Digital Ego Numero 1

Orgoglio Edonista

Avanguardia
Edonista.


 Farsi
un
ego
digitale.
 
 Perché
confezionarsi
un
ego
digitale
a
discapito
di
quello
materiale.
Le
ragioni
 apparentemente
molteplici
si
riducono
a
due
soltanto.
La
prima
la
più
palese
è
l’essere
 finalmente
se
stessi
o
meglio
quello
che
si
è
sempre
desiderato
di
essere,
la
seconda
è
 l’apparenza
dionisiaca
ovvero
l’appagamento
dell’io.
Sia
l’una
che
l’altra
sono
imprescindibili,
 si
come
espressione
più
materiale
della
supremazia
su
se
stessi,
sia
anche
come
 manifestazione
e
appagamento
dell’ego.
Essere
come
si
è
sempre
voluti
essere
e
non
solo
 apparire
ora
si
può,
dotandosi
di
un
io
(o
multi
ego
digitale).
Non
sono
d’accordo
con
chi
 radicalmente
cambia
tutto
in
se
stessi,
ciò
dimostra
una
poco
propensa
autostima.
Ognuno
di
 noi
ha
dunque
qualcosa
che
funziona
e
qualche
cos’altra
che
opera
meno,
tutto
sta
a
capire
 quello
che
non
funge
ed
operarsi
ad
un
cambiamento
ovviamente
in
meglio.
In
un’epoca
 basata
sull’apparenza
dove
l’immagine
gioca
un
ruolo
predominante
e
dove
nessuno
è
esente
 da
ritocchi
di
qualsiasi
genere.
L’edonista
digitale
si
appropria
di
quegli
elementi
di
“ritocco”
 adesso
accessibili
a
tutti.
La
rete
offre
numerose
risorse
per
l’appagamento
naturale
dell’ego.
 Strumenti,
accessori,
e
non
ultimi
il
social
network.
La
realtà
è
avara
di
stimoli
perché
 s’infrangono
in
un
muro
fatto
di
preconcetti
e
false
libertà.
La
vera
libertà
sta
nell’essere,
 nell’apparire,
nell’appagamento
dei
sensi
e
nella
ricerca
dell’effimero,
nel
compiacersi,
nel
 ricercare
il
piacere
fino
a
se
stesso,
godere
di
se
stessi
e
degli
altri
e
che
dunque
ben
vengano
 le
esibizioni
estemporanee
di
corpi
nudi
che
grazie
e
bellezza,
agilità
e
potenza
non
lesini
 nano
agli
occhi,
dimostrazione
sublime
della
perfezione
umana
e
condizione
primaria
 dell’esistenza.

 Edonismo

 Dal
greco
piacere,
godimento,
è,
in
senso
generico,
ogni
dottrina
che
pone
il
piacere,
comunque
 inteso,
a
norma
e
fine
ultimo
dell'attività
umana,
facendo
in
esso
consistere
il
valore
stesso
del
 bene
morale.
L'edonismo
è
un
derivato
nel
campo
etico
dell'empirismo
gnoseologico:
negata
 infatti
alla
conoscenza
umana
la
possibilità
di
raggiungere,
oltre
i
fatti
d'esperienza,
valori
 d'ordine
spirituale
assoluto
(Dio,
anima,
bene,
ecc.),
ne
consegue
logicamente
l'impossibilità,
o,
 quanto
meno,
l'inopportunità
di
porre
questi
supposti
valori
a
fondamento
e
norma
della
vita
 morale
e
della
felicità;
ed
è
facile
sostituire
ad
essi
il
criterio
immediato
e
concreto
della
 soddisfazione,
piacere,
godimento
che
le
singole
azioni
sono
in
grado
di
procurare
all'individuo.
 Edonismo,
questo,
in
senso
proprio,
distinto
da
altri
sistemi
etici
affini
come
l'eudemonismo
e
 l'utilitarismo.
 
 L'edonismo
compare
sistematicamente
nella
filosofia
occidentale
con
Aristippo
(435­360),
il
 fondatore
della
scuola
cirenaica.
Concretando
il
concetto
del
bene
rimasto
alquanto
 indeterminato
in
Socrate,
Aristippo
lo
polarizzò
verso
il
godimento
individuale,
inteso
ancora
in
 senso
abbastanza
largo,
come
l'appagamento
di
ogni
desiderio
o
tensione
dell'animo:
tutti
i
 piaceri
sono
buoni,
qualunque
ne
sia
la
fonte
e
l'oggetto;
criterio
di
preferenza
è
solo
il
loro
 maggior
grado
di
raffinatezza
e
intensità,
quale
è
proprio,
secondo
Aristippo,
dei
piaceri
del
 senso,
nella
immediata
concretezza
del
momento
presente.
La
virtù
del
sapiente
non
è
che
arte
 del
godere,
ossia
di
procurarsi
il
maggior
godimento
possibile,
padroneggiando
il
piacere
e
pur
 seguendolo
come
unica
e
suprema
norma
dell'agire
(cf.
Diog.
Laert.,
II,
86
sgg);
il
piacere
è
 desiderabile
e
bene
per
se
stesso.
I
principi
di
Aristippo,
svolti
in
vario
senso
dalla
sua
scuola,
 ricompaiono
più
tardi
nell'epicureismo.
Anche
per
Epicuro,
vale
l'equazione
bene
=
piacere,
male
 =
dolore:
nella
ricerca
quindi
del
godimento
e
nella
fuga
del
dolore
consiste
il
fine
supremo
della
 vita
e
la
norma
della
felicità
(Diogene
Laerzio,
X,
128).
Ma
Epicuro
fra
i
piaceri
stima
in
sé
 migliori
quelli
d'ordine
spirituale;
comunque,
nella
ricerca
di
essi
occorre
procedere
con



discernimento,
preferendo
quelli
che,
anche
in
rapporto
alle
prossime
e
lontane
conseguenze,
 sono
atti
a
procurarci
maggior
somma
di
godimento
(cf.
Epist.
A
Meneceo,

128­30).
Anche
un
 dolore
va
ricercato
quando
sia
mezzo
a
un
piacere
maggiore.
Il
sistema
etico
di
Epicuro
appare
 così
un'anticipazione
dell'aritmetica
morale
del
Bentham.
 
 L'indirizzo
edonistico,
ripreso
da
alcune
tendenze
del
Rinascimento
(Valla),
rivive,
seppure
in
 forme
diverse,
nei
sistemi
empirico­materialistici
della
filosofia
moderna.
Principali
 rappresentanti:
Gassendi,
Helvétius,
Diderot,
Holbach,
Feuerbach,
e,
con
piega
utilitaristica,
 Bentham,
James
e
John
Stuart
Mill,
Spencer.
In
queste
ultime
correnti
sono
talora
introdotti
 (Stuart
Mill),
in
disaccordo
con
i
principi
generali
del
sistema,
criteri
di
discriminazione
 qualitativa
fra
le
varie
classi
di
piaceri
(Utilitarism,
cap.
2:
3a
ed.,
Londra
1867,
pp.
11
sgg.).
Da
 notare
che
l'edonismo
è
alla
base
del
sistema
sociale
marxista,
e,
come
metodo
pratico
di
vita,
 largamente
diffuso
nella
odierna
società,
in
dipendenza
anche
dalla
cultura
filosofica
moderna
 in
gran
parte
orientata
verso
lo
scetticismo
metafisico
e
la
negazione
del
trascendente.
 
 L'etica
edonistica,
essenzialmente
negativa,
ha
il
torto
fondamentale
di
misconoscere
i
valori
più
 alti
della
vita
umana
che
rappresentano
la
base
insostituibile
di
una
morale
oggettiva.
La
totale
 riduzione
del
bene
etico
al
piacere
è
in
contrasto
con
le
più
immanenti
esigenze
dello
spirito
 umano
cui
legge
e
norma,
anteriormente
all'utile
e
godimento
immediato,
è
anzitutto
il
dovere,
 espressione
dell'ordine
etico
assoluto,
entro
cui
la
sua
azione,
appunto
perché
personale
e
 spirituale,
deve
inserirsi.
Il
piacere
e
l'utile,
intesi
nel
loro
senso
più
comprensivo,
e
che
l'etica
 cristiana
non
intende
rinnegare,
rappresentano
bensì
un
elemento
concomitante
e
conseguente
 dell'azione
morale,
ma
non
ne
costituiscono
l'essenza,
salvo
a
negare
la
moralità
in
quanto
tale.
 Di
fatto
l'edonismo,
con
la
sua
sostanziale
negazione
dei
valori
di
onestà,
obbligazione,
legge,
 virtù,
rende
impossibile
ogni
norma
oggettivamente
valida
del
bene
e
del
male,
risolvendosi
così
 in
negazione
della
stessa
moralità.
Questa
viene
ridotta
a
puro
calcolo
d'egoismo
in
cui
tutto
è
 giudicato
e
accolto
secondo
l'immediato
tornaconto,
e
anche
le
più
nobili
azioni
imposte
dal
 dovere,
o
suggerite
da
una
volontà
di
bene
e
di
perfezione,
perdono,
in
quanto
tali,
ogni
loro
 significato
e
valore.

 
 Ugo
Viglino
 fonte:
www.paginecattoliche.it
 
 La
ricerca
del
piacere
sta
nell’appagamento
del
proprio
io
e
l’avanguardia
edonista
si
confà
a
 questo
estremo
bisogno.
Il
culto
finale
della
propria
bellezza
che
si
riversa
come
ossessione,
la
 venerazione
dell’”io”
come
scopo
ultimo
il
desiderio
di
essere
sognati,
ma
l’egocentrico
 edonista
che
vive
in
simbiosi
col
suo
ego
non
basta
mai
a
se
stesso
figuriamoci
se
possa
 bastare
agli
altri.
Come
un
dio
seduto
sul
suo
piedistallo
d’avorio
attende
di
essere
anelato
e
 bramato,
mai
si
concederà
a
nessuno
(e
forse
neanche
a
se
stesso)
per
paura
che
anche
una
 goccia
del
suo
“prezioso
io”
possa
venire
meno
alla
sua
smania
di
auto
compiacersi.
 riproduzione
di
se,
ripetizione
all’infinito
del
proprio
essere
digitale,
esaltazione.
L’atto
di
 ricrearsi
e
replicarsi
all’infinito
tramite
un
semplice
clic,
fotografia
digitale
e
seme
fecondo
 dell’auto
replica.
Così
nascono
i
nuovi
dei
autocelebrativi,
consci
della
loro
natura
ambigua
 umana
e
divina
con
leggerezza
si
donano
al
mondo,
che
li
osanna
a
divinità.
Diceva
bene
Andy
 Warhol
“ognuno
ha
diritto
a
cinque
minuti
di
notorietà”
e
ben
poco
importa
come
 raggiungerla,
l’importante
sarà
poi
mantenerla.
Gli
dei
sono
stati
creati
per
assumersi
le
colpe
 degli
umani,
le
divinità
cambiano
col
cambiare
dei
tempi
e
delle
mode,
si
adattano
ai
nuovi
 dettami
della
società,
sono
soggetti
a
mutazioni.
Anche
nell’era
digitale
l’uomo
crea
e
 distrugge
numi,
come
crea
e
distrugge
miti,
crea
e
distrugge
se
stesso,
in
un
circolo
vizioso
in
 cui
tutti
volenti
o
nolenti
siamo
giocatori.


L’uomo si fa dio

L’uomo
si
fa
dio.
 



 
 Ecco
traspare
nel
suo
incessante
cercare
l’uomo
tramuta
il
suo
essere
e
diventa
un
dio.
 Nell’arte
da
sempre
si
è
cercato
di
esorcizzare
quello
che
non
si
conosce
rendendolo
conforme
 ai
nostri
desideri,
restituendolo
umano,
ritraendolo
cioè
con
le
nostre
fattezze,
riportandolo
 simile
a
quello
che
si
vorrebbe
apparire
vale
a
dire
immortali.

 
Il
dipinto
di
cui
sopra,
dove
il
Caravaggio
si
ritrae
nelle
sembianze
allegoriche
del
dio
Bacco
a
 mio
avviso,
ne
è
un
esempio
evidente.

 Dionisio
per
gli
antichi
greci
e
Bacco
per
i
romani:
‐
“rappresentava
quell'energia
naturale
che,
 per
effetto
del
calore
e
dell'umidità,
portava
i
frutti
delle
piante
alla
piena
maturità”.
Era
 dunque
visto
come
una
divinità
benefica
per
gli
uomini
da
cui
dipendevano
i
doni
che
la
natura
 stessa
offriva:
tra
questi,
l'agiatezza,
la
cultura,
l'ordine
sociale
e
civile.
Ma
poiché
questa
 energia
tendeva
a
scomparire
durante
l'inverno,
l'immaginazione
degli
antichi
tendeva
a
 concepire
talvolta
un
Dioniso
sofferente
e
perseguitato”.
 
Un
dio
giovane
come
ebbe
a
scrivere
Ovidio
nelle
sue
Metamorfosi,
una
divinità
vendicativa
 che
infliggeva
severe
punizioni
a
che
non
seguiva
le
sue
leggi,
ma
anche
una
deità
cordiale,
 gioviale,
carnale
e
sensuale.
 
I
frutti
della
terra
che
esplodono
nella
loro
bellezza
e
sapore
è
la
gioventù
che
rigogliosa
 esprime
tutto
la
sua
carica
di
erotismo
inconsapevole,
inno
alla
gioia,
cantico
alla
vita.
I
frutti
 danno
piacere
alla
vista,
al
tatto,
al
gusto
come
gli
acini
dell’uva
matura
che
si
muta
in
vino,
da
 sempre
simbolo
di
allegrezza
e
lascivia.
L’uomo
dio
sta
per
assaporare
i
grani
maturi
appena
 colti,
lo
sguardo
che
non
fissa
lo
spettatore,
ma
un’occhiata
sensuale
che
si
perde
nel
vuoto,
 così
come
carnale
è
la
posizione
raccolta
come
a
difendere
ciò
che
ha
in
mano
ma
anche
ad
 attaccare,
proteso
verso
i
frutti
che
simboleggiano
tutti
i
peccati,
troppo
succulenti
per
non
 essere
attratti
e
troppo
golosi
per
poterne
farne
a
meno.

 Dunque
neanche
un
dio
può
esimersi
dal
peccato,
ma
essendo
una
divinità
perché
tale
può
 perdonare
a
se
stesso
questa
debolezza.
Al
fine
l’uomo
si
fa
dio
per
compiere
e
assolvere
se
 stesso
dai
suoi
compiacimenti
leciti
o
illeciti.
L’uomo
si
erige
a
divinità
non
per
sfidare
Dio,
ma
 per
esserne
parte,
un
alito,
un
battito
di
ciglia,
ma
pur
sempre
una
cellula
divina.


L’arte
come
espressione
dell’ego.
 
 Che
cosa
saremmo
senza
l’arte,
senza
l’esasperazione
di
noi
stessi;
solo
tenebre
o
peggio
 riflessi
di
ombre
sperse
nel
buio
della
notte.
L’arte
come
diceva
Baudelaire
è
un
faro
e
noi
le
 proiezioni,
aggiungo.
Luce
interiore
esaltazione
della
bellezza
ma
anche
dell’esatto
opposto
e
 cioè
l’orrore,
se
è
vero
che
anche
nel
brutto
ci
può
essere
bellezza.
Molti
hanno
esaltato
questo
 stato
momentaneo
delle
cose
che
è
l’orrore,
la
bruttura
e
il
disgusto.
Certo
ai
fini
palati
degli
 esteti
queste
parole
possono
confluire
come
bestemmie,
agli
occhi
avvezzi
al
bello,
 queste”visioni”
potranno
provocare
repulsione.
Il
nero
è
l’opposto
del
bianco
eppure
nessuno
 ne
ha
ribrezzo,
il
male
insidia
il
bene
e
malgrado
ciò
nessuno
ne
ha
disgusto,
il
peccato
 sovrasta
la
virtù,
nondimeno
nessuno
lo
evita
anzi,
parrebbe
l’esatto
contrario.

 
Sovente
è
proprio
ciò
che
ci
disgusta
o
presunto
tale
che
ci
attrae,
perché
non
dovrebbe
 essere
anche
per
ciò
che
bello
non
è?
Come
della
bellezza
ognuno
ha
il
suo
concetto
e
così
 anche
per
ciò
che
brutto
è
o
sembra.
 L’arte
non
è
bella
o
brutta,
l’arte
lo
dice
il
nome
stesso
non
si
presta
a
interpretazioni
o
 discussioni
si
accetta
per
quello
che
è.
 L’arte
è
l’espressione
dell’ego
che
si
manifesta
in
molteplici
forme,
la
poesia,
il
racconto,
la
 pittura,
il
disegno,
la
musica
e
il
canto,
l’arte
è
l’architettura
dell’universo
e
ogni
cosa
i
nostri
 occhi
avvezzi
alla
futilità,
avvertono
e
percepiscono
come
tali.
 Una
piccola
goccia
di
pioggia
racchiude
in
se
tutto
un
mondo,
un
caleidoscopio
di
colori
 capace
di
riflettere
all’infinito
un
qualche
cosa
di
enorme
come
un
arcobaleno.



L’arte come espressione

By Vassallo Rober to
Agro Dolce Design @ Genova I taly 2010