a fug­
gire in Siria.
Pare sia questo il periodo al quale si debba attri­
buire la lettera che Svetonio afferma inviata da Ar­
tabano a Tiberio. In essa il re parthico rimprovera al
secondo Augusto i suoi vizi e le colpe, consigliandolo
a liberare il mondo dalla sua presenza. Moderni scrit­
tori mettono in dubbio la realtà di un simile scritto,
se non che apparisce in concordanza e con gli insulti
anonimi che Tiberio riceveva dai Romani e con le
imprecazioni della gente che egli mandava al suppli­
zio, dallo stesso Svetonio affermate. Artabano inoltre
dopo le molte peripezie sofferte, il cui primo autore era
Tiberio, dovea essere profondamente irritato contro
di lui.
Giuseppe Flavio scrive che poco prima della morte
di Tiberio vi fu pace tra questi ed Artabano, ma
nuovi torbidi sórsero in Parhia, non si sa se spon-

148
tanei o promossi da Roma, in seguito ai quali Arta­
bano fu un'altra volta scacciato dal regno, ma riuscì
a ritornarvi e poco dopo morì.
Gotarze e Baardane figlioli di Artabano regnarono
e si guerreggiarono a vicenda. Un pretendente nipote
di Phraate IV di nome Meherdate inviato da Roma
non ebbe fortuna e fu ucciso da Gotarze, il quale
pure non sopravisse molto e mori circa l’anno 50*
della nostra era.
Havvi molta incertezza sul periodo della storia
parthica, durante l’impero dei Cesari successori di
Tiberio, e nulla si conosce del breve regno di Vo­
none II satrapo di Media, come indica Tacito, suc­
cesso a Gotarze.
Il
regno di Vologese I figlio di Vonone e di una
concubina greca, secondo Tacito, o figlio di Arta­
bano III come vorrebbe Giuseppe Ebreo, fu memora­
bile per nuove lotte fra Parthi e Romani in Armenia.
Appena asceso al trono, Vologese invase l’Armenia
e la diede ad un suo fratello per nome Tiridate.
Nerone era appena asceso all’impero ed i suoi con­
siglieri lo persuasero a valersi dell’opera di un uomo
eminente il quale con valore e prudenza seppe bi­
lanciare la fortuna delle armi. Gneo Domizio Corbulo
era fratello di Cesonia moglie di Caligola, Pretore
con Tiberio, e console suffecto sotto Caligola. Con
Claudio nell’anno 47 ottenne il comando degli eserciti
in Germania e riportò grandi successi, ma a Roma
sorsero sospetti e lo si obbligò di ritornare al Reno,
dove costruì il canale fra la Mosa e il Reno della
lunghezza di 23 mila passi. Fu a Neròne fedelissimo ;

U9

se l'avesse voluto, per la stima che godea e l'affetto
delle truppe, avrebbe potuto proclamarsi imperatore.
Condannato da Nerone, si uccise esclamando, scrive
Dione: «ben mi stà » riconobbe cioè l’ errore di es­
sersi dato in mano al tiranno.
Corbulone era considerato il migliore capitano del
suo tempo e quando giunse a Roma la notizia che
il re dei Parthi avea invasa l’Armenia, vi fu sgo­
mento pensando alla giovinezza di Nerone che con­
tava appena 17 anni, e la scelta di Corbulone fu una
specie di plebiscito.
Venne perciò richiamato dalla Germania ed as­
sunse il comando degli eserciti d’Oriente, con ordini
ai governatori di coadiuvarlo, specialmente ad Umidio Quadrato governatore della Siria.
Con meraviglia di tutti, però, il re Parthico si mo­
strò inchinevole alla pace. Era avvenuto uno dei fatti
improvvisi, ma frequenti in quel paese, diretti a pa­
ralizzare l’azione dei Parthi. Vardane figliolo di Vo­
logese ribellossi contro il padre e questi durò tre anni
a debellarlo, quindi furonvi circa tre anni di pace
durante i quali Tiridate il fratello di Vologese rimase
nel regno di Armenia, nè i Romani tentarono di oc­
cuparlo. Rimasto libero, Vologese non ragionò più
di pace ed ebbe un contegno provocante verso i
Romani, laonde Corbulone reputò indispensabile una
azione efficace.
In tutti i confini romani eranvi grandi apparecchi
e le forze dei Parthi si concentravano in Armenia e
lungo l’ Eufrate. Quando, inopinatamente un nuovo
fatto venne a distrarre le forze di Vologese. L’Hircania

480

e le popolazioni vicine si sollevarono contro i Parthi,
i quali furono costretti di ritirare le loro forze dal
l'Armenia per far fronte al nuovo nemico.
Alcuni moderni scrittori mettono in dubbio che tali
sollevamenti fossero opera dei Romani, perchè non
lo trovano scritto negli antichi autori, come se i fatti
e le circostanze che li accompagnano, non equivales­
sero anzi non superassero in efficacia le affermazioni
scritte. Perciò stimo sia perfettamente nel vero il
Merival nella sua storia del romano impero, quando
asserisce che la sollevazione dell’ Ircania e di altri
popoli soggetti ai Parthi fu opera dei Romani. Sono
tali e tanti gli indizi, combinano per modo i dati, ab­
bondano siffattamente le allusioni negli antichi scrit­
tori, che l’asserzione supera di assai i limiti di una
congettura ed anche di una probabilità. Deesi inoltre
por mente che tutti gli scrittori antichi rimastici,
anche se contrari all’impero, ovvero agli imperatori
avversi, sonò senza distinzione apologetici per i Ro­
mani, nè si può attendere da loro una confessione
che non tornava certo ad onore delle armi romane
ed alla rettitudine ufficiale di cui i grandi magistrati
e lo Stato romano faceano pompa.
Corindone, avendo trovato in Armenia le sole forze
indigene, non incontrò grandi difficoltà ad impadro­
nirsi del paese, il quale fu diviso fra diversi principi
tributari.
Domata anche l’insurrez'one dell’Hircania, Vologese
con grandi forze si apprestò ad invadere l’Armenia
ed a minacciare la Siria. Corbi^lone parimenti era
pronto alle ostilità, ma i belligeranti combinarono

<51

una tregua fino all’esito di una ambasceria mandata
dai Parthi a Roma, con la condizione che Romani e
Parthi sgombrerebbero l’Armenia e così fu fatto.
L’ambasciata ritornò senza aver ottenuto nulla di
soddisfacente e le ostilità si riattivarono. Ma avvenne
un cambiamento il quale decise dell’esito della guerra.
La corte imperiale temendo forse cheCorbulone troppo
si innalzasse, limitò la sua azione al governo della
Siria e sotto pretesto di dargli un coadiutore da lui
chiesto, secondo Tacito, fu incaricato della guerra di
Armenia L. Cesenio Peto un favorito di Nerone. Co­
stui dimostrò una volta di più l’ impotenza delle le­
gioni romane contro la cavalleria parthica. La sua
campagna in Armenia contro i Parthi tenne e della
spedizione di Crasso e di quella di Antonio. Peto fu
felice il primo anno al pari di Crasso, e nel secondo
divise il suo esercito al pari di Antonio. Mancano
particolari di queste vittorie dei Parthi contro i Ro­
mani. Si può accertare però, che la parte dell’eser­
cito lasciata indietro da Cesenio Peto, fu sopraffatta
e distrutta dalla cavalleria parthica e che il generale
romano fu dai nemici si rigorosamente chiuso nel suo
campo da essere costretto ad una ignominiosa capi­
tolazione nel momento di venire assalito ed alla sua
volta distrutto. Così l’esercito romano di Peto finì
anche peggio di quello di Crasso e l’Armenia fu nuo­
vamente abbandonata dai Romani (1).
(1) La grande vittoria dei Parthi per la quale l'intero eser­
cito di L. Cesenio Peto venne costretto a capitolare fu otte­
nuta principalmente p er uno dei principali compiti delle ca­
vallerie, quello di non lasciare pace nè tregua al nemico. Che

15i

Corbulone si mantenne quasi sempre sulla difen­
siva, passò l'Eufrate e si trincerò in una forte posi­
zione.
Un modo da lui introdotto per allontanare i Parthi
se questo apparisce un adempimento semplice ed ovvio, occor­
rono molti fattori per riuscirvi. Non toccherò che i princi­
pali, lasciando pi^e da parte altri già altrove indicati.
Il
primo fattore è, i molti ufficiali, le molte persone cioè
che per la educazione, lo indirizzo e gli ideali che coltivano,
costituiscono un capo saldo di onore, di valore e di abnega­
zione. L'esempio dimostra che le battaglie presenti come le
passate si vincono con gli ufficiali. L'enorme mortalità di uf­
ficiali austriaci caduti a Sadowa, è una rivelazione degli sforzi
da essi fatti per mantenere i soldati contro il nemico e così
dicasi dei Russi, dei Tedeschi ecc. Tirate agli ufficiali, è la pa­
rola d'ordine in ogni combattimento. Una truppa senza uf­
ficiale, dice una costante esperienza, è una truppa perduta.
Vi saranno degli esempi contrari, ma sempre in via di ec­
cezione.
Ora a mio avviso nella nostra cavalleria vi sono troppo
pochi ufficiali e ben a ragione il generale Boselli ne pro­
pugna l'aumento. Sopratutto indispensabili troverei i capitani
in prima ed i capitani in seconda, come abitualmente si dice,
ed usasi in altri eserciti. Vogliasi o nò, l'unità di battaglia
per le moderne cavallerie è lo squadrone, e questo senza ag­
giunger altro spiega a chi conosce, una quantità di compiti
e di eventualità per le quali è bene che in guerra, caduto
un capitano in uno squadrone, ve ne sia un altro da sosti­
tuirgli; è pure bene in pace che i compiti del capitano di­
staccato, sieno divisi, qualora lo squadrone ottenesse la in ­
vocata e la dovuta autonomia.
Il
nuovo compito delle moderne cavallerie, o meglio il ri­
torno agli antichi indirizzi, come lo dimostra l'autore di questo
studio ragionando dei Parthi, di affidare cioè ad ufficiali di
cavalleria divisi in pattuglie le ricognizioni e le informazioni,

153

che gli contendeano il passaggio del fiume, ebbe nel se­
guito grandi successi. Egli costruì una flottiglia sull’Eufrate, l’armò di grosse macchine da guerra ed
ancoratala nel mezzo del fiume potè in questo modo,
dimostra una volta di più la necessità di aumentare il nu*
mero dei nostri ufficiali di cavalleria. Ben è vero che un si­
stema di mal compresa parità, che si appiglia ad eguagliare
le forme, vi dice già in scritti tattici e didattici che per le
pattuglie di ufficiali, si possono mandare ufficiali di fanteria
montati, ufficiali di artiglieria, dello stato maggiore ecc. Non
è seria, questa affermazione o lo diverrà soltanto il giorno
nel quale gli ufficiali di tutte queste armi avranno acquistata
la scienza e la esperienza che ha o deve avere un ufficiale
di cavalleria.
Un ufficiale dell'esercito prussiano un filosofo di primissi­
mo ordine nel suo Das Umbewusten o l’incosciente, come dire­
mo noi, spiega l ’importanza e le maggiori capacità che svi­
luppano in una data cosa gli specialisti per la facoltà di
perfezionamento negli esseri. Un ufficiale di cavalleria che
sappia il suo mestiere perfeziona i suoi sensi nell'arguire ed
indovinare; vede più di un altro, quando è sul suo cavallo:
dei segni impercettibili, le ondulazioni del paese che percorre
le linee della geografia fisica sono per lui rivelazioni. < Dobbinino essere vicini ad un fiume », dicevami un dì mentre era­
vamo a cavallo un vecchio ufficiale superiore; per quanto
guardassi non m'accorsi di nulla, ma il fiume v'era ed a poca
distanza. Un movimento lontano in una siepe, un rumore ap­
pena sensibile, un barlume, costituiscono per l'esperto ufficiale
di cavalleria altrettante indicazioni che ad ogni altro sfuggi­
rebbero. Talvolta è il cavallo che lo avverte; sono comuni e
notori su questo proposito gli esempi intorno le manifestazioni
dei cavalli. Perciò reputo utilissimi gli esercizi di informazioni
e scoperte, poiché creano per così dire dei sensi nuovi, meglio
dei finti combattimenti, i quali tròppo spesso procureranno
delle terribili sorprese nei combattimenti veri, come Inglesi e

J5 4

ma con questo soltanto, tenere lontana la terribile
cavalleria parthica. Sebbene Corbulone non abbia
avute segnalate vittorie contro i Parthi, lo si può
considerare il Ventidio del suo tempo, perchè non fu
mai vinto.
Tedeschi giudicano avverrà, per l'indole delle grandi manovre,
in Francia. Senza che mi dilunghi intorno alla capacità che
può acquistare un cavaliere mediante Teserei tazioni nelle in­
dagini e nelle scoperte, rimando il lettore che ne volesse sa­
pere di più al libro del colonnello v. W eibern pubblicato a
Berlino, Die E n ieh u n g des Kavakristen sum patruillen
dienst. Nella guerra austro-francese del 1870 il generale che
seppe di gran lunga condurre meglio degli altri la sua cavalleria
fu il principe Federico Carlo, perchè era un generale di ca­
valleria.
Un altro fattore importante per la riuscita dei compiti delle
cavallerie, è l'autonomia. Russi ed Austriaci vanno facendo dei
grandi progressi nei loro ordinamenti, e minori paionmi quelli
dei Tedeschi e Francesi ; dell’Italia non ragiono perchè finora
sono nulli. Quando si considera l'ordinamento amministrativo
dello squadrone in Austria e lo si confronta col nostro, le di­
versità sono troppo chiare e visibili per spendervi sopra molte
parole. Come lo dimostrano le guerre dei Parthi contro i R o­
mani, la forza principale della cavalleria è la m obilità; ora
l'autonomia giova assai a mantenere l’ordine e le condizioni
normali nella mobilità, quindi la regola non solo, ma anche
l'accresce. Lo sviluppo di forze e di capacità umane ed i grandi
successi, si ottengono sempre, non con la servile obbedienza,
ma con l'unione di molte responsabilità saviamente dirette ad
un obbiettivo comune.
L'ultim a guerra fra Francesi e Tedeschi dimostra la supe­
riorità dei generali germanici sui francesi, non tanto per ca­
pacità individuali maggiori, quanto per lo indirizzo autonomo
lasciato e voluto da M oltke ai suoi principali coadiutori. Ecco un
esempio di un ordine del generale capo di Stato Maggiore ger-

455

Finalmente Romani e Parthi vennero a trattative,
le basi delle quali fu che Tiridate fratello di Vologese
sarebbe il re d’Armenia, ma ne avrebbe avuta l’in­
vestitura da Roma.
Tale accordo ebbe luogo nel 63 della nostra era,
e nella primavera del 66, l’anno appunto in cui ebbe
principio la rivoluzione giudaica, Tiridate con grande
pompa accompagnato da 3 mila cavalieri parthici e
numeroso seguito giunse in Napoli, dove risiedeva Ne­
rone e questi il condusse a Roma, nella qual città si
compì solennemente la investitura al regno di Ar­
menia; funzione pomposa, di grave dispendio e di
pura parvenza, della quale però si contentarono i
Romani, mentre l’utile rimaneva àgli Arsacidi.
Il regno di Vologese I continuò durante gli awemanico: < Le notizie pervenute fanno supporre che il nemico
« siasi ritirato dietro la Mosella o la Seille. Tutti e tre gli
« eserciti seguiranno tale movimento. Per assicurare la marcia
« si dovrà mandare avanti ed a gradi di distanza la cavalle« ria ». Il tema è dato, l'esecuzione cui spetta. Quale diffe­
renza con la nostra spedizione di Rom a! L'opera del generale
di Alvensleben parmi tipica su questo proposito. Per essere
giunto di sua iniziativa sul campo di battaglia di Spicheren
cambiò in una vittoria la battaglia perduta. Per altra sua
iniziativa avendo successivamente tirato in azione l’esercito del
Reno, ne risultò la vittoria di Sedan ed egualmente col suo
intervento decise le battaglie di Vionville, Beatine e le Mans.
Dal grande, venendo al piccolo si osservano i medesimi risul­
tati ; e senza tema di errore si può affermare che a condizioni
pari, vincerà sempre quella cavalleria i cui ordinamenti, per
più estese autonomie, le concederanno maggiore spigliatezza di
movimento e maggiore equilibrio dinamico nella rapidità delle
sue mosse.

156

nimenti che fecero scomparire Nerone dalla scena
del mondo, diedero degli effimeri imperi a Galba, Ot­
tone, Yitellio e permise a Vespasiano di fondare la
breve dinastia dei Flavi.
Da Nerone a Trajano vi fu un lungo periodo di re­
lativa pace fra Parthi e Romani, poiché non leggesi
vi sieno state spedizioni o guerre, quanto agli ordi­
menti politici, pare dall’una e dall’altra parte conti­
nuassero senza posa. I Romani, più o meno aveano
parte nelle rivolte di provincie ai Parthi soggette o
nei continui dissidi dinastici della famiglia reale; nè
da quanto riesce a scorgere stavano indietro i Par­
thi, sia favorendo rivolte, sia offerendo aiuti ai pre­
tendenti all’impero, sia apertamente aiutando taluni
dei falsi Neroni che tentarono ingannare la buona
fede dei popoli. Su questo terreno però la superiorità
rimase evidentemente a Roma.
Quando Vespasiano si apprestava a torre l’impero
a Vitelio, Vologese gli offrì un esercito di 40.000 Par­
thi, ma il futuro imperatore era troppo accorto per
vincere coll’aiuto dei temuti nemici dei Romani.
Quando Vologese fu assalito da molte genti confi­
nanti, chiese aiuti a Vespasiano, ma questi si guardò
bene dal darli. Ad ogni modo rapporti in apparenza
cordiali regnarono fra i Flavi e gli Arsacidi, segnatamente con Tito fatto segno alle più pompose e cortesi
dimostrazioni dal re parthico. In realtà però non vi
era rivolgimento presso i Parthi, il quale non fosse
aiutato dai Romani, e viceversa, fin dove l’azione par­
thica potea giungere.
Per tali condizioni, esternamente pacifiche, poco

157

nota risulta anche questa parte della storia dei Parthi,
si ignora quando propriamente morisse Vologese I, se
il suo successore immediato sia stato Pacoro II e quanto
costui regnasse. Si conosce che questo re si dolse con
Trajano, probabilmente dei torbidi suscitatigli dai
Romani, così il Suida; e quando Cosroè salì sul trono
degli Arsacidi le condizioni della Parthia doveano es­
sere desolanti per divisioni dinastiche, guerre civili ed
impuniti rivolgimenti di città e provincie.

Capitolo VII.

La spedizione di Trajano contro i Parthi.
(Anni 114-117 era mod.).

Gli scrittori antichi non ricordano guerre fra Ro­
mani e Parthi dòpo la solenne investitura di Tiridate
fratello di Vologese al trono di Armenia, fatta da
Nerone. Per questo motivo gli autori moderni scri­
vono che non ve ne furono. Ma più esatto parrebbemi, dire che lo si ignora. Avvalorano il dubbio
alcuni indizi dai quali apparisce che verso l’anno 80
della nostra èra, Trajano sotto il comando di suo pa­
dre guerreggiasse i Parthi sull’Eufrate. Questo impera­
tore fu il primo non Italiano assunto all’impero ; era
però nativo d’italica nella Spagna Belica (Alcalà del
Rio) colonia fondata da Scipione con i suoi veterani
d’Italia. Trajano quindi era un discendente degli Ita­
liani vincitori di Annibaie.
La perfetta conoscenza di Trajano delle faccende
parthiche, disegna meglio l’indizio che egli in sua

460

giovinezza li guerreggiasse: ed i travagli di quel re­
gno dilaniato da guerre di vicini, da sommosse di
vassalli e da lotte dinastiche dimostrerebbero che
Trajano, mentre guerreggiava in Dacia e vinceva Decebalo, avea lo sguardo al paese delle sue prime armi
e lo apparecchiava a sopportare le legioni romane.
Parrebbero ancora accaduti avvenimenti a noi ignoti
per la condotta dei re Parthici i quali in Armenia
non tennero più i patti con Nerone stabiliti, cioè di
nominare essi i re di Armenia, ma di sottoporli alla
cerimonia di una investitura impartita da Roma. Ed
infetti essendo morto Tiridate di Armenia, Pacoro II
figlio di Vologese I regnando in Parthia, nominò al
regno di Armenia Exedares un suo figliolo, ma come
racconta Dione non ne fu data notizia a Roma per
l’investitura.
Essendo negli accordi con Nerone il vantaggio reale
dal lato dei Parthi, non parrebbe, se non esistessero
altri latti, che questi abbiano rinunziato sen’altro a
stipulazioni per le quali si trovavano in condizione
migliore dei Romani.
Forse, per lo stato di incipiente disorganizzazione
della Parthia, ebbero luogo nel tempo cui accenno,
parziali tentativi su 11'Eufrate, dalle armi ramane re­
pressi.
Quando verso la fine del 1° secolo avvenne la no­
mina di Exedares a re di Armenia, Tramano già adot­
tato da Nerva nel 97, trovavasi unico imperatore
da circa due anni e disponeva» alla guerra dacica,
quindi non avea agio di guerreggiare in Armenia. La
guerra Dacica infatti cominciò l'anno 101 e durò fino

<61

al 106 e Trajano non frappose indugi per iniziare la
lotta in Armenia Parecchi autori moderni indicano
che Trajano abbia incominciata la guerra l’anno 114
tanto per la Parthia come per l’Armenia, ma stimo
ciò inesatto e mi unisco piuttosto all’opinione del Tillemont nella sua Histolre des empereurs, il quale
fece accurati e speciali studi sulla vita di Trajano, in­
torno la quale pochi e deficienti nozioni ci rimangono.
Secondo questo autore, Trajano avrebbe cominciata
la guerra in Armenia l'anno 859 di Roma che corri­
sponde al 106#della nostra èra, ed avrebbe dato mano
alla guerra parthica l’anno 867 di Roma, corrispon­
dente al 114 della nostra èra.
A Pacoro II nel regno Parthico era succeduto
Cosroe (XXV Arsacide) suo fratello, e questi per non
irritare i Romani avea tolto il regno a Exedares figlio
di Pacoro, e con uh ambasceria, che secondo Dione
raggiunse Trajano in Atene, lo chiese per Parthamasiris fratello di Exedares, dicendolo pronto a ricevere
l’investitura dai Romani, secondo gli accordi con Ne­
rone stabiliti. Trajano accolse freddamente gli amba­
sciatori, non volle donativi, disse che le amicizie dei
re si misurano dalle azioni, non dalle parole e con­
cluse, che vedrà il da farsi quando sarà in Siria. In­
tanto continuò la sua marcia e ricevendo omaggi di
re e governatori giunse a Samosata nell’Armenia.
Parthamisiri risolse di presentarsi a Trajano e mentre
questi prendea possesso di Satala ed Eiegeja città ar­
mene, comparve nel campo Parthamisiri con piccolo
seguito. Venuto in presenza dell’ imperatore, depose
la corona, stimando essere invitato a riprenderla, ma
il

161

l’imperatóre non disse verbo e l ’esercito, probàbil­
mente istruito di ciò che dovea accadere, applaudì.
Parthamisiri a parole fu detto libero, in realtà pri­
gioniero e non andò guari che venne ucciso. L’Ar­
menia si sottomise e fu fatta provincia romana.
In quale anno 1’ imperatore proseguisse le sue
conquiste o meglio le occupazioni dell’ alta Mesopotamia, non si possono fare che delle congetture, ma
a mio avviso, con la presa dell’Armenia e della Me­
sopotamia alta, con qualche viaggio a Roma, sebbene
dai pochi documenti rimastici non ricordato, e con
gli avvenimenti del terremoto di Antiochia che giu­
dicherei avvenuto qualche tempo prima del 115 Trajano impiegò gli anni dal 106 al 114 della nostra èra.
Neppure nella conquista dell’alta Mesopotamia l’im­
peratore incontrò eserciti parthici. Pare che le divisioni
e le lotte intestine in quel paese impedissero la rac­
colta di un forte esercito e che le forze comandate
da Cosroe andassero ritirandosi man mano che i
Romani avanzavano, in attesa di migliori opportunità.
Da quanto si può argomentare l’esercito di Trajano
seguì due vie ; una parte marciò nell’Anthemusia fra
l’Eufrate e il Kabur, e l’ altra più all’ est al di qua
delle montagne del monte Masio. Per 1’ una via si
impadronì di Edessa e della provincia dell’Osrhoene,
per l’altra occupò Nisibi ed il circostante paese. I re
di Edessa che secondo nota Procopio (de Bell. Pers
II 12) e scrittori orientali come già indicai,''si deno*minavano Augari o Abgari, nelle epitome di Dione
trovasi come se fosse un nome di persona ; così Plu­
tarco quando ragiona dell’Abgaro che sviò Crasso; e

163

simile indicazione poco esatta è continuata dal Mar-quardt nel suo dotto lavoro intorno l'organizzazione
dell’impero romano (p. 305).
Questo Abgaro di Edessa andò incontro a Trajano
con donativi grandi, ma sopratutto piacque all’impe­
ratore un figliolo del re, molto avvenente, che dan­
zava nei banchetti, col quale visse in grande dimesti­
chezza, così raccontano Dione e Suidas, e per esso,
l ’Abgaro fu perdonato.
Sebbene l’occupazione dell’alta Mesopotamia avve­
nisse senza gravi contrasti, si scorge che ebbe molta
influenza nella pubblica opinione, poiché dall’una parte
re e satrapi che teneano per gli Arsacidi, si affret­
tarono di fare atto di sommissione, e dall’altra grandi
■onori e titoli vennero impartiti dal Senato all’impe­
ratore; fu intitolato Ottimo e Parthico, ma il primo
principalmente piaque a Traiano, come afferma Dione.
Oran parte delle conquiste furono ridotte a provincia
romana, poscia Traiano per la via di Zeugma andò
a svernare in Antiochia.
Mentre l’imperatore dimorava in questa sontuosa
capitale, avvenne il terribile terremoto che rovinò
la città. Traiano stesso rimase ferito e fu costretto
di fuggire da una finestra e siccome il flagello con­
tinuò molti giorni, scrive Dione, l’imperatore assieme
ad altri cittadini si accampò nel circo. Fra le vittime
fuvvi il console Pedo Virgiliano il quale mori, ma
non si sa quando, per le riportate lesioni ed altri
illustri personaggi rimasero spenti.
Coloro i quali vogliono che il terremoto di Antiochia
avvenisse nel 115 della nostra era, perchè in que 1-

J6i

l’anlno i fasti consolari indicano console Pedo Vergiliano ferito nella catastrofe, sono obbligati di far
passar oltre Traiano a tanta sventura, e che, senza,
darsene pensiero, intraprendesse nella seguente prima­
vera la sua spedizione contro i Parthi. Dal terrem oto
però non fu colpita la sola Antiochia, ma molti altri
cóntri dell’impero ne soffersero.
Còsi nelle provincie romane dell’Asia quattro città.
vennero completamente distrutte. Nella Galazia, se­
condo Dione, tre città ebbero la stessa sorte e due in
Grecia; questo fa ritenere altre regioni ne abbianoparimenti avuto danno e solo la deficienza di docu­
menti ci tolga modo di conoscere l”estensione della
grande calamità.
È probabile quindi che Trajano abbia impiegatoranno 115 nel visitare la metropoli e nel sollecitare
ripari ai gravi danni che all’ impero ne erano deri­
vati, e nella primavera del 116 abbia iniziata la
guerra parthica propriamente detta. •
Gli anni trascorsi dalle prime imprese romane
contro i Parthi aveano istruiti gli invasori. Dai nuovi
metodi adottati apparisce nel modo più schietto che
essi riteneano le legioni incapaci di sostenere, non
l’urto, ma le offese della cavalleria parthica. Già
indicai più sopra un sistema difensivo di cui appari­
sce inventore Corbulone, se egli stesso non fece che
applicare modi già precedentemente usati. Questo
metodo fu di porre, come si disse, delle grosse mac­
chine da lanciare projettili su navi tenute nel corso
dell’Eufrate, e con la navigazione fluviale proteggere
le legioni lungo le rive fino alla portata delle mac­

1M

chine, ed in ogni evento creare loro un asilo sicuro
anche sulla sponda nemica. — Trajano in luogo di
imitare Crasso ed Antonio, non iniziò marcio terre­
stri isolate, ma volle essere protetto dalla, naviga­
zione fluviale. Già una flotta esisteva sull’Eufrate, ed
il pensiero di Trajano fu di averne pure una sul
Tigri. La difficoltà era di procurarsi legname adatto,
che le rive del Tigri, da quanto assicura Dione, ne
erano spoglie. Ma i Romani aveano potenza di mezzi
-ai nemici che combatteano ignoti. Già Cesare nelle
sue guerre insegnò il modo non solo di trasportare
■delle navi, ma ancora di costruirle in modo da po­
ter essere a pezzi trasportate. Trajano pertanto avendo già fissato il suo piano di invasione, ordinò ai
legati la costruzione di navi. Essi, o per suo ordine
« per loro iniziativa scelsero il territorio dell'antica
Nisibi, posta sul torrente Mygdonio, secondo Giuliano
e Giustino e distante circa due giorni di cammino dal
Tigri, come nota Procopio. Fu scelta tale località
per l’abbondanza dei legnami, e l’ubertosità del suolo.
Le navi, tosto costrutte, furono trasportate su carri
fino al Tigri nel punto, scrive Dione, dove il fiume
esce dalla catena dei Corduni, chiamati Gordici da
Suida, Stefano B. e Tolomeo, vale a dire la catena
•del Monte Masio.
Apparisce che il compito di questa flottiglia era
“triplice, una parte dovea stabilire un ponte sul Tigri,
u n’ altra tenersi in armi pronta a difenderlo ed a
sgombrare le rive, la terza finalmente fu destinata
per seguire l’esercito alla conquista del paese, poiché
■tutti i maggiori centri erano posti lungo il fiume,

166

od i suol confluenti. Per questi motivi Dione nota,
che i Romani aveano grande quantità di navi.
Non vi era cavalleria che potesse contrastare le
navi di Trajano. Mebarsape re dell’Adiabene vassallo
dei Parthi, la provincia nella quale l’ imperatore
operò lo sbarco, fece grande resistenza, ma la novità,
del caso di vedere molte navi dove non eravi il
menomo materiale per costruirle e la sorpresa dell’ inatteso e potente attacco, paralizzarono le difese.
Non pare che Cosroe re dei Parthi abbia mosso il
suo esercito contro Trajano ed infatti Dione lo dice
occupato nel sedare intèrne rivolte ed a combattere
guerre civili. I Romani ajutati dalle navi vinsero ogni
difficoltà, ed i nemici sbaragliati non impedirono più
l’occupazione della provincia. Trajano sempre intento
ad emulare le imprese di Alessandro, si trovò così
signore della regione che fu il campo di vittoria del
grande conquistatore; laonde si può argomentare non
essere stato questo l’ultimo motivo che fece preferire
allo imperatore romano l’attacco lungo il Tigri.
Riesce della massima difficoltà seguire la m arcia
e le soste di Traiano, perchè mancano documenti ed
inoltre Dione o meglio Sifilino risulta poco chiaro.
Parrebbe accertato che Traiano dopo aver prese
le città e le fortezze lungo la valle del Tigri ed es­
sersi assicurato con la flottiglia e con forti presidi
il libero corso del fiume, siasi poi rivolto all’Eufrate.
Il piano dell’imperatore apparisce veramente gran­
dioso. Evidentemente egli volle impadronirsi del
corso del due principali fiumi che rinserrano la Me­
sopotamia, il Tigri e l’Eufrate i quali correndo quasi

*61

paradelli dapprima convergeano ai punti di Selucia e
di Ctesifonte sul Tigri e di Babilonia sull’Eufrate da
rendere la distanza fra l’uno e l’altro di appena 200
stadi (come indica Strabono) e si confondono poi
presso il Golfo Persico. Si scorge che Traiano me­
diante le flottiglie da lui costrutte, parte delle quali,
secondo Dione sarebbe stata trasportata sull’Eufrate,
volle avere una base di operazione inespugnabile.
Egli così potè senza pericoli occupare il territorio
fra i due fiumi, ritraendo dalle due arterie fluviali
ogni più ampio appoggio e modo di sussistenza per
il numeroso suo esercito.
Era un deserto mutato in regione abitata da una
popolazione militare provvista e soccorsa dall’Eufrate
e dal Tigri le di cui condizioni fluviali, dagli storici
e dai geografi antichi, appariscono migliori di quelle
di oggidì.
Con la flottiglia dell’Eufrate che proteggea l’eser­
cito, l’imperatore prese quasi senza contrasto Babilo­
nia, e poscia con la flottiglia del Tigri occupò pure
Seleucia senza trovare impedimenti; questa almeno
sembra la versione più verosimile, quantunque taluno
fra i moderni scrittori sostenga che il possesso di Selèucia venne ai Romani contrastato. Forse tale opinio­
ne si fonda sulla posteriore ribellione di Seleucia, ma
in realtà non sonovi indizi di valore dai quali si
possa desumere che Traiano abbia espugnata la città
greca.
L'imperatore essendosi così impossessato quasi senza
lotta delle principali città dell’impero parthico, stimava
di trovare grandi resistenze a Ctesifonte la capitale del.

168

l’impero, ma non fu così. La famiglia degli arsacidi
e la sede del governo con i tesori reali, all’avvicinarsi dei Romani erano già state trasportati in re­
gioni lontane, non tocche dal nemico.
E qui siami permesso ritornare al concetto delle
capitali mobili di cui nel primo capitolo ragionai quale
una delle costituzioni parthiche. Per assurdo possa
sembrare il sistema, esso fu in occasione della guerra
di Traiano la salvezza dei Parthi. Abituati a mutare
sede di governo durante l’anno, non durarono fa­
tica alcuna all’avvicinarsi dei Romani di trasportare
altrove la capitale. Essi portarono .integralmente la
direzione e i mezzi di offesa e difesa di cui potevano
disporre in luoghi meglio adatti e l’occupazione di
una città non estinse l’impero parthico, come in quel
tempo sarebbe certamente avvenuto di Roma se i
Daci od i Parthi, se ne fossero impossessati. Portando
il pensiero all’età moderna troviamo che i diversi
Stati sono nella condizione dell’antica città sovrana.
Sempre più, per gli smodati accentramenti le capi­
tali divengono la sede di complicati meccanismi di
governo, turbati i quali non è più possibile mante­
nere la compagine dello Stato; perciò nelle mo­
derne guerre vediamo obbiettivo dei belligeranti là
capitale avversaria ; chi primo la prende ha irremissi­
bilmente rovinato il nemico, al quale anche se ri­
mangono forze, restano una specie di materia inorga­
nica che gli riesce impossibile od estremamente difcile utilizzare, come avvenne in Francia.
I Romani giunsero a prendere il trono d’oro degli
Arsacidi, ma chi l’occupava era lontano in mezzo al

<69

suo esercito intatto, pronto ad approfittare di una
qualche favorevole occasione.
Le notizie delle occupazioni compiute da Traiano,
giunte a Roma, fecero il Senato smanioso di conce­
dergli nuovi onori, accordandogli trionfi e monu­
menti ; ma ben altri erano i desideri dell’imperatore.
Come dissi più sopra, il suo modello era Alessandro,
e dopo avere acquistati i paesi dal Macedone vinti,
designava di eguagliarlo ed essere a lui superiore,
estendendo le sue conquiste al di là di quelle dello
stesso Alessandro. Per tale motivo scese lungo il
Tigri ed entrò nel mare Eritreo. Egli volea accer­
tarsi della possibilità di compiere i suoi piani, ed a
questo effetto occupò Messene, isola del Tigri; quindi,
inoltratosi nelle ricerche lungo le coste del mare,
corse gravi pericoli per procelle che lo sorpresero,
ma non smise di accarezzare disegni di nuove in­
traprese, e tanto era fisso il suo pensiero nelle gesta
di Alessandro che, per averlo quale semidio favore­
vole, gli celebrò solenni sacrifici nella casa dove assicuravasi fosse morto.
Mentre tutto intento a future conquiste era an­
cora sulla nave, scrive Dione, gli giunsero improv­
vise notizie di sedizioni e di rivolte delle contrade
parthiche. Traiano, meravigliato che un paese te­
sté vinto potesse ancora muoversi, affrettò il ri­
torno, inviando sollecitamente i suoi generali a re­
primere le rivolte. Le principali città si erano ribel­
late comprese quelle dell’alta Mesopotamia, già com­
posta a provincia romana, come Nisibi ed Edessa, le
quali furono strette d'assedio, da Lucio Quieto; pare

170

che Nisibi non sia stata distrutta, per essersi resa,
ma Edessa venne espugnata, e dopo il saccheggio data
alle fiamme.
Anche Seleucia erasi ribellata, e fu ripresa ed in­
cendiata dai legati M. Ericio Claro (forse lo stesso
di cui ragiona Plinio il giovane nella sua nona let­
tera del libro secondo) e Giulio Alessandro. Un altro
legato di Traiano chiamato Massimo ebbe una sorte
ben diversa. Non si può dire se l’esercito parthico
siasi avanzato nella regione occupata dai Romani, e
la sua presenza abbia promossi i rivolgimenti, ov­
vero se alla notizia di questi, il re Cosroe sia ac­
corso in aiuto dei rivoltosi; il latto è che le ribel­
lioni venivano appoggiate da truppe.
L’esercito di Cosroe assalì Massimo; la cavalleria
parthica, con l’arm a offensiva che la rendea potente,
anzi irresistibile, avviluppò e distrusse le legioni ro­
mane una volta di più. Il legato di Traiano fu non
solo sconfitto ma anche ucciso, ed il suo nome va
aggiunto alla ormai numerosa schiera dei generali
romani vinti dai Parthi.
Non ostante le feroci repressioni, il territorio par­
thico era in piena rivolta palese o latente, e l’im­
peratore, che prima dei suoi viaggi per mare avea
lasciato un paese sotto ogni sembianza vinto e som­
messo, trovava al suo ritorno una scena mutata, per
modo che nella sua alta sagacia stimò necessario un
radicale e sollecito provvedimento. Avendo egli mu­
tata l’Armenia e l’alta Mesopotamia e l’Adiabene in
provincie romane, si ha luogo a credere che la stessa
cosa intendesse fare dell’Assiria, ma gli avvenimenti

m
lo costrinsero a mutare consiglio, e quale rimedio
alla rivolta pensò con gli ultimi paesi da lui occu­
pati di formare un regno cliente, mettendo sul trono
uno della stirpe degli Arsacidi. La persona scelta fu
un Parthamaspate, il quale secondo talune indica­
zioni dello scrittore bizantino Giovanni di Maiala,
parteggiava per i Romani; alcuni ritengono fosse
figlio dello stesso Cosroe altri fratello; il nome è
talvolta ricordato in modo diverso, come, per esem­
pio da Spartiano, ma il fatto sembra indubbio, poi­
ché sonvi delle medaglie con l’efflgie di Partham a­
spate e la leggenda: Rex Parthis datus. Nè questo
era il primo caso, essendosi già raccontato più sopra
di pretendenti arsacidi al trono parthico inviati dal
Romani perchè fossero fomite di guerra civile. An­
che con Traiano il fatto era identico, poiché egli,
mettendo sul trono l’arsacide Parthamaspate, creava
a Cosroe un pericoloso antagonista. Per rendere uni­
versalmente noto l’avvenimento, l’incoronazione fu
compiuta con la massima pompa in una estesa pia­
nura presso Ctesifonte.
Trajano dall’alto del suo tribunale, circondato dal­
l’esercito, in mezzo ad innumerevole quantità di gente
accorsa per l’insolito spettacolo, pronunziò un discorso
apologetico delle sue gesta ; quindi fatto venire Par­
thamaspate lo incoronò re di quella esigua porzione
della Parthia che gli avea composta a regno. Non pare
che questa risoluzione dell’ imperatore destinata secon­
do lui a pacificare la Parthia, abbia soddisfatto nessuno.
Mancano particolari, ma dall’assieme della situazione
si può liberamente congetturare che il paese era egual-

m
montò corso dalla cavalleria di Cosroe, la quale con
la consueta audacia si avanzava fino a gettare delle
freccie nel campo dei Romani. Questa condizione di
cose apparisce essere stata la, causa della sollecita ri­
tirata di Trajano, il quale non solamente non frap­
pose indugi, ma scelse la via più breve, percorrendo
dalla parte opposta la stessa linea che da Zeugma avea
iniziata Crasso, avendo per obbiettivo Seleucia e Ctesifonte.
Variano fra i moderni le congetture rispetto ai mo
tivi che indussero Trajano a scegliere questa via. Cer
tamente da Ctesifonte dove si trovava, avea aperte
due strade, l’una lungo il Tigri per la quale avrebbbe
traversata l’alta Mesopotamia, toccati i confini dell’Adiabene e raggiungeva l’Armenia, regioni tutte com­
poste a provincie romane. La flottiglia sul Tigri gli
avrebbe agevolmente giovato nel ritorno, come gli fu
di capitale aiuto per l’invasione. L’altra via era da
Ctesifonte o meglio dall’ arsa Seleucia, traversava il
breve tratto che conduceva all’ Eufrate e medesi­
mamente con la flottiglia, esistente pure su questo,
risaliva il fiume.
Ben è vero che se nella invasione avea avuta mag­
giore facilità perchè seguiva il corso delle acque, nel
ritorno più lenta gli riesciva la marcia, dovendo le
navi andare contro corrente. I Romani però maestri
nella navigazione fluviale, dalla quale appariscono
sorti, conosceano tutti i mezzi forniti dall’arte per sol­
lecitare il cammino. Ad ogni modo io giudico che la
ragione per la quale Trajano scelse la nuova via sia
stata appunto la fretta del ritorno e la diagonale che

173

percorse dal Tigri ad Hatra attraverso il deserto, di­
mostra come egli volesse raggiungere l’Eufrate presso
a poco nelle località dove Crasso cominciò la sua
campagna. Il dire che Trajano abbia scelta la via del
deserto per espugnare la piccola città di Hatra non
parmi verosimile, e sebbene da Dione (Sifillno) sia
detto che Trajano assali gli Hatreni, sembra piutto­
sto che la piccola Hatra gli abbia sbarrata improv­
visamente la via, nè i Romani vi avessero posto mente
quando cominciarono la marcia verso la Siria.
La città di Hatra, l’attuale ElrHadhr, fu oggetto di
particolàri studi per parte degli archeologi, visitata
dal Layard, descritta dal Ross e dal Fergusson, di
essa con particolare cura ragiona il Rawlinson nella
sua storia. La fortuna di questa città pare abbia co­
minciato con la rinomanza della vittoriosa resistenza
contro Trajano, accresciuta poi per l’altra compiuta
contro Severo ; nella seconda metà del 4° secolo era
già in rovina. Quando Trajano volle espugnarla la
città ed il territorio circostante aveano un re tribu­
tario dei Parthi, forse di razza araba come la mag­
gioranza della popolazione.
Hatra avea una forma perfettamente circolare con
forti mura all’intorno, dello spessore di circa tre me­
tri, costruite in pietra viva di grossi massi quadri, e
framezzate da torri quadrate. La circonferenza era
di circa tre miglia inglesi pari a quasi cinque chilo­
metri, una periferia ben piccola di fronte alla im­
mensità delle forze di cui potea disporre l’imperatore
romano. Dopo le m ura eravi un vallo profondo al di
là del quale ergeasi un terrapieno di grande altezza

174

e spessore. In due punti elevati eranvi due forti co­
strutti per proteggere le fortificazioni. I moderni
studi e le ricerche sui luoghi accertarono la loro
ubicazione. Vi erano quattro porte ai punti cardi­
nali, quella d’Oriente, la principale. Questa città tenevasi in grande venerazione per il rinomato tem­
pio al Sole, posto nel centro della terra.
Alla difesa pertanto contribuiva il fanatismo reli­
gioso, aizzato senza dubbio dal desiderio di conser­
vare le molte e preziose offerte di cui era ricco il
sacrario.
Quando Trajano si avvicinò, i cittadini di Hatra
si apparecchiarono alla difesa. Lo strano di questo
memorabile assedio fu che Hatra venne principal­
mente difesa dalla cavalleria. Dalle porte della città
o dai forti prossimi uscivano rapide schiere di cava­
lieri le quali scagliavano dardi e si ritiravano per la­
sciare ad altre il medesimo compito, e poi ritor­
nare.
A queste senza dubbio deve essersi unita la caval­
leria di Cosroe, così i convogli dei viveri erano in­
tercettati; l'esercito stesso stava come bloccato nel
campo; i soldati non poteano dilungarsi se non in
grossi stuoli e l ’assottigliare le forze non era senza
pericolo; si rinnovavano infine le condizioni nelle
quali Antonio fece la sua ritirata in Armenia. Colui
il quale era penetrato dove nessuno dei Romani
giunse, trovandosi superato dalla- resistenza di una
piccola città, deve aver tentato ogni possibile per
espugnarla ed in effetto, una parte delle mura, scrive
Dione, era caduta sotto lo sforzo dei Romani, ma

175

nulla valse, poiché non poterono mai superare la
pertinacia dei difensori, Trajano stesso corse pericolo
di essere ucciso. Dione racconta il fatto a questo
modo : « Trajano avea mandato innanzi contro l’ini« mico la sua cavalleria, la quale fu posta in fuga
« dai cavalieri nemici con gravi perdite inseguendola
« fino al campo ; allora accorse l’imperatore in per« sona con altra cavalleria e sebbene non avesse la
« veste reale, a stento scampò dall’essere ferito o
« morto. Perciocché i barbari dalla canizie, dalla
* dignità e dalla gravità dell'aspetto ravvisando in
« lui l’imperatore, non cessavano dal saettarlo e riu« scirono ad uccidere un cavaliere che stava al suo
« fianco ».
Anche gli sforzi personali di Traiano rimasero
infruttuosi, ed i Romani quasi ridotti ad una guerra
difensiva, soffrivano molti mali provenienti dalla sta­
gione, dai luoghi deserti, dalla penuria e dal calore.
Lo stesso Dione così continua: « Qualunque volta i
« Romani moveano all’assalto sopravvenivano pro« celle, grandine e fulmini ; e quando si cibavano,
« una quantità grande di mosche e di insetti rico« privano i cibi e le bevande in modo da essere ri« fiutati per nausea ». Le sofferenze iniziarono dis­
senterie e febbri nel campo e pare che lo stesso
Trajano ne fosse colpito e questo sia stato uno dei
motivi per cui abbandonò l’assedio di Hatra. Dione
nel suo apologismo romano attribuisce agli elementi
ed alle condizioni climatologiche la sconfitta da Tra­
jano sofferta contro la cavalleria parthica che difen­

176

deva Hatra, ma è chiaro che tali condizioni erano
eguali per ambedue le parti.
In qual modo Trajano effettuasse la ritirata non
è detto, ma certo fu disastrosa e lo si argomenta
dalle ribellioni dei popoli vinti. Perfino i Giudei giu­
dicando la fortuna deH'imperatore all’occaso, si solle­
varono; laonde se i x’ivolgimenti penetrarono fino nella
Siria, si può ritenere ben difficile la condizione in
cui si trovavano i Romani.
Trajano facea spargere la voce che sarebbe ritor­
nato nella Mesopotamia, ma l’anno 116 si brillantemente da lui cominciato chiuse la sua carriera mi­
litare e nell’agosto del 117 fini di vivere. Dione rac­
conta che Trajano sospettò di essere avvelenato e
variano le asserzioni intorno alla malattia per la
quale morì. Alcuni scrissero fosse dissenteria, altri
idropisia. S. Gerolamo afferma che mori di flusso di
ventre e Dione di idropisia ed anche colpito da apoplessia. Egli cessò di vivere a Selinonte una città
sudi un monte sulla riva del mare nella parte occi­
dentale della Cilicia la quale in seguito a questo fatto
per un certo numero di anni fu chiamata Trajanopoli.
Cosroe avendo libero il campo rioccupò la sua ca­
pitale scacciandone il re creato da Traiano; e quan­
tunque gli scrittori greci-latini affermino che l’Adiabene e l’alta Mesopotamia continuarono ad essere
tenute dai Romani, il rifiuto di -Adriano di averle e
la retrocessione che ne fece ai Parthi, prova meglio
di ogni asserzione, la impossibilità in cui era di man­
tenere l’autorità imperiale in quei luoghi senza im­

177

pigliarsi in nuove e pericolose guerre. Le conquiste
di Trajano nella Parthia furono una luminosa me­
teora ecclissatasi anche prima della sua morte. Così
mediante la cavalleria parthica i confini del regno
ritornarono alle rive dell’Eufrate (1).
(! ) Trajano fa certam ente uno dei migliori capitani non
solo del suo tempo, ma anche della intera epoca antica, pure
contro un esercito composto di sola cavalleria ebbe la parte
delle sue truppe condotta da Massimo vinta e d istru tta ed
egli stesso accompagnato da forze imponenti, fu cos'retto, ma­
lato e respinto, a ritirarsi dai paesi occupati. M etto questi ri­
sultati di fronte agli insegnamenti delle nostre scuole mili­
tari, nelle quali il giovane apprende che la cavalleria può
essere solo un'arm a ausiliaria, ovvero li pongo a paragone di
quelle sentenze le quali danno come massima apodittica, che
la cavalleria in Italia è inutile od un lusso da potersi benis­
simo risparm iare. Così come è indirizzata, o meglio come lo
era in addietro, sarei anch'io tentato di proclamarla un lusso,
ma se procederanno sul serio c con vigore le iniziate eserci­
tazioni, l'immensa sua utilità in una guerra difensiva diverrit
ogni giorno più palese. Notisi che la cavalleria parthica m e­
glio di quello che fece contro Crasso ed Antonio, evitò l’urto,
il quale presso di noi fino a ieri si stimava e forse si conti­
nua anche oggidì a proclamarlo il migliore o l'unico modo
della sua azione. L'esercito romano costretto a non uscire dal
suo campo che in grosse bande, e la cavalleria parthica che
sfida il tem uto imperatore fino a m etterlo in pericolo di vita
ed a scagliargli delle frecce nel suo campo, sono prove, quan­
tunque si tra tti di altri tempi, della potenzialità di una ca­
valleria, risoluta resistente, pronta e veloce.
Presso di noi è una lotta fra l'imperiosa necessità di una
seria esercitazione per ottenere la resistenza, e il timore di
sciupare il materiale. Come già indicai, non deve una sover­
chia riguardosità paralizzare gli obbiettivi di una cavalleria.
Il generale Hohenlohe r.ei suoi scritti parmi dia una giusta
12

178
intonazione intorno alle esigenze che un comandante deve
avere rispetto alle esercitazioni delle cavallerie. < Succederà
« dice egli, che essa (cavalleria) dovrà percorrere 1 mila' m etri
« a tempo accelerato prima di attaccare. Lo potrà essa? Lo deve
€ potere se vuol essere adoperata come cavalleria di battaglia
« e lo potrà se saprà m antenere i cavalli in buona condizione
« di allenamento. »
« Quando io, quale comandante di divisione ispezionavo i
« singoli squadroni, questi mi si doveano presentare colle ar« mi e col bagaglio regolam entare di guerra e doveano ese« guire le evoluzioni al trotto ed al galoppo durante 10 od
« 11 m inuti senza interruzione; quindi aveano luogo i solili
« attacchi regolam entari, seguiva anche la carica. Poscia fa« cevo scendere da cavallo i soldati per verificare le condi« zioni dei fianchi dei cavalli. Essi aveano fatto, più di sette
« kilometri al trotto ed al galcppo aveano anche eseguito la
« carica, eppure erano sempre in condizioni di potersi bat« tère ».
Quando avessero luogo delle ispezioni di cavalleria presso
di noi che oltre verificare se i cavalli sono lucidi e pingui,
non seguissero i sopra esposti criteri, stimo che si batterebbe
strada falsa.
L a guerra dei P arthi contro Traiano fu eminentemente di­
fensiva, m antenuta fino al punto di evitare un fatto d’arme
d'importanza, nondimeno l'ultim a parola non rimase alle le­
gioni romane, ma alla cavalleria parthica, solo coU’impedire,
molestare, eccitare le rivolte e tenere in perpetua tensione
d'animo il nemico, recandogli dei piccoli danni, ma continui ed
innumerevoli. Nell’età nostra ciò che meglio può assomigliare
a cotesta im presa dei P arth i sono le escursioni della cavalleria
sudista nella guerra civile degli Stati Uniti d'America. Lo
S tu art che le condusse, dimostrò come anche attualm ente la
cavalleria può agire da sola come arm a efficiente. Coteste
escursioni, modernamente chiamate con voce anglo-sassone
raids, compirono dei giri enormi alle spalle dei nemici, ter­
rorizzandoli. Lo Stupri ora mostrandosi, ora nascondendosi e
molestando sempre, riuscì nelle replicate sue imprese: I. per-

179
chè i suoi cavalieri erano arm ali di fucili che adoperavano
appiedati od a cavallo a norma dei casi. — (l. perchè si fece
accompagnare da una buona artiglieria. — III. perchè i sol­
d ati non aveano seco loro che viveri e munizioni. — IV. per­
chè cavalli e cavalieri erano ab itu ati a grandi viaggi di resi­
sten za.— V. perchè nelle lunghe peregrinazioni trovava dei
)>artigiani che gli porgeano aiuti ed informazioni. T utto que­
sto coronato da un capo accorto e risoluto, produsse dei mi­
racoli di ardimento, dei successi mirabili non disgiunti da
grandi vantaggi.
La difesa di H atra compiuta principalmente dalla cavalleria
parthica costituisce un altro insegnamento per i tempi mo­
derni. E già, senza che a questo fosse posto mente, scrittori
germanici si estesero nell’ipotesi che nel 1870 Parigi fosse
stata difesa dalla cavalleria, nel qual caso molto probabilmente
la capitale della Francia non sarebbe stata costretta ad a r­
rendersi. Ecco un brano degli accennati scritti: «B en d iv ersa
« sarebbe stata la cosa se i francesi a Parigi avessero avuto
« della cavalleria disponibile. In tale ipotesi riesce facile lo
« immaginare un raid di una divisione di cavalleria francese
« d a Digione per Langres, Bar-le Due, S. Menehould, R ethel,
«verso le fortezze del nord. Favorita dovunque dagli abitanti,
< ed avvertita di ogni sovrastante pericolo, nascosta durante
« le notti nei boschi delle Argonne, poteva molestarci ed at« toccarci a seconda delle informazioni che gli abitanti nvreb« bero ad essa date. Quella divisione avrebbe potuto recarci
• gravi danni, minacciare le nostre comunicazioni, distruggere
« ferrovie ed approvvigionamenti, disperdere colonne in mar« eia ecc. ecc. mirando così ad uno scopo che valea davvero
« la pena di essere conseguito. »
« Alcune piccole spedizioni di questo genere, fatte qua e là
< dalla sola fanteria nemica, ebbero un successo sensibilissimo
« contro di noi, come p. e. la sorpresa presso Fontenoy il 2'ì
< gennaio 1871. »
« Simili fatti compiuti anche in Germania dalla cavalleria
« tedesca, potrebbero riescire di esito favorevole, se la sven« tura volesse che la guerra fosse portata nel cuore del nostro
paese... esc. »

180
Ed in Italia non sarebbe la stessa cosa? Un tema di mano­
vre che supponesse Roma assediata e difesa da raids di ca­
vallerìa, non darebbe degli utili am m aestramenti? Non farebbe
vedere ciò che ha o ciò che manca alla nostra cavalleria? Oc­
corre riesca efficace in diversi modi di azione senza sognare
gli urti, i quali allora soltanto possono giovare se la situa­
zione li impone.
Teoria antica e teoria moderna si danno la mano attraverso
i secoli. Pensiamoci.

C a p it o l o V i l i .

I P arth i iniziano una guerra contro i Ro­
mani — Vittorie di L. Vero e di M. Au­
relio col mezzo del loro generale Avidio
Cassio.
(Anni 118-190 era mod.).

La ritirata di Trajano dalle regioni oltre l’Eufrate
e la rinuncia di quei paesi compiuta dal suo succes•sore Adriano, pare abbiano alla meno peggio pacificata
la Parthia, la qual cosa farebbe chiaramente vedere
come i torbidi di quel paese fossero principalmente
opera dei Romani. Qualche moderno autore seguendo
le orme dei greco-latini indicano la rinunzia di Adriano
ai paesi oltre eufratici come un atto di spontanea
arrendevolezza ; gli avvenimenti successivi però dimo­
strano che Adriano fece di necessità virtù. Sopratutto
lo accerta la condotta di Cosroe il quale ben lungi di
riconoscere nel ritiro dei Romani un provvedimento
remissivo, lo attribuì alle vicende cui vanno soggetti

482

i belligeranti e si apparecchiava nonostante l’avanzata
età ad una rivincita nel territorio romano.
Sembra che cagione precipua della divisata guerra
fosse perchè Adriano diede l’Armenia col titolo di re
cliente dei Romani a quel Parthamaspate che Tra­
jano in odio a Cosroe avea coronato re della Parthia
ed era rimasto senza trono col ritorno di Cosroe.
Fu la prudente condotta del poco guerriero Adriano
che distolse il Re dei Parthi dall’ effettuare i suoi
propositi. Un periodo di Elio Spartiano nella vita di
Adriano, ci fa sapere che questo imperatore avendo
saputi gli apparecchi di Cosroe, promosse un’intervista
con lui, nella quale offrì pace ed amicizia, affermando
l’offerta con la restituzione di una figlia dello stesso
Cosroe da Trajano fatta prigioniera nella presa di
Ctesifonte. Promise pure ridargli il tradizionale trono
d’oro degli Arsacidi, che i Romani quale trofeo di
vittoria aveano trasportato a Roma.
Cosroe dopo di ciò non visse molto, poiché, l’ul­
tima moneta di questo re ricordata dai numismatici,
porta la data del 128 dell’era nostra. Alcuni scris­
sero che gli successe un figlio, ma sembra, dall’esame
delle monete che il successore di Cosroe fosse un
suo parente, vecchio antagonista, che regnava forse
in una porzione della Parthia contemporaneamente
allo stesso Cosroe. Il nuovo re venne riconosciuto
sotto il nome di Vologese II, ventisettesimo Arsacide.
Il regno di Vologese II, non fu notevole per nessun
grande avvenimento, dall’una parte Adriano studiavasi di evitare motivi di guerra, dall’altra Vologese,
forse per l’avanzata età, non mostrò mai ambiziose
mire.

18 'J

La Parthia era inoltre indebolita dalle guerre esterne e dalle lotte intestine; ne fa fede meglio delle
asserzioni il fatto che un Pharasmane re degli Iberi
in odio ai Parthi mosse contro di loro gli Alani,
popolazioni scitiche e Vologese in luogo di combatterli
pagò una grossa somma perchè si ritirassero.
La vecchia politica romana fa tuttavia la sua com­
parsa anche in questo periodo, poiché l’indicato P ha­
rasmane re degli Iberi disprezzatore da prima dei
Romani al punto di non unirsi con gli altri re per
iar atto di cortesia o di omaggio ad Adriano, fu poi
da questo stesso imperatore particolarmente favorito
per tenerlo pronto contro i Parthi. Vologese II con
profonda dissimulazione, non diede peso neppure a
questi evidenti disegni e continuò a vivere in pace
con i Romani.
Quando nell’anno 138 dell’era nostra Adriano morì
gli successe Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Anto­
nino, nomi derivanti dai suoi paterni e materni au­
tori che gli lasciarono grandi ricchezze. Questo im­
peratore la cui famiglia proveniva da Nemausus
(Nismes) nella Gallia transalpina, fu l’Antonino Pio
della storia, adottato da Adriano l’anno stesso della
sua morte. I contemporanei, dei molti suoi nomi non
ritennero che l’ultimo, ma gliene aggiunsero un altro
che perpetuamente l’onora. Vologese II inviò al nuovo
imperatore un ambasceria per rallegrarsi della sua
assunzione e giudicando da una medaglia che porta
la data del primo anno dell’impero di Antonino Pio,
il re dei Parthi gli avrebbe inviata in dono una co­
rona. I donativi di corone agli imperatori li faceano

181

generalmente i re clienti dell’impero, che se in questo
caso al donativo del re parthico non si può dare un
simile significato, acquista ad ogni modo un senso
amichevole e pacifico. Infatti così fu, poiché gli
ambasciatori di Vologese II avendo chiesto la resti­
tuzione del trono d’oro preso da Trajano, promes­
sogli da Adriano, Antonino recisamente glielo rifiutò,
ma nonostante il poco giusto diniego, la pace fra i due
Stati non fu rotta.
Circa l’anno 149 della nostra era, Vologese II mori
e gli successe Vologese III, forse figlio del precedente.
Tale immediata successione pare accertata dalle mo­
nete, poiché le prime che portano l’effigie di Volo­
gese IH hanno appunto la data del 149.
Vologese III dimostrò subito l’intenzione di far
guerra ai Romani, ma da un passo di Giulio Capito­
lino si conosce che ne fu con messaggi di Antonino
dissuaso. Questa notizia riesce un po’ enigmatica, sem­
brando diffìcile che un intendimento maturato senza
dubbio e promosso quando Vologese era sui gradini
del trono, potesse essere sventato da persuasioni orali
o da lettere.
Invero, questa sarebbe una delle più serie testimo­
nianze della grande influenza che gli storici affer­
mano acquistata da Antonino sui re e principi con­
temporanei per la sua saggia condotta.
Nel 101 essendo morto Antonino; gli successe Marco
Aurelio un romano del monte Celio, nato ed educato,
come scrive Capitolino nella casa di suo avolo Vero,
presso il 'palazzo dei Laterani. Questo imperatore
offre un esempio della manìa del tempo di m utar

i 85

nome sia per continuare quelli di famiglie illustri,
sia per adozioni, o per speciali fini ed interessi;
occorrea un decreto del Senato o del principe, ma
risulta che difficilmente veniva rifiutato. Nella Roma
imperiale era una specie di carriera sociale il farsi
adottare, e viene dai poeti indicato come un mezzo
dei furbi per avvantaggiare le loro condizioni. Questo
però non fu il caso di M. Aurelio, il quale nella sua
fanciullezza si chiamò Catilio Severo ; quindi per de­
creto di Adriano, Ajtnio Verissimo poscia, Annio Vero,
quindi Marco Antonino e dalla storia è conosciuto
sotto quello di M. Aurelio, l’imperatore filosofo.
Quando Vologese III re dei Parthi seppe del muta­
mento avvenuto a Roma, stabili di non protrarre
più la guerra contro i Romani. Dal 162 della nostra
era in cui cominciò questa nuova lotta, alle conquiste
di Trajano erano scorsi 46 anni nei quali la Parthia
godette di una relativa pace, ed avea potuto rim ar­
ginare le profonde ferite cagionate principalmente
dai legati di Trajano nel reprimere le ribellioni. Non
erano mai cessate le lotte dinastiche, almeno così è
lecito argomentare da parecchi indizi ; laonde in causa
del parteggiare per uno od altro pretendente al trono,
si erano allentati i vincoli di sudditanza che teneano
riverenti al capo dello Stato i re e principi di quella
potente aristocrazia.
Rapida fu l’azione di Vologese; egli assalì l’Ar­
menia, il consueto teatro delle guerre fra Parthi e
Romani, scacciò Soemo re cliente di Roma ed in sua
vece pose sul trono un Tigrane che secondo Dione e
Suida era un pretendente sostenuto dagli indigeni.

186

I governatori delle provincie viciniori si commos­
sero all’annuncio di tale invasione e più ardito degli
altri Severiano, un Gallo prefetto della Capadocia,
si fece incontro ai Parthi con una legione. Luciano
scrive che Severiano si indusse a marciare contro i
nemici per essergli stata predetta la vittoria da un
oracolo, ma esiziale riuscì la profezia. I Romani furoiio assaliti dai Parthi, appena entrati in Armenia
e la cavalleria parthica guidata secondo alcuni da
Oltriade o da un Cosroe secondo altri, con la solita
tattica che da Crasso in poi avea sempre avuto ra­
gione delle legioni romane, distrusse gli avversari.
Essendo stati i Romani sorpresi in marcia e quindi
non protetti da accampamenti, i Parthi ebbero balìa
di assalire e ritirarsi per ritornare rapidi all’attacco
con vece assidua, or con una or con altra schiera,
cosi resero nel più ampio modo micidiale l’arma of­
fensiva di cui erano provveduti. Gli autori greco-latini parlano di una sola legione, perchè tengono conto
delle truppe romane soltanto, ma evidentemeòte il
prefetto della Capadocia dovea aver seco un contin­
gente indigeno, altrimenti non avrebbe azzardato di
marciare con una sola legione contro l’esercito dei
Parthi. Comunque sia, nessuno si salvò. Pare che
dopo uno scontro infelice, Severiano con pochi re­
sidui siasi ritirato in Elegia nella grande Armenia
presso le sorgenti dell’Eufrate, ma stretto anche in
questo luogo dai nemici, dovette secondo alcuni darsi
la morte per sottrarsi alla prigionìa ; altri lo vogliono
caduto sotto i dardi della cavalleria parthica, ed in­
fine una terza versione lo afferma prigioniero dei

187

Parthi e da loro ucciso, lasciandogli la scelta sul
modo di morire. Tutti però concordano neH’afftìrmare che finì la vita, ed il suo nome va ad accre­
scere la schiera dei generali romani che da Crasso
in poi furono dai Parthi con sola cavalleria sconfitti
ed uccisi. Tale fu la vigilanza della cavalleria parthica
che non solo impedì i soccorsi dei Romani a Severiano, ma essi ignorarono l’accaduto fino al momento
in cui, da quanto si può argomentare, era impossi­
bile porvi riparo (1).
(1) A coloro i quali insistessero nel dire che trattasi di al­
tri tempi da non potersi paragonare con i moderni, pongo
sotto gli occhi an brano della descrizione intorno le opera­
zioni della guerra nel 1870 fra gli eserciti germanici ed i
francesi, scritta da un generale tedesco. « E' ben vero, egli
« dice, che per il 13 agosto i Francesi avrebbero avuto tu tto
« il tempo di arrivarvi (ai passi della Mosella) se vi si fos« sero decisi fino dal 7, nel qual giorno dovea esser già noto
€ al loro comando superiore tu tta l'im portanza delle sconfitte
« di W o rth e di Spicberen. Essi forse avrebbero presa una
* tale determinazione se avessero saputo quali masse di truppe
« tedesche si dirigeano al disopra di M etz verso i passi della
« Mosella. Ma la nostra cavalleria circondava il nemico da
« ogni parte e non gli lasciò mai pervenire alcuna notizia sui
« movimenti delle nostre masse principali. Bazaine e Napo« leone hanno ripetutam ente dichiarato che la nostra caval« leria tenendoli strettam ente circondati, li lasciò nella più
« completa ignoranza sui movimenti delle nostre truppe. Ed
« in fa tti già nella notte d a l l '11 al l ì agosto le nostre pat« triglie di cavalleria aveano distru tte le comunicazioni tra
« Metz e Nancy ed erano arrivate alla Mosella . . . ».
Se i P arth i avessero lasciata memoria della loro campagna
contro Severiano, poco diversamente, intorno ai modi da loro
usali, avrebbero scritto.

188

Vologese per questi trionfi esaltato, spinse la sua
gente all’invasione della Siria rinnovando le gesta di
Pacoro al tempo di Ventidio Basso, ed appunto un
altro Ventidio trovarono i Parthi in Avidio Cassio
un siriaco nativo di Cyrre, figlio di un rethore pre­
letto dell’ Egitto.
La notizia dell’invasione della Siria avea allarmato
il governo imperiale, il quale decise di agire con grandi
mezzi per reprimere i Parthi.
M. Aurelio, come è noto si era associato all’impero
L. Vero, o meglio Cejonius Commodus, suo primitivo
nome, figlio del Commodo già adottato da Adriano
ed a questi premorto. Vi erano così a Roma due Au­
gusti uno dei quali, L. Vero, fu mandato contro i
Parthi. I talenti militari di costui erano però più che
contestati e per questo venne circondato dai migliori
generali del suo tempo, i quali furono Marzio Vero,
Stazio Prisco ed Avidio Cassio. Gli onori principali
di questa guerra li ebbe Avidio Cassio cui furono con­
fidate le legioni della Siria, gli altri due sostennero
una faticosa guerra in Armenia, il risultato della
quale fu la riconquista di quel paese e il ritorno di
Soemo il re cliente dei Romani, scacciandone il Ti­
grane postovi dai Parthi.
Le fatiche del co-imperatore L. Vero non furono
grandi ; egli si ridusse in Antiochia, attese agli
spassi ed ai sollazzi, lasciando ad Avidio Cassio, da
lui creato generalissimo, la cura della guerra, quan­
tunque già lo sospettasse, se prestiamo fede a Vulcazio Gallicano che riporta un brano di lettera di
L. Vero a M. Aurelio. In essa leggesi : Avidim Cassius

avidus est impera. Però M. Aurelio gli avrebbe ri­
sposto non essere questi sospetti degni di un impe­
ratore e ripetendo il motto di Adriano aggiunse, che
nessun re o principe aveva mai ucciso il suo suc­
cessore.
La biografìa di Avidio Cassio comparisce assieme
agli scritti della Storia Augusta, ed è attribuita a
Vulcazio Gallicano; da alcuni, stimata apocrifa, da
altri, fra cui il Salmasio, creduta di E. Spartiano.
Sebbene codesta biografìa non sia gran fatto prege­
vole, contiene dei punti caratteristici e peculiari i
quali difllcil mente potrebbero essere inventati da qual­
che erudito posteriore. Non dà, è vero, come scrive
lo Smith, un’idea chiara degli avvenimenti di oriente,
ma ad. ogni modo illustra parecchi di quei fatti. Lo
stile inoltre ed il periodo assomiglia a quello di pa­
recchi fra gli scrittori della Storia Augusta e princi­
palmente ad Elio Spartiano.
Avidio Cassio ebbe gli onori di una biografìa as­
sieme a quella degli Augusti, perchè fu un quasi im­
peratore, e se un principe meno saggio di M. Aurelio
avesse occupato il trono, l'effimera proclamazione di
Avidio al trono imperiale avrebbe potuto divenire un
rivolgimento importante e decisivo.
Quando però Avidio Cassio fu nominato da Vero
generalissimo degli eserciti di Siria per combattare
i Parthi di Vologese III, era ancora lontano dall’aversi
creata la base sulla quale stimava facilmente appog­
giare la sua fortuna.
I costumi dissoluti della Siria promossi dai culti
femminili nei loro primi stadi, non aveano sicuramente

190

giovato a mantenere nelle legioni una severa disciplina.
Vulcatio Gallicano in fra l’altre cose racconta, che le
legioni di Siria aveano contratta l’abitudine di m ar­
ciare con la testa, il collo ed il petto coperti di
fiori.
Ben è vero che i Romani si studiavano di stan­
ziare le legioni in piccoli centri come per esempio a
Cyrre la patria di Avidio, ma di poca preservazione
dovea ciò riuscire, poiché anche un accampamento
stabile di una sola legione, diveniva un centro im­
portante e molte città del mondo devono appunto la
loro origine a questo fatto.
Avidio Cassio iniziò la sua opera col ripristinare la
severa disciplina romana, primo passo di tutti i ge­
nerali della R.oma antica che ottennero grandi suc­
cessi. Secondo Vulcatio Gallicano, la severità di Avidio
sarebbe stata senza precedenti e per essere meglio
creduto cita un’ opera, a noi ignota, di Emilio Partheniano che scrisse intorno a coloro che aspirarono
al regno, nella quale si descrivea la rigidezza di Avi­
dio. Fra le pene enumera un supplizio nuovo, quello di
innalzare un’antenna di ottanta o cento piedi, legandovi
dalla cima al fondo dei soldati condannati a morte.
Alla base dell’antenna facea poi accendere un gran
fuoco; cosi i primi erano abbruciati, i secondi veni­
vano asfissiati dal fumo, e gli ultimi morivano dallo
spavento (timore etiam alios necaret). Fu il primo
inoltre che fece crocifiggere dei soldati sul luogo
stesso dove aveano commesse delle violenze contro
gli abitanti delle provincie in cui stanziavano.
Dalle stesse fonti sappiamo che egli esercitò prin­

191

cipalmente i soldati a lanciare freccie e come i con­
tingenti locali gli davano una numerosa cavalleria, si
giudica che questa principalmente nel tiro delle frec­
cie esercitasse.
La Siria si conservò sempre un paese ostile ai Ro­
mani. Oggi che il tempo spense le antiche ire, ragio­
niamo della civiltà greco-romana come un tutto omo­
geneo quasi che Greci e Romani fossero fratelli. Non
possediamo invero grandi documenti che ci illumi­
nino su questo proposito, ma quelli che esistono sono
sufficienti per affermare il profondo antagonismo che
fra Greci e Romani esisteva. Presso a poco in questo
tempo esso si iniziava pure nel cristianesimo e se la
Chiesa Siriaca divenne Greca senza gravi lotte, vee­
menti furon gli attriti quando da Greca divenne La­
tina.
Molti eminenti personaggi considerati oggi reprobi
ed anatemizzati, non ebbero altra colpa che di vo­
lere conservata la supremazia della Chiesa Greca
ovvero di averla voluta surrogare con la Latina. Il
trasporto della capitale da Roma a Costantinopoli fu
una delle risultanze della lotta e lo schisma della
Chiesa d’Oriente si può considerare un effetto del pro­
fondo dissidio, la di cui ultima eco risuona pure
oggidì.
Tanto l’impero parthico che la Siria aveano per
così dire una medesima origine, poiché furono egual­
mente colonizzate da Greci con le conquiste di Ales­
sandro e le dinastie, gli ordinamenti e le municipa­
lità vi aveano perpetuata la civiltà greca. Quando i
Giudei parteggiavano per i Parthi, non era un senti­

192

mento ristretto alla loro razza, essi non faceano che
partecipare ai sentimenti comuni di tu tta la Siria.
Per questo i Parthi mirarono replicatamente ad
averla, e così spiegasi la grande facilità con la quale
più volte riuscirono ad occuparla.
Se l’uno dei belligeranti studiavasi sfruttare la pro­
pensione delle popolazioni in suo favore, l’altro, i
Romani, mestavano a piene mani nei torbidi che di­
laniavano la Parthia e quando Avidio Cassio intra­
prese la difesa della Siria contro Vologese IH, le arm i
e gli ordimenti da ambe la parti camminavano di
fronte.
Avidio si tenne dapprima sulla difensiva, imitando
i procedimenti di Ventidio Basso, legato di M. Anto­
nio il triunviro, e Vologese andò ad attaccarlo. Tutti
i vantaggi della guerra difensiva erano così perduti
per i Parthi, i quali costretti ad espugnare un punto
fisso e riparato non poteano più usare la consueta
tattica. Le legioni romane in un combattimento ad
arm a bianca erano incontestabilmente superiori ad
ogni altra truppa, ed i Parthi obbligati di lottare
corpo a corpo ebbero il disotto e furono respinti.
Dalle parole di Dione si deve giudicare che Avidio
non prese l’offensiva dopo questo primo successo, ma
lasciò trascorrere qualche tempo nel quale si mani­
festò del malcontento fra i Parthi contro il loro re,
al punto che i principi vassalli, l’abbandonarono,
laonde ridotto solo o con pochi, dovette ritirarsi.
Allora Avidio Cassio l’insegui e senz’altri fatti d’armi
la Siria fu liberata dalle armi parthiche. L. Vero,
lieto delle vittorie del suo legato, scrisse a Roma ma­

193

gnificando l’opera propria ed ottenne onori, attri­
buti e titoli, i quali però il Senato indistintamente
diede tanto all’ uno che all’ altro imperatore.
Avidio divenuto generale superiore di quella guerra,
stabilì di invadere la Parthia. La via da lui tenuta
apparisce pressoché la stessa ideata da Crasso, cioè
partì medesimamente da Zeugma, poi si tenne più
dappresso al corso dell’ Eufrate e raggiunse Niceforio quindi non discostandosi troppo dal fiume arrivò
a Babilonia.
In tu tta questa lunga marcia pare vi sia stato un
solo combattimento non lungi da Sura sull’ Eufrate,
ma si comprende che le interne discordie per le quali
Vologese fu abbandonato, mantenevano l'esercito par­
thico in tristi condizioni.
La quasi nessuna menzione che di questa batta­
glia vien fatta, proverebbe che debole o nulla fu la
lotta contro gli invasori.
Entrato in Babilonia, Avidio Cassio ripetè la mar­
cia di Trajano e si presentò dinanzi Seleucia.
Questa città, nel mezzo secolo circa di pace che
avea avuta dopo le terribili rappresaglie di Euricio
Claro legato di Trajano, pare fosse ridivenuta un
centro importante. Non è meraviglia quindi se rifiutò
di accogliere i Romani, i quali sì tristi ricordanze
aveano lasciato; Avidio la strinse d’assedio, l’espugnò
ed al pari del legato di Trajano la diede alle fiamme.
Poscia il generale Romano traversò il Tigri e prese
possesso di Ctesifonte. Non pare che questa città ab­
bia fatto resistenza, nondimeno i tempj, la reggia,
e forse anche le private abitazioni furono saccheg­

194

giate; anzi la dimora degli arsacidi venne smantel­
lata fino al suolo; così Dione G. Capitolino, Eutropio,
Amm. Marcellino, ed Orosio. I Romani raccolsero un
immenso bottino, ma non ancora contenti si spinsero
nella Media; laonde il Senato Romano ebbe occasione
di impartire all’imperatore oltre i titoli di Armenico
e di Parthico anche quello di Medicus.
I Parthi pareano scomparsi, i loro nemici non tro­
vavano più resistenza, il paese era libero ed i vinci­
tori non ebbero altra briga che di mantenerlo in
loro mano.
Quando un improvviso avvenimento venne a scon­
certare i disegni dei Romani. Gli scrittori antichi at­
tribuiscono il fatto ad opera sopranaturale e forse
non fu il caso soltanto che venne a turbare le con­
quiste romane.
Nonostante le vittorie, le marcie dei Romani nei
deserti della Mesopotamia, le comparse della caval­
leria parthica dove il nemico era debole e le faticose
vigilanze per tenerla lontana, e le sofferenze per la
fame, notate da Dione aveano grandemente indeboliti
i soldati di Avidio Cassio. Dal digiuno e dagli stenti
passati all’abbondanza ed alla crapula per la presa
ed il saccheggio delle due principali città della Par­
thia, si manifestarono fiere malattie che degenera­
rono in una terribile pestilenza.
Questi appariscono i motivi plausibili del fatto, ma
forse la peste scatenatasi in quelle regioni dai sot­
terranei del tempio di Apollo in Seleucia, di cui ra­
gionano gli antichi scrittori, significa un male espres­
samente importato come vendetta dei vinti, nè la
storia sarebbe senza esempi di atti simili.

195

Abitanti e soldati morirono a centinaia di migliaia.
Avidio inseguito dai Parthi si ritirò in Siria, dove i
resti dell’esercito romano portarono l’infezione. Non
basta: L. Vero essendo ritornato a Roma, il suo se­
guito diffuse la pestilenza in tutte le regioni da lui
traversate e fece indicibili stragi in Italia, donde si
«stese per l’impero romano, andò al Reno, si sparse
fra i Germani e giunse fino alle spiaggie dell’Atlan­
tico.
L’occupazione della Parthia così costò ai Romani
un numero indicibile di vittime.
Come è ovvio lo imaginare, vi fu un periodo di
esaurimento generale, la guerra nella Parthia cessò,
ma parecchie provincie rimasero in possesso dei Ro­
mani.
Gli scrittori antichi non hanno particolari su que­
sto proposito, quindi ignoriamo quanta porzione della
Parthia passasse ai Romani. I sistemi municipali che
fiorivano in tutte le regioni conquistate dai Greci
non rendeano necessaria per gli umani consorzi la
dominazione dello Stato, la cui azione talvolta si
limitava alla prelevazione di un tributo, quindi gli
scrittori greco-latini non avranno forse neppure sa­
puto dove giungessero in quel tempo gli instabili ed
effimeri confini dei Romani. Ad ogni modo una do­
minazione romana in tutta od in parte della Meso­
potamia giudicasi certa, essendo giunte fino a noi
delle monete di città mesopotamiche le quali hanno
da una parte l’impronta municipale e dall’altra la
effigie di un imperatore romano.
Il centro 'della Mesopotamia non pare fosse mai

195

soggetto ai Romani, in primo luogo perchè non ab­
biamo monete che lo indichino; poi perchè ai tempi
di Severo Hatra era unita alla Parthia con un re
vassallo, nè vi è il minimo accenno che neppure tempórariamente fosse al dominio Romano sottoposta.
Avidio Cassio fu creato prefetto dell’Asia, e gonfio
delle vittorie vojle proclamarsi imperatore. Marco
Aurelio, essendo già morto Vero, si affrettò verso la
Siria ed Avidio insieme al figlio pagarono con la vita
le ambiziose mire. Vologese III volea cogliere questa
felice occasione per muovere guerra ai Romani, ma
sia che la prontezza di M. Aurelio nel reprimere la
ribellione di Avidio Cassio lo rendesse riguardoso;
sia che per interni dissidi non potesse raccogliere
forze sufficienti, la pace fra Romani e Parthi non fu
interrotta durante il rimanente regno di questo Ar­
sacide che durò fino verso il 190 della nostra era,
quando già M. Aurelio era morto e da 10 anni circa
imperava sul mondo romano il di lui figlio Aurelio
Commodo.

Capitolo IX.

Le spedizioni di Settimio Severo
contro i Parthi.
(Anni 191-202 era mod.).

A Vologese III successe nel dilaniato regno dei
Parthi Volagese IV, ventinovesimo Arsacide, proba­
bilmente figlio dell’antecessore.
Quando ascese al trono sembra vivesse ancora l’im­
peratore Commodo, il quale immerso in ogni vizio
non poneva mente a ciò che nella Parthia avveniva.
"Ucciso costui nella notte del 31 dicembre del 192 dai
suoi stessi famigliari con esultanza di tutti, come af­
ferma Mario Massimo da Elio Lampridio citato, che
riporta le lunghe imprecazioni del Senato, gli successe
P. Elvio Pertinace. Coloro i quali si occupano di or­
dinamenti sociali, dovrebbero fare oggetto di studi la
carriera politico-militare amministrativa percorsa da
Pertinace, come quella che non solo illumina un’epoca,
ma dimostra la gerarchia governativa di un tempo
nel quale il dissolvimento della Roma imperiale era
già innanzi.

198

In un altro mio lavoro intorno la dominazione ro­
mana sugli Ebrei, dissi che le costituzioni della città
sovrana erano così ordinate che Roma prendea degli
schiavi e restituiva dei cittadini. Nel caso di Perti­
nace si può quasi dire che Roma prese uno schiavo
e lo restituì imperatore. Infatti egli era figlio di uno
schiavo emancipato chiamato Helvio Successo, mer­
cante di legname e fabbricante di carbone, di una più.
che modesta fortuna. Il padrone di suo padre, m utato
in patrono dopo la emancipazione, era Lollio Avito.
Nacque Pertinace, secondo Dione, in Alba Pompeja,
colonia della Liguria : seguì nella fanciullezza il me­
stiere paterno, poi divenne maestro elementare, quindi
col mezzo del patrono di suo padre entrò nell’ eser­
cito e fu nominato centurione, grado che durante
l’imperio avea subite parecchie modificazioni, larga­
mente discusse e controverse da moderni autori, nelle
quali mi guarderò d'entrare, limitandomi alla affer­
mazione che era una specie di primo passo, della car­
riera militare superiore.
Da questo salì per altri 18 gradi gerarchici di carat­
tere diverso fino a che ne raggiunse un diciannove­
simo, quello di imperatore.
Dalle promozioni di Pertinace, comuni in diversi stadii a molti, perchè trattavasi di ordinamenti ormai es­
senziali dell’impero, si comprende d’onde abbia preso
la Chiesa romana le sue costituzioni. E quando oggidì
gli Stati Uniti d’ America vantano i loro presidenti
saliti dalle più umili condizioni e pretendono di far
cosa nuova nelle vie democratiche, si scorge come
qnel popolo non faccia che imitare i nostri avi.

199

L’assunzione di Pertinace all’impero, vale a dire di
un guerriero i cui primi onori gli pervennero nelle
guerre contro la Parthia, per essersi in esse grande­
mente distinto, non avea certo un significato rassi­
curante per quel paese. Se non che Pertinace non
imperò che dal gennaio al marzo del 192 della no­
stra èra, ucciso dai soldati, avendo già sfuggita poco
tempo prima un’altra congiura.
Uomo giusto e probo, volea riformare lo Stato e
sopratutto frenare la licenza dei soldati. Dopo la sua
morte fuwi gara fra Sulpiciano prefetto di Roma e
M. Didio Salvio Giuliano per ottenere l’ impero, dai
soldati posto ad asta pubblica ; essi lo diedero al mag­
gior offerente che fu Giuliano, ma intanto le legioni
di Pannonia e dell’Illirico aveano proclamato impe­
ratore Settimio Severo, quelle d'Oriente Niger Pescennio e le altre della Bretagna e della Gallia, Al­
bino. Non andò guari che Giuliano fu ucciso a Roma
e Severo e Niger si apparecchiarono alla guerra.
C. Pescennio Niger era figlio di un centurione giunto
a più elevati gradi con l’esercizio della milizia. L’a­
tleta Narciso favorito di Commodo, ne avea fatto un
console ed un governatore della Siria, dove si fece
proclamare imperatore sperando, forse nell’aiuto della
prossima Parthia.
Non si può dire che Vologese IV parteggiasse per
nessuno, ma essendo Niger il più vicino ed il più de­
bole, permise, secondo Erodiano, che i principi ed i
re vassalli lo aiutassero. Si scorge essere stato ob­
biettivo principale dei Parthi approfittare delle con­
tese dei Romani per riavere la parte della Mesopo­
tamia da Avidio Cassio loro tolta.

200

Cotesto paese ben presto fu in piena rivolta, i di­
staccamenti romani e le guarnigioni furono uccise, ad
eccezione di quella parte che giunse a riparare in
Nisibi, il quartiere generale delle truppe di occupa­
zione. La cavalleria parthica con grande rapidità
avea corso e riconquistato tutto il paese, ma si ar­
restò dinanzi alle fortificazioni di Nisibi. I Parthi erano
noti per la loro incapacità di espugnare città e molto
meno poteano riuscire le truppe che aveano tolta la
Mesopotamia ai Romani, gente raccolta da principi
viciniori sottoposti all’autorità degli Arsacidi, poiché
Vologese, sebbene da quanto si può argomentare,
avesse un esercito pronto ad entrare in guerra, non
occupò egli stesso la Mesopotamia nè tentò l’espugna­
zione di Nisibi. Il riserbo del re sarebbe inesplicabile,
se la presenza di un fratello di Vologese nel campo
romano nella seconda spedizione di Severo contro la
Parthia, non spiegasse lo stato delle cose. Laonde
scorgasi l’esistenza di gravi attriti nella famiglia stessa
degli Arsacidi e come una delle parti volesse giovarsi
di Roma. Per la qual cosa Vologese non volea dare
aperto motivo di guerra e si limitava di porgere sotto
mano aiuto ai principi vassalli perchè essi e non lui
combattessero i Romani. Era infine il medesimo si­
stema adottato per soccorrere C. Pescennio Niger.
Settimio Severo era, secondo Spartiano, nativo di
Leptis presso Tripoli e fu l’unico imperatore africano.
Non cominciò la sua carriera con le arm i; di fami­
glia equestre andò a Roma per far fortuna e fu creato
Pretore da M. Aurelio, quindi per diversi gradi giunse
ad essere Legato della Pannonia e dell'illirico, le cui

201

legioni, come ài disse, lo proclamarono imperatore
alla morte di Pertinace.
La situazione di Settimio Severo sembrava più le­
gale, poiché avendo egli già occupata Roma, era stato
proclamato capo deH’impero dal Senato. Se però la
fortuna lo avesse abbandonato, il Senato stesso non
avrebbe esitato a dichiarare nemico della patria il
vinto, proclamando Augusto ed Ottimo il vincitore.
La sorte delle armi fu contraria a Niger il quale
sbarbagliato in tre scontri perdette la vita e Severo
rimase il migliore.
Gli avventurieri creati imperatori romani dagli
eserciti, non si sostenevano che con gli eserciti, i
quali doveano di continuo occupare con nuove im­
prese, laonde sarà anche vero ciò che afferma Dione
che Severo guerreggiò i Parthi per sete di gloria,
ovvero quanto scrive Spartiano che volle intrapren­
dere la guerra parthica senza alcuna necessità, ma
la gloria era una necessità, una condizione di esi­
stenza per non essere soprafatti da altri avventu­
rieri alla lor volta dai rispettivi eserciti proclamati
imperatori. Era impossibile inoltre che un guerriero
divenuto capo dello Stato romano si lasciasse quieta­
mente togliere una regione come l’alta Mesopotamia
con grandi fatiche e difficoltà di ogni genere conqui­
stata dagli imperatori che l’aveano preceduto.
Severo pertanto prima ancora che fosse del tutto
terminata la guerra contro i seguaci di Pescenio Ni­
ger, nella primavera del 195, mosse l’esercito per
ricuperare la Mesopotamia dai Romani perduta all’infuori di Nisibi.

203

Si comprende dai contesti storici che egli affrettò
le marcie per la via più diretta traversando parte
dei deserti mesopotamici. Dione narra che l’esercito
sofferse assai per la sete e corse gravi pericoli, e
che l’imperatore dovette dare l’esempio di bere un
acqua putrida fortunatamente trovata, ma sì ribut­
tante che i soldati malgrado la sete, rifiutavano.
Nella Mesopotamia non vi era un esercito parthico
propriamente detto e le forze dei principi ai Parthi
vasalli si ritirarono, perciò Severo ricuperò il paese
perduto senza resistenza degli avversari. Anzi l’im­
peratore non andò in persona a questa impresa, ma
fece sosta a Nisibi mandandovi i suoi legati Leto Can­
dido e Laterno o Literno e non Laterano come tro­
vasi in qualche testo. La gens Literia era una fa­
miglia romana, di cui però trovasi una sola men­
zione nel corpo delle iscrizioni latine (X. 5737).
La resistenza dei Romani a Nisibi fu di una im­
portanza capitale e la soddisfazione di Severo si ma­
nifestò alla stessa città cui furono impartite dignità
ed onori. Ed in effetto le monete di Nisibi di quel tempo
portano la scritta KOAQNIA MHTPOIIOAI2.
Compiuta la rioccupazione dell’alta Mesopotamia e
ritornato l’esercito in Nisibi, Severo lo divise nuova­
mente in tre parti, come afferma Dione, dandone il
comando a Leto, ad Anulino e Probo un genero di
Severo. Questi tre corpi di esercito entrarono nella
Adiabene come aveano fatto Traiano ed Avidio Cassio,
trovarono molta resistenza, ma riuscirono ad occupare
il paese. Erano però occupazioni precarie e conquiste
effimere, per la grande audacia e la potenzialità della

203

cavalleria parthica. Mentre i Romani si stimavano
sicuri delia dominazione di una di quelle regioni, essa
era continuamente corsa dalla cavalleria nemica e
dove i conquistatori si mostravano deboli o dispersi
piombava su di loro e spesso nessuno potea tornare per
darne la trista novella. Un aneddoto raccontato da
Dione dimostra fino a qual punto giungeano gli ar­
dimenti di cotesti cavalieri. Un Claudio, che lo storico
chiama ladrone per avere saccheggiata la Siria e la
Palestina, ed evidentemente comandava un corpo di
cavalieri parthici penetrati al di là dell’Eufrate, mar­
ciò un dì verso Severo che si avanzava con l’esercito,
ed incontratolo si presentò all’imperatore, lo baciò
come era l’uso dei capi che gli conduceano truppe
per unirsi a lui e si mescolò col suo seguito, quindi
da quanto si può comprendere se ne fuggi, poiché
scrive Dione non fu preso nè allora nè dopo. Severo
lo avea creduto un tribuno di milizie alleate, e non
immaginando mai tanto ardire, lo accolse senza so­
spetto. (1)
(1) Esaminando attentam ente la tattica dei P arth i, ai può
stabilire che combatteano su di una sola fila; così i Romani,
eccettuata forse la cavalleria di Pompeo a Pharsaglia, ma non
quella di Cesare. Nel tempo antico la cavalleria si schierava
su di una gola riga e continuò durante il medio evo ; dietro
i cavalieri vi erano gli scudieri e gli attendenti, ma nessun
altro cavaliere. Quando abbia cessato propriamente tale sistema,
si ig n o ra, probabilmente col finire delle truppe feudali.
La Noue, scrive che la cavalleria francese combattè su di
una sola riga fino al tempo di Enrico 11. L'ordinam ento su
due o tre righe o più, sem bra fatto col medesimo intento cui
era diretta la formazione delta falange greca, i secondi, i terzi.

204

L’esercito dei Parthi comandato da Vologese essen­
dosi mantenuto lontano, come già si è indicato, dal
teatro della guerra, ed i Romani avendo rioccupato
g li aitim i infine poneano i primi nella necessità di rimanere
saldi contro il nemico. Cessate le truppe feudali e venute le
mercenarie, pare fosse necessario il sistema delle più file per­
chè le prime non tornassero addietro. Fino a che le cavallerie
percorrono un terreno piano può stare, ma per poco sianvi
degli ostacoli, solo la prima riga li sorpassa, le seconde e le
terze non vedendo l'ostacolo non vi si possono preparare e
nella massima parte dei casi i cavalli si rifiutano.
Quando l'educazione, lo spirito di corpo, il punto di onore,
il patriottismo, la devozione ed altri ideali diedero nuovi indi­
rizzi alla combattività umana, surrogando la paga dei mer­
cenari, come motivo di servizio, la riga unica per la cavalleria
nelle battaglie ricomparve. La cavalleria di Sobieski nel <683
liberò Vienna essendo ordinata in una sola riga.
Già alla fine delle guerre del primo impero francese la ve­
diamo propugnata da W ellington; a Lipsia gli alleati contro
Napoleone, vinsero con la cavalleria in una sola rig a; i Co­
sacchi da tempi remoti, forse parthici, tengono una sola riga ;
nel 1831 a Grakovo la fanteria polacca fu vinta da un reg­
gim ento del quale era rimasta solo la prima riga, perchè i ca­
valli della seconda si erano rifiutati, al solito, di superare un
grosso ostacolo da loro non visto a tempo in causa della prima
riga che lo copriva; nel 1853 era raccomandata negli Stati
U niti la formazione della cavalleria in una sola riga.
Con la moderna tattica per la quale si ritoi-na ai sistemi
parthici, una sola riga diviene necessaria, specialmente ar­
mando le cavallerie di arm i da fuoco per farne uso a cavallo*
come già hanno americani e russi, ed a ltri popoli vanno imi­
tando. Anche la Francò Militaire in una serie di massime
per la cavalleria, proclama l'abolizione della seconda riga; da
ciò ne viene una diversa formazione tattica per le offese della
cavalleria, la quale formazione è oggetto di odierne discus­
sioni e di studi fra i tecnici ed i dotti in arte militare.

SOS.

il paese, Severo giudicò prima di procedere oltre nella
guerra parthica di assicurarsi il tranquillo possesso
dell’impero e combattere un antagonista che dap.
prima con dignità ed onori avea blandito. Questi era
un Affricano corregionario quindi di Severo, conosciuto
nella storia per Albino Clodio, il di cui nome com­
pleto però era Dècimo Clodio Ceionio Settimio Albino.
Costui fu uno dei tanti generali di quell’epoca che
brigarono l’impero. Avea già una rinomanza militare
quando Avidio Cassio si fece proclamare imperatore,
e dobbiamo credere a M. Aurelio, il quale affermò
doversi ad Albino se le legioni di Bithinia non si uni­
rono nel rivolgimento a quelle di Siria. Commodo gli
offri il titolo di Cesare, ma lo rifiutò e si mantenne
nel comando delle legioni di Bretagna, quantunque lo
stesso imperatore avesse inviato a surrogarlo Junio
Severo; una specie di destituzione per avere Albino
dichiarato ai soldati essere ormai tempo di rimettere
il Senato nell’antica dignità e potenza. 11 Senato si
compiacque assai di tale dichiarazione ed in altri pe­
riodi avrebbe giovato, ma ormai era un corpo nullo
ridotto a seguire perpetuamente i voleri della camera
imperiale. Si mette in dubbio se Albino fosse uno degli
autori della congiura contro Pertinace quantunque
la biografia di Giulio Capitolino cominci così : « In

eodemque tempore post Pertinacem, qui autore Al­
bino, inìeremptus est, etc. » Egli era un amico di
Settimio Severo e parea si potessero accordare nel
tenere in due l’impero, poiché questi rinnovò ad Al­
bino l’offerta già fattagli da Commodo di esser Cesare
e l’accettò, anzi nell’anno 194 furono insieme consoli.

>06

Severo però dopo aver vinto C. Pescennio Niger, male
comportava la divisione del potere e si parti dalla
Mesopotamia per andare nelle Gallìe a combattere
Albino. Ambedue aveano un potente esercito che si
fa ascendere a 150.000 uomini da ciascuna parte; lo
scontro avvenne presso Lugduno (Lyone). Dapprima
rimase vincitore Albino, poi la vittoria si dichiarò per
Severo. Clodio Albino perì e la sua famiglia fu di­
strutta, come già era avvenuto di quella di Niger.
In quella battaglia dalla parte di Severo vi era Leto
con un corpo d’esercito. Leto, da quanto si può de­
sumere, era alla sua volta un segreto aspirante al­
l’impero e perciò tenne inattivi i suoi soldati fino a
che la vittoria fosse decisa e come vide vincitore Se­
vero, compì (scrive Dione) la disfatta dei nemici. Però,
tale condotta avendone rivelati i sentimenti, fu ca­
gione della sua morte. Le storie di Erodiano dicono
che Leto entrò in battaglia quando corse voce della
morte di Severo e perciò quale traditore fu ucciso;
senonchè in questo autore difetta talvolta l’esattezza.
Mentre Severo era così impegnato in una lotta di
esistenza, i Romani avevano nuovamente perduti i
loro possessi nella Parthia, non solo, ma la cavalleria
varcato l’Eufrate depredava la Siria. La sola Nisibe
era rimasta romana. Uno dei fatti più meravigliosi e
più strani nella storia è che un paese invaso molte
volte, conquistato parecchie altre, non fosse mai do­
mato 'perchè una cavalleria provveduta di un’arma
offensiva riusciva tanto forte da vincere gli stessi vin­
citori. Le legioni non poteano fare affidamento che
in una grande superiorità numerica, accompagnata

S07

da speciali circostanze per ricominciare le fatiche di
una conquista nuova, come se le antecedenti non fos­
sero mai avvenute.
Severo nel 197, l’anno stesso che vinse Albino a
Lugduno, si affrettò di inviare soccorsi a Nisibe e vi
mandò Leto, forse coll’ intento di allontanarlo, ed im­
pedirgli gli ordimenti di cui stimava fosse il capo.
Prima della fine dell’anno Severo portò l’esercito
nella Siria e nel 198 intraprese nuovamente la guerra
parthica. Le truppe che egli comandava erano molte
e lo si giudica dalle divisioni di esse fatte, e dal nu­
mero da lui condotto, nelle Gallie contro Albino, che
sommavano come si disse a 150 mila uomini. Secondo
ogni probabilità Severo marciò contro i Parthi con
oltre 200 mila uomini ; nè basta, poiché stava presso
di lui un Artabano fratello dello stesso Vologese re
dei Parthi, quindi oltre alle proprie forze contava su
di un partito nella stessa Parthia di cui questo Arta­
bano era il capo.
I Romani nella nuova spedizione tennero in parte
la via di M. Antonio all’oggetto di assicurarsi della
Armenia e dell’Osrhoenia la cui capitale Edessa era
sede degli Abgari o re di quella regione, come già si
ebbe a dire più sopra. Il re di Armenia, che era pure
un Vologese, si apparecchiava a guerreggiare, ma
forse dissuaso dalle ingenti forze di cui disponeva
Severo, chiese pace e l’ottenne rimanendo ancora re,
nel qual fatto si vedrebbe l’azione dell’Artabano che
accompagnava Severo, affinchè il re di Armenia ap­
poggiasse le aspirazioni al trono del pretendente. Più
completa ed incondizionata fu l’adesione delI’Abgaro
di Edessa, il quale egualmente rimase nel principato.

308
Severo dopo la spedizione di Armenia,, seguì le orme
di Trajano e lo imitò pure nella costruzione di una
flottiglia sul Tigri. L ’esercito dei Parthi condotto da
Vologese si ritirava dinanzi ai Romani evitando bat­
taglie, forse per il numero inferiore delle sue truppe
e per la presenza di Artabano nel campo nemico,
per la quale poteva essere dubbia la fedeltà dei
grandi vassalli, che avevano già abbandonato il suo
predecessore quando guerreggiava Avidio Cassio. I
continui rivolgimenti e le lotte dinastiche in gran
parte suscitate dalla politica romana e le frequenti
guerre rendevano molto incerta e precaria la suddi­
tanza dei grandi vassalli sottoposti alla Parthia. Essi
da parecchio tempo avevano iniziato una strategia
per loro conto, favorendo questo o quel pretendente
o parteggiando per i Romani o per gli Arsaciti se­
condo l’utilità che ne potevano ritrarre. Fu in tal
modo e per simili ordimenti che il regno parthico
scomparve.
Severo per il ritirarsi dei Parthi potè invadere le
regioni già conquistate da Trajano e seguendone i
metodi anche sull’Eufrate occupò Babilonia. Di là si
mosse verso Ctesifonte dove campeggiava Vologese,
ma aH’avvicinarsi dei Romani continuò la ritirata,
molestando però il nemico, come risulta dalle condi­
zioni dell’esercito romano descritte da Spartiano.
Ctesifonte fu investita e presa. Sembra che i Ro­
mani abbiano dato l ’assalto alla città non per la re­
sistenza che offriva, ma per passare al saccheggio,
al massacro degli abitanti e condurre in ischiavitii
le donne ed i fanciulli il cui numero Dione fa ascen-

209

dere a centomila. Non è attendibile la notizia di
Erodiano che Vologese siasi lasciato sorprendere a
Ctesifonte, fuggendo con difficoltà, accompagnato da
pochi cavalieri. Il contesto storico e gli avvéniménti
posteriori negano tale notizia. Se i Parthi fossero Stati
vinti al punto di non lasciare al re che pochi cava­
lieri, nulla più vietava a Severo di rimanere a Cte­
sifonte mezza distrutta. La stimata fuga fu la consueta
tattica dei Parthi quando combatteano un nemico
superiore di forze, ritirarsi cioè e molestarlo evitando
battaglia. Un esercito intatto di una grande mobilità
come era la cavalleria parthica, che continuamente
minacci ed improvvisamente offenda, costituisce in
ultima analisi una forza straordinaria che può aver
ragione dei più grandi e più potenti eserciti, come
infatti avvenne.
Severo avea imitato Trajano, ma gli anni trascorsi
dall’ uno all’altro conquistatore, in luogo di rendere
più facile l’occupazione, l’aveano fatta più difficile.
Non basta leggere gli autori greco-latini su questo
ed altri punti della lotta fra Romani e Parthi, per
darne un sunto; importa, direi, meditarli ed estrarne
il vero che essi nascondono troppo spesso a vantag­
gio dei Romani. Il terreno è arduo, l’errare facile,
però havvi una guida che tiene dell’ infallibile e sono,
al solito, gli avvenimenti posteriQri. Se Trajano, se
Severo dovettero ritirarsi con l’esercito da Ctesifonte,
significa che nonostante i grandi mezzi di cui poteano
disporre, le condizioni del paese erano tali da non
potervisi mantenere. Supporre che essi fra i migliori
dei 58 imperatori di Roma di cui si compone la serie,

14

210
avessero in animo o di compiere una parvenza o di
limitarsi a semplici scorrerie per effettuare uccisioni
e stragi, non parmi concetto serio.
Si ritirarono perchè il rimanere sotto una continua
minaccia di improvvisi assalti in un paese difficile
ed ostile, era divenuta cosa impossibile. — Spartiano
nella biografia di Settimio Severo spiega un po’ più
di Dione i motivi che indussero Severo alla ritirata.
« I suoi soldati, egli scrive, obbligati a vivere di erbe
« e di radici contrassero gravi malattie. Laonde le
« malattie, la dissenteria, il difetto d’alimenti, e la
« resistenza che opponevano i Parthi (quare quum
« obsistentibus Parthis) nonostante i successi impedi« rono di procedere oltre. » Siccome poi Severo non
solo non procedette oltre, ma tornò addietro, il qual
fatto è incontestabile, così senza tema di errare si
può aggiungere che per tali motivi tornò addietro.
Che la guerra, nonostante i successi, sia stata di­
sastrosa per i Romani, lo prova indirettamente lo
stesso Dione quando narra della morte data da Se­
vero a Giulio Crispo tribuno dei Pretoriani. Costui
recitò pubblicamente un passo di Virgilio, dove il
poeta fa esclamare ad un soldato di Turno, che com­
batteva Enea, parole di grande sconforto. Certamente
Crispo era l’eco dei sentimenti dell’esercito, e si scor­
ge pertanto depressi gli animi anche dei migliori. —
Come potea mancare del necessario l ’ ingente esercito
di Severo se avea flottiglie sul Tigri e sull’ Eufrate,
se teneva in sua mano tutti i punti strategici ed i
centri abitati? Il fatto si spiega in modo ovvio con
l’ indicata resistenza della cavalleria parthica, che

211
impediva lo comunicazioni, intercettava i convogli,
forse offendea anche dalle rive i soldati sulle flotti­
glie ed impediva lo sbarco dei viveri. Inseguita fug­
giva superando i Romani in velocità, in prontezza e
conoscenza dei luoghi, per ritornare inattesa con
vece incessante, da promuovere l’ avvilimento e lo
sconforto negli animi più fermi e più coraggiosi.
Non lo si ripeterà mai abbastanza: i Parthi divisi
da lotte interne, inferiori di numero, con il paese
occupato e vinto, non aveano per difesa che la loro
cavalleria provveduta di un’ arma offensiva a distan­
za e questo fu sufficiente per obbligare la potenza
padrona del mondo con eserciti ingenti comandati
dai più esperti capitani dell’epoca, alla ritirata. Le
prime fanterie del mondo antico furono vinte dalla
cavalleria nelle guerre difensive, ma era una caval­
leria in modo speciale armata ed istruita.
Nè si può contrapporre che ciò avvenne esclusivamente per causa dei luoghi, poiché l’ inseguimento
subito da M. Antonio il triunviro per regioni mon­
tuose coperte di neve, impedite da torrenti e da
fiumi provano il contrario.
Se nel procedere alla occupazione delle provincie
parthiche, Severo seguì le orme di Trajano, lo imitò
pure nella ritirata ed al pari quindi del suo prede­
cessore si trovò dinanzi alla città di Hatra. Questo
avveniva nel 199 della nostra era, e si ripeterono gli
stessi fatti avvenuti nel 116. Gli Hatreni si apparec­
chiarono a resistere a Severo come i loro padri 83
anni prima aveano resistito a Trajano. Perfino i me­
desimi particolari della offesa e della difesa si rin­

21Ì

novarono. La sola diversità fu che Severo intraprese
due volte l’assedio di Hatra e Trajano una sola.
Tenendo conto del racconto di Dione che più esatto
apparisce, e mettendo in seconda linea gli scritti di
Erodiano talvolta di poco valore storico, Severo de­
sioso di superare la fama di Trajano, fece fermare
l’esercito e si accinse all’assedio di Hatra. Apparisce
che al pari degli anni precedenti non i soli Hatreni
concorsero alla difesa, ma vi prese parte la caval­
leria parthica con improvvise comparse e repentini
assalti, mentre gli assedianti erano intenti ad espu­
gnare le mura. Così furono bruciate le macchine di
guerra di Severo, molti soldati vennero uccisi ed un
numero ben maggiore, feriti.
« Per la qual cosa, leggesi in Dione, l’imperatore
« sciolto avendo l’assedio, andò altrove ad accam« parsi ».
Fu in questo intervallo che fece uccidere il suo
legato Leto ed il tribuno dei pretoriani Giulio Crispo
e tali condanne avendo grandemente inasprito l’eser­
cito, Severo negò di aver dato ordini di farli morire.
Niuno ardiva però alzare più la voce per dolersi degli
stenti e dei pericoli, come avea fatto Giulio Crispo, cosi
i lamenti dell’esercito rimasero inascoltati.
Severo non avea dimesso il pensiero di impadro­
nirsi di Hatra e nei nuovi accampamenti stava rac­
cogliendo copia di munizioni di ogni genere e molte
macchine avea fatte costrurre.
Quando tutto fu in ordine, mosse nuovamente l’e­
sercito contro la piccola città. Gli Hatreni non si sgo­
mentarono neppure di questo nuovo assalto. Già dal

213

"tempo che Severo stava apparecchiandosi per un nuovo
assedio, i Parthi conosceano i suoi disegni; le scorre­
rie della loro cavalleria che come al tempo di Traiano
giungeva fino a scagliare freccie nel campo romano,
i prigionieri che giungeano a fare, e forse accordi ed
intelligenze fra gli alleati di Severo, come al tempo
■di Crasso, aveano istruito gli Hatreni, i quali si arma­
vano allo lor volta eccitati dalle felici prove subite.
Quando i Romani si avanzarono, le mura erano mu­
nite di ingegnose macchine che scagliavano sassi e
perfino più freccie alla volta a grande distanza; gli
Hatreni erano inoltre eccellenti arcieri e dagli spalti
tiravano al sicuro sugli assalitori; di più usarono la
nafta accesa che i Romani con l’acqua non poteano
spegnere e la cavalleria munita di questo combustibile giungeva di gran corsa sulle macchine di espu­
gnazione e le incendiava. La novità di questo liquido
acceso, che gli assedia^ lanciavano sulle masse degli
assalitori e gli ardimenti nell’usarlo, sconcertarono
grandemente i Romani. Dall’una e dall’altra parte
l'emulazione era giunta all’estremo e finalmente la
ben nota fermezza e l’ostinazione dei Romani giun­
sero a far cadere un tratto di muro. Qui stimo che
gli scrittori moderni abbiano obliata una condizione
speciale di quella città, poiché le recenti indagini di­
mostrano che Hatra avea due cinte di mura, una
«sterna, un terrapieno sostenuto senza dubbio da
muri e l’altra interna che come si disse era in pietra
viva tramezzata da torri dello spessore di circa tre
metri. Ora stando al testo di Dione si deve giudicare
che i Romani avessero fetta cadere la cinta esterna,

su
ma l’interna fosse ancora intatta. E in effetto Dione
così dice: « Essendo caduto parte del muro esteriore
« tutti i soldati con animo coraggioso voleano ten« tare un assalto contro il muro che ancora rima« neva. »
Non sembra pertanto possano cadere dubbi intorno
a questa condizione di cose.
E’ probabile che la caduta della prima cinta, per
le macerie addossatesi alla seconda, avesse facilitato
il salire e per questo i soldati eccitati dal combat­
timento, volessero tentare la scalata, ma Severo fece
invece suonare a raccolta. I motivi di questo ordine
dato dall'imperatore vengono dagli autori indicati,
dall’ avere egli in animo di appropriarsi le ricchezze
di Hatra, che in caso di espugnazione, per assalto
divenivano bottino dei soldati come in Ctesifonte. Nel
tempio del Sole di Hatra erano appese ricchissime
offerte alla divinità (Toù hxìou avatrjfiata] come usasi
nei santuari dei moderni tempj, e queste, stando agli
autori, volea Severo preservare mediante accordi
con gli Hatreni. Era poi realmente cosa facile impa­
dronirsi della città che conservava ancora una cinta
intatta ? Parrebbe di no e lo si giudica dal fatto che
gli assediati in luogo di venire ad accordi come
avrebbero dovuto fare se il caso era disperato, ap­
prontarono invece nella notte nuove difese.
Trascorso un dì, nè vedendo Severo alcuno che
proponesse la resa della città, ordina l ’ assalto ai
muro che era già stato dagli assediati restaurato, ma
i soldati europei rifiutarono di obbedire.
Fu per sdegno di essere stati impediti il giorno in­

SIS
nanzi, conosciuti avendo i motivi che aveano mosso
Severo ad ordinare la ritirata? Cosi affermano gli
autori. Ovvero avendo esaminata l ’impresa a sangue
freddo la riconobbero troppo ardua? Cosi parrebbe
a chi detti autori ponderatamente legge ed esamina.
In vero, ammessi pure per buoni i motivi che spinsero
Severo ad ordinare il giorno innanzi la ritirata, egli,
il giorno appresso col volere l’ assalto, recedeva dai
suoi propositi e concedeva il bottino alle truppe; quindi
era una specie di vittoria dei soldati sull’imperatore,
vittoria che non avrebbero abbandonata se l’impresa
fosse stata facile.
Venne allora ordinato alle legioni di Siria d’andare
all’ assalto, ma furono respinte con gravissime per­
dite. Dione racconta che mentre questo avveniva,
Severo smanioso si aggirava per il campo, ed uno
dei suoi generali gli si avvicinò offerendogli di pren­
dere la città se gli si davano 500 soldati europei, Se­
vero avrebbe risposto: « dove potrei trovarne tanti? »
Se l’aneddoto sia un trovato per coprire la disfatta
dei Romani, non si può asserire ; questo solo è certo,
che il generale il quale riusci a fare più stabili con­
quiste nella Parthia, fu Avidio Cassio, e vi giunse con
le legioni di Siria, le quali, come è notorio, si componeano principalmente di contingenti locali armati
e condotti alla romana.
A Severo non rimaneva che imitare Traiano anche
in questa parte, e ritirarsi da Hatra, e così fece. In
tal modo la guerra senza accordi e senza trattati,'
ebbe fine.
Moderni autori scrissero che fu una campagna per

316

i Romani molto gloriosa e su di ciò non giova fare
questioni. Ma discutibili sono i vantaggi dai Romani
ottenuti. Si disse che Severo fu chiamato Adiabenico
perchè guadagnò a Roma la estesa e fertile provin­
cia dell’ Adiabene, il cui re, vassallo dei Parthi pagò
tributo, ai Romani. Se la conquista fosse stata reale,
i Romani non avrebbero lasciato quel paese con lo
stesso ordinamento e sopratutto con il medesimo reSe cosi fecero, significa che non poterono altri­
menti, il che dimostra trattarsi di occupazioni pre­
carie come quelle di Babilonia e di Ctesifonte.
Non senza qualche vantaggio riuscì però ai Ro­
mani l’assedio di Hatra, poiché essi appresero l ’ uso
del nuovo combustibile, il quale perfezionato con gli
anni fu lo strumento di guerra conosciuto sotto il
nome di fuoco greco, che tante vittorie, specialmente
navali, procurò agli eredi della Roma imperiale, gli
imperatori di Costantinopoli. (1)
(1) La difesa della cavalleria parthica contro l’invasione
dello sterminato esercito di Settimio Severo può mettersi a
paro con la campagna da essa sostenuta contro di Antonio;
solamente le forze di Severo superavano quelle del Triunviro
ed i Parthi doveano essere molto inferiori ai contraposli ad
Antonio.
La difesa di Hatra fu compiuta con l'identica tattica riu­
scita contro Trajano ed il capo saldo di questa città obbligò
Settimio ad abbandonare le stimate sue conquiste. Dove sa­
rebbe un Hatra in Italia entro la quale un esercito territo­
riale e dei partiti di cavalleria trovassero sicuro asilo? Pa­
recchie località si potrebbero prestare, ma forse nessuna me­
glio di quel tratto di paese che guarda la grande apertura
d’Italia a nord-est.
Il generale Mattei, che lamento troppo presto, scomparso dal­

jn
l'esercito attivo, avea in animo di promuovere il compimento
di un grande campo trincerato attorno Venezia. Abbracciando
il corso del Po e di altri grandi fiumi, che sono molti in quei
luoghi, otteneva uno spazio immenso perfettamente piano, per­
fettamente forte e da poterne con facilità allargarne gli accessi.
Da una parte comanderebbe la posizione di Ferrara, quindi
impossibile ad un neraiéo penetrare nell'Italia peninsulare, senza
prima avere espugnato il campo trincerato dell'estuario Veneto;
da un'altra parte difenderebbe le vaste pianure che conducono
verso l'Austria e dall'opposto lato gioverebbe al sostegno di
Alessandria, Piacenza, Verona, Mantova, se un nemico dai lati
del Tirolo e della Francia valicasse le Alpi. La sua azione sa­
rebbe triplice a guisa di triangolo, con facilità di difendere le
coste dell'Adriatico e ricevere occorrendo rinforzi e vettova­
glie per via di mare e di fluitazioni interne, essendo ancora in
buono stato la stupenda réte di fiumi e di canali navigabili della
defunta repubblica Veneta. Questo esteso tratto di paese ricco
di prodotti erbacei, è suscettibile di mantenere un esercito di
cavalleria, che se un po'di cultura intensiva vi s'immischiasse
la produzione triplicherebbe. Le nuove generazioni non devono
dimenticare che quel punto difeso soltanto da pochi patrioti,
tenne testa per lungo tempo a tutta la potenza austriaca, la
quale vi avea accumulati eserciti sopra eserciti, e solo la fame
e la pestilenza costrinsero alla resa.
Oggi per le nuove armi, quel recinto cosi come era non giove­
rebbe più, ma la natura dei luoghi porge facilità di difese, nè po­
tessi creare paese migliore per una potenzialità spiccata sopra
taluni dei più importanti punti strategici del nostro paese. Si
obbietta il disagio economico e la conseguente difficoltà di
compiere concetti estesi. V i ha del vero, ma non è tutto vero,
poiché parmi che oggi l’Italia si possa paragonare ad una
poco accorta famiglia che non si nega mai il superfluo e fa
economie sul necessario, specialmente nel robustare la casa,
senza la quale, dove riparerà la famiglia?

Capitolo X.

La battaglia di Nisibi.
(anni 211-226 era mod.)

Vologese IV re dei Parthi sempre in armi ed in>
offese e mai in battaglia, ricuperò la sua capitale per
la ritirata di Severo avvenuta nel 199 della nostra
era, e regnò altri 9 anni circa. Severo non ebbe più
in pensiero di rinnovare la guerra contro i Parthi
ed alla sua volta fini di vivere due anni dopo Volo­
gese, vale a dire nel febbraio del 211, in York. Gli
successe Bassiano un figlio che ebbe in Lyone dalla
sua seconda moglie Giulia Domna, una divinità dell’e­
terno femminino. I Romani non le furono grati della
procreazione di un figlio, quantunque gran divoto
d’ Isis, poiché fu fra i peggiori imperatori romani
sotto il soprannome di Caracalla. Costui ad otto anni
(196) venne creato Cesare ; a nove pontefice in sopra­
numero ed a 10, Augusto con podestà Tribunizia; il
primo consolato l’ebbe nel 14° anno di età, quando

220

già aveva accompagnato il padre nelle guerre par­
thiche. Caracalla tentò di uccidere il padre, ed as­
sassinò il fratello, Cesare ed Augusto egli pure, fra
le braccia della sua stessa madre.
Secondo Spartiano, Aurelio Vittore, Eutropio ed
Orosio, Caracalla avrebbe sposata la propria madre,
se non che cotesti autori in luogo di madre diconla
matrigna, laonde dimostrandosi male istruiti intorno
il grado di parentela, parrebbe poco lo fossero pure
del fatto.
Dione vissuto in quel tempo ed insignito di un uf­
ficio nello Stato, non parla di tali nozze. Ad ogni
modo rispetto a Caracalla ed a Giulia Domna, l’a­
stuta siriaca, ogni cosa è possibile.
La politica dei Romani contro i Parthi che tanto
noque agli Arsacidi, costituiva una pagina segreta
della camerilla imperiale, ma con Caracalla divenne
palese, menando egli pubblicamente vanto di susci­
tare discordie fra i due fratelli, figli e successori di
Vologese IV, e Dione racconta, che ne scrisse al
Senato.
Manchiamo di documenti storici per conoscere
come avvenisse la guerra intestina fra Vologese ed
Artabano e risulterebbe che regnarono ambedue, co­
nosciuto il primo col nome di Vologese V (XXX* Ar­
sacide) ed Artabano IV (XXXI° Arsacide) l’altro. Ar­
gomentasi regnasse prima Vologese, quindi una grande
guerra abbia avuto luogo, il risultato della quale fu
che Artabano ebbe la supremazia e Vologese ottenne
un posto secondario e subalterno.
Le memorie della giovinezza ed i facili allori al

2 !t

padre impartiti per le sue guerre contro i Parthi,
fecero rivolgere il pensiero di Caracalla alle regioni
che volle di nuovo conquistare, ma con gli spedienti
propri della sua natura.
Un anno dopo che venne assunto al trono, cioè nel
114 circa, egli chiamò alla sua presenza l ’Abgaro di
Edessa o re dell’Osrhoene e questi venuto senza so­
spetto, lo prese ed il suo regno venne confiscato e
ridotto a provincia romana.
Caracalla reso ardito da questo primo successo, seguì
la stessa via con il re di Arinénia. Riesce difficile com­
prendere che un re di un potente paese, amato dai
sudditi, come lo dimostrano gli avvenimenti, e so­
pratutto dopo l ’accaduto all’Abgaro di Edessa, siasi
lasciato prendere al medesimo laccio. Ad ogni modo
così fu, ed a simiglianza del precedente venne impri­
gionato con tutta la famiglia.
Tosto gli Armeni si ribellarono ai legati romani e
si mantennero in armi. Soltanto due anni dopo Ca­
racalla mandò un suo legato per sottometterli, come
racconta Dione, un figlio di uno schiavo, di nome
Theocrito. I meriti di costui consistevano nell'avere
insegnato il ballo a Caracalla, e di essere stato il
damo di un certo Sasotero caporione delle scostuma­
tezze imperiali. Elevato perciò Teocrito ai primi onori,
marciò contro i ribelli, ma fu battuto nel più com­
pleto modo e gli Armeni continuarono ad essere da
Roma indipendenti.
Sempre determinato di muover guerra ai Parthi,
Caracalla cercava un pretesto e già fino dal 214
chiese gli venissero restituiti due individui che aveano

212
lasciati i Romani per rifugiarsi presso i Parthi. L ’uno
era l’Arsacide Teridate fratello di Vologese IV che
accompagnava Severo nella campagna contro i suoi
connazionali, il quale alla morte del padre di Caracalla era ritornato fra i suoi; l’altro era un Siriaco
per nome Antioco compagno di Teridate, che nelle
guerre di Severo giovò i Romani ricevendone molti
compensi. .
In quell’anno avea tuttavia la supremazia nella
Parthia Vologese V ed a questi si rivolse l’impera­
tore per riavere i fuggiaschi. Vologese impegnato in
una disastrosa guerra col fratello, studiavasi di evi­
tare ogni motivo che spingesse Caracalla a movergli
contro gli eserciti e stimò saviezza consegnare i due
fuggiaschi richiestigli. Forse fu quest’atto di inqua­
lificabile debolezza che lo rese inviso ai suoi e diede
il sopravento ad Artabano detto il IV, ed in fatti
l’anno appresso, questi era il solo re dei Parthi.
Con tale restituzione, Caracalla non avea più mo­
tivo di venire alle rotte con i Parthi, e nella sua ir­
requietezza passò a molestare ed uccidere altre genti;
cosi avvenne la proditoria uccisione della gioventù
di Alessandria da lui nel più ferino modo ordita. Ben
presto però nell’animo dell’imperatore, il vecchio pro­
posito di conquistare la Parthia ricomparve, ma prese
una via affatto nuova ed in relazione all’uomo ed
i suoi precedenti.
Due autori contemporanei Erodiano e Dione ra­
gionano del fatto, ma havvi fra loro antinomia. Ca­
racalla per giungere più facilmente ai suoi fini, da
quanto apparisce i medesimi che avea nutriti contro

SS3

l’Abgaro di Edessa e contro il re di Armenia, ricorse
ad un mezzo strano per i tempi e la persona. I Greci
insegnarono ai Romani il disprezzo di qualunque al­
tro popolo, indistintamente chiamato barbaro. Con
la Roma imperiale però, servita anzi direi quasi pos­
seduta da questi barbari, tale sentimento dovea ne­
cessariamente scomparire e bastava che un nativo
di qualunque parte del mondo, si acconciasse alle
foggio romane per essere trattato da eguale dai di­
scendenti delle più antiche famiglie di Roma. In que­
sto si univa quale coefficiente il sentimento demo­
cratico romano che assoggettò all’impero la signora
del mondo.
Inoltre eravi sempre un senso di rispetto nei Ro­
mani stessi verso la gente che sapea loro resistere,
ed i Parthi fispiravano ancora fra il popolo di Ro­
ma un terrore dal quale ne derivava la popolarità
di ogni imperatore che si accingeva a combattei’li,
questo spiega come anche i meno guerrieri volessero
acquistarla.
Se Traiano, se M. Aurelio e Settimio Severo ecc.
voleano vincere con le armi, l’imperatore Caracalla
da par suo ricorse alle frodi.
Egli inviò un’ambasceria ad Artabano IV, con la
quale chiese per moglie una figlia di cotesto re. I
due autori contemporanei Erodiano e Dione vanno
d’accordo su di un punto solo, vale a dire che Ca­
racalla fece la domanda per ingannare i Parthi.
Dione, più conciso, scrive che l’imperatore mosse
guerra ai Parthi sotto pretesto che Artabano ricu­
sava di dargli in moglie una figliola; ma Artabano

224

ben conosceva che mentre Antonino Caracalla chiedea le nozze con parole, in realtà bramava impadro­
nirsi del regno dei Parthi.
Ambendo il cognome di Parthico, scrive Erodiano,
ed acquistar fama di vincitore de’ barbari, Caracalla
macchinò questa trama. Qui lo storico narra una
specie di romanzo, ma che raccoglie tutti i caratteri
della verità, considerati i molti precedenti e gli enormi
delitti da Caracalla commessi. Se Dione in questo ed
altri punti tace o sorvola sulle immanità commesse
dai suoi, avviene probabilmente perchè, quantunque
avverso a Caracalla, essendo un grande ufficiale del­
l’impero, omette i fatti che tornano a disdoro non
del solo imperatore, ma dello Stato. Seguendo Ero­
diano, il re dei Parti rifiutò l'offertagli alleanza, quan­
tunque accompagnata da grandissimi donativi, ma la
figliola, che non capiva in sè stessa dalla bramosia
di impalmare un imperatore romano (e monogamo)
tanto si destreggiò che indusse il padre ad accon­
sentire, e questi, disdetto il primiero rifiuto, diede
la reale sua parola al romano, e lo denominava già
suo genero.
Laonde i Parthi in luogo di apparecchiarsi alla
guerra, si accinsero a fare onore allo sposo, che
in gran pompa e senza opposizione si avanzava. Ca­
racalla infingevasi gratissimo delle liete accoglienze,
e giunse alla reggia di Artabano, che l’autore non
nomina, ma pare quella di Ctesifonte. Quivi, in una
vasta pianura prossima alla città, riboccante di una
moltitudine infinita vestita a festa, Artabano e l’im­
peratore si incontrarono con dimostrazioni grandi

JiS

di amicizia. Quindi, drizzate le tavole, i Parthi de­
posero le armi per banchettare.
Quando i tripudi furono al colmo, Caracalla, inteso
come era con i suoi soldati, diede loro il segnale con­
venuto ed essi immantinenti si scagliarono sui Parthi
e cominciarono un’orrenda carneficina. Lo smarri­
mento fra quella folla disarmata fu indicibile. I Ro­
mani miravano ad impossessarsi di Artabano il quale
a stento fu salvato dalle sue guardie, ma la folla in
massa venne massacrata.
L ’ intenzione di Caracalla era, con l’ordito assas­
sinio, di impossessarsi della Parthia, ma i Parthi ri­
messi dalla sorpresa del proditorio assalto, nei di suc­
cessivi fecero resistenza, per cui leggesi che Caracalla dopo stragi, rapine e catture, si ritirò verso
l’alta Mesopotamia.
Questi avvenimenti, da Dione taciuti, riceverebbero
indiretta conferma da Spartiano, narrando egli che
Caracalla disfece i Satrapi di Artabano oltre Babi­
lonia, il che corrisponderebbe agli asserti di Erodiano.
La ritirata fu da Caracalla effettuata appoggiandosi
al Tigri e giunse ad Arbela (l’attuale Arbil) la stessa
da cui prese erroneamente nome l ’ultima battaglia
fra Dario ed Alessandro, dovendosi piuttosto deno­
minare dal villaggio di Gangamela, il più prossimo
alla località che si verificò essere stato il campo di
quella battaglia. Con i Parthi, Arbela era divenuta
una città sacra alla morte e racchiudea le tombe
degli Arsacidi. Caracalla, con inaudita profanazione
violò quelle tombe esportando le ricchezze che conteneano. Un grido di indignazione echeggiò per tutta
15

216
la Parthia, ed Artabano quantunque per poca fedeltà
dei Satrapi e per intestine discordie debole, divenne
generale di un potente esercito, poiché tutti indistin­
tamente fecero a lui adesione desiosi di vendicare tanti
oltraggi e tanti danni sofferti.
Mentre però Artabano seguiva i Romani bramoso
di azzuffarsi con loro, avvenne un fatto che mutò
gli attori, ma non il dramma che stava per succe­
dere.
Variano i particolari fra Dione, Spartiano ed Ero­
diano, gli autori dai quali desumonsi gli avvenimenti
di quel tempo, ma nell’essenza trovansi d'accordo.
Caracalla era giunto nell’alta Mesopotamia e si appa­
recchiava a combattere. Detestato da tutti, fuori che
dai soldati, le cui passioni adulava e l’avidità con
grossi donativi soddisfacea, temeva di essere ucciso e
chiedea oroscopi dovunque, per sapere quale sarebbe
stata la sua fine e quando sarebbe avvenuta. Tale
manìa dell’ imperatore era un’arma potente per chi
volea disfarsi di nemici o di competitori e bastava
anche dubbiosamente indicare che qualcuno era dagli
oracoli designato a suo successore, perchè immanti­
nente lo facesse morire.
Ora avvenne che avendo Caracalla data incombenza
di fare ricerca d’indovini a Materniano governatore
di Roma, questi con suo messaggio lo avvertì che gli
oracoli indiziavano futuri imperatori Macrino e Diadumene suo figliolo.
Macrino era un Mauritano di bassa estrazione, in
origine forse uno schiavo o figlio di schiavo, che dovea la sua elevazione a Plautiano il favorito di Set­

227

timio Severo, e fortunatamente non involto nella di­
sgrazia del suo patrono.
Caracalla lo avea fatto prefetto del Pretorio, non
per aver egli fama di capitano, ma perchè stimavasi
generalmente dotto in giurisprudenza. Il suo collega
chiamavasi Audenzio, un vecchio militare, ed i due
erano i soli generali comandanti che l’imperatore te­
nesse con l’esercito in Edessa.
La lettera di Materniano che indicava Macrino fu­
turo imperatore, secondo Dione, giunse in Antiochia
a Giulia madre di Caracalla, la quale era incaricata
di dividere le missive, mandando solo le più impor­
tanti all’imperatore. Giulia come yide la lettera di
Materniano avrebbe avvertito Macrino affinchè cu­
rasse la sua vita.
Secondo Erodiano la lettera sarebbe giunta in Edessa
ed all’arrivo del corriere, Caracalla era montato in
cocchio per le corse. Non volendo per gli affari tur­
bare i piaceri, avrebbe dato il pacco delle lettere a
Macrino stesso con l’ingiunzione di riferirgli le cose
importanti.
Macrino, come lesse la lettera di Materniano, si
impaurì grandemente ed inoltre nutrendo egli una
segreta ira contro Caracalla che pubblicamente lo in­
sultava perchè militare incapace, decise di ucciderlo.
La congiura fu tosto ordita e vi entrarono secondo
i tre indicati autori, i primi ufficiali della casa im­
periale. Incaricato della esecuzione fu un Giulio Mar­
ciale capitano delle guardie imperiali, il cui fratello
era stato ucciso da Caracalla.
Ora avvenne che l’imperatore trovandosi per viag­

228

gio, secondo Dione, partito da Edessa alla volta di Carré,
ed in conformità ad Erodiano, in via per visitare il
tempio della luna in Gaza, accompagnato da piccola
scorta, discese da cavallo per un bisogno corporale;
ed anche ir. tale indicazione sono gli autori discordi,.
Marziale gli si avvicinò, trasse un pugnale ed uccise
Caracalla, scrive Erodiano, mentre Dione narra che
venne soltanto ferito. Comunque, l ’imperatore mori
e la scorta, composta di Germani, secondo gli uni,
di Sciti e di Celti, conformemente ad altri, rincorse
Marziale che alla sua volta fu ucciso.
I soldati tumultuavano dolenti della perdita di Ca­
racalla, ma l’uccisore essendo morto, non vi era modo
per saperne di più e Macrino fu dei più espansivi ad
abbracciare piangendo il cadavere di Caracalla e neL
deplorarne la morte. Per alcuni giorni i soldati non
vollero nominare il successore, ma poi Macrino fatte
larghissime promesse, narrate anche da Lampridio
in Diadumene, venne proclamato imperatore e prese
i nomi di M. Opelio Severo Macrino.
In mal punto un leguleio prese la direzione delle
pubbliche faccende, perchè Artabano con potente
esercito si avanzava, risoluto di punire Caracalla, ed
incontrò i Romani nei pressi di Nisibi.
Le stragi ed i danni patiti aveano almeno per il
momento riuniti i Parthi in un solo concetto, perciò
il loro esercito era numeroso, compatto e bene dis­
posto. Il numero dei cavalli e dei camelli era gran­
dissimo, dicono gli autori. L ’uso dei dromedari per la
cavalleria, era già stato dai Parthi iniziato in pre­
cedenti guerre. Si argomenta che vedendo essi l’im­

2*3

portanza della cavalleria leggiera, munita di un'arma
offensiva a distanza, impiegassero il maggior numero
dei loro cavalli nell'aumentare tale cavalleria, come
quella che realmente otteneva i maggiori successi.
Inoltre sembra che i loro cavalli male sopportassero
la grave armatura dei eatafrati divenuta sempre più
pesante, per renderla invulnerabile contro il pilo delle
legioni e la lancia della cavalleria romana ; da ciò il
pensiero di montare dei dromedari sufficientemente
veloci e molto più resistenti al carico. Questa diversità
di usare cioè i camelli per la cavalleria grave ed i
cavalli per la cavalleria leggiera armata di arco e
lreccie, facea maggiormente spiccare la separazione
fra le due armi, e quindi più facili riuscivano i per­
fezionamenti in ambedue.
Vedendosi giungere addosso tanta tempesta, l’impe­
ratore forte in giurisprudenza e poco nelle armi,
tentò di allontanarla inviando una ambascierìa ad
Artabano, annunziandogli la morte di Caracalla e pro­
ponendogli la restituzione dei prigionieri fatti a tra­
dimento da costui, così Erodiano; ma Dione dice in­
vece che con l’ambasceria rimandò i prigionieri.
Artabano non si chetò per questo, ma volea rico­
strutte le città e le castella diroccate dai Romani e
(notisi) chiese la restituzione della parte di Mesopotania occupata dai nemici.
Un imperatore non avrebbe evitata una sollevazione
di soldati, se avesse fatte simili concessioni prima di
tentare la sorte delle armi, laonde Romani e Parthi
si apparecchiarono alla battaglia.
Questa avvenne nell’anno 217 e fu la più grande

230

e la più lunga battaglia che Romani e Parthi ab­
biano combattuta. Durò tre giorni ed in ognuno il
combattimento' fu accanito e feroce.
Artabano mosse l’ esercito ed incontrò i Romani
già in cammino, pronti a combattere. Secondo Dione
i Romani giunsero, a porsi vicino a certe acque, ed il
testo essendo in tal punto manchevole, si ignora quali
acque fossero.
Argomentasi che la mossa dei Romani avesse per
obbiettivo di preservare le spalle od i fianchi dalla
cavalleria nemica, riparando presso località ricoperte
di acque, e non che la pugna venisse accidentalmente
occasionata da coloro che andavano ad attinger acqua,
come taluni fra i moderni scrissero. I servizi del
campo romano li faceano i non combattenti, specialmente quello di attingere acqua; inoltre in tutti gli
autori ragionasi di battaglia avvenuta per proposito
fermo e stabilito da ambe le parti di venire alle mani,
il che esclude un incontro fortuito.
Seguendo la narrazione di Erodiano, si stima che
la vittoria propendesse fino da principio per i Parthi,
ma i Romani giunsero a paralizzarne l’azione con
uno strattagemma. Imitarono cioè i Parthi e finsero
alla loro volta di fuggire, ma nel ritirarsi copersero
il suolo di triboli, i quali sono, come è noto, una palla
con quattro punte poste in modo che gettandola,
una rimane sempre verticale. I cavalleggeri parthici
ed i catafrati montati sui camelli inseguirono i Ro­
mani nella simulata fuga, ma trovati i triboli avvenne
loro un grandissimo danno, specialmente fra i ca­
melli, per essere le loro zampe meno protette di

231
quelle dei cavalli. Se i Parthi saettavano le legioni a
distanza, nè si lasciavano trascinare ad una lotta
corpo a corpo, il vantaggio era per loro, ma se spinti
dalla bramosia del combattere, attendevano a piede
fermo gli avversari, aveano la peggio per la superio­
rità delle legioni in simili combattimenti.
Quando per effetto dei triboli i Parthi venivano
gettati a terra, la loro morte era quasi sicura, non
avendo nè armi, ne uso di combattere a piedi e que­
sto senza dubbio costituiva un grave difetto di quel­
l’esercito, poiché aumentava d’assai la sua vulnera­
bilità.
Se i Romani, per difendersi o per scansare le frec­
cie perdeano l ’ordinanza, una carica di catafrati scom­
pigliava la legione, e così fra vantaggi e danni passò
la prima giornata.
Nella seconda, i due eserciti si incontrarono egual­
mente di buon mattino e continuarono a combattere
fino a notte. I primi ad allontanarsi dal campo di
battaglia pare sieno stati i Parthi, avendo i loro ca­
valli grande bisogno di riposo.
Nel terzo dì, la lotta fu più aspra ed accanita dei
giorni precedenti, ragionando Erodiano di morti e di
feriti a monti che impedivano perfino lo scontrarsi
dei nemici. Sembra che già nel secondo giorno qualche
maggior vantaggio lo avessero i Parthi, poiché leggesi che essi giovandosi non del numero, come scrivono
gli storici greco-romani, che i parthi furono sempre
inferiori di numero ai Romani, ma della grande mo­
bilità, tentarono di circuire l ’esercito imperiale.
Dalla prima battaglia dei Parthi contro i Romani

232

condotti da Crasso erano scorsi 270 anni e la stessa
tattica che giovò nella prima, fu causa di vittoria
nell’ultima. I Romani per non essere circondati este­
sero la loro ordinanza e quando questa per lo spazio
abbracciato iu assottigliata, venne scomposta dalla
cavalleria nemica. Secondo un frammento di Dione
ricomposto dal Fabricio e citato pure dal Rawlinson
fTÌrj to3 M axplvov 4>uytj d9u(irjoin*vot Tjfnij8»joav) (1 ) Màcrino
(1) Roma non apprese, come indica qualche moderno scrit­
tore, dai suoi nemici l'importanza del guerreggiare a cavallo,
poiché la conosceva già, come dimostrò l'autore di questo studio,
ma l'abbandonò poi per uno spirito di eguaglianza male indiriz­
zato. Cromwel invece fece montare a cavallo quanti più potè
dei suoi rivoluzionari, ed ebbe dei successi maravigliosi.
I
Romani che abbandonarono le cavallerie, furono costretti
a'riprendere quelle degli altri, vale a dire quelle dei popoli
vinti, la qual cosa iniziò la importanza dei vinti stessi che
vediamo nei primi secoli dell'era nostra grandissima, non ul­
timo coefficiente della rovina romana.
Tale condizione si ripercosse nelle età posteriori, e se le
cavallerie di Roma furono assoldate dal di fuori, un po' per
volta lo furono anche le fanterie, quindi nel periodo di mag­
gior bisogne, quello della irruzione dei barbari, l'Italia era non
solo senz'armi, ma anche senza capacità di averne. Laonde
riesce verissimo il detto .di un moderno scrittore : € che causa
« efficiente del nostro lungo servaggio fu la mancanza di ahi« lità negli Italiani di combattere a cavallo quando le orde
< nordiche sorpresero la nostra penisola. » 11 metodo di com­
battere dei barbari venuti in Italia, era lo stesso usato dalla
Roma primitiva, cioè di avere la maggiore consistenza degli
eserciti nelle cavallerie, ma i Romani l'aveano abbandonato
da qualche secolo; le loro cavallerie erano di barbari, e que­
sti abbandonarono gli Italiani per unirsi agli altri barbari.
Nel periodo in cni Roma si incontrò con i Parthi, le ca-

>33

fu il primo, stimandosi vinto, a prendere la fuga, e
avendo il capo dato un tale esempio non è maravi­
glia se gli altri lo seguirono. Il solo Dione però di­
chiara la fuga e la sconfìtta di Macrino; dagli altri
vallerie assoldate non eguagliarono mai la grande perizia di
questo popolo nel combattere a cavallo, perciò i Romani quando
assalirono la Parthia, occuparono bensì il paese per le ingenti
forze che vi conduceano, ma realmente non vinsero mai.
Il Denison nella sua storia della cavalleria (trad. D. Bossalino) scrive :
« Nella Parthia il principio di unire la grande portata dei
< proiettili ad una mobilità superiore, raggiunse il suo più
* alto sviluppo e realizzò risultati meravigliosi per un lungo
« periodo di tempo. Il sistema non fu mai nella storia meglio
« compreso, e più efficacemente messo in pratica di quello
« che lo fu presso i Parthi dal finire dell'era antica ai primi
« secoli dell'era ncstra. L ’ uso della cavalleria per avamposti
« pattuglie e partiti di ricognizione era in questo periodo per« fattamente compreso e fondavasi sugli stessi principii dei
« tempi moderni. » Ne si dica che queste sono cose scoperte
dagli studiosi moderni. Le età passate furono sì fattamente
impressionale dalle vittorie dei Parthi che tutti i belligeranti
con alla testa la Roma imperiale adottarono cavallerie di ar­
cieri e progredendo di secolo . in secolo sempre per l'effetto
prodotto dalle guerre parthiche, le troviamo con gli impera­
tori di Costantinopoli, con Belisario, con Narsete, con Carlo
Magno quando nel 800 scese in Italia, con i re di Francia e
di Inghilterra perfino nel tempo in cui erano già in uso le
armi da fuoco. Luigi X II di Francia avea un corpo di arcieri
à cavallo, Carlo V ili che attraversò il nostro paese con 140
cannoni, cosa straordinaria per il tempo, avea una parte della
sua guardia composta di arcieri a cavallo; perfino Gustavo
Adolfo nel 1680, quando già avea migliorate col suo genio le
artiglierie e le armi da fuoco portatili, avea un corpo di ar­
cieri a cavallo. Non si dica pertanto che le età successive ai

- *34

si hanno soltanto confessioni indirette, che però av­
valorano grandemente l’affermazione di Dione. Giulio
Capitolino nelle compendiose sue notizie fa compren­
dere che Macrino fu vinto; solo attribuisce la scon Parthi non misero in pratica gli insegnamenti dei Parthi per­
chè le loro orme si riscontrano fino nell'eià nostra. Siamo
noi moderni che abbiamo posto in oblìo ciò che i nostri avi
ed i nostri padri ricordavano molto bene.
Nè lo dimenticarono gli Americani degli Stati Uniti. Il ge­
nerale Morgan l’improvvisatore delle cavallerie sudiste, com­
pose dei corpi di cavalleria con uomini armati di fucili da
caccia caricati anche a quadrettoni. Questi cavalieri somiglian­
ti ai Parthi, furono assai efficaci. Si avanzavano contro il
nemico sparando le armi e molto spesso coglieano per la grande
loro perizia nell'usarle; quindi o si dileguavano, o se il nemico
per le perdite e per l'attesa dell’urto, non mostravasi più fermo
e compatto, ave» luogo la carica; e siccome altre armi non
aveano, adoperavano il calcio del fucile e nondi rado bastava.
Gli esperti diceano essere diffìcilissimo che un quadrato di fan­
teria riuscisse a resistere ad una tensione d'animo accompagnata
da continue perdite, non sapendo mai se la linea di cavalieri
ancora lontana fosse destinata a far fuoco soltanto ovvero ad
effettuare l’urto.
La France militaire si domanda in un articolo dello scorso
anno, se la cavalleria moderna potrà presentarsi in ordine
sparso e quindi riunirsi in ordine serrato per venire alla ca­
rica. 1 Parthi non faceano in altro modo, quindi, per difficile
possa sembrare, è non solo possibile, ma per rendere meno
micidiali gli effetti delle moderne armi, deve essere fatto così.
Senza andare ai Parthi, i padri degli scrittori della France
militaire esperimentarono gli effetti di questa tattica nella
ritirata di Russia. Quando nella penombra del mesto orizzonte
vedeano le note linee che significavano la presenza di un co­
sacco, ben presto in diversi punti scorgeansi altri i quali sparsi
dapprima si univano in masse lineari e con la lancia abbas-

235

fitta all’abbandono delle legioni rivoltesi al partito di
Vario Eliogabalo, ora, l’abbandono delle legioni av­
venne nel 218 circa un anno dopo cioè, della guerra
parthica. Erodiano non ragiona intorno all’esito della
sala precipitavano a guisa <U valanga sulle stanche linee fran­
cesi. Ed i Cosacchi non aveano allora che la lancia. Oggi
per l'arma di cui furono forniti, possono effettuare a grandi
distanze il tiro a segno su di un quadrato, costretto a rima­
nere tale, per respingere l'urto che da un momento all'altro
potrebbe giungere.
Per ottenere tali obbiettivi di offesa e di difesa, occorre che
le istituzioni militari riescano gradite, simpatiche ad una na­
zione, perciò i soverchi rigori e le pedanterie, possono consi­
derarsi residui di parsati governi che distolgono la gioventù
dalle armi. I giovani consumavano allora le loro energie nei
riposi delle guarnite alcove, o stemperavansi in veglie dinanzi
ad un tappeto verde, lasciando i pochi fiaccare la mente in ste­
rili speculazioni intellettuali. Queste tre categorie di gioventù
sono forse finite in Italia?
Dissi da principio che l'esercito nostro ha una missione
educatrice e più di tutte ha questa missione l'arma della ca­
valleria, che rivolge principalmente le sue domande alla gio­
ventù ricca.Più di tutte le armi ha questa missione, dico, l'arma
della cavalleria perchè esercita il giovine ad una ginnastica
di pericolo quasi al pari del marinaio. Ricordiamoci che vi fu,
un tempo nel quale gl'inglesi erano molto scaduti dalle energie
che li distinguono, e ritemprarono l’animo delle classi educate
col mettere in onore gli esercizi della equitazione e per questo,
sebbene in un isola ebbero i migliori cavalli e furono i più
forti ed i più resistenti cavalieri; laonde oggi nei loro domini,
come diceva Filippo II, non tramonta mai il sole.
Che se riesce arduo far amare ad un ufficiale di fanteria
la sua professione, molto più facile diviene ad un ufficiale di
cavalleria per l'affetto che un po’ alla volta si insinua nel vero
soldato di cavalleria verso i cavalli. Sono dei nobili animali,
così ridotti daU‘uomo è vero ma robustano l'animo dell'uomo.

336

battaglia, ma narra i patti eseguiti da Macrino; e
come un vincitore per frutto della vittoria non su­
bisce patti, nè sgombera paesi, così è forza conclu­
dere per lo stesso Erodiano senz’altre testimonianze
che Macrino fu vinto dai Parthi.

Uno scrittore tedesco, il di cui nome ignoro, perchè scrisse
un opuscolo anonimo, ebbe a dire (come si legge nella nostra
Rivista di Cavalleria) che il cavallo è l'animale più pauroso
della creazione, che il suo temperamento assni sensibile si com­
muove al più lieve movimento dell'aria; un uccello che voli,
un cane che abbaia, una bottiglia che luccichi al sole, è suf­
ficiente per spaventarlo; cosi l'uomo (soggiunge l'anonimo;
famigliarizzandosi col cavallo ne subisce l'influenza.
È difficile in poche linee raccogliere maggiori errori. Le va­
lorose schiere che dalla più alta antichità ebbero a compagno
nei pericoli il cavallo, generosamente da questo affrontati al pari
dell'uomo, protesterebbero contro simili asserzioni. Innumurevoli sono i casi di soldati salvati dai loro cavalli; il cavallo
arabo avverte il suo padrone del pericolo e lo desta; quante
volte, imbarazzati cavalieri della via da seguire, il cavallo, con
facoltà di orizzontarsi migliori che negli uomini, prende riso­
lutamente una direzione ed è la buona! Qnante volte il cavallo,
dotato di miglior vista, evita all'uomo dei pericoli durante
la notte! B via dicendo; animale generoso, che sente l'amore
e l'odio, che conserva le amicizie, che dimostra le simpatie,
ha molte facoltà che avvicinano quelle dell’ uomo, ed alcune
altre che le superano; ma.... bisogna che lo spirito vivifichi,
poiché è verissimo che vi sono delle eccezioni anche nei cavalli,
ma se lo spirito è assente, le eccezioni diventano regola inal­
terabile.
I l governo nostro non incoraggia la produzione equina, c
la molesta con statistiche, con ruoli, con regolamenti, ed a
mio avviso è un grave errore, che porta diminuzioni di pro­
duzione. In caso di guerra lo Stato non può prendere quello

«7
Le condizioni della pace fra Artabano e Macrino
sono poco conosciute ma si possono lare delle sicure
induzioni.
Risultando dalla storia che Roma, quando regnavano
i primi Sassanidi nella Persia, possedea l'alta Mesopo­
tamia, taluni fra i moderni scrittori argomentarono
che la pace di Nisibi non includesse la cessione ai
Parthi di quella regione.
Sembrami però poco approfondita tale asserzione.
Ed infatti se Artabano IV chiose prima della batta­
glia la restituzione della Mesopotamia, è ragionevole
ed ovvio l ’abbia egualmente voluta dopo la vittoria,
da un imperatore in fuga, che volea la pace anche
prima della guerra per attendere alla consolidazione
del potere da lui comperato da soldati. Dione non
accenna alle condizioni, scrive solo che la pace fu
conclusa. Giulio Capitolino dopo avere indicata la di­
sfatta di Macrino per l ’abbandono delle legioni, am­
mette che fu il primo ad inviare ambasciatori ad Ar­
tabano, poscia* partì dalla Mesopotamia e si ridusse
in Antiochia. Laonde abbiamo una pace chiesta ed
una ritirata. Questo indizio riesce una conferma alla
esplicita notizia che dà il contemporaneo Erodiano il
che vuole? Perchè molestare il cittadino in tempo di pace?
Non si deve dar occasione di pensare che la eventualità di
una guerra sia un pretesto per estendere le ingerenze nella
pace.
Auguro infine, che la nazione rivolga la sua mente, la sua
fiducia, la sua vitalità all’esercito di terra e di mare, ed in
esso si immedesimi, perchè se la generazione la quale sta
per passare costituì l'Italia, quella che oggi è nel pieno vigore
ottenga il battesimo della vittori:’ .

338

quale così finisce il libro IV delle sue storie: < L ’im« peratore romano avendo ordinato all’esercito di
« sgomberare la Mesopotamia, partì per Antiochia. »
Sé la Mesopotamia fu abbandonata dalle truppe ro­
mane è evidente che rimase in potere dei Parthi.
Giudicasi che nella lunga guerra fra Artabano ed
Ardishir (l'AfxaEepgris dei Greci e dei Romani), primo
dei Sassanidi, le città dell’alta Mesopotamia come
Carré, Singara Bathne, Nisibi e Rhesana ecc., già co­
lonie romane, abbiano ricorso alla protezione della
metropoli, e così la regione sia rimasta fino al tempo
dell’imperatore Gioviano nel 363 quando venne defini­
tivamente ceduta alla Persia. Tale regione retta nel
primo tempo da un Preside, autorità giudiziaria e
non amministrativa, dimostrerebbe essere stati di­
versi dalle altre provincie i vincoli che l ’univano a
Roma.
La battaglia di Nisibi fu l’ultimo sforzo dei Parthi
minati dalla politica romana, che avea promosse le
discordie famigliari e suscitate le ambizioni e le bra­
mosie dei sottoposti, profittando delle tendenze pro­
prie di quel popolo aiutate dalle sue costituzioni. I
proditori assalti di Caracalla spinsero i Parthi ad
una unione precaria, fu l’impeto estremo di un po­
polo che muore, e cessati i vincoli costituiti dalla
generale indignazione e dal comune pericolo, la dis­
solvenza continuò il suo lavoro.
Già fino dalle prime pagine notai che la forma­
zione dell’impero parthico è dovuta ad una reazione
dell’elemento locale sulla importazione greca. Col
procedere degli anni e dei secoli i Parthi subirono

S39

l’eterna legge che sottomette con pacifica conquisti
il popolo meno civile a quello che lo è di più; i
Parthi quindi grecizzarono. Le monete, la lingua delle
classi elevate, gli spettacoli, la letteratura e la reli­
gione come già si disse erano greche o quasi gre­
che. Le popolazioni grecizzavano per modo da pre­
vederne prossima la fusione con la civiltà greca.
Se non che l’elemento locale reso forte e compatto
da altri coefficienti, esercitò un’azione deleteria sul
movimento evolutivo.
Fino a tanto però che i dissidii rimaneanó circoscritti ai capi, le masse con indifferenza seguivano o
questo o quello, ma l’arte di un uomo di grande in­
gegno riuscì a raffermare e rendere solide le masse
con un sentimento a portata di tutti e questo fu il
sentimento religioso.
Le religioni Siriache che fecero la conquista del­
l’Europa, aveano già nelle sue prime forme invasa la
Parthia. Ardishir od Artaserse, uomo di bassa condi­
zione, ma di non comune energia, comparisce nella
storia come capo dei malcontenti Persiani il cui
obbiettivo era di rimettere nell’antico primato la re­
ligione di Zoroastro, il che equivaleva all’intento di
scuotere il giogo dei Parthi. Il partito persiano venne
dapprima considerato una setta di poco valore, alla
quale Artabano ebbe il torto di non porre mente,
implicato come era in una guerra intestina con un
ramo della stessa famiglia degli Arsacidi stabiliti
nella Batria.
Artaserse, secondo lo scrittore bizantino Agatìa, era
un mago o sacerdote della religione autoctona della
Persia, che riuscì verso il 220 a dichiarare il suo

aio
paese indipendente dalla Parthia. Allora Artabano
mosse verso di lui le sue forze, ma vinto in tre bat­
taglie, nella terza, quella di Hormuz, venne ucciso.
I suoi successori aiutati dal re di Armenia, pure
un Arsacide, continuarono per qualche tempo la lotta,
ma infine Artaserse avendo presa in moglie una prin­
cipessa Arsacide, la nuova dinastia non trovò più
gravi contrasti. Così verso il 226 l’impero parthico
scomparve per dar luogo ad una monarchia persiana
governata dai Sassanidi, denominazione derivata da
Sassan, un avolo vero o preteso di Artaserse, che in
questo modo ebbe degli antenati da lui stesso latti
celebri.
Con gli Arsaci scomparve la cavalleria parthica;
i Persiani continuarono ad avere degli arcieri a ca­
vallo e dei catafrati, ma erano pari a quelli che as­
soldavano i Romani, senza le potenzialità che segna­
tamente la cavalleria leggera avea sviluppato.
La cavalleria dei Parthi iniziò la sua celebrità con
una vittoria contro i Romani e dopo essere stata
sempre superiore nelle battaglie difensive, fini con
un’ultima vittoria alla distanza dì 270 anni una dal­
l’altra. Le legioni conquistatrici del mondo furono
impotenti contro la cavalleria dei Parthi ed i Romani
trovarono in essa un ostacolo insormontabile per ul­
teriori conquiste in Oriente. L ’azione della cavalleria
parthica continuata per più di quattro secoli, vale a
dire tutto il tempo della sua esistenza, conduce alla af­
fermazione che una cavalleria valentemente condotta
e bene armata, nelle guerre difensive, può paralizzare
gli sforzi di ogni e qualunque fanteria.
F in e .

AUTORI CONSULTATI E CITATI
NEL PRESENTE VOLUME.

A ppiano, Le storie romane.
Am miano M a r c e l l i n o , Rerum gestarum etc., lib ri XVIII.
A r r i ano, Le spedizioni di Alessandro.
A th e n e u s , Deipnosophistarum, lib ri X V .
A u r e l i o V i t t o r e , Compendio di St. Romana.
Asse.wann, Biblioteca OrientaUs.
A g a t ia , Storie Bizantine.
A n g e li, Rivista di Cavalleria.
A u ria n o , Le spedizioni di Alessandro.
B e ro s io , Frammenti storici.
H a r t o l i , La colonna Trajana.

Boschi, L'avvenire della nostra cavalleria.
B on ie, Studi sui combattimenti a piedi della cavalleria.
B ianch i d 'A dd a, Rivista di Cavalleria.
B a y e r , Storia di Edessa.

Biblioteca per g li ufficiali a cavallo.
C ic e r o n e , Opere.
C a to n e (il Censore), Citai, di Vegezio.
C u r t io Q. Hist. Alexandri Magni.
C o r n e lio C e ls o , De medicina.
C t e s ia , Storia persiana.
C e sa h e 6 ., Commentari.

Corpus Inscriptio. Rom.
Corpus Inscriptio. Grecar.
C a p ito lin o G., Storia Augusta.

244
Catalogo numismatico del Museo Britannico.
C a rin i A., Rie. di Cavalleria.
D ion e Cassio, Storie romane.
D io n igi d 'A lic a rn a s s o , he antichità romane.
D ionisio P e r i k g e t e , Descriptio orbis lerrarum.
D iodoro S ic u lo , Biblioteca storica.

Duhuy, Histoire des Romains.
D r ig a ls k i, Milit&r Wochenblatt.
D enison, Storia della Cavalleria.
D a l F r a t e , Rivista di Cavalleria.

De L u ig i, Rioista di Cavalleria.
E rodiano, Storie.
E c a te o di M ilk t o , Frammenti storici.
E u stach io, Commentari di Dionisio Perierg.
Euphosio.
E u rip id e, Tragedie.
E ro d o to , L e istorie, ossia le nove muse.
E u trop io , Compendio di Storia Romana.
E usebio. Croniche.

»

St. ecclesiastica.

E c k h e l, Doctrina Xttm. Veterum.
E sichio, Lexicon.
E m ilio, Citaz. di Vulcatio.
F lo r o , Epitome rerum Romanarum.
F a b r e t t i, De columna Trajani Syntaqma eie.
F r a s e » , Viaggio del Korosan.
F ergu sso n , Storia delVarchitettura.
F ab riciu s, Bibliotheca graeca et latina.
G iu stin o, Storie filippiche.
G iu lia n o (im p eratore), Opere.
G iuseppe E b reo , Antichità Giudaiche.
F ro n tin o , Gli stratagemmi.
G aIo, Le Istituzioni.
G a l l , Modem cavahy.
G iova n n i di M a i.a la (Bizant).
G r o t e , Storia della Gi'ecia antica.
G r u t e r , Iscrizioni.

2Ì5
G

ir o l a m o

(S.', Opere.

G r e g o r io N a zia n zen o , Oi-azioM.
H artm ann , L'incosciente.
H E lio d o ro , Ethiopica.
H o h e n lo h e , Lettere sulla Cavalleria.
I sidoho C a r ac e n o , geo gra fo minore.

Iscrizioni di Dario a Persepoli.
Iscrizioni Assire pubblicate dalla Società Reale Geo­
grafica di Londra.
K a h l e r , Storia della Cavalleria Prussiana.
L iv io I., St. Rom.
Lu cian o, Opere.
Lam p rid io E lio , Storia Augusta.
L e n o rm a n t, Histoire ancienne de VOrient.
Lipsius, Le istituzioni militari Romane.
L a y a r d , Ninive.
L a N ou e, Discours politiques et militaires.
M a r io M assim o (cit. da E. Lampridio).
M a r t i a l e , Epigrammi M. Aurelio (imp.) frammenti.
Mommsen, Stor. Rom.
M a r q u a r d t, Le istituz. Rom.
M e r i v a l e , Impero Romano.
M io n n e t, Descrizioni di antiche monete.
M a r b o t (generale), Memorie .
M a illa r d , Elementi di guerra.

Militar Vochenblatt.
N ic c o la Damasceno, Frammenti storici.
N ie b u h r, Stor. Rom.
O ra zio , Odi.
O v id io , Opere.
O ro sio, Storie.
P lu t a r c o , Vite.
P o lib io , Storie.
P h o tio , Biblioteca.
P h a r th e n ia n o (cit. da Vulcatio).
P ro co p io, Collana degli scrittori Bizantini.
P lin io , Stor. nat.

246
Posi don io, Frammenti storici.
R u fin o , Storia Eccl.
Rivista di Cavalleria.
R

a w l in s o n ,

La sesta gr. monarchia Orient.

Ross, I l piano di Hatra (Giorn. Geogr.).
R i c h t e r , Ricerche intorno le dinastie Arsacide e Sassonidi.
S e n o k i .n t e , Opere.
S t r a b o n e , Geografia.
S t e f a n o B iz a n t i n o , Geografia.
S a l l u s t i o , Frammenti stor.
S v e t o n io , Le vite dei X I I Cesari.
Sa l m a s io .
SOZOMENO, Stor. Eccl.

(ved. Dione C.).

S if il in o

S p a r t i a n o E , Stor. Augusta.
S u id a s , Lexicon.
S y i r c e l l o , Cronographia.
S m i t h , Dizionario geografico.

»
T

»

Biografico.

Annali — St.

a c it o ,

T asso , Gerusalemme lib.
T u c id id e , Delie guerre del Peloponneso.
P o m p e o , Compendiai, da Giustino.

T

rogo

T

il l e m o n t ,

V

ir g il io ,

V

a l e r io

V

e o e z io ,

V

e l l e io

Storia degli Imperatori.
Opere.

M a s s im o , Opere.

D e l’, ' arte della guerra.
P a t e f .co lo , Storia romana.

V

u l c a t io

V

a il l a n t ,

G a l l ic a n o , St. Augusta.

Arsacidarum imperium sive regum Parthorurn etc.

Z o s im o ,

Colkina degli scrittori Bizantini.

\V e i h e r n , Die Erziéhung des Cavaleristen zum Patrouillendienst.

INDICE DEI CAPITOLI.

C a p it o lo

Pag.

Il paese dei Parthi.

I —

Durala del regno dei Parthi, deficienza di documenti.
I Parthi arrestarono le conquiste romane. Confini. Geo­
grafia fisica della Parthia. L a civiltà Parthica

fu

una

delle forme della civiltà greca. Durata della domina­
zione greca nella Parthia propriamente detta e nei pxesi
che nel seguito formarono il grande regno. L a lingua
usata dalle classi dirigenti presso i Parthi era la greca.
Ignorasi quale fosse propriamente la lingua dei Parthi.
II regno dei Parthi formato da una sezione dell'esteso
impero dei Seleucidi. Arsace I si dichiara indipendente;
muore in battaglia. Tiridate suo successore è il vero
organizzatore del regno; vince in battaglia Seleuco Cal­
linico. Artabano I. Priapatio. Phraate I. Segue M itri­
date I sesto Arsace, sue conquiste. Assume il titolo di
R e dei re. Dota il paese di buoni ordinamenti. Municipii ed aristocrazia. L a loro coesistenza non è anomala.
Le due assemblee parthiche. D iritti del Senato parthico.
Città libere. Una singolarità del regno dei Parthi. Non
avevano Capitale fissa. Considerazioni. Quali le città
sedi del governo.
NOTA

Im portanza d elle istituzioni m ilitari. P a rtico la r­

mente g io v e v o li

a ll’ Ita lia . P e rc h è ? G li elev a ti ob­

b iettivi non devono essere turbati I
Conseguenze

sotto ufficiaci.

.......................................................

250
C a p it o l o

II — Primi rapporti dei Romani con i Parthi.

m

(Anni 92-53 era ant.).

Phraate II ed Artabano II successori di Mitridate I.
1 Parthi, l ’anno 9Ì prima della nostra era, inviano una
ambasceria a Siila. Descrizione che ne fa Plutarco.
Rapporti di amicizia fra Parthi e Romani. Errori negli
autori greco-latini. Mitridate II (Arsace IX ) detto
grande, amplia il regno. Mnascires (?) Arsace X. Sanatroces (Arsace XI). Phraate III (Arsace XII). Rapporti
fra Lucullo e questi due re. Lettera attribuita a Mi­
tridate re del Ponto contenuta nei frammenti storici di
Sallustio. Lucullo vuole muover guerra ai Parthi. Ne
è impedito dai soldati. Glabrio successore di Lucullo.
Pompeo succede a Glabrio. Suoi rapporti con gli Ar­
meni e i Parthi. Probabilità di guerra tòlte da un giu­
dizio di arbitri. Pompeo riduce a provincia la Siria e
ritorna a Roma.
C a p it o l o

III — L a prima guerra dei Romani contro
i Parthi — L a spedizione di Crasso . . .

3-7

(Anni 5.-J-54 era ant.)

Il
convegno di Lucca e suoi eletti. Capacità mili­
tari di Crasso. Battaglia della Collina. Guerra sociale.
A Roma un partito contrario alla guerra vuole impe­
dire la partenza di Crasso. Pompeo favorisce l’uscita da
Roma del proconsole. L’ itinerario di Crasso. Divergenza
fra Mommsen e Rawlinson. Una lettera di Cicerone de­
cide la controversia in favore del Rawlinson. Mitri­
date III (Arsace X III) re della Parthia scacciato. Orodet l
(Arsace X IV ) richiamato dall'esilio. Le forze di Crasso.
Motivi che danno ragione a Plutarco. Notizie intorno
la cavalleria romana. La cavalleria nel periodo dei re.
NOTA. — Proporzioni fra cavalleria e fanteria negli eserciti moderni. Idem nell’ esercito Italiano. Quale era
nell’esercito Piemontese. Aumento di cavalleria in
tutti gli S ta ti.............................................................. 45

251
I re di Roma Bono i comandanti dei Celeres. L'or­
dinamento di Servio Tullio.
N O TA. — L ’appiedamento della cavalleria nel tempo an­
tico e nel moderno. Le istruzioni nelle scuole mili­
tari Italiane................................................................ 48

L'anello d’oro dei cavalieri romani. Come erano re­
golati i Celeres. I cavalieri volontari nella Roma antica.
Quale era il loro trattamento. Lo Stato dava il cavallo,
lo manteneva e lo lasciava al cavaliere finita la ferma.
N O TA . — Diverso ordinamento in Italia. Effetti che
produce........................................................................ 53

Altri particolari sui cavalieri romani. Combattimenti
di cavalieri frammisti a fanti. Negasi la loro efficacia.
Motivi. Le massime di Vegezio.
NOTA. — Errori rispetto all’unione di fanti e cavalieri
avvenuti anche al tempo di Gustavo-Adolfo . . .

58

Studi fatti dai Parthi sull'esei-cito Romano. Non
esser vero che il modo di combattere dei Parthi fosse
nuovo ai Romani. I Parthi sopprimono le fanterie e
compongono i loro eserciti di sola cavalleria. 1 Parthi
hanno due qualità di cavallerie.
N O TA. — Se la cavalleria può essere indipendente. R i­
forme Russe. Il moderno in d ir iz z o ..........................62

Non si conosce il numero dei Parthi che combat­
terono Crasso. Argomentasi che l'esercito parthico fosse
di circa 50.000 cavalieri.
N O TA — Frequenti divergenze ira la teoria e la pratica.
Le linee assottigliate quando iniziavansi gli attacchi
per colonne. Continuazione del sistema delle forma­
zioni in massa quando per le nuove armi da fuoco
occorreva mutare. Le battaglie di sola cavalleria
preconizzate da un trattatista te d e s c o .................... 64

Come erano armate le due specie di cavalleria par­
thica. Donde traevano i Parthi i loro cavalli. Le pia­
nure Niseane.
NOTA, — Intorno la produzione dei cavalli in Italia.
Gli a lle v a to ri.............................................................66

Critiche antiche e moderne intorno alle mosse di
Crasso. Fu però imitato da generali a lui posteriori.
Primi successi di Crasso. Sverna nella Siria. Un'amba­
sciata parthica. Crasso inizia la sua seconda campagna,
Non è vero che siasi inoltrato nel deserto mesopotamico.
NOTA. — Ripetizioni di analoghe asserzioni erronee
nell'età presente. L a campagna di Russia dì Napo­
leone. 1 ..................................................................

Azione della cavalleria parthica per impedire a Crasso
ogni nozione intorno ai nemici. 11 Surena parthico. Non
è vero che le freccie dei Parthi trapassassero gli scudi
e le corazze dei Romani. Prove. 11 tiro indiretto dei Par­
thi. La battaglia del 9 giugno fra Romani e Parthi
presso il torrente Belias. Parte I della battaglia. Par­
te II. Parte III. Ritirata dei Romani. Loro disorganiz­
zazione. Crasso tenta di riparare in Armenia. Impedito
dai Parthi. Il Surena fìnge di iniziare trattative di pace.
Crasso ucciso. La testa di Crasso portata ad Orode. Si
ignora il nome del vincitore di Crasso, il quale per in­
vidia e sospetto viene ucciso.
NOTA. — Considerazioni intorno al successo dei Parthi.
Azione vicina — Azione lontana Fucile e cavallo.
1 trattati di tattica nelle nostre scuole militari. Le
armi a lunga gittata. Chi iniziò la moderna tattica
per le cavallerie. La Lancia-Fucile. Considerazioni.
L'armamento e gli esercizi Russi. Gli effetti delle
armi da fuoco. Arma inferiore di cui è finora dotata
la cavalleria Italiana. Come dovrebbe essere costrutta
. . .
la lancia-fucile. Sua utilità....................
C a p it o l o

IV. — Continuazione della Guerra Parthica,
fino alla spedizione di Antonio.
(A nn i 58-36 E ra a n t.).

Cassio Longino questore di Crasso ripara in Siria.
Lentezze dei Parthi. Cicerone governatore della Cilicia.
Sua paura dei Parthi. Comunica il suo spavento a
Roma. Cassio si difende. Bibulo gli succede. Guerra ci-

253

vile a Roma. Augusto ed Antonio. Ventidio Basso. Le­
gato di Antonio- Come si apparecchia a scacciare i Parthi
dalla Siria. Sue vittorie. Morte di Pacoro figlio di
Orode. Ventidio privato del comando.
C a p ito lo

V — Spedizione di Antonio contro i Parthi.

115

(Anno 36 Era ant.).

Dueannidopo le vittorie di Ventidio Basso, Antonio s'ap •
parecchia alla guerra contro i Parthi. Le forze di Antonio.
Le forze dei Parthi. Antonio si avanza all'Eufrate. Muta
piano di guerra. Invade la Media Atropotene. Assedia
Phraata. I Parthi accorrono. Riescono a tenere il ne­
mico nell’ ignoranza della loro venuta. Piombano su
Staziano. Lo uccidono, annientando le Legioni. Fasi della
guerra nella Media. Phraata difesa con la cavalleria.
Antonio è obbligato a ritirarsi. Per sua ventura segue
la via dei monti. Inseguimento dei Parthi. Antonio si
trova a mal partito. Continua a stento la sua ritirata.
Maravigliosa condotta della cavalleria parthica. Sue
potenzialità. Antonio implora soccorsi dall'Armenia. Enormi perdite di Antonio.
N O TA. — Importanza militare della guerra difensiva dei
Parthi contro Antonio. Moderne esigenze rispetto
alla cavalleria. Necessità di esercitazioni, esempi
tratti da altri Stati......................................................133

Capitoi/) VI — Guerre politiche dei Romani contro

i Parthi e lotte aperte in Arm enia .

.

.

(Anni 35 Era ant.: I l i Era inod.).

Azione di Antonio in Armenia. Ritira le truppe dalla
Media per apparecchiarsi a combattere Ottavio. Accorta
politica di Augusto contro Phraate re dei Parthi. Col
mezzo di una schiava chiamata Musa divenutala favo­
rita di Phraate, giunge a farsi restituire i Trofei di
Crasso e a far venire a Roma quattro figli di Phraate.
Augusto si libera dal pericolo di una guerra contro i
Parthi per la iqorte di Phraate ucciso da Musa e dal

139

254

suo figlio Phraatace, che regnano ambedue sui Parthi.
Phraatace -ucciso in una sedizione. Rapporti fra Tibe­
rio ed i re parthici. Sedizioni nella Parthia. Lettera
di Artabano a Tiberio. Incertezza della storia parthica
nel periodo dei Cesari successori di Tiberio. Campagne
di Corbulone. Grandi preparativi di guerra. Il governo
imperiale limita l'azione di Corbulone alla Siria. Nerone
invia contro i Parthi Cesenio Peto suo favorito. E di­
sfatto.
NOTA. — Considerazioni sulla vittoria dei Parthi contro l'esercito di Cesenio Peto, Fattori per ottenere
buoni risultati nell’azione della cavalleria . . . .

151

Corbulone mantiene una azione difensiva sull' Eu­
frate. Sua invenzione per tenere lontana la cavalleria
parthica. Trattative di pace fra Vologese 1 (X X III Arsace) e Nerone. I Parthi nominano il re di Armenia
che riceve l’ investitura dai Romani. Offerte di Volo­
gese a Vespasiano, non accettate. Domande di Vologese
a Vespasiano non ascoltate. Relativa pace fra Parthi
e Romani. Segreti ordimenti da ambe le parti.
C a p it o l o

VII — L a spedizione di Trajano contro i
Parthi............................................................ ió!>
(Anni 111-11“ Era mod.).

Forse vi furono guerre e scorrerie fra Romani e
Parthi non registrate dagli antichi scrittori. A Volo­
gese nel regno dei Parthi era succeduto suo figliò Pacoro
ed a questi Cosroe (Arsace X X V ) suo fratello. Questo
comincia in Armenia la guerra contro i Romani. Prima
spedizione di Trajano nell'alta Mesopotamia ; sommis­
sioni di re e satrapi dei luoghi. Mentre Trajano sverna
in Siria, avviene il grande terremoto di Antiochia. L’im­
peratore stesso rimane ferito. Sua seconda spedizione
nella Mesopotamia. Suo grandioso piano. Le due flot­
tiglie sul Tigri e sull’ Eufrate. Cosroe si ritira dinanzi
a Trajano. Questi occupa Babilonia, Seleucia e Ctesi-

235

fonte. Si imbarca nel Golfo Persico. Corre pericoli per
le bufere. Suoi disegni. Improvvisi) insurrezione della
Mesopotamia. Trajano manda i suoi Legati a frenarla.
Ricompare la cavalleria parthica. I Parthi distruggono
le legioni romane condotte da Massimo Legato di Tra­
jano. L'imperatore nomina un re parthico nella Meso­
potamia. L’insurrezione continua. L'imperatore si ritira.
Assedio di Hatza. Inutili sforzi di Trajano per impos­
sessarsene. Hatra difesa dalla cavalleria. Trajano si ri­
tira. Muore a Selinonte. Cosroe ricupera il regno.
N O TA. — Considerazioni sulla campagna di Trajano.
Esigenze moderne intorno la rfesiatenza dei cavalli.
I*a difesa delle città assediate confidata alle caval­
lerie. Ritorno alla tattica dei P a r t h i .......................177

C a p it o l o

V ili. — I Parthi iniziano una guerra con­
tro i Romani. Vittorie di L. Vero e di
M. Aurelio col mezzo del loro generale
Avidio O a s s i o ........................................... liti
(Anni 118-1!,0 Era inod.).

Adriano non vuole rinnovare la guerra contro Cos­
roe. Rinuncia alla Mesopotamia. Guerre intestine in
Parthia. Antonino Pio successore di Adriano. Ambascieria inviatagli da Vologe3e II (X X V II) Arsace. A que­
sti succede Vologese III. Rivolgimenti in Parthia. Marco
Aurelio e Lucio Vero imperatori. Vologese I I I invade
l'Armenia. Rapida azione della cavalleria parthica ; di­
sfatta di Severiano, prefetto della Capadocia.
N O TA. — Paragone fra le azioni della cavalleria antica
e la moderna, con esempi tratti dalla guerra franco*
germanica del 1 K 7 0 ............................................. .

L. Vero va in Siria. Suo principale capitano Avi­
dio Cassio. Riordina le legioni di Siria. Sua severità.
Ottiene lo sgombero della Siria dagli eserciti parthici
Prende l'offensiva. Invade la Mesopotamia. Si impos­
sessa di Ctesifonte, Seleucia e Babilonia. I Parlhi si

187

956
ritirano. Una grande pestilenza si sviluppa nella Me­
sopotamia; di là invade l'Asia, Roma, Italia e tutta
Europa fino all'Atlantico. Esaurimento dei belligeranti.
I Partili riprendono le città e provincie occupate dai
Romani.
C a p it o l o

IX . — L a spedizione di Settimio Severo
contro i Parthi ......................................................... 197
(Anni 191-302 Era inod.).

A Vologese I I I succede Vologese IV (X X IX Arsace . Morte di Commodo imperatore. Ascensione di
Elio Pertinace. Viene ucciso. L'impero offerto dai sol­
dati a chi meglio lo paga. Cinque candidati all'impero.
Nisibi resiste ai Parthi. Settimio Severo si libera dei
principali suoi competitori. Vologese IV non fa guerra
contro i Romani. Dissidi dinastici fra gli Arsacidi.
Settimio Severo invade l'alta Mesopotamia. L'esercito
di Vologese si allontana.
N O TA. — Quando le cavalleria combatterono au una
o più righe. Una sola ri^a raccomandata per le nuove
armi da fuoco. Discussioni fra i tecn ici.................. 203

Severo lascia la Mesopotamia per combattere Albino
Clodio suo competitore. Dopo averlo vinto riprende la
guerra contro i Parthi con ingenti forze. Flottiglie sul
Tigri e sull' Eufrate. Severo occupa Seleucia, Babilo­
nia, Ctesifonte imitando Trajano. L'azione della caval­
leria parthica obbliga Severo a ritirarsi. Sceglie la via
più breve. Si trova al pari di Trajano dinanzi ad Hatra.
Severo fa grandi sforzi per prenderla. Per la seconda
volta la cavalleria difende Hatra. Severo si ritira. Fa
nuovi apparecchi di assedio e ritorna ad investire la
città. Cade una cinta. Una parte dell'esercito si rifiuta
di andare all'agsalto, l'altra è respinta. Severo si ritira
definitivamente ed il paese è rioccupato dalla cavalle­
ria parthica. Il fuoco greco.
N O TA — Considerazioni sulla campagna di Severo. Dove
sarebbe un'Hatra per l’italia t ................................216

257
C a p it o lo X.

— L a Battaglia di Nisibi.................... 219
(Anni 203-22(1 Era mod.).

Severo muore in York. A Vologese IV succede.Vologese V suo figlio. Guerre intestine fra Vologese ed il
. fratello Artabano, questi finisce col vincere, occupa il
trono senza competitori sotto il nome di Artabauo IV
(X X X I Arsace). Caracalla figlio di Severo vuole con
ordimenti impadronirsi della Parthia, chiede la mano di
una figlia di Artabano. Questi prima rifiuta, poi indotto
dalla figlia consente. Caracalla con grandi festività è
accolto nella Parthia. Grande banchetto presso Ctesi­
fonte. Quando i tripudi sono al colmo, i soldati di Ca­
racalla cominciano il massacro dei Parthi. Artabano
salvasi con fatica. Reazione dei Parthi. Caracalla co­
stretto di ritirarsi. Passando per Arbela profana e sac­
cheggia le tombe degli Arsacidi. Artabano si avanza
contro di lui con un grosso esercito. Caracaila ucciso
per congiura di Macrino. Questi viene proclamato im­
peratore. Macrino tenta di rappacificare Artabano. Non
riesce. Ha luogo una grande battaglia nei pressi di Ni­
sibi. Dura tre giorni. I Parthi sono vincitori. Macrino
prende la fuga. Ha luogo un trattato di pace. La Me­
sopotamia viene sgomberata tutta od in gran parte
dalle armi romane.
N O TA — Considerazioni sulla battaglia di Nisibi. L e mo­
derne tattiche. L e cavallerie sadiste negli Stati Uniti.
I Cosacchi. Intorno al cavallo. Di nuovo della ripro­
duzione equina in Italia. Ciò che si augura l’autore
delle n o t e ................................................................... 232

Artabano li combatte i rivolgimenti Persiani capitanati
da Artaserse capo stipite dei Sassonidi. Artabano è vinto
in due battaglie; viene ucciso in una terza, quella di
Hormuz. Così finisce la monarchia degli Arsacidi e con
essa la cavalleria parthica.