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La Francia doveva fare guerra al

Mali ?
Jean-Marie MULLER*
* Filosofo e scrittore, autore specialmente del Dictionnaire de la
non-violence (Le Reli Poche).

www.jean-marie-muller.fr

Le 27

janvier 2013

Lo sapevamo da molti mesi che dei gruppi armati imponevano un vero terrore
sulle popolazioni civili del Nord-Mali. Dicendosi adepti dell'islamismo estremista,
queste milizie volevano imporre la sharia, stabilendo molti divieti, senza esitare
neppure a ricorrere ad amputazioni e lapidazioni per punire chi non si sottometteva.
Il Nord-Mali abitato da varie etnie tra cui i Tuareg, i quali, dopo l'indipendenza
del Mali nel 1960, aspirano all'autonomia. Nel gennaio 2012, una ribellione stata
scatenata dal Movimento nazionale per la liberazione dell'Azawad (MNLA), che
raggruppa le tre regioni della parte nord del Mali (Kidal, Tombouctou e Gao). Il MNLA
si avvantaggia del ritorno nel loro paese di molti tuareg che si erano arruolati
nell'esercito libico e che si trovano disoccupati dopo la caduta di Gheddafi. E
ritornano con pi armi che bagagli.
In un primo momento, il MNLA si allea con la brigata Ansar Eddine, a
maggioranza tuareg, e con la formazione jihadista Al-Qaida Magreb islamico (Aqmi),
molti membri della quale vengono dall'Algeria. presente anche un terzo gruppo: il
Movimento per l'unicit e la jihad nell'Africa occidentale (Mujao), che uno dei
maggiori attori del traffico di droga nella regione. Dopo il colpo di stato militare del
22 marzo 2012, che rovescia il presidente maliano, queste quattro formazioni
mettono in rotta l'esercito del Mali e occupano le principali citt della regione. Il 6
aprile 2012, il MLNA proclama l'indipendenza dell'Azawad, ma questa rifiutata
dall'Unione Africana e dai suoi stati membri. Anche Francia e Unione Europea
condannano questa proclamazione d'indipendenza.
Tuttavia, il MLNA che disapprova le atrocit dell'applicazione stretta della sharia,
si trova superato dai movimenti islamisti. La rottura avviene nel giugno 2012.
Ansar Eddine controlla Tombouctou e, all'inizio di luglio, i suoi membri distruggono i
principali mausolei della citt dei 333 santi, che considerano come dei luoghi di idolatria.
Queste distruzioni provocheranno proteste nel mondo intero, ma la comunit internazionale si rifiuta del
tutto di agire.
Finalmente, il 20 dicembre 2012, il Consiglio di sicurezza dell'Onu adotta una
risoluzione che chiede agli Stati membri e alle organizzazioni regionali e internazionali di fornire
alle Forze del Mali un sostegno coordinato sotto forma di aiuto, di competenze specializzate, di
formazione e di rinforzo delle capacit al fine di ristabilire l'autorit dello Stato maliano su tutto il
territorio nazionale. Il Consiglio decide di autorizzare il dispiegamento nel Mali della Missione
internazionale di sostegno al Mali sotto guida africana (MISMA). Questa forza dovr aiutare a
ricostituire le capacit dell'esercito maliano per riprendere le zone del Nord controllate da gruppi
estremisti. Il dispiegamento della MISMA affidato alla Comunit economica degli Stati dell'Africa
Occidentale (Cedeao).
Tutto fa pensare che affidare all'esercito del Mali la missione di ristabilire
l'autorit dello Stato sul Nord-Mali un errore politico dei pi grandi. La riconquista
delle regioni del Nord da parte dell'esercito maliano non poteva avvenire che al
prezzo di una guerra civile di rivincita e di vendetta sulle popolazioni civili. Aminata
Traor, in un testo intitolato Donne del Mali, diciamo NO alla guerra per procura, cita questa
dichiarazione del International Crisis Group: Nel contesto attuale, un'offensiva dell'esercito maliano
appoggiata dalle forze della Cedeao e/o da altre forze, ha tutte le probabilit di provocare pi vittime

civili al Nord , di aggravare l'insicurezza e le condizioni economiche e sociali nell'insieme del paese, di
radicalizzare le comunit etniche, di favorire i comportamenti violenti di tutti i gruppi estremisti e,
infine, di trascinare tutta la regione in un conflitto multiforme senza una linea del fronte nel Sahara
(www.crisisgroup.org 18 luglio 2012).
Procedendo cos, la comunit internazionale non ha fatto altro che dimettersi
dalle proprie responsabilit.
Del resto, la risoluzione dell'Onu che chiede la creazione della MISMA rimasta
lettera morta. Non era prevista la sua messa in opera prima dell'ottobre 2013. Cos,
i gruppi armati estremisti, i terroristi, come sono chiamati, hanno continuato a occupare il
terreno. E quel che doveva accadere accade. L'8 gennaio i jihadisti fanno saltare l'ultima serratura
davanti alla base di Svar e alla citt di Mopti. Il 10 occupano la citt di Konna e si aprono la strada per
Bamako. L'11 gennaio Franois Hollande dichiara:

Il Mali fa fronte ad una aggressione di elementi terroristi, provenienti dal Nord, di cui il mondo
intero conosce ormai la brutalit e il fanatismo. Dunque, a nome della Francia, io ho risposto alla
domanda di aiuto del presidente del Mali appoggiata dai paesi africani dell'Ovest. Di conseguenza, le
forze armate francesi questo pomeriggio hanno portato il loro sostegno alle unit maliane per lottare
contro questi elementi terroristi. I terroristi devono sapere che la Francia sar sempre presente dove si
tratta non dei suoi interessi fondamentali, ma dei diritti di una popolazione, quella del Mali, che vuole
vivere libera e in democrazia.
I media francesi hanno unanimemente approvato questa dichiarazione di guerra con l'argomento che
non c'era altra soluzione per evitare il peggio, e tutto fa pensare che l'opinione pubblica abbia seguito
questo giudizio. Ovviamente, le incursioni aeree francesi hanno stoppato l'avanzata dei gruppi armati
verso il sud e la citt di Bamako stata messa in sicurezza.
Per, la dichiarazione di guerra di Franois Hollande non pu non porci molti interrogativi. Parlare
semplicemente di terroristi per designare i gruppi armati del Nord non pu non dare libero corso a
confusioni ingannevoli e errate. I Tuareg che chiedono l'autonomia dell' Azawad e hanno affrontato
l'esercito maliano sono dei ribelli ma non sono dei terroristi. Inoltre, le forze maliane, a cui le forze
armate francesi danno sostegno, non offrono alcuna garanzia sul rispetto a cui le popolazioni civili del
Nord hanno diritto.
In una conferenza stampa concessa il 15 gennaio 2013 a Dubai, Franois Hollande, interpellato sulla
sorte che sar riservata ai terroristi, ha dichiarato: Voi chiedete che cosa faremo dei terroristi se li
troveremo? Distruggerli. Come se si fosse accorto della sconvenienza della sua frase, ha aggiunto, come
per attenuarla: Farli prigionieri se possibile, e fare in modo che non possano pi nuocere per il futuro.
Ma resta il fatto che le prime parole della sua risposta, venutegli spontaneamente, sono molto
significative e completamente inaccettabili. Egli crede davvero che col distruggere i terroristi che la
Francia potr ristabilire la pace e la democrazia nel Sahel? Parole simili ricordano la retorica guerriera
dei politicanti e dei militari americani estremisti quando sono intervenuti in Afghanistan: Bisogna
dicevano uccidere il maggior numero di Talibani. Oggi noi sappiamo che questa politica omicida un
fallimento totale. I soldati occidentali lasciano un Afghanistan distrutto da anni di guerra e consegnato
alla pi grande corruzione. Dobbiamo imparare da questo fallimento: non c' soluzione militare ai
conflitti politici che oppongono le etnie del Sahel.
Come scriveva Jean-Franois Bayart in Le Monde del 23 gennaio 2013, politicamente la sfida
maliana tremenda: La classe dirigente maliana si decomposta nel momento di dover immaginare un
nuovo modello di stato nazione che accordi al Nord una vera autonomia e un ampio trasferimento di
competenze, e che arrivi a trovare un nuovo equilibrio tra laicit della Repubblica e l'islamizzazione
crescente della societ.
Certo, la superiorit aerea letteralmente schiacciante delle forze armate francesi permetter di
respingere i gruppi armati che occupano le citt del Nord. Alla fine batteranno in ritirata, ripiegheranno e
si spargeranno attorno. Ma, malgrado le perdite subite, non saranno distrutti e la loro capacit di nuocere
non sar annullata. C' da temere una recrudescenza della cattura di ostaggi e di attentati. E nelle citt
liberate chi potr evitare regolamenti di conti?
Chieder conto alla nonviolenza?
Date queste condizioni, che posizione deve prendere il cittadino che ha fatto la scelta della
nonviolenza tanto come saggezza che come strategia? Anzitutto, sembra che convenga stabilire un
principio: quando su un dato territorio e in un dato tempo, tutti gli attori presenti non vogliono ricorrere
che ai metodi della violenza e nessuno pensa a metter in opera i metodi della nonviolenza, non ha senso
venire a chiedere conto alla nonviolenza.
Non perch la nonviolenza sia inconcepibile, ma perch non esiste alcun attore
per concepirla in quel luogo e tempo. Gandhi stesso riconobbe che, a volte, l'uomo
preso nello scontro tra forze violente non potrebbe evitare, sotto l'impero della
necessit, di compromettersi con la violenza. Credo davvero - egli afferma che nel caso in
cui non c' altra scelta tra vilt e violenza, io consiglierei la violenza. 1
Nello stato attuale delle cose, gli Stati, non disponendo di mezzi d'azione
nonviolenti, ed essendo dotati solo di mezzi d'azione violenti, non possono
intervenire che ricorrendo alle armi, purch queste siano davvero capaci di evitare
il peggio. Se effettivamente questo il caso, allora la scelta per lo Stato non tra la
violenza e la nonviolenza, ma semmai tra la vilt e la violenza. Cos, chi fa la scelta
1

Collected Works of Mahatma Gandhi, New Delhi, Publications Divison, Ministry of Information and
Broadcasting, Government of India, 1965, Vol. 18, p. 132-133.

della nonviolenza non pu giudicare la necessit dello Stato di ricorrere alla


violenza riferendosi alle esigenze della filosofia politica della nonviolenza e alle
possibilit offerte dalla strategia dell'azione nonviolenta, dal momento che lo Stato
ignora totalmente questa filosofia e ignora tutto di questa strategia.
Per il fatto stesso che l'ideologia della violenza necessaria, legittima e
onorevole domina le nostre societ, la violenza l'unica forza organizzata di cui lo
Stato dispone. Gli unici attori che sono preparati e disponibili per agire e che
dispongono di reali mezzi d'azione, sono i militari. Per questo, nella logica in cui si
situa lo Stato, la contro-violenza pu apparire in effetti come un minor male, dal
momento che l'altra possibilit il non intervenire del tutto e lasciare libero corso
ai fautori della violenza.
Chi fa la scelta della nonviolenza, dunque, quando deve valutare la necessit
in cui si pu trovare lo Stato di intervenire ricorrendo alle armi della violenza per
tentare di impedire il peggio, non pu riferirsi all'etica della nonviolenza che la
propria, ma non quella dello Stato perch non quella della maggioranza dei
cittadini. Chi sceglie la nonviolenza non pu trasferire alla propria coscienza i
termini del dilemma che si pone allo Stato. Se lo facesse, si chiuderebbe in un caso
di coscienza che non ha motivo di essere. Riferendosi alla problematica definita da
Gandhi che riguarda la scelta tra vilt, violenza, nonviolenza, la stessa persona che
ha fatto la scelta della nonviolenza pu pensare che, tutto sommato, preferibile, e
dunque augurabile, che quelli che credono alla violenza - nel caso concreto i
decisori che impegnano l'azione dello Stato a nome della maggioranza dei cittadini
facciano uso delle armi per evitare il peggio, e questo senza sentirsi colpevole di
contraddire la propria convinzione sulla nonviolenza. Ci significa che un cittadino
che fa la scelta della nonviolenza pu giudicare che lo Stato che non ha fatto
questa scelta nella necessit di ricorrere alla violenza.
Per quanto riguarda l'intervento militare della Francia nel Mali, di fronte alla
minaccia ben reale che i gruppi armati facevano pesare sulle popolazioni civili del
Sud, io non saprei negare la necessit in cui si trovava lo Stato francese di mettere
in atto delle incursioni aeree miranti a bloccare l'avanzata di quei gruppi. Non
forse necessario pensare che lasciar fare sarebbe stato prova di vilt? Prendendo atto di questo
ricorso puntuale alla violenza, io non sono in grado di condannarlo. Tuttavia, questo minor male resta
un male, e la necessit non significa legittimit. Io non posso solidarizzare con questo male, ma come
non esserne complice? Del resto, in qualche modo, non ho forse io la mia parte di responsabilit
nell'impossibilit della nonviolenza e nella necessit della violenza? E posso io lavarmene le mani in
nome di un ideale impossibile da realizzare? Non sarebbe incorrere nel rimprovero, peraltro
ingiustificato, che Pguy faceva a Kant di avere mani pulite, ma di non avere mani?
La lotta contro il terrorismo ?
Ma prendere atto di un intervento militare puntuale che pu evitare il peggio,
non giustificare una guerra prolungata sul terreno per permettere all'esercito
maliano di riconquistare l'intero territorio del Mali. Infatti, se l'occupazione del Sud
da parte dei gruppi armati sarebbe stato il peggio, niente permette di pensare che questa
guerra nella quale dei Maliani uccideranno altri Maliani con l'aiuto dell'esercito francese, sia un minor
male. Il 12 gennaio 2013 Franois Hollande dichiarava: La Francia, su richiesta del presidente del
Mali e nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite, si impegnata per appoggiare l'esercito maliano di
fronte alla aggressione terroristica che minaccia tutta l'Africa dell'Ovest. Fin da ora, grazie al coraggio
dei nostri soldati, un colpo di freno e delle pesanti perdite sono state inflitte ai nostri avversari. Ma la
nostra missione non compiuta. Ricordo che essa consiste nel preparare il dispiegamento di una forza
d'intervento africana che permetta al Mali di riavere la sua integrit territoriale, secondo le risoluzioni
del Consiglio di sicurezza. Nei giorni prossimi, il nostro paese proseguir il suo intervento in Mali. Ho
detto che esso durer il tempo necessario, ma ho grande fiducia nell'efficienza delle nostre forze e nel
successo della missione che noi compiamo a nome della comunit internazionale. Questa missione,
come ho gi sottolineato, rischia molto di essere impossibile. La nozione stessa di integrit territoriale
del Mali non appropriata. Non dimentichiamo che le frontiere del Mali sono state create
artificialmente dalla vecchia potenza coloniale francese e che ci non rispetta le aspirazioni legittime del
popolo tuareg, il quale si trova in cinque paesi, il Niger, il Mali, la Libia, l'Algeria e il Burkina Faso.

In questa stessa dichiarazione del 12 gennaio, Franois Hollande ha ricordato che l'operazione
francese in Mali non aveva altro scopo che la lotta contro il terrorismo. Ma dire il terrorismo
ricorrere a un linguaggio che semplifica abusivamente una realt molto complessa che non esiste in
abstracto. Questa semplificazione che assolutizza il terrorismo non pu che generare una confusione
politica che ingarbuglia l'attuazione di strategie di resistenza.
Torniamo alle parole forti e lucide di Aminata Traor con cui lei denunciava in anticipo la guerra
del Mali: La guerra, ricordiamolo, una violenza estrema contro le popolazioni civili, tra cui le donne.
Perch i potenti di questo mondo che si preoccupano tanto della sorte delle donne africane non ci dicono
nulla sulle poste in gioco di carattere minerario, petroliero e geostrategico delle guerre? tutto chiaro.
La guerra che viene detta del Mali si inscrive nel prolungamento di quella dell'Afghanistan, da dove la
Francia e gli Usa si ritirano progressivamente dopo undici anni di combattimenti e di pesanti perdite in
uomini, in materiale e in finanze.
Il 21 dicembre 2012 lo scrittore maliano Moussa Ag Assarid, un responsabile del MNLA,
affermava: Noi siamo contro il concetto attuale di intervento sul territorio dell'Azawad. In questa
situazione, c' una inversione degli obiettivi. Il Mali sa che il MNLA lo ha espulso dal Azawad da
alcuni mesi. un fatto che il mondo sembra avere dimenticato, oggi, e tuttavia le autorit del Mali
cercano di vendicarsi. Dietro l'intervento straniero per liberare il territorio dai movimenti narcoterroristi, c' un obiettivo molto chiaro delle autorit maliane: eliminare le popolazioni di pelle chiara e
nomadi del Azawad. E, in questo, l'intervento sar un genocidio. una vera guerra civile quella che si
scatena. L'esercito maliano vuole vendicarsi dei coloriti chiari, cio dei Tuareg e degli Arabi. Tutte le
pelli chiare sono un bersaglio per questo esercito maliano ed per questo che questa guerra sar un
genocidio (www.jolpress.com).
Il 21 gennaio 2013, la ong Human Rights Watch (HRW) ha indirizzato una
lettera al presidente francese sulla situazione nel Mali (www.hrw.org): Mentre la
Francia la punta di lancia delle operazioni militari condotte per contrastare l'offensiva dei gruppi
islamisti verso il Sud del Mali, noi desideriamo parteciparvi le nostre inquietudini sulle possibili
conseguenze di questa operazione per i diritti umani. L'organizzazione denuncia le atrocit commesse
sia dai gruppi islamisti sia dall'esercito maliano. I gruppi islamisti, afferma HRW, hanno reclutato,
trascinato, e utilizzato molte centinaia di bambini al loro interno dopo che hanno cominciato a occupare
il Nord del Mali nell'aprile 2012. In dicembre e in gennaio, dei testimoni hanno riferito di aver visitato
dei campi di addestramento nella regione di Gao in cui molte decine di bambini erano addestrati a
maneggiare armi da fuoco e subivano degli allenamenti fisici. In molti di questi luoghi dei bambini
sono stati visti anche studiare il Corano. Alcuni di questi centri di addestramento si trovano all'interno o
accanto alle basi militari islamiste. Alcune di queste basi forse sono gi state mirate dagli attacchi aerei
francesi o potrebbero esserlo. Dei testimoni fidati ci hanno riferito che molti bambini-soldato figurano
tra i feriti dei recenti combattimenti a Konna e probabilmente altrove. Per quanto riguarda il sostegno
dato all'esercito maliano per riprendere il controllo del suo territorio nazionale, HRW denuncia gli abusi
di cui sono responsabili elementi dell'esercito maliano tra i quali in particolare il leader del colpo di
stato, diventato capo della riforma del settore della sicurezza, il capitano Sanogo. Le truppe sotto il suo
comando sono state implicate in esecuzioni extragiudiziarie, in casi di tortura e di sparizioni forzate, e
non dovrebbero essere autorizzati a commettere nuovi abusi.
La lettera del HRW aggiunge: Noi ci sentiamo anche in dovere di avvertirvi che quando l'esercito
maliano riprender il controllo del territorio del Nord, se questo accadr, rischiano di aversi
rappresaglie e assassinii generalizzati contro i civili che si presuma siano stati oppositori del governo.
Le tensioni etniche sono molto forti e le milizie pro-governative, come dei gruppi di giovani, hanno
messo insieme liste di persone che quelle milizie sospettano aver sostenuto i gruppi islamisti e il
MNLA, persone di cui esse cercano di vendicarsi. Molti miliziani e i loro capi ci hanno confidato che
queste liste erano gi state consegnate all'esercito maliano.
HRW dunque trasmette queste raccomandazioni al presidente francese: La Francia deve
incoraggiare l'Onu a dispiegare una missione forte e competente di osservatori dei diritti umani delle
Nazioni Unite accanto alla forza militare internazionale, e deve assisterla in questo impegno. Tramite
l'Unione Europea, la Francia dovrebbe chiedere l'impiego urgente di giuristi militari dotati di esperienza
del diritto di guerra, acquisita sul terreno, al fine di consigliare e assistere l'esercito maliano e le truppe
della CEDEAO e quelle del Ciad sulle regole d'ingaggio, che fanno dei civili e della loro protezione una
priorit nel corso delle operazioni militari. Queste problematiche dovrebbero essere al centro del
programma di formazione della missione europea destinata a formare l'esercito maliano (EUTM
Mali).
Il 23 gennaio la Fdration internationale des Droits de lhomme (FIDH) ha
pubblicato un comunicato in cui si dice fortemente preoccupata per il moltiplicarsi delle
esecuzioni sommarie e altre violazioni dei diritti umani commesse da soldati maliani nel contesto della

controffensiva condotta dagli eserciti francese e maliano contro gli jihadisti. Secondo l'organizzazione,
questi atti di violenza sarebbero stati commessi da elementi delle forze armate maliane nelle citt di
Svar, Mopti, Niono, e in altre localit situate nella zona di scontro (www.jolpress.com).
Peraltro, le operazioni militari francesi contro le citt occupate dai gruppi islamisti hanno l'effetto
di spingere migliaia di Maliani a fuggire dai loro villaggi e a sfollare verso i paesi limitrofi. Secondo
l'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, dall11 al 23 gennaio, 5.486 rifugiati sono
arrivati in Mauritania, 2.302 in Burkina Faso e 1.578 in Niger. Anche prima che scattasse l'intervento
francese, si contavano 150.000 rifugiati nella regione e 230.000 dplacs (sfollati) all'interno del Mali.
Tutto fa pensare che questi spostamenti di popolazione proseguiranno tanto all'esterno che all'interno e si
pu temere una vera catastrofe umanitaria.
Una forza internazionale di interposizione
Cos, tutto fa pensare che la guerra decisamente non la soluzione, ma il problema.
Non soltanto la guerra franco-maliana non distrugger i terroristi, ma non arginer il
terrorismo. Essa invece arricchir il terreno su cui il terrorismo si radica. Ci che la
situazione del Nord-Mali esigeva ieri ed esige oggi non l'invio di forze di guerra
africane e straniere, ma il dispiegamento, sotto l'egida dell'Onu, di una forza di pace
internazionale, a cui siano affidate missioni di osservazione, interposizione, protezione,
mediazione e negoziazione presso le diverse parti in conflitto nella regione. Bisogna
assumere il rischio di creare un processo politico di ristabilimento della pace che proceda
da premesse totalmente differenti dagli atti di guerra. Si tratta di riattualizzare le missioni
affidate ai caschi blu per i quali la regola il non-uso della forza, salvo in caso di
legittima difesa. Nel quadro di questa forza di pace conviene includere missioni affidate
a dei civili preparati e mettere in atto i metodi della risoluzione nonviolenta dei conflitti.
L'obiettivo considerevole creare le condizioni che permettano ai maliani di costruire uno
Stato di diritto nel Mali sull'insieme del loro territorio. Le Nazioni Unite saranno capaci
di darsi i mezzi per dispiegare una tale forza di pace, rifiutando di cedere ancora alla
tentazione di lasciare la parola alle armi di guerra? Questa la sfida che i popoli e le
nazioni devono raccogliere. Non c' dubbio che la Francia, per la sua implicazione in
questa crisi, possa e debba giocare un maggiore ruolo diplomatico per esigere la creazione
di questa forza di pace.
molto bella la pace insorgeva Georges Bernanos soltanto i popoli si chiedono che cosa ci
metterete dentro. La guerra molto pi facile da adempiere che la pace. 2 Finora, nelle loro varie
operazioni estere, gli Occidentali non hanno saputo che realizzare la guerra, mentre la pace rimasta
disperatamente inadempiuta. Dopo l'Iraq e l'Afghanistan, il Mali non far probabilmente eccezione. Lo
stesso Bernanos diceva ancora: Per essere pronti a sperare in ci che non inganna, bisogna anzitutto
disparere da ci che inganna. 3 Per potere sperare nella pace bisognerebbe cominciare col disperare
della guerra. Alla fine, non esiste una guerra giusta.
PS. non poco interessante sottolineare che, in questa maggiore crisi
internazionale, il possesso dell'arma nucleare della Francia, che il presidente della
Repubblica ci assicura essere il fondamento della potenza del nostro paese per
assicurare la sua influenza sulla scena internazionale, non in questa circostanza
di nessunissima utilit. Essa non serve rigorosamente a niente. Assolutamente a
niente.

Georges Bernanos, Les enfants humilis, Paris, Gallimard, 1949, p. 133.

Georges Bernanos, La libert pour quoi faire ?, Paris, Gallimard, 1953, p. 249.