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Il vento è talmente smisurato che pare voglia sradicare Garibaldi a cavallo, i palazzi intorno, la città, l’universo intero, la mia

giovinezza e il cappello bianco di quella ragazza laggiù. Magari una raffica glielo portasse
via! Staccherei i piedi da terra e volerei ad acciuffarlo con la grazia implacabile del falco che punta un piccione. Tornerei da lei muovendo a scatti
le mani che lo tengono prigioniero, come lottando per non farlo scappare; glielo calcherei per bene in testa, sopportando con pazienza i suoi
lunghi capelli indiavolati che mi pungono gli occhi per dispetto, sfiorando le sue mani fredde che mi aiutano a sistemarlo. Poi le offrirei un riparo di petto e di spalle fino al bar della Galleria, dove i venti, entrando da
tutti i lati, s’incrociano e prendono a farsi la guerra l’un l’altro fino a sfinirsi, lasciando noi a rifiatare e a sorriderci, grati di essere vivi. E mentre
il cameriere ci serve qualcosa di caldo, parleremmo argutamente di sciocchezze guardandoci negli occhi, la mia mente al lavoro su due sole domande, ostinate e serie come quelle di un bambino: “Mi basteranno i
soldi per pagare il conto?” e “Dove la porto a fare l’amore?”.
E invece non succede nulla: la ragazza tira fuori una manona avvolta in un guanto nero e se la preme sul cappello, non lasciandogli scampo.
Per un attimo mi torna in mente il fermacarte di ossidiana che soffocava
i fogli sulla scrivania di mio nonno. Allora parteggiavo per i fogli, ma ero
un bambino, ignoravo il fascino di un guanto da sfilare, di una mano di
donna che compare come un regalo tanto atteso. Ma eccola che svolta
all’angolo del teatro. Perduta, risucchiata via, andata per sempre. Adieu,
ma chérie!
Il problema è che in questa benedetta città sono poche le ragazze
impreparate all’ostilità del clima, anche fra quelle che vengono a studiare
qui da terre più miti. Vi dico di più: quelle sono le peggiori! Hanno ascol-

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tato racconti iperbolici, e intimorite hanno messo in valigia certa roba
che noi del posto tiriamo fuori dall’armadio solo per le gite in montagna.
Pochissime sono quelle che sentono il bisogno di un abbraccio caldo.
Non voglio dire che siano dei pezzi di ghiaccio, da quel punto di vista.
Per quel poco di esperienza che ho, posso senz’altro testimoniare il contrario. Solo che decidono loro chi le abbraccerà e tutto il resto. Avete
presente quei film, dove ci sono lui e lei, e lei scappa e lui la rincorre, e
ridono? Ecco, secondo me i personaggi di quel gioco amoroso non sono
il predatore e la preda – il falco e il piccione, se volete – ma lo stolto e la
saggia. La donna non scappa: precede l’uomo, che avanza insensatamente, annebbiato dal desiderio, e lo conduce in un posto più sicuro. È lei,
solo lei, che conosce la risposta alla mia domanda. A una delle due, almeno...
Insomma, dopo che la mia avventura si è conclusa alla svolta del teatro, continuo ad arrancare verso la stazione. Abito in mezzo alla campagna, e ogni volta che vengo in città mi tocca viaggiare quasi un’ora, senza
contare i tratti a piedi. E con un vento come quello di oggi bisogna mettere in conto il doppio del tempo. Quando arrivo al binario il treno è già
lì, e un capotreno basso e secco si sbraccia per spronarci a salire, come
un mandriano con le sue vacche. Indossa un berretto troppo grande per
la sua testolina, e non capisco come non gli sia volato ancora via. Mentre
gli passo accanto e salto su, lo vedo portarsi il fischietto alla bocca; un attimo dopo un suono acutissimo mi penetra come mille lame in tutto il
corpo, fino alle dita dei piedi. Vai a capire se è stato lui a fischiare il fischietto, il fischietto a fischiare lui, o il vento a fischiare entrambi!
M’inoltro nel vagone in cerca di un posto libero. Anzi, per dirla tutta, un posto libero vicino a una bella ragazza. Lo trovo, la trovo, mi siedo di

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fronte a lei con un sorriso. Ne accenna uno anche lei, poi torna a studiare
il suo libro e i suoi appunti. Il tepore del treno, il tavolino che ho davanti,
la ragazza che ho di fronte, la vita che scorre di là dal finestrino, tutto mi
fa pensare al bar della Galleria, al mio tavolo preferito accanto alla vetrata, dal lato del giornalaio; penso al cameriere che porta due tazze fumanti, a una conversazione maliziosamente frivola, a una fuga verso luoghi
sicuri, lontano dalla città, a me che ubbidiente seguo e non inseguo...
Il tempo di posare lo zaino e liberarmi del cappotto, e mi lascio cadere sulla poltrona con un buffo sospiro. Torno a guardare fuori, in cerca delle parole da dirle, e per un attimo lo vedo volare davanti ai miei occhi. Senza pensare a nulla, mosso solo dall’istinto del falco, mi alzo e torno sul binario. Faccio qualche passo di corsa, aiutato dal vento, poi la
vedo, impigliata in un cestino dei rifiuti. Non è il cappello bianco, ma
una busta di plastica che si contorce e freme come un animale in trappola. Quando sei annebbiato dal desiderio ti capita, di prendere certi abbagli.
Come se non bastasse quella beffa, sento le porte del treno chiudersi. La ragazza che era seduta di fronte a me mi guarda, incredula,
dall’altra parte del finestrino. Ah, che magnifico argomento di conversazione, se solo potessi risalire! Ma il treno si è già messo in moto; le sorrido e faccio un gesto rassegnato. Non provo nemmeno a battere i pugni
sulla fiancata: in tre anni che faccio questa vita da pendolare, non uno solo dei pugni dei mille passeggeri ritardatari ha mai fermato un treno che
aveva chiuso le porte.
Ora dovrò andare negli uffici e spiegare la situazione, chiedere di
contattare il capotreno basso e secco perché lasci le mie cose alla stazione del mio paese, scusarmi per il disagio che la mia sbadataggine causerà

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alle Ferrovie, e aspettare il treno successivo. Senza il mio cappotto comincio a sentire freddo, mentre il treno accelera davanti ai miei occhi,
con quella sua progressione potente. Ne sento la fatica e la forza, ascolto
il ta-tan-ta-tà delle ruote sui binari, finché non accade qualcosa di strano: il
vento generato dal treno in corsa dichiara guerra al vento che domina la
stazione, e dopo una breve battaglia s’annullano a vicenda, insieme vincitori e vinti. Il mio corpo smette di ondeggiare e tremare, riprende calore.
Rifiato e sorrido, già dimentico di quel fastidioso incidente. Dev’essere
come stare nell’occhio del ciclone: una gran bella sensazione, di calma e
silenzio. Poi succede qualcos’altro: i miei piedi si staccano da terra e comincio a levitare, proprio come i maghi. Per tranquillizzarmi mi dico che
forse capita anche questo, nell’occhio del ciclone. Prendo velocità e comincio a ruotare, in giri sempre più ampi. Dopo un po’ lo vedo davvero:
non è la busta di plastica, non è una nuvola, ma è proprio lui, il cappello
bianco, che ruota insieme a me qualche metro più su. O forse qualche
decina di metri, non saprei dirlo con certezza. Nessun falco, nessun piccione, nessuna battaglia: solo un uomo e un cappello che danzano
nell’aria...
Infine la sento: una voce di donna, metallica e sensuale come quella
che mi teneva compagnia sull’Eurostar che presi un anno fa, quella che
mi annunciava premurosamente le fermate, i ritardi, la posizione della
carrozza ristorante. Solo che forse è stato due anni fa. O tre? Non saprei
più dirlo con certezza... Insomma, questa voce proviene da un punto imprecisato sopra di me, e continua a ripetermi la stessa frase:
– Vieni con me, ti porto in un posto più sicuro.
Ha un tono così placido e dolce che non ho alcuna paura. Chiudo
gli occhi, e mi abbandono a lei.

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