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Quattro poesie dedicate alla Madre
di Paolo D’Arpini

Madre, tu sei femmina ed io son maschio Come mai quel seme d´amore Che tu hai posto nel mio cuore Sta germogliando? Mi hai reso fecondo Ed io ho perso la mascolinità.. ..... Madre, volevo tradirti Ed ho cercato un´altra Ma ovunque guardassi tu eri lì. Chiunque avvicinassi tu eri quella. Com´è intensa la tua seduzione che non posso più trovare chi tu non sia! .........

Madre, mi dicono infedele Poiché ti amo in tutte le tue forme. Come potrebbe essere altrimenti? Ti vedo e ti riconosco, sorniona, dietro ogni sorriso tentatore. Eppure tu non sei quelle forme, tu sei quella che sta dietro le forme, ed io ti amo... e ti adoro... .............. Madre, cosa posseggo io Che possa chiamare mio? Il mio corpo sei tu. La mia mente sei tu. La mia anima sei tu. Perché dunque ti prendi gioco di me Illudendomi che siamo separati?

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EROTISMO COMPASSIONE CREATO ottobre 2009 – di Etain Addey
Donne che furono rivoltate dieci volte dal parto sulle isole solitarie lavate dal vento guidano il cerchio di danzatori obon attraverso una notte di plenilunio d’agosto la ragazza più piccola per ultima; Donne che sono sveglie dall’altra nottata per pulire e squamare i pesci volanti cantano dell’amore ancora e ancora cantano dell’amore Snyder, Love, Suwa-no-se Island formaggio, come se quel latte fosse la soma dei Vedici, lavorare la pasta per la crescia come se ogni chicco di grano le fosse familiare, come se potesse sfamare ogni creatura del mondo con quello che usciva dalle sue mani. Nonostante l’età, aveva nella sua persona un ardore conturbante. Aveva fatto undici figli, “tutti boni”, ma dava a me l’impressione di fare ancora, nel suo quotidiano, l’amore con ogni cosa. Al-Kindi affermava che ogni sostanza, celeste o sublunare, emette raggi in ogni direzione, di modo che, in virtù di queste radiazioni e della loro propagazione, non sarebbe avventato sostenere che ogni cosa sia in ogni altra, e che ogni parte del cosmo sia legato empaticamente a tutte le altre. Quella mezzadra che mungeva, che mieteva, che partoriva, che faceva partorire, che macinava e tritava, che raccoglieva e seminava, che uccideva, che cuoceva e conservava, che lavava il morto, che accarezzava e incoraggiava, era nella condizione ideale per penetrare, no, per incarnare l’erotismo del mondo. “La conoscenza integra ed esauriente di una pur minima cosa rivela, come dentro uno specchio, l’universale essenza del cosmo”: Lucia nella sua posizione sociale apparentemente umile, con il suo maneggiare il poco o niente di questo mondo, sembrava maestosamente piena di quella essenza cosmica. Naturalmente si può seminare e raccogliere le piante o allevare gli animali come se queste attività fossero solo un lavoro, se manca il rispetto per queste entità, se non vengono accolti come esseri con un interiorità loro. La poetessa Mary Oliver parla di “Alcune domande che potresti fare”: Quando arrivai qui nella valle trovai nel casale più vicino a casa mia una donna, Lucia, che allora aveva quasi ottant’anni. Aveva fatto sempre la vita della mezzadra, ma era la persona più padrona del mondo che abbia mai conosciuto. Era padrona del mondo nel senso più interiore della parola, nel senso che ne avrebbe dato il filosofo arabo al-Kindi, che parlava dell’unitas reggitiva, il principio unificante che permette alla volontà dell’individuo di modificare l’esistente quanto più la volontà è innervata dai moti dell’animo e dai desideri. Lucia strofinava il fianco caldo della vacca Chianina che usciva dalla stalla con la stessa sensualità palpabile con cui mi accarezzava la pancia arrotondata dalla prima gravidanza. La vedevo versare litri di latte nel calderone per fare il L’anima è solida, come il ferro? O è tenera e frangibile come le ali della falena nel becco del gufo? Chi ce l’ha e chi non ce l’ha? Continuo a guardarmi attorno. Il muso dell’alce è triste quanto quello di Gesù. Il cigno apre le sue ali bianche lentamente. Nell’autunno l’orso nero porta le foglie nell’oscurità. Una domanda porta ad un’altra. Ha una forma? Come un iceberg? Come l’occhio del colibrì? Ha un solo polmone, come il serpente e il pettine? Perché lo dovrei avere io e non il formichiere che ama i suoi figli?

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Perché lo dovrei avere io e non il cammello? Ora che ci penso, e gli aceri? E l’iris azzurro? E i sassolini, sparsi solitari alla luce della luna? E le rose e i limoni, e le loro foglie scintillanti? E l’erba? Lucia falciava l’erba come se quella avesse un’anima e non posso evitare di pensare che il suo largo sorriso, il suo tocco elettrico, il suo invisibile planare sulla valle con occhio di falco, così che nessuna noce,

Vita e poi l’Intelletto, che è composto di Kronos, Rhea e Zeus. Zeus è il demiurgo, il creatore dell’universo manifesto. Man mano che si dispiega l’universo, le profondità ineffabili dell’Uno si manifestano in modo sempre più chiaro, come descrive la tradizione orfica. Zeus chiede all’Oracolo della Notte: “Come posso creare una cosa che contiene molte cose?” E la Notte risponde che deve ingoiare Eros Protogonos, il Dio che governa il Tutto quando è ancora Essere puro e indiviso. Zeus quindi crea l’universo manifesto attraverso il potere di Eros. Il legame maestoso e perfetto con cui Zeus avvolge il cosmo è quello che gli oracoli chiamano il legame dell’amore, gravido di fuoco. Il potere trasformatore dell’amore dipende dall’incontro fra esseri che riconoscono l’interiorità l’uno dell’altro, perché Eros lega tutte le parti del mondo all’Uno. È per questo che, come dice Rumi, Attraverso l’Amore tutto quel che è amaro sarà dolce Attraverso l’Amore tutto quel che è rame sarà oro Attraverso l’Amore ogni feccia si trasformerà nel vino più fine Attraverso l’Amore ogni dolore si trasformerà in rimedio Attraverso l’Amore tutti i morti diventeranno vivi Attraverso l’Amore persino il re diventa uno schiavo! Un’enciclopedia di filosofia pubblicata negli Stati Uniti nel 2006, a proposito di questa visione del mondo, che viene etichettata “Panpsichismo”, una visione che ha informato l’agire di popoli indigeni di tutto il mondo per millenni, e che ha informato il nostro quotidiano europeo prima dell’avvento del cristianesimo, recita così: “Anche se il panpsichismo sembra ora incredibile alla maggior parte delle persone, è stato accolto in un modo o l’altro da molti pensatori eminenti sia nell’antichità che in tempi più recenti.” Segue un elenco di pensatori che hanno osato credere di non appartenere all’unica specie con una propria vita interiore. Vengono nominati Thales, Anaximenes, Empedocles, molti stoici, Plotino, Simplicius, molti filosofi del Rinascimento italiano e tedeschi come Paracelso, Girolamo Cardano, Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella, e poi Leibniz, von Schelling, Schopenhauer, Rosmini, Clifford, Høffding, Renouvier, von Hartman, Wundt; i liberi pensatori tedeschi come Haeckel, Bölsche, Wille; C.A.Strong, Adickes, Becher, Fouillée, C.S.Pierce, F.Schiller, e Fechner, Lotze e Royce, e nel ventesimo secolo, A.N. Whitehead, Samuel Alexander, Bernardino Varisco,

nessuna bacca di corniolo, nessuna melacotogna maturasse senza che lei lo sapesse al tempo debito, fosse dovuto a questo suo rispetto per il creato e il suo riconoscere l’interiorità di ogni essere. Allineata con il grande flusso, partoriva con ogni essere, moriva con ogni essere, era la padrona delle trasformazioni senza fine. Il paradosso terrificante del mondo, il tendere alla più stupefacente bellezza di un creato che si nutre di se stesso, trovava in Lucia un’accettazione gioiosa. L’erotismo è la delizia, il desiderio, il canto del creato, che continua a versare se stesso involontariamente attraverso il tempo, come una coppa traboccante. La generosità è la natura del mondo. Plotino disse: “Ciò che è pieno deve traboccare, ciò che è maturo deve generare” e postulava l’immortalità dell’anima individuale umana, animale e anche vegetale. Per lui, il mondo intero era un organismo vivente e ogni parte dell’universo era legata ad ogni altra parte. Ebbe questo consiglio per raggiungere l’unione con l’Uno, “Spogliati di tutto”; ed era, fra i filosofi dell’antichità, un ottimista -forse dal largo sorriso anche lui – pieno di alto elogio per la bellezza del cosmo visibile. Secondo Proclo, la struttura dell’universo parte dall’Uno per aprirsi nella dualità del Limite e dell’Infinito. Da questa divisone derivano gli Dei e l’Essere. L’essere si dispiega nella triade dell’Essere Unico, Eternità e Phanes, chiamato anche Eros Protogonos , l’Amore primogenito. Da qui deriva la

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Paul Haeberlin, Aloys Wenzel, Charles Hartshorne e i biologi Pierre Teilhard de Chardin, C.H. Waddington, Sewall Wright e W.E. Agar.

inestricabilmente l’uno all’altro in un contesto concreto di avvenimenti. All’interno di un avvenimento “soggettività e oggettività si avvolgono a vicenda”. Whitehead aveva un forte senso del continuum Uomo-Natura. Il filosofo e psicologo tedesco Gustav Fechner (18011887) scrisse, “In una calda giornata d’estate stavo in piedi vicino a uno stagno e contemplavo una ninfea che aveva steso le sue foglie equamente sull’acqua e con il fiore aperto si crogiolava alla luce del sole. Che fortuna eccezionale, pensai, ha questa ninfea che sopra gode del sole e sotto è immersa nell’acqua – se solo fosse capace di sentire il sole e il bagno. E perché no? mi chiesi. Mi sembrò che la natura non avrebbe sicuramente creato una creatura così bella, e così perfettamente disegnata per queste condizioni, solo per essere l’oggetto dell’osservazione casuale…ero incline a pensare che la natura l’aveva così costruita perché tutto il piacere che si possa derivare dal godere contemporaneamente il sole e l’acqua fosse goduto da questo essere nella misura più piena possibile.” Questo sentimento mi pare com-passione, mi sembra un suo riconoscere la natura erotica nell’altro, anche quando è una ninfea invece di una donna stesa che gode il sole. Il poeta inglese Wordsworth gli fa eco nella sua poesia intitolata Lines written in early spring: “Ed è la mia fede che ogni fiore gode dell’aria che respira.” Probabilmente nessun filosofo arriva a questa conclusione senza un’esperienza diretta del mondo, anche se poi non tutti quelli che scrivono ci raccontano la fonte dell’intuizione. Lotze disse “L’intero mondo dei sensi…è solo il velo di un regno infinito di vita mentale”, usando qui un’antichissima metafora per l’intelligenza della Natura, che ritroviamo nell’inno egizio a Iside Svelata: “Salve, madre grande, la tua nascita non è stata scoperta: Salve, madre grande, nel mondo infero che è doppiamente celato tu sconosciuta! Salute a te, o grande, o divina, la tua veste non è stata sciolta, non è stata sciolta! Salute, o Nascosta, non c’è via che porti fino a te. Vieni e ricevi l’anima di Osiride, proteggila tra le tue mani.” Fechner considerava che l’intero universo avesse una natura spirituale, il mondo dei fenomeni essendo solo la manifestazione esteriore di questa realtà spirituale. Ciò che a se stesso risulta di natura psichica agli altri appare fisica.

Phanes-Eros Bassorilievo II° Sec. d.C. Museo di Modena. Foto della Soprintendenza.

Sembra un elenco di pochi individui fuori dal coro, ma forse sono solo quelli (occidentali poi) che hanno lasciato degli scritti sul loro pensiero, perché i mille e mille abitanti della terra come Lucia, questa visione del mondo l’hanno semplicemente sentita nelle viscere, l’hanno intuita e vissuta. Comunque mi ha incuriosito questo elenco di pensatori, specialmente quelli del ventesimo secolo. Quando negli anni sessanta cercavo di trovare un’università dove studiare filosofia, non ho potuto trovare traccia di una filosofia che avesse a che fare con questo mondo e quindi sono fuggita dal mondo accademico, che mi sembrava arido e distaccato. Forse non sapevo dove cercare degli insegnanti. Sdraiata sotto un acero nel sole di ottobre con i cani e con gli asini che si rotolano felici nella polvere vicini a me, mi metto a leggere a destra e a manca. Il capostipite in tempi recenti sembra essere stato A.N. Whitehead (1861-1947), che disse “I filosofi hanno disdegnato quelle informazioni sull’universo ottenute attraverso i loro sentimenti viscerali, e si sono concentrati su sensazioni visive.” Whitehead considerava che i portatori di vita psichica non erano tanto i sassi o le stelle ma gli “avvenimenti” che costituiscono questi sassi e queste stelle, che lui chiama “occasioni” e in questo senso si focalizzava sui processi della natura, sulle sue continue trasformazioni. Comunque vedeva la natura, attraverso tutti i suoi cambiamenti, come un’entità intera e inclusiva, e rifiutava il dualismo mentecorpo, considerando che “ogni attualità concreta deve essere visto come un soggetto”. Così i concetti di soggetto e oggetto per Whitehead non solo devono abbracciarsi, ma in realtà sono legati

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E qui abbiamo la fonte di percezione più diretta possibile: ognuno di noi percepisce se stesso come un’entità psichica ma vede gli altri come corpi. Da questa esperienza primordiale, per analogia, ci pare credibile che l’intero mondo di fenomeni è un velo che nasconde ai nostri occhi la vera natura interiore del mondo fisico. Così come nessuno di noi desidera essere trattato come un corpo solo, anche il mondo “altro” desidera essere conosciuto come soggetto e non come oggetto. Così Fechner vedeva la coscienza come una caratteristica di tutto quello che esiste, anche degli atomi che sono solo gli elementi più semplici in una gerarchia che conduce a Dio, che egli considerava l’anima dell’universo. Ogni vero incontro tra parti del mondo è un incontro di soggetti, ogni vero incontro è com-passione, e se deve produrre mondo, se deve creare, è un incontro erotico. Fechner era convinto che qualunque ipotesi che ci rende felici, anche se impossibile da provare positivamente, se non contraddice la scienza, è da abbracciare. Disse che la sua visione della realtà era la spiegazione più bella, più chiara e più naturale dei fatti dell’universo. Schiller aggiunge che questa visione “rende l’operare delle cose più comprensibile” e ci mette in grado di “agire con successo”. Agar, un seguace di Whitehead disse: “porta ad un quadro del mondo più coerente e soddisfacente di qualsiasi alternativa”, e questo soprattutto perché questa linea di pensiero, a differenza della visione convenzionale odierna, “non accetta l’idea paradossale che il fattore mentale...fece la sua comparsa dal nulla in una certa data nella storia del mondo.” Difatti, oggi regna l’idea che la coscienza è una “proprietà emergente”, che appare solo con la comparsa sulla terra di un organismo abbastanza complesso. Questa idea sostiene una visione antropocentrica del mondo e credo che la sua accettazione derivi soprattutto dall’inurbamento massiccio della popolazione occidentale negli ultimi secoli. La risposta viene da Zeno lo Stoico, citato da Cicerone, che disse: “Niente che è in sé privo di vita e ragione può generare un essere che possiede vita e ragione; ma il mondo genera esseri con vita e ragione; il mondo stesso quindi non è privo di vita e di ragione.” Anche Paulsen (1846-1908) ai nostri tempi chiede: “Come ha avuto origine la vita dell’anima?” Nota che la biologia moderna crede che la vita organica derivi dalla vita inorganica. “La prima sensazione nella prima particella protoplasmica è allora qualche cosa di assolutamente nuovo, qualcosa che prima non esisteva in nessuna forma, di cui in precedenza non c’era nessuna traccia?” Paulsen suggerisce che

credere in questa creazione dal nulla contraddice i principi della scienza e che lo scienziato farebbe meglio a concludere che “una vita interiore era già presente in germe (keimhaft) negli elementi e poi si è sviluppata in forme superiori.” Chi vive tra animali e piante, come la mamma di una mia amica, che diceva “Tutte le piante si chiamano”, trova facile, credo, attribuire coscienza al mondo animale e vegetale. Forse è più difficile attribuirla al mondo inorganico. La roccia che vita interiore può avere? Ero seduta, l’anno scorso, nel buio della notte, cinquecento metri sotto il cratere del vulcano di Stromboli, a sentire nel corpo il ruggito delle eruzioni, cercando di resistere all’istinto di fuggire ogni volta che si innalzavano le fiamme e si riversava il magma incandescente verso il mare. Per la prima volta capii che viviamo su una palla di fuoco, non su una roccia fredda! Non potevo evitare la sensazione che quel fuoco avesse un impeto gioioso.

In seguito mi è capitato di leggere le parole di Maurice Krafft, a proposito della sua prima visita a Stromboli, all’età di sette anni: “L’odore penetrante di zolfo, il fragore delle esplosioni di quel vulcano, perennemente e quasi gioiosamente attivo, mi si scolpirono nella mente e nel cuore. Fin da quel momento non ebbi alcun dubbio: da grande avrei fatto il geologo.” Quell’esaltazione di Maurice ognuno di noi l’ha vissuto, davanti a una cascata d’acqua fragorosa, in cima a una montagna battuta dal vento, o sul mare in tempesta. L’energia della terra trova una risposta forte nella nostra anima, anche quando, invece del mondo “vivente”, si tratta di fuoco, roccia, aria, acqua. Ma la terra ha una vita interiore? Risponde Royce, che credeva che la differenza nella coscienza dei corpi inorganici fosse solo una questione di velocità. Diceva che la natura “fluida” della vita interiore dei sistemi inorganici viene ignorata per via della sua “vastissima lentezza”, che però non significa che sia “un tipo di coscienza inferiore”. Gli sciamani nativi americani spesso parlavano di pietre sacre che viaggiavano per

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compiere certe missioni e mi ricordo la descrizione di Brave Buffalo, un Teton Sioux, di alcune pietre rotonde: “Queste pietre sono rotonde, come il sole e la luna, e sappiamo che tutte le cose rotonde sono parenti. Le cose che sono simili di natura diventano simili di aspetto e queste pietre sono state là molto tempo a guardare il sole.” Brave Buffalo disse che aveva sognato la pietra poco prima di trovarla e nel sogno questa gli aveva detto che per onorare lo spirito creatore del mondo Wakan’tanka, è necessario onorare il suo creato nella natura, e che la pietra lo avrebbe aiutato a guarire i malati. Teneva la pietra avvolta in piumini d’aquila dentro una stoffa rossa. “C’è qualcosa fra l’aquila e la pietra, perché quando la pietra è dentro i piumini, non può scappare”; ma qualche volta Brave Buffalo mandava la pietra a osservare cose distanti. Il canto dei Teton Sioux per le pietre si intitolava “May you behold a Sacred Stone Nation” (Possiate vedere la nazione sacra delle pietre). L’asino Teseo si è avvicinato a me e sta in piedi con il muso quasi appoggiato alla mia spalla. Il sole sta declinando e siamo in quel momento della sera quando la natura conduce alla riflessione e gli asini hanno una propensione apparente per lunghe riflessioni. Le file di formiche che prima si industriavano a portare via i semi dell’acero verso il loro nido si stanno diradando. Dovrei alzarmi e andare a fare la cena. Leggo le ultime biografie di due genetisti che condividevano una visione del mondo intriso di coscienza. Sewall Wright (1889 -1988) era un biologo americano; credeva che la nascita della coscienza non fosse dovuta ad una misteriosa proprietà della complessità crescente ma che era una proprietà inerente anche alle particelle più elementari. Il suo amico Charles Harthorne (1897 – 2000) era un assistente di Whitehead ed era evidentemente un genio, avendo conseguito in gioventù ben tre lauree in quattro anni a Harvard. Quello che è notevole di questi due amici è la loro longevità: Wright è morto a 98 anni e Hartshorne a 103 anni. Questo l’avevo notato anche nel caso del filosofo americano di questo filone, Frank Emersole, zoologo, ornitologo e poeta, insegnante in Oregon e morto a 90 anni, e Charles Birch, biologo, teologo e Professore Emeritus all’Università di Sydney, che ha appena pubblicato Biology and the Ridde of Life all’età di 89 anni, e che dice: “Tutti gli esseri viventi sono soggetti – e questo vale fino agli elettroni e protoni…questo è un universo senziente.” Forse aveva ragione Fechner nel dire che questa è una visione che rende felici: certo che i suoi fautori sembrano godere di una lunga vita.

Il sole è definitivamente tramontato. Io rimango a pensare con meraviglia all’idea della mia giovane persona che girava la facoltà di filosofia senza sapere che in quel momento, per me di grande confusione, c’erano persone nascoste in piccoli laboratori sparsi nel mondo, con questa visione grandiosa, che parlavano solo fra di loro, che qualche volta persero perdevano l’occasione di scambiare le loro idee filosofiche, come nel 1926, quando Agar e Wright si incontrarono a Chicago e parlarono di genetica senza scoprire l’identità della loro visione filosofica. Non mi pare una coincidenza che questi ultimi quattro pensatori erano tutti biologi e quindi a contatto con la vita fisica. Io ho dovuto aspettare Lucia e la mia esperienza diretta; forse è stato meglio così. In questo momento la visione del mondo come un essere dotato di interiorità sta godendo di un risveglio. Sono usciti alcuni libri importanti sul panpsichismo, di Skrbina nel 2005, di Strawson nel 2006 e quest’anno esce un altro libro di Skrbina, Mind that Abides. C’è poi l’ecofilosofa australiana Freya Mathews, autrice di For Love of Matter (Suny Press 2003) che riconosce alle filosofie non occidentali quali il Taoismo e la cultura degli indigeni australiani il suo debito principale. Mathews vede l’universo come una specie di “sé cosmico”, autogenerativo, autorealizzante e autoreferenziale. Il campo primario, dal suo punto di vista manifestato come entità e luoghi specifici, è la dimensione soggettiva, in cui esiste un nesso di comunicazioni condivise tra l’Uno e la moltitudine, e tra le parti del mondo nella realtà fisica. Mathews giustifica il suo progetto come una ricerca, non tanto della verità, ma di una metafisica in cui viene affermata e nutrita la capacità umana di innamorarsi non solo di un individuo umano ma del mondo fisico stesso. E’ nel nome dell’amore per la realtà materiale ultra-umana che ci supporta e ci avvolge e di cui come esseri incorporati facciamo parte, che Mathews ci invita ad abbracciare la visione panpsichista. E quando l’abbracciamo, troviamo che il nostro atteggiamento cambia: non più una oggettivizzante ricerca della verità ma una serie di incontri erotici, che implicano la conoscenza carnale, la compassione, un’apertura verso l’altro piena di sorprese e rischi. “L’obiettivo non è quello di fare teorie sul mondo ma di rapportarsi ad esso e di godere di quel rapporto. Per questo ci servono…poesia e canto.”

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Si mira ad un atteggiamento di devozione verso il mondo, che Mathews spera sarà l’inizio di un profondo ripensamento della tradizione occidentale in una prospettiva ecocentrica. Ha osservato che i primi passi di questo cambiamento sono stati fatti in due paesi, la Norvegia di Arne Ness e l’Australia di Val e Richard Routley negli anni settanta, luoghi dove la presenza del non umano è ancora palpabile. “La terra è un essere…un’unità intera in forma e sostanza, in scopo ed effetto, e autosufficiente nella sua individualità”, (Fechner). “Ogni cosa è piena degli Dei”, (Thales). “Il mondo è un Dio benedetto”, (Platone). “Dobbiamo accantonare i beni del mondo per cercare l’unione che la mente ha con l’intera Natura”, (Spinoza). “L’intero creato costituisce una simbolica riflessione di Dio”, (Pico della Mirandola, che doveva anche stare attento alle parole per evitare l’attenzione della Chiesa!). Questi sono gridi che cercavano di rammentare all’uomo civilizzato il suo gioioso far parte di un creato vivo, delizioso, estatico, erotico, compassionevole. Lucia è vissuta 93 anni, suo marito, Gervaso, 101. Semplicemente vivi entrambi, io e il papavero. Issa

Bibliografia Mary Oliver, Wild Geese, Bloodaxe Books, Tarset 2004 Al-Kindi, De Radiis, Teorica delle arti magiche, Mimesis, Milano1994 Snyder Gary, L’Isola della Tartaruga, Stampa Alternativa, Viterbo 2004 Plotino IV. 7 (2), chs.2-8iii, 14)/ III,2 (47), Ch.12, 1.4) Encyclopedia of Philosophy, ED. Donald Borchert, Thompson Gale, USA 2006 A.N.Whitehead, Process and Reality, Cambridge, 1929 A.N.Whitehead, “Nature Alive” Lecture 8 of Modes of Thought, MacMillan, New York 1938 Bureau of American Ethnology, Teton Sioux Music, 1918 E.A. Wallis Budge, The Gods of the Egyptians, Chatto & Windus, London 1904. F.C.S.Schiller Studies in Humanism, MacMillan, 1907. Agar, W.E., The theory of the Living Organism, Melbourne University Press, 1943 Cicero On the Nature of the Gods, BkII, Sec.VIII citando Zeno. Royce, The World and the Individual, 1899,1900 Paulsen, Introduction to Philosophy, 1899 Freya Mathews, For Love of Matter: a contemporary Panpsychism, SUNY Press, Albany 2003 Skrbina David Panpsychism in the West, Cambridge, MA, MIT Press, 2005 Strawson, Galen, Consciousnmess and its place in Nature, Anthony Freeman, 2006 Skrbina David, Mind that Abides, John Benjamins, 2009

“Rientro e chiudo la finestra. Mi portano il lume e mi danno la buona notte. E la mia voce allegra dà la buona notte. Magari la mia vita fosse sempre questo: il giorno pieno di sole, o addolcito dalla pioggia, o tempestoso come se finisse il Mondo, la sera mite e la gente che passa guardata con interesse dalla finestra, l’ultimo sguardo amico alla quiete delle piante, e poi, chiusa la finestra, il lume acceso, senza leggere niente, senza pensare a niente, senza neanche dormire, sentire la vita scorrere in me come un fiume nel suo letto. E fuori un grande silenzio, come un dio che dorme”. F. Pessoa

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Ho visto anche delle vongole felici…
Compassione, ecologia profonda e buona tavola eco-pacifista. di Stefano Panzarasa
Una mattina al mare, passeggio su una bella spiaggia riscaldata dal sole di fine settembre, non c’è nessuno fin dove posso vedere, le onde si infrangono sulla battigia, l’aria è pulita e ricca di salsedine trasportata dal vento. L’unico segno della presenza umana sono le orme che i miei piedi lasciano sulla sabbia… A un certo istante comincio a sentire delle vocine arrivare dalla sabbia bagnata dall’acqua, come un piccolo coro: “Grazie, grazie, grazie!” Non mi sembra vero ma poi capisco che questi ringraziamenti sono rivolti proprio a me e ne sono veramente contento…. Ieri al campeggio mi sono fatto insegnare da Mariagrazia il suo piatto vegan più caratteristico, gli “Spaghetti alle vongole felici”, dove però in questo famoso piatto della nostra tradizione culinariamarina, le vongole sono state sostituite dai pistacchi. Il piatto è veramente gustoso e non fa proprio rimpiangere l’originale, i pistacchi cotti col soffritto sono anche divertenti da sgusciare, e le vongole? … Le vongole sono rimaste a vivere felici nella sabbia! Ecologia profonda – Per il buddismo la compassione è una idea fondamentale ed è legata alla saggezza, ma quale saggezza? La storia del pianeta, le varie civiltà che si sono succedute durante i millenni dal Paleoliticosuperiore fino ai nostri giorni (matriarcali, patriarcali) e il rapporto (ultimamente molto negativo) che gli umani hanno avuto con il pianeta, ci insegnano che la vera saggezza è quella ecologica. In un interessante articolo apparso sul n. 35 della rivista Lato Selvatico, il poeta americano Gary Snyder dice chiaramente che non si può salvare un animale o una specie se non si opera per salvare la bioregione in cui essa vive. Questo è quello che insegna l’ecologia profonda. Così se non si risolve il problema della pesca dissennata nel Mare Adriatico non rimarrà in vita più nessuna vongola! (E già moltissime ne arrivano dalla Spagna…). La voglia di mangiare troppe vongole (e i pesci) ma specialmente troppa carne (la “cultura della bistecca” come ricorda Jeremy Rifkin nel suo bel libro Ecocidio) sta causando dei guasti probabilmente irreversibili sul pianeta (desertificazione di mari e regioni intere e miseria per le popolazioni locali), insieme ad una immensa sofferenza degli animali (allevamenti intensivi) e anche degli umani stessi (malattie cardiocircovascolari e tumori in grandissimo aumento). Gary Snyder ci ricorda ancora il primo precetto buddista: “Non causare male non necessario”. Ecco che quindi è chiaro che per i popoli occidentali, ricchi e pieni di risorse, sarebbe veramente “da ammirare” cercare di cibarsi il più possibile di verdure e cereali e rispettare di più gli animali (esseri viventi più deboli e indifesi), altrimenti si va verso “una forma lussuriosa dello spreco” che il pianeta non si può più permettere… Ovviamente, quello che vale per i popoli occidentali non può valere per le popolazioni del terzo mondo e tribali, la cui economia alimentare è ancora troppo legata alla caccia e alla pesca e poi il primo precetto buddista non è neanche un ordine imperativo per nessuno, c’è ancora per fortuna chi almeno alleva gli animali con grande cura e amore, è solo un invito alla riflessione che la saggezza ecologica può alla fine trasformare in una pratica quotidiana di mangiare meno carne o addirittura rinunciarci. Buona tavola eco-pacifista – A tavola ogni giorno ciascuno di noi può fare qualcosa per il pianeta e per lenire la sofferenza di tanti animali maltrattati per un bisogno troppo imposto dalla “cultura della bistecca” (cioè dalle multinazionali alimentari). La cucina vegetariana e vegana presenta un’infinità di piatti veramente gustosi (e anche saggi e divertenti da realizzare come gli spaghetti alle vongole felici…).

Alla faccia delle barche da pesca “turbosoffianti” che devastano i fondali marini sabbiosi anche sottocosta aspirando tutto quello che trovano per tenersi poi solo le vongole e così distruggendo ogni forma di vita subacquea e creando un vero e proprio deserto sottomarino come sta accadendo da noi principalmente nel Mare Adriatico… Compassione – La parola deriva dal latino “patire”, ma infine dal greco “sympátheia”, “comunità del dolore”, definisce un moto dell’anima che ci fa sentire dispiaciuti dei mali altrui, quasi fossimo noi a soffrirli. Nella visione olistica del buddismo la compassione è anche il desiderio del bene nei confronti di ogni essere vivente nell’idea che tutto sia connesso. Dunque si può affermare che non vi può essere saggezza senza compassione, né, ovviamente, vera compassione senza saggezza.

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La compassione a tavola! Mangiare rendendo omaggio alla sacralità della vita e del pianeta, una pratica quotidiana del “Great Work” (il Grande Lavoro), la bellissima visione del compianto ecoteologo e bioregionalista Padre Thomas Berry dove ciascuno di noi dovrebbe sforzarsi di fare ogni giorno qualcosa per arrivare ad una nuova era di saggezza ecologica che lui ha chiamato l’”Era Ecozoica”. La natura selvatica ci insegna che nessuna specie fa del male ad un’altra per il solo piacere o la consapevolezza di farlo, solo l’uomo è capace di ciò e fin’ora quella che molti pensano sia una evoluzione culturale sempre in avanti, è contraddetto proprio da ciò che stiamo facendo agli animali, al pianeta e in definitiva a noi stessi. Solo per parlare da europei, nella Civiltà dell’Antica Europa neolitica e matristica c’era molta più consapevolezze ecologica che ai nostri giorni. Forse la vera bontà dell’essere umano, ci ricorda lo scrittore ceco Milan Kundera in L’insostenibile leggerezza dell’essere, si può misurare da come tratta “coloro che sono alla sua mercè, gli animali”. Io aggiungo anche gli alberi e poi le persone più deboli, quelle che non si possono facilmente difendere, le bambine e i bambini, le donne, gli anziani, gli zingari, le persone diversamente abili… Per finire un gioco, un bellissimo ed significativo gioco che ognuno può fare da solo o in società (narrato sul recente libro di Mark Rowlands: Il lupo e il filosofo).

Proviamo ad immaginare come vorremmo il mondo e magari proviamo ad immaginare una società equa, basata sui valori della pace, della solidarietà, della compassione, dell’uguaglianza, senza la guerra, lo sfruttamento della natura, ecc. Bellissimo no? Chi di noi non vorrebbe viverci? Però c’è una regola particolare del gioco che lo rende veramente interessante, eccola: solo, ma solo alla fine del gioco, ciascun giocatore potrà sapere chi sarà, che vita condurrà, in questa nuova società. Saprà quindi se sarà un uomo o una donna, bianco o nero, ricco o povero, intelligente o stupido, credente o ateo, altruista o egoista, e così via. Ma anche (attenzione!) se sarà un vecchio o un bambino, un malato, addirittura un animale o una pianta, in definitiva, un debole… E se a noi ci capitasse di essere una vacca, un maiale o… una vongola? Nota: la ricetta degli “Spaghetti alle vongole felici” e altre ricette eco-pacifiste si trovano su: www.veganblog.it (chef: Mariagrazia). I vostri commenti sono benvenuti! Altre informazioni su www.orecchioverde.il cannocchiale.it e (novità) le mie canzoni ecopacifiste su www.myspace.com/orecchioverde Il titolo dell’articolo è un libero riferimento alla bella canzone di Claudio Lolli: “Ho visto anche degli zingari felici” (simbolo del Movimento degli studenti del ’77). Email: bassavalledeltevere@alice.it

Fichi di Alec Furtek
Sono rimasto un innocente e per me un fico era semplicemente un frutto dolce da cogliere, riscaldato dal solleone da un albero selvatico. Qualche anno fa durante un magico soggiorno sull’isola di Tilos nel Dodecanese, ho vagato attraverso un piccolo borgo abbandonato, camminan-do sulle mura delle case rovinate per mangiare i piccoli fichi succosi colti dagli alberi che crescevano su quelle mura crollate. I fichi freschi si accompagnano in maniera splendida al prosciutto quando ci si è stancati del melone. Sono buoni anche per farcire i biscotti al burro. Per secoli i pittori hanno usato le foglie di fico per coprire i genitali, da quando Adamo ed Eva si nascosero nel giardino di Eden, ma al fico ora non riesco a pensare in questi termini… Qualche sera fa, camminando tranquillo per le vie di un paesino umbro arroccato in cima a una collina per digerire una cena eccellente in compagnia di Paolo e Harald abbiamo preso a parlare della delizia della frutta, dei suoi gusti e delle nostre preferenze. Paolo scelse le albicocche maturate al sole della Sicilia e Harald si dichiarò per i fichi. Innocentemente chiesi, perché i fichi? Be’, spiegò Harald, li trova i frutti più erotici, ne ama la sensazione che gli danno, il loro peso, la loro forma e la loro struttura carnosa e il fatto che quando li si colgono secernano un liquido bianco e cremoso. “Cosa vorresti dire?” chiesi. “Ma dai, Alec!” rispose,”assomigliano proprio a succulenti testicoli!” E ha proprio ragione!

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Non ho più potuto mangiare o tenere in mano un fico dopo questa conversazione senza pensarci… e la mia vita è così enormemente arricchita!

Sensazioni di terra
di Francesca Mengoni “C’è un essere che vive nel sottosuolo selvaggio delle nature femminili. Questa creatura è la nostra natura sensoriale, e come tutte le creature complete ha i suoi cicli naturali e nutritivi. Questo essere è curioso, nel suo porsi in relazione è talvolta esigente, talaltra quiescente. Reagisce agli stimoli concernenti i sensi: la musica, il movimento, il cibo, le bevande, la pace, la quiete, la bellezza, l’oscurità. Questo è l’aspetto femminile che possiede il calore. Non un calore che si esprime in “Facciamo del sesso”. E’ piuttosto una sorta di fuoco sotterraneo che talvolta divampa, talaltra lentamente brucia, ciclicamente. Con l’energia che viene liberata, la donna agisce come le pare conveniente. Nella donna, il calore non è uno stato di eccitazione sessuale ma uno stato di intensa consapevolezza sensoriale che include la sua sessualità, ma a essa non si limita.” L’odore sensuale e aspro si dilata nelle narici invadendo la mente. Ci attira un pane dopo l’altro, abbondiamo anche di aglio, una ricetta semplice e ricchissima: pane, aglio, olio e sale. Guardandomi intorno divento colma, piena di questo pulsare di vitalità ed erotismo che ci appaga fluendo, entrando e passando oltre.

Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi Raccogliendo olive in un tramonto rosso Ritaglio di olivi rubati all’incuria e ai rovi. Frutto prezioso e sacro, ci avvinghiamo ai tuoi rami. Le mani veloci districano i tuoi noccioli scuri che in tonfi silenziosi si disperdono nell’ampio telo. Nubi globulari spaziano nel cielo mentre nella profondità dell’orizzonte si va a chiudere il sole seminando il cielo di un fragoroso rosso. Ci inebria, ci incanta, ci avvolge. Spire della notte si infrangono sui nostri volti radiosi. Ci abbracciamo sulle scale in una erotica immersione di bellezza. Olio nuovo Fluido verde oleoso da spandere sul pane bruscato e salare. Le olive sudate al freddo vento autunnale ci appaiono in un’altra forma e consistenza. E’ l’olio nuovo e tutti siamo densi di commenti e piacere.

Cucinare insieme Scambio di materia che si fonde nelle nostre pance. Vegetali odorosi, uova, farina pastosa, latte, olio, burro si mischiano. Si trasformano attraverso le nostre mani intelligenti in pietanze saporose, mangiare diventa superfluo in questo succoso godimento comunitario. Mangiando le ciliegie dall’albero Carico di rossi frutti, lo circondiamo allungando le braccia, con gli occhi avidi rivolti verso l’alto. Queste

“Eros è possibilità e più eroticità c’è, più possibilità si libera.

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fragranze sono ammalianti. I noccioli sputati a terra senza eleganza e risate piene e mugolii di piacere. Le ciliegie mi confondono, vorrei assaggiarle tutte. Nebbia di luna Pietre medievali levigate con accuratezza, scorci, fessure sui vicoli, il rumore del torrente che scorre, nebbia di luna fredda, colline aspre e rocciose, il legno vissuto delle porte. Sento il dinoccolare delle tue ossa bianche come il latte. Ero terrorizzata dalla tua presenza, terrorizzata ed attratta. Sempre più mi attiri con il potere della tua essenzialità, struttura portante del mio vivere. Mi concedo a te lasciando crollare le mie paure, le mie resistenze, mi abbandono a te, ti avvolgo, mi avvolgi, costola del mio rinnovamento. I corpi attraverso la terra I corpi attraverso la Terra sono espressioni diverse di un’unica pulsazione. Ogni pancia gode dell’altra. Il ventre unico della Terra ci accomuna. Quanti siamo? Tanti? Forse un corpo solo. Zappando la terra Si sollevano le zolle, si capovolgono come bambini che giocano. Ha un sapore la Terra Grande Madre. Si sbriciola umida. Terra inzuppata dall’inverno piovoso. Colori frammentati di marrone, di rosso scuro, di grigio. Rimuovere la terra, scavarla, rivoltarla, farla scorrere tra le mani. Sentirsi scivolare nel proprio femminile arcaico, ritrovarsi, scavare nel proprio piacere sensuale. Le foglie dell’uva Doniamo questo servizio ai chicchi di uva spogliando le viti di larghe foglie per meglio raccogliere il sole. Arranchiamo su per la collina, in scambi di voci, nel giugno infuocato di verde. Siamo stanche, con diverse andature che si combinano con l’età. Qualche ciottolo rotola indietro sotto le nostre scarpe e noi siamo sorelle e fratelli in questo sforzo comune. Le more sui rovi spinosi L’agosto secco ha bruciato la terra che, ancora florida, mostra i suoi frutti. Susine, prugne, pesche, albicocche, pere, mele. Le more dei rovi spinosi primeggiano gravide e scure. Ci destreggiamo tra le spine per raggiungere le punte dai frutti più succosi. Le più invitanti le esibiamo con orgoglio prima di frangerle nella bocca fino a ridurle a poltiglia di semi. Ci osserviamo incredule di tanta rovinosa sensualità. Infornando il pane

Le nostre mani affondano insieme nell’impasto, con vigore, con le maniche instancabili che rotolano giù. Polvere di farina ci riempie le narici e pennella le vesti. Ci fermiamo soltanto quando sembra essersi fuso nelle nostre mani. L’impasto corposo ci scalda la pancia. Lo formiamo per lasciarlo lievitare. Con pazienza ascoltiamo il crescere di questa forza, mentre con lentezza prepariamo il fuoco, alchimia di arbusti secchi e scintille. L’odore della legna e del fumo ci brucia gli occhi. Siamo donne chiassose, immerse in cucina tra risa e saggezza. Il forno è pronto, le pareti calde. I pani vengono distribuiti sulla teglia. La grande bocca del forno li inghiotte. La passata di pomodori I pomodori maturi al sole caldo d’agosto. Voci di donne allegre che si distribuiscono il lavoro in compagnia, per l’avvenimento annuale. Tutto questo rosso che si espande succoso. Libidine di questo frutto acido fondamentale per le nostre diete. Lavare, tagliare, spremere, macinare, imbottigliare e bollire. Che fermento! Insieme, stanche e sconvolte. Il rosso afrodisiaco ci costringe ad annaspare nei nostri umori erotici. Un tocco comune. Pesche sciroppate Le abbiamo raccolte insieme, attente a riconoscere quelle mature al punto giusto, attente agli ingannevoli riflessi rossastri che coprono il verde acerbo. Le abbiamo preparate, sbucciate, tagliate, condite con lo sciroppo acqua e zucchero. Sono movimenti, sono attenzioni, sono comunicazioni. Siamo noi in questo frutto. Quando le mangiamo contengono ancora la fragranza erotica della terra. Ci perdiamo insieme in questa orgia collettiva del gusto. Alla vendemmia Ebbrezza, uva di radice succosa, grappoli dai chicchi ripieni infranti nei sapori dolciastri del mosto. Schizzi bluastri violacei. Pianta generosa e rampicante dalla tortuosa spina dorsale, capace di soffocare gli arbusti. Mani laboriose, frutti abbondanti, forbici dai colpi incessanti. Persone energiche che raccolgono la messe divina, spogliandola da ragnatele e foglie ombrose. Come sento follemente carnale questo rito di stagione. Radici Le ginestre stanno fiorendo in gialli profumi sulle aguzze colline. Le querce possenti mi osservano insieme ai frutti rossi del corniolo. Le pietre levigate sono sorelle che emanano le mie emozioni. Amo la terra a cui appartengo, amo ogni angolo con

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incosciente fervore. L’Essenza di questo luogo mi conosce e mi nutre di affetto e sensualità.

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Una favola di compassione di Martino di Valdichiascio
Quando sono nato sentivo freddo. L’aria era umida intorno a me e nonostante i miei goffi movimenti da neonato non riuscivo a scaldarmi. “Ma dove sarò capitato? Non ci sarà nessuno che si prenderà cura di me? Dov’è la mia mamma?” Sbirciò a destra e a sinistra ed ecco un mio fratello che mi guardava con occhi altrettanto perplessi. Vìdi che anche lui era stato abbandonato e tremava dal freddo umido che ci circondava. Purtroppo non riuscì a parlargli, non avevo ancora imparato la nostra lingua. Perciò rimanemmo muti e infreddoliti nella nostra culla. Non mi ricordo come successe, però ad un certo punto la mia memoria mi racconta di essere cresciuto in fretta. La mia culla si era trasformato in un vano con le pareti verdi dove io ed il mio fratello giocavamo insieme e dove c’era sempre abbondanza di cibo. Avevo un appetito insaziabile. E dopo mangiato mi sdraiavo al sole che mi scaldava e a volte quasi mi bruciò. Non ho mai conosciuto la mia mamma. Non ho la più pallida idea dove finita. “Sarà morta?” Purtroppo nella mia vita non sono riuscito a risolvere questo enigma, ma mi sono divertito un mondo con il mio fratello. Lui era sempre di buon umore, voleva sempre giocare. Non si stancava mai. Per essere sincero a me ogni tanto veniva sonno, ma lui non mi lasciava mai in pace. Qualche volta forse sono riuscito a dormire per pochi attimi mentre lui non mi guardava. Ma appena si voltava verso di me ,. mi chiamava ad alta voce: “Pilar, (mi avevano dato questo nome ma non mi ricordo bene il mio battesimo) svegliati e fammi la caccia. Vedi se ce la fai ad acchiapparmi!” E siccome mi piaceva da matti rincorrerlo, partivo subito all’inseguimento dimenticando la sonnolenza di un attimo prima. Ero un pochino più grosso di mio fratello e le mie gambe facevano i passi più lunghi, perciò non mi ci volle molto tempo per raggiungerlo. Lo tenevo stretto e gli impedivo di continuare la corsa. Allora lui si girava e sorrideva tutto felice e ci abbracciammo. Mi faceva sentire bene il calore del suo corpo e ci godevamo la pausa di gioco assaporando il profumo del vento che sfiorava la nostra pelle. Se non giocavamo, mangiavamo. Facemmo certe mangiate! Mi ricordo un giorno che mangiammo per quattr’ore di fila. Francamente ci sentimmo un po’ male dopo. Lo stomaco ci stava per scoppiare e giurai che non avrei mai più mangiato in quel modo. Che dolori! Ma fortunatamente riuscì ad andare di corpo dopo un paio d’ore e tutto si risolvò. Così io e il mio carissimo fratello crescevamo in un mondo felice, quasi senza pensieri. L’unica cosa che mi gironzolava in testa ogni tanto era, cosa avrò fatto da grande. Avevo una gran voglia di volare ma non avevo idea come, dove e quando avrei potuto impararlo. Sembrava un impresa così difficile. Sarei mai stato bravo abbastanza per diventare maestro di quel difficile mestiere? Decisi di mettercela tutta, volevo realizzare questo mio sogno a tutti costi. Fantasticavo ad occhi aperti di volare in alto, sentirmi libero delle costrizioni della gravità terrestre e poter osservare il mondo dall’alto. Successe tutto in attimo. La pelle ruvida del pollice ci schiacciò. * * Il contadino avanzò verso la prossima pianta di verza, controllando le sue foglie per trovare i bruchi dei cavoli.

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Promemoria
di Felice 15-2-2009 Tieni aperto il tuo cuore, non chiuderlo alla benevolenza e alla dolcezza Ricordati dei tuoi giorni bui, quando eri pieno d’angoscia e tristezza. Quando orfano vagavi per un mondo che ti sembrava ostile Continuando a bussare a porte che non si volevano aprire. Ora che nel tuo cuore il sole brilla e splende non dimenticare quelle giornate tremende, quando per te era tenebra anche in pieno giorno e la tua anima arrostiva come fosse in un forno. Coltiva l’empatia, apriti all’altrui dolore, non startene barricato nel tuo compiaciuto e soddisfatto cuore. Ma non cercare d’essere neanche troppo buono o troppo gentile non lasciare che chiunque calpesti il tuo giardino o il tuo cortile. Difficile fissare un confine con una linea precisa e retta il bene sfuma nel male, non c’è divisione perfetta. Basta spostarsi di poco, cambiare il punto di vista e quel che sembrava un’offesa diventa soltanto una svista. “La legge è fatta per l’uomo, non l’uomo per la legge”, disse un saggio barbuto e capellone, poco dopo il potere lo appese ad una croce temendo sommosse e ribellione. E tu coltiva lo stesso dolcezza e benevolenza non lasciarti dominare da odio e rancore, non cedere alla violenza.

Gradita Sorpresa
di Felice 14-8 2009 Il cielo generoso annaffia di nuovo il bosco, l’orto, le piante mi godo lo spettacolo con la sua musica dolce e riposante. Il tuono mi ha avvisato della doccia in arrivo con la sua voce profonda e forte mi sono affrettato su per la salita con le patate appena raccolte. Ora la pioggia incalza con ritmo serrato, copiosa e abbondante accompagnata da effetti speciali luminosi e una grancassa tuonante. Seduto sull’uscio ammiro la natura in azione ipnotizzato da questa semplice, magica visione. Questa era l’ora della mia passeggiata quotidiana, ma non mi lamento, sarei andato sul colle a salutare il finire del giorno per un momento. Lo spettacolo è stato lo stesso ottimo e avvincente una gradita sorpresa che non mi aspettavo per niente.

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KYOTO CANTO DEL NATO A PRIMAVERA di Gary Snyder Piccoli bambini bellissimi trovati in cocomeri, nel bambù, in un “uovo di usignolo dallo strano bagliore” una bimba perfetta – bimbo, bimbo, minuto, prezioso topolini e vermi: Grande maestà del Dharma che ruota Grande danza del potere Vajra piccolo di lucertola vicino alla felce piccolo di centopiedi che si arrampica verso il muro piccolo gattino lasciato piangere da solo per il latte piccolo topolino troppo impaurito per correre O canta nato in primavera piccole rondini tessitori a Nishijin nidi sotto le grondaie le ali scintillanti della madre calano al rumore del telaio e tre bimbi grassi con tre madri umane che lavano i panni ogni mattina “Buon giorno come sta il tuo bambino?” Tomoharu, Itsuko e Kenji – Topo, ricomincia I San del Kalahari stanno ridendo al trucco da coyote che ci ha fatto pensare le macchine bimbi selvatici nelle felci e nelle susine e nelle erbacce.

Il nonno era venuto da lontano. Era appena arrivato a quella betulla dove la terra e cielo si incontrano quando scese in volo un cigno, dalle stelle atterrò davanti a lui. Il nonno diventò Coyote. Il cigno diventò una giovane donna con la faccia larga e lunghi capelli neri. Ridacchiò quando, guardando in basso, vide di avere addosso solo delle calze nere di nylon e una gonna leggerissima di piume. Nonno Coyote le girò intorno parecchie volte. Quasi non ti riconoscevo senza tamburo, disse alla fine. Lei non riusciva a smettere di ridacchiare. Respira a fondo, ordinò Coyote Lei eseguì, smise di ridere, e Coyote chiese, Perché sei venuta da me? Sono la terra, sono il morto, sono il non nato. Devi venire con me, entrami in bocca. Voleremo sulla strada di stelle. Coyote continuava a girarle intorno. E cosa succede se mi entri in bocca, chiese Lei si mise a ridere e cercò di prendergli la coda. Si può provare, disse.

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AMORE E PIACERE
Rielaborazione originale di Roberto Cavaliere su un testo di Antonio Sbisà (testo segnalato da Mario Cecchi) Quasi sempre leghiamo giustamente la sessualità alla relazione con l’altro, ma dovremmo sentirla e viverla prima di tutto come esplosione di una forza contemporaneamente corporale, emozionale ed interiore che si espande e sale da 1° chakra (la radice del potente fuoco ipogeo) fino al 7° chakra (l’ardente corona dell’eletto), attraverso la pienezza di un amore per se stessi e per il divino, che si alimenta di potenza, di coraggio, di mistero, di donazione, di abbandono. Ecco allora che fondendoci poi con l’altro, potremo effettivamente donargli universo di amore e di entusiasmo. Erotismo ed eroismo. Il divino e potente Eros richiede ai suoi eletti passione, sensualità ma anche cuore e coraggio. Se riportiamo la spinta sessuale a questa spinta creativa scevra dal senso di colpa e dall’attaccamento egoistico all’oggetto “amato”, allora chiaramente non esisteranno, non esisterebbero incompatibilità, fra un amore personale interpersonale ed una missione sovrapersonale transpersonale. Che cosa succede allora? Perché tanti amori che si credono emancipati, liberi, moderni, ricadono nella separazione fra l’amore e la creatività, fra la sessualità e la pratica mistica come il Tantra insegna? Abbiamo forse troppo tollerato il peso della materialità volgare, della sicurezza, della negatività, ed ecco che queste ci hanno abituato a cercar di possedere le persone che diciamo di amare. Ci siamo abituati a chiudere gli amanti nel cassetto, di qualsiasi amore si tratti. Ci siamo abituati a controllare il fuoco dell’altrui passione, ma spesso facendolo spegnere, facendolo morire. Molti così perdono persino il ricordo della bellezza del fuoco. In questo modo ci fermiamo, rallentiamo, aspettiamo, soddisfiamo qualsiasi bisogno di materialità e di sicurezza, in noi stessi e nell’altro. Ma possesso e sicurezza chiudono, pretendono, vincolano. In questo modo gli obiettivi primari diventano la sopravvivenza di un sistema egoistico, la sicurezza di un possesso stabile, si perdono di vista l’evoluzione e la creatività. Abbiamo allora una forma inferiore d’amore, una sessualità comune, talvolta banale, dedita a rispettare i ruoli sociali, a compensare con piccoli eventuali piaceri di consumismo degenerativo e con soporifere sicurezze abitudinarie, una vita di controllo, di staticità, di separazione. Il rapporto monogamico, il classico nido familiare, spesso diventa solo una copertura legittimata dalla rassegnazione popolare e un compromesso fra coloro che temono solo di perdere quel niente che credono di possedere. Non si possono possedere le persone, non si può possedere neanche se stessi. Se crescere vuole dire realizzare al massimo le proprie potenzialità, attraversare fasi di morte e rinascita, trasformarsi nel flusso della creazione permanente, ecco che un rapporto si sviluppa creativamente se gli amanti entrano in questa dimensione. Ecco allora che si possono coniugare l’amore e la coscienza, ecco allora che l’amore e la sessualità diventano un fuoco divino, l’entusiasmo della creazione irrompe e l’emozione di una felicità cosmica trova compimento. Si possono creare nuovi sentimenti, nuovi rapporti, nuove emozioni, nuove sessualità, nuovi amori, lontano dalle abitudini storiche e psicologiche, lontano dal conosciuto, verso l’esplorazione della meraviglia, dell’incanto, della beatitudine. [...] La prima regola dell’amore è il rispetto reciproco e solo partendo dal rispetto e attraversando il cuore si potrà raggiungere il vero Piacere. La seconda regola dell’amore è l’umorismo: usiamo anche la potenza della mente per ridimensionare e alleggerire i nostri pensieri. La terza regola dell’amore è la compassione amorosa per gli altri da cui impareremo a trarre il nostro Piacere dall’armonia delle altrui passioni. La via tantrica all’illuminazione si nutre di mille petali del Piacere, dove più che la sessualità, è la Sensualità la vera regina.

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Per quanto riguarda le prossime redazioni di Quaderni: Chiara D´Ottavi e Robert West si occuperanno di quella del solstizio d´estate 2010 con l’argomento “CICLI DELLA NATURA, IMPERMANENZA E SOLIDARIETÁ” e Silvana Mariniello, Jacqueline Fassero e Cosetta Lomele di quella del solstizio d´inverno 2010. Per il prox numero inviare il materiale entro la fine di maggio a: Chiara D'Ottavi e Robert West, Via Placido Martini, 98 - 00040 Montecompatri (Roma) Tel e e-mail di Chiara: tel: 349-7144218 chiaradtv@libero.it Abbonamenti (due numeri, ai solstizi) €10.00 – arretrati €5.00 – versamenti sul ccp n.56537624 intestato a Giuseppe Moretti, Str. Digagnola, 24 – 46027 Portiolo (MN)

REFERENTI LOCALI DELLA RETE BIOREGIONALE
* BIOREGIONE ALTO GARDA Oscar Simonetti, Loc. Campo, 7 – 37010 Brenzone (VR) – tel: 045/6590036 * BACINO IDROGRAFICO DEL SARCA-GARDA-MINCIO Vincenzo Benciolini, Palù dalla Pesenata, 37010 Colà di Lazise (VR) - tel: 045/7590990 email: vincenzo.benciolini@tiscali.it * BIOREGIONE BACINO FLUVIALE DEL PO Giuseppe Moretti, Str. Digagnola, 24 46027 Portiolo (MN) - tel: 0376/611265 – email: morettig@iol.it * BIOREGIONE ALTO OLONA Carlo Salmoiraghi, Via Leopardi, 18 int.38 – 21047 Saronno (VA) - tel: 347/4313611 email: casalmo@tin.it * LIGURIA E BASSO PIEMONTE Renato Pontiroli e Manù, Borgo Cerri, 17030 Erli (SV) – tel: 340/4933825 – email: boscoselvatico@gmail.com * LIGURIA Chiara e Massimo Angelini, Via E. De Amicis, 3/18 – 17100 Savona – tel: 347/9534511 email: scrivi@quarantina.it * TOSCANA Massimo Toccafondi, Loc. il Termine, 59025 Cantagallo (PO) – email: vanessaniso@libero.it * ALTA TOSCANA E SARDEGNA Mario Cecchi, “Avalon”, Via delle Valli, 184 – 51015 Montevettolini (PT) * BIOREGIONE VALLE DEL TEVERE Jacqueline Fassero, Loc. Piedimonte – 00018 Palombara Sabina (RM) – tel: 0774/634303 email: jackiejulien@alice.it

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Silvana Mariniello, L.go A. Missiroli, 13 – 00151 Roma – tel: 06/5371184 – email: salva.selve@quipo.it Stefano Panzarasa, Via dei Portici, 39 – 00010 Moricone (RM) – tel: 0774/605084 email: bassavalledeltevere@inwind.it * BIOREGIONE ALTO CHIASCIO Etain Addey, “Pratale” Vallingegno – 06024 Scritto (PG) * BIOREGIONE COLLINE METALLIFERE Francesca Mengoni, Podere Petraia, 58020 Ghirlanda/Massa Marittima (GR) tel: 0566/902925 – email: tacaumbra@libero.it * BIOREGIONE TUSCIA Paolo D’Arpini, Via del Fontanile, 12 – 01030 Calcata (VT) – tel: 0761/587200 email: circolo.vegetariano@libero.it * BIOREGIONE PARTENOPEA Gino Sansone, “Lab. La Stella”, Rampe Petraio, 17 – Vomero – 80127 Napoli – tel: 340/7830920 * BIOREGIONE DEI FIUMI TRIGNA E TRESTE Francesco D’Ingiullo, Casetta dei Buoi, 66050 Palmoli (CH) – tel: 329/8064297 * SUD PENISOLA E SICILIA Elena Di Cristo, Via S. Antonio, 15 – 86071 Pizzone (IS) – tel: 0865/951504 – 333/1198625 BIOREGIONE RUBICONE Gianfranco Zavalloni e Fabio Molari e-mail: burattini@libero.it - www.scuolacreativa.it

blog della Rete: www.retebioregionale.ilcannocchiale.it

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All’interno di questo numero potrete trovare: Quattro poesie dedicate alla Madre di Paolo D’arpini Erotismo Compassione e Creato di Etain Addey Ho visto anche delle vongole felici… di Stefano Panzarasa Fichi di Alec Furtek Sensazioni di terra di Francesca Mengoni Una favola di compassione di Martino di Valdichiascio Promemoria di Felice Gradita Sorpresa di Felice
Kyoto canto del nato a primavera di Gary Snyder

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Amore e piacere
Rielaborazione originale di Roberto Cavaliere su un testo di Antonio Sbisà

Poesia di Jim Koller Poesia di Fernando Pessoa

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La fotografia delle “Vongole felici” a pag.10 è di Stefano Panzarasa, la fotografia della “roccia all’Isola del Giglio” a pag.12 è di Fabiana Fabbri, il logo dei Quaderni è di Gino Sansone. Le illustrazioni sono di Rien Poortuliet e Jean-Olivier Héron.

----Prima di tutto vorremmo ringraziare tutti quelli che hanno collaborato a questo numero di Quaderni. Purtroppo non c'era spazio per tutti i contributi che ci sono pervenuti. Abbiamo scelto quelli che ci sembravano più in sintonia con il nostro titolo "Erotismo, Compassione e Creato" Siamo stati molto contenti di mettere insieme questo numero di Quaderni anche perché all'ultimo incontro della Rete qui a Pratale si è riaffermata la forte volontà dei presenti di continuare questo progetto. In particolare viene apprezzato il fatto della redazione itinerante che permette ad una vasta gamma di idee bioregionali di circolare. Però attenzione! Nessuno di noi ha la verità assoluta. Ascoltiamo, guardiamo e leggiamo quelle che sono le pratiche bioregionali degli altri membri della Rete per imparare, ma evitiamo di giudicare chi non condivide le nostre scelte! La bellezza della Rete è proprio questo. Possiamo esprimere i nostri sentimenti nel far parte di una bioregione in mille modi diversi, ognuno a modo suo. Difatti gli articoli di questo numero di Quaderni non rispecchiamo necessariamente l'opinione della redazione. Dunque, buona lettura ed un felice solstizio d'inverno a tutti! Martino, Francesca, Etain

La pietra dello sposalizio primaverile, Maltegard, Danimarca, 2000 aC circa. Il matrimonio ha luogo dentro il cerchio intrecciato. L’uomo offre la sua energia alla donna, che è rappresenta anche dalla buca nella terra.

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