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Antonio Montanari

Malatesti e dintorni

Articoli apparsi
sul settimanale riminese
"il Ponte"
tra 1990 e 2013

Edizione informatica 02.03.2015

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Sommario
Tempio, il sorriso del saggio.
Tempio, il segreto delle tombe.
I pianeti di Sigismondo.
Novello Malatesti.
Passioni malatestiane del 1718.
Eruditi e maldicenti, 1756.
«Ritrovati» i Malatesti dei Lincei.
Sigismondo il «terrorista», 1461.
Le spie della Serenissima, 1461.
Un orologio turco per l'Europa.
Il sacerdote che difese Sigismondo.
Paolo e Francesca vittime di un delitto politico?
Il primo Malatesta, detto "il Tedesco".
Cleofe, un concilio, le nozze, un delitto.
Elena, la regina di Cipro.
Malatesti, Petrarca e Visconti, 1357.
Umanesimo riminese.
Tempio Malatestiano, cultura senza segreti.

Recensioni.
Sigismondo, il sogno di Bisanzio.
Le Signorie dei Malatesti.
Cesena tra Quattro e Cinquecento.
Se Dante rassomiglia a Francesca.

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Tempio, il sorriso del saggio.
"Tempus loquendi, tempus tacendi".
Uno dei primi libri che ho letto nella mia giovinezza è quello
scritto dal canonico don Domenico Garattoni sul Tempio Malatestiano.
Imbevuti com'eravamo d'un sacro timore della donna, vista come
simbolo della dannazione eterna, mi fece un certo effetto trovarvi
al secondo capitolo una definizione che poteva suonare altamente
provocatoria o persino empia alle nostre orecchie adolescenziali, la
definizione di "Tempio erotico". Nel primo capitolo svettava il
"Tempio eroico", a sottolineare la gloria che il principe aveva
voluto per sé, immortalata in un edificio solenne, che pur sempre
era la Casa del Signore, di un altro Signore, Quello per cui proprio
lì, nel 1952, ero stato cresimato dal vescovo
monsignor Luigi
Santa.
La discussione di don Garattoni sul "Tempio erotico" termina con la
citazione del motto sapienzale che è inciso su due fasce, "alla
sommità del padiglione che ammanta la magnifica Arca" d'Isotta.
Motto che, aggiungeva il sacerdote, "ìntima silenzio per reverenza
al Tempio e per pietà verso la Morta". Il motto, preso
dall'"Ecclesiaste", recita: "Tempus loquendi, tempus tacendi".
Cresciuto (da un po') in età, mi pare ora che sia troppo riduttivo
applicare il valore di quel motto soltanto alla figura di Isotta,
quasi fosse un segnale simile a quello che all'ingresso delle città
una volta imponeva il silenzio alle trombe automobilistiche, con il
divieto di segnalazioni acustiche. Anche perché, soprattutto, il
motto è presente pure in altri luoghi del Tempio.
Cresciuto in età, inoltre, sono costretto a correggere il mio
ricordo giovanile per via del titolo del libro a cui appartiene il
motto: oggi se citate l'"Ecclesiaste" denunciate la vostra data di
nascita, perché il libro è ora chiamato "Qohélet". Se cambia un
titolo
della
"Bibbia",
si
può
forse
anche
cambiare
un'interpretazione di una scritta del Tempio Malatestiano.
Dunque, "Tempus loquendi, tempus tacendi" potrebbe significare
qualcosa d'altro rispetto a quello che quarant'anni fa vi leggeva il
canonico don Garattoni, personaggio celebre in città, allora, non
soltanto per la sua raffinata cultura, ma anche per certi trascorsi,
diciamo, di simpatia fascista, che oggi piacerebbero molto, temo.
Il problema del motto sapienzale riguarda questo dato: in che
rapporto esso si pone con tutto il resto della costruzione? E' un
semplice accrescimento culturale erudito, o può persino offrirci un
significato aggiuntivo a quello della sua semplice presenza? (Ogni
segno è un segnale.)
Nel "Qohélet" troviamo scritto, in ordine di successione, che nulla
di nuovo c'è sotto il sole; che è inutile cercare di capire il senso
delle cose accadute nel mondo; che "per ogni cosa c'è il suo
momento": ed è qui che incontriamo l'elenco dei "tempi", a cui
appartiene il moto citato. C'è il tempo di piangere, e quello di
ridere, quello di lutto e quello di baldoria. Insomma, anche la
gloria è qualcosa di passeggero, non è quel sogno d'immortalità che
un condottiero, un signore, un principe pensa per sé e proietta nel
futuro. "Tutto è come un soffio di vento: vanità, vanità, tutto è
vanità", dice il testo, ricalcando la "Vulgata" di san Gerolamo:
"Vanitas vanitatum et omnia vanitas". Soltanto "chi ha fiducia in
Dio riesce bene in tutto".
La lezione, d'altra parte molto semplice del "Qohélet", demolisce e
ridicolizza ogni pretesa di eternità umana. L'eternità spetta
soltanto a Dio, Sua è ogni grandezza; nostra, ogni miseria e
fallacia.
Ecco: detto così sembra un'ovvietà, ma provatevi a calare dentro un
Tempio solenne, dentro ad un monumento autocelebrativo, il senso di
questa condizione relativa (e misera) dell'uomo rispetto alla
supremazia del Giudizio divino: "Dio giudicherà tutto quel che
facciamo di bene e di male, anche le azioni fatte in segreto". Sono
le parole poste a conclusione del "Qohélet".
Proiettatele sopra le scritte di marmo, applicatele alle intenzioni
di chi volle fare incidere l'ammonizione del "Tempus loquendi,
tempus tacendi": vi accorgerete che c'è qualcosa che non quadra, i
conti non tornano, anzi tornano benissimo se ipotizziamo che un
saggio abbia voluto quel motto proprio come motivo conduttore,

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ideale e reale, della costruzione, a dominare su ogni altro aspetto,
per moderare, anzi per smentire la pretesa assoluta, assurda, del
principe di elevarsi il monumento, di passare alla Storia per la sua
grandezza, per le sue imprese: "Vanitas vanitatum et omnia vanitas".
Immaginiamolo, questo saggio, mentre disegna il suo progetto, prima
nella propria mente, poi sulla carta, e mentre colloca in quel gesto
il senso di una propria convinzione, il desiderio di esprimere
copertamente una verità che è scopertamente sotto gli occhi di
tutti, ma che, proprio per questo fatto, nessuno vuol applicare a
chi da tutti si distacca e differenzia: il principe.
Ma anche tu, principe, partecipi del trascorrere dei tempi, nulla ti
rende diverso dagli altri. Il saggio sorride perché il principe,
ogni principe non accetta quest'idea del tempo che livella,
distrugge, illude. "Sic transit gloria mundi", ammonisce un semplice
cerimoniere nell'atto in cui il novello pontefice sale all'altare.
Ed uno stoppino acceso si consuma facilmente, immagine altrettanto
semplice. "Sic transit gloria mundi" sembra ripetere anche il motto
di "Qohélet".
Ma chi, tra gli uomini di Sigismondo Pandolfo dei Malatesti, poteva
suggerire quel gesto di sorriso quasi compassionevole al suo
signore, per rendere omaggio però ad un altro Signore, l'unico da
riconoscere come tale nella nostra vita?
Qualche anno dopo aver letto il libro di don Garattoni, mi avvicinai
a Leon Battista Alberti ed al pensiero umanistico per obblighi
universitari: ho riaperto anche quel saggio dove si parla di
Alberti, ha quarant'anni e lo scrisse il nostro docente di
Pedagogia, Giovanni Maria Bertin.
Di lì ho iniziato a ripercorrere la strada albertiana, per trovare
materiale che potesse dare un qualche fondamento alla mia ipotesi
del sorriso del saggio che fa incidere il motto sapienzale. Ed ho
sfogliato un vecchio testo di Eugenio Garin, sulla filosofia
italiana, oltre ad opere più recenti, trovando questa citazione dal
"De Iciarchia" (il governo della casa) di Leon Battista Alberti:
"Smetti, smetti, uomo di ricercare gli arcani del dio degli dèi più
oltre di quanto è concesso ai mortali: a te e alle altre anime
prigioniere del corpo vorrei che fosse concesso da' superni non più
di questo, di non ignorare del tutto le cose che vedete con gli
occhi". (Il discorso si potrebbe ampliare, manca lo spazio.)
"Il sorriso dell'ignoto marinaio", s'intitola un libro di Vincenzo
Consolo. Il sorriso del noto architetto, potrebbe chiamarsi
l'"historia" di questa iscrizione del nostro Tempio, ripresa dal
"Qohélet", e proposta provocatoriamente ancora oggi a noi che,
entrando nel Tempio, non abbiamo quella consapevolezza che la
citazione biblica dovrebbe suggerirci.
C'è un tempo per parlare, ed uno per tacere. Ma ovviamente, parlare
a proposito, senza inventarsi quello che non c'è, perché nel Tempio
c'è già tutto. Basta fermarsi un attimo, tacendo, ad ascoltare
quelle pietre che parlano. Ci basta non ignorare "le cose che
vediamo con gli occhi". E soprattutto ricordare che "Dio giudicherà
tutto quel che facciamo di bene e di male, anche le azioni fatte in
segreto".
["il Ponte", 2.12.2001/43]

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Tempio, il segreto delle tombe.
La discussa ricognizione del 1756.
Una nuova iniziativa editoriale merita di essere segnalata, con
l'augurio di buona fortuna: è il primo volume di «Penelope, Arte
Storia Archeologia», a cura dell'Associazione riminese per la
ricerca storica ed archeologica (Arrsa), che contiene contributi di
grande interesse.
Segnalo i saggi riguardanti la chiesa di Santa Maria dei Servi, gli
scavi in San Lorenzo in Monte, il crocifisso di Spadarolo, i monaci
di San Paolo, e i due articoli sulla tomba di Sigismondo, a cura di
Stefano De Carolis (esame dei resti mortali), e di Elisa Tosi Brandi
(le vesti funebri del signore riminese).
Aveva ragione un grande giornalista bolognese, Giorgio Vecchietti, a
scrivere nel 1950 che Sigismondo fu «disturbato troppe volte nel suo
sepolcro». Le ricognizioni registrate sono quattro in tre secoli:
nel 1756, 1920, 1944 e 1950.
Le ultime due sono legate agli eventi bellici che portano
distruzione anche all'interno del Tempio con i bombardamenti del 28
dicembre 1943 e del 24 gennaio 1944, i quali rendono necessario
«mettere in salvo i poveri resti, che furono deposti in una cassetta
di legno sigillata», come racconta De Carolis, prima di essere
ricollocati al loro posto l'11 maggio 1950.
La ricognizione del 28 settembre 1920 è voluta da Corrado Ricci, il
celebre studioso che dedica nel 1924 al nostro Tempio un volume di
grande respiro (su cui, oltre al lavoro di P. Novara, «C. Ricci e
Rimini», qui in «Penelope», segnalo un saggio di F. Canali, «Studi e
ricerche nel Tempio malatestiano di Rimini», in «Ravenna Studi e
Ricerche», VII/2, 2000).
Le ossa di Sigismondo sono ricollocate nella loro tomba l'8 febbraio
1921, «coll'augurio che non vengano mai più disturbate»: così il
giorno successivo scrive a Ricci il riminese Alessandro Tosi
(ispettore onorario alle Antichità), aggiungendo che era stato steso
gratuitamente il relativo atto dal notaio Camillo Ferri (Novara, p.
207).
La prima ricognizione nel 1756 (21 agosto), assieme all'ispezione di
tutti i sepolcri malatestiani di San Francesco (15 agosto), nacque
dalla disputa che allora vedeva confrontarsi due opinioni, secondo
quanto osservò Giovanni Antonio Battarra in una «Lettera» a stampa
(Milano, 1757) diretta al conte G. M. Mazzuchelli di Brescia (e
ripubblicata nel 1994 da Alessandro Serpieri). C'era chi sosteneva
che «nella maggior parte» degli avelli del Tempio «vi fossero le
ceneri degli indicati soggetti», e chi invece riteneva trattarsi di
semplici cenotafi, ovvero tombe senza salme.
Il «promotore dell'impresa» è padre Francesco Antonio Righini,
«procuratore» del convento dei Padri Conventuali di San Francesco,
custodi allora del Tempio. Le «Novelle letterarie» di Firenze (n.
17/1757), in un articolo contenente la «Relazione d'apertura» degli
avelli malatestiani, lo descrivono quale «uomo non letterato», ma
comunque di «buon genio per le cose spettanti all'erudizione del suo
Convento», e «tutto intento da molte pergamene di trarre materia da
poter tessere una storia della sua Chiesa e del suo Convento».
Sul «procuratore» di San Francesco, è meno tenero il giudizio di uno
studioso nostro contemporaneo che, a proposito della vicenda
medievale della beata Chiara da Rimini, lo definisce «un falsario».
Richiamando i passi appena citati dalle «Novelle letterarie» (n.
17/1757), Jacques Dalarun in un recente volume («Santa e ribelle»,
Laterza, 2000), scrive: «Esiste modo più chiaro per rimetterlo al
suo posto, quello di erudito locale, autodidatta in perpetuo? Oggi
considerarlo un falsario è almeno un modo di parlarne ancora».
La colpa di padre Righini è d'aver imbrogliato le carte sulla storia
della nostra beata, inventando la scoperta d'un manoscritto datato
1362 che la riguardava. Ma (spiega Dalarun), i raggi ultravioletti
della lampada di Wood consentono di leggervi una data raschiata («14
agosto 1685») che svela il suo trucco.
Chi è l'autore della «Relazione d'apertura», dove padre Righini è
chiamato «buon genio» erudito? De Carolis scrive che «sicuramente»
si
tratta
di
Battarra.
Il
quale
era
stato
presente
alla
ricognizione, mentre il medico e scienziato riminese Giovanni
Bianchi, già professore di Anatomia umana a Siena, non era stato

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invitato (ritengo a causa della sua condanna all'Indice per il
«Discorso in lode dell'arte comica» nel 1752).
A Bianchi spetta il merito di aver acceso pubblicamente la polemica.
A proposito di uno scritto di G. M. Mazzuchelli su Isotta, sul n.
10/1757 delle «Novelle» fiorentine, Bianchi aveva scritto (in forma
anonima) che di recente e «privatamente» era stata aperta la tomba
della donna di Sigismondo, dove non si erano «ritrovate che l'ossa
nude, perciocché quei sepolcri altre volte prima da altri per uno
spirito forse d'avarizia erano stati frugati».
L'opinione di Bianchi non piacque a padre Righini ed ai suoi amici
che avevano partecipato il 16 agosto 1756 alla ricognizione del
sepolcro d'Isotta, come si ricava da un passo della «Relazione
d'apertura», il cui autore replica al medico concittadino: «non
resto persuaso, che [il sepolcro] possa essere stato smosso in altro
tempo, perché tutto l'andamento del corpo è in un sito troppo
aggiustato, per autenticare la sua prima positura, conforme anche
può vedersi al presente, non essendo stato toccato da veruno».
Però si precisava che «uno dei pezzi dell'arca era scostato dagli
altri per essersi rotto un legamento di ferro, onde l'arca ha potuto
coadiuvare alla putrefazione del cadavere e delle vesti». Quel
«legamento di ferro» si era rotto, oppure l'avevano rotto (come
pensava Bianchi)?
Alla «Relazione d'apertura» Bianchi rispose come «Persona, che vien
supposta Amica della Nobilissima Casa Malatesta» con un testo,
rimasto inedito (ora in Gambalunga), con il quale confuta non
soltanto l'articolo delle «Novelle» ma tutto l'operato di padre
Righini. Il quale è accusato da Bianchi d'aver agito in violazione
delle leggi, «per semplice vana curiosità». Bianchi ricordava
benissimo quanto aveva dovuto faticare circa il «permesso per
anatomie». (Dopo una «Istanza autografa a Benedetto XIV per ottenere
di fare le sezioni di cadaveri», il 18 aprile 1745 aveva finalmente
ricevuta «la grazia con rescritto» pontificio.)
Nel 1759 le «Novelle letterarie» (n. 37), recensendo la «Lettera» a
Mazzuchelli di Battarra, sostengono che questi si sarebbe deciso a
comporla e pubblicarla perché la «Relazione d'apertura» di due anni
prima «era mancante di molte notizie». E che le note della stessa
«Lettera» erano state curate «dall'illustre Giovane Sig. Epifanio
Brunelli
da
Rimino,
Vice-Bibliotecario
dell'insigne
Libreria
Gambalunga; e dilettante di medaglie, delle quali possiede in bronzo
una sufficiente raccolta». Lo scritto termina con i rallegramenti
dell'estensore diretti sia a Battarra sia ad Epifanio Brunelli.
Brunelli (il quale pure fu presente alla ricognizione del 1756), è
l'autore di questa recensione alla «Lettera» di Battarra, come si
ricava da una missiva che il direttore delle «Novelle», Giovanni
Lami, invia a Battarra medesimo il 28 agosto 1759: «ora mai
l'articolo trasmessomi dal Signore Epifanio Brunelli è stampato, e
non può più arretrarsi, onde bramo altra occasione di secondare il
suo genio».
Battarra, dunque, si era preparato da solo una recensione della sua
«Lettera» per le «Novelle», ignorando che vi aveva già provveduto
Brunelli. (Le date combaciano. Lami scrive il 28 agosto, la nota di
Brunelli esce nel numero che reca la data del 14 settembre, e che
quindi alla fine di agosto era già in composizione in tipografia.)
Questo dato permette di ipotizzare che a comporre la «Relazione
d'apertura» sia stato non Battarra ma lo stesso Brunelli (curatore
poi, come s'è visto, delle note alla «Lettera» battarriana del
1759).
Epifanio Brunelli è figlio di Bernardino, tipo alquanto tirannico
nei rapporti con la prole, e bibliotecario gambalunghiano dal 1748
al 1767. Durante questo periodo, assieme ai due fratelli dottor
Giovanni Battista e canonico don Giulio Cesare, Epifanio collabora
con il padre, a cui (dal 1767 al 1796) subentra nell'incarico.
Pure Epifanio è stato allievo di Bianchi, un cui scritto, con parere
favorevole a che il figlio prenda il posto del padre alla
Gambalunghiana, attesta: entrambi, padre e figlio, hanno lavorato
bene in quella pubblica «Libraria», facendo provviste di volumi
all'estero, «specialmente dalla Germania, e dall'Olanda».
Giovanni Battista Brunelli, fratello di Epifanio ed ex allievo di
Bianchi anch'egli, è uno dei due medici presenti alla ricognizione
del 1756. L'altro è Girolamo Grassi. Bianchi li considera, nella
replica inedita, troppo «giovani» per essere capaci di un'ispezione

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anatomica
come
quella
richiesta
dall'apertura
degli
avelli
malatestiani. Alla quale Bianchi non avrebbe mai partecipato, come
conclude, «per non autorizzare colla sua presenza, e colla sua
direzione un fatto contro le leggi» civili e canoniche.
["il Ponte", 12.01.2003/2)

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I pianeti di Sigismondo.
La cultura della corte malatestiana.
Con nuovi volumi della «Storia delle Signorie dei Malatesti»
prosegue intensa l'attività del Centro Studi Malatestiani e
dell'editore Bruno Ghigi che lo ha creato e lo sostiene in mezzo ad
enormi difficoltà (tra cui l'indifferenza di troppe istituzioni
locali). Di alcuni di questi recenti volumi diamo notizia sommaria
in questo ed in un successivo servizio, avvertendo che la scelta
degli argomenti e dei temi presentati dipende unicamente dal
desiderio di informare circa parti che sono apparse soggettivamente
importanti, senza voler con questo creare graduatorie di merito od
esprimere censure preventive verso chi non verrà ricordato se non
con una breve citazione. D'altro canto, la messe delle informazioni
è tale che, in un àmbito non specialistico come il nostro, dobbiamo
per forza selezionarne alcune, senza svolgere discorsi sui «massimi
sistemi» che non ci competono.
Buone ragioni
per diffidare
Il testo sulla «Cultura letteraria nelle corti dei Malatesti»,
curato da Antonio Piromalli (noto studioso riminese di adozione,
recentemente scomparso), offre con Franco Bacchelli dell'Università
di Bologna un'indagine sulla Cappella dei Pianeti che si trova nel
Tempio malatestiano: è un discorso attento sopra un tema spesso
trattato con fanatismo pregiudiziale e fantasioso dai locali circoli
massonici. Non per nulla Bacchelli premette: «vi sono certo buone
ragioni
per
diffidare»
di
questo
argomento,
dato
che
si
attribuiscono misteriose velleità esoteriche a Sigismondo, partendo
da una citazione ricavata dalla pagina conclusiva del «De re
militari» di Roberto Valturio.
In tale pagina, Valturio accenna alla suggestione esercitata sopra
Sigismondo dalle «parti più riposte e recondite della filosofia». In
una preziosa nota, Bacchelli riporta «la fulminante diagnosi
espressa» da Carlo Dionisotti in un volume del 1980, dal quale
leggiamo: «Dove fosse in questione la fede cristiana, il Valturio
era intransigente: non poteva fare a meno di registrare la pratica
della divinazione, ma la deplorava e la interdiva nel presente come
arte
diabolica,
anche
nella
forma
allora
e
poi
normale
dell'astrologia giudiziaria». (Basta quest'autorevole «diagnosi» per
togliere ogni validità sul piano storico e critico alle pur
suggestive ma devianti interpretazioni dei ricordati circoli
massonici locali.)
I bassorilievi della Cappella dei Pianeti, prosegue Bacchelli,
dimostrano la convinzione del committente «che è nei cieli che
bisogna ricercare la causa, se non di tutti, almeno dei più
rilevanti
accadimenti
terrestri».
Questo
principio
era
«pacificamente accettato» nelle corti poste tra Venezia, Ferrara e
Rimini, prima che Giovanni Pico della Mirandola procedesse alla fine
del XV secolo «ad una radicale negazione dell'esistenza degli
influssi astrali».
Pico rifiuta
l'astrologia
Occorre a questo punto accennare brevemente alla figura di Pico
della
Mirandola.
Nelle
«Disputationes
contra
astrologiam
divinatricem» egli considera la materia e non l'influenza degli
astri la sola causa del disordine, delle irregolarità e delle
imperfezioni esistenti nel mondo terreste. In un altro testo,
l'«Oratio de hominis dignitate», Pico fa riferimento ad una dottrina
segreta, riservata agli eletti, e sviluppatasi nel seno della
tradizione ebraica. Da questi pochi elementi si comprende perché
Pico sia stato già in vita considerato un eretico.
Nell'«Oratio» egli considera l'uomo come creatura dalla natura
illimitata, dominatore dell'Universo, contribuendo grandemente così
al mito orgoglioso dell'Umanesimo per cui l'uomo stesso può sì
«degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti», ma può anche
rigenerarsi «nelle cose superiori che sono divine».
Questo mito sembra proiettarsi nella struttura ideale del nostro
Tempio, dove esso però soccombe davanti all'immagine del Cristo

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Crocefisso che svela agli occhi semplici di ogni cristiano la natura
folle di quel sogno.
Influssi astrali
e libertà umana
Alle dottrine che parlavano degli influssi astrali, avevano aderito
«sostanzialmente anche tutti i dottori della Scolastica cristiana,
quali i tomisti, che avevano mitigato, però, questa concezione con
una distinzione volta a salvaguardare la libertà dell'arbitrio».
A queste parole di Franco Bacchelli, aggiungiamo una citazione
importante ai fini della comprensione dell'argomento. Nel canto XVI
del «Purgatorio», Marco Lombardo spiega la teoria del libero
arbitrio con tre versi che sono centrali nel poema dantesco e
rimandano alla teologia di san Tommaso: «A maggior forza e a miglior
natura / liberi soggiacete; e quella cria / la mente in voi, che 'l
ciel non ha in sua cura» (79-81). San Tommaso aveva scritto: «contra
inclinationem coelestium corporum homo potest per rationem operari»
(«contro l'inclinazione dei corpi celesti l'uomo può operare con la
ragione»).
In questo passaggio del «Purgatorio» si affronta un tema cruciale,
la causa del male che domina il mondo. Marco Lombardo (che
rappresenta la saggezza applicata alla politica) dichiara che gli
uomini solitamente attribuiscono quel male «al cielo». Se così
fosse, egli puntualizza, sarebbe tolto all'uomo il libero arbitrio,
e non vi sarebbe giustizia nel premiare o punire i nostri
comportamenti perché essi non sarebbero determinati dalle nostre
scelte, ma unicamente da qualcosa scritto negli astri.
Un richiamo
a Dante
Questo argomento della Scolastica nega valore all'astrologia
classica che pone i moti delle stelle come cause «necessarie» (che
cioè, detto in linguaggio filosofico, non possono essere diverse da
quelle che sono), e supera la concezione medievale che le intendeva
invece quali segni o indizi di eventi possibili.
Va infine precisato che il XVI del «Purgatorio» è il canto in cui
Dante dopo avere esposto il principio del libero arbitrio, enuncia
la teoria dei «due soli» («Soleva Roma, che 'l buon mondo feo / due
soli aver, che l'una e l'altra strada / facean vedere, e del mondo e
di Deo», 106-108), di cui leggiamo nel terzo libro della sua
«Monarchia», dove si spiega che al papa spetta il compito di
condurre gli uomini «ad vitam aeternam», mentre l'imperatore deve
guidarli «ad temporalem felicitatem».
Quindi, entrando nel nostro Tempio e soffermandosi sulle immagini
che potrebbero indurre a considerazioni pagane, occorre pensare a
tutto questo cammino testimoniato anche da Dante il quale, oltre che
poeta, è teologo e non mago come qualcuno tenta di farlo passare,
falsificando le carte in tavola.
(Tornando al XVI del «Purgatorio», va ricordato che esso precede
tutto il discorso
contenuto nel
canto
successivo, relativo
all'ordinamento morale che governa quel regno, in correlazione al
principio che l'amore «naturale» ovvero innato, non può errare, al
contrario di quello «d'animo» in cui intervengono ragione e volontà.
Si ribadisce quindi che il male nasce dalle scelte sbagliate che noi
compiamo, non dalle predisposizioni dei pianeti celesti.)
Corruzione
politica
Come avverte Piromalli nell'introduzione al volume, Bacchelli
«propende per una lettura [...] nel senso del neoplatonismo pagano
di Giorgio Gemisto Pletone». Tuttavia Bacchelli illustra chiaramente
le contraddizioni del nostro Tempio che rispecchiano quelle delle
menti di Sigismondo e degli uomini del suo ambiente che fanno
convivere elementi cristiani e pagani.
Molto interessante è la parte in cui Bacchelli sviluppa questo
aspetto, accennando a quanto succederà in momenti successivi della
nostra storia culturale, quando il problema più urgente fu «l'opera
di reinglobamento del neoplatonismo in un discorso apologetico
cristiano». In ciò trova conferma l'importanza che la vicenda
riminese del Tempio assume, nel quadro della cultura italiana
quattrocentesca.

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Il saggio introduttivo (composto da Piromalli) si apre proprio nel
nome di Dante, facendo i conti con la sua visione ideologica, e
quindi con i giudizi negativi che esprime al riguardo dei Malatesti,
considerati «emblemi di una corruzione che investiva una regione
intera, la Romagna».
Piromalli ha organizzato il suo testo affacciandosi anche alle età
successive a quelle di Sigismondo: ad esempio, parla della
storiografia del Settecento (ripercorrendo tappe e figure di grande
rilievo nella storia culturale della nostra città, laddove tratta di
Angelo e Francesco Gaetano Battaglini), degli interessi di Luigi
Tonini (con l'esame della sua formazione e della sua cultura), e dei
miti malatestiani in Burckardt e D'Annunzio.
L'opera contiene la ristampa anastatica di due scritti di Augusto
Campana e di uno di Aldo Francesco Massera, oltre a due studi di
Giovanna Ragionieri (sui codici miniati malatestiani) e di Alfonso
Costantini (sull'umanesimo di Roberto Valturio).
["il Ponte", 20.07.2003, 27]

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Novello Malatesti, un principe per la cultura.
Dominato dalla madre e non amato dalla sposa.
Attorno alla figura di Malatesta Novello Malatesti ruota il vol.
XVII della «Storia delle signorie malatestiane» (ed. Bruno Ghigi,
2003), a cura di Pier Giovanni Fabbri e di Anna Falcioni. Vi hanno
collaborato Andrea Maiarelli, Grazia Bravetti Magnoni, Bianca
Orlandi, Claudio Riva e Luigi Vendramin (per gli indici).
Fabbri esamina gli aspetti politici, militari, economici ed
istituzionali della signoria di Novello. Maiarelli considera i
lineamenti della politica comunale attuata a Cesena, soprattutto con
la biblioteca che ancor oggi glorifica il suo nome. Bravetti Magnoni
racconta la vicenda di Violante Montefeltro moglie di Novello e
signora di Cesena. Orlandi si sofferma sulla figura di Antonia da
Barignano, madre di Novello.
La morte dello zio
Carlo Malatesti
Il 14 settembre 1429 a Longiano muore senza eredi Carlo Malatesti,
marito di Elisabetta Gonzaga. Suo fratello Pandolfo III Malatesti se
n'è andato due anni prima, lasciando tre figli naturali: Galeotto
Roberto, Sigismondo Pandolfo e Domenico (Novello) Malatesta. A
questi nipoti passa il potere sopra un vasto territorio proprio per
merito di Carlo che ne ha ottenuto la legittimazione dal papa, dopo
due mesi di difficili e complesse trattative nel corso del 1428.
Domenico cambia il nome in Novello nel 1433, tre anni dopo che lui
ed
i
suoi
fratelli
hanno
ottenuto
dal papa
il
vicariato
ecclesiastico sborsando trentamila ducati, ricevuti in prestito da
personaggi eminenti di Cesena che gareggiarono fra loro per favorire
i nuovi signori della città. Il mutamento del nome vuole ricordare
lo zio Andrea Malatesti detto Malatesta, già signore di Cesena sino
al 1416, «cui è legato da una particolare ammirazione» come scrive
Maiarelli.
Carlo aveva avuto contro anche il cugino Pandolfo, arcivescovo di
Patrasso, figlio del signore di Pesaro, Malatesta Malatesti:
quest'ultimo non voleva che quei tre bastardi fossero innalzati alla
dignità di eredi del governo di Rimini, Fano e Cesena, che
esercitano in forma collegiale con Elisabetta Gonzaga sino alla
morte di Galeotto, avvenuta il 10 ottobre 1432 nel castello di
Santarcangelo. Il cronista cesenate Giuliano Fantaguzzi (nato nel
1453), scrive che allora i due fratelli si divisero i possedimenti:
«al signor Sismondo da la Marecchia in là e a Domenico Malatesta da
la Marecchia in qua».
Antonia, la madre,
da Brescia a Rimini
Galeotto fu un principe mite ed amante della cultura, poco adatto
all'attività politica. Era nato nel 1411 da Allegra de' Mori e da
Pandolfo III divenuto signore di Brescia nel 1404 e vedovo di Paola
Bianca Orsini (morta nel 1398 senza prole). Sigismondo e Domenico
invece
sono
entrambi
figli
di
Antonia
da
Barignano,
nati
rispettivamente il 19 giugno 1417 ed il 6 aprile 1418.
«Quando Pandolfo III e Antonia s'incontrano», scrive Orlandi, «lui è
un uomo maturo, ricco e potente, lei una ragazza esuberante che ama
circondarsi di arredi preziosi e oggetti raffinati; non lesina sulle
spese, in particolare su quelle destinate all'abbigliamento». Per il
primogenito Sigismondo, ordina «un corredino ricco di ricami,
elegante, raffinato». Nel 1421 Antonia lascia Brescia al sèguito
dello spodestato marito ed accompagnata dai propri quattro fratelli
maschi
che
vengono
a
stabilirsi
con
lei
nei
possedimenti
malatestiani.
Nei primi anni della sua permanenza in Romagna, Antonia vive
prevalentemente a Rimini cambiando spesso di residenza, e frequenta
Bellaria soprattutto nel palazzo sull'Uso, fiume lungo il quale
possiede anche l'osteria «da le Smirre» provvista di capanno, orto e
barca con diritto di traghetto e di riscossione del relativo dazio.
Diritto che Antonia vanta pure sul Fiumicino (quello che Mussolini
sancì essere il «Rubicone degli antichi»), secondo quanto scoperto
da Falcioni e Claudio Riva.

12

Carattere deciso,
media tra i figli
Forte e determinata, la definì Falcioni [«Storia di Bellaria, II»],
sottolineandone il carattere deciso che si riflette anche sui figli
quando interviene come mediatrice per appianare i dissensi politici
e militari che spesso li dividevano. Richiamando un atto notarile
scoperto da Oreste Delucca, Orlandi ricorda che Antonia si mosse a
compassione dell'indigenza di certi suoi debitori a cui cedette in
uso quasi gratuito la casa che era stata loro confiscata a San
Mauro.
Antonia, prosegue Orlandi, fu «molto legata ai suoi figli». A
Sigismondo riserva una stanza nel palazzo di Bellaria, dove Novello
muore quasi a testimoniare (come fu ipotizzato da Delucca) il suo
bisogno di cercare rifugio e conforto presso la madre piuttosto che
con la consorte Violante.
Violante bambina
promessa sposa
Sulle cause di questo bisogno, appaiono illuminanti le intense
pagine di Bravetti Magnoni dedicate appunto a Violante. Nel 1434 il
sedicenne Novello, per iniziativa di Sigismondo, firma il contratto
di matrimonio con Violante che aveva soltanto quattro anni e mezzo:
è la premessa ad un accordo politico fra le loro famiglie che si
erano continuamente combattute. Le nozze giungono otto anni dopo, il
4 giugno 1442 a Gubbio, dove la corte feltresca ogni anno
soggiornava a lungo.
Lui ha 24 anni, lei soltanto dodici. Per questa sua età immatura ai
fini coniugali, dopo le gioiose feste pubbliche i due giovani sono
costretti alla separazione. Violante resta ad Urbino, poi è spedita
a Roma, mentre sullo sfondo si delinea un inquietante quadro
politico: «Il costretto ed indecifrabile soggiorno di Violante a
Roma» aumentava il dissidio tra lei ed il fratello Federico, dopo la
morte del padre Guidantonio nuovo duca d'Urbino, contro il quale
s'indirizzavano le accuse dei nemici d'aver cacciato la sorella
dalla propria casa e dai propri beni.
Ed alla fine
va in convento
Violante, nella notte del 23 luglio 1444 quando cui venne ucciso suo
fratello Oddantonio, fa voto di rimanere pura ed illibata per
sempre. Immaginiamo quindi con quale spirito giunga tre anni dopo a
Cesena, accolta dalla città come se le nozze fossero state celebrate
il giorno prima. Passati pochi giorni Novello cade infermo per
un'emorragia ad una gamba: l'imperizia del suo medico personale lo
costringe a ricorrere alle cure di quello del fratello Sigismondo a
Rimini. Scrisse Fantaguzzi che Domenico, «fattosi alazare una vena
grossa d'una gamba», rimase storpiato.
Le cronache del tempo ricordano Violante bella quant'altri mai,
semplice e mansueta, ma anche piena di ogni festevolezza. Nel 1458
avviene il dramma della sorella Sveva, accusata di adulterio e di
tentato veneficio dal marito Alessandro Sforza, signore di Pesaro.
Il fratello Federico, scrivendo al cognato duca di Milano, riesce a
salvare Sveva dai malvagi tentativi del consorte (che per ben tre
volte cercò di farle bere del veleno), rinchiudendola in un convento
di Pesaro. «Profondamente scossa nell'anima, Violante volle farsi in
qualche modo partecipe del dolore di Sveva», e decise di astenersi
anche dal cibo. Ma pensò anche alla salute dei propri concittadini:
il marito concordò con lei quando gli propose la demolizione del
vecchio ospedale di San Gregorio fuori Porta cervese, per
fabbricarne uno nuovo, detto del Crocifisso, nei pressi del duomo.
Novello muore nel novembre 1465 quando Violante ha 35 anni. Qualche
tempo dopo, con il nome di suo Serafina, lei si ritira a Ferrara in
un monastero dove scomparirà nel 1493. Violante, scrive Bravetti,
aveva ricevuto una solida formazione umanistica alla quale si
aggiungeva una ricca e precisa conoscenza dei testi sacri. Grazie a
questa sua formazione, dovette partecipare con entusiasmo e
competenza al progetto della biblioteca che ancor oggi costituisce
un vanto tutto cesenate.
Le imposte
per i libri

13

La biblioteca nacque nel 1452 ed i lavori durarono sino al 1454.
Osserva Fabbri che Cesena non aveva «all'interno della propria
comunità le forze in grado di dare vita» al progetto, e che Novello
destinò parte delle proprie risorse
al finanziamento della
costruzione dell'edificio. Risorse che provenivano dai possedimenti
della famiglia e dalla riscossione delle imposte indirette.
Novello fece acquistare grandi quantitativi di pecore che avrebbero
dovuto fornire la materia prima per lo «scriptorium», il luogo
destinato alla ricopiatura dei testi su «carte ottenute mediante
conciatura delle pelli» degli animali. Maiarelli spiega che Novello,
«nonostante il rapporto strettissimo che lo lega ai Francescani ed
al loro Studium» preferisce affidare le sorti della biblioteca non a
loro ma alla tutela delle autorità comunali.
L'impegno rivolto da Novello all'edificazione ed alla dotazione
della biblioteca, conclude Maiarelli, «ha permesso a Cesena di
dotarsi di un'istituzione culturale di primissimo livello, che la
città ha saputo conservare e valorizzare nel tempo, fino a farne
l'unico e meraviglioso esempio di biblioteca umanistica ad oggi
perfettamente conservato».
["il Ponte", 7.9.2003, 32]

14

Passioni malatestiane del 1718.
Vivaci difese della sacralità del Tempio di Sigismondo.
Nella recensione ad un recente volume dell'editore Ghigi (apparsa su
queste colonne il 20 luglio 2003 con il titolo «I pianeti di
Sigismondo»), è stato ricordato che «le contraddizioni del nostro
Tempio rispecchiano quelle delle menti di Sigismondo e degli uomini
del suo ambiente che fanno convivere elementi cristiani e pagani».
Secondo lo storico Franco Bacchelli si attribuiscono misteriose
velleità esoteriche a Sigismondo, partendo da una citazione ricavata
dalla pagina conclusiva del «De re militari» di Roberto Valturio, in
cui è accennata la suggestione esercitata sopra Sigismondo dalle
«parti più riposte e recondite della filosofia».
Ma Bacchelli (abbiamo pure letto) riporta una «fulminante diagnosi
espressa» dal grande studioso Carlo Dionisotti: «Dove fosse in
questione la fede cristiana, il Valturio era intransigente: non
poteva fare a meno di registrare la pratica della divinazione, ma la
deplorava e la interdiva nel presente come arte diabolica [...]». Le
parole di Dionisotti, si aggiungeva in quella recensione, tolgono
ogni
validità
sul
piano
storico
e
critico
alle
devianti
interpretazioni di quanti s'adoperano continuamente in una battaglia
esoterico-massonica per dimostrare l'indimostrabile.
Garuffi, prete
e bibliotecario
Le polemiche sul Tempio non sono però nuove. Ne troviamo una
testimonianza importante all'inizio del secolo XVIII quando il
concittadino
Giuseppe
Malatesta
Garuffi
contestò
un
padre
francescano che aveva scritto della nostra illustre chiesa un secolo
prima.
Garuffi fu sacerdote e direttore della Biblioteca Gambalunghiana dal
1678 al 1694. Tra l'altro, compilò una storia delle accademie
italiane, «L'Italia Accademica», il cui primo ed unico volume a
stampa apparve nel 1688, mentre il resto dell'opera è conservato
manoscritto nella Biblioteca Gambalunghiana. Quel testo non piacque
a Ludovico Antonio Muratori. A Forlì nel 1705 Garuffi animò il
«Genio de' letterati». Egli aveva avviato un ampio programma, sotto
il titolo di «Bibbioteca Manuale degli Eruditi» («Bibbioteca» e non
«Biblioteca» come viene quasi sempre riprodotto), per pubblicare 130
titoli, «i quali contengono moltissime Erudizioni, Istoriche,
Poetiche, Morali, varie, e di sagra Scrittura». Garuffi trattò anche
di Filosofia, dimostrandosi attento a quella sperimentale, «in cui
il nostro secolo ad occhi aperti si esercita dopo d'essersi per
l'addietro lungamente perduto ad occhi chiusi» in vane ed inutili
questioni.
Un francescano
del secolo XVII
Nel 1718 Garuffi pubblica nel veneziano «Giornale de Letterati
d'Italia» (tomo XXX, pp. 156-186) una «Lettera apologetica [...] in
difesa del Tempio famosissimo di san Francesco», per criticare
quanto era apparso in latino quasi un secolo prima (1628) negli
«Annali Francescani» dell'irlandese padre Lucas Wadding (1588-1657),
professore di Teologia e censore dell'Inquisizione romana, dopo aver
studiato a Lisbona e Coimbra.
Wadding fu il fondatore e guardiano del collegio dei frati
osservanti della nazione irlandese a Roma, presso la chiesa di san
Isidoro che aveva avuto origine dalla canonizzazione fatta da
Gregorio XV nel 1622 di cinque santi, fra i quali lo spagnolo
Isidoro. In quell'anno vennero dalla Spagna alcuni padri «riformati
scalzi» di san Francesco per fondarvi un ospizio per i frati loro
connazionali. Dopo due anni però essi l'abbandonarono. L'ospizio fu
così concesso a padre Wadding, che è sepolto nella stessa chiesa di
san Isidoro.
Sigismondo: eroe
o gran peccatore?
Il testo di Wadding secondo Garuffi, conteneva «alcuni periodi» che
sono «pieni di calunnia contro il Tempio di san Francesco di
Rimino». Padre Wadding definisce Sigismondo uomo da ricordare più

15

per le doti del fisico che per quelle dello spirito. Famoso per
gloria militare, straordinaria eloquenza e forza del corpo, lo
giudica però ignobile per infami costumi ed un genere di vita che
nulla aveva avuto di cristiano. A questo punto Wadding ricorda la
biografia di Sigismondo scritta da Pio II che niente aveva
tralasciato dei presunti delitti del signore di Rimini.
Wadding prosegue sostenendo che Sigismondo dedica sì il Tempio alla
memoria di san Francesco, ma lo riempie di immagini con miti pagani
e simboli profani, aggiungendovi pure un mausoleo (di fattura e
materia bellissima) per la sua amante, con un epitaffio chiaramente
pagano («Dedicato alla divina Isotta»).
Garuffi taglia corto: Sigismondo è stato «un eroe insigne non meno
per valore, che per la religione», e Wadding aveva scritto soltanto
«una serie di cose falsissime».
Il principe
e le sue donne
Garuffi sapeva che Pio II l'aveva accusato di aver ripudiato la
prima moglie, avvelenata la seconda, strangolata la terza. Ed anche
per papa Piccolomini, il bibliotecario riminese ha pronte le
risposte in difesa di Sigismondo. La prima moglie era la figlia del
Carmagnola: rifiutò di sposarla dopo la condanna a morte del futuro
suocero (1432). Per Ginevra d'Este, la seconda (ma in realtà la
prima ad essere impalmata), il sospetto di una morte per veleno fu
diffuso dai parenti del Carmagnola. Circa Polissena Sforza, Garuffi
spiega che se anche l'avesse fatto, Sigismondo avrebbe agito «per
giusta ragione di Stato» avendo lei rivelato al padre, in lettere
intercettate dal marito, «alcuni militari segreti del consorte».
Infine Garuffi scrive che Isotta era stata sposata da Sigismondo,
quindi non si poteva definire sua amante.
Nelle pagine successive Garuffi passa alla difesa del Tempio, con la
descrizione delle singole cappelle, riservando la conclusione al
problema della scritta sulla tomba d'Isotta («D. Isottae Ariminensi
B. M. sacrum. MCCCCL»). Quel «D.» sta ad indicare «Dominae» e non
«Divae» come aveva interpretato Wadding. Ma se anche fosse come
proponeva lo storico francescano, spiega Garuffi, non ci sarebbe
nulla di male, perché chiamare «diva» Isotta significava soltanto
usare un titolo degno per la moglie di un principe, senza alcun
«sentore di gentilesimo», cioè di paganesimo. (Sul «B. M.» gli
studiosi si sono sbizzarriti: beata o buona memoria, oppure
benemerita.)
La vicenda
di Isotta
Fortunatamente Wadding non sapeva quanto scoperto nel 1912 da
Corrado Ricci. La discussa iscrizione per Isotta era stata
sovrapposta ad un'anteriore, ancora più compromettente: «Isote
ariminensi forma et virtute Italiae decori. MCCCCXLVI». Era di
un'audacia scandalosa quel «decoro d'Italia» riservato ad una
giovinetta come Isotta che aveva circa tredici anni nel 1446, quando
fu sedotta da Sigismondo mentr'era ancor viva la moglie Polissena.
Isotta nello stesso anno concepì da Sigismondo un figlio, Giovanni,
che morì in fasce il 22 maggio 1447.
Wadding ricorda che origine e genealogia riminese dei Malatesti
erano state riassunte da fra Leandro Alberti in una sua opera
(«Descrittione di tutta l'Italia e Isole pertinenti ad essa», 1550).
Leandro Alberti osserva: Sigismondo fu «valoroso capitano de i
soldati», e la sua vita è stata descritta da Pio II «che narra i
suoi vitij, et opere mal fatte», anche se «nell'ultimo di sua vita,
chiese perdono ad Iddio con lagrime de i suoi errori, et passò di
questa vita da buon Christiano». Neppure una parola per il nostro
Tempio c'è in fra Leandro, il quale invece per Malatesta Novello
spiega che «essendo letterato, et virtuoso edificò quella sontuosa
libraria nel monasterio di San Francesco di Cesena, ove pose
nobilissimi libri tutti in carta pecora, e a mano scritti, et ornati
di belli mini».
L'anonimo
mascherato
A Garuffi nello stesso anno («Rimino, 15 dicembre 1718») risponde un
anonimo con altra «Lettera» a stampa, prendendo le difese di padre

16

Wadding e presentandosi come Minore Osservante: è una minuziosa e
pedante requisitoria contro la presunta religiosità di Sigismondo,
in cui si richiamano altri autori riminesi che in passato avevano
accettato senza fare una piega l'accusa di eresia rivoltagli da Pio
II.
L'anonimo corregge errori di datazione commessi da Garuffi circa le
morti delle mogli di Sigismondo; rispolvera la vicenda (leggendaria)
del frate martirizzato per non avergli voluto rivelare i segreti del
confessionale di una sua sposa; ed aggiunge come ciliegina sulla
torta che i cesenati sospettavano il signore riminese d'aver aiutato
nel 1432 la morte del mite fratello Galeotto Roberto, come premessa
alla ripartizione del potere con Novello [su cui vedi «Ponte»,
7.9.2003].
Dopo ben nove anni, nel 1727, Garuffi risponde all'Anonimo con altre
citazioni alle contestazioni che gli erano state indirizzate, e
discutendo secondo lo spirito del tempo sul valore dei simboli
presenti nella chiesa di san Francesco. La notizia più curiosa, in
questa «Seconda lettera», Garuffi la riserva all'Anonimo: non sei
dei Minori Osservanti, gli dice; so per certo che appartieni ad un
altro ordine religioso.
L'«egregio» scritto
di Mazzuchelli
L'attenzione sul Tempio, ed in particolare sulla figura di Isotta,
si riaccende nel 1756 quando nella «Raccolta Milanese» appare uno
scritto («Notizie intorno ad Isotta da Rimino») del bresciano
Giammaria Mazzuchelli, in cui è citata una «Cronica a penna in
pergamena, che tuttavia si conserva nell'Archivio de' Padri Minori
Conventuali di S. Francesco di Rimino composta da Fr. Alessandro da
Rimino Proccuratore di quel suo Convento». Frate Alessandro vi
definisce Sigismondo «Iniquus Princeps», e ricorda che costui prese
come moglie Isotta «qua cum per multos annos libere sine matrimonio
vixit».
Mazzuchelli, circa le nozze di Isotta con Sigismondo, ipotizza il
principio del 1453, quando lui le regala abiti e gioielli. E
sottolinea che il Malatesti negava di aver contratto segretamente
tale matrimonio. Dal quale nasce Antonia, poi maritata con Rodolfo
Gonzaga. Nel freddo Natale del 1483 il consorte la raggiunge nel
castello di Luzzara. Un ebreo favoritissimo a corte gli ha fatto
credere adultera la giovane moglie. Rodolfo Gonzaga aggredisce
Antonia e la trascina a morire nel giardino ricoperto di neve.
Circa le «Notizie» di Mazzuchelli, ricordiamo il giudizio datone da
Augusto Campana (1951): «Piccola cosa se si vuole, ma veramente
egregia»
e
«primo
lavoro
monografico
moderno
di
argomento
malatestiano». Campana ricorda la collaborazione che Mazzuchelli
aveva ricevuta dal «nostro Giuseppe Garampi il futuro cardinale e
uno dei più grandi figli di questa città».
Mazzuchelli, va aggiunto, aveva ringraziato nel suo testo soltanto
il «dottor Giovanni Bianchi di Rimino» (Iano Planco) il quale gli
aveva fornito varie notizie, dando «in ciò saggio egualmente della
sua gentilezza, che della sua singolare erudizione».
Planco, quando recensisce sulle «Novelle letterarie» di Firenze il
lavoro di Mazzuchelli, scrive d'aver inteso «che privatamente sia
stato ora, non ha molto, aperto in Rimini» il sepolcro di Isotta. Ne
nasce una polemica di cui si è già qui detto qualcosa («Tempio, il
segreto delle tombe», 12.1.2003). E su cui si potrebbe ritornare
aggiungendo altri curiosi particolari sui velenosi eruditi riminesi
del secolo XVIII.
["il Ponte", 5.10.2003/35]

17

Eruditi e maldicenti.
1756, contestata la riapertura degli avelli nel Tempio.
Il 22 luglio 1756 padre Francesco Antonio Righini, «procuratore» dei
Minori Conventuali di San Francesco, apre furtivamente l'Arca degli
Antenati, nella cappella della Madonna dell'Acqua al Tempio
malatestiano. Con sé porta quale esperto il pittore Giambattista
Costa, e come tecnici due muratori: quello che entra all'interno
dell'Arca, ne scompiglia i poveri resti. Il 15 agosto Righini
ispeziona le casse di marmo nella fiancata esterna destra alla
presenza di alcuni testimoni, ed il giorno successivo il sepolcro
d'Isotta davanti a dodici persone.
Il francescano compie l'esplorazione degli avelli proprio mentre
architetta un colpo con cui spera di diventare famoso. Imbroglia le
carte sulla storia della beata Chiara da Rimini, ed inventa la
scoperta d'un manoscritto datato 1362, raschiando la data originale
del 1685.
La sua impresa al Tempio non piace a molti in città. Le critiche gli
piovono addosso abbondantemente. Il 19 agosto padre Righini scrive a
Giuseppe Garampi, prefetto dell'Archivio Segreto Apostolico Vaticano
e studioso di meritata fama. Invoca una specie d'assoluzione per la
sua iniziativa. Gli confida d'aver agito soltanto per «curiosità» ed
allo scopo «di porre con ogni sincerità il vero della Storia di ciò
che concerne questo nostro magnifico Tempio».
In cerca
di notizie
Righini con Garampi non usa la stessa «sincerità» e non ricorda
tutto «il vero». Tralascia la visita fatta il 22 luglio all'Arca
degli Antenati. Cita solamente la seconda esplorazione dell'Arca,
svolta il 16 agosto dopo quella nella tomba d'Isotta. In
quest'occasione nell'Arca si vede soltanto un mucchio d'ossa confuse
fra gli stracci, grazie all'imperizia di quel muratore pasticcione.
Righini sa poco o nulla della storia illustre della chiesa di cui è
custode. Lo dimostra quando, nella stessa missiva, chiede a Garampi
di suggerirgli «qualche notizia particolare» attorno «a questo
nostro Tempio», da inserire «nella rozza composizione» che gli è
stata richiesta, ovvero una storia del Malatestiano. Un suo compagno
d'avventura, il filosofo e naturalista Giovanni Antonio Battarra,
scriverà in una «Lettera» a stampa (Milano, 1757) che in città
attorno alle tombe del Tempio correvano due opposte opinioni. C'era
chi, seguendo la tesi di Giuseppe Malatesta Garuffi (1655-1727),
riteneva che nella maggior parte di esse vi fossero le ceneri dei
'titolari'. Altri invece sostenevano che fossero vuote. Righini,
secondo Battarra, si era mosso «per decidere chi dei due partiti
avesse ragione».
Il mistero
d'un silenzio
Il silenzio di Battarra sul progetto del frate (di scrivere qualcosa
sulla vicenda secolare del Tempio), s'accompagna a quello sullo
stesso padre Righini mai citato nella «Lettera» milanese. Battarra
riferisce vagamente di «alcuni Galantuomini» che la sera del 15
agosto «si portarono a que' Monumenti di Marmo che sono nella
facciata laterale del Tempio dalla parte di mezzodì». Resta un
mistero perché non indichi il nome del frate come ideatore di tutta
l'impresa. Neppure nelle note alla «Lettera», curate da un suo
allievo (Epifanio Brunelli), si parla di padre Righini, ma si cita
vagamente un «Promotore» dell'iniziativa.
Battarra (come lo stesso Righini) inizia la «Lettera» dal 15 agosto,
'dimenticando' l'anteprima del 22 luglio nell'Arca degli Antenati.
L'ha ricordata invece in una «Relazione» manoscritta inviata
nell'estate del 1756 ad alcuni amici, tra cui lo stesso Garampi che
la conservò a noi posteri. Può essere stato lo stesso Righini a
suggerire a Battarra di tacere sul 22 luglio.
L'accusa in città:

18

«troppo audace»
Righini, il 19 agosto, con Garampi osserva che restava da aprire
soltanto un altro sepolcro, quello di Sigismondo: «se la curiosità
mi trasporterà a farlo voglio farlo con tutta la pulizia possibile»,
cercando di avere presenti il vicario generale della Diocesi, il
notaio «ed altre persone graduate per testimonj». Il desiderio di
agire, per così dire, alla luce del sole e «con tutta la pulizia
possibile», nasce dalla volontà di mettere a tacere le malelingue
che lo hanno «tacciato per troppo audace». Padre Righini confida a
Garampi di non curarsi però dei «latrati» insussistenti e vani
indirizzati alla propria persona. E precisa d'aver agito «colla
licenza» del vicario generale della Diocesi e del «Religioso
superiore» dell'Ordine a cui appartiene.
Finalmente il 21 agosto c'è la ricognizione alla tomba di
Sigismondo, a cui concorrono più di trenta amici di padre Righini.
Il vicario non interviene, ma si presenta il Capoconsole pro tempore
Lodovico Battaglini. L'assenza del vicario, il canonico Francesco
Maria Pasini (futuro vescovo di Todi ed educatore, un po'
sfortunato, di Aurelio Bertòla), è interpretata come un modo
elegante per non approvare un'azione sulla quale gli avversari di
padre Righini avanzavano dubbi circa il rispetto di alcune norme del
Diritto canonico.
Garampi
conosce
dunque
tutti
i
particolari
della
vicenda
malatestiana soltanto dalla «Relazione» manoscritta di Battarra,
contenente il racconto completo delle esplorazioni, a partire
proprio dal 22 luglio e dall'Arca degli Antenati. Dal confronto tra
questa «Relazione» di Battarra (senza data) e la lettera del
francescano, Garampi poteva dedurre che padre Righini aveva voluto
nascondere l'atto iniziale della sua impresa per non apparire quello
sprovveduto che apertamente si confessava con il suo silenzio. Il 5
settembre Battarra (provetto disegnatore ed incisore) invia a
Garampi un abbozzo del cadavere di Sigismondo.
Il dottor Bianchi
si è offeso
Quando padre Righini scrive a Garampi dei «latrati insussistenti e
vani» rivolti contro la sua persona, sa con certezza chi poteva
accusare: Giovanni Bianchi (Iano Planco), medico, naturalista,
docente di Anatomia umana a Siena dal 1741 al '44, e rifondatore
dell'Accademia dei Lincei nel '45. Secondo Battarra, il suo maestro
Bianchi era fra quanti militavano nel partito dei cenotafi, cioè
delle tombe vuote. Bianchi se l'è presa a male perché è stato tenuto
fuori dall'impresa. In effetti, in città egli era l'unico che per
dottrina ed esperienza fosse in grado di esprimere consapevolmente
un parere scientifico e storico sull'esplorazione agli avelli del
Tempio. Alla quale fu presente un suo ex allievo, il medico
Giambattista Brunelli, fratello di Epifanio, assieme al collega
Girolamo Grassi.
«Ignoranti
e di poca mente»
Quando pubblica sulle «Novelle letterarie» di Firenze una recensione
delle «Notizie intorno ad Isotta da Rimino» di Giammaria Mazzuchelli
[vedi «Passioni malatestiane del 1718», «Ponte», 5.10.2003], Bianchi
sottolinea con studiata malizia d'aver appreso che il sepolcro della
donna di Sigismondo era stato da poco aperto «privatamente».
A Bianchi scrivono lo stesso Mazzuchelli ed alcuni redattori
editoriali di Venezia, per saperne qualcosa di più. Lui risponde a
tutti, ma prima di avviare le missive al corriere, le legge
pubblicamente in città. Ce lo fa sapere Battarra in una lettera del
7 maggio 1757 ad un suo corrispondente, Ferdinando Bassi: Bianchi
sostiene che quei «sepolcri sono stati aperti privatamente da un
Fraticello ignorante che si è unito con alcuni di poca mente e che
nottetempo sono andati a frugacciare» nelle tombe. Alla lettura di
queste missive, Bianchi accompagna commenti cordialmente osceni in
faccia allo stesso Battarra ed agli altri della compagnia di
Righini.

19

Uno stile
da «villano»
Battarra protesta con Giovanni Lami, direttore delle «Novelle» per
la recensione di Bianchi dove si parla dell'esplorazione della tomba
di Isotta fatta «privatamente», e gli invia una «relazione di dette
aperture», che è pubblicata il 29 aprile 1757, e che provoca la
furia del dottor Bianchi. Questa lettera di Battarra a Lami portò
Alessandro Tosi (1927) ad attribuire a Battarra medesimo la
paternità del testo apparso sulle «Novelle».
Lo stile di questo scritto non è però quello di Battarra. Fra le
espressioni usate, e che Bianchi critica (per lui sono «parole da
villani del nostro contado»), ve n'è una che si riferisce all'Arca
degli Antenati: in mano ad un cadavere giudicato di donna, fu
trovata «una rama d'ulivo». Battarra nel testo inviato manoscritto a
Garampi ha scritto correttamente: «in mano un ramo d'Ulivo». Proprio
nelle note di Epifanio Brunelli alla «Lettera» milanese di Battarra,
appare la stessa espressione censurata da Bianchi: «una rama d'ulivo
in una mano». Può essere questa la prova (stilistica) per attribuire
lo scritto fiorentino non a Battarra ma ad Epifanio Brunelli.
Dal fatto che la «Relazione d'apertura d'Avelli» sia stata inviata a
Firenze da Battarra, non deriva nulla circa la sua paternità
letteraria. Battarra conosceva Lami, delle cui «Novelle» Epifanio
Brunelli diventerà collaboratore soltanto successivamente. Nel 1759
Epifanio Brunelli vi pubblica la recensione proprio alla «Lettera»
milanese di Battarra, senza avvisare quest'ultimo (il quale, nel
frattempo, ne aveva inviata a Lami una di suo pugno).
«Cose infami
da forca»
Il
dottor
Bianchi
reagisce
duramente
alla «Relazione». Con
Mazzuchelli dichiarerà che l'ha elaborata Battarra, dopo aver letto
nella seconda edizione delle «Notizie» su Isotta dello stesso
Mazzuchelli (1759), che essa era «d'altra penna» da quella di
Battarra. Bianchi invia varie lettere a Lami, sostenendo che quello
scritto portava disonore alle «Novelle», e che esso era stato
composto «male e scioccamente» soltanto per combattere la sua
affermazione fatta sull'apertura della tomba d'Isotta compiuta
«privatamente». Questi signori, scrive Bianchi, hanno commesso il
reato di violazione di sepolcro, «cose infami che hanno in oltre con
sé la pena della forca».
Battarra con il suo corrispondente Bassi, il 21 giugno 1757 osserva
che Bianchi lo ha colpito «con un esercito d'impertinenze», ed è
«diventato sì fanatico» da farsi compatire dappertutto, e da
divenire inavvicinabile. Ma il 29 settembre Battarra ricorre a lui,
per chiedergli una visita urgente al padre «aggravato dal mal
d'orina». Pace fatta.
Secondo Battarra, il dottor Bianchi aveva giudicato il mancato
invito alle esplorazioni nel Tempio al pari d'un delitto di lesa
maestà. Al nipote di Bianchi, Girolamo (anch'egli medico), Battarra
confida: suo zio se l'è presa con me, «ed il maggior mio dispiacere
è di vederlo rendersi pressocché ridicolo e puerile». Giovanni
Bianchi interpreta la vicenda in modo diverso. Rammenta che cinque
anni prima, proprio dagli ecclesiastici riminesi, è stato montato lo
scandalo per la sua lettura ai Lincei del discorso sull'«Arte
comica», messo poi all'Indice con una procedura che Giuseppe Garampi
giudicò rapida ed «improvvisa». Per non dire quasi irregolare.
["il Ponte", 19.10.2003/37]

20

«Ritrovati» i Malatesti dei Lincei.
Sono copie di lettere del 1700 in Gambalunga.
In tre recenti articoli («Tempio, il segreto delle tombe», 12
gennaio 2003; «Passioni malatestiane del 1718», 5 ottobre; ed
«Eruditi e maldicenti», 19 ottobre), abbiamo documentato l'interesse
dimostrato dalla cultura italiana e riminese del Settecento nei
confronti della storia dei Malatesti e del Tempio voluto da
Sigismondo Pandolfo. Un nome che ricorre spesso in quegli scritti è
quello di Giovanni Bianchi (Iano Planco) che nella sua Accademia dei
Lincei parlò ripetutamente degli antichi Signori della città.
L'argomento non è mai stato trattato negli studi che toccano le
vicende malatestiane e gli sviluppi della cultura settecentesca
locale.
I Lincei riminesi riservarono tre dissertazioni ai Malatesti. Il 30
aprile 1751 si dà lettura di sette epistole di Roberto Malatesti
(1479). Successivamente (forse il 7 maggio dello stesso anno), segue
un'epistola di Leonida Malatesti del 1546. Infine il 17 marzo 1752
Bianchi presenta sei missive del governo di Firenze inviate ai
Malatesti di Rimini (1378-1400), e ricopiate da Lodovico Coltellini
da un codice manoscritto di Coluccio Salutati (1331-1406), esistente
presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze.
Coltellini trasmette a Bianchi queste copie il 29 gennaio 1752: «La
prego di communicarle opportunamente, alla nostra Accademia Lincea,
ai soci della quale costì dimoranti, mi ricordo servidore
ossequiosissimo».
Alle
copie,
Coltellini
premette
una
breve
presentazione in cui egli dichiara di comunicarle «ai virtuosissimi
Signori
Accademici
Lincei
di
Rimino,
comecché
appartengono
all'istoria di quella illustre città».
Le copie
di Salutati
Della radunanza lincea del 17 marzo 1752, sono rimaste due
annotazioni di mano di Bianchi nel fasc. 222 del «Fondo Gambetti,
Miscellanea Manoscritta Riminese» in Biblioteca Gambalunga. Nella
prima è spiegata l'origine delle copie fornite da Coltellini: cioè,
il codice «scritto dal celebre Coluccio Salutati», poi «posseduto da
Pietro Crinito, o sia del Riccio, altro famoso Segretario della
medesima Repubblica» fiorentina come lo stesso Salutati.
Nella seconda annotazione si legge: «Giacché per incidenza questa
sera s'è fatta onorata menzione de' Signori Malatesta, che erano
fautori delle Lettere greche e latine, e d'ogni altra cosa a scienza
e ad erudizione appartenente, e massimamente tra questi Carlo
Malatesta Signore di questa Città, che fu cognominato il Catone de'
suoi tempi, e Sigismondo, e Malatesta Novello suoi Nipoti, uno
Signore di Rimino, e l'altro Signore di Cesena, che favorirono
amendue le Lettere in un grado eccellente, come dalle scelte
Librerie che fondarono, e dagli uomini illustri in Lettere, che appo
ebbero è manifesto, io vi riferirò o Graziosi uditori una lettera
del Sig. Dott. Lodovico Coltellini di Firenze nostro Accademico
Linceo, colla quale egli ci manda un sonetto d'un tal Pandolfo
Malatesta ad un tal Messer Andrea lasciando a noi la cura
d'investigare chi fosse questo tal Pandolfo giacché moltissimi di
questa famiglia Malatesta, e Signori, e non Signori della Città
nostra con un tal nome di Pandolfo furono».
L'avvocato cortonese Coltellini (1720-1810) era stato nominato
accademico Linceo nel 1750. Fu dotto e polemico corrispondente di
Bianchi. Giovanni Lami, direttore delle «Novelle letterarie»
fiorentine, lo classificò in una lettera allo stesso Bianchi come
«un birro, ed una spia, che non posso patire». Nel 1757 Coltellini
farà ascrivere Bianchi all'Accademia cortonese di Botanica e Storia
Naturale, della quale era segretario.
Gambetti svela
il «mistero»
Le due pagine del fasc. 222 sono state il punto di partenza per
rintracciare le lettere malatestiane di cui esse parlano. Abbiamo
anzitutto consultato il
fascicolo contenente le missive
di
Coltellini a Bianchi, senza però trovarvi quella con le copie delle
lettere malatestiane presentate ai Lincei. Un funzionario, nella

21

«Sala chiusa» dei manoscritti dove è conservato un catalogo generale
non accessibile al pubblico (quello a disposizione degli utenti non
è completo), ha fatto una ricerca con esito negativo partendo dalla
voce Coltellini.
Allora abbiamo preso visione delle preziose «Schede Gambetti». Qui
alla voce Coltellini abbiamo trovato due informazioni. La prima
(conosciuta) circa le ricordate lettere a Bianchi; e la seconda
(inedita, nella scheda 114) sulla missiva di Coltellini a Bianchi
del 29 gennaio 1752, «con copia di varie lettere della Repubblica
Fiorentina ai Signori Malatesta di Rimini».
Riproduciamo il testo completo della scheda 114, con l'elenco delle
lettere malatestiane: «Il Coltellini le copiò dal codice cartaceo
della Libreria Riccardiana segnato M II n° 3. La prima è diretta
Domino Galeotto de Malatestis. Florentiae die XI Augusti 1378. La
seconda è diretta allo stesso. Florentiae die 9 Nov. 1738. La terza
è diretta Karolo et Pandolfo de Malatestiis Florentiae die 10
Aprilis 1390. La quarta è diretta Ghaleoto Belfiore Florentiae die 5
Junii VII Ind. 1399. La quinta è diretta Karolo de Malatestiis
Florentiae die 5 Junii 1399 VII Ind. La sesta è diretta Karolo, et
Fratribus et aliis de Malatestiis. Florentiae due 7 Junii 1399. Mss.
Sc. V. 48». Quest'ultima indicazione («Mss. Sc. V. 48») documenta
che in Gambalunga nel corso dell'altro secolo, le lettere
malatestiane furono tolte dal fascicolo delle missive di Coltellini
a Bianchi, ed inserite diversamente. Ma dove e come, se il nome di
Coltellini non è elencato nel catalogo generale riservato?
Nel catalogo dei manoscritti gambalunghiani accessibile a tutti, se
nulla c'è sotto il nome Coltellini, invece sotto quello di Coluccio
Salutati, autore della prima trascrizione, con la segnatura «ms.
414» appare elencato il materiale che cercavamo: la missiva di
Coltellini del 29 gennaio 1752 e le trascrizioni delle sei lettere
malatestiane lette nei Lincei. Dalla medesima missiva di Coltellini
a Bianchi si ricava che pure le precedenti epistole malatestiane,
lette nei Lincei in due precedenti adunanze, erano state inviate da
Coltellini al medico riminese. Ma di esse non siamo riusciti a
trovare alcuna traccia negli schedari gambalunghiani.
Lite erudita
con un gesuita
Nella stessa radunanza del 17 marzo Bianchi presentò anche una
«Lettera ad un amico di Firenze intorno varie cose d'Antichità», poi
pubblicata sulle «Novelle» fiorentine: è un'accesa polemica contro
l'autore (anonimo) della «Storia letteraria d'Italia», il cui primo
volume era apparso due anni prima (1750) a Venezia, con una
citazione critica di uno scritto archeologico dello stesso Planco,
di cui si diceva (senza nominarlo) che era un medico al quale era
«saltato in capo di far da antiquario». Bianchi si difese sostenendo
che i migliori studiosi d'Antiquaria erano stati proprio dei medici
come lui. L'autore della «Storia letteraria» è il gesuita Francesco
Antonio Zaccaria (1714-1795). E pure Planco lo sapeva bene.
Nella risposta a Zaccaria, Bianchi sostiene che per fare una storia
letteraria «non ci vuole il solo capitale di quattro ciance volgari»
come accaduto nell'opera veneziana, «ma bisogna essere versato in
tutte le scienze, e in oltre bisogna sapere bene le lingue de'
Dotti, vale a dire la Greca, e la Latina, ed anche le antiche
d'Oriente, non meno che molte delle moderne d'Occidente». Infine,
per poter
più
liberamente attaccare
l'autore
della «Storia
letteraria», Planco sostiene che non potevano essere tali né
Zaccaria né alcun altro padre gesuita perché nessun seguace di
sant'Ignazio avrebbe potuto scrivere in quella forma e con «tanta
ignoranza», in quanto «i Gesuiti sono persone dotte e colte, che si
pregiano più che altro di usare civiltà e gentilezza con ognuno, non
che con i Letterati, che non gli hanno mai offesi».
Bianchi scriveva di sospettare qualcuno dei suoi soliti «saputelli
calunniatori» che avevano agito sempre da anonimi o con nomi finti.
Planco riconosce che negli ultimi due tomi quell'autore (Zaccaria)
«pare un poco più moderato» verso la sua persona, anche se dimostra
d'avere ancora «una certa rabbietta, ed amarulenza», dato che non
parla mai bene di lui se non «a mezza bocca, e quasi per forza».
Bianchi definisce l'autore della «Storia letteraria» come «un
miserabile copista» da novelle e giornali, «non veggendo egli mai
alcuna cosa nell'originale». Ed aggiunge: «e crediamo con alcuni, i

22

quali giustamente pensano, che sia meglio esser biasimato da lui,
che l'esser lodato».
Chi studia
non odia
Planco, parlando di quella «certa rabbietta, ed amarulenza», si
riferiva a quanto apparso nella «Storia letteraria» del 1751, dove
Zaccaria aveva richiamato uno scritto del senese Giovanni Girolamo
Carli contro Bianchi, in cui si sosteneva che il medico riminese
quando fu professore d'Anatomia a Siena «non incontrò molto il genio
di que' Cittadini». Per la verità, Carli aveva pure scritto in
difesa di Bianchi, accusato di conoscere soltanto «quattro parole di
greco»: «Buono per la nostra Toscana, se ci fossero due dozzine di
persone che sapessero di Greco quanto il Signor Dottor Bianchi».
A proposito dello scritto di Carli, Zaccaria osservava che esso era
caratterizzato da uno stile «un po' amaro», aggiungendo: «Noi
vorremmo, che gli scrittori cristiani non in parole, ma co' fatti si
mostrassero persuasi della verace carità, che dall'altre sette ne
dee più che altra cosa distinguere». Di questa regola, però Zaccaria
non è rispettoso proprio con Bianchi, laddove osserva che il
gazzettiere fiorentino pubblicava le notizie inviategli dal riminese
per riempire «senza molta sua fatica» i propri fogli.
Nel novembre 1763 Zaccaria entrerà con Bianchi in un cordiale
rapporto epistolare, durato sino al giugno 1768. Nella sua ultima
lettera, Zaccaria definisce Planco «un letterato sì celebre». Nella
prima gli aveva detto (in latino), tanto per cominciar discorso, che
pur avendolo qualche volta (ma senza malevolenza) contestato nella
«Storia letteraria», tuttavia lo aveva sempre considerato uomo dalla
dottrina molteplice e di grande valore, non facendo finta di non
riconoscerla. E che se lo aveva attaccato era stato soltanto perché
Planco era in strettissimo legame con il loro «assai aspro
persecutore», cioè il responsabile delle «Novelle» fiorentine
Giovanni Lami. Bianchi rispose (sempre in latino) con spirito di
riconciliazione, che era stato amico e non socio di Lami,
aggiungendo per chiudere il discorso: «Litterae in honestis
hominibus verum inimicitiam non pariunt», gli studi letterari nelle
persone oneste non generano risentimenti.
La pagina più gustosa scritta da Zaccaria contro Bianchi è quella in
cui parla della disputa sul «malvagio Rubicone» («Annali letterarj
d'Italia», 1762): «Se Roma ha già decisa la lite per questa rara
cosa tra' Riminesi, e Cesenati, e ha condannati nelle spese
quest'ultimi, io vorrei vedere imposta una buona multa a coloro, che
con fogli, libri, libercoli, Dissertazioni, Scritture osassero di
più infestare l'umana generazione sopra questa controversia,
teruntii, flocci, e nihili eziandio», cioè di poco, anzi di
nessunissimo valore.
["il Ponte", 21.12.2003/46]

23

Sigismondo il «terrorista».
Fu accusato nel 1461 di spingere Maometto II contro
Roma.
Nei fatti della Storia come nei romanzi gialli o nelle indagini
poliziesche, i dettagli vanno raccolti e raccontati con attenzione.
Essi aiutano a comprendere un personaggio, a ricostruire una vicenda
collettiva, a tessere o decifrare una trama che altrimenti
resterebbe lontana e confusa come un paesaggio remoto. Il quale, se
affascina nella sua sommaria sintesi, non offre però la possibilità
di descrivere i tratti caratteristici del suo territorio.
Partiamo da un notizia di cronaca, prima di entrare nel merito
dell'argomento. Londra ha di recente ospitato alla Royal Academy of
Arts una mostra intitolata «Turchi, un viaggio lungo mille anni».
Tra i pezzi in mostra c'era il ritratto di Mehemed (Maometto) II
attribuito a Shiblizade Ahmed ed eseguito nel 1480. Maometto II era
nato ad Adrianopoli (Edirne) nel 1430, e morì nel 1481. Il 29 maggio
1453, conquistò Costantinopoli ponendo fine al millenario impero
bizantino.
L'antica Bisanzio aveva cambiato nome nel 330 quando Costantino vi
pose
la
sede
imperiale
(prima
è
detta
Roma
Nuova
poi
Costantinopoli). Nel 293 il riordinamento dell'impero voluto da
Diocleziano aveva creato la doppia capitale, per un più capillare
controllo dei territori: Nicomedia (Izmit) per lo stesso Diocleziano
che guidava la parte orientale, e Milano per Valerio Massimo che
governava quella occidentale. A Milano è emanato nel 313 l'Editto di
tolleranza.
La riforma di Diocleziano prevede oltre ai due Augusti altrettanti
loro vice destinati a succedergli: sono i Cesari, Galerio per
l'Oriente (residente a Sirmio nell'Illiria) e Costanzo Cloro in
Occidente (residente a Treviri nella Gallia e ad Eboracum in
Britannia). Roma diventa così un nome vuoto.
Tra Occidente
ed Oriente
Nel 476 con la deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore
d'Occidente, si apre una nuova fase storica. L'eredità latina
sopravvive ad Oriente con i bizantini. In Italia, Gallia, Spagna ed
Africa nascono i regni romano-barbarici. Inizia formalmente quel
«medio evo» che si fa concludere con la scoperta dell'America (1492)
o con la conquista nel 1453 di Costantinopoli (che diviene
Istanbul), quando all'impero bizantino subentra l'ottomano che
crolla al termine della prima guerra mondiale (1914-1918) assieme a
quelli austriaco, tedesco e russo.
Nel 553 i bizantini stabiliscono il loro dominio sulla nostra
penisola, con l'esarca (governatore militare e civile) che risiede a
Ravenna, nella regione detta Ròmania (da cui Romagna). Rimini fa
parte della Pentapoli marittima con Pesaro, Fano, Senigallia ed
Ancona. Queste città nell'ottavo secolo passano allo Stato della
Chiesa, nato per l'intervento dei Franchi in Italia (chiesto nel 754
da papa Stefano II).
Nel 1453 Costantinopoli è una città spopolata e in decadenza. Con
Maometto II ridiviene un centro fiorente, abitato da una popolazione
multirazziale e plurireligiosa. Per numero di residenti e per
importanza commerciale essa supera qualsiasi altra città del mondo
musulmano e cristiano. Maometto nel 1456 è sconfitto a Belgrado, e
tre anni dopo conquista il Peloponneso, Trebisonda (ultimo stato
bizantino ancora autonomo), parte dell'Albania, le colonie genovesi
di Crimea e la Serbia. La sua ultima impresa militare nel 1479 è la
campagna d'Ungheria che si conclude con una sconfitta.
La caduta di Costantinopoli del 1453 provoca forte tensione
internazionale. Papa Niccolò V emana una bolla in cui si parla
dell'avvento
della
bestia
dell'«Apocalisse»
avanguardia
dell'Anticristo. Le altre potenze politiche invece pensano soltanto
agli affari. Le loro reazioni, è stato osservato da Corrado Vivanti,
furono soltanto «sentimentali o retoriche». Non va dimenticato che i
cannoni usati per espugnare Costantinopoli erano stati costruiti da
un ingegnere ungherese.
A Rimini nasce

24

il Tempio
Il 1453 è anche l'anno in cui prende forma il Tempio riminese con
l'innalzamento delle pareti esterne secondo il disegno di Leon
Battista Alberti. Due anni prima Piero della Francesca ha firmato e
datato l'affresco nella cella delle Reliquie, ed il primo maggio
1452 è stata consacrata la cappella di san Sigismondo re di
Borgogna, la cui statua è opera di Agostino di Duccio.
In
quell'affresco
(interpretazione
laica
di
un
soggetto di
devozione, secondo Roberto Longhi), Sigismondo Pandolfo Malatesti fa
celebrare il proprio protettore con le fattezze dell'omonimo
imperatore (1368-1437) il quale nel 1433 era stato incoronato a Roma
ed aveva visitato Rimini, concedendo il 3 settembre la sua
investitura allo stesso Sigismondo ed al fratello Malatesta Novello.
La
conquista di
Costantinopoli, provoca
sgomento nel
mondo
cristiano, mentre l'Islam esulta dall'Andalusia all'India. Il
vescovo di Siena Enea Silvio Piccolomini (futuro Pio II, e grande
avversario del nostro Sigismondo) scrive a Niccolò V: «Pudet iam
vitae, feliciter ante hunc casum obiissemus!», mi vergogno di
vivere, almeno fossi morto. Niccolò V si converte allo spirito di
crociata contro i turchi. La spada dei turchi pende ormai sulle
nostre teste, e noi ci facciamo la guerra l'un l'altro, scrive lo
stesso Piccolomini al cardinale e filosofo Niccolò Cusano.
Il 18 aprile 1454 Venezia stipula un accordo con Maometto II. Pochi
giorni prima, il 9 aprile, è stata firmata la pace di Lodi fra gli
Stati italiani, favorita da una generale spossatezza e dalla
conclusione della guerra dei Cento anni (1453) che rendeva
disponibile la Francia ad un intervento in Italia. Tra Stati europei
ed impero ottomano, secondo Luciano Canfora, dal 1453 «almeno fino
al tempo del Bonaparte» s'instaura un rapporto caratterizzato dal
«massimo di retorica demonizzante» in Occidente, e sull'altro
versante dal «massimo di spregiudicatezza diplomatica».
Su questo scenario internazionale va collocato il «dettaglio» che
riguarda
Sigismondo.
Siamo
nel
1461.
Maometto,
tramite
l'ambasciatore veneto in Egitto, il nobile Girolamo Michiel, chiede
al signore di Rimini il favore d'inviargli Matteo de' Pasti per
farsi ritrarre. Matteo si trovava nella nostra città dal 1446,
«gelosamente» custodito da Sigismondo (come scrisse nel 1909
Giovanni Soranzo), per lavorare all'interno del Tempio. Matteo de'
Pasti è soprattutto noto grazie alle medaglie che ritraggono lo
stesso Sigismondo ed Isotta.
Sigismondo di buon grado accetta la richiesta di Maometto II, a cui
invia tramite lo stesso Matteo una lettera in latino composta da
Roberto Valturio, il suo «più dotto e benemerito segretario»,
accompagnandola con il dono d'una copia del «De re militari» opera
dello stesso Valturio, famosa ancor oggi per l'elogio del Malatesti:
«... tu, o Sigismondo, che nella difesa della religione e nel
certame della gloria non sei inferiore ai più illustri condottieri
ed imperatori, dopo la conclusione della guerra italica, nella quale
hai sconfitto ed annientato tutti i nemici grazie all'invincibile
ardimento del tuo animo, volgendo il pensiero dalle armi ai pubblici
affari, con i bottini delle città assediate e sottomesse, confidando
nella somma religione del santissimo e divino Principe, hai
lasciato, oltre ai sacri edifici posti a tre miglia dalla città sul
monte e dinanzi al mare, quel Tempio famoso e degno d'ogni
ammirazione, ed anche unico monumento del tuo nome regale, entro le
mura, al centro della città e nei pressi del foro, costruito dalle
fondamenta e dedicato a Dio, con tanta abbondanza di ricchezza,
tanti meravigliosi ornamenti di pittura e di bassorilievi, di modo
che in questa famosissima città, quantunque si trovino moltissime
cose degne d'essere conosciute e ricordate, niente vi sia di più
importante, e niente che di più sia stimato da vedere, soprattutto
per la grande vastità dell'edificio, per le numerose ed altissime
arcate, costruite con marmo straniero, ornate di pannelli di pietra,
e nelle quali si ammirano bellissime sculture ed insieme le
raffigurazioni
dei
venerabili
antenati,
delle
quattro
virtù
cardinali, dei segni zodiacali, dei pianeti, delle Sibille, delle
arti e di altre moltissime nobili cose».
La missione di Matteo de' Pasti non va in porto. Nel novembre 1461 è
catturato in Candia e condotto a Venezia dove lo processano
riconoscendolo innocente (e pertanto lo rilasciano il 2 dicembre).
Da Venezia si diffonde (tramite la corte milanese) la falsa notizia

25

che Sigismondo aveva cercato di contattare Maometto per esortarlo a
venire a combattere in Italia. Il nuovo papa Pio II che stava allora
esaminando la «posizione» di Sigismondo (sarà scomunicato il 27
aprile 1462), è dello stesso parere.
Secondo
Soranzo,
l'accusa
rivolta
al
nostro
principe
era
«insussistente». Tuttavia essa circolò da Milano sino a Napoli al
solo scopo di denigrare Sigismondo come nemico della Religione,
dello Stato della Chiesa, delle signorie e dell'Italia tutta.
Insomma, lo presentavano (oggi diremmo) quale «terrorista» al soldo
del Turco. Questa in breve è la vicenda della missione fallita di
Matteo de' Pasti, i cui particolari racconteremo in un secondo
articolo.
Notizie sui
suoi studi
Per ora ci limitiamo ad osservare che Sigismondo scrivendo a
Maometto II (per mano di Valturio), dichiara di voler far partecipe
il sultano dei propri studi ed interessi («te meorum studiorum
mearumque voluptatum partecipem facere»). Non ha progetti politici
nascosti. Desidera semplicemente ribadire un suo sogno o ideale: una
cultura aperta all'ascolto di tutte le voci, nel solco della
tradizione umanistica, testimoniata dallo stesso Tempio.
Il
monumento
riminese
rispecchia
i
temi
dell'intero
mondo
mediterraneo dove greci, romani ed arabi avevano costruito un sapere
universale. Gli arabi avevano poi permesso ai dotti europei di
recuperare ciò che alla fine dell'era classica era andato smarrito
in campo filosofico e scientifico. Bisanzio è l'altra metà di quel
mondo, come ha dimostrato Niccolò V che, dopo il decreto conciliare
del 1439 per l'unione delle due Chiese, ha tentato di rinnovare la
tradizione classica greca.
Il Tempio racconta il senso della continuità storica del mondo
mediterraneo,
fatta
di
sintesi
unificatrice
che
privilegia
l'accordo, l'identificazione, il riconoscimento di ciò che è comune,
mentre l'analisi strettamente geo-politica delle singole entità
territoriali tende a dividere ed a contrapporre. E la vicenda del
1461 ne è piena conferma. Forse Sigismondo sognava di trasformare
Rimini in una città-ponte con tutti i centri intellettuali del
Mediterraneo, un specie di faro di sapienza che potesse vantarsi di
succedere a Roma, Bisanzio e Ravenna.
Scheda.
Letterati al soldo
«Siamo al secolo decimoquinto. Il mondo greco-latino si presenta
alle immaginazioni come una specie di Pompei, che tutti vogliono
visitare e studiare. L'Italia ritrova i suoi antenati. [...] Ma è
l'Italia de' letterati, con il suo centro di gravità nelle corti.
[...] I letterati facevano come i capitani di ventura: servivano chi
pagava meglio; il nemico del'oggi diveniva il protettore del dimani.
Erranti per le corti, si vendevano all'incanto». Francesco De
Sanctis, «Storia della letteratura italiana» (1870-71)
Pio II e Maometto II
Pio II (eletto nel 1458) compone nel 1461 in latino una «Epistola a
Maometto», intesa («ma forse solo apparentemente», è stato osservato
da Paolo Garbini) a convertire il sultano al Cristianesimo. Papa
Piccolomini è noto in campo storico-letterario per i suoi
«Commentari» editi con mutilazioni a Roma nel 1584. Ha scritto
Eugenio Garin che in essi «l'attenzione dell'uomo nuovo si rivolge a
sé e al mondo con una concretezza veramente moderna». Pio II muore
nella notte sul 15 agosto 1464. «Ha coltivato [...] il sogno
anacronistico di una crociata: non di una guerra europea contro i
turchi, ma proprio una crociata», pensando di coinvolgere il re
d'Ungheria Mattìa
Corvino (Mátiás Hunyadi, 1440-1490), che ebbe
vari contatti con l'Italia e che prese in moglie Beatrice di Napoli,
figlia del re Ferdinando I d'Aragona (Giampaolo Dossena).
Piccolomini e l'antipapa
Quando Niccolò V emana il decreto conciliare (1439) per l'unione
delle due Chiese, a Basilea si elegge un antipapa, Felice V, il
principe Amedeo VIII di Savoia, scomunicato immediatamente dal
concilio di Firenze. Fra i suoi elettori c'è Enea Silvio Piccolomini

26

che divenne il suo segretario particolare, prima di lasciarlo per
passare al servizio di Federico d'Asburgo, e di riconciliarsi con il
pontefice romano, Eugenio IV. Prese gli ordini sacri e divenne nel
1447 vescovo di Trieste. «Nove anni dopo era cardinale, due anni
dopo papa», il Pio II nemico di Sigismondo. (F. Rondolino)
«Cospirò» dice il romanziere
Il Malatesti voleva nel 1461 «aprire al Turco le porte dell'Europa»,
ha scritto il romanziere Alberto Cousté in «Sigismondo» (1990): «per
lui, ansioso d'assoluto, ogni eccesso era un tentativo di
sintetizzare l'universo» (pp. 360-1).
["il Ponte", 1.5.2005/16]

27

1461, le spie della Serenissima contro Rimini.
Come fallì la missione di Matteo de' Pasti a Maometto.
Nella precedente puntata abbiamo visto che Maometto II, tramite
l'ambasciatore veneto in Egitto Girolamo Michiel, nel 1461 chiede a
Sigismondo Pandolfo Malatesti il favore d'inviargli un artista che
lavorava allora a Rimini, Matteo de' Pasti, per farsi ritrarre.
Michiel aveva ricevuto l'incarico di recarsi in Egitto il 7 luglio
1460. L'incontro con Maometto avvenne forse nello stesso anno
«perché si sa che il Gran Turco stette lontano da Costantinopoli
parecchi mesi nel 1461 per la guerra contro le popolazioni ribelli
dell'Asia Minore e delle regioni finitime al Mar Nero, e nella sua
capitale fece solenne ritorno solo il 6 ottobre». Così scriveva nel
1909 Giovanni Soranzo, aggiungendo: «Solo dopo questo avvenimento
poté allontanarsi Matteo de' Pasti da Rimini alla volta di
Costantinopoli».
Matteo amico
degno di fiducia
Il veronese Matteo de' Pasti abitava da quasi vent'anni a Rimini,
lavorando come «valente direttore dei lavori» nel nostro Tempio.
«Più volte aveva avuto l'invito di potenti e illustri principi
italiani di recarsi alla loro corte, dove gli si promettevano onori
e ricchezze», spiega Soranzo, «ma per compiacere Sigismondo suo
mecenate e signore, aveva rifiutato». Un concittadino di Matteo de'
Pasti, il canonico lateranense Matteo Bosso che fu a Rimini nel
1457, scrisse che lo stesso de' Pasti occupava un posto distinto
nella corte malatestiana. Nella lettera credenziale che Sigismondo
fa comporre in latino da Valturio per Maometto, Matteo de' Pasti è
definito suo assiduo compagno ed amico, artista mirabile, diligente
in ogni lavoro, degno di somma fiducia, dotato di una modestia
singolare e di una non comune erudizione.
Probabilmente la partenza da Rimini di Matteo de' Pasti avviene
verso la fine dell'ottobre 1461. Egli porta con sé per Maometto II
non soltanto la lettera latina di Valturio e una copia del «De re
militari» dello stesso Valturio, ma pure un'opera propria, come
scoprì Augusto Campana nel 1928, citando un cronista contemporaneo
di Sigismondo, il forlivese Giovanni di Pedrino. Si trattava di una
carta di tutta l'Italia «de sua mano disegnada». Il cronista annotò
che essa serviva «per informare el Turco del paexe d'Italia per
monte e per piani e per terra e per aqua». Lo scopo nascosto sia del
viaggio sia del dono della carta veniva identificato dal cronista
forlivese nella volontà del signore di Rimini di chiamare Maometto
in suo soccorso contro il papa, il quale stava facendo grande guerra
a Sigismondo considerandolo uno scomunicato.
La cattura
e il processo
Matteo de' Pasti nel novembre 1461 è catturato in Candia e invece
d'essere
condotto
a
Costantinopoli
è
trasferito a
Venezia:
«esaminato e forse sottoposto alla tortura dal Consiglio dei Dieci,
fu giudicato innocente e liberato il 2 Dicembre», spiega Soranzo in
una sua celebre opera del 1911 («Pio II e la politica italiana nella
lotta contro i Malatesti 1457-1463», p. 272). Al Consiglio dei Dieci
(che creando un regime di terrore salvaguardò l'istituzione
oligarchica), facevano capo anche le spie della Serenissima,
sparpagliate dappertutto. La scarcerazione di Matteo de' Pasti
significava la sua innocenza, secondo Soranzo (1909): avrebbe subìto
un diverso trattamento, oltretutto quale suddito della Repubblica,
se ci fosse stata in qualche modo la certezza che egli «era complice
di un'impresa che non solo metteva a repentaglio
i più sacri
interessi della Cristianità, ma minacciava gravemente la potenza,
l'incolumità dei dominii coloniali e la prosperità dei traffici
della Regina dell'Adriatico». L'innocenza di Matteo de' Pasti è di
conseguenza un'assoluzione per Sigismondo, ritenuto il mandante
della missione politica presso il Turco. Soranzo aggiunge che il
papa non fa mai parola della presunta colpa del Malatesti né nelle
bolle di scomunica né nei propri scritti. Inoltre ne tacciono i
pubblici documenti di Milano, Venezia, Firenze e Mantova. Ed infine
i contemporanei quando parlavano dei misfatti di Sigismondo non
accennavano a «qualsiasi tentativo di accordo» con Maometto II.

28

Interviene
lo Sforza
Nel 1910 Soranzo pubblicò una lettera che il 10 novembre 1461
Antonio Guidobono scrisse da Venezia al duca di Milano Francesco
Sforza, di cui era agente nella città lagunare, informandolo della
missione di Matteo de' Pasti inviato a Costantinopoli dal «Signor
Sigismondo» per esortare il Turco a venite in Italia. Guidobono
suggeriva allo Sforza d'informare il papa del contenuto della
missiva. (Sigismondo nel 1441 aveva sposato Polissena Sforza, figlia
di Francesco, morta nel 1449). Sforza diffonde la notizia a Napoli,
Roma e Parigi. Prima scrive ad Antonio da Trezzo suo ambasciatore
presso Ferdinando I d'Aragona re di Napoli. In questa lettera lo
Sforza dice che la richiesta al Turco corrispondeva agli «usati
costumi» di Sigismondo, ovvero «cercare cose nuove».
Il 24 novembre lo Sforza informa Ottone del Carretto, suo
ambasciatore presso la corte pontificia inviandogli anche copia
della lettera di Guidobono con l'ordine di leggerla al papa senza
citare chi ne fosse l'autore e da dove fosse giunta. Il 26 lo Sforza
si rivolge anche ai tre rappresentanti che ha presso la corte di
Parigi, Tommaso da Rieti, Lorenzo Terenzi da Pesaro e Pietro
Pusterla. L'accusa contro Sigismondo è al centro di altri documenti.
Ottone del Carretto da Roma risponde allo Sforza il 5 dicembre. Lo
stesso giorno il messo dei Gonzaga a Roma, Bartolomeo Bonatto ne
scrive a Lodovico marchese di Mantova, precisando che Mattia de'
Pasti recava con sé «el colfo disignato», cioè quella carta di cui
parla il cronista forlivese Giovanni di Pedrino.
Penosa
impressione
Come commenta Soranzo (1909), la notizia della cattura del messo di
Sigismondo
si
diffuse
in
tal
mondo
«per
tutta
Italia».
«L'impressione fu dovunque penosissima: persino a Venezia, dove il
Malatesti aveva i migliori amici e godeva grandi simpatie; a Roma
poi esultarono i suoi nemici, i quali accoglievano con facile
soddisfazione questa novella e stimolavano il papa a volerla finire
con quell'infame nemico del nome cristiano». Bartolomeo Monatto e
Ottone del Carretto raccontano nei loro dispacci le reazioni romane
e veneziane. Ottone osserva prima che il papa era già stato
informato «per altra via et in questa corte è divulgata questa cosa
et ogniuno ne dice male». In altro testo del 2 gennaio 1462 aggiunge
che il papa è più che mai deciso a colpire Sigismondo con la
«sententia» (ovvero scomunica maggiore, interdetto e privazione del
vicariato), ritenendo raggiunta la prova con l'arresto di Matteo de'
Pasti che lo stesso signore riminese aveva cercato di contattare il
Turco, «ad invitarlo et confortarlo a venire in Italia».
Il papa ottiene da Venezia di potere esaminare il libro sequestrato
a Matteo de' Pasti. Tardando la sua restituzione, il governo della
Serenissima
il
13
aprile
1463
solleciterà
il
pontefice
a
consegnarglielo. Il papa il 5 giugno 1462 rimprovera a Borso d'Este
duca di Modena vari torti, tra cui i favori fatti al nostro
Sigismondo il quale «Turcorum impiam gentem studuit advocare».
Commenta Soranzo (1909): Pio II aveva un desiderio di vendetta
contro Sigismondo e per questo «da più mesi manteneva una guerra
forte e resistente» contro di lui.
Ad accusare Sigismondo c'era una testimonianza del 4 settembre 1461,
cioè precedente la partenza di Matteo de' Pasti: Galeotto Agnense
luogotenente di Pesaro scriveva a Francesco Sforza che Sigismondo
«ha incominciato a dire che poi chel re fa venire Scandarbeco
cheesso mandarà per lo Turco». Ovvero se l'Aragonese aveva invitato
in Italia il prode albanese Giorgio Scanderbech ad aiutarlo,
Sigismondo avrebbe chiamato Maometto. Quella del Malatesti era una
minaccia o una spavalderia? Conclude Soranzo che era insussistente
l'accusa gravissima rivolta a Sigismondo, mancando validi argomenti
per sostenerla.
La leggenda
del 1462
Contro il signore di Rimini nacque una seconda, infondata leggenda:
d'aver tentato di ripetere nel 1462 la missione presso Maometto II.
Alla fine di quell'aprile, racconta Soranzo, si spargeva la voce del

29

nuovo viaggio d'un suo messo, ser Rigo, ovvero Enrico Aquadelli
(siniscalco e maggiordomo della corte riminese). Nasce da Pesaro la
soffiata per mano di Niccolò Porcinari da Padule, governatore
provvisorio della città, che il 29 aprile ne riferisce in termini
non certi al duca di Milano.
Ser Rigo, spiega Porcinari, il giorno 28 si rifiutò di partire
perché la luna era in combustione. Il giorno prima Roma aveva
pubblicato la notizia della «terribile scomunica» contro Sigismondo.
Ser Rigo partì successivamente? Impossibile, spiega Soranzo (1910),
perché il 27 aprile 1462 Sigismondo accredita Ser Rigo presso il
duca di Milano. Che lo ricevette il 16 maggio, ricevendone in
omaggio una copia del «De re militari», lo stesso titolo che
Sigismondo aveva prescelto per Maometto II come biglietto da visita.
Lo Sforza veniva consultato da Sigismondo per ricevere suggerimenti
come comportarsi con il papa. La risposta del duca di Milano fu:
umiliarsi e chieder perdono.
Ma ormai era tardi. Il 26 aprile 1462 tre fantocci raffiguranti
Sigismondo sono bruciati in tre punti diversi di Roma, ed il giorno
seguente il papa emana la bolla Discipula veritatis per scomunicare
ed interdire il signore di Rimini, inaugurando quella «leyenda
negra» su di lui, che ritorna successivamente. (Leandro Alberti
nella Descrittione di tutta l'Italia e Isole pertinenti ad essa,
1550, definisce Sigismondo «valoroso capitano de i soldati»,
ricalcando quanto scritto da Pio II «che narra i suoi vitij, et
opere mal fatte». Lo stesso fa negli Annali Francescani del 1628
l'irlandese padre Lucas Wadding (1588-1657), chiamando Sigismondo
uomo da ricordare più per le doti del fisico che per quelle dello
spirito, per aver condotto una vita che nulla aveva avuto di
cristiano.)
Con la scomunica il papa vuole fermare Sigismondo che, come ha
scritto Anna Falcioni, era «sostenuto dalla diplomazia francese e
dall'arrivo di nuovo denaro», e stava preparando con il principe di
Taranto un piano per impossessarsi di Pesaro ed attaccare Urbino. Il
2 dicembre 1463 la Chiesa romana lascerà allo «splendido» Sigismondo
(così lo chiama Maria Bellonci) una città privata per lo più dei
territori che aveva governato fin dai tempi del Comune. Al triste
declino, Sigismondo tenta d'opporsi come condottiero al soldo di
Venezia nella crociata in Morea dal 1464 al 1466. Chiede una
raccomandazione presso il papa. Venezia lo accontenta, anche per
giustificare con Pio II la propria scelta: non si trovava chi
volesse accettare il mandato. La condotta di Sigismondo non approda
a nulla, anzi è considerata grandemente dannosa. Il 25 gennaio 1466
egli fa ritorno a casa. Sembra, come in effetti è, un uomo
sconfitto. Ma il bottino che reca con sé, le ossa del filosofo
Giorgio Gemisto Pletone (nato a Costantinopoli nel 1355 circa e
morto a Mistrà, l'antica Sparta capitale della Morea, nel 1452), gli
garantiscono un prestigio perenne. Con la tomba che le accoglie nel
Tempio, Sigismondo offre l'immagine di Rimini quale faro di sapienza
che poteva illuminare Roma, l'antica e lontana Bisanzio e la vicina
Ravenna. Se Pio II non fosse già morto il 15 agosto 1464, Sigismondo
avrebbe fornito al papa forti motivi per un'altra condanna.
["il Ponte", 8.5.2005/17]

30

Un orologio turco per l'Europa.
Rapporti con l'Oriente dal tempo di Sigismondo al 1700.
Nella vicenda del 1461 che ha quali protagonisti Sigismondo Pandolfo
Malatesti e Maometto II (vedi «il Ponte», 1.5 e 8.5.2005), ci sono
altri aspetti molto interessanti da considerare per delineare alcuni
tratti della Storia italiana in generale e non soltanto del secolo
XV. Franco Gaeta (1978) esaminando la «leggenda» di Sigismondo, ha
sostenuto che a formarla contribuirono pure i contatti con il Gran
Turco. Tutto ciò restituisce oggi a Sigismondo stesso una fama
allora oscurata dall'infamia. Ed attesta pure quanta differenza
passi fra la Storia e la Politica. La prima cerca di raccontare i
fatti. La seconda vuole affermare le proprie presunte verità.
Abbiamo ricordato l'opinione di Giovanni Soranzo, secondo cui «era
insussistente» l'accusa gravissima rivolta a Sigismondo d'aver
invocato l'intervento militare di Maometto II. Gaeta riprende il
discorso di Soranzo, avanzando un'ipotesi. Se Pio II tacque su
quell'accusa, per Soranzo la spiegazione più logica era che il papa
non ne aveva trovato le prove, e quindi non aveva «validi argomenti»
per produrla in atti ufficiali. Una «colpa» in più non avrebbe
recato gran danno a Sigismondo. Di fronte al tribunale della Storia,
occorre tuttavia procedere con grande cautela. Quella stessa cautela
che ispirò forse Pio II facendogli tacere il particolare dell'invito
(presunto) a Maometto.
Il silenzio
del papa
Gaeta contesta la posizione di Soranzo: le ragioni del silenzio del
papa non sono «quelle di un rigoroso accertamento della verità, dato
che ragioni di questo genere non sembra abbiano avuto gioco nella
lotta politico-diplomatico-propagandista-militare antimalatestiana».
Gaeta riassume il grande paradosso della vicenda di Sigismondo: Pio
II poteva sparare le accuse contro di lui senza preoccuparsi che
esse fossero fondate, anzi più erano gravi e più s'imponevano
soprattutto perché provenivano dalla suprema autorità della Chiesa,
sul cui operato nessuno avrebbe dovuto avanzare dubbi.
Gaeta ipotizza «ragioni d'altro ordine» per il silenzio sul fatto
del 1461. Proprio fra l'ottobre ed il dicembre di quell'anno, «Pio
II stava pensando anche lui ad un accordo col Turco e andava
scrivendo la famosa lettera a Maometto II», alla quale abbiano già
accennato, precisando che essa era intesa («ma forse solo
apparentemente», come osserva Paolo Garbini) a convertire il sultano
al Cristianesimo. In quella lettera, aggiunge Gaeta, «erano
contenute ben più gravi - anche se imaginifiche - proposte che
quella di passare in Italia». Gaeta ricorda come ancora nel febbraio
e nel marzo 1462 Pio II stesse lavorando alla lettera a Maometto II:
«Dunque una specie di remora psicologica, forse ha trattenuto Pio II
dal formulare quest'ultima accusa contro il Malatesta e forse anche
la volontà di non diffondere una voce di questo genere in imminenza
dell'auspicata crociata».
Protagonista
europeo
Il discorso di Gaeta spiega come la figura di Sigismondo continui ad
inquietare gli storici che se ne sentono attratti anche dal fatto
che la sua demonizzazione affascina e convince ad approfondire i
temi a cui essa è legata. Sempre più, ogni volta che appare qualcosa
su Sigismondo, ci si accorge che quella figura ebbe un rilievo non
soltanto italiano anche sotto il profilo culturale per cui va
sottolineato, come abbiamo già sostenuto, che il suo Tempio
rispecchia veramente i temi dell'intero mondo mediterraneo.
In un recente volume di Ezio Raimondi («La metamorfosi della
parola») è citato un pensiero di Henri Bergson, secondo il quale «è
il futuro che ci permette di capire meglio il passato». Applicando
questa massima filosofica alla vicenda malatestiana del 1461, si
comprende facilmente come essa possa dimostrare la centralità del
personaggio di Sigismondo nel quadro internazionale a metà del
Quattrocento. Gli sviluppi successivi della Storia europea hanno
rivelato come spesso (molto spesso) il tempo sul quadrante della
vita dei popoli del vecchio continente sia stato scandito

31

dall'orologio turco, su cui gli altri Stati hanno dovuto regolare i
propri calendari politici. Basti ad accennare a due eventi. Il 7
ottobre 1571 la «lega santa» con una flotta comandata da don
Giovanni d'Austria sconfigge a Lepanto i turchi. Che nel 1683
giungono sotto le mura di Vienna. La loro sconfitta il 12 settembre
è celebrata in tutta l'Europa cristiana.
Cultura
per l'unità
Tra queste due date si svolge un'intensa attività culturale,
studiata di recente da Andrea Battistini nel volume «Il Barocco.
Cultura miti immagini». Smorzatasi l'euforia di Lepanto, «l'Europa,
sentendosi di nuovo minacciata dal pericolo turco, lancia da più
parti appelli alla fratellanza» (pp. 74-75). Il farmaco capace di
«medicare i traumi che hanno diviso il mondo cristiano» è
l'enciclopedismo. A Rimini un esponente di questo indirizzo
seicentesco è il sacerdote Giuseppe Malatesta Garuffi, 1655-1727,
agguerrito difensore della grandezza di Sigismondo (v. «il Ponte»
5.10.2003). Ritorneremo altra volta su Garuffi, formatosi a Roma
alla scuola gesuitica, in cui (secondo Battistini) l'enciclopedismo
è un modo per raccordare Tomismo e nuova Scienza. Battistini
sottolinea che «siffatti disegni di sintesi del sapere non sono una
prerogativa secentesca», avendone espressi già l'Umanesimo oltre
alla cultura classica con Quintiliano. Leggendo ciò, non si può non
ricordare Sigismondo con il suo Tempio quale «summa» che, come già
ci siamo espressi, racconta la continuità storica del mondo
mediterraneo, e che è sintesi unificatrice rivolta a privilegiare
l'accordo, l'identificazione, il riconoscimento di ciò che è comune.
Feste
a Bologna
A Bologna quando il 18 settembre 1683 giunge la notizia della
liberazione di Vienna, il Legato fa distribuire abbondanti quantità
di vino e di pane. Una cronaca registra «un rumore per la Città» che
faceva pensare ad «una vera sollevazione». Dopo il solenne «Te Deum»
celebrato in San Petronio, si festeggia per tutta la notte in piazza
Maggiore, mentre i poeti danno sfogo alla loro ispirazione anche con
poemetti in dialetto, come Lotto Lotti che dedica al conte
Alessandro Sanvitali il poemetto giocoso «in lingua popolare»
intitolato «Ch' n' hà cervel hapa gamb». Il 24 agosto 1684, durante
la «festa della porchetta», il Senato fa rappresentare uno
spettacolo sull'assedio di Vienna, tema che tornerà al teatro
Malvezzi addirittura nel 1736 con un dramma replicato per tutto il
periodo di carnevale.
A Rimini nel settembre 1683 gli atti pubblici non segnalano nulla
circa gli echi dei fatti viennesi, stando a quanto scrive Carlo
Tonini: «ci reca meraviglia, che tra i documenti da noi veduti non
ne rimanga memoria e che il 1683 sia tra quegli anni, che meno di
tutt'altri somministrano materia alla storia nostra». E dire che,
aggiunge, la nostra riviera era stata «tanto minacciata» in passato
dalle scorrerie dei turchi. Va precisato che non tutti gli atti
dell'archivio comunale, tranne il registro del pubblico Consiglio
(ora in Archivio di Stato) di cui parla Carlo Tonini, sono
sopravvissuti sino a noi.
Davìa, un Nunzio
a Rimini
Nel 1684 come ingegnere alla spedizione militare della Lega santa
nella guerra di Morea (Peloponneso), troviamo il futuro vescovo di
Rimini,
il
bolognese
Giovanni
Antonio
Davìa,
poi
presente
all'assedio della fortezza di Santa Maura a Corfù, conclusasi con la
capitolazione turca. Tornato in Italia, Davìa è mandato Internunzio
a Bruxelles (1687). Nel 1690 è consacrato vescovo, e destinato alla
nunziatura di Colonia, da dove è trasferito a quella di Polonia
(1696). Il 18 marzo 1698 è nominato vescovo di Rimini. Due anni
dopo, il 26 aprile 1700, è promosso alla prestigiosa nunziatura di
Vienna, nei momenti difficili della guerra di successione spagnola
(1702-1713). A Rimini si ritira il 25 maggio 1706.
All'insegna di politica e vita militare si svolge negli stessi anni
l'esperienza di un altro «viaggiatore» bolognese, Luigi Ferdinando
Marsili che tra 1679 e 1680 va a Costantinopoli con l'ambasciatore

32

della Serenissima Pietro Civran, ricavando dal viaggio il materiale
per le «Osservazioni intorno al Bosforo tracio, overo Canale di
Constantinopoli» che pubblica a Roma nel 1681 con dedica alla regina
Cristina di Svezia. Si arruola l'anno dopo nell'esercito austriaco.
Cade prigioniero, mentre i turchi sono sconfitti a Vienna. Liberato
dietro pagamento d'un riscatto nella primavera del 1684, va militare
in Ungheria, in Transilvania, in Ungheria, diventa colonnello,
partecipa alle trattative con i turchi come osservatore non
ufficiale (1691-1692). Lo sospendono dal comando del suo reggimento,
in base ad accuse delle alte gerarchie. Presenzia i negoziati per la
pace di Karlowitz del 1698 tra Austria, impero ottomano, Polonia e
Venezia. Lo nominano «generale di battaglia».
Il pericolo
è a Mosca
Tra 1698 e 1701 Marsili lavora lungo la linea del Danubio per
concordare con i rappresentanti turchi una linea di confine. Per il
collega orientale divenuto ormai suo amico, Ibrahim Effendi, Marsili
fa costruire uno speciale orologio a sveglia capace di scandire le
fasi del Ramadan. Il progetto di Marsili è quello di avvicinare i
due imperi lungo il Danubio. Il fiume avrebbe trasferito in Oriente
le nuove tecnologie europee, e veicolato in Occidente le ricchezze
ottomane. Marsili denuncia a Vienna il pericolo costituito dal
monarca moscovita, pronto a lanciare i cosacchi contro l'Ungheria. E
suggerisce di fomentare una guerra fra russi e polacchi onde
distogliere l'attenzione dei primi verso il Mediterraneo ottomano.
Per favorire i turchi, secondo il progetto di Marsili, gli Stati
cristiani avrebbero dovuto lottare fra loro. Ma proprio il re di
Polonia aveva salvato l'Occidente sotto le mura di Vienna, quando
Marsili era prigioniero dei turchi. Ora gli fa più paura il regno
ortodosso che la fede in Maometto.
Come ha osservato Fabio Martelli, da cui abbiamo ripreso queste
notizie, il bolognese antepone la logica della Ragion di Stato ad un
primato della Tolleranza. Marsili scrive le sue relazioni più
scottanti al governo di Vienna nel tempo in cui il Nunzio apostolico
nella capitale austriaca è Davìa. Nel 1714 Marsili fonda l'Istituto
delle Scienze di Bologna ispirandosi ai modelli della londinese
Royal Society (1662) e dell'Académie Royale des Sciences di Parigi
(1666). All'Istituto Davìa nel 1725 dona vari strumenti scientifici
tra cui un orologio. Diverso ovviamente da quello fatto costruire da
Marsili per Ibrahim Effendi.
["il Ponte", 26.6.2005/24]

33

Il sacerdote che difese Sigismondo.
Giuseppe Malatesta Garuffi, bibliotecario ed astrologo.
Sigismondo Pandolfo Malatesti trovò un dotto difensore nel sacerdote
riminese Giuseppe Malatesta Garuffi (1655-1727) che per la sua
intensa attività di studio si meritò una discreta fama. Una sua
biografia fu scritta nel 1725 da Giovanni Antonio Montanari per il
«Genio de' letterati» (Forlì 1726). Un'altra era intenzionato a
comporla Giovanni Bianchi per la serie delle vite degli eruditi
italiani curata a Firenze da Giovanni Lami che gliene aveva chieste
alcune di riminesi illustri. Bianchi il 30 gennaio 1745 invia a Lami
l'elencò dei personaggi prescelti: «Marco Battaglini, che scrisse la
Storia de' Concilj, gli Annali Ecclesiastici, e altre cose», Garuffi
e Silvio Grandi «che stamparono ciascuno moltissime cose; e due
Gentiluomini miei Amici il Sig. Andrea Battaglini, e il Sig.
Giovanbattista Gervasoni, i quali hanno stampato veramente poche
cose, ma erano molto dotti». Alla fine Bianchi stende soltanto
quelle di Marco ed Andrea Battaglini. In quest'ultima egli può
ritrovare una certa sintonia con alcuni suoi comportamenti, come
l'insofferenza verso gli studi imposti dai Gesuiti, l'esperienza da
autodidatta, e l'interesse nei confronti della Filosofia.
Garuffi fu direttore della Biblioteca Gambalunga dal 1678 al 1694.
Ideò nel 1705 un ampio programma editoriale e culturale sotto il
titolo di «Bibbioteca Manuale degli Eruditi». Il titolo della
«Bibbioteca Manuale» è quasi sempre riprodotto erroneamente come
«Biblioteca». Allora le parole «bibbioteca» e «bibbiotecario» erano
usate normalmente.
Il giudizio
di Muratori
Garuffi ancor oggi è citato per la sua storia delle accademie
italiane, «L'Italia Accademica», il cui primo ed unico volume a
stampa apparve nel 1688, mentre il resto dell'opera è conservato
manoscritto in Gambalunga. Il barocchismo del lavoro di Garuffi è
confermato da pareri odierni.
Quel testo non piacque a Ludovico
Antonio Muratori. Il suo giudizio negativo non è di poco conto per
misurare la distanza che separa un intellettuale «di provincia» dal
grande studioso, con il quale il nostro fu in corrispondenza.
L'epistolario di Garuffi con Muratori, ha scritto Angelo Turchini, è
improntato ad «uno scambio di sterili notizie» aldilà delle quali il
riminese non poteva andare con la sua cultura che spaziava entro
limitati orizzonti. (Nel 1739, Bianchi scrive a Muratori. lamentando
che la di lui «nobilissima raccolta de' Scrittori delle cose
italiche» mancava nella «libreria pubblica» di Rimini, dandoci così
la conferma di una totale indifferenza locale verso le opere del
bibliotecario di Modena.)
Giovanni Antonio Battarra (1714-89) annotò che Garuffi era «uomo
noto per molte opere sue stampate parte sufficienti, parte mediocri,
e parte ridicole». Piero Meldini ha scritto che il Garuffi letterato
ed
erudito
«camminò
sul
filo
del
rasoio tra
genialità
e
stravaganza». Da un'opera di Garuffi («L'antidoto de' malinconici»,
1687) Meldini ha preso spunto per il suo romanzo «L'antidoto della
malinconia» (1996). La figura di Garuffi è stata riproposta di
recente da Claire Vovelle Guidi in un saggio francese (2002) sulla
sua opera «Il Maritaggio della Virginità o sia lo sposalizio di
Maria Vergine con S. Giuseppe» (1691).
Il Barocco
e il buon gusto
Abituato a scrivere poesie che Carlo Tonini avrebbe definito «lo
stillato e la quintessenza di tutte le stravaganze del Seicento»,
Garuffi si dedicò anche a trattare di argomenti letterari, con la
dichiarata cautela di non ricorrere allo «stile illuminato» che egli
identificava in quelle «gonfiezze di elocuzione, che oggi chiamasi
del buon gusto». Nel suo giudizio Garuffi si contrappone alle teorie
che si leggono in un famoso testo del 1654, «Il cannocchiale
aristotelico» di Emanuele Tesauro.
A Garuffi sfugge però che la condanna delle «gonfiezze» barocche era
stata pronunciata in quegli anni tra fine Seicento ed inizio
Settecento anche in nome del «buon gusto» contro cui lui invece si

34

lanciava in uno scritto del 1705. Tre anni dopo sarebbero uscite le
«Riflessioni sopra il buon gusto» di Muratori che segnano un punto
fermo nel dibattito letterario sull'argomento, apertosi nel 1674 con
la celebre «Art poétique» di Nicolas Boileau.
Del 1693 è il «Buon gusto nei componimenti rettrici» del gesuita
bolognese Camillo Ettori, mentre nel 1698 appare «L'istoria della
volgar poesia» di Giovanni Mario Crescimbeni il quale in Arcadia
guida un'operazione non aliena «da forti tratti autoritari» (R.
Merolla) che, in stretta consonanza con il clima politico, trionfano
su quelli indirizzati al rinnovamento ed alla laicizzazione del
pensiero. Gian Vincenzo Gravina se ne va allora sbattendo la porta,
e assieme a Pietro Metastasio e a Paolo Rolli crea l'Accademia dei
Quiriti.
Le «Riflessioni» di Muratori, oltre ad invitare i
letterati ad accostare all'erudizione la filosofia perché non esiste
cultura senza spirito critico, contrappongono «pulitezza e chiarezza
di stile» alla prosa barocca.
Quando scrive delle «gonfiezze di elocuzione, che oggi chiamasi del
buon gusto», intendendole come frutto delle nuove concezioni,
Garuffi dimostra una scarsa conoscenza delle novità prodottesi da
Galileo in poi sul piano della pratica stilistica e delle concezioni
estetiche. Non pare accorgersi che il dibattito sul puro fatto
formale, diventa anche un discorso sui contenuti e le finalità della
letteratura. L'attendibilità di Garuffi come studioso era stata
messa in dubbio già da Bianchi che così ne scrisse a Muratori:
«[...] il Garuffi, come con una mediocre attenzione per ognuno si
conosce e anche i giornalisti di Lissia [Lipsia] modestamente il
notarono, non solamente era poco esatto, ma ha riferite molte cose,
copiate da altri, che non ci sono più, e Dio sa se ci sono mai
state». La figura di Garuffi, per Turchini, sembra quasi assumere il
valore paradigmatico di quell'ambiente provinciale riminese che era
«posto, e per interessi e per problemi, ai margini dell'ideale
Repubblica letteraria italiana del Settecento».
Ritardi
e condanne
Il
ritardo
culturale
del
bibliotecario
gambalunghiano
viene
confermato da un episodio del 1726. Garuffi chiede a Muratori
«qualche notizia di libri suoi e d'ultimi». Non avendo ricevuto
risposta, Garuffi pubblica il «Genio de' letterati» di quell'anno
senza neppure una recensione di un'opera del Muratori. Quel ritardo
culturale (che per certi aspetti sarà superato proprio grazie
all'attività
di
studiosi
come
Bianchi
e
Battarra),
trova
giustificazione e conferma nella censura con cui ci si oppone alla
diffusione delle nuove idee. Monsignor Davìa, benemerito alla città
per tanti motivi, passa alla storia come colui che avversò nel 1722,
quale vescovo di Rimini, la diffusione del «Saggio sull'intelligenza
umana» di Locke, con molto anticipo sulla condanna romana del 1734,
giudicando
quel
filosofo
«cento
volte
più
pericoloso
del
Machiavelli».
Garuffi s'interessò anche d'Astrologia, come dimostra un breve
testo, il «De modo figurarum astrologicarum describendi» (SC-MS.
462, cc. 99-110, in Gambalunga). Sono istruzioni tecniche su come
compilare un oroscopo. Tra gli autori citati c'è Regiomontano,
ovvero Iohannes Müller, il principale astronomo del Quattrocento, le
cui «Tabulae directionum» (Firenze 1524) Garuffi utilizzò (con
rinvii anonimi nel proprio testo), usando l'esemplare tuttora
conservato in Gambalunga (segn. BP. 664).
Tra Terra
e Cielo
Sempre in Gambalunga si conservano altri mss. di Garuffi che però
non sono opera sua, bensì copie di testi del gesuita Egidio
Francesco De Gottignies di Bruxelles il quale fu suo maestro a Roma
nel Collegio Romano. Nella «Cosmographia» (SC-MS. 473) troviamo una
descrizione dei nove corpi dell'Universo: Terra, Luna, Mercurio,
Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle fisse. Gli sviluppi
successivi della Scienza hanno dimostrato che quei corpi erano
soltanto otto, eliminando le Stelle fisse che tali non erano
proprio. A fianco dell'elenco dei nove corpi c'è un foglietto
inserito fra le carte del manoscritto, con tre disegni relativi al
sistema tolemaico, tyconico e copernicano sul tipo di una celebre

35

tavola di Athanasius Kircher («Iter extaticum», 1671) che però
contiene sei sistemi (tolemaico, platonico, egiziaco, tyconico,
semi-tyconico, copernicano).
Nel «De modo figurarum» troviamo elencati otto «segni»: i sette
pianeti di cui egli parla in sèguito (Sole, Luna, Saturno, Mercurio,
Giove, Marte, Venere) più il «Nodo Lunare Nord». Come mi è stato
spiegato da un'esperta, i «Nodi Lunari corrispondono al punto di
intersezione delle orbite Terra/Luna nel loro percorso attorno al
Sole,
oppure
più
semplicemente
corrispondono
ai
punti
di
allineamento Sole/Terra/Luna come si verifica nelle eclissi».
Garuffi poteva avere una fonte autorevole d'ispirazione (e di
conferma) a questi studi nel Tempio malatestiano, i cui bassorilievi
dei Pianeti dimostrano, secondo Franco Bacchelli, la convinzione del
committente «che è nei cieli che bisogna ricercare la causa, se non
di tutti, almeno dei più rilevanti accadimenti terrestri»: questo
principio era «pacificamente accettato» nelle corti di Venezia,
Ferrara e Rimini, prima che alla fine del XV secolo Giovanni Pico
della Mirandola procedesse «ad una radicale negazione dell'esistenza
degli influssi astrali». Attraverso l'Aristotele «neoplatonico»
degli arabi, Medioevo ad Umanesimo considerano compatibili la fede
negli astri e quella in Dio, ha scritto di recente M. Fumagalli
Beonio Brocchieri in «Federico II. Ragione e fortuna». Alla corte
riminese, ha osservato ancora F. Bacchelli, Basinio Basini nei libri
VIII e IX dell'Astronomicon suggerisce una «visione religiosa dei
cieli», forse alla base d'un confronto fra Sigismondo e Valturio sul
progetto iconografico della Cappella dei Pianeti.
Lo scherzo
di G. Montanari
Secondo Antonella Imolesi, se la Chiesa aveva condannato magia ed
astrologia, nel corso del 1500 «molti rappresentanti della alte
gerarchie ecclesiastiche si appassionarono all'astrologia» («Cultura
e scienza in Romagna nel '500», Forlì 2003, pp. 13-15). Tra le
interpretazioni cristiane del fenomeno, rientra la «Somma de 4
mondi» (1581) del frate osservante riminese Pacifico Stivivi, che
dedica l'opera a Francesco de' Medici granduca di Toscana. Stivivi
nel 1602 è alla corte di Praga, «luogo a cui accorrevano alchimisti
da ogni parte d'Europa» per ottenere la protezione di uno
specialista del settore, l'imperatore Rodolfo II d'Asburgo. Stivivi,
secondo l'Imolesi, fa confluire in questo trattato «le Sacre
Scritture, la cabala, l'alchìmia, la fisica aristotelica, il
profetismo allora in voga». Stivivi, morto nel 1611, fu guardiano
del convento di San Bernardino.
L'Astrologia sopravvive ufficialmente a Bologna sino al finire del
Settecento, quando il docente di Astronomia dell'Università ha
ancora l'obbligo di compilare il Taccuino per uso dei medici
felsinei: l'ultima testimonianza al proposito risale al 1799, quando
l'incarico
è affidato
al
«cittadino
dottore»
Luigi Palcani
Caccianemici (1748-1802).
Sempre a Bologna il matematico Geminiano Montanari in cattedra a
quell'università dal 1664, prima di andarsene a Padova (1678), aveva
voluto ridicolizzare l'Astrologia ed i suoi cultori con una burla.
Inventò un almanacco, il «Frugnolo degli Influssi del Gran
Cacciatore di Lagoscuro», che risultò più azzeccato di quello
dell'astrologo «ufficiale» della città.
[Questo articolo appare nel mio volume «Giuseppe Antonio Barbari da
Savignano (1647-1707). Un itinerario scientifico tra Rimini,
Bologna, Parigi e Londra» in corso di stampa.]
["il Ponte", 7.8.2005/29]

36

Paolo e Francesca vittime di un delitto politico?
Una vicenda divisa fra istanze della Poesia e ragioni
della Storia.
Marzo 1282. Papa Martino IV, eletto l'anno prima nel conclave di
Viterbo durato sei mesi, invia Paolo Malatesti a Firenze quale nuovo
Capitano del Popolo e Difensore della Pace. Paolo è il secondogenito
del «Mastin vecchio», il Malatesta da Verucchio detto il Centenario
(1212-1312). La scelta di Martino IV fa pensare che Paolo, non
soltanto abile condottiero, fosse tra i figli di Malatesta da
Verucchio quello che, più dei fratelli, ne avesse ereditato le
grandi doti di politico e di diplomatico. Il primo febbraio 1283,
dopo undici mesi, Paolo Malatesti rinuncia all'incarico e rientra a
Rimini. Egli giustifica la scelta con i negozi famigliari da curare.
Alla base della sua decisione c'è forse il contrasto nato tra il suo
ufficio e quello con analoghi poteri del nuovo Difensore delle Arti,
istituito sul finire del 1282.
In questi momenti Paolo ha sui trent'anni. Pochi in meno rispetto al
primogenito Giovanni detto lo Sciancato, il marito di Francesca da
Polenta da cui ha Concordia. La bimba rinnova il nome della nonna
paterna la quale sposando il «Mastin vecchio» aveva portato in dote
«massime ricchezze e possedimenti infiniti» (Marco Battagli, 1343),
ed aveva soprattutto sancito un'unione politica tra il Malatesti
forestiero ed i Parcitadi, la più importante famiglia riminese. I
Malatesti erano schierati dalla parte guelfa. I Parcitadi da quella
imperiale. Concordia (la nonna), come ipotizza Luigi Tonini (Storia
di Rimini, III, p. 235), è figlia di una sorella sine nomine del
Parcitade IV antagonista del «Mastin vecchio». Il quale nel 1295 ad
83 anni scaccia da Rimini lo stesso Parcitade IV, instaurandovi la
propria Signoria.
Accordi
matrimoniali
Giovanni e Francesca sono stati promessi nel 1275. L'accordo
comprende anche un altro futuro matrimonio: tra Bernardino fratello
di Francesca, e Maddalena Malatesti, sorella minore di Giovanni e
Paolo. Secondo Boccaccio, il matrimonio fra Giovanni e Francesca
riconosce la fine di una lunga e dannosa guerra tra i Malatesti e i
Da Polenta. Paolo verso il 1269 ha preso in moglie la poco più
giovane quindicenne Orabile Beatrice, figlia di Uberto di Ghiaggiolo
che gli dà due eredi, Uberto jr. e Margherita, nata dopo l'uccisione
del padre. Anche Uberto jr. sarà ucciso (1323). Dal cugino Ramberto,
figlio di Giovanni. (Su ciò dovremo ritornare.) Anche questo
matrimonio è politico. Orabile, ultima erede dei conti di Ghiaggiolo
rimasti senza discendenza maschile, è costretta a sposare il figlio
di un nemico del padre. D'altro canto Malatesta non voleva perdere
l'investitura
di
Ghiaggiolo
ricevuta
tra
1262
e
1263,
e
contestatagli da Guido da Montefeltro anche a nome della stessa
Orabile Beatrice di cui era zio. Guido da Montefeltro aveva sposato
Manentessa sorella del padre di Orabile Beatrice.
Le lotte
militari
Il 1271 è un anno nero per i ghibellini. Sono espulsi da Rimini.
Guido da Montefeltro, mentre sta battendo i guelfi di Malatesta
nelle Marche, cade da cavallo ed è catturato: «Sic victor a victo
devictus est», scrive un cronista piacentino. I Malatesti liberano
Guido, forse per intercessione di Orabile Beatrice. Nel 1274 le
parti si invertono. Malatesta è sconfitto due volte. Da Ravenna nel
1275, Guido Da Polenta per cacciare i Traversari chiede l'intervento
di Malatesta che gli invia cento fanti guidati da suo figlio
Giovanni. Nei pressi di Faenza avviene la disfatta dei guelfi.
Orabile Beatrice sa che la sua gente di Ghiaggiolo è andata contro
suo marito Paolo Malatesti.
Le convenienze dinastiche e le preoccupazioni politiche reggono
(spesso dolorosamente) le sorti collettive delle famiglie. E
regolano i destini dei singoli personaggi. Su questo sfondo, irrompe
il fattaccio reso celebra da Dante, la tragedia dell'uccisione di
Paolo e Francesca per mano di Giovanni. Possiamo collocarla
ragionevolmente tra il febbraio 1283 (ritorno di Paolo a Rimini) ed

37

il 1284. Luigi Tonini data al 1286 il nuovo matrimonio di Giovanni
con Zambrasina che gli darà almeno altri cinque figli [III, cit.,
pp. 256-8]. Bisogna lasciare un poco di tempo tra il delitto ed il
nuovo sposalizio dell'omicida. Quindi il delitto non può essere
accaduto dopo il 1284. Questi calcoli cronologici sono ininfluenti
da un punto di vista generale. Sono invece molto utili se non
necessari per una duplice osservazione sulla "verità" storica
particolare della vicenda malatestiana.
Una storia senza
documenti
Mancano documenti che la attestino. Il passo di Dante nel quinto
canto dell'Inferno, è l'unica fonte esistente. Una fonte oltretutto
letteraria e non cronachistica. Posteriore a Dante (e da lui
derivato) è il racconto di Marco Battagli (1343): «Paulus autem fuit
mortuus per fratrem suum Johannem Zottum causa luxuriam». Nessun
indizio autorizza a formulare altre ipotesi. Delitto d'onore,
delitto d'amore, racconta Dante. Ma se invece fosse stato un
omicidio politico? Lo Sciancato aveva i suoi buoni motivi per odiare
il Bello. Il primogenito Giovanni, non «causa luxuriam» ma per
invidia, avrebbe potuto progettare l'eliminazione fisica del
fratello minore Paolo, diventato protagonista stimato della scena
nazionale come attesta l'incarico fiorentino affidatogli dal papa.
In questo caso, la tresca amorosa sarebbe stata soltanto una
messinscena diabolica di Giovanni, un alibi che travolgeva anche
l'innocenza di sua moglie.
Quanto accade fra Giovanni e Paolo si ripete con i loro eredi, come
abbiamo preannunziato. Il figlio di Giovanni, Ramberto, il 21
gennaio 1323 uccide a Ciola il cugino Uberto jr. figlio di Paolo.
Uberto jr. era stato ghibellino, poi guelfo ed ancora ghibellino. A
sua volta Ramberto è ucciso a Poggio Berni il 28 gennaio 1330 dai
parenti di Rimini, come punizione del suo recente tentativo di
conquistare la città. La mancanza di testimonianze sul delitto è più
compatibile con un fatto politico piuttosto che passionale. Dal
1295, come s'è visto, i Malatesti hanno il potere a Rimini. E chi
comanda controlla i documenti meglio delle situazioni concrete. Il
silenzio calato sulla vicenda, potrebbe quindi essere il frutto di
una direttiva di governo, finalizzata ad oscurare un episodio
compromettente per la buona fama dei signori della città.
All'interno di questa ipotesi, come estrema conseguenza, si potrebbe
immaginare pure la sublimazione del fatto politico nella vicenda
amorosa, onde allontanare dalla famiglia un marchio d'infamia
rispetto all'autorità religiosa e temporale della Chiesa.
Allo stato degli atti, nulla permette di far luce circa i misteri
sulla morte dei due cognati. Nel testamento di Giovanni si legge il
nome di una Francesca della quale non si dice però il casato di
provenienza. Che fosse figlia di Guido da Polenta lo apprendiamo
soltanto dai commentari danteschi. Di Francesca infatti non sono
giunte a noi altre attestazioni. Tutto ciò dimostra che le istanze
della Poesia procedono separatamente dalle ragioni della Storia. La
sfera perfetta e luminosa della Poesia può alimentarsi degli orrori
e degli errori della cronaca. Tutta la Divina Commedia ne è
dimostrazione continua. Ma ciò non impedisce d'interrogarsi su quei
retroscena misteriosi che si rivelano nell'episodio di Paolo e
Francesca. E che si possono riassumere nell'interrogativo: perché ne
parla soltanto Dante?
L'Inferno
dei Malatesti
Dante quando compone il canto quinto dell'Inferno è lontano dalla
Romagna dove giungerà nel 1318 e dove resterà sino alla morte
(1321). Fama volat. Quindi la storia dei due sfortunati amanti
circola per l'Italia e raggiunge Dante altrove. Se non sono stati i
Malatesti a rendere passionale ciò che era soltanto un delitto
politico, come abbiamo ipotizzato per absurdum, potrebbe essere
stato lo stesso Dante a rendere erotica una semplice vicende legata
a beghe di famiglia ed a rivalità di parte. Dei Malatesti come
perfidi politici e crudeli signori della città, Dante parla
ripetutamente nell'Inferno. Al canto XXVII, vv. 46-47 («E 'l Mastin
vecchio e 'l nuovo da Verucchio, / che fecer di Montagna il mal
governo»), si ricorda l'uccisione del ghibellino Montagna dei

38

Parcitadi da parte di Malatestino di cui era prigioniero, nel 1295,
l'anno della presa di Rimini. Montagna era cugino della madre di
Malatestino, in quanto figlio di Parcitade IV dalla cui sorella sine
nomine (come abbiamo visto) nasce Concordia, madre di Malatestino.
Il Mastin «nuovo» torna nel canto XXVIII, al girone dei seminatori
di discordie: «tiranno fello» (v. 81) e «traditore» (v. 85) lo
definisce Dante.
Al Dante che rilegge la storia politica italiana, dunque, i nostri
Malatesti avevano già recato il loro contributo. Un omicidio
politico quale domestico regolamento dei conti, poco o nulla poteva
aggiungere all'economia del suo poema. Invece quella storia d'amore
è di un segno così perfetto da uscire dalla contingenza della
cronaca, e da riceverne immortalità letteraria per i suoi
protagonisti. È una storia che torna utile ai piani di lavoro di
Dante. Sempre ammesso che non siano stati gli stessi Malatesti a
diffondere la versione passionale d'un delitto politico. Se non se
ne fosse occupato Dante, in effetti oggi nessuno si ricorderebbe di
Paolo e Francesca. Ma la memoria universale non significa ovviamente
una conseguente verità della vicenda tramandata sotto la specie
della Poesia. La verità della Poesia sta soltanto nella stessa
Poesia.
Tutta la vicenda di Paolo Malatesti e della sua dinastia di
Ghiaggiolo è raccontata nel vol. XX della Storia delle signorie
malatestiane (Ghigi editore), a cura di Anna Falcioni (Università di
Urbino), con testi di Silvia Pari, Anita Delvecchio, Maria Teresa
Indellicati, Laura Fabbri e Pierluigi Sacchini, e con indici di
Alessandro Ghigi.
Antonio Montanari
["il Ponte", 21.7.2006/27]

39

Il primo Malatesta, detto "il Tedesco."
La sua storia raccontata in antichi volumi.
La malattia della lettura ha aspetti molto positivi. Tra cui quello
di divertirci con gli incontri casuali che si fanno nelle pagine dei
libri. Ne racconto uno soltanto per introdurre il nostro tema. Nel
febbraio 2010 è uscito un volume intitolato "Prima lezione di metodo
storico", a cura di Sergio Luzzatto che insegna Storia moderna
all'Università di Torino. La sua premessa termina dichiarando lo
scopo dell'opera: fare una visita guidata all'officina della buona
storiografia per combattere l'inquinamento ambientale "prodotto
dagli
storici
finti,
dagli
storici
servili,
dagli
storici
irresponsabili". Le tre categorie potrebbero servire per schedare
molti degli autori che hanno parlato del nostro argomento, l'origine
di casa Malatesti.
Lasciamo fuori da ogni classificazione uno studioso inglese, John
Larner (1930-2008), autore di una storia delle Signorie di Romagna
(1965) riproposta due anni fa da un editore cesenate. Egli scrive
che "ogni tentativo di tracciare la discendenza delle famiglie
signorili dai periodi precedenti l'undicesimo secolo, o dalle
località fuor di Romagna, è costretto a perdersi in una ricerca
senza frutto". Accanto a lui va posto un altro autore, Leardo
Mascanzoni (associato di Storia medievale a Bologna), che mostra il
pollice verso nei confronti di tali tentativi, definendo "falso" il
problema delle origini dei Malatesti (2003).
Tanto di cappello ai pareri illustri di Lor Signori. Girando tra le
pagine di qualche volume antico o moderno, ci permettiamo di
proseguire, incuranti del fatto di poter essere multati dalle severe
guardie dei sentieri storici. Partiamo da un libro un po' vecchiotto
per ricordare che in passato la ricerca delle origini malatestiane,
tanto deprecata oggi, ha avuto i suoi sostenitori appassionati senza
alcuno scopo di vantaggio personale. Di cui potrebbero essere
accusati invece gli antichi intellettuali di corte. Dunque, nel 1574
appare a Venezia la prima parte (15 libri) della storia del Regno
d'Italia composta dal modenese Carlo Sigonio, vissuto fra il 1520
circa ed il 1584. La seconda parte con i restanti 5 libri esce a
Francoforte nel 1591. Nel 1613 l'opera completa è pubblicata ad
Hanovia oggi Hanau, nel land dell'Assia.
Nel libro VII leggiamo che nell'aprile 997 a Ravenna l'imperatore
Ottone III (980-1002) nomina dei marchesi, ed onora con la
concessione di alcuni feudi in Romagna, un tal Malatesta che taluni
definiscono "il Tedesco" ("Germanum nonnulli fuisse perhibent"). Da
costui "nobilis Malatestarum familia in hunc usque diem est in ea
provincia propagata". La raffinatezza linguistica di Sigonio ci
obbliga a segnalare che egli scrive "Malamtestam quendam [...]
feudis aliquot in Romaniola honestavit". Nell'accusativo doppio di
quel nome ("Malamtestam" e non semplicemente "Malatestam"), c'è
traccia di un aspetto fondamentale: si tratta di un vocabolo
composto. Aggiungiamo che la frase "nobilis Malatestarum familia" va
tradotta: la nobile famiglia dei Malatesti (e non dei Malatesta),
come già si sapeva una volta sin dalla scuola media.
Per restare nei tempi passati, ricordiamoci del settecentesco
concittadino Francesco Gaetano Battaglini, uno studioso dal palato
fino, che nelle sue "Memorie istoriche di Rimino" (Bologna 1789, p.
164, ed. an. Rimini 1976) cita Sigonio senza alcuna contestazione.
Ma non tralasciamo fonti nostre contemporanee. Francesco Vitali, uno
specialista in Storia europea, osserva sul web che "l'agire politico
di Ottone III istituisce una chiara dipendenza della penisola dalle
risoluzioni imperiali". John Larner cita come origine dei Malatesti
un fratello dell'imperatore Enrico III (1017-1056), dopo aver
sostenuto che il feudalesimo in Romagna nasce al tempo degli Ottoni
nel decimo secolo. Con Ottone III siamo proprio tra la fine del
decimo e l'inizio dell'undicesimo.
Dunque, per tornare a Sigonio, chi può essere mai il Malatesta
Tedesco? Ricominciamo da capo. L'arrivo dei Malatesti in Romagna è
collocato al 1002, quando Ottone III nomina un suo vicario per
Rimini, identificato in un figlio della di lui sorella Matilde di
Sassonia, moglie di Ezzo conte palatino di Lorena. Matilde, essendo
nata attorno al 980 (da Ottone II e Anna Theophania di Bisanzio),
però non poteva aver generato un erede che nel 1002 fosse già in età

40

da ricevere quella carica. Ezzo di Lorena (detto anche Erenfrido) ha
un fratello, Ezzelino (+1033), che è padre di Enrico I (+1060) detto
"der unsinnige", ovvero "senza testa".
Il vicario nominato da Ottone III potrebbe quindi essere Ezzelino, e
la dinastia dei Malatesti essere così chiamata dal soprannome
affibbiato ad Enrico I. Muratori osserva che spesso i soprannomi
"tuttoché fossero imposti più per vituperio che per onore, tuttavia
passarono di poi in cognomi di famiglia" (cfr. "Annali", III, Milano
1838, p. 21). Come scrive Gaetano Moroni nel "Dizionario di
erudizione
storico-ecclesiastica"
(LVII,
Venezia
1852,
voce
"Rimini", pp. 264-265), nella storia di Fano composta da Pier Maria
Amiani (1751) "si dice che nel 969 i Malatesti possedettero alcune
terre in Fano [...]. Il Sigonio narra, che Ottone III dopo il 983 o
più tardi, venuto in Italia e fermatosi in Ravenna, concedé in feudo
alcune terre di Romagna a Malatesta suo gentiluomo che aveva
condotto di Germania, e dal quale uscirono i Malatesti di Rimini, di
Fano e di altre città".
Le fonti di Amiani sono Raffaele Maffei detto il Volterrano (14511522) e Marcantonio Coccio detto Sabellico (1436-1506) che fu
allievo di Giovanni Antonio Pandoni detto Porcelio o Porcellio (ca.
1405-1485). Pandoni visse presso la corte riminese dei Malatesti,
componendo i ben noti versi elegiaci in onore di Isotta ("De amore
Jovis in Isottam"). Ma, come osserva in una lettera indirizzata da
Roma il 20 novembre 1801 ad Alessandro Da Morrona (1741-1821) che la
pubblica nella sua "Pisa illustrata nelle arti del disegno", II
(Pisa 1812), il riminese Angelo Battaglini (fratello di Francesco
Gaetano ed autore della "Corte Letteraria di Sigismondo Pandolfo
Malatesta Signor di Rimino"), Pandoni fu "più storico che vate
pregiato" (dal web).
Il giudizio di Angelo Battaglini può suggerire di ritenere valido
quanto sostenuto da Sabellico, il quale fu autore di 63 volumi di
storia universale. A Sabellico e Maffei non credette invece
Francesco Sansovino (1521-1586) che nel libro "Della origine e de'
fatti delle famiglie illustri d'Italia" (1582), fa nascere la
dinastia dei Malatesti "in Roma" (cc. 221-222). La pista lasciataci
da Sansovino, pur partendo da Roma, rimanda però alla Germania: "...
si può credere [...] che ne tempi di Othone Terzo" nascesse la
famiglia dei Malatesti, "e che poi sopita dall'anno 900 fino al
1248, risorgesse di nuovo nel predetto millesimo". La notizia della
famiglia "sopita" è smentita da documenti prodotti da altri autori.
Della stranezza di questo lungo silenzio è consapevole lo stesso
Sansovino: "Tuttavia parrebbe gran cosa che dal 900 fino al 1248
essendo stato Malatesta arricchito da Othone di Castella, di
giurisditioni, e di altri titoli di grandezza, si fosse per lo
spatio di 348 anni del tutto estinta ogni memoria fino all'anno 1248
e tanto più che Arimino era camera di Imperio, e fu posseduta da gli
Imperatori".
("Camera
di
Imperio"
significa
città
fedele
all'impero.) Giuseppe Betussi (1515-1575) scrive nel 1547 dei
Malatesti, chiamandoli "antichissimi signori di Arimino, il cui
principio e la cui grandezza incomincia ai tempi di Ottone III". Il
testo è nella "Addizione al libro delle donne illustri di Boccaccio"
(Venezia 1545-1547), al cap. 46 dedicato a "Ginevra Malatesta".
Questa può essere la fonte di Sigonio.
Ai nostri giorni si continua a definire frutto di "semplici
fantasie" la questione delle origini germaniche dei Malatesti, ma
poi si sostiene che ciò non compromette l'attendibilità di un
documento del 1186 che riguarda appunto un Malatesta Tedesco.
Quest'ultimo personaggio rimanda proprio all'omonimo Germanus che
due secoli avanti (997) da Ottone III ricevette un'investitura, come
abbiamo letto in Sigonio. L'aspetto più interessante di tutto questo
discorso, è che alla sua base stanno due secoli di differenza,
contratti in una breve parentesi come se fossero soltanto due
decenni.
La stessa cosa succede al ricordato Betussi che identifica il
Malatesta amico di Ottone III nel Malatesta che fu padre del Mastino
e visse però due secoli dopo Ottone III. Betussi aggiunge che
Malatesta "con l'amicizia, e autorità" di Ottone III, "dal quale
ottenne più luoghi, diventò gran Signore". Consola il fatto che, se
tutto cambia nel mondo, certi abbagli sopravvivono a garantire la
continuità nelle storie umane, anche in quelle scritte, sempre miste
di certezze e bugie.

41

Scusate la brutale sincerità da lettore che non ha colpa delle cose
che trova nei libri. A chi sostiene che non esistono notizie sulle
origini della famiglia Malatesti, si possono contrapporre ventitrè
documenti
di
cui
diciotto
inediti
che
saranno
resi
noti
prossimamente. Essi raccontano un preciso itinerario tra Romagna,
Marche e Toscana.
["il Ponte", 23.5.2010/33]

42

Malatesti, protagonisti in Europa.
Per Cleofe, un concilio, le nozze, un delitto.
Ginevra, 1999. Al Musèe d'Art et d'Histoire arrivano i resti della
cosiddetta mummia di Mistra, l'antica Sparta capitale della Morea.
Sono reperti ossei, biologici e vestimentari che un gruppo
internazionale di studiosi di varie discipline deve sottoporre a
restauro e ad analisi molto sofisticate. Li guida Marielle
Martiniani-Reber, famosa archeologa dei tessuti all'università di
Lione. Nel 2000 è lei che fornisce l'identikit della mummia, una
giovane aristocratica occidentale, anzi un'italiana. Silvia Ronchey
ne scrive raccontando della "Flagellazione" di Piero della Francesca
("L'enigma di Piero", 2006).
Quella giovane si chiama Cleofe Malatesti, ed è nata a Pesaro
all'inizio del XV secolo dal signore della città Malatesta I, detto
"dei Sonetti o Senatore" (1366 ca-1429) e da Elisabetta Da Varano
(1367-1405) di Camerino. Malatesta I è figlio di Pandolfo II e Paola
Orsini (pronipote di un fratello di papa Niccolò III); nipote di
Malatesta Antico detto Guastafamiglia (1299-1364); e pronipote di
Pandolfo I nato da Malatesta da Verucchio "il centenario". Fratello
di Malatesta Antico è Galeotto I (1301c-1385) che nel 1367 sposa
Gentile da Varano, sorella di Elisabetta madre di Cleofe. Da loro
nascono Carlo (1368-1429), marito di Elisabetta Gonzaga (sorella di
Francesco che sposa Margherita sorella di Carlo...), e Pandolfo III
(1370-1427) signore di Brescia nonché padre di Sigismondo Pandolfo
Malatesti e di Domenico Novello, rispettivamente signori di Rimini e
di Cesena.
Malatesta "dei Sonetti" oltre a Cleofe ha altri sei figli (che
elenco in ordine sparso). Galeotto muore a 16 anni (1414). Galeazzo
"l'inetto" nel 1405 sposa Battista di Montefeltro. Paola nel 1410
sposa Gianfrancesco Gonzaga (figlio di Francesco e Margherita
Malatesti). Di Carlo diremo fra poco. Taddea, moglie (1417) del
signore di Fermo Ludovico Migliorati, muore nel 1427. Infine c'è
Pandolfo (1390-1441), nel 1424 inviato quale arcivescovo alla
diocesi di Patrasso dipendente da Costantinopoli. "Grande religioso
di bona vita" e "dottissimo in iscienza" lo descrive Gaspare
Broglio.
Nel 1415 Pandolfo è presente al concilio di Costanza e nel 1417 al
conclave che elegge Martino V. Arcidiacono bolognese (1404),
governatore dell'abbazia di Pomposa (1407) ed amministratore "loco
episcopi" (1413-1418) della diocesi della città di Brescia governata
da Pandolfo III, egli è poi vescovo di Coutances in Normandia sino
al 1424, nei duri momenti della conquista inglese durante la guerra
dei cento anni. Nel 1430, quando Patrasso passa dal dominio
veneziano (iniziato nel 1424) a quello bizantino, Pandolfo fugge
dalla propria sede e ritorna a Pesaro. Nel 1429 a difenderlo presso
i sovrani bizantini si è recato suo padre, approfittando di una
fallita missione a Mistra affidatagli da Venezia.
Ritorniamo al corpo esaminato a Ginevra. Se è di Cleofe, resta il
mistero di un particolare autoptico: "una perforazione all'altezza
del cuore, la cui natura non è certa", scrive Ronchey. Ciò conferma
l'ipotesi di una drammatica fine della giovane che "visse
miseramente, soffrendo da buona Cattolica mille insulti dallo
scismatico Teodoro suo marito" (1396-1448), despota di Morea e
figlio dell'imperatore bizantino Manuele II (1350-1425), sposato il
19 gennaio 1421. Così nel 1782 Annibale Degli Abati Olivieri
Giordani per primo rivela la drammatica vicenda di Cleofe,
pubblicando la lettera inedita inviata nel 1427 da Battista di
Montefeltro a Martino V, Oddone Colonna, per invocare un intervento
"in difensionem" della cognata.
Malatesti e Montefeltro sono imparentati con il papa tramite due sue
nipoti: Vittoria Colonna nel 1416 ha sposato Carlo, fratello di
Cleofe; Caterina Colonna dal 1424 è la seconda moglie di Guidantonio
di Montefeltro (1377-1443), fratello di Battista. La prima consorte
di Guidantonio era stata, dal 1397 al 1423, Rengarda dei Malatesti
di Rimini.
Le nozze del 1421 tra Cleofe e Teodoro sono state combinate durante
il concilio di Costanza (1414-1418). Carlo Malatesti signore di
Rimini e rettore vicario della Romagna dal 1385, sabato 15 giugno
1415 arriva a Costanza quale procuratore speciale di Gregorio XII

43

"ad sacram unionem perficendam". Carlo è molto legato a Cleofe che
di frequente soggiorna presso di lui a Rimini. Il 16 Carlo si
presenta all'imperatore, "significandogli la propria missione, e
come fosse diretto a lui, non al Concilio, che Papa Gregorio non
riconosceva" (L. Tonini). Lo stesso 16 giugno Carlo incontra pure
Manuele II imperatore d'Oriente e futuro suocero di Cleofe. Nei
giorni successivi Carlo visita i deputati delle singole nazioni, con
particolari ricevimenti da parte di quelli italiani, inglesi,
tedeschi e francesi, dimostrandosi mediatore sapiente e fermo ma
aperto alle altrui ragioni. A Costanza si trova pure il patriarca di
Costantinopoli Jean de la Rochetaillée.
Anche il padre di Cleofe ha acquisito benemerenze religiose nei
tormentati anni dello scisma occidentale (1378-1417). Nel 1410
l'antipapa Giovanni XXIII lo ricompensa dei servizi ampi e fruttuosi
prestati
alla
Chiesa
durante
il
concilio
di
Pisa,
"circa
extirpationem
detestabilis
scismatis
et
consecutionem
desideratissimae unionis", attribuendogli "vita durante" la somma di
seimila fiorini l'anno, pari a cinque volte il censo che il signore
di Pesaro pagava a Roma.
A Giovanni XXIII, Carlo di Rimini ha scritto prospettando vari
progetti per addivenire alla riunione della Chiesa, prima di
muovergli guerra nell'aprile 1411 come rettore della Romagna per
ordine di Gregorio XII e con l'aiuto di Pandolfo III di Brescia, al
fine di "reperire pacem et unionem Sactae Matris Ecclesiae".
Gregorio XII in una bolla (20.4.1411) scrive che Carlo, "verae fidei
propugnator", ha giustamente deciso "se de mandato nostro movere, et
pro defensione catholicae fidei, ac honore et statu, atque vera
unione ac pace universali Ecclesiae". In dicembre a Carlo i
veneziani, fedeli a Giovanni XXIII, affidano un esercito da guidare
contro l'imperatore Sigismondo. Nell'agosto 1412, Carlo resta ferito
per cui lascia il comando al fratello Pandolfo III.
Nell'ottobre 1418 Martino V, mentre sta ritornando da Costanza, fa
sosta prima a Brescia e poi a Mantova. A Brescia avviene il suo
incontro
con
l'arcidiacono
Pandolfo,
fratello
di
Cleofe,
amministratore della diocesi. A Brescia il papa trova il signore di
Rimini Carlo accompagnato dalla moglie Elisabetta Gonzaga, e
Malatesta I di Pesaro. Il quale ottiene dal pontefice due
provvedimenti: la rinnovazione della propria signoria e la sede
vescovile di Coutances per il figlio arcidiacono.
Per cancellare la storia di Cleofe, bastano le fiamme che nel 1462
distruggono a Rimini gran parte dell'archivio malatestiano (poi
spogliato delle carte superstiti su iniziativa pontificia fra 1511 e
1520); ed a Pesaro il 15 dicembre 1514 la biblioteca ed i documenti
della famiglia della sposa bizantina, dopo che nel 1432 e nel 1503
un "arrabbiato popolo" vi aveva distrutto le scritture pubbliche. In
quelle fiamme scompaiono le tracce che potevano portare ad accusare
la Chiesa di Roma del sacrificio di una giovane innocente, scelta
dal papa con soddisfazione del suo casato: per i Malatesti, in quei
giorni attorno al 1420, erano aumentati potere e prestigio.
Sopravvivono soltanto le memorie orientali. E resta la leggenda del
ritorno in patria di Cleofe: forse accreditata dagli stessi
Malatesti per nascondere la sconfitta politica subìta, o forse
diffusa dalla Chiesa al fine di mascherare le proprie colpe. Roma,
consapevole di possibili tracce accusatorie lasciate a Pesaro ed a
Rimini dalla clamorosa vicenda, avrebbe provveduto a distruggerle.
Sono semplici ipotesi. Come quella di Silvia Ronchey circa la fine
di Cleofe: una morte che ha "poche probabilità di essere stata
accidentale", e che sarebbe dovuta alla "longa manus della curia
romana".
Cleofe "probabilmente assassinata, certamente travolta dal doppio
gioco al quale era stata costretta fin dal suo arrivo a Bisanzio",
visse cercando un impossibile equilibrio sul filo che collegava il
papa ed il consorte. Giocò con coraggio una partita che da sola non
poteva vincere. Ronchey ipotizza l'uccisione di Cleofe per evitare
che mettesse al mondo un erede al trono bizantino. Se un figlio
maschio fosse nato, "il corso della storia avrebbe potuto essere
diverso": "se la storia potesse farsi con i se".
Le nozze di Cleofe sono state celebrate il 19 gennaio 1421 assieme a
quelle di Sofia di Monferrato con Giovanni VIII Paleologo. Sofia e
Cleofe sono state unite nello stesso progetto di Martino V (che
secondo Ronchey scelse "personalmente" la Malatesti), per riunire la

44

Chiesa latina e quella greca, separate sin dal 1054. Assieme Sofia e
Cleofe s'erano imbarcate a Venezia per Costantinopoli. Il prologo
del viaggio di Cleofe era stato segnato dal triste presagio
dell'imbarcazione costretta dal maltempo a rientrare in porto a
Rimini, per cui dovette compiere via terra il viaggio sino alla
laguna. Anche di Sofia di Monferrato le cronache del tempo offrono
scarse notizie: nell'agosto 1425 Sofia scappa da Costantinopoli,
poco dopo la scomparsa del suocero Manuele II. Cleofe muore nel
1433, lasciando una figlia, Elena, nata tra 1427 e 1428.
["il Ponte", 20.6.2010/37]

45

Elena, la regina di Cipro.
Figlia di Cleofe Malatesti e di Teodoro di Bisanzio.
Nel 1421 Cleofe Malatesti sposa Teodoro Paleologo despota di Morea e
figlio dell'imperatore bizantino Manuele II. Sul finire del 1427 o
all'inizio del 1428 nasce la loro figlia Elena Paleologa. Nel 1433
Cleofe muore, forse vittima di un delitto politico. Elena è la prima
erede diretta al trono di Costantinopoli oltre che di Mistra, perché
i fratelli di suo padre non hanno e non avrebbero avuto figli. Nel
1442 sposa Giovanni III di Lusignano (1418-1458), re di Cipro (14321458), e muore l'11 aprile 1458. Elena è la seconda moglie di
Giovanni III. La sua prima sposa, Amadea di Monferrato (1420-1440),
è figlia di Giangiacomo (1395-1445) fratello di Sofia, unita in
matrimonio con Giovanni VIII Paleologo e cognata di Cleofe. Le nozze
di Sofia e Cleofe sono state celebrate il 19 gennaio 1421. Le due
giovani erano partite assieme da Venezia per Costantinopoli
nell'agosto 1420.
Nell'agosto
1425
Sofia (+1434)
scappa
da
Costantinopoli. La madre di Amadea di Monferrato è Giovanna di
Savoia (1392-1460) figlia di Amedeo VII il Conte Rosso (1360-1391).
Si chiama Carlotta la primogenita di Elena Paleologa e Giovanni III.
Carlotta (1442-1487) andrà a nozze dapprima (1456) con Giovanni di
Portogallo (1433-1457) e poi (1459) con Luigi di Savoia conte di
Genova (1436-1482). Il titolo di re di Cipro passa ai Savoia che lo
conservano (puramente onorifico) sino al 1946. Luigi di Savoia è
figlio di Ludovico (1413-1465) e di Anna di Lusingnano, sorella di
Giovanni III. Anche Luigi è alle seconde nozze, dopo quelle (1444)
non consumate ed annullate (1458) con Annabella Stuart, figlia di
Giacomo I di Scozia.
La secondogenita di Elena rinnova il nome della nonna Cleofe ed ha
breve vita. Carlotta regna tra 1458 e 1460, prima di Giacomo II il
Bastardo (nato nel 1418 da Marietta di Patrasso) che per legarsi a
Venezia nel 1468 sposa Caterina Cornaro. Giacomo II uccide il
ciambellano di Elena, Tommaso di Morea. Contro Carlotta nel 1459
cerca al Cairo l'aiuto del sultano Al-Achraf Saïd ad-Din Inal.
Giacomo II muore il 7 luglio 1473. Il 28 agosto nasce l'erede
Giacomo III che scompare il 26 agosto 1474. Caterina Cornaro (14541510) regna dal 1473 sino al 1489. Nel 1463 Carlotta è fuggita a
Roma. Qui scompare nel 1487 (ed è sepolta in San Pietro).
Riprendiamo le due notizie relative ad altrettante fughe di spose
italiane: Sofia da Costantinopoli (1425) e Carlotta da Cipro (1463).
Anche per Cleofe è stato accreditato un inesistente ritorno in
patria, associandolo a quello del fratello arcivescovo di Patrasso
nel 1430, quando al dominio veneziano subentra il bizantino.
Saltiamo al 1794: a Rimini appare un volume dedicato agli scritti di
Basinio Parmense (1425-57), curato da due eruditi, i fratelli
Francesco Gaetano ed Angelo Battaglini. Angelo è bibliotecario alla
Vaticana. L'opera comprende nel primo tomo le "Notizie intorno la
vita e le opere di Basinio Basini" (pp. 1-42) del padre Ireneo Affò
dei Minori Osservanti (1741-97, dal 1785 alla morte prefetto della
Biblioteca Palatina di Parma); un testo di Angelo Battaglini sulla
"corte letteraria" di Sigismondo (pp. 43-255: esso riguarda i
letterati forestieri alle pp. 43-160, e quelli riminesi, pp. 161255). Nel secondo tomo c'è il lavoro di Francesco Gaetano, "Della
vita e fatti di Sigismondo Pandolfo Malatesta" (pp. 257-698).
Battaglini spiega che tra le tante altre notizie che non avrebbe
potuto elencare, c'è quella che Cleofe "infine tornasse a casa".
Lasciato il modo verbale della certezza usato in precedenza, ricorre
al congiuntivo per indicare un'ipotesi. Battaglini non aggiunge
altro, confidando nella capacità dei lettori di cogliere il senso di
quello scarto stilistico, tanto discreto da poter passare anche
inosservato. Sembra essersene accorto invece Luigi Tonini con
l'acribia che gli era propria. Anche se non cita Battaglini, Tonini
in una breve scheda su Cleofe annota: "Morì nel 1433, dicono in
Pesaro". Questo si legge a p. 334 del quarto volume, tomo primo
della sua storia di Rimini. A p. 335, Tonini però aggiunge che
Cleofe fu condotta in Italia dal fratello Pandolfo arcivescovo di
Patrasso.
Tonini tralascia la drammatica situazione vissuta da Cleofe, e
testimoniata nel 1427 da Battista di Montefeltro con la lettera a
papa Martino V. Tonini (morto nel 1874) non poteva ignorare quella

46

lettera in difesa di Cleofe, oltretutto riproposta a Londra nel 1851
dallo scozzese James Dennistoun (1803-1855) e da Filippo Ugolini in
un testo edito ad Urbino nel 1859. Da queste omissioni di Tonini,
nasce la leggenda del ritorno di Cleofe in Italia, durata sino al
libro di Silvia Ronchey da cui siamo partiti ("L'enigma di Piero",
2006).
1433, visita l'Italia l'imperatore Sigismondo, il protagonista del
concilio di Costanza. A Roma è incoronato da papa Eugenio IV.
Diretto al concilio di Basilea, sosta il 30 agosto ad Urbino ed a
Rimini il 3 settembre. Ad Urbino gli rende omaggio un messo di
Elisabetta Malatesti moglie di Piergentile Da Varano e figlia di
Galeazzo di Pesaro e di Battista dei Montefeltro signori di Urbino.
Piergentile è stato arrestato agli inizi di quell'agosto, e suo
fratello Giovanni II ucciso poco dopo dai fratellastri Gentile IV
Pandolfo e Berardo III (ammazzati poi nel 1434), figli della prima
moglie Elisabetta Malatesti sorella di Malatesta I di Pesaro.
Elisabetta nel 1441, alla morte dell'arcivescovo Pandolfo, è
nominata sua erede.
Battista pronuncia davanti all'imperatore Sigismondo una commossa
orazione latina per chiedere quanto anche sua figlia Elisabetta
implorava per Piergentile, ovvero grazia e liberazione. Tutto è
inutile, Sigismondo se ne lava le mani avendo ricevuto una diffida
dal papa. Piergentile è decapitato il 6 settembre 1433. Battista
aveva ricordato all'imperatore anche le sventure dei Malatesti.
Ovvero, è immaginabile, pure la sorte di Cleofe oltre alla recente
cacciata da Pesaro. Dove essi possono tornare nello stesso settembre
1433 grazie ad estensi e veneziani, e ad una rivolta popolare,
quando Carlo devasta il contado ed assedia la città.
La sosta a Rimini dell'imperatore serve a Sigismondo Pandolfo ed al
fratello Novello per fortificarsi, ricevendo un'investitura laica
contrapposta a quella papale "in temporalibus". Ispirati da una
rigida Realpolitik, essi non hanno tempo per pensare a Cleofe ed a
Mistra. Dove Sigismondo va per la crociata in Morea del 1464-1466 al
soldo di Venezia. Francesco Gaetano Battaglini nel riproporre il
poema "Hesperis" di Basinio Parmense in lode di Sigismondo (per i
trionfi su Alfonso d'Aragona, 1448), annota: "quello che forse prima
non si sapeva, s'intende" da certi suoi versi dove racconta di
"quell'Elena figliuola di Cleofe" regina di Cipro che aveva "recato
seco sfortunatamente l'erronea credenza del padre [...] con ingiuria
della Chiesa latina".
Battaglini rimanda al brano di Basinio riassumibile con il titolo
del libro settimo in cui è contenuto: "Ad Cypri reginam agnatam suam
navigare se velle simulat" (il titolo inizia: "Dum Sigismundus
meditatur Neapolim ne, an Iberiam invadat..."). Battaglini spiega:
"quello che forse prima non si sapeva, s'intende da' versi di
Basinio in quel luogo del libro settimo, dove fa che Sigismondo
imbarcandosi, finge che il suo navigare abbia ad essere a Cipro per
visitare quella reina. La quale egualmente sarebbe piacciuto di
ricordare, sendo quell'Elena figliuola di Cleofe".
Di Elena nel 1647 Giovanni Francesco Loredano, ricorderà la vendetta
consumata contro Marietta di Patrasso, amante del marito Giovanni
III, con il taglio del naso e delle orecchie, nel tentativo forse di
farla abortire della creatura che aveva in seno, il futuro re
Giacomo II il Bastardo. Anche Elena era allora incinta. Della
primogenita Carlotta.
Sigismondo non poteva essersi dimenticato di Cleofe, vissuta "per lo
più" (Clementini) alla corte di Rimini, dove lui stesso era stato
portato fanciullo da Brescia nel 1421, l'anno delle nozze della
giovane pesarese. Di lei certamente aveva sentito parlare dai
famigliari, con narrazioni che risalivano al concilio di Costanza.
Navigando verso la Morea nel 1464, Sigismondo non poteva non
avvertire il peso di una storia ormai lontana nel tempo e rimossa
nella memoria politica, tuttavia sempre presente alla sua coscienza
di principe indocile ma sapiente. Il suo sguardo era senza i sereni
accenti immaginati dalla poesia di Basinio: la bella Cleofe aveva
generato Elena "alle spiagge dolci di graziosa luce". Anche Elena
era già scomparsa, a trent'anni, nel 1458.
Basinio aggiunge che il glorioso Malatesti aveva concesso a Cleofe
d'andare ad uno sposo greco, essendosi degnato d'imparentarsi con
gli antichi Achei. Non un greco qualsiasi, però, bensì un grande re.
Che la condusse alle patrie rive. Sotto la retorica encomiastica di

47

Basinio, c'è una verità storica: il ricordo di Cleofe era presente
nella corte riminese, anche se il poeta nulla dice della sua sorte.
Con Sigismondo Pandolfo i Malatesti svolgono un ruolo politico
europeo che ha salde radici. Il nonno di Cleofe, Pandolfo II, nel
1357 è a Praga ed a Londra, non soltanto per sparlare dei Visconti
dai quali era stato umiliato, ma per svolgere una missione da agente
segreto al servizio della Chiesa. Con la quale la sua famiglia si
era rappacificata l'8 luglio 1355.
["il Ponte", 4.7.2010/39]

48

Malatesti, Petrarca e Visconti.
1357, intrighi politici fra Milano e Praga.
Amico del Petrarca, è detto Pandolfo II nonno di Cleofe. Si
conoscono nel 1356. Il poeta arriva a Milano presso i fratelli
Galeazzo e Bernabò Visconti che l'inviano come ambasciatore a Praga
dall'imperatore Carlo IV. Pandolfo è ingaggiato dai Visconti quale
comandante dell'esercito. La situazione nei loro territori è
inquieta, con una rivolta a Bologna e la minaccia del marchese del
Monferrato di conquistare le città del Piemonte. Petrarca va a Praga
verso la fine di maggio, passando per Basilea. Ritorna dopo tre
mesi. In autunno Pandolfo si ammala seriamente. Petrarca si reca da
lui quasi ogni giorno. Quando sta meglio Pandolfo restituisce le
visite. Non può camminare, e si fa trasportare dai servi.
Il vicario imperiale, vescovo di Augusta, Markward von Randeck che
sta a Pisa, capeggia l'opposizione italiana ai Visconti per i danni
arrecati alla Chiesa ed all'imperatore. Intima loro di discolparsi
davanti a lui l'11 ottobre 1356. Galeazzo gli risponde con una
lettera ingiuriosa. L'ha composta Petrarca. Il vicario si mette in
marcia contro Milano: è fermato soltanto a Casorate il 14 novembre.
I Visconti fanno prigioniero Markward trattandolo "decorosamente" e
rispedendolo in Germania (P. Verri, "Storia di Milano", I, 1783).
Novara è conquistata dal marchese del Monferrato, mentre a Genova
scoppia una rivolta antiviscontea.
Secondo il cronista trecentesco Matteo Villani (VII, 48), Bernabò
teme che Pandolfo faccia troppo montare suo fratello Galeazzo nella
comune signoria. Per questo lo aggredisce, minacciandolo di
un'esecuzione capitale. Bernabò ha la fama di tiranno sfrenato, al
cui nome "tutti tremavano né alcuno ardiva far parola. Due frati
minori che osarono fare a lui stesso lagnanza di tante estorsioni li
fece bruciar vivi". Per giustificarsi Bernabò accusa Pandolfo di
aver corteggiato una sua concubina, Giovannola di Montebretto, che
gli ha dato una bimba (Bernarda) nel 1353, quando nasce pure Marco,
suo terzo figlio legittimo.
Bernabò è un "sovrano truce e ignorante" secondo Verri. Nel 1361
accoglie due nunzi papali ad un ponte sul Lambro, imponendo loro la
scelta "o mangiare o bere", cioè essere buttati nel fiume. Essi
masticano tutta intera, compreso il bollo di piombo, la pergamena
pontificia che gli avevano recato. Uno dei due nunzi, Guillaume de
Grimoard, nel 1362 diventa papa con il nome di Urbano V.
Nel 1367 Pandolfo II è uno dei signori che accompagnano da Napoli a
Roma Urbano V, per difenderlo dai cardinali contrari al suo
progetto, realizzato soltanto per un triennio, di riportare a casa
da Avignone la sede di Pietro. Urbano V scomunica Bernabò,
dichiarandolo eretico e comandando "che alcuno non osasse più
trattare con lui". Nello stesso 1362 i messi di Padova, Verona,
Ferrara e Rovigo sono fatti vilipendere dalla ciurmaglia, vestiti
con tuniche bianche e mandati a cavallo in giro per Milano. Il
vicario arcivescovile Tommaso Brivio è torturato. L'abate di San
Barnaba, è impiccato per aver preso delle lepri.
Bernabò si accontenta di sbattere in carcere il presunto rivale in
amore. Galeazzo fa poi liberare Pandolfo che scappa da Milano e
prepara la sua vendetta. La quale coinvolge il vecchio amico
Petrarca, costretto a scrivere cose turche contro Pandolfo. Nel
primo semestre del 1357 Petrarca si rivolge a Ludovico (Luigi) di
Taranto re di Gerusalemme e Sicilia, secondo marito della regina
Giovanna I di Napoli e nipote del defunto re Roberto d'Angiò.
Giovanna, donna bella e gentile, di cuor tenero ed appassionato, era
rimasta vedova del cugino Andrea d'Ungheria, un tipo selvaggio e
duro, fattole sposare quando entrambi non avevano ancora otto anni.
La morte di Andrea è attribuita ad uno strangolamento deciso da
Giovanna e da Ludovico per coronare il loro sogno d'amore (racconta
A. Levati, 1770-1841). La chiamavano la Cleopatra napoletana.
Il titolo dell'epistola di Petrarca dice tutto, "Contro Pandolfo
Malatesti". Allo stesso 1357 appartiene la lettera inviata da
Petrarca ad Aldobrandino III d'Este a nome di Bernabò Visconti, in
cui si parla della perfidia di Pandolfo verso il signore di Milano
che invece lo aveva amato come un fratello. Bernabò non si riferisce
soltanto alla storia della presunta relazione con Giovannola. Si
basa su fatti veri. Pandolfo liberato da Galeazzo e fuggito da

49

Milano, partecipa ad un intrigo internazionale in cui agisce da
provetto politico, ma non per il solo scopo di togliersi la
soddisfazione di sparlare dei Visconti e di danneggiarli.
Un testimone del tempo, il dotto cronista (e notaio delle truppe
viscontee) Pietro Azario, scrive che il Malatesti fu a Milano, su
ordine di Bernabò, talmente offeso che, per vergogna ed altre azioni
commesse contro di lui, provò dolore in perpetuo. L'esperienza
personale di Pandolfo va collegata al contesto politico. I Malatesti
sono in pace con la Chiesa dall'8 luglio 1355, data del documento
scoperto dal cardinal Giuseppe Garampi nell'Archivio segreto
apostolico vaticano, con cui si concedono ai Malatesti in vicariato
le città di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone ed i loro contadi
(Tonini, IV, 2, doc. CXVIII, pp. 209-224). Mentre è del 14 luglio
1356 un altro documento "garampiano" con le lodi di papa Innocenzo
VI verso Malatesta Malatesti (ivi, doc. CXX, pp. 225-226).
Matteo Villani (V, 46, p. 174) attribuisce la resa dei Malatesti
alla mancanza di denaro e rendite. Dal luglio 1355, comunque essi
rientrano nel gran gioco della politica. La loro sottomissione al
papa "si traduce ben presto in un fattivo e duraturo rapporto di
collaborazione militare" (A. Vasina), quando la Chiesa cerca di
evitare che i signori cittadini "potessero far blocco fra di loro e
costituire un ostacolo insormontabile all'esercizio della sovranità
papale" (G. Fasoli). Nel 1362 Pandolfo II sposa Paola Orsini il cui
nonno Orso è figlio di un fratello di papa Niccolò III (1277-1280).
Con il quale un suo altro nipote, Bertoldo fratello di Orso, nel
1278 è conte di Romagna.
Prima a Praga e poi a Londra, Pandolfo non opera per proprio conto,
o in difesa di Galeazzo Visconti. Lo dimostra un altro documento
scoperto da Garampi (Tonini, IV, 1, p. 156). Pandolfo il 2 giugno
1357 è invitato dal papa a recarsi ad Avignone. Al suo posto (perché
impedito dagli impegni militari con i fiorentini), va il padre che
due anni prima aveva già incontrato il cardinal Egidio Albornoz
legato di Romagna con il quale viaggia verso Avignone. Dove arriva
il 24 ottobre e si ferma per oltre tre mesi, tornando a Rimini il 16
febbraio 1358.
La pace con i Malatesti, si legge in Carlo Tonini (I, 391), libera
il legato da una guerra che poteva essere lunga e difficile, e gli
fornisce un alleato contro gli altri signori romagnoli per prendere
Cesena, Forlì e Faenza. Albornoz rappresenta la linea dura con i
Visconti, che il papa voleva invece favorire per usarli contro gli
Ordelaffi. Nel 1360 i Malatesti sono al fianco della Chiesa
avversando Bernabò Visconti. Il 29 luglio 1361 alla battaglia di San
Ruffillo a Bologna, Bernabò è sconfitto dalle truppe del legato
guidate da Galeotto I Malatesti, figlio di Pandolfo I che era il
nonno del nostro Pandolfo II. Da Galeotto I discende il ramo
riminese (suo nipote è Sigismondo Pandolfo).
I commentatori alla "Storia di Milano" (1856, p. 247) di Bernardino
Corio (1459-1519) scrivono che la sconfitta dei Visconti avviene ad
"opera del vecchio Malatesti di Rimini", uomo che "come tiranno e
come Romagnolo, doveva essere in concetto di consumato maestro di
perfidia: che di questi tempi la malvagia fede degli abitanti della
Romagna era in ogni parte d'Italia passata in proverbio". Perfidia è
la parola usata, come si è visto, da Petrarca contro Pandolfo
nell'epistola scritta ad Aldobrandino III d'Este a nome di Bernabò
Visconti.
Nessuna perfidia invece dimostra Pandolfo II verso Petrarca.
Nell'ottobre 1364 il poeta esprime a lui ed al fratello Malatesta
Ungaro il suo dolore per la morte del loro padre Malatesta Antico,
di cui attesta il grandissimo ricordo lasciato con la sua vita piena
di gloria. Nel 1372 il Malatesti invita il poeta a Pesaro. La
risposta
(negativa)
del
4
gennaio
successivo
contiene
le
condoglianze per la morte della moglie e del fratello di Pandolfo, e
l'annuncio dell'invio delle proprie rime volgari, ovverosia il
"Canzoniere", che definisce "cosucce" (nugellae).
Pandolfo e Petrarca sanno che la vita politica (di cui entrambi sono
testimoni e protagonisti), richiede sottomissioni, umiliazioni ed
astuzie. Nel 1366 i Malatesti congiurano con il papa per far
sconfiggere i Visconti. Con loro s'incontrano a Pavia (dove trovano
Petrarca) e Milano, mentre sono diretti ad Avignone. Non è una
riconciliazione, come scrive un oscuro cronista bolognese del tempo,
il cartolaio Floriano Villola rilanciato nel 1949 da Roberto Weiss.

50

Ma una manovra di aggiramento, ben descritta da Muratori (Annali,
VIII, 1763). Alla fine i Visconti si dimostrano i più abili e
danarosi, e possono assoldare truppe inglesi e tedesche. La loro
penetrazione in Emilia è irresistibile (Fasoli).
Circa Pandolfo II, Lorenzo Mascetta-Caracci ("Zeitschrift für
romanische Philologie", 1907, vol. 31) osservando che si accetta che
a soli sei anni, nel 1331, egli cominciasse una vita politica di
capitano e dominatore, proponeva di anticiparne la nascita dal 1325
al 1310-15. Di ciò s'accorge nel 2004 soltanto la danese Gunilla
Sävborg, concordando con i dubbi dello studioso italiano. Circa
Malatesta Ungaro,
Mascetta-Caracci
parla
di
caso
ancor
più
miracoloso, perché a soli quattro anno nel 1331 figura nei libri
come capitano di Santa Chiesa. Misteri degli storici, non della
Storia. Ne riparleremo.
["il Ponte", 31.10.2010/52]

51

Umanesimo riminese. Parliamone.
A proposito dell'Umanesimo tragico di cui ha trattato a Rimini il
prof. Massimo Cacciari, riferendosi alla "Resurrezione di Cristo" di
Piero della Francesca, una piccola ricerca su Internet permette di
ricostruire la fortuna della formula.
Nel 1994 appare nell'annuario del Centro mondiale di Studi
"umanisti" (non umanistici), che ha un vago sapore esoterico più che
di analisi della cultura dell'Umanesimo in senso stretto.
Nel 2004, a proposito del proprio libro "Della cosa ultima", il
prof. Cacciari dichiara al "Mattino" di Padova: "Da tempo vado
pensando che occorrerebbe, anche sulla traccia dell'autentica
storiografia filosofica italiana da Gentile a Garin, rivalutare la
nostra tradizione. È un umanesimo tragico, ma appunto di una
tragedia che si conclude con un Ma 'vittorioso'...".
Nel 2005, il prof. Cacciari a Caserta tratta dell'Umanesimo tragico
parlando di quattro testi letterari: il canto XXVI dell'Inferno; il
De vita solitaria di Petrarca; la Lettera al Vettori di Machiavelli;
l'Infinito
di
Leopardi.
Ricorda
anche
il
vero
testimone
dell'Umanesimo tragico, Leon Battista Alberti, consapevole che è una
stupida pretesa quella di essere "fabbro del proprio destino".
Nel 2007 a Milano, all'Università San Raffaele, si laurea
brillantemente Silvia Crupano (Roma, 1983), con una tesi dedicata al
pensiero tragico di Leon Battista Alberti: "Virtus contra fatum. La
dialettica dell'Umanesimo tragico. Per una Filosofia della Storia"
(relatore Andrea Tagliapietra, correlatore Ernesto Galli della
Loggia).
Nel 2010 il prof. Cacciari tiene una lezione magistrale a Napoli
intitolata "L'umanesimo tragico di Leopardi".
Per tornare all'inizio del nostro discorso, sarebbe molto importante
che nella nostra città ci si decidesse a ricordare l'Umanesimo
riminese, in cui confluiscono tutti i temi dell'Umanesimo italiano.
Come dice il prof. Cacciari, "occorrerebbe rivalutare la nostra
tradizione".
Un'annotazione conclusiva. Cacciari collega il concetto di "tragico"
al 1453, ovvero alla caduta di Costantinopoli. Forse si potrebbe
andare un pochino più indietro, sino al 1415, anno in cui culmina la
tragedia dell'Europa cristiana. Durante il Grande Scisma (13781417), Giovanni Huss assieme all'allievo Girolamo da Praga è mandato
al rogo, dopo essere stato invitato con salvacondotto imperiale a
Costanza, dove si trovavano i padri conciliari. Inizia allora una
fase drammatica in Boemia, che dura sino al 1433. Sono fiamme che ne
preannunciano altre: nel 1553 per Miguel Serveto a Ginevra su
decisione dei calvinisti, ed il 17 febbraio 1600 a Roma per Giordano
Bruno.
Giustamente, Franco Cardini (come si legge sul "Ponte" del 5
febbraio scorso) smorza i toni dello "scontro di civiltà", che
alcuni vorrebbero far iniziare appunto nel 1453 e culminare nel
1683, anno dell'assedio di Vienna. Cardini osserva: non fu un
conflitto di civiltà, ma soltanto "storico". Da questa differenza
Cardini arriva alla conclusione che non si debbono "incentivare
pericolosi contrasti religiosi", partendo da episodi militari o
politici che hanno provocato sì rotture ma spesso pure accordi.
Nel suo libro recente dedicato all'argomento (pp. 3-8), introducendo
il tema Cardini osserva che tre-quattro secoli sono stati "dominati,
sul piano della politica e dei rapporti interstatuali, da una
tensione che si traduce in una rete complessa e mutevole di alleanze
e di rivalità".
Pure questo aspetto riguarda Rimini da vicino. Sigismondo Malatesti
fa il condottiero al soldo di Venezia nella crociata in Morea dal
1464 al 1466. La sua condotta non approda a nulla, anzi è
considerata grandemente dannosa. Il 25 gennaio 1466 egli fa ritorno
a casa. Sembra, come in effetti è, un uomo sconfitto. Ma il bottino
che reca con sé, le ossa del filosofo Giorgio Gemisto Pletone (nato
a Costantinopoli nel 1355 circa e morto a Mistra, Sparta nel 1452),
gli garantiscono un prestigio perenne. Con la tomba che le accoglie
nel Tempio, Sigismondo offre l'immagine di Rimini quale faro di
sapienza che poteva illuminare Roma, l'antica e lontana Bisanzio e
la vicina Ravenna.

52

E con Pletone, oggi, si torna da dove si era partiti, a
quell'Umanesimo riminese da studiare nella sua vera portata, al di
là delle suggestioni esoteriche che nel 2001 portarono a proclamare
(il povero) Sigismondo "massone ad honorem".
["il Ponte", 26.6.2012]

Tama 1066, "il Ponte" n. 4/2012
Per essere liberi.
S'intitola "Breviario" la nota rubrica che appare la domenica nel
supplemento culturale del "Sole 24 Ore", firmata dal card.
Gianfranco Ravasi. Il 15 gennaio scorso il tema era "la libertà":
"L'educazione a essere liberi, non solo da un'imposizione sottile,
com'è quella della deriva mediatica, ma anche per una scelta e un
impegno personale, è un'opera severa e faticosa".
Di quest'opera severa e faticosa abbiamo un'illustrazione proprio a
Rimini nel Tempio malatestiano, nella cappella detta delle sette
arti liberali, ovvero le materie di studio per gli uomini liberi (ai
servi toccavano le arti manuali): Grammatica, Dialettica, Retorica
(il "Trivio"), Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia (il
"Quadrivio"). Nella cappella le immagini sono però diciotto. Per
questo motivo uno studioso come Corrado Ricci scrisse che in essa vi
è "altro ancora", con un'incerta espressione simbolica delle figure.
Noi vi proponiamo una veloce lettura delle diciotto immagini
suddivise nelle due colonne laterali ed in tre strisce per colonna,
partendo dall'alto verso il basso per ogni striscia che indichiamo
con lettera dell'alfabeto. Striscia A: la Natura ispira l'Educazione
che opera attraverso la Filosofia. Strisce B e C, le materie di
studio:
Letteratura,
Storia,
Retorica
(Arte
del
discorso),
Metafisica
(o
Teologia),
Fisica,
Musica. Nelle
due
strisce
successive (D, E), si mostra come conoscere la Natura attraverso le
Scienze che sono: Geografia, Astronomia, Logica, Matematica,
Mitologia e Botanica. L'ultima striscia (F) rivela lo scopo della
cultura, ovvero educare ad una vita tra cittadini tutti uguali e
quindi liberi: qui le tre immagini rappresentano la Concordia, la
Città giusta, e la Scuola.
Il tema della Concordia ha una doppia lettura. Esso riguarda non
soltanto la vita della città (opponendosi ai governi dei prìncipi
come Sigismondo), ma pure l'Unione fra le due Chiese (proclamata il
6.7.1439 con un decreto destinato a breve durata). Per quella unione
i Malatesti hanno svolto un grande ruolo in nome della Chiesa. Nella
tavola della Concordia si raffigura un'unione matrimoniale: la donna
potrebbe essere Cleofe Malatesti, scelta dal papa come sposa (1421)
di Teodoro, figlio dell'imperatore di Costantinopoli, e poi finita
uccisa.
Nella scelta delle immagini c'è la mano dello stesso architetto (ed
ottimo scrittore) Leon Battista Alberti, seguace di un umanesimo
civile che vuole una società nuova diversa dai principati. [1066]

Tama 1071, "il Ponte" n. 9/2012.
Grecia, anzi Europa.
L'inedito e cospicuo piano di salvataggio dell'economia ellenica
(130 miliardi), adottato a Bruxelles all'alba del 21 febbraio,
significa qualcosa non soltanto sul piano politico. C'è un suo
aspetto culturale che lo stesso giorno è stato ben spiegato,
nell'editoriale dei lettori sulla "Stampa", da Mauro Artibani,
studioso d'Economia dei consumi. Egli sostiene che tutti noi europei
abbiamo un debito verso la cultura ellenica: "L'alfabeto greco ci
consente di scrivere, noi stessi pensiamo attraverso le parole
greche; con la filosofia, che proprio lì nasce, articoliamo quel
pensiero", per non parlare della fondazione della democrazia che
oggi ci governa. L'articolo termina con una battuta che contiene una
grande verità: tra i maggiori indebitati con la Grecia, c'è l'intera
"filosofia tedesca".
Anche a Rimini abbiamo forti legami e consistenti obblighi con la
cultura ellenica. Nel Tempio Malatestiano ci sono le due epigrafi
scritte nella lingua greca, considerate da Augusto Campana come le

53

prime testimonianze del Rinascimento sia italiano sia europeo. Nella
cappella dei Pianeti del Tempio, c'è l'immagine del "rematore",
letta di solito come raffigurazione dell'anima di Sigismondo, scesa
agli Inferi e risalita in Cielo.
Essa ci sembra però riassumere la storia dell'Ulisse dantesco
("Inferno", c. 26, vv. 90-142) che ai compagni d'avventura con la
sua "orazion picciola" ("fatti non foste a viver come bruti"),
lancia un "manifesto pre-umanistico", come lo definisce un noto
studioso dell'Alighieri, Franco Ferrucci.
Ulisse insegna che la nostra dignità sta nel "seguir virtute e
canoscenza", anche se ciò può costarci un naufragio in cui però si
salva l'uomo. L'uomo di ogni tempo, e non soltanto quello dell'età e
delle pagine di Dante. La smorfia del volto del "rematore", richiama
l'Ulisse dantesco. I due isolotti rimandano alle colonne d'Ercole. I
venti ricordano il "turbo" che affonda la "compagna picciola" (vv.
101-102).
Alla corte di Rimini nel 1441 prima dell'edificazione del Tempio,
era giunto Ciriaco de Pizzecolli d'Ancona (1390-1455). Ciriaco ha
frequentato i circoli umanistici di Firenze, ed è un "lettore di
Dante" che per la sua ansia di sapere ama presentarsi nei panni
d'Ulisse, come leggiamo in Eugenio Garin. A Ciriaco potrebbe
attribuirsi il suggerimento del tema di Ulisse da inserire nel
Tempio, quale parte del discorso umanistico già accennato qui (nella
rubrica n. 1066) per la cappella delle Arti liberali. [1071]

54

Tempio Malatestiano, cultura senza segreti.
Le polemiche del teologo irlandese Wadding risalgono al
1628.
Le buone ragioni per diffidare di certe interpretazioni, illustrate
da Franco Bacchelli spiegando l'Umanesimo riminese
Nel 1628 l'irlandese padre Lucas Wadding (1588-1657), professore di
Teologia e censore dell'Inquisizione romana, scrive che Sigismondo
dedica il Tempio di Rimini alla memoria di san Francesco, ma con
immagini di miti pagani e simboli profani.
Gli risponde dalla stessa Rimini nel 1718 Giuseppe Malatesta Garuffi
con la "Lettera apologetica [...] in difesa del Tempio famosissimo
di san Francesco", sostenendo che il testo di Wadding contiene
alcuni periodi pieni di calunnia contro il sacro edificio. Garuffi
esamina dottamente le singole cappelle del Tempio: ha fatto studi
teologici (è sacerdote) ed è stato direttore della Biblioteca
Alessandro Gambalunga di Rimini (1678-1694).
A Garuffi risponde immediatamente un anonimo riminese con una
pedante requisitoria in difesa di padre Wadding. La replica di
Garuffi arriva nel 1727 con un ritardo che significa soltanto
indifferenza verso argomenti ritenuti giustamente deboli.
Il discorso dei miti pagani e dei simboli profani, è una costante
del dibattito culturale sul Tempio riminese, da cui sono derivate
pure le tentazioni di farne un luogo pieno di misteriose velleità
esoteriche. Contro le quali metteva in guardia nel 2002 Franco
Bacchelli in un saggio prezioso.
Bacchelli osserva che "vi sono certo buone ragioni per diffidare"
delle interpretazioni massoniche suggerite da una citazione del "De
re militari" di Roberto Valturio. In essa si accenna alla
suggestione esercitata sopra Sigismondo dalle "parti più riposte e
recondite della filosofia". Bacchelli ricorda un passo di Carlo
Dionisotti: quando si trattava di fede cristiana, "Valturio era
intransigente: non poteva fare a meno di registrare la pratica della
divinazione, ma la deplorava e la interdiva nel presente come arte
diabolica".
Per la cappella dei Pianeti nel Tempio riminese, Bacchelli conclude
che i bassorilievi dimostrano la convinzione del committente "che è
nei cieli che bisogna ricercare la causa, se non di tutti, almeno
dei più rilevanti accadimenti terrestri". Questo principio è
"pacificamente accettato" nelle corti poste tra Venezia, Ferrara e
Rimini, prima che, sul finire del XV secolo, Giovanni Pico della
Mirandola proceda "ad una radicale negazione dell'esistenza degli
influssi astrali".
Bacchelli illustra le contraddizioni del Tempio Malatestiano che
rispecchiano quelle delle menti di Sigismondo e del suo ambiente, in
cui convivono elementi cristiani e pagani.
Il testo di Bacchelli è fondamentale per comprendere il senso
dell'Umanesimo riminese: un grande progetto culturale che si
realizza sia nel Tempio sia nella scomparsa Biblioteca dei Malatesti
in San Francesco.
Il dato locale di Rimini va inserito nel contesto "padano" descritto
da Gian Mario Anselmi con un avviso: è necessario ridisegnare una
nuova geografia, non per semplificare le cose, ma per comprendere e
valorizzare "una complessità irriducibile a tradizionali formule di
comodo".
Nel convento di San Francesco a fianco del Tempio, a metà
Quattrocento sorge la prima Biblioteca pubblica in Italia, modello
di quella gloriosa (e sopravvissuta) di Cesena. Ideata da Carlo
Malatesti (1368-1429), progettata nel 1430 da Galeotto Roberto «ad
comunem usum pauperum et aliorum studentium», nasce nel 1432.
Accoglie moltissimi volumi donati da Sigismondo e procurati dai suoi
uomini di corte, fra cui c'è Roberto Valturio. Sono testi latini,
greci, ebraici, caldei ed arabi, tracce del progetto umanistico di
Sigismondo per diffondere una conoscenza di tutte le voci classiche.
Nel 1475 Valturio lascia la propria biblioteca a quella malatestiana
in San Francesco, ad uso degli studenti e dei cittadini, con la
clausola che i frati facciano edificare un locale nel sovrastante

55

solaio, dato che quello al piano terra era "pregiudicevole a
materiali sì fatti", come scrive Angelo Battaglini (1792).
Il trasporto al piano superiore avviene nel 1490. Lo testimonia una
lapide trascritta non correttamente: non c'è il verbo "sum" (io
sono) ma l'aggettivo "summa" da legare alla parola "cura".
L'abbaglio sintetizza il disinteresse verso il tema dell'Umanesimo
riminese.
Il saggio di Franco Bacchelli si trova nel volume dedicato alla
"Cultura letteraria nelle corti dei Malatesti", a cura di Antonio
Piromalli, con scritti pure di Augusto Campana e di Aldo Francesco
Massèra. È il XIV della "Storia delle Signorie Malatestiane", edita
da Bruno Ghigi.
["ilPonte”, 11.3.2012]

56

Recensioni.
Sigismondo, il sogno di Bisanzio.
I Malatesti di Pesaro e Rimini sono la trama sulla quale Silvia
Ronchey, docente di Civiltà bizantina all'Università di Siena,
compone un affascinante e colorito arazzo letterario che ha per
centro logico la «Flagellazione» di Piero Della Francesca ed i suoi
significati allegorici.
L'autrice colloca Sigismondo ed il nostro Tempio in un contesto di
politica internazionale (la contrapposizione tra Roma e Bisanzio),
nel quale il signore di Rimini è considerato protagonista del
tentativo (fallito) di salvare Costantinopoli, con la spedizione in
Morea del 1464-1466.
Sigismondo si sarebbe rappacificato con il papa in vista di questa
spedizione che aveva come scopo quello di occupare il trono di
Bisanzio. Dove invano si era atteso un erede proprio da una
Malatesti, Cleofe (o Cleopa), cugina pesarese di Sigismondo e dal
1421 sposa di Teodoro II Paleologo despota di Morea e secondogenito
dell'imperatore di Costantinopoli Manuele II.
Cleofe scompare nel 1433. La sua è una morte «oscura» secondo la
Ronchey. Cleofe era stata minacciata di ripudio per non volere
abiurare la fede cattolica. Altre fonti raccontano diversamente (ed
erroneamente) la fine di Cleofe, e la dicono fuggita da Bisanzio
assieme al fratello Pandolfo, gobbo e sfortunato vescovo di Patrasso
dal 1424.
In questo libro si accenna all'ipotesi che sia di Cleofe la mummia
ritrovata nel 1955 in una chiesta di Mistra l'antica Sparta capitale
della Morea. Se Cleofe «fosse stata assassinata, Sigismondo
Malatesta avrebbe avuto da parte sua anche un motivo in più per
tenere tanto a condurre la crociata» in Morea.
Anna Falcioni dell'Università di Urbino ha spiegato (1999), in
maniera infondata, che Cleofe e Pandolfo nel 1430 fuggirono da
Mistra. Due anni prima Cleofe si era detta «sagurata» (sciagurata)
scrivendo alla sorella Paola, e si era raccomandata alle di lei
preghiere.
La Ronchey mette in guardia contro le «elucubrazioni fantastiche»
degli ambienti esoterico-massonici, ma finisce per accettarne
pienamente una che, con il francese Charles Yriarte [1832-1898],
conclude appunto sulla via esoterico-massonica del Tempio pagano,
come confermerebbe il trasferimento in esso da parte di Sigismondo,
delle ossa di Pletone definito da qualcuno capo supremo della
massoneria europea...
Yriarte nel 1882 («Un condottiere au XV siècle») aveva sottolineato
come nelle allegorie e nei simboli del nostro Tempio ritornassero
miti, credenze e spirito dei greci, scartando in tal modo
sbrigativamente ogni influsso cristiano («Non è Dio che qui si
adora, è Isotta; è per lei che bruciano l'incenso e la mirra»).
Corrado Ricci nel suo celeberrimo studio sul Tempio parla di
«facilità irriflessiva» di Yriarte.
Per la Ronchey le ossa di Pletone trasferite a Rimini sono un
«messaggio politico», testimonianza della pretesa di Sigismondo di
accampare diritti sul trono bizantino. Su quest'ipotesi si elabora
tutto il discorso del libro, essere cioè la «Flagellazione» un'opera
di propaganda per una crociata diretta a liberare Costantinopoli
caduta nel 1453 in mano ai mussulmani. Il volume («L'enigma di
Piero. L'ultimo bizantino e la crociata fantasma nella rivelazione
di un grande quadro», Rizzoli, pp. 540), ha un'appendice di
completamento su Internet liberamente consultabile.
La Ronchey nel 2003 a Montefiore ha partecipato con Mary de
Rachewiltz (figlia di Ezra Pound) e Giuseppe Scaraffia alla
presentazione dell'opera di Yriarte su Sigismondo, tradotta da
Moreno
Neri
(del
«Rito
simbolico
italiano»)
e
pubblicata
dall'editore Walter Raffaelli di Rimini.
["ilPonte”, 7.5.2006/17]

57

Le Signorie dei Malatesti.
Ammettiamolo, senza
timori di smentite. Per molti, troppi, quasi
tutti, i Malatesti voglion dire soltanto la fosca historia di un
cavalier perduto dietro ad una donna, e di un conseguente amore
tragicamente finito. Paolo e Francesca. Punto e basta. Di lì si
parte, lì si arriva.
Invece. Invece che cosa? Padre Dante parla ancora dei Malatesti:
questo volevamo aggiungere? Ne riparleremo. Per ora, accantoniamo il
discorso sulla «Divina Commedia».
Dunque: che cosa si sa dei Malatesti? Ah, sì: il Castello. Oh,
perbacco, il Tempio. E poi?
Una frase del prof. Piergiorgio Pasini, è finita recentemente in una
pagina speciale del "Corriere della Sera" su Rimini: se furoreggia
il ferragosto al mare, "il luogo più tranquillo" resta proprio il
Tempio malatestiano. La gente lo ignora. (E se il Tempio fosse in
qualche altro Paese d'Europa, scuole, circoli, associazioni e tribù
vacanziere, organizzerebbero gite istruttive, con colazioni al
sacco).
Allora, per concludere la premessa: che cosa significano per noi i
Malatesti?
Un aiuto, fresco e quindi aggiornato, per nulla polveroso, lo offre
alla città (e non solo ad essa, ma anche alla cultura nazionale ed
oltre), l'iniziativa del Centro Studi Malatestiani, presieduto da
Bruno Ghigi che edita sotto la sua ormai nota sigla, una collana di
libri.
Sono gli atti delle giornate di studio che s'intitolano alle
"Signore dei Malatesti", e che unificano uno sforzo di ricerca di
grande significato.
Siamo a livello colto, di specializzazione. Cose non impossibili, ma
talora difficili. L'augurio (e la necessità), è che presto questa
scienza si traduca in una sintesi agile per divulgare notizie e
nozioni in modo facile ed organico.
Gli ultimi tre volumi, freschi di stampa, sono dedicati a Santa
Maria di Scolca in Rimini, Cesena e Civitanova Marche. Dedicati, nel
senso che in questi luoghi si sono svolte le giornate di studio, e
che a quei luoghi sono riservati quasi tutti gli argomenti trattati.
A Cesena, ad esempio, si è anche parlato del commercio di pietre di
Giorgio da Sebenico con i Malatesti, e dei rapporti tra i Malatesti
e la Bosnia.
A Civitanova, si è detto di Spalato e delle sue relazioni con
Romagna e Marche in epoca malatestiana; di slavi ed albanesi a
Macerata nel sec. XV, di presenza slava a Loreto, di tracce slave a
Recanati, e di Arbe nel Quattrocento.
Il volume su Santa Maria di Scolca in Rimini contiene anche l'albero
genealogico malatestiano delle origini, che rimanda inevitabilmente
a Dante.
E qui facciamo una prima divagazione. Nell'ultimo quaderno di "Studi
sammarinesi"
(1989), è
pubblicato il
discorso che
Giuseppe
Pochettino tenne il primo aprile 19O7 in occasione dell'insediamento
dei Capitani Reggenti, su "La Repubblica di San Marino durante
l'esilio dell'Alighieri": vi si ricorda che Dante non fu mai a San
Marino e che mai ne parlò nella sua «Divina Commedia».
Quel discorso del 1907 ricostruisce però climi ed eventi di Romagna
che ritroviamo in Dante stesso: siamo tra 1283 e 1285.
Seconda divagazione. Gianciotto Malatesta, intorno al 1275, ha
sposato Francesca da Polenta, figlia del Signore di Ravenna. Nasce
Concordia, la figlia che nel suo nome ripete quello della nonna, ma
soprattutto rappresenta la pacificazione tra due famiglie, avvenuta
col matrimonio dei suoi genitori.
Francesca muore verso il 1283/1285. Gianciotto si risposerà con la
faentina Zambrasina, figlia di quel Tebaldello che Dante sprofonda
all'Inferno (XXXII, 122-123), tra i traditori, per aver
aperto le
porte della sua città, lui ghibellino, ai guelfi bolognesi che l'
assediavano, di notte, mentre "si dormìa".
Ah, questi romagnoli. Se Malaparte avesse scritto a quei tempi i
suoi "Maledetti toscani", Dante avrebbe rovesciata l'"accusa" in
"Maledetti romagnoli". Le prove? Sùbito, e sufficientemente note, da
Inferno, XXVII: "Romagna tua non è, e non fu mai, sanza guerra ne'
cuor de' suoi tiranni".

58

E poi , in questo canto, il richiamo riminese: "E 'l mastin vecchio
e 'l nuovo da Verrucchio, che fecer di Montagna il mal governo...":
sono versi che sintetizzano non solo la condizione del dominio
riminese dei Malatesta, ma anche la loro crudeltà dei due tiranni,
definiti appunto "mastini". I quali sono Malatesta il Vecchio e suo
figlio Malatestino, che uccise Montagna de' Parcitadi, ghibellino
della nostra città.
Come scrive
Currado Curradi nel vol. 6 (Santa Maria di Scolca),
Malatesta da Verucchio "viene giustamente considerato il principale
artefice della fortuna dei Malatesti, realizzata per merito delle
sue eccezionali capacità politiche e di governo, ma anche attraverso
una serie molto accorta di matrimoni suoi e dei suoi figli" (pag.
77). Due o tre mogli, comunque una (Concordia) ricchissima, con
denari e proprietà recati in dote. Hanno quattro figli: Ramberto si
fa prete; per gli altri tre (Gianciotto, Paolo e Malatestino
'mastino'), il padre organizza ricchi matrimoni. Curradi racconta la
lunga preparazione di quello tra Paolo e la contessa di Ghiaggiolo.
Insomma, gente che ai soldi ci teneva, e sapeva anche come farli.
Cose che Dante conosceva, lui che non sopportava il "maladetto
fiorino" della "gente nova" di Firenze!
Giriamo pagina. Nello stesso volume sesto, G.F.Fiori tratta di
"Carlo Malatesta e gli Olivetani" di Scolca (1421-1430), illustrando
anni tormentati per la storia della Chiesa: 1406, è eletto papa
Gregorio XII, è lo scontro con lo scisma avignonese (1378-1417), ma
è anche agitazione interna alla Curia romana ed alla terra italiana:
"Papa Gregorio XII, non potendo tornare a Roma occupata da Ladislao
re i Napoli, decise di trasferirsi in Romagna, ma venne avvisato da
Carlo Malatesta, signore di Rimini, che il card. Cossa tentava di
impadronirsi della sua persona " (pag. 9).
Prima di venire a Rimini, nella villa-castello di Scolca, il papa a
Siena nomina nove nuovi cardinali, tra cui Bandello, vescovo della
nostra città.
Nel
frattempo,
a
Pisa
(1409)
è
eletto
il
terzo
papa
contemporaneamente: quello di Roma è Gregorio XII, quello di
Avignone è Benedetto XIII, e questo nuovo è Alessandro V, che muore
poco dopo.
Carlo Malatesta si adopra per far conoscere ai cardinali ribelli
residenti a Bologna, le "nuove proposte di Gregorio XII per togliere
lo scisma" (pag. 10), ma non viene ascoltato: anzi, i cardinali
eleggono ed incoronano l'antipapa Giovanni XXIII. Poi, dal Concilio
di Costanza, voluto dall'imperatore tedesco Sigismondo, esce
pontefice Martino V (1417): Carlo Malatesta è presente, quale
portavoce di Gregorio XII che aveva deciso di ritirarsi (1415) dalla
competizione, prima di morire (1417). Benedetto XIII è deposto (26
luglio 1417). Lo scisma è finito.
Nel suo saggio, Fiori parla anche del monastero di San Lorenzo in
Monte a Rimini, e dell'abbazia di San Gregorio in Conca a Morciano,
legata al nome di San Pier Damiani e del riminese Bennone:
quest'ultimo è un personaggio importante della nostra storia
cittadina, vittima di lotte precomunali di cui parlammo sui queste
colonne, ma di cui non c'è traccia né in questo né in altri volumi
successivi alla nostra nota. (Nessuno ci ha letto!).
Giriamo ancora pagina. Antonio G. Luciani tratta delle "Iscrizioni
greche gemelle del Tempio malatestiano", proponendo la sua versione
dell'epigrafe: "A Dio immortale/ Sigismondo Pandolfo Malatesta/ di
Pandolfo, scampato a moltissimi e grandissimi/ pericoli durante la
guerra d'Italia,/ vincitore per le imprese da lui/ compiute con
valore e con fortuna, a Dio/ immortale e alla città innalzò questo
Tempio, come in/ quel frangente aveva fatto voto,/ splendidamente
sostenendone le spese, e / lasciò un monumento glorioso e sacro".
Oreste Delucca offre i "primi appunti" sui "Rapporti fra Rimini e la
Dalmazia in età malatestiana". Sono storie di emigrazione: "Le genti
slave (ed anche albanesi) per vari secoli -e particolarmente nel XVsono
emigrate
numerose
sulla
costa
italiana,
premute
dall'espansionismo turco che tendeva a comprimerle verso il mare,
sollecitate dalla precarietà delle loro condizioni economico-sociali
su cui influiva non poco la natura sfavorevole di tanto suolo
dalmata, incentivate... da alcune scelte politiche malatestiane.
(...) Anche a Rimini la loro presenza era piuttosto numerosa. La
comunità slava e albanese, nel XV secolo, contava qualche centinaio

59

di persone: un numero significativo, in rapporto alla ridotta
popolazione di quel tempo" (pagg. 90-91).
Ivan Pederini, nel volume ottavo su Cesena, trattando del "Commercio
delle pietre di Giorgio da Sebenico con i Malatesti", racconta di
questo celebre architetto che "si era obbligato a fornire pietre da
costruzione per il Tempio malatestiano a Rimini, ma non mantenne la
promessa fatta a Sigismondo Malatesti per cui questi se le procurò,
nel 1554, a Verona" (pag. 38).
Nello
stesso
volume
ottavo,
Stefania
De
Biase
discute
dell'"Epitaffio di Galeotto Malatesti": morto a Cesena nel 1385, "il
suo corpo venne trasportato con gran pompa a Rimini", per essere
sepolto nella chiesa di San Francesco, che diventa così (secondo
quanto scrisse nel 1951 Augusto Campana), Tempio malatestiano ancora
prima dei lavori voluti (nel 1447) da Sigismondo. Corpo di Galeotto
che, per quei lavori, fu forse spostato nell'arca degli antenati,
anche se andò perduta l'epigrafe della vecchia sepoltura. Epigrafe
che, passata tra varie carte, viene qui ricostruita e riproposta . E
che celebra il personaggio, guerriero famoso, il più grande di
tutti.
Perché l'epigrafe andò perduta? Non si sa. E se Sigismondo,
invidioso di così alti elogi per un suo antenato, fosse stato
proprio lui a farla sparire?

60

Pier Giovanni Fabbri,
«Cesena tra Quattro e Cinquecento».
Malatesta Novello, signore di Cesena, muore senza lasciare eredi il
20 novembre 1465. L'anno prima, è deceduto Pio II che nel 1463 aveva
mandato «campo a Cesena», per convincere quei cittadini a passare
sotto il diretto dominio della Chiesa, una volta scomparso il loro
signore che era malato. I cesenati «se obbligarono» con il papa. E
nel '65, infatti, Cesena capitola a Paolo II.
Nello stesso anno, Roberto Malatesta, nipote del defunto Novello, e
«figliolo de Sismondo da Rimino, magniffico nell'arme... prese la
signoria de Cesena, el dominio de ogne cosa sua e presto lasollo».
Roberto confidava nell'aiuto di Francesco Sforza, con cui scambiava
lettere cifrate. All'indomani della morte dello zio Novello, Roberto
scrive: «Questi signori preti fanno adunate assai di gente...», ed
agita lo spauracchio di un intervento di Venezia. Mentre Roberto
confida invano in un aiuto dello Sforza, il milanese rassicura il
papa della propria neutralità.
Gli altri signori romagnoli si schierano contro Roberto. Il 7
dicembre 1465, Roberto si arrende. L'8, entra in Cesena il
governatore pontificio. La resa è giudicata una mossa saggia da
Federico di Montefeltro. Abbandonato da tutti, Roberto era stato
ingannato «da ogni homo», compresi i 500 fanti alle sue dipendenze.
I patti firmati lo stesso 7 dicembre, lasciano a Roberto Malatesta,
Meldola, le Caminate, Polenta con «quatro o cinque altre brichole».
Roberto il 13 scrive da Meldola allo Sforza che la colpa della sua
sconfitta è dei patrizi cesenati i quali avevano convinto «citadini
e contadini e tutto el populo minuto» a gridare «viva la chiesa, el
populo e le libertà». I contadini si erano mossi per far cessare le
razzìe e le scorrerie dell'esercito ecclesiastico.
Il papa fa sapere a Roberto che non vuole la sua rovina, e lo invita
a Roma per discutere la situazione. Ma quattro anni dopo, quando la
Chiesa muove all'assalto di Rimini, «Cesena fu una buona base per
far partire gli attacchi ai fianchi di Roberto Malatesta...».
Non aiutato quando poteva vincere, Roberto viene rimpianto dai
cesenati dopo la sua sconfitta: il governatore pontificio Lorenzo
Zane, arcivescovo di Spoleto, fa impiccare otto filomalatestiani. Il
terrore doveva eliminare ogni avversario.
Ricaviamo queste notizie dal 1° capitolo di un interessante saggio
di Pier Giovanni Fabbri, «Cesena tra Quattro e Cinquecento», Longo
editore, lire 25 mila.
Nelle pagine successive, seguendo una cronaca stesa da Giuliano
Fantaguzzi, ritornano i contrasti tra Rimini e Cesena. Alcuni
cesenati vengono esuli a Rimini, sotto la protezione dei Malatesta.
Tra questi esuli, c'è una Francesca Martinelli che impazzisce: essa
«gettava i panni nel fuoco "cagando ne le pignatte", poi inforcava
il cavallo nella stalla, speronandolo a sangue» e gridando
"ghingari" (zingari) ai signori di Cesena, i Tiberti.
I Tiberti compiono scorrerie nei territori riminesi. Pandolfo,
quando nel 1498 sventa una congiura contro di lui, «cominciò a
sospettare che i riminesi esuli a Cesena avessero trovato una base
nella città, per complottargli contro».
Sul finire del secolo, in Romagna si affaccia la figura del duca
Valentino: i cesenati sperano che Cesare Borgia elimini le signorie
di Forlì e di Rimini. Il 12 gennaio 1500, Forlì cade. Ma il 2
agosto, il duca Valentino viene proclamato Vicario della città di
Cesena, in base ad un "breve" papale giunto il 27 luglio. Nella
notte tra 27 e 28 luglio, molti nobili «fugirono commo putane fora
da Cesena abandonando le cose e le robbe sue».
Poi toccherà a Rimini, di cui Cesare Borgia diventa duca nel
novembre. Narra Guicciardini (Storia d'Italia, V, II):
con 700
uomini d'arme e 6.000 fanti, il Valentino «prese senza resistenza
alcuna le città di Pesero e di Rimini, fuggendosene i suoi signori».
Pandolfo Malatesta scappò travestito a Bologna, dove aveva già
mandato la moglie con i beni che aveva potuto raccogliere.
0
Malatesta Novello, il cui vero nome era Domenico, fu fratello di
Sigismondo Pandolfo. Il padre, Pandolfo signore di Brescia, li aveva
generati con Antonia Barignani. Un terzo figlio, Galeotto Roberto,
era nato dalla cesenate Allegra dei Mori.

61

Pandolfo di Brescia muore nel 1427, quando il nostro Sigismondo ha
10 anni. Carlo Malatesta, signore di Rimini, senza figli, ottiene da
Martino V che i tre nipoti Domenico, Sigismondo e Galeotto siano
legittimati nella successione. Carlo muore nel '29, ed i nipoti
restano per tre anni sotto la tutela della sua vedova, Elisabetta
Gonzaga.
Galeotto, che si dedica ad una vita di sacrifici e penitenza, assume
il governo, immaginiamo contro voglia.
Quando contro i tre fratelli nel 1431 viene organizzata una
sollevazione popolare, Sigismondo a soli 14 anni blocca ogni
tumulto, e ferma Carlo Malatesta signore di Pesaro che mirava al
possesso di Rimini.
Sigismondo, nel 1432, alla morte di Galeotto (che, lasciati il
governo e la moglie Margherita d'Este, si era ritirato in un
monastero a Santarcangelo), ebbe Rimini e Fano. A Malatesta Novello,
andarono Cesena e Cervia.
Nel 1789, scriveva Francesco Gaetano Battaglini che la memoria di
Malatesta Novello «a' Cesenati particolarmente grata riesce ancor
oggi», perché aveva fatto costruire la «rinomata Biblioteca, i
Molini pubblici e lo Spedale degl'Infermi».
Il Ponte 1990.

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Se Dante rassomiglia a Francesca.
Un episodio "inventato" e riscritto da Boccaccio.
La Romagna terra di "tiranni" e "bastardi", secondo il suo ospite
Dante (che vi lascia le proprie ossa), genera la più celebre delle
eroine di tutta la letteratura mondiale. La ravennate Francesca "da
Rimini" è protagonista di una vicenda inventata dall'autore, secondo
il filologo Guglielmo Gorni ("Dante. Storia di un visionario", 2008)
che "dopo anni di studio del poema e delle altre opere", non vuole
accreditare "pie leggende" sull'Alighieri. Lorenzo Renzi ("Le
conseguenze di un bacio", 2007) invece suggerisce di cercarne la
fonte "non nella vita (nella storia), ma nella letteratura". Il tipo
di analisi di Renzi è da lui stesso così dichiarato: "Infaticabili
violatori di tombe, abbiamo cercato di portare nello studio delle
fonti lo spirito dei formalisti russi, distruttori di orologi per
vedere come sono fatti dentro".
Gorni delinea una specie di "ritratto in piedi" del grande poeta,
partendo da un principio: "poche certezze e molti dubbi" ne segnano
la vita sin dalla nascita. Gorni ricorda che "non si può dire
neppure quando cominciò, per Dante, il periodo ravennate del suo
esilio. I pareri dei dantisti sono al riguardo molto divisi.
Soprattutto per carità di patria, ad esempio, Giovanni Pascoli
opinava che tutta quanta la 'Commedia' fosse stata composta in
Romagna, soprattutto perché la selva oscura del primo canto sarebbe
ispirata dalla pineta di Classe, allora estesissima rispetto
all'attuale, di cui ad ogni buon conto è menzione nel celebri versi"
del "Purgatorio" (c. 28). Quelli della "divina foresta spessa e
viva", le cui fronde tremolavano per l'aura dolce che Dante avverte.
Gorni conclude: "Bisognerebbe dire agli amici di Ravenna" che la
pineta di Classe "non può ispirare due selve diversamente
connotate", quella "aspra e forte" del primo canto e questa
amenissima dell'Eden.
Francesca non ha nome nel poema né si precisa il suo casato nel
testamento del suocero, Malatesta da Verucchio. Soltanto gli antichi
commentatori le danno una precisa identità. Dante non cita i nomi né
del marito di Francesca né dell'assassino di entrambi. Scrive Gorni:
l'episodio
di
Paolo
e
Francesca
"ignorato
dalle
cronache
contemporanee", è "inventato dal nostro autore" che aveva dovuto
conoscere Paolo nel 1282 a Firenze quando fu capitano del popolo e
conservatore della pace.
Le cronache malatestiane che ne trattano, sono di età successiva e
mediano la 'verità' dai primi commentatori: i due figli di Dante,
Jacopo e Pietro, Jacopo della Lana, l'Ottimo ed altri ancora che
precedono Boccaccio. Al quale si deve la leggenda romanzesca
"dell'inganno per cui Francesca crederà di essere destinata a Paolo,
per scoprire solo più tardi che il vero marito sarà il fratello"
Giovanni, detto Gianciotto perché "sozo della persona e sciancato".
Così spiega Renzi, che si chiede: ma "sarà vera anche la storia
dell'uxoricidio?". Renzi suggerisce di cercare una fonte per la
vicenda di Francesca "non nella vita (nella storia), ma nella
letteratura". Qui sta il paradosso di Francesca: la sua tragedia
diventa reale attraverso la creazione poetica.
L'uccisione di Paolo e Francesca si colloca tra il febbraio 1283
(ritorno di Paolo da Firenze a Rimini) ed il 1284. Nel 1286 c'è il
nuovo matrimonio di Giovanni con Zambrasina che gli darà almeno
altri cinque figli. Zambrasina è figlia di Tebaldello di Garatone
Zambrasi, ghibellino faentino, morto nel "sanguinoso mucchio" di
Forlì (1282) assieme al primo marito di lei, Ugolino dei Fantolini.
(Il primo maggio 1282, Guido da Montefeltro capitano del comune di
Forlì infligge una durissima sconfitta ai mercenari francesi al
servizio dei papi, per domare la ribellione dei Romagnoli alla
Chiesa.) Tebaldello è raccontato da Dante all'"Inferno" fra i
traditori (c. 32) per aver aperto di notte le porte della sua città
ai Geremei, guelfi bolognesi. Zambrasina ha avuto da Ugolino una
figlia, Caterina Fantolini, che sposa Alessandro Guidi da Romena,
zio di Oberto marito di Margherita figlia di Paolo Malatesti.
Delitto d'onore, delitto d'amore, racconta Dante. Ma se invece fosse
stato un omicidio politico? La vicenda sentimentale rispondeva
all'economia della "Commedia" meglio di un evento legato a rivalità
di famiglia, tipiche dei tiranni deprecati come rovina generale

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dell'Italia. La figura di Pia de' Tolomei, simmetrica a Francesca
per collocazione ("Purgatorio", c. 5), può illuminare l'episodio
grazie alle corrispondenze interne dell'opera. Anche Pia muore per
una violenza coniugale. Suo marito Nello de' Pannocchieschi la fa
rinchiudere nel proprio castello e poi uccidere: "Siena mi fé,
disfecemi Maremma". Si tratta di un uxoricidio che attesta il senso
di arroganza del tiranno e dell'amoralità della sua visione del
mondo, tutta incentrata sulla violenza come strumento e mistica del
potere, esercitata pure nella vita matrimoniale. Ovviamente al
lettore della "Commedia" non interessano le cause della tragica fine
di Pia, ma l'immagine ideale che Dante ne offre.
Se esportiamo da questa vicenda maremmana la ricerca del suo senso
nascosto per estenderla all'analogo fatto romagnolo, ci accorgiamo
che Dante neppure per Francesca dice molto, aldilà della scena
letteraria. Sulla quale giustamente sono stati versati, e si
versano,
fiumi
di
nobile
inchiostro,
sino
alla
fulminante
definizione di Gianfranco Contini, di Francesca "intellettuale di
provincia". Poco interessano di solito le basse ragioni della
cronaca nera che stanno alla base del discorso storico. Anche per
Pia, come osservava Umberto Bosco, i documenti "tacciono": e se "non
è possibile fabbricare sulla rena di testi extrapoetici", si deve
soltanto constatare che Dante non spiega le ragioni per cui Pia fu
uccisa, "forse anche perché non le sapeva, semplicemente le
sospettava".
Pure per Francesca è possibile sospettare che Dante non conoscesse
"la ragione" per cui fece una fine così letterariamente seducente.
In lei Teodolinda Barolini (2000) ha visto come la "figura" di
Dante, al punto che il poeta le appare quale doppio della sposa
malatestiana: "the male pilgrim faints [...] because he is like",
"il pellegrino uomo sviene [...] perché è come Francesca". E Renzi
aggiunge: Dante avrebbe potuto gridare alla Flaubert: "Francesca
c'est moi!". Secondo Franco Ferrucci (2007) nella vicenda di
Francesca "Dante proietta tanto di sé e della sua storia
intellettuale oltre che sentimentale".
Se il poeta non conosceva la ragione del duplice omicidio, poi
Boccaccio l'ha costruita, con "una personale, molto boccacciana,
versione cortese dei fatti", chiudendo perfettamente il cerchio
dell'invenzione poetica (Renzi). La quale si alimenta delle sue
stesse creature, fingendo di sottrarle pietosamente all'orrore
autoptico del giudizio della Storia, ma in realtà per tutelare
soltanto se stessa. Come l'antico dio greco Crono che mangiava i
figli appena nati nel timore d'essere da loro evirato.
Lo Sciancato aveva i suoi buoni motivi per odiare il Bello. Il
primogenito
Giovanni
per
invidia
avrebbe
potuto
progettare
l'eliminazione
fisica
del
fratello
minore
Paolo,
stimato
protagonista
della
scena
nazionale,
come
attesta
l'incarico
fiorentino affidatogli dal papa. In questo caso, la tresca amorosa
sarebbe stata soltanto una messinscena diabolica, un alibi che
avrebbe travolto pure l'innocenza di sua moglie.
Quanto accade fra Giovanni e Paolo si ripeterà con i loro eredi. Il
figlio di Giovanni, Ramberto, il 21 gennaio 1323 uccide a Ciola il
cugino Uberto jr. figlio di Paolo e di Orabile Beatrice. Uberto jr.
era stato ghibellino, poi guelfo ed ancora ghibellino. A sua volta
Ramberto è ucciso a Poggio Berni il 28 gennaio 1330 dai parenti di
Rimini, come punizione di un suo tentativo di conquistare la città.
La mancanza di testimonianze sul delitto è più compatibile con un
fatto politico piuttosto che passionale. Dal 1295 i Malatesti hanno
il potere a Rimini. Chi comanda controlla i documenti meglio delle
situazioni concrete. Il silenzio calato sulla vicenda avrebbe
oscurato un episodio compromettente per la buona fama dei signori
della
città,
ed
allontanato
un
marchio
d'infamia
rispetto
all'autorità religiosa e temporale della Chiesa.
Quando compone il canto quinto dell'"Inferno" Dante è lontano dalla
Romagna. Ma vi è già stato nel 1302. A Ravenna giunge (forse)
soltanto nel 1318 restandovi sino alla morte (1321). Potrebbe aver
appreso della vicenda, od approfondito la sua conoscenza, secondo la
"suggestiva" ipotesi avanzata da Ignazio Baldelli ("Dante e
Francesca", 1999), nei
primi
anni
dell'esilio in Casentino
nell'ambiente in cui viveva Margherita figlia di Paolo Malatesti.
Se non se ne fosse occupato Dante, oggi nessuno si ricorderebbe
della vicenda di Paolo e Francesca, avvertita da lui "come un fatto

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non di cronaca privata" ma di una "vicissitudine pubblica" (G.
Petrocchi). La memoria universale non significa una conseguente
verità della narrazione poetica. Nulla permette di far luce circa i
misteri sulla morte dei due cognati. La verità della poesia sta
soltanto in essa stessa. Come sostengono gli studi più recenti che
considerano "letterari" i moventi di questa storia d'adulterio,
facendo giocare a Francesca il ruolo di "peccatrice perché
letterata". Con lei, come sostiene Renzi, Dante rappresenterebbe il
proprio "abbandono degli errori giovanili, del mondo dell'amore
terreno e della sua poesia (lo Stil novo)".
["ilPonte”, 30.5.2010]