Fondato nel 1948

Sped. in abb. postale
comma 20, lett. C,
Art. 2 - Legge 662/96
Taxe perçue -Tariffa riscossa
To C.M.P.

Periodico della Famiglia Cottolenghina

Anno 67° n. 2 aprile 2015

LA LUCE
DEL RISORTO
ILLUMINI
LA NOSTRA VITA

ARIO
SOMMARIO
II punto - a Dio, carissimo Dante

3

Don Roberto Provera

L’esperienza del mistero della croce
in San Giuseppe Cottolengo

4-5

Don Emanuele Lampugnani

La nostra Pasqua

6-7

Redazione

Periodico della Famiglia Cottolenghina

Qui serviamo il mondo

n. 2 marzo 2015

Suore di clausura di Cavoretto

Periodico quadrimestrale
Sped. in abb. postale
Comma 20 lett. C art. 2 Legge 662/96
Reg. Trib. Torino n. 2202 del 19/11/71

Giorni lontani di un’antica primavera

Indirizzo: Via Cottolengo 14
10152 Torino - Tel. 011 52.25.111
C.C. post. N. 19331107
Direzione Incontri
Cottolengo Torino
redazione.incontri@cottolengo.org
Direttore responsabile
Don Roberto Provera
Redazione
Salvatore Acquas - Mario Carissoni
Collaboratori
Don Emanuele Lampugnani - Fr. Beppe Gaido Patrizia Pellegrino - Gemma La Terra - Nadia Monari
Progetto grafico
Salvatore Acquas
Jmpaginazione
Valter Oglino
Stampa Tipografia Gravinese
Via Lombardore 276/F - Leinì (TO) - Tel. 011 99.80.654
La Redazione ringrazia gli autori di articoli e foto,
particolarmente quelli che non è riuscita a contattare.

Incontri è consultabile su: www.cottolengo.org
entrate a cuore aperto
http://chaariahospital.blogspot.com/
Questa rivista è ad uso interno della Piccola
Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo)

8-9
10-11

Mario Carissoni

Gli occhi delle mamme

12-13

Fratel Beppe Gaido

Sul filo della memoria-Granaio della memoria 14-15
a cura di Salvatore Acquas

Fratel Luigi Bordino Beato!

16-17

Don Francesco Balzaretti

Ordinazione presbiterale don Vincent e don Shijo 18
Redazione

Notizie cottolenghine: Chaaria e India

19

I fratelli di Chaaria e di India

Ho visto un Angelo!

20-21

Don Andrea Scrimaglia

Ecuador

22-23

Daniele, Mattia e Marco

Le vie del Sacro

24-25

Patrizia Pellegrino

Briciole di carità

26-27

Redazione

Volontari al Cottolengo: amanti perché amati

28-29

Redazione

Notiziario della Parrocchia Cottolengo

30-31

Redazione

Speranza
Madre Teresa di Calcutta

32

D

Il punto

a Dio,
carissimo
Dante

ante Notaristefano ha combattuto la buona battaglia, ha conservato la fede e ora ha terminato
la sua corsa, raggiungendo mercoledì 18 febbraio la Casa del Padre.
Un tratto largamente riconosciuto del suo carattere è
stata la mitezza. Beati i miti, perché erediteranno la
Terra, quella vera, eterna. Un altra sua caratteristica
indiscutibile fu la sua fermezza, la sua incrollabile
adesione ai valori fondamentali umani e cristiani. I
necrologi apparsi su LA STAMPA del 19 febbraio confermano queste sue doti. «Papà, grazie per avermi
insegnato l’importanza dell’impegno per gli altri e
per avere testimoniato con il tuo esempio che anche
la mitezza può essere coraggio». (La figlia Marina).
«Esempio di correttezza, generosità e umiltà». «Ha
dato un esempio grande di giustizia e di sacrificio
nella vita politica e professionale». «Un grande
Uomo e Amico». «Uomo giusto e coraggioso».
«...per la sua autorevole, affettuosa e molto apprezzata attività negli Uffici Giudiziari e per il suo impegno
a fianco dell’Avvocatura torinese negli anni bui del
terrorismo». «È stato esempio e riferimento di democrazia e libertà». Don Franco nell’omelia pronunciata durante la Messa esequiale ha sottolineato l’impegno concreto di Dante a favore dei poveri, di cui realmente si è preso cura. Quest’ultima espressione è
stata ripetuta varie volte, se ne è preso cura con i fatti,
non solo con le parole. E questo nella sua attività giudiziaria, politica e come presidente dell’Associazione
Vittime del terrorismo. Egli stesso era stato ferito nel
1977 in Lungo Dora Voghera, mentre tornava a casa;
a salvarlo fu provvidenzialmente la borsa piena di
documenti. Mi sono chiesto: dove Dante ha attinto
questa sensibilità fattiva verso i poveri, i bisognosi? E
ho azzardato questa risposta: non forse nella Piccola
Casa della Divina Provvidenza - Cottolengo? Il
giovanissimo Dante vi entrò nell’ottobre del 1939,
per frequentare la I ginnasio (così di diceva allora)
nella Famiglia dei Tommasini (il Seminario della
Piccola Casa). Come si sa, ogni alunno del Se-

minario, che quindi si prepara a diventare sacerdote,
può iniziare questo cammino se persona competente
rileva in lui i requisiti indispensabili. A presentare
Dante fu don Michele Plassa, curato della
Parrocchia della Madonna della Divina Provvidenza
in Torino, e Tommasino, lui pure dal 1892 al 1902
(deceduto il 3 aprile 1953). Quando per i pericoli
della guerra (vicinanza dell’Arsenale) la Famiglia
dei Tommasini nel novembre 1942 fu chiusa, Dante,
che era nato a S. Mauro Marchesato (CZ), si trasferì
prima nel Seminario di Castellaneta (TA) e poi nel
Pontificio Seminario Regionale Pio XI di Molfetta,
frequentandovi la I e II liceo. Certo Dante portava
nel suo cuore la Piccola Casa, nella quale rientrò
nell’ottobre 1946, rimanendovi fino al 1948. Poi il
Signore lo chiamò per altra strada. Alla Piccola Casa
egli rimase sempre profondamente legato, come collaboratore del periodico Incontri, di cui è stato
amministratore fino all’ultimo; come Presidente dell’Associazione Ex Allievi e Amici del Cottolengo
dal 1973 (ma forse anche da prima), senza mai mancare agli incontri periodici; come Ex Tommasino,
sempre presente al raduno annuale di marzo.
Per tutto questo, grazie, carissimo Dante, anzi al
modo cottolenghino “Deo Gratias”. Arrivederci nella Piccola Casa di lassù.
Non posso dimenticare un altro carissimo Ex Tommasino, recentemente entrato nella Piccola Casa del
cielo, don Afredo Vallo, ma di lui ha scritto molto
bene la sorella Giuliana più avanti in queste pagine.
Anche per te, carissimo don Alfredo, Deo gratias e
arrivederci.
Torino, 28 febbraio 2015

Don Roberto Provera

3

Spiritualità

L’esperienza del mistero
della croce
in
San Giuseppe Cottolengo

In tutte le difficoltà,
portando quotidianamente
tutte queste “croci”,
San Giuseppe Cottolengo
continuò in maniera
sublime ed affidarsi
alla Divina Provvidenza,
segno questo della sua
grande fede e sigillo
della sua santità.

4

E

lemento essenziale e decisivo
della santità cristiana, comune a tutti i santi e quindi
anche a san Giuseppe Cottolengo è
l’esperienza del mistero della
croce.
È importante subito sottolineare
che il Cottolengo, diversamente da
altri santi, non ebbe particolari
problemi nel suo rapporto con
l’autorità ecclesiastica e civile, né
fu colpito da particolari sofferenze
fisiche, se non da qualche forma di
cardiopatia.
L’opposizione di qualche canonico
al trasferimento del “Deposito del
Corpus Domini ” fu sì un’afflizio-

ne, ma di breve durata.
San Giuseppe Cottolengo fece
l’esperienza della croce soprattutto nel vivere l’abbandono alla
Divina Provvidenza con grande
fedeltà, anche nei momenti più
difficili, al fine di realizzare
l’ispirazione carismatica del 2
settembre.
Scrive don Magliano, «anche in
mezzo alle angustie in cui si trovava o quando doveva provvedere a
qualche inaspettata emergenza,
egli non si perdeva mai d’animo,
non si lamentava mai, e non rallentava la sua attività nell’esercizio
della carità; e spesso nelle maggio-

Spiritualità

ri difficoltà egli ripeteva quel motto
di San Francesco d’Assisi: tanto è il
bene che io aspetto, che ogni pena
mi par diletto.»
Nel dicembre del 1838, a causa di
una situazione veramente critica, il
Cottolengo si rivolge al Re, «prostrato, anzi boccone per terra » per
supplicarlo di venire incontro alla
Piccola Casa la quale si trovava «in
gravissime urgenze di dover soddisfare parecchi provveditori.»
Un’ulteriore situazione difficile
per il Cottolengo è documentata
dalla lettera al farmacista Paolo
Anglesio del 29 agosto 1840, nella
quale il santo chiede la somma di
L. 1000. Consapevole che la richiesta è gravosa non esita a scrivere: «So che mi formo un oggetto
di disprezzo ma sì forti sono gli
impegni per il giorno d’oggi che
non posso fare a meno nuovamente di raccomandarmi a Lei; mi
creda se potessi far altrimenti non
La disturberei.»
I tardivi pagamenti per la mancanza di mezzi economici creavano
non pochi problemi ai creditori. Il

Granetti ricorda che il Cottolengo
«venne citato due volte davanti la
Curia ecclesiastica da un suo creditore; il servo di Dio comparì all’ora
indicata ed all’invito rispondeva
con tutta modestia: “So che son
debitore e desidero di pagare, e la
Provvidenza manderà da far onore
agli affari; al presente non posso...
Sappiamo che mancano gli uomini,
e mai mancherà la Provvidenza, e
questa risarcirà ogni dànno”».

...egli però continuava
a sentirsi interiormente
spinto dalla Divina
Provvidenza

Ma il Cottolengo non mancò di
sperimentare talvolta anche grande
consolazione come narra suor Patrizia: «Il signor Pansa, si portò dal
venerabile per esigere da lui un
grosso credito. Egli mi disse che il
signor Pansa avesse pazienza perché al presente non poteva pagarlo.
A queste parole il signor Pansa si
irritò; il venerabile allora si ritirò
nella sua camera dopo aver invitato il signor Pansa ad aspettare.

Poco dopo il venerabile uscì, ed io
vidi il signor Pansa partire tutto
contento. Seppi poi da suora Telesfora, che lo udì dal venerabile,
che egli quando s’era ritirato nella
sua camera, s’era posto a pregare
ai piedi della statua della Madonna, e che per tre volte sentì una
voce a dirgli: “alzati, prendi la
somma e paga”. Alla terza volta si
alzò e trovò la somma precisa da
dare al signor Pansa.»
Dure prove afflissero il Cottolengo
negli ultimi mesi di vita. Infatti agli
inizi del 1842 vide morire vari collaboratori fra cui prematuramente
anche madre Marianna Nasi
Tutti questi sono spiragli che lasciano intravedere come la vita quotidiana del Cottolengo fosse meno
idilliaca di quanto potesse apparire
ai visitatori che sovente si recavano
nella Piccola Casa. Difficoltà finanziarie, debiti ingenti, lamentele dei
creditori, lutti non resero agevole la
sua vita, egli però continuava a sentirsi interiormente spinto dalla Divina Provvidenza a proseguire nelle
sue opere di carità.
In tutte le difficoltà, portando quotidianamente tutte queste “croci”,
San Giuseppe Cottolengo continuò
in maniera sublime ed affidarsi alla
Divina Provvidenza, segno questo
della sua grande fede e sigillo della
sua santità.
Guardando il suo esempio, possiamo allora rinnovare la nostra fede
in Dio Padre Provvidente, per trovare nuove motivazioni e nuova
forza nel portare giorno per giorno
le nostre “croci”, certi che il Signore non ci lascerà mai soli.
Don Emanuele Lampugnani

5

Spiritualità

La nostra Pasqua

È Pasqua. Una nuova, inesauribile sorgente
di vita è stata infusa nel mondo: Cristo risorto.
Alleluia!

6

T

utti gli anni, dopo il velo e le
nevi dell’inverno, a poco a
poco, nell’aria torna un mite
tepore e dalla terra rinnovata
affiora la nuova vita. Intanto, i
campi rinverdiscono di nuove
erbe, le piante si rivestono di
foglie e le aiuole dei giardini si
riempiono di fiori dai mille colori.
La primavera, dunque, è proprio
questa vivace e incontenibile
esplosione di vita che rinasce vittoriosamente. Sì. perché la vita,
mortificata dall’inverno, risorge
ovunque e trionfa.

Spiritualità
Anche la gente avverte tutta questa novità di vita.
I cuori, infatti, si aprono alla
gioia fragorosa e alla speranza,
dopo la tristezza, il silenzio e la
solitudine dell’inverno.
Ed ecco giungere la Pasqua.
La Pasqua non è un avvenimento
che si esaurisce nello spazio di
una giornata. La Pasqua deve
durare come continua la vita:
l’eco di Pasqua deve accompagnare tutti i nostri giorni. Perché
ci deve sempre parlare di risurrezione.
Cristo Gesù è morto ed è risorto.
Noi uomini siamo legati alla
Passione e Morte redentrice del
Signore, perché anche noi dobbiamo soffrire e morire. Noi
uomini, siamo pure legati alla
Risurrezione gloriosa del Si-

gnore, perché Egli ha sconfitto la
Morte ed anche noi suoi seguaci
dovremo risorgere.
La celebrazione della Pasqua. Se
liturgicamente è la celebrazione
di un avvenimento storico, unico
è pure la celebrazione degli
effetti salvifici che ne derivano.
Ora, gli effetti salvifici della
Pasqua sono senza fine e sempre
offerti a tutti gli uomini fino alla
fine dei tempi.
Per questo, la Pasqua ha una virtualità e una potenzialità di salvezza senza limiti.
Il primo compito allora del cristiano oggi è quello di dare
prova di fedeltà a Cristo. Al suo
messaggio e al suo dono di salvezza. Ecco dunque, che la
Pasqua diventa anche nostra.
È la nostra vita quotidiana che

deve essere in consonanza con
Cristo e con il suo Vangelo.
Il mondo dei non credenti ci
chiede delle “prove” per credere.
Le sole prove che possiamo dare
sono vivere e mostrare il Vangelo
con coraggio, senza mai stancarsi.
Queste prove ci qualificano come
veri e autentici discepoli di
Cristo Risorto.

La Redazione

7

Spiritualità

Qui
serviamo

il mondo

Ho avuto quaggiù il cento per uno.
Ora attendo, per la bontà misericordiosa del nostro Dio
l’Incontro faccia a faccia con Lui.

S

ono una “giovane “ di 78
anni, nata e cresciuta fra le
colline dell’Albese, in un
paesaggio agricolo profumato di
viti e peschi in fiore. Fin da piccolissima – avevo 4 anni – Gesù
mi chiamò ed io confidai alla
mamma il mio proposito: «Voglio farmi suora». Col passare
del tempo, il mio desiderio si
faceva ardente, finché, compiuti i
18 anni, fui accolta fra le postulanti della Piccola Casa di Torino
dove professai i voti religiosi.
Per 20 anni vissi come suora di
vita apostolica svolgendo diverse
mansioni.
Tutto mi era gradito, tutto facile,
perché il mio sguardo era puntato su Gesù, il mio Diletto. Poi il
mio Maestro mi chiamò di
nuovo, questa seconda chiamata,
mise il fuoco nelle mie ossa, per
cui la risposta fu immediata e

8

totale. Mi alzai, lascai subito i
miei “affari” e seguii il Maestro.
Era il 1 ottobre 1974. Primo
giorno scolastico, di quei tempi,
ed io mi posi alla Scuola di Gesù,
avendo come angelo santa Teresa
di Gesù Bambino. Il Maestro
camminava davanti e io gli tenevo dietro, in silenzio e con il
cuore sospeso nella pace.
Conoscevo per diretta esperienza
che dove Egli passa fiorisce qualcosa di bello, si presentano dolci
sorprese e si aprono orizzonti di
speranza.
Attraversammo la città cominciammo a salire su per la collina.
Il momento era solenne: alle
spalle lasciavo una storia tanto
amata, che avvertivo però stretta,
per iniziarne un’altra, quella che
da tempo desideravo e sognavo.
Giungemmo sul colle ed improvvisamente il quadro cambiò;

dinanzi a noi si profilò una discesa quasi a picco. Significativo!
Quella prendemmo ed eccoci,
percorsi pochi metri, in fondo, un
caseggiato vasto con una porticina, sopra la quale era scritto, il
nome di quello che era – che è –
un Monastero di clausura.
Vi entrai, sul mezzogiorno. C’era
gran silenzio e il cuore respirò
largo: «qui abiterò – mi dissi –
perché l’ho desiderato. Questo è
il luogo del mio riposo».
Parlo del Monastero cottolenghino “Il Carmelo”.
Qui era salito, nella primavera
del 1841, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, fondatore della
Piccola Casa della Divina Provvidenza in Torino, per dare una
Famiglia di Suore di Vita Contemplativa che fossero sostegno
alle Sorelle impegnate nel servizio ai fratelli ammalati, ai poveri

Spiritualità

e dimenticati della società.
Da quel giorno, si succedettero
generazioni al Monastero, spendendo la loro vita nel silenzio,
nella solitudine, nella gioiosa
penitenza e nella preghiera: lampade ardenti d’amore per la
Piccola Casa, per la Chiesa, per il
mondo intero.

Posso essere madre
di numerosissimi figli e
con loro avanzare verso
la casa comune.

Che cosa si fa in Monastero? Si
conduce una vita molto comune:
lavori domestici, manutenzione
della casa e annessi prato, orto...
Come la Vergine a Nazaret. Ma il
lavoro primario e più importante
é la preghiera. Qui in un luogo
che pochi conoscono, dove non
giungono i rumori del mondo,
dinanzi al Tabernacolo e presso
l’Altare si svolge la nostra missione.
Sono sempre più contenta di
essere in questa realtà e credo
che, nonostante le mie fragilità e
miei limiti, posso, rimanendo in
Gesù, vivendo con Lui in un rap-

porto esclusivo, sponsale, portare
tanto frutto. Posso essere madre
di numerosissimi figli e con loro
avanzare verso la casa comune.
Stiamo vivendo, oggi come in
passato, un tempo di incertezze,
di paure, di sofferenze, di violenza. Da ogni parte della terra si
levano voci di fratelli e di sorelle
che invocano pace, sicurezza,
pane e lavoro. Si vorrebbe aiutare tutti, raggiungerli con un raggio di speranza, per procurare
loro un futuro di gioia, ma ciò è
impossibile e il cuore ne soffre.
Ecco: proprio in questo limite
che è l’ impotenza, si innesta
l’onnipotenza della preghiera.
Essa fa leva sul cuore del Padre,
nel Figlio suo, che ha detto:
«Qualunque cosa chiedete, nel
mio nome, Egli ve la concederà».
Quando poi si fa passare questa
preghiera anche attraverso la
Madre, attraverso gli Amici di
Dio, la risposta è assicurata, l’efficacia è garantita.
Ci è proposto di perseverare nella
fede – fiducia nella Provvidenza
del Padre il quale sa che tutto conduce a un fine di salvezza. (cf Mt
6,25-34) Ci è proposto di non abbandonare i nostri fratelli, di star

loro vicino, versando l’olio della
consolazione sulle loro ferite.

...condividere

con
i nostri fratelli le gioie
le fatiche, le sofferenze,
gli interrogativi.

Nei Monasteri, nel mio Monastero si cerca di rispondere,
tutte insieme e ciascuna personalmente, alle richieste che ci
giungono numerose da ogni
luogo e di condividere con i
nostri fratelli le gioie le fatiche,
le sofferenze, gli interrogativi.
Tutto qui.
Fu veramente una bella grazia,
un forte guadagno l’essermi
messa dietro a Gesù, il “ il grande direttore”, come lo chiamava
Atenagora I. Ho avuto quaggiù il
cento per uno. Ora attendo, per la
bontà misericordiosa del nostro
Dio, l’Incontro faccia a faccia con
Lui. Allora l’abbraccio sarà universale e sarà gioia piena senza
fine (cf Sal 15,11).
Deo gratias et Mariae.

Una sorella del Monastero
cottolenghino “Il Carmelo”

9

Racconto

Giorni lontani di
un’antica Primavera

e... impossibile purtroppo evitarlo... la fine ingloriosa
di quanto di lindo era sopravvissuto del vestitino nuovo!

U

na domenica, di quelle finalmente primaverili che invitano a fare una passeggiata,
esco e me ne vado pigramente a
spasso, per respirare in tranquillità un poco d’aria pura. Gironzolando qua e là senza una mèta,
mi ritrovo dentro un’antica borgata periferica, proprio di fronte alla
sua Chiesa; un passo, due gradini
e sono sul sagrato. Ne varco le
porte principali che trovo spalancate, mi sporgo per vedere l’interno e subito vengo avvolto da belle
melodie e dalle note possenti di
un organo. Piacevolmente sorpreso, mi fermo un momento sull’ingresso; poi, quasi attratto, decido
di varcare la soglia e mi ritrovo
dentro; chiesa vecchiotta ma

10

bella, ricca di statue e affreschi
ben conservati; illuminata a gran
festa e colma di fedeli composti e
attenti. Santa Messa solenne, con
al cuore della celebrazione il rito
della Prima Comunione ad un bel
gruppo di adolescenti. Li vedo
tutti là davanti, ordinati, ben
vestiti di una lunga tunica bianca
uguale per tutti che avvolge i giovani corpi, nascondendo i vestitini nuovi, indossati oggi per la
prima volta, ma dalle buone
mamme preparati per quest’occasione chissà già da quanto tempo.
Le bambine sono riconoscibili per
i bei capelli ordinati e raccolti con
graziosi cerchietti appena sopra la
nuca, i maschietti per la loro irrequietezza. Senza averla cercata,

mi son così trovato avvolto da
un’atmosfera bella, ricca di
immagini e suggestioni che senza
accorgermene mi fanno scivolare
nei ricordi di un giorno lontano
tanto simile a questo e mi consegnano ad un rincorrersi di memorie che, pur senza allontanarmi
dal presente, mi hanno portato nel
passato e confermato che i
momenti belli sono senza tempo,
non si cancellano e sono motivo
di ritrovata felicità che si rinnova,
sussurri che scorrono attraverso
l’anima.
Mi ritrovo così nei giorni lontani
di un’antica primavera, appena
terminati i corsi di catechismo,
allora tenuti dal delegato dell’Azione Cattolica. Ricordo bene:

Racconto

tempi di preparazione sempre
uguali, metodi mai scritti ma
rigorosamente applicati, giorni
sempre uguali tranne la domenica, che per noi rampolli era di
speciale libertà; pranzo da terminarsi in fretta e furia e poi subito
via di corsa per essere i primi sul
piazzale della chiesa e lì giocare
spensierati sino alla chiamata dei
catechisti. Tutti in chiesa, in fila, a
recitare la preghiera all’Angelo
Custode, quindi studio della dottrina. Lezioni ogni giorno appena
finite quelle della scuola elementare, fedelmente precedute da
meticolosa indagine sulla fedeltà
nella recita delle preghiere di mattino e sera. Rammento che, verso
la conclusione dei corsi, arrivavano i passi più difficili: l’esame di
coscienza, i sensi di colpa avvertiti o meno, i peccati nei quali eravamo caduti o nei quali potevamo
incorrere, quelli che si rimediano
solo con confessione, pentimento
e promessa a non ripetersi; poi la
prima confessione, con subito un
piccolo disappunto: perché le
bambine inginocchiate nel confessionale dietro la grata e invece
noi maschietti in sacrestia, seduti
viso a viso con il sacerdote? Poi le

grandi prove della cerimonia con il
momento più importante: ricevere
l’ostia, da ingoiare senza mai
masticarla. Non è mica stato tanto
facile! Arriva il giorno tanto atteso
e sospirato: la Messa della “Prima
Comunione”; evento agognato e
quanto mai liberatorio per le mamme, molto festeggiato da famiglie e
parentado, catecumeni e comunità
parrocchiale tutta. Campane assordanti e in festosa libertà, coro al
gran completo, organista in camicia bianca con cravatta, banchi
riservati, a destra i maschietti e a
sinistra le femminucce. Ognuno al
posto assegnato, seri e molto attenti almeno per il momento, a proteggere l’integrità dell’abitino cucito

su misura dalle mani sante delle
nostre mamme. Finalmente il
gran momento: l’emozione di
ingoiare delicatamente l’Ostia
Sacra, la benedizione del Parroco, gli abbracci, i baci e le
foto. Terminata la funzione religiosa ecco il piccolo rinfresco
offerto dal parroco nei locali
della Casa del Popolo e poi tutti
a casa per il rituale pranzo della
gran festa di norma preparato dai
nonni, con inviti allargati ai
parenti e alla maestra elementare. Verso fine pranzo, mentre i
grandi, ancora seduti, concentravano la loro attenzione su cosa
avrebbe fatto seguito al dolce,
nella generale disattenzione i
furbetti si fiondavano verso il
piazzale, dove già attendavano
gli amici e ...impossibile purtroppo evitarlo... la fine ingloriosa di quanto di lindo era sopravvissuto del vestitino nuovo!
Una scampanellata dall’altare mi
richiama al presente; è terminata
la distribuzione ai fanciulli, tutti
possono ora accostarsi all’altare,
mi avvicino e tendo le mani
verso quell’Ostia che… ormai
ho imparato a ingoiare bene.

Mario Carissoni

11

Testimonianza

GLI OCCHI
DELLE MAMME


È

La gioia e il dolore nel silenzio di uno sguardo

in piedi alle mie spalle, ad una
manciata di centimetri. La
sento respirare vicino a me,
avverto addirittura il calore che
emana dalla sua pelle. Mi guarda,
ansiosa ed implorante: gli occhioni
neri compiono una vorticosa gimkana tra me ed il suo bimbo che sto
cercando di rianimare sul fasciatoio. Talvolta lascia che la sua spalla
sfiori delicatamente la mia, quasi
una spinta per incoraggiarmi a fare
di più. La sua fiducia è illimitata,
totale l’abbandono nelle mie mani
che si muovono veloci sulla sua
creatura: io sono il dottore bianco,
nel suo immaginario più o meno un
semidio, che sa e può tutto. Dove
potrebbero venire queste mamme se

12

non da me? Chi potrebbe aiutare i
loro piccoli se non il medico
bianco?
Gli occhi sono colmi di terrore
guardando il piccolo, di speranza

quando carpiscono dal mio volto
qualche segnale positivo. Segue
attentamente le mie dita mentre
pompo ossigeno nei polmoni e
accompagna con lo sguardo le mie

Testimonianza
mani mentre iniettano un farmaco
in vena o premono ripetutamente
sul piccolo torace per il massaggio
cardiaco. La mamma sta sempre in
silenzio: non parla e non chiede,
quasi a non disturbare la sacralità
delle mie azioni.
Quando riesco a salvare il piccolo,
la mia gioia è tutta interiore; vorrei
abbracciare quella mamma che si è
fidata ciecamente, ma la cultura
locale lo impedisce. In quei momenti di gioia solenne, mi devo
aspettare un timido sorriso accompagnato da uno sguardo pieno di
affetto. Raramente dalle sue labbra
affiora la parola “grazie”, ma
avverto la riconoscenza in tutte le
sua membra, mentre le consegno il
piccolo e lo deposito tra le sue
braccia accoglienti.
Quando non ce la faccio in questa
mia battaglia per la vita, gli occhi
della mamma dapprima vagano
sperduti, fissando quindi il mio
volto e poi quello del bimbo: non
riesce a capire come possa essere
accaduto quanto in cuor suo già
percepiva! Non sono io il dottore
bianco, l’onnipotente? Non può
quindi essere vera l’evidenza. Il

bimbo non può essere morto!
Cerca di catturare il mio sguardo
per cogliere la verità; mi basta
guardarla intensamente per un
attimo e trasmetterle tutto il mio
sgomento ed il senso di fallimento.
Lei capisce ancor prima che io
parli. A volte ha il coraggio di
abbozzare la tremenda domanda:
“è morto?”; allora mi basta annuire con il capo, senza proferire
verbo. La mamma piange e singhiozza sommessamente.
Accarezza il suo bambino e poi si

ritira, chiusa nel suo dolore. Una
disperazione silenziosa e colma di
dignità. Poche gridano e si disperano. Quanto affetto passa tra i
miei occhi e quelli delle mamme
da noi ricoverate! Quanto dolore e
quante gioie riusciamo a condividere nel silenzio di uno sguardo!
Quanto rispetto vorrei essere capace di trasmettere a questi giganti
d’umanità, le nostre mammine,
così fragili ed indifese, ma forti e
dignitose!
Fr Beppe Gaido

13

Ricordi
Sul filo della memoria

a cura di Salvatore Acquas

“Il pregio di una fotografia sta nell’immediatezza del suo linguaggio:
istanti, esperienze e persone.”

“Testimonianza di fede e di amore.“

“GRANAIO
DELLA MEMORIA”,

i cui semi, qualora vengano raccolti e seminati
nel cuore delle persone, possono portare frutti
di speranza, di fede, di forza nella sofferenza
e di senso della vita, con i valori umani e spirituali
che ne conseguono.
Coraggio, ci saranno tante prove,
ma il Signore sta sempre vicino.

I

l Cottolengo di Biella, nel corridoio d’ingresso del reparto Madonna del Rosario, ha allestita
un’esposizione impostata su un
percorso fotografico e improntato
su figure di suore residenti nella
propria struttura dal titolo emblematico: “Testimonianza di fede e
di amore.“ Inaugurata domenica 16
dicembre 2014 e si protrarrà per
tutta la durata dell’Anno della Vita
Consacrata, in altre parole sino al 2
febbraio 2016. Tempi e spazi estesi e tali da consentirne possibilità
di visita a molti, cottolenghini e
non. Scopo e fine dell’esposizione
dare visibilità e offrire i messaggi
di fede e di amore che queste sorelle nutrono nel loro cuore in questi
ultimi anni della loro esistenza
umana. Le loro vite sono state
donate e questo continuo dono si
esprime oggi in volti e messaggi di
sapienza offerta a tutti, anziani e
giovani, come piccoli semi di spiritualità e fiducia. Incontrarle nelle
immagini e accoglierne le parole è
certo motivo di arricchimento spirituale. La notizia in ambito locale

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è stata largamente diffusa, noi desideriamo portarla a conoscenza e
offrirla ai nostri lettori. Qui di seguito riportiamo la notizia così
com’è apparsa sul giornale locale
“Il Biellese” del 28 novembre
2014.

UN TESTAMENTO
SPIRITUALE
PER CHI VERRÀ DOPO
L’idea di sviluppare un percorso
fotografico sulle “Vite Consacrate” è nata due anni fa, in occasione dell’allora proposto Anno
della Fede (2012-2013) da parte
di Papa Benedetto XVI e significativamente si realizza oggi all’inaugurazione dell’anno che
Papa Francesco ha dedicato alla
Vita consacrata. L’intento è stato
quello di dare visibilità a suore
anziane, che per la loro condizione di salute vivono invece in una
realtà generalmente sconosciuta e
lontana dalla normale vita sociale,
come anche avviene per le persone che sono residenti in strutture

socio sanitarie come le RSA. Le
suore anziane sono portatrici di una
grande esperienza di vita e soprattutto di una vita di fede, che si è
manifestata nella fedeltà alla loro
consacrazione a Dio fino alla conclusione della loro avventura
umana. Questa loro esperienza di
vita è sembrata una sorta di tesoro
umano, un “granaio della memoria”, i cui semi, qualora vengano
raccolti e seminati nel cuore delle

Signore, sono tutte occasioni che mi dai
per conquistare il Paradiso.

Ricordi
Nella mia vita ho cercato di amare. Ama
e dona l’amore e l’amore cresce.
Dona amore e ne riceverai tanto.

Lascio un servizio, ne prendo un altro, ma tutto quello che faccio
è per il Signore.

persone, possono portare frutti di speranza, di fede, di forza nella sofferenza e di senso della vita, con i valori umani e spirituali che ne conseguono. Questi “semi” sono stati raccolti, durante un lungo percorso, mediante incontri, dialoghi e interviste, realizzate dalla volontaria
Anna Rosa, e mediante immagini di volti, sguardi e gesti, dal fotografo Sergio Ramella, con la sua intuizione estetica, accompagnata dalla
sensibilità che gli è propria. Nella realizzazione del percorso fotografico si è cercato, nella misura del possibile, di abbinare le immagini
dei volti e delle persone con i messaggi di vita effettivamente detti da
loro. L’intento non è quello di illustrare la vita consacrata, ma di proporre figure di persone consacrate anziane, che, con il loro bagaglio
di esperienza umana, di quotidiana fedeltà e di sapienza di fede, possono dare coraggio a chi si trova, come loro, nella situazione di anzianità e sul finire della propria esistenza.
È un messaggio rivolto anche ai giovani, perché colgano che cosa alla
fine rimane di ciò che si è fatto e vissuto, che cosa rende compiuta una
vita. Una parola e un volto sono un messaggio per tutti. Questo spiega perché le figure sono state fotografate singolarmente e non nella
loro vita di gruppo. Sono tanti piccoli “testamenti spirituali” personali, consegnati alle generazioni che le seguono, come piccole perle di
un dono che arricchisce la vita.

Prendo tutto per amor di Dio e dico:
“mi costa, ma lo faccio per amor di Dio”.

Non lasciate mai la preghiera, se lasciate la preghiera
è finito tutto... Bisogna essere coerenti
con quello che si dice.

“Mi sono rallegrato quando mi hanno detto che andrò
nella casa del Signore”, questo pensiero del Santo
Cottolengo l’ho fatto mio.

Il Signore ci dà la forza di portare la croce,
se non abbiamo questa forza ci ripieghiamo
su noi stessi.

Ora qui c’è tanto tempo, si va in cappella, ci si può
sedere in un banco e chiamare il Signore
che ci venga vicino per discorrere un po’.

Quando non pensiamo a Lui...
è Lui che pensa a noi.

15

Testimonianza

FRATEL
LUIGI BORDINO

BEATO!

I miei ricordi di Fratel Luigi Bordino
Quando leggerete questo nostro ultimo
numero, la tanto attesa conclusione
dell’iter per la beatificazione del
Venerabile fratel Luigi Bordino sarà
ormai vicinissima alla conclusione
e la nostra attesa ritroverà finalmente
il respiro di una felicità grande, tanto
desiderata. Il 2 maggio, mese che
particolarmente ricorda la Vergine Maria
tanto amata dal nostro, fratel Luigi sarà
proclamato Beato e tutti noi con lui
potremo vivere il giorno della sua grande
festa. Una nuova stella brillerà nel cielo
della Piccola Casa, per illuminare
l’esempio di vita santa che tutti noi
dobbiamo conoscere e imitare.
Una santità costruita negli anni, giorno
per giorno coll’esercizio dell’umiltà
in ogni gesto dell’avere, ma soprattutto
del dare, così come bene appare
in questo scritto del compianto
don Balzaretti, per lunghi anni Direttore
e Redattore della Rivista Incontri.

16

N

ello stendere alcuni miei
ricordi di Fratel Luigi, ritengo anzitutto opportuno sottolineare come, nel contesto di vita
della società odierna, sia di primaria importanza richiamare l’attenzione sulla sua figura di uomo e
insieme di religioso del nostro
tempo. Considero Fratel Luigi un
esempio per i laici cristiani,
soprattutto per quelli impegnati in
un campo professionale come
quello infermieristico, per la Piccola Casa e per la sua Famiglia
Religiosa, la Congregazione dei
Fratelli di San Giuseppe Cottolengo che ha avuto il privilegio di
annoverarlo tra i suoi figli migliori. Di Fratel Bordino, che ho conosciuto di persona e con il quale ho
condiviso momenti particolari,
rilevo in particolare due aspetti
che distinsero la sua vita al
Cottolengo. La vita interiore fatta
d’intimità con Gesù Eucaristia e la

Testimonianza
vita professionale alla cui base
sono sacrificio e amore al prossimo. La Messa (per diversi anni
servì quella così detta della levata, alle 5.15) e la Comunione
quotidiana erano i momenti privilegiati della sua vita spirituale,
la centrale, per così dire, che
riforniva le sue energie di bene.
Lo troviamo, appena aveva un
ritaglio di tempo, davanti al Santissimo Sacramento in profondo
raccoglimento, le mani giunte e
lo sguardo al Tabernacolo.
I primi contatti con lui, per lo
più nella sacrestia della chiesa
principale della Piccola Casa,
quelli in cui ebbi modo di conoscere più a fondo la sua personalità religiosa, risalgono al 1948.
Fratel Bordino fresco di professione religiosa, io suddiacono.
Con passo misurato – non correva mai, perché era sempre puntuale – Fratel Luigi, saliva i gradini della scaletta ed entrava in
sacrestia; si segnava adagio con
l’acqua santa, genufletteva ben
eretto e sostava in breve adorazione. Indossata la cotta, attendeva l’inizio delle funzioni,
sempre in devoto silenzio
Lo ricordo fedelissimo alla preghiera comune in chiesa, la voce
chiara e possente nel guidare le
recita del Pater e del Rosario, la
sua puntuale precisione nell’esecuzione delle sacre cerimonie.
Questi ed altri particolari, osservati per tanti anni, possono a
prima vista, sembrare comuni,
ma era il modo in cui egli li
compiva che aveva qualcosa di
speciale.
Penso che Fratel Luigi sia stato
un religioso che ha vissuto le
realtà ordinarie della sua vita
spirituale in modo straordinario.
Oltre alle note particolari che, a

mio parere, hanno costituito
l’aspetto peculiare della sua vita
religiosa ne ricordo alcune di
quelle che riguardano l’attivissima vita professionale come infermiere. Si tratta, ben inteso, di particolari meno importanti di altri in
questo settore, ma rivelano la
virtù di Fratel Luigi anche nel
campo professionale.
Alla scrupolosa cura verso gli
ammalati interni della Piccola
Casa, Fratel Luigi aggiungeva
una grande sensibilità che lo rendeva attento anche delle necessità
di quelli esterni e gli faceva trovare tempo e mezzi per alleviare le
loro sofferenze. [ … ] Quanto ha
fatto grande questo religioso cottolenghino è stato l’aver cercato
di vivere fedelmente e costantemente con Colui che aveva seguito: Gesù, corrispondendo docilmente alla grazia divina, e l’aver
lavorato nella Piccola Casa per
portare la carità di Cristo e del
santo Cottolengo agli ammalati e
a tutti i bisognosi.
Don Francesco Balzaretti

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Notizie Cottolenghine
10-20 gennaio 2015
India

Ordinazione presbiterale
di don Vincent e don Shijo

La Piccola Casa dice il suo “Deo gratias” per le recenti ordinazioni di due
nuovi sacerdoti cottolenghini, Don Vincent Xavier Lourdusamy il 10 gennaio
in Tamil Nadu e Don Shijo Solomon il 20 gennaio in Kerala
nelle rispettive parrocchie.
Deo Gratias!

Un momento del rito dell’ordinazione di Vincent

Accoglienza al paese di Vincent

Un momento del rito della S. Messa di Shijo

Momento del rito dell’ordinazione
di Vincent

Un momento del rito della S. Messa di Shijo

Foto di
gruppo dopo
l’ordinazione
di Shijo

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Imposizione
delle mani
durante il rito
dell’ordinazione
di Shijo

Notizie Cottolenghine

Padre Lino e Don Paolo

R

ingraziamo di cuore il Superiore
Generale della Piccola Casa della Divina Provvidenza per averci
visitati qui a Chaaria. Padre Lino
Piano è in Kenya e Tanzania per una
visita alle comunità cottolenghine ed
ha un’agenda molto stipata, perciò non
si ferma mai più di un giorno (o al
massimo due) nello stesso posto. A
Chaaria ha dedicato una giornata intera e qui ha trascorso anche la notte; ciò
gli ha permesso di rendersi conto di
persona di tutti i miglioramenti che
abbiamo apportato sia alla struttura
che al servizio negli ultimi due anni.
Ha visitato con ammirazione la
“nuova” sala operatoria anche all’interno, siccome non avendola ancora
vista finita. Si è complimentato per la
nuova maternità che gli è parsa bella e
funzionale. Abbiamo sentito la presenza paterna e l'affetto di don Lino, con
il quale si è discusso anche di problematiche importanti per il futuro della
nostra missione e per la sua sostenibilità. Siamo riusciti a condividere insieme pranzo e cena, perché miracolosamente risparmiati dalle emergenze in
quei due momenti comunitari. Con
Padre Lino era a Chaaria anche don
Paolo Boggio, rettore del seminario
cottolenghino di Torino: per don Paolo

è stata la prima volta in Kenya e
Tanzania, e quindi per lui tutte le missioni visitate, sono state qualcosa di
assolutamente nuovo. Ringraziamo
anche don Paolo per l’affetto e l’entusiasmo che ha dimostrato per Chaaria.
I due sacerdoti italiani sono stati
accompagnati a Chaaria dal rettore del
seminario di Nairobi don Filippo, che
ringraziamo per la disponibilità e per
l’amicizia. A Padre Lino e a Don
Paolo auguriamo un felice ritorno in
Italia...

I Fratelli di Chaaria

LA PROVVIDENZA

HA TANTE STRADE

L

a Provvidenza trova mille modi
per sostenere l’opera di chi si
affida ad essa e si mette al servizio delle persone che più hanno bisogno. A noi il compito di dimostrarci
grati dei benefici ricevuti e contemplare le sue vie per fidarci una volta di più
di Dio. I Fratelli presenti nelle due
case in India hanno recentemente toccato con mano l’aiuto concreto arrivato dalla generosità di chi, da luoghi
lontani, senza molto conoscere della
realtà delle nostre case, ha dato con
fiducia parte dei suoi averi per soste-

nere il servizio che i cottolenghini
stanno conducendo a favore delle persone che assistono. La ‘via’ usata questa volta dalla Provvidenza è l’associazione di volontari Cottolengo Mission
Hospital Chaaria che tra i suoi fini prevede di “promuovere iniziative per
raccogliere fondi da destinare alle
Missioni Cottolenghine all’estero”.
Impegnata da anni a sviluppare e coordinare il volontariato e aiutare economicamente le attività dei Fratelli a
Chaaria in Kenya, l’Associazione ha
progressivamente allargato il suo raggio di azione all’Ecuador e ultimamente anche all’India. È così che nel
bilancio di fine anno dell’Associazione sono figurate le voci di spesa
anche per le case di Palluruthy e di
Paravur in Kerala dove operano i
Fratelli cottolenghini indiani: la prima
ha visto il finanziamento per l’acquisto di letti ortopedici, di una piccola
autoclave, di medicinali, di depuratori
per l’acqua e di una lavatrice; alla
seconda è stato possibile l’imbiancatura completa dei locali, l’acquisto di
una lavatrice, una macchina per cucire
e una cyclette, il tutto a favore degli
ospiti. Ma già l’inizio dell’anno ha
visto continuare quest’aiuto che ci permette di realizzare ancora una tettoia
per la casa di Paravur e la tinteggiatura alla casa degli ospiti di Palluruthy.
Per tutto questo si eleva il ringraziamento dei Fratelli e di quanti operano
e vivono nelle nostre realtà anzitutto
alla Divina Provvidenza e a tutti quanti vi hanno contribuito. Non mancherà
il ricambio con la preghiera da parte
dei nostri “padroni”, una preghiera che
vale molto agli occhi di Dio.

I Fratelli in India

19

Racconto

Ho visto un Angelo...

Mi aiuti per favore sono impigliato nei sassi...
Coraggio, alzati e seguimi.
La sua voce è dolce e melodiosa e stranamente mi riempie di sicurezza.

H

o fatto un’escursione in alta
montagna in compagnia dei
compagni di studio. Siamo
rimasti in vetta fino a tarda ora. Il
tempo era bello, il sole di agosto
splendeva ancora anche verso
sera; tutto invitava a prolungare la
permanenza fuori casa.
All’improvviso l’imprevisto. Mi
ero attardato a raccogliere stelle
alpine, perdendo di vista gli altri.
Ma non mi ero preoccupato perché
conoscevo bene sentiero e montagna. Mentre mi sporgo verso il
vuoto per raggiungere una stella
alpina, mi scivola la terra sotto i
piedi. Istintivamente, con entrambe le mani, lasciando cadere i fiori
che tenevo, cerco un appiglio per
fermare la scivolata, ma non ne
trovo e precipito per diversi metri

20

sul bordo del burrone. Mentre sto
rotolando sui sassi sempre più
vicino al vuoto, mi metto a urlare
aiuto. Ma credo che nessuno mi
senta: i miei compagni sono già
avanti e hanno girato dalla parte
sinistra della montagna; sono
fuori portata di voce; altri non c’è
nessuno in giro. Allora mi assale
un senso di disperazione e mi
trovo perduto; in quel momento
perdo i sensi. Mi risveglio non so
quanto tempo dopo, con un acuto
dolore alla gamba destra. Pian
piano ritorno in me e mi guardo:
sanguino da qualche parte e sono
pieno di ammaccature; soprattutto
vedo la gamba destra impigliata in
mezzo ai sassi che me la stringono forte procurandomi fitte di
dolore. Provo a piegarmi in avan-

ti, con molto sforzo cerco di smuovere i sassi. Impossibile! Provo e
riprovo fin che sono sfinito ma
niente da fare; le pietre sono grosse ed io nella mia posizione non
posso fare forza. Mi fermo per
prendere fiato e mi guardo attorno:
sta diventando buio e non si sente
anima viva. Silenzio e solitudine
che mi stringono al cuore; provo
una forte angoscia e mi metto a
piangere. Mentre sono così disperato, intravedo nella semi oscurità,
una figura di persona che si avvicina. Avanza leggera in mezzo ai
sassi; sembra quasi che il suo
piede li sfiori appena. Oh! Provvidenza! Esclamo; e il cuore incomincia ad allargarsi.
“Tu, per favore, mi dai una mano?” Mi metto a gridare, per paura

Racconto
che non mi veda.. Ma quella persona viene proprio verso di me e
mi si ferma davanti. È quasi buio,
ma stranamente, la vedo bene in
faccia. È un bel giovane che mi
fissa con occhi luminosi; vestito
con abiti leggeri, non da montagna
e non sembra per nulla affaticato
dalla salita che deve aver fatto.
“Mi aiuti, per favore, sono impigliato nei sassi…”
“Coraggio, alzati e seguimi” La
sua voce è dolce melodiosa e stranamente, mi riempie di sicurezza.
“Ma non posso: i sassi mi bloccano la gamba!”
“Su, prova ancora e abbi fiducia!”
Lo guardo perplesso e incredulo.
Provo ancora una volta a muovere
la gamba… viene via subito, senza
fatica né dolore.
“Ma… ma è un miracolo! Prima
non riuscivo neanche…”
“Non parlare, affrettati che è
tardi!”
Mi alzo, ancora tutto indolenzito e
sporco, ma riesco a camminare
bene. Mi avvio subito dietro quel
giovane che sta già andando avanti in fretta. Però, lo sto guardando,
più che camminare, sembra che
sfiori appena il sentiero. Infatti
non fa alcuna fatica, neanche sui
sassi. Allora mi affretto e lo raggiungo.
“Senti: scusami, non ti ho neanche
chiesto il nome: chi sei? Come mai
sei ancora qui in alta montagna a
quest’ora?”
“Lo capirai da solo più tardi; adesso affrettiamoci perché viene notte
e ti stanno già cercando.”
La situazione appare sempre più
inverosimile! Non oso più parlare
e lo seguo in silenzio. Lui cammina veloce, ma anch’io non so
come, riesco a stargli dietro pur
non vedendo il sentiero perché è
ormai buio. In breve tempo giungiamo in fondo alla montagna,

dove il sentiero si allarga e diventa piano, inoltrandosi nella valle
lungo il torrente.
“Ora prosegui da solo; conosci il
sentiero e incontrerai presto i compagni che ti cercano. Addio!
“Aspetta… come posso ringraziarti? Fermati un mo… non c’è più!
Ma dove sei?...Sparito.”

Senti: scusami,
non ti ho
neanche chiesto
il nome: chi sei?

Mi sarebbe tanto piaciuto conoscerlo meglio; invece… Ma ora devo affrettarmi per non fare notte
fuori casa. Prendo deciso il sentiero che ora conosco bene anche se è
buio e cammino. Ma la gamba
imprigionata dalle pietre, riprende
a farmi male e sento di nuovo vari
dolori per il corpo. Devo subito rallentare il passo per non cadere.
Tuttavia, fatti pochi passi, sento
delle voci sommesse che si avvicinano. Tendo l’orecchio per sentire
meglio e mi rendo conto che sono i
compagni che vengono in cerca di
me. “Ma che cosa ti è successo?
Ad un certo punto, non ti abbiamo
più visto; ma non ci siamo preoccupati, sapendo che conosci bene
la montagna e sei più in gamba di
noi. Però adesso ci stavamo preoc-

cupando perché è ormai notte…”
“Vi ringrazio amici, ma vi racconterò tutto a casa; ora sono troppo
stanco e questa gamba mi fa molto
male; non vorrei perdere altro
tempo.”La notte è lunga e dolorosa
e piena di personaggi misteriosi. Al
mattino mi alzo sempre con i miei
mali; decido quindi di andare a
farmi vedere dal dottore. Ma prima
passo nella nostra cappellina per
ringraziare il Signore dello scampato pericolo. Prego un momento
davanti al Tabernacolo, poi vado
davanti al bel quadro dove è dipinto un Angelo custode che accompagna un bambino nell’attraversare
un ponte, (quadro che mi ha sempre
attirato per la bellezza) per ringraziare anche il mio Angelo custode.
Ma… rimango sbalordito: l’Angelo
dipinto è il ritratto perfetto di quel
giovane che ho visto nella notte!
Mi stropiccio gli occhi per guardare meglio; non ci sono dubbi: è proprio lui! Allora ho visto un
Angelo!...Ma non è possibile!
...forse è un’allucinazione… sarebbe troppo bello! No, non lo
dico a nessuno, se no mi prendono
in giro! Eppure l’ho visto; non
stavo sognando.

Don Andrea Scrimaglia

21

Testimonianza

Ecuador

S

Il vero missionario, che non smette mai di essere discepolo,
sa che Gesù cammina con lui, lavora con lui.

iamo un gruppo di volontari di
Torino, Mattia D’Eredità,
Daniele Romano e Marco Leone, appena rientrati in Italia dopo
un’esperienza di volontariato in
Ecuador. Dalla fine di novembre
alla fine del 2014 siamo stati ospiti delle suore di San Giuseppe
Benedetto Cottolengo, comunità
cottolenghina lì presente sin dal
2002. Le nostre storie come volontari non hanno percorsi paralleli;
abbiamo Mattia il più giovane che
è uno studente di venti anni e questa per lui è la prima esperienza
missionaria; Daniele ingegnere di

22

Fundacion sanitaria
del Cottolengo

trentasette anni è invece alla sua
seconda; infine Marco, assistente
sanitario già alla sua quinta esperienza si reca in Ecuador in missione per progetti di cooperazione
internazionale della Regione Piemonte.
Nella casa delle suore di
Manta nel barrio di Santa
Martha uno dei quartieri più
poveri della città, siamo arrivati alle undici di sera,
accolti dalle sorelle con un
generoso bicchiere rinfrescante di succo di frutta fresca e con il saluto scritto

nella casa a caratteri enormi:
“Bienvenidos”… L’accoglienza
fraterna apre il cuore all’incontro
con il prossimo!
Il mattino seguente subito dopo la
colazione ci siamo recati alla

Testimonianza

Fundacion sanitaria del Cottolengo, dove avremmo prestato servizio nei giorni a seguire. Questa
struttura, fondata nel 2012, è insieme un ospedale e una casa di riposo dove venivano accolti particolarmente anziani e malati terminali;
sono però presenti anche ospiti giovani che hanno subìto incidenti
stradali o portatori di malattie
gravi.
Nella fondazione ci sono circa cinquantacinque ospiti, in camere
distribuite in padiglioni differenti
secondo il loro stato di salute.
Disponibile per tutti la fisioterapia
e la terapia occupazionale praticata
nel salone “multimediale”. I dipendenti lavoratori sono in tutto 33,
distribuiti tra cuochi, medici, infermieri, fisioterapisti, addetti alle
pulizie, lavanderia, sorveglianza
ecc… Per maggiori informazioni
abbiamo creato un sito web:
https://sites.google.com/site/missioneecuador
La cosa che ci ha colpito nella
struttura è il modo di com’è trattato l’ospite e il legame che c’è tra
pazienti e personale; molto diverso
da un classico ospedale italiano,
qui sembra di essere in una grande
famiglia, sicuramente è anche per il
numero dei pazienti, ma la cura che
gli operatori hanno per i malati è
qualcosa di speciale, che viene dal
cuore.
Molte volte ci siamo trovati spiazzati; per esempio quando abbiamo
conosciuto il passato di alcuni

lavoratori della struttura che noi
avevamo sempre pensato “normali”, senza storie sconvolgenti;
intuizioni che pian piano ritrovi
anche per il modo di fare della persona. Le suore non hanno pregiudizi nei loro confronti, anzi credono nel loro riscatto.
Senza dubbio l’esperienza in missione ti mette a contatto con un
mondo completamente sconosciuto a quanti vivono nei Paesi sviluppati, ti fa toccare con mano ciò
che è strettamente necessario nella
vita di un uomo, provare la sensazione che si ha nel non possedere
nulla, non avere alcun tipo di sicurezza per il futuro, ma essere
comunque felici e positivi in tutto
quello che succede. Quest’ultima
frase l’abbiamo ritrovata spesso in
un ragazzo della fondazione di
nome Danièl: ha trentatré anni e
qualche anno fa ha avuto un grosso incidente in moto ed ora ha
grosse difficoltà nel muoversi
camminare e parlare, ma è lucido
di testa; ogni giorno gli chiedeva-

mo come stessee la sua risposta
era sempre: “meglio di ieri”.
Questo fa capire la forza delle persone e come riescano a ritrovare la
vita vera pur sotto un cumulo di
disgrazie. Nelle attività svolte ogni
giorno con malati, poveri e famiglie in difficoltà, abbiamo vissuto
e sperimentato dal vero ciò che
dice il Papa nell’Evangelii gaudium: “Il vero missionario, che
non smette mai di essere discepolo, sa che Gesù cammina con lui,
lavora con lui. Sente Gesù vivo
insieme con lui nel mezzo dell’impegno missionario. Se uno non lo
scopre presente nel cuore stesso
dell’impresa missionaria, presto
perde l’entusiasmo e smette di
essere sicuro di ciò che trasmette,
gli manca la forza e la passione. E
una persona che non è convinta,
entusiasta, sicura, innamorata, non
convince nessuno“.

Daniele, Mattia e Marco

23

Spiritualità

LE VIE

DEL SACRO
“È Pasqua, Gesù è risorto ”
D

urante la Settimana Santa, le
celebrazioni, i riti e rappresentazioni che si compiono
nel nostro Paese sono molte e
secondo il calendario iniziano la
domenica delle Palme e terminano
la domenica di Pasqua. Con molto
piacere voglio descriverne alcune
che in Sicilia, mia terra natia, si
svolgono in un susseguirsi di fastosità e tradizioni.
A Trapani dal pomeriggio di venerdì sino al mezzogiorno del sabato, si svolge una processione
con una moltitudine di fedeli di
ogni età che si riversa nelle strade
per parteciparvi. I grandi ispiratori
di questa processione, detta dei

24

“Misteri”, sono stati i Gesuiti. La
processione è composta di ben
diciotto gruppi scultorei in legno e
da due simulacri, “dell’Urna” e
“dell’Addolorata”, tutti realizzati
dagli artigiani locali in diverse
epoche e normalmente ospitati
nella chiesa barocca del Purgatorio. Le figure, ad altezza d’uomo, appoggiano su pedane e ogni
gruppo ligneo è affidato per tradizione a una categoria di lavoratori,
per esempio: il gruppo della
“Lavanda dei piedi” è affidato alla
Marina dei pescatori, il gruppo
“Gesù nell’orto dei Getsemani” è
affidato agli ortolani, mentre il
gruppo “La Crocifissione” è affi-

dato ai pittori e decoratori. I gruppi affidati sono abbelliti e ornati
anche da manufatti d’argento e
circondati di grandi cure, specialmente quelli che a vario titolo nel
tempo hanno subito dei danni;
alcuni degli ornamenti argentei,
particolarmente belli per l’eleganza delle forme, sono da considerarsi opere di grande valore artistico. Il gruppo “Gesù nell’urna”,
opera di Antonio Nolfo XVIII°
secolo e realizzato in legno pregiato, è posto in un’urna di cristallo solo per fini processionali;
bellissima poi “L’Addolorata”
realizzata dagli scultori trapanesi
nel XVII° secolo; nel corso della

Spiritualità

processione riceve numerose offerte dal popolo, invocata nel dolore o
ringraziata “per grazie ricevute”.
A Marsala il Giovedì Santo di ogni
anno, per le strade cittadine si svolge la processione dei “Misteri
viventi”, un’usanza che molto probabilmente deriva da riti che erano
celebrati nel Medioevo sui sagrati
delle chiese. Sono poi sei le rappresentazioni proposte sulla vita di
Gesù, tra queste “Gesù da Erode,

dinanzi a Pilato e con la croce”; al
termine della rappresentazione
ecco i simulacri di Gesù morto e
della Madonna Addolorata con personaggi che indossano costumi
d’epoca, mentre i figuranti del
Cristo, portano sul volto una maschera di cera per dare uniformità
alla rappresentazione.
È a Castelvetrano, cittadina in provincia di Trapani, che nel giorno di
Pasqua detta “Domenica dell’Angelo” si svolge una rappresentazione singolare. Nella piazza principale una folla festante indossa
abiti dai colori vivacissimi e calza

scarpe rigorosamente bianche e
dalla chiesa che si affaccia sulla
piazza, esce la statua dell’Addolorata con un mantello nero che
lascia trasparire solamente il viso
rigato di lacrime. Un grande tamburo apre la processione, è vigorosamente percosso diffondendo un
cupo suono funebre, seguito da
una fila di bimbe della prima
comunione in abiti bianchi e, per
tradizione, con indosso collane,
bracciali e spille d’oro; sfilano
quindi gli Incappucciati, congregazione religiosa propria dell’Addolorata. Di questi sono visibili
solo gli occhi e infine ecco che la
statua si mette in cammino e dietro essa la folla di tutti gli altri
fedeli. Lentamente la processione
si avvia alla volta della piazza,
dove attende una grande folla
silenziosa, si ode solamente il battito lugubre del tamburo. In concomitanza, dalla parte opposta della
chiesa dov’è uscita l’Addolorata,
un’altra processione si avvia
anch’essa alla volta della piazza,
mentre un Angelo sorretto da portantini si avvicina saltellando
verso la Madonna e pare Le dica
che Suo figlio Gesù è risorto, ma
Lei non gli crede e l’Angelo
mestamente ritorna alla chiesa da
dove è uscito. Questa rappresentazione è ripetuta per ben tre volte,
alla terza l’Angelo è seguito portato a spalle da Gesù Risorto; qui
Maria si rallegra e nello stesso
momento le cade il mantello di
velluto nero e Lei appare in tutta la
sua bellezza. Contemporaneamente dalla Sua corona spiccano il
volo colombe bianche che volteggiano sulla folla festante e da allora tutte le campane suonano a festa
e annunziano che: “È Pasqua,
Gesù è risorto”

Patrizia Pellegrino

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Volontariato

BRICIOLE DI CARITÀ
La porta socchiusa

Arrivai il 30 aprile del 2010. Dopo
un mese scrissi queste prime impressioni.“ Benvenuta!” Me lo diceva
l’aria profumata del giardino, con
l’armonia ordinata dei fiori e delle
verdi aiuole all’ombra degli alberi
antichi. Il benvenuto che forse mi ha
più commossa è stato quello della
cara Serafina, la quale già la seconda volta che mi vide mi aveva chiamata per nome, e io non sapevo chi
fosse. Avevo notato di lei solo il pallore, la spossatezza, ma anche la dolcezza. In seguito, nella chiesa adorna di tanti fiori bianchi capii chi era
stata. Me lo dissero il dolore, il rimpianto, le lacrime e l’amore di tutti.
Questo era dunque il Cottolengo: un
mondo dove ogni persona viene
accettata, curata e stimata per i suoi
valori umani, alla luce dell’amore di
Dio. Compresi di essere arrivata a
casa, dopo tante vicende dolorose
della mia vita. E la nostra chiesa
dove la Madonna apre le braccia in
un gesto materno dolce e composto,
mi ha fatto vivere momenti intensi di
spiritualità cristiana. Per il mio cammino verso la conquista di una vita
vissuta nella carità, questo soggiorno
è di fondamentale importanza. Spero
di essere degna dell’amicizia che il
Direttore e le Suore mi hanno manifestato e mi auguro che mi resti
ancora energia per il mio modesto e
limitato contributo alla vita di questa

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grande famiglia. Mi sono affacciata.
Ma quanta luce dietro la porta socchiusa!
Maria Luisa dal Cottolengo di Pisa 2014

Dalla Piccola Casa
di Torino
Volontaria alla Piccola Casa Cottolengo di Torino, sono arrivata l’otto marzo 1990. All’inizio ho svolto
il mio servizio nel Padiglione Santi
Innocenti presso la famiglia Santa
Eliana. Ora sono nelle infermerie di
Madre Scolastica A e B e in Maria
Carola dove aiuto le nostre suore per
l’attività di geromotricità, con tanta
gioia e partecipazione da parte loro.
Pensate, una ha 101 anni! Vengo alla
Piccola Casa entusiasta e rilassata,
lasciando a casa tutti i miei problemi
in modo da essere pienamente presente con le mie amate suore.
Rita Borgo 2014

Sono una delle tante volontarie del
Cottolengo sin dal lontano 5 ottobre
1995. Il martedì mattino svolgo la
mia attività presso le infermerie
delle suore anziane di Casa Betania,
mentre il venerdì mattino vado in
Madre Nasi A e B, Madre Nasi B e
Madre Anania per l’attività di geromotricità delle nostre suore, di cui
alcune in carrozzina. Una di loro ha
già 103 anni!

Sento che il volontariato mi arricchisce e mi stimola a dare tanto alle
persone anziane. Venire è una festa
e vedere le nostre suore partecipare
con fatica, considerando la loro età,
ma grande entusiasmo è una gioia
indescrivibile.
Enza Merola 2014

Giulio, un autentico
cottolenghino - Pisa
In un bel giorno del lontano 1958,
una suora vincenziana, riconoscibile
a quel tempo per la bianca “cornetta” (grande copricapo dalle bianche
ali svolazzanti), si presentò all’ingresso del Cottolengo pisano, con
un ragazzino di 12 anni: Giulio. Do po un breve incontro con Suor Teodora, la direttrice del tempo, la suora
vincenziana si accomiatò e Giulio
rimase, per iniziare la nuova vita di
figlio del Cottolengo.
A quel tempo parte degli ospiti era
costituita da ragazzini e Giulio non
tardò a fare comunella con loro,
sbizzarrendosi nei giochi propri di
quell’età. Nell’ampio giardino c’erano lo scivolo, una piccola giostra,
l’altalena; tutte attrezzature costruite
da Fratel Gioacchino per rendere più
lieta l’esistenza dei piccoli cottolenghini. Gli anni passavano e, abbandonati i giochi propri dell’infanzia,
Giulio non tardò a manifestare una
certa attitudine a svolgere semplici

Volontariato
attività occupazionali nel campo
dell’educazione artistica: famosi i
suoi grandi “puzzle”. Importantissimo poi il suo servizio in lavanderia per tanti anni, quale “braccio
destro” di suor Rosamaria. Imparò a
servire la Messa, accolito inappuntabile è tutt’ora sempre presente per il
servizio all’altare. Ma soprattutto
Giulio ama il Cottolengo, che ritiene
essere a buon diritto, la sua casa. Se
vede una lampadina inutilmente
accesa tempestivamente la spegne;
se secondo lui il servizio svolto da
un volontario non è ottimale, lo redarguisce… perché, giustamente,
desidera che nella sua casa tutto funzioni a dovere! Caro Giulio, gli anni
della nostra gioventù sono un ricordo sempre più lontano, i nostri capelli (i pochi rimasti) sempre più
bianchi, gli acciacchi aumentano,
molti nostri amici sono ormai in
Paradiso e ci aspettano; affidiamoci
alla loro intercessione e alla misericordia di Dio. Grazie Giulio!
Fr. Pietro - Pisa - 2014

I ragazzi del servizio civile
da Pisa
Gioia per aver
conosciuti gli ospiti
Che io sia qui a scrivere può essere
visto da due diverse prospettive: una
gioiosa, perche posso dirvi due
parole sulla mia esperienza, e una un
po’ malinconica: sono giunta infatti
al termine del mio percorso al
Cottolengo. Non nascondo che non
sia semplice descrivere appieno ciò
che ho vissuto e quanto mi ha dato.
Preferirei illustrarlo con una serie di
parole che esprimono le emozioni
provate durante questo anno: amore,
dolcezza, malinconia, pazienza, bellezza, amicizia, letizia. Gioia per
aver conosciuto gli ospiti e aver con-

diviso con loro tanti bei momenti
che difficilmente scorderò. Ringrazio tutti quelli che lo hanno reso
possibile, dai sacerdoti alle suore, a
tutto il personale (in particolare le
OSS del reparto M. Nasi) alla superpazienza di Fabiana e naturalmente
ai miei cari colleghi e compagni di
avventura. Ma un grazie va soprattutto agli ospiti, che con la semplicità e l’affetto nonostante i miei limiti, hanno contribuito a migliorarmi
giorno per giorno.
Samantha

Concludo con la
consapevolezza…
Siamo arrivati al termine del nostro
percorso qui al Cottolengo. Una conclusione in termini contrattuali, ma
non per quanto riguarda il ricordo
che conserverò per i numerosi nonni
adottati e per quel filo invisibile che
in qualche modo ci terrà legati per
sempre. Ho vissuto un’esperienza
meravigliosa che mi ha insegnato la
vita reale, quella fatta di regole e di
amore. Desidero ringraziare tutti: in
primis gli ospiti, che, in questo cammino, sono stati i migliori insegnanti
(talvolta anche severi…); i colleghi,
i quali hanno contribuito a rendere
questo tempo ricco di vitalità e gioia;
alle OSA di Santa Teresina dalle
quali sono stata sostenuta e che,
anche attraverso qualche piccolo
conflitto, mi hanno consentito di
ampliare gli orizzonti mentali sulla
relazione d’aiuto, anche su me stessa. Grazie infine ai religiosi: mi han no mostrato nel quotidiano il Verbo.
Così concludo con la consapevolezza che quanto appreso è solo l’inizio
di una lunga strada e con l’augurio ai
miei “nonni” che possano sempre
donare la pace, come hanno fatto con
me, alle persone con cui entreranno
in contatto. Con tutto il cuore,

Ho imparato
ad essere…
Circa un anno fa, alla ricerca di un
lavoro, feci domanda di servizio
civile al Cottolengo, ignaro di quali
sarebbero state le sfide che avrei
affrontato. Adesso sono giunto, assieme ai miei preziosi compagni, al
termine di questa “esperienza di
vita” e sono qui a fare i conti su ciò
che ha significato. La pubblicità con
cui si sponsorizza il servizio civile
dice: “un’esperienza che ti cambia
la vita”. È un motto che coglie nel
segno. I cambiamenti avvengono
quotidianamente durante il percorso, senza volerlo, ed è riduttivo
limitarsi soltanto ad un avvenimento. Sono fiero di aver svolto il servizio al Cottolengo: qui ho imparato
ad essere al “servizio per gli altri”
donando una delle risorse più preziose, il tempo.
Via via, ci rendiamo conto che non
siamo noi a dare, ma è più vero che
riceviamo, affetto, attenzioni che
non si possono comprare… Di certo
mi resterà impressa la citazione
della cara Osvalda, che dai primi
giorni mi ha soprannominato “il
bello” portando alla nausea il personale di Santa Teresina. Ringrazio
con tutto me stesso i miei compagni, le operatrici tutte, le suore ed i
preti, per avermi aiutato a crescere
durante questo cammino.
Carlo

Sara

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Volontariato

Ogni figlio della Piccola Casa racconta con la sua gioia di vivere
che l’Amore gratuito ricevuto dal Padre e dai fratelli può far risorgere
l’uomo da qualsiasi abisso e trasfigurarlo a tal punto da trasformare
le sue ceneri in un fuoco ardente di Amore.
A volte ci sono realtà che pur
parlando poco di sé… hanno
molto da dire con la prassi più
che con le Parole.
La Piccola Casa della Divina
Provvidenza fondata da San
Giuseppe Benedetto Cottolengo rientra tra queste realtà che

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silenziosamente nella città di
Torino gridano forti messaggi e
difendono vitali valori.
Cosa ha da dire la Piccola Casa
all’uomo di oggi? Qual è il messaggio che incarna?
Ogni figlio della Piccola Casa
racconta con la sua gioia di vive-

re che l’Amore gratuito ricevuto
dal Padre e dai fratelli può far
risorgere l’uomo da qualsiasi
abisso e trasfigurarlo a tal punto
da trasformare le sue ceneri in un
fuoco ardente di Amore.
Questa gioia di vivere e il desiderio di farsi dono per gli altri

Volontariato

contagiano coloro che approdano
alla Piccola Casa:
risvegliando quelle seti profonde
che sono proprie dell’essere
umano: amore, amicizia, solidarietà, semplicità, essenzialità;
contribuendo alla difficile rinascita spirituale e fisica dell’uomo
di oggi spesso affaticato dalle
nuove povertà e dalle tante paure
che lo sovrastano;
difendendo la dignità della vita
dal concepimento al suo termine.
Molti pensano che la Piccola

Casa sia una “cittadella della sofferenza”.
L’esperienza di vita concreta, di
tempo trascorso in questa realtà fa
ricredere, spiazza e aiuta a vivere
con più coraggio il quotidiano.
L’incontro con la sofferenza è un
momento ineludibile nella vita di
ogni persona ma ciò che limita e
spaventa a volte può diventare
prezioso terreno di crescita e
maturazione personale capace di
colorare e donare senso alla
nostra vita.

“ Ogni abitante della Piccola

Casa racconta la scoperta
del “valore nascosto della
sofferenza”, non solo a parole
ma, con il suo sorriso, la sua
voglia di vivere, il suo desiderio
di donare “ciò che si è,
più che ciò che si ha”.

Ogni abitante della Piccola Casa
racconta la scoperta del “valore
nascosto della sofferenza”, non
solo a parole ma, con il suo sorriso, la sua voglia di vivere, il suo
desiderio di donare “ciò che si è,
più che ciò che si ha”.
In un contesto pluralistico come
quello odierno la CARITÀ nel
nome di Cristo è ciò che anima e
facilita la scoperta del significato
“rivelativo della sofferenza” indipendentemente da ogni “credo”, da
ogni “storia”, da ogni “vissuto”.
A coloro che si affacciano sulla
soglia della Piccola Casa questo
viene offerto: l’esperienza della
gioia del dono, lo sperimentarsi
come Provvidenza per l’altro, il
vivere l’altro come Provvidenza e
il conoscere, incontrare, servire
Cristo nella preghiera e nel povero.

La Redazione

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PARROCCHIA

S.G.B. COTTOLENGO

NOTIZIARIO

CATECHESI PARROCCHIA S.G.B.COTTOLENGO
La nostra comunità parrocchiale dedica ogni anno una settimana di
fine settembre alle iscrizioni al catechismo dei bambini/ragazzi di
età compresa tra i 7 e i 13 anni. Per ogni anno di catechesi è allestita una stanza, dove le catechiste accolgono, singolarmente, le famiglie interessate. Durante l’incontro, oltre a comunicare i vari
appuntamenti dell’anno catechistico, si coglie l’occasione di dialogare con ognuna di esse, capire e conoscere i problemi, le difficoltà, le attese. All’inizio dell’anno catechistico tutte le famiglie iscritte, dall’anno A (primo anno) fino all’anno E (ultimo anno) vengono
presentate alla comunità durante la S. Messa domenicale delle ore
10 . Per contraddistinguere i diversi anni i ragazzi indossano fazzolettoni di diversi colori: verde, viola, giallo, azzurro e rosso. Piace ai
ragazzi questo segno di distinzione che li fa sentire parte di un gruppo. Il ritmo degli incontri è settimanale e prevede una pausa invernale di tutto il mese di gennaio, il cui recupero si effettua con l’aggiunta di tre domeniche annuali, nelle quali i bambini, dopo la S.
Messa, seguono un normale incontro di catechismo, mentre i genitori partecipano a un incontro di formazione.
ANNO A: Le famiglie che iscrivono al primo anno di catechesi i loro
bambini, vengono accolte da una catechista Questa li informa che
la comunità ha scelto, già da molti anni, di seguire le indicazioni
diocesane: coinvolgere inizialmente i genitori, quali primi educatori anche nella vita di fede dei loro figli, offrendo loro un cammino
di riscoperta che consiste in un incontro settimanale, con inizio a
novembre e termine a marzo; è possibile scegliere tra più opzioni
di giorni e orari, per facilitarne la frequenza. Ogni gruppo è accompagnato da un catechista che svolge un itinerario suddiviso in tre
tappe: IL VOLTO MISERICORDIOSO DEL PADRE/ GESU’/ IL DISCEPOLO. Nonostante le comprensibili obiezioni che la proposta suscita nei genitori, per via della mancanza di tempo e per gli impegni di
lavoro, il cammino è svolto, dalla maggior parte di essi, con assiduità e impegno. Ascoltare la Parola di Dio, condividere le esperienze
e i dubbi, sentirsi solidali nelle difficoltà crea un clima di amicizia,
che rende questa esperienza positiva. I genitori diventano così i

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primi testimoni per i loro bambini, e la scelta dell’iscrizione al catechismo
è un po’ più consapevole. La famiglia riprende un percorso di fede da protagonista, sostenuta e accompagnata dalla comunità parrocchiale.
ANNO B e ANNO C: si svolgono gli itinerari di catechesi che hanno come
momento fondamentale la celebrazione dei sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia. La prima celebrazione del sacramento della
Riconciliazione avviene in tempi distinti da quella dell’Eucarestia. I genitori che lo desiderano possono continuare a seguire incontri di formazione nello stesso orario del catechismo dei loro figli in tutti e due gli anni.
ANNO D e ANNO E: si svolgono itinerari di catechesi che hanno come
momento fondamentale la celebrazione del sacramento della Confermazione. Dopo questo tempo, i ragazzi/e possono continuare la loro
formazione accompagnati dagli animatori e dal vice parroco.
NELLA LETTERA PASTORALE DELL’ARCIVESCOVO DI TORINO, MONS.
CESARE NOSIGLIA, “L’AMORE PIU’ GRANDE” vengono indicati alcuni
orientamenti e proposte per il cammino dell’iniziazione cristiana, a cui
dobbiamo tendere, non essendo ancora attive nella nostra comunità: al
punto 14 della Lettera Pastorale…promuovere un’adeguata formazione
di èquipe di catechisti e accompagnatori delle coppie che desiderano
battezzare il proprio figlio…attivare in ogni parrocchia un percorso di
incontri, anche solo mensili ma continuati, con gli stessi bambini, dai tre
anni in su, in modo da mantenere comunque un efficace rapporto anche
con le loro famiglie… Al punto 15 della Lettera Pastorale… tempo della
fanciullezza e prima adolescenza: dopo la celebrazione dei sacramenti di
Riconciliazione e dell’Eucarestia, prevedere un anno di mistagogia in cui
vivano esperienze di riconciliazione, un’attiva partecipazione alla Messa
domenicale, iniziative di carità e di apertura alla missione della Chiesa
universale. La traditio del Padre nostro termina questo tempo. Alla celebrazione della Cresima…segue un periodo, annuale o biennale, di mistagogia, durante la quale si approfondiscono temi della Parola di Dio connessi alla vita concreta dei ragazzi e si offrono esperienze di servizio e di
missione, di animazione della liturgia (canto) della comunità in vari ambiti del suo vissuto: La traditio del Comandamento nuovo dell’amore termina questo tempo.
PER L’AMBITO DELLA CATECHESI
MADDALENA TUCCI

LETTORI DELLA PAROLA DI DIO
Era la domenica mattina dell’11 gennaio e, come di consueto, furono dati gli
avvisi riguardanti le iniziative della settimana. Seppi così che c’era la possibilità di partecipare a un corso base (quattro incontri) per i lettori “della Parola
di Dio” presso la parrocchia del Santo Volto e decisi di iscrivermi. Ecco gli
argomenti tratti e le mie impressioni. 20 gennaio: “Identità e ruolo del lettore: il lettore al servizio della Parola“. Quella sera ciò che più mi colpì e mi
fece riflettere fu la definizione “altoparlante di Dio“, cioè l’intermediario dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, affinché la sua Parola, diventata Scrittura,
ridiventi Parola oggi e faccia continuare il dialogo tra Dio e il suo popolo riunito per ascoltarlo. Il lettore ha la responsabilità di far comprendere e giungere fino al cuore la Parola, utilizzando la voce con il tono, le pause, il ritmo,
l’intonazione e l’interpretazione adatte al testo letto, per creare l’interesse e
quindi coinvolgere l’assemblea dei fedeli. 27 gennaio: “Dio parla al suo
popolo: la liturgia della Parola“. La prima domanda che ci fu rivolta dal prof.
Barberis all’inizio dell’incontro fu: “Quale parte della celebrazione, secondo
voi, è più importante?”. Molti risposero: “La liturgia eucaristica e poi la liturgia della Parola”. Egli ci corresse, dicendo che sono entrambe importanti,
perché devono essere collegate tra di loro. Secondo l’introduzione del
Messale, Cristo è realmente presente sia nella Parola sia nell’Eucaristia.
Spiegò le varie parti della liturgia della Parola, precisando il tipo di testo, chi
e quando intervenire e l’atteggiamento da assumere nei diversi momenti. Mi
stupì sentire che l’acclamazione al Vangelo non deve mai essere recitata, ma
cantata. Non mi rendevo conto che, essendo un grido di gioia, il parlare non
basta per esprimere la nostra lode a Dio. 3 febbraio: “La voce della Parola: il
lettore al lavoro I“. 10 febbraio: “La voce della Parola: il lettore al lavoro II“.
In questi ultimi due incontri dalla teoria passammo alla pratica. Ci insegnarono i gesti, il modo di porci davanti all’assemblea, i diversi toni da usare nel
leggere il testo. Gli incontri purtroppo sono finiti, ma spero che quanto
appreso mi permetta di svolgere questo compito con più consapevolezza e
responsabilità.
ANNA INSOLIA

BATTESIMI NOV/DIC 2014
BATTESIMI GENN/FEBBR .2015
ALBANO NICOLE
ALECCE SOFIA
DI STEFANO DANIELE
FIORE NICOL MARIA
MANCINO ALESSANDRO
MARRESE GAIA
RITROVATO DAVID
STRINA MATTIA
TUKU VALERIA
MARCONE FEDERICO
DEFUNTI NOV./DIC. 2014
DEFUNTI GENN/FEBBR 2015
ABRARDI CELESTINA anni 82; AQUINO ROCCO 66;
BERGONZO GIUSEPPE 80; BONAFFINI SALVATORE 76;
CAGNOTTO MARIO 76; CARATOZZOLO ROSARIA 79;
CARRAPETTA TERESA 75; CASARIN LUIGI 84;
CAVALLONE FILOMENA 71 CERVA BERT GIOVANNI 81;
D’AMATO ANTONIETTA 59; FACCIOLO CATERINA 82;
FIERAMOSCA CARMELA 65; GIROTTO SILVIO 84;
GRASSO FRANCESCO 86; GROSSO GUACCIANO
RACHELE 85; LODO FRANCESCO 83; MATTIELLI
EROS 74; MOCCIOLA ANGELA MARIA 89;
NAPOLI STEFANO 82; NIKODIMOVICH FRANCESCA 55;
PRATO LUCIANA 84; ALTOBELLO GIUSEPPE anni 70;
CARDUCCI ANTONIA GIUSEPPA 90; DALLERE IRENE 83;
DE ANGELIS MARIA FLORA 85; DI CARLO MICHELE 75;
DI GIROLAMO GIOVANNI 86; FANELLI GIUSEPPINA 86;
FENOCCHIO GEMMA 82; FURFARO ANGELA 93;
LI CALZI CALOGERO 83; MASSARIA ANNA 92;
PACELLI PASQUALE 88; POZZATI ANGELINA 82;
POZZO LUCIANO MARIO 73; RIVIEZZO PRINCIPIO 87;
ROSSI GIOVAN BATTISTA 93; TONIN LINA 80.

RICORDO DI DON ALFREDO VALLO
Don Alfredo Vallo nacque ad Avigliano (PZ) il 4 febbraio 1921 da madre lucana e padre canavesano di Villa Castelnuovo (paese natale dell’abate Gian Bernardo De Rossi, famoso orientalista, e di Costantino Nigra). Rimasto orfano di madre in tenera età, venne a Torino e lo allevò la cugina, madrina di battesimo, fervente cristiana. A cinque/sei anni imparò a servire giornalmente la S. Messa nella parrocchia di
Nostra Signora del Carmine. Un giorno ricevette cinque lire d’argento e una monetina di nichel in dono; incontrò un povero e non esitò a
donargli la moneta d’argento. Iniziò il percorso verso il sacerdozio nell’ottobre 1932 fra i “Tommasini” (nella Piccola Casa aveva due zie
suore: una era addetta alla cucina e l’altra apparteneva al Monastero Cuor di Gesù; lo accompagnarono sempre con la preghiera).
Successivamente passò nel Seminario diocesano di Torino e fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1944; celebrò la sua prima S. Messa al Cottolengo-Piccola Casa.
Sempre fedele all’insegnamento cottolenghino, il suo impegno quotidiano era la preghiera e l’amore per il prossimo, in particolare per i bimbi sofferenti, gli
ammalati e i bisognosi. Nominato Rettore del Santuario della Beata Vergine della Sanità di Savigliano (CN) nel 1951, vi rimase fino al 2011 e per vent’anni contemporaneamente fu parroco nella frazione San Salvatore. Si dedicò totalmente agi altri; nulla era “suo”, condivideva tutto. Aveva una vecchia coperta tutta
rattoppata; gliene regalarono una nuova, ma un povero gli chiese una coperta e, felice di non aver ancora buttato via quella vecchia, gli diede la nuova e tornò
a usare quella logora. Nel 2011 per gravi motivi di salute dovette ritirarsi presso la “Fraternità Sacerdotale” di Bra-Madonna dei Fiori. Diceva: “Anche da questa camera, come alla Sanità, vedo la Madonna e sono felice”. Parco nel cibo, modesto nel vestito, mite e affabile di carattere, sempre sorridente e disponibile verso gli altri, rigido con se stesso, fermo nei dogmi della fede, stimato da tutti, chiuse la sua vita terrena presso l’Ospedale Cottolengo di Torino il 21
dicembre 2014.
GIULIANA GAUDE (sorella)

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SPERANZA
O signore risorto, fa’ che ti apra
quando bussi alla mia porta.
Donami gioia vera per testimoniare
al mondo che sei morto e risorto
per sconfiggere il male.
Fa’ che ti veda e ti serva nel fratello
sofferente, malato, abbandonato,
perseguitato…
Aiutami a riconoscerti
in ogni avvenimento
della vita e donami un
cuore sensibile
alle necessità del mondo.
O Gesù risorto, riempi
il mio cuore di piccole
opere di carità, quelle
che si concretizzano
in un sorriso, in un atto di
pazienza e di accettazione,
in un dono di benevolenza e
di compassione, in un atteggiamento
di perdono cordiale, in un aiuto
materiale secondo le mie
possibilità.
Madre Teresa di Calcutta