EDIZIONE SPECIALE

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NUMERO quattro

24 maggio 2004

Editoriale
La vertigine originaria che crea l'uomo è una scintilla di possibilità: la curiosità e il coraggio dello sguardo che osserva se stesso per rinascere diverso; che si appunta sulla natura effimera del nostro orizzonte, attuando il sortilegio - propriamente, esclusivamente umano - di trasformare la mutevolezza di una precarietà in forza generatrice. E' la forza della visione utopica, e la forza dell'uomo che mette al mondo se stesso ad ogni scelta che deve compiere. Per scivolare fino in fondo nell'illecitamente poetico - la possibilità è esattamente il sogno dell'homo faber che accetta la sfida di abitare le sue stesse creazioni oniriche. Ci sono parole demiurghe di utopie che altri hanno già pronunciato. Che siano state sussurrate o sillabate, scandite con precisione o accennate appena, è un fatto che molte di queste parole giacciono inascoltate. Perché, per parafrasare una citazione dell'europeista Mario Albertini, se le idee possono essere “malleabili”, al tatto le cose sono certo ben più “dure e angolose”. Tutto quello che non si deve fare con le parole: mascherare vuoti di pensiero, annacquare o stravolgere idee, tradire e dilazionare l'azione. Questo è ciò che accade quando le parole si scontrano con l'angolosità delle cose e si mettono in fuga. Così che trattati e convenzioni, così come progetti di costituzioni, muoiono cristallizzandosi in uno dei “tanti pezzi di carta destinati, quando sorgesse la necessita' di applicarli, a finire nel cestino della carta straccia” (Luigi Einaudi, Chi vuole la bomba atomica?). “I giovani universitari oggi hanno davanti la sfida più bella, la sfida della realizzazione di una cosa che nei secoli non si è mai realizzata”, questo l'orizzonte-di-possibilità evocato per i lettori di Inchiostro dall'illustre storico Sandro Fontana nelle pagine centrali di questo laboratorio di riflessione sulla costruzione della nostra Europa. Parole scritte che non siano prive di vita, suoni di proclami che scansino il pericolo della vanità: ricordando Luigi Einaudi, “vogliamo noi combattere per un nome o per una realtà”? Luna Orlando

Ritorno a casa
Ciò che si fotografa è sempre elevato al grado di memoria, costituendo reti di materia e concentrando rintocchi discreti di innumerevoli orologi: il tempo è l'oggetto ingombrante della fotografia, che aspira, ambiziosamente, a darsi estremi, limiti e confini.
Se mi pagassero per questo lavoro scriverei frasi migliori (Larry)
Lady Day di Leonardo Pistone Le biomolecole, operai infinitesimali di Mattia Quattrocelli Sono solo pezzi di carta di Mario Farina Eroi di vergogna di Vincenzo Andraous Un Iraq liberale di Michele Bocchiola Le antenne e le radici Intervista a Sandro Fontana di Luna Orlando e Antonio Lerario E prima dei venticinque? di Antonio Lerario

(Stefano Barco)

scrivete per inchiostro Idee, critiche, suggerimenti, temi che stimolino la vostra curiosità? Volete collaborare con la Redazione del giornale? Scrivete a: inchiostro@matita.net

La pace perpetua, In Europa, oggi di Antonella Succurro

Alle cinque della sera di V. Repetto e V. Vaccaro Ieri di Agota Kristof di Sara Natale Una matita per la storia di Lorena Meola

Tre bambini e un paradosso di Mario Farina Segnali di Stefano Valle Happiness di Matteo Pellegrinuzzi

Agenda dal 24 maggio al 7 giugno

24 Maggio 2004 - Numero 4

FOTOGRAFI ARTISTI CREATIVI
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Giornale degli studenti dell’Università di Pavia - Iniziativa realizzata nell’ambito del programma dell’Università di Pavia per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti (A.C.E.R.S.A.T.)
Direttore: Luna Orlando (filosofia) Redazione: Laura Baiardi (lettere moderne), Michele Bocchiola (filosofia), Luca Cagnola (lettere moderne), Nicola Cocco (medicina), Stefania d’Andrea (filosofia), Mario Farina (filosofia), Antonio Lerario (matematica), Elena Marigo (filosofia), Giuseppe Mascherpa (lettere moderne), Massimiliano Mozzanti (ingegneria), Lorena Meola (scienze delle comunicazioni), Alessio Palmero (matematica), Matteo Pellegrinuzzi (lingue), Leonardo Pistone (matematica), Mattia Quattrocelli (biotecnologie), Maria Chiara Succurro (lettere antiche), Stefano Valle (ingegneria) Hanno collaborato: Vincenzo Androus, Sara Natale, Valentina Repetto, Antonella Succurro, Valeria Vaccaro. Disegni: Silk Fotografia: Stefano Barco Grafica: Alessio Palmero Stampa: Industria Grafica Pavese Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 febbraio 1998 Tiratura: 2000 copie Questo giornale è distribuito con la licenza Creative Commons AttributionShareAlike.

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Lady Day
di Leonardo Pistone
“On January 3, 1958, I received a call from record exec Irving Townsend asking if I was free February 18th, 19th and 20th. On my reply of yes he said, "Great! Billie Holiday is in my office and she wants you to write the arrangements for the album she's about to record for Columbia." I was flabbergasted.” E così, sentendosi “flabbergasted” appunto, il famoso arrangiatore Ray Ellis, si lanciava nella penultima regi-

strazione in studio di Billie, Lady in Satin. Solo l'anno dopo, il 17 luglio, Billie moriva in ospedale, con un agente della polizia di New York fuori dalla porta. La vita di Billie fu molto travagliata, per motivi sia personali che politici. Politici? Sì: semplicemente, Billie era una cantante nera di Harlem, tossica, per di più la gente la ricordava per aver registrato nel '39 Strange Fruit. La canzone cominicia così: “Southern trees bear a strange fruit / Blood on the leaves and blood on the root”; gli strani frutti sono neri linciati. E così aveva spesso la polizia addosso, e per qualche anno non poté entrare nei locali di NY, neanche per cantare. Non è certo

l'unico esempio di musicista jazz nero tormentato dalla polizia; spesso si trattava di uso di droga: il grande pianista Hampton Hawes fu condannato a 10 anni di prigione per questo motivo (ma ottenne una riduzione a 6 dopo aver scritto a John Kennedy). Torniamo a Billie. Se pensate di non aver mai sentito la sua voce, magari avete visto Celebrity di Woody Allen; la voce che sentite fin dall'inizio è proprio la sua. È molto espressiva, e ogni pezzo è elaborato in modo personale; forse è la più bella voce del jazz di tutti i tempi. Il segreto di Billie era che non pensava di cantare, ma di suonare un sassofono, per esempio; non

per nulla, la sua più grande ispirazione, forse più della cantante Bessie Smith, era il sassofonista e caro amico Lester Young. Billie inoltre aveva in comune con Louis Armstrong la tendenza ad immaginare in testa le orchestrazioni mentre cantava, e questo nei dischi si sente. Ascoltatela: io consiglio di cominciare con qualche raccolta degli anni '30: sui dischi degli anni '50 andateci cauti perché allora spesso Billie stava male e cantava di conseguenza; inoltre attenzione a dischi con orchestre come il Lady Satin di cui sopra perché contengono per lo più pezzi lenti e un po' melensi. Ci sono anche tanti libri su di lei, e una lettura molto scorrevole e leggera potrebbe essere Una

Billy Holiday e Ray Ellis canzone per Billie Holiday (di Alexis De Veaux, ed. Selene), presentato sabato scorso alla libreria CLU.

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Corsi e ricorsi nel marasma scientifico

Le biomolecole, operai infinitesimali
di Mattia Quattrocelli
Una catena di montaggio. Anzi di assemblaggio. Con i suoi tempi fulminei e il risultato garantito ed in serie. È il campo di ricerca in cui si stanno arrovellando le menti di biologi molecolari e fisici da una quarantina d’anni. Nulla di strano, direte voi; ed, effettivamente, non c’è nulla di nuovo nel protocollo, salvo che stiamo parlando di molecole e di nanometri (milionesimi di millimetro). La stessa provocazione era rivolta, 45 anni fa, da un ancora sconosciuto Richard Feynman: perché non esplorare un territorio ormai assodato della natura, il livello molecolare, con un approccio nuovo, la manipolazione diretta? Perché, in buona sostanza, non dare abilità fattiva ad un occhio riduzionistico sempre più acuto? E perché, infine, non procedere attraverso la complessità della cellula, unità di efficienza e zelo industriale sbalorditivi? Ecco, dunque, la scintilla prende piede; subito l’attenzione della biologia molecolare focalizza le nanotecnologie con i componenti fondamentali dell’operosità biologica, proteine e acidi nucleici. Ovviamente, non è un caso che l’elaborazione di nanodevices abbia camminato di pari passo con una sempre maggiore comprensione dei meccanismi di base ed una sempre più ardita tecnologia di manipolazione delle macromolecole biologiche. Le domande su cui s’impernia questo calderone scientificotecnologico sono sostanzialmente due: è possibile ricreare le catene di montaggio proteiche su supporti artificiali compatibili? E, soprattutto, come possiamo adattarle a scopi diversi dal metabolismo? Risale a meno di un anno fa la pubblicazione di Yan, circa nanoreti di DNA per l’assemblaggio iterativo di complessi proteici bidimensionali: queste reti, costituite da filamenti di DNA parzialmente complementari, offrono dei quadrati, di 19 nm di lato, con una sequenza specifica in ogni punto medio; le proteine non fanno altro che adagiarsi alla sequenza nucleotidica, per cui l’evoluzione le ha scolpite, disporsi a distanze ottimali e, infine, CLAC, legarsi le une alle altre come termodinamica comanda. Il lavoro di Yan, compimento di una strada già battuta da Seeman, ha portato a delineare quello che è il panorama futuro reale: microimpalcature molecolari per la produzione in serie di “congegni” dalle utilità svariate. Se pensiamo alla semplice matrice biologica, nanomacchine DNA/proteiche potrebbero assolvere ad una gamma infinita di compiti intracellulari estremamente selettivi, interagendo con il metabolismo citoplasmatico in step fondamentali e precisi; come al solito, la realtà viaggia più velocemente delle nostre aspettative: una settimana fa è apparsa sul notiziario di Nature la notizia del completamento di un sistema del genere, in grado di riconoscere malfunzionamenti all’interno di una cellula e liberare farmaci appropriati, senza errori e direttamente in situ, e di riempire con migliaia e migliaia di copie una singola goccia d’acqua (10 ml). Guardando, peraltro, al di là della membrana cellulare, le nanotecnologie sono un campo estremamente appetibile per applicazioni più inorganiche, come nuovi sistemi di conduzione o motori a scala infinitesimale: non è certo una notizia freschissima l’interessamento della fisica alle caratteristiche elettriche e resistive delle biomolecole, per soppiantare i semiconduttori (a questo si riferiscono sintagmi sensazionalistici del tipo “computer a DNA”). Come, d’altronde, promettono tanto le ATP sintetasi, che sforacchiano qua e là le membrane dei nostri mitocondri e ci permettono quell’energia chimica, subito trasformata in movimento, digestione, parola, pensiero (quando c’è…): questo complesso proteico, affascinante per il grado di concertazione meccanica, funziona come una sorta di rotativa fosforilante; secondo voi, quanto dovrà passare prima della cooptazione di questo miracolo biochimico come ubiquitaria turbina molecolare?

Glossario: Citoplasma: tutto ciò che circonda il nucleo di una cellula; è la sede di tutte le reazioni biochimiche che assicurano sostegno e funzionalità ad una cellula, e quindi, ad un organismo. Feynmann, Richard: fisico statunitense (New York 1918 Los Angeles 1988). Compiuti gli studi universitari a Princeton, nel 1942 fece parte dell'équipe di scienziati che lavorarono a Los Alamos alla costruzione della bomba atomica. In seguito insegnò alla Cornell University e poi al California Institute of Technology. Fu uno dei massimi fisici teorici contemporanei. Ricevette nel 1954 l'Albert Einstein Award e nel 1965, con J. Schwinger e S. I. Tomonaga, il premio Nobel per la fisica. F. compì studi di elettrodinamica quantistica inventando una tecnica, detta dei diagrammi di Feynman, per lo studio delle reazioni elettronefotone.

Nanodevices: è il nome generico per indicare macchine e dispositivi molecolari, autoassemblanti e in grado di svolgere funzioni meccaniche e fisiche.

libri e riviste
M. Strong, Protein Nanomachines, PLOS Biology, vol. 2, marzo 2004, ppgg. 0305-0306; NC Seeman, Biochemistry and structural DNA mamotechnology: an evolving symbiotic relationship, Biochemistry 42, ppgg. 7259-7269; H. Yan e al., DNA-templated self-assembly of protein arrays and highly conductive nanwires, Science, vol. 301, ppgg. 1882-1884;

internet
http://www.zyvex.com/ nanotech/feynman.html Per leggere il discorso di Feynmann all’American Physical

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BACHECA

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Sono solo pezzi di carta
(Unite for human rights)
di Mario Farina
Che il titolo di questo articolo sia una citazione del liturgico verbo mussoliniano non credo sia un mistero; quello che forse i più ignorano è che il sottotitolo è preso liberamente dalla versione anglosassone dell’inno dei Partiti Comunisti: L’internazionale. È curioso vedere come l’idea della funzione attribuita al socialismo cambi da cultura a cultura. L’inno di un partito rappresenta la mira massimale richiesta all’ideologia che lo guida. Così come oggi si canta «…e Forza Italia / è tempo di credere / dai Forza Italia / che siamo tantissimi/ e abbiamo tutti un fuoco dentro al cuore…», la frase forte della versione italiana de L’Internazionale recitava «L’Internazionale: futura umanità», sottintendendo che l’aspirazione massima dei comunisti d’Italia era il radicale cambiamento della società a partire dall’umanità stessa. Diversamente, le parole che scaldavano il cuore dei socialist workers erano, appunto, «The International: unite for human right». Che la cultura sinceramente liberal permei l’intera società anglosassone non è difficile da credersi: ogni movimento politico ha come punto fermo, prima del massimo bene possibile, la garanzia delle libertà individuali e dei diritti fondamentali dell’uomo. Da qui nasce l’odio verso i regimi totalitari di qual si voglia orientamento essi siano: il ripudio verso l’oppressione è da preferirsi ad uno “star bene” collettivo privo delle libertà cardinali. Ora, di fronte a questa ineguagliata attenzione per i diritti civili, proviamo a guardare di nuovo le foto che appaiono sulle prime pagine dei quotidiani mondiali, quelle che ritraggono i soldati americani mentre torturano i prigionieri irakeni; in particolare, confrontiamo l’immagine della ragazza che tiene al guinzaglio un uomo inerme con quella delle suffragette inglesi (ad esempio la dolce mammina del film Mary Poppins). Il paradosso è stridente. Che si vada a fare una guerra con la scusa di portare la democrazia, di salvare un popolo dal tiranno che uccide e sevizia i propri oppositori, per poi sporcarsi le mani con le stesse fruste con cui il malefico Hussein scudisciava i propri nemici appare come una vera e propria ammissione di colpa e di totale fallimento. Sappiamo tutti che i sanguinari dittatori del Sud America erano spinti e riforniti dagli USA, sappiamo che dietro il massacro dei Sandinisti in Nicaragua, dei desaparecidos in Argentina e Cile e dei ribelli in generale di Colombia, Uruguay e Messico c’è stata la precisa volontà della CIA. Ma che ci venga sbattuto in faccia ciò che tutti sospettavano avvenisse in Vietnam rappresenta un forte cambiamento del peso politico negli equilibri nazionali. I trattati politici vengono spesso violati, noi italiani dovremmo saperlo bene, ma ad una violazione segue, come da logica, un riassetto del trattato stesso. Se ciò non avviene si ammette la superiorità della nazione violante sulle altre. La Convenzione di Ginevra, trattato che risale al luglio del 1929 (poi rivisitato nell’agosto del 1949) stipula che: «I prigionieri di guerra sono in potere della Potenza nemica, ma non degli individui o dei corpi di truppa che li hanno catturati. Indipendentemente dalle responsabilità individuali che possano esistere, la Potenza detentrice è responsabile del trattamento loro applicato» (Art. 12); «A questo scopo, sono e rimangono vietate, in ogni tempo e luogo, nei confronti delle persone sopra indicate: a) le violenze contro la vita e l’integrità corporale, specialmente l’assassinio in tutte le sue forme, le mutilazioni, i trattamenti crudeli, le torture e i supplizi; b) la cattura di ostaggi; c) gli oltraggi alla dignità personale, specialmente i trattamenti umilianti e degradanti; d) le condanne pronunciatee le esecuzioni compiute senza previo giudizio di un tribunale regolarmente costituito, che offra le garanzie giudiziarie riconosciute indispensabili dai popoli civili» (Art. 3); «Le Alte Parti contraenti s’impegnano a rispettare ed a far rispettare la presente Convenzione in ogni circostanza» (Art. 1). E’ inutile fare grandi discorsi: gli Stati Uniti d’America hanno violato in modo plenario la Convenzione di Ginevra, Convenzione che fu rivisitata per far sì che non si ripetessero le barbarie nazifasciste. Credo sia ora di ammettere che oggi, ancor più di sessant’anni fa (almeno allora l’Italia uscì dalla Società delle Nazioni), «i patti sono solo pezzi di carta».

Un Iraq liberale
di Michele Bocchiola
Il 30 giugno, secondo gli accordi internazionali, il potere politico in Iraq dovrebbe tornare nelle mani di un governo locale. Qui si pongono due interrogativi: il governo di chi? E, quale forma di governo? Alla prima domanda si potrebbe trovare una risposta andando a rileggere la composizione del Consiglio che, assieme alle truppe occupanti, sta cercando di rimettere in sesto uno Stato di diritto che non c’è. Per lo meno, allo stato attuale delle cose. Questo Consiglio si basa sulla rappresentanza delle tre componenti etnico-culturali (sunnnita, sciita e curda) presenti sul territorio. I problemi di legittimità di questo governo sono abbastanza evidenti. Primo fra tutti spicca la questione dell’esercito e delle forze di polizia: gli angloamericani si stanno affidando agli ex-ufficiali di Saddam Hussein, e la cosa si commenta da sé. Il secondo problema sembra essere ancora più spinoso. Chiaramente ci sono delle connessioni con il primo problema. Ma la discussione si pone sul piano teorico prima ancora che politico. Quale governo per gli Irakeni? Qualcuno potrebbe pensare che la domanda è mal posta, poiché non è possibile pensare ad una forma di governo senza chiedere ai diretti interessati la propria opinione. Quindi, potremo riformulare la questione in questo modo: quale governo desiderano gli Irakeni? La faccenda è terribilmente complicata e di certo non pretendiamo di dare una risposta in queste poche righe. Tuttavia vogliamo rendere evidenti alcuni problemi. 1) La questione della democraticità. Una guerra, sbagliata e mal progettata, ha deposto un regime. Lasciare che i potentati locali e le autorità religiose diano vita ad un sistema in cui l’oppressione è la sola regola sembrerebbe semplicemente incettabile. 2) La questione del multiculturalismo. Questo Paese non è costituito, come detto prima, da un Popolo, ma da un insieme di culture che solo un regime sanguinario riusciva a tenere insieme. Occorre una forma di governo capace di tenere in conto le differenze e di farle convivere pacificamente sotto lo stesso tetto e non come dei separati in casa. Il rischio di una guerra civile è alto. 3) La questione della stabilità. L’Iraq, è noto, è uno dei più grandi produttori di petrolio. E il petrolio è un bene di cui nessuno al mondo (soprattutto in Occidente) può fare a meno. C’è bisogno di una forma di governo stabile nella durata, vale a dire non sottoposto ad improvvisi e repentini mutamenti. Questi, che potrebbero essere i primi tre punti di una lunga lista, sono però tre punti chiave di una “democrazia occidentale”. Si potrebbe obbiettare che l’agenda politica che viene disegnata in questo modo sia l’ennesima prova che i Paesi europei e gli Usa vogliono imporre la propria forma di “democrazia liberale”. E questo è un atto illiberale: non si può imporre agli altri, a chi la pensa in modo differente, un qualcosa che gli è alieno per tradizione. La forma occidentale, quella ad esempio dei Paesi europei, non funzionerebbe, secondo questa interpretazione, perché noi abbiamo una storia diversa e siamo persone diverse. Per dirla con Hegel, siamo chi siamo perché siamo divenuti nel tempo. Le società occidentali non sono di certo migliori in senso assoluto e le vicende delle torture lo mostrano senza ombra di dubbio. Proviamo allora a vedere la questione da un altro lato. Domandiamoci di quali elementi non è possibile fare a meno, quale che sia la forma di governo che sarà adottata. Proviamo a metterci nei panni in un cittadino dell’Iraq. Innanzitutto un’identità culturale ci influenzerà sulla scelta della forma di governo. Avremo una certa posizione sociale all’interno del Paese, una professione e un certo tenore di vita. Vivremo in una determinata area geografica e in una determinata città. Saremo uomini o donne e via dicendo. È possibile tenere assieme tutti questi elementi? In che misura devono influire sulla scelta di una forma di governo che abbia come prima virtù la giustizia? Come pensare un governo equo? La risposta potrebbe venire da questa idea: sottraiamo queste informazioni a chi deve scrivere la costituzione. Questa “censura” copre tutte le informazioni che abbiamo prima accennato nel senso che i “costituenti irakeni” sanno della loro presenza, ma non sanno a quale gruppo essi appartengono. Essi sanno per esempio che ci sono i Sunniti, gli Sciiti o i Curdi, ma non sanno in quale gruppo sono nati. Ammettendo che tali persone siano razionali e mirino alla creazione di una società come sistema di mutua cooperazione, essi formuleranno una proposta che tende a garantire la più ampia libertà possibile a tutti i cittadini e che un qualche criterio di ridistribuzione delle risorse che vada a favore di chi è più svantaggiato, non sapendo a quale gruppo (se dei benestanti o degli indigenti, per esempio) essi appartengono. Sulla base di questi due principi è possibile costruire sulle macerie e dare una forma ragionevole e liberale ad uno Stato così complesso come l’Iraq. La proposta di un “velo d’ignoranza” sulle informazioni iniziali potrà sembrare a qualcuno un po’ bizzarra, poiché nessun costituente sceglierà ignorando la propria identità. Questo è vero. Ma questo modello o tipo puro di scelta serve come criterio di valutazione di quello che verrà creato. In altre parole, la costituzione che verrà proposta deve passare un test per controllare che nessuno sia favorito semplicemente perché appartiene a un gruppo, perché è ricco o perché è uomo. Questa idea è stata formulata più di trent’anni fa da J. Rawls in un libro intitolato Una teoria della giustizia. È un filosofo politico liberale e occidentale. Tuttavia la sua proposta, per lo meno la parte cui abbiamo brevemente accennato, ci sembra possa valere in molte situazioni, al di là della collocazione geografica.

Eroi di vergogna
di Vincenzo Andraous
Non c’è colpa per il colpevole, non c’è giustizia per la vittima, non c’è neppure inizio né fine per alcuno, c’è solamente sangue e distruzione. Irakeni e americani, palestinesi e israeliani, Bibbia o Corano, kamikaze o esercito, tortura o sepoltura, l’imbarazzo non è in mio figlio che muore, ma nella scelta, che obbliga, che impone, che costringe e restringe ogni azione di coscienza, fino al punto da conservare il solito metro di distanza che ci separa dall’incontro con la disperazione degli altri. Chissà dove sta la ragione, nel colore del sangue, nel raccontare questo mondo che non sa più migliorare, in chi muore e non ha più il diritto neppure di essere sconvolto, siano cristiani, musulma­ni, ebrei, senza bandiere né privilegi, soltanto popoli custodi della propria dignità-identità, dei propri diritti e dei propri doveri. Forse la ragione sta nel guardare a occhi davvero aperti i morti, tanti, troppi, che crescono nelle fosse scavate a misura. Morti senza onore dei vincitori, perché non c’è sconfitta più pesante dell’omicidio. Donne, bambini, nudi o travestiti di futuro, tutti derubati di sogni e di speranze. Vergogna, c’è vergogna per ciò che accade sulla terra di ogni continente, per coloro che innalzano vessilli e barricate, ideologie superate nelle povertà moderne. Vergogna, c’è vergogna, per la richiesta di andare contro l’uno o contro l’altro, smentendo e nascon­dendo ciò che accade, soprattutto ciò che è. Vergogna, c’è vergogna, in chi non rispetta i domani, ancora tutti dentro al presente che non esiste. In chi, abbarbicato alle proprie inadempienze politiche e umane, decide di optare per i plotoni di esecuzione, per le vendette autorizzate, per le follie omicide assunte a regole auree. C’è vergogna da gridare e da liberare nelle strade ridotte a mattatoi, nelle vie dedicate a eroi scono­sciuti. Per gli innocenti dilaniati, per il popolo tutto incarcerato, per chi non mangia, non lavora, non sorri­de. Per chi imbraccia il mitra e non sa dove mirare e sparare, perché ogni cosa è diventata priva di va­lore. C’è vergogna, per chi arretra, per chi avanza, per chi a 16 anni è spedito al creatore. Per chi difende, per chi attacca, per chi condiziona i più giovani, fino a renderli meno liberi di quan­to è dato immaginare. C’è vergogna per ogni tortura, persino per i silenzi, per le sviste, forse anche per chi lo ritiene giusto ma non lo dice. C’è vergogna nella scelta di stare da una parte o dall’altra, dalla parte di chi ha pagato il dazio più grande alla Storia, e dalla parte di chi anela un po’ di giustizia e di terra inzuppata di sangue. C’è vergogna, tanta vergogna, per il potere che non è servizio né umana condivisione. Per il mondo che si scandalizza, ma rimane avvinto al proprio sepolcro imbiancato. C’è vergogna da vendere, allorché Dio, Gesù, Santi e Profeti sono branditi come clave per demolire coscienze e vite tutte a perdere, c’è tanta vergogna se la Fede che ognuno professa è il mezzo e non il fine e, soprattutto, è un abito dismesso più volte.

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di Antonio Lerario e Luna Orlando
«Io non parlerei di allargamento, bensì di ricongiunzione. La civiltà europea ha ricavato contributi altissimi dai Paesi che il 1 maggio sono entrati a far parte della Comunità; l'Europa senza questi Paesi è inconcepibile». Questa la premessa del professor Sandro Fontana alla nostra intervista. Sandro Fontana (1936) insegna Storia Contemporanea all'Università statale di Brescia. Consigliere regionale della Lombardia nelle liste della Democrazia Cristiana nel 1970, è stato per dieci anni assessore alla Cultura e agli Enti Locali. Dal 1985 al 1986 è stato vicesegretario nazionale della DC e, dal 1992 al 1993, ministro per l'Università e la ricerca scientifica nel governo Amato. È stato eletto nel 1994 al Parlamento europeo, dove fino al 1997 ha ricoperto la carica di vicepresidente. Dal 1989 al 1992 ha diretto Il Popolo. Tra le sue pubblicazioni: Autonomia della Cultura, Cultura delle autonomie, Il Mulino, Bologna, 1978; L'identità minacciata, Sugarno, 1986; La Grande Menzogna, Casa Editrice Marsilio, Venezia, 2001 Inchiostro: «Prof. Fontana, quale futuro per la nuova Europa?» Fontana: «La prospettiva aperta dall'allargamento rischia di essere solo un'utopia se non vengono creati gli strumenti istituzionali e costituzionali per governare questa realtà. Una realtà che è diventata enorme: con i nuovi ingressi, l'Unione Europea comprende ora 25 Paesi, 450 milioni di abitanti. Ora più che mai risulta fondamentale affrontare i problemi ancora aperti in questioni di politica comunitaria…» Inchiostro: «Può specificare meglio di quali problemi si tratta?» Fontana: «Le questioni sono fondamentalmente tre. La prima: l'Europa ha una politica monetaria, ma non ha una politica economica. L'handicap dell'Unione Europea sta nell'aver tolto i po-

Le antenne e le radici
Strumenti per il cittadino europeo
teri autonomi di manovra ai singoli governi, senza però averli sostituiti con una politica economica centrale. Lo ha fatto certamente con la moneta; ma attenzione: la politica monetaria è solo uno degli aspetti riguardanti le manovre economiche. Nei parametri di Maastricht, per "tenere la moneta tranquilla", viene fissato in maniera rigida il limite del deficit economico dei singoli stati. E questo è ovviamente un serio ostacolo; si tratta, per ovviare a problematiche come questa, di rivedere alcuni punti dei trattati e di alleggerirli… Veniamo alla seconda questione: l'Unione Europea non dimostra di avere una politica di difesa comune. Oggi, purtroppo, la pace nel mondo dipende da un "unico carabiniere": l'America, che agisce ovviamente prima in base ai propri interessi. Ora: l'approvazione di un trattato come quello della Ced (bocciato nel '54) avrebbe consentito un maggiore equilibrio nel contenimento di tensioni geo-politiche. La storia ci ha insegnato che è necessario agire in maniera preventiva laddove si presentino situazioni di crisi: una politica di difesa comune (e di protezione delle singole identità etniche) è pertanto indispensabile per l'armonia internazionale. E ci ricolleghiamo così alla nostra terza questione: la politica estera. Attualmente, l'Unione ha 25 politiche estere diverse». Inchiostro: «… e questo discorso come si inserisce nel tema della gestione dei rapporti tra un futuro Stato federale e le singole nazioni?» Fontana: «L'idea federale è un'idea molto semplice: gli Stati rinunciano ad una quota (piccola o grande) della propria sovranità, trasferendola allo Stato federale. Per consentire questo "trasferimento", è importante che gli Stati siano uniti sulle tematiche principali, quali appunto politica estera, economica, difensiva. Non si arriverà mai ad un'unificazione sulla base della burocrazia: al cittadino dev'essere concesso di superare le barriere di carattere burocratico. L'accordo dei singoli Paesi su tre punti fondamentali presuppone però la massima autonomia riguardo a tutto il resto; la politica interna dei nostri Paesi non dovrà mai rinunciare al principio di sussidiarietà: è la singola nazione a doversi occupare delle questioni non direttamente concernenti le politiche comuni». Inchiostro: «Veniamo ad un problema connesso: nell'eventualità della realizzazione dello Stato federale, come andrebbe organizzata la rappresentanza dei Paesi negli organi di governo comunitari? E ancora: c'è qualcosa che il modello americano ci possa insegnare?» Fontana: «Cerchiamo di andare a fondo nel problema. Attualmente le istituzioni della Comunità Europea sono troppo deboli: lo è il Parlamento, lo è la Commissione. In particolare, questa ha solo un potere negativo: si limita a porre dei divieti, senza avere la forza di proporre una linea politica positiva nei vari settori, per di più non essendo tenuta a rendere conto del proprio operato né al Parlamento né ai singoli Stati. Si tratta perciò di cambiare radicalmente questi due organi. Come fare? E veniamo, così, al modello americano. In America, il governo deve rispondere davanti al Senato e alla Camera: nel primo sono rappresentati i singoli Stati in quanto Stati, nel secondo questi vengono invece rappresentati in base alla loro forza numerica. Io credo che l'Europa debba tener presente questo sistema per rispondere alla domanda che ci siamo posti. La creazione di un Senato e di un Parlamento sul modello americano ci consentirebbe così di governare secondo espressione della maggioranza degli elettori, tutelando al contempo i Paesi meno popolosi». Inchiostro:«Secondo Lei, il fatto che l'Europa non abbia una lingua comune, a differenza dell'America, può costituire un fattore di disgregazione?» Fontana: «Certamente quello della lingua è un problema forte… I padri fondatori dell'europeismo, dopo la seconda guerra mondiale, si sono posti la domanda della lingua comune da dare all'Europa: essi si trovarono d'accordo nell'indicare il francese. Ma accadde qualcosa di insolito e imprevisto: la forte opposizione di uno statista belga di lingua fiamminga, Paul-Henry Spaak, portò all'abbandono dell'idea. Senz'altro non si può pensare di dimenticare ora alcune lingue, portatrici di immenso patrimonio culturale, ma piuttosto di riuscire ad istruire ogni cittadino europeo all'uso di una seconda lingua. Radici e antenne: ogni individuo, conservando la propria lingua, manterrebbe forte il senso delle radici, preservando la propria identità; ma ogni individuo, acquisendo una nuova lingua, affinerebbe la comunicazione aprendosi all'altro e "drizzando" le proprie antenne… » Inchiostro: «… le radici…» Fontana: «Nell'800 l'Italia ha avuto un grande maestro d'Europa, Carlo Cattaneo, che ha parlato molto delle radici europee. In una delle sue pagine lo storico lombardo scrive che in Oriente si respira una certa "aura di barbarie" e che questo non si deve alla mancanza di "sontuose città" o di una prospera agricoltura o di una "squisita industria", e nemmeno perché non esistano tradizioni "d'antiche scienze, e amore di poesia e di musica, e fasto di palazzi": la "barbarie", scrive Cattaneo, deriva dal fatto che le "sontuose Babilonie" asiatiche

Intervista al professor Sandro Fontana

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sono città "senz'ordine municipale, senza diritto, senza dignità". Cattaneo cerca cioè di caratterizzare le radici europee evidenziando tre tratti fondamentali della nostra cultura. Certamente l'Europa non può vantare un passato libero da inciviltà: chi mai avrebbe potuto pensare che la Russia e la Germania, culle di scrittori e di filosofi, potessero arrivare alle barbarie del nazismo e del comunismo? Nonostante questo, ci sono certe conquiste, frutto della sofferenza e delle catastrofi, che hanno fatto dell'Europa la madre della civiltà: queste conquiste sono appunto la dignità, cioè la libertà del singolo, il diritto, e l'autogoverno. A fondo su questa questione è andato anche il grande Kant. Egli identificava nella anarchia degli Stati la ragione delle guerre, e quindi della barbarie: ogni nazione, rilevava il filosofo, si è costituita attraverso il passaggio dallo stato di natura a quello civile, ma a livello internazionale siamo ancora allo stato di natura. È fondamentale tenere a mente questi insegnamenti: riorganizzare i rapporti internazionali, ma tenere presente i tre principi di civiltà di cui abbiamo parlato…» «I giovani universitari oggi hanno davanti la sfida più bella, la sfida della realizzazione di una cosa che nei secoli non si è mai realizzata: mettere insieme nazioni con storie diverse che si sono sempre fatte la guerra, portando disastri e catastrofi; nazioni che, non importa quanto piccole, hanno sempre cercato di sopraffarsi l'un l'altra. Questo progetto di unificazione è una cosa affascinante e per la quale vale la pena vivere. La costruzione dell'Europa è il frutto dell'intelligenza, della cultura, e proprio per questo è così importante che la formazione avvenga nelle Università, sedi storiche di ogni scambio culturale, sia a livello europeo che internazionale. Questo compito è quindi uno tra i più affascinanti tra le imprese dell'uomo, e qui è il mio augurio per i giovani studenti: che vadano avanti nel percorrere questa strada».

E prima dei venticinque?
di Antonio Lerario
La storia politica dell’integrazione dell'Europa, che vogliamo tratteggiare in questo numero di Inchiostro, non segue uno sviluppo continuativo, bensì si svolge in varie tappe: si tratta di successi ottenuti sulla strada dei tentativi di soluzione di vari problemi che, di volta in volta, si sono presentati sulla scena dello spazio europeo. La prima di queste tappe è la creazione, nel 1951, a partire dall'idea dei francesi Monnet e Schuman, della Ceca, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Si tratta di un’iniziativa nata dalla volontà di gestire la distribuzione delle materie prime per evitare di riaprire l’annosa contesa tra Francia e Germania per il loro sfruttamento. La Ceca è il primo organo nel quale si concretizza, nel secondo dopoguerra, la perdita di una parte di potere degli Stati in favore di una politica comune di ricostruzione. Alla Ceca aderirono solo sei Paesi: Francia, Germania dell’Ovest, Olanda, Italia, Lussemburgo e Belgio. Solo due anni dopo, nel 1953, dall’Italia venne la proposta della creazione della Ced, la Comunità Europea della Difesa. Si trattava però di un’idea ancora prematura, tanto che nel 1954 la Francia le oppose il suo veto, confermandosi alla testa della Comunità. Nonostante alcune difficoltà interne, già nel 1957 con la firma dei Trattati di Roma e la costituzione della Cee e dell’Euratom (rispettivamente Comunità Economica Europea e Comunità Europea per l’Energia Atomica) nascono tre nuovi organi comunitari: il Consiglio Europeo, composto dai capi di governo degli Stati membri, l’Assemblea Parlamentare e la Commissione, composta da funzionari prescelti dagli Stati, con il compito di preparare le deliberazioni del Consiglio e di controllare la loro esecuzione. È in questi stessi anni che si afferma la politica estera di carattere nazionalistico del presidente francese De Gaulle, mentre l’Inghilterra si vede respingere per ben due volte la richiesta di entrata nella Comunità (1963, 1967). Solo nel 1970, con il lento declino della politica gollista, si riapriranno i negoziati per l’adesione dell’Inghilterra, che diventerà membro della Comunità nel 1973, con Irlanda e Danimarca. Successivamente, nel 1978, a Copenaghen, vengono raggiunti due importanti obbiettivi: in primo luogo, vengono stabilite le date per le elezioni del Parlamento Europeo, il nuovo organo sovranazionale pensato al momento della firma dei Trattati di Roma; in secondo luogo, viene firmato da solo sei dei nove Paesi (Italia, Irlanda e Gran Bretagna non riuscirono a rientrare nelle condizioni di adesione) il trattato per la creazione dello Sme, il Sistema Monetario Europeo - misura di precauzione alla continua inflazione delle monete europee ma anche punto di partenza per la creazione di una moneta unica. Sebbene Irlanda e Italia non fossero riuscite a rientrare negli accordi del 1978, già nel 1979 vennero ammesse nel Sistema, mentre l’Inghilterra rimase isolata per dieci anni a causa dello scetticismo del ministro inglese Margaret Tatcher. Le prime elezioni del Parlamento europeo si svolsero nel 1979, sotto gli occhi diffidenti di una Gran Bretagna sempre più lontana. Poco dopo entrarono nella Comunità Grecia (1981), Spagna e Portogallo (1986). Gli anni che vanno dal 1981 al 1985 vengono ricordati come gli anni "della crisi", perché in questo periodo nessuna proposta riuscì a convincere gli Stati membri dell’importanza di proseguire l’integrazione. Va tuttavia sottolineato che a mancare non furono le proposte, bensì l’accoglienza e l’entusiasmo dei Paesi nei loro confronti. Nel 1985 l’elezione di Jacques Delors a presidente della Commissione Europea segnava la fine del periodo di crisi e l’inizio di un rilancio della Comunità, che si concretizzerà nel 1986 con la firma dell’Atto Unico europeo. L’Atto Unico costituisce il primo, singolare, tentativo di riforma dei Trattati di Roma e prevede un nuovo accordo di politica comune: in esso viene enunciato il principio dell’armonizzazione, e quindi della coerenza, delle politiche estere della Comunità e degli Stati membri. Gli obiettivi della cooperazione politica venivano tuttavia presentati in modo molto vago e questo aspetto costituì un limite alla realizzazione dell’ambizioso progetto. Nonostante la ripresa della vita comunitaria sancita dall’Atto Unico, il vero momento di svolta è costituito dall'1989: nel giro di pochi mesi finì per sempre la Guerra Fredda e si disgregò il cosiddetto “blocco dell’Est”. Il contesto geopolitico mondiale, e soprattutto europeo, stava cambiando: era necessario che la Comunità ritrattasse la sua politica nei confronti dell’Unione Sovietica. Il cammino verso la normalizzazione dei rapporti tra la comunità e il Comecon non fu breve e nemmeno facile. Va aggiunto che l’improvvisa rivelazione dell’imminenza dell’u(Continua nella pagina a lato)

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La pace perpetua, in Europa, oggi
di Antonella Succurro
È difficile accettare la realtà devastante e devastata che ogni giorno ci si mostra, rischiando a volte di tramutarsi in show, in televisione. Viene spontaneo chiedersi se sia veramente così difficile volere la pace, pretenderla tanto ardentemente da poterla realizzare. Nello scritto Nazionalismo e Federalismo, Mario Albertini (1919-1997) denunciava la mancanza in Europa (in tutto il mondo) di una «cultura della pace», una “cultura” (intesa come «orientamento delle società umane») che ponesse la pace come obiettivo supremo della politica, dal momento che ormai guerra significa autodistruzione del genere umano. Ebbene, il mondo odierno (in fondo il mondo di sempre, un poco più sviluppato) è caratterizzato invece dalla «cultura della guerra», che altro non è che la quotidiana «cultura del comportamento nazionale»: Albertini parlava di «mondo della guerra», formato da «Stati come società nazionali chiuse, esclusive, armate», e governato dalla ragion di stato, cioè con l’uso della forza. E qui sorge il problema del pacifismo di oggi: un pacifismo che, per quanto possa essere sentito, non si propone di distruggere - attraverso la rinuncia della propria sovranità (anche militare) auspicata da Luigi Einaudi (nell'articolo Chi vuole la pace?, del 1948) - il mondo della guerra, ma che pensa di poter contrastare questa cultura così radicata introducendo «un po’ più di liberalismo, di democrazia o di socialismo nel proprio Stato nazionale». Lord Lothian direbbe che «il pacifismo non basta». O almeno non questo pacifismo ingenuo e utopistico, il pacifismo tradizionale definito da Albertini come privo di «nerbo metafisico o senso storico», che deriva proprio dalla denunciata mancanza di una cultura della pace. Ma nella tradizione c’è un pensiero che spicca, non unico ma sicuramente più alto e luminoso, ed è quello che ha analizzato con chiarezza la realtà alla base di una simile situazione del pensiero politico: Immanuel Kant (1724-1804) vedeva la pace come l'esito di un processo di trasformazione dello “stato naturale” in un ordine controlnificazione tedesca dopo il crollo del Muro di Berlino alimentò alcune tensioni all’interno della Comunità, soprattutto da parte della Francia. In un certo senso il nuovo Stato tedesco fu "costretto" a dichiararsi europeista: tale dichiarazione doveva fungere da assicurazione nei confronti della memore diffidenza degli alleati europei. Nel 1990, la Germania unificata entrò a far parte della comunità e la spinta al rilancio provenne proprio da essa: l’obiettivo era di natura federale. La successiva tappa dell’integrazione europea fu quella sancita dal trattato di Maastricht del 1992. Tra le novità del trattato, oltre ad un rafforzamento del potere del Parlamento, troviamo l’istilato dalla volontà dell’intero genere umano. Lontano da ogni ingenuità, Kant auspicava un futuro nel quale «la nostra civiltà avrà raggiunto il punto di perfezione, il solo di cui questa pace [la pace perpetua] potrebbe essere la conseguenza». Egli era anche consapevole che «al grado di civiltà cui il genere umano è pervenuto la guerra è un mezzo indispensabile per elevarsi», ma è necessario ricordare che con Kant siamo nel 1795. Oggi dobbiamo chiederci se non sia giunto il tempo di eliminare la guerra, per citare ancora Albertini, «come mezzo necessario per risolvere i problemi posti dallo sviluppo storico» ed assumere la pace come obiettivo prioritario. La filosofia della storia di Kant traccia proprio il quadro storico del mancato sviluppo di quella cultura della pace che, dopo una serie di tentativi imperfetti, avrebbe dovuto portare al superamento della “libertà selvaggia” degli Stati (lo stato di natura è uno stato di guerra, e quindi uno stato ingiusto) attraverso una “federazione di popoli” che prevede l’unione dei popoli sotto un pactum societatis e non sotto un pactum subiectionis, che equivale a istituire un superstato. La teoria kantiana della pace perpetua si costituisce di sei articoli preliminari, una sorta di pars destruens che denuncia l’assolutismo monarchico, il sistema dei rapporti internazionali regolati dalla ragion di stato e la natura precaria dei trattati di pace, che non sono in grado di eliminare possibili pretesti di guerre future; e di tre articoli definitivi, la pars construens in cui si pongono le condizioni per la pace perpetua. Il primo di questi tre articoli definitivi prevede che la Costituzione di tutti gli Stati sia repubblicana: per Kant infatti solo Stati tra loro omogenei possono riconoscersi nella pace, e lo Stato repubblicano è lo Stato giuridico che meglio di ogni altro garantisce la libertà all’interno e la pace all’esterno, in quanto solo al cittadino viene richiesto l’assenso per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta. Infatti «che cosa è un monarca assoluto? È colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra segue. Cosa è invece un monarca limitato? Colui che chiede prima al popolo se la guerra debtuzione della cittadinanza europea. Il concetto di cittadinanza europea risulta essere tuttavia un concetto derivato: è cittadino chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. Il cittadino deve ancora far riferimento alle Costituzioni nazionali e questa situazione di un “cittadino senza diritti” aprirà in seguito il dibattito sulla necessità di una Costituzione Europea. Nonostante i limiti della nuova cittadinanza, non va però svalutata la sua importanza storica: per la prima volta si introduceva una nozione che potesse far pensare concretamente ad una integrazione federale. Il punto più importante del trattato di Maastricht è comunque quello relativo alla moneta uni-

NEL 2004 SIAMO ORMAI IN 25. DAL PRIMO MAGGIO ANCHE CIPRO, ESTONIA, LETTONIA, LITUANIA, MALTA, POLONIA, REPUBBLICA CECA, SLOVACCHIA, SLOVENIA, UNGHERIA FANNO PARTE DELL’UNIONE EUROPEA

ba esseri o meno, e se il popolo dice: “la guerra non deve esserci”, essa non segue». Il passo successivo, descritto nel secondo articolo, è quindi la federazione dei popoli, di cui la repubblica è condizione necessaria, ma non sufficiente: il pacifismo politico di Kant confluisce qui nel pacifismo giuridico, che vede nella struttura giuridica degli Stati nazionali, gelosi della propria sovranità, la causa principale della guerra, eliminabile unicamente nel sistema federale. Il diritto internazionale deve quindi fondarsi su di una federazione di liberi Stati, che si distingue sia da un'associazione di Stati sotto un "superstato" sia, visto il proposito di porre fine a tutte le guerre e per sempre, da un ca: vengono infatti fissate in esso le modalità e le scadenze per la sua realizzazione. Viene così creata l’Uem, l’Unione Monetaria Europea, che regola il processo di transizione alla moneta unica in tre fasi. Il 1° gennaio 1993 entra in vigore il Mercato Unico e il 1° novembre dello stesso anno si passa dalla Cee all’Unione europea. Una nuova spinta al processo di integrazione verrà data nel trattato di Amsterdam nel 1997, nel quale si formalizzano i risultati raggiunti a Maastricht: l’Unione Europea sarà articolata sui tre pilastri dell’unione economica (CEE), della politica estera e di sicurezza comune (PESC). Come è noto, la moneta unica (l’Euro) è entrata in vigore il 1° gennaio 1999 con la determina-

puro e semplice trattato di pace. Nel terzo ed ultimo articolo Kant giunge, in una sorta di climax, alla dimensione individuale: il diritto cosmopolitico di universale ospitalità, che ricapitola nel soggetto singolo i rapporti tra gli Stati. Questo diritto, che spetta a tutti gli uomini in virtù del possesso comune originario di tutta la superficie della terra, pone nuova attenzione (anche critica nei confronti degli europei del XVIII secolo) sulla persona del cittadino, in quanto diretta ai rapporti tra uno Stato e i cittadini degli altri Stati, mentre il diritto internazionale regolava solamente i rapporti tra gli Stati. Dopo tutto ciò che è stato detzione dei cambi fissi dei primi paesi aderenti (i 15 membri della CEE ad esclusione di Inghilterra, Svezia e Danimarca) ed in circolazione il 1° gennaio 2002. Nel 1999, a seguito delle dimissioni della Commissione presieduta da Jacques Santer, veniva eletto presidente Romano Prodi. Nel 2001, a Nizza, viene scritta la Carta dei diritti, un documento sulla cittadinanza giuridica europea che dovrebbe essere preambolo alla Costituzione. Nello stesso anno, a Laeken, è convocata la Convenzione, organo che inizia a lavorare nell’ottobre del 2002. Di lì a poco la Convenzione avrà pronto un trattato costituzionale, ancora in fase di ratifica dagli stati membri.

to, è impossibile non accorgersi dell’incredibile attualità del pensiero kantiano. Tornando al tema del mancato sviluppo di una vera cultura della pace: nel considerare la situazione europea, Albertini insinuava il sospetto che in effetti l’odierna “civiltà” (cioè la cultura come valore sociale dell’uomo) fosse quasi giunta al grado di perfezione indicato dal filosofo di Königsberg, e che stesse «entrando nell’epoca storica nella quale la politica può proporsi il compito di sviluppare compiutamente il valore sociale di ogni uomo e di realizzare la pace perpetua». Può? Dovrebbe. Deve.

libri e riviste • F. Chabod, Storia dell’idea di Europa,
Laterza, Roma-Bari, 1999
(per chi volesse approfondire il tema della storia del concetto di Europa);

• R. Cristin – S. Fontana, Europa al
(il titolo si commenta da solo);

plurale. Filosofia e politica per l’unità europea, Marsilio, Padova, 1997 Storia politica dell'integrazione europea 1948-2000, Il Mulino, Bologna, 2001
(un approccio storico ben documentato e raccontato dal portavoce della Comunità Europea);

• B. Olivi, L’Europa difficile.

• L. Siedentop, La democrazia in
Europa, Einaudi, Torino, 2001
(uno studio sulle problematiche legate all’Unione Europea);

• A. Spinelli, Il manifesto di Ventotene,
Il Mulino, Bologna, 2000
(il manifesto dell’europeismo del secondo dopoguerra).

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Alle cinque della sera
di Valentina Repetto e Valeria Vaccaro
Una città che brulica di persone che vagano tra le rovine, tutto quello che resta della capitale del loro Paese, aerei che sorvolano il cielo, canti coranici che scandiscono la giornata, schiere di veli azzurri per nascondere il peccato di essere donne. Una ragazza cammina per strada, col volto scoperto, il burqa dietro le spalle. Un vecchio distoglie lo sguardo e inizia una preghiera espiatoria, mentre si fa sempre più lontano il rumore dei tacchi, scarpe proibite calzate di nascosto contro la volontà di un padre fondamentalista. È questo il quadro che offre la regista iraniana Samira Makhmalbaf attraverso le prime inquadrature del suo terzo film Alle cinque della sera, Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2003. Ambientata in una Kabul distrutta dai bombardamenti americani, città liberata dal regime dei Talebani, ma non da una mentalità rimasta ancorata alla tradizione e ai precetti del Corano, la pelliE’ proprio attraverso la figura di Noqreh che lo spettatore si rende conto della spaccatura tra vecchio e nuovo, dove desideri opposti si scontrano nel medesimo intento di mantenere un’identità culturale. Difficile però credere nei diritti di uguaglianza, sembra voler dire la regista, in una società in cui le donne sono costrette a recitare il versetto coranico «l’uomo sia custode della donna perché alcuni esseri sono stati creati superiori ad altri». Ma Samira Makhmalbaf non vuole banalmente condannare questa ideologia: il suo è un cinema a servizio della realtà più cruda, che non perde il proprio carattere di arte. Il reale non viene edulcorato, la telecamera si sofferma su ogni aspetto, descrive senza indugiare. È l’opera di una regista sul campo che ha dovuto conquistare la fiducia della gente comune, per convincere le donne afghane a interpretare se stesse. Il risultato raggiunto da questo film va ben oltre la

Una matita per la storia
Le illustrazioni di Piero Ventura
di Stefania d’Andrea
Quando ero piccola ero un’accanitissima lettrice. Divoravo libri per ragazzi di qualunque genere, mi cimentavo in letture anche più ardue, mettendo alla prova i miei interessi e la mia “minicultura” di ragazzina. Leggere era, per me, puro divertimento, lo consideravo il modo migliore per far lavorare la mia fantasia. Era fondamentale, e lo è tuttora, che un testo riuscisse a catturare tutta la mia attenzione, facendomi perdere i contatti con la realtà e aprendomi le porte di un mondo tutto nuovo, da esplorare, da sentire mio, proprio come quello in cui realmente vivevo. Un libro mi piaceva se riuscivo a cogliere il nuovo mondo dove ero atterrata come autentico. Mi piaceva che questa realtà fantastica nella mia testa avesse una sua storia passata, presente e futura, da scoprire solo leggendo, e soprattutto che lo scrittore riuscisse a farmi sentire parte di questa storia, di questo mondo. Proprio per questo motivo, ho sempre guardato con grande fastidio le illustrazioni che correlavano molti libri. Pensavo: “Se è così semplice entrare nella dimensione creata dall’autore, se è così semplice vivere questa storia, che bisogno c’è di un’immagine che ti suggerisca come interpretare le parole che leggi?”. Percepivo le illustrazioni come una sorta di ostacolo al libero fluire dei miei pensieri fantastici, delle magiche costruzioni che prendevano forma nella mia testa. Era come se non mi facessero sentire realmente protagonista della situazione. Invece c’è chi è riuscito a farmi provare la sensazione opposta, o meglio che ha ribaltato questo pregiudizio: non più le immagini, bensì le parole! Quando mi capita di sfogliare un libro di Piero Ventura vorrei che le figure occupassero tutta l’opera e non dessero spazio alle parole, seppure molto belle. Piero Ventura è un narratore di fama mondiale che comunica attraverso il lingua ggio universale del disegno. Nato a Milano nel 1938, ha sempre vissuto e lavorato negli Stati Uniti, dove, ormai trentuno anni fa, ha pubblicato il suo primo libro al quale ne sono seguiti tantissimi altri. Più di sessanta editori hanno pubblicato i suoi libri, tradotti in oltre ventiquattro lingue. I suoi lavori, indirizzati soprattutto a ragazzi, ma di grande interesse anche per gli adulti, hanno conosciuto una straordinaria diffusione, in particolare grazie alla notevole presenza nelle biblioteche scolastiche: si stima che almeno venticinque milioni di giovani lettori, di ogni razza e paese, si siano divertiti coi suoi libri! L’ultimo appuntamento di “Quattro chiacchiere con…”, iniziativa del Settore Cultura del Comune di Pavia che ha previsto l’incontro del pubblico con diversi scrittori, dedicato proprio a Piero Ventura, è stato anche occasione dell’inaugurazione della mostra in Santa Maria Gualtieri in cui sono esposte, fino al 27 maggio 2004, molte delle tavole originali dei suoi celebri lavori e alcuni dei suoi testi. Ventura non è stato presente all’incontro per motivi di salute, ma ha spiegato in una lettera le motivazioni che lo spingono a scelte particolari nella sua attività. «Cosa vuol dire illustrare? Vuol dire fare delle immagini che arricchiscano, completino il testo scritto. Io invece ho sempre fatto il contrario». Prima nasce la storia nelle illustrazioni, poi vengono scritte le parole, che prendono la funzione di corollario delle immagini. Ventura è uno dei pochi illustratori, come ha sottolineato anche Gabriele Albanesi, docente elementare e artista, conduttore dell’incontro, in cui il gusto del bambinesco e l’uso della stereotipia non cadono nella banalità, ma divengono ammiccanti, lontani da ogni forma di retorica: non è affatto un retore, ma è un grande interprete e ricreatore della realtà. Riesce a rientrare nella favolistica e nella letteratura per ragazzi sempre con un occhio rivolto al reale ed è forse questa la causa principale del suo grande fascino anche per gli adulti. Il disegno, che coglie prospettive dall’alto, non si sofferma mai sul primo piano dei protagonisti, ma ricrea il mondo intorno a loro. Gli “omini” di Ventura sono famosissimi e in molti spesso gli hanno chiesto come mai non rappresenti i volti dei suoi personaggi visti da vicino. Egli ha sempre risposto che il suo intento è rappresentare sulla pagina di un libro un intero mondo, e di non volere un contatto diretto e intimo col personaggio: nel ritratto emergono anche le brutture dell’uomo, mentre a Ventura interessa rappresentare ciò che gli individui insieme hanno costruito di grandioso. che si può diventare uno scrittore». Scrive a matita, quasi a ribadire il senso tragico dell’effimero, quotidianamente vissuto, non letterariamente appreso. Scrive in una lingua diversa da quella del «villaggio senza nome, in un paese senza importanza» in cui è nato, forse per evitare parole pericolosamente vicine. Ma l’esile filo di grafite viene aspramente reciso proprio da altre parole. Le ultime tre del romanzo. Agota Kristof è nata nel 1935 in un piccolo villaggio dell’Ungheria, ha vissuto da bambina l’orrore del nazismo. Ha abbandonato la sua terra nel 1956 in seguito alla repressione sovietica della rivoluzione ungherese, e si è stabilita in Svizzera, dove ha lavorato per cinque anni come operaia in una fabbrica e dove tuttora risiede. Scrive in francese. Nelle edizioni Einaudi, oltre a Ieri (da cui Silvio Soldini ha tratto il film Brucio nel vento) troviamo la Trilogia della città di K., comprendente Il grande quaderno, La prova e La terza menzogna, e un volume con due pièces teatrali: La chiave dell’ascensore. L’ora grigia. «Una prosa di perfetta, innaturale secchezza. Una prosa che ha l'andatura di una marionetta omicida». Giorgio Manganelli

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cola presenta la storia di Noqreh. Questa giovane donna è alle prese con la ricostruzione politica ed economica del suo Paese, ma prima di tutto con una realtà quotidiana di stenti e di imposizioni. L’unica occupazione consentita a Noqreh al di fuori delle mura domestiche è la preghiera. A scuola è costretta ad andare di nascosto, insieme a ragazze anche di dieci anni più piccole di lei, segnate dalla piaga dello analfabetismo e dal desiderio di affermare la propria identità, cercando di convincersi giorno per giorno che anche una donna musulmana può essere utile al proprio Paese. È appunto a scuola che Noqreh matura l’idea di poter diventare Presidente della Repubblica Afghana. Questo sogno, considerato irrealizzabile da molte sue compagne, la porta però a pensare concretamente a quali dovrebbero essere i cambiamenti per migliorare la situazione del suo popolo ed in particolar modo la condizione delle donne. Non siamo di fronte a una sovversiva rivoluzionaria, i suoi non sono atteggiamenti di aperta ribellione: l’ambiente circostante non è ancora pronto e Noqreh lo sa bene.

critica: ha contribuito ad offrire alle donne una nuova opportunità culturale, aiutandole a non aver più paura di esprimere la propria identità. Sullo schermo la rinascita di una nazione. Il linguaggio cinematografico ridotto all’essenziale genera nello spettatore un senso globale di spaesamento, non provocato da una scena di particolare impatto emotivo. Colpisce l’impressione di una continuità senza tempo in cui ogni giornata sembra ripetere la precedente, in cui la sofferenza di un popolo prende voce nella poesia di Federico Garcia Lorca che dà il titolo al film. Originariamente scritta per la morte di un torero, è recitata a Noqreh da un poeta profugo che le diventa amico. Il messaggio poetico diventa perciò universale e risulta chiaro come l’arte possa esprimere i sentimenti di tutto il genere umano, colpendo l’animo della protagonista così come il nostro di spettatori. Ciò che alla fine resta è solo la figura di Noqreh che scompare in una sterminata distesa di sabbia e sassi, dove tutto si dissolve. «Il resto era morte e solo morte alle cinque della sera».

IL LIBRO SOCCHIUSO

Ieri di Agota Kristof
Sara Natale
«Sulla terra non c’è che la mietitura, l’attesa insopportabile e l’inesprimibile silenzio» (pag.79) Ieri è secco come un chiodo, e acuminato. È una terra desolata in cui rimbomba solo l’eco del dolore, che «ha una voce e non varia». E non è una voce umana, sembra piuttosto un riverbero sonoro del niente, un urlo di solitudine. Una solitudine così profonda che l’urlo è ovunque e in nessun luogo, e forse non è mai esistito, è silenzio da sempre. I personaggi non sono più in grado di urlare, e forse non lo sono mai stati. Sono ombre che vagano in un'aria di vetro, impalpabile e pungente. Ieri è nudo, gelido, spietato. È la storia di un amore impossibile, di due solitudini che si sfiorano senza arrivare a toccarsi mai. Tobias e Line sono figli dello stesso padre. Ma non è questione di sangue. Le loro anime sono sigillate, isolate da strati di incomunicabile dolore. È forse sbagliato parlare di “amore”. Line è arida, rassegnata, non ha lacrime, le sue parole sono taglienti. Tobias si dibatte nelle spire dell’ossessione: Line è il tempo ineludibile, eterno dell’incubo, passato fuggito e ricercato invano: odiato amato “ieri”, che è già domani da sempre. Tobias è solo: l’ossessione è irrazionalità, e quindi incomuni-

cabilità, allo stato puro, mostro indistruttibile e incomprensibile a se stesso. Ma nel buio soffocante rimane, forse, uno spiraglio, una luce fioca: Tobias scrive. Sa che «è diventando assolutamente niente

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Tre bambini e un paradosso
di Mario Farina
«Gli artisti possono colorare il cielo di rosso perché sanno che è blu. Quelli di noi che non sono artisti devono colorare le cose come realmente sono, o la gente penserebbe che sono stupidi». Questa considerazione di Jules Feiffer sintetizza in modo esemplare l’idea di artista che interpreta la realtà e ne estrae i contenuti più occulti. La funzione del simbolo in arte è la più grande espressione di potenza creatrice che l’uomo abbia mai prodotto. Il bambino che tutti siamo stati proiettava fuori di sé le elaborazioni concettuali della propria mente: là dove in età adulta sarebbe sintomo patologico, egli concretizzava la mitopoiesi di un Demiurgo perduto, che è traccia e residuo nella mente incondizionata di un bambino. L’artista non è un infante, l’artista non è in grado di estrarre il contenuto inconscio delle proprie elaborazioni. La sua ineguagliabile caratteristica è quella di scovare quel confine reso a limite che intercorre fra una presupposta realtà esterna e l’elaborazione mentale soggettiva, rendendolo palpabile sotto forma di figura, parola o azione. Milano è la città del caos infernale, è il sogno malato di un poeta futurista che scrive rumori, motori e bagliori delle automobili in fuga. Proprio nel mezzo di questa onirica e concreta visione antica dell’età contemporanea si staglia l’installazione di un artista veneto: Maurizio Cattelan. Tre bambini penzolano impiccati dall’imponete quercia di piazza XXIV maggio, lo choc è grande, la gente che passeggia vede il paradosso, vede ciò che non dovrebbe avere luogo. Tre bambini dall’aria tranquilla condannati a morte da quella stessa umanità che ora, dall'alto del loro patibolo, giudicano. A completare il senso di quest’opera si è aggiunto un ignaro protagonista, il muratore che è salito a staccare i pupazzi è diventato parte integrante dell’opera stessa. Si è concretizzata in un gesto tutta l’umanità che si vuole «levare da davanti agli occhi quell’orribile immagine». Esiste una questione che scaturisce da una semplice domanda: “che cos’è l’arte?”. Forse non ha senso rispondervi, segnala però il bisogno di creare dei confini nei quali incasellare la produzione artistica, soprattutto quando quest’ultima viene esposta in luoghi pubblici. L’opera di Cattelan forse non rientra nella comune concezione dell’arte ed io, sinceramente, preferirei chiamare il suo lavoro un’elaborazione concettuale. La nostra società è formata da sopravvissuti, sopravvissuti ed eredi delle culture che ne formano il modo di vivere e intendere l’arte. Dobbiamo chiederci, nel contesto attuale, che funzione abbia l'elaborazione concettuale, artistica e non. Avrebbe ancora motivo d’essere una produzione odierna del David di Donatello? Piuttosto che la scrittura de L’infinito o la stesura de Il mondo come Volontà e Rappresentazione? Se all’interno della revisione artistica si sentiva il bisogno di squarciare le tele, di sverginare quel fantastico mezzo di veicolazione di immagini, che oggi appare piuttosto come una falsa vergine stuprata che continua inconsapevolmente a volerci dire quanto vale; forse oggi la necessità è quella che l’arte venga fruita anche da chi non lo desidera, che colpisca violentemente in ogni piazza e in ogni strato sociale senza più doversi arrestare a quel pubblico d’elite che tanto le è caro. L’elaborazione concettuale di Cattelan ha la funzione di mettere in luce la contraddizione delle cose, indica un modo diverso di vedere il mondo: così come nelle 101 storie Zen il discepolo prediletto è colui che, per raccontare un ventaglio, lo usa come vassoio per una torta, nell’opera di Cattelan i bambini penzolano animalmente da una forca in una pubblica piazza.

Happiness: ovvero Sadness
Cinema d’autore al Cineforum del Csa Barattolo di Matteo Pellegrinuzzi
Happiness è un ottimo film di Todd Solondz che affronta il problema della solitudine senza esse re pes an te. Ques ta pellicola ci fa riscoprire un cinema d’autore che ai giorni nostri si è dovuto piegare alle regole del mercato. Che Cosa è il Cinema: così è intitolato uno dei più celebri libri sulla settima arte, scritto da André Bazin, fondatore dei Cahiers du Cinéma, nonché padre spirituale della Nouvelle Vague e padre adottivo di François Truffaut. L’idea dell’essenza del cinema cinquant’anni fa è sicuramente molto diversa da quella di oggi, ma sicuramente in un mondo comandato dalle multinazionali il cinema d’autore riesce a ritagliarsi un ruolo molto preciso. Todd Solondz, con il suo Happiness (1998), mette nel crogiolo molti ingredienti pesanti - tematiche difficili da trattare come la pedofilia, l’omicidio, la depressione e il tradimento - e lo fa con assoluta naturalezza ed affrontando il problema senza infastidire e, al contrario, si ha l’impressione di guardare una commedia, anche se l’effetto che lascia risulta, come il retrogusto di un buon vino, molto intenso e drammatico. Al centro della scena troviamo tre sorelle i cui genitori stanno per divorziare; le sorelle, con vite molto diverse, affrontano problemi comuni a tutti incrociando quello che è l’assoluto contrario del titolo: Sadness. La tristezza che coglie tutti in una grande città, in cui a volte non si conosce il nome del proprio vicino di casa. E così, con una visione assolutamente negativa anche della psicanalisi, entriamo con l’occhio lucido di Solondz nella mente di uno psichiatra che si trova dalla parte opposta ad raccontare i suoi sogni a un collega. Un film ricco di antitesi dunque, a partire dal titolo, ma profondo e divertente nell'affrontare il problema centrale della solitudine: anche in una grande città la solitudine può catturare e azzerare il valore di ogni essere umano. Per questo, anche un incontro finito male può svilire gli animi. Questa pellicola è stata proiettata martedì 11 maggio al Cineforum organizzato presso il CSA Barattolo. Ogni mese un filo conduttore guida attraverso quattro film; al termine della proiezione si svolge il dibattito d’approfondimento. Il tema del mese di maggio è stato appunto Sche(r)mi di Vita: La Solitudine al Cinema. Il ciclo, cominciato il 4 maggio con “Animal Love” di Ulrich Seidi, continua con “La Ville est Tranquille”, film del duemila di Robert Guédiguian, e “Tutto o Niente” (2002) di Mike Leigh, previsto per il 25 maggio.

Libertà ed Eguaglianza: la teoria a confronto con il Mondo Attuale
Al via idee e teorie in dialogo, nuovo ciclo di conferenze dell'Università
di Maria Chiara Succurro
Le contingenze attuali della politica esercitano una quotidiana pressione che rende necessario elaborare continue strategie di interpretazione e di risposta. La riflessione deve soffermarsi su tematiche diverse ma irrinunciabili, quali il rapporto tra libertà ed eguaglianza, la convivenza pacifica in società multiculturali, i conflitti internazionali, le prospettive dell’Europa unita, il ruolo degli intellettuali e i rapporti con l'opinione pubblica. Per oggi e per i prossimi anni soltanto un'accorta indagine, corredata degli opportuni strumenti concettuali, potrà permettere di far fronte alle urgenze poste dalla situazione presente. Da queste esigenze nasce una serie di incontri che «vuole offrire cinque riflessioni da porre nell'agenda politica dei prossimi anni». Politica e Teorie in dialogo. Riflessioni su libertà ed eguaglianza è il titolo del ciclo, di cui sono coordinatori Elia Belli, Emanuele creativa e formativa, servendosi di una formula originale, in grado di restituire l'immagine di teatro in movimento, fissandone le icone e rilanciandone le tendenze. Ma non bisogna dimenticare anche la materia "bruta" che concorre alla realizzazione di un progetto teatrale, ovvero le concrete questioni organizzative e finanziarie, punto su cui Antonio Sacchi, Presidente del Teatro Fraschini di Pavia, concentra la sua preoccupazione, evidenziando la necessità di alcune certezze, come «l'individuazione "per decreto" di una sede; l'esistenza di un budget complessivo di programmazione di tutti i soggetti interessati; la coesione tra i diversi "attori sulla scena" per costruire un modello organizzativo che diventi automaticamente esecutivo; il ricorso a forme di sostegno proveniente dal "privato" di carattere non episodico, ma continuativo, pluriennale» per dare una maggior spinta al teatro giovanile nella Regione. Anche perchè Bardone, Michele Bocchiola e Federico Zuolo. «Il mondo in cui viviamo ci pone di fronte a delle sfide che richiedono nuovi strumenti di analisi capaci, da un lato, di descrivere la situazione politica e sociale contemporanea, dall’altro, di fornire proposte innovative» spiegano gli organizzatori. Proprio in risposta a queste pressanti necessità è stata pensata un'iniziativa nell'ambito della quale ogni incontro è suddiviso in una relazione introduttiva da parte di nomi autorevoli - Salvatore Veca, Corrado Del Bo, Davide Secchi, Emanuele Ceva, Gianni Francioni - volta a fornire un'introduzione di carattere generale, e in un ampio dibattito con possibilità per il pubblico di portare un contributo personale esprimendo la propria opinione. Pur nel trattare questioni complesse, il carattere informale che si vuole dare alla discussione intende consentire anche a non addetti ai lavori di entrare nel vivo di temi molto attuali. non bisogna dimenticare la maggiore visibilità, anche internazionale, che ha assunto la Lombardia insieme al BadenWürttemberg, alla Catalunya e al Rhône-Alpes nel 1988, quando le quattro regioni si sono costituite Quattro motori per l'Europa tramite un accordo per la promozione dello sviluppo culturale, tecnologico, sociale e della ricerca in Europa.

Segnali
di Stefano Valle
Anche quest'anno Segnali ha rinnovato il suo impegno dedicato al teatro giovanile, come da quindici anni a questa parte, dimostrando una longevità che può essere anche indice di importanza. La manifestazione, organizzata dal Consorzio Art'inscena, ha avuto luogo dal 12 al 14 maggio, con la proposta di 11 spettacoli che hanno confermato il carattere sperimentale dell'iniziativa. Segnali ha assunto negli anni una sempre maggiore importanza nell'ambito del teatro giovanile, offrendo la possibilità ai professionisti del settore di conoscere le nuove offerte dello spettacolo teatrale: ciò ha permesso di instaurare un proficuo dialogo con i più giovani, i veri importanti destinatari della rassegna. Al centro troviamo il bambino

della nostra società: il bambino "pubblicitario", "immaginato", "costruito", che abbandona qualsiasi intento di natura formativa in grado di innescare cambiamenti e riflessioni per una crescita culturale critica, argomento sul quale ha particolarmente insistito la Direzione della manifestazione, rappresentata da Stefano Braschi, Adriano Gallina, Marina Lucchetta e Franco Palmieri: sono tutte tematiche trattate ne La piccola fiammiferaia, spettacolo in cui viene presentata non semplicemente una bambina che recita, bensì la dignità di essere giovani, adulti, bambini normali, e non stereotipati. Gli undici spettacoli, selezionati tra i molti che sono stati proposti agli organizzatori, tutti all'insegna della sperimentazione, trattano argomenti importanti per giovani e adulti, come per esempio Quasi perfetta, organizzato in collaborazione con l'Associazione Bulimici Anoressici; uno spettacolo forte, neccessario e rispettoso, che vuole sensibilizzare ragazzi

e adulti su problemi adolescenziali. Sono stati tutti spettacoli artigianalmente multimediali, che spaziano dal fumetto al teatro al cartone animato: tanti percorsi che avvicinano lo spettatore al linguaggio iconografico, lo trasportano in un mondo di fantasia in cui tutto è possibile, dove lo spazio si dilata, ma tutto rimane ancorato alla realtà, proponendo sotto una nuova luce la storia, l'arte, le varie discipline creative e le nuove tecnologie. Il Comune di Pavia, oltre ad ospitare la manifestazione, ha deciso di trasformare un piccolo teatro di periferia, dedicato al regista dialettale pavese Cesare Volta, in un centro nevralgico a livello provinciale di "Teatro dei Ragazzi", dove sono stati rappresentati alcuni degli spettacoli della rassegna Segnali. La Regione Lombardia ha voluto promuovere, con questa serie di incontri con il teatro e l'arte, la conoscenza e la crescita di questa grande realtà

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AGENDA dal 24 maggio al 7 giugno
CINEMA
FAREFESTIVAL FILM Castello Visconteo BLUES-FILM, LA NASCITA DI UN MITO lunedì 7 giugno - ore 21.30 The blues: l'anima di un uomo (The soul of a man) di Wim Wenders, Germania, 100', Usa 2003. Blind Willie Johnson, Skip James, J.B.Lenoir e le origini del blues. Poi John Mayall e Lou Reed, i Cream e Nick Cave. Sequenze d'archivio e scene ricostruite per un film curioso, leggero, veloce ed esatto, che conferma la mano felice di Wenders nel raccontare un periodo essenziale per la storia della musica del Novecento. Spaziale. Ingresso € 5.00 ridotto € 4.00 mercoledì 9 giugno - ore 21.30 Dal Mali al Mississipi (The Blues: Feel Like Going Home) di Martin Scorsese, 83', USA 2003. Attraverso la chitarra di Corey Harris le storie di Ali Farka Tourè, Salif Keita, Habib Koitè, Taj Mahal, Othar Turner, John Lee Hooker, Muddy Waters, Lead Belly... <Un viaggio nel tempo e nello spazio alla ricerca delle origini del Blues. Dal Mississipi, che accolse il genere in America, al Mali, la sua terra di nascita. Fondamentale. Ingresso € 5.00 ridotto € 4.00 CINEFORUM DEL BARATTOLO via dei Mille 130A ESTREMORIENTESTREMO martedì 1 giugno ore 22.30 I SETTE SAMURAI (1954) di Akira Kurosawa
versione incensurata di 200 min.

CONFERENZE
martedì 25 maggio ore 21.00 Ciclo di conferenze "Etica e Finanza" Etica: il dovere di rispondere
relatore Carlo Secchi, Rettore dell'Università Bocconi Collegio Borromeo

DANZA
1 giugno ore 21.00 Il cibo nel tempo attraverso la parola letteraria Nelle fiabe: cibi magici e meno
relatore G. Cusatelli Collegio S.Caterina, via S. Martino 17/A

Paviadanza 2004 Rassegna della danza pavese, 7a edizione Teatro Fraschini, Corso Strada Nuova 138 28 maggio ore 21.00 Scuola di Danza Accademica “Città di Pavia”, Associazione Danza Libertas PAROLE DI DANZA musiche di Mozart, Schubert, Gliere, Bizet, Grieg, Delibes, Glazunov, Beethoven, Kander, Bernstein coreografie di Ilaria Bolzoni, Daniela e Silvia Ferri MERCEDES E LA SUA WONDERFUL STORY musiche di Webber, Sameer, Styne, Robin, Kander, Rodgers, Hammerstein, Menker, Rice, Berlin ideazione, regia e coreagrafia di Ilaria Bolzoni OLTRE balletto in un atto musiche di Peter Il’Ylich Tchaikovsky coreografia di Angelo Moretto 30 maggio ore 21.00 Scuola di Danza Accademica “Città di Pavia”, Associazione Danza Libertas L’UOMO DEL MARE musiche di Prokofiew, Bach, Mozart, Haydn, Delibes, Debussy, Tchaikovsky, Timberlake, Thoing, Schubert, Aubry coreografie di Ilaria Bolzoni, Daniela e Silvia Ferri, Luisa Gay OLTRE balletto in un atto musiche di Peter Il’Ylich Tchaikovsky coreografia di Angelo Moretto 5 - 6 giugno ore 21.00 Academy, scuola di danza classica L’IMPORTANTE È PARTECIPARE musiche di Fahrbach, Waldteufel, Strauss, Messager, Prokofiev, Foster, Rossini, Loop Guru, Winston LA BANDA musiche di Piazzola, Ivanovici, Baermann, Verdi, RevauxFrançois, Mancini, Gray, Miller, Garland, Bernstein, Gershwin ideazione Marilina Piemontese, Patrizia Pressel, Mavì Gervaso, Paolo Rovati, Ivan Manzoni 12 - 13 giugno ore 21.00 Professione Danza e Balletto QUESTA È LA BBC musiche di Strauss jr., Mukherjee, Nickodemus, Nash Didan, Prokofiev, Adam, Loewe, Shostakovich, Gershwin, Missy Elliot, Lennon - Mc Cartney, Tchaikovsky, Brahms, Rossini, Metheny, “Ramòn” Stillavato, Sullivan - Gilbert, Purcell, Danyel, Verdi, Bizet, Bacharach coreografie di Eleonora Burtulla, Silvana Burtulla, Delia Inzucchi, Daniela Monza, Valentina Sordo 19 - 20 giugno ore 21.00 Idea Danza PUNTO INTERROGATIVO (Saggio 2004) coreografie di Monica Starone, Valeria Livolsi, Flavio Albanese, Oriete Claro, Anna Pinoja, Veronica Cardini, Alessandro Bellan, Alessandra Galdi, Romain Sabella

martedì 8 giugno ore 22.30 IL DEMONE IN PIENO GIORNO (1966) di Nagisa Oshima
versione originale sottotitolata in italiano

27 maggio Seminario Problematiche di conciliazione tra famiglia e lavoro: donne e uomini a confronto
Aula Volta del Palazzo Centrale

2 - 5 giugno Convegno annuale del Gruppo Embriologico Italiano - GEI
Saloni del Rettorato, Aula Volta, Palazzo Centrale

LE AVVENTURE DEL RAGAZZO DEL PALO ELETTRICO (1987) di Shinja Tsukamoto martedì 15 giugno ore 22.30 BULLET IN THE HEAD (1990) di John Woo
versione director's cut di 130 min.

versione originale sottotitolata in italiano

27 maggio ore 21.00 Il cibo nel tempo attraverso la parola letteraria Cibo per tutti. La festa greca tra cuccagna e penuria.
relatore G.F. Gianotti Collegio S.Caterina, via S. Martino 17/A

8 giugno ore 20.30 Il medico, l'uomo: la medicina tra tecnologia e società L'aterosclerosi è una malattia autoimmune?
Diversi relatori. Direttore del corso prof. G.Ricevuti Collegio S.Caterina, via S. Martino 17/A

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martedì 22 giugno ore 22.30 AIRLINE STEWARDESS CAPTURED BY A SEX-SADIST (1987) di Tetsuji Takechi LIES (1999) di Jang-Sun Woo martedì 29 giugno ore 22.30 GUTS OF A VIRGIN (1988) di Kazuo Komizu A SNAKE OF A JUNE (2002) di Shinja Tsukamoto
versione originale sottotitolata in italiano

28 maggio Seminario di studio Antibiotico resistenza: un problema emergente di sanità pubblica
Aula Foscolo del Palazzo Centrale

POLITICA E TEORIE IN DIALOGO Riflessioni su Libertà ed Eguaglianza
Palazzo Centrale dell’Università

29 maggio Convegno Infermieri e operatori di supporto: integrazione e organizzazione nell’equipe assistenziale
Aula G1, Palazzo San Tommaso, Piazza del Lino 1

martedì 25 maggio ore 18.00 John Rawls e le teorie della giustizia
Salvatore Veca, Università di Pavia

lunedì 31 maggio ore 18.00 Eguaglianza di che cosa?
Corrado Del Bo, Università di Pavia

31 maggio ore 21.00 Incontro con David Grossman
Presentazione di Cesare Segre Partecièpa Alessandra Shomroni Collegio Nuovo via Abbiategrasso 404

martedì 15 giugno ore 18.00 Multiculturalismo
Emanuela Ceva, Università di Manchester

MOSTRE
PROVACI GUSTO Pavia, il riso e i suoi prodotti rassegna enogastronomica del pavese
28 maggio - 2 giugno Giardini Malaspina, piazza Petrarca

INVITO AI MUSEI Weekend alla scoperta dei Musei della città, con un percorso di visite guidate, integrate e gratuite sabato 29 maggio ore 10.00 - 12.00 Palazzo Universitario, Strada Nuova 65, tel. 0382 29724 MUSEO PER LA STORIA DELL'UNIVERSITA' ore 15.00 - 17.00 Musei Civici del Castello Visconteo, Viale XI Febbraio 35, tel. 0382 304816 MUSEI CIVICI - SEZ. ARCHEOLOGICA E ALTOMEDIEVALE domenica 30 maggio ore 10.00 - 12.00 Musei Civici del Castello Visconteo, Viale XI Febbraio 35, tel. 0382 304816 MUSEI CIVICI - QUADRERIA DELL'OTTOCENTO ore 15.00 - 17.00 Museo di Storia Naturale, Via Guffanti 13 (zona Via Riviera), tel. 0382 506308 MUSEO DI STORIA NATURALE mercoledì 2 giugno ore 15.00 - 17.00 Orto Botanico, Via S. Epifanio 14, tel. 0382 504841 ORTO BOTANICO domenica 6 giugno ore 10.00 - 12.00 Musei Civici del Castello Visconteo, Viale XI Febbraio 35, tel. 0382 304816 MUSEI CIVICI - MUSEO STORICO E GIPSOTECA ore 15.00 - 17.00 Museo di Storia Naturale, Via Guffanti 13 (zona Via Riviera), tel. 0382 506308 MUSEO DI STORIA NATURALE

martedì 22 giugno ore 18.00 Opinione pubblica e Intellettuali
Gianni Francioni, Università di Pavia

MUSICA
FAREFESTIVAL 2004 Castello Visconteo martedì 25 maggio ore 21.30 OMARA PORTUONDO
Il mondo l'ha riscoperta con il successo dei Buena Vista Social Club,ma Omara è stata (ed è) la riconosciuta ambasciatrice della musica cubana: esplorandone tutti i filoni musicali: il son, il filin, il bolero, la canzone tradizionale, il jazz. Ingresso € 15.00 ridotto € 12.00 Band, è un personaggio che ormai appartiene alla storia del Blues made in Italy. Blues suonato con grinta, convinzione e passione.

Le mostre in Santa Maria Gualtieri Biblioteca per ragazzi "Paternicò Prini" LA GIORNATA DELLA MATEMATICA
29 - 30 maggio Santa Maria Gualtieri, piazza della Vittoria

LUANA PASI

Associazione Arte & Arte I SEGNI DELLA PITTURA DI CARLO MUNARI
2-17 giugno Santa Maria Gualtieri, piazza della Vittoria

mercoledì 2 giugno - ore 21.30 OMAR PEDRINI
Dai Timoria alla carriera solistica, passando per Sanremo, il cinema, il teatro, la contaminazione con le Arti Figurative e la Letteratura. Dal rock alla canzone d'autore senza soluzione di continuità. Ingresso € 10.00 ridotto € 8.00

Il suo repertorio spazia dal jazz al soul, dal blues al pop, generi ai quali si aggiunge l'esperienza dance. Nel 1988 prende parte al primo singolo dei T42 (progetto pop-dance ideato da Graziano Pegoraro, uno dei più famosi autori dance italiani e prodotto da Mario Fargetta), Star, nel quale SHARP (pseudonimo di Luana) appare come voce ospite. Ingresso € 10.00 ridotto € 8.00

L'ALGUER, LA CATALANA E I SUOI ORI
4 - 6 giugno Aula del '400, Aula Forlanini, HYPERLINK \l "" Palazzo Centrale dell'Università

venerdì 11 giugno - ore 21.30 GIORGIO GASLINI E ORCHESTRA SALMEGGIA
Giorgio Gaslini, attivo da 40 anni nel campo del Jazz e della Musica Contemporanea, uno dei musicisti più conosciuti ed apprezzati anche all'estero, con il supporto dell'Orchestra Salmeggia, reinterpreta la musica di Sun Ra. Ingresso € 10.00 ridotto € 8.00

Associazione Antiquari provincia di Pavia MERCATINO PAVESE DELL'ANTIQUARIATO Mobili, quadri, oggetti da collezione
6 giugno ore 8,30-19,00 Piazza della Vittoria

venerdì 4 giugno - ore 21.30 FRANKIE-Hi-Nrg-Mc
Non solo è il più rappresentativo rapper italiano, ma è l'uomo che del rap italiano sta costruendo una identità ben più complessa e articolata di quanto il genere non potesse offrire nella sua forma originale. Ingresso € 10.00 ridotto € 8.00

ISTITUTO MUSICALE F. VITTADINI Progetto Musicalia 2004 7 giugno CONCERTO PER FLAUTO E ARPA flauto Paola Fre, arpa Fiorella Bonetti COLLEGIO BORROMEO piazza Borromeo 9 CONCERTO D’ESTATE “Il ’900 fra film e…” Trio Albatros: Francesco Parrini (violino), Stefano Parrino (flauto), Marco Pasini (pianoforte)

Associazione Regisole L'ANTICO SOTTO LA CUPOLA ARNABOLDI Mercatino di antiquariato selezionato
6 giugno ore 8.30 Cupola Arnaboldi, C.so Strada Nuova

martedì 8 giugno - ore 21.30 MAURO PAGANI E SLOWFEET LORENZO RICCARDI
Un promettente cantautore pavese, giunto al suo secondo album, introduce gli Slow Feet: potrebbero sembrare un supergruppo, ma sono dei musicisti accomunati dall'amicizia con De Andrè e dall'amore per il Blues. Mauro Pagani, Franz Di Cioccio, Vittorio De Scalzi, Paolo Bonfanti e Reinhold Kohl. Ingresso € 10.00 ridotto € 8.00

LE SUCCULENTE Apertura dell'orto al pubblico visita guidata (ore 16.00) mercatino di piante grasse in
Piazzetta S. Epifanio 6 giugno 10.00 - 12.30 e 15.00 - 18.00 Orto Botanico, via S. Epifanio,14

giovedì 10 giugno - ore 21.30 TREVES BLUES BAND
Fabio Treves, leader della Treves Blues

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