vicenzaabc

venerdì 28 maggio 2004, numero 11, anno III

Euro 0,80

la città a chiare lettere

SETTIMANALE DI INFORMAZIONE, CULTURA, POLITICA, ASSOCIAZIONISMO, SPETTACOLO
Editore: VicenzaAbc scarl, Corte dei Molini 7, 36100 Vicenza. Partita Iva 03017440243. Telefono 0444.305523. Fax 0444.314669. E mail: info@vicenzaabc.it. Spedizione in abbonamento postale 45% Comma 20/B, legge 662/96 - Contiene I.R. DC Vicenza : Corte dei Molini 7, Vicenza. Telefono 0444.504012. Fax 0444.314669. E mail: redazione@vicenzaabc.it www.vicenzaabc.it

Nostra inchiesta alle pagine 4 e 5

Anche se sarà realizzato, per essere competitivo il treno veloce avrà comunque bisogno del trasporto su gomma. Servizi a pagina 4-5

Aim tra potere e dovere
Deve essere chiara una cosa: parlare di Aim significa porre il tema della nostra qualità di vita: dell’aria, dell’acqua, dell’energia, ecc. In un paese democratico queste grandi scelte sono controllate dai rappresentanti del popolo. A Vicenza, questo ci è impedito, negandoci l’accesso ai documenti aziendali e ostacolando il diritto-dovere di discutere in Consiglio Comunale gli “indirizzi di governo” dell’azienda, vale a dire gli obiettivi che il Comune deve affidare alla capacità gestionale degli amministratori e dirigenti. E allora occorre insistere nell’informare i proprietari veri dell’Aim, vale a dire i cittadini di Vicenza, su quanto avviene in questa loro importante azienda e su ciò che occorre fare per evitare disastri. Ciò che sta avvenendo nel mercato. Tutto il settore delle società pubbliche di gestione dei servizi (multiutilities), in questi ultimi cinque anni, sta mettendo in atto strategie innovative volte a: - rafforzarsi patrimonialmente; - stipulare accordi per aggregazioni con altre società, anche per ridurre i costi di gestione e quelli di acquisizione delle materie prime (fonti di energia); - innovare l’organizzazione interna adeguandola al nuovo quadro competitivo nazionale ed internazionale. Ciò che avviene in Aim. L’azienda vicentina naviga a vista e, nei cinque anni di Amministrazione Hüllweck, è divenuta terreno di scontro per gli equilibri incerti della coalizione. Basta guardare ad alcuni fatti oggettivi: ha traumaticamente cambiato tre presidenti; ha sviluppato una stato di conflitto continuo tra partiti della maggioranza, tra la Giunta e il CdA aziendale; non ha prodotto alcun significativo piano strategico; presenta un trend molto negativo nei più significativi valori di bilancio a cominciare dalla crescita dell’indebitamento che passa dai 6 milioni di euro del 1998 agli oltre 63 milioni di euro nel 2003. Ciò che proporremo. In assenza di indirizzi da parte del Sindaco, l’opposizione dovrà presentare in Consiglio una proposta di indirizzi i cui cardini dovranno garantire: - il mantenimento saldo in mano pubblica della proprietà totale delle reti (holding di gruppo), che sono e devono restare un “bene sociale” diretto a migliorare la qualità della vita; - la preservazione del carattere di multiutility; - la creazione di società operative per i vari settori (energia, gas, acqua, trasporti, ecc.), con possibilità di apporti di capitale privato volti a rafforzare la produttività e la competitività aziendali; - l’allargamento societario, a cominciare dai comuni della provincia e da un azionariato diffuso; - la ricerca di aggregazioni con altre multiutilities che abbiano i caratteri di coerenza rispetto ai grandi obiettivi affidati ad Aim. Ubaldo Alifuoco consigliere comunale Ds

Settore trasporti mai così in crisi. Politiche su rifiuti e bollette a ruota. Una dirigenza fantasma. Perché Aim sta diventando un’impresa impossibile

Bus stop
pesante. Per porre rimedio alla situazione la ditta Pivato, che si è aggiudicata l’appalto per gli interventi all’interno della struttura - ha chiesto il riconoscimento di un ulteriore 30% in più rispetto al prezzo inizialmente pattuito, all’incirca 2,5 milioni euro. Cifra che, sommata agli 8 milioni di euro previsti nel progetto originale e già spesi, pesa come un macigno. Oltre al ritardo i soldi, oltre al danno le beffe. Ultima puntata (in ordine di tempo), 25 maggio 2004: il dipartimento per i lavori pubblici del Comune annuncia l’inizio dei lavori di riqualifica della parte esterna, ovvero della sistemazione del percorso di

Lo spettatore televisivo, sondaggi alla mano, preferisce la fiction al film, si esalta con le mini serie, gioisce con le soap opera. Deve essere per questo che Hüllweck & C. hanno deciso di regalare all’audience cittadina l’ennesima puntata della telenovela Parcheggio di via Verdi. I lavori avrebbero dovuto essere ultimati nel luglio 2002, ma a quasi due anni di distanza e dopo aver sostenuto una sequela di spese non contemplate nel progetto originario, la data dell’inaugurazione ancora non c’è. Tutto cominciò nel 1993, quando venne presa la decisione di affidare la gestione dei lavori all’Aim, in modo tale da non farne ricadere l’onore sul bilancio comunale, evitandone l’in-

Non fiori ma opere di muratura Al Park Verdi crolla il soffitto
Niente margherite sopra il nuovo parcheggio: pesano troppo
debitamento. Oggi il parcheggio c’è, ma in parte inagibile a causa delle

11 anni trascorsi e ancora non si vede la parola fine
infiltrazioni d’acqua quando piove. Al rischio di allagamento si aggiunge poi quello di crollo, dal momento che il progetto originario voleva il tetto del parcheggio ricoperto da manto erboso. Niente da fare: in caso di pioggia, la terra impregnata d’acqua risulterebbe troppo

Nessuno si fida a posare il terreno “Un rischio se piove”
Campo Marzo e dell’area sovrastante il parcheggio, destinandola effettivamente a superficie a prato. L’impresa che si farà carico della realizzazione è la Sice S.r.l. di Agrigento, la durata dei lavori è stata stimata in 300 giorni per 500 mila euro. Ma che la telenovela si stia avvi-

cinando all’ultima puntata è ancora tutto da vedere, dal momento che i responsabili del cantiere, interpellati sulla questione “copertura di manto erboso”, declinano a priori ogni responsabilità: sarà l’Aim a fornire il terreno da utilizzare, ma ciò avverrà solo a completamento delle migliorie interne, previo quindi il pagamento alla Pivato dei 2,5 milioni di euro di cui sopra. Il loro compito, infatti, è solo quello di predisporre l’area esterna perché ciò possa avvenire: i prossimi 300 giorni di lavoro serviranno esclusivamente a questo, per il resto è forse opportuno fare affidamento a quella grande virtù che è la pazienza. Anna Manente

questa settimana

elezioni europee mordi e fuggi
Di Pietro e l’Europa “Vicentini, per voi penso in grande”
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dibattito
L’informazione oggi bufale e invenzioni allontanano i lettori
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economia
Orienterprise porta i vicentini nel cuore d’Oriente
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sport
tacchetti a spillo donne e calcio passione che cresce
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Turismo in calo Vladimiro Riva: “È tutto da rifare”
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Mercedes vi riserva solo piacevoli sorprese.

In laguna i pirati di capitan Variati
In regalo col giornale “Il Palazzo e i bucanieri”, avventuroso giallo sulla Finanziaria regionale
In questi ultimi mesi nell’aula del Consiglio regionale è sventolato per due volte il vessillo dei pirati. Proprio quello che abbiamo imparato a conoscere dalle letture d’infanzia: teschio e tibie incrociate bianche in campo nero. Ad agitare la sinistra bandiera della “filibusta” è stato, in entrambi i casi, il capogruppo di Forza Italia Renzo Marangon. E in entrambi i casi il motivo di questa pittoresca protesta era il medesimo: annunciare alle genti venete (tramite tv e giornali felici di trasmettere e pubblicare, una volta tanto, qualcosa di meno noioso della routine consiliare) che i consiglieri dell’opposizione del centrosinistra si mettono di traverso all’opera della Giunta Galan bloccando leggi importanti con centinaia di emendamenti; fanno cioè filibustering e sono, quindi, filibustieri, pirati o bucanieri. La prima volta che questa bandiera ha fatto la sua comparsa nell’aula che si affaccia, quasi a pelo d’acqua, sul Canal Grande è stato in occasione del consueto dibattito di fine anno sul bilancio e legge Finanziaria regionale; la seconda poco più di un mese fa quando la Giunta ha cercato di far approvare dal hanno preso gusto e il loro capogruppo Achille Variati ha deciso di pubblicare il libro Il palazzo e i bucanieri che Vicenzaabc regala questa settimana ai lettori. Si tratta di un (quasi) instant book affidato a Gianni Montagni, ex caporedattore del Gazzettino, che ricostruisce la storia dell’approvazione della Finanziaria regionale vista dalla parte dei bucanieri. Una storia di Palazzo che piacerà non solo agli addetti ai lavori: Montagni ha trasformato i resoconti di 14 giornate di dibattito in un racconto per niente noioso cogliendo i non pochi spunti divertenti per capire quanto diverse siano le concezioni della democrazia. Quella di Giancarlo Galan e della sua maggioranza è, in fondo, la stessa di Berlusconi: lasciateci lavorare. I dibattiti in Consiglio regionale e in Parlamento, dove può prendere la parola anche chi non è d’accordo con il “capo” sono solo una perdita di tempo. Chiacchiere contro chi ha la cultura “del fare”. Roba da bucanieri, appunto. Buona lettura.
Nella foto: lo staff di Forza Italia in Regione con la bandiera dedicata al centrosinistra

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Consiglio, forzando i tempi, una legge sui centri commerciali che molti ritengono pensata su misura per insediare a Padova Est la prima sede veneta del colosso svedese del mobile Ikea. Un progetto al quale la Giunta padovana di centrodestra sembra tenere molto e che intende realizzare se gli elettori la riconfermeranno. A forza di sentirsi chiamare bucanieri i consiglieri regionali dell’opposizione di centrosinistra e, soprattutto, quelli della Margherita ci

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Un treno per Bruxelles. 2

sette giorni di politica

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Nostra intervista ad Antonio Di Pietro capolista nel Nordest per Di Pietro-Occhetto

La mia Europa extralarge per tenere a freno Bush
L’ex magistrato: “Non andrò a fare gli interessi di una singola città ma a scrivere le regole per tutti. È ora di sprovincializzarci”
Avvicinandoci al voto del 12 e 13 giugno, proseguiamo con le nostre interviste ai capolista delle principali forze politiche. Nello stile del giornalismo angolassassone, riproponiamo ad Antonio Di Pietro il canovaccio di domande che la scorsa settimana erano state rivolte ad Enrico Letta. esser chiari su quale sia questa dimensione transnazionale: in Europa si definiscono le regole, quell’insieme di norme generali che servono a definire le linee guida di tutti gli ambiti. Ma è proprio grazie a queste regole chiare e definite che poi possono essere portati avanti i singoli temi: la promozione della piccola e media impresa, il made in Italy, gli incentivi alla nostra agricoltura… Veramente il problema è un altro: come riuscire a ricreare uno spazio di partecipazione attiva al processo di costruzione europea, senza limitare la libertà dei cittadini alla scelta passiva di un amministratore o di una coalizione? Insomma, dopo l’Europa dell’euro e delle banche, a quando un’Europa dei cittadini e dei popoli? Attraverso la nuova Costituzione. Ad esempio dando funzione deliberativa al parlamento europeo. Rinforziamo le istituzioni europee! Ma Sant’Iddio, è chiaro o non è chiaro che facendolo non diamo più poteri a qualche oscuro burocrate di Bruxelles ma facciamo i nostri interessi? Gli interessi di tutti. E’ ora che come italiani ci sprovincializziamo, usciamo fuori dal nostro orticello. Come cittadini e come amministratori. A Strasburgo, i parlamentari italiani vantano (si fa per dire) il tasso di assenteismo più alto d’Europa. Lei che farà? Il record negativo si deve alla tendenza tutta italiana di accumulare doppi o tripli incarichi. Bene il fatto che ora sia sancita per legge l’incompatibilità tra l’incarico di parlamentare italiano ed europeo. Ma non basta. Facciamo un esempio: Paolo Costa. Come sindaco di Venezia ne avrà di cose da fare, no? Eppure è anche parlamentare europeo. Ecco un caso dove la dimensione locale e quella europea mi sembrano incompatibili. Cito Costa perché adesso mi viene in mente lui. Ma non è certo l’unico caso di un sindaco di grande città con il doppio ruolo. lo strapotere degli Stati Uniti. Non pensa che L’Europa, già oggi litigiosa e divisa, sarà ancora più difficile da gestire? Certamente. Ma così saremo costretti, obbligati, ad un salto di qualità. Lo saremmo stati comunque.

L’Europa politica
Rispetto al palcoscenico italiano, Strasburgo è considerato una sorta di esilio (dorato). Ci vuol dire le ragioni della sua scelta di candidarsi al parlamento europeo? Ma per favore… Chi vede il parlamento europeo come un esilio non ha capito proprio niente. Peggio: è uno stupido! Ma Sant’Iddio, si vuol capire o no che il nostro futuro passa per l’Europa? Vogliamo uscire o no dalla nostra parrocchietta? Tutte le leggi promulgate – che riguardano ognuno di noi – vengono e sempre più verranno da lì. E ancora: il necessario riassetto della geopolitica mondiale deve trovare nell’Europa un fondamentale puntello. Come faremo altrimenti a costruire un’alternanza credibile alla leadership americana? Me lo si vuole spiegare? L’Europa come esilio? Suvvia, essere in Europa significa essere nel cuore stesso dei problemi. Lei ha anche un importante ruolo politico nazionale. Come pensa di conciliare i due impegni? Innanzitutto io sono solo parlamentare europeo. Mica sto anche a Roma. E’ vero, sono il leader di una forza politica ma, guardi un po’, penso che una efficace leadership nazionale si possa esercitare meglio dalla UE. Proprio per i motivi che le spiegavo prima. Non vedo la minima incompatibilità, anzi….Poi ci sono i Berlusconi e tanti altri come lui che invece si candidano pur sapendo che a fare i parlamentari europei non ci andranno mai. Quello sì che significa tradire il voto dei cittadini! E il mandato elettorale che con quel voto gli viene conferito. E poi sarei io l’incompatibile? Madonna Santa, non scherziamo. Il varo della Costituzione europea incontra enormi difficoltà. Perché tutto ciò? L’idea degli Stati Uniti d’Europa è stato solo un bel sogno da dimenticare? Come parlamentare europeo, lavoro già da cinque anni per realizzare gli Stati Uniti d’Europa. E continuerò a farlo. Sono per approvare celermente la Costituzione Europea, per varare finalmente il voto a

L’Europa in guerra
Non solo la strage di Madrid. Non solo la presenza italiana in Iraq. E’ chiaro che – comunque sia – l’Europa è in prima linea nella cosiddetta “guerra al terrorismo”. Come riportare la pace sul nostro continente e nel mondo intero dopo la fine del bipolarismo? Mi permetta, voglio sia del tutto chiaro una cosa: quando in giugno protesterò contro George Bush lo farò contro di lui, non contro gli americani. Ma facciamola finita con l’uso strumentale di coloro che non ci stanno con l’attuale politica americana! Che c’entra l’antiamericanismo? Io lo dico forte e chiaro: sono contro questa politica dei repubblicani. La ritengo disastrosa. Il mondo è in guerra. Come uscirne? L’ho già detto prima: Europa, Europa, Europa. Diamoci da fare…

maggioranza, per dotare l’Unione di un solo ministro degli esteri in rappresentanza di tutti. E anche una sola forza militare europea. Il mondo ha bisogno di più Europa. Per ritrovare il suo equilibrio perduto. Come far rientrare l’Italia nell’asse francotedesco oppure, se preferisce, nell’Europa che conta, visto che oggi ne siamo esclusi? Con Berlusconi la credibilità internazionale del nostro paese è andata a farsi benedire. Siamo completamente esclusi dalla politica internazionale. Del resto, mi si faccia capire… come si fa a passare per persone serie andando in giro per il mondo a raccontar barzellette, far battute, corna, ammiccamenti alle signore e tutto il resto del campionario del nostro presidente del consiglio? E questo sarebbe un comportamento da statista?

vero problema è la riduzione del potere d’acquisto dei cittadini. In Italia, è mancata qualsiasi politica di tutela in quel senso. Nello specifico, una revisione del patto è possibile a partire da una ridiscussione complessiva dei rapporti tra stati. All’interno di un pacchetto d’interventi globali può essere ridiscusso il patto di stabilità. Attenzione, ho detto ridiscusso, non annullato. Chiaro, no? Vi sarà mai spazio per una politica fiscale comune a livello europeo? Sono assolutamente d’accordo che la fiscalità debba essere uniforme da tutte le parti. Però, mi permetta, stiamo parlando di una nuova Europa e poi al suo interno ci sono ancora tante “isole”, paradisi fiscali off shore. Insomma, vanno messe a posto pure queste cose.

Infine: al voto! Al voto!
Per tutte le cose che lei ci ha detto finora, un elettore di centro-sinistra dovrebbe (in teoria) appoggiare la sua candidatura. E tuttavia perché, anche chi nelle precedenti elezioni ha votato per il centro-destra, potrebbe in questa occasione votare per lei? Mi scusi, permetta: io non mi rivolgo affatto agli elettori di centro-sinistra così come agli elettori di centro-destra. Io mi propongo a tutti i cittadini e basta. Dietro le sigle ci stanno sempre le persone mica le tessere plastificate dei partiti! Dunque, è alle persone che io cerco di parlare e fare arrivare la mia proposta. Sono convinto di avere costruito nel tempo la mia credibilità. Ho sempre fatto il mio dovere. Quando facevo il muratore costruivo i muri dritti. Da poliziotto mi impegnavo al cento per cento per far rispettare la legge. Da magistrato ho lavorato a Mani Pulite. Da politico ho cercato di proporre facce nuove e pulite. Non basta? Lo decidano gli elettori. Davide Lombardi

L’Europa dei cittadini
Antonio Di Pietro, perché un vicentino dovrebbe votarla? Ovvero: come ricongiungere la dimensione locale a quella globale? In senso stretto, per un candidato europeo non esiste una dimensione locale. Non si va in Europa per fare gli interessi di una provincia o di una singola città. Per scambiare voti o garantire favori. A Strasburgo si va in nome dell’Italia intera. Bisogna

La nuova Europa

Economia europea (e non solo)
Da più parti sono mosse critiche anche feroci al patto di stabilità malato di “enfasi anti-inflazionistica” e alle scelte della Banca europea. Che ne pensa? Intanto, premetto che nell’attuale crisi economica il patto di stabilità non c’entra niente. Attaccare il patto come fanno Berlusconi e Tremonti è strumentale. Il

Cosa cambierà per l’Europa con l’ingresso dei nuovi stati membri? Sono favorevole ad una totale integrazione dei nuovi membri con il gruppo originario. Anzi,dirò di più: sono per allargare - appena possibile – la UE ad altri paesi. E’ un problema politico ma anche geostrategico. Con la forza che ci daranno i nuovi membri spero riusciremo a mettere insieme una forza comune, capace di intervenire ed interporsi nelle situazioni di crisi. Una sorta di nuovo bipolarismo che compensi

L’uomo dai due voti
A Isola stessa firma su due liste diverse: caos e minacce
Prefettura, carabinieri e questura finiscono nel vortice del caso Isola: due consiglieri contestano la regolarità della raccolta delle firme nel più importante distretto delle cave del Vicentino. E lo scontro è tutto interno alla Lega Nord. È lo scenario dipinto dalla civica Isola Pulita dopo un esposto al vetriolo presentato in procura. Un documento che getta ombre anche su altre istituzioni beriche, provincia inclusa. La storia. L'ennesimo caso Isola è scoppiato quando all'inizio della settimana Paola De Bei (Lega Nord) candidato sindaco per la civica Isola Pulita e Giobattista Gasparella (capolista nello stesso gruppo) si sono recati ancora una volta in prefettura. «Avevamo il fondato sospetto - spiegano i due - che le firme a sostegno del candidato sindaco Cecilia Dal Balcon presentassero delle irregolarità. Così volevamo avere copia di quelle carte, come ci garantisce la legge; ma già il 19 maggio in prefettura abbiamo riscontrato un muro di gomma. Il presidente della commissione elettorale Vincenzo Foglia ci ha detto che in base alla norma sulla privacy quei dati erano sensibili. Mai sentita una scusa tanto ridicola». Ma i due sono tornati alla carica e la mattina del 24 maggio hanno ribadito la richiesta via fax; sempre in prefettura, ma stavolta al presidente della seconda sottocommissione elettorale Luigi Scipioni, «il quale ci ha assicurato che era tutto in ordine, salvo poi contraddirsi affermando che invero, una firma che compariva in due liste era stata riscontrata. Una evenienza vietata dalla legge». Tant'è che i due la stessa mattina si recano al comando provinciale dell'arma dei carabinieri «per ottenere l'intervento della forza pubblica presso la prefettura, ma i militari nella persona del maresciallo Giovanni Aletta ci hanno fatto sapere che non potevano intervenire perché necessitavano della autorizzazione del magistrato». La scena si ripete poco dopo, sempre lunedì mattina in questura. «L'ufficiale di polizia giudiziaria Giuseppe Cescato ripete la stessa cantilena sentita dai Carabinieri. Perdipiù ci dice che non può mandare gli agenti perché non sa se quello descritto da noi, cioè l'accesso negato ad atti che dovrebbero essere pubblici, sia reato o meno. Come si fa in questura ad avere dubbi del genere?». Una mezz'ora più tardi l'ultimo tentativo in prefettura «dove tutti ci sono sembrati molto in difficoltà per le nostre richieste». Alla fine però «abbiamo dovuto registrare l'ennesimo no». L’esposto. Così i due consiglieri hanno preso carta e penna, redatto una cronistoria dettagliata dell'accaduto e inviata non solo alla magistratura berica, ma pure alla procura generale di Venezia. «Abbiamo usato toni perentori» spiega Gasparella, tant'è che il documento indirizzato al procuratore reggente Paolo Pecori si chiude così: «Si chiede pertanto alla autorità giudiziaria competente di provvedere ad assumere quei provvedimenti che si rendono necessari al fine di consentire ai sottoscritti l'espletamento dei loro diritti, facendo presente alle autorità adite, che sono diritti tutelati dall'articolo 294 del codice penale». Detto in soldoni: o la magistratura obbliga le forze dell'ordine a prendere quelle carte o qualcuno corre il serio rischio di concorrere in un illecito penale. Lo scenario. Una frase in perfetto stile forense «che mette tutti in guardia» e indirettamente si rivela una gatta da pelare per il prefetto Angelo Tranfaglia, il comandante provinciale dei carabinieri Silvestro Piacentini ed il questore Dario Rotondi, finiti tutti sulla graticola dei due consiglieri. Ma la vicenda ha soprattutto un risvolto politico. Isola Vicentina, con le sue cave ed una espansione edilizia in pieno boom, è uno dei comuni chiave delle prossime amministrative del 13 giugno, tanto che sono 6 le liste in gara. Il gruppo che fa capo al sindaco uscente Valter Baruchello (un melange di azzurri, centristi, ex pidiessini ed ex democristiani), ha da settimane la spina nel fianco della lista Isola Pulita, dove alla De Bei si è affiancato il forzista Gasparella, il quale però corre anche in rappresentanza della sua civica, Alba. Il segretario provinciale del Carroccio Roberto Ciambetti e la presidente della provincia Manuela Dal Lago, non hanno gradito la candidatura della De Bei (vicina alla base del partito; la Dal Lago invece appartiene all'ala filogovernativa), tanto che la stessa candidatura è arrivata dopo una burrasca tra la sezione locale del partito e il direttivo provinciale. «Immagino sarebbe triste per i veri leghisti - sostiene Gasparella - scoprire che ci sia stato un fil rouge tra massimi esponenti provinciali del Carroccio ed ambienti della prefettura per impedirci di fare chiarezza. Immagino sarebbe triste per i veri leghisti sapere che la candidatura della Dal Balcon, costituisca de facto una candidatura fantoccio per favorire gli amici di Baruchello. Che cosa c'è effettivamente dietro tutta questa storia? C'è l'intento di non far venire alla luce gli scheletri di Isola, che da anni turbano il sonno di tanti vip vicentini? Noi diciamo no alla congiura del silenzio. Quanto descritto nell'esposto è gravissimo. E ora ci appelliamo alla magistratura». Fino al momento di andare in stampa, i diretti interessati, interpellati per una replica, non hanno risposto. Marco Milioni

Franco Antonini contro i suoi ex: “Macchè Prg, la colpa è loro”

A Torri tra moglie e assessore non mettere il piano regolatore
sono sempre stati tutti amorevolmente concordi, a partire dalle prime fasi del progetto, passando attraverso innumerevoli riunioni, consulti e consigli comunali sul tema, fino ad arrivare all’approvazione definitiva a febbraio 2003. Il Prg poi è stato a disposizione dei cittadini che hanno avuto modo di proporre le eventuali richieste di modifica, passate al vaglio dell’ amministrazione per i successivi mesi, fino ad arrivare a marzo di quest’anno e alla fatidica scissione. “Il motivo che ha portato Franco Antonini alle dimissioni sembra proprio un mistero – commenta Ghirigato – dal momento che sul Prg siamo sempre stati d’accordo fino all’ultimo. Antonini si è astenuto giustamente dal votare l’approvazione della riqualifica dell’area retrostante la chiesa, dal momento che parte di esso è di proprietà della moglie. Riguardo il terreno in questione si era riusciti a raggiungere un accordo con gli 11 proprietari, che sarebbe tornato a loro vantaggio. A questo punto, però, mi viene da pensare che per alcuni non fosse sufficientemente favorevole. Altrimenti non riesco a vedere altri motivi per le dimissioni di Antonini, a meno che non si trattasse di una questione solo ed esclusivamente politica, ovvero che fosse già nelle sue intenzioni correre da solo per le prossime amministrative”. Ad azione corrisponde reazione uguale e contraria: Antonini, nega ogni interesse personale su terreni ed appezzamenti vari, rilancia sostenendo che i motivi del disaccordo sono altri, profondi e radicati nel tempo, nei pregressi dell’amministrazione Valente: “Più e più volte ho portato all’attenzione del sindaco i problemi della Giunta, ovvero come fossero sempre e solo i soliti cinque o sei assessori ad avere l’ultima parola, decisiva, su ogni questione. Per quanto riguarda il Prg la questione critica non riguarda assolutamente la riqualificazione della zona retrostante la chiesa, ma piuttosto il problema degli impianti sportivi, dove realizzarli. L’area che era stata scelta non è idonea in quanto troppo vicina all’ autostrada. Inoltre le richieste degli abitanti non sono state ascoltate”. Dall’altra parte, neanche a dirlo, negano tutto, sostenendo che l’accordo c’era ed era assoluto, su ciascun punto in esame, impianti sportivi inclusi. Impianti sportivi per i quali si erano fatte due ipotesi, chiarisce Ghirigato: “La prima riguardava un terreno agricolo privato nelle vicinanze del Centro Commerciale Le Piramidi, poi scartata dal momento che non si era raggiunto un accordo con i proprietari. La seconda corrisponde alla zona adiacente al laghetto di Marola”. E alla fine i candidati interpellati, chi più chi meno, dichiarano che, in caso di elezione, porteranno a termine la realizzazione del piano regolatore, uguale, uguale a com’ è ora, salvo piccole modifiche. Chi ci capisce qualcosa è bravo. Ancora più bravo chi riesce a distinguere le guardie dai ladri. Anna Manente

A guardie e ladri ci si giocava da bambini, la politica invece è roba da grandi, così si dice e così dovrebbe essere sempre e ovunque. A Torri di Quartesolo, alla vigilia delle amministrative, i giochi politci sembrano ludicamente infantili: candidati che si rincorrono a botte di dichiarazioni bomba, smentite repentine, accuse più o meno fondate e fugaci repliche al fulmicotone. Franco Antonini, Diego Marchioro, Ornella Galeazzo e Giampietro Busatta sono i quattro candidati alla posizione di sindaco, capolisti di altrettante liste, più o meno trasversali, più o meno di destra, di sinistra, più o meno al di sopra delle varie connotazioni politiche. Parte di loro facevano parte della giunta Valente, che spalleggiavano, fino ai primi mesi di quest’ anno, quando il caos ha preso il sopravvento. Tutto ha inizio a marzo scorso: a solamente tre mesi dalla data delle elezioni, si sfalda la maggioranza all’interno dell’amministrazione: alcuni fra gli assessori, fra i quali Franco Antonini, ai Lavori Pubblici ed Alessandro Ferretto, alle Finanze, sfiduciano il sindaco e si dimettono. “Una pugnalata alle spalle” per i sostenitori di Valente, “una rottura dovuta a crepe ormai troppo profonde per essere saldate”, secondo gli altri. Il casus belli sembra essere stato il Prg, e fin qui si ritrovano tutti d’accordo, a scendere poi nello specifico ognuna delle controparti lancia accuse diverse. A sentire Gianluca Ghirigato, ex assessore all’Ecologia, sul Prg

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cronaca

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Vladimiro Riva “Poche idee”
La nostra offerta: da sacrestia d’Italia a capitale della Lap Dance
Vladimiro Riva è consigliere delegato di Vicenza È, il Consorzio di Sviluppo Turistico della Camera di Commercio, e fino a qualche tempo fa era anche consigliere delegato di Vicenza Qualità, l’altro consorzio camerale dedicato alla promozione dei prodotti tipici vicentini. Ma il nuovo presidente della Camera di Commercio, Sergio Rebecca non ha proceduto alla conferma dell’incarico nei confronti di Riva. Una decisione discutibile - che Riva non commenta limitandosi a ricordare il lavoro compiuto negli anni passati. Mai troppo diplomatico né comodo per i palazzi della politica, Riva deve questa sua giubilazione alle critiche mai lesinate. Critiche che riteneva utili alla crescita del settore turistico nella nostra realtà provinciale. “La situazione economica internazionale sta influendo nel turismo locale; in particolare il turi-

Stagione turistica al via tra le solite lacune. A cominciare dalle poche proposte e iniziative

Vedi Vicenza e poi scappa
Una giornata da turisti in città: dal terribile impatto col traffico a un tour de force di tre ore tutto compreso, ecco perché piace solo l’ostello dei giovani
Il Palladio attira i turisti ma nasconde anche tutto quello che c’è stato prima e dopo di lui. È questa la deduzione che nasce dopo aver passato la mattinata come un turista. Macchina fotografica al collo, pantaloncini corti e naso all’insù spesso li vediamo passeggiare spaesati tra i portici del Corso. Ma cosa prova un turista che visita Vicenza? Abbiamo provato a seguire, passo dopo passo, il percorso seguito da tedeschi, francesi, giapponesi e tutti i vari “foresti” che vengono a visitare la “città del Palladio”. almeno dieci anni, si fa sentire un po’ di più per colpa della crisi mondiale.” Il sol levante tramonta? “In effetti sembra che il futuro bacino turistico orientale sarà Pechino. È aumentato l’investimento della promozione turistica italiana in Cina.” ra urbana, facilmente accessibili per chi utilizza l’autostrada. Peccato che la loro vista sulla zona industriale non sia il massimo del romanticismo per i turisti. “L’ostello è una valida ed economica alternativa – osserva Alessandro, dipendente dell’ostello Olimpio da tre anni – ed è un modo di viaggiare e pernottare diverso. Negli ostelli vince il concetto della condivisione, il dividere la stanza con altre persone. Ci sono anche molti spazi comuni (mensa, sala ricreativa). Molte persone si conoscono qui, decidono di visitare la città insieme e, a volte, proseguono in gruppo i loro viaggi. Sicuramente è un concetto più nordeuropeo che del Belpaese. Infatti la maggior parte dei nostri visitatori viene dall’estero. Gli italiani sono più diffidenti. E il nostro pubblico, per quel che riguarda Vicenza, va in controtendenza: anche se Vicenza si visita in un pomeriggio, i nostri clienti si fermano più giorni. Vabbè, il fatto è che utilizzano Vicenza come base per visitare tutto il Veneto, a cominciare da Venezia.” Il mistero è presto svelato: nella città lagunare l’ostello presenta solo camerate comuni, mentre qui ci sono anche camere doppie e familiari. “Infatti sotto Carnevale esauriamo tutti gli ottanta posti letto, mentre mediamente ospitiamo una sessantina di persone.” Ilario Toniello

La via di Goethe

Le porte della città

Si comincia dai principali luoghi di “sbarco”: importantissimi perché la prima impressione di una città è quella che conta. Per chi arriva in pullman le aree autorizzate per la fermata sono in viale Giuriolo, nei pressi di piazza Matteotti e piazzale della Vittoria, a monte Berico. Altro punto di approdo è viale Roma, vicino a piazza Castello, dove convergono anche i flussi di visitatori e pendolari che scendono dal treno. Il biglietto da visita della città è decisamente deludente: chi scende dal treno si trova già catapultato in una delle infernali rotatorie che sputa smog. Se poi, invece di procedere dritto o a destra, l’incauto visitatore si volge verso viale Milano, si troverà davanti ad una delle aree più discusse e discutibili della città. Roba da girare i tacchi

Piazza dei Signori, ritratto notturno della statua che raffigura Andrea Palladio

e tornare da dove è venuto. Non molto più fortunato è il turista che scende dal torpedone in viale Roma. Se riesce ad evitare buche e rappezzamenti vari del manto stradale, resterà alquanto perplesso dal nuovo look di viale Dalmazia, che taglia in due campo Marzo. Percorrerlo oppure no? La medaglia per la fermata più bella spetta al piazzale panoramico di monte Berico. Oltre ad essere ben attrezzato con un paio di ristoranti capienti e a misura di comitiva, la splendida vista sulla città affranca il cuore dal lungo viaggio.

Una vasca in corso

Passaggio d’obbligo è Corso Palladio, la vera arteria del centro storico. Qui passeggia Francesca,

una giovane guida turistica, con quindici paia di occhi a mandorla al seguito. “ I giapponesi arrivano generalmente in treno – ci spiega mentre i suoi protetti scattano foto di gruppo in piazza Matteotti – Vicenza per loro è solo una breve sosta tra Venezia, Verona e Milano. A volte pernottano negli hotel in centro, dove spendono meno rispetto alle grandi città e l’ambiente è più tranquillo, ma non si fermano mai più di un giorno. Viaggiano quasi sempre in gruppi organizzati dalle agenzie. Sono generalmente persone di mezza età in viaggio di nozze oppure pensionati che fanno il tour dell’intero Paese. Il flusso turistico? È stabile, anche se in leggero calo. La stagnazione economica, che in Giappone è cronica da

In Contrà Porti, celebrata dal più amato scittore tedesco Goethe, incontriamo Federica. Sta spiegando le bellezze di palazzo Thiene ad alcuni amici stranieri. “Sono originaria di Trento e il tedesco è la mia seconda lingua. Arrotondo lo stipendio da impiegata con traduzioni e supporti alle agenzie di viaggio. I tedeschi e gli austriaci sono molto disinvolti, viaggiano generalmente in famiglia e scendono in Italia in estate, per andare al mare. Si fermano a Verona, Padova, Venezia, ma sono fermate intermedie. La meta finale è la spiaggia. Il punto di forza di Vicenza è anche la sua debolezza: fuori del centro storico, di per sé bellissimo e ben valorizzato, non c’è nulla. La città sembra scissa in due: quella vera, al di fuori delle mura, e quella fittizia. Un po’ come Venezia.”

Buonanotte vicentina

Cercare una coperta e un cuscino per la notte in centro sono dolori per il portafogli. Ma tra hotel a tre stelle e graziose locande non c’è che l’imbarazzo della scelta. Prezzi più bassi negli alberghi della cintu-

Scomparsi in Regione i dati sull’afflusso turistico: da ottobre il buio

Curiosità. Il problema maggiore sono i (dis)servizi

Fantasmi in città
Il settore turistico si trova ad affrontare una delle crisi più gravi negli ultimi anni. Mentre gli operatori del settore attendono una risposta forte da parte delle istituzioni, in Regione a Venezia non solo le indicazioni sono poco chiare ma mancano addirittura i dati ufficiali per analizzare la situazione. Si avanza a tentoni, alla cieca. “In realtà la situazione non è così grave – tranquillizza Carla Padovan, segretaria generale del consorzio turistico Vicenzaè – noi abbiamo dati che ci permettono di agire in ambito provinciale e verificare i ritorni delle nostre promozioni. È vero, però, che la Regione ha bloccato la raccolta dei dati. Le ultime indicazione risalgono ad Ottobre 2003, non includono nemmeno tutto l’anno.” Tutto inizia con il passaggio dei poteri dalle Apt regionali (aziende promozione turistica) alle Iat (informazioni e accoglienza turistica). Ora sono quest’ultime realtà, a carattere provinciale, ad occuparsi dell’accoglienza dei viaggiatori. L’assessorato al turismo della provincia di Vicenza ha affidato questo compito a Vicenzaè, consorzio di promozione di cui la provincia è uno dei soci fondatori. Tra i compiti delle Iat c’è anche quello di recuperare da hotel e altri luoghi di accoglienza i dati relativi alle villeggiature degli stranieri e di inserirli in un database gestito dalla Regione: il Turistat. Verso la fine dell’anno scorso, di punto in bianco, il sistema informatico è stato bloccato. “Le ragioni rimangono oscure – ci confida Padovan – sembra che sia scaduto il contratto all’azienda che si occupava del programma informatico.” Si vocifera anche che un cambio dei vertici della promozione turistica regionale abbia generato un po’ di confusione e il blocco del meccanismo statistico. “Comunque sia tutte le Iat sono molto preoccupate – ribatte Padovan – perché la raccolta delle schede con i dati continua e finché non

Il bagno dell’architetto
se il teatro non contempli tra i suoi visitatori persone disabili o anziane, senza quella “agilità di gambe” che permette di accucciarsi su una turca. Vicenza, città del Palladio, patrimonio Unesco, non è pronta come città turistica per un semplice, naturale, quanto “biologico” motivo: mancano i bagni pubblici. E i bagni che vedo qui non sono certo degni del teatro opera di A Vicenza il turiquell’ “Andrea sta va di corsa: tre quondam Petri ore tutto comprelapicida” che ha so e neanche un lasciato il segno bagno per fare Palazzo Chiericati in un disegno del suo genio in pipì. Al teatro originale di Palladio ogni angolo della Olimpico, la meta città. più ambita dai visitatori, facciamo qualche Il Teatro però non delude: tutti domanda al personale in servizio. guardano estasiati e soddisfatti. “Approssimativamente gli stra- All’uscita seguo un gruppo di nieri sono un 30-40% dei visita- ragazzi che si incamminano tori (soprattutto tedeschi e fran- rapidi verso Santa Corona. cesi ) – dicono – e gli ingressi Andrea, una simpatica ragazza giornalieri superano la quota viennese, ci dice “Siamo di mille”. Non male. Ma, da corsa: in poche ore dobbiamo “osservatori in incognito” visitare il Teatro, la Chiesa e la Poi tornano a notiamo un certo contrasto tra Basilica!”. quel gioiello architettonico che è Venezia. Niente visita a qualche il Teatro Olimpico, e l’ingresso, villa; niente Monte Berico, che piuttosto dimesso, dove una varrebbe una sosta anche solo sola ragazza, accaldata e nervo- per la vista che offre sulla città. sa, deve far fronte alla coda di Nessun pranzo a base di piatti persone che attendono di riceve- tipici vicentini. Il loro viaggio di dieci giorni prevede un solo re il biglietto. Mi metto in fila con gli altri e giorno a Vicenza e nove a aspetto il mio turno per sborsa- Venezia. Sono studenti di una re i 7 euro necessari; scopro che scuola ad indirizzo artistico. esiste una “cumulative card” Andrea dice “sono dispiaciuta che permette di entrare al di stare così poco tempo a Teatro, a Palazzo Chiericati e al Vicenza. La trovo più vivibile e museo di Santa Corona; per rilassante di Venezia, troppo ingannare l’attesa chiacchiero caotica e senza verde”. Hanno con due signore francesi che pranzato “al volo” in un bar in stanno brontolando con le loro Piazza dei Signori e il suo amico erre deliziosamente arrotate: Alexander dice, tutto contento: “Non troviamo giusto il bigliet- “Qui si spende poco”. Poi to cumulativo, siamo di fretta, aggiunge, notando il nostro volevamo vedere solo il Teatro e sguardo perplesso: “Rispetto a poi torniamo sul Lago di Garda, Vienna”. dove abbiamo preso alloggio… All’uscita della stazione ferroPerché pagare per qualcosa che viaria della città lagunare ci non vogliamo vedere?”. Mi rac- sono dei manifesti in cui si ricorcontano che vengono dalla da al visitatore, tra le varie cose, Rotonda, dove hanno lasciato che “Venezia non è solo Piazza ben 5 euro per la visita del solo San Marco”. Forse anche Vicenza dovrebbe ricordare ai giardino.” Preso il biglietto, entro e mi suoi ospiti che se “Vicenza è la trovo già in un’altra coda: …per città del Palladio”, il Palladio la toilette! Sono due squallide non è solo Basilica e Teatro turche in una piccola stanza con Olimpico, né Vicenza è solo pareti che avrebbero bisogno di Palladio. una mano di bianco. Mi chiedo Erica Freato Palladio, eccelso progettista, ha disegnato Vicenza riempiendola di colonnati che il mondo ci invidia. Eppure qualche dimenticanza l’ha avuta. Che crea gravi problemi tra i già pochi visitatori vicentini: i bagni. È risaputo, infatti, che tazze e gabinetti pubblici sono introvabili in città. Unica salvezza: il caffè al volo nei bar.

si potranno inserire nella banca dati rimangono in nostro possesso. Per le strutture più grandi come la nostra, che lavorano sette giorni alla settimana, non è un grosso problema. Ma per i piccoli centri c’è il rischio che parte del materiale vada perso. Se si riprenderà la raccolta dei dati i risultati protrebbero essere forvianti”. Elena Perizzari dell’assessorato al turismo della provincia conferma: “Abbiamo dati ufficiali solo fino al 2002. Purtroppo sono informazioni che arrivano direttamente dalla Regione, da noi i dati vengono solo divulgati”. Nel frattempo è impossibile, in Regione, parlare con Clara Peranetti, la dirigente generale dell’ufficio turismo, che è in grado di sciogliere il bandolo della matassa e riferire qualche informazione: “È in riunione”, riferisce ripetutamente la segretaria. Almeno speriamo che, in una di queste riunioni, risolva il problema.

smo d’affari soffre della congiuntura internazionale. Un settore come quello dell’oro produce, ad esempio, un notevole calo nei viaggi d’affari. Le strutture esistono e sono di ottimo livello ma manca la capacità di reagire in termini di programmazione di avvenimenti. Una mostra come quella sul Canova, organizzata molto bene e promozionata a tutti i livelli per tempo, ha avuto una risposta adeguata. Ma altri eventi non hanno avuto lo stesso risalto e una programmazione altrettanto tempestiva ed accurata”. Come rilanciare il settore? “Bisogna avere il coraggio di fare investimenti. A Vicenza non c’è il Museo dell’Oro, manca una struttura fissa per l’architettura, un vero museo palladiano. Così mentre in Italia e all’estero aumentano le proposte turistiche, noi finiamo sui giornali come la provincia dei locali di Lap Dance. Secondo il settimanale Amica ci sono 34 locali di Lap Dance nella nostra provincia. Da Sacrestia d’Italia ci stiamo trasformando nella capitale dei locali di spettacoli osé.” Chi, nella situazione di partenza di Vicenza, ha dimostrato che si può fare di meglio? “Prendo a esempio Brescia che, pur non potendo contare sulle bellezze architettoniche di Vicenza, ha investito moltissimo nel turismo, creando budget miliardari e prendendo come consulente Goldin, noto per essere l’organizzatore degli eventi espositivi di Treviso.” Ma anche noi abbiamo preso un consulente. “Si chiama Rossi. E abbiamo visto i risultati. Non fatemi dire di più” Proposte future? “Spero venga avanti la proposta della Camera di Commercio di creare un’agenzia di comunicazione specializzata; magari riusciremo solo ad ottenere il risultato di far sapere nel mondo che Vicenza è la città del Palladio. Dico questo perché in giro per il mondo tutti collegano il noto architetto con Venezia prima che con Vicenza dimenticando che Palladio ha progettato e realizzato sedici ville a Vicenza ed una sola a Venezia” f.f

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Presente e futuro della grande Azienda dei vicentini, sempre più sorda alle nec

Aim, non parlate al c
No strategie. Si naviga a vista: pochi progetti, tante polemiche Pochi utili: la crisi dei trasporti trascina gli altri settori Zero politica. La disputa An - Forza Italia blocca lo sviluppo

Dall’addio di Balbo quattro anni senza strategie
Anni ruggenti
Oggi è Dario Vianello l’uomo forte dell’Azienda. Ma un serio piano ancora non c’è
Sei anni di contrasti istituzionali di assenza di strategia. È questo l’infelice bilancio del rapporto tra Aim e Comune, spesso non brillante per strategia, popolato da qualche luce e molte ombre. Abbiamo riassunto gli eventi e le strategie adottate dal ’98, anno d’insediamento della prima giunta Hüllweck, sino a oggi. Dicembre 1998 Hüllweck è eletto sindaco di Vicenza. La gestione delle Aim è “affidata”, attraverso patti interni, a An. I consiglieri Alifuoco e Romano sollevano dubbi d’incompatibilità: alcuni consiglieri comunali, infatti, assumono posizioni di rilievo all’interno della municipale vicentina. Primavera-Autunno 1999 Cominciano i primi disguidi e disservizi. Scoppia il caso delle “bollette impazzite”, a tutt’oggi il problema non è stato risolto completamente. È allontanato Antonio Zaccaria, il vicepresidente del consiglio di amministrazione: aveva pubblicamente ammesso di non condividere le scelte sul piano della correttezza gestionale. Ottobre 2000 Si vocifera di un buco di oltre cinque miliardi di vecchie lire nel bilancio Aim: da enormi utili si passa al deficit. Novembre 2000 Hüllweck non riesce a nominare il nuovo consiglio di amministrazione a causa degli scontri interni della coalizione. Dicembre 2000 Il sindaco nomina a sorpresa il nuovo consiglio di amministrazione. Con un rapido blitz il presidente Pierluigi Balbo (exdirigente della Sadi di Altavilla), che aveva qualche attrito col Comune, viene defenestrato. Balbo denuncia l’allontanamento forzato (la causa è ancora in corso). Febbraio-Marzo 2001 Nemmeno tre mesi e Hüllweck licenzia il nuovo presidente e l’amministrazione appena insediata. Tutto il consiglio comunale, maggioranza e opposizione unita, vota un ordine del giorno in cui si impegna il sindaco a nominare un nuovo consiglio di amministrazione entro il 3 Aprile. Giugno 2001 Con ampio ritardo viene nominato il nuovo Cda. Ottobre 2001 La stampa fa emergere alcune incompatibilità di ruolo. Diversi membri dell’amministrazione di Aim, infatti, hanno ruoli privati che entrano in conflitto con quelli pubblici. Gennaio 2002 Nonostante le continue smentite del sindaco, i consiglieri di Aim accusati si dimettono dal loro incarico. Maggio 2002: Scoppia il caso dell’acqua inquinata nella tratta dell’acquedotto vicino allo stadio Menti. Giugno 2002 Nasce un violento contrasto: sindaco ed assessore Ancora (Fi) da una parte, Cda di Aim dall’altra. Il contenzioso riguarda la modifica dell’articolo 49 dello statuto della municipale. La modifica permette l’ingresso agevolato dei membri dell’amministrazione comunale (in questo caso l’assessore Ancora) all’interno del Cda di Aim. Luglio 2002 Nuovi attriti tra giunta Hüllweck e Aim. Il problema è la costituzione di Elettrogas, la società di Aim, Aps di Padova e associazioni industriali delle province venete, nata per ottimizzare il risparmio dell’acquisto dell’energia. Il contrasto viene superato dopo la denuncia del fatto in consiglio da parte dell’opposizione. Settembre 2002 Spaccatura in giunta. I consiglieri comunali di An si rifiutano di votare una delibera per la cessione di parte delle azioni dell’azienda di servizi vicentina alla Mbs di Montecchio e Brendola. Lo scontro pubblico coinvolge ancora il presidente di Aim. Novembre 2002 I dati del bilancio 2002 destano preoccupazione: i costi di realizzazione sono costantemente superiori alla produzione, l’utile netto è reso possibile solo attraverso gli ammortamenti molto bassi, i debiti crescono moltissimo rispetto ai crediti. Dicembre 2002 Rossi, presidente Aim, è condannato per abuso edilizio dal tribunale di Vicenza. Per il sindaco non ci sono problemi di dimissione del presidente dal suo incarico. Nello stesso periodo le tariffe per acqua e rifiuti subiscono un pesante aumento. Alcuni comuni vicentini, assegnati dall’Aato (Autorità di ambito territoriale ottimale) ad Aim, decidono di abbandonare la municipale vicentina per affidare la gestione dell’acqua all’equivalente padovana. 2003 Acquisizione delle 7700 utenze Enel pagate 22 milioni di euro. Si stima che ci vorranno 20 anni per ammortizzarle. Trasferimento d’incarico del direttore generale Ruggero Anfossi ad assistente del presidente. Una “promozione” che appare in realtà un declassamento. Se ne va anche lìingegner Paolo Leoni , oggi alla Brenta Servizi. 2004 A quanto pare oggi è il dottor Dario Vianello l’uomo forte di Aim. Ex responsabile finanziario, un tempo legato alla Dc, ha oggi l’incarico di direttore generale.

La situazione setto acqua torbida, bolle
elettricità
Oltre un miliardo di kilowattora l’anno. È questa l’impressionante quantità di energia elettrica che Aim ha distribuito nella città nel 2003. Ed è solo l’inizio. Perché dopo la liberalizzazione del mercato dell’energia, anche (l’ex) municipalizzata vicentina ha investito su questo settore, sia per la clientela domestica che per le attività produttive. Proprio pochi mesi fa, rilevando quasi 8000 utenti dall’Enel, ha acquisito la pressoché totale gestione del servizio elettrico della città. La monarchia del settore elettrico è vista di buon occhio, come rapido ed efficiente sistema di razionalizzazione del servizio. Ma da più parti giungono preoccupazioni per un sistema ad unico fornitore, che potrebbe, dopo un periodo iniziale di prezzi effettivamente più bassi, alzare le tariffe per un maggior guadagno. Aldi là di questi dubbi, Aim prosegue per la sua strada. Le energie sono state maggiormente spese per offrire un servizio interessante alle aziende, in particolare con la realizzazione della società “Berica Energia” che si occupa esclusivamente di questo. Dal 1998, inoltre, Aim si occupa della gestione dell’illuminazione pubblica della città. Il cambiamento principale, notato dalla maggior parte dei vicentini, è la radicale sostituzione di quasi tutte le vecchie lampade a luce bianca, con le nuove lampade al sodio (gialle), che danno una migliore visibilità. La sostituzione sistematica di tutte le lampadine al termine ipotetico del loro ciclo di vita ha ridotto drasticamente i casi di “lampadina bruciata” evitando lo stillicidio economico degli interventi necessari per la sostituzione forzata legata al caso.

acqua
Già nel lontano 1992 Vicenza ha ceduto all’Aim la gestione completa della fornitura idrica. Dodici anni di luci ed ombre. Alcune piuttosto pesanti. Come l’avvelenamento dell’acquedotto in zona Menti che nel 2002 provocò intossicazioni in tutta la zona obbligando il Comune a correre ai ripari vaccinando tempestivamente qualche migliaio di persone. Il processo in corso chiarirà. La macchia resta. Ma al di là degli episodi, il futuro idrico di Aim passa attraverso il completamento, in tempi ragionevolmente brevi, di un adeguato sistema fognario che integri e sostituisca quello attuale, obsoleto quando non del tutto insufficiente. Attualmente sono stati avviati i lavori per la posa delle condotte fognarie per acque nere e la realizzazione degli allacciamenti agli immobili in alcune zone cittadine. L'investimento previsto per l’ intervento è pari a 4,9 milioni di euro finanziati per metà dalla Regione Veneto. Strettamente connesso è il potenziamento del depuratore di Casale mandando definitivamente in pensione quello, ormai fuori norma, di Sant’Agostino. Dal 97 esiste l’Aato Bacchiglione (Autorità di Ambito Territoriale Ottimale, con i 144 comuni aderenti la più grande delle 5 venete) consorzio per il coordinamento delle risorse idriche del comprensorio vicentino. Una razionalizzazione delle risorse che non può che essere valutata positivamente (così come il recente interessamento di Agsm Verona, multiutility prima per dimensioni tra le sei presenti nel Veneto, ad un’alleanza con Aim). Infatti, proprio grazie alle sinergie Aim Vicenza spa ha iniziato una politica di espansione che l’ha portata alla fornitura del ciclo completo dell'acqua a 31 Comuni limitrofi assegnati per convenzione dall’Aato stessa: con l’acquisizione l’utenza servita da Aim tocca quota 270.000 (un quarto dell’intera popolazione servita dall’Aato Bacchiglione) con un volume di acqua erogata di oltre 22 milioni di metri cubi all'anno. Un balzo in avanti che fa del comparto uno dei

I timori di un monopolio incontrollato

Perché non si agevolano i bassi consumi?

Dai rivestimenti agli investimenti. Il chi è del presidente, da un’impresa a gestione familiare a una poltrona da 180 mila euro l’anno

La travolgente carriera del signor Rossi
Quando An fece una cosa di sinistra. Così si potrebbe intitolare un ipotetico volume sulla vita e le gesta di Giuseppe Rossi, attuale presidente Aim in quota al partito di Fini. E sì, perché con il Signor Rossi la fantasia è andata al potere oppure, se preferite, la classe operaia in paradiso. Sessantottino (nel senso che è nato agli albori di quella stagione rivoluzionaria), l’uomo più municipalizzato di tutta Vicenza ha un curriculum personale che farebbe felice perfino un veterocomunista come Cossuta. Compiuti gli studi al Patronato Leone XIII° dove apprende rudimenti e segreti dell’elettromeccanica (ma se infine abbia conseguito il diploma è questione controversa), prosegue il suo iter scolastico con un corso di Marketing presso la British School. Cronologicamente, è il 1996, un anno dopo la svolta di Fini a Fiuggi. E’ forse in quel periodo che il Signor Rossi decide di cavalcare il vento impetuoso del cambiamento. E infatti approfondisce le sue competenze frequentando un “corso di comunicazione” nel 1997. Gli tornerà utile in seguito per risultare vincente nella corsa per la presidenza di un’azienda come Aim che vale circa 130 milioni di euro l’anno. Ma accusare Rossi di essersi accomodato su una poltrona tanto importante forte solo della preparazione teorica acquisita negli anni di studi sarebbe ingiusto, oltre che falso. Altrettanto fondamentale è stata l’esperienza accumulata nella trincea del lavoro. In pochi anni, quelli che precedono la nomina che cambierà la sua vita nel 2001, diventa Amministratore Unico delle Ceramiche Design e della Jacos Costruzioni che si occupano rispettivamente di commercio di materiali edili e di costruzioni edili (da cui il simpatico soprannome di ‘Bepi Matonéa’). Il gruppo di imprese conta ben 8 dipendenti. Il lettore tenga bene a mente questo numero, sarà decisivo nella storia futura del Signor Rossi. Che infatti oggi, a soli 36 anni, di dipendenti (anzi, come si chiamano adesso, “collaboratori”) ne gestisce 800. Un salto quantitavo inspiegabile senza l’ausilio della cabala. Che giustifica anche il lauto stipendio che il nostro percepisce come Presidente Aim, presidente della Sit (Società Igiene e Territorio Vicenza) con sede a Brendola, e un altro paio di consorziate: più o meno 180.000 euro l’anno. E bravo il Signor Rossi che ce l’ha fatta solo grazie alla forza dei numeri. Inutile sostenere, come fanno i maligni, che il suo successo dipenda dal fatto di essere uomo dell’onorevole vicentino (di AN) Giorgio Conti. Impossibile, Conti è nato il 1° aprile 1961. Come risulta chiaro anche a chi di numerologia non capisce nulla, con l’otto non ha davvero nulla a che fare. Davide Lombardi

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cessità della città. E sempre più in mano a pochi
Più auto, meno bus Così uccidono il settore
Quaresimin: “Politica distruttiva”
“I vicentini usano sempre meno il bus? Fanno bene. In questa città è molto meglio usare l’auto”. Scusate la banalità della frase: la notizia sta nel fatto che a pronunciarla è stato l’ingegner Franzoia, dirigente di punta del settore trasporti Aim. Intervistato da Silvia Maria Dubois sul Giornale di Vicenza, Franzoia lanciò questa provocazione che passò senza lasciare tracce. Come se fosse normale sentire Umberto Agnelli che dice “Che schifo le auto”. quella di Franzoia era un’accusa forte e chiara a Cicero e soci, che fanno l’impossibile per sfavorire l’uso dei mezzi pubblici. “Ma i problemi dei bus a Vicenza sono moltissimi - commenta Marino Quaresimin, ex sindaco, oggi consigliere comunale del centrosinistra che assieme a Ubaldo Alifuoco tiene da tempo sotto controllo il problema Aim - Per cominciare, ci sono i soldi non dati dalla Regione, che si rifiuta di rimborsare i chilometri percorsi fuori dal comune. Questo perché non considera Vicenza città metroliplitana. L’Aim insomma, porta gli utenti a Quinto, Torri, Bolzano Vicentino senza rientrare delle spese. Negli ultimi anni c’è stato poi un calo degli abbonati. Anche qui manca una politica valida: gli anziani per esempio, che sono un pubblico in crescita, devono contare su abbonamenti ridotti per le fasce orarie del mattino, quando i bus sono mezzi vuoti.”

conducente

trasporti

ore per settore ette ancora di più
fiori all’occhiello di Aim. Purchè l’entusiasmo – nel caso, legittimo - del presidente Rossi non finisca per confinare in soffitta i problemi che restano. Su tutti, una rete idrica con un discreto livello di dispersione. Ma anche, sulla scorta di quanto realizzato da Aato Brenta (Padova), politiche di incentivazione e controllo delle tariffe. A Padova sarà operativa dal 2005 una tariffazione unica che consentirà di mantenere ad un basso livello le variazioni, con costi agevolati per bassi consumi: viene cioè introdotto il principio che "chi meno consuma, meno paga". Aim al momento non ha in cantiere nessuna iniziativa per motivare i cittadini a un utilizzo intelligente di una risorsa così preziosa.

gas
L’azienda municipalizzata vicentina ha recentemente ampliato la sua rete di trasporto del gas. Ora il metano dell’Aim è distribuito in tutto il territorio comunale e in un grande numero di comuni, soprattutto del sudest della provincia:Altavilla Vicentina, Arcugnano, Bolzano Vicentino, Bressanvido, Longare, Montegalda, Monticello Conte Otto, Pozzoleone, Quinto Vicentino, Torri di Quartesolo e Albettone. La maggior parte del gas è importato dalla Russia, il restante dall’Algeria e solo in minima parte dalla produzione nazionale. Se l’aumento dell’area servita ha portato ad un effettivo aumento delle entrate, il servizio è fortemente penalizzato da una serie di concorrenti privati, nati dalla collaborazione tra artigiani ed industriali locali. Un maggiore investimento futuro nel settore domestico, quindi, non è un’ipotesi così scontata. Prosegue senza sosta, invece, l’acquisizione di utenti industriali, con una strategia aggressiva che amplia il mercato rivolgendosi soprattutto a industrie lontane dal Vicentino. Il compito è affidato ad Elettrogas, la società costituita nel 2002 da Aim Vicenza, Aps di Padova e dalle Associazioni Industriali di Vicenza, Padova, Rovigo, Treviso. Una società controllata completamente dalla municipale vicentina. Un esempio è il recente contratto con l’azienda Bbs-Riva S.p.A. di Ro (Ferrara), dove Elettrogas ha battuto non solo i fornitori locali ma anche Enel, Edison, Enel: i grandi del settore. Tra qualche abitante di Vicenza sorge un dubbio. Per realizzare proposte vantaggiose ma poco remunerative a livello industriale, l’azienda non sarà costretta ad aumentare le tariffe di chi il gas lo usa per cucinare e scaldarsi?

rifiuti
C‘era una volta lo spazzino. E per fortuna c’è ancora. Che ne dicano i soliti criticoni, Vicenza è una città pulita. Vero è che molte attenzioni vengono riservate al centro città e la periferia stavolta deve stare ad aspettare. Un grosso punto di domanda arriva invece dalla raccolta differenziata. Lanciata alla grande alla fine degli anni Novanta, avrebbe dovuto diventare un fiore all’occhiello dell’azienda. Grandi campagne pubblicitarie e iniziative di sensibilizzazione fecero scoprire ai vicentini l’importanza di separare i rifiuti. A distanza di qualche anno questa politica aziendale ha vissuto un brusco stop: ad Aim non interessa più? Dei necessari controlli non si è più vista traccia. Di nuove iniziative di sensibilizzazione nemmeno. E i tantissimi che non hanno mai voluto accettare l’obbligo di separare i rifiuti sono oggi premiati rispetto a chi si è sforzato di lottare per un ambiente migliore. Un pessimo segnale.

Ma pareggiare i conti è possibile? Per Quaresimin sì: “10 anni fa Ftv (Ferrovie e Tramvie vicentine) avevano un deficit di 8-9 miliardi. Oggi l’azienda è in pari e addirittura chiude con un piccolo utile. Oggi Ftv, che è per il 90 è per cento una spa di proprietà della Provincia, dovrebbe lavorare in stretta unione con Aim. Pensiamo a un rapporto di condivisone di strategie. Ma Ftv non ci sta: attraverso la Provincia fa sapere che prima Aim deve azzerare il debito. La soluzione comunque è una sola: un unico piano trasporti Aim-Ftv che unifichi alcune linee. Che senso hanno un bus Ftv e un bus Aim che percorrono contemporaneamente il tragitto dal centro a Torri? L’unione porterebbe grandi vantaggi: dal biglietto unico all’abbattimento dei costi di gestione. Pensiamo solo al mantenimento di una sola autofficina.” “Vicenza - chiude Quaresimin - non ha mai fatto niente neppure per garantire ai bus più celerità e comodità. Avete mai visto corsie preferenziali? E ancora: nel ‘97 si era iniziato a fornire i semafori di sensori per dare precedenza ai bus. Da allora più niente. Ultimo problema, il costo dei biglietti, tra i più elevati in tutto il Veneto. La realtà è che Hüllweck si è preoccupato solo di rendere più snello il traffico delle auto, mai dei mezzi pubblici”.

Un tram chiamato stress
Dura è la vita del tranviere vicentino. Tra Aim e viaggiatori, tra incudine e martello, sono i primi che risentono della politica dell’azienda. “Perché siamo il primo, importante contatto con il pubblico – commenta Andrea Rizzi, dipendente dal settore trasporti Aim – A volte la situazione è piacevole: siamo i confidenti delle persone sole. Ce ne sono parecchie nella nostra società, soprattutto anziani. Ma nella maggior parte dei casi siamo bersagliati dal nervosismo della gente”. È difficile stare attenti a strade che fanno paura, rotatorie difficili da ‘guadare’ e soprattutto le biciclette, vere schegge impazzite. Ma anche il rapporto con l’Aim è difficile. “Con l’azienda c’è un continuo dialogo ma non sempre porta a buoni frutti – continua Rizzi – Le opinioni dei viaggiatori vengono in gran parte ’captate’ proprio da noi autisti. Informazioni preziose. Per esempio molti preferiscono i tram vecchi, con i tre fantomatici scalini da salire, rispetto alle nuove macchine perché gli interni sono poco ergonomici: i sedili sono scomodi, ci sono poche sbarre per aggrapparsi”. E il rapporto più stretto, tra azienda e dipendente, è ancora più critico. “Abbiamo turni pesanti e i danni a schiena ed articolazioni (malattie non previste al livello professionale) si fanno sentire. Facciamo fatica a farci riconoscere almeno dei sedili comodi per guidare. È anche un problema di sicurezza per i viaggiatori. Per non parlare delle poche pause che abbiamo tra la fine e l’inizio delle corse. L’azienda ha ridotto moltissimo i tempi, costringendoci a pochi minuti di stacco tra l’arrivo e la partenza. Ci battiamo da tempo anche per avere le ultime fermate in luoghi accessibili, dove ci sia almeno un bar nella zona. Per carità: non chiediamo una pausa cornetto e cappuccino ma almeno la possibilità di andare al bagno”. Per necessità, infatti, molti alberi o muretti, in certe fermate, sono diventati le toilette dei tranvieri. “E questo, per noi maschietti, forse andava bene fino a qualche tempo fa – conclude Rizzi – ma pensate alle nostre povere colleghe donne, che, giustamente, stanno aumentando di numero anche in una professione tradizionalmente maschile come la nostra. Cosa devono fare?” m.r. e i.t.

bollette

Le bollette Aim restano una delle dolenti note dell’azienda. Non solo per i costi (più o meno) elevati, ma soprattutto per un’accusa che gli amministratori non riescono a scrollarsi di dosso: la scarsa trasparenza. Forse perché non si è fatto molto a riguardo. Comunque sia la questione è finita addirittura in Consiglio comunale. Un problema tecnico che francamente doveva e poteva essere risolto dai tecnici stessi. Annosa anche la questione delle morosità. Per acqua, luce, gas, rifiuti si parla di 700/800 mila euro l’anno non riscossi dall’azienda tra contenziosi e mancati pagamenti. Soldi che, per vari motivi, difficilmente vengono recuperati e che restano sul groppone della Spa vicentina. La revisione informatica dell’intero sistema, realizzata di recente, non ha prodotto i risultati sperati. La gestione resta piuttosto confusa. Bravo tecnico informatico cercasi.

Chi ci capisce qualcosa è bravo

Il metano ti dà una mano, ma occhio alla concorrenza

personale
C’era una volta l’azienda pubblica. Tempi in cui per assumere nuovo personale, Aim doveva ricorrere a lunghi e fastidiosi concorsi. Una fatica che la nuova ragione aziendale ha cancellato. Così le ultime assunzioni per concorso risalgono al 1997. Da allora in Aim si lavora con moderne ed efficienti logiche manageriali, da azienda privata. “Una bella differenza - racconta un dipendente, per ovvi motivi anonimo - Oggi le assunzioni sono così precise che a volte lasciano di stucco. Per un posto di una certa rilevanza, qualche tempo fa, vennero chiesti curriculum e referenze. La persona che venne assunta non lo aveva nemmeno inviato: con una lungimiranza eccellente l’azienda ha scovato l’uomo giusto lo stesso.” Con questo non vogliamo ovviamente insinuare nulla. La maggior parte dei nuovi assunti sono persone in gambissima, che si riconoscono tra gli altri. “Si riconoscono benissimo soprattutto in occasione degli scioperi: sono gli unici a non partecipare mai”. (redazione)

l’incubo degli autisti: non c’è tempo per far pipì

trasporti

Il diario del viaggiatore sardina tra spinte e ascelle
fiati apocalittici, di tabacco e gomma da masticare. Aroma di peperonata e fragranza di montone, olezzo di stress e sudore, puzzo di stalla che tutto ricopre. La fermata successiva è quella del Salvi. L’autista aziona il meccanismo di apertura e vengo catapultato tra le braccia di un immenso grassone sdentato che mi sorride paterno. Intanto la terza età tutta si produce in un assalto alla diligenza in piena regola. Nel parapiglia riesco a prendere possesso di un posto a sedere. Il tram riparte, io cerco di guardare fuori dal finestrino, oltre il girone infernale in cui sono capitato. Un ragazzetto di tredici anni si divincola come un’anguilla perché le porte si sono chiuse, lui dentro e lo zaino fuori. Il capitano Achab non sembra curarsene troppo, procede impermeabile alle beghe dei marinai, scrutando i flutti ed evitando i pirati della strada. Il ragazzo deve attendere la fermata successiva per decidere se stare tutto dentro o tutto fuori. Fortuna vuole che almeno non piove. Altrimenti sarebbe andata molto peggio. Nicola Colpo

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la città a chiare lettere

Fermo in corso Padova aspetto il tram, il sole è spuntato da poco in questo lunedì di quasi estate. Eccola che arriva, la balena arancione. Si arrampica sul cavalcavia e scende sferragliando, inseguita dai fumi prodotti dal suo ventre meccanico; e quei gas pestilenziali, capaci di appestare l’aria come neanche seicento auto (e non è un’iperbole), li conosci bene. L’autobus accosta e fa un rumore stridente di freni poco oliati. Il capitano Achab apre le porte del suo numero uno, e la balena vomita decine di studenti sul selciato. Sono stravolti, i visi pallidi e sudati, i capelli di chi ha passato la notte a lottare con un grizzly. Una signora anziana si affaccia timida e incerta all’uscita, ma viene travolta dal branco degli ultimi arrivati. Entro a stento, ma non riesco ad oltrepassare il secondo gradino e rimango infossato come in una buca, la schiena appoggiata alla porta. Un mezzo concepito per cento persone ne trasporta più del doppio. Manca l’aria lì dentro, e la poca che vi si trova è contaminata da mille odori diversi: profumi all’uovo e ascelle maleodoranti si mischiano a

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idee e persone

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Stampa. Tra notizie inventate o gonfiate, ecco perchè l’informazione è in crisi

Quando 13 morti naturali diventarono 4000 vittime
La concorrenza di tv e Internet spinge i giornalisti allo scoop ad ogni costo De Mauro (Internazionale): “Errori ne fanno tutti. Ma sono in pochi ad ammetterlo”
Un terremoto ha scosso la stampa americana quando non più di un mese fa - si è dimessa Karen Jurgensen, direttrice del più venduto quotidiano americano Usa Today (oltre 2 milioni di copie al giorno). Motivo? La scoperta che l’inviato di punta del giornale, Jack Kelley, finalista del Pulitzer nel 2001 (il più importante premio giornalistico al mondo), si era inventato di sana pianta almeno otto dei suoi famosi reportage. Completamente falsa l’intervista ad un kamikaze a Gerusalemme così come la partecipazione ad una caccia delle truppe Usa ad Osama Bin Laden. L’episodio segue di un anno le altrettanto clamorose dimissioni di Howell Raines, ex direttore del New York Times, costretto ad abbandonare la prestigiosissima poltrona nel giugno dello scorso anno dopo che Jayson Blair, allora giovanissimo giornalista in ascesa del Times, lascia perché in ben 36 dei 73 suoi articoli pubblicati sono individuati elementi «di plagio, frode e inaccuratezza». A far scoppiare il caso, un’intervista copiata in gran parte da un pezzo già pubblicato sul quotidiano texano San Antonio ExpressNews. Un problema tutto interno alla stampa d’oltreoceano? Qualche (rara) mela marcia nel sistema dell’informazione? Non proprio. O meglio, non solo. Forse non tutti ricordano il celeberrimo “incidente di Timisoara”. Era il lontano 1989. I giornali e le televisioni di tutto il mondo raccontarono dei 4.632 cadaveri di civili massacrati in una battaglia con la polizia di Ceausescu. Titoli in prima pagina, servizi dagli inviati. Tutti concordi: a Timisoara è stata un’ecatombe, “il più grande massacro della seconda metà del ‘900” (il Ruanda era ancora là da venire). Tutto falso. La notizia era nata da un lancio dell’agenzia di stampa ungherese Mti per poi rimbalzare come una pallina da tennis da ogni parte del globo ed essere ripresa dalle più importanti agenzie. Prima ancora che qualcuno fosse inviato sul posto era già “notizia”. Senza alcuna verifica oggettiva. La tv ungherese riprese alcune immagini (notturne) dei cadaveri riesumati da un cimitero dei poveri, spacciandoli per vittime della battaglia “seppellite in fosse comuni”. I corpi degli sventurati erano solo 13 ma, per una sorta di ubriacatura mediatica collettiva, diventarono ben presto oltre 4.000 (in realtà i veri scontri, che ci furono, provocarono 72 vittime). Quando gli inviati della stampa estera giunsero finalmente sul posto, pur non trovando nulla di questa supposta apocalisse, si conformarono alla farsa. In seguito, svelata la mistificazione, in pochi ammisero l’abbaglio. Uno di questi fu il noto giornalista, oggi a Repubblica, Paolo Rumiz che, come ricorda Claudio Fracassi nel suo libro “Le notizie hanno le gambe corte”, confessò di aver inviato una corrispondenza “improvvisata” e “ad alta temperatura emozionale”. Per stanchezza, paura, fretta e anche “per la soddisfazione di aver trovato esattamente ciò che ci si attendeva di trovare”. Ma cosa spinge un giornalista ad inventarsi di sana pianta una notizia? La concorrenza della televisione e ora, anche di Internet? La necessità di stare sempre in prima linea (anche quando questa non esiste) per evitare che gli altri “brucino” un pezzo prima che questo esca sul proprio giornale? Lo abbiamo chiesto a Giacomo Papi, redattore di ‘Diario della Settimana’ e responsabile dell’edizione on line della rivista. La scelta non è casuale: Diario denomina il pezzo portante del giornale “l’inchiesta vecchio stile”. In parte un vezzo, ma anche, una evidente presa di distanza dal resto della carta stampata (e non solo). “Per noi questa significa un’inchiesta fatta sul campo, approfondita, minuziosa, dove lo stile – la scrittura – sia più importante di quel ritmo frenetico che, a partire dai titoli, imprimono ai pezzi gli altri newsmagazine italiani. In gergo, ormai da anni, si chiama ‘panoramese’. Con questo non voglio dire che i colleghi degli altri giornali inventino alcunché, ma certo, la necessità di catturare l’attenzione del lettore in tutti i modi possibili rende l’informazione ‘drogata’. La spinge ad eccessi preoccupanti. Se vuole, un fatto di ‘scansione ritmica’ piuttosto che di veridicità o meno della notizia. Anche se la sostanza resta quella di un’informazione che spesso, sotto il vestito, nasconde poco o niente. Ossia, non c’è notizia. Oppure c’è, ma è assolutamente gonfiata”. D’accordo, ma perché? “Mah, per stare al passo con gli altri. Per conquistare il numero più alto possibile di lettori. E’ ovvio che le tette di Manuela Arcuri risultino più appetibili – al lettore medio – di un’inchiesta ‘vecchio stile’. Inoltre, tenga presente che con Internet l’accerchiamento alla carta stampata è completato. Già la televisione, con la sua capacità di dare notizie in tempo reale (anche se poco approfondite) ha impresso una accelerazione all’intero sistema. Internet ha completato l’opera. Sia chiaro: la rete è una straordinaria risorsa di notizie e documentazione. Per di più gratuita. Ma alla velocità impressionante dell’informazione on line, il controllo delle fonti (prima regola di ogni buon giornalista) è diventato ancora più difficile. Accanto a lavori serissimi convivono bufale pazzesche. Distinguere diventa sempre più difficile. In questo scenario, la stampa dovrebbe essere quella che si riserva lo spazio per l’approfondimento meditato. Invece, spesso, non fa altro che inseguire gli altri media su un terreno per lei, a dir poco, scivoloso”. Ma questa scelta controcorrente da parte di Diario paga in termine di vendite? “Esistiamo da otto anni.
Una delle foto più famose della storia. Scattata da Joe Rosenthal della Associated Press durante la conquista dell’isola di Iwo Jima è stata spesso accusata di manipolazione. I soldati sarebbero stati in posa

Certo, il nostro pubblico è di nicchia. Alcuni ci giudicano molto snob. Altri, semplicemente dei giornalisti seri. Una scelta che paghiamo - in parte con la poca pubblicità. Ma, come vede, si riesce a stare in piedi lo stesso”. Paolo Coltro, giornalista vicentino del Mattino di Padova, tende a minimizzare. “Perché succedono queste cose? Perché qualcuno, andando a lavorare, lascia a casa la deontologia professionale. Gente che evidentemente pensa di riuscire a farla franca. Poi, è vero, il meccanismo dell’informazione tende a costringere il singolo a ricercare lo scoop a tutti i costi, la notizia anche quando non c’è. Ma un conto è ‘romanzare’, in sede di stesura del pezzo, ciò che è vero. Un conto è inventare di sana pianta. Oddio, ‘colorare’ un pezzo è pur sempre una forzatura. Nel giornalismo, quasi una malattia endemica, ma certo non mortale. A volte la notizia ha al massimo due o tre elementi che nella stesura conclusiva diventano venti. Ma ripeto, inventare è tutt’altra faccenda. E’ un po’ come la differenza che passa tra manipolazione e interpretazione della notizia. Manipolare significa cambiare coscientemente l’informazione piegandola ai propri fini. Introdurre degli elementi di falsità. Interpretare è tutt’altra cosa: una volta ci insegnavano che un buon giornalista deve tenere separati i fatti dalle opinioni. La regola dovrebbe essere ancora valida. Ma in America soprattutto, lo starsystem agisce anche a livello giornalistico. Si entra in un meccanismo per cui si fa di tutto pur di essere il numero uno, per diventare una star. Sbagliato sin dal principio. Compito di chi scrive è comportarsi sempre e solo da serio professionista, non da divetto della carta stampata o della tv. Chiaro che poi si finisce per incappare negli incidenti di Usa Today o

del New York Times”. Notizie inventate e notizie ‘sparate’. “Giornalisti” divi pronti a tutto pur di raggiungere il successo. Un quadretto non propriamente idilliaco. Ma è davvero così per tutti? In Italia e nel resto del mondo? Ecco come la pensa Giovanni De Mauro, direttore della rivista ‘Internazionale’, uno dei più autorevoli newsmagazine del nostro paese. “Sono contrario alle generalizzazioni. E, pur raccogliendo sul mio settimanale i migliori articoli pubblicati dalla stampa internazionale, non sono affatto esterofilo. Non penso che i giornali d’oltralpe – ad esempio quelli anglosassoni – siano necessariamente migliori dei nostri. La stampa che punta tutte le sue carte sull’informazione sensazionalistica, ad effetto, esiste in tutto il mondo. Anzi, vado un po’ controcorrente, ma sono molto dispiaciuto che in Italia non esistano quotidiani cosiddetti ‘popolari’, tipo lo scandalistico New York Post. Questo perché tale carenza costringe anche i giornali più importanti a rispondere alle esigenze di ogni tipo di pubblico, finendo per mischiare questo e quello. Un pot-pourri che necessariamente abbassa il livello complessivo. Il caso di Usa Today? Ma succede tutti i giorni in giro per il mondo! Gente che inventa di sana pianta le notizie se ne trova dappertutto. Ovvio che se l’incidente capita al più autorevole quotidiano del mondo, il New York Times, che si fa vanto di verificare minuziosamente ogni informazione prima di andare in stampa, la notizia diventa molto più succosa. Ma il problema non sta tanto nel commettere degli errori (è impossibile avere un controllo totale e assoluto del flusso di informazioni), ma nell’ammettere di esservi incappati. Non tutti lo fanno. Il New York Times sì. La differenza sta tutta qui”. Davide Lombardi

L’immagine. Non solo i giornalisti. Anche i fotoreporter non la raccontano giusta

Un obiettivo non obiettivo
Bassora (Iraq), Aprile 2003. Brian Walski, fotoreporter del Los Angeles Times, viene licenziato in tronco dal suo giornale per avere manipolato col pc due immagini scattate nei dintorni di Bassora, trasformandole in una sola. Guardando il risultato finale, è difficile capire il senso della scelta di Walski. Probabilmente il soldato che intima di star fermo ad un uomo con un bambino in braccio ha una resa più drammatica che lo stesso militare girato dall'altra parte. La foto alterata è comunque finita sulla prima pagina del giornale che, scoperto l'inganno, non ha per nulla apprezzato il gesto. Anche perché, giustamente, la policy di uno dei più famosi quotidiani d'America vieta espressamente di alterare il contenuto di una foto d'attualità. La manipolazione è legata a doppio filo all’immagine. Nel momento esatto in cui è stata inventata la fotografia, oltre un secolo e mezzo fa, è stato scoperto anche il montaggio fotografico. Il fatto preoccupante è l’applicazione sistematica di questi interventi nei documenti di informazione, ormai resi facilissimi con i sempre più sofisticati mezzi informatici. Se di fronte ad una opinione scritta siamo muniti di forme di difesa e comparazione, l’immagine è ancora un elemento che consideriamo veritiero. A maggior ragione ci sentiamo ingannati e costretti a dubitare anche dei nostri occhi.

La foto manipolata dell’inviato del Los Angeles Times

Le due foto originali da cui è stato realizzato il montaggio

Pronto intervento
L'invito di Prodi a formare una lista unitaria per le europee, rivolto a tutto il centrosinistra, poteva sembrare un azzardo dato che la tradizione voleva che i partiti, presentandosi da soli, ottenessero più voti. Questo è vero solo in parte. In un passato di medio termine accadeva che una coalizione, presentando singolarmente i propri componenti, ottenesse un risultato migliore. Nelle tornate elettorali recenti, con il maggioritario e una parte di proporzionale le cose sono cambiate. Per ben due volte l'Ulivo ha avuto un considerevole aumento di voti rispetto al proporzionale. Perchè? A mio parere la funzione storica dei nostri due maggiori partiti, quello Comunista e la Democrazia Cristiana, si era

Sette Ds su 10 pronti a votare Margherita. E viceversa. Ecco perché bisogna puntare al centrosinistra unito
esaurita fin dal 1989 e gli elettori chiedevano un radicale cambiamento delle forze politiche. La funzione dei due big aveva avuto i suoi effetti, anche positivi, ma aveva nel contempo sclerotizzato la scena politica. Cambiare era quindi una necessità. Ci sono poi altre evidenze incontrovertibili: quando uno schieramento politico ottiene un gap consistente tra il voto maggioritario e il voto proporzionale, a favore del primo, significa che il sistema dei partiti non è più nelle corde dei suoi elettori. Pensiamo alla lista Illy che ha ottenuto il 25% di voti in più di quelli ottenuti dalla somma dei partiti sostenitori sulla scheda maggioritaria. Anche le elezioni dei Sindaci vedono i candidati ottenere più voti di quelli portati dai singoli sostenitori. La lista unitaria vuole appunto dare una risposta a questo problema con una semplificazione del sistema dei partiti imposta, in un certo modo, dagli orientamenti dell'opinione pubblica. Quando gli studiosi dei comportamenti elettorali riscontrano che il 75% degli elettori Ds, se non votassero il loro partito, voterebbero Margherita e viceversa per quelli della Margherita, allora significa che molti elettori di queste due forze politiche non percepiscono più il centro diviso dalla sinistra bensì il centrosinistra tout court. Per tali motivi ritengo che la lista Prodi abbia dato una prima risposta, pur parziale e provvisoria, ad una domanda reale. Da indagini attendibili sembra che gli elettori di opinione,di area urbana, delle nuove classi di età, che non sono stati socializzati alle identità separate del centrosinistra, decidano prima cosa votano nel maggioritario; successivamente votano nel proporzionale il partito a loro più simpatico. Un altro segnale lo si vede in occasione dei conflitti programmatici che attraversano non solo i due partiti più grossi ma anche quelli minori. Le diverse identità culturali non possono semplicemente sopravvivere stancamente in tanti contenitori partitici diversi e convivere poi solo al momento delle coalizioni. Prima ce ne accorgeremo tutti, prima troveremo delle proposte convincenti. La frammentazione ancora forte in Italia contribuisce in realtà alla autoreferenzialità di ciascun gruppo dirigente; e questa autoreferenzialità è tanto maggiore quanto più piccolo è il partito. Penso che vi sia bisogno di metodologie democratiche nuove, come, ad esempio, le primarie che permettono di coniugare il grande pluralismo interno, con la capacità di esprimersi liberamente in forme nuove da parte dell'elettorato. Per me l'unità è un chiodo fisso e spero non passino molti anni perchè si arrivi, se non ad un bel partitone unico, almeno ad una altrettanto bella federazione di tutte le anime del centrosinistra. Adriano Verlato

Margherite e bandiere rosse

Padre Zanotelli spiega la coscienza
Il popolare prete pacifista racconta la sua obiezione
Nel 1978 iniziava presso la Caritas diocesana vicentina l’esperienza del servizio civile. Sono stati un migliaio in questi anni gli obiettori che hanno prestato servizio qui. A raccontare il passato e futuro di questa scelta ci sarà, mercoledì 2 giugno, alle 14,30, al Palasport di via Rosmini, padre Alex Zanotelli, personalità di spicco del pacifismo e del missionariato italiano.

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economia e società

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La Vicenza che innova (5). Da spauracchio a opportunità di sviluppo

Fucina cinese
Orienterprise aiuta le piccole imprese ad affrontare la Cina
La Cina, gigante buono o orco cattivo? I pareri sono discordi su questo Paese. Da un lato sembra un nuovo Eldorado, destinato a diventare locomotiva dell’economia mondiale, dall’altro spiazza le aziende occidentali grazie alle sue produzioni a basso o bassissimo costo. Alcuni imprenditori nostrani sono fiduciosi. Ritraggono la Cina come il nuovo agente planetario per l’economia, forte di una crescita stimata nel 2003 del 9,8% e un Pil che dovrebbe superare entro il prossimo anno quello degli Stati Uniti. Da qui la ragion d’essere di Orienterprise, consorzio di aziende italiane e cinesi nato a Vicenza e ideatore del progetto “China Bridge”, che come dice il nome stesso vuole gettare un ponte fra Oriente ed Occidente, per dare la possibilità alle piccole e medie imprese del Nord Est di affrontare meglio rischi e insidie di questo Paese. La cina è vicina. Così recitava uno slogan politico di qualche tempo fa, di nuovo più che mai attuale secondo Roberto Lauricella, Executive Director di Orienterprise. “La Cina è una realtà commerciale a due volti: da una parte rappresenta un concorrente temibile per i paesi occidentali, grazie alle sue capacità di produzione a medio e basso contenuto tecnologico; dall’altra si sta configurando come un grande mercato per il made in Italy, grazie all’aumento del reddito pro capite della popolazione”. La Cina andrebbe vista quindi come una nuova terra di conquista, sia per l’imprenditore veneto che vuole delocalizzare la produzione, contenendo i costi, sia per chi vuole estendere l’orizzonte di vendita in Oriente. Ma impiantare un’azienda oltre la Grande Muraglia, dove lingua, burocrazia, legislazione, usi e costumi sono così diversi dai nostri non è semplice. “Molte aziende di piccole e medie dimensioni che guardano alla Cina con interesse sono prive del budget o degli strumenti necessari . Gli enti per il commercio con l’estero in Italia tendono a dare ascolto solamente alle grandi imprese, in grado di spendere molto. Così accade che il piccolo imprenditore curioso sia costretto a preparare la valigia e a partire da solo. Spesso per tornare a mani vuote, senza nemmeno aver trovato un interlocutore” dice Lauricella. È qui che entra in gioco Orienterprise, che fornisce l’outsourcing completo dei servizi di cui le aziende italiane hanno bisogno: dallo di studio di fattibilità, gestione, monitoraggio del progetto d’investimento, alla produzione di soluzioni integrate nell’Information Communication Technology, ai servizi di telecomunicazioni innovative in fibra ottica, fino ad arrivare alla consegna di una sede dislocata in Cina “chiavi in mano”, dotata di tutto ciò che è necessario per essere operativa in tempi brevissimi. Il contatto con le amministrazioni ed il governo locale viene invece gestito attraverso una partnership con una società italiana di diritto cinese, la “Wtc.”, che ha sede a Shangai dal 1995. Veneti polentoni. Pare assurdo, ma il Nord Est, quello che sempre più spesso viene definito il Giappone d’Europa, è in forte ritardo sulla tabella di marcia. A dirla tutta è l’Italia intera ad essere rimasta indietro: “Fino ad ora non siamo stati in grado – sbotta Lauricella – di investire come sistema Paese, quindi in grande scala, sul territorio cinese. Siamo in ritardo, rispetto ad altre nazioni che già hanno fatto passi da gigante in questo senso: la Germania, per esempio, per quanto riguarda l’industria ferroviaria su territorio cinese, o gli Stati Uniti che riforniscono la Cina di Boeing.” In effetti grandi aziende di tutto il mondo stanno muovendo passi da gigante in direzione Oriente: la Kodak ci ha investito 800 milioni di dollari, dal momento che la Cina rappresenta il suo secondo mercato; la Daimler-Chrysler ha annunciato una joint-venture da 1,1 miliardi di Euro per dislocarvi la produzione della Mercedes;

Te la dò io l’alta finanza
L’editorialista di Repubblica Riva “Tremonti, che gran dilapidatore”
Il ministro Tremonti? “Il nuovo Colbert italiano”, “l’artefice del ritorno alla politica protezionistica”, “il dilapidatore delle economie faticosamente costruite negli anni precedenti da governi lungimiranti e da un ministro delle Finanze di grande spessore internazionale, Carlo Azeglio Ciampi”. Così parlò Massimo Riva, economista ed editorialista dell’Espresso e di Repubblica, ospite la scorsa settimana dell’Associazione Vicenza Riformista. Riva ha percorso un ideale viaggio attraverso gli ultimi dieci anni dell’economia del vecchio continente, parlando soprattutto delle due Italie, quella rigorosa e pronta ai sacrifici dei governi nati dopo Tangentopoli e quella pavida, incapace di uscire dalla dipendenza della finanza “allegra” ed inflazionistica della prima Repubblica e dei governi Berlusconi. “Ma quanto ambigui noi italiani rispetto alla politica Europea: da un lato abbiamo sempre dimostrato di avere una chiara visione favorevole alla politica europeistica, dall’altro lato siamo sempre stati fra gli ultimi ad applicare le direttive”. Il pubblico ha rivissuto l’Italia della finanza allegra, quella che vantava un deficit di bilancio pari al 130% del Pil e rischiava di non poter aderire alla nuova moneta. A cambiare le carte in tavola intervenne la stagione di Tangentopoli che determinò il rapido ricambio di un’intera classe dirigente politica. “Fu - dice Riva - in quel clima da inquisizione, ma anche di presa di consapevolezza del paese intero che fu possibile attuare scelte di gran rigore, con i governi Amato, Dini e successivamente Prodi e con le misure attuate dal nuovo ministro alle finanze, Ciampi”. Furono ancora le elezioni del 1994, racconta Riva, a mettere in crisi l’Italia, quella euroscetttica e priva di una cultura internazionale. “Un fatto determinato da una specie di crisi di astinenza rispetto alle droghe rappresentate dai meccanismi protezionistici, dalla necessità di evitare misure di rigore e di contenimento della spesa pubblica esasperate.” La stessa situazione si è verificata nel 2001 ed ha portato in primo piano la politica neoprotezionista del ministro Tremonti. “Per quale motivo - si è chiesto Riva - di fronte all’euroscetticismo di Berlusconi, il governo non ha rinunciato all’entrata nell’Euro? Perché invece ha iniziato a comportarsi come se i problemi del paese dipendessero tutti dall’adozione della nuova moneta?” Rimane la consapevolezza che i parametri economici hanno iniziato ad andare tutti in controtendenza. L’avanzo primario è sceso al 2% del PIL (contro il 6% dei precedenti governi) e sembra che nei prossimi anni si arrivi addirittura al pareggio fra le entrate e le uscite con lo sfondamento del parametro del 3% e l’ammonimento per l’Italia della commissione Europea. “La tanta decantata diminuzione delle tasse - dice Riva nasconde una manovra aggiuntiva che comporterà nuovi imponenti tagli ai servizi e ai trasferimenti agli enti locali. Sembra che non ci sia alcun atteggiamento di responsabilità verso le generazioni future, nessun patto forte con il paese ma solo un procedere a vista. Il declino delle strutture portanti della nostra economia sono sotto gli occhi di tutti, con i casi eclatanti della Fiat e dell’Alitalia come esempi negativi dell’indifferenza del governo.” Federico Formisano

l’Audi-Volskwagen ha pianificato un investimento nei prossimi anni di 6 miliardi di Euro per raddoppiare la capacità produttiva in Cina. Numeri da capogiro. Su un miliardo e 300 milioni di abitanti censiti, in Cina sono stati conteggiati più di 10 milioni di milionari (in dollari), e complessivamente, secondo le statistiche, sono più di 200 milioni i cinesi che si possono definire “abbienti” secondo gli standard occidentali. “Chi ha il timore della Cina si è scordato dell’Italia degli anni Sessanta - spiega Lauricella - La Cina è una realtà in costante sviluppo che negli ultimi decenni è passata dall’essere un paese dal basso al medio reddito, con un parco industriale in forte sviluppo e produzioni di buon contenuto di tecnologia” I dati, in effetti confermano la cre-

scita della diffusione del benessere: nel 1985 le famiglie cinesi che possedevano un frigorifero erano 6,6 nel 2000 sono diventate l’80%. Sempre nel 1985, sempre su 100, erano soltanto 8,5 le famiglie che possedevano una macchina fotografica, oggi sono oltre il 38%. Niente scrupoli, please. Certo produrre in Cina è particolarmente vantaggioso, dal momento che i costi sono bassi e la mano d’opera si paga poco. Ma se, a questo proposito, qualche scrupolo di natura etico-morale venisse a turbare il meritato riposo notturno di un ipotetico coraggioso imprenditore nostrano? Qual è la strada da percorrere di fronte a questo ragionevole dubbio? “La delocalizzazione fa parte di un processo epocale – commenta Lauricella - cambiano gli scenari nazionali ed internazionali: oggi come oggi tutti i processi di produzione di tecnologie medio – basse sono destinati al crollo, complice anche la crisi, a meno che non trovi un modo di abbattere i costi. Prendiamo ad esempio il ferro cromo: i primi stabilimenti nacquero proprio in Italia, ai Piedi delle Alpi, fra Lombardia e Piemonte. E l’Italia è stata sempre leader nella produzione mondiale, ma negli ultimi quindici anni tutta la catena, dall’estrazione delle materie prime alla realizzazione del prodotto finito è stata spostata in paesi come il Brasile, la Cina ed il Sud Africa, dove il costo dell’energia è nettamente inferiore. Non sarebbe stato possibile fare altrimenti, non c’era altra via di scampo, se non quella di subire passivamente il fallimento”. Anna Manente

Come si dice miliardario in cinese?
IL PAESE DALLE MILLE OPPORTUNITÀ IN PILLOLE
QUANTI SIETE?
1 miliardo 300 milioni di abitanti

QUANTO CRESCETE?

secondo i nostri standard

QUANTO PRODUCETE?

Nel 2003, il 9,8% del Pil
QUANTO CRESCETE DAVVERO?

1090 $ a persona l’anno. In caso di parità Dollaro-Euro sarebbe analogo a quello dell’Italia

Con il sommerso, la crescita del Pil si attesterebbe al 14%

QUANTO RICCHI SIETE?

QUANTO COSTATE?

200 milioni di cinesi sono considerati ricchi secondo gli standard occidentali

Il costo orario del lavoro è il 5% rispetto a quello degli Usa

DOVE VOLETE ANDARE?

QUANTO SPENDETE?

600 mila cinesi possono permettersi beni considerati di lusso

La destinazione turistica preferita per il 70% dei cinesi è l’Italia

ASSOCIAZIONI D’IDEE

Vado in ferie col cervello
Obiettivo: un’organizzazione laica e non caritatevole così nasce Asoc, dai progetti sociali ai viaggi intelligenti
Affrontare la cooperazione da sud verso nord, guardando il mondo con gli occhi di chi i problemi deve risolverli. Questo è lo scopo con cui è nata A.So.C (Associazione Solidarietà e Cooperazione) nel 1992. “Eravamo un gruppo di sei amici – racconta il presidente Aldo Prestipino - che verso la fine degli anni ’80 ha sentito il desiderio di unirsi per creare un progetto di cooperazione. Volevamo che rispettasse però alcuni presupposti: permettere la partecipazione di gente comune (non un organismo politico quindi) ed essere laico, non caritativo. La nostra ricerca durò due anni, ma, un po’ per mancanza di esperienza, un po’ perché era il momento della crisi delle cooperative, non trovammo ciò che cercavamo.” lizzare progetti. Ci circondammo di figure molto competenti e iniziammo il nostro primo progetto in Perù con il Movimento dei Bambini Lavoratori Organizzati (progetto Manthoc). Quasi contemporaneamente agivamo in Eritrea con un progetto agricolo. Forse per l’approccio (da sud a nord), forse perché permettevamo una partecipazione libera, cominciammo ad avere riscontri positivi.” le) il quale non discute sui termini della realizzazione (quelli spettano al gruppo stesso), ma solo sulla validità o meno dell’idea in base ai principi dell’associazione. Proprio per questo modello di lavoro, ci troviamo con le attività più varie e siamo impegnati su molti fronti. L’associazione ha un punto di forza proprio in questa varietà. Attualmente i progetti su cui stiamo lavorando sono molti: agiamo a Cuba, in Albania, Messico, Eritrea, Argentina, Perù... Ma cerchiamo anche di cambiare le cose da qui; siamo stati tra i promotori di Banca Etica a Vicenza, sosteniamo il mercato equo-solidale e collaboriamo con Festambiente.” l’infanzia (unica realtà parlamentare al mondo) ha emanato un documento che sostiene la nostra impostazione e sconfessa le politiche internazionali. Ma il grande passo avanti fatto ultimamente è stata la riunione mondiale a Berlino il primo maggio. Vi hanno partecipato più di trenta delegati da vari paesi oltre alla presidente e alla vice della commissione bicamerale per affermare il valore delle nostre iniziative.” Il progetto più innovativo a cui Asoc sta lavorando è quello del Turismo Responsabile. “Non vogliamo essere un’agenzia di viaggi. Turismo responsabile significa sfruttare le risorse del luogo che si va a visitare e visitarlo con un atteggiamento di cooperazione. Il turismo è un grande mezzo di sviluppo, soprattutto se lo si affronta con il giusto spirito. Abbiamo iniziato finanziando un corso in Perù per persone che desiderano imparare ad accogliere i turisti nella giusta maniera, aiutandoli a capire la vera realtà del luogo senza atteggiamenti pietistici. Siamo appoggiati dalla Camera di Commercio e da Eurocultura. La prima esperienza quest’estate con quattro partenze: il 3 e il 14 di luglio, una data ai primi di agosto e il 3 settembre. Il viaggio durerà tre settimane per un costo di circa 2.300 euro. I turisti potranno sostare in strutture gestite da locali e visitare le aree più turistiche del paese (da Lima al lago Titicaca, alla foresta Amazzonica). E’ un’esperienza che speriamo abbia un seguito.” Sara Sandorfi

Fai quello che più ti piace
I fondi di cui Asoc dispone si basano sul tesseramento dei soci: l’associazione consta di circa duecento tesserati. “E’ un numero molto flessibile – spiega il presidente – poiché vi sono poi molti altri collaboratori. Le nuove leve non ci mancano e c’è un continuo ricambio. Ogni persona che si avvicina ad Asoc entra a far parte di un gruppo secondo le sue preferenze. Preferiamo che sia la persona a decidere secondo le sue inclinazioni perché pensiamo che così possa essere più motivata. Ogni gruppo lavora su un progetto che viene poi presentato al direttivo (eletto con scadenza bienna-

In difesa dei bambini
All’Asoc di Corso Fogazzaro c’è anche la sede nazionale di Italianats (ninos adolescentes y trabajadores) fondata da chi ha appoggiato il movimento bambini lavoratori organizzati. Aldo Prestipino è il presidente. “E’ necessario far sentire la voce dei bambini stessi. Fino a qualche anno fa non si conoscevano le loro rivendicazioni, che contrastavano con le indicazioni che le

Struttura leggera azioni pesanti
“Così decidemmo di fondare Asoc, un’associazione dalla struttura debole, senza sedi o impiegati ma capace di sfruttare spazi liberi. Questo perché non volevamo correre il rischio di impiegare risorse per il mantenimento dell’associazione. Le risorse dovevano servire per rea-

agenzie internazionali volevano applicare. Questi ragazzi patiscono la loro condizione anche a causa delle politiche imposte dall’organizzazione internazionale del lavoro. Sono nati spontaneamente gruppi di ragazzi che si uniscono per non essere sfruttati e per avere il diritto di lavorare e andare a scuola. C’era bisogno di portavoce anche in Italia e in Europa. Italianats è nata con questo intento e ha ottenuto notevoli cambiamenti anche nell’opinione pubblica. La Commissione bicamerale per

Sì, viaggiare
Per informazioni sull’attività e sui viaggi organizzati da Asoc Corso Fogazzaro 21 Tel 0444.326360 oppure 3392632063 mail: turesol@asoc.it internet: www.asoc.it

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Una partita tra ragazze. Il calcio al femminile sta crescendo nonostante la diffidenza dei maschi, le paure delle madri e la carenza di squadre: c’è chi fa 100 chilometri al giorno per una partitella Cosa vuoi fare da grande? La ballerina, rispondono tutte le bambine. O quasi. Qualche “sciagurata”, ignorando la propria femminilità e i vestitini infilati con la forza, non la pensa così. C’è sempre il maschiaccio che torna a casa con le ginocchia sbucciate e con la gonnellina sporca di erba tra la disperazione della mamma che sospira: “perché non sei come le altre bambine?”. Io ero tra queste vivaci fanciulle. Dopo la scuola, una partitella a calcio e due tiri a “tedesca” erano d’obbligo. Nulla mi faceva sospettare che, in futuro, mi avrebbero riservato un triste destino: scacciata dai campetti di pallone. In quanto femmina. I mondiali del ’90, i primi di cui ho un ricordo limpido, mi diedero una certezza: avrei giocato in Nazionale. Nessun sospetto sul fatto che i giocatori fossero tutti uomini. Era solo un caso. Il sogno fu spezzato dalla consapevolezza che, effettivamente, non c’era traccia di donne nella nazionale maggiore. Niente squadre miste, nessuna famosa giocatrice cui ispirarsi. Ma perché rinunciare? Iniziai ad insistere per farmi iscrive-

cultura

vicenzaabc
Una donna che parla di calcio è guardata ancora con grande diffidenza: bisogna conoscere a memoria almeno 10 formazioni maschili per essere accettate al bar sport verità massima, le affermazioni di una tifosa sono ignorate o commentate con sufficienza. Per intervenire nelle chiacchiere da bar sport una donna deve affrontare un calvario di risatine e frasi lasciate cadere nel nulla. Solo dopo aver dimostrato di sapere a memoria la formazione di tutte le squadre del campionato lituano, può gustarsi il sottile piacere di sguardi ammirati. E’ entrata nella cerchia. Adesso però non può più permettersi di cadere in fallo. L’aggiornamento deve essere continuo, pena il ritorno alla condizione di reietta. Superato questo ostacolo si può addirittura rischiare di chiedere una “convocazione” per una partitella tra amici. Non sia mai. Qui il no è perentorio. Che si tratti di una sfida per divertirsi, non ha importanza, è comunque una questione di vita o di morte e una tra le fila significa perdere. E i cinque minuti che vengono concessi a fine gara non sono che un altro colpo inferto all’orgoglio. Destino crudele, ma per il calcio questo ed altro. Sara Sandorfi

re in una squadra femminile. La risposta materna fu terrificante: “Guarda che ti vengono le gambe storte!”. E lì la femminilità ebbe il sopravvento. Il prospetto di un corpo sgraziato ebbe la meglio sul maschiaccio che era in me e rinunciai al mio futuro da calciatrice.

Non per questo, però, ho smesso di vivere il calcio da tifosa. Ogni partita o trasmissione domenicale è per me irrinunciabile. Aspetto sempre con ansia l’incontro successivo e conto i giorni dalla fine di un Mondiale all’inizio di un Europeo. Ma se per un uomo tutto ciò è nor-

male - anzi, simbolo di particolare virilità - una donna viene guardata con sospetto. Il calcio è per i maschi. Durante la partita non sono ammesse donne. Il cinema è ricco di questi esempi: chi non ricorda le numerose scene in cui il ragionier Fantozzi caccia a male parole la moglie Pina per-

ché sta guardando la partita davanti alla tivù? La realtà è addirittura più crudele. Al primo incontro romantico nessun uomo dà credito a un dibattito calcistico iniziato da una donna. Non solo: mentre qualsiasi corbelleria pronunciata da un uomo è assunta a

A“Ma quanto maschilismo” SPILLO Boom vicentino del pallone al femminile.
“Mamma e il tabù: le gambe storte”
Chi disprezza compra. E così quegli uomini che non vedono di buon occhio il calcio al femminile sono poi i primi ad appassionarsi e, a volte, a innamorarsi delle giocatrici. “Capita spesso di veder nascere storie d’amore tra spogliatoio maschile e femminile – racconta il delegato responsabile del calcio femminile vicentino Andrea Acerbi - magari proprio tra i ragazzi più scettici.” Ancora così tanta diffidenza? “La situazione è migliorata nettamente. Ma certo il calcio è sempre considerato uno sport maschile. È facile che inizialmente si guardi al calcio femminile con ironia. L’errore è confrontare l’ambito maschile con quello femminile. Non ha senso. La muscolatura e i movimenti sono differenti, come d’altra parte in ogni sport.” Che difficoltà vi frenano? “Il calcio femminile è una disciplina giovane, con una storia poco più che trentennale. Non può che essere uno sport in crescita. A oggi le iscritte sono circa 23 mila. C’è una grande crescita rispetto al passato. Il problema più grave è la scarsa visibilità.” Poca visibilità, nessun soldo... “Esatto. Si sta cercando di sensibilizzare i giornali nazionali a dedicare spazio all’argomento, ma lo fanno solo occasionalmente. A livello locale, dovrebbero essere le società ad informare i quotidiani. Noi abbiamo proposto di inserire una partita della serie A femminile nella schedina del totocalcio, ma è un’idea che difficilmente sarà attuata. La televisione non aiuta: RaiSat propone una partita alla settimana, ma sarebbe giusto proporla sulle reti nazionali.” Ci sono comunque molte ragazze che si avvicinano al calcio. “Sempre di più e non solo. In genere sono più appassionate dei maschi. Questo perché spesso devono sobbarcarsi anche 100 km per fare un allenamento o una partita. Mentre per i ragazzi c’è una squadra sotto ogni campanile, per le donne non è così. Così molte vengono perse per strada. Manca inoltre la trafila del settore giovanile. In genere le bambine giocano in squadra mista fino ai 12-13 anni, poi non possono più giocare con i maschi. Così, non essendoci molte squadre femminili comode, buona parte di loro passa ad altri sport. Solo da poco le società stanno attuando un settore giovanile al femminile che assicuri continuità.” Altro problema: la mamma... “Una ragazza che gioca a pallone è un eccezione. e anche se rispetto al passato c’è meno ritrosia da parte delle famiglie, il tabù delle gambe storte resiste. Assurdo, dato che non stiamo parlando di allenamenti intensivi e massacranti, ma di un’attività sportiva come un’altra.” Con un vantaggio: il calcio è sport di squadra. “Puntiamo molto sul fattore aggregazione e sulla disciplina che si impara giocando in squadra. Questo è un altro motivo per cui le adesioni aumentano. Una nostra grande soddisfazione è quella di aver recuperato qualche ragazza da situazioni di droga o socialmente complesse. Speriamo siano stimoli per dare credibilità a uno sport che ne merita.” s.s.

TACCHETTI

Un giorno Galliani sarà una signora
Poche in campo, le donne si vendicano nei ruoli dirigenziali: e sono più brave
Scorrendo le liste delle squadre maschili del Vicentino, si nota che le donne sono molte più di quello che si potrebbe pensare. Moltissimi i ruoli societari (da presidenti a segretarie, alcuni dei quali storici) ricoperti da donne. Si potrebbe pensare che molte si siano avvicinate al calcio per motivi familiari, ad esempio per seguire i figli, ma non sempre è così. “Io ho iniziato quest’attività come volontariato – racconta Paola Maino, oggi presidente dell’Azzurra Sandrigo - Ho avuto incarichi diversi, fino a tre anni fa quando sono diventata presidente. Un’attività che mi ha coinvolta da subito.” L’ambiente maschile non le ha creato problemi? “No. Ho trovato subito grande collaborazione tra tutti e non mi sono mai sentita messa da parte. Insomma, se qualcuno non si fidava di me, non me lo ha mai detto in faccia.” Qualcuno invece ha davvero cominciato accompagnando i figli. Ma mentre questi lasciavano perdere... “Mia figlia si è stancata e ha smesso. Io ho continuato. Ho iniziato 15 anni fa proprio per seguire l’attività da vicino e sono diventata direttore sportivo del Vicenza Calcio femminile – racconta Carla Poianella. All’inizio è stata dura perché ho dovuto mettermi in coda. Si sa, l’ambiente maschile è dominante, e così le ragazze possono fare allenamento solo quando i ragazzi lasciano i campi liberi. Negli ultimi dieci anni la situazione è migliorata: siamo meglio organizzati e la richiesta di partecipazione cresce. Ora abbiamo tre squadre (due in serie A e una under 19 più il settore giovanile) e circa un’ottantina di tesserate. Evidentemente, nonostante nelle scuole il calcio non sia minimamente praticato dalle ragazze, l’interesse cresce. L’importante è acquistare un po’ di visibilità in modo da avere fondi per professionalizzare lo sport.” Ultime, ma non meno importanti, le tante donne che lavorano nei club di tifosi organizzati del Vicenza. Certo, manca ancora una forte presenza femminile nei ruoli che contano, ma se il trend è questo arriverà il giorno in cui anche nelle stanze di potere della Lega calcio vedremo una donna. Viste le facce che ci sono, attendiamo con trepidazione.

PARACADUTE
il locale mai banale TELE VISIONI
anche senza esserci mai stati: si parte con la sopressa di casa, ai ferri finché non è troppo matura, con sottaceti di casa come scalogni e peperoni, si passa a crostini con asparagi (oppure li si frigge) e poi, per primi, tagliatelle in brodo con fegatini da sballo (il papà della Leda era macellaio e le ha dato una conoscenza assoluta del buono della carne), ma anche tagliatelle ora con i bisi, in autunno con i funghi. Abbiamo gustato un piatto di “risi e bisi” con la “teleta” sopra come vuole la nostra storia della tavola. Carne ai ferri (non alla piastra), arrosti (faraone, germani, stinco ) e tecia per coniglio, pollastri e ghiotti ossibuchi. In autunno anche spiedi “consentiti”. Dolci di casa, ovviamente: sentite la torta di pere leggera e morbida o la crostata. Vini nostrani, con prevalenza della Riviera Berica, servizio premuroso e conto che non si discosta molto dai 22 euro: quasi un miracolo! Trattoria Al Pergolino Via Secula 18 Longare Tel. 0444 555019 Solo la sera, domenica anche a pranzo Chiusura lunedì e martedì Carte di credito: tutte 13.5/20
Sabato 29 Rai1, 0,40, La cosa da un altro mondo. Gioiellino imperdibile, di quando (1951!) si faceva la fantascienza con pochissimi soldi ma con tantissima passione ed intelligenza. Sky, 11.00, Il mio grosso grasso mattrimonio greco. Carino, d’accordo. Una storiellina semplice, stereotipi efficaci e divertenti, alcune – non moltissime – battute veramente azzeccate, alcune – non moltissime – situazioni davvero comiche, un happy end piacevole e non troppo fastidioso o zuccheroso. Non male, d’accordo, ma se dovessi definirlo con una parola sola mi verrebbe da dire: inconsistente. Mentre lo guardavo, pensavo alla commedia americana degli anni Cinquanta e Sessanta: Doris Day, James Stewart, Jack Lemmon . . . e mi veniva il latte alle ginocchia. Dove sono l’esuberanza, l’ironia, la sfacciataggine, la dolcezza, l’irriverenza, la ‘cattiveria’, perfino, di quei film? domenica 30 Rete4, 21.00, Frantic. Thriller mortalmente soporifero, uno dei più noiosi film di Polanski (ma da quant'è che non imbrocca un film?): Harrison Ford con la faccia di uno che

Tra i film da non perdere One Hour Photo e il gustoso B-Movie Arac Attack

Stanley Kubrick arriva a mezzanotte
Mercoledì Full Metal Jacket, moderno capolavoro contro ogni guerra
dice: che ci faccio qui? Sky, 21.00, One hour photo. Sy Parrish vive in una bolla di ghiaccio, azzurro e bianco come la sua divisa, gelido come i corridoi del supermarket in cui lavora, desolato e disanimato come la sua casa. Da questo gelo cerca di uscire con le sue illusioni, innamorandosi di famiglie che non sono le sue, tentando di vivere vite che non gli appartengono. Non ci riuscirà, naturalmente, e rischierà di ferire a morte gli attori inconsapevoli della sua tragica commedia, ma almeno, alla fine, avrà il coraggio di scoprire quel nocciolo, e chissà che da quell’amarissima rivelazione egli non possa guarire e risorgere. Gioiello di introspezione, piccolo poema sulla solitudine, One hour photo è anche un capolavoro nello studio e nell’uso degli spazi e soprattutto del colore. Lunedì 31 Canale5, 21.00, Così è la vita. Surreale e poetica storia di Aldo, Giovanni e Giacomo, semplice ma buona ed intelligente. Imperdibile. Martedì 1 Sky, 15.30, Minority report. “Volevamo stupirvi con effetti speciali” . . . e invece siamo solo riusciti ad annoiarvi. E infatti non c’è proprio altro, in questo di Spielberg. Una storia ‘gialla’ tutto sommato banale, che sa di déja vu lontano un chilometro, e a cui, appunto, nemmeno la profusione di effetti e l’ambientazione futuribile riescono a dare un minimo di interesse, e diventano pura cornice, puro espediente narrativo. Sky, 19.00, L'importanza di chiamarsi Ernesto. Pessima versione - leccata e falsamente brillante - della deliziosa pièce di Oscar Wilde L'importanza di essere Franco. Molti anni fa la TV ne trasmise una versione 'perfetta' con Giancarlo Sbragia e Gastone Moschin: se qualcuno mi procura la cassetta glie la pago a peso d'oro! Mercoledì 2 Rete4, 23.30, Full Metal Jacket. Grande cinema lucido e duro sulla follia dell'indottrinamento militare e sulle sue conseguenze, oltre e più che sul Viet-Nam. La scena finale della marcia al suono dell'inno di Topolino fa sempre accaponare la pelle. Assolutamente imperdibile. Giovedì 3 La7, 14.00, M il mostro di Duesseldorf (1931). Assoluto capolavoro sulla solitudine e sulla follia. Un pedofilo assassino terrorizza la città e la malavita si allea con la polizia per trovarlo. Fritz Lang è puro genio, e Peter Lorre forse ancor di più. Una fotografia di grandissima perfezione e pregnanza (la tromba delle scale vuota mentre la madre cerca la bambina; il pallone che rotola via abbandonato). Un film perfetto, in tutti i sensi. Assolutissimamente imperdibile, da registrare e rivedere. Venerdì 4 Sky, 18.50, Arac Attack. Davvero carino. Non si poteva rifare un B-movie come quelli, deliziosi, degli anni Cinquanta: mancava il bianco e nero di allora, mancava il senso del ‘diverso’ e del ‘nemico' - i comunisti! nascosto tra noi, appena sotto la superficie della nostra società (“Them”, ‘Loro’, si intitolava uno dei più bei film di allora, su una specie di insetti giganti che abita le gallerie suburbane). E allora si è scelto di fare un B-movie di oggi: che usa splendidi effetti speciali per dar vita ai ragni; che usa sfacciatamente il colore; ma che soprattutto mescola abilmente dramma e farsa, e adopera in modo scanzonato ed irriverente stereotipi e citazioni (Lupo Solitario). Due piacevoli ore. Giuliano Corà

Al Pergolino si affaccia la storia
Non è distante da Vicenza: sulla Riviera Berica, giunti al semaforo di Longare girate per Colzè e dopo 100 metri troverete, sulla destra, una costruzione bassa, di campagna, dove vi era una volta un tabacchino ed ora resta questa trattoria con pesa. C’era un pergolato che fronteggiava l’ingresso e si poteva bere un bicchiere al fresco: da qui il nome. Raramente si trova, nella cucina vicentina, il rispetto del tempo nella ricerca dei prodotti, della tradizione nel fare i piatti, della cura e dell’amore quanto se ne trova nel lavoro della Leda che si muove in cucina con una elegante grazia. Nessun forno a convezione, nessun modernismo: il bacalà (e che bacalà…) ancora pipa su una stufa a legna di quelle a cerchi concentrici e le faraone sono cotte in forni statici, come quelli di casa nostra, senza ventilazioni umidificate o altre moderne diavolerie. La pasta è fatta con la mescola e non con le macchinette ed è tagliata rigorosamente a mano. Sul retro c’è una saletta con muri a vista, raccolta e discreta, chiamata “saletta Venezia”. La ragione? Un tempo, quando il pavimento era in terra battuta e pioveva la stanza diventava una “laguna”…. In un posto così i piatti li sapete

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