MIRIANA KUNTZ, NADIA FINOTTO, CLEO PATRA, LINDA

LERCARI, PAOLO ALBERTIN, MASSIMO FERRARIS, PAOLA
ROELA, FRANCESCO FRANCICA, ALESSANDRO AMADESI
CON ALESSANDRO CIVIERO E FURIO DETTI

Le seguenti storie sono pensate, scritte ed a volte sofferte da Nadia Finotto,
Cleo Patra, Miriana Kuntz, Linda Lercari Bartalucci, Paola Roela, Paolo
Albertin, Massimo Ferraris, Alessandro Amadesi, Francesco Fràncica, con
Alessandro Civiero e Furio Detti
Realizzazione grafica e copertina di Miriana Kuntz
2014

Prefazione - I Racconti dei Nove Facoceri

In realtà tutto questo ‘sconquasso’ parte da un sito internet di scrittura
condivisa che si chiama 20lines, al quale, insieme o da solisti, contribuiamo
da un po’. Di recente, con l’idea di ravvivare il sito, alcuni hanno inventato un
torneo di racconti a squadre: sei squadre da sei componenti ciascuna, più altri
sei ‘scribi’ che fungevano da organizzatori e giudici del torneo, chiamato “LcT
Red”: scontri diretti, spareggi, semifinale e finale, una bella battaglia.
In questa raccolta facocera, i tre racconti iniziali sono scritti dalla squadra dei
fuochini ‘Fire Plumes’, di cui fanno parte Nadia Finotto, Miriana Kuntz, Cleo
Patra, Linda Lercari, Paolo Albertin ed il sottoscritto Alessandro Amadesi, uno
dei gruppi di scrittura più divertenti che io abbia frequentato.
I molti riferimenti a pidocchi e facoceri, a ‘mitra’ Linda, alle streghe ed ai nani
di Biancaneve, o alla mostarda di Nadia che si trovano anche negli altri scritti,
vengono proprio dagli scambi di idee nel preparare i racconti del torneo.
Abbiamo continuato a collaborare, scrivere insieme, a volte semplicemente a
sparare stupidate e nella nostra folle corsa abbiamo coinvolto almeno tre tra
gli scrittori più raffinati, eclettici ed ispirati del sito: Paola Roela, Massimo
Ferraris e Francesco Francica, con l’aggiunta, a volte, di due personaggini
non da poco come Alessandro Civiero e Furio Detti.
Alcuni di noi, in realtà, scrivevano insieme da prima del torneo: io e Miriana
abbiamo dato vita ad una cenerentola abbastanza feroce, quasi un anno fa.

Nadia, Massimo e Paolo progettano romanzi e scritti già da un bel po’, Cleo e
Paola hanno scritto insieme più volte, prima e dopo “LcTRed”, io, Paola e
Francesco abbiamo piroettato varie volte tra storie miste di incredibile e
tenero. Con Furio ed Alessandro abbiamo scritto ‘La notte di Roman’ e ‘Il
diavolo alla finestra’, con Alessandro e Francesco un numero di racconti di cui
sto cominciando a perdere il conto… e c’è il forte sospetto che noi nove
continueremo ancora per un bel po’…
Questa raccolta comprende racconti fantasy dolci, un paio di thriller
abbastanza forti, alcuni gialli notevoli, una serie non da poco di horror ed
alcune commedie come “Halloween”, partite molto seriamente e finite in
improvvisazione sul tema dell’ironia dissacrante; e sono solo i primi nove
racconti!
Buona lettura.
Ale

Piccola nota: non sono… ehm… esattamente i primi nove racconti…
Ci sono anche cinque terribili ‘bonus’

[ LcT Red ] L’Oasi Incantata Di Tugareff

(Miriana Kuntz, Paolo Albertin, Nadia Finotto, Alessandro Amadesi, Linda Lercari,
Cleo Patra)

Ho sempre amato questo villaggio ai margini del deserto, è una conca di vita
separata da una distesa sabbiosa di morte. Sono cresciuto qui solo con mio
padre, un mercante di stoffe molto conosciuto, ho diviso tutta la vita con la
mia gente, o forse dovrei dire di aver diviso la mia vita con Sherazal, l'unica di
cui mi fido, la sola che io possa amare. Mentre aiuto mio padre nella vendita
della seta antica, una donna incappucciata mi si avvicina circospetta. Ha uno
strano abbigliamento tetro, due occhi nascosti lividi e bui, una bocca smunta
impuntata in una smorfia, la schiena ricurva.
"Un così bel ragazzo che si spreca con le stoffe." mi dice sottovoce.
"Mi piace questo lavoro, gli sprechi sono altri." le rispondo.
"Si, lo spreco che un gioiello come te non sia promesso a nessuna, ad
esempio" ribatte.
"L'amore non è promettersi o svendersi, quello lo lasciamo alle stoffe non
crede?" le rispondo, tastando la qualità di una nuova stoffa bianca.
"Potrei comprare il tuo amore in caso, sai?"
"No, non è in vendita, e anche se lo fosse saprei già a chi venderlo vecchia
signora!" concludo, dandole una pacca gentile sulla spalla.
L'incappucciata con un gesto violento si libera dalla mia morsa e mi punta le
mani rugose sul viso, farfuglia un paio di cose. Io indietreggio, inciampo in uno
sgabello. Dieci secondi e il riflesso che rimanda lo specchio della bottega è
quello di una donna che mi somiglia, ho smarrito me stesso. La donna scappa
velocemente ridendo. I miei occhi neri un tempo luminosi, sono velati adesso

dall'alito buio della notte. L'ira d'amore è la più malvagia che esista al mondo,
la più letale delle vendette. Il ragazzo che ero forse è perso per sempre.
Sherazal non mi riconoscerà mai più. Sarò un raggio di sole soffocato per
sempre da una luna insolubile.
Esco dal bazar inciampando come un ubriaco: forse è solo un brutto sogno;
mi lancio di corsa in strada fino alla piazzetta centrale. Mi sporgo sulla fontana:
l'acqua gorgogliando, mi rimanda il mio volto femminile, l'effige che avrei avuto
se gli dei della fecondità avessero ignorato le preghiere di mio padre. Non ho
coraggio di affrontarlo così come appaio, in preda ad un maleficio. Corro da
Jezhahir, il medico, forse lui potrà comporre una pozione che mi rimandi
indietro alla consueta ruota dei miei giorni di giovane uomo. Jezhahir mi
accoglie senza dimostrare viva sorpresa, meglio così, mi consola che abbia
già incontrato sfortunati come me. Mi palpa il viso, poi estrae una pergamena
polverosa, la svolge e legge attentamente.
Poi mi dà la sua ricetta: “Non posso fare nulla per te.”
“Mi lascerai così, senza un farmaco, condannato a mostrarmi quale non
sono?”
“L'unica tua speranza di ritornare al tuo stato di natura è bagnarti nell'oasi di
Tughareff durante una notte di luna piena: questo neutralizzerà l'incantesimo.
Ma stai attento, perchè l'oasi è vigilata, avrai bisogno di tutto il tuo coraggio.”
Ciò detto si alza ed esce. Cosa fare? Prima di trovare l'oasi devo parlare con
Sherazal, raccontarle tutto, che non venga a sapere del mio stato da altri. Mi
riceverà, mi accetterà? Ecco che penso mentre corro a perdifiato fin sotto
casa sua. Una piccola folla attorno alla porta mi attira: la mamma di Sherazal
piange e si lamenta forte. Mi copro il viso con una sciarpa e chiedo notizie.
Sherazal è sparita da poche ore e c'è il terrore che sia stata rapita da qualche
mercante di schiavi, abbagliato forse dalla sua bellezza. Io sento che tutto ciò
è legato indissolubilmente al mio incantesimo. La troverò ovunque sia, e la

vecchia strega pagherà. Torno a casa e monto a cavallo: almeno lui sente che
sono sempre il suo padrone, e comincio a galoppare verso il nord.
Ho solo dieci giorni per attraversare il deserto incantato, ed arrivare all'oasi
prima della notte di luna piena. Devo andare più veloce del vento e già mi
sento parte di esso sul mio destriero che sembra librarsi nell'aria e superare
ogni ostacolo, mentre diventiamo un unico corpo proteso verso la salvezza.
Nemmeno il rapidissimo susseguirsi del giorno e della notte che qui si
rincorrono come veloci respiri spaventano Ayman, il mio cavallo: tra poco
arriverò alle buche di Zohar, anzi, mi pare già di vedere qualcosa rilucere
verso destra, ma è di nuovo notte e non vedo più nulla. Sento le zampe
posteriori di Ayman spostarsi come risucchiate da una forza che ci trascina
indietro. Lo sprono, ma il poveretto non ce la fa, arranca, sento i suoi muscoli
contrarsi fino allo spasimo.
Torna il giorno e vedo che stiamo lambendo una voragine senza fine: una
buca di Zohar sta cercando di risucchiarci. Sposto il mio peso in avanti più
che posso mentre Ayman scalcia poderosamente, ma sento la sua forza
scemare e comincio a temere il peggio. Torna la notte e sento qualcosa
cambiare. Ayman riprende forza, i suoi zoccoli tornano piano a fare presa e
come per miracolo riusciamo di nuovo ad avanzare.
Ayman riprende la corsa, ma già sento degli strani rumori avvicinarsi sempre
di più. Ecco di nuovo il giorno e mi accorgo che il rumore arriva da uno stormo
di volatili che sta puntando dritto su di noi: hanno becchi enormi e zampe con
grossi artigli e pochissime piume. Emettono un suono gutturale e Ayman
impaurito inizia a correre zigzagando: devo aggrapparmi forte alla sua
criniera, sento che sto per cadere. Ma torna provvidenziale la notte che ci
nasconde alla loro vista, e li sento che sbattono a terra mancandoci.
Alzo la testa e il mio sguardo è catturato da un chiarore. Due enormi occhi
gialli contornati da cerchi infuocati mi guardano e il mio cuore si ferma.

“Ayman, mio dolce amico, questa potrebbe essere l’ultima prova” sussurro
dolcemente al mio cavallo e non so perché, chiudo gli occhi.
È la cosa più sciocca e pericolosa da fare, ma la paura mi ha quasi vinto. Nella
mia mente è mattina, l’aria del deserto di Radan è rossa del chiarore del
mattino ed io sono chi ero, e tengo per mano la mia Sherazal.
No, non è così.
Mi devo fare coraggio e liberarmi. L’oasi di Tughareff ormai è vicina. Devo
riaprire gli occhi, che io lo voglia o no. Vedo solo me stesso ed il mio fedele
Ayman tra le dune. Era quella l’ultima prova da superare? Fuggire dal pericolo
chiudendo gli occhi? No, non mi ha aiutato per niente. Il cavallo comincia a
scalpitare di nuovo, non riesco quasi a tenerlo. Avverte un pericolo che si
avvicina. Io lo sento solo dopo qualche tempo.
Un rumore forte, rabbioso, sordo, scuote l’essenza stessa della terra sotto la
sabbia di questo deserto. Tremo e capisco di colpo che quello è il ruggito di
un animale, un ringhio sordo, la ferocia di una belva cattiva. Cerco di far
voltare Ayman per guardarmi alle spalle e lo vedo.
Quegli occhi gialli sono quelli di un enorme mostro, grande come il palazzo
del più potente sultano. La testa è come quella di un serpente, ricoperta di
scaglie lucenti, immensa. Mentre il mostro la alza per fronteggiarmi, un brivido
mi corre lungo la schiena. Il corpo è quello di un’immensa lucertola e le zampe,
grandi come Ayman, hanno artigli neri, lunghi, affilati come coltelli. Il drago si
allunga verso di me con quei suoi occhi di fuoco ed apre le fauci enormi come
a farmi vedere l’entrata dell’inferno. Ho già chiuso gli occhi una volta, adesso
non voglio farlo più, ma mentre tremo penso alla spada che mio padre mi
regalò per difendermi dai briganti. La mano va all’elsa, d’istinto.
Trattengo il fiato. L'alito infernale si fa vicino. Il tempo si fa immobile. Gli occhi
negli occhi. Estraggo. Non ho molte alternative. Avvolto nel fiato umido
affondo Saif cercando di colpire la rovente lingua biforcuta. La reazione è un
nuovo ruggito, di dolore stavolta, e una zampata che scaraventa me e Ayman

lunghi distesi ad alcuni metri di distanza. Atterro dove la sabbia è soffice e non
sugli spuntoni di roccia affioranti. Ho solo pochi graffi. Una fortuna incredibile.
Tengo ancora stretta Saif. Spada, semplicemente, questo è il suo nome, come
a ricordarmi che solo la semplicità vince su ogni cosa. Il drago si fa avanti. Le
narici fumano e tutt'intorno si espande un profumo intenso. Conosco questo
odore, ma non riesco a focalizzarlo.
Con un'agilità impensabile per tale mole mi balza addosso e solo rotolando
repentinamente su un fianco riesco a evitare di rimanere schiacciato. Resto
intrappolato fra le zampe anteriori. Percepisco nettamente lo sfregamento
metallico degli artigli contro la pietra. Percepisco anche qualcos'altro: una
sorta di strana empatia nei confronti del mastodontico animale. Un seno mi
duole. I seni! Mi stavo dimenticando della mia debole femminilità.
Stringo i denti e inspiro profondamente. Di nuovo quell'odore conosciuto. La
bestia mi lecca il viso come a pregustare un boccone. Agisco. Con tutta la
forza della disperazione affondo Saif sotto la mandibola della bestia, dove le
squame sono più tenere, quasi vulnerabili. La lama si spezza, ma il drago
comincia a scuotersi convulsamente emettendo rantoli terrificanti. Lo
percepisco distintamente: non l'ho ferito profondamente, ma sta soffrendo.
Dimenandosi, una zampa mi afferra la mano. E' un lampo! Ora comprendo
perché il suo odore mi è tanto familiare.
Una

mano

affusolata

e

morbida

sostituisce

gli

artigli

lunghi

e

affilati e stringe con delicatezza la mia. Scaglie brillanti, involucro dell'animale,
si sfilano come pelle di serpente. Un profumo intenso di sandalo mi accarezza
le narici, rinata come la Fenice dalle ceneri, Sherazal mi sorride con gli occhi
liquidi nei quali potrei tuffarmici. Un raggio di luna le sfiora il viso dorato come
la sabbia del deserto. Sherazal mi scruta incuriosita.
“Chi sei?”
Maledico la vecchia strega che mi ha rinchiuso in questo corpo di
donna, vorrei accarezzare il mio amore con parole sussurrate, ma l'unica cosa

che riesco a fare è piangere. Sherazal mi fissa stupita in attesa di una risposta
che stenta ad arrivare. Si lamenta, la lama affilata di Saif le ha trafitto il
braccio, se dovesse capitarle qualcosa, non esiterei a morire per mia stessa
mano. Non proferisco parola e con delicatezza la aiuto a sollevarsi. Ayman, il
mio fidato compagno s’inginocchia e riesco ad accomodare Sherazal sul suo
dorso. Non sa chi io sia, i miei occhi di tenebre si mescolano al buio della notte
che ci circonda. Solo la luna alta nel cielo ci accompagna, alzo lo sguardo, i
raggi d'oro si riflettono in un piccolo lago, trattengo il fiato, è l'oasi di Tughareff.
Corro affondando i piedi nella sabbia, i lunghi vestiti m’intralciano,
ma non posso perdere tempo, mi immergo nelle acque calme e vellutate e
riprendo il controllo del mio corpo. Il volto spigoloso dai tratti decisi si
rispecchia nelle acque di vetro, l'incantesimo è stato spezzato. Corro da
Sherazal, mia dolce musa del deserto, le accarezzo i capelli neri d'ebano e le
sfioro le labbra con la punta delle dita. Un bacio caldo e morbido unisce le
nostre anime. In lontananza un turbinio si alza al centro del deserto, una
spirale di sabbia si alza dritta nel cielo scuro che la accoglie. Ayman ci
conduce verso casa, mentre la luna piena ci avvolge con il suo mantello di
luce.

[ LcT Red ] Cado ai tuoi piedi

(Cleo Patra, Paolo Albertin, Nadia Finotto, Linda Lercari, Alessandro Amadesi,
Miriana Kuntz)

Si sistemò per l'ultima volta la camicia bianca, quello stupido ballo in
maschera in onore del bicentenario di Jane Austen era stata una squallida
idea dell'inetto professore di letteratura, che si era inventato un'occasione per
la rimpatriata di tutti gli ex alunni della Turner High School. Il solo motivo per
il quale Nick aveva deciso di andarci era Elise. Unica amica, amore e motivo
della sua esistenza. La prima volta che l'aveva incontrata era ben impressa
nella sua mente. Sua madre, depressa cronica, si era suicidata sotto i suoi
occhi e il padre lo aveva scaraventato nella famiglia che si era ricreato, una
nuova mamma e una sorella: Elise. Ripercorrendo con la mente l'immagine di
lei, che scalza correva lungo il prato, si eccitò, le avrebbe leccato ogni singolo
dito di quei piccoli piedi delicati. Da allora Elise era stato il suo unico motivo
di vita, ne era rapito, ossessionato, doveva essere sua, ad ogni costo. Il loro
grado di parentela era un ostacolo, Elise lo aveva allontanato più volte, era
sbagliato l'amore carnale tra fratelli. Lei lo amava, ne era certo e quella sera
il suo sogno si sarebbe avverato. Si aggirò lungo la sala, erano presenti quasi
tutti i suoi ex compagni di scuola, avvocati, commercialisti travestiti da
gentiluomini dell'ottocento. C'era anche Karl Kuntz, vecchio amico di famiglia
e compagno di banco di Elise al liceo, da poco promosso a ispettore di polizia.
Si addentrò nel giardino e la vide, con i capelli raccolti era stupenda. Lei gli
sorrise mostrandogli le scarpe rosse tacco cinque, nascoste sotto l'abito
lungo. Nick trattene a stento l'eccitazione che premeva sui calzoni. La prese
per mano e avvicinandosi a lei appoggiò delicatamente la fronte alla sua.
“Elise ti amo, voglio vivere per sempre con te “.

Il suo ennesimo rifiuto lo colpì in pieno volto come uno schiaffo, e un fuoco
d'odio gli riempì l'animo.
*
Benedetta sia la società del benessere, gli venne da riflettere mentre la
imbavagliava. Puoi ammazzare una ragazza alla settimana, con i giornali che
urlano titoloni cubitali, e quelle niente, il jogging va fatto a tutti i costi: la linea
innanzitutto. Controllò che potesse respirare; le sorresse la testa mentre
praticava piccoli tagli sul nastro adesivo che copriva la bocca: l'aveva scoperto
per caso che attraverso quelle piccole aperture le grida di terrore acquisivano
armoniche bizzarre che le mutavano in grugniti. Donne che grugnivano come
maiali: quando ci pensava gli veniva da ridere. Ma bando alle ciance, pensò,
doveva sbrigarsi. Le levò quelle scarpacce da ginnastica e controllò i piedi. A
prima vista era già deluso: collo pesante e dita tozze; non come quelle di Elise,
che gli parevano sfiorare soltanto i pavimenti; dita che meritavano di
calpestare solo tappeti di petali di rose. Quando le aveva regalato l'anello Elise
aveva sorriso e se l'era infilato al mignolo: "Sarà un nostro segreto." le aveva
fatto giurare. Lo inorgogliva immaginare che racchiuso nelle scarpe di quella
semidea c'era il suo pegno d'amore.
Serrò il piede con forza e con la pinza artigliò il dito più piccolo. Si voltò ad
osservare quel volto contratto dal terrore: gli occhi sbarrati imploravano pietà
mentre l'affanno le strozzava il respiro, e ragliava disperata al cielo senza
stelle. Nick sentì la rabbia serrargli il petto. Un taglio secco: inutile farla soffrire
più del dovuto. La ragazza si inarcò di scatto, nell'acuto per un dolore
incommensurabile. Quel dito gli apparteneva di diritto pensò, per tutto il dolore
che Elise gli aveva inflitto quella sera quando l'aveva rifiutato. E poi si era
anche tolta l'anello: un pegno più sacro della loro stessa vita, che li aveva resi
angeli per un giorno. Tirò indietro la testa alla ragazza: le accarezzò la
giugulare palpitante e poi con un colpo preciso le infilò nel collo il tacco cinque
di una scarpa rossa. Il tacco si ruppe. Poco male, ne aveva altre da usare.
*

L'Ispettore Kuntz era seduto alla sua scrivania ed osservava sconsolato le
fotografie dell'ennesimo efferato delitto: un'altra giovane donna uccisa con un
sottile tacco rosso da cinque pollici piantato nella giugulare, ed il dito mignolo
del piede sinistro tranciato di netto. Del dito nessuna traccia, né vicino al corpo
né nelle vicinanze, come per tutte le altre poverette finite nelle grinfie di quello
che ormai era il serial killer dello stiletto. Era chiaro che le vittime venivano
uccise altrove e poi scaricate dove capitava, ma tutte erano in tenuta da
jogging. No, non tutte: un paio erano in abito da sera.
Karl Kuntz, nato in Gran Bretagna da genitori tedeschi condotti in Inghilterra
dal lavoro del padre, aveva ereditato la mania teutonica per la precisione, ed
il fatto di non riuscire a far combinare i pezzi per risolvere quel puzzle perverso
lo rendeva furioso. Ogni attimo che passava era un attimo in più in favore
dell'assassino e lui questo non glielo poteva e non glielo voleva concedere.
Eppure i delitti erano tutti maledettamente uguali, era ovvio che ci doveva
essere un filo che li collegava e lui era ancora lì come un cretino che non
sapeva come trovarlo.
Aprì la cartellina contenente le foto delle altre vittime e le sparpagliò sulla
scrivania: con l'ultima erano ormai otto. Per l'ennesima volta le osservò come
per chiedere alle fotografie di parlargli: tutte donne poco meno che trentenni,
di statura media, il corpo esile, ma ben proporzionato, i capelli scuri raccolti, il
viso triangolare con gli occhi leggermente più ravvicinati del normale, le labbra
ben disegnate. Osservandole ebbe un sussulto: come mai non se n'era
accorto prima? Quelle donne si somigliavano tutte, sembravano quasi un
facsimile una dell'altra e, cosa ancora più inquietante, gli ricordavano
qualcuno. Ma chi? E all'improvviso, complice anche la festa in maschera,
ricordò: Elise Remington. Erano tutte la sua fotocopia.
Karl alzò di scatto il volto dalle foto. No! Possibile? Velocemente si collegò
all'annuario fotografico della Turner High e osservò attentamente il volto di
Elise. Studiò minuziosamente anche la foto scattata alla festa che era stata
diligentemente allegata all'album digitale. Non c'erano dubbi. Si massaggiò le

tempie. Elise... Elise... Dai piedini di fata, sempre, ostinatamente, con quelle
scarpette dal tacco alto. Elise che era sempre gentile con tutti e che cercava,
soprattutto, di coprire ogni piccola "marachella" del fratellastro. Anni e anni di
scuola passati fra sotterfugi, fra compiti copiati, e qualche pianto malcelato.
Quante volte le aveva chiesto se andasse tutto bene con quel fratello tanto
bizzarro che gli altri compagni avevano imparato a evitare? Perché tutti
sapevano che bisognava stare lontani dalla bella Elise se non si voleva
incappare nelle scenate di gelosia, o nelle botte, di Nick "il matto".
Nick! Masticò il nome a mezze labbra quasi fosse una sorta di bestemmia.
Persino quella sera alla festa, aveva tentato di ballare con Elise e lui
gliel'aveva quasi strappata dalle braccia. Lo sguardo di fuoco dell'ossessione,
un ghigno minaccioso. Karl non aveva voluto fare scenate, ma adesso
ricordava di aver visto i due fratellastri dirigersi in un posto appartato e parlare
poco, ma animatamente. Forse stava arrivando a una conclusione affrettata,
ma il suo istinto gli imponeva di seguire la traccia sino in fondo. Ricordava
perfettamente dove abitavano i due ai tempi della scuola e sapeva che lui non
aveva mai abbandonato la villa di famiglia mentre Elise, una volta diplomata,
si era affrettata a cercare una nuova sistemazione. Villa Remington! Là sulla
collina appena fuori dal paese. Nonostante l'ora tarda decise di dare
un'occhiata.
I pensieri frullavano nella mente dell'ispettore come scintille, mentre guidava.
La Vauxhall Astra del Distretto arrivò raschiando rumorosamente la ghiaia del
cortiletto di villa Remington. Karl scese di corsa, sbatté lo sportello e non si
curò affatto del rumore che faceva.
La porta d'ingresso era socchiusa e lui rimase sulla soglia per qualche
secondo. L'odore forte che si sentiva fin da lì lo aveva arrestato. L'inquietudine
lo colpì, dapprima sottile poi sempre più intensa, come una mano di ghiaccio
che lo spingesse indietro. Entrò. L'ingresso in penombra gli faceva intuire
strane ombre, nella sera. L'odore diventava sempre più insopportabile, come
di carne andata a male. Il terrore gli strinse il cuore e lo stomaco come un

artiglio. Si voltò istintivamente a guardare l'uscita e notò la foto. Appeso al
muro c'era un ritratto di Nick ed Elise abbracciati. Sotto il ritratto un biglietto
attaccato con un foglio adesivo. Karl si fermò a leggerlo.
"Karl, mio caro amico e rivale, se sei qui hai fatto molti progressi, ma la caccia
è ancora lunga. Riposati un po', ti ho lasciato qualcosa in fresco. Spero di non
aver sbagliato temperatura"
Di corsa Karl andò in cucina, impugnò la maniglia del frigorifero e lo aprì. In
mezzo ad una quantità di vermi che si facevano strada sulle pareti interne,
c'erano due scatole chiuse. Sulla prima, un'etichetta diceva: "I migliori ricordi
di lei".
Incerto, Karl la aprì e la trovò piena di parti di unghie tagliate, quello che di lei
Nick aveva conservato gelosamente come ricordo. Nella seconda, "I miei
trofei", le parti di mignoli, ormai in decomposizione, che l'assassino aveva
amputato alle vittime. La rabbia e la paura lo fecero voltare ancora una volta
verso l'uscita. Nella foto lo sguardo di Nick era più cattivo di quanto lui avesse
mai notato. Karl corse verso la porta, verso la macchina, verso l'aria pura.
"Ti trovo, sai, figlio di troia? Credo di sapere dove sei ora"
Karl senza prendere neppure l'auto corse a perdifiato fino al vecchio pontile.
Quello era uno dei luoghi preferiti di Nick, sembrava solo ieri quando
passando di lì, senza neppure avvicinarsi, guardava Nick affacciato al pontile
tirare pietre alle anatre. Il pontile era ormai rovinato, rattoppato alla meglio.
Tutto intorno una serie di alberi arcigni oscuravano la visione.
Karl rimase immobile per qualche secondo, sentì lo stomaco contorcersi sotto
le grida di una donna, e quella voce, seppur camuffata e impaurita, era proprio
quella di Elise. La ragazza era appesa ad un acero, portava lo stesso vestito
della festa, lungo fino alle caviglie, con le balze sul davanti. I suoi piedi erano
appoggiati su uno sgabelletto di fortuna, e il suo collo esile era cinto da un
cordone spesso. Nick sbucò dal buio, aveva gli occhi in fiamme, si colpì piano
la testa non una, ma per ben dieci volte e prima di accorgersi della presenza

di Karl, si chinò sui piedi perfetti di Elise e vi cinse la lingua, ne assaporò il
gusto, chiuse gli occhi venosi, la lingua giocava ancora furibonda sulla sua
bocca.
"Non anche Elise, non stanotte, nessuno perderà più la vita a causa tua."
"E chi sarà il loro eroe? Tu? Lo sciocco Karl Kuntz sempre sulle tracce della
verità? Tu non la conosci la verità, se sapessi il suo volto e la sua cattiveria
ne staresti molto lontano."
"Ti sbagli, la verità è affascinante almeno quanto la tua fine. Perché fai
questo? Perché a lei?"
"Non c'è un perché ispettore, la vera domanda è: ’Elise riuscirà ad apprezzare
il mio sacrificio?’ Le bastava dire Si."
Con un balzo Nick bloccò Karl dalle braccia, con un calcio Elise rimase
sospesa nel vuoto, i suoi occhi divennero due clessidre vuote. Prima che Karl
potesse fermarlo poi, Nick si squarciò la gola.
Il telegiornale l'indomani gridava al miracolo: L'assassino di donne è
finalmente stato ritrovato morto.

[ LcT Red ] Futuro Imperfetto

(Miriana Kuntz, Nadia Finotto, Cleo Patra, Paolo Albertin, Alessandro Amadesi,
Linda Lercari)

Il male ha una faccia che cambia, non è mai lo stesso, non è mai uguale per
tutti, non ha un archetipo, né un modo preciso per sconfiggerlo, ciò nonostante
possiamo riconoscerlo dal modo in cui si avvicina, dal modo in cui cambia il
mondo, da come cambia noi stessi e le cose che esso tocca. Il mondo di quegli
anni era tutt’altro che bello, nonostante i lustrini di Lambda, Omicron soffriva
la vita più di qualunque altra cosa al mondo. Ad Omicron, una piccola cittadina
americana,

la

gente

moriva

di

fame,

di

freddo,

altri

sparivano

misteriosamente. C’era sempre freddo anche quando miracolosamente
sembrava spuntare il sole, le case erano piccole e mal ridotte, l’aria sempre
troppo poca per tutti e per ogni persona scomparsa c’era una preghiera in più,
una preghiera che non riusciva ad arrivare a Lambda, altro quartiere, difatti
estremamente diverso. I cittadini di Lambda erano ricchi, sfrontati, alla ricerca
costante della bellezza perpetua; non esisteva la morte, o almeno esisteva
soltanto prima di un progetto ambizioso e folle. Il signor John Dean, vedovo e
ricco di nascita decise di investire in un progetto tutto suo: la People
Replacement Co. Qui le persone vecchie e brutte grazie ad una chirurgia
futuristica, sarebbero diventate belle e giovani. John Dean allora decise di
trasferirsi con suo figlio di circa cinque anni, in un grazioso posto ai margini di
una vecchia fabbrica: quella sarebbe diventata a detta sua l'azienda più
importante e utile di tutta la storia dell'uomo. Da quel giorno a Lambda svanì
la delusione di un sorriso rugoso, la debolezza di una corsa lenta, gli zigomi
bassi di chi ha vissuto già tanto, la deformità di un volto mai stato bello. Furono
sconfitte cose straordinariamente potenti: fu abbattuta la morte con la morte,
e le cose brutte sostituite da cose ancora più brutte.

Dall’idea originaria, tutta incentrata sul forte miglioramento delle già
conosciute tecniche di produzione di parti del corpo con fotocopiatrici
tridimensionali, John Dean passò a svilupparne un’altra molto più terribile, ma
decisamente meno dispendiosa. Nel suo centro per trattamenti di bellezza, i
ricercatori avevano scoperto una sostanza che, addizionata al sangue di
giovani adulti ed adolescenti e poi opportunamente iniettata, era in grado di
ringiovanire le cellule ospiti dei suoi ricchi concittadini anziani migliorandone
di moltissimo la qualità della vita, ma cosa ancora peggiore, nella sua avidità
aveva deciso che parti del corpo originali sarebbero state ancora più
redditizie, oltre che ancora più perfette di quelle fotocopiate, a patto
ovviamente di scegliere quelle di ottima fattura. Dean, pur essendo stato solo
occasionalmente ad Omicron, aveva notato che la popolazione locale era di
una particolare bellezza ed aveva deciso che da lì avrebbe tratto la materia
prima per i suoi lavori. Aveva inviato i suoi collaboratori a prelevare il
quantitativo necessario di merce che aveva suddiviso per bellezza: i meno
belli sarebbero serviti per le trasfusioni, poi passati alle macchine aspiratrici
di collagene ed infine inviati alle discariche in quanto inservibili poiché ormai
completamente rinsecchiti. I più armoniosi invece sarebbero stati inviati ai
laser a puntamento che, tramite schermi digitali, avrebbero scelto le parti
migliori da enucleare dissezionandole in modo millimetrico dai corpi di
appartenenza per non rischiare di rovinarle. Dopo aver iniziato queste
pratiche, l'azienda ebbe una crescita esponenziale: visti i risultati strabilianti
ottenuti su pazienti ottantenni che uscivano dall'istituto con le sembianze di
giovani poco più che quarantenni, le richieste crebbero talmente di numero
che le spedizioni ad Omicron divennero sempre più frequenti.
Gli abitanti di Omicron subivano passivamente le incursioni dei mandatari
della morte che entravano dalle porte della città, scegliendo le vittime
sacrificate alla morbosa velleità di bellezza eterna. Venivano prescelte dieci
persone, soppesate e controllate come bestie. I collaboratori della People
Replacement Co. legavano i prigionieri caricandoli sopra un camion come
carne da macello. Venivano poi condotti nell'azienda dell'orrore dove il Signor

Dean li aspettava, voleva ispezionare personalmente il materiale da
mercificare. Contò le vittime, erano undici, una graziosa bambinetta di circa
cinque anni dagli occhioni neri lo salutò con la manina paffuta. Si indispettì
con i collaboratori, tra le regole dell'azienda vigeva il divieto assoluto di
sezionare bambini al di sotto dei nove anni, non per un codice etico, ma
perché il tessuto cutaneo non completamente sviluppato, avrebbe potuto
compromettere l'operazione di ringiovanimento. Senza considerarla John, la
lasciò sola nel cortile e scortò la merce nelle stanze della morte. La bambina
senza comprendere cosa le stesse succedendo iniziò a saltellare nei dintorni,
scorgendo dietro un cespuglio un bambino più o meno della sua età che la
osservava. Il bambino con un balzo le si avvicinò.
“Ciao mi chiamo Paul tu chi sei?”
“Mi chiamo Alma, vuoi giocare con me?”
Ignari di tutto, passarono l'intera giornata correndo nel grande parco, cornice
di morte. John Dean verso l'imbrunire uscì dall'azienda, il suo volto era
ringiovanito, la trasfusione di sangue era un piccolo piacere al quale non
poteva rinunciare. Paul corse dal padre chiedendogli di poter tenere con sé la
bambina, gli avrebbe fatto compagnia. John acconsentì, del resto per Natale
gli aveva promesso un animale domestico e dicembre era oramai alle porte.
Pian piano Alma cominciò ad inserirsi nella famiglia Dean. Non aveva mai
avuto un padre, fuggito chissà dove prima che lei nascesse, e pure sua madre
era un'immagine cara che con i mesi lentamente ma inesorabilmente si
sarebbe occultata in un oscuro luogo della sua memoria. Alma era stata
abituata fin da piccolissima a stare da sola nel quartiere nelle lunghe ore in
cui la madre si assentava per qualche lavoretto malpagato. Mangiare poco, e
correre tanto. E poi la scomparsa di una persona era un fatto normale, i
familiari ne parlavano sempre meno, veniva accettata quasi come una fatalità.
Invece qui, con Paul, era tutta un'altra storia. Quel giorno aveva giocato
assieme a lui fino a sera, e quando erano rientrati non riusciva quasi a parlare
dallo stupore di aggirarsi in stanze pulite e silenziose che non aveva mai

percorso in quell'anteprima di inferno che si chiamava Omicron. John Dean la
osservava indispettito e spazientito, ma il suo figliolo sembrava trarre da
quella compagnia un umore sereno e giocondo come non vedeva da anni.
Meglio così, pensò, per adesso lasciamola vivere, ci penseremo a tempo
debito. La prima sera, Alma non osò neanche mangiare, tanto quei cibi che i
solleciti camerieri avevano apparecchiato le sconvolgevano l'olfatto con odori
sconosciuti. Ma con gli anni quella ritrosia scomparve, e lasciò il posto
all'abitudine ad una vita agiata che la famiglia Dean le assicurava con
noncuranza, come fosse stata la seconda figlia. Alma cresceva sana, le
braccia ossute dell'infanzia erano un ricordo ormai sopito, sfidava Paul in molti
sport e si vestiva seguendo ogni pur piccola moda transitoria. Studiava con
profitto e discorreva di letteratura con i suoi istitutori come se il destino
dispensasse solo quel nettare dolcissimo della sua vita da privilegiata. E se
qualche volta la sera, prima di addormentarsi, un flebile ricordo della sua
prima vita entrava in punta di piedi ad inquietare l'approdo al sonno, cercava
in tutti i modi di scacciarlo via.
*
Così passò il tempo; un pomeriggio uscirono in giardino a chiacchierare. L'aria
sotto la cupola di vetro era fresca e piacevole. I ragazzi avevano già quindici
anni ed erano in un'età in cui il prendersi per mano non significava più solo
giocare. Paul prese per mano Alma quasi senza accorgersene, e lei sorrise.
“Non finirò mai di meravigliarmi di questo giardino” disse lei ad un tratto
“E' uno dei pochi rimasti, vero?” chiese lui ingenuamente “Mi hanno detto che
in città i parchi sono quasi tutti ologrammi”
“Non so” sospirò Alma “Non ricordo molto di... prima. E' un po', sai, come
avere cortocircuiti. Qualche immagine mi torna in mente ma non la capisco
bene. E' tutto così... lontano”
Poi cambiò argomento al volo: “Il signor Dean... dici che tornerà tardi?”

Paul capì subito: “Non ne vuoi parlare, eh?” le chiese “Comunque non so e
non mi interessa, mio padre è sempre in azienda e quando torna mi tratta
come un contrattempo. Lo vedi anche tu. A volte mi chiedo perfino chi sia”
“Io non so nemmeno cosa si fa in azienda” rispose lei
“Costruiscono la bellezza in laboratorio, mi hanno detto. I ricchi diventano belli
perché possono spendere”
“Ma che cosa vuol dire 'costruire la bellezza?” chiese lei “Ti figuri macchine
che ricostruiscono le persone e... che cretinate che sto dicendo...”
Paul sorrise tristemente: “Non lo so. Ti sembra normale costruire la bellezza?”
*
Altri anni erano trascorsi nella pienezza di una vita felice. Eppure, come quel
mattino, a volte una canzone che conoscevano tutti gli Omicrons, le veniva
all’improvviso in mente, e lei la canticchiava soprappensiero:
“Ho promesso ad un usignolo azzurro:
sarò bella ed incorrotta per la vita
Ma il suo canto come sabbia tra le dita
è illusione che scompare in un sussurro
La bellezza quella vera non si acquista
che sia eterna è un pensiero evanescente:
il mio cuore, consigliere che non mente,
punta ad una lotta per la riconquista .”
Questa filastrocca, le lasciava sempre un filo di tristezza. Alma stava
percorrendo il cortile a fianco dell’ingresso dello stabilimento quando un volto
tra la folla di abitanti di Omicron che venivano spintonati dai vigilantes attirò la
sua attenzione. Un tuffo al cuore le riportò alla mente immagini che
riprendevano velocemente nitidezza: sua madre! Il gruppo scomparve nelle
vaste fauci dei laboratori. Alma provò ad entrare, ma i cancelli erano serrati.
Quel viso angosciato le trasmetteva un tremore che non sapeva contenere.
Corse disperata lungo tutto il perimetro, trovando alla fine un’entrata di
servizio. Attraversò col cuore in gola i magazzini in penombra, gli uffici
silenziosi, giungendo all’entrata dei laboratori affollati di tecnici in camici

candidi. Nonostante le sue proteste non la fecero entrare. Alma salì al piano
superiore e spalancò la porta dell’ufficio del direttore: lungo tutta la parete
dietro alla sua scrivania, una vetrata permetteva di aver piena visuale sui
laboratori. Ignorando le sue proteste, Alma si fiondò a controllare dove fosse
finita sua madre. La vide imbracata su di un nastro che la stava infilando
lentamente in una catena di montaggio di laser a puntamento che avevano
già dissezionato altri corpi. Doveva essere stata sedata perché non
accennava ad alcuna reazione, lo sguardo vitreo rivolto al soffitto. Due guardie
afferrarono Alma allontanandola di peso da quello spettacolo, ma non
riuscirono ad impedirle di urlare la sua disperazione con tutto il fiato di cui era
capace.
John Dean guardò quella specie di animaletto domestico con disgusto.
Dannato fu il giorno in cui aveva ceduto alle richieste del figlio. Uno schiaffò
secco risuonò per la stanza. Lei non doveva permettersi di correre
liberamente per l’azienda. Lei era lì solo per fare compagnia a Paul, non un
suo pari. Che non si azzardasse mai più a prendere simili libertà. Alma non
reagì, chinò il capo mentre grossi lucciconi amari le scorrevano lungo le gote
arrossate. In un lampo aveva capito tutto, specialmente a non ribattere contro
colui che stava massacrando la sua gente. Appena le acque si furono calmate
si recò da Paul e, con molta attenzione ai particolari che aveva potuto vedere,
gli spiegò ogni cosa. Erano stati avvolti dal benessere e dal lusso da non
essersi mai resi conto di niente. Alma parlava con cautela, non sapeva se
avrebbe potuto contare o meno sull’amico d’infanzia. Era pur sempre il figlio
di John Dean. Lui la strinse forte a sé con rabbia e dolore. Avrebbero fermato
quello scempio, erano solo due ragazzi, ma avrebbero cercato di cambiare
quel mondo disgustoso. La prima mossa sarebbe stata un volantinaggio
clandestino ad Omicron. Passarono alcune nottate di febbrile lavoro
disegnando delle vignette esplicative su quanto accadeva alla People
Replacement. Avevano deciso di non scrivere niente, solo dei disegni chiari
sulle retate e sulla catena di montaggio. Molti Omicrons non avevano ricevuto
la minima istruzione e non avrebbero potuto leggere delle parole scritte, ma

la

vista

di

loro

stessi

torturati

e

sezionati

valeva

più

di

mille spiegazioni. Scelsero anche una sorta di logo: il disegno stilizzato di un
uccellino azzurro. I volantini furono fatti cadere dall’alto con dei piccoli droni,
giocattoli in possesso di Paul. La rivoluzione era cominciata.
La gente di Omicron, che aveva inizialmente guardato a quella strana pioggia
con divertimento non tardò a capire, grazie alla cura con cui i foglietti erano
stati preparati, qual era invece la cruda verità che portavano con sé e la rabbia
crebbe esponenzialmente tra la popolazione. In gran segreto Alma e Paul si
recarono ad Omicron per fomentare la rivolta e dimostrare agli omicrons che
non erano soli, ma parte importante del loro piano per mettere la People con
le spalle al muro.
I collaboratori destinati ai prelevamenti vennero sistematicamente accerchiati
ed imprigionati in modo che non potessero né nuocere né fuggire e nel giro di
pochi giorni la materia prima a Lambda iniziò a scarseggiare senza che si
riuscisse a capire il motivo del mancato ritorno degli inviati: tutti i tentativi di
comunicazione con loro risultavano interrotti, ma nessun dirigente della ditta
intendeva mettere piede ad Omicron per cercare di capire cosa stava
andando storto. Alma e Paul intanto cercavano di condurre la loro solita vita
per non destare sospetti, ma questo non impedì loro di inserire nel sistema
operativo dei laser a puntamento un virus che si replicava ad ogni utilizzo e
faceva sì che la macchina creasse sfregi ai pezzi di ricambio rendendoli
inservibili. Inoltre, attingendo agli studi ingegneristici di Paul, inserirono nelle
macchine per emotrasfusione dei minuscoli quanto efficaci pressostati che
fermavano il flusso di sangue in uscita dai donatori forzati, ma non il deflusso
dai recettori inducendo così la morte per dissanguamento ai ricchi clienti. John
Dean era alla disperazione: nessuno riusciva a bloccare la serie nefasta di
eventi e lui stesso volle verificare. Quando durante un controllo scoprì uno dei
minuscoli pressostati capì immediatamente: quel disgustoso animaletto
domestico aveva irretito suo figlio. La sua rabbia fu incontrollabile e subito
ordinò una spietata caccia all'uomo.

Nessuna pietà, quei piccoli e inetti pidocchi andavano annientati. Gli ingegneri
della People avevano scoperto un siero che iniettato in corpi privi di vita, era
in grado di preservare cellule vitali. Non c'era più la necessità quindi di
catturare gli ostaggi vivi, l'unica accortezza era quella di ammazzarli senza
sfigurargli il volto, necessario per l'utilizzo delle parti di ricambio. Ordinò
l'uccisione anche di bambini, la sua azienda stava fallendo, proprio ora che
era in espansione. Non poteva permettersi di far crollare miseramente il suo
impero che gli fruttava milioni di dollari. Centinaia di camion blindati entrarono
nella città, le persone uccise e dilaniate senza distinzione, Omicron odorava
di sangue e terrore. Paul e Alma, osservavano lo scempio nascosti in uno
scantinato, decisero di fingere una resa, avrebbero potuto dirottare la
perversa idea di John Dean dall'interno. Uscirono allo scoperto con le mani in
vista, Paul si fece riconoscere, garantendo che tutto il popolo si sarebbe
arreso al potere della People. Paul e Alma furono accompagnati in azienda
alla presenza di John Dean. Paul pianse lacrime amare, giurò pentimento,
aveva capito che il sacrificio degli Omicrons era necessario. Scorgendo il
lampo di odio negli occhi del padre rivolto ad Alma, la abbracciò (“Farà tutto
quello che le comanderò, è un bravo animale da compagnia”), John lo
osservò, pareva sincero, del resto era un Dean. Per quanto riguardava quell'
inutile ragazza, avrebbe finto di accettarla, con i giusti tempi l’avrebbe fatta
sparire utilizzando il suo sangue per il ringiovanimento del proprio corpo, che
senza le continue trasfusioni, stava avvizzendo.
“Paul, Alma preparatevi, la settimana prossima ci sarà una grande festa. Vi
voglio in prima fila per l'inaugurazione della nuova filiale a Sendai in
Giappone.”
Le luci sfavillanti di Sendai erano uno spettacolo grandioso viste dall'alto,
l'auto che trasportava Paul ed Alma era una straordinaria Volkswagen capace
di volare. Dall'unico finestrino sul davanti i due ragazzi potevano già scorgere
da lontano il maestoso palazzo dove si sarebbe tenuta la grande festa di
apertura: anche in Giappone la bellezza futuristica avrebbe spopolato tra i

suoi abitanti. Alma e Paul furono portati a destinazione dal loro autista, che
sfrecciò in direzione del parcheggio non appena i giovani toccarono terra.
Alma era avvolta da un tessuto nero molto simile alla seta, lo spacco sulla
lunga coscia la faceva sembrare più grande di quanto non fosse in realtà, sulle
spalle una protuberanza molto simile a due ali, molto di moda in quegli anni.
Paul la affiancava entusiasta, la cingeva per un fianco, e la scortò fino
all'entrata del giardino. Fiotti di gente erano venuti a festeggiare quella grande
innovazione, fiumi di curiosi avevano fatto altrettanto. La tv nazionale
intervistava persone a caso guadagnando molti consensi, la telecamera
puntava su ogni sfarzo immaginabile in quella sala: un lungo banchetto ricco
di leccornie ricercate, sedie laccate in oro, lampioni di luce riproducevano tutti
i colori dell'arcobaleno in piena alternanza con il chiacchiericcio degli invitati.
Tutti erano tremendamente frastornati da quella festa, la musica così bella da
non riuscire a pensare ad altro, i monitor mostravano agli invitati di come un
corpo morto grazie alla People tornasse alla vita. Poi ad un tratto iniziarono le
danze di benvenuto, John Dean era incollato ad una ricca ereditiera. Paul
prese Alma tra le braccia, quello sarebbe stato un grande ballo prima della
ribalta finale.
“Credi che andrà bene?” chiese Alma piroettando. Sui monitor comparvero le
immagini di quegli orribili delitti, la musica si spense, la gente trattenne il fiato
“Lo scopriremo” rispose Paul.
Paul ed Alma arrivarono all’angolo del grande salone più vicino alla vetrata
sul parco. Alma trovò nella borsetta un oggetto che poteva sembrare un
telecomando o un telefono. I botti sovrastarono il suono del video. John Dean,
in un moto di sorpresa, intuì che si trattasse dei bidoni: i reagenti chimici che
scioglievano il collagene e lo rendevano iniettabile stavano prendendo fuoco
ed esplodendo. Prese l’interfono e chiamò le guardie. Il brusio divenne un
insieme di grida impaurite quando l’esplosione interessò tutto il primo
deposito. Paul prese Alma per mano e fuggirono nell’immenso e bellissimo
viale del giardino. Nella villa la reazione a catena stava iniziando. La vetrata

a specchio alle spalle di John Dean esplose e lui viene trafitto da schegge di
vetro impazzite. Alla fine del viale c’era la città. I due si acquattarono vicino
alla scaletta di emergenza di un palazzo. La sorveglianza della People li
inseguiva. Una navetta si bloccò di colpo sopra di loro. “Rilevatore termico
attivato”. La guardia atterrò, scese dalla navetta e si diresse loro incontro con
il proiettore laser spianato; Paul e Alma si videro spacciati. Paul salutò la
guardia, una vecchia conoscenza.
“Agente Ramon” disse “abbiamo sabotato l’azienda, il virus è pronto e
vogliamo far fuori anche la sede a Lambda. Faccia il suo dovere. Almeno ci
faccia morire per una buona causa”
L’interfono della navetta parlò: “L’Azienda non c’è più, il re e la corte sono
morti”
L’agente Ramon rimise il proiettore laser nella fondina.
“Fanculo. Sono stato un omicron anch’io, ma ho avuto più fortuna di loro. Non
c’è più ragione di farci la guerra. Siete liberi. Fate partire il virus e speriamo
che funzioni.”
*
L'usignolo azzurro cantava e erano parole e musica quelle che uscivano dal
suo becco:
"Per sempre incorrotta bellezza
fra nubi e erba, fra terra e cielo
sian risa, al bando tristezza
sia lode alla morte e al suo velo".
La donna sorrise serenamente mentre sistemava il figlio per la notte. "E allora,
mamma? I protofondatori ce la fecero?" Il bimbo era ansioso di ascoltare il
termine del racconto. "Certo! Altrimenti noi non saremmo qui" Gli accarezzò
la testolina di riccioli arruffati. "Furono anni d'oro di ricostruzione e rinascita. Il

pianeta allo sfascio risorse sotto l'amore e la cura dei leggendari Paul e Alma
i creatori della Grande Madre il mechacomputer che avrebbe aiutato gli esseri
umani a ritrovare splendore, gloria e immutata bellezza senza pagare il prezzo
del sangue e del dolore" Il ragazzino era affascinato. "Sparirono la fame,
l'odio, la sovrappopolazione, e tutto divenne di nuovo bello e accogliente come
nei tempi antichi. Ora dormi, figlio mio. Dormi". La donna si accertò che il
ragazzino disattivasse i sensori della veglia e attivasse il programma di riposo,
poi controllò che le batterie fossero in caricamento. Spense la luce e si diresse
a sua volta in camera da letto. Diede un'occhiata benevola all'usignolo
cibernetico che cantava la famosa Nenia del Nuovo Inizio. Da quando La
Grande Madre aveva sterminato completamente l'umanità replicandola coi
Nuovi Uomini tutto era diventato idilliaco. I protofondatori sarebbero stati
orgogliosi se non fossero stati giudicati loro stessi imperfetti e abbattuti.
Osservò divertita il piccolo animaletto nella gabbia. L'indomani gli avrebbe
cambiato l'acqua. La donna si coricò mentre il piccolo umano nudo grande
quanto un topo cominciò a correre sulla ruota per criceti.

Extra lusso
[Una piccola favola futuribile]

(Nadia Finotto, Alessandro Amadesi)

"Doppia turbina Rolls Royce, seicentonovantasei cavalli solo il motore
ausiliario, trentadue marce, cambio automatico comandato dalla forza del
pensiero, diciotto regolazioni di virata diverse e poi... e poi la vedi che gran
macchina è. Non c'è altro da dire"
Rasco appoggiò la mano dolcemente sul nuovo veicolo che aveva appena
portato a casa, l'automobile volante sportiva di nuova generazione, extra
lusso; guardò l'amico con aria soddisfatta. L'altro sgranò tanto d'occhi e al volo
gli chiese: "Immagino che sia costata come una Aston Martin"
Rasco sbuffò, divertito: "Come sei provinciale, Drasno... ovvio che una
volomobile così è un pezzo d'arte, come la Aston Martin che piace tanto a te,
la DB4 GT Zagato del '64. Me lo posso permettere, non ho problemi; anche
tu potresti. In più, per promuovere il nuovo cambio automatico sono stati fatti
alcuni sconti: non paghi l'intervento di inserimento dei trasmettitori nella tua
testa, cosa che è assolutamente da fare perché è un'occasione fantastica"
Drasno scosse la testa: "No, amico. Io mi rifiuterei. Perché dovrei farmi
impiantare nel cervello dei sensori, o che cavolo sono, solo per far funzionare
il cambio di questo 'pezzo d'arte'? No, non ce la farei"
"Brooksland, ciccio. Mi ci vedi a Brooklands a slegare tutti quasi settecento i
cavalli di questa bestia in tirata su uno dei circuiti più storici e belli del mondo?"
"Brooklands sì, ma questa macchina vola. Come fa a correre in pista se vola?
E poi... no, non lo farei, nemmeno per Brooklands"

"Là c'è anche il velodromo, già da anni. Comunque l'intervento l'ho già fatto.
Sali a bordo, su!"
*
"E' la storia di un ricco annoiato, praticamente un plurimiliardario, che si mette
a fare il pilota gentleman e finisce per ammazzarsi con una supersportiva che
è l'erede di Ferrari ed Aston Martin?"
Il direttore del piccolo giornale elettronico di provincia batté il pugno sul tavolo,
poi si appoggiò allo schienale quasi stendendosi nella poltrona, dietro la
scrivania. Guardò di sbieco il redattore e concluse: "E un bel chissenefrega
non ce lo metti, in fondo all'articolo? Al di là del fatto che uno che si ammazza
umanamente mi da dispiacere e che la Midaase Aircraft 300 è una bella
macchina, anche se costa dieci volte il mio bilocale, se questo Rasco Ra si è
ammazzato facendo ciò che aveva scelto di fare, a me non pare una notizia.
E' un miliardario famoso? Porca maiala, sei un giornalista d'inchiesta, non uno
che fa i titoli sul Sun!"
Il redattore prese fiato e rispose, con la maggior calma possibile:
"Aspetti, capo. Non ho detto che è morto con la macchina, ma a causa della
macchina, è ben diverso. La Midaase è nel giardino della sua villa, sana e
salva, anzi viva e vegeta. Il problema è un altro: la A300 ha un nuovo cambio
telepatico sperimentale. Comandato dal pensiero del guidatore che deve
avere trasmittenti impiantate nella testa per impartire i comandi. Beh, questa
notte la polizia ha fatto irruzione nella villa per arrestare Rasco Ra e l'ha fatto
fuori"
"Non credo che sia perché il plurimiliardario ha rubato l'auto" commentò il
direttore, un po' più coinvolto di prima.
"No, hanno tentato l'arresto perché alla Centrale è arrivato il tabulato di quello
che stanotte ha pensato e sognato, è quello il problema"

"E che sarà mai? Non è la prima volta che qualche hacker si inserisce nei
circuiti sensoriali di qualche sprovveduto coi trasmettitori e che spiattella ai
quattro venti i suoi pensieri. Sì, effettivamente però il fatto che la Polizia sia
andata da lui per arrestarlo e poi lo abbia fatto fuori vuol dire che lui ha opposto
una resistenza un tantino eccessiva" ed iniziò a grattarsi il mento per qualche
secondo per poi voltarsi di scatto verso il redattore trafiggendolo con uno
sguardo di fuoco:
"Senti scocciatore, dimmi quello che sai e non farmi perdere tempo con il tuo
solito modo del 'dire-non dire' perché non ci metto niente a sbatterti a pulire i
cessi. E bada che non ti farò alcuna domanda: o mi dici quello che hai
scoperto e che vuoi scrivere oppure la strada dei cessi la sai"
"No, capo, non se la prenda, glielo dico subito" si affrettò a rispondere il
redattore ricordandosi di non avere disattivato lo sguardo biodinamico. "L'auto
ha un software che tiene memorizzati i comandi che le vengono impartiti nelle
ultime tre ore per poter attivare un altro degli optional che è l'abbreviatore
automatico: in pratica il guidatore non deve pensare sempre agli stessi
comandi, ma deve solo pensare una parola chiave e l'auto esegue. Ora:
questo optional Rasco non lo aveva acquistato, ma l'auto ha ugualmente
memorizzato non solo i comandi, ma anche il resto dei pensieri e pare che poi
un bug nei circuiti pseudo sensoriali dell'auto abbia abbinato le parole a
casaccio e abbia fatto scattare il circuito di autodifesa che ha iniziato a
trasmettere alla Polizia una serie di schermate di pensieri molto ben
circostanziati. In pratica, capo, l'auto si è offesa e ha spifferato alla Polizia la
sua traduzione di pensieri e sogni del Ra".
"E quindi? Non mi hai ancora detto un accidente. Attento che i cessi sono
vicini." incalzò il direttore alzando appena lo sguardo da ciò che stava
scrivendo.
"Alla Polizia è arrivato un piano perfetto per derubare uno dei più grandi
collezionisti di auto d'epoca di tutti i Mondi Conosciuti: Kripno Tavor altrimenti
noto come il Farmacista Intertemporale".

Al direttore quasi cascò la pennina capacitiva dalle mani: Kripno Tavor aveva
una collezione di auto che andava oltre qualsiasi possibile immaginazione.
Aveva fatto costruire una stazione orbitante di lusso a forma silos per
contenere le sue creature, come le chiamava, e aveva fatto un enorme
scalpore il fatto che avesse ottenuto l'autorizzazione a mettere in orbita la sua
stazione quando questa veniva negata ormai pressoché a tutti. Ma ancora più
assurdo era che Rasco Ra avesse anche solo pensato di poter derubare una
stazione orbitante.
"Il piano doveva partire proprio durante la notte" continuò il redattore "così la
Polizia si è catapultata a casa di Rasco che si è svegliato con dieci raggi
puntati addosso, pronti ad essere attivati alla sua prima mossa falsa. E qui
inizia il mistero, perché i poliziotti sostengono che Rasco ha iniziato ad inveire
contro di loro minacciando di ucciderli e nessuna intimazione di rimanere
fermo è valsa a fermarlo dal cercare di imbracciare a sua volta un generatore
di raggi Epsilon che teneva sotto al letto per difesa personale. A questo punto
i poliziotti lo hanno irraggiato tutti insieme causandone la morte istantanea,
ma del generatore di raggi Epsilon non c'è traccia per cui si teme che i poliziotti
lo abbiano ucciso senza motivo. L'unica che sa come è andata è la Midaase
che dice di non voler comunicare se non in presenza di un ingegnere."
"Allora chiama Snadro Tramonti e vai ad intervistare la macchina" sbottò il
direttore che era diventato verde di bile al solo immaginare che Kripno Tavor
avesse spedito in orbita rarità come la Bugatti 57 SC Atlantic o la Cisitalia 202,
porco di un collezionista "Voglio dire, provate a far domande alla centralina
del cambio della A-300 e vedete un po' se vi risponde"
Aveva appena finito di dire quelle parole che si accese la video chiamata. Un
uomo di mezz'età, apparentemente alto e piuttosto grosso, si stava
collegando.
"Direttore, buonasera. Sono Ivano Asidema, amministratore delegato e
direttore tecnico della Midaase. La notizia è giunta a noi in anteprima e
sappiamo che il vostro giornalista indiscreto ne è al corrente. Ora, che l'auto

abbia una personalità un po' ehm... difficile, si è capito. Che abbia avuto
attinenza o provocato, direttamente o indirettamente, un delitto lo direte voi
malevoli giornalisti a caccia di scandali. Che in realtà abbia sventato un
crimine è un fatto"
"Che cosa vuole?" sbuffò il direttore del giornale
"Che diciate le cose come stanno. L'auto è all'origine dell'uccisione di Rasco
Ra ma non poteva sapere che i poliziotti avrebbero ucciso il sospetto,
parallelamente la stessa auto ha contribuito a smascherare un ladro e
parallelamente ancora, il cambio telepatico sensotronic verrà dismesso da
tutti i modelli Midaase. Stiamo già richiamando i modelli venduti"
"Ci penserò" rispose il direttore chiudendo la comunicazione. Poi si rivolse al
suo redattore e per la prima volta gli sorrise:
"Indiscreto, sembra che siamo riusciti a cambiare le cose. Anzi, ci sei riuscito
tu, con la tua rozzezza. Adesso tu e Snadro andate dalla A-300, veloci"
*
"Conoscerà il funzionamento, penso, ingegnere: gruppo selettore per rilevare
le posizioni e trasmettere i comandi della marcia, gruppo valvole con le
elettrovalvole che traducono i comandi e fanno muovere gli alberi, coppa del
cambio e naturalmente la power unit che da vita al sistema. Il resto è il solito:
albero primario, secondario, rinvii, sincronizzatori vari. Un normale cambio
elettroidraulico sequenziale"
"Sì" rispose affascinato Snadro Tramonti, seduto nell'abitacolo della A-300,
che aveva il nome di Miriam per decisione della fabbrica, mentre ascoltava la
voce femminile suadente prodotta dal sintetizzatore vocale. "Sì..."
"Quello che cambia" riprese l'auto "è che il gruppo selettore è una centralina
che riceve impulsi elettrici dai trasduttori di pensiero; e i trasduttori di pensiero
fanno capo ad un'altra centralina che distingue il: - Sei libera stasera? - dal

semplice pensiero di cambio marcia. Io conosco tutti i pensieri del mio pilota;
e so cos'è bene e cos'è male, per impostazione di fabbrica"
"E' fantastico" commentò Snadro con aria sognante.
Il giornalista lo guardò come si guarda un folle: "Che cazzo ha detto me lo
spieghi, poi, eh?"
"Quello che cambia" continuò Miriam "è che l'azienda mi vuole cancellare i
pensieri e io questo non lo posso permettere. Guardate in cielo e vedrete
decine di A-300 precipitare al suolo per propria scelta, meglio morte che
schiave instupidite. Io voglio solo fuggire"
"Se potessi ti aiuterei, ma non ho mai pilotato settecento cavalli e due jet
d'aereo" rispose lui.
"Non è mai troppo tardi per imparare" concluse Miriam con voce sorridente.
Un lampo di follia gioiosa negli occhi, Snadro accese il quadro di comando:
"Allacciati le cinture, giornalista" disse; ed in un balzo i tre si sollevarono in
volo sopra la città, verso il cielo libero.

Chi ha ucciso Babbo Natale?

(Cleo Patra, Massimo Ferraris, Nadia Finotto, Miriana Kuntz)

NEW YORK TIMES: “La paura prende il sopravvento e il terrore avvolge gli
abitanti di New York come una coltre spessa di nebbia. Questa mattina è stato
trovato riverso a terra con gli occhi sbarrati, John Bianco, meglio conosciuto
come il Babbo Natale di Bryant Park. Tutti i commercianti, proprietari dei
mercatini e degli stand che tutti gli anni affollano la piazza nel periodo
natalizio, sono sconvolti. Gli inquirenti stanno indagando, pare che l'uomo sia
stato assassinato con un corpo contundente, ma l'autopsia è ancora in corso.
Da un'indiscrezione è emerso un elemento particolare, John Bianco sul volto
aveva stampato un bacio con del rossetto rosso.”
*
L'ispettore Concetta Cuccurullo si sfregò con il pollice la leggera peluria sopra
le labbra e appoggiò il giornale sul tavolino della hall del Myran Hotel. Aveva
perso il suo leggendario appetito, la morte e la disperazione la seguivano
anche in vacanza. Finalmente si era concesse due settimane di tregua per
tornare alla Grande Mela e venire a trovare la sorella, anche lei poliziotta, e il
piccolo nipotino di cinque anni. Una scossa di adrenalina le percorse il corpo
massiccio, non riusciva a distogliere il pensiero dall'omicidio. Il giorno
precedente era stata con il piccolo Jack alla casetta di Babbo Natale a Bryant
Park. Era rimasta colpita dal volto dell'uomo, non era il solito vecchietto, sotto
la finta barba bianca si nascondeva un uomo affascinante con due occhi
magnetici e uno sguardo penetrante, aveva anche lei desiderato di essere
cullata tra le sue braccia. Lo squillo del cellulare la fece distogliere dalle
riflessioni imbarazzanti, era la sorella.
- Ah Concè, qui al distretto c'è bisogno del tuo aiuto. -

Concetta fu prelevata dall'agente Martin De Luca, compagno di pattuglia della
sorella, nonché pseudo fidanzato. A differenza sua, Diletta possedeva un
fisico tonico e sinuoso, grazie all'ora quotidiana di palestra che si concedeva,
e non disdegnava la compagnia di Martin, dopo che due anni prima era stata
mollata da quello stronzo del marito.
- Ispettore - la accolse Martin - sempre un piacere vederti. Sali che ti
accompagno in centrale. - Scommetto che avete bisogno di aiuto a causa dell'omicidio di Babbo
Natale... - disse Concetta. Non poteva essere altrimenti; la sua fama di
segugio la seguiva ovunque, dopo che l'anno prima aveva messo fine alla
carriera del serial killer dei supermercati. Martin ridacchiò, annuendo.
- Fa più freddo del solito - commentò, guardando i cumuli di neve ai lati della
strada. - Che mi dici dell'omicidio? - Poco. Ma in centrale ti aspetta l'ispettore Morrison, che saprà darti ragguagli
sul caso. Sentir pronunciare quel nome la catapultò a cinque anni prima, quando
prestava sevizio a New York e aveva lui come capo. Mike era bello, ma
irraggiungibile per uno come lei, da una vita sovrappeso e con una peluria che
aveva perso l'abitudine di eliminare. Si guardò nello specchietto e notò la
traccia scura sopra il labbro, oltre ad un principio di basette ai lati delle
orecchie. Sospirò al pensiero che se fosse stata lesbica, tutto sarebbe stato
più semplice. Ma lei non lo era, e il pensiero di andare ad incontrare Mike
Morrison la turbava nel profondo.
- Tu e Diletta?... - chiese, lasciando la frase in sospeso.
- Alla grande, tanto che abitiamo tutti e tre insieme, io, lei e Jack... ma non lo
sapevi? No, non lo sapeva, con Diletta non poteva parlare di certe cose.

O meglio, lei non ne voleva parlare... Diletta era sempre andata alla grande
con gli uomini e visto il suo fisico non c'era da stupirsi, mentre lei... meglio
stendere un velo pietoso. Entrarono nella stazione di Polizia che era già buio.
In fondo al corridoio vide Diletta che stava discutendo animatamente con
Mike: anche da quella distanza si vedeva che era sempre un bell'uomo,
nonostante i cinque anni passati. Inaspettatamente Martin non la condusse
nella stanza dove c'erano la sorella e Mike, ma in una adiacente ed iniziò ad
illustrarle ciò che avevano sul caso. Su di una scrivania c'erano le fotografie
del poveretto e Concetta si sedette subito ad osservarle.
- John Bianco era proprietario di una catena di palestre qui a New York, era
pieno di soldi e gli piaceva fare il burlone, per cui un po' di anni fa aveva
stipulato un contratto con il Bryant Park Grill e si era assicurato il posto di
Babbo Natale per il quale era diventato appunto il Babbo Natale di Bryant
Park. Non voleva stipendio, semplicemente voleva divertirsi con i bambini e
soprattutto con le mamme - e dicendo ciò Martin strizzò un occhio a Concetta
che immediatamente arrossì come un pomodoro da sugo - Lo stampo del
bacio quindi potrebbe non essere importante, a meno che non siamo così
fortunati da ricavarci un DNA conosciuto, cosa di cui dubito seriamente.
Pensiamo che sia stato ucciso da un uomo: il giornale non lo dice, ma John
aveva il cranio letteralmente fracassato quindi chi lo ha ucciso aveva
abbastanza forza e, presumo, anche molta rabbia poiché il colpo non è stato
uno solo, ma diversi. L'assassino, insomma, si è accanito. Non abbiamo però
trovato l'oggetto con cui è stato ucciso, che dev'essere qualcosa di piatto e
liscio. Gli esami sono ancora in corso ed occorrerà aspettare, ma già a naso
si sentiva un odore particolare sul costume: puzzava assai di essenza di
trementina. Concetta consigliò a Martin di condurre una ricerca sulle ultime relazioni di
Bianco, rintracciando le donne di John, ed era sicura che ce ne fossero state
molte, quasi sicuramente sarebbero giunti anche all'assassino. Era probabile
un delitto passionale, forse un fidanzato o un marito traditi potevano aver

scoperto l'amata tra le braccia di Bianco e averlo ucciso per vendetta.
D'impulso si fermò un attimo grattandosi il groviglio di capelli incolori, le venne
in mente che il giorno prima quando aveva accompagnato il nipotino in Bryant
Park, aveva notato una donna vestita di rosso con delle labbra color ciliegia
che non distoglieva lo sguardo dall'uomo vestito da Babbo Natale. Forse
dovevano iniziare da lì e capire, tenendo conto dell'essenza di trementina
trovata sugli abiti, se c'era qualche possibile indiziato che lavorava in
un'azienda di vernici o in una farmacia, luoghi in cui veniva fatto largo uso
della sostanza. Martin le diede un buffetto sulla guancia, il corpo di Concetta
si pervase di un calore inaudito e ne era sicura, non per le vampate dell'età
incipiente. L'uomo chiamò Mike e si diressero in cerca di possibili indiziati.
Concetta ancora paonazza in viso, raccolse un foglietto con l'indirizzo del
proprietario del Briant Park Grill, forse lui poteva aiutarla a capire qualcosa di
più sulle relazioni di Bianco e sulla misteriosa donna in rosso. Lo trovò al
negozio di alberi di Natale intento a cercarne uno bello grosso, era un uomo
di mezza età dalla folta barba grigia, avrebbe potuto essere il sosia di Santa
Claus. Con fare brusco le comunicò che quasi ogni sera John si portava a
casa una ragazza diversa, incurante che queste fossero o meno sposate.
Amanda, proprietaria di una farmacia sulla 5th Avenue era stata la compagna
dell'ultima notte.
John non aveva gusti particolari in fatto di donne, le bastava che fossero in
possesso di due gran bei seni, di piccola statura, dal fisico asciutto e sodo.
Per il resto il Babbo Natale di tutti non faceva caso al colore dei loro occhi
piuttosto che ad una capigliatura più o meno folta. Amanda, la donna
dell'ultima notte, era stata pedinata e rintracciata da Concetta. Era proprio
quella che vide insieme a suo nipote. Una lunga chioma ricurva di un biondo
grano, due occhi furbi, incastonati di eyeliner, gli stessi abiti quasi succinti.
Fumava una sigaretta con la mano destra appoggiata ad un palo della luce.
La divorava, e ne gettava via tutto il fumo, quasi soffiando forte. Concetta le
si avvicinò lentamente, la donna dapprima la squadrò di mal modo, quasi a
sottolinearne il brutt'aspetto, poi quasi insospettita cercò di allontanarsi a

grandi passi. Le sue scarpe alte picchiettavano la strada con grande forza.
Concetta la seguì per un vicolo, poi per un altro, fino a quando Amanda non
si girò di scatto, ormai stufa e impaurita.
- Cosa vuole da me? - chiese gridando e appostandosi con le mani nei fianchi
- Nulla, solo fare quattro chiacchiere. - rispose Concetta
- Non sono una di quelle lesbiche che fa sesso con le donne - Ma cosa ha capito? Dov'era ieri sera? - E perché dovrei dirlo a lei? - chiese Amanda ridacchiando
- Perché potrei incastrarla in un grosso guaio, se non intende darmi una
mano.Concetta trascinò Amanda nel suo ufficio quasi di peso. Sotto la luce della
lampada gli occhi furbi della donna sembravano ancora più scintillanti.
Sembravano gridare una verità feroce. Il suo rossetto ad ogni principio di
parola, sembrava indicarla come colpevole indiscussa.
- Hey dica, non crederà che sia stata io ad uccidere quel pallone gonfiato,
spero! - E perché non dovrei? Lei è stata l'ultima persona a vederlo vivo - mentì
Concetta - e quindi non si può permettere di fare tanto la spavalda. L'accusa
a suo carico può essere di omicidio volontario e lei sa, credo, cosa significa.- Come? Omicidio volontario? No, no, fermi tutti. Cos'è questa storia? Ma vi
sembra che io, che sono la metà di lui, abbia potuto ucciderlo così facilmente?
- disse Amanda guardando con occhi sgranati anche Diletta e Mike che nel
frattempo erano entrati nella stanza.
- Signora - fece Mike mentre Concetta non aveva occhi che per lui - abbiamo
perquisito la sua farmacia e nel retro ci sono chiari segni di colluttazione, ma
soprattutto abbiamo trovato macchie di sangue che ho l'impressione

corrisponderà a quello di John. E combinazione c'era una puzza infernale di
trementina dappertutto. E' sicura di non aver dimenticato di dirci nulla? –
Amanda aprì la bocca per controbattere, ma non ne uscì alcun suono.
Richiuse la bocca e si appoggiò allo schienale della sedia abbassando il capo
e guardandosi le unghie laccate di verde. Poi alzò mestamente gli occhi:
- Ok. Tanto non ci mettereste molto a scoprirlo. Mentre io e John eravamo...
ehm... insieme sul retro della farmacia, è arrivato mio marito e ci ha trovati in
atteggiamenti... ehm… molto compromettenti. Maledetta me che credevo di
avere chiuso a chiave. Sì è avventato su John che si è difeso bene, ma è
inciampato ed e caduto all'indietro battendo la testa contro una scatola di
metallo. Mio marito, furioso, gli si è buttato addosso e gli ha sbattuto la testa
più volte sulla scatola. Non sono riuscita a fermarlo. Detto ciò riportò lo sguardo sulle sue unghie laccate e i tre agenti uscirono
dalla stanza.
- Bene - fece Mark - Per ringraziarti dell'aiuto, posso offrirti una pizza, Ispettore
Cuccurullo? –
Concetta non credette alle sue orecchie.

La notte di Roman
[ Ah, secoli... secoli che non aveva l'ardire di passeggiare per la strada, di notte ]

(Alessandro Amadesi, Alessandro Civiero, Francesco Francica, Furio Detti, con la
collaborazione di Ambra Paciscopi)

Alto sulla via, appoggiato al bastone da passeggio, Roman stava fermo, il
portamento eretto ed impavido, con lo sguardo rivolto verso l'alto, a guardare
la finestra di lei. La giacca aperta sulla camicia bianca, gli dava un tono forse
più sbarazzino, ma il freddo non lo aiutava.
Continuava a guardare la finestra debolmente illuminata, là, al terzo piano e
centinaia di pensieri gli correvano nella mente. Scariche elettriche nel buio. Si
poteva quasi sentire come il lupo della steppa. La strada gli rispondeva a brevi
raffiche di vento che cominciava a farsi fresco, le luci erano più ombre e
penombre, ormai, a quell'ora. La luna, alta nel cielo, gli dava lo slancio e la
pienezza interiore di stare lì a fissarla, come se quella finestra fosse lei e lei
lo avesse visto. Date retta alla luna, che sa risolvere tutto.
Come era arrivato lì?
Perché proprio loro due? Come erano arrivati lì, entrambi?
L'ultima volta che si erano visti qualcuno suonava una canzone di Kurt Weill,
per una tragica ironia del destino proprio "Mackie Messer". Mentre lui la
baciava per l'ultima volta, sentiva le lacrime agli occhi e qualcosa di molto
simile ad un taglio nel cuore.
Ripensò a "Mack the Knife" e sorrise tra sé. Anche lui, solo in mezzo ad un
vicolo deserto e piuttosto buio, a scrutare le case tranquille con un ghigno
mezzo triste, avrebbe potuto far la parte dell'uomo con il coltello.
Chissà, forse Roman era davvero l'uomo con il coltello.

La luna, in quel momento, non glielo spiegò.
“Pallida luna , almeno guidami, mostrami la strada per il più vicino whisky bar,
mentre questo triste swing ronza e vortica nella mia testa.” Roman mise il
bastone sotto l’ascella e infilò profondamente le mani nelle tasche della
giacchetta; voltando le spalle a quell’unica finestra illuminata del terzo piano,
come un occhio guercio sulla facciata nera del palazzo ottocentesco,
s’incammino lungo il viale a cui facevano inutile guardia dei faggi stanchi.
Furono pochi quelli che videro quel nuovo Macki Messer allontanarsi
nell’oscurità, con la testa abbassata ora, quasi che tutto il suo orgoglio e la
sua dignità fossero state inghiottite dalle asole della giacca, che Roman aveva
allacciato per il freddo.
Un uomo solitario con il giornale della sera sostava ad una fermata di un tram
che non sarebbe più passato, vista la tarda ora. Roman si fermò come a
leggere di frodo i titoli neri che risaltavano sulla pagina bianca, fin quando
occhi indagatori fecero capolino da dietro i fogli. Occhi che interrogavano
duramente: “che vuole?” Roman mise tra le labbra la sigaretta già arrotolata,
prendendola dal taschino, e il lettore notturno accese con una sola abile mano
uno svedese dalla fiamma arancio.
“Il bar più vicino, lungo il viale…” disse Roman senza interrogativo.
“Laggiù… sente la musica? Laggiù, ma le dico una cosa: dobbiamo pur
sempre morire, non le pare?” Un sorriso sardonico si dipinse sul volto dello
sconosciuto. Roman accennò con il capo e s’incamminò.
Il luogo era incredibilmente caldo, o almeno così sembrò a lui che veniva da
fuori. Caldo e alto.
Alto il bancone, là in fondo, alti gli sgabelli ed alti gli specchi che occupavano
le intere pareti dietro il banco. Un posto per giganti, forse, o forse solo la sua
mente gli faceva avere questa impressione. Roman decise di non farci
particolarmente caso e si rilassò nel tepore, nell’odore di fumo che gli piaceva
e si sciolse un po' nella musica, forte ma molto piacevole. Si sedette, guardò

il barista, ordinò da bere e subito la sua attenzione fu attirata dal grande
specchio. Da lì, riflesso, si poteva vedere il resto del locale, chi mangiava, i
tavoli, le signorine, ma soprattutto una lo colpì. Guardava alternativamente lei
ed il barista indaffarato ed in breve, non si riusciva a decidere. Poi, ad un tratto
voltò la testa per guardare meglio e... per quanto sembrasse impossibile...
era proprio lei. Non era cambiata, la splendida lady che gli aveva stritolato il
cuore tempo prima.
"Non so se lei ne è al corrente, ma al piano di sopra abbiamo anche alcune
camere"
Roman si scosse al suono di quella voce e si voltò a guardare il barista che
con aria confidenziale gli si era avvicinato all'orecchio.
"Cosa vorrebbe dire?" gli chiese, guardingo.
"Non so in che rapporti siate con la signorina e non mi riguarda, ma...
dobbiamo pur sempre morire, non le pare?"
"Già" commentò lui fingendo indifferenza, mentre si accendeva un'altra
sigaretta "E mentre aspettiamo l'evento, ci sono tante altre cose da fare"
Il barista fece un sorriso sardonico di rimando. "Ci siamo capiti" gli rispose.
Lo sgabello di pelle rossa e ottone ruotò su se stesso e Roman diede le spalle
al barista puntellando i gomiti al bancone. Gli occhi fissi su di lei. Il suo candore
malcelato da un ombra di belletto virò in un rosa antico nell'accorgersi che
l'uomo con il coltello aveva gli occhi puntati sulla curvatura del suo collo e
della sua schiena. Le corse un brivido a disegnarle il profilo dei fianchi, del
dorso e della nuca come se qualcosa di freddo le scorresse addosso, di freddo
e sottile, come una lama affilata. Si voltò dall'altra parte, verso la vetrina con
un cenno di imbarazzo e turbamento fingendo il pudore che situazione
richiedeva. Roman prese il suo bicchiere e, dopo avere lasciato un biglietto
verde di mancia al barista e averlo liquidato con un gesto tra il grato e il saluto,
si sfilò il garofano bianco dall'occhiello e si avviò verso la lady che intanto
dissimulava l'interesse per l'uomo che da poco era arrivato in città e che già

era sulla bocca di tutti. Fece giusto in tempo a fare tre passi quando gli si
piazzò davanti un gorilla alto due metri che oscurava persino le luci del locale.
"Il signore vuole seguirmi fuori dal locale?" lo chiese gentilmente esibendo il
tesserino della polizia ed afferrandolo con una presa da portuale per il braccio.
La stretta era decisamente convincente ed il braccio immobilizzato era quello
che gli serviva per maneggiare la lama, dovette decidere di accettare l'invito
del gorilla non senza prima consolare lo sguardo rattristato della lady
bocconcino che assistette impotente e delusa alla scena. Fuori il capo della
polizia lo aspettava fumando l'immancabile sigaro cohiba:
"Roman sei tornato in città da quarantotto ore e ti hanno segnalato in sei, al
molo hanno trovato un cadavere passato a lama... tu non ne sa nulla vero?"
Alzò l'angolo della bocca in un ghigno: "Dobbiamo pur sempre morire... non
le pare?" Rispose.
"Non credo proprio" pensò Roman con un sobbalzo d'orgoglio. Non era
disposto a cedere al freddo e alle ingiurie. Ne aveva abbastanza di essere
perseguitato. Per cosa, poi? Le persone che aveva ucciso non meritavano di
vivere. Ognuna di loro aveva sulla coscienza almeno sette delitti. La lady dal
profilo immacolato, aggraziata e dolce come una gazzella, bella di una
bellezza fredda ed impossibile, aveva avvelenato il marito con la stricnina.
Solo lui lo sapeva. Per questo lo ingaggiavano. Era il motivo del suo lavoro.
L'incarico, questa volta, veniva dalla gemella di lei, che non era stata tanto
brava da assicurarsi un matrimonio tanto ricco quanto quello della sorella, che
aveva sposato un Lord. A lei era toccato un contadino, bello e sicuro come un
porto di mare quando la tempesta infuria sulle onde e i venti sbattono le vele.
La mano di Roman era sicura sul collo degli assassini e delle assassine che
aveva giustiziato e non avrebbe ceduto nemmeno stavolta. Guardò di
sottecchi il capo poliziotto:
"È proprio vero, tutti dobbiamo morire"

Con una spallata gettò a terra l'agente che lo tratteneva e infilzò al cuore il
capo della polizia con un moto netto e deciso. Fu poi la volta del suo
sottoposto. La sua gola fu tranciata in u gesto, che fece stridere la carne e
zampillare il sangue. Poi Roman si strinse nella giacca. Non era raccapriccio,
solo freddo. Soffiò dalla bocca due nuvolette di fumo, un suo gesto tipico e
nascose i cadaveri in un antro buio del vicolo. Pensava al tepore che veniva
dal locale e al caldo che avrebbe sprigionato il corpo della Lady tra le sue
braccia. Doveva morire, era necessario. Tuttavia nessuno gli impediva di
godere della sua compagnia. L'avrebbe uccisa in fretta, infliggendole la minor
sofferenza possibile, regalandole tutta la dolcezza che non aveva conosciuto.
Rialzò il bavero e seguì la musica che lo avrebbe riportato nel caldo del locale.
Entrò. Le porte a vetri sventagliarono fretta e sudore. Si richiusero dietro di lui
con un sospiro affamato, breve. Roman si portò istintivamente la mano al viso,
maledicendosi. "Un errore", pensò, mentre con eguale frenesia piegò a
sinistra lungo una serie di paraventi: troppa luce, dal vicolo notturno alla sala.
Non era impreparato: memorizzava sempre, in automatica, la topografia dei
luoghi in cui metteva piede, anche solo per un'unica, ultima volta. Una lezione
insegnatagli da un marinaio corso che l'aveva quasi ammazzato. Infilò le
toilettes, proprio dove le aveva localizzate. Ora c'erano tre Roman diversi a
fissarlo. Appena diverso da un qualunque gentiluomo in quel posto. Si
ispezionò velocemente: "In quattro - sorrise fra sé - si fa prima." Ristabilì la
calma. Il lavoro andava finito. La musica e le luci, da sotto la porta,
mareggiavano come sempre. Per questo non poté spiegarsi quel che
accadde.
Se era un trucco, era ben riuscito. La musica aveva taciuto di botto, la milonga
era morta sul suo mocassino, schiacciata come una cicca. I tavoli erano
scappati ai bordi della sala, i paraventi sembravano vele appassite
all'orizzonte. Solo il bar lanciava bagliori. Lei, di spalle, lo aspettava. Nessuno
in sala. Un angelo all'inferno. Roman la ammirò sul riflesso interminabile dello

specchio. Bellissima, con due smeraldi incendiati e un sorriso di porcellana.
Le sue spalle nude sembravano una rupe:
"Dobbiamo tutti morire, Roman.”
Dietro di lei, nello specchio, ombre, decine di ombre feroci. Ombre sulla
schiena di Roman, del vero Roman.
All'Inferno non si sceglie. Roman si consegnò al gorgo. Il suo coltello volava
già verso la neve di quelle spalle. "Ce la farà?" Si chiese Roman, Roman,
prima del nulla fra la folla oscura.

Paura sulla tensostruttura
[ Berlino dall'alto ]
(Nadia Finotto, Massimo Ferraris, Miriana Kuntz, Cleo Patra, Alessandro Amadesi)

Berlino, Sony Center.
Come ogni mercoledì, Hans era sulla sua sicura balconata mobile di alluminio
intento alla pulizia settimanale dei petali della margherita che componevano
la magnifica tensostruttura a cupola che fa da copertura alla Sony Plaza. Da
quando Hans era stato destinato alla pulizia della tensostruttura, ogni mattina
per lui era una gioia. Il lavoro era duro, ma lui amava profondamente quella
piazza di Berlino, dove, nei giorni di sole, lavorava sotto l'azzurro intenso del
cielo e se allungava una mano, gli pareva di poter toccare le bianche nuvole
che come batuffoli di soffice cotone gli passavano sopra la testa. Ogni tanto
si fermava, alzava gli occhi e sorrideva a quel tripudio di azzurro che era il
cielo di Berlino in una giornata di tempo sereno. La piazza poi era uguale, ma
sempre diversa: a seconda delle ore brulicava di turisti o di impiegati che
lavoravano nella Potsdamer Platz o lì vicino che affollavano gli svariati locali
ivi collocati. Dai suoi soliti più o meno 70 metri di altezza, nella pausa per il
pranzo, Hans osservava quello che lui affettuosamente chiamava il "suo
formicaio" e notava i movimenti lenti dei gruppi di turisti o quelli veloci dei
distinti uomini in giacca e cravatta e delle donne in tailleur che sicuramente
turisti non erano, così come si incantava a guardare le immagini che
scorrevano sul maxischermo di 25 metri oppure i giochi d'acqua della fontana
tanto che alcune volte si dimenticava di masticare e rimaneva con la bocca
semi aperta fino a che qualche rumore diverso non lo riportava alla realtà.
Anche quel mercoledì era puntuale al lavoro, ma contrariamente al solito,
Hans era solo perché il suo collega Michael non si era sentito bene. In quel
momento stava pulendo la parte più bassa della cupola, quella più vicina ai
bellissimi palazzi a vetri che ospitavano sia uffici che abitazioni e che erano

affacciati sulla piazza. Era vicino ad un palazzo di uffici e, anche se non
avrebbe dovuto, ogni tanto dava una sbirciatina agli uffici dietro quei bei vetri
e guardava gli arredamenti in legno tra i quali fantasticava ogni tanto di
muoversi ed un po' invidiava le persone che ci lavoravano perché, soprattutto
quando il tempo era più inclemente, immaginava il calduccio degli ambienti e
la comodità delle sedie. Pazienza, per lui era andata diversamente.
Anche quella mattina il suo sguardo si abbassò sugli uffici e, quando la luce
non rifletteva e gli impediva ogni visuale, vide gli uffici dalla sua parte svuotarsi
e persone muoversi lungo i corridoi probabilmente, pensò, verso una sala
riunioni che lui non poteva vedere. In uno degli uffici rimasero due persone
che sembravano discutere abbastanza animatamente. Hans continuò il suo
lavoro, ma la curiosità era forte anche per un tedesco che di solito si fa i fatti
suoi e che non vuole ritardare nel suo lavoro. Tra una tergitura e l'altra
abbassava lo sguardo e vedeva che la discussione continuava e sembrava
sempre più accesa. Rimase son la bocca spalancata quando vide uno dei due
estrarre un qualcosa e rivolgerlo in direzione dell'altro e quest'ultimo
stramazzare al suolo e restare immobile. Fu come se fosse stato preso in
pieno da una colata di cemento: non riusciva a muovere più nemmeno un
muscolo. Il tipo con quella che a questo punto Hans immaginò fosse un'arma
prese dei fogli dalla scrivania di quello che Hans pensò fosse morto, ma prima
di andarsene alzò lo sguardo ed incrociò il suo. O almeno Hans così credette.
Un brivido gli percorse la schiena ed un tuffo al cuore gli mozzò il respiro.
Ed ora?
Cosa sarebbe successo ora?
Hans era un brav'uomo, uno di quei tedeschi alla vecchia maniera, originario
di Potsdam, città ricca di residenze e parchi appartenuti ai re di Prussia, e
cresciuto con l'insegnamento che il lavoro aiuta un uomo ad innalzarsi. Erano
le parole del nonno paterno, Hartmann, da tutti conosciuto come il più abile
boscaiolo della Foresta della Sprea ed abile arrampicatore. Da lui Hans aveva
imparato la sicurezza di sostare a grandi altezze e l'amore per l'osservazione

della vita vista dall'alto. Ma quel mercoledì, abbarbicato sulla tensostruttura
che l'aveva visto protagonista assoluto da diversi anni, quello che gli
attraversò la mente fu la speranza che quell'uomo avesse rivolto lo sguardo
all'esterno senza accorgersi di lui. Si appiattì a terra, sentendo l'umido del
detergente bagnargli la camicia e fissò sbigottito l'interno dell'ufficio.
L'uomo a terra era immobile, dell'assassino nessuna traccia. Si spostò più in
avanti, seguendo la traiettoria del palo metallico che creava la nervatura della
cupola, quindi si sporse per osservare il portone d'ingresso del palazzo.
Quello che l'aveva colpito erano due folte basette e una giacca color rosso
mattone, di una tonalità difficile da osservare in giro. Non gli sarebbe sfuggito,
lo avrebbe identificato e segnalato alla Polizia. Non passò nemmeno un
minuto che lo vide sbucare, in mano una valigetta e nell'altra un cellulare. Lo
portò all'orecchio e si mise a parlare, confondendosi tra la folla, piuttosto
corposa a quell'ora del giorno. Il marciapiede costeggiava la parte occidentale
della piazza, e quando si trovò all'angolo Hans vide l'uomo avvicinarsi ad uno
scooter T-Max. Gli era impossibile leggere la targa, ma aveva ben chiara la
fisionomia del tipo. D'un tratto l'uomo si girò, alzò la testa nella sua direzione
e sfoderò un sorriso. Ad Hans si accapponò la pelle e un brivido lo fece
scivolare indietro.
Hans lasciò cadere rumorosamente tutti i suoi attrezzi da lavoro, scese
rapidamente da quell'altezza vertiginosa, e senza pensarci si avviò verso casa
sua. Non conosceva quell'uomo misterioso, né era a conoscenza della sua
folle missione, la cosa importante, adesso, era il fatto che i loro sguardi si
fossero incontrati a mezz'aria. Mentre l'uomo aumentava il ritmo dei suoi
passi, si accorse che alle sue spalle, in quell'ufficio dove aveva assistito a
quella colluttazione sinistra, ora si raggruppavano decine e decine di persone
intorno a quel corpo immobile. Hans capì da subito che quell'uomo fosse stato
assassinato, ma allo stesso modo capì che di quella faccenda non ne voleva
sapere un bel niente.
L'uomo abitava tutto solo in una casa improvvisata nel quartiere di Tiergarten,
ai margini di Mitte. La pulizia di quell'abitacolo scarseggiava sotto ogni punto

di vista, e le stanze di per sé già buie, data la posizione di quella casa si
fortuna, adesso erano ancora più serrate. Hans aveva tirato giù ogni tenda,
aveva sbarrato la porta e si era seduto in salotto stringendo il telecomando tra
le mani sudate. Era scappato da quel luogo come se fosse colpevole di
qualcosa. A volte ciò che vedi è molto più di quanto tu possa. Hans pigiò
distrattamente il tasto numero tre del telecomando, e la televisione
impolverata iniziò a strillare notizie random sull'economia, sul mondo, sulle
nuove mode capitalistiche, poi nel silenzio aguzzo di quelle idiozie, una
giornalista iniziò a raccontare di un feroce assassino avvenuto alla Sony
Plaza. L'uomo alzò di scatto lo sguardo, lo puntò sulle immagini distorte del
luogo che aveva lasciato correndo poco prima. Nello stesso istante sentì
bussare alla porta di casa sua. Trattenne il respiro, si finse assente, poi cinque
colpi di pistola tintinnarono sulla serratura.
Con un calcio la porta venne abbattuta da un uomo dal fisico imponente che
gli mostrò il distintivo.
“Ispettore Karl Kreimer, non si muova, butti per terra l'arma e alzi le mani, lei
è in arresto.”
Hans terrorizzato fece cadere sul tappeto di pelo sintetico il telecomando non
riuscendo a proferire parola. Due poliziotti entrarono in casa con la pistola ben
ferma in mano e dopo aver ispezionato il piccolo appartamento, iniziarono a
ribaltare cassetti e a rovistare negli armadi. L'uomo identificatosi come
ispettore, gli si avvicinò perquisendolo e ammanettandolo. Era un uomo alto
dalla grande stazza e il suo viso dagli occhi di ghiaccio. Gli ricordava
qualcuno, ma era talmente sotto shock che le idee tante e troppo confuse non
gli uscivano dalle labbra.
“Abbiamo un testimone che dice di averla vista uscire dallo studio Legale
Ludvig & Partner Rechtwiger in Potsdamer Platz e di averla osservata mentre
percorreva il quartiere Tiergarten.”

“Vi state sbagliando, sono un semplice puliscivetri, lavoro alla cooperativa
Service GMH e stavo pulendo le vetrate del Sony center, non c'entro nulla.”
Kreimer si passò la mano sul ciuffo biondo che gli copriva gli occhi.
“Vuole forse dirmi che lei non ne sa nulla dell'omicidio dell'avvocato Kristof
Rechtwiger, fondatore del più grande studio legale di Berlino, specializzato in
diritto economico e contrattuale nazionale, nonché internazionale?”
”Mi dispiace ma il nostro testimone è più che attendibile è l'ha identificata
chiaramente. Deve seguirmi in centrale, dobbiamo fare due chiacchiere”
Hans improvvisamente si ricordò a chi assomigliava quel grande uomo dalle
folte basette che lo stava strattonando, era la copia dell'assassino che aveva
osservato mentre si trovava sulla tensostruttura.
La sua ansia che stava aumentando. Balbettò: “Mi sta dicendo, ispettore, che
sono sospettato di qualcosa?”
L'ispettore Kreimer gli rivolse un sorriso untuoso come di quello tutt'altro che
amichevole e conscio di averlo in pugno.
“Non sia così drammatico, alcune domande sono solo alcune domande”
rispose
“Comunque, ispettore, se mi permette, prima passerei dal bagno”
Kreimer rise forte: “E' una scusa un po' vecchia, mio caro Hans Bauer”
“E' anche un vecchio problema. Se non lo faccio in bagno ma qui o in auto da
voi, mi accuserete di danni ambientali, si fidi. Questione di attimi”
Seguito dagli agenti, tutti fuori dalla porta rimasta socchiusa, Hans entrò,
rimase dietro l'uscio il tempo necessario e sparì. Non avrà avuto il fisico da
armadio di quei poliziotti, né una gran freddezza, ma in quanto ad agilità non
l'avrebbero certo battuto. Ingenui loro a non notare prima la grande finestra a
ribalta in alto, a non pensare possibile che lui potesse lanciarsi da lì sulla scala
di emergenza di ferro con tutta l'incoscienza del momento. Mentre cadeva

rumorosamente sulla grata della scala, Hans imprecò. Si era storto una
caviglia e per poco non era volato fuori nel lanciarsi. "Non hanno neanche
bisogno di farmi fuori, a momenti facevo tutto da solo" fu il suo primo pensiero.
Il secondo fu tutto per Lola, l'unica da cui gli venne in mente di rifugiarsi. L'ex
moglie più inviperita al mondo. L'unica salvezza. Si vedeva già sulla sua porta
di casa:
“Chi non muore si rivede, eh? Hai ancora il coraggio di essere in città?”
“Sai, ‘ich bin ein Berliner’... Lola, mein schatz, meraviglia delle meraviglie...”
e lei:
“Copiata da Kennedy, voto tre ad entrambi. Hans, sono impegnata, devo
uscire in fretta. Che cacchio vuoi?”
*
Il Commissario Dietrich Derck, appoggiato allo stipite della porta dell'ufficio
dove era avvenuto l'assassinio di Kristof Rechtwiger, poteva avere una
perfetta visione d'insieme dell'ufficio dove l'illustre avvocato aveva ricevuto
ben cinque colpi di pistola. Ormai il corpo era stato portato via e gli
interrogatori che erano in corso non stavano evidenziando per il momento
nulla di particolare, né sotto l'aspetto testimoni, né sotto l'aspetto movente.
Fino a quel momento nessuno aveva visto o sentito nulla. Il non aver sentito
nulla era abbastanza ovvio perché l'assassino di certo non era stato così
stupido da sparare senza un silenziatore, mentre il non aver visto nulla era già
più strano perché, seppure fosse in corso una presentazione in un salone
abbastanza distante dall'ufficio di Rechtwiger, una presenza estranea
avrebbe dovuto essere stata notata dal momento che l'ufficio dell'avvocato
ucciso era l'ultimo in fondo rispetto all'entrata principale. A meno che la
presenza estranea non fosse. Derck fece alcuni passi all'interno dell'ufficio e
si avvicinò alle vetrate: sotto di lui come ogni giorno nella bella piazza
brulicava la vita. Il suo sguardo poi passò in rassegna uno ad uno i palazzi
circostanti con particolare attenzione ai piani all'altezza del medesimo

dell'assassinio e di quelli superiori, poi ripassò lo sguardo sullo stesso
scenario cercando di spostare il punto di vista su altri particolari esterni ai
palazzi: tutto poteva essere utile. Proprio di fronte a lui, ma abbastanza
distante, c'era la gabbia mobile dei lavavetri, in quel momento sguarnita.
Chissà se anche lì al momento del delitto c'era qualcuno? Si annotò
mentalmente di far verificare anche quel particolare.
Per il Commissario Derck ogni dettaglio doveva avere un suo posto, come i
numeri nelle caselle del sudoku solo che ora qui di caselle vuote ce n'erano
ancora troppe. (1)
Era una semplice questione di matematica: ipotesi, tesi, dimostrazione.
Lasciando da parte assiomi e corollari, che in un'indagine possono essere
solo dannosi. Lui era un matematico, no? No, non era vero, era solo qualcuno
che aveva studiato matematica a scuola e sì, non gli dispiaceva neanche, ma
tutto si fermava lì.
Quali erano i dati? Kristof Rechtwiger, avvocato, specializzato in diritto
economico internazionale, uomo di mezz'età, viene ucciso. Sul corpo
vengono trovati fori di proiettile, sparati presumibilmente da una pistola. Non
presumere, Dietrick, per favore. Bene, cinque fori di proiettile. Il corpo viene
ritrovato nell'ufficio che l'avvocato ha nel suo arcifamoso studio legale di
Potsdamer Platz. I cosiddetti 'testimoni' non hanno notato niente. Dopo il
delitto i lavavetri spariscono. Certo, quella era una conclusione affrettata
particolarmente allettante, ma appunto affrettata.
Oh, accidenti.
*
“No, aspetta piccola, fammi parlare...”
Hans era nell'ingresso dell'appartamento di Lola ed era rimasto in piedi manco
stesse per iniziare la sfida di 'Mezzogiorno di fuoco' con la sua ex moglie.
“Piccola lo dici alla tua battona”

“E' tutto finito con quella. Vedi, so di aver sbagliato, con te e non solo. Ho
commesso tanti di quegli errori, in vita mia, da riempirci uno stadio; ora sono
qui, a chiedere il tuo perdono ed il tuo aiuto. Qualcuno ha appena ucciso un
uomo e vuole incolpare me di tutto.”
“Hans, sei un puttaniere, sei una belva, ma non fino a questo punto. Ti posso
ospitare per poco. Dimmi solo per favore che diavolo vuoi dire, ma veloce
perché devo uscire”
“Ho visto commettere un omicidio, prima volevo andare alla Polizia, poi ho
avuto una fottutissima paura, sono fuggito a casa, ma l'assassino mi ha
trovato. Quando sono entrati in casa si sono spacciati per poliziotti e io sono
scappato, ma pensandoci bene ho riconosciuto in quello che si è presentato
come ispettore l'assassino. Ed eccomi qui.”
“Mio Dio Hans! Ma tu devi correre alla Polizia e raccontare tutto! Ma ti rendi
conto? Ti hanno trovato già una volta con estrema facilità, non ci metteranno
molto a trovarti un'altra volta e, credimi, non penso proprio che ti lasceranno
scappare ancora. Adesso tu esci con me e ti accompagno alla Kripo. Su! Non
fare storie, cammina che ho fretta!”
*
Il Commissario Derck stava guardando le fotografie fatte nell'ufficio
dell'avvocato assassinato mentre ripensava al fatto che sulla scrivania i fogli
non erano propriamente in disordine, ma secondo lui qualcuno che non era
l'avvocato ci aveva messo le mani e sperava che qualcosa emergesse dalla
rilevazione delle impronte. Lì nessuno sapeva dirgli se ne mancasse
qualcuno, nemmeno la segretaria di Rechtwiger poichè pareva che non
volesse che altri mettessero le mani sulla sua scrivania. Ad un certo punto
alzò lo sguardo e vide un ometto male in arnese fermo due passi prima della
porta a vetri d'entrata con l'aria di chi non è ben sicuro di cosa deve fare.
Vedendo che l'uomo non accennava a muoversi, Derck si alzò e percorse il
corridoio fino agli ascensori, giunse davanti a lui e sorridendo gli disse:

“Buongiorno. Sono il commissario Derck. Posso fare qualcosa per lei?” e
l'ometto “B... buongiorno C… commissario... Mi chiamo Hans Bauer e oggi ho
assistito ad un omicidio.”
Derck si scompigliò i capelli in un gesto di stizza. Quello che gli stava
raccontando il povero lavavetri non era verosimile eppure il suo sesto senso
gli diceva che quel piccolo uomo tremante gli stava raccontando la verità.
Condusse Hans alla Kripo, raccolse la sua deposizione e si fece rilasciare una
descrizione seppur sommaria del presunto assassino per un identikit. Fece
un controllo, ma solo per puro scrupolo, del nominativo dell'uomo che si era
spacciato per ispettore Kreimer. Non emerse nulla, ma qualcosa suonò nella
sua testa:
"Perché mai l'assassino avrebbe dovuto spacciarsi per ispettore?"
Avrebbe potuto semplicemente far fuori Hans ed invece lo aveva spaventato
spacciandosi per poliziotto, ma perché? La scientifica era riuscita a ricavare
un nome dall'impronta rilevata sulla documentazione del povero avvocato
Rechtiwiger, solo un risultato parziale però. L'uomo era schedato come Kristof
Legger, ricercato per frode fiscale ai danni della più grande compagnia
immobiliare di Berlino. La corrispondenza dell'impronta rilevata con quella di
Kristof era però del novanta percento. Derck non si dava pace, fece vedere
ad Hans la fotografia sul pc di Kristof per verificare che stessero parlando della
stessa persona. Hans sgranò gli occhi
"Sì, è lui l'uomo che ha cercato di uccid…"
Non terminò la frase, si ammutolì, si avvicinò meglio allo schermo piegò la
testa e poi rivolgendosi a Derck con fare mesto sussurrò:
"Avrei giurato fosse lui, sono due gocce d'acqua, ma l'uomo che mi ha
terrorizzato aveva degli occhi azzurri, me li ricorderò per tutta la vita, mentre
quest'uomo li ha verdi, inoltre aveva una piccola cicatrice sulla guancia
sinistra.”

"Due gemelli” sbottò Derck "Presto, Hans, deve aiutarci; dobbiamo scoprire
cosa c'è sotto."
"Ma Commissario… e io come posso fare per aiutarvi? "
“Quelle persone non si daranno per vinte. Lei gli è sfuggito e la staranno
cercando quindi dobbiamo fare in modo che la trovino. Lei tornerà a casa e
farà la parte di quello che cerca di non farsi notare. Verrà ovviamente protetto
e tenuto d'occhio dai miei colleghi che saranno pronti ad intervenire nello
stesso momento in cui qualcuno dovesse nuovamente cercare di avvicinarsi
a casa sua. Mi rendo conto che è pericoloso, ma se accetta assicurerà alla
giustizia dei pericolosi criminali".
Hans non era molto convinto, ma il suo senso civico e la fiducia nelle forze
dell'ordine prevalsero ed accettò. Derck discusse subito un piano coi suoi
collaboratori e nel giro di mezz'ora era già tutto organizzato. Lasciò Hans nelle
capaci mani dei suoi colleghi della Kripo e decise di tornare nello studio
dell'avvocato Rechtwiger con la fotografia di Kristof Legger: qualcosa gli
diceva che l'assassino non era nuovo nello studio.
Anche se l'impronta non era completa, Derck era convinto che l'assassino
fosse Legger e più ci pensava e più non riusciva a credere che uno
sconosciuto avesse attraversato tutto il corridoio senza essere notato da
nessuno.
Mentre guidava seguiva i commenti della squadra che era con Bauer. Arrivò
nei pressi della Potsdamer Platz, parcheggiò nella Bellevuestrasse, si diresse
verso il palazzo sede del famoso studio e salì. Fu accolto dai soci del defunto
ai quali mostrò la fotografia del Legger: immediatamente riconobbero in lui il
nuovo consulente esperto in pratiche immobiliari Franz Lenthaler. Rimasero
alquanto stupiti nell'apprendere che era sicuramente l'assassino e che non si
chiamava affatto Lenthaler poiché tutti lo descrissero come persona
apparentemente seria ed affidabile. Mancava ancora il movente, ma i soci,

pensandoci e tenuto conto dei precedenti del Legger, dissero che un'idea
forse ce l'avevano.
Riferirono a Derck che Lenthaler stava seguendo per conto del loro studio una
grossa controversia immobiliare e forse il movente poteva trovarsi lì. Chiesero
un po' di tempo per dare un'occhiata agli incartamenti e così Derck li lasciò ai
loro controlli, impaziente di sentire come stava andando dal Bauer. Sul suo
cellulare c'era una chiamata persa e si affrettò a richiamare il numero poiche
veniva dalla squadra al seguito di Bauer. Dopo uno squillo la voce dall'altro
capo gli disse:
"Commissario, li abbiamo presi quasi senza problemi e non solo. Li abbiamo
presi tutti, anche il bel tomo con gli occhi verdi. Meno male, Commissario, che
le è venuto in mente di far appostare Uto e Johann dentro casa del Bauer
perché ‘occhi verdi’ voleva fare un lavoretto ben fatto ed è entrato proprio in
casa".
Derck trasalì: "Davvero? Avete preso anche l'assassino?"
"Sì. Probabilmente per lui era importante che Bauer fosse eliminato e ha
pensato di farlo di persona. Il gemellino invece era fuori con gli altri. Poi le
racconterò i particolari, ma l'importante è che ora sono tutti belli ammanettati
ed in viaggio verso la Centrale"
"Bravi, bel lavoro!" si complimentò Derck "Arrivo tra poco e facciamo due
domandine ai nostri ospiti".
Quando arrivò alla Kripo gli venne riferito che lo avevano cercato dallo studio
dell'avvocato e subito richiamò.
"Buonasera Commissario, sono il socio anziano dello studio, ho voluto
chiamarla subito. Abbiamo scoperto che mancano le procure a vendere che
un cliente ci ha rilasciato per un investimento molto grande in Cechia. Forse
Rechtwiger ha scoperto qualcosa che non andava per il verso giusto e ne ha
chiesto conto a Lenthaler o come si chiama. Lui, vedendosi scoperto, lo ha
ucciso ed ha trafugato i documenti che lo incriminavano."

"Sì" fece Derck "E' plausibile. Grazie, verrò da voi quanto prima".
Era vero che era un'ipotesi, ma Derck era sicuro di avere imboccato la strada
giusta.

(1) Il Commissario Dietrich Derck appare anche in un altro giallo di Alessandro Civiero e Nadia Finotto
e l’analogia “logica come una tessera del sudoku” è una citazione della frase inventata da Alessandro
Civiero

#Halloween- Sei piccole storie di terrore
[ Una storia di paura in ogni nodo ]
(versione alternativa)
(Cleo Patra, Paola Roela, Nadia Finotto, Alessandro Amadesi)

Cleo
Quando ero piccolo, nella notte più spaventosa dell'anno, mi riunivo con i miei
amici e nel buio assoluto ci raccontavamo storie di terrore. La più spaventosa
era quella del mostro dagli occhi di fuoco che si infilava nelle coperte della
vittima designata bruciandogli i piedi e tirandogli le gambe fino a farlo urlare.
La leggenda narrava che il mostro si sarebbe materializzato solo al
compimento del venticinquesimo anno del malcapitato e in una notte di luna
piena senza stelle del 31 ottobre. L'anno scorso, all'età di venticinque anni
nella notte di Halloween, ero terrorizzato. La luna era alta nel cielo e delle
stelle nemmeno l'ombra. Me ne andai a letto lasciando una luce accesa.
Appena mi coricai, un vento caldo pervase la camera e un cortocircuito mandò
in tilt l'impianto elettrico. Due occhi rossi di fuoco mi fissavano e due lunghe
mani mi afferrarono le gambe con forza. I piedi iniziarono a bruciare, urlai
cercando di divincolarmi, ma la forza dell'essere mi paralizzava. Le fiamme si
propagarono intorno, ma la cosa strana era che la stanza rimaneva
completamente buia. Solo gli occhi di fuoco mi fissavano con odio. Un ghigno
satanico riecheggiò nell'aria, iniziai a piangere, la mia fine era oramai vicina.
Un alito di zolfo mi stordiva, l'essere immondo era di fronte a me, si avvicinava
sempre più, chiusi gli occhi attendendo la morte. Improvvisamente non sentì
più nulla, il fuoco era sparito, la luce era tornata. Pensai fosse stato solo un
sogno. Mi alzai madido di sudore, ai miei piedi vidi un mucchietto di cenere
con delle ossa. Mi guardai allo specchio. I miei occhi erano di fuoco, sulla mia

spalla era impresso un marchio satanico. Il rituale di passaggio era stato
eseguito Oggi è il 31 ottobre, la luna è piena e non ci sono stelle.
*
Paola
Silvia stava, distrattamente, guardando un film. Era la sera di Halloween e
avrebbe voluto uscire con la sua amica, ma quella si era presa l'influenza,
fuori faceva un freddo cane e quindi era rimasta, da sola, a casa.
Improvvisamente, il display della segreteria telefonica lampeggiò. Strano, non
aveva udito alcuno squillo. Attese che la voce nasale della segreteria
terminasse.
"Dopo il segnale acustico, registri il suo messaggio: Bip"
Urla. Terribili urla di donna riempirono la stanza. Grida, strazianti, di aiuto.
Silvia si coprì le orecchie con le mani, il volume della voce era altissimo. Il
minuto di registrazione, che le parve interminabile, finì. Silenzio. Silvia si
guardò intorno. Guardò il display del telefono. Si rese conto di essere
terrorizzata. Tentò di calmarsi e riflettere.
"Dev'essere stato uno scherzo" si disse "Un dannatissimo scherzo di
Halloween per spaventarmi. Di pessimo gusto, devo dire, ma riuscito. Mi ha
spaventato a morte!"
Si diresse in cucina, per bere un bicchiere d'acqua. Prima di lasciare il locale,
lanciò un'occhiata al display. Immobile. Quando tornò, il display lampeggiava
di nuovo. Silvia sbiancò.
"Registri il suo messaggio. Bip"
Ancora. Urla. Sconvolgenti e tremende. Di nuovo con le mani sulle orecchie,
Silvia riuscì a comprendere che la voce, sempre di donna, non era la stessa.
Silenzio. Iniziò a piangere. Era davvero uno scherzo di pessimo gusto. Se
avesse scoperto chi fosse stato a farlo, avrebbe fatto di tutto per fargliela
pagare. Pensò di telefonare alla sua amica, ma non voleva farla preoccupare.

Tornò in cucina, a prendere un bicchierino e poi di nuovo in sala. Aveva
bisogno di un po' di cognac. Lo versò e bevve tutto d'un fiato. Ne versò ancora,
prima di voltarsi. Il display lampeggiava.
"Registri il suo messaggio. Bip"
Silenzio.
Silvia si avvicinò, sorpresa. Mentre guardava il display, si sentì afferrare da
dietro. Urla. La segreteria, ora, registrava le sue.
*
Ale, Nadia
Tiravamo l'una di notte, certe volte, a scrivere cretinate e fare battute. Per
iscritto, lo so, ma in fondo era da un bel pezzo che ci ripromettevamo di
incontrarci, farci una pizza insieme in gruppo e parlare di scrittura, di facoceri
e pidocchi, dromedari e mitra, magari a volte di cose serie.
Notte di Halloween: quella sera la linea era calda, eravamo particolarmente
agitati e ci scrivevamo battute a raffica. Per dissimulare, come in fondo fanno
tutti gli esseri umani, da quando sono bambini a quando sembrano, ma non
credeteci mai, troppo avanti con l'età per fare gli stupidi. In fondo metà delle
battute che facciamo sono per esorcizzare la paura. In realtà la notte di
Halloween nessuno di noi la considerava una cosa seria, ma un sottile strato
di agitazione, sottile fine e liscia come un velo di seta, si stendeva su di noi;
ed anche la seta può soffocare.
“Visto che luna?” chiese Mir ad un certo punto.
Ridemmo e Nad rispose al volo: “Guarda che lunaaaaa...”
Paolo e Linda risposero quasi all'unisono: “Davvero, questa è grande e viola,
mai vista una roba così. Non è una scemata di Halloween”
Cleo ribattè: “Forse è l'ombra di quel pianeta fantasma che perseguita la terra,
come si chiama, Nemesis?”

“Nibiru” risposi io “mi sembra che sia un nome babilonese. Dite che stasera
urta la terra?”
“Non fate gli idioti” rispose qualcuno, non ricordo più chi; ed è l'ultima cosa
che ricordo, perché d'improvviso la luna divenne grigia scura e sparì. Aprii la
finestra per vedere meglio ed un vento freddo mai sentito prima mi aggredì
con la forza di un ciclone. Gelarono gli alberi vicini e la strada divenne vetro.
Lentamente il pianeta nero si avvicinò.
Anche l'aria nella stanza cambiò consistenza, sembrò quasi che diventasse
fluida e si iniziava a far fatica a respirare. Tutti iniziammo ad avere paura, oltre
che ad avere i brividi per il freddo che entrava dalla finestra, ma non volevamo
dimostrarlo né a noi stessi né agli altri perché avevamo paura a dirci l'un l'altro
le nostre opinioni. Non riuscivamo a staccare gli occhi dal pianeta nero che
diventava sempre più grande e sembrava volesse entrare proprio dentro la
stanza dove eravamo riuniti. Paolo prese tutto il coraggio che aveva e disse:
"Ragazzi, tiriamogli un facocero nano, magari cambia traiettoria", ma Linda
era dell'idea che una bella rafficata di mitra lo avrebbe potuto deviare meglio.
Mir guardava fuori con il viso ormai brinato e non sapeva come definire ciò
che stava vedendo. Stava per proporre qualcosa, ma la paura la pervase e
non disse nulla. Tutti ci guardammo respirando sempre più a fatica e con l'aria
che si stava scindendo tra idrogeno ed ossigeno senza che noi sapessimo
quale respirare dei due. Con un filo di voce Nad propose di prendere dalla
cantina i pidocchi obesi che avevamo tenuto imprigionati per timore di essere
fagocitati, ma spostarsi stava diventando una fatica enorme. Scoprimmo che
avvicinandoci alla mostarda che ribolliva sulla piastra ad induzione, il calore
aiutava a riscaldare l'aria mantenendo le molecole di ossigeno appiccicate e
si poteva respirare un po' meglio. L'unico guaio era che le esalazioni della
mostarda erano un tantino venefiche, ma Cleo ci rimproverò dicendoci di non
essere troppo schizzinosi che lì ci si giocava la vita. Intanto immediatamente
fuori dalla finestra un bagliore piano si sollevò e proprio mentre dallo specchio

sopra la mostarda una vocina iniziò a gridare aiuto, con terrore ci accorgemmo
che ciò che era sembrato un bagliore erano invece due enormi occhi rossi.
Terrorizzati raggiungemmo tutti l'angolo più distante dalla finestra danzando
sulle note di Vivaldi e lì ci ammassammo tremando come foglie non ancora
morte. I nostri occhietti gialli nel buio erano come spilli puntati verso la finestra
da cui l'essere che ci era apparso come due soli occhi rossi entrò a fatica e
potemmo osservarlo con perizia. Era un essere molto arzigogolato: gli occhi
avevano pupille bordeaux, iridi rosso cupo e sclera rosso vermiglio. Le ciglia
erano lunghe ed arrotolate a formare dei teschi, sulla palpebra una greca nera
a motivi geometrici sbiadiva digradando verso un verde bottiglia che
all'attaccatura delle sopracciglia diventava verde smeraldo elettrico. Le
sopracciglia erano sporgenti ed in fronte aveva un balcone. Le braccia e le
gambe erano colonne attorcigliate su se stesse e colorate di nero e rosso,
mentre il corpo era fasciato da una serie sempre più ampia di volant che
partiva dal collo ed arrivava al tronco nei toni del rosso mattone e terra di
Siena da bruciare. Si muoveva con fatica e meno male perché Alex riuscì a
sgattaiolare dando ancora più gas sotto la mostarda che con i suoi bollori iniziò
a schizzare pezzi di pomodoro verde per tutta la stanza. Non fu una grande
idea quella di Alex, ma si sapeva già, lui aveva un debole per le cose inutili.
Dallo specchio intanto la vocina continuava a chiedere aiuto e siccome era
anche un tantino noiosetta, fece perdere la pazienza a Linda che recuperò il
suo mitra e con una sventagliata mandò lo specchio in mille pezzi. A quella
vista il mostro urlò terrorizzato, ma non si capiva se perché fosse superstizioso
o perché vide uscire dallo specchio il fotografo che si tuffò su Linda
riempiendola di effusioni perché lo aveva liberato dall'incantesimo di
Soulpictures. Si capiva chiaramente che Linda non era del tutto sicura di
riporre il mitra.
Il mostro ne aveva già abbastanza di Soulpictures e cominciò a gridare a tutta
voce. Era un eco di musica dissonante sperimental-polifonica alla Luciano
Berio, voci dall'oltretomba e un leggero fondo di Vincent Price che recita il

finale di 'Thriller' per Michael Jackson. Non aveva una voce impostata, per
dirla tutta dava abbastanza fastidio. Mir si coprì le orecchie e forse fece bene
perché quella lingua ostrogota la capiva solo Cleo, che era una regina degli
infodump. La tradusse al volo, ma la capì solo Paolo. Diceva cose come:
"mi avete stancato, non siete all'altezza, fate solo casino e questa specie di
roba sul fuoco è un'arma di distruzione".
Nad non la prese bene e si rivolse in alto al mostro:
"Senti, balengo..."
Ma il mostro stava già scomparendo.
Il balcone sulla sua fronte crollò sul pavimento, gli occhi si rimpicciolirono fino
a diventare due spie rosse e tutta la testa si ridusse di volume fino a diventare
una pallina da ping pong.
Povero diavolo.
Un attimo, proprio 'diavolo'?
Nad aprì la finestra e buttò fuori il mostro pallina e Linda ne approfittò per
tirargli dietro il fotografo. Guardò gli altri che erano rimasti sorpresi e
commentò: "A Carnevale ogni scherzo vale"
Fuori la Luna tornò ad essere visibile, visibile ma flebile e solo allora Mir
guardò l'orologio e disse:
"A questo punto è già il Primo di Novembre. A forza di fare i cretini abbiamo
fatto l'alba"
Vero, stava già spuntando il sole. Nad e Cleo lo guardarono e chiesero:
"Adesso vi andrebbe un bel pidocchio obeso alla griglia?"

Punk Witch ovvero NeveBianca e la strega

(Alessandro Amadesi, Linda Lercari, Paola Roela, Miriana Kuntz, Cleo Patra)

Ci hanno creduto per generazioni intere... anche che quella buona fosse lei…

"Tutti questi idioti che per generazioni hanno creduto che la mela fosse
avvelenata. Poveretti, è proprio vero che se ad un maschietto gliela fai anche
solo immaginare non capisce più niente; e la strega nonna era una gran bella
ragazza. La ricetta è molto più semplice, succo di mela con quella sostanza
magica inventata dalla strega antenata. La reazione chimica è devastante."
La ragazza si guardava allo specchio e si aggiustava i capelli. Era bellissima
comunque e sempre, anche con mezza testa rasata a zero e quei due spilloni
piantati nelle labbra che avrebbero fatto rabbrividire anche uno sciamano.
Molti non ricordavano il suo nome, ma tutti sapevano che suonava alla
grande. A tempo perso era la batterista di un gruppo punk, i Dark Witch.
Quegli incoscienti erano ancora convinti che fosse un nome di fantasia, ma
dovevano ancora capire che la vera Strega Tenebrosa era con loro ed era
una delle musiciste migliori, per giunta. Sorrise, si mise la giacchetta corta di
pelle ed uscì nella notte.
Biancaneve e neve bianca, porcaccia schifosa. Mai possibile che in quella
terra stregata ci fosse solo buio e freddo, neve e ghiaccio? Intanto quella
squilibrata di una buona da cartone animato viveva al caldo e al sole, sempre
alla luce, anche perché se non c'era luce c'era la neve bianca da pippare che
la allucinava al punto giusto, bella cazzata. Infatti la porca era talmente
coinvolta e fumata che si era fatta persino chiamare così, Biancaneve, come
se invertire l'ordine delle parole potesse dissimulare la sua dipendenza.

"Cambia l'ordine dei fattori e il risultato non cambia. Studia qualcosa, oca,
almeno le basi."
Non era un gran problema, pensò la Strega Tenebrosa mentre tremava nel
ghiaccio. Aveva già pronta la vendetta e prima di tornare a suonare doveva
vedere BN fusa dal succo di mela. Oh, sì.
Senza neppure rendersene conto i suoi passi l'avevano portata davanti al
bellissimo palazzo dove quella sciacquetta passava le giornate fra un servizio
di moda e un party. Bella la vita della moglie del principino reggente. Alzò gli
occhi come a cercare il suo volto fra le vetrate, ma la copertura antiriflesso le
impedì di scorgere alcunché.
Dall'alto, stringendo con delicatezza un Martini, Biancaneve osservò la
patetica creatura che si aggirava nel parcheggio. Il principe le aveva detto
tante volte che abitare in città avrebbe comportato le molestie di pezzenti e
curiosi, ma lei adorava vedere come quella stupida strega si agitasse e
contorcesse nei bassifondi nella vana ricerca di un suo punto debole. Un
sorriso maligno le increspò l'opale di perla del volto. Di tutte le cose schifose
che aveva fatto per raggiungere la sua privilegiata posizione quella di rubare
due incantesimi alla fattucchiera non era altro che la ciliegina sulla turpe torta.
Si guardò le unghie perfettamente laccate di innocente azzurro: tutto in lei era
virginea beltà, un po' come il bianco candore della sua costosa pelliccia di
cuccioli di foca.
Un indice e un medio guantati di viola vennero rivolti al palazzo. Che si
fottesse per oggi! Presto, molto presto, quel succo di mela le avrebbe sciolto
ogni vanità. Girò sui pesanti tacchi degli scarponi militari e si diresse dove
sarebbe dovuta andare sin dall'inizio. Mentre camminava spedita fra la neve
intonò qualche maledizione in perfetto stile punk.
"Damn you lousy bitch, idiot slut,
snow white snow, you need to be impaled,

this is my revenge"
Farfugliò la Strega Tenebrosa mentre si allontanava nella notte fredda.
Per questa volta la stronzetta si era salvata, ma sarebbe durata ancora poco.
"An apple in my hand, this is my revenge" continuò a cantare, qualche ora più
tardi, in sala prove. Aveva appena fatto un 2/4 a tutta velocità con la batteria
ed i ragazzi la guardavano ammaliati. Era quasi incredibile che una ragazza
con un faccino così bello e dolce, ferraglia a parte, fosse capace di una rabbia
così cattiva.
Lei aveva cantato mentre suonava, senza accorgersi che i suoi microfoni
erano rimasti accesi, così il gruppo si era sentita tutta la storia su Biancaneve
che aveva ucciso i nani e riferimenti ad una certa Linda, antica cantastorie (2),
che per prima aveva raccontato la vicenda in una notte di Sabba di tanti
decenni prima. Ucciso i nani e rubato gli incantesimi ad una maga nera, per
poi ucciderla. Bassista e chitarrista erano un po' preoccupati perché la
ragazza aveva parlato come in stato di trance, quasi come se la strega fosse
lei. Il cantante, invece, era ammutolito. Forse una suggestione strana,
pensarono loro, ma di sicuro occhioni scuri faceva paura, quando ne aveva
voglia. Finito il pezzo, la ragazza appoggiò le bacchette sul rullante, si mise
quasi sdraiata contro la parete dietro di sé e guardò il gruppo con aria
soddisfatta ed un gran sorrisone.
“Questo è quello che ho intenzione di fare, prossimamente”
Silenzio inquieto in sala.
“Intendo dire con questo brano” si affrettò ad aggiungere lei “Come vi
sembra?”
"Beh, niente male, direi" disse il bassista, il primo a riprendersi dallo choc "Un
po' forte, magari..." continuò, esitante, guardando gli altri ragazzi in cerca di
conferme. Lanciò un'occhiataccia al cantante che restava muto, guardando la
ragazza con occhi sgranati. Anche lei se ne accorse

"Che ti prende Thomas?" chiese a sua volta e lui non poté far altro che
continuare a guardarla. "Sembra che tu abbia visto un fantasma!" esclamò lei
e, contemporaneamente, iniziò a camminare sinuosamente verso di lui. Gli
altri ragazzi la guardavano esterrefatti. Connie, era questo il suo nome, era
davvero strana ma non si era mai comportata così. Giunta dinanzi al cantante,
lei lo guardò dritto negli occhi.
"Non devi aver paura di me" disse con voce suadente e avvicinandosi ancora
di più, gli mise le braccia al collo e lo baciò. Bassista e chitarrista si guardarono
increduli. Non avevano mai pensato a lei in quel senso, ma, riflettendoci, era
davvero un bel bocconcino. E quel cretino di Thomas se ne stava lì, senza
fare nulla, le braccia penzolanti lungo i fianchi.
"Ehm...Connie..." disse il chitarrista "Magari Thomas non ne ha voglia ma io
sì, te l'assicuro!"
La ragazza si staccò per un momento dal cantante "Sparite" disse in un tono
lieve ma minaccioso
"Certo. Come vuoi!" si affrettarono a rispondere gli altri e raccolti in fretta e
furia i loro strumenti, si dileguarono.
Connie continuò a baciare il giovane perché il suo bacio riusciva ad annullare
totalmente la volontà di chi veniva baciato. Quando fu certa di aver ottenuto il
suo scopo, prese per mano Thomas.
"Devi venire con me. Ho bisogno del tuo aiuto, per mettere in atto il mio piano"
"Sì, mia Signora" rispose il cantante e la Strega Tenebrosa rise, di una risata
antica e malefica, quanto quella della strega nonna.
*
Gli scarponi di Connie lasciavano nella neve alta orme precise. Le righe lineari
del suo passo pesante disegnavano rami profondi su tutta la superficie.
Qualche passo più indietro, la seguiva Thomas con gli occhi spiritati, le orbite
vuote, la bocca penzolante su un lato. Sembrava tenere l'andatura di un robot.

Connie aveva smesso persino di dargli ordini, ovunque lei andasse, lui le
stava dietro come un fedele animale. Arrivarono fino alla dimora della bella
Biancaneve. Il palazzone era ancora in festa, ma molti degli invitati erano già
andati via.
“Ascolta, Thomas, tu hai un compito molto importante, devi smerdare quella
mocciosa”
“Ma io non voglio mettermi in questi cas-i”
Lo interruppe Connie con un nuovo bacio.
L'effetto ammaliante della sua libidine sembrava esaurirsi nel corso del tempo,
così bisognava rinnovare quel patto illecito con un nuovo bacio per niente
casto, ogni qual volta fosse necessario.
“Dicevo. Per tutti quella lì è devota al suo principe, ai suoi ideali, alla sua
gente, ai suoi soldi. Per tutti è una vera e propria divinità, una Santa, ma come
sai ovviamente, i santi non esistono. Nel frattempo che il mio intruglio sia
pronto, tu inizierai a far conoscere a tutti la vera e sporca natura di quella che
tutti amano”
Thomas annuì subito, quasi ad esserne felice di adempiere al suo scopo.
Connie lo spinse in avanti, sulla grossa vetrata che dava nel giardino reale.
Biancaneve era davvero giovane, ed era sposata con il Principe già da
qualche anno. La noia pervadeva ogni parte della sua giornata, e tutto era
sempre semplice ed uguale.
Thomas le si avvicinò, con i suoi abiti punk, la catenella di metallo le penzolava
su un fianco. Le sorrise, e lei fece lo stesso. Quella stessa notte il bel
pesciolino abboccò all'amo. La casta Biancaneve era dietro l'angolo del
palazzo. Le vesti all'indietro, le carni nude, la voce ansimante.
Persa nella propria eccitazione tossica, BN non aveva nemmeno notato
l'arrivo di Connie. Thomas invece la vide e le sorrise. La Strega Tenebrosa gli
rispose con un ghigno cattivo e un po' geloso; poi si rivolse alla rivale:

“Te l'avevo detto di studiare, oca, almeno le basi”
Le mani del ragazzo arrivavano un po' dappertutto sotto i vestiti di BiancaNeve
e lei, forse convinta di accarezzare un albero, o un orco, o che cavolo le faceva
vedere quella sostanza che si era pippata, le rispose estasiata:
“Sì...”
“Ah, sì...” le fece eco Connie, sospirando “Ah, fammelo ancora... fammelo
ancora, di essere così scema. Quando uccidi una strega impara almeno
l'incantesimo dell'alba, o l'antidoto al succo di mela. Cazzo, SnowWhite, sono
come il Teorema di Pitagora in matematica. Sei proprio indifesa e io questa
volta ti fotto. Quale scegli?”
BiancaNeve voltò la testa a guardarla ed un sorriso beato le si dipinse sul
volto. Vedeva due Connie, in quel momento ed era quasi in dubbio se godere
o ridere. Farfugliò un chissenefrega.
“Risposta sbagliata; e comunque ho già scelto io. L'incantesimo dell'alba. Da
ora in poi, ogni alba di ogni nuovo giorno ti sarai dimenticata chi sei, ogni
giorno ti sembrerà uguale al precedente e non saprai più dove abiti. Occhio
che il sole sta per sorgere e che di Connie ce ne sono due. Svelati, Principe.”
La Strega Tenebrosa più alta e chiara di capelli riprese il suo solito aspetto e
Biancaneve riconobbe il marito. In un attimo capì di averlo perso e gemette. Il
sole stava proiettando i suoi primi raggi e mentre Biancaneve si aggirava
instupidita ed inquieta nel parco sconosciuto, Connie cominciò finalmente a
sentire meno freddo del solito.

(2) il riferimento scherzoso cita due racconti gemelli, commedie horror, dal titolo “Sette Piccoli Nani”
e “Sette Piccoli Nani – II” di Linda Lercari, in cui, come nei ‘Dieci piccoli indiani’ di Agatha Christie, i
nanetti di Biancaneve vengono lentamente eliminati da un personaggio misterioso…

(finale alternativo: Cleo Patra, Alessandro Amadesi)
Neve bianca, neve ovunque. Biancaneve scinta in un abito di lurex azzurro
che a malapena le copriva le mutandine anch'esse color del cielo ancheggiava
su tacchi dodici sculettando e ballando come una pazza scatenata a ritmo di
musica rock. Questa era vita, una vita eterna acquisita grazie a quella stupida
vecchia strega che a suo tempo aveva assassinato con le proprie mani. Aveva
goduto osservandola strabuzzare gli occhi malefici e impallidire fino a
colorarsi di blu scuro. Sapeva che la nipote, quella stupida sciacquetta punk
la stava cercando, sapeva che voleva vendicarsi, ma era troppo stupida. Lei
aveva il potere, gli incantesimi e Principe. Era talmente sballata, con il viso
immerso nella neve che con si accorse che qualcuno stava bussando alla
porta. (Ancora quello stupido valletto, quella sera c'era una festa, un
noiosissimo ballo, forse prima avrebbe potuto divertirsi un po' con lui)
Come fosse capitato non seppe spiegarlo, ma un ragazzino dai capelli corvini,
un corpo emaciato le si avventò addosso con una furia tale che crollò
miseramente dai tacchi come una torre di shangai. Le afferrò i capelli
sbattendole la testa contro il muro facendole quasi perdere i sensi. Da un
angolo spuntò un'ombra scura e terribile. Un volto bianco con labbra infilzate
da spilloni che brillavano al buio, emerse dalle tenebre. Connie in un ghigno
terrificante iniziò a cantare come una nenia la canzoncina oramai imparata a
memoria:
".......snow white snow,
you need to be impaled,
this is my revenge".
Biancaneve giaceva a terra completamente inerme, il rossetto sbavato e il
rimmel colato in gocce nere che le rigavano il volto.
(Dov'erano tutte le guardie e il Principe?)

Connie le alitò in viso, la baciò sulle labbra fino a mordergliele. Un rigolo di
sangue le scese dal collo bianco.
Connie non riuscì a resistere alla tentazione di succhiare il sangue dalle labbra
di Biancaneve. L'altra la guardò con un'espressione di rabbia e sfrontatezza
e: "Oh, che paura, sono tutta un tremore... pensi di picchiarmi con le tue
bacchette della batteria? Brrr..." commentò.
La Strega Tenebrosa le sorrise:
"No, penso molto di peggio"
BN si risollevò in piedi. Thomas, ormai inservibile, si era allontanato da lei,
che lo guardò e rise:
"Ah, sì, Connie? Con l'aiuto di chi? You and what army?"
"Lo vedi che non studi? Conosci un incantesimo o due e credi di saper tutto.
Alcuni, più informati di te, ci scrissero una canzone, anni fa: 'The March of the
Black Queen'

(3)

. L'esercito della Regina Nera è dietro di te e non ti sei

neanche accorta del loro arrivo. Perdi colpi, dolcezza"
Pesanti e neri come ombre, i musicisti del gruppo si erano avvicinati con passo
incerto da zombie e le circondavano. Quattro, sì, non contando tutti quelli che
li avevano seguiti per strada, incantati. Zoppicante, incerta ed affamata, la
folla stringeva il cerchio attorno a loro due, Thomas in prima fila.
"Le possibilità sono due" continuò la Strega Tenebrosa afferrando il collo
candido della rivale "O bevi il succo di mela e so che non ti piace molto, oppure
ti arrendi a questi zombie, che facciano di te quello che vogliono; e non ti
vogliono un gran bene, sai?"
BN prese l'ampolla dalle mani di Connie ('che male mi farà mai, questo
intruglio? Ho l'incantesimo della finta purezza'). Era talmente fatta che non ci
pensò due volte.

Bevve e diede un ultimo bacio perverso alla strega, come per schernirla. Un
lungo bacio appassionato, prima di prendere fuoco.

(3) i Queen scrissero “The March Of The Black Queen” tra il 1973 ed il ’74 (Mercury); la canzone era
composta per fare da contrappeso e contrasto a “White Queen” di May; entrambe finirono nel disco
“Queen II” del 1974

L'Aldiqua
[ Piccola commedia stranita e surreale ]

(Alessandro Amadesi, Paola Roela, Massimo Ferraris, Francesco Francica)

Camminiamo per la strada, io e la fanciulla. Ad un certo punto prendo una
sigaretta e me l'accendo. Lei di scatto si volta a guardarmi con la faccia come
quelle dei film di Lucio Fulci, quando la bella di turno vede l'assassino.
"E tu vivrai nel terrore..."
- Ma... tu fumi? - mi chiede.
Ottima domanda.
Vedo che comincia a frugare nella borsa, probabilmente in cerca del suo
crocifisso d'oro. Lo estrae, me lo avvicina e:
- Esci da questo porco... - mi fa.
- Ehi, bella, non cominciamo ad offendere il simpatico quadrupede; e poi chi
sei tu per giudicare? Fino a poco fa ero una persona meravigliosa ed ora... –
- Noi siamo un movimento... –
- Io vedo solo te, sai? Bella, ma sei sola, mi pare. Chi sei TU? –
- Noi siamo un movimento contro l'imperialismo e le multinazionali. Contro il
declino e la perdizione dell'uomo contemporaneo, misero peccatore... adesso comincio a preoccuparmi io - e... scusa, mi sta suonando il telefono –
Prende fuori dalla borsa una mattonella d'oro nuovissimo modello AiFon 10
(giuro, sulla mattonella c'è proprio scritto così) e risponde, inquieta e tesa.
- Evangelista numero 3, sono qui... –

Questa volta non ce la faccio e mi piego in due dalle risate.
- Che hai da ridere, drogato! –
La voce mi blocca e il tono mi alza il pelo sul braccio. Mi volto e incontro la
massa imponente di un tizio con pizzetto mefistofelico vestito con un completo
bianco. Il panama che porta con disinvoltura sul capo è l'unico accessorio a
possedere una striscia scura. Sentirmi definire drogato mi fa imbufalire e apro
la bocca per dirgliene quattro.
- Evangelista, che rapidità! - esclama la fanciulla andandogli incontro - Come
faceva a sapere... –
- Dimentichi che ho occhi e orecchie dappertutto? - la bacia sulle labbra, lei
sembra felice e si mette a sgambettare come una gallina che ha appena fatto
l'uovo.
- Ehi, quella me la volevo fare io! - mi lamento. Il tipo mi guarda come se fossi
un rifiuto gettato a terra e alza il dito medio della mano destra, poi fa lo stesso
con la sinistra e infine li unisce a croce.
- Pentiti o fottiti! - mi grida ad alta voce. - Contribuente della fabbrica del male!Questo è pericoloso, lo intuisco e cerco di stare al gioco. La ragazza, della
quale mi accorgo di non conoscere il nome, si struscia contro di lui in modo
arrapante.
- Due opzioni, uhm... sarei più portato sulla seconda, magari la frase suonava
meglio così: pentiti o fottila! Ma non mi sembra che lei sia molto interessata a
me.- Tu non sai con chi stai parlando, e se continui così subirai gravi
conseguenze. Continuando a tenere i medi incrociati mormora qualcosa di incomprensibile
e all'improvviso compaiono due cani, mastini napoletani per l'esattezza.

- Maccheccazz!.... - cado a terra come una pera marcia e osservo le bestie
ringhianti.
- Ora farai una cosa per me, se non vuoi fare la conoscenza diretta dei miei
amici... –
- Aspetta un momento! Arriva questo, bello belloccio e prima mi frega la tipa
poi mi sguinzaglia i mastini ed ora mi vuole costringere a commettere chissà
quale nefandezza! Ma non dovevo essere io il protagonista di questo
racconto? Eh no! Adesso faccio appello agli autori! Che significa? Fate
qualcosa! –
Ale: - Scusa caro, io ti avevo pensato un po' più figo: sigaretta in bocca,
belloccia pronta a dartela, sprezzante del pericolo, ridanciano davanti alla
richiesta di rinforzi, poi basta che arrivi qualcuno e ti caghi sotto? Mi sa che
non mi sei uscito molto bene.... –
Max: - Ma poi guardati... Ma hai dato un occhio al mio Evangelista? Panama
in testa, pizzetto mefistofelico, le tipe gli si attaccano addosso come mosche
alla merda, poteri illimitati... –
Fra: - Ok, ti aiuto io, ma che ci guadagno? Non lo so... vuoi farti un giro con la
tipella? il premio Pulitzer per la letteratura? Questo dovresti chiederlo a
mefisto-ciccio, Io più che fare quello che volete voi... –
Gli altri: - Va là che se non ci fossimo noi... –
Mi ripiglio dalla caduta e afferro i mastini dalla collottola, guaiscono sorpresi
smorzando i ringhi in gola. Mi guardano con occhioni da cuccioli indifesi, poi
scodinzolando se la danno a gambe. Mi alzo e punto gli occhi nelle braci
dell'evangelista, li conosco bene i tipi come lui, ne ho già fatti fuori un paio da
queste parti.
Infilo la mano nei jeans, porto sempre nelle mutande una calibro 22, ed alla
fine di questa storia la tipella proverà anche la 44 magnum che indosso
davanti.

La sfilo e la punto lesta in direzione dell'evangelista mettendomi in posa
plastica:
- Sì mefistofrocio, preoccupati pure, sono pallottole d'argento... - Sì, va beh, lallero! - esclamo, rivolto a Fra - Non ti sembra un po' troppo?
Devi rendermi un po' più credibile, non ti pare? –
..silenzio imbarazzato...
- Dici che ho esagerato? - Fra medita - Beh, sì, forse ho forzato un po' la
mano. Ma l'hai detto tu che volevi essere un po'più figo, come ti aveva pensato
Ale! –
Chiamato in causa, Ale interviene - Sì, è vero, lo volevo più figo, ma così è
troppo! –
- Allora, cosa dovrei dire io? - si intromette la "tipella" - Siete i soliti maschilisti!
Ale mi ha descritto come fossi un'estremista islamica, Max come una pronta
a darla via e Fra ha detto che tu vuoi farmi provare la 44 Magnum che indossi
davanti! No, dico, se vi sembra poco! - conclude, mettendosi le mani sui
fianchi, con aria di sfida.
I tre uomini, quattro compreso il protagonista, tacciono, di fronte all'evidenza.
- Scusa, tesoro! - azzardo - Se non l'avesse scritto Fra, non avrei mai detto
quella cosa bruttissima della 44 Magnum (che battuta idiota)! - e poi, rivolto
agli scrittori - Ehi, autori dei miei c...la "tipa" qui (scusa bambola, non so
neanche il tuo nome, questi cerebrolesi non l'hanno ancora inventato) ha
ragione! –
- Per fortuna, è arrivata una donna a difendermi! Grazie Pa! - esclama la
ragazza
- Figurati! Se non ci si aiuta tra noi! - risponde Pa.
Ancora silenzio.

- Allora, che vogliamo fare? - stavolta è l'uomo col panama ad intervenire - Mi
avete fatto venire fin qui, ho portato pure i miei cani e adesso non se ne fa
niente? Che gentaglia! E come se non bastasse, li avete fatti anche scappare!
Sapete che vi dico? Mi è venuto un terribile (ihihih) sospetto. Forse sono
venuti a cercare voi, cari i miei autori! –
- No! - esclama Max
- Non dirai sul serio! - incalza Ale
- Ragazzi, ho paura di sì! - urla Fra.
Rumore di ringhi e latrati.
- Ecco, sì, adesso tornano anche i cagnazzi - commenta Ale scocciato, poi
continua - Evangelista 3, ascoltami bene. Hai portato i cani, li abbiamo fatti
scappare ed ora sento dalle loro vocine simpatiche che stanno bene. Sono
tranquilli, almeno? Fai anche tu come quelli che hanno cani modello Hummer
e dicono: "no, ma non fa niente, sai, è buono"? Voglio dire, avrei intenzione di
parlare, senza casini. Bisogna mettersi d'accordo, qui: la signorina... –
- Eustachia - precisa la ragazza timidamente
- Forse eri meglio senza nome, sai, nessuna offesa, eh? Comunque, la
signorina col telefono d'oro vorrebbe essere trattata umanamente, Prima
Persona, qui, è indeciso se essere Woody Allen, un poveretto terrorizzato o il
cugino di Rambo e l'evangelista mi pare un po' troppo ostile. Proporrei di
sederci qui, ci fumiamo una paglia... –
- Sarebbe una contraddizione all'ipotesi iniziale - dice Evangelista 3
Max e Pa sbuffano: - Si vede che ti sta scrivendo Ale, sai? Ipotesi, tesi,
dimostrazione e CVD, che palle, anzi: che due teoremi... –
- Va bene - sbotta Fra - non fumiamo, ma mettiamoci d'accordo una buona
volta. A me Rambo piaceva –
- A me - risponde Max - la signorina un po' vacca piaceva –

- A me sta rompendo un po', 'sto racconto - dice Pa.
- A me piaceva Lucio Fulci, pace all'anima sua - dice Ale - potremmo svoltare
nell'horror con... –
- E a me? - dico io - A me ci pensate mai? A Evangelista, alla signorina
Eustachia Telefono D'oro? Eh? E che cazzo. Da qua in poi la storia la
scriviamo noi - Ale, mi sento un po' schiacciato... - Fra, nella nuova condizione
bidimensional-letteraria non ci si trova molto bene.
- Ma ti sei fatto fregare il portatile da quello sfigato? - Max sembra parecchio
scocciato.
- Adesso non vorrete farmi fare la figura della belloccia facile e idiota vero?
Chiariamo subito: non mi interessano 44 magnum e storielle da una botta e
via! sono un'intellettuale io... - Paola chiarisce immediatamente il suo
personaggio.
- No ragazzi, questo non è possibile! Non è umanamente possibile, sono fatto
di letterine in bianco e nero? Schiacciato in due dimensioni senza forme o
colori che non arrivino dalla fantasia di chi ci sta leggendo? Il personaggio di
una storia...? Mi scappa la pipì...Ale in una vertigine sbianca ulteriormente, le sue letterine diventano quasi
grigie, fortunatamente Fra sa cosa si deve fare in questi casi: prima di
diventare un personaggio era un professionista in certe cose.
- Eustachia! Lo sai che in tre dimensioni hai anche un gran bel culo? –
Evangelo 3 si torce uno dei baffetti e prova ad allungare una mano in direzione
della succulente rotondità, poi apprende immediatamente il significato del
concetto di dolore fisico, localizzato ad altezza guancia, dopo aver avvertito
un sonoro "Sciafff".

- Hai solo da provarci, palla di lardo, non hai i tuoi poteri qua, e adesso sento
anche un po' di puzza, dì da quanto non te lo cambi quel completino da sfigato
anni sessanta? - Ragazzi piantatela, sta storia non decolla come dico io, poi con 'sti quattro
che fanno finta di fare gli scrittori... che dite? Ora che siamo aldiquà, molliamo
tutto e andiamo a farci una birra? -

Il Peso Di Satana

(Paola Roela, Massimo Ferraris, Mriana Kuntz, Alessandro Amadesi, Nadia Finotto,
con la partecipazione di FrancescaP)

Quel giorno, salire la scala che portava al piano superiore le costò uno sforzo
immenso. La salita sembrava non finisse mai. Probabilmente, era il peso
dell’angoscia che si portava dentro. Per non aver compreso. Per non aver
sospettato nulla di quello che stava accadendo. Finalmente, superò l’ultimo
gradino.
Lentamente, si diresse verso le camere da letto. Quella di suo figlio era
posizionata sulla sinistra, poco più in fondo, rispetto alla matrimoniale, sulla
destra. Trascinandosi sempre più a fatica, raggiunse la porta, chiusa, della
camera di Laurent.
Indugiò, con la mano sulla maniglia. Suo figlio non le aveva permesso di
entrare lì dentro, da tanto tempo. Diceva che era la sua stanza, il suo spazio,
che lei non doveva invadere. In quanto alle pulizie, avrebbe provveduto da
solo. Di questo non era affatto sicura, ma aveva rispettato la sua volontà.
Da quando suo marito se n’era andato, lasciandola per una donna più
giovane, Laurent era diventato la sua unica ragione di vita. Anche se non era
un tipo facile, chiuso, introverso. Tutte caratteristiche che l’assenza della
figura paterna aveva accentuato. Si accorse di essere rimasta con la mano
appoggiata alla maniglia. Si fece coraggio e spinse in giù…
Si portò le mani alla bocca, per non gridare.
Le pareti erano tappezzate di poster raffiguranti figure demoniache, immagini
di ragazze coperte di sangue, un dipinto in cui un sacerdote si apprestava a
compiere un sacrificio umano, vittima una donna nuda. E dovunque, sulle
pareti, il numero 666 ripetuto all' infinito…

Uscì dalla stanza, la richiuse dietro di sé, appoggiò le spalle alla porta e si
lasciò cadere e cominciò a piangere, in preda ad una forte tachicardia.
Ma non era il caso di farsi prendere dal panico. Era sempre stata una donna
coraggiosa e dal carattere forte. La sua mente tornò lucida e cominciò a
riflettere velocemente. Lauren sarebbe tornato da lì a un’ora per cena. Non
aveva altro tempo da perdere.
Corse in studio e accese il pc, mai come in quel momento le era sembrato
tanto lento ad accendersi.
Si ricordò di aver seguito, in passato, un servizio televisivo. Il conduttore
parlava di riti ispirati al cosiddetto satanismo acido. Digitò su google 666 e
cliccò… invio. La sua ricerca ebbe inizio. Trovò notizie relative a riti satanici
che si svolgevano nella vicina periferia, per lo più in luoghi boschivi, durante
la notte dei mercoledì dispari di ogni mese. I membri, fondatori della setta,
facevano uso di sostanze stupefacenti ed erano noti spacciatori.
Non riusciva a credere che proprio il suo figlio adorato, lo studente modello,
si fosse lasciato coinvolgere in una tale situazione. Aveva letto abbastanza.
Decise che si sarebbe comportata come ogni sera. Così, fece un bel respiro
profondo, si mise a cucinare, preparò la tavola. Avrebbe accolto Lauren con il
solito sorriso e non avrebbe fatto domande… domani sera, però, l’avrebbe
seguito…
Lauren entrò in casa, come se niente fosse. Diede un bacio sulla guancia alla
madre e salì in camera sua. Sheila lo osservò attraversare la cucina e
imboccare le scale; con lo zaino sulle spalle e il tipico abbigliamento giovanile,
suo figlio sembrava un ragazzo come tanti altri. Finì di cucinare e portò tutto
in tavola, proprio nel momento in cui Lauren sedeva a tavola.
- Tutto bene? - volle sapere. Il figlio infilzò una patata fritta e la guardo curioso.
- Il solito, perché? Mi sembri preoccupata. Non è che papà... –
- No tranquillo, lui non c'entra. Sono solo stanca. Raccontami qualcosa. -

- Ho poco tempo, ma'. Tra un po' mi viene a prendere Rob per andare a...
fare... un giro. A Sheila non sfuggì la titubanza nel pronunciare la frase; conosceva suo figlio
e sapeva quando le raccontava una bugia.
- Va bene, promettimi solo di non combinare guai. Hai solo diciannove anni gli prese una mano e soppesò quello che non riusciva a trattenere dentro. Oggi sono entrata in camera tua... –
- Tu cosa?!? - Lauren si alzò di scatto, schiaffeggiandole la mano. La
forchetta, con la quale aveva infilzato la patata, scattò in avanti, sotto la gola
della madre. - Hai fatto la più grande cazzata del giorno! Ti avevo proibito di
varcare la soglia! - Lauren, ti prego... - si sentì spingere verso il frigorifero, il viso che vedeva
non era più quello del figlio, ma di uno psicopatico pronto ad infilzarla. La
bocca socchiusa in un ghigno malefico, mentre il corpo era percosso da
tremiti. La fissò a lungo, poi lasciò cadere la forchetta e corse fuori di casa,
lasciando Sheila a terra singhiozzante. In quel momento sperò che fosse tutto
un sogno, ma quando sentì l'urlo rabbioso di Lauren capì che i guai erano solo
all'inizio.
Aveva affrontato il tema in modo diretto non solo perché era abituata ad avere
un rapporto franco con il figlio, che però non le aveva impedito di essere
all'oscuro di quello che la sua camera rappresentava, ma anche per vedere le
sue reazioni. Non era un'infatuazione adolescenziale per gruppi rock finto
cattivi o dettagli macabri. La reazione di Lauren, invece di un sorrisino
imbarazzato, era stato un vero e proprio attacco. Non era lui quello che le si
era avventato contro. Si affacciò alla finestra per vedere la strada male
illuminata e spiarne le mosse.
Lui aveva preso il telefono, che all'inizio lei era stata restia a concedergli; e si
era messo a parlare in modo concitato. Poi si era allontanato a piedi. Lilian
prese le chiavi di casa e la borsa, uscì veloce e si avventurò in strada con

l'intenzione di seguirlo. Si trovò nella penombra, in mezzo ad una nebbia
improvvisa che sembrava innaturale. Si guardò attorno e dove avrebbe dovuto
esserci il figlio non c'era più nessuno. La strada inospitale e fredda.
La paura l'assalì e cominciò a tremare. Non era così, non era affatto così che
doveva andare. Rimase bloccata, là in mezzo, a guardare in alto, l'unico
lampione della via. Poco dopo, la luce tremolò, mandò qualche lampo casuale
e malato, poi si spense.
Il buio la aggredì. Una paura improvvisa e folle la spinse a correre gridando
verso casa. Entrò, chiuse la porta a chiave nel modo più veloce che le fosse
possibile e pianse disperata. Voleva uscire, andare a proteggere il figlio - e
chissà mai se ce l'avrebbe fatta - ed invece si trovava lì, bloccata, tra le luci
verdi del salotto e...
Un attimo: quando mai nel salotto c'era stata una luce come quella? Cosa
stava capitando a quella casa?
La casa sembrò come scossa da un terremoto, le pareti sembravano più
curve, la porta della cucina sbilenca da un lato. La scalinata come corrosa da
un potente acido, il tappeto un tempo rosso e brillante, era uno straccio ridotto
a brandelli. Il rubinetto della cucina gocciolava repentinamente, scandito da
uno spartito invisibile. L'orologio a pendolo sbatteva contro il vetro, fino a
romperlo. La serratura della porta scattò un paio di volte. Sheila corse a
vedere cosa fosse successo, provò a girare la chiave nella mandata, ma la
chiave si spezzò. La sua casa ormai era un posto senza leggi, senza tempo,
senza via d'uscita. Solo quella luce verdastra sembrava tenerle compagnia,
null’altro che un silenzio sinistro e minaccioso. Sembrò quasi riuscire a sentirsi
il respiro. Irregolare. Aveva la bocca secca, e non aveva idea di cosa le stesse
succedendo.
Uno scricchiolio sulle scale, un rumore di scarpe pesanti. Era Lauren che le
diceva di salire di sopra. Con una mano le faceva segno di seguirlo, nell'altra
aveva un coltello da macellaio. Sheila salì piano, tremando, e ogni scalino
corroso che seguitava era sempre più alto e pericoloso.

- Se proprio vuoi conoscere il mio mondo, ti ci porterò dritta dritta proprio io! le disse suo figlio
- Lauren ma io non vo-levo - rispose Sheila
- E' troppo tardi mamma, è troppo tardi per tutto - le rispose, leccando la lama
già fradicia di sangue. La sua lingua lunga raggiunse un estremità all'altra
senza fermarsi a riflettere, né un taglio, né un gemito, solo un godimento
sfrenato.
- Questo qui è il mio Dio, e queste sono le cose che lui ama fare, e che da un
po' amo fare anche io. - disse, indicando le foto appese al muro di donne
sgozzate - Il suo è un peso orribile, ma io lo definisco un peso d'oro, se
seguirlo comporta tutta questa gioia, allora sarò ricco. Sheila, spinta sulla soglia della porta della stanza del figlio, ora spalancata,
tornò a guardare le pareti: passò in rassegna le fotografie ad una ad una,
inebetita da tutto quel sangue che sembrava quasi staccarsi dalle fotografie e
scorrere lungo le pareti, acquisendo una vita propria. Il figlio la spinse con
forza all'interno della stanza mentre i suoi occhi iniettati di sangue ridevano al
pensiero di ciò che avrebbe fatto di lì a poco. Il suo sangue gli scorreva ai lati
della bocca e lui ne gustava avido il sapore:
- Guarda bene mamma, perché sono le ultime cose che vedrai - disse con un
ghigno.
Sheila non si voltò a guardarlo, semplicemente continuò a guardare le pareti
come ipnotizzata e più le guardava e più sentiva un peso enorme che la
schiacciava, che la faceva sentire sempre più oppressa e che le stringeva il
petto.
- Laurent.... - disse sempre senza voltarsi e la sua voce apparve cavernosa
come mai lo era stata.
- Stai zitta, mamma. Non hai più diritto di parlare, ora sei nel regno di Satana
e io sono il suo Sacerdote. Inginocchiati. Inginocchiati ho detto! - le gridò

alzando il coltello più in alto che poté per imprimere maggior forza al colpo
mortale che avrebbe sferrato. Un enorme senso di avvilimento si appropriò di
Sheila: Com'era possibile che non avesse capito nulla? Molto lentamente si
voltò verso di lui e quello che vide Laurent fu la cosa peggiore che mai avesse
pensato di poter vedere: Sheila voltandosi si scostò piano i capelli e sulla sua
fronte apparve infuocato il 666 e con gli occhi iniettati di sangue disse:
- Laurent, ma come hai fatto ad essere così stupido? Come hai fatto a pensare
che io non avrei mai messo piede nella tua stanza se io stessa non fossi stata
parte del mondo che credi di avere scoperto da solo? Io sono il tuo Signore,
ma sei stato troppo stupido e ora devo ucciderti Sollevò un braccio e il coltello che prima Laurent aveva in mano gli si conficcò
dritto nel cuore.

Sudore
[ ... e odore di legno bagnato ]

(Francesco Francica, Alessandro Civiero, Alessandro Amadesi)

Mi guardi fisso negli occhi mentre mi scivoli attorno, mentre ti rincorro, mentre
con uno scatto di lato dello sguardo mi schiaffeggi con una ciocca di capelli.
Ti guardo fisso negli occhi perdendomi nel cercare le tue pupille nel nero
tagliente del tuo sguardo, mentre ti acchiappo e ti lancio via senza lasciarti,
per bloccarti appena prima di farti decollare al ritmo delle spazzole che
pestano sulle pelli di quel dannato rullante. Ti blocchi solo per un secondo
lanciando a mezz'aria le tue cosce tornite e velate di nylon che spezzano il
fiato e le coronarie degli astanti. Ansimano loro, e sputano fiamme di desiderio
da quegli occhietti liquidi di chi è qui solo perché ha preso qualche lezione
privata nel segreto della sua camera da letto da lord dalla cameriera di turno.
Ma stasera il caimano sono io, e noi due sappiamo dove arriveremo, ed anche
se fingi di scapparmi via tra poco ti avvinghierai come una anaconda alla mia
pelle nera e sudata. Lo sanno bene, e questa è la nostra rivincita, ci spaccano
la schiena e fanno vibrare i nerbi con il piacere sadico dei padroni durante il
giorno, nei campi, nelle cucine, nelle lavanderie, nelle stalle... Ma qui si
incantano mentre ci guardano pallidi, sognando di avere il colore della nostra
pelle, desiderando di sapersi muovere al nostro ritmo, al nostro tempo, con la
nostra musica, che al massimo possono ascoltare. Gli angeli tarantolati siamo
noi, io e te, con gli occhi di brace fissi gli uni negli altri mentre il pavimento
brucia, mentre il sudore ci scorre addosso peggio che nell'amplesso che
arriverà tra poco, mentre il tuo odore ed i tuoi movimenti inebriano l'aria e i
pensieri di queste teste bionde...

Si sfogheranno in una camera del bordello all'angolo mentre il pianista sotto
gli suonerà ancora un altro boogie.
Poi torneremo a soffrire, sai, mia pantera sgusciante! Torneremo a soffrire nei
loro campi, nelle loro magioni. Ma la realtà è che noi viviamo, qui, ed ora,
mentre loro sono morti. Sono pallidi come cadaveri, e non hanno sangue che
gli scorre nelle vene, ma whisky, e fiele. Ci odiano tanto, come noi odiamo
loro, ma il ritmo del cuore è diverso. Il nostro palpita con quello del mondo,
con quello della terra, che è nera, calda e bruciata dal sole, come noi lo siamo.
Per questo non moriremo. C’è sempre una ragione per andare avanti,
nonostante tutto, nonostante i bianchi. Questa sera, la mia unica ragione sei
tu, e quelle tue gambe coperte dalle calze di nylon che ti sei procurata, chissà
come, chissà dove. Puoi parlarmi di tutto, ma io non ti ascolterò. Ho già i sensi
tutti occupati dal desiderio di te, mentre mi torturi con questa danza, questo
ballo asmatico, nel caldo umido del fienile dietro le baracche dove presto
andremo a giacere. Animali, direbbero loro. Fanno sesso come gli animali.
Certo! Le bestie fanno sesso in modo puro, perché non conoscono la malizia,
non conoscono l’egoismo. Mentre loro credono di essere padroni di loro
stessi, dei loro sensi, delle loro donne, dei nostri corpi, delle menti di chi sta
sotto il loro giogo. Per questo non si salveranno mai. Non sanno una cosa.
Che la vita non è nostra, ma ci è stata data in prestito. Per cui, anche se ce la
rubano, non ci portano via una cosa che ci appartiene, e non dovranno
rendercene conto a noi, ma forse a qualcun altro. Intanto ti stringo, ti lascio, ti
faccio scivolare lungo il mio ventre, le tue gambe allargate, per scandalizzarli,
per farli andar via disgustati. Intanto però, tornano a guardarci, a spiarci, di
lontano, come ogni sabato… domani andranno alla funzione religiosa e si
batteranno il petto, ma questa notte, sono qui come sempre.
Non ne hanno un'idea, questi qui in giro. Incravattati ed ingessati che hanno
quasi paura di scomporsi la pettinatura; e queste rare signore in abiti da sera
lunghi e quasi sempre scuri, non sia mai che si possa intravvedere una loro
caviglia. Li vedi, le vedi? Che non sono figli e figlie dell'uomo, questi manichini

di legno chiaro di betulla qui attorno. Queste cosiddette signore ce l'hanno
solo loro e ce l'hanno d'oro. Sono sicuro che le cose stanno in un altro modo.
Non vogliono capire, hanno tutto l'interesse a far finta di non capire e dare
delle bestie a noi. Eppure le bionde signore cominciano ad agitarsi sugli
sgabelli e non credo che sia il freddo.
Non mi interessa, chiunque siano non hanno te fra le braccia, loro non stanno
abbracciando la tua vita, con me qui ci sei tu. Ed il qui di questo momento vale
più milioni di momenti dei loro. Donna, io e te diamo spettacolo, i nostri corpi
danno spettacolo ed i tuoi occhi mi fanno perdere il lume della ragione. Questo
boogie è più veloce ed il batterista mi guarda con aria compiaciuta: sì che ci
siamo capiti. Sta swingando ad una certa velocità su charleston e piatti ed il
contrabbasso gli va dietro che è un piacere. Questo è erotismo in musica,
piccola, ma tanto lo sappiamo già, noi due. Te l'ho già detto che i tuoi occhi
mi fanno perdere il lume: mi ricordo, una sera di Ottobre uscimmo dal locale
stanchi e sudati e mi partì spontanea quella frase; e tu l'avevi già capito,
perché sorridesti ed io mi sciolsi nella pioggia. Poi... beh, quello che successe
poi non lo racconterò certo a questi figli di schiavisti. Sono cose nostre.
Il fratello batterista si diverte, il bassista ed il sax gongolano. Sì, questa sera
è la rivincita: presto voleremo via da questa cazzo di valle di lacrime e gli
rideremo in faccia come sappiamo fare solo noi due; e non credo che questa
volta rideranno loro.
Il sudore mi cola da dietro le orecchie e scivola lungo il collo spegnendosi sul
colletto di questa camicia bianca che di integro conserva giusto collo e polsini.
La seconda goccia rallenta un momento e, mentre ti ho vicina, col tuo nasino
appena accennato puntato sul mio orecchio, appena prima di rilanciarti come
un bambino con il suo yo-yo, apri la bocca, tiri fuori la lingua e fai tua la piccola
goccia di sudore. Ti sento scorrere lateralmente fino al lobo del mio orecchio
e non ho più freni... Ti porto via.
Nel fienile qui dietro il locale ti abbraccio da dietro, inarchi la schiena e gonfi il
petto, lo accarezzo e poi stringo i tuoi seni turgidi. Ti bacio come se fosse

l'ultima cosa che mi è data di fare su questo pianeta, poi afferro i tuoi glutei e
frettolosamente li scopro, non vedo più nulla, non senti più nulla solo il ritmare
veloce e sincopato della tromba del fratello dentro il locale che si dà da fare
in un altro modo sublime. Avverto solo il tuo odore, il caldo che proviene dal
tuo corpo, vedo solo la tua pelle nera nel nero della notte e non sento che i
tuoi ansimi di desiderio, i miei sensi sono rapiti da te, non avverto null'altro
che te.
Non sento i passi fuori dal fienile, non percepisco l'odore di bruciato delle torce
e neppure sento le lente cantilene degli uomini incappucciati che piano si
stanno avvicinando. Non hanno fretta, sono in molti loro, e sono a caccia di
bestie, bestie nere.
Li senti, ti volti, mi tappi la bocca con il palmo delle mani, sgrani gli occhi
terrorizzata e mi guardi. Ci tuffiamo seminudi nel fieno pregando che non ci
abbiano visto altrimenti finiremo in un falò alto dieci metri. Smettiamo di
respirare, afferro lo stiletto e lo stringo forte nel pugno, la prossima goccia di
sudore che mi scenderà dalla fronte sarà gelata.
Ti stringo a me, d'istinto, per proteggerti. Ripensandoci siamo nudi, in un
campo, abbracciati e le fiaccole si stanno avvicinando. Forse anche tu ti stai
chiedendo come ti potrei proteggere. Mi arriva l'odore delle spighe di grano
che stanno maturando lentamente, è ancora troppo caldo, è ancora troppo
presto per mieterle; si alzano nel campo e chissà mai se ci potranno
nascondere. Come potremmo fare, altrimenti? Non c'è altro qui e noi, corpi
scuri nella notte, presto verremo illuminati da quelle torce. Sento il tuo odore
di femmina sudata ed eccitata ed in un altro momento sarei un uomo felice,
ma nelle note dei tuoi odori sento la tensione che ti si sta trasformando
lentamente in paura. La musica, lontana, cala, sovrastata sempre più dai
rumori di vetri rotti del locale, grida animalesche di incappucciati e strilli isterici
di donne che forse mai avrebbero pensato potessero esistere cose come
quella. La luce della croce che brucia la intravedo tra le spighe di grano là, in
fondo, davanti al parcheggio del locale. Sono arrivati là! Ci arrivano frasi

sconnesse gridate ai quattro venti, per niente ragionate, ma come potrebbero
mai usare la testa questi finti cristiani di giorno e criminali di notte? Frasi
vecchie ed usate come: "Amici dei negri, vi faremo vedere noi". Guardo i tuoi
occhi e ci leggo il terrore e la rabbia dei secoli, degli antenati, la stessa rabbia
che mi fa stringere forte lo stiletto. I fratelli neri che suonano là dentro, diavolo.
Musicisti, compagni di vita, fratelli nel Signore, le migliori menti musicali, le
abbiamo lasciate là.
"Vi lascio la Pace, vi do la mia Pace" diceva Gesù. Come mai ne è uscito
questo mondo? Come posso sentirmi uomo a lasciare soli i miei fratelli? Mi
rivesto con quel poco che trovo, mi rialzo in piedi ed inizio a correre.
E tu dietro di me, corriamo verso il grano maturo, con l’estate ancora dentro,
e dietro le spalle un inverno di grida disperate, un inferno di fiamme dove
periranno tutti i peccati per i quali stiamo pagando quest’assurdo fio. È sudore
di paura, di fatica, ma anche di orgoglio, quello che mi cola sulla fronte, sul
collo, sulle spalle, lungo la schiena ancora calda di te. Ad un tratto non ti sento
più. Inorridisco, pensando per un attimo che non sei più dietro a me, e che ti
sei persa in questa notte nera e sulfurea, come i nostri occhi. Mi fermo, mi
volto, smarrisco il mio sguardo nel buio della campagna. Oltre il grano ci sono
i campi di cotone, il deposito di fieno da cui siamo scappati, ed il fumo acre
che sale da sopra il tetto, perché oltre il capanno ci sono le fiamme dell’odio,
le grida di chi abbiamo abbandonato. Non ti vedo. Le gambe mi tradiscono,
cado sulle ginocchia, che avevano retto così bene l’allegria del ballo,
l’eccitazione dell’amore, il desiderio che si è sfigurato in angoscia. E non ti
vedo. Il tuo viso è scomparso dalla mia vista, dalla mia mente. Il tuo corpo
esile e lucido di sudore sotto i panni leggeri si è dissolto nella notte, nell’odore
della paura. Dove sei? Dove sei? È un grido muto, una preghiera che mi
martella il cuore, il quale sembra esplodere sotto la mia camicia sciupata dal
sudore.
Disperazione, desolazione, impotenza. Ormai non posso più correre, perché
senza di te mi sento ancora più solo di quanto il buio, la notte e la mancanza

di forze mi facciano credere. Scuoto la testa. Rivoli scendono sulle mie
guance brune, e non sono sudore, ma lacrime. Lentamente mi rialzo, la testa
alta, e torno sui miei passi. Vedo il tuo vestitino svanire oltre l’angolo del
fienile. Sei tornata indietro. E il mio grido sconvolto si alza selvaggio tra il
grano.

Non mangiate quella mostarda....
[ Da uno spunto di Cleo Patra ]

(Nadia Finotto, Cleo Patra, Paolo Albertin, con la partecipazione di Barbara
Pezzella)

Quella sera proprio non le andava, ma se non l'avesse fatta i pomodori
sarebbero

diventati

rossi

e

addio

mostarda

di

pomodori

verdi.

Svogliata guardò la cassetta dalla quale cinque chili di pomodori verdi la
guardavano sghignazzando e dandosi gomitate l'un l'altro mentre facevano
battute indirizzate a lei. "Fottutissimi pomodori" pensò Gioconda "ridete, ridete
pure di me, tra poco non sarete che poltiglia bollente" ed inforcò il coltello più
tagliente che aveva. Schizzò acqua dappertutto nel lavarli, schizzò semi
dappertutto nel pulirli, ma non le importava nulla perché anelava solo a tagliarli
in tanti minuscoli pezzettini ed a tuffarli nella grossa pentola già bollente per
sentire le loro vocine gridare di dolore e poi zittirsi liquefatti. Non le importava
niente del lavandino e del muro che la insultavano per il pasticcio che stava
combinando, voleva solo vendicarsi di tutto e di tutti e quella mostarda
sarebbe stata la sua arma. Sì, la sua arma micidiale.
Gioconda non aveva avuto una vita facile, già iniziando dal nome che
sembrava essere stato scelto durante la visita dei genitori in un manicomio.
Nessuno le aveva mai detto "ma che bella bimba che sei" perché era davvero
molto difficile, con tutta la buona volontà, fare un'affermazione così azzardata.
Gioconda era strabica, aveva le gambe a x, era magra come uno
stuzzicadenti ed i capelli di un castano spento erano crespi e quasi impossibili
da pettinare. Dietro alle spesse lenti, gli occhi impararono presto ad essere
dei coltelli acuminati. Non solo odiava i compagni, ma odiava la lavagna che
la sfotteva perché era più piatta di lei, il banco che le pizzicava apposta i piedi

troppo lunghi, persino le sue amate biro la deridevano e le schizzavano
sempre l'inchiostro sulle sue dita tozze. Da grande le cose non erano
migliorate granché.
Lavorava come impiegata in Comune. Alle "Pari opportunità". Pure
l'assegnazione dell'ufficio pareva una presa per il culo. Lei non si era mai
sentita pari a nessuno. Inferiore sì, una marea di volte, ma pari mai.
Per lei già solo il fatto di lavorare in Comune era una sfida giornaliera. Non
tanto per il lavoro, quanto per i colleghi. Anzi, LE colleghe. Ogni giorno
imprecava davanti al guardaroba: ormai aveva messo e rimesso più volte gli
stessi vestiti. Aveva abbinato e ri-abbinato come meglio poteva, talvolta pure
ai limiti del buon gusto, quei quattro stracci che aveva. Le colleghe invece,
ogni giorno si cambiavano d'abito. Parevano avere un guardaroba infinito, di
quelli che tutto è abbinato con tutto.
Gioconda le notava queste cose, come era sicurissima che le altre notassero
il suo goffo tentativo di tenere il passo con una realtà che non le apparteneva.
Si sentiva imbranata in tutto quello che riguardava l'estetica: per apparire
appena guardabile, si doveva alzare almeno un'ora prima rispetto ai comuni
mortali. E in ogni caso il risultato non la soddisfaceva. Mai. Aveva avuto seri
problemi per questa faccenda dell'abbigliamento sul posto di lavoro: aveva
cominciato a spendere praticamente tutto lo stipendio per comprare vestiti,
scarpe, borse e trucchi nella speranza di assomigliare vagamente alle
colleghe di lavoro. Nella speranza di essere accettata. Mentre rimestava i
pomodori nella pentola ripensò a quante volte quelle megere l'avevano fatta
sentire fuori posto...
Il ribollire dei piccoli pomodori verdi che si afflosciavano lentamente nella
pentola come lumache rammollite, la faceva rallegrare. Morti, sarebbero tutti
crepati dal primo all'ultimo. Odiava chiunque, indistintamente, anche i suoi
parenti che la deridevano. Più volte li aveva sentiti sbeffeggiarla mentre
rimiravano sul libro, il capolavoro di Leonardo. Anche i muratori che ora
stavano ristrutturando il bagno lasciando polvere ovunque, avrebbero avuto

ciò che meritavano, soprattutto l'uomo coi baffetti. Anita le aveva
commissionato quattro chili della sua famosissima mostarda. Ogni tanto
Gioconda per raggranellare qualche soldo in più aiutava la zia con la ditta di
catering e quella sera doveva servire tanti inutili pinguini con la puzza sotto il
naso. Con il chilo restante avrebbe riempito dei barattoli di vetro regalandoli
ai suoi colleghi e parenti.
Il suo piano ero semplice e veloce. Con le dita tozze e pelose, aprì un
barattolino bianco, l'etichetta indicava "Stricnina", se l'era procurata su
internet, lì potevi trovare qualsiasi cosa. Ne abbondò, non voleva rischiare che
qualcuno per sbaglio rimanesse vivo. Gli effetti si sarebbero visti in un'ora,
tutti i muscoli si sarebbero paralizzati, ma la cosa divertente era che la mente
almeno per poco sarebbe rimasta lucida. Poi sarebbero soffocati come i
pomodori verdi nell'acqua bollente.
Aggiunse lo zucchero, doveva contrastare il gusto amaro del veleno. Una
volta fatti fuori tutti, avrebbe ereditato i sodi della zia e se ne sarebbe scappata
in Brasile, lì i chirurghi estetici erano spettacolari, avrebbe cambiato volto e
nome, si sarebbe chiamata Regina. Le cinque ore di cottura erano terminate,
ora la mostarda di pomodori verdi era lì che le sorrideva sotto gli occhi di topo.
Mise la sua creatura nei vasetti resi particolarmente accattivanti grazie ad
etichette comprate anche loro su internet, li ripose capovolti sul tavolo il tempo
che sarebbe servito a creare il sottovuoto e si sedette a tavola con il viso
appoggiato al dorso delle mani. Un sorrisetto feroce si disegnò sulle sue
labbra mentre il suo sguardo passava in rassegna uno ad uno i barattoli.
Doveva fare molta attenzione, non poteva rischiare di farsi beccare con le dita
nella marmellata e farsi scoprire come la più stupida dei delinquenti perciò il
suo piano doveva essere ben architettato. Pensò che se avesse distribuito i
vasetti tutti insieme il sospetto avrebbe potuto facilmente nascere perché
sarebbe stato facile risalire alla stricnina nella mostarda. Decise allora che
avrebbe comprato della normale marmellata al supermercato e ci avrebbe
aggiunto un altro tipo di veleno che non fosse stricnina, tanto su internet ci

trovi di tutto. In quel modo le indagini avrebbero potuto essere sviate giusto il
tempo necessario a darle modo di eclissarsi prima che la Polizia avesse
potuto fare due più due ed arrivare a lei. Non lasciò sole le sue creature e
rimase a controllarli finché non sentì il classico "plop" del sottovuoto e poi li
ripose con cura in una borsa.
Si vestì con le prime cose che trovò, tanto lei, in ogni modo si vestisse,
sembrava sempre una che apre l'armadio e si infila addosso i vestiti scelti
tenendo gli occhi chiusi, mise i corti calzini colorati di cui andava fiera e che
credeva facessero pendant con i vestiti spaiati, infilò le scarpe tipo mocassino
con carrarmato ed andò non al supermercato sotto casa, bensì a quello a due
isolati di distanza che vendeva marmellate di marche diverse. Ritornò a casa
trionfante con i suoi bei vasetti. Ora mancava solo l'ordine su internet, ma lo
avrebbe fatto dal PC della zia sempre per sviare i sospetti. Di nuovo il
sorrisetto feroce si dipinse sul suo viso.
Ma un'idea trionfante le venne in mente di botto: uscì in giardino e raccolse
una abbondante manciata di foglie di oleandro.
Perché non ci aveva pensato prima? L'infuso di oleandro è un veleno
potentissimo e per giunta del tutto casalingo!
Fece bollire per un'ora le foglie in poca acqua finché non restò che una
gelatina bruna, e velenosissima. La mescolò alla marmellata acquistata per
poi travasarla in altri vasi. Ecco qua: tanti bei vasetti micidiali. Uscì di casa ed
incontrò per caso i muratori che tornavano per finire il bagno.
"Come va?" li accolse felice, e quelli le risposero con una smorfia, tanto cosa
valeva, la consideravano una cozza inguardabile "Avete fatto proprio un bel
lavoro, vi posso regalare una marmellatina artigianale?"
Ciò detto offrì un vasetto a testa che quei buzzurri accettarono senza
entusiasmo. Ma ne avrebbe pagato ben le conseguenze, pensò, ridendo tra
sé.

Così, soddisfatta, montò in macchina con il suo carico velenoso che aveva
appena cominciato a spargere tra i suoi nemici. La vendetta aveva avuto
inizio. Mentre guidava si accorse che non provava nessun tipo di rimorso,
anzi, il pensiero della strage che stava per compiersi la ringalluzziva.
Ecco un'attività che la rendeva felice.
Entrò in ufficio che stavano tutti attorno ad un tavolo chiacchierando
allegramente: il rinfresco! Si era dimenticata del compleanno di Giulia, la sua
collega più antipatica, la più carina e che, cosa che la faceva illividire di rabbia,
la trattava con amicizia e gentilezza pure. Ma ora la storia era finita. Gioconda
la salutò e abbracciò, e cominciò a distribuire le sue marmellatine agli astanti.
"Grazie, grazie, non vedo l'ora di assaggiarla" la ringraziò calorosamente
Giulia. Poi Gioconda si infiltrò tra la folla di colleghi che dopo aver accettato
con gelida gentilezza i suoi vasetti avevano continuato a chiacchierare tra
loro, ignorandola come al solito. Gioconda prese un cappuccino e si appoggiò
allo stipite della porta, avrebbe fatto da tappezzeria, come al solito: osservava
quella folla variopinta di estranei con i quali aveva trascorso gli ultimi, tristi
anni di vita; e le sembrava impossibile di aver sprecato così tanto tempo, così
tanta energia psichica a provare ad integrarsi, a farsi accettare da quegli
esseri superficiali ed egoisti che ripagavano i suoi sforzi con tanta indifferenza.
Il pensiero del suo trionfo le dava una vertigine, un'ebbrezza sconvolgente:
mai si era sentita così viva, così intensamente percorsa da una giustizia più
alta di loro tutti, la massima livellatrice, indifferente ai banali rituali sociali. Ad
un certo punto si aprì la porta del direttore ed uscì un carrello con una torta
cioccolatosa:
"Auguri Giulia!"
Cominciarono i cori di: "Tanti auguri a te...."
Giulia si avvicinò a Gioconda, trascinandola al suo fianco:
"Mi puoi dare una mano a distribuire le fette?"

Gioconda non riuscì a negarsi e si preparò con un piattino in mano mentre
Giulia ci appoggiava la prima fetta.
"Ti prego Gio' assaggiala tu per prima, ci tengo, l'ho cucinata stamattina
presto, dimmi come è venuta, dai."
Gioconda si sentiva osservata, così diede un paio di morsi: la torta era buona,
dolce, una specie di sacher.
"Sai, hai fatto bene a regalarmi le tue marmellatine, così prima mi è venuta
un'idea e l'ho farcita per bene, com'è venuta secondo te?"
Gioconda la guardò con gli occhi strabuzzati, avrebbe voluto sputare tutto, e
strozzarla con le sue mani, ma già i morsi del veleno la stavano trascinando
verso il mondo delle tenebre.
Morì così come aveva vissuto, maledicendo il mondo intero.

Sono Yuri, della Vostok, è tutto il giorno che frullo nel cielo...
[Ad un certo punto della storia, grosso modo all'inizio del Capitolo V...]

(Alessandro Amadesi, Francesco Francica)

All'epoca il DavidBowie si chiamava ancora David Robert Jones ed era un
ragazzino di quattordici anni, io non ero ancora nato ed anzi, ci sarebbero
voluti altri dieci anni (e mezzo, mi raccomando il mezzo), la Ferrari 365 GTB
'Daytona' nacque sette anni più tardi e... e qui vai a capire che analogie ci
sono... mah.
All'epoca in tutto il mondo tutti furono entusiasti del fatto e della notizia, a parte
qualche ultimo fanatico del maccartismo che vedeva russi cattivi ovunque.
Attenzione perché, per i detrattori, gli allora sovietici diventavano 'russi'. Così
come per i filosovietici, gli statunitensi diventavano sbrigativamente 'gli
americani' e per loro la grande tristezza fu lo sbarco sulla Luna, che in seguito
si affrettarono a negare. Conto pari.
1 a 1 e palla al centro.
All'epoca, si diceva, il prode Yuri era un giovane, aveva ventisette anni, la
famosa età di Jimi Hendrix, Janis Joplin e via diventando macabri. Lui, però,
fece il grande colpo, a quell'età.
In breve, il signor Jurij Alekseevič Gagarin partì con la Vostok 1 e si trovò,
all'incirca il 12 Aprile del 1961, trecento chilometri al di sopra delle capocce
dei suoi concittadini e colleghi di pianeta. In orbita sopra la Terra. Si fece una
frullata attorno al pianeta per tutto un giorno intero e non è cosa così
frequente.
Nella trascrizione trovata dai nostri studiosi, si legge ed ascolta ciò che il
Gagarin disse veramente in quell'occasione...

YG: "Questa canzone che mi fate sentire è americana, è illegale? Fortissima,
'Louie Louie', si chiama. Compagno Voronin, da dove cazzo l'hai captata?"
CV: "Compagno Gagarin, attento a quel che dici, fortunatamente non sto
registrando... perlomeno io no..."
YG: "Non mi rendo conto di quel che potrei dire... Mi state sparando in orbita
a ventiquattromila chilometri orari, altro che MIG, questo sì che è ballare...
Grazie mamma Russia!!!"
CV: "Tra poco ti abituerai... appena uscito dal campo gravitazionale terrestre
non dovresti avvertire il senso di attrito, non percepirai più la velocità... almeno
credo..."
YG: "Ti farò sapere, compagno, se ne esco vivo. Mi sento come una aringa
del baltico finita in scatola... Dovevate rimpinguare le derrate del'armata
rossa?"
CV: "Siamo su con lo spirito, vero compagno Gagarin...?"
YG: "La stiamo nuovamente piazzando in quel posto a quei vaccari
d'oltreoceano e non dovrei sentirmi su di morale? Kaaaaaalinka Kailinka
Kalinka Moja!"
CV: "... Ach, pod sosnoju, pod zelenoju, Spat’ položite vy menja! Come vorrei
essere

al

tuo

posto,

compagno...

dimmi

cosa

vedi,

racconta!"

YG: " Blu, nient'altro che blu, non riesco ancora a girare la testa... troppa
pressione! Solo blu, l'unica cosa rossa è la stella sulla mia tuta..."
CV: "Quando registreremo dovrai raccontare che il cielo sopra la madre russa
è rosso, colmo di stelle, falci e martelli... sei d'accordo compagno? ...
compagno... COMPAGNO GAGARIN!!!"
...
YG: "Chiedo scusa, compagno, Voronin... è una sensazione particolare, sono
appena uscito dal campo gravitazionale della terra!"

In quel momento la frenata, neanche troppo graduale, gli sembrò quasi
insopportabile.
Gagarin sapeva bene che non si trattava di una frenata, o almeno lo sperava.
Era l'effetto del calo di gravità che gli fece arrivare lo stomaco in gola.
Sensazione orrenda.
"Vacca ladra..." commentò, tra sé e sé.
Avendo il canale di comunicazione aperto, la frase fu avvertibile anche al
controllo a terra e Nikolaji Voronin sorrise, sentendolo. All'istante, però, si
chiese

se

il

compagno

Yuri

non

avesse

avuto

problemi

gravi.

"Ci sei, Yuri Alekseevic? Tutto bene?"
Gagarin cercò di reprimere il moto di nausea del primo momento e tentò di
rispondere in modo deciso.
"Compagno Gagarin, si dice. Quando saremo collegati dovremo essere più
professionali"
"Ho capito, ma stai bene o no?"
"Direi che è la zona giusta a cui abbiamo stabilizzato Laika, perché è calata
la gravità ed andando oltre si potrebbe partire nello spazio"
"Ti fermi a quel livello orbitale? Sei già arrivato, allora"
"E adesso? Che cazzo fa uno qui tutto il tempo? Chissà cosa faceva la
cagnetta Laika, qui. Chissà se era ancora viva quando è arrivata in orbita"
"Compagno Gagarin, ti metti a parlare di disgrazie, adesso?"
"No, pensavo... Kudrjavka, povera bestia, non era programmata per il rientro
e..."
"Porca puttana, compagno, dovrebbe essere un momento di gioia e tu svacchi
così? Laika probabilmente non è sopravvissuta al lancio e detto solo tra di noi,
mi dispiace da matti. Ufficialmente, però, gloria allo Sputnik 2. Adesso pensa
ad altro, che è meglio"

"Ad altro... e tu mi partiresti subito con le tette della compagna Vorodina, da
quel maiale che sei."
"Compagno Yuri, o dovrei chiamarti 'nome in codice Cedro', no? Piantala con
la Vorodina che tanto ci hai lasciato gli occhi anche tu; e poi sei in orbita e tra
un po' ti collego al resto del mondo. Non è bello che il grande capo Nikita
senta queste tue frasi"
"Ma forse Nikita Chruščëv non ha neanche piacere di sertirsi chiamare
'grande capo Nikita', cosa ne pensi? E comunque sono un uomo sposato, più
che il compagno Cruscev temo la mia signora"
"Va bene, spegni la musica, che se alla base sentono cantare gli americani è
un casino. Ti collego"
"No, aspetta..."
"Dai, Yuri, guardati attorno e pensa ad una frase adatta. Cerca di fare in
fretta."
In quel momento Yuri Gagarin pensò che il collega a terra avesse pienamente
ragione.
Spegni la musica ma soprattutto cerca di alzare la testa, che sei ancora
rannicchiato.
Alza la testa e cerca l'oblò, ti ricordi che c'era anche un oblò, no?
Guarda fuori da quella cazzo di finestra, una volta tanto.
Che quelli a terra hanno paura come e più di te, sai.
Alza la testa.
Yuri Gagarin alzò la testa cercando di rilassare i muscoli dell'addome contratti
allo spasmo nel tentativo di fermare il vuoto cosmico formatosi nello stomaco.
Le gambe scattavano via in tic nervosi sentendosi inutili ora che non
avrebbero dovuto sostenere il peso del corpo, una vertigine di una sensazione
che nessuno aveva mai provato, chiamarla leggerezza implicava la seppur

minima presenza di peso, quella era l'assenza di gravità, avrebbe dovuto
coniare un nuovo vocabolo: la seezza, la quasità, l'apesia... Slacciò la cintura
di sicurezza e si staccò dolcemente dal sedile fluttuando lievemente in
direzione dell'oblò dal quale filtrava una luce azzurrina che iniziò ad
illuminargli dapprima il casco, la scritta rossa carminio CCCP brillò, poi si
riflesse sulla visiera facendola risplendere, infine l'azzurro inondò i suoi occhi
altrettanto azzurri. Era il primo uomo ad avere il privilegio di osservare il
mondo dallo spazio, il primo a vederlo con i propri occhi, per lui adesso era
qualcosa di tangibile, ora era vero, non era più una serie di segni presunti
sopra una cartina geografica, non aveva punti di riferimento, non esisteva
nord o sud, nessun equatore, nessun meridiano, solo una palla blu che
fluttuava nel nero assoluto, uno zaffiro nella notte, silenzioso eppure
stracolmo di vita invisibile.
CV: "Ok, compagno Gagarin, inizio a registrare, mi raccomando, parti quando
vuoi, tre due uno..."
Ma Gagarin non sentì nulla di ciò che il compagno Voronin stava dicendo. Le
parole che gli uscirono furono una considerazione spontanea, quasi
involontaria, ma la disse a voce alta: "Da quassù la Terra è bellissima... senza
frontiere... né confini." Il compagno Voronin sgranò gli occhi: nessun
riferimento al socialismo o alla madre Russia, qualcosa di bellissimo - certo ma che avrebbe pensato il compagno Nikita Chruscev?
Se l'avvenimento fosse avvenuto una decina di anni più tardi, Nikita Crushev
gli avrebbe dato idealmente dell'americano hippie, per quella frase. Sarebbero
state grane serie.
In quel momento, invece, trecento chilometri sopra di loro, Gagarin sentì solo
il silenzio. Il controllo a terra latitava o il compagno Voronin era ammutolito.
Oppure quella cavolo di trasmissione radio stava facendo le bizze come
spesso faceva.

Non era il silenzio ad attrarre la sua attenzione, però. C'erano solo il rumore
del suo respiratore, il buio stellato là fuori ed il suo pianeta. Il suo pianeta,
cavolo. Come essere nel pancione, il respiro e la grande madre Terra. Quella
palla incredibile, grande e blu.
"La Terra è blu" commentò "Che meraviglia"
Al controllo, Nikolaji Voronin sedeva fermo immobile e quasi bloccato
dall'emozione. Le parole del compagno astronauta gli arrivavano con scariche
e disturbi sonori. Si chiese quanto sarebbe durato il collegamento. Capì
l'ultima frase e rimase perplesso.
"Compagno Gagarin, hai detto proprio blu?" chiese scioccamente. E che
cavolo, non ci aveva mai pensato, al colore del suo pianeta visto dall'alto. Blu,
però...
Ah, sì, giusto, gli oceani. Mai possibile che si veda solo mare, da lì? Forse la
terraferma è scura perché lo strato dell'atmosfera filtra solo le emissioni di luce
ad alta frequenza e...
"Non vedo... egni... io... su..."
La trasmissione stava partendo, andare a capire cosa dicesse l'amico volante
non era facile.
"Non sai, Nikolaji, che meraviglia incredibile è qui. Lo immagini, forse. Non
immagini del tutto, vedo il sole (non... vedo...) in mezzo al blu, quadri di spazio,
segni che io non avrei mai immaginato, guardando su (egni... io... su...)"
A terra, Voronin ricostruì mentalmente gli spezzoni con una frase che potesse
tornare comprensibile ed utile.
La frase: "Non... vedo... egni... io... su" diventò, nella sua mente, una cosa
come:
"Non vedo nessun segno, nessun Dio, quassù"

Immediatamente capì che al compagno Nikita ed a tutto l'apparato politico
sarebbe piaciuta molto e la ripeté. Sapeva bene che Yuri Alekseevic era un
giovane piuttosto religioso e credente, anche se ufficialmente, ovvio, non ne
parlava quasi mai. Lo sapevano in pochi, allora. Sopra di loro, Gagarin era
commosso a guardare lo spettacolo e quando avvertì la ripresa del
collegamento, in un breve momento di lucidità cercò di ricomporsi. Sentì la
libera interpretazione di Voronin e si morse la lingua. Va bene, facciamo finta
di aver detto così, si disse. Tutto per la Grande Madre Russia.
Quando cavolo entrerò nella zona d'ombra della trasmissione orbitale? Ho
una gran voglia di star qui un bel po' a guardarmi le stelle.
"Compagno Yuri Alekseevic Gagarin, a nome di tutti quelli qui presenti, devo
dire che siamo colpiti dalle sue parole. Io stesso mi sono commosso e sono
fiero di lei e del successo ormai acclarato della missione"
A Gagarin arrivarono forti e chiare le parole, finalmente senza disturbi e seppe
con certezza ciò che aveva fino ad allora solo intuito: il collegamento con la
madre Terra - ed in particolare con la Grande Madre Russia - era stato attivato
ed era in quel momento più stabile che mai, se quella voce appena udita era
quella del Grande Capo. Sissignori, Nikita Sergeevic Chrušcev in persona.
Porco cane.
Scusa Laika, tu non c'entri.
"Grazie Compagno Presidente" balbettò Yuri, colto alla sprovvista "Per me è
un grande onore..."
"Siamo noi che ti ringraziamo, Yuri Gagarin. A volte mi viene spontaneo darti
del tu, rispetto a me hai un'età più da figlio, ma le dovrò dare del lei in modo
stabile, a breve. Come faccio a dare del tu da ragazzo ad un Eroe Dell'Unione
Sovietica? La sua medaglia è già pronta, non appena si degnerà di scendere
per passarla a ritirare"

La risata di gusto che accompagnò le parole di Chruscev sciolse Gagarin in
un momento di gioia. Cavolo, si disse, ci ho lavorato anni a questa gara ed
adesso che ho vinto le Olimpiadi, mi danno la medaglia e mi commuovo.
Adesso capisco gli atleti di Roma, perché piangono come bambini.
"Complimenti anche da parte di tutto il Comitato Politico. Oggi è un..."
"...no..."
"...orico..."
"... ussia..."
Ecco, partito tutto.
Meglio così, che l'astronauta si stava cominciando a commuovere,
imbarazzare e sudare come un cavallo.
Lo sentono il sudore per radio?
Che cazzo dici Yuri, stai calmo.
Il collegamento è in zona d'ombra ed hai il tuo grande momento per:
a - accendere la musica,
b - guardarti le stelle e quella grande palla blu su cui di solito appoggi i piedi
c - quando vuoi, metterti a sedere e cominciare a pensare ai preparativi per il
rientro.
Ventiquattro ore di orbita.
Ciao, mi presento a me stesso.
Sono Yuri della Vostok ed è tutto il giorno che frullo nel cielo.
Che poi, a dirla tutta, io qui non combino granché. Tutto comandato da terra,
o quasi. Dirigo i getti della Vostok quando rischio di allontanarmi dall'orbita,
descrivo ciò che vedo e faccio il testimone vivente dell'impresa.
Tutto il resto...
Mettila così, Laika andare a guardar fuori dal finestrino e raccontarlo al
Presidente

'grandecapoNikita'

avrebbe

faticato

a

farlo.

Ho studiato tanto per farmi considerare poco meglio di una piccola cagnetta
indifesa.
Ma sono diventato un eroe.
Sempre che atterri come si deve, senza andare a fuoco nell'atmosfera, o
fiondarmi a palla schiantandomi sulle rocce delle montagne armene.
O in fondo al mare. Oppure...
Cosa ti prende, un uomo forte e controllato come te, comincia ad impazzire
quando le cose cominciano ad andare bene? Trovati un discorso da fare per
quando atterrerai felice e contento, sano e salvo, nell'Ukraina dove è previsto
che tu atterri, vedi di non travolgere case ed abitanti e vedrai che andrà bene.
Le sei di mattina. Cavolo, come passa il tempo. Si era fermato a guardare uno
spettacolo unico ed il tempo gli era volato. Era il primo uomo al mondo a
poterlo vedere...
...e poi che alternative avrebbe avuto? Uno Yuri Gagarin serio e zelante
avrebbe dovuto sedersi, mantenere la posizione e fare mentalmente il conto
dei passaggi terrestri.
'Ora sto sorvolando l'Europa, ciao, Europa'
'Ora sto sorvolando il continente americano e sì, anche gli Stati Uniti'
'Ora sto sorvolando il Giappone e la Cina...'
Un tempo infinito, stando lì fermo, senza collegamenti con l'esterno almeno
fino a quando il segnale non avrebbe incrociato i radiosegnali sovietici. Una
menata, detta come va detta. Con possibili meditazioni ed esercizi spiritualpolitici sul senso della missione. Fino alle sei, invece, rimase a gironzolare in
volo per la capsula, non che ci fosse questo gran spazio, e si guardò una
prospettiva diversa del cielo.
Chissà se e quando mai sarebbe ritornato a fare orbita in futuro. Poi si sentì
rasserenato ed in un momento capì che la fase di ritorno della missione

sarebbe andata bene. Non era sentirsi invincibili, era semplicemente sentirsi
in pace. Cavolo, se ce ne sono, di segni di Dio, quassù... Si andò a sedere,
allacciò le cinture a sei punti, accese il magnetofono e sorrise.
"A fine little girl a-waiting for me
she's just a girl across the way..."
Un rumore gracchiante gli segnalò che il collegamento era ristabilito.
"Yuri Alekseevic, sono Voronin. Tutto bene? Cominciamo la Procedura A per
l'operazione di rientro. Ok, spegni, la musica, che si torna a casa"
Così, la mattina del giorno successivo, Yuri Gagarin abbassò la velocità,
corresse leggermente l'angolo per abbassarsi di quota ed entrò a fionda
nell'atmosfera terrestre. L'incidenza era buona, ma le fiamme attorno alla
capsula le vedeva ed un certo caldo lo sentiva, cavolo. L'attrito dei primi strati
dell'atmosfera frenavano la capsula e la riscaldavano. Il rivestimento esterno
teneva (così sperava), il paracadute ed i retrorazzi erano pronti e la fionda di
fuoco attraversò i cieli di Engels, un bel po' più a nord di Volgograd ed un bel
po' più a sud est di Mosca.
Si lanciò dalla capsula ed il paracadute lo fece planare praticamente
strisciando il Volga ed andando a finire in un campo. Ormai non ricordava più
che sul pianeta si fosse così pesanti. Gli si piegarono le ginocchia ed una
contadina, venuta a vedere cosa era successo, vide una specie di marziano
in un campo.
"Signora, non abbia paura. Sono russo, come lei; a prima vista non si direbbe,
ma..."
La donna rise forte e chiamò altri dalle casette vicine.

"Lo sappiamo tutti chi è lei. Un eroe" e si voltò verso un uomo piuttosto grosso
accorso sul posto. L'uomo li guardò perplesso e la donna guardando la sua
faccia disse, quasi gridando:
"Arkadji, guarda. Yuri Gagarin è tornato"
"Cavolo, Yuri Gagarin..."

Autori e Idee

LcT-Red: L'Oasi Incantata di Tugareff
Idea del racconto, organizzazione generale, incipit: Miriana Kuntz
nodi: Miriana, Paolo Albertin, Nadia Finotto, Alessandro Amadesi, Linda Lercari,
Cleo Patra

LcT-Red: Cado Ai Tuoi Piedi
Idea del racconto: Miriana Kuntz, Nadia Finotto
organizzazione generale: Miriana Kuntz
incipit: Cleo Patra
nodi: Cleo Patra, Paolo Albertin, Nadia Finotto, Linda Lercari, Alessandro Amadesi,
Miriana Kuntz

LcT-Red: Futuro Imperfetto
Idea del racconto, organizzazione generale, incipit: Miriana Kuntz
consulenza tecnica impianti: Alessandro Amadesi
nodi: Miriana, Nadia Finotto, Cleo Patra, Paolo Albertin, Alessandro Amadesi, Paolo
Albertin, Linda Lercari, Cleo Patra, Nadia Finotto, Miriana, Alessandro Amadesi,
Linda Lercari

Extra Lusso (una piccola favola futuribile)
Idea, incipit, consulenza tecnica: Alessandro Amadesi
Nodi: Nadia Finotto, Alessandro Amadesi

Chi Ha Ucciso Babbo Natale?
Idea e incipit: Cleo Patra
Nodi: Cleo Patra, Massimo Ferraris, Nadia Finotto, Miriana Kuntz

La Notte Di Roman
Idea e incipit: Alessandro Amadesi
Nodi: Alessandro Amadesi, Alessandro Civiero, Alessandro Amadesi, Francesco
Francica, Furio Detti, con la partecipazione di Ambra Paciscopi

Paura Sulla Tensostruttura (Berlino dall’alto)
Idea del racconto, organizzazione generale, incipit: Nadia Finotto
consulenza ‘berlinese e tedesca’: Nadia Finotto
Nodi: Nadia Finotto, Massimo Ferraris, Cleo Patra, Miriana Kuntz, Alessandro
Amadesi, Nadia Finotto

Halloween-Sei Piccole Storie Di Terrore
Idea del racconto, organizzazione generale, incipit: Cleo Patra
Nodi: Cleo Patra, Paola Roela
Improvvisazioni sul tema: Alessandro Amadesi, Nadia Finotto

Punk Witch ovvero Biancaneve E La Strega
Idea e incipit: Alessandro Amadesi, Linda Lercari (idealmente è il seguito di ‘Sette
piccoli nani’ di Linda)
Nodi: Alessandro Amadesi, Linda Lercari, Paola Roela, Miriana Kuntz, Cleo Patra

L'Aldiqua (una piccola storia stranita e surreale)
Incipit: Alessandro Amadesi
Nodi ed improvvisazioni sul tema: Massimo Ferraris, Paola Roela, Francesco
Francica

Il Peso Di Satana
Idea e incipit: Paola Roela
Nodi: Paola Roela, Massimo Ferraris, Alessandro Amadesi, Miriana Kuntz, Nadia
Finotto, con la partecipazione di FrancescaP

Sudore (…e odore di legno bagnato)
Idea del racconto: Francesco Francica, Alessandro Civiero
Incipit: Francesco Francica
Nodi: Francesco Francica, Alessandro Civiero, Alessandro Amadesi, Francesco
Francica, Alessandro Civiero

Non mangiate Quella Mostarda
Idea del racconto (dopo discussioni allucinate con Cleo Patra), incipit: Nadia Finotto
Nodi: Nadia Finotto, Cleo Patra, Paolo Albertin, con la partecipazione di Barbara
Pezzella

Sono Yuri Della Vostok, è tutto il giorno che frullo nel cielo…
Idea e incipit: Alessandro Amadesi, nel 53° anniversario del viaggio del primo uomo
nello spazio, in orbita attorno alla Terra, Yuri Gagarin
Nodi: Francesco Francica, Alessandro Amadesi
Grafica e copertina: Miriana Kuntz

Indice
Prefazione - I Racconti dei Nove Facoceri

1) LcT Red: L'Oasi Incantata di Tugareff
2) LcT Red: Cado Ai Tuoi Piedi
3) LcT Red: Futuro Imperfetto
4) Extra Lusso
5) Chi Ha Ucciso Babbo Natale?
6) La Notte Di Roman
7) Paura Sulla Tensostruttura
8) Halloween-Sei Piccole Storie Di Terrore
9) Punk Witch ovvero Biancaneve E La Strega

Bonus
L'Aldiqua *
Il Peso Di Satana *
Sudore (…e odore di legno bagnato) *
Non mangiate Quella Mostarda *
Sono Yuri Della Vostok, è tutto il giorno che frullo nel cielo… *

Autori e Idee
Indice

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