You are on page 1of 48

Antonio Montanari

Il furore dei marinai

Crisi istituzionale della Municipalità di Rimini
per la rivolta dei «pescatori» (30.5.1799-13.1.1800)
Testo pubblicato in "Studi Romagnoli", vol. 53, 2002, ed. Cesena 2005, pp. 448-511.

1. Alle origini dell’insurrezione
Rimini, 30 maggio 1799. Nella sua Cronaca cittadina, Nicola Giangi
scrive: «Insorgenza. Oggi è stata una giornata delle più cattive» 1. Il «governo
francese» 2, iniziato il 5 febbraio 1797, giunge all’epilogo. Verso mezzogiorno,
«sono venute in Terra tutte le Barche Pescareccie, unitamente ad una Barca
Canoniera dell’Impero; tutti li marinari hanno impedito che si spari un Canone
contro la Barca Canoniera, hanno messo à sassate il Comandante Fabert
Francese, e il Comandante Sirò Cisalpino, e bastonati varj Soldati Piemontesi».
Dal porto la sommossa s’estende nel vicino centro abitato: ai pescatori
si uniscono «li birbanti di Città». Tutti assieme vanno «a dar il sacheggio à due
Boteghe di Ebrei» 3, bruciano «gli Arbori di Libertà», ed assaltano il «Palazzo
Publigo», dove rubano «tutto quello che vi era» 4, dopo aver «rotto ogni
cosa». Sintetizza Giangi: «Tutte le Boteghe, case e fenestre levate; un chiasso,
un susuro ben grande».
Più analitico, il notaio Michel Angelo Zanotti scrive nel suo Giornale 5:
quel 30 maggio è stato «giorno di terrore, e di allegrezza insieme».
Ventiquattr’ore prima, la notizia che gli austriaci hanno fatto ingresso a
Ferrara, Bologna e Ravenna, e minacciavano Forlì, ha cagionato «gran
fermento nel Popolo, che diviso in complotti dava segni di pericoloso tumulto».
1

2
3

4

5

Cfr. SC-MS. 340, Biblioteca Gambalunghiana di Rimini [BGR]. La sua Cronaca raccoglie notizie sul periodo
1782-1809. Essa fu continuata dal figlio Filippo relativamente agli anni dal 1811 al 1846 (cfr. SC-MS. 1242,
BGR). Nicola Giangi fu «Cittadino consolare»; il 14 marzo 1799 egli scrive nella Cronaca: «Questa sera ho
cessato di esser Municipale».
Cfr. A. MONTANARI, Fame e rivolte nel 1797, Documenti inediti della Municipalità di Rimini, «Studi
Romagnoli», XLIX (1998, ma 2000), p. 699.
Nel 1796, gli ebrei «dimoranti con negozio da lungo tempo in Rimini» risultano Moisé di Bono Levi, Samuel
ed Elcana Costantini, i fratelli Foligno, Samuele Mondolfo, ed Abram e Samuel Levi: temendo, al «passaggio
delle Truppe Francesi», di essere «molestati per raggion d’avere per Comando Pontefficio il solito segno nel
Capello», essi ottennero di toglierlo con il versamento alla Comunità riminese di un «dono gratuito» di
cinquecento scudi. Il «dono» fu fatto, come scrivono i Consoli di Rimini, «in luogo di darci conto del loro
peculio, e del valore de rispettivi negozj, come da noi esigevasi» (cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., note 42
e 44, p. 687).
Un inventario è fatto successivamente, cfr. in AP 617, 1799-1800, Atti della Cesarea Regia Reggenza,
Archivio storico comunale di Rimini, in Archivio di Stato di Rimini [ASR], sotto la data del 29 luglio 1799, c.
25r. (La sigla AP indica gli «Atti Pubblici» della Municipalità di Rimini. Molti di tali documenti non hanno nu merazione progressiva delle carte o delle pagine.) La Commissione per «ricevere, riconoscere, ed
inventariare tutti gli oggetti, e parte che sono state tolte tanto al pubblico Palazzo, che ad alcuni Particolari
nella ben nota emergenza», è stata istituita il 3 giugno 1799 [ibid., c. 3r], composta da Pompeo Rufo,
Alessandro Buonadrata, Nicola Manzaroli e Pietro Brunori.
Cfr. M. A. ZANOTTI , Giornale di Rimino dell’anno MDCCIC, Tomo decimo, SC-MS. 317, BGR. Zanotti scompare
nel 1830, a 74 anni.

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Si aspettavano i soldati di Vienna, per regolare i conti in sospeso con quelli di
Parigi. Il 26 marzo gli eserciti austro-russi della seconda coalizione hanno
aperto le operazioni militari sul fronte italiano. Papa Pio VI era stato già da
qualche giorno fatto prigioniero dai francesi in Toscana, dove si era rifugiato il
20 febbraio 1798. I francesi, il 27 aprile, sono stati sconfitti a Cassano d’Adda,
ed hanno sgombrato Milano: è così caduta la Repubblica Cisalpina 6. Il 22
maggio Ferrara si è arresa: in città, contro giacobini ed Ebrei si sono scatenate
violenze e vendette 7. Il 27 maggio, alla sera, sono entrate in Ravenna le
truppe tedesche.
L’occupazione napoleonica ha stremato le nostre popolazioni. Sotto la
cenere cova il fuoco della vendetta non soltanto contro i militari francesi, ma
anche verso quanti hanno parteggiato per le idee repubblicane. La scintilla
scocca sull’acqua, come ha spiegato Giangi: i marinai che approdano al porto
di Rimini, bloccano ogni reazione delle truppe francesi contro il brigantino
austriaco.
Zanotti ricostruisce la scena in tutti i dettagli: «le Barche pescareccie
rientrano frettolosamente quando il brigantino austriaco con bandiera
imperiale ridottosi in poca distanza fà fuoco sulla trinciera». I marinai
impediscono che il cannone costiero replichi verso il brigantino, dal quale si
sentono protetti. Ai marinai, prosegue Zanotti, si accodano gli «abitanti dello
stesso Porto». Armati di remi, bastoni e pietre, essi mettono in «precipitosa
fuga» la guarnigione francese. Il legno imperiale attracca mentre, tra «un
sonoro generale fischiamento» ed «una tempesta di sassi», il comandante
cisalpino fugge verso la «Porta marina» e rientra in città. Il Tenente di Marina
Carlo Martiniz, giunto con il brigantino austriaco, «si unisce co’ sollevati
marinari, ed insieme assalgono la nominata Porta marina».
Giangi riassume la situazione in una frase lapidaria: «Il Tenente Carlo
Martiniz Capo della Barca Canoniera ha in parte sedato il tumulto».
La differenza che riscontriamo tra il racconto di Giangi e quello di
Zanotti, è importante. Sulle pagine di Zanotti si basano le interpretazioni
contemporanee che vedono nell’incidente armato sul porto l’inizio di una vera e
propria «insorgenza» 8: le guardie della «Porta marina» abbandonano ogni
difesa, «atterrite dalla nata insurrezione dei marinari», e Martiniz entra
«trionfante» in città. Lo precede un parone del Borgo San Giuliano (abitato
dalla marineria riminese), Giuseppe Federici, «chiamato volgarmente ‘il
glorioso’» 9, che è accompagnato da alcuni suoi fratelli e da «una turba
6
7
8
9

Cfr. G. CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, I, Le origini del Risorgimento, 1700-1815, Milano 1956, pp.
270-271.
Cfr. V. SANI, Le rivolte antifrancesi nel Ferrarese, «Folle controrivoluzionarie» a cura di A. M. RAO, Roma
1999, p. 210.
Cfr. M. VIGLIONE, Rivolte dimenticate. Le insorgenze degli italiani dalle origini al 1815, Roma 1999, p. 191.
Sull’impostazione data da questo autore al racconto dei fatti riminesi, rimando alla nota seguente.
Forse il soprannome (come le usanze popolari dimostrano), voleva indicare il personaggio ricorrendo alla
figura retorica dell’ironia che fa intendere il contrario di quanto si dice, mediante un tono di irrisione. Ci
troveremmo così davanti non ad un personaggio eroico, ma ad un fanfarone, come il soldato plautino.
Secondo il cit. VIGLIONE, Martiniz sbarca dopo l’«insorgenza popolare, guidata da Giuseppe Federici». La
ricostruzione di questo autore non è fedele: mentre Zanotti fa rientrare i pescherecci «quando il brigantino

pag.

2

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

numerosa di gente sussurrante del Porto». Tutta questa parte della vicenda
manca nella Cronaca di Giangi, il quale prosegue ricordando soltanto: «La
notte però varj ladri particolari armati sono andati in Casa Lettimi, e in Casa
Ferrari à voler del denaro».
La differenza tra le narrazioni di Giangi e Zanotti, dipende dal diverso
atteggiamento nei confronti della vicenda, che essi assumono nelle loro
cronache. Anzitutto Giangi, al contrario di Zanotti, ne subisce le conseguenze
nella notte tra 27 e 28 giugno, con un traumatico arresto che è, come
vedremo, frutto di un’avversione particolare nei confronti suoi e della sua
famiglia. Giangi inoltre fa un semplice resoconto, mentre Zanotti ambisce a
comporre una ben più articolata e complessa pagina descrittiva, nella quale
esprimere una precisa (ma anche molto addomesticata) interpretazione degli
eventi 10. Tra i due esiste infine una diversità culturale: mentre Zanotti è uomo
di studio e di lettere, Giangi è un semplice mercante che compila le sue carte,
si direbbe, per passatempo (ed in questo caso, per testimonianza), senza
quella specifica intenzione storiografica che troviamo nel suo più illustre
collega il quale fu pure archivista comunale.
A Zanotti preme di dimostrare che la rivolta antifrancese è fatta in
nome di ideali politici e religiosi a cui doveva essere tributato il massimo
rispetto, perché rovesciavano i pericolosi princìpi di libertà propagandati dalle
truppe repubblicane e da quanti le avevano applaudite. Nelle pagine del
Giornale, dove si narrano gli sviluppi dei giorni seguenti, Zanotti accompagna
inevitabilmente all’elogio degli «Insorgenti» pure la denuncia degli eccessi
commessi in quei giorni a Rimini, che egli attribuisce non agli stessi promotori
della rivolta antifrancese, ma a quella popolazione che loro s’accompagnava,
provocando azioni che il nostro cronista definisce non condivisibili, anzi
decisamente condannabili.
Questa distinzione, in apparenza intelligente ed acuta nel contesto
letterario della pagina, non regge all’atto della verifica logica della narrazione:
il giudizio storico dev’essere rivolto ai fatti nel loro complesso, non può essere
interpretazione e giustificazione delle intenzioni (buoni i marinai, cattivi i
«villani» calati «dalla Campagna, e dai vicini monti»): soprattutto anche
perché non sappiamo sino a qual punto quelle intenzioni fossero veramente
degli «Insorgenti» oppure soltanto dell’autore del Giornale.
Uno studioso riminese dell’Ottocento, Antonio Bianchi racconta quegli
stessi fatti con una lucidità che s’accompagna ad una freschezza di ricordi se
non personali almeno famigliari: le sue parole, più che da storico, sono quasi
quelle di un testimone, essendo nato nel 1784, e vivendo, all’epoca degli
eventi esposti, a Rimini, dove attorno al 1790 il padre si era trasferito dalla

austriaco» fa fuoco, VIGLIONE anticipa l’insurrezione marinara a prima dello sbarco austriaco, per
valorizzare la figura di Federici.

10 Ho avuto già modo di accennare alla mentalità di Zanotti, scrivendo come essa «avesse un’impronta
codina, e fosse più portata a credere nelle verità delle leggi e del potere che le incarnava, piuttosto che nel
primato del divenire storico»: cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici», «Studi Romagnoli» L (1999, ma
2002), pp. .

pag.

3

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

natìa Savignano per fare educare meglio il figlio 11. Scrisse Bianchi che «i nostri
paesi scarsi di presidj tumultuavano, specialmente per essersi innoltrati gli
austriaci fin sul Ravennate, quando il 30 maggio alla vista di un reggimento
austriaco scoppiò una rivolta nella marineria, alla quale si unirono i birbanti
della città secondo il solito, rivolta già preparata e combinata» 12.
La penna di Bianchi stava per procedere oltre, come documenta il
manoscritto, edito da Luigi Vendramin 13, per precisare che la rivolta era stata
«combinata dal ...». Ma un ripensamento lo porta a cancellare quel «dal» che
avrebbe introdotto un chiarimento, il quale sarebbe stato assai utile oggi per
noi, ed a limitarsi ad un’affermazione che potrebbe apparire generica, mentre
in sostanza non lo è. Bianchi spiega che quell’insorgenza non era un’azione
spontanea ma appunto «combinata»: la sua opinione reca così un altro
significativo contributo nell’inquadramento degli eventi riminesi. Bianchi era un
cattolico alieno da simpatie o nostalgie rivoluzionarie, anzi piuttosto
conservatore. Egli si mostra fortemente critico nei confronti del potere
temporale. L’equilibrio di giudizio che appare nella sua Storia di Rimino, deve
suggerirci di considerare con attenzione la cancellatura, che forse Bianchi usa
per non apparire troppo pettegolo riguardo ad avvenimenti a lui troppo vicini.
Ritornando a Zanotti, va detto che il suo racconto, nella posizione
pregiudiziale di favore e simpatia nei confronti dei protagonisti dell’asserita
controrivoluzione, non coglie altri aspetti che appaiono evidenti e primari nella
successione degli eventi: i «marinari» non soltanto partecipano (lo vedremo
tra breve) a tutta una serie di gravi disordini contro cose e persone della città,
ma (come si spiegherà) bloccano la vita politica di Rimini sino al punto di
rendere necessario un governo provvisorio che deve ‘dialogare’ con l’invasore
austriaco, da cui riceve legittimità istituzionale, in un’ambigua fase di
transizione.
Dalla serie dei fatti realmente accaduti, potremo anzi ricavare un
giudizio opposto a quello espresso da Zanotti: ai marinai non interessava
soltanto cacciare i francesi, ma soprattutto approfittare della confusione
militare (e politica) esistente in quei momenti, per imporre con la violenza al
governo della città un mutamento sostanziale che eliminasse il tradizionale
sistema di rappresentanza basato sui due ceti di «Nobili» e «Cittadini » (i
borghesi). Questo sistema li teneva lontani dal diretto controllo della cosa
pubblica, mentre essi si dimostravano da tempo, ed in maniera
incontrovertibile, uno dei motori dell’economia locale.
Ovviamente, Zanotti non poteva accettare che tutto questo accadesse,
e non poteva condividere anche gli aspetti negativi di quell’«insorgenza»: per
tale motivo, nel proprio racconto, deve accompagnare alle scene (a lui gradite)
in cui si grida a favore della Religione e del papa, anche quelle verso cui
esprime la sua condanna, cioè quelle in cui agisce la «malcostumata plebe» ed
11 Cfr. A. MONTANARI, Antonio Bianchi scrittore, in A. BIANCHI, Storia di Rimino dalle origini al 1832, Rimini
1997, p. XV.
12 Cfr. BIANCHI, op. cit., pp. 172-173.
13 Luigi Vendramin ha curato la trascrizione del ms. pubblicato nell’ed. di cui alle due note precedenti.

pag.

4

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

irrompono i «malintenzionati che riempiono le piazze». L’«universale
sommossa» porta persino all’assalto delle carceri 14, scrive Zanotti, con la
liberazione dei «detenuti per politiche opinioni», dei «delinquenti criminosi» e
dei «forzati così detti galeotti».
Anche a Rimini come nelle altre città dell’Italia del Nord, si scatena il
«terrore bianco», così chiamato perché simile a quello francese dell’inverno
1794-95 dopo il colpo di Stato dei moderati del 9 termidoro (28 luglio 1794).
Gli austriaci hanno iniziato dovunque una dura repressione che colpisce
migliaia di patrioti. Anche loro non si comportano in maniera troppo diversa
dai nemici francesi. L’unica differenza è che le truppe di Parigi si presentavano
con un biglietto da visita in cui i princìpi di libertà, eguaglianza e fraternità
erano un proclama condiviso da molti patrioti (e ben presto tradito nella
pratica militare e di governo), mentre quelle di Vienna innalzano le insegne,
care ai reazionari, dell’aquila imperiale e dell’«amore della Santa Fede», come
leggiamo in un proclama pubblicato a Rimini l’8 giugno 15.
Dietro ad una di queste due insegne, quella religiosa, balenano forti
dubbi ed inquietanti domande, se dobbiamo stare ad un Sonetto
estemporaneo 16 intitolato Nel faustissimo arrivo delle truppe austriache nella
città di Rimino il giorno 4 luglio 1799, dove si legge, dopo il ringraziamento «al
grand’Iddio»: «Dal pio Cesare fatta è già sicura | Italia; e non andrà guari che
inulto | Non resti il fallo de l’infame Roma». Se il poeta avesse voluto accusare
come infame il «fallo» dei francesi a danno del papa (la sua prigionia), non
avrebbe accostato l’aggettivo al nome della città: egli quindi intende accusare
direttamente il governo romano di non aver difeso il papa-re dagli attacchi
repubblicani, ma ignora che l’imperatore d’Austria (ora tanto esaltato) ha
negato a Pio VI 17 quell’ospitalità poi concessagli dal granduca di Toscana. Non
poteva di certo sottoscrivere, il nostro poeta, le affermazioni dell’Encyclopédie,
laddove si legge che la corte del pontefice era composta da uomini
«preoccupati di accrescere la dignità e la potenza del papa, al fine di trovarvi
loro stessi di che accrescere la propria dignità e arricchirsi» 18; ma poteva
esservi pericolosamente vicino.
Altri interrogativi: può esistere un collegamento tra l’inizio del sonetto,
in lode della marineria 19, e questo definire «infame» Roma? Quanti, di quella
marineria, erano dello stesso parere del poeta, cioè criticavano il governo
pontificio? Quest’autore era un solitario, oppure esprimeva idee diffuse? Ed
14 Fino al 1825 le carceri di Rimini si trovano dietro al palazzo del Comune, a contatto con l’ufficio del Monte
di Pietà: in quell’anno sono trasferite nella Rocca di Sigismondo.
15 Cfr. il proclama del comandante Viezzoli al popolo di Rimini, in ZANOTTI , op. cit., pp. 190-192.

16 Cfr. in Fondo Gambetti Stampe Riminesi, BGR.
17 Pio VI scompare nella notte tra 28 e 29 agosto 1799. A Rimini la notizia della sua morte è diffusa dal
vescovo con un proclama dell’11 settembre, pubblicato il giorno seguente. Il 16 ci sono solenni esequie in
cattedrale. Tre artiglieri muoiono nella piazza della Rocca, colpiti dal cannone sparato a salve per
commemorare il defunto pontefice.
18 Cito dalla traduzione italiana dell’antologia sull’Enciclopedia, II, Milano 1966, p. 525.
19

«Queste, che sfidan già venti e procelle | Genti intente a le reti, al remo, a l’amo, | Le amiche loro
lasciando navicelle, | Fecer Fabert d’ardir ripiene gramo». (Fabert, già cit. da Giangi, era il comandante
francese nella piazza di Rimini.)

pag.

5

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

infine, quali sono queste idee: quelle favorevoli ad un potere spirituale, a
Roma, scisso da quello temporale? Oppure sottomesso a quello
dell’imperatore? Oppure infine, come vedremo, ad un governo cittadino del
tutto autonomo da ogni controllo esterno, pontificio od imperiale che fosse?
2. La società riminese del 1700
Due notizie è necessario ricordare, a questo punto, per comprendere
l’importanza del ruolo che la marineria svolgeva in città: essa formava «una
Classe di circa tre mila Persone», sui tredicimila abitanti che aveva allora
Rimini 20; nel 1796, al Legato di Romagna, in relazione al problema del
sequestro della armi, si era scritto che la marineria era «poco docile» 21.
Contemporaneamente, allo stesso Legato era stato pure comunicato che i
problemi maggiori per il mantenimento dell’ordine pubblico riguardavano i
contadini, «esposti ai derubbamenti, e crassazioni di fuorusciti, e vagabondi»,
ed i marinai, «intimoriti da funesti incontri per mare»; mentre la città era
«esente la Dio mercé da complotti, congiure, ed altre pericolose turbolenze» 22.
L’importanza, sotto il profilo statistico, della marineria, e le sue
caratteristiche che ne facevano una forte componente della vita sociale ed
economica riminese, trovano conferma nei moti di cui stiamo parlando, con i
quali si cerca di riproporre una specie di libero comune, slegato da ogni altra
autorità costituita, mentre incombeva un’altra dominazione militare straniera.
Lo spirito municipalistico non è nuovo, in quei frangenti. Studiando gli
eventi riminesi del 1796-97, ho già sottolineato come fosse allora presente
«un modo di schierarsi ideologicamente contro ogni potere, considerato come
estraneo e soltanto repressivo, in un sogno municipalistico che lo Stato
coincidesse soltanto con le mura della città» 23. Al proposito, ho riportato anche
una frase di Franco Venturi, relativa ad un «patriottismo locale» settecentesco,
consistente nel «chiudersi nel proprio mondo in difesa contro tutto e contro
tutti» 24. Nel 1799, rispetto all’apparire dei francesi prima in Italia e poi in
20 Cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., nota 23, p. 681. Nel 1739 la popolazione riminese assommava a 9.580
anime, cioè 3.500 circa in meno rispetto al 1796, come ricavo dal fasc. 9, «Stato d’Anime della Città», in AP
636 (Documenti vari), ASR. Poche, approssimative notizie sulla consistenza della marineria riminese, sono
nella terza ed. del Discorso istorico-filosofico sopra il tremuoto del 1786, pubblicato da G. VANNUCCI (le due
edd. precedenti sono anonime) a Cesena nel 1787, a spese del libraio riminese Giacomo Marsoner: vi si
parla soltanto delle barche «le maggiori, e le più forti», dette tartanoni, che erano dieci, con una ciurma di
circa quindici marinai. (Queste notizie sono segnalate in P. G. PASINI, Notizie ‘marinaresche in uno scritto sul
terremoto riminese del 1786, «Romagna arte e storia», n. 9/1983, «Studi sulla marineria», pp. 85-88.
21 Ibid., nota 38, p. 686. Cfr. AP 502, Copialettere della Municipalità, dal 1° maggio 1796 al 28 febbraio 1797,
Al Legato, 14 luglio 1796, ASR.
22 Cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., nota 41, p. 687. Cfr. AP 502, 14 luglio 1796. È un documento diretto al
Legato, diverso da quello in precedenza cit. con pari data.
23 Cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., p. 676. Interessanti osservazioni relative a Cesena, sono nel saggio di F.
FOSCHI, Utopia e realtà. I rapporti della comunità di Cesena con i papi concittadini Pio VI e Pio VII , in «Due
papi per Cesena», a cura di P. ERRANI, Bologna 1999, p 33: nel 1797 si cercò di ripescare «il mito
dell’autonomia cittadina, al culto della quale poteri civili e religiosi era necessario si sottomettessero», con
un sogno «municipalistico» destinato a svanire ben presto.
24 Venturi parla di questo aspetto, nell’esame di una situazione anteriore, per gli anni ’30-40 dello stesso
secolo XVIII.

pag.

6

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Romagna tra 1796 e ‘97, questo spirito municipalistico coinvolge non più
soltanto la classe dirigente degli aristocratici in declino e dei borghesi in
ascesa, ma pure la marineria che rappresenta un gruppo tenuto ai margini
della vita pubblica, nonostante il suo ruolo economicamente fondamentale,
come si è già detto, nella vita riminese.
Esiste una complessa e ben delineabile attività rivolta al cambiamento,
all’interno della società cittadina riminese del XVIII secolo, che si accelera
proprio nel triennio rivoluzionario: ne possiamo avere un esempio
fondamentale con lo scatenarsi di rivalità al momento della restituzione del
«sopravanzo» della contribuzione versata nel 1796 ai francesi. Di ciò ho
trattato in uno studio 25, dove ho riassunto anche i momenti principali della
«storia segreta delle pretese Nobiliari che percorrono tutto il Settecento
riminese», con le quali l’aristocrazia cerca di mantenere il proprio primato e di
fermare l’avanzata dei «Cittadini», mentre costoro espugnano (con ogni
mezzo) la roccaforte dell’aristocrazia. Per la restituzione del «sopravanzo», il
Consiglio civico inizia una vertenza con il clero che era considerato categoria
privilegiata. In tale vertenza, si parla soltanto di due categorie, «Laici» contro
«Ecclesiastici», quasi si fosse realizzata all’interno della prima classe un’inedita
union sacrée fra i ceti rivali di «Nobili» e «Cittadini ». Ma così non è: l’alleanza
è unicamente pensata per scopi tattici. Le vere intenzioni dei «Nobili» sono
altre: i proprietari terrieri aristocratici tentano di colpire gli interessi dei
borghesi, e di eliminare le situazioni parassitarie del clero, fonti di ostacoli allo
svolgimento di una vita economica che ora si tenta di modificare e regolare su
nuovi ritmi.
Fino all’estate del 1796, nulla avevano voluto mutare i «Nobili» perché
tornava loro utile il sistema dei privilegi che lo Stato della Chiesa gli aveva
concessi, per conservarne il consenso. Quando ormai le idee ‘giacobine’ 26
hanno una certa diffusione in Romagna, ci si rende conto che è possibile
mutare qualcosa di quella società. Politica ed economia si legano, dunque, in
quest’apparente alleanza che i «Laici» riminesi stringono fra loro, nel tentativo
di piegare il clero ed il governo pontificio ad un diverso comportamento,
mentre si vive tra i due fuochi dell’emergenza: da una parte ci sono i
preparativi romani di guerra e l’invasione francese, dall’altra serpeggiano
inquietudini più o meno consapevoli tra «Nobili» e «Cittadini» per motivi in
parte opposti (la concorrenza sociale) ed in parte analoghi (la volontà di
sottrarsi all’egemonia degli Ecclesiastici). Alla fine, la Municipalità sembra
averla vinta sul vescovo di Rimini; ed i «Nobili» utilizzano i borghesi, fingendo
25 Cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici», cit., p. .
26 Non spiega granché «la facile etichetta di giacobinismo, intesa quale indicazione di pura e semplice
adesione agli ideali rivoluzionari francesi. La qualifica di ‘giacobino’ procurava accuse e denunce anche a
carico di chi non voleva sposare la causa repubblicana d’Oltralpe, ma soltanto modificare dall’interno il
regime sociale ed economico imposto dalla Sede Apostolica, i cui caratteri di arretratezza risultano evidenti
dal confronto con la politica delle riforme adottata altrove» (cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici»,
cit., p. ). Sul problema dell’interpretazione del giacobinismo come corrente ideologico-politica, «i cui
confini, peraltro, non è sempre agevole tracciare con nettezza», cfr. L. GUERCI, Istruire nelle verità
repubblicane. La letteratura politica per il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Bologna 1999, p.
10.

pag.

7

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

di difendere anche gli interessi di questi ultimi, con l’evidente intento di
neutralizzarli nella loro ascesa sociale. Ma il sopraggiungere delle armate
repubblicane chiude momentaneamente la partita, con lo schierarsi di molti
aristocratici dalla parte dell’invasore.
Quando quelle armate sono cacciate (e così torniamo proprio all’inizio
del nostro discorso), gli equilibri sociali non sono più gli stessi del periodo
anteriore al «governo francese». Le gravi ed estese devastazioni delle
campagne, le prepotenze, gli abusi, le violenze continue contro le persone ed il
patrimonio privato o pubblico, hanno sconvolto il panorama umano e sociale,
aprendo il varco ad una protesta sempre più vasta ed intensa. Di questo clima
del tutto nuovo che caratterizza anche la vita di Rimini, approfitta la «poco
docile» classe dei marinai, seguìta dai «villani» dei dintorni.
3. Cronache legittimiste: le verità nascoste
A chiarire le cronache sia di Giangi sia di Zanotti, serviranno verbali ed
altri documenti inediti dell’Archivio storico comunale di Rimini, dai quali appare
la successione dei fatti, con quella certificazione che possono fornirci soltanto
gli atti ufficiali. Se da un canto questi documenti sono una semplice
registrazione dell’accaduto, per cui non ne danno le spiegazioni che noi
cerchiamo; da un altro punto di vista, essi costituiscono una buona base di
partenza per ricostruire correttamente la successione degli eventi, e
soprattutto per esaminarne gli aspetti che ci preme qui di considerare, e che
attengono all’evoluzione della realtà istituzionale della comunità riminese.
Con tutta evidenza, è chiaro che ogni atto ufficiale, per la sua stessa
natura, non è in grado di restituirci completamente i retroscena che ad esso
conducono, e che invece possono risultare dalle cronache che abbiamo già
citate. Questo circolo virtuoso tra documenti ufficiali e cronache private,
permette di svolgere il discorso storico, a patto però di condurre su quelle
cronache una specie d’esame stratigrafico, per considerarne non tanto la
veridicità (che è fuori discussione per la conferma che ne deriva dagli atti
pubblici), quanto l’impostazione che le condiziona e le dirige verso determinati
obiettivi: ogni rappresentazione presuppone un atteggiamento dell’autore che
privilegia certi aspetti o ne trascura altri. Individuato il punto di vista ideologico
da cui si pone Zanotti, è possibile interpretare il suo racconto come
espressione di una determinata ‘concezione del mondo’ che lo guida nella
ricostruzione e nella narrazione degli eventi.
Potrebbe apparire pleonastico quanto finora si è esposto: ma, nel caso
di Zanotti, si rende necessaria quest’opera d’interpretazione critica che non è
mai stata attuata suoi confronti 27. Per superficialità o convenienza ideologica
27 Ho avuto modo, recentemente, di osservare: «Mi è capitato di leggere in Gambalunghiana varie tesi di
laurea, dove si riprendono testi diventati ormai classici, quali le cronache (1773-1829) del notaio
Michel’Angelo Zanotti. Mai nessun docente universitario ha consigliato ai suoi studenti di porsi il problema
di come considerare Zanotti, di capire l’ideologia che stava dietro alle sue pagine, la posizione politica che
lo portava ad assumere certi atteggiamenti. Tutte le cronache di Zanotti sono state riversate da Carlo
Tonini nell’aggiornamento della Storia di Rimini [vol. VI, I-II, Rimini 1887-88, ed. an. Rimini 1995] scritta da
suo padre Luigi Tonini, senza sottoporle ad alcun vaglio critico. Anzi, peggiorando la scrittura originale,

pag.

8

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

(od anche, nel migliore dei casi, per semplice disinteresse), non si è esaminato
il significato del suo Giornale; ci si è limitati a riprenderlo allo scopo di
costruire una trama narrativa di sottofondo, oppure per usarlo a conferma di
tesi applicate in sede locale a determinate questioni ideologico-politiche come
il fenomeno delle «insorgenze». Vale anche per Zanotti quanto ha osservato
Anna Maria Rao in sede nazionale: a forgiare immagini negative delle
insorgenze popolari «sono soprattutto le cronache redatte da membri del clero
o delle élites locali legittimiste: fonti preziose, spesso le sole disponibili per la
ricostruzione degli eventi, ma che molto ci dicono non tanto delle attitudini
popolari quanto delle paure di borghesi e possidenti» 28.
4. Il quadro internazionale
Un altro aspetto preliminare da considerare, riguarda la capacità di
condizionamento che la rivolta dei marinai ha sul regolare corso della vita
amministrativa riminese. Gli insorti riminesi dimostrano un forte potere
contrattuale pure nei confronti delle autorità militari austriache. Essi si
permettono di disobbedire impunemente ai loro ordini ed ai progetti di
riappacificazione proposti, anzi imposti.
La «provvisoria Magistratura» che ne deriva, va aggiunto, non è
soltanto una conseguenza della crisi interna alla società riminese, bensì pure
dell’emergenza politica provocata dagli eventi militari che hanno contribuito a
rendere ancora più instabile e squilibrata la situazione cittadina.
Quando muta il contesto internazionale, anche a Rimini cambiano le
cose, a dimostrazione della sovranità limitata a cui gli Stati italiani sono stati
sottoposti dal sistema politico europeo «dell’equilibrio» 29, e dalle divisioni
territoriali della Penisola. Come ha scritto S. J Woolf, l’Italia per tutta la prima
metà del secolo XVIII è stata considerata soltanto «una pedina» nel gioco
diplomatico europeo, rimanendo «un oggetto di secondaria importanza fino ai
nuovi conflitti aperti dalla rivoluzione francese» 30.
come denunciò il prof. Luigi Dal Pane, docente dell’Università di Bologna. Tempo fa, mentre stavo
componendo una storia dell’Annona riminese nel 1700, poi pubblicata con il titolo de Il pane del povero in
Romagna arte e storia (n. 56/1999, pp. 5-26), consultai un testo di Luigi Dal Pane del 1932, dove si
dichiarano tre cose: che la controversia sull’Annona era rimasta ignota in campo scientifico; che non si
potevano svolgere altre indagini per il “preclaro disordine” dell’Archivio comunale; e che gli “scrittori di
storia riminese [...] vi accennarono da cronisti, e, come al solito, non cercarono di penetrarne l’intimo
significato”. Prosegue Dal Pane: Carlo Tonini “copiò dal Giornale dello Zanotti non senza cambiare qualche
frase e mutare la costruzione del periodo [...] per occultare» il plagio: così, «invece di chiarire le cose [...] le
imbrogliò”, per cui alla fine “certi passi che erano chiari e significativi nella prosa dello Zanotti, divennero
oscuri e senza colore in quella del Tonini”». (Cfr. A. MONTANARI, La Scienza illustrata, «Il Ponte», Rimini, 6
gennaio 2002.) Lo scritto di L. DAL PANE è Una controversia sull’Annona di Rimini nel secolo XVIII, «Rivista
internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, XL (1932), III», pp. 327-345.

28 Cfr. A. M. RAO, La questione delle insorgenze italiane, «Folle controrivoluzionarie», cit., p. 33.
29 Le guerre europee (1667-1772) ridisegnano i rapporti tra gli Stati del continente ed anche la carta geopolitica dell’Italia: basti ricordare l’acquisto austriaco della Lombardia nel 1714 (pace di Rastadt) che
condiziona, nel bene e nel male, tutta la successiva storia della Penisola. (Per ciò che riguarda la nostra
realtà locale, è importante sottolineare la politica austriaca diretta a conquistare il predominio
sull’Adriatico.)
30 Cfr. S. J. WOOLF, La storia politica e sociale, «Storia d’Italia. 3. Dal Primo Settecento all’Unità», Torino 1973,
p. 7.

pag.

9

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Il 23 ottobre 1799 la Russia ritira le proprie truppe dalla seconda
coalizione. Il 9 novembre c’è il colpo di Stato che in Francia porta, il 13
dicembre, alla nuova Costituzione dell’anno VIII, ed alla designazione dei tre
nuovi consoli (tra cui Napoleone Bonaparte). Nuovamente la Francia appare
minacciosa per le nostre sorti italiane: da questo momento esse sono «decise
come quelle della Francia, dalla volontà del Primo Console» 31.
Il 13 gennaio 1800, cessa a Rimini la Magistratura provvisoria e
riprende la normale attività amministrativa, pur in mezzo ad inevitabili
difficoltà pratiche e politiche, conseguenti agli eventi precedenti. Il primo
febbraio entra in carica il nuovo governatore nella persona di Luigi Brosi: si
tratta del vecchio governatore fuggito da Rimini il 2 febbraio 1797 assieme al
vescovo Ferretti, due giorni prima cioè che giungessero, il 4 sera, i francesi. Il
3 febbraio 1800 il nuovo Consiglio riminese è finalmente insediato. Ritorno alla
normalità, dunque, anche se per poco. La vittoria napoleonica di Marengo, il
14 giugno, avrebbe infatti aperto un nuovo capitolo, con la ricostituzione della
Repubblica Cisalpina (5 giugno 1800), poi diventata Repubblica Italiana (26
gennaio 1802), ed infine trasformatasi in Regno d’Italia sotto le insegne del
potere francese (18 marzo 1805).
A questo punto c’è da affrontare un’ultima questione: chi poteva avere
in città una mente così attenta agli sviluppi della situazione internazionale, da
essere in grado di guidare con i propri suggerimenti quella locale? Non certo
persone appartenenti al clero, alla marineria o (tanto meno) alla plebe
inferocita delle campagne, ma ovviamente quelle che erano state prescelte per
governare Rimini, e che avevano in parte già maturato esperienze politiche
precedenti nella pubblica amministrazione 32. Accanto a loro, però, ipotizzerei la
presenza di un altro personaggio riminese che ufficialmente non figura né tra i
nemici né tra gli amici della nuova Magistratura provvisoria, ma che un
documento segreto proprio del 5 novembre 1799 ci permette di identificare in
Nicola Martinelli 33.
In tale data gli Amministratori riminesi stilano un riservato
riconoscimento dell’attività di Martinelli allorquando da Milano la Commissione
generale di Polizia richiede «un’esatta informazione» sulla sua condotta dopo
l’invasione e l’occupazione da parte dei soldati di Napoleone. La risposta
sottolinea che tale condotta «lontana dall’aver ispirato cattiva opinione di se
stesso è stata piuttosto riconosciuta plausibile in rapporto all’interesse, che
indefessamente in sì terribile occasione ha adoprato per migliorare la funesta
sorte della stessa sua Patria invasa dal Nemico, come altresì per lo zelo, ed
impegno dal medesimo addimostrati per conservare il buon ordine, e la
pubblica tranquillità, essendovi in ambidue gli oggetti riuscito per quanto lo
portavano le in allora luttuose circostanze». Significa qualcosa che, alla sua
scomparsa nel 1805 a 63 anni, si meriti quest’elogio da parte del cronista
Giangi: «È morto il conte Nicola Martinelli, l’uomo più bravo in politica che ave31 Cfr. CANDELORO, op. cit., p. 282.
32 Su questo aspetto, si ritornerà successivamente.

33 Cfr. in AP 545, Lettere Segrete della Magistratura, ASR.

pag.

10

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

vamo». «Abilissimo e di fina politica», lo definisce Zanotti, classificandolo come
un personaggio «soverchiamente politico, mondano, e generalmente
malveduto» 34.
Ho presentato questo documento 35 in un’altra comunicazione preparata
per la nostra Società, sottolineando che, se la politica è l’arte del possibile,
Martinelli ne è un esemplare tanto perfetto da riuscire sempre a primeggiare,
nonostante sospetti ed accuse provocate ad arte contro di lui, a causa delle
sue polemiche affermazioni contro i comportamenti dei francesi, le quali non
gli impedirono di diventare presidente dell’Amministrazione Centrale
romagnola, e Seniore del Dipartimento del Rubicone nella Cisalpina, oltre che
candidato alla prestigiosa carica di ambasciatore presso la Corte di Vienna.
Forse, dall’appartato silenzio in cui Martinelli continuò a coltivare la sua
onestà intellettuale di cittadino sempre consapevole dei propri doveri,
indipendentemente dalle scelte politiche personali, derivò qualche
suggerimento utile al governo della cosa pubblica riminese, in momenti in cui
era difficile decifrare non soltanto il futuro ma anche (se non soprattutto) il
presente. Già in precedenza, durante il «governo francese», egli si era
dimostrato un sottile ed impavido mediatore, attirandosi l’accusa, da parte
della Giunta di Difesa della Cispadana, di essere sempre stato uno sfrontato
doppiogiochista 36.
Ho già documentato in altre pagine 37 che Martinelli fu uno studioso
attento di Economia politica 38, seguace del pensiero riformistico di Beccaria, e
sostenitore della «libera panizzazione» in anni vicini (1791) a quelli di cui ci
occupiamo ora. La sua preparazione e la sua intelligenza non dovettero
passare
inosservate,
in
quei
giorni
tormentati,
ai
responsabili
dell’amministrazione riminese, anche se nessuna cronaca attesta un ruolo da
lui giocato dietro le quinte della vita politica ufficiale.
Accanto al nome di Nicola Martinelli si potrebbe fare anche quello di
Daniele Felici Capello. In età repubblicana, egli ha ricoperto importanti
incarichi non soltanto a Rimini: è stato con lo stesso Martinelli
nell’Amministrazione Centrale di Romagna (1797), diventandone presidente. E’
stato commissario governativo nel Dipartimento del Rubicone (1798). Sarà
ministro dell’Interno nella Repubblica Italiana (1803) e ministro delle Finanze
nel Regno Italico di Napoleone 39. Durante la Reggenza è amministratore del
Dazio sulla macina del grano.
34 Cfr. nel cit. Fame e rivolte nel 1797, p. 722.
35 Cfr. A. MONTANARI, Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario. Documenti inediti (1796-98), «Studi
Romagnoli» XLVIII (1997, ma 2000), pp. 573-574.
36 Cfr. nel cit. Fame e rivolte nel 1797, p. 722.
37 Cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici», cit., pp.
38 Cfr. Il pane del povero, cit., passim.

.

39 L’attività politica pubblica di Felici Capello nel corso del 1799, è attestata da lettere della Municipalità di
Rimini a lui rivolte, di cui diremo infra. (Cfr. anche AP 617, 13 luglio 1799, c. 17v, per una sua convocazione
dal Magistrato.) Egli muore nel 1836, ad 80 anni. Di lui Giangi scrisse, come riferisce C. TONINI (nel cit.
Compendio della Storia di Rimini, II, p. 502), che «sarebbe asceso tant’alto più per le raccomandazioni del
cognato Marchese Innocenzo Belmonti, che per meriti proprii».

pag.

11

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

5. Tra «Insorgenti» e «Rivoltosi»
Il bilancio del primo giorno d’insurrezione registra anche l’assalto, con
conseguente saccheggio, al palazzo municipale ed a quello del governo da
dove era appena fuggito il comandante francese che vi aveva la propria
residenza. Tra i «Rivoltosi», scrive Zanotti, ci sono «femmine benanche»: tutti
«via seco trasportano quadri, tavolini, sedie, specchi, panni, e robe qualunque,
riempendone le proprie abitazioni». Tocca poi alle botteghe degli Ebrei: gli
«Insorgenti» le vuotano prontamente delle merci. «Minacciano in seguito il
sacco a non poche case delle più distinte prevenute di giacobinismo. La Città si
trova in una fatale anarchia, ed ognuno teme il maligno furore della Plebaglia,
per cui ogni Cittadino cerca porre in sicura e salvare le proprie sostanze: tutti
sono occupati a nascondere le più care in siti maggiormente remoti. Chi
sottoterra, e ne lettami le ripone, chi le chiude, e chi le gitta ne pozzi, e nelle
fetide sentine».
Il registro lessicale di Zanotti passa dalla definizione di «Rivoltosi»
(quando riferisce le azioni compiute contro la cosa pubblica dal «maligno
furore della Plebaglia»), a quella di «Insorgenti» quando l’ira popolare si
rivolge ai fondaci degli Ebrei. La parola «Rivoltosi» ha una connotazione che
ne fa delle figure degne di biasimo: essi sono «malintenzionati» che non
meritano nessuna comprensione. Invece per quanti vanno a rubare nelle
botteghe di cittadini di Religione ebraica, Zanotti ricorre al termine di
«Insorgenti», che non ha quella stessa connotazione negativa, sibbene un
significato del tutto e soltanto positivo nel contesto delle scena. Gli
«Insorgenti», infatti, sono gli stessi che hanno cacciato i francesi sul porto, ed
hanno gridato solennemente viva il Papa, viva la Religione, mentre
distruggevano i «vessilli della libertà», capeggiati dal «glorioso» Giuseppe
Federici. I «Rivoltosi» sono popolani e plebei non guidati da un criterio politico,
ma che obbediscono soltanto alla sete di vendetta, abbandonandosi ad ogni
danno ed offesa verso le cose pubbliche o le proprietà altrui. Gli «Insorgenti»
sono di tutt’altra pasta, per Zanotti: si presentano come gli eroi del
cambiamento, protagonisti di una restaurazione che inonda le strade di altri
slogan: morte alla Repubblica, morte ai Giacobini, viva l’Imperatore.
Mentre i «Rivoltosi» rubano ogni cosa, precisa Zanotti, «gli Insorgenti
passano più oltre», affacciandosi «a Fondaci degli Ebrei» e spezzando le porte
delle loro botteghe. Sembra quasi che gli «Insorgenti» debbano obbedire ad
una missione, compiendo un’azione legittima e necessaria, in cui non
«vagliano i pianti giudaici a trattenerli». Dopo gli Ebrei, ad essere colpiti sono i
presunti giacobini (con il già ricordato «sacco» alle loro case): sia gli uni sia gli
altri debbono apparire agli occhi di Zanotti persone da vilipendere e
disprezzare, se il nostro cronista non ha neppure un cenno di biasimo verso gli
«Insorgenti», quasi che essi possano giustificarsi soltanto gridando viva la
Religione e morte ai suoi nemici.
Questa pagina di Zanotti è esemplare per esaminare un aspetto

pag.

12

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

fondamentale nell’approccio alle fonti storiche: cioè, per comprendere come
l’uso della parola possa essere piegato ad esprimervi soltanto le proprie
convinzioni, anziché essere rivolto a descrivere compiutamente la realtà nel
suo divenire. L’aspetto lessicale appare così un elemento da considerare in una
fase propedeutica rispetto all’utilizzazione critica delle stesse fonti: se non
scopriamo i «trucchi» nell’uso delle parole, non possiamo comprendere i
significati che ne derivano, o ci sono tenuti nascosti. Il linguaggio è il filtro
attraverso cui passano i fatti: senza analizzare il primo, si accettano
acriticamente i secondi, e non ci poniamo il problema della visione personale
che il cronista assume e proietta nelle sue pagine con la scelta di un termine
piuttosto che di un altro.
L’osservazione è confortata dalla lettura di un recente saggio di Ezio
Raimondi 40, dove il tema dell’uso della parola approda ad un’enunciazione
teorica, in campo umanistico-letterario, che ben si collega con il lavoro
storiografico. Raimondi, riferendosi all’oggi, in cui si rende necessaria una
retorica che sia «interrogazione razionale sul molteplice che è l’uomo», offre
una riflessione (in sé anche filosofica) che, se rovesciamo la prospettiva e
anziché al futuro pensiamo al passato, ci suggerisce d’interpretare quanto è
scritto nelle fonti storiche come frutto di scelte ‘retoriche’ che occorre decifrare
per spiegare, prima che gli eventi, le stesse ricostruzioni di cronaca. Se, come
scrive Raimondi, «retorica ed ermeneutica sono strumenti che [...] ci danno il
principio di una risposta da cui si generano nuove domande», e se non
dobbiamo credere «alle verità come possesso e non anche come ricerca e
tensione»; allora, lo scopo di un’indagine storica dovrebbe essere pure quello
di utilizzare gli stessi strumenti (retorica ed ermeneutica) per accertare quante
«verità come possesso» che leggiamo in una fonte, possano ostacolare
(mediante interpretazioni, suggestioni, mistificazioni, travisamenti) la ricerca
della verità intesa in senso problematico, cioè quale «interrogazione razionale»
su quel «molteplice» che al pari dell’uomo è anche la Storia. La Storia
dovrebbe così tentare di cogliere non «le verità assolute bensì quelle in
conflitto», assumendo una funzione pari a quella che Raimondi attribuisce alla
retorica.
Partendo da questo presupposto possiamo constatare che, nella
visione politica del nostro cronista, la «fatale anarchia» in cui Rimini è
precipitata, è il lascito disperato della «libertà» che i francesi avevano
introdotto sulla punta delle loro armi. Quella «libertà» era essa stessa, per i
sostenitori dei governi dell’antico regime come Zanotti, un sinonimo di
anarchia, in quanto demoliva tutto il sistema con cui fino ad allora si erano
retti lo Stato e la città. Cacciati i francesi e negata la loro oltraggiosa «libertà»,
per giustificare gli avvenimenti determinatisi occorre ricorrere ad un’altra
mistificazione ideologica: gli «Insorgenti» hanno fatto cosa degna di lode
cacciando i francesi, ma dietro di loro sono arrivati a guastare la festa quei
«Rivoltosi» che tentano una nuova rivoluzione, proprio nel momento in cui la
gioia per la cacciata dei soldati bonapartisti doveva esplodere al massimo con
40 Cfr. E. RAIMONDI, La retorica d’oggi, Bologna 2002, p. 51.

pag.

13

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

un Te Deum ed un inno all’Imperatore d’Austria, oltre ai consueti sonetti frutto
di fantasie eccitate dal susseguirsi degli eventi militari.
La «fatale anarchia» ed «il maligno furore della Plebaglia» e
dell’«insana gente», nel racconto di Zanotti, non sono opera di miscredenti,
ma di donne ed uomini che inneggiano alla Chiesa ed alla Religione: perché,
dunque, succede tutto questo, che cosa li ha spinti ad agire? Come Zanotti,
molti del suo tempo (e del nostro) non vogliono ricordare che quelle
popolazioni si muovono per bisogno proprio e non per difendere gli interessi
politici del papa: è la vecchia lezione impartita con il Saggio storico da
Vincenzo Cuoco, da una cattedra politicamente opposta a quella del nostro
cronista, e con diverse intenzioni (dimostrare perché era fallita la rivoluzione
napoletana dello stesso 1799).
La terribile «fame» che invade le nostre contrade dopo l’occupazione
francese, sfocia prima nelle «rivolte» del 1797 contro le quali s’accaniscono le
truppe dell’invasore 41, e poi in questi tumulti insurrezionali del 1799. Zanotti
non inquadra i fenomeni che descrive nel contesto sociale ed economico in cui
la città ed il contado stavano vivendo da un biennio. Egli coltiva l’ideale di una
società imperturbabile ed immutabile come possiamo constatare quando,
anziché esultare (dal suo punto di vista) per quella che avrebbe dovuto
apparirgli come una giusta punizione dei giacobini, è costretto a denunciare il
comportamento dei «molti malintenzionati della plebe» che vanno a colpire le
case dei simpatizzanti della Repubblica, turbando quell’ordine che per lui era il
sommo bene.
Davanti al «furore della Plebaglia» nulla possono i militari austriaci, per
cui si fa ricorso a «probi, ed autorevoli cittadini» che intervengono allo scopo
di «por fine a tanto disordine». Tra questi ultimi, Zanotti ricorda «il canonico
Ottavio Zollio, soggetto di assai buona opinione, e ben affetto presso il
pubblico» (e futuro vescovo di Pesaro), il quale usa «dolci tratti» verso il
popolo vociante, riuscendo a convincerlo alla calma: è così possibile «con
universale sorpresa eseguirsi con tutta quiete l’ultima Processione, che
rimanea a farsi dell’Ottavario del Corpus Domini, quella cioè della Parrocchiale
di S. Colomba cattedrale la quale si aggirò soltanto d’attorno alla sua Chiesa di
S. Agostino 42, affine d’evitare il clamoroso passaggio della strada maestra».
Il tenente Martiniz 43 con un severo «proclama contro i sediziosi
41 Sull’argomento rimando al cit. Fame e rivolte nel 1797, passim.
42 La vecchia cattedrale di Santa Colomba è ridotta a caserma dai francesi nel 1798. Prende il suo posto la
chiesa di san Giovanni Evangelista (detta di sant’Agostino) della quale si parla qui. Nel 1809 la cattedrale è
trasferita nel Tempio Malatestiano, dove si trova tuttora, ad opera del vescovo Gualfardo Ridolfi. Santa
Colomba fu demolita nel 1815.
43 Martiniz (scrive Zanotti) prende alloggio nella casa di Giuseppe Pari, «ove già seguì il portentoso prodigio
del girar degli occhi dell’Immagine di Maria SS. detta poi della Misericordia trasportata nella Cattedrale».
Questo evento, accaduto il 27 luglio 1796, non è il primo registrato dalle cronache, all’indomani della prima
invasione francese della Romagna (che non tocca Rimini): il 19 luglio 1796 nel borgo San Giuliano si scopre
un’immagine della Beata Vergine Addolorata «quadretto di Venezia che dagli occhi le scaturiscono le
lagrime, e molti attestano averle vedute, trà gli altri due canonici», come narra N. GIANGI, op. cit.: alle ore
due di notte (corrispondenti alle 22 odierne), l’immagine è trasportata nella chiesa di san Giuliano. Il giorno
20 muove gli occhi la Madonna conservata nell’oratorio di san Girolamo. Il 27 luglio succede il mentovato
episodio nell’abitazione, al porto, di Giuseppe Pari, «detto Blablà»: un’altra Beata Vergine dell’Aspettazione

pag.

14

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

malintenzionati», provvede a «far cessare gli eccessi, a quali maggiormente
sarebbonsi abbandonati gli ammutinati». Gli oggetti rubati «vennero nella
stessa sera in gran parte» restituiti ai legittimi proprietari. Le cose dovettero
andare diversamente rispetto sia alle attese di Martiniz sia alla descrizione di
Zanotti, se quest’ultimo poi deve precisare che «la notte appresso riuscì assai
turbolenta», a causa di «molti malintenzionati della Plebe, che sotto pretesto
di giacobinismo molestarono, e derubarono varie Persone, che incontrarono,
ed assalirono alcune Case, che costrinsero a contribuirgli robe, e denari».
6. Giorno «funesto» e decisivo, il 31 maggio
I disordini proseguono la giornata successiva, 31 maggio, che Giangi
definisce «di gran funesta». Centocinquanta soldati piemontesi comandati dal
conte francese Fabert (che ha altri militari al sèguito), tentano di riprendere
Rimini. Sollevati e contadini, seguendo il tenente Carlo Martiniz, li mettono in
fuga «col far prigionieri sette, e morti si dice altrettanti». In serata sono
catturati altri militari, «e presi due pezi di canone». Commenta Giangi: «La
nostra popolazione è molto riscaldata».
Zanotti parla, più analiticamente, di tumulti provocati da «infiniti
villani» e da «gente d’ogni sorta» che invade la città proveniente «dalla
Campagna, e dai vicini Monti». E’ una folla di straccioni armata «di varii, e
straordinari strumenti»: falci, zappe, mazze, mannaie, nodosi bastoni,
tagliaboschi, rugginose lunghe spade, sciabole, e fucili («fosser pur quelli di
prima invenzione»).
Per Zanotti, la scena è «degna di spavento, e di riso assieme», così
come
la
giornata
precedente
(lo
abbiamo
già
letto)
aveva
contemporaneamente provocato «terrore» ed «allegrezza». Due sentimenti
contrapposti sembrano caratterizzare i pensieri del nostro cronista, e guidare
le descrizioni che ne scaturiscono. La coppia spavento/terrore rimanda alle
devastazioni che la gente misera commette anche quando la causa delle loro
continue privazioni non c’è più: quella gente manifesta il rifiuto di ogni potere
costituito, compreso quello pontificio (da cui, certamente, non ha ricevuto altro
che vessazioni 44). Se l’allegrezza è motivata dalla cacciata dei francesi, il riso
nasce dallo spettacolo che un benpensante come Zanotti è costretto ad
osservare nelle vie della città, dove passano uomini intenzionati a far la guerra
«muove, e gira gli occhj in una maniera sorprendente». Il 29, si annuncia che il Crocefisso della
Confraternita della Santa Croce «ha aperto gli occhi e la bocca». Lo stesso giorno il vescovo Ferretti
trasferisce l’immagine della Vergine dell’Aspettazione presso le monache di sant’Eufemia ed il 31 in duomo
con solenne processione, ponendole il nome di Mater Misericordiae. In duomo si organizzano varie
processioni, scrive ancora Giangi: il primo agosto tocca alle dame, il giorno dopo alle zitelle (in 160), a piedi
scalzi. Secondo quanto si legge in Atlante per il dipartimento del Rubicone, «Romagna arte e storia», n.
6/1982, pp. 26-27, a Forlì, sparsasi la voce del movimento degli occhi della Vergine in un’edicola pubblica, il
locale vescovo la fa smontare da un muratore e da un falegname, e la nasconde in curia; a Ravenna
succede un episodio analogo, ma si tratta di una falsa voce: lo ricorda il monaco Benedetto Fiandrini,
precisando che chi non crede al «preteso miracolo» è chiamato col nome di «Giacobino (che in questi
tempi significava incredulo, atteo o cosa simile)».

44 Cfr. A. MONTANARI, Una fame da morire, Carestia a Rimini 1765-1768, «Pagine di Storia & Storie», a. V, n.
11, supplemento al settimanale «Il Ponte», Rimini, 14 marzo 1999.

pag.

15

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

senza una divisa ed un’arma d’ordinanza. Il riso sembra sottintendere un
distacco dai fatti più per gusto estetico che per scelta politica (anche quei rozzi
campagnoli, in fin dei conti, tornano utili alla causa antigiacobina, come
interpretano alcuni nostri contemporanei). Il formalismo di un perfetto uomo
di legge qual è Zanotti, vuole il suo tributo, a scapito dell’intelligenza degli
eventi.
Occorre sottolineare come Zanotti ponga in secondo piano altre notizie
che sono invece fondamentali: quei villani sono divisi in squadre organizzate,
con cinquanta o cento persone che «rondano per le vie tutte della Città, e de’
Borghi», a caccia di armi che requisiscono per «quelli che n’eran privi» nelle
case dei riminesi. E’ la premessa a qualcosa d’ancor più grave e decisivo per
gli sviluppi successivi della situazione. Solamente quando gli eventi precipitano
con l’assalto a casa Zavagli, il cronista perde il suo riso, e gravemente parla
della «demenza dell’incauta, ed inferocita Plebe», senza spiegarci (o soltanto
spiegarsi) per quali motivi il popolo si comportasse così: non dice se la
mancanza di razionalità e di cautela poteva, ai suoi occhi, apparire come
elemento connaturato alla stessa plebe, come sua caratteristica costitutiva.
Zanotti non ricerca le cause che avevano portato la folla a dimostrasi
«inferocita» anche dopo la partenza dei francesi. Se in città s’instaura un clima
da guerra civile, c’era evidentemente qualcuno che aveva interesse a sobillare
il popolo, per regolare conti in sospeso con qualche personaggio che aveva
giocato un suo ruolo in epoca di governo repubblicano.
Agli armati in rivolta che chiedono armi, i domestici di casa Zavagli
prima rispondono di non averle, e poi, davanti alla replica dell’istanza,
esplodono un colpo di pistola contro la folla: «A quest’atto ingiurioso, e
offensivo si aizzano gli animi degli Armati» che entrano furenti nella casa
mettendola a soqquadro, «con evidente pericolo di esservi massacrata l’intera
Famiglia». Francesco Zavagli, dottore in legge e suo figlio Antonio sono
arrestati ed incarcerati. Per la loro liberazione interviene lo stesso vescovo
Ferretti che, sceso nella piazza della Fontana con «alcuni rispettabili
Ecclesiastici», prega il popolo «a far pausa» con un discorso esclusivamente
religioso: «Iddio fra i suoi precetti avea posto quello di non derubare l’altrui
roba, né molestare veruno», riassume Zanotti. Ferretti promette anche di
soccorrere i «bisognosi» 45 con proprie forze. A queste parole la folla risponde
con «un generale evviva». Il vescovo poi chiede al popolo di «perdonare al suo
Prossimo le offese qualunque ricevute», e di liberare i due Zavagli, «sul riflesso
di esser il Padre un povero vecchio indisposto, ed accidentato, ed il Figlio un
Giovine inesperto, e di primo bollore». (Come vedremo, i due Zavagli dovranno
subire un altro arresto, nella notte tra 27 e 28 giugno.)
In Giangi l’episodio è sbrigato con la solita sintesi: Ferretti, egli scrive,
«ha fatto un fervorino al Popolo», facendo liberare gli arrestati. Soltanto
Zanotti racconta come sia stata laboriosa la soluzione della vicenda: «la massa
popolare ammutiva, non dava segni di annuire alla brama del Prelato, tant’era
45 La parola «bisognosi», che potrebbe far balenare un discorso sulle cause sociali nella rivolta, non è di
mano del cronista, ma di bocca del prelato.

pag.

16

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

indispettita contro quella malveduta Famiglia». Ferretti è costretto a replicare
«le più fervide sue preghiere» per poter ascoltare «alcune grida di grazia
proseguite da molti astanti»: così padre e figlio poterono essere «restituiti alla
loro Casa». A questo punto, il vescovo lascia il terreno umanitario e religioso,
inoltrandosi in quello politico: al popolo spiega che la città sconvolta si trova
nella necessità di «eleggere una nuova, e saggia magistratura pel regime della
Commune».
Su questa seconda fase dell’intervento di Ferretti, i cronisti Zanotti e
Giangi hanno la stessa rapidità. Giangi scrive che il vescovo «ha creato
unitamente al popolo un Magistrato, ed il Comandante Civico». Zanotti:
«Furono accennati dal Popolo diversi individui a lui ben affetti, e con universale
approvazione» furono fatte le nomine.
Precisa Zanotti che i prescelti sono Marco Bonzetti, il conte Giulio
Cesare Battaglini, Luca Soardi, il conte Carlo Zollio e Girolamo Soleri, con
«aggiunti» il cav. Ercole Diotallevi Bonadrata e Girolamo Graziani, «tutti del
ceto nobile della Città». Nei verbali della Reggenza [AP 617], leggiamo: «[...]
il Popolo richiese a Monsignor Vescovo, che gli avesse nominato de’ soggetti
per una nuova Magistratura provvisoria, al che avendo Egli risposto, che il
Popolo li avesse nominati da se, questi acclamò» Bonzetti, Zollio, Soardi,
Bonadrata, Battaglini e Soleri 46. Manca qui il nome di Graziani, ricordato da
Zanotti, mentre Giangi invece omette il nome sia di Soardi sia di Graziani,
parlando soltanto di cinque soggetti prescelti. Dai verbali della Reggenza
ricaviamo che il 16 giugno [AP 617, c 7v.], Carlo Zollio è dispensato: la sua
richiesta di «essere alegerito da un tal peso troppo superiore» alle sue forze, è
stata approvata da Viezzoli 47: lo sostituisce Ippolito Tonti. Il 2 luglio [ibid., cc.
13r/v], si dimettono anche Bonadrata e Bonzetti: per l’occasione si decide di
ripristinare il numero di otto componenti (sei «Nobili» e due «Cittadini») nella
Magistratura, come sotto il governo pontificio: i nuovi eletti sono Federico
Fregoso Carradori, Pasio Antonio Valloni, Nicola Manzaroli e Giovanni Pallotta
(questi due sono i «Cittadini»). A questo punto la Reggenza è composta da
Battaglini, Fregoso Carradori, Soardi, Soleri, Tonti, Valloni («Nobili»),
Manzaroli e Pallotta («Cittadini»). Il 3 luglio [ibid., c 8r], Ippolito Tonti è
nominato Capo della stessa Magistratura e Capo Console.
Come ho già osservato, alcuni degli eletti avevano maturato esperienze
politiche precedenti nella pubblica amministrazione riminese. Da un tabella
compilata da Patrizia Antonioli nella sua interessante tesi di laurea 48, è
possibile ricavare un’utile statistica: nel periodo del «governo francese» e nei
due anni precedenti tra gli «eletti» riminesi incontriamo Bonzetti, Soardi, Soleri
46 Questo verbale reca la data del primo giugno 1799. In una lettera che i nuovi amministratori di Rimini
inviano alla Cesarea Regia Reggenza di Ravenna il 24 luglio 1799, si legge: «dal Popolo fummo acclamati
alla Provvisoria Magistratura». Cfr. «Prospetto, delle miserie di questa città» in AP 504, Copialettere della
Municipalità, dal 1.6.1799 al 19.9.1799, ASR.
47 Cfr. la sua lettera del 15 giugno 1799 in B 22, Sec. XVIII, Corrispondenza del R. I. Commissario e R. I.
Reggenza 1799-1800, ASR. Viezzoli controfirma tutte le lettere in partenza dalla Municipalità riminese.
48 Cfr. P. ANTONIOLI, Il triennio rivoluzionario in Romagna: Rimini dal 1796 al 1799, ASR e BGR. Qui si possono
trovare, passim, ampie note biografiche dei principali personaggi protagonisti delle vicende del 1799, con
relativi rimandi bibliografici.

pag.

17

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

e Zollio. (Sono invece al debutto Battaglini e Bonadrata.) Il più esperto è senza
dubbio Bonzetti: ha fra tutti la più alta presenza nelle cariche pubbliche,
quindici mesi su venticinque tra 1795 e 1797, ed un bimestre anche sotto il
«governo francese» nel 1797. (Bonzetti era un «buon cattolico, schietto, ed
amato da tutti», secondo quanto scrive Zanotti in altra parte del suo Giornale
49
.) Soardi ha sei presenze nel biennio pre-rivoluzionario ed una in epoca
francese. Zollio, una presenza prima ed una dopo l’arrivo delle truppe
napoleoniche.
E’ interessante riprodurre, da questo verbale della «Reggenza», la
cronaca dell’antefatto: «Dopo lo sbarco seguito nel giorno 30 Maggio decorso
della Marina Austriaca in questo Porto, e la fuga delli Comandanti la Piazza, e
della Guarnigione», il popolo «in armi, e tumultuante» aveva «atterrate le
insegne dell’antico Governo, e posto a sacco la Casa della Municipalità ed altri
luoghi».
Come si vede, non c’è nessun accenno all’insorgenza del porto contro i
francesi: è un silenzio che può essere interpretato non come un’omissione ma
come un giudizio di merito sull’episodio, considerato tanto insignificante e
secondario (ai fini politici) da poterlo trascurare nella descrizione degli eventi.
Se l’assalto degli uomini di Giuseppe Federici avesse avuto, nella successione
cronologica, quel posto di primaria importanza che oggi da parte di taluno si
pretende abbia avuto, esso non sarebbe stato dimenticato, e forse al
protagonista sarebbe spettato anche un pubblico riconoscimento. E’ anche
vero che a consigliare un silenzio su Federici ed i suoi insorgenti poteva essere
il rispetto dovuto ai nuovi conquistatori austriaci, dai quali si attendeva
un’espressione d’autorità per poter controllare la vita cittadina; così come
poteva apparire contraddittorio esaltare un personaggio che aveva dato avvio
ad una protesta che s’era aggravata a tal punto da mettere in pericolo
l’ordinato svolgimento della situazione pubblica. Alla base di tutto il problema
c’è il solito dubbio: il popolo «in armi, e tumultuante» che aveva «atterrate le
insegne dell’antico Governo», andava considerato benemerito anche dopo che
aveva compiuto i gesti di vandalismo, con il porre «a sacco la Casa della
Municipalità ed altri luoghi»?
Per riportare la tranquillità, prosegue il verbale della «Reggenza», fu
«pregato da persone zelanti della pubblica quiete Monsignor Vescovo di
portarsi a parlare pubblicamente»: «Andò egli nel dopo pranzo sulla pubblica
piazza detta della Fontana accompagnato da varj Sacerdoti», raccomandando
fra le altre cose «la subordinazione» alle autorità. Erano presenti «un Uffiziale
di Marina Austriaca» (che, tramite Zanotti identifichiamo nell’«ajutante
Martiniz»), ed il «Comandante della Guardia Urbana» (che sappiamo essere
Giovanni Battista Agolanti).
49 Ne ho riferito in Fame e rivolte nel 1797, cit., p. 696. Il giudizio di Zanotti su Bonzetti è ripreso da C. TONINI,
nel suo Compendio della Storia di Rimini, II, 1896, p. 224. Tonini lo collega a quello su Martinelli, impegnato
con Bonzetti in una missione diplomatica del 1796, all’apparire dei francesi in Romagna: «due veri
contrapposti, dice il cronista: poiché il primo era tutto filosofo e tutto francese, il secondo tutto cattolico e
tutto papa». Forse questa precedente attività in comune di Bonzetti e Martinelli, può tornare utile ai fini del
discorso che ho fatto più sopra, circa un possibile ruolo di consigliere svolto da Martinelli a Rimini anche in
questi confusi momenti.

pag.

18

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

A proposito della nomina della «nuova Magistratura provvisoria»,
leggiamo nel verbale, il vescovo dice «che alcuno forse degli acclamati non
avrebbe accettato». Di rimando, «il Popolo fece sentire, che avrebbero dovuto
accettare per forza». I nominati sono immediatamente convocati a palazzo
Gambalunga, «scelto dalla passata Municipalità per sua residenza» 50. Essi,
«attese le sopranotate circostanze s’indussero [...] a prestarsi alla brama del
Popolo con assumere la Magistratura sebbene in tempi così difficili, affine di
evitare mali maggiori».
Ritorniamo alla cronaca di Zanotti, relativa al 31 maggio. Il vescovo,
«ottenute queste ordinazioni», torna alla sua residenza quando «giunge la
nuova infausta» che abbiamo già letto in Giangi: l’attacco di Fabert che ad un
miglio dal Borgo di San Giuliano, cioè alle Celle, minaccia «di voler rientrare in
Città». Allo spavento ed al «clamoroso schiamazzo» della gente, fa seguito
una spedizione guidata da Martiniz, con «i bravi marinari» e molti altri
«valorosi Cittadini». Fabert è costretto a cannonate a ripiegare «verso il vicino
villaggio di S. Giustina sulla Strada Romana». Qui Martiniz attacca Fabert il
quale non può far altro che fuggire «a traverso del Fiume, e della Collina». Le
truppe riminesi «col valoroso loro Condottiero Austriaco Martiniz», rientrano
alle ore otto del mattino del primo giugno in città, accolte da evviva e grida
gioiose della popolazione: «tutti renderono grazie al Dio degli Eserciti, ed alla
Imperatrice de’ Cieli Maria, che con un prodigio il più sorprendente assisterono
la giusta causa de’ fedeli, e tolsero ogni forza, e consiglio ai formidabili
oppressori dell’Umanità, e della Cattolica Religione».
7. Il controllo militare austriaco
Il primo giugno il maggiore De Potts, comandante della Marina
imperiale, «confermò provvisoriamente la scelta del Popolo, incaricando il
Magistrato dell’Economico, e di tutt’altro, che era di sua ispezione sotto il
Governo Pontificio, e raccomandando particolarmente di procurare la quiete,
ed il buon ordine» 51. Così riporta il già ricordato verbale della «Reggenza» del
primo giugno 52, che reca anche un’altra notizia significativa: i nuovi eletti
fanno presente «la totale mancanza de’ mezzi necessari» 53 per affrontare la

50

Il verbale non dice che il cambio di residenza si era reso necessario dopo il saccheggio del giorno
precedente. Giangi scrive semplicemente: «La residenza del Magistrato è in Casa Gambalunga». Zanotti
invece precisa: i nuovi eletti «provvisoriamente posero la loro residenza nel palazzo Gambalunga finche
fosse ricomposta l’antica primiera residenza del palazzo magistrale il giorno avanti manomesso, lo che non
si effettuò poi, che ai 12 Ottobre avvenire del corrente anno». Quest’ultimo particolare forse indica
qualcosa sull’entità dei danni arrecati alla residenza municipale dagli insorti.

51 Lo stesso primo giugno 1799 [AP 504], al comandante austriaco, i Magistrati scrivono: «L’arrivo di vostra
Eccellenza in questa Città ci ricolma di giubilo, e ci anima a sostenere la Magistratura provvisoriamente
conferitaci dal Popolo».
52 Cfr. il cit. «Prospetto, delle miserie di questa città», AP 504: qui si dice che De Potts «si degnò confermarci
nell’Ufficio».
53 Sulla lunga crisi economica della città, in fasi anteriori, anche prima dell’arrivo dei francesi, cfr. il cit. Fame
e rivolte nel 1797, passim.

pag.

19

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

situazione: mancava il denaro 54, mancava il grano 55, non c’erano «altri generi
necessari», e soprattutto difettava «una forza sufficiente» (a mantenere
l’ordine). Inoltre si denuncia «la perdita della maggior parte delle scritture e
de’ Libri Pubblici», bruciati o derubati nel saccheggio. Gli stessi eletti
aggiungono che sì accettavano l’incarico «per zelo, ed amor della Patria», ma
che non potevano assumere nessuna responsabilità «stante la suddetta
mancanza».
A questo punto, il maggiore De Potts incarica il tenente Giacomo
Viezzoli di accordarsi con la nuova Magistratura riminese allo scopo di
«concertare, e prendere i mezzi opportuni all’occorrenza», dando ad essa «le
analoghe facoltà». Il verbale è firmato da Giacomo Viezzoli «per ordine del
«Mayor Comandante Potts» 56, e controfirmato da Girolamo Soleri e Carlo
Zollio. Finito il «governo austriaco», s’intravede così l’ombra protettrice di
quello «austriaco». (Viezzoli ha appena assunto l’incarico di «Comandante di
questa Piazza», leggiamo in Zanotti. Negli atti della Reggenza egli è definito
«Uffiziale d’Ispezione» [AP 617, il 16 giugno 1799, c. 7v].)
La nuova Magistratura, nella stessa mattinata, pubblica un proclama
«di ringraziamento al Popolo», ed istituisce una Guardia Civica alle dipendenze
di Giovanni Battista Agolanti, composta da quattrocento persone 57. Nel
contempo, il vescovo riapre il suo Tribunale, e gli uffici dei Vicariati foranei,
invitando tutti alla quiete. Parole al vento. Prosegue Zanotti: «ma con tutte
queste affabili esortazioni gli armati, specialmente della marineria, che in copia
ricoprivano la Città, e ne dirigevano le operazioni a loro talento, non
desistevano dall’inveire contro diverse Persone, e Famiglie che si erano
dimostrate ligie al passato Governo».
Si ripetono danni alle abitazioni ed arresti di «molti Individui anche
ecclesiastici, e nobili». Qualcuno riesce a fuggire. Chi è catturato, è imbarcato
e trasferito «ad altro Paese». Tra gli arrestati c’è anche il bargello Antonio
Maria Palladini, spedito assieme ad altri in barca a Cervia: nonostante la sua
«abilità, ed attenzione», Palladini non ha incontrato «il gradimento del Popolo»
54 Il 16 agosto 1799 [B 22], la Municipalità riminese progetta di chiedere «ai Benestanti di sovvenire la Patria
con delle somme volontarie», al frutto del cinque per cento. Il 24 agosto si decide la vendita delle posate
del Pubblico [AP 617, c. 30v.].
55 Sul problema dell’approvvigionamento del grano, in AP 617 si trovano alcuni documenti relativi a tutto il
periodo della Reggenza provvisoria. Il primo è del 12 giugno 1799 [c. 5r]. Come si constata in ibid., cc 9-10,
è deliberata una generale diminuzione dei prezzi dei generi alimentari. A settembre, si chiede alle autorità
austriache di permettere l’acquisto di grano a Trieste, cosa che allora non era possibile, e poi in Ungheria:
cfr. AP 505, Copialettere della Municipalità, dal 19.9.1799 al 3.2.1800, ASR, passim, mese di novembre
(lettere dirette al commissario provinciale Giuseppe Pellegrini); e B 22, lettera di Pellegrini del 25
novembre 1799.

56 Il comandante Potts ordina che, con il ripristino del sistema pontificio, si riuniscano all’amministrazione di
Rimini «tutte le Comuni del Contado, e le Ville del Barigellato, compresi quelle di Bellaria, ed il Borgo di
Cattolica, che n’erano stati smembrati per la legge del 21 vendemmiale anno 7; e tornarono i Luoghi di
Verucchio, S. Ermete, e S. Martino de Molini, che erano stati uniti al loro primiero Corpo» (lettera alla
Reggenza di Cesena, 22 ottobre 1799, AP 505).
57 «La tassa di famiglia pel mantenimento della Guardia Urbana cade sopra i Possidenti, Mercanti, e Capi
d’arte che hanno capitali in questa Città, e suo Territorio. Siccome questi vengono ad essere diffesi dalla
Forza, così Essi soli debbono portarne il peso». La tassa è di 40 baj mensili. Lettera del 18 agosto 1799 al
comandante della Guardia Urbana. Sull’attivazione della tassa, cfr. la delibera del 10 agosto 1799 in AP
617 (c. 27v), dove si cita il relativo editto del 4 agosto

pag.

20

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

, finendo nella lista di proscrizione dei rivoltosi. (Di lui, dovremo riparlare.)
Ancora «disordine» e «spavento», dunque: «e tutto questo giorno colla
notte susseguente non fù che un tempo di tumulto, e di confusione in continuo
timore di funestissime vicende», prosegue Zanotti. Si cancellano i segni del
passato regime, come i primi articoli della Costituzione repubblicana che erano
stati «incisi in marmo sopra le arcate del palazzo municipale», mentre il
popolo vomita «le esecrazioni più orribili» contro i francesi. Sulla scorta di
Zanotti che parla dei «bravi marinari» come protagonisti dei nuovi disordini,
Carlo Tonini ipotizza che a guidarli sia ancora «quel Federici, soprannominato il
Glorioso» 59. Il fatto strano è che Zanotti non scriva nulla al proposito: forse è
ancora angustiato dalla constatazione che l’eroe Federici commetta continue
illegalità.
Il 2 giugno Viezzoli, per «rimettere il buon ordine, e far cessare lo
spirito di violenza», scrive Zanotti, provvede a pubblicare un editto in cui si
legge che se «plausibile è lo zelo, e l’attività del Popolo per la difesa della sua
Patria», appare intollerabile «l’abuso, e lo sregolamento con cui si conduce ad
un sì bel fine». Si arruola anche la Guardia urbana, con «beneficio seralmente
di mezzo boccale di vino, di una pagnotta, e di oncie otto di carne» per
ciascuno dei quattrocento uomini che potranno farne parte. Soltanto a loro è
permesso di prender le armi, che sono dichiarate proibite per tutti gli altri,
mentre si minaccia la fucilazione ai chi farà suonare arbitrariamente la
campana a martello.
Neppure l’editto di Viezzoli produce l’effetto desiderato: il 3 giugno
pomeriggio, cioè appena entra in funzione la Guardia urbana, gli «armati
marinari» arrestano Barbara Belmonti, esponente di una delle più note
famiglie riminesi, e figlia di Gian Maria che più tardi subirà la stessa sorte, in
maniera ancor più drammatica 60. Barbara Belmonti è sospettata di aver
nascosto il comandante cisalpino generale Chirau. La catturano nella sua villa a
San Lorenzo in Correggiano e la trasferiscono a Rimini fra «le grida
vituperevoli del Popolo»: soltanto dopo l’interrogatorio, «e non senza gravi
impegni» Barbara Belmonti ottiene di essere restituita alla propria abitazione.
Zanotti ritiene che tutto ciò sia provocato non dalle azioni dei «bravi»
rivoltosi, ma dalla mancanza delle «promesse truppe tedesche», senza le quali
la città «si trovava fra la confusione, ed il tumulto materialismo degli armati
marinari in uno stato pericoloso, ed infelice di continua combustione, e di
anarchia».
Nessuna colpa hanno i nobili, secondo Zanotti: da bravi
«antirepubblicani», essi si dimostrano «intrepidi, coraggiosi, arditi». Li muove
amor di patria, attaccamento alla Religione ed un «giusto irritamento in essi
eccitato da’ danni enormi, e dagli insulti nazionali loro riferiti dai Protettori, e
Fautori del Repubblicanesimo». Quindi, l’«insorta Plebe», che giornalmente
58

58 Cfr. in AP 504, lettera al Giusdicente del 6 agosto 1799.
59 Cfr. nel cit. Compendio della Storia di Rimini, II, p. 266,
60

Cfr. R. COPIOLI, Ildegarda oltre il tempo, Rimini 1998, p. 64, nota 23. Sulla genealogia della famiglia
Belmonti, cfr. M. A. ZANOTTI , Genealogie di famiglie riminesi, SC-MS. 187-188, c. 134 (ora c. 144), BGR.

pag.

21

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

provoca «grandissimi sconcerti», agisce per legittima difesa contro i francesi,
anche se ormai essi sono partiti, ed il loro sostenitori, purtroppo ancora
presenti (ma non si sa in qual numero, e con quali forze).
In un documento della Reggenza leggiamo: dal 3 giugno è attiva in
città una «Forza armata», composta «specialmente di marinari rivoluzionati»,
circa cinquecento persone in tutto (è la Guardia urbana istituita il 2 giugno) 61.
I marinai mantengono un ruolo centrale nella vita cittadina, ora legittimato
dall’autorità. Quel documento conferma quanto si legge in Giangi sotto la data
del 3 giugno: «Seguitano li Pescatori a far la guardia. In questa sera sono
venuti in casa mia due Canonieri all’ore 22 circa con scusa di cercar le armi,
ma poi volevano condur il Padrone in aresto, in vece mia andò mio Fratello, ma
fu rimandato a casa apena escito, avendole prima chiesto del denaro. La paura
fu grande di tutta la famiglia. [Il testo che segue è nell’originale in un corpo
più grande rispetto a tutto il resto, n.d.r.] Lascio io Nicola Giangi in perpetua
memoria à miei Posteri che li Pescatori si sono dichiarati miei Nemici, e che a
tutto costo mi volevano, o mi vogliono in aresto. L’inimicizia nasce per quanto
si dice, che quando ero Municipale, e che vi fù la racluta [recluta, n.d.r.] fui io
quello che fece metere li Pescatori nella racluta». Il 5 giugno leggiamo ancora
in Giangi: «In questa sera ho preso due vuomini miei Muratori à far la guardia
in mia Casa di notte». Lo stesso giorno è arrestato Vincenzo Sensoli. Ed il 7
giugno: «Seguita à far la Guardia li nostri Pescatori. La sera si seguita a tener
li lumi accesi». L’anarchia sembra dominare se l’8 giugno Giangi annota: «Non
si pagano dazj, e nemeno bolette del Macinato». Lo stesso giorno, il «fù Padre
Arcangelo Chiodi Pavolotto ha predicato in Piazza, che siano ubidienti al
Magistrato, colle Leggi: si fece molto ridicolo».

8. Il «Cesareo Regio Magistrato Provvisorio»
L’8 giugno, Viezzoli indirizza due proclami al popolo riminese ed uno
alla marineria. Ai fini del nostro discorso, va sottolineata la premessa del primo
in cui si dichiara che, in attesa dell’arrivo delle truppe austriache, il Magistrato
della città eletto il 31 maggio era autorizzato ad assumere il pomposo titolo di
«Cesareo Regio Magistrato Provvisorio». Formalmente si inaugura il governo
austriaco di Rimini, che in sostanza esiste già dal primo giugno, quando lo
stesso Viezzoli è giunto in città, come dimostra la sua firma sul verbale di
nomina dei nuovi reggitori della città. A costoro Viezzoli ora concede i pieni
poteri per «seguire le intenzioni dell’Augusto nostro Sovrano», rivolte a
costituire un ibrido politico: infatti si ordina di ripristinare «provvisoriamente»
il sistema «che vigeva sotto il governo pontificio» 62.
61 Cfr. lettera al commissario Pellegrini, 10 dicembre 1799, AP 505.
62 Il 27 giugno 1799 [AP 617, cc. 10v/11r] la Reggenza delibera la costituzione, a partire da luglio, di Uffici
civili provvisori col sistema che si praticava sotto il governo pontificio. Podestà è nominato l’avv. Lelio
Pasolini. Al cronista Zanotti, s’affida l’incarico di «Notaro del Sig. Vicario delle Gabelle, Dogana e Macinato».

pag.

22

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Il ritorno allo status quo ante, è un fatto illogico sotto il profilo politico
ed istituzionale: il sistema pontificio richiedeva collegamenti con il Legato e con
Roma; ora che tali collegamenti non esistono più, la realtà locale è privata di
quella capacità amministrativa che le derivava dal potere superiore e che ne
legittimava l’azione. Il provvedimento austriaco ripristina soltanto una
parvenza del sistema pontificio, intervenendo semplicemente sugli elementi
cittadini: ma nello stesso tempo, per evitare che essi assumano i contorni e le
caratteristiche di un comportamento anarchico, s’imprime il sigillo del
«Cesareo Regio Magistrato Provvisorio», cioè della dipendenza dal potere della
forza militare occupante.
Il secondo proclama dell’8 giugno è diretto al popolo: il nucleo centrale
riguarda i poteri del «Cesareo Regio Magistrato Provvisorio», i cui
rappresentati sono definiti «custodi gelosi dei veri diritti delle Genti». La
premessa cerca di adulare i riminesi: essi, sotto il «governo francese», hanno
dimostrato una «religiosa condotta», scegliendo «un giovevole silenzio» che ha
evitato sia le discordie civili sia le sanguinose fazioni. Ora che Dio «ha
benedetto infine le armi» austriache, sul Reno ed in Italia, ecco che anche a
Rimini è «dissipato finalmente il capriccio, e il dispotismo degl’iniqui». Ora
bisogna allontanare inimicizie, ingiustizie e minacce contro il prossimo,
lasciando a Dio ed all’Imperatore di Germani «la cura di punire i ribelli, i
malvagi, i libertini».
Il fine che Viezzoli vuole raggiungere, commenta Zanotti, è «quello di
far cessare l’opera della marinareccia armata, che con un’attività troppo
materiale, e senza principii non potea sortir nel buon esito della pubblica
tranquillità». Abbiamo così, finalmente, la prima chiara ammissione che la
colpa della crisi in cui Rimini era precipitata, andava attribuita alla
«marinareccia armata» che faceva il bello ed il cattivo tempo, senza riguardi
per nessuno, neppure per il vescovo Ferretti al quale avrebbe dovuto prestare
ascolto se avesse veramente voluto agire in difesa della Fede. (La
«marinareccia armata» come s’è visto, era inserita, almeno in parte, nella
Guardia urbana.)
Zanotti aggiunge che «questa gente insubordinata, ed incolta si era sì
fattamente immersa nel sovrastare l’ordine sociale, che le superiorità non
vedeansi, che malamente attese, e peggio servite con danno proprio, e delle
sue Famiglie mancanti della sussistenza loro recata dagli utili dell’arte
pescareccia, e della navigazione che avevano abbandonata».
Queste osservazioni servono a Zanotti per introdurre il terzo proclama
di Viezzoli, diretto agli stessi marinai, a cui si ordina di riprendere
«sollecitamente l’usato loro mestiere». Ogni capo-parone di barca grande deve
«lasciare in terra due soli individui della sua ciurma»; per le barche piccole, se
ne lascia uno soltanto. Questo numero è «riconosciuto bastante a provvedere
all’oggetto della sicurezza», con il dovuto zelo e con «subordinazione al
necessario servizio militare». Ai marinai rimasti a terra è proibito d’entrare
nelle case con il pretesto della ricerca del vino, «o con qual siasi scusa»; ed è
ordinato di non oltraggiare alcuno nella persona e nelle sue cose. Allo scopo,

pag.

23

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

non debbono portare armi che non siano le loro.
Agli altri cittadini Viezzoli rivolge infine l’invito a «contribuire con delle
particolari offerte di denaro alla sovvenzione» dei marinai, «in giusta
rimunerazione 63 del prestato loro servizio». Anche ai marinai, dunque, si
riconosce la pubblica utilità del loro intervento armato in città, al pari della
Guardia urbana. I marinai, che si sono dimostrati con ogni evidenza essere
gli incendiari, sono arruolati come pompieri. Questa dichiarazione di Viezzoli è
frutto non soltanto d’impotenza nel controllo della situazione cittadina, ma
anche di assoluta confusione politica, quasi a giustificare le violenze commesse
dai marinai, nello stesso momento in cui le si condanna formalmente.
Ai marinai, gli altri cittadini donano cinquecento scudi, che non servono
a calmare gli animi. Ancora una volta Zanotti è costretto a registrare che
«l’intento che bramavasi non riuscì». I marinai, adducendo come scusa che
temevano «qualche tradimento de’ Giacobini», non tornano al lavoro, ma anzi
voglio «con maggior fervore continuare alla custodia della Città per cui non
cessavano i tumulti, e i disordini».
Lo stesso 8 giugno, giunge la notizia che il giorno prima Pesaro è stata
tolta ai repubblicani da una popolare insurrezione. Notizia che reca «gran
giubilo» agli aristocratici riminesi. Contro i «sedicenti patrioti» e le truppe
cisalpine, è scesa in campo «una moltitudine ben forte di abitanti di quel
Contado, e vicinanze», forse rozzamente armati allo stesso modo dei loro
colleghi riminesi che avevano provocato il riso di Zanotti.
Ventiquattr’ore dopo, l’infondato timore che i francesi possano ritornare
a Pesaro getta nello sconforto la popolazione riminese: «Ognuno volea darsi
alla fuga per salvarsi [...] da sicuro saccheggio». Viezzoli, che sta per
imbarcarsi con i suoi, è trattenuto dalla gente: «Tutto spirava orrore, e
confusione finché verso il tardi si ebbero per staffetta ripporti consolanti, che
sollevarono gli animi attenti de’ Cittadini». Dopo queste liete novelle, le
autorità fanno predicare in piazza di sant’Antonio il sacerdote ex Minimo don
Antonio Chiodi che elogia «la condotta de’ buoni Riminesi suoi concittadini, che
seppero ben contenersi, e adoprarsi nel passato calamitoso della Repubblica
infame Cisalpina», e scaglia «ingiuriose invettive addosso a cosidetti Giacobini,
e Patrioti». Alla fine del suo sermone, don Chiodi invita tutti alla pace ed alla
tranquillità, «aspettando le provide disposizioni, e le benefiche cure
dell’Augustissimo Imperatore di Germania nostro amorosissimo sovrano».
Zanotti riferisce le critiche rivolte alla predica di don Chiodi, «troppo
riscaldata, ed inconveniente per quelle persone, che potevano essere
riguardate mal affette nelle presenti circostanze, ed attaccate al
Repubblicanesimo». Qualcuno accusa don Chiodi di essersi, quel giorno,
«soverchiamente domesticato con Bacco, che avealo ottenebrato ne termini di
convenienza dovuti al Pubblico, e al proprio carattere».

63 La distribuzione delle sovvenzioni è affidata ai parroci del Borgo di San Giuliano, don Filippo Copioli, e di
Santa Maria al Mare, don Giammaria Innocenti.

pag.

24

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

9. «Prendete le armi»: l’appello di Suvorov
Il 9 giugno a Ravenna il nobile udinese Giandomenico De Iacobi
indirizza una circolare alla popolazione romagnola, nella sua veste di Ispettore
Generale imperiale nello Stato Pontificio: «Prendete le armi», ordina, in nome
di Dio e della Fede, a fianco delle truppe in lotta «per la ripristinazione del
vostro antico sistema», e per liberare l’Italia dai francesi. Non pensate di
lottare contro di noi, ammonisce, «perché non vi sarà più remissione»: i ribelli
saranno puniti «con quel rigore degno di sì enorme delitto». Si chiedono
uomini in armi: «Persone probe, ed oneste, non che benestanti». I ricchi fanno
la guerra, i poveri la subiscono, e si ribellano: a chiunque. E’ una vecchia
storia che puntualmente si verifica anche in questo caso.
Giandomenico De Iacobi giunge a Rimini la mattina dell’11 e pubblica
immediatamente «un simile invito, ed eccitamento», firmato dal generale
russo Alessandro Suvorov, ed un’altra sollecitazione a «ravvivare» con le armi
«la nostra santa Religione»: «Corra meco festoso alle Armi ogni ceto di
persone per mettere al coperto i templi del Dio vivente, per la difesa delle
proprie famiglie, delle sostanze, e di tutto ciò, che di più caro, di più prezioso,
di più sacrosanto abbiamo nel mondo».
Dal Comando militare austriaco dipende il comandante della «Guardia
della Città». La mattina del 13, Giovanni Battista Agolanti si dimette: lo
sostituisce il conte Lorenzo Garampi, «Giovane Gentiluomo di opinione
totalmente favorevole, a seconda anche del desiderio, che gli avea dimostrato
il Signor Ispettore Generale De Iacobi» 64.
Le autorità religiose intanto celebrano un triduo di ringraziamento alla
Vergine della Misericordia, iniziando il 12 giugno. Si rialza nella cattedrale il
trono vescovile «abbassato d’ordine repubblicano».
I marinai, forse per rispondere all’appello imperiale di «prendere le
armi», o forse perché si ritengono parte di quelle «persone probe, ed oneste»
a cui si è rivolto l’Ispettore De Iacobi, «ricusano di abbandonare la custodia
della Città, e ritornare all’esercizio dell’arte loro», nel timore d’un rientro dei
giacobini. Timore che nasconde la scusa a cui essi ricorrono per poter
mantenere il controllo della vita politica riminese.
Dopo che in piazza di sant’Antonio appare un cartello «che annunciava
esser vicini i francesi», i marinai ‘visitano’ nuovamente varie case di patrioti, e
li arrestato, creando quello che Zanotti chiama «un sì pernicioso disordine». I
marinai armati, egli scrive, hanno un contegno «materiale, ed irreflessivo», e
si dimostrato «tuttoché opportuni per la sicurezza della Città». Essi
pretendono «sovvenzioni quasi continue di vino, e di derrate e volontarie, e
requisite»,
ed
in
modo
«irregolare,
ed
intollerabile»
compiono
capricciosamente le loro «riviste domiciliari». La Municipalità, non potendo
aspettare che arrivino gli austriaci a metterli in riga, confida nell’intervento del
nuovo capo della Guardia urbana, Lorenzo Garampi (che dispone, oltre gli
64 Così scrive Zanotti. Ma non si tratta soltanto di un «desiderio». In AP 617, 13 giugno 1799, c. 6, leggiamo
che De Iacobi espressamente ordina che Garampi sia nominato Capitano della Milizia Urbana. Così pure in
AP 505, al commissario Pellegrini, 10 dicembre 1799.

pag.

25

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

ufficiali, di cento uomini soltanto sui quattrocento previsti in totale 65).
Da Giangi ricaviamo altre notizie utili. Il 15 giugno, «seguita a far
guardia li Paroni». Il 17 giugno leggiamo: «Aresti. Un’ora dopo mezzo giorno
hanno messo in aresto, e condotti à Marina li seguenti: Luigi, Arcangelo e
Tomaso Fratelli Signorini, Lodovico Belmonti 66, Padre Canuti ora Prete 67, Tito
Caradori, Pelegrino Turchi, Giuseppe Fosati, Cupers il Figlio, Scopoli, Barchetti,
e Gaetano Bataglini. Aveano giorni fà messi in aresto Coranucci, Paladino
Sbirro, e Fontana Sarto, ma dopo pochi giorni furono lasciati». Lo Scopoli di
cui si parla è il dottor Giovanni Scopoli, che risulta presente a Rimini già nella
primavera del 1798. Il 16 dicembre 1802 Scopoli sposerà Lauretta Mosconi,
figlia naturale del poeta riminese Aurelio De’ Giorgi Bertòla 68. 18 giugno,
prosegue Giangi, «aresto del Pavolotto Padre Bordi, condotto a Cesena» (e
liberato il 19).
10. L’ordine del «mezzo Mestiere»
A tentar di por fine allo «sconcerto» provocato dei marinai, scrive
Zanotti, giunge a Rimini, la mattina del 18 giugno, anche «il politico Vescovo di
Cervia Monsignor Ventura Gazola Minore Osservante Riformato deputato ad
agire di concerto con il Governo Austriaco sulla tranquillità della Provincia
specialmente in rapporto ai così detti Giacobini, Patrioti, ed Insorgenti».
Bonaventura Gazzola è personaggio noto: ha aderito al governo della
Repubblica Cisalpina, esprimendo i suoi sentimenti nell’omelia del Natale 1797:
«Lo spirito del vangelo, la sua dottrina, le sue santissime massime non ponno
essere, né sono, né saranno mai in opposizione alla democrazia». Il 30 maggio
1799, dopo l’ingresso in Cervia della Cesarea Regia Marina, gli è affidato
l’incarico di presidente della Deputazione imperiale 69.
Della sua missione a Rimini, ci resta il proclama del 19 giugno 70 da lui
rivolto alla «brava riminese marinaresca armata in difesa e sostegno della
nostra Santa Cattolica, Apostolica, Romana Religione, della Patria, del Papa e
dell’Augusto Cesareo Sovrano Francesco Secondo». L’ordine del vescovo di
Cervia è che i marinai della città esercitino «il mezzo Mestiere», cioè si di65 Cfr. AP 505, la cit. lettera a Pellegrini, 10 dicembre 1799.
66 A Lodovico Belmonti, fratello di Gian Maria, la Municipalità chiede di «produrre le sue giustificazioni»: cfr.
la lettera indirizzatagli, del 13 agosto 1799, AP 504. Su di lui, cfr. la cit. tesi di ANTONIOLI, p. 254, nota 72.
67 In AP 722, Polizia Criminale, ASR, si conserva la lettera che padre Bernardo Canuti il 23 luglio 1799
indirizza ai Magistrati di Rimini, parlando delle «miserie della lunga prigionia, in cui mi ha sbalzato la
popolare sommossa». Egli chiede, per «recuperare la libertà perduta», una dichiarazione che per il suo
arresto non è concorsa l’autorità riminese. «Sono sedici anni che dimoro in Rimini», precisa, «e sempre ho
goduto l’onore d’essere amesso nelle case più rispettabili, molte delle quali m’amisero alla generale loro
confidenza». Egli ricorda pure di aver un tempo deposto «l’Abito Monastico»: ecco perché Giangi scrive
«ora Prete». Sulle cause dell’arresto avanza un’ipotesi ANTONIOLI , op. cit., p. 252, nota 68: Canuti aveva
appoggiato le autorità francesi quando respinsero il 10 agosto 1798 la richiesta di una processione con
l’immagine della Madonna dell’Acqua.

68 Cfr. nel mio La filosofia della voluttà, Aurelio Bertòla nelle lettere di Elisa Mosconi, Rimini 1997, passim.
69 Cfr. A. MONTANARI, Dalla città nuova ai Francesi. Aspetti di vita sociale nel Settecento, «Storia di Cervia, III.
1. L’età moderna», Rimini 2001, passim.
70 L’originale del proclama si trova in BGR, Fondo Gambetti, Stampe Riminesi.

pag.

26

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

vidano i compiti tra loro: la metà in mare «a procacciarsi il vitto», e «l’altra
metà alla difesa» di Rimini, «finché la porzione, che sarà in Mare, non ritorni
ad occupare» il suo posto. L’ordine attenua il ricordato terzo proclama di
Viezzoli dell’8 giugno, che ha stabilito di «lasciare in terra due soli individui»
per ogni barca grande.
Gazzola ordina ai marinai anche di non attentare alle persone ed alle
loro proprietà, e di non offendere alcuno né con le parole né con i fatti,
avvertendo che il mantenimento della quiete pubblica dipende dalle «Cesaree
Autorità»: chi ha dei sospetti, deve consigliarsi con il canonico Ottavio Zollio (è
il sacerdote già ricordato da Zanotti) e con l’arciprete Carlo Ioli, cioè «le
rispettabili persone, e per carattere, e per pietà», verso le quali gli stessi
marinai hanno espresso «stima e venerazione» allo stesso Gazzola.
Neppure al vescovo di Cervia riesce tuttavia di modificare la situazione.
Il nuovo comandante militare della piazza, Giuseppe De Loy, appena giunto a
Rimini lo stesso 19 giugno in sostituzione di Viezzoli 71, constatato il «disordine
de’ marinai innobbedienti alle tante rimostranze delle superiorità», comanda a
quest’ultimi di eseguire gli ordini ricevuti: «due terzi, o la metà almeno»
debbono tornare al lavoro in mare». Commenta Zanotti: «In vista di tante
preghiere, monizioni, e minaccie si piegarono in qualche modo i nostri marinai,
inducendosi molti di loro a riprendere il loro mestiere: altri però stettero fermi,
ed a qualunque costo non vollero abbandonare la custodia della Città». Scrive
Giangi, alla data del 20 giugno: «Sono andati in mare parte dei Pescatori.
Sono stati arestati tutti quelli che son venuti da Sinigaglia [presa il giorno
prima, n.d.r.], e che avevvano dato il sacco, avendo a tutti levata la robba
derubata. E’ partito per Cervia il Vescovo di detta Città in compagnia del
signor Luigi Ferrari»; ed il 21 giugno: «Sono andati in mare la metà circa dei
Pescatori. 28 bastonate sul Culo al Figlio di Franchini di S. Arcangelo per aver
fatto una satira contro l’Imperatore. 16 bastonate sul Culo ad un contadino per
aver rubato».
Il proclama di Gazzola è del 19 giugno: dello stesso giorno è una
delibera della Reggenza in cui si dichiara che ai marinai, essendosi indotti «a
restituirsi per la metà in mare», veniva concessa l’esenzione dal pagamento
della Fede di Sanità, per desiderio dello stesso vescovo di Cervia [AP 617, c.
9r]. La norma vale tanto per i pescatori quanto per i naviganti.
Al «gran numero de nostri marinaj» che s’impegna a difesa della città,
è «forza somministrare giornalmente i viveri, per non cimentarne il furore
sperimentato fatale nelle prime sommosse, sì nel saccheggio della Casa
Municipale, che nelle violenze usate alle Persone, e case particolari», scrivono
gli amministratori di Rimini alla Cesarea Regia Reggenza di Ravenna 72,
71 Viezzoli se ne va a Pesaro il 15 giugno 1799. Ritorna il 28 dello stesso mese: cfr. AP 617, ad diem, cc. 11r/v.
72 Si tratta del già cit. «Prospetto, delle miserie di questa città», AP 504, dove si presenta il «quadro
luttuoso» della situazione, ricalcando quanto già denunciato in fasi precedenti. Tra 27 e 29 dicembre 1796
lo «stato passivo della Comunità» è l’argomento che Rimini affronta in una specie di ‘trilogia della povertà’,
rivolgendosi al Legato, al Segretario di Stato ed al Prefetto della Sacra Congregazione del Buon Governo: è
una dichiarazione di fallimento amministrativo (cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici», cit., p. ). Lo
stesso tono è in una petizione a Bonaparte, del 7 febbraio 1797, nella quale si illustra «la situazione deplorabile» della città (cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., pp. 703-704).

pag.

27

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

denunciando uno «stato di ultima miseria».
Leggiamo ancora da Giangi: 23 giugno, a Senigallia sono ritornati i
francesi: «27 barchette cariche di gente fuggita da Sinigaglia e Fano»; 24
giugno, «Partono molti insorgenti per Pesaro»; 25 giugno, «Vanno a Pesaro
degli Insorgenti. Si accendono ogni sera i lumi alle fenestre». (Zanotti scrive di
«numerosi rinforzi di Armati» e di volontari guidati dal comandante Garampi.)
In quest’ultimo giorno nei dintorni di Rimini si armano «i Villici, i Terrazzani, e i
Montanari all’oggetto di sostenere la parte aristocratica» contro i francesi che
minacciano un ritorno da Sud 73. Una volta che le truppe repubblicane sono
state messe in fuga, gli «Insorgenti» fanno ritorno da Pesaro a Rimini. Per
molti di loro c’è la brutta sorpresa di essere immediatamente arrestati:
«trasportati più dall’avidità dell’altrui roba, che dal vero zelo della Religione e
della giusta causa», scrive Zanotti, hanno rubato tutto quello che gli capitava a
tiro, persino le «mobiglie più minute di casa».
I marinai, non paghi dei viveri loro somministrati, replicano il loro
«furore» nella notte tra 27 e 28 giugno, che Zanotti definisce «d’incredibile
terrore e confusione». Si spara alle sentinelle, con la scusa che si teme il
ritorno dei francesi. Per le contrade «si ode uno stridore universale, che
allarma e spaventa l’intera Città». I marinai, per giustificare il loro intervento
in pattuglie armate che girano per le strade, accusano i giacobini di aver
procurato l’allarme. Ai marinai, prosegue Zanotti, si uniscono dei
malintenzionati che «sotto pretesto di cercare gli autori del tradimento,
forzano delle Botteghe, e penetrano in più case, ove commetto degli infami
delitti, e de’ vistosi rubamenti».
Giangi ci ha lasciato, su quella notte, una testimonianza autobiografica:
«Sono stato condotto in aresto da Pescatori solevati à marina in Barca,
unitamente a Giuseppe Bornacini, Vincenzo Tonini, Padre e Figlio Antonio
Zavagli [gli stessi dell’episodio del 31 maggio, n. d. r.], dottor Drudi 74, Vittorio
Marchi, e molti altri: con Luzietta Pivi. Sono stato liberato dall’aresto assieme
al dottor Zavagli e Luzietta dopo un giorno». Il 29 giugno Giangi parte per
Trieste da dove fa ritorno a Rimini soltanto il 4 agosto. (Alla data del 5 agosto,
egli annota: «Fatta la pace».)
Gli arresti della notte, secondo Zanotti, ammontano a più di una
quarantina: tra loro, ci sono diversi sacerdoti ed alcune donne «di civil
condizione con supposizione di giacobinismo». Altri arresti seguono la mattina
successiva, del 28 giugno.
I nuovi disordini irritano sia il comandante austriaco Giuseppe De Loy
73

Leggiamo in Giangi: il 23 giugno 1799, a Senigallia sono ritornati i francesi: arrivano a Rimini «27
barchette cariche di gente fuggita da Sinigaglia e Fano»; il 24 giugno, «Partono molti Insorgenti per
Pesaro»; ed il 25 giugno, «Vanno a Pesaro degli Insorgenti. Si accendono ogni sera i lumi alle fenestre».

74 Si tratta di Lorenzo Drudi che «fu un sapiente Medico, profondo filosofo, libero Pensatore, e in ogni genere
di letteratura assai erudito, e buon critico, gran Bibliografo», nonché bibliotecario della Gambalunghiana
tra 1797 e 1818: cfr. G. URBANI, Scrittori e prelati riminesi, SC-MS. 195, BGR, p. 265. A Drudi la Reggenza
scrive il 7 ottobre 1799 [AP 505] per la riapertura della Biblioteca Gambalunghiana, osservando:
«Ignoriamo quali siano i motivi, che ne impediscono l’apertura», e chiedendogli di illustrarli alla stessa
Reggenza. (Come si è visto, il palazzo Gambalunga, sede della Biblioteca, era divenuto la residenza
municipale provvisoria.)

pag.

28

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

sia gli eletti alla Magistratura: De Loy vuol andarsene, gli amministratori
intendono dimettersi. Il comandante austriaco è fermato in modo brusco sul
porto, da un gruppo di «marinari». La Magistratura pubblica ancora un editto
per riportare la calma in città. I primi a farne le spese sono gli Ebrei, per i
quali il 21 giugno è ripristinato l’«antico loro segnale» sul cappello: con il
ritorno al «sistema, che vigeva sotto il Governo Pontificio», non si poteva
«trascurare quella parte, che riguarda la necessaria distinzione degli Ebrei dai
Cattolici» [B 22]. Il provvedimento non piace al Comando militare, secondo
quanto si ricava da una lettera che il vescovo di Cervia Gazzola invia il 23
giugno [B 22] al Magistrato di Rimini: «Se nello Stato di S. M. I. si prattica in
contrario, ciò non toglie, che fino all’organizzazione del nuovo Governo non si
debbano osservare le leggi» di quello passato (il pontificio), «nel momento che
il Popolo lo chiede per un zelo di Religione, che appunto ora si vuole in trionfo,
onde resti conservata la quiete, e la pubblica tranquillità». Gazzola non solo
non disapprova, ma elogia il proclama riminese: «Un Cristiano non si
vergognerebbe di essere contrasegnato per tale; sicché l’Ebreo ancora non
deve ricusare di farsi conoscere per quello, che Egli è».
La Magistratura incarica i mentovati sacerdoti Zollio e Ioli di svolgere
ulteriore opera di convincimento presso i marinai, per farli desistere dalle
prepotenze e dalle violenze. Intanto quasi tutti i detenuti sono rilasciati.
Soltanto pochi restano in carcere «per un più rigoroso esame».
I nobili Francesco Martinelli, Carlo Sotta, Girolamo Graziani ed il
negoziante Giovanni Santi sono nominati componenti di una Commissione
straordinaria di Polizia 75 che deve agire in attesa dell’arrivo dei militari
austriaci (che avviene il 3 luglio). La Magistratura di Rimini «non avea per
l’incertezza annunciato l’arrivo» dei soldati austriaci, osserva Zanotti,
aggiungendo che ufficialmente si «accenna» al fatto soltanto la mattina del 4
luglio. Ai centocinquanta soldati della cavalleria imperiale la gente indirizza
manifestazioni di fanatico entusiasmo: popolani d’entrambi i sessi baciano le
gambe dei militari ed anche i loro cavalli. Alla prima avanguardia segue, la
sera giorno successivo, la truppa che il vescovo, i magistrati ed i nobili su
carrozze di gala vanno ad attendere alla porta nord di Rimini: sono
cinquecento soldati preceduti da un folto gruppo di marinai.
11. La Reggenza di Romagna
Il 5 luglio giunge con la truppa anche il colonnello barone De Buday,
capitano della cavalleria e, soprattutto, comandante della Romagna 76. Si apre
una nuova fase nella vita politica della città, anche se il clima politico non muta
granché. Scrive Zanotti: «non mancavano degli uomini torbidi, che
spargessero voci allarmanti con false relazioni» che rattristavano «la
75 Cfr. in AP 617, 30 giugno 1799, c. 12r.
76 Due giorni prima, lo stesso De Buday ha confermato Garampi nell’impiego di comandante della Guardia
Urbana: cfr. AP 908, Epistolario, 1799-1801, ASR, ad diem.

pag.

29

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

contentezza de’ Buoni». Il 17 luglio De Buday 77 pubblica, sull’ordine pubblico,
un nuovo editto che Zanotti definisce «fulminante» 78. La Commissione di
Polizia intanto decide di espellere da Rimini i forastieri indesiderati.
A De Buday, il primo agosto, l’amministrazione municipale riminese si
rivolge per denunciare una «carestia di tutti i generi più necessari sì per le
truppe che per la Popolazione» 79. Allo scopo di porvi rimedio, il 24 luglio [AP
504] è stato chiesto al comandante della Cesarea Regia Reggenza di Ravenna,
maggiore De Potts, di ripristinare il Consiglio cittadino secondo le norme
pontificie, in sostituzione della «provvisoria Magistratura». Il Consiglio avrebbe
dovuto esaminare «gli affari più rilevanti» e scegliere i Consoli per ogni
bimestre seguendo i vecchi regolamenti. La risposta di De Potts, del 26 luglio 80
(tramite Viezzoli ritornato a comandare la Piazza di Rimini), è stata
affermativa, con la limitazione di adottare soltanto «misure provvisorie». De
Buday invece il 31 luglio da Pesaro [AP 908] ha ordinato la sospensione del
Consiglio. Con altra lettera dello stesso 31 luglio [B 22], De Buday non ha
approvato il rinnovo a sistema bimestrale della Reggenza (come sotto il
governo pontificio), a cui il Magistrato Provvisorio aveva pensato con nuova
elezione prevista per il primo agosto: la lettera è diretta a Lorenzo Garampi,
nella veste di comandante delle Truppe Urbane, al quale ordina di intimare agli
amministratori in carica di non cambiare nulla rispetto alla nomina avvenuta
per «sovrana disposizione» il primo giugno. In breve, si vuol far capire al
Magistrato che chi comanda sono gli austriaci. Ma, come vedremo, il
Magistrato riminese farà di testa sua, ed il 4 agosto risulterà una Reggenza
nuovamente composta di soli sei elementi, anche se non bimestrale come
desiderato: manca ogni documento con la data esatta del cambiamento, forse
avvenuto il ricordato primo agosto.
Nella lettera a De Buday del primo agosto, la Reggenza spiega che
Rimini è una «Città esausta dalla rapacità del passato Governo». (Le stesse
cose erano scritte a Napoleone contro il governo pontificio 81.)
L’amministrazione cittadina è incapace di trovar denaro a prestito 82: i
«facoltosi esteri» non si considerano abbastanza cauzionati per le somme che
dovrebbero prestare, «quando l’imposizione del debito venga fatta da soli
77 Il 25 luglio 1799 [AP 617, c. 24r] si delibera un dono a De Buday ed ai suoi «Bassi Ufficiali», «a compenso
dei sofferti incomodi», e per «assicurare a beneficio di questa città il loro favore».
78 Segue il 21 luglio 1799 [B 22] un editto per Cattolica, dove si registrava un «intollerabile disordine» a
causa dell’«indebita, arbitraria, e ruinosa distribuzione delle razioni, che colà si dispensano a chi le
percepisce da altri Luoghi con massimo danno del pubblico, e del privato interesse».

79 Il 25 luglio 1799 [AP 617, c. 24v] la Reggenza riminese incarica Daniele Felici Capello di contattare la
Reggenza di Ravenna, per rimediare agli «estremi, e molteplici bisogni della nostra Patria». Cfr. pure la
lettera della Reggenza provinciale del 27 luglio 1799, B 22.
80 Cfr. il cit. AP 908. La richiesta di Rimini è appoggiata anche dalla Reggenza provinciale (lettera del 26
luglio 1799, B 22: «Si avrà principalmente l’avvertenza di far cadere l’elezione sopra dei soggetti, che
godino la confidenza del Pubblico, e del Governo», e si dovranno prendere soltanto «provvisorie misure»).

81 Si veda al proposito il già cit. documento del 7 febbraio 1797, sulla «situazione deplorabile» di Rimini (v.
alla nota 72).
82 Da Ravenna il vice presidente Federico Rasponi il 6 agosto 1799 [B 22] fa notare che anche in quella città
«sperimentasi la stessa penuria di denaro, per cui difficile si rende il rinvenirne ad interesse».

pag.

30

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

pochi individui componenti la provvisoria Magistratura, che non ha facoltà di
obbligare i beni dei Possidenti del Comune». Nella lettera si precisa che «al
presente non trovasi chi voglia prestar denaro alla Comunità stessa, senza
almeno la garanzia dei Particolari, i quali obbligassero i loro beni, come
costumavasi in circostanze luttuose nel Pontificio Governo da quelli che
componevano il Generale Consiglio Ecclesiastico».
Il motivo che ha spinto De Buday a sospendere il ripristino di tale
Consiglio, deriva dalla volontà del Comando militare austriaco di creare in tutta
la Romagna una sola Reggenza, a livello provinciale e con sei deputati, uno per
ognuna delle più importanti città: Cesena, Faenza, Forlì, Imola, Ravenna e
Rimini. La disposizione, firmata dal generale Klenau, è stata impartita l’11
luglio 83 e confermata il 17 luglio 84 [AP 908].
La Reggenza provinciale, secondo Klenau, doveva essere distinta da
quella ravennate. De Buday invece decide di trasformare la Reggenza
municipale di Ravenna in provinciale, con il compito di curare
l’amministrazione civile, politica ed economica «della Provincia tutta».
Commenta Zanotti: «Simile superiorità non piacque all’altre Città, le quali
state erano bensì soggette al Cardinal Legato residente in Ravenna, ma non
alla Magistratura della Città medesima, che ora voleasi composta fosse di
Membri delle Città principali della Provincia, e non di soli Ravennati». Rimini fa
immediatamente ricorso contro le decisioni prese dal Comando militare
austriaco 85, unendosi nella protesta alle altre città 86. Nello stesso tempo,
Rimini si dichiara favorevole ad allargare la rappresentanza delle città
romagnole, e propone che anche Bertinoro, Cervia e Sarsina abbiano voce in
capitolo nella Reggenza provinciale 87.
Il ricorso riminese non approda a nulla, per cui, il primo agosto 88, se
ne preannuncia un altro: secondo la Municipalità di Rimini, la «superiorità»
concessa alla Reggenza ravennate è «opposta all’interesse, al decoro, ed al
diritto» di tutte le altre città romagnole. Da Rimini si precisa: non vogliamo
togliere a Ravenna il requisito della residenza del governo, ma soltanto
«trattare in comune gli interessi della Provincia per l’uniformità del sistema, e
per la proporzionata ripartizione delle Imposizioni indispensabili massime nel
tempo di guerra». In appoggio delle proprie tesi, Rimini aggiunge che, in
precedenza, «il magistrato di Ravenna non ha mai avuto superiorità sulle altre
83 Secondo Zanotti il dispaccio di Klenau dell’11 luglio giunge a Rimini soltanto il 23. Questo spiega il fatto,
come si dice nella nota 85, che la prima reazione di Rimini sia del 26 luglio. Questa Reggenza provinciale
dapprima ha sede ad Imola, poi viene trasferita a Ravenna: cfr. nel cit. AP 504, lettera del 27 luglio 1799
alla Reggenza provvisoria.
84 Cfr. anche AP 617, delibera dell’11 agosto 1799, c. 28r; e AP 505, 8 ottobre 1799, dove si dice che il
decreto del 17 luglio 1799 era «per la costituzione della Reggenza Provinciale distinta da codesta di
Ravenna» (a cui è diretta la lettera). Il testo di Klenau del 17 luglio 1799 è in copia ms. acclusa da Imola a
Rimini il 9 agosto 1799 [B 22].

85 Cfr. la lettera del 26 luglio 1799 della Municipalità riminese alla Reggenza provinciale provvisoria [AP 504]:
vi si parla della «ragione di non opporsi agli Ordini della Reggenza sino al risultato del ricorso».
86 Cfr. altra lettera del 26 luglio 1799 [AP 504], diretta a Daniele Felici Capello.
87 Cfr. la lettera alla Reggenza di Cesena, 19 agosto 1799 [AP 504].
88 Cfr. la lettera della Magistratura riminese alla Reggenza di Forlì [AP 504].

pag.

31

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Città della Romagna».
Alla fine Rimini, che agisce di conserva con le amministrazioni di
Cesena, Faenza, Forlì, Imola, ottiene soddisfazione dal generale Klenau che, a
Bologna, riceve una delegazione dei rappresentanti 89 delle nostre cinque «città
principali» (per Rimini c’è il conte Ippolito Tonti 90), andati a protestare «contro
l’autorità assunta dalla Reggenza di Ravenna sopra tutta la Provincia» [6
agosto, AP 504]. Klenau, dopo l’incontro, delibera che la Reggenza romagnola,
composta sempre «di un Individuo di ciascuna» delle sei città interessate [10
agosto, AP 504], sarà diversa da quella di Ravenna 91.
Ravenna, a questo punto, blocca la nuova Reggenza provinciale,
chiedendo di aver in essa due rappresentanti anziché uno 92. Al proposto Rimini
esprime ancora una volta il suo «assoluto dissenso»: Ravenna avrebbe un
peso maggiore e «di mala voglia» si troverebbe «obbligata sovvenire» le città
più povere 93. Il problema, comunque, secondo Rimini è soprattutto quello di
fare presto: il nuovo Congresso provinciale potrà installarsi soltanto dopo
l’approvazione dei deputati da parte di Vienna, mentre «premono affari
urgenti». Rimini propone alle altre città di inviare «una deputazione» presso
l’imperatore allo scopo di abbreviare i tempi.
Quando finalmente la Reggenza provinciale riesce ad operare, all’inizio
dell’anno successivo, risulta composta non di sei, ma di sette rappresentanti:
Ravenna è stata soddisfatta con due seggi (andati al marchese Camillo Spreti
ed al conte Pietro Rasponi). Per Rimini c’è il conte Giulio Cesare Battaglini. Il
presidente è il marchese Francesco Paolucci, forlivese. (Gli altri rappresentanti
sono l’avv. Buferli di Imola, il conte Pietro Gasparetti di Faenza e il conte
Ippolito Roverella di Cesena.)
Negli pieghe burocratiche della vicenda, avviene un episodio curioso: il
generale Klenau, nel suo decreto a stampa, ha indicato la sede della Reggenza
a «Romagna», anziché a Ravenna 94.
Il 10 gennaio 1800 a Rimini si pubblica un decreto del commissario

89 Un ruolo di primo piano nella vertenza è assunto dall’avvocato imolese Mancurti Del Caretto: cfr. le lettere
a lui dirette dalla Municipalità riminese il primo ed il 19 agosto 1799 [AP 504]. Cfr. anche lettera
dell’amministrazione imolese a quella di Rimini del 9 agosto 1799 [B 22].
90 L’incarico gli è affidato il 10 luglio 1799, AP 617, cc. 16v-17v: la proposta di costituire una delegazione
romagnola con il compito di contattare il generale Klenau, è del magistrato di Forlì Luigi Brosi, ben
conosciuto a Rimini, perché, come si è detto, è stato il Governatore della città sino al 2 febbraio 1797. In
tale documento si legge: «La Reggenza Provvisoria destinata per Ravenna si arroga tale superiorità, che
giusta la sua istituzione non le compete sopra le altre Città della Provincia». Si dovrà chiedere a Klenau di
dichiarare che Ravenna «non ha altra facoltà, che sopra i propri Abitanti, e Territoriali, come hanno le altre
Magistrature». Il 13 luglio 1799, ibid., c. 18r, si decide ancora di chiedere una Reggenza provinciale
autonoma da Ravenna. Cfr. pure ibid., c. 28r, la cit. delibera dell’11 agosto 1799.

91 In lettera alla Reggenza di Forlì, si parla della «capitolazione seguita fra le Reggenza di Ravenna, e le
cinque Città unite mediante i Signori Deputati Mancurti, e Codronchi, e l’interposizione di quel Mons.
Arcivescovo» [18 agosto 1799, AP 504].
92 Cfr. la lettera al cit. Felici Capello del 18 agosto 1799 e all’avv. Mancurti Del Caretto del 19 agosto [AP
504]. Sul problema esistono anche altre lettere del 19 agosto alle amministrazioni di Cesena e Forlì.
93 Così leggiamo nella cit. lettera del 19 agosto 1799 all’avv. Mancurti Del Caretto.
94 Lettera alla Reggenza di Faenza del 19 agosto 1799 [AP 504].

pag.

32

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

provinciale Giuseppe Pellegrini 95, datato 29 dicembre 1799 ed intitolato «Piano
provvisorio di organizzazione pel buon ordine della Provincia». Esso prevede:
l’annullamento delle leggi emanate dal primo gennaio 1796; il ripristino delle
leggi del governo pontificio; la cessazione, a far tempo dal 15 gennaio,
dell’attività delle attuali Reggenze, Deputazioni ed Amministrazioni locali; il
ripristino dei Consigli Generali e delle Magistrature cittadine; per le elezioni dei
consiglieri si proibisce espressamente l’intervento alle persone che, con i fatti o
con gli scritti, abbiano manifestato (scrive Zanotti) «massime contrarie alla
Religione, ed allo Stato»; fra i nobili deve essere scelto un «Capo e Delegato
del Principe» (per Rimini sarà Marco Bonzetti).
Per ripristinare il Consiglio Generale di Rimini, si invitano quanti erano
in carica nel 1796 ad intervenire all’adunanza indetta per la sera del 13
gennaio 1800, giorno in cui la crisi istituzionale è formalmente risolta. Ma,
come vedremo, comincia allora un altro interessante capitolo in cui si
proiettano gli effetti di quanto avvenuto nei mesi precedenti. Ai quali
ritorniamo con la nostra ricostruzione.
12. Ordine pubblico e Guardia urbana
Temendo una ripresa dei disordini per la crisi economica («turbolenze»
sono già avvenute il 28 luglio 96), la Magistratura riminese all’inizio di agosto
chiede alla Reggenza di Romagna l’erogazione di sussidi con cui provvedere
alle necessità del momento: assicurare le forniture alle truppe e «far fronte
alle enormi spese, che occorrono». Quei disordini paventati avvengono (con
altri arresti) la sera dell’8 agosto: per fermarli, il comandante della Guardia
della Città, Lorenzo Garampi abusa dei propri poteri, adottando una procedura
«lesiva dei diritti del Tribunale, cui appartiene processare e castigare a norma
delle Leggi i delitti estranei del militare, competendo» allo stesso comandante
«di procedere per le sole mancanze di subordinazione». Allo scopo di evitare
confusione di ruoli in pregiudizio della Giustizia, si chiede a Garampi di
spiegare «con quali facoltà sia divenuto al pubblico castigo dell’arrestato
95 Di un Giuseppe Bussot Pellegrini la Reggenza riminese parla a Garampi [AP 504, 26 luglio]: «ei si partì da
Roma giubilato nella Guardia Pontificia prima dell’invasione de Francesi, e si portò qua dopo il loro ingresso.
Ottenne dall’Amministrazione centrale dell’Emilia il vasto locale dell’Ospizio degli Olivetani in questa Città
coll’obbligo di eriggervi una Fabbrica di Calancà, e di carte da giuoco. In due anni che lo gode hà mancato
di dar mano ai Calancà: motivo per cui la stessa Amministrazione ordinò, che ne fosse espulso, destinando
il locale medesimo ad altro uso: mà ciò non ostante se n’è sempre mantenuto nell’indebito possesso, e dati
in esso dei danni». (Calancà, è tela stampata a fiori o figure già importata dalle Indie: cfr. G. GAVUZZI,
Vocabolario Italiano-Piemontese, Torino 1896. Debbo alla squisita cortesia di Virginia Brayda la
segnalazione che in Archivio di Stato Torino, Atti notarili, si citano «lenzuola di calancà» e «vesti di calancà
bianca».) Quel Pellegrini ebbe «gratuita abitazione di anni» nello stesso spazioso locale. Circa il carattere
del personaggio, si precisa: «consta da un Processo di Polizia [...] essere immorale, e portato per le norme
Repubblicane, conforme ha dimostrato nel suo contegno, e nell’aderenza avuta coi Comandanti Francesi».
Che si tratti dello stesso commissario Pellegrini nominato il 2 ottobre 1799 [AP 908, c. 23r], lo fa sospettare
un particolare: Giuseppe Bussot Pellegrini era stato raccomandato a Rimini dalle «premure» proprio del
colonnello De Buday, primo comandante della Romagna, come la Reggenza fa presente a Garampi [AP
504, 26 luglio, cit.]. Rimini non ritenne opportuno di soccorrerlo [ibid.].
96 In tale data è emesso un editto per l’ordine pubblico, in seguito a «ricorsi pervenutici d’insulti, e
dileggiamenti sofferti da taluno» (lettera al comandante della Guardia Urbana, AP 504).

pag.

33

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

d’oggi, ed altri atti eccedenti» 97.
Vittima del comportamento arbitrario di Garampi, è il vecchio bargello
Antonio Maria Palladini, a cui ho già accennato a proposito degli eventi del
primo giugno. Quando è liberato dopo due mesi di arresto, egli chiede di
essere reintegrato nella propria funzione. La Municipalità gli risponde
negativamente, come essa spiega al proprio Giusdicente 98: Palladini è persona
«malvisa» al popolo, ed «il mal umore» contro di lui («ed anche contro tutti gli
sbirri») non si è infatti ancora estinto. Per non averlo più tra i piedi, mentre era
ancora carcerato, il 30 giugno è stato deciso di fare esercitare il suo ufficio dal
«Tenente della Piazza con titolo di Capo Squadra» 99. In tal modo si poteva
anche risparmiare uno stipendio, ha puntualizzato la Municipalità celando
dietro un paravento di economia di bilancio la volontà di non irritare gli animi
più accesi con la presenza in servizio di quel bargello. Rimini ha chiesto alla
Reggenza di spedire Paladini «altrove, ove possa impiegare la sua idoneità, e
zelo nel buon servigio del Governo». Ma Palladini non fa in tempo a cambiare
città, perché Garampi lo arresta (è dunque la seconda volta per quel bargello),
e lo processa: in una lettera della Magistratura riminese alla Reggenza di
Ravenna del 6 agosto [AP 504], si accenna ad una «già eseguita condanna»
nei confronti di Palladini, e la si dichiara illegittima. Per Garampi s’invoca da
parte della Reggenza un «sollecito, ed efficace provvedimento» punitivo, da
prendere «col mezzo del Comando austriaco, o d’altro» che si troverà
opportuno.
Garampi vorrebbe addirittura il disarmo dei birri, per evitare
«dissensioni facili ad insorgere fra le Guardie Urbane e quelli»: la Magistratura
gli spiega [8 agosto, AP 504] che il governo ha necessità dei birri, sia per le
esecuzioni civili sia per le criminali (che non competono alle Guardie). Gli Eletti
alla Polizia si dimettono per protesta contro Garampi: costui, appropriandosi di
«ogni superiorità», toglie agli stessi Eletti i mezzi per proseguire nel loro ufficio
[13 agosto, AP 504]. La Reggenza riminese è costretta a precisare a Garampi
compiti e competenze del Dicastero di Polizia, invitandolo ad aderire alle loro
insinuazioni, «a meno che non abbia degli Ordini superiori da presentarci in
contrario» [13 agosto, AP 504].
Ma Garampi non cede, se il 20 ottobre la Reggenza dichiara al
commissario Pellegrini che il comandante della Guardia urbana «ha cercato
d’interdire» agli sbirri «la via di poter esercitare il proprio Uffizio», per cui è
97 Cfr. lettera allo stesso Garampi del 9 agosto 1799, AP 504. Il 14 agosto la Reggenza riminese ordina a
Garampi di arrestare come rei due cittadini del Borgo di Cattolica, tali Frontini ed Antonioli. Costoro
ricorrono presso il vescovo di Cervia, presentandosi come «legittimi deputati in Cattolica». La Reggenza di
Rimini precisa: «Per tali dovemmo dichiararli in vista di un irregolare contegno nella dispensa delle razioni,
e sostituire ad Essi degli Individui più degni». I due hanno poi incitato il popolo contro gli Eletti, per cui sono
stati arrestati ed ora attendono il «criminale giudizio» (lettera al vescovo di Cervia, intervenuto a loro
favore, 15 agosto 1799, AP 504).
98 Cfr. in AP 504 la cit. lettera del 6 agosto 1799.
99 Cfr. AP 617, 30 giugno 1799, cc. 11v-12r. La Reggenza delibera una serie di provvedimenti per risparmiare
nel personale («Risecamento di Stipendiati») il 30 luglio 1799 [AP 617, c. 25v]. Sono licenziati anche
quattro sbirri. Circa il nuovo bargello, prescelto dal commissario Pellegrini, cfr. AP 908, 18 ottobre 1799, c.
23v. Dalla nomina della Reggenza provinciale del 29 novembre 1799 [AB 22], apprendiamo che si tratta di
Girolamo Venturelli: cfr. pure AP 505, lettera al Giusdicente del 30 novembre 1799.

pag.

34

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

inutile avere un bargello che li comandi.
Anche il comportamento arbitrario di Garampi testimonia dell’estrema
tensione e confusione in cui versa la vita cittadina pure dopo l’arrivo tanto
atteso delle truppe austriache. Come in tutti i momenti più seri delle vicende
politiche, non mancano le dichiarazioni formali con cui si cerca di sopperire alle
carenze sostanziali. Il comandante della Romagna De Buday, il 3 agosto [AP
908], nell’atto di partirsene, rilascia un attestato a favore della Cesarea Regia
Reggenza Provvisoria di Rimini, definendo «indefesso» lo zelo dimostrato «per
il buon ordine, e tranquillità del Paese», ed «incessanti le cure per la pubblica
amministrazione a fronte della totale deficienza di mezzi per supplire agli
ingenti bisogni» del momento. Il giorno dopo, 4 agosto, anche Viezzoli
compila un altro attestato 100 a favore della Reggenza riminese, dei cui sei
componenti vengono elencati i nomi: Ippolito Tonti, presidente, Luca Soardi,
Girolamo Soleri, Federico Fregoso Carradori, Pasio Antonio Valloni e Giovanni
Pallotta 101. Questa reggenza è stata modificata (forse il primo agosto, come s’è
già scritto) nonostante il ricordato ordine contrario, impartito da De Buday il
31 luglio attraverso Lorenzo Garampi. (Tonti, l’11 agosto è indicato da Rimini
come Deputato per la Reggenza provinciale 102, in virtù della sua dottrina,
probità ed per l’«attaccamento al presente felicissimo Governo» 103.)
Il 10 agosto, abbandonando Viezzoli il Comando della Piazza, è
sostituito provvisoriamente da Lorenzo Garampi il quale istituisce una Guardia
d’onore, annessa alla Guardia urbana.
Per la resa di Mantova si celebra in cattedrale un Te Deum: a Garampi
si chiede di garantire per l’occasione il servizio d’ordine nel «Serraglio della
Nobiltà» che si trova in quella chiesa [13 agosto, AP 504]. Lo stesso giorno, si
invia a Garampi un messaggio contenente l’elenco dei suoi compiti «con alcune
speciali facoltà, come lo erano i Giudici locali sotto il Governo Papale» [AP
504]. Le inquietudini serpeggianti fra il popolo sconsigliano, nella stessa data,
di pubblicare «alcuni editti che potevano turbare la pubblica tranquillità» 104.
100 Cfr. in AP 908. L’originale è in B 22. Vi si legge che la Reggenza provvisoria «si è sempre data tutta la cura
per la Pubblica Amministrazione, pel buon ordine, e tranquillità del Paese». Lo stesso 4 agosto Viezzoli
firma una ricevuta per «tutti gli Effetti ritrovati presso quella Comune riconosciuti già di pertinenza della
Repubblica Francese e Cisalpina» [B 22].
101 Come risulta dall’elenco dei nomi, si tratta di una Municipalità rinnovata rispetto a quella nominata il 31
maggio, ed a quella degli otto componenti del 2 luglio (di questi otto, il 4 agosto mancano Battaglini e
Manzaroli). Questo elenco del 4 agosto, senza il nome di Luca Soardi, è dato da Zanotti come nuova
Reggenza del mese di dicembre 1799. L’elenco è confermato in AP 617 (c. 26v) da delibera del 6 agosto
1799 («Granarista dell’Annona»).
102 Cfr. in AP 504, lettera al generale Klenau. Le credenziali di Tonti sono presentate a Klenau dall’avv.
Mancurti Del Caretto, di cui si è già detto. Il 15 agosto 1799 si precisa alla Reggenza provinciale che Tonti è
stato scelto tra i Magistrati e non eletto dal Consiglio, stante il divieto di De Buday di convocare il Consiglio.
Il 17 agosto il generale Klenau firma la nomina di Tonti [AP 504, 19 agosto, lettera alla Reggenza di Imola].
103 Cfr. la lettera del 20 agosto 1799 [AP 504] della Municipalità di Rimini al barone De Jhugut, ministro
imperiale e plenipotenziario per l’Italia. Rimini è preoccupata dei «raggiri della Reggenza di Ravenna»,
come scrive a quella di Imola il 28 agosto 1799 [AP 504].
104 La Reggenza di Rimini ne scrive a quella di Romagna [AP 504]. Quest’ultima risponde [B 22, 17 agosto

1799] che «l’installazione da farsi della nuova Reggenza a forma degl’Ordini del Sig. Generale Klenau» non
deve «sospendere l’effetto delle disposizioni dei tre Editti» indicati da Rimini nel messaggio del 13 agosto
1799, e che sembrano essere proprio questi ricordati da Zanotti.

pag.

35

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

La Reggenza riminese il 20 agosto sospende il «Dicastero di
Straordinaria Polizia Provvisoria», per dimissione degli Eletti 105, affidando a
Garampi il compito vigilare «sull’ordinaria Polizia della Città, e segnatamente
sul passaggio, e permanenza de Forastieri» 106, con l’informare il Comando
militare austriaco «di qualunque sconcerto sarebbe per succedere» [AP 509].
Zelante, il comandante Garampi pubblica immediatamente, lo stesso 20
agosto, una notificazione sul «buon ordine, e tranquillità della Comune».
Pochi giorni dopo, il 27 agosto, in cattedrale nasce una «sanguinosa
zuffa» provocata dai soliti marinai 107. Garampi, nel bel mezzo della scena, non
riesce a far altro che scappare sul campanile, mentre intervengono «coraggiosi
gentiluomini», racconta Zanotti, nel vano tentativo di placare i rivoltosi. I quali,
«aumentati di numero, e di animosità», corrono alle porte civiche, e ne
disarmano le guardie. Ben protetto dai soldati, Garampi torna nel suo palazzo,
da dove fa battere la generale e dar fiato alle «guerriere trombe»: l’attacco ai
marinai riesce a ricacciarli «nei loro Borghi», riportando la normalità. Garampi
era stato inutilmente allertato il 24 agosto [AP 504] dalla Reggenza cittadina
che temeva che «i mal intenzionati» potessero approfittare delle cerimonie
religiose organizzate in cattedrale per ripetere le loro gesta.
La mattina successiva, 28 agosto, Garampi pubblica il suo
«risentimento» per l’accaduto, avvertendo la popolazione di non insultare né
paroni né marinai (ma erano stati proprio i marinai ad insultare le Guardie), e
di non girare armata in città. Per i sospetti di giacobinismo, c’è l’ordine di
un’immediata partenza («fra tre ore»). Quando gli Ebrei presentano agli
austriaci in dono due bandiere imperiali (che il vescovo corre a benedire),
Garampi fa un discorso farcito di immagine classiche tolte dalla Storia antica.
Quel discorso è un efficace autoritratto del personaggio e delle sue ambizioni,
così dolorosamente sconfitte dalla fuga sul campanile della cattedrale: la scena
diventa simbolo della crisi istituzionale e politica di Rimini, città ancora
ingovernabile per colpa dei marinai.
A Garampi si rivolge il 31 agosto [AP 504] la Reggenza: il cancelliere
Bartolomeo Bellini ha svolto «premurose ricerche» sull’accaduto, accertando
che «fino ad ora niente [h]avvi di concludente alle mire de’ sediziosi, che solo
si pascono di parole insussistenti». Garampi è «pienamente autorizzato a
prender tutte quelle misure, che troverà del caso, sull’espulsione de’
Forastieri». I marinai agitano la vita cittadina, i colpiti come responsabili degli
eventi sono i forastieri. Contro quest’ultimi ci si è accaniti fin dal 1796,
considerandoli pericolosi sovversivi e responsabili di ogni attentato all’ordine
costituito.
105 Cfr. la risposta agli Eletti del 18 agosto 1799, AP 504: «La vicinanza del nemico, ed il pericolo che ne
sovrastava per lo straordinario concorso de Forastieri, furono causa della istituzione del dicastero di Polizia.
Cessata in oggi questa causa, non possiamo opporci alla dimissione, che le Signorie VV. Ill.me ce ne
chieggono». In pari data [AP 617, c. 29r] c’è la delibera di sospensione dell’Elezione di Polizia.
106 Da lettera del 21 agosto 1799 [AP 504] al maggiore urbano Giovanni Zangari, si apprende che la
Straordinaria Polizia ha condannato all’esilio soltanto un individuo.
107 Significativo il giudizio riassuntivo di C. TONINI, Storia di Rimini, VI, I, p. 939: i marinai si erano «incaponiti a
voler essere la prima e sola custodia dell’ordine pubblico».

pag.

36

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Il 24 agosto alla Reggenza di Faenza quella di Rimini scrive che è stata
intimata da Garampi la partenza verso quella città, con un certificato di buona
condotta, a due tranquilli veneti, Bernardo Ponzoni e Giovanni Battista Inson,
«fabbricatori di paste» presenti ed attivi da un anno [AP 504]. Da una lettera
della Reggenza allo stesso Garampi, apprendiamo che ad alcuni mercanti
triestini, dato che essi «apportano vantaggio alla Città», è invece accordato
uno speciale permesso di soggiorno di due settimane, con la possibilità di
prorogarlo «nel caso, che in questo lasso di tempo non potessero esitare le
loro mercanzie» [26 agosto, AP 504].
Sotto il 4 settembre, Giangi ricorda: «In questa notte il Comandante
Lorenzo Garampi ha mandato delle lettere ai qui notati, intimandoli di partire
subito dalla Città, e Territorio di Rimini; sono Domenico Botini, dottor
Gio[vanni] Martelli 108, Gaetano Urbani, medico Michele Rosa 109, Zanotti 110 e
Gironda».
Il 16 settembre si svolgono le solenni esequie in cattedrale in memoria
di Pio VI. Garampi, scrive Zanotti, rivolge ai suoi militari un discorso di
commemorazione del pontefice, il quale se cessò dopo essere stato arrestato
«di essere vostro Principe, giammai lasciò di essere vostro Padre». La sua
morte «fra le sanguinose mani de’ Barbari», chiede che «la spada del Signore
degli eserciti vendichi il martire».
Il 21 settembre da Firenze, dove è stato «arrestato per ordini
superiori», giunge a Rimini il ciambellano imperiale Gian Maria Belmonti, padre
della ricordata Barbara che era stata arrestata il 3 giugno, e fratello di
Lodovico arrestato il 17 giugno. Zanotti lo chiama «gran partitante Francese, e
Repubblicano, che ottenne le più vistose cariche nel Governo Democratico» (fu
deputato dell’Amministrazione Centrale romagnola). Era stato lui ad ospitare
nel proprio palazzo Napoleone Bonaparte 111. Gian Maria Belmonti chiede «di
essere trasportato altrove»: gli austriaci lo traducono nel castello di Pest in
Ungheria, dove morirà (a quanto pare suicida) il 10 settembre dell’anno
successivo, a cinquant’anni 112. Osserva Carlo Tonini che non si conobbe «la
108 Il nome di Giovanni Battista Martelli appare ripetutamente nelle carte ufficiali riminesi durante il periodo
francese: egli fu pure presidente dell’Amministrazione Centrale del Rubicone.
109 Su questa figura, cfr. S. DE CAROLIS, M. R., medico leontino, «Atti del XL Congresso Nazionale della Società
Italiana di Storia della Medicina», 2001, pp. 319-326. Rosa (1731-1812) fu allievo di Iano Planco (Giovanni
Bianchi). Circa la sua cacciata in esilio, si può ipotizzare che come colpa gli venisse riconosciuta la
collaborazione con l’autorità francese per un piano di studi per la Romagna, neppur concepito: sulla
vicenda, cfr. il cit. Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario, p. 577. URBANI, op. cit., p. 553, scrive che
Rosa «fino all’ultimo respiro di sua vita conservò una freschezza di spirito a pochi in quella età concessa».
110 Si tratta di Giuseppe Zanotti, fratello del nostro cronista (cfr. ANTONIOLI, op. cit., p. 252: qui si ricorda che
Domenico Bottini [il Botini ricordato da Giangi], era un ricco possidente già responsabile della recluta).
111 Cfr. TONINI, Storia di Rimini, VI, I, p. 804.
112 Cfr. C. TONINI, Compendio della Storia di Rimini, II, Rimini 1896, ed. anast. Bologna 1969, pp. 345-346.

Importanti sono le osservazioni che COPIOLI, op. cit., p. 65, nota 23, fa sopra la morte di G. M. Belmonti,
ipotizzando anche che «su di lui sia piombata la giustizia massonica». Egli era stato ministro della Cisalpina
presso il Granduca di Toscana. Un bel ritratto («ricordo accorato», lo definisce COPIOLI, ibid., p. 60, nota 19)
del personaggio, della sua cultura e delle sue idee politiche, è tracciato in URBANI, op. cit., pp. 669-678: G.
M. Belmonti «poté attingere quel filosofico insegnamento, che tanto fa onore al secolo XVIII. per la copia de
lumi, che ad illuminare i Popoli sui loro veri diritti ne derivò, e che pel molto imperversare della in oggi
dominatrice intolleranza non sarà giamai che sia tolto di mezzo, con danno della ragione, e del vero».

pag.

37

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

vera cagione» del suo arresto: quella di Gian Maria Belmonti sembra una
vicenda orchestrata da misteriosi personaggi che agivano nell’ombra e che
fanno pensare ad una regia segreta anche dietro il manifestarsi del «furore»
popolare.
Il 25 settembre [AP 505] Garampi sequestra indebitamente del
formentone portato da un contadino in casa di una donna di Marina: secondo
la Reggenza non ci sono «prove sufficienti per dichiararlo contrabbando» (il
reato è previsto soltanto se avviene l’imbarco della merce). Di conseguenza si
ordina il rilascio del contadino arrestato.
Il 4 ottobre Garampi invia alla Reggenza un piano per la formazione di
una nuova Guardia urbana. La Reggenza rimanda la decisione
all’amministrazione provinciale [5 ottobre, AP 505].
Il 16, 17 e 18 ottobre i «marinari» organizzano un solenne triduo di
ringraziamento «per li riportati favori nel conflitto co’ Francesi del dì 31 maggio
scorso»: Zanotti aggiunge che vi partecipa tutta la popolazione del Borgo di
San Giuliano. (Una curiosità insignificante, forse: perché il ringraziamento è
celebrato con quattro mesi di ritardo? Più che un ritardo, potrebbe essere la
conferma di voler continuare a controllare la piazza.)
Il 2 novembre [AP 505] la Reggenza lamenta l’eccesso di spesa per la
Guardia urbana (diecimila e più scudi l’anno). Lo stesso argomento è
affrontato l’11 novembre [ibid.]: il costo sostenuto assorbe tutte le sostanza
comunitarie, con uno «smisurato» sbilancio fra entrate ed uscite. I solleciti
precedenti inviati a Garampi dalla Reggenza per cambiare sistema e diminuire
la spesa, non hanno ottenuto risposta. Si rischia così il «totale dissesto della
pubblica Economia»: occorre ridurre le forze ed introdurre anche una tassa
«personale per l’età, e capitoli determinati di persone capaci di servire la
Guardia Civica» 113.
Il 17 dicembre Garampi pubblica un proclama sull’ordine pubblico con il
quale si aumenta il numero dei pubblici esecutori, o ministri di Giustizia, e si
impartiscono precisi ordini al fine di evitare arresti arbitrari. Per ogni arresto,
leggiamo in Zanotti, si deve ricevere un ordine di esecuzione. Le esecuzioni
debbono poi avvenire «senza vessazioni, né contumelie». I ministri di
Giustizia, ordina infine Garampi, debbono levarsi il cappello al passaggio dei
militari della Guardia urbana.
Quattro giorni dopo, il 21 dicembre, la Reggenza riminese scrive al
commissario Pellegrini 114 che i timori sulla pubblica tranquillità espressi da
Secondo Urbani, Belmonti fu vittima «dell’invidia, e della vendetta» di alcuni componenti dell’«Ordine dei
Nobili». (Sulla figura di Urbani, cfr. infra.) Partendo dal ritratto composto da Urbani, COPIOLI (ibid., p. 60)
scrive che G. M. Belmonti fu «un idealista, un avventuroso, un rivoluzionario passato alla politica
attraverso le idee dei filosofi». Sull’arresto di G. M. Belmonti, cfr. la lettera del Delegato Regio di Polizia di
Bologna alla Reggenza di Rimini del 21 dicembre 1799, AP 722. ANTONIOLI (op. cit., pp. 215-217, nota 2),
sottolinea l’indipendenza di giudizio di G. M. Belmonti nei confronti degli occupanti francesi, e la sua
sollecitudine a frenare le requisizioni da essi operate. La stessa autrice (pp. 232-233, nota 30) sottolinea
che Daniele Felici Capello nel 1781 aveva sposato Innocenza Belmonti, sorella di Gian Maria, e scrive: «Si
impone la riflessione che Daniele Felici nulla fece per cambiare la sorte del cognato nel 1799».
113 Cfr. anche ibid. alle date del 19 novembre 1799 e 10 dicembre 1799, in lettere rispettivamente dirette a
Garampi ed a Pellegrini.
114 Cfr. AP 545.

pag.

38

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Garampi non hanno «verun fondamento»: «Regna la quiete nella Città nostra,
in modo che non si conosce pericolo alcuno, che possa rimanere turbata»,
nonostante l’aumento dei prezzi dei generi alimentari. «Alla quiete dell’Interno
della Città», si aggiunge, «non si oppone ormai più l’aggitazione de Montanari,
accordandosi loro dentro i limiti della Provincia del Granoturco pel giornaliero
sostentamento». Erano quegli stessi montanari che avevano turbato la vita del
territorio riminese nel 1797, sempre a causa della mancanza di cibo nelle loro
misere contrade 115.

13. Difficili rapporti con il clero
A contribuire alla tensione del momento, ci pensa anche il vescovo. Le
abbadesse dei monasteri riminesi, «prevedendo di non poter sussistere
nell’anno venturo cominciando dai presenti raccolti», sono ricorse al vescovo di
Cervia «per avere un provvedimento» a loro favore 116. Il vescovo di Cervia il 9
luglio ha deliberato di «provvedere alla di loro sussistenza sopra li Beni
vendutigli, che restano sempre vincolati a cauzione di quelli, che hanno il
diritto degli alimenti, rientrando essi nelle primiere ragioni». Ed ha precisato,
perché non restassero equivoci sulle sue intenzioni, che il «Supremo Capo
della Chiesa» non aveva mai approvato la vendita dei beni dei conventi.
Alle decisioni del collega cervese, il vescovo di Rimini aggiunge di
confidare negli amministratori della città: «Mi dò a credere che le Signorie Loro
avendo Zie, Sorelle, e Parenti in questi monasterj saranno per prendere un
provvedimento tale che assicuri la sussistenza di tutti questi individui» [29
luglio, AP 504]. La risposta della Magistratura cittadina 117 rispedisce la palla al
mittente: per attuare il sistema suggerito dal vescovo di Cervia, occorre una
«diretta autorizzazione» dell’imperatore, quindi della Reggenza.
La risposta è in sintonia con quanto, lo stesso 30 luglio, delibera la
Reggenza romagnola: la sorte dei beni nazionali sarà stabilita dall’imperatore
118
. Pertanto, come riferisce Zanotti, ai privati è inibita qualsiasi azione di
rivalsa. Alle proteste ecclesiastiche, due giorni dopo, la stessa Reggenza
replica che non vanno fatte «sinistre interpretazioni» a «religiose intenzioni», e
che occorre attendere un concordato fra Impero e Chiesa (... con il papa
prigioniero della Francia) 119. Del comportamento del proprio vescovo, la

115 Cfr. nel cit. Fame e rivolte nel 1797, passim.

116 In AP 504 è presente la «copia di lettera» del vescovo di Rimini alla locale Magistratura del 29 luglio 1799.
117 La lettera, del 30 luglio 1799 [AP 504], è intitolata «Beni dei Monasterj vigenti alienati dal prossimo

cessato Governo».
118 Il provvedimento è ribadito il 4 agosto 1799. (Nel giugno 1800 sarà ordinata dal commissario imperiale la
restituzione dei beni nazionali a Mense vescovili, Capitoli, Seminari e Parrocchie. Le cose cambieranno
ancora il primo agosto 1800 quando il Primo Console Bonaparte restituisce quei beni agli acquirenti che ne
fossero stati spogliati.)
119 Il 31 ottobre 1799 il regio commissario ordinerà la restituzione dei «Beni non venduti» alla Mense vescovili
[AP 908].

pag.

39

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Reggenza riminese si lamenta con la stessa Reggenza romagnola 120. Cambiata
la situazione generale, e mutato l’esercito invasore, restano i vecchi attriti tra
clero e potere politico civile.
Il 20 agosto la Reggenza riminese compila un «Promemoria» da inviare
alla Reggenza provinciale 121, in cui si giudica con preoccupazione la condotta
del vescovo della città: al primo appressarsi delle armi austriache, «di proprio
arbitrio per pubblico manifesto» il vescovo ha eretto il Tribunale civile e
criminale, riaperta la Cancelleria «e riassunto perfino l’uso di tenere la forza
armata, e col mezzo di questa commettere esecuzioni» giudicate «odiose». Il
vescovo, inoltre, non ha rispettato le deliberazioni sui beni nazionali 122,
tentando di spogliarne i legittimi acquirenti, e d’impossessarsi armata manu
dei «raccolti delle case coloniche colla massima inquietudine delle famiglie de
spogliati». Le Corporazioni ecclesiastiche ed i monasteri femminili si sono
sentiti autorizzati a seguire il vescovo «con altrettante violenze sui frutti dei
loro Poderi venduti». A subirne i danni è stata la «Cassa dell’Agenzia dei Beni
già Nazionali», per cui non si possono pagare «le pensioni 123 agli Ecclesiastici
secolarizzati, ed i sussidj ai monasteri», e «si riducono alla mendicità tanti, e
tanti Individui che meritano la comune compassione».
Il primo ottobre [AP 505] s’interpella il vescovo per avere deputati del
clero «a quelle congregazioni, nelle quali abbia interesse», a tenore del regime
pontificio esistente prima dell’arrivo dei francesi. Il 4 dello stesso mese [ibid.],
a Garampi (per motivi di risparmio), si ordina di fare ricorso soltanto alle
carceri comunali 124 e non pure a quelle vescovili.
120 «Abbiamo anche con nostro sommo dispiacere dovuto soffrire di vederci con lettera di questo nostro
Monsignor Vescovo, e per eccitamento di Monsignor Vescovo di Cervia quasi rimproverati di negligenza»
(lettera alla Reggenza provinciale, primo agosto 1799, AP 504).
121 Il «Promemoria» è trasmesso lo stesso giorno ad Imola, all’avv. Antonio Domenico Gamberini affinché

informi il «Commissario Provinciale Organizzatore conte Giuseppe Pellegrini», con lettera di pari data.
Rimini invia successivamente una deputazione (composta da Soardi e Battaglini) presso Pellegrini, a cui si
dichiara, tra le altre cose, la penuria di grani [AP 617, 4 ottobre 1799, c. 40r].
122 Leggiamo nel «Promemoria» che, al provvedimento della Reggenza provinciale sui Beni nazionali del 30
luglio 1799, ne segue altro del 4 agosto 1799. Si legge in Zanotti che il 28 ottobre Pellegrini ordina da Forlì
la restituzione dei beni ecclesiastici invenduti.
123 Il 14 dicembre 1799 il cit. commissario Giuseppe Pellegrini comunica: è volontà del sovrano che, in
mancanza dei fondi per quelle pensioni, esse debbano restare a peso di quanto attualmente possiedono i
beni già goduti dalle corporazioni.
124 Le carceri riminesi nel 1799 ospitano ventotto persone, come risulta da un documento dell’Archivio

Storico Comunale riminese [AP 722, cit.], dal quale apprendiamo che si trattava di ventiquattro uomini, un
sacerdote e tre donne. Queste ultime sono Teresa Urbinati di Coriano e Cattarina Bertozzi di Longiano,
entrambe responsabili di «lajdezze» e di «contravvenzione d’esilio»; e Maddalena Cevoli di San Clemente,
colpevole d’infanticidio. Il sacerdote è don Piero Rombolotti del Territorio del Pallio di Urbino, per furto
sacrilego e «mala qualità». Tra gli altri ventiquattro carcerati di sesso maschile incontriamo quattro
detenuti «per furti», due «borsaroli», poi tre altri accusati (o giudicati, non sappiamo) rispettivamente per
sparo, rissa e furto sacrilego. Infine ci sono quindici militari di cui uno francese. Il documento non ha una
data precisa. L’anno (1799) lo si ricava dalla lettura dell’elenco dei detenuti. Nella parte del documento
relativa ai quindici militari, ci sono alcune precisazioni che ci potrebbero indicare come esso sia stato
compilato prima dell’arrivo degli austriaci (30 maggio 1799). Nel gruppo dei quindici ci sono «otto individui
bresciani» condannati e «spettanti al Capitano Rellatore del Consiglio di Guerra»; «altri due Cispadani [...] a
disposizione come sopra»; «altri tre Carattari spettanti come sopra»; il «Commissario Santamer» e
Giuseppe Squadrini di Rimini «arrestati il 14 febbraio a disposizione come sopra». Soltanto i due Cispadani
sono descritti «in Secreta», mentre per gli otto bresciani si parla di detenzione «alla Larga». Non si precisa
nulla per le altre persone. Circa il «Commissario Santamer», si può supporre che si tratti di uno degli agenti

pag.

40

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

14. L’Annona
Il sistema annonario 125 introdotto nel 1792 dal Legato Colonna è
adottato, su «replicate istanze» del popolo 126, dalla Reggenza di Rimini che ne
ottiene approvazione dalla Reggenza provinciale il 27 luglio [AP 908, c. 16v, e
B 22]: tale sistema, come si illustra ai colleghi cesenati, riguarda
l’amministrazione «a conto pubblico e calmiere colla tolleranza de’ Panfangoli
venturieri soggetti però allo stesso calmiere, ed all’obbligo di un determinato
spiano [distribuzione, n.d.r.] » [9 agosto, AP 504].
In realtà, nel 1792 a Rimini si era riaffermata l’esclusiva
dell’Abbondanza e si era riaperto lo spaccio comunale, in base ad un piano
annonario contro i panfangoli, voluto dal Legato come «perpetua legge» 127.
Par di capire che Rimini voglia in apparenza testimoniare una continuità con il
vecchio regime pontificio, facendo invece a modo suo. Si introducono delle
innovazioni rispetto a quel regime, ricalcando le vecchie, accese discussioni
sulla libertà di panizzazione: come si è già visto, nel 1791 Nicola Martinelli si
era dimostrato sostenitore della «libera panizzazione», ora introdotta
parzialmente e quasi di soppiatto.
(Nella nuova fase del governo della città, con il ritorno al Magistrato
ordinario, la Congregazione dell’Annona il 14 febbraio 1800 deciderà di
tollerare i panfangoli «sotto però quelle discipline, colle quali furono
introdotti». La delibera è assunta per ridurre il «pregiudizio» che essi
arrecavano all’Annona medesima 128.)
In una successiva lettera del 23 settembre [AP 505], sempre diretta ai
colleghi cesenati, si spiega che «lo spaccio del Pane, e della Farina và qui per
conto pubblico. Il Fornaio condotto non hà altro obbligo, che di manipolare, e
cuocere a tutte sue spese il pane per la mercede di pavoli cinque per sacco».
Circa l’incetta del grano da parte dell’Annona, si precisa che essa «dà un
aumento di due pavoli per sacco sul prezzo medio della Piazza».
Il 23 agosto la Reggenza riminese si occupa del problema annonario in
francesi che avevano preteso contribuzioni indebite. Si può collocare così il documento nel periodo di metà
maggio 1799, dopo lo stato d’assedio proclamato dal generale Lahoz per tutto il Dipartimento del
Rubicone, e durato dal 4 al 13 dello stesso maggio 1799. E quindi prima della liberazione della città da
parte della marina imperiale.
125 L’Amministratore interino dell’Annona è Pellegrino Bagli.
126 Cfr. «Memorie della Cesarea Regia Reggenza Provvisoria all’Ill.mo Magistrato Successore nel dì 16 Gennaio
1800», contenute in un fascicolo allegato ad AP 617. Queste istanze erano state dirette al «riaprimento
dell’Abbondanza». Le «Memorie» contengono un’importante descrizione della situazione cittadina, sui cui
dettagli non posso soffermarmi.
127 Sull’argomento rimando al cit. Il pane del povero. Nel 1788 l’Annona concesse ai fornai libertà di spaccio.

Il Legato Nicola Colonna di Stigliano prima approvò queste norme che gli sembravano «tendenti al Ben
pubblico», poi le annullò ed abolì nel novembre 1791. L’anno successivo, come si è scritto, Colonna
riaffermò l’esclusiva dell’Abbondanza. Il 23 settembre 1795 il Legato Colonna impose nuovamente la
«cessazione dei panfangoli», dopo aver ordinato il 25 agosto la panizzazione nel forno pubblico,
«senz’aggravio della Comunità e col possibile maggior sollievo de’ Poveri». Per la situazione annonaria nel
1796, cfr. il cit. Fame e rivolte nel 1797, pp. 681-684. Il 2 agosto 1799 [AP 617, c. 26] la Reggenza nomina
gli Abbondanzieri (Claudio Lettimi, Pompeo Rufo, Nicola Mattioli e Gaetano Ceccarelli); il 6 agosto 1799,
Francesco Mancini è ballottato come presidente dell’Annona [ibid., c. 27].
128 Cfr. AP 99, Annona frumentaria, ASR, c. 259v.

pag.

41

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

una lettera al comandante Garampi [AP 504]. Il grano «viene con scarsezza
nella Pubblica Piazza, perché nella maggior parte infossato»: è necessario che
la quantità disponibile sia divisa in piccole parti «a contentamento de Poveri» e
«specialmente per provvedere alle richieste delle donne del Porto». I marinai
infatti «e per abitudine, e per necessità si provveggono del grano a minuto nel
pubblico Mercato due volte la settimana. Fabbrican essi per mezzo delle loro
famiglie una qualità di pane particolare per gusto, e per la forma, che
trasportano in Mare» 129. Il pane dell’Annona, infatti, non poteva essere
acquistato dai marinai perché (come scrive l’Annona) esso «non può resistere
ai dieci, o dodici giorni di navigazione» 130. Nel Panfangolo riminese, pubblicato
nel 1791, Francesco Battaglini, oppositore delle teorie liberali di Martinelli 131,
scriveva che «la classe marinaresca tanto utile alla Città nostra, e nel tempo
stesso sì grama, e misera» 132, aveva «per costume di panizare in casa per
proprio uso: laonde son queste solo a dir poco 2000 persone d’una classe
altrettanto utile quanto misera e affaticante tra i rischi continui del mare, le
quali vivono settimanalmente al prezzo de’ grani sul mercato».
La Guardia urbana, si ordina a Garampi nella lettera del 23 agosto,
deve vigilare «sulla Piazza per l’equa distribuzione del Grano, e per il buon
ordine». Una settimana dopo, il 30 agosto, la Reggenza scrive nuovamente a
Garampi che il grano «che nella maggior parte è infossato, seguita tutt’ora a
venire con scarsezza nella Pubblica Piazza». E che occorre dividerlo «nelle più
piccole quantità a contentamento de Poveri, e per provvedere specialmente
alle donne del Porto». Per arrivare a questo risultato occorre che un ufficiale
della Guardia urbana «e qualche Comune» siano presenti a vigilare «sulla
Piazza».
A settembre si aggrava la mancanza di grano e si chiede a chi, come il
conte Pietro Martinelli [AP 505], non ha versato la dovuta quota, di farlo
immediatamente per soddisfare «le richieste de’ piccoli compratori, ed evitarne
il malcontento di chi non trovasse di provvedersi».
Il 2 ottobre, si prende un altro provvedimento «per la quiete della
Popolazione in un Anno pur troppo carestoso, come il presente» ed allo scopo
di render «meno sensibile» la già non indifferente perdita dell’Annona «onde
evitare in progresso un danno irreparabile»: è l’esenzione dal «Dazio macina»
per il grano diretto all’Annona medesima. «Qualunque altro bisogno, cui
supplire possa detto Provento, cede al confronto della Fame», si scrive
all’amministratore dello stesso Dazio, Daniele Felici Capello [AP 505].
Il 7 ed il 16 novembre si delibera il grave ed impopolare provvedimento
della «diminuzione dell’oncia del pane», a causa dell’aumento del costo del
129 Così troviamo in un documento riportato nel cit. Fame e rivolte nel 1797, p. 681, nel quale leggiamo pure:
«Una buona parte de migliori Artisti, e di Persone, ch’esercitano professioni liberali, non vivono del Pane
dell’Annona».
130 Cfr. AP 99, c. 222v, sotto la data del 30 agosto 1796.
131 Cfr. Il pane del povero, cit., pp. 14-15.

132 Dopo l’armistizio del 23 giugno 1796, la Municipalità riminese ha faticosamente impedito «l’emigrazione
di molti abitanti del Porto»: cfr. AP 502, Copialettere della Magistratura, 1796-97, ASR, 24 giugno 1796.

pag.

42

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

grano 133. I due provvedimenti hanno effetto rispettivamente dal 9 e dal 17
novembre 134.
Nel 1795 il Buon Governo aveva obbligato a produrre due tipi di pane:
il primo, «commune» (detto «venale» ed anche «bruno») per il popolo, di
sette once a bajocco; il secondo «di lusso» (o «bianco») di cinque once a
bajocco 135. Dal 16 agosto 1799 sino al 9 novembre 136, il pane «commune», è
venduto nella stessa quantità di sette once prevista nel 1795, mentre per il
«bianco» si sale a cinque once e mezzo (contro le cinque del 1795). Dal 10 al
16 novembre, si riduce soltanto il peso del «bruno» da sette a sei once e
mezzo. Dal 17 novembre, la diminuzione è invece per entrambi i tipi: il
«bianco» scende a cinque once, il «bruno» a sei 137. Complessivamente, i
provvedimenti danneggiano i ceti meno abbienti che vedono calare il peso del
pane «bruno» da sette a sei once, mentre quello migliore prima sale di mezza
oncia e poi ritorna alle cinque once del 1795. Ad aggravare la situazione,
seguono il 25 novembre ed il 2 dicembre due aumenti del prezzo della farina
(rispettivamente, a 14 ed a 15 quattrini per libbra).
Il 30 novembre [AP 505] la Reggenza scrive al commissario Pellegrini
che la situazione annonaria si rende sempre più seria, «quanto più concorrono
alla nostra Piazza i Montanari per provvedersi di granaglie, che non possiamo
loro somministrare per non affamare la nostra Popolazione, e che mancando
loro ormai del tutto nel Monte Feltro gli hà eccitati ad arrestare
tumultuariamente una pubblica Rappresentanza, e ritenerla nei maggiori
stenti». Altri guai sono provocati dal mancato riparo delle condotte dei mulini
nelle fosse Viserba e Patarina, per cui non si può procedere alla molitura 138 in
loco.
Il 5 dicembre la Reggenza impone all’Annona la fabbricazione
provvisoria di una «terza qualità» di pane ad uso esclusivo della Marineria,
«fra il Bianco, ed il Bruno ad oncie 5 per bajocco» [AP 617, c. 54 v.]. La
decisione è presa in base alla constatazione di un’«estrema penuria di grano
dell’Annona» e del «copioso spaccio del Pan bruno a perdita della medesima».
133 Tale diminuzione è di «2 oncie per tiera» il giorno 7, e di mezz’oncia per bajocco il giorno 16, di modo che
il pane bianco scende a 20 once, quello bruno a 24 «per tiera». Così si legge in AP 617, cc. 51v/52r: il dato
risulta più comprensibile in base ad AP 505, lettera alla Reggenza di Imola del 16 novembre 1799, dalla
quale si ricava che le once indicate sono corrispondenti al costo di 4 bajocchi. Per rendere omogenei i dati
rispetto agli anni precedenti, basta riportare il peso alla misura per singolo bajocco.
134 Cfr. nelle citt. «Memorie», in AP 617.

135 Nel cit. AP 99, c. 241v, alla data del 22 agosto 1797, si trova una proposta (poi non più ripresa od attuata)
di alzare il peso del pane «bruno» per il popolo a nove once, e quello del «bianco» a sette. Nell’anno
annonario 1766-67 «per maggiore vantaggio, e sollievo de’ Poveri», l’Abbondanza riminese (in sistema
diretto) aveva stabilito di «spianare una sola qualità di pane [...] quello di tutta Farina», dal peso di sei once
a bajocco. Nell’anno annonario 1764-65, ultimo in regime di appalto, il peso del pane «venale» era stato di
undici once, e quello del pane «affiorato» di nove once a bajocco. Cfr. Il pane del povero, cit., pp. 16-17.
136 Cfr. AP 99, c. 246v., delibera del 16 agosto 1799. In tale registro annonario mancano i verbali successivi al
4 novembre 1797 (ultimo di quell’anno) sino al cit. del 16 agosto 1799 (primo della nuova serie).
137 Cfr. le citt. «Memorie» in AP 617. Qui si possono vedere anche le notizie sul consumo del grano e sulla
perdita dell’Annona.
138 Cfr. in AP 505 le lettere sul tema, del 7 e 9 novembre 1799 al Sindaco delle stesse fosse ed al Giusdicente
dottor Filippo Martelli. Sull’antecedente deviazione delle fosse Patara e Viserba verso le coltivazioni di orti e
risaie in territorio di Verucchio, cfr. Fame e rivolte nel 1797, passim.

pag.

43

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Questo pane di «terza qualità» è migliore del «Bruno», richiede una maggior
cottura 139, ed ha «il sale, che vi occorre uniformemente a quello che sogliono
fare in casa». Esso può essere spacciato soltanto alle «Porte di S. Giuliano, e
di Marina in Città». I marinai, anche in campo annonario, sono gli unici a non
rimetterci. La decisione riminese è approvata dal commissario Pellegrini che la
definisce «lodevole», e che suggerisce l’opportunità di aprire uno spaccio di
farina di formentone «per il Popolo tenendolo ad un prezzo possibilmente più
basso di quello delle Farine di grano, onde minorare lo spaccio giornaliero di
queste» 140. La Reggenza con il commissario Pellegrini definisce provvisoria la
disposizione per la fabbricazione di un «Pane casalino, e salato, atto alla
navigazione» destinato ai marinai. I quali, si aggiunge, «mal volentieri si
adattano a questo necessario provvedimento», essendo soliti a comprare il
grano sul mercato ed a fare il pane in casa [14 dicembre, AP 505].
Una notizia relativa al 1801 ci conferma la gravità della situazione: in
quell’anno il ricordato medico Michele Rosa pubblica un testo in cui illustra il
modo di rendere commestibile la ghianda, ed un panettiere lo mette subito in
pratica ottenendo un prodotto che si narra aver riscosso un’entusiastica
approvazione da parte della Municipalità 141.
15. Il complesso ritorno alla normalità
Il 30 novembre la Reggenza scrive al commissario Pellegrini [AP 505]
di trovarsi in difficoltà ad amministrare la cosa pubblica a causa della malattia
del conte Ippolito Tonti, «il più idoneo» fra i consiglieri, e dell’assenza di Luca
Soardi (per le pericolose condizioni di salute della moglie). La Reggenza chiede
per tutti un «opportuno riposo», per cui avanza la proposta di un rinnovo nelle
cariche. Questo rinnovo avviene soltanto dopo che la Reggenza provinciale
emana il 29 dicembre il ricordato «Piano provvisorio di organizzazione».
In applicazione dell’articolo quinto (relativo alla «ripristinazione del
Consiglio generale») di tale «Piano», e dell’ordine trasmesso il 6 gennaio 1800
dal commissario Pellegrini alla Reggenza provvisoria [AP 908], si organizza per
la sera del 13 gennaio 1800 «la generale Adunanza Consigliare della Città» allo
scopo di eleggere la nuova Magistratura ancora di sei componenti, come in uso
da agosto. Sono convocati «avanti l’onestissimo Gentiluomo Marco Bonzetti
Delegato del Principe» 142, ventisette consiglieri «Nobili» e dodici «Cittadini» che
erano in funzione nel 1796. Sono presenti tutti i ricordati «Reggenti
Provvisori», cioè Ippolito Tonti, Federico Fregoso Carradori, Girolamo Soleri,
Luca Soardi, Pasio Antonio Valloni e Giovanni Pallotta: gli ultimi due, non
139 Abbiamo già letto nel documento di cui alla nota 130, che il pane dell’Annona non poteva «resistere ai
dieci, o dodici giorni di navigazione».
140 Qui leggiamo che è stata rinnovata l’istanza per aver grano dall’Ungheria e da altri Paesi: cfr. AP 908, 18

dicembre 1799, c. 33v.
141 Cfr. DE CAROLIS, op. cit., pp. 323-324.
142 Così Zanotti nel tomo undecimo (anno 1800) del suo Giornale, SC-MS. 318, BGR. Le successive citazioni da
Zanotti sono riprese da questo tomo. La nomina di Bonzetti da parte di Pellegrini è del 6 gennaio 1800, AP
908, c. 35r, e B 22.

pag.

44

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

aggregati al Consiglio, intervengono soltanto come componenti la Reggenza
[AP 880].
Dal verbale della riunione apprendiamo che ottengono approvazione
unanime le seguenti proposte: riduzione da otto a sei del Magistrato (sei però
ne abbiamo già contati all’inizio di agosto); elezione fatta con schede «colla
propria sottoscrizione»; «che solo per questa volta non si abbia riguardo al
grado che i presenti tenevano nel Bussolo, ma soltanto al Ceto, ed all’anzianità
di giuramento». Le urne danno questo verdetto: Francesco Bonsi 143, Giovanni
Battista Agolanti, Daniele Felici Capello, Alessandro Belmonti Cima 144, Carlo
Garattoni e Gaetano Ceccarelli.
Zanotti ricorda che questa fase conclusiva della vicenda amministrativa
riminese non procede tranquillamente a causa di un intervento proprio di
Lorenzo Garampi, che è tra i vecchi consiglieri convocati. Secondo il pensiero
di Garampi, in quella riunione sono presenti persone che non avrebbero
dovuto esserci, perché, come spiega Zanotti, «aveano non solo dimostrato la
loro opposizione 145 favorevole alle massime democratiche, e di non sana
morale, ma ben anche ne aveano dato saggio co’ scritti». Garampi vede in
questo episodio una violazione delle norme del «Piano», per cui decide di
ritirarsi dall’adunanza, chiedendo che sia verbalizzato il suo abbandono.
Bonzetti, prosegue Zanotti, davanti all’«insorto rumore» si adopera
«colla naturale sua affabilità a comporre gli animi». Il pubblico «mal sofferse
l’elezione di alcuni resi sospetti per le passate vicende, e tanto più», leggiamo
in Zanotti, «per la rinuncia, che immediatamente ne fece il conte Bonsi
soggetto integerrimo, e della più favorevole opinione presso il Popolo, sebbene
tale rinuncia non si fosse ammessa dal Delegato», Marco Bonzetti. Anche nella
Cronaca di Giangi leggiamo qualcosa al proposito: «Il Conte Lorenzo Garampi
avanti dell’Elezione diede una protesta in scritto, dicendo che tutti li Consilieri
erano infetti, e che lui non ci stava bene, e subito partì dal Consiglio».
Garampi non s’accontenta della dichiarazione a verbale: il giorno dopo
presenta ricorso alla Reggenza provvisoria uscente contro l’«irregolare
condotta» dell’adunanza del Consiglio. Egli sostiene che l’elezione della nuova
Magistratura non deve ritenersi valida, e che, fino al pronunciamento del
commissario imperiale, la medesima Reggenza uscente deve restare in carica.
A quest’ultima, egli attribuisce la responsabilità di «qualunque illegalità,
disordine, e rumore pubblico che fosse per nascere». Il 15 gennaio Giangi
ricorda: «La Regenza nova non ha preso poseso, seguita la vecchia».
Bonzetti si rivolge al commissario Pellegrini il quale il 17 gennaio [AP
880 e 980] ordina una nuova adunanza del Consiglio, avvertendo che per
esserne esclusi non basta il «semplice giuramento prestato nel tempo del
Governo Repubblicano», quando esso «non fosse stato accompagnato da una
successiva condotta riprensibile notoriamente» 146. Pellegrini precisa poi che
nella riunione del 13 c’è stato un errore procedurale: prima dell’elezione del
143 F. Bonsi (1722-1803), allievo di Iano Planco, fu un luminare della Veterinaria.
144 Fratellastro di Gian Maria Belmonti, egli visse dal 1757 al 1831. Cfr. la cit. ANTONIOLI, pp. 215-217, nota 2.
145 Nel testo si legge «opposizione»: forse si deve intendere «posizione».

pag.

45

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

nuovo Magistrato, occorreva procedere alla segreta ballottazione dei consiglieri
«intervenienti» per la loro ammissione al Consiglio 147. Bonzetti, nella sua
qualità di Delegato, avrebbe dovuto «vagliare con l’esperimentata sua
prudenza e circospezione, che nulla si commettesse d’irregolare». Per la nuova
convocazione, si deve seguire la prassi annunciata: anzitutto ballottazione ed
esclusione dei consiglieri, quindi scelta della nuova Magistratura fra i non
esclusi. Pellegrini accenna pure alla protesta di Garampi: dovendosi ripetere
l’adunanza, «è inutile il farla registrare negl’Atti Pubblici del Consiglio».
(Ovvero, i panni sporchi si lavano in casa.)
La seconda adunanza si tiene il 19 gennaio sera. Anzitutto, racconta
Zanotti, si dichiarano esclusi dal Consiglio, per mancanza dei due terzi dei voti,
Gian Maria Belmonti (perché arrestato), Gaetano Gaspare Battaglini (partito
per Venezia), e Gaetano Urbano Urbani 148 («assente dalla Città al suo Casino
di Covignano»). Dal verbale di AP 880 ricaviamo che i tre, nella ballottazione,
non raggiungono la maggioranza richiesta di 29 voti sui 43 votanti (con
l’obbligo che «veruno dia il voto per se stesso» 149), con questi risultati:
Belmonti 27 a favore e 16 contrari, Battaglini 23 contro 20, Urbani 28 contro
15.
Si passa quindi ad eleggere la nuova Magistratura: solamente Bonsi
supera i due terzi (con 32 voti contro i 29 richiesti). A questo punto si propone
di votare la proposta di una nuova ballottazione fra i cinque consiglieri (quattro
«Nobili» ed un «Cittadino») che hanno ricevuto più voti in quella appena
conclusa, «onde per i due terzi di voti ottenerne l’inclusiva; e non ottenendola
essi, fare lo stesso sperimento di altri cinque». La proposta è bocciata (26 voti
a favore, contrari 16: non è raggiunta la maggioranza dei due terzi).
Il commissario provinciale Pellegrini, tramite Luigi Brosi (il nuovo
governatore), il 23 gennaio [AP 908, cc. 37v/38r] invia un messaggio alla
Reggenza in cui fa presente che, per addivenire finalmente alla composizione
della nuova Magistratura, occorre una «concordia di sentimenti» fra i
consiglieri. Il commissario ordina «di esporre a nuova ballottazione cinque
Signori Consiglieri, che per la Magistratura ebbero più voti nell’antecedente
146 Il 3 dicembre 1799 [AB 22], la Reggenza provinciale dichiara che dagli impieghi debbono essere esclusi
quanti «sono stati impiegati dal governo Democratico, e che abbiano prestato il giuramento civico».
147 Tutte le lettere ufficiali sono riprodotte sia in AP 880, Atti del Consiglio Generale, 1796-1801, ASR, sia in
AP 908. Tralascio di ricordarlo per altri documenti.
148 Sulla figura di Urbani (1751-1829), cfr. due saggi di G. C. MENGOZZI , G. U. U. Delegato all’organizzazione
del Montefeltro, «Studi Romagnoli» XXI (1970), pp. 497-508; e Montefeltro giacobino, «Società di Studi
storici per il Montefeltro», San Leo 1973, pp. 69-93. Nel primo lavoro, si denuncia giustamente l’«inusitato
e singolare silenzio, se non l’oblio, che ha circondato la figura e l’opera» di Urbani e «di tutti gli uomini
riminesi dell’età napoleonica da Nicola Martinelli a Gian Maria Belmonti, da Stivivi a Daniele Felici» (p. 497).
Nel cit. Compendio, TONINI quando riporta la notizia della scomparsa di Urbani, lo definisce «autore del
lavoro inedito degli scrittori riminesi, e nelle cose politiche versato» [p. 467]. Lo spirito illuministico ed
anticlericale di Urbani traspare anche dal già cit. profilo di G. M. Belmonti, contenuto in Scrittori e prelati
riminesi. Basti ricordare questo passo: per la «sacerdotale astuzia», dopo l’arrivo degli austriaci, «il delitto
prendeva ovunque sembianza di virtù, e sembrava farsi per così dire, facile, e sicura strada al Paradiso».
L’assenza di Urbani dalla adunanza del 19 gennaio 1800 ha un suo preciso significato come rifiuto di ogni
politica di restaurazione.
149 In questo modo per ogni nominativo, tra favorevoli e contrari, ci sono in totale 42 preferenze. In alcuni
casi ne sono riportate però 43, come per i tre esclusi.

pag.

46

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Consiglio, e successivamente altri cinque», come aveva suggerito la proposta
bocciata la sera del 19 gennaio.
Il 28 gennaio si tengono altre due ballottazioni: in nessun caso si
ottiene l’approvazione con i due terzi. Il primo voto riguarda i cinque consiglieri
(quattro «Nobili» ed un «Cittadino») che hanno ricevuto più voti il 19 gennaio,
cioè Giovanni Battista Agolanti (18/23), Francesco Mancini (21/20), Alessandro
Belmonti Cima (19/22), Carlo Garattoni (25/12) e Giuseppe Guidantoni
(21/20). Nel secondo, sono sottoposti a ballottazione Daniele Felici Capello
(21/20), Ippolito Tonti (26/15), Giuseppe Soleri (27/14), Luca Soardi (27/14),
e Gaetano Ceccarelli (26/15).
Il Delegato Bonzetti non sapendo come risolvere la situazione, ricorre
ancora al commissario Pellegrini che gli risponde il 31 gennaio [AP 908, c.
38r]. Come racconta Zanotti, il commissario Pellegrini dichiara di essere
«giustamente annoiato dalle praticate discordie, e maneggi», e di considerare
«superfluo, ed indecoroso il ripetere delle nuove adunanze inutili», per cui
decide di nominare lui stesso il Magistrato. Pellegrini sceglie Francesco Bonsi
(unico eletto il 19 gennaio), Ippolito Tonti (che il 16 giugno ha sostituito il
dimissionario Zollio, ed è stato nominato presidente il 4 agosto), Giuseppe
Soleri (già prescelto il 31 maggio), Francesco Mancini (votato ma senza
quorum il 19 gennaio), Carlo Garattoni e Gaetano Ceccarelli (eletti il 13
gennaio, nella votazione fatta invalidare da Lorenzo Garampi).
I nuovi Magistrati prendono possesso dell’Ufficio appena giunge, il 3
febbraio 150 come scrive Giangi, la lettera di nomina ufficiale da parte del
Commissario provinciale. Due giorni prima è entrato nelle sue funzioni il
governatore Brosi. Il 5 febbraio si tiene l’adunanza del Consiglio con il nuovo
Magistrato [AP 880]. Sotto questa data, Giangi scrive: «Questa matina non si
è più veduta la Bandiera al Pogiolo di questo Conte Lorenzo Garampi». Lo
strapotere del comandante della Guardia urbana è finito. La sua vicenda è
esemplare. Gli austriaci hanno tentato di servirsi di lui per piegare gli
amministratori municipali al proprio volere, come testimonia il ricordato
episodio del 31 luglio, quando il comandante della Romagna De Buday, non
approvando un rinnovo della Reggenza a cui il Magistrato Provvisorio di Rimini
aveva pensato (ed avvenuto poi egualmente il 4 agosto), scrive a Lorenzo
Garampi, ordinandogli d’intimare agli amministratori in carica di non cambiare
nulla rispetto alla conferma austriaca della «scelta del Popolo» decretata per
«sovrana disposizione» il primo giugno. L’uscita di scena di Garampi è anche
uno schiaffo alle pretese di Vienna di governare una qualsiasi piccola città
conquistata manu militari.

150 La lettera di Pellegrini di nomina dei nuovi Magistrati è anche in AP 905, Risoluzioni 1793-28.2.1797 e
13.2.1800-23.1.1801, c. 101r, ASR.

pag.

47

ANTONIO MONTANARI, IL FURORE DEI MARINAI

Appendice.

Eletti (e votati) alla Magistratura riminese, 1799-1800.
I «votati» si riferiscono alle sedute del 19 e 28 gennaio 1800. In quella del
19 risulta eletto soltanto Bonsi. Il 28 nessuno dei dieci ballottati in due riprese
ottiene il quorum (la seconda votazione ha il rimando alla nota 6).

31 magg.
_______

2 luglio
_______

Battaglini Battaglini
Bonadrata
(2)
Bonzetti
(3)
Soardi
Soardi
Soleri
Soleri
Zollio (1)
Tonti
Fregoso
Valloni
Manzaroli
Pallotta

4 agosto
_______

13 genn.
_______

19 genn.
_______

28 genn.
_______

31 genn.
_______

Soardi
Soleri

Soardi (6)
Soleri (6) Soleri

Tonti (4)
Fregoso
Valloni

Tonti (6)

Tonti

Pallotta
Bonsi
Ceccarelli

Bonsi (5)

Garattoni

Garattoni
Mancini
Agolanti
Belmonti

Agolanti
Belmonti
Felici

Guidanto
ni

Ceccarelli
(6)
Garattoni
Mancini
Agolanti
Belmonti
Felici (6)
Guidanto
ni

Bonsi
Ceccarelli
Garattoni
Mancini

Note all’Appendice.
(1) Zollio dimesso il 16.6, sostituito da Tonti.
(2) Bonadrata dimesso il 2 luglio.
(3) Bonzetti dimesso il 2 luglio.
(4) Presidente. La data del 4 agosto, come si è già precisato, non è quella
della riunione del Consiglio, tenutosi probabilmente il primo agosto.
(5) Unico eletto il 19 gennaio. Sugli altri 5 si vota inutilmente il 28 gennaio
1800.
(6) Seconda votazione del 28 gennaio 1800.
Ringraziamenti sinceri debbo rivolgere, per la cortesia dimostrata e la collaborazione
ricevuta, al personale tutto dell’Archivio di Stato di Rimini e della Civica Biblioteca
Gambalunghiana di Rimini, ed in quest’ultima sede in particolare alla dottoressa Paola Delbianco,
Responsabile della Sezione Manoscritti e Fondi antichi.

pag.

48