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LA PERCEZIONE NELLE SCIENZE COGNITIVE

LEZIONE I

Le scienze cognitive sono le scienze della cognizione, ma nessuno ha una definizione
di cognizione.
Una delle più comuni è quella della Standford Encyclopedia Philosophy e dice che
abbracciano filosofia, psicologia, linguistica, antropologia, neuroscienza e intelligenza
artificiale.
Le scienze cognitive hanno una storia recente; essa inizia intorno agli anni ’50 e
coincide con la nascita del movimento cognitivista che si relazione in modo stresso
con i progressi dell’intelligenza artificiale.
Turing è artefice di una rivoluzione in campo informatico, nascono le prime intelligenze
artificiali; questo ha un impatto con la psicologia cognitiva, dominata dal
comportamentismo.
Da lì prenderà poi il sopravvento il cognitivismo, che definisce sistemi cognitivi quelli
che rielaborano le informazioni, proprio come una macchina computazionale.
La linguistica è stata sin dall’inizio importante per le scienze cognitive; di solito la
fondazione della linguistica si fa risalire alla prefazione di Noam Chomsky a Verbal
Behavior di Skinner.
Le scienze cognitive sono un tassello del quadro antropologico; la psicologia perché è
scienza della mente.
Le neuroscienze essendo lo studio dei processi cerebrali. Infine, la filosofia per
risolvere i problemi concettuali che si creano in un panorama più ampio. Uno di questi
è qual è la relazione tra percezione e azione.
Le scienze cognitive aspirano ad essere una materia scientifica/naturalistica, ossia una
scienza che descrive quelli che sono gli oggetti che si danno in natura.
Le scienze cognitive aspirano ad essere studi naturalisti e cercano di andare a cavallo
tra biologia e chimica.
Quali relazioni esistono tra stati corporei e stati mentali?
Il problema viene posto per la prima volta da Cartesio; la distinzione tra res cogita e
res extensa porta a distinzioni rilevanti per la nascita della scienza della mente.
Da una parte si distinguono proprietà fisiche e misurabili, dall’altra quelle mentali che
riguardano coscienza e soggettività e intenzionalità.
Per intenzionalità non si intende l’essere intenzionati di, ma in senso brentaniano e
husserliano, ossia una proprietà semantica degli stati mentali che li rendono rivolti
verso qualcosa.
Il problema è che nelle scienze naturali nessun oggetto ha proprietà intenzionali,
mentre per descrivere stati mentali esprimo una intenzionalità.

Questa proprietà è stata riscoperta da Brentano nell’800 che poi influenzerà tutto lo
studio della storia della psicologia.
La sfida delle scienze cognitive è catturare coscienza e cognizione dal punto di vista
naturalistico. E’ definito un processo riduzionista; prendere qualcosa e descriverlo in
altri termini.
Ci occuperemo di intenzionalità ma non di coscienza.
L’idealismo è il tentativo di ricondurre alla mente proprietà naturali.
Due sono i problemi che caratterizzano i rapporti mente corpo.
Uno è ontologico; bisogna comprendere cosa sono gli stati mentali. Qui si gioca la
partita del naturalismo; occorre prendere gli stati mentali e naturalizzarli.
Dall’altra c’è un problema epistemologico che tende a ridefinire gli stati mentali e
ricondurli a qualcosa di già noto.
Per farlo ci si appoggia a biologia, chimica e fisica ma spesso è difficile ritrascritte
queste conoscenze ad un unico linguaggio e non si possono gerarchizzare.
Le teorie dinamiciste considerano la percezione come un movimento come tutti gli
altri; le scienze cognitive applica il linguaggio della dinamica a scariche neuronali etc
etc.
Si tratta di trovare le leggi dinamiche che associano dato evento a movimento
intenzionale.
Il cognitivismo prende una strada diversa; Millikan sostiene che scienze cognitive
hanno a che fare con la biologia più che con la chimica.
Cosa sono gli stati mentali? Questo problema è complesso perché bisogna discutere di
psicologia del senso comune, cioè il modo in cui quotidianamente descriviamo gli
eventi cognitivi, le azioni altrui o le nostre stesse azioni. Cerchiamo di spiegare il
comportamento umano ed è un sistema che può essere riassunto come la psicologia
della credenza e del desiderio.
La maggior parte delle spiegazioni che diamo è definita in termini di “lui credeva che e
si è comportato così”.
E’ predittiva; si può usare per fare predizioni. Bisogna definire cosa sono le credenze;
per Cartesio sono qualcosa ma non stati materiali.
Le emozioni è un altro oggetti di studio; le più basilari sono i mood, come l’ansia, che
non hanno riferimento intenzionale mentre emozioni più complesse le hanno.
La coscienza è una funzione a parte; c’è un dibattito sulla naturalizzazione della
coscienza.
Cos’è una coscienza, come è trattata; c’è una percezione e c’è lo stato qualitativo che
accompagna la perczione. E' l'effetto che fa percepire qualcosa.
Lo stato qualitativo è l’aspetto più soggettivo della nostra esperienza.
Tutto il dibattito precognitivista e postcognitivista assume che gli stati mentali sono
stati materiali; siano stati cerebreali, corporei, che abbracciano corpo e ambiente non
è importante ma sono stati di tipo materiale.

Ci sono due problemi che riguardano distinzione tra coscienza e intenzionalità; da una
parte c’è quello facile e dall’altro quello difficile.
David Calmers aveva alimentato il dibattito sulla coscienza facendo distinzione; quello
facile punta il dito sulla definizione dei processi cognitivi sottostanti agli stati mentali,
in che modo siamo consapevoli di quello che avviene nei processi cognitivi? Come
possiamo definire le credenze in processi neurobiologici?
La nozione di rappresentazione sarà cruciale per comprendere questo processo in
tutto il cognitivismo.
Occorre individuale una procedura sperimentale.
Il problema difficile è la riduzione degli stati quantitativi; perché tutto ciò che avviene
a livello cerebrale si dovrebbe accompagnare con stati qualitativi? La posizione di
Calmers è che non si possa naturalizzare la coscienza.
Un altro punto in cui si gioca questo problema è l’articolo di Levine, del 1983, in cui
viene introdotto il termine di “salto esplicativo”, ossia come ci spieghiamo la presenza
di stati qualitativi soggettivi?
Il problema che affronteremo è come può uno stimolo visivo motivare una relazione
motoria.
Che rapporto esiste tra questi due macrofenomeni.
La prima domanda è: che cosa percepisco quando percepisco un oggetto?
In realtà ciò che percepisco è un fascio di luce, stimoli retinici oppure forme di raggi di
luce.
Oppure percepisco possibilità di azione, non oggetti ma direttamente qualcosa che è
una possibilità di azione.
Io ho la possibilità di interagire con l’ambiente in base alle mie possibilità di azione.
Esistono due modi per percepire lo spazio intorno; il primo è quello di descriverlo come
spazio geometrico euclideo. E’ uno spazio continuo, uniforme, non ci sono falle, uno
spazio in cui gli oggetti sono in relazioni topologich l’uno con l’altro. Oppure c’è lo
spazio di azione. Esso è discontinuo, ciò che è rilevante sono aspetti disposizionali e di
oggetti che configurano possibilità di azione.
Lo spazio non è continuo, non tutto è rilevante ma definito da alcuni aspetti
dell’ambiente.
In questo spazio la continuità non è importante; questo spazio potrebbe essere
variabile.
Non tutti gli oggetti configurano possibilità di azione identiche; oggetti vicini
potrebbero essere più rilevanti e avere un peso nella nostra relazione spaziale diverso.
Azione e percezione interagiscono tra di loro in modo rilevabile.
Il sistema motorio è considerato da qualche decennio sensorimotorio, sulla corteccia
sono mappate le arie sensoriali e motorie.
E’ coinvolta in modo funzionale nella percezione; chi ha danni alla corteccia motoria ha
danni anche alla sensibilità.

Lo studio del sistema motorio ha permesso di distinguere diversi tipi di spazio con
salienze percettive diverse. Personale, peripersonale e extrapersonale.
Questi spazi non sono euclidei e quindi non omogenei. Mappano i raggi di azione (es.
esperimento Graziano e Gross sullo spazio peripersonale).
Lo spazio peripersonale segue le modificazioni del corpo.
Una mano a riposo segnala uno spazio minore rispetto a una in movimento. Lo spazio
acquista significati diversi in funzione dei movimenti del corpo.
All’interno dello spazio euclideo questa cosa non ha senso.
Ci sono due famiglie di teorie, un modello gerarchico che prevede la percezione e da lì
si crea un processo che chiameremo elaborazione se cognitivisti legalità e infine una
elaborazione.
Per i comportamentisti non c’è alcuna elaborazione, per i cognitivisti sì.
Dall’altro lato c’è il modello circolare, in questo caso non c’è una gerarchia ma azione
e percezione si influenzano a vicenda. Non esiste percezione che non sia già modellata
sull’azione e le azioni del soggetto non sono altro che la conseguenza dell’impatto
sulla percezione stessa.
Si crea un ponte poi tra questi due modelli.

LEZIONE II

Qual è la relazione tra stati corporei e stati mentali? Secondo Cartesio fanno parte di
due stati ontologici diversi.
Il meccanicismo non può descrivere la mente in termini di relazioni causali.
La proposta alternativa è il naturalismo, per il quale gli stati mentali sono parte
dell’arredo del mondo naturale.
Le scienze cognitive si infilano in quest’ultimo filone poiché se esse vogliono essere
inserite nella tradizione sperimentale devono risolvere questa discrepanza tra mente e
corpo.
Bisogna però trovare la definizione giusta e la metodologia giusta per studiare gli stati
mentali.
La strada che prendono le scienze cognitive è quella della naturalizzazione degli stati
mentali.
La naturalizzazione degli stati mentali presenta delle questioni filosofiche; come posso
delineare in termini naturali uno stato mentale, una credenza, una percezione, come
posso rendere queste nozioni coerenti con una visione materialista del mondo?
Il problema nasce quando si considerano questi stati come stati intenzionali;
l’intenzionalità è quella proprietà semantica di alcuni stati mentali, la capacità di
riferirsi verso qualcos’altro.

Io credo che qualcosa, io percepisco qualcosa, questi stati sono sempre riferiti a
qualcos’altro; la naturalizzazione di questi stati è problematica, poiché queste nozioni
non figurano in alcuna scienza naturale.
Com’è possibile che un certo evento renda possibile una certe azione da parte di un
soggetto?
Il problema è che tutti gli stati mentali sono assolutamente personali; uno stimolo può
essere descritto come una serie di raggi di luce che danno luogo a una catena causale
fino a provocare la percezione. Ma se ci spostiamo al livello dello stato privato, che
cosa succede? Non abbiamo alcuna teoria che possa descrivere come uno stato fisico
possa causare cambiamenti a livello personale.
Manca un’interazione tra questi due mondi, non esiste una teoria che metta insieme
concezioni fisicaliste e soggettiviste.
Lo stato privato in questo modo deve essere accantonato.
Il teatro cartesiano è l’idea che se noi assumiamo una visione dualista siamo costretti
a pensare che ci sia al nostro interno un omuncolo che visiona i nostri stati fisiologici e
li controlla, omuncolo che non è descrivibile fisiologicamente.
Secondo i comportamentisti il comportamento può essere descritto senza fare alcun
riferimento agli stati soggettivi, poiché essi sono un ostacolo alla scientificità della
materia.
Per i comportamentisti essi non sono rilevanti, bisogna solo analizzare il
comportamento, che ha un’origine esterna e non interna; il linguaggio mentalistico
può essere eliminato e sostituito con un linguaggio comportamentale; la psicologia è
la scienza del comportamento e non della mente.
A livello fisico c’è una distinzione tra corporeità e reazione; l’effetto di uno stimolo è
l’esecuzione di un’azione.
Non esistono stati introspettivi, e non deve nemmeno farsene menzione. Il linguaggio
dei comportamentisti è fondato sul comportamento, poiché è l’unico dato
direttamente osservabile.
I comportamentisti si allacciano alla tradizione empirista per quanto riguarda
l’associazionismo, ossia la concezione per cui l’idea è un’associazione di cause,
positivista per quanto riguarda l’avversione alla metafisica, e verificazionista per
l’assunto che ha significato all’interno di una teoria della conoscenza solo le
conoscenze che possono passare sotto il vaglio del principio di verificazione.
I comportamentisti identificano la mente con il comportamento e dunque può passare
sotto il principio della verificazione.
Il comportamentismo si afferma nella prima metà del novecento negli Stati Uniti e sarà
la visione dominante fino agli anni cinquanta.
C’è un comportamentismo scientifico, sostenuto dagli scienziati nei laboratori che
vuole dare alla mente una veste osservabile per impostare un lavoro sperimentale, e
un comportamentismo filosofico che tenta di delineare una teoria della conoscenza
che sia difendibile a livello epistemico.

I comportamentisti filosofici come Carnap sostengono che la psicologia che vuole
impostarsi come conoscenza della mente dovrà accettare che tutte le affermazioni
della psicologia dovranno descriversi in termini fisici.
Non dovrà ridursi a una fisica, ma a una fisica del comportamento. Se ci limitiamo a un
livello più ampio possiamo maneggiare i dati a nostra disposizione ed è possibile dare
alla psicologia quella veste osservabile per superare i test verificazionisti.
Un altro esponente del comportamentismo psicologico è Gibbert Ryle (The dogma of
the ghost in the machine) che afferma che, secondo il dogma, noi siamo
perennemente in contatto con stati coscienti; ma lui sostiene che questa concezione è
concettualmente sbagliata, poiché parlare della mente non significa parlare di
qualcosa in cui inseriamo informazioni che non possiamo archiviare nel mondo fisico,
ma parlare di mente significa parlare di capacità, abilità, atteggiamenti e di ciò che
fanno le persone. Parlare di mente significa parlare dei comportamenti delle persone.
Credere a qualcosa non è l’archiviare informazioni in un dominio non fisico, ma agire in
un certo modo secondo una credenza.
Credere qualcosa significa muoversi in un certo modo; le credenze, i desideri, gli stati
mentali si possono dedurre dal comportamento osservato. Le credenze sono solo
targhette che si danno al comportamento.
La psicologia comportamentista non fa riferimento a stati interni. La psicologia non fa
riferimento a stati interni; le credenze non sono stati interni, gli stati percettivi non
sono stati interni poiché percepire qualcosa significa comportarsi in un certo modo.
Watson è tra i primi ad affermare una visione comportamentista della psicologia;
sostiene che la psicologia è una branca delle scienze naturali.
Non ci sarà alcun modo per dimostrare che la coscienza influenzi il comportamento;
tutti i problemi che riguardano la psicologia rimangono tali e quali anche se si assume
la coscienza come oggetto di studio.
Watson sostiene che nella psicologia come intesa fino a quel momento si criticava gli
stati soggettivi più che le metodologie di ricerca; tenta inoltre di rendere la psicologia
compatibile con la teoria dell’evoluzione.
Dato uno stimolo io riuscirò a definire una risposta poiché scopo della psicologia è
individuare questa relazione; ma scoperte queste leggi sarò anche in grado, una volta
misurata la risposta, di ripercorrerla fino a tornare allo stimolo.
La psicologia comportamentista non è solo un gioco teoretico, ma deve poter agire
sulla società per poter fornire alle persone comuni degli strumenti atti a permettere di
definire i giusti stimoli per ottenere le risposte comportamentali adeguate.
Il comportamentismo mira a fornire strumenti pratici per risolvere questi problemi.
Non ha una visione distaccata e teorica, ma è una disciplina pratica, una scienza con
un impatto diretto sulla realtà.
Skinner, altro rappresentante del comportamentismo, scriverà anche un romanzo,
“Walden II” in cui descrive una società in cui la visione comportamentista è accettata
e i bambini vengono plasmati in base alle esigenze della società.
L’idea su cui si basa la ricerca comportamentista è il paradigma stimolo risposta, per
cui dato un certo input si ha un certo output e cosa avviene all’interno della mente,

detta black box, non ha importanza; l’unica cosa importante è studiare la relazione
stimolo risposta.
Lo sperimentatore comportamentista prende il soggetto, lo mette di fronte ad uno
stimolo e misura i tempi di reazione; c’è poi una tesi per cui esiste la possibilità di
condizionare il comportamento del soggetto attraverso l’assunzione di determinati
stimoli in determinate circostanze, ossia il condizionamento associativo.
Esclusi gli stati esterni resta il comportamento; il comportamento non isolatamente
preso ma associato a una serie di stimoli, significativi per i sensi. Percepire significa
reagire ad uno stimolo. Non c’è percezione se manca lo stimolo o il comportamento.
Nel mezzo, non c’è alcuna informazione, elaborazione o evento interessante per la
psicologia. Se avviene qualcosa, quel qualcosa non è d’interesse per la psicologia.
La psicologia e la teoria della percezione non fanno riferimento agli stati interni
neurobiologici.
I comportamentisti quindi rifiutano il libero arbitrio; il comportamento è dettato da
eventi assolutamente deterministici.
La teoria dell’evoluzione ben si adatta al comportamentismo poiché ha una visione
assolutamente materialista.
Non c’è informazione, non avviene libera scelta, dato uno stimolo si ha una reazione.
Se non si ha uno stimolo, se non si ha l’azione non si ha la percezione né alcuna
possibilità di sostenere la percezione. E’ una teoria che vede azione e stimolazione
come eventi che costituiscono la percezione.
Percezione, stimolazione e azione vengono integrati; è anche una teoria semantica.
Percezione significa associazione di due eventi, stimolazione e comportamento.
E’ una teoria gerarchica; la stimolazione viene prima dell’azione, non c’è azione che
possa dirsi percezione se non c’è la stimolazione, l’azione non influenza la
stimolazione.
L’azione è parte integrante della percezione.
Una delle prime critiche che si può fare a questa teoria è che è verificazionista; la
percezione senza azione non ha senso per i verificazionisti; ma davvero si può
risolvere tutta la percezione come un’azione stimolo risposta? Non sappiamo quando
avremmo una reazione a una certa percezione; pensando alle percezioni subliminali, in
un paradigma come quello comportamentista esse non possono essere misurate.
I comportamentisti si disinteressano dei comportamenti neuronali; rischiamo una
metodologia che lascia fuori una serie di eventi che hanno a che fare con la percezione
mantenendo un approccio prettamente comportamentista.
Ad esempio la memoria; per i comportamentisti l’unica percezione valida è quella da
cui scaturisce un comportamento, ma nel corso della giornata abbiamo percezione di
una lunga serie di cose che registriamo senza che esse condizionino i nostri
comportamenti.
Inoltre, ad uno stimolo identico possono risultare percezioni diverse (es. illusione ottica
cubo) e ciò che influenza la percezione è proprio una credenza interiore.

Skinner scrive Verbal Behavior che è l’apice del comportamentismo; il comportamento
linguistico è un altro elemento che si tenta di spiegare tramite il paradigma stimolorisposta.
Il linguaggio è l’associazione di uno stimolo con un certo suono.
Chomsky propone due punti con cui distrugge tutto il lavoro di Skinner; innanzitutto
distingue estensione ed intenzione. Non conosciamo qual è la natura dello stimolo;
quando un bambino vede un oggetto, che cosa vede realmente? Ci sono molte
modalità per descrivere la stessa cosa, perché il bambino dovrebbe associare il nome
di un oggetto ad oggetti che presentano determinate caratteristiche e non ad altri?
Non possiamo controllare questa associazione stimolo risposta perché non sabbiamo
bene cosa il bambino percepisce.
La seconda questione è la povertà dello stimolo; in Skinner c’è l’utopia che le
combinazioni grammaticali possano essere apprese per associazione. Il
comportamentista non è in grado di spiegare la velocità con cui i bambini apprendono
il linguaggio e soprattutto la frequenza degli errori che non è casuale da bambino a
bambino, ma che sono frequenti e ristretti in un determinato campo.
Ci devono essere allora strutture interne in grado di rappresentare una corretta
sintassi linguistica.

LEZIONE III

La teoria della percezione inferenziale si può ricollegare alla teoria comportamentista.
Il comportamentismo è stata la corrente che più di ogni altra ha puntato sulla
naturalizzazione delle scienze cognitive.
Agli scienziati cognitivi interessa come possa essere elaborato e percepito il
linguaggio. Per Skinner esso è soltanto uno stimolo percettivo che dà luogo a un certo
comportamento ma Chomsky confuterà la sua visione.
Nella visione di Skinner non c’è contributo da parte del soggetto, tutto si riduce ancora
una volta a una semplice relazione di stimolo e risposta. Secondo Chomsky le teorie di
Skinner non sono giustificate.
Ci sono tre parametri rilevanti nella visione comportamentista; stimolo, visione e
risposta. Chomsky le confuta tutte e tre.
Se è vero che un setting sperimentale dove lo stimolo è elementare e banale, in un
contesto più complesso noi non sappiamo quale sia l’aspetto di un certo stimolo che il
soggetto lega al comportamento verbale.
Il termine sedia può essere rinforzato alla visione di un oggetto, ma cosa si lega ad
esso? La forma, il colore? Il bambino potrebbe indicare il colore e chiamare esso
“sedia” se gli si viene mostrata una sedia di un dato colore.
Ma nel contesto quotidiano ciò non è possibile; non si possono scindere gli aspetti
delle cose. Lo stimolo è ambiguo, non può essere usato per fondare la teoria della
comprensione del linguaggio.

Il rinforzo; potrebbero esserci forme di rinforzo che non richiedono la presenza di
qualcosa di esterno. Il rinforzo potrebbe essere qualcosa che il soggetto immagina. E’
qualcosa di interno, non di esterno.
Il comportamento; grammatica e linguaggi naturali sono complessi, ma il bambino già
all’età di due/tre anni inizia a usare la grammatica in modo corretto. Questo non
sembra compatibile con la povertà dello stimolo risposta; inoltre non è compatibile con
gli infiniti errori che il bambino potrebbe commettere. Ma gli errori sono quasi sempre
gli stessi, non sono casuali. La stessa cosa nel comportamento. La competenza è
interna al soggetto; solo certe possibilità sono accettate dal sistema e altre vengono
subito scartate.
Questa è chiamata anche la tesi de la povertà dello stimolo.
La teoria aprioristica di Chomsky è paragonata alle categorie Kantiane, per Kant però
le strutture della sensibilità sono totalmente a priori, per Chomsky no, sono strutture
interne al soggetto legate al modo in cui è “programmato”.
Questa idea verrà poi ripresa dal cognitivismo; la mente funziona come un programma
che trasforma gli input in certi output, rielaborandoli.
La svolta cognitivista inizia negli anni ’60, è legata in parte a una concezione che già
Cartesio aveva anticipato ne “L’ottica”, che dice che è ovvio che noi giudichiamo la
forma attraverso la nostra opinione che abbiamo delle posizioni delle parti che
costituiscono un oggetto. La forma non è data immediatamente; è attraverso il
riconoscimento di certi particolari, un processo inferenziale di giudizio che noi
possiamo comprendere la struttura di un oggetto.
Occorre avere una conoscenza pregressa e la capacità di ricondurre oggetti percettivi
ad essa.
La teoria inferenziale si lega a Von Helmoholtz che dice che attraverso la stimolazione
della retina associamo l’esistenza di un oggetto, la cui esistenza è inferita per
induzione.
Non è necessario che questi processi inferenziali siano consapevoli, viene postulata
una capacità interna al soggetto non consapevole di associare esperienze sensibili alla
presenza di oggetti in modo da creare delle inferenze.
Impariamo ad associare certe forme alla presenza di certi oggetti e impariamo ad
associare le diverse percezioni ad un unico oggetto.
Generalmente non possiamo associare tutte le diverse percezioni che ho di qualcosa
se non ho anche un qualcosa di scritto in me che mi permetta di legare queste diverse
associazioni ad un’unica causa.
La capacità di collegare tante forme diverse ad un unico elemento.
E’ chiamata teoria inferenziale perché abbiamo una sorta di sillogismo; date certe
informazioni sensibili e cinestetiche le condizioni ambientali sono x, le informazioni
sensibili e cinestetiche sono, le condizioni ambientali sono Y.
C’è un’associazione ripetuta, dei dati percettivi e un’inferenza.
Questo processo è assolutamente interno e inconscio. A certi dati sono legate certe
informazioni; per far sì che si possa parlare di inferenza occorre attribuire un valore di
verità alle premesse e alle conclusioni. Occorre una teoria dell’informazione per poter

gestire un sistema come questo. Perciò il cognitivismo inizia a lavorare sulla teoria
dell’informazione, per capire cos’è e come sia possibile naturalizzarla.
Nell’empirismo diventa cruciale il concetto di rappresentazione, ossia un sistema
composto da tre elementi. Un veicolo, un riferimento e un contenuto.
Il veicolo è il linguaggio scritto, un metodo comunicativo, un riferimento è la cosa a cui
esso si riferisce. Le forme del veicolo sono molteplici; potrebbe essere una parola, un
quadro, una foto etc.
Qualsiasi riferimento può essere tradotto come termine di attivazione di stimoli
neuronali; un veicolo è una struttura materiale che si lega a qualcosa. Può assumere
forme infinite.
Il contenuto è il terzo elemento; ci si può riferire ad un oggetto in molteplici modi. Non
è possibile riferirsi a qualcosa se non attraverso un senso. Affinché vi sia informazione
occorre che venga attribuito un contenuto.
Ci sono alcuni stati del sistema cognitivo che esprimono i contenuti in una forma
proposizionale. Il contenuto mentale può essere vero o falso, e in questo modo riesce
a descrivere anche gli stati allucinatori.
L’idea che ci siano degli stati informazionali con un contenuto proposizionale vero o
falso può essere usata come premessa in un processo inferenziale.
Se associamo stati cerebrali possiamo usarli come premesse; se mi trovo in uno stato
x descritto da uno stato y posso inferire che c’è un oggetto.
Turing pensa all’agente come un sistema computazionale che date certe informazioni
si muove in funzione di regole prestabilite.
Possiamo immaginarci il sistema cognitivo come un sistema che grazie alla
stimolazione si trova in un certo stato che esprime un contenuto relativo alla causa di
un certo stato, ci sono regole interne al sistema che permettono di associare diversi
stati e formare delle conclusioni.
L’immagine della mente come hardware segna la teoria cognitivista della percezione.
Il processo che guida la teoria della percezione cognitivista è quella della ricezione
dell’input, della rielaborazione di esso e di un output.
Rispetto alla teoria comportamentista, la rielaborazione soggettiva dell’input è
fondamentale. Il tutto non si riduce alla semplice relazione stimolo-risposta.
Certe forme di processazione possono essere migliori di altre. L’associazione stimolocomportamento può anche essere funzionale in alcuni casi.
L’azione non è più elemento costitutivo della percezione; nello stimolo non c’è scritto
nulla.
Processare un’informazione significa rielaborare un input in un output.
La svolta cognitivista può essere riassunta nei concetti di: rappresentazione,
computazione, modularità.
Dati certi contenuti posso associarne altri; la modularità è l’idea che ci siano forme di
processazione molto rapide e non influenzabili da altre forme di processazione.

La computazione è specializzata per certi compiti; ad ogni compito cognitivo si associa
un certo modulo, un programma.
Per ogni esecuzione abbiamo un software che gestisce quel compito.
Uno dei libri che ha influenzato la teoria inferenziale è Vision di David Marr; il primo
capitolo ha a che fare con la filosofia della concezione cognitivista. Qui dice che se
qualcuno vuole comprendere un sistema complicato e fare l’assunzione che la visione
si comprenda solo guardando quello che avviene nel sistema nervoso, allora bisogna
essere pronti ad analizzarlo secondo punti di vista gerarchici diversi.
Anche se in prima battuta non si è in grado di creare dei legami in questi tre livelli;
quello che fa Marr è ricapitolare l’idea della rappresentazione, della rielaborazione e
dell’azione.
Il compito di Marr è quello di capire il compito del sistema nervoso; l’idea di Marr si
riassume in una tripartizione di analisi.
Il lavoro del sistema nervoso nella visione può essere riassunto attraverso tre grandi
livelli; uno è di tipo computazionale, quello in cui associamo a un certo input a un
certo output. Qui siamo al livello di analisi più affine al comportamentismo, azione e
reazione.
C’è poi un livello di analisi algoritmico, nel mezzo dell’input e dell’output. Si deve
stabilire cosa aggiunge il sistema nervoso allo stimolo.
Infine c’è un livello implementazionale; in che modo, dato l’algoritmo, lo innesto in uno
stato materiale?
Come può la macchina eseguire l’algoritmo? E’ il livello di analisi delle neuroscienze.
Questo tipo di sistema non ci dice che per certi algoritmi ci sono certi sustrati
implementazionali, ma solo che bisogna essere in grado di passare da un livello
all’altro.
Le tesi funzionaliste sostengono che forme di mentalizzazione non hanno
necessariamente un substrato cerebrale; potrebbero essere implementate su funzioni
diverse. Stabilito l’algoritmo delle forme di processazione si possono impiantare su
strutture fisiche diverse, concezione che apre la strada allo studio sulle intelligenze
artificiali.
L’articolo di Gregory prende in esame l’idea che la percezione possa essere
considerata come una successione di ipotesi. Come noi studiamo le ipotesi scientifiche
può essere considerata la percezione.
C’è l’idea che le procedure che portano alla formulazione di ipotesi scientifiche stanno
alla base del sistema nervoso.
Ci sono tre affermazioni fondamentali che fa Gregory; la percezione è come le ipotesi
della scienza, le procedure della scienza sono guida della scoperta dei processi della
percezione, come gli errori sono la guida nella scienza così le allucinazioni e gli errori
sono la guida delle percezioni.
L’interpolazione è il modo in cui in ambito scientifico si delinea un percorso ideale
attraverso serie di dati che non hanno una struttura ideale; la stessa cosa avviene
durante la percezione visiva.

L’estrapolazione è il processo con cui la mente costruisce la tridimensionalità a partire
da immagini bidimensionali.
La percezione forma delle ipotesi e a volte esse si scontrano con altre conoscenze, di
qui i paradossi della percezione. La percezione forma un’ipotesi con cui le nostre
conoscenze sono in contraddizione.

LEZIONE IV

Sensibilità, comportamento e pensiero sono le tre aree di studio del cognitivismo.
Sul piano della ricerca di un modello del genere, le conseguenze sono state: la
tendenza di localizzare queste informazioni all’interno di un sistema nervoso in aree
specializzate. I processi sensibili hanno a che fare con il lobo occipitale, i processi
decisionali hanno a che fare con il lobo frontale, l’esecuzione dell’azione con l’aria
motoria. Se queste aree si danneggiano, il soggetto non è più in grado di vedere, di
avere inferenze corrette o di eseguire movimenti corretti.
Marr aveva individuato tre grandi livelli; quello computazionale, che tenta di rivelare lo
stimolo e la risposta attraverso l’analisi di tipo algoritmico, che considera una fase
intermedia tra input e output e infine l’implementazione che è la ricerca delle basi
materiali su cui questi processi si realizzano.
Fodor è uno dei principali sostenitori del naturalizzazione delle scienze cognitivi. Fodor
cerca di riconcettualizzare la semantica della rappresentazione all’interno di una teoria
naturalistica, per ricatturare la capacità di riferirsi a qualcosa attraverso gli strumenti
delle scienze naturali.
Deve spiegare le condizioni sufficienti affinché un pezzo di mondo si riferisca a un altro
pezzo di materia; vuole spiegare come qualcosa si riferisca a qualcos’altro senza far
riferimento a semantica, a intenzionalità ma solo attraverso le proprietà naturali di
questi oggetti, le qualità fisiche, chimiche e biologiche.
Questo è il progetto che sta alla base delle teorie della naturalizzazione della mente.
Fodor cerca di comprendere la natura del pensiero e della mente attraverso una
cornice concettuale, ordinare i concetti della teoria cognitivista e a questo fine
introduce il linguaggio della mente, un’ipotesi sperimentale, qualcosa che non è
definito a priori ma che è in grado di ordinare i dati che abbiamo sulla cognizione.
I quattro assunti di questa visione sono: che la cognizione sia simbolica, che questi
simboli siano rappresentazioni. Funzionalismo, l’idea che ogni stato mentale abbia un
ruolo funzionale.
Queste assunzioi hanno dato il via a una nuova terminologia, l’idea che il nostro
funzionamento cognitivo sia riferibile a un linguaggio della mente, il mentalese, i
termini sono aree cerebrali, veicoli di contenuti, che interagiscono tra di loro secondo
regole sintattiche che non sono altro che forme di rielaborazione dell’informazione.
Il cervello è un codice in cui ogni attivazione è una parola e ogni attivazione è regolata
da una grammatica interna.

Affinché sia un’ipotesi naturalizzata occorre avere una buona teoria naturalizzate delle
rappresentazioni, una volta che si ha questa cornice si va a vedere se veramente il
nostro cervello funziona così.
Una delle caratteristiche fondamentali di questa ipotesi è che è compatibile con uno
degli aspetti fondamentali del pensiero, la composizionalità. L’idea che il nostro
pensiero sia qualcosa di complesso e che il valore di queste forme di pensiero sia
determinato dalle sue componenti più le strutture logiche che lo regolano. Principio già
presente in Platone ma che Frege formalizza. Il significato di una proposizione
complessa è determinato dalla sua struttura e dal significato dei suoi costituenti. Per
ogni espressione complessa il significato di essa è determinato dalla struttura di esso
e delle sue parti costituenti.
C’è una costituzione che permette di costruire significati sempre più complessi.
Ad esempio il comportamentismo non è in grado di spiegare come il nostro pensiero
sia composizionale. Non assume regolazione interna ma è solo un sistema di azione e
reazione.
Il pensiero, la cognizione è una forma di linguaggio in cui si hanno veicoli che si
associano l’un l’altro attraverso connettivi logici che non sono altro che connettivi
causali descritti da regole inferenziali.
La ricerca sperimentale delle scienze cognitive si basa su questa idea.
Se abbiamo evidenze che ci portano all’assunzione di un linguaggio del pensiero, forse
bisogna prendere seriamente l’ipotesi che ci sia un linguaggio interno.
L’idea che vi sia una codifica interna del sistema neurale e che il comportamento sia la
codifica di una informazione da parte del sistema.
In breve Fodor sostiene che l’unico modello plausibile è il suo; se si assume che la
computazione sia qualcosa di valido, occorre assumere forme di computazione interna.
Tra percezione e azione c’è un medium rappresentazionale, un modello mentale del
mondo. La rappresentazione del mondo deve essere veritiera altrimenti il
comportamento sarà non adeguato ai fini.
Il sistema rappresentazionale non è qualcosa di semplice, è ricco e complesso perché
altrimenti non riusciremmo a catturare aspetti complessi del mondo.
Il comportamento della gente è definito in base a stimoli acquisiti e decodificati
attraverso dati valori semantici; questi valori causano desideri di un determinato tipo,
anch’essi strutture semantiche, e qui si aprono una serie di modalità di azione.
Anche in questo sistema il libero arbitrio non viene definito; Fodor sostiene l’esistenza
di catene causali definite regolate da regole causali e deterministiche.
Fodor riprende l’idea di Chomsky; siamo di fronte a una stimolazione, soltanto se
completata con informazioni interne essa può assumere un significato.
La percezione è un’inferenza alla miglior spiegazione.
L’altro aspetto fondamentale del pensiero di Fodor è la modularità.
Al linguaggio del pensiero si associa la modularità; il cognitivismo classico non aveva
notato che il pensiero è più funzionale di quello che si assume.

L’accesso a informazioni di base è regolato da strutture architettoniche che sono
quelle modulari; non sono cose che Fodor inventa ma sviluppa delle precedenti
indagini della frenologia.
Gall fu il fondatore di questa neuroscienza; quello che sottolinea Fodor è una delle
assunzioni di Gall, ossia che le facoltà del pensiero siano localizzabile in determinate
aree del cervello e che i sistemi cognitivi si siano sviluppati attraverso distensioni
funzionali.
Gall sostiene soltanto questo nella sua dissertazione iniziale per poi passare a una
evidenza della facoltà nella conformazione cranica; Fodor non considera la seconda
parte ma soltanto l’assunzione di base della specializzazione dei sistemi cognitivi.
Al centro dell’idea di modularità di Fodor c’è il processo incapsulato; il modulo, che
ricevuto un dato stimolo specifico dà sempre lo stesso risultato.
La computazione in un certo input risente di influenze collaterali. A un basso livello la
rielaborazione è lineare, poi passa l’informazione a un più alto livello.
Ogni modulo si attiva necessariamente a un dato stimolo, ha un dominio specifico,
sono incapsulati (non riflettono di informazioni parallele presenti all’interno del
sistema), sono processi veloci e automatizzati, sono dissociabili e localizzabili, sono
innati.

LEZIONE V

All’inizio del ‘900 il paradigma cartesiano è ancora quello dominante; c’è
un’integrazione molto profonda tra l’aspetto mentale e quello corporeo, c’è una sorta
di unità per stessa ammissione di Cartesio, anche se non riuscirà mai a proporre una
teoria che riesca a spiegare questa unità.
La filosofia delle scienze cognitive ha una misura naturalizzata; la fenomenologia non
si pone questo problema, è completamente distaccata da esso. Per la fenomenologia
l’oggetto di studio è l’esperienza in prima persona, quella che il soggetto ha del
mondo e questo è considerato la precognizione affinché si abbia qualsiasi scienza
della natura. L’esperienza qualitativa e la sua precognizione interna sono necessarie;
quella delle scienze naturali non è che una costruzione che si radiche sull’esperienza
in prima persona.
La fenomenologia per Husserl è indagine nella sfera della pura evidenza, e
precisamente indacine d’essenza.
Non mira a descrivere l’esperienza, ma a delineare quelle che sono le condizioni di
possibilità affinché sia dia una struttura interna dell’esperienza. E’ una disciplina che
cerca le condizioni di possibilità e ha un approccio trascendentale di tipo kantiano.
Parte da un’epoché, una messa in disparte delle esperienze di tipo comune in senso
realistico. Pone l’esperienza degli oggetti come assunto di base.
L’epoché rappresenta il timbro più idealistico della filosofia Husserliana.
L’azione è qualcosa che è sempre eseguito attraverso un medio, ossia il corpo.
Husserl è allievo di Brentano, il riscopritore della nozione di intenzionalità che pone il
problema dell’intenzionalità in termini di riferimento a qualcosa; tutta l’opera

husserliana è influenzata da questa nozione; poi è allievo i Bolzano, ha dei contatti con
Frege.
Esiste un corpo come oggetto tra gli altri oggetti e il corpo inteso come vissuto, ossia
un corpo esperito come uno strumento liberamente mobile nello spazio, sotto il
proprio controllo.
Sulla relazione tra corporeità e esperienza percettiva Husserl non dice molto, ma nel
secondo volume delle idee si ritrova concentrata una visione chiara del rapporto tra
percezione e corporeità.
La conformazione delle cose dipende da come è fatto il mio corpo e dalla funzionalità
degli organi di senso; percepisco qualcosa in un certo modo perché ho dei sensi che
sono fatti e funzionano in un certo modo.
L’uomo ha una serie di sensazioni legate al movimento del proprio corpo; vi è una
compresenza di esperienza cinestetica e esperienza sensibile che si compenetrano.
Qualsiasi realtà del mondo circostante ha una propria relazione con il corpo vivo.
Qualsiasi cosa che si manifesta compare sempre secondo un certo punto di vista,
secondo una prospettiva, ha a che fare con la posizione del corpo del soggetto e già in
questo dato c’è una relazione indissolubile con il corpo del soggetto. La percezione è
sempre prospettica.
Il corpo vivo ha un posto privilegiato poiché è il punto da cui si diramano le prospettive
percettive e tutte le cose hanno una relazione rispetto al corpo. Ci sono due ordini
percettivi; le note della cosa, ossia le proprietà dell’oggetto, e le sensazioni
cinestetiche, che si legano alla possibilità di movimento di un corpo.
Da una parte ci sono le immagini dell’oggetto e dall’altra si associa a questa qualità
oggettiva una sensazione di tipo sinestetico; si crea una serie che associa ad ogni
qualità una condizione sinestetica del corpo.
Un soggetto sa sempre come apparirà un oggetto partendo dalle sensazioni
sinestetiche del corpo; si formano delle ipotesi di tipo riduttivo.
E’ una concezione rappresentazionale; l’oggetto viene rappresentato nelle sue
modalità sensibili.
La corporeità è un elemento di sfondo comune tra i soggetti; se volessimo parlare di
uno spirito Assoluto, come Dio, questo dovrebbe incarnarsi per poterne parlare quindi
dovrebbe perdere il suo sguardo assoluto che vede le cose indipendentemente dalla
soggettività.
C’è una radice corporea della percezione indissolubile dalla percezione stessa.
Merleau-Ponty si è concentrato sulla percezione visiva; per lui la cosa si costituisce
nella presa del mio corpo su di essa, non è un significato per l’intelletto ma una
struttura accessibile all’ispezione del corpo.
L’oggetto è oggetto solo se può essere allontanato e scomparire dal mio campo visivo;
affinché vi sia un oggetto, bisogna variare le prospettive su di esso.
La prospetticità è una radice corporea; la permanenza del corpo è tutt’altro genere,
esso non è esplorazione indefinita, si sottrae ad essa e si rappresenta sempre secondo
lo stesso angolo.

La prospetticità è condizione essenziale della percezione; le situazioni di fatto la
presuppongono. Le situazioni possono investirmi se io ho un corpo e posso accedere
secondo una certa prospettiva al mondo.
Il corpo è l’orizzonte latente della nostra esperienza prima di ogni pensiero
determinante; anche in Merlau-Ponty c’è una atteggiamento trascendentale. Il corpo è
una prima apertura alle cose senza la quale non ci sarebbe conoscenza oggettiva.
Merlau-Ponty introduce la nozione di schema corporeo, che può far riferimento alla
spazialità di posizione per cui il corpo è un sistema di coordinate, dall’altra c’è una
spazialità di situazione in cui il corpo è un sistema di spazialità rispetto a un compito.
Si interfaccia agli altri oggetti non solo come sistema di coordinate ma a come può
interagire con gli altri oggetti. A Merlau-Ponty interessa questa seconda concezione.
Lo schema corporeo è un modo per dire che il mio corpo è al mondo.
Per quanto riguarda lo spazio corporeo, c’è un sapere dell’uomo che si riduce a una
specie di coesistenza con esso e che non è un nulla quantunque non possa essere
tradotto.
Posso installarmi nel mio mondo come un insieme di manipolabili senza cogliere né il
mio corpo né il mio mondo circostante come ogetti in senso kantiani, cioè come
sistema di qualità collegate da una legge intelligibile.
Posso accedere al mondo attraverso una conoscenza pratica che non è una
conoscenza proporzionale.
Non c’è un io penso ma un io posso.

LEZIONE VI

Gibson si è formato nella scuola della Gestalt, influenzata in parte dalle teorie di
Merlau-Ponty.
Gibson è uno psicologo e inizia studiando il modo in cui gli uccelli atterrano per
comprendere come gli aerei potrebbero atterrare meglio; giunge alla conclusione che
certe tendenze di tipo elementarista nella teoria delle percezione allora in voga siano
errate.
Nel ’79 esce l’approccio ecologico alla teoria della percezione; Gibson nasce come
psicologo sperimentale ma utilizza anche un approccio teorico.
La percezione è l’estrazione di varianti dallo stimolo; non abbiamo una processazione
di singoli input ma un’estrazione di elementi dall’ambiente, quello che conta non è
l’elaborazione ma gli elementi che hanno la loro coesione e che stimolano il flusso di
percezione.
Qui c’è l’influenza della Gestalt, che sostiene che la percezione non ha un carattere
atomistico ma di strutture che hanno una salienza specifica; la strutturazione è
qualcosa che si dà nella prima fase della percezione.
Uno degli assunti fondamentali della teoria ecologica di Gibson è che la percezione è
un processo diretto e non mediato da rappresentazioni; percepire è avere un contatto
diretto e l’oggetto della percezione e il percepito coincidono, non c’è qualcosa di

mezzo che fa da barriera, non ci sono rappresentazioni tra ciò che percepisco e
l’oggetto della percezione.
Ha in mente l’idea di percezione che viene utilizzata dai computazionalisti; ogni
percezione è computazione dell’oggetto percepito.
L’informazione viene presa dal soggetto, direttamente, senza la mediazione di forme
rappresentazionali; Gibson si discosta dal cognitivismo ma rimane sempre nel
naturalismo della percezione.
Il soggetto prende l’informazione, non la costruisce. L’informazione è nell’ambiente. Il
soggetto interagisce con l’ambiente e afferra l’informazione contenuto in essa,
contenuta nel flusso di stimolazioni sensibili che vengono dagli oggetti.
Alle variazioni dell’influsso sulla nostra retina corrisponde un diverso oggetto;
l’informazione è presente nel codice di stimolazione che ci viene a colpire. E’ come se
gli oggetti parlassero un certo linguaggio.
La percezione non è costruita all’interno in forme di processazione algoritmica.
L’informazione è fuori dal soggetto e il soggetto la sa leggere, sa cogliere una forma di
codice da un’altra.
L’analogia tra mente e computer si dissolve; il soggetto che percepisce non è un
computer che elabora informazioni ma un sistema in grado di riconoscere senza la
mediazione di rappresentazioni quello che sta là fuori.
L’informazione è fuori, è naturale, sono gli oggetti che parlano la lingua dei codici di
stimolazione; ciò che noi recepiamo sui nostri apparati sensibili è colta dal soggetto.
La percezione non avviene per strutturazione di elementi minimi ma avviene per
campionatura; quali sono i modelli rilevanti e quelli non rilevanti? La corporeità gioca
un ruolo rilevante; il soggetto corporeo non è passivo ma interagisce, guida
l’esplorazione dell’ambiente e le modalità con cui queste stimolazioni si danno.
Ciò che avviene è un cambio di stimoazione sui miei recettori; girando attorno osservo
una continua varietà di variazioni; ogni variazione varia in funzione dei miei
movimenti, tant’è che si possono trovare degli invarianti di queste variazioni.
L’invariante decide come far variare le cose.
Il nostro apparato sensibile è sensibile a questo tipo di dato; non è sensibile a elementi
qualitativi o atomi di percezione, ma a queste forme di invarianza.
In questo modo riesce ad attribuire significato al flusso di stimolazioni; muovendo
intorno all’oggetto il soggetto coglie le invarianze e riesce ad attribuirgli un’identità.
Per questo la percezione è diretta, perché tutto il materiale è nelle forme di
stimolazione.
Questo richiede un’abilità che è quella di esplorare l’ambiente; il soggetto deve essere
in grado di interagire ed esplorare l’ambiente altrimenti avremmo soltanto una
rappresentazione fissa e il soggetto non sarebbe in grado di cogliere forme di
invariabilità, non ci sarebbe nemmeno la percezione.
Non c’è una sequenza di immagini, un aspetto elementare, è un continuo di
stimolazioni. Non c’è una forma di elaborazione dell’informazioni ma un
campionamento, un continuo che varia secondo certe strutture e il nostro sistema
percettivo coglie queste strutture.

Questo campionamento non è equivoco, è univoco nella sua identità; ogni oggetto
risponde all’irradiazione luminosa in modo peculiare, rispondo alle esplorazioni che il
soggetto compie in modo proprio. Così è possibile dare a un oggetto un’identità.
Mentre le teorie ortodosse considerano un contributo soggettivo allo stimolamento
oggettivo, Gibson rifiuta questa assunzione e dice che l’informazione si trova
solamente fuori dal soggetto; il soggetto è un reagente all’ambiente dotato di una
corporeità, che assume un ruolo determinante perché nella percezione coglie le
invarianze motorie.
Un altro concetto teorizzato da Gibson è quello delle affordance; le affordance sono
qualcosa che l’ambiente offre al soggetto e implicano alla base una complementarietà
tra il soggetto e l’ambiente; qui c’è l’aspetto ecologico di Gibson, che studia il
soggetto in riferimento all’ambiente ecologico.
L’organismo è in grado di campionare elementi dall’ambiente in modo diretto e
orientato a uno scopo pratico che è proprio di quell’organismo agente; lo stesso
ambiente percettivo si costruisce in funzione degli scopi pratici perché quell’organismo
si costituisce in funzione di essi. Questi oggetti sono le affordance.
L’ambiente ci offre possibilità di azione determinati dalla struttura degli oggetti e dalla
nostra costituzione corporea; l’ambiente è strutturato in vista di uno scopo per un
certo agente.
Le affordance sono proprietà disposizionali; proprietà di un oggetto in determinate
condizioni.
La percezione non è un’elaborazione di elmenti singoli; è più semplice pensare che la
percezione è direttamente un’inferenza. Si hanno certe stimolazioni subito; colte
regolarità subito viene attaccata.
Le affordance ci dice in che modo l’oggetto può essere utilizzato; Gibson non postula
processazioni interne perché noi ci siamo evoluti per relazionarci direttamente con gli
oggetti. La quantità di calcolo per attribuire una certa forma è incredibile.

LEZIONE VII

Le affordance sono proprietà degli oggetti relative alle possibilità di azione del
soggetto; il soggetto concepisce lo spazio esterno come strutturato in possibilità di
azione relative alla sua corporeità.
L’idea di Gibson ha dato seguito a una serie di lavori sperimentali non soltanto
all’interno della corrente ecologica ma anche tra i cognitivisti classici, che hanno
tentato di ridescriverla in una concezione modularista.
Ad esempio, una delle conseguenze osservabili di questa teoria è che vedere oggetti
che hanno a che fare con le azioni dovrebbe attivare piani motori per l’attivazione di
quella azione.
La teoria di Gibson sembra indicare che il sistema motorio è direttamente correlato
alla percezione; se non c’è una cognizione centrale che fa informazioni inferenziali,
forse lo stimolo è mappato su un sistema vitale come quello motorio.

Ci sono diverse evidenze che indicano che la sua è una buona ipotesi; ad esempio,
Ellis e Tucker sono i primi ad aver portato avanti questi studi.
In uno bisogna guardare degli oggetti e compiere delle azioni; si vede che il
movimento è modulato dalle caratteristiche dell’oggetto che il soggetto sta
percependo. Inoltre, ai soggetti non veniva detto di afferrare l’oggetto, ma prima gli
veniva mostrato e dopo gli diceva di fare un movimento prensile.
La teoria computazionale della percezione classica in cui c’è percezione, elaborazione
e azione e in cui percezione e azione non sono così correlati, in realtà non sembra più
così scontata.
C’è una netta correlazione tra percezione e azione.
Un articolo di Fodor e Phylyshyn del 1981 critica aspramente la teoria ecologica di
Gibson dicendo che è soltanto un nuovo tipo di comportamentismo.
Se tutta la percezione è diretta, se possiamo percepire qualsiasi proprietà in modo
diretto abbiamo una percezione diretta degli invarianti che non esclude niente.
Se percepiamo tutto il mondo in modo diretto ci sono conseguenze controintuitive; si
banalizza la percezione.
C’è una specificazione nel flusso ottico, ossia una identità tra quello che viene
percepito e l’esistenza di quell’oggetto; quando c’è un determinato flusso ottico c’è
quell’oggetto.
Questa è una conseguenza della teoria ecologica di Gibson. Tutte le volte che
percepisco un oggetto c’è quell’oggetto; ma illusioni e errori fanno parte della
percezione. Questa è una banalizzazione della percezione.
C’è un modo però di aggirare questo problema, nel campo della filosofia analitica; una
corrente all’interno di questo dibattito è quella disgiuntivista, per i quali percepire
qualcosa significa essere in contatto diretto con quella cosa; l’illusione è un’altra cosa.
La percezione è sempre veridica per definizione.
Però, stando a Fodor, quello non è il modo con cui definiamo comunemente la parola
percezione.
Il secondo problema è quello dell’inferenza; qui Fodor è molto secco; come si può se
non tramite l’utilizzo di un processo inferenziale ad assegnare a una certa struttura
una certa etichetta. Come si può attribuire significato a una percezione se non
attraverso un’inferenza?
Sulla struttura del flusso ottico non c’è l’etichetta afferrabile; quella è una
computazione del soggetto. Soltanto attraverso questo processo è possibile attribuire
un significato anche motorio agli oggetti.
Bisogna poi essere in grado di giustificare anche i casi della percezione erronea;
Gibson non è in grado di dare una risposta a questa domanda.
L’errore richiede sempre la presenza di un’elaborazione interna da parte del soggetto.
Affinché il soggetto possa percepire qualcosa erroneamente occorre che vi sia
un’elaborazione errata all’interno del soggetto; i soggetti che si trovano di fronte allo
stesso fascio di stimolazioni potrebbero assegnare qualcosa di diverso ai fatti che
vedono.

Questi problemi etichettano la teoria di Gibson come comportamentismo anche se
Gibson non aveva in mente questo tipo di questioni.
Susan Harley sostiene che il concetto classico di percezione è troppo semplice; la
percezione e l’azione si incontrano in modo fugace, tutto il lavoro è fatto dalla
strutturazione dell’input ed è grazie alla strutturazione della cognizione che otteniamo
percezione.
Ci sono due presupposti che stanno a questa teoria classica; il primo è la linearità, per
cui la percezione è un processo di tipo lineare che ha un inizio e una fine e in cui inizio
e fine non hanno circolarità.
L’altro presupposto è lo strumentalismo, relativo al rapporto tra percezione e azione.
La percezione è uno strumento, un mezzo per l’azione. Si può dare il caso in cui anche
l’azione è strumento per la percezione. L’azione può essere vista come strumento per
ottenere nuova informazione percettiva, in ogni caso non si esce da questo dualismo
strumentale.
Harley esamina sia comportamentismo sia teoria ecologica; il comportamentismo
rifiuta lo strumentalismo e in questo il comportamentismo si differenzia nelle teorie
classiche, ma non nella linearità stimolo-risposta.
Non c’è la circolarità.
La teoria ecologica non è lineare perché riconosce il ruolo essenziale dell’azione nella
strutturazione del dato percettivo; le invarianze che sono il vero e proprio oggetto di
percezione sono dovute alle possibilità motorie del soggetto. Si ha percezione del
soggetto grazie al fatto che il soggetto si muove. Nella definizione di invarianza c’è la
possibilità che il soggetto si muova.
Il sistema motorio sembra essere un elemento fondamentale nella costruzione dello
stimo, della percezione intesa come stimolazione.
Manca linearità perché c’è circolarità. La possibilità di azione determina il contenuto
della percezione; ma allo stesso tempo c’è una forma di strumentalismo. L’azione è
qualcosa che il soggetto compie per percepire.
Gibson condivide una certa simpatia per il discorso evoluzionista. Percepire serve ad
agire.
C’è poi la via della sensimotorietà; ciò che percepiamo sono percezioni sensimotorie.
La percezione non riguarda soltanto l’interno del soggetto. Il cuore della percezione
non riguarda soltanto in cuore della percezione né qualcosa che sta soltanto là fuori.
Per la teoria sensirimotoria percepire significa accoppiare aspetti esterni e interni.
Percepire significa accoppiare ambiente e individuo; condizioni ambientali/condizioni
soggettive nel senso corporee si accoppiano e vengono trattate in modo dinamico.
Non si ha strumentalismo perché qui non entra in gioco separazione tra azione e
percezione.
Questo tipo di assunto è ciò che è alla base della teoria dinamica della cognizione e
quindi anche della percezone; questa teoria è stata introdotta da Val Gelder; così come
si studia la fisica con equazioni lo stesso va fatto con le cognizioni e con le percezioni.
La fisica studia le relazioni tra variabili, questo deve fare anche la scienza cognitiva.

Variabili ambientali e corporee coovariano; questo definisce la percezione. Percepire
qualcosa significa coovariare.
La definizione di credenza potrebbe essere definita in questi termini dinamici. Quando
parliamo di credenze ci rifacciamo a stati del soggetto; pensiamo sia una proprietà di
quel soggetto, in questo contesto invece non riguarda il soggetto ma la sua relazione
con l’ambiente esterno. In questo senso il concetto di credenza a livello estensionale in
un contesto cognitivista classico sarebbe una parte del cervello, in questo si estende
dal nostro cervello al nostro corpo fino ad aspetti dell’ambiente. In questo senso la
proprietà mentale come la credenza riguarda soggetto e ambiente. (Dynamical
System; Theory of Cognition).
Per la Harley, nella modularità orizzontale si hanno tanto moduli che danno un loro
output; la combinazione è complessa e non lineare.
La razionalità potrebbe emergere da un sistema complesso composto da questi
moduli; non esiste sistema centrale, ma solo un sistema complesso di questi moduli.
Un computer molto elementare potrebbe essere un sistema di questo tipo.