EDIZIONE SPECIALE

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NUMERO cinque

7 giugno 2004

Editoriale
Una miriade di foglietti di ogni colore che sgomitano per rendersi visibili ed attirare l'attenzione dell'universitario distratto. Puntine che trattengono avvisi, segnalazioni di conferenze, feste, musica, concerti. Lo studente che passa e va - di corsa al bar o in ritardo per una lezione - difficilmente riesce a non fermarsi, anche solo un secondo, davanti ai pannelli sepolti di carta svolazzante che costituiscono le bacheche dei nostri dipartimenti. L'andirivieni è massimo di fronte all'immensa bacheca che è il fulcro della facoltà Centrale, dove libri introvabili e coinquilini volenterosi (fumatori o meno) - così come corsi di joga, jam sessions e Presidenti della Corte Costituzionale in visita - convivono senza arrecarsi troppo disturbo. Qui non c'e' posto per alcun tipo di etichettatura: non trovano spazio i pregiudizi che separano campi sentiti come eterogenei, e le "vette della cultura" sono le esigenze di ogni giorno, solo qualche foglietto piu' in la'. Così accade per gli schematismi che ci allontanerebbero da cio' che resta fuori dal nostro campo di competenze, frantumati dall'ampiezza di un colpo d'occhio che si apre lasciandosi coinvolgere dagli stimoli piu' differenti. Ecco quello che vorrebbe raggiungere questo numero di Inchiostro. L'Universitario Distratto dovrebbe sfogliare le pagine del giornale come se passasse di fronte ad una cartacea bacheca, dove fermarsi per annotare una data (e di date la nostra Agenda e' fin troppo ricca, per chi non possiede il poco umano dono dell'ubiquita'), o estrarre (solo i piu' coraggiosi, si sa) la propria puntina di commento, di intervento e collaborazione. Come nelle amicizie piu' profonde, nulla e' piu' fecondo della contaminazione tra cio' che non si e' mai pensato come accostabile. Certo la condizione ideale per avere a che fare con la bacheca di foglietti colorati, non e' da tutti, ma solo dello studente che puo' concedersi, a volte, il tempo di passeggiare. Luna Orlando

L'arte migliore è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo.
Come disse mio nonno sul letto di morte: “Ehi, amici, questo non è il mio letto!” (Larry)
Mingus Ah Um di Leonardo Pistone T.A.Or.M.I.N.A. di Mattia Quattrocelli L’etica narrativa e il medico-lettore di Maria Luisa Fonte Melfi: FIAT lux di Nicola Cocco Africa Pavese di Laura Baiardi Centri sociali, in fondo a destra di Alessandro Manzo

(John Ruskin)

scrivete per inchiostro Idee, critiche, suggerimenti, temi che stimolino la vostra curiosità? Volete collaborare con la Redazione del giornale? Scrivete a: inchiostro@matita.net

Il bene culturale... di Maria Chiara Succurro Il tessuto grigio del mondo... di Lucia Ziglioli Dell’orecchio che mira... di E. Marigo ed E. Gatti

S.A.D. di Maria Chiara Succurro Leopardi e Nietzsche di Sara Natale Non chiamatelo “Che”! di Matteo Pellegrinuzzi

Teatro di ricerca: nuove realtà in fermento di Maria Chiara Succurro Contro il fanatismo di Amoz Oz di Sara Natale

Agenda dall’8 al 21 giugno

7 Giugno 2004 - Numero 5

FOTOGRAFI ARTISTI CREATIVI
mandateci le vostre immagini! Inviate una mail a: inchiostro@matita.net

Giornale degli studenti dell’Università di Pavia - Iniziativa realizzata nell’ambito del programma dell’Università di Pavia per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti (A.C.E.R.S.A.T.)
Direttore: Luna Orlando (filosofia) Redazione: Laura Baiardi (lettere moderne), Michele Bocchiola (filosofia), Nicola Cocco (medicina), Stefania d’Andrea (filosofia), Mario Farina (filosofia), Antonio Lerario (matematica), Elena Marigo (filosofia), Lorena Meola (scienze delle comunicazioni), Alessio Palmero (matematica), Matteo Pellegrinuzzi (lingue), Leonardo Pistone (matematica), Mattia Quattrocelli (biotecnologie), Maria Chiara Succurro (lettere antiche), Stefano Valle (ingegneria) Hanno collaborato: Maria Luisa Fonte, Emanuele Gatti, Alessandro Manzo, Massimiliano Mazzanti, Sara Natale, Giuseppe Paradiso, Lucia Ziglioli. Disegni: Silk Fotografia: Matteo Pellegrinuzzi Grafica: Alessio Palmero Stampa: Industria Grafica Pavese Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 febbraio 1998 Tiratura: 2000 copie Questo giornale è distribuito con la licenza Creative Commons AttributionShareAlike.

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sta che vedete a sinistra. Ma andiamo con ordine.

Mingus Ah Um
di Leonardo Pistone
Guardate la foto (qui vicino/sopra). Il tizio di spalle, con le bretelle e il contrabbasso, è Charles Mingus, e oggi parliamo di lui. La foto risale al '59 (ancora!), ed stata scattata durante l'incisione di Mingus Ah Um a New York. Mingus era un virtuoso del contrabbasso, uno dei più originali compositori del jazz, e qualche anno dopo questa foto fu condannato per aver atterrato con un pugno Jimmy Knepper, che è il tromboni-

Fin da piccolo Charles si sentiva disprezzato ed emarginato; si definiva un "negro giallo", e intitolò la sua autobiografia Beneath the Underdog (peggio di un bastardo). Era un tipo scontroso, aggressivo, spesso ingrato, che molti (tra cui talvolta lui stesso) ritenevano un bambino. In realtà la persona più adatta a commentare la mente di Mingus è il suo psicologo, tal Edmund Pollock, che scrisse nelle note di copertina di un disco di Charles: «Le sofferenze sperimentate nell'infanzia e

rezza, odio, distorsioni, e per farlo rifuggire dalla realtà. [..] Egli è dolorosamente conscio dei suoi sentimenti e vuole disperatamente guarire.» Torniamo alla musica. "Mingus Ah Um" contiene tutti pezzi composti da Mingus, veramente bellissimi. Non si tratta del classico schema di Kind of Blue, per esempio, in cui i pezzi sono semplici e il tutto è basato sull'improvvisazione individuale, a turno. Non si tratta neanche di un disco orchestrale in cui gli arrangiamenti sono scritti e basta. È uno strano ibrido: di tratta per lo più di improv-

poi nell'età matura come persona e come uomo di colore sono state sicuramente sufficienti per indurre in lui una grande ama-

visazione di gruppo, non ci sono parti precise scritte, però in qualche modo Mingus ha "arrangiato" la musica, costruendola a mente e dando qualche spiegazione a voce agli altri. Il risultato è un capolavoro, perché l'orchestrazione è raffinata e "corale" come se si trattasse di musica scritta, ma c'è anche tutta la spontaneità della musica improvvisata. Per avere un'idea di come fosse Mingus "direttore", guardate la foto: suonando stava di fronte agli altri, li incalzava, e nel disco si sentono bene le sue urla di incitamento. E si racconta che, in concerto, talvolta fermasse tutti per ricominciare, insoddisfatto...

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Corsi e ricorsi nel marasma scientifico

L’etica narrativa e il medico-lettore
di Maria Luisa Fonte
21 maggio 2004. Un caldo pomeriggio pavese. L’aula di Clinica Pediatrica. Una platea poco affollata ma ricca di camici bianchi. Pochi studenti curiosi. La narratrice. Questi gli ingredienti del seminario di Martha Montello, docente di Storia e Filosofia della Medicina all’Università di Kansas City, giunta su invito della Prof.ssa Ruberto, direttrice del Centro di Bioetica dell’Università di Pavia, per tenere una lezione sull’Etica Narrativa e la sua applicazione in campo pediatrico. La Prof.ssa Montello comincia raccontando la storia di Sara, una bambina gravemente malata. Ma il confine tra la fine di questa storia e ciò che vi è dopo è indistinguibile: la Montello incanta la platea, non ci si accorge neanche che non parla in italiano. La malattia di un bambino, il senso di impotenza di un adulto di fronte ad essa hanno un codice di comunicazione che va oltre la lingua. La narratrice racconta, suggerisce, pone delle domande precise, che obbligano a fermarsi a pensare. Perché è soffermarsi sulla domanda giusta il modo per avvicinarsi alla soluzione di un problema tanto complicato quanto quello di stabilire se un bambino sia o no in grado di decidere in autonomia sulla propria vita. In questi casi di universale dolore ma di particolare vita, la soluzione preconfezionata, la norma, non basta: l’Etica Normativa dice che se un minorenne è malato la decisione riguardo al suo stato di salute tocca ai genitori o ai tutori legali, punto. Ma quel minorenne cosa pensa della sua condizione? Quel bambino cosa ha capito di tutto ciò che ha vissuto? Davvero quella PERSONA non ha capacità decisionale? Di certo, un bambino che è malato e a cui niente viene spiegato e chiesto, è solo. Ma lui, quale soggetto della sua storia, avrebbe tanto da raccontare, se fosse ascoltato: come tutti, si porta delle storie passate e presenti, aperte e in continua evoluzione. La Montello illustra il metodo dell’Etica Narrativa, supporto e completamento dell’Etica Normativa; nella narrazione vanno ricercati quattro elementi fondamentali: la voce, il protagonista, il contesto, il lettore. È su quest’ultimo che la Montello si sofferma: la storia per esistere, deve essere letta, ascoltata, e questo ruolo nella dialettica della malattia spetta al medico. Il medico-lettore dunque è in grado di interpretare il racconto, ascolta e discute il futuro direttamente con il bambino, lo aiuta a sviluppare una capacità decisionale. La presenza del dottor Franco Locatelli, Direttore di Oncoematologia Pediatrica al S. Matteo di Pavia, aiuta a riportare ciò che viene detto alla reale dimensione di dolore che si vive in un reparto come il suo. La Montello non lascia regole da seguire, ma pensieri da tener sempre in mente: essere certi di considerare i bambini con il rispetto dovuto ad ogni persona umana; essere certi che né leggi né regole possono aiutare una persona malata, solo l’ascolto e la partecipazione di altre persone possono farlo.

T. A. Or. M. I. N. A. Una sfera di sole nella cura dei tumori
di Mattia Quattrocelli
Lo scopo dichiarato dell'articolo è che voi, lettori affezionati, alla fine di questa pagina, associate queste quattro sillabe, oltre che al turismo soleggiato e al conflitto d’interessi, anche ad un orizzonte veramente promettente della ricerca italiana e, nello specifico, pavese. Già, perché il quadrisillabo su citato non è altro che la sigla di Trattamento Avanzato di Organi Mediante Irraggiamento Neutronico e Autotrapianto… roba da sballo, eh? In realtà, ciò di cui parleremo è veramente serio e rappresenta un contatto stretto con la ricerca sulla cura dei tumori a livello mondial; stretto perché, finalmente, parliamo di esperimenti e risultati avvenuti a qualche centinaio di metri dalle nostre sedi universitarie. Nel 1932 Chadwick scopre il neutrone, ovvero il componente del nucleo degli atomi, dotato di massa e di energia, ma non di carica elettrica. Un medico, appena quattro anni dopo, sostiene apertamente la possibilità di utilizzare il neutrone in medicina, appunto contro le masse tumorali. La domanda nasce spontanea: qual è il collegamento? Il collegamento prende il nome di fissione o scissione nucleare, tanto aberrante per scopi militari, quanto interessante per gli effetti biologici. E il concetto teorico suona più o meno così: perché non far subire gli effetti devastanti di un decadimento radioattivo selettivamente alle cellule tumorali? Risposta: il 21 dicembre 2001, nel Policlinico San Matteo, un uomo con metastasi epatiche terminali (l’ultimo stadio del tumore al fegato) viene operato con una procedura inedita. Il suo fegato, infatti, viene asportato chirurgicamente e trasportato ad un reattore presso l’INFN, trattato con Boro10 e bombardato con neutroni, per essere subito ritrasportato in sala operatoria, dove viene autotrapiantato. La TAC non rileva alcun tumore residuo e le ex-metastasi, trattate in questo modo, diventano prima cicatrici (cosa che testimonia che il tessuto era effettivamente morto), per poi lasciare spazio al nuovo tessuto sano. A tre anni di distanza, il fegato lavora tranquillamente e l’uomo, che si è sottoposto al trattamento sperimentale, vive normalmente. A dirla così, sembra un processo magico ed imperscrutabile: il segreto reale di tutto ciò è il Boro. Nel 1934, Fermi e collaboratori avevano evidenziato l’elevata capacità di questo elemento di catturare neutroni e, una volta bombardato, di decadere in 7Li e radiazioni α (nuclei di 4He, particelle altamente energetiche di Elio). Sono proprio queste particelle a la causa degli effetti distruttivi sui tessuti biologici, con una caratteristica precisa: la scissione dell’atomo di Boro non cede un’energia troppo alta alle particelle uscenti, dimodoché queste, con relativi effetti nocivi, non escano dalla membrana plasmatica cellulare e non si estendano anche ai tessuti vicini. Tradotto in pratica: come fare a concentrare il Boro soltanto nelle cellule tumorali? I fisici nucleari hanno utilizzato il BPA-F, ovvero fruttosio complessato con fenilalanina borata, uno zucchero e un aminoacido, facilmente solubili e trasportabili dal sangue e metabolizzabili dalla cellula. Ovviamente, parte del Boro finirà anche nei tessuti sani: l’importante è che il rapporto tra la concentrazione nel tessuto tumorale e quella nelle cellule normali sia sufficientemente alto (molti percorsi ricercano nel senso di una distribuzione ancora più tessuto-specifica). La sperimentazione è proseguita anche su un secondo paziente, il quale, però, è morto trenta giorni dopo l’intervento. Analizzando il fegato, le metastasi apparivano completamente e selettivamente distrutte (i tessuti sani circostanti, come nel primo caso, non erano stati minimamente toccati): la causa del decesso è da ascrivere al peso notevole dell’operazione chirurgica in sé. E questa infatti rimane la nota dolens da sciogliere al più presto, prima dell’estensione dei trials clinici: bisogna ridurre i tempi di anepatia (mancanza di fegato), in cui versa il paziente durante l’operazione, e, soprattutto, bisogna alleggerire il lavoro post-operatorio a livello dei reni – sono infatti questi organi ad occuparsi dello smaltimento dei tessuti in necrosi provenienti dalle ex-metastasi. La collaborazione tra l’Istituto di Fisica Nucleare, il Dipartimento di Biologia Animale (per le prove predittive su cavie) e il Policlinico ha lanciato, in definitiva, due segnali. Uno al mondo: la notizia dei risultati estremamente incoraggianti ha fatto il giro delle agenzie di stampa più importanti del globo. Un altro al Bel Paese: quando si vuole, ci sono neuroni più che sufficienti per sviluppare progetti di ricerca altamente qualificati e all’avanguardia. Chi ha orecchie e responsabilità intenda.

internet
http://lxpv01.pv.infn.it/~altieri/ Sito del Prof. Altieri, uno dei principali ricercatori coinvolti nel progetto; il sito contiene molte informazioni, anche dettagliate, sui vari step e “perché” della sperimentazione

BACHECA
Cerco testo Analisi Uno di Gianni Gilardi, possibilmente della seconda edizione. Contattare 380.5165636. Cerco testo Algebra di I. N. Herstein. Chiamare 347.4960876. Vendo chitarra spagnola 4/4. Marca Alhanbra in legno di abete priva di corde, prezzo trattabile. Cell 339.7583673. Questa rubrica vuole essere un “ordinato sostituto” alla bacheca che in Università Centrale straripa di fogliettini di ogni tipo: dallo studente che cerca una stanza alla studentessa che offre la stanza della sua compagna ormai laureata (e molto speso annunci di questo tipo, anche se sembrano complementari, in realtà non lo sono), dalla richiesta del libro che non stampano più, al tentativo di liberarsi di uno comprato per sbaglio... o comprato e mai usato! Per non parlare poi del laureato sicuro si sé che già vuole mettersi alla prova impartendo lezioni di ogni tipo per aiutare il prossimo... e raggiungere più facilmente la fine del mese. Se avete quindi qualsiasi richiesta scrivete una mail a

inchiostro@matita.net

Nel prossimo numero... ... una speciale intervista allo scrittore israeliano David Grossman, incontrato in esclusiva per i lettori di “Inchiostro” durante il suo breve soggiorno pavese in occasione della conferenza del 31 maggio.

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di Nicola Cocco
San Nicola di Melfi (PZ) – In veste di inviato speciale “autoctono”, lasciate che vi racconti una storia. Anzi, tre. Tempo fa, in una terra lontana e povera, abbacinata dal sole del Mezzogiorno, sorse per magia un magnifico castello. La sua signora SATA (Società Automobilistica Tecnologie Avanzate, ndr), figlia della regina FIAT, promise ricchezza a tutta quella gente afflitta e dimenticata dal mondo. Come? Grazie ai “Punto”, degli automi di latta con le ruote. Una cosa però non rivelò: si nutriva di carne umana. La maga SATA cominciò ad accogliere le menti e le braccia più giovani e forti del paese, altrimenti costrette ad emigrare nelle lande fredde e ostili del Nord. Il sole della prosperità cominciò a brillare sul paese come mai aveva fatto prima. Ma ogni mattina il castello ingoiava ragazze e ragazzi vitali e, alla sera, restituiva, come per rigurgito, manichini fatti di muscoli e ossa, dissanguati, coi sorrisi e la forza d’animo adombrati dalle occhiaie. Quanfoto di Giuseppe Paradiso

Melfi: FIAT lux
disciplinare può andare dai 2-3 giorni di sospensione fino ai casi più eclatanti di licenziamento per impegno politico o sindacale» Nei giorni scorsi è diventata famosa la cosiddetta “doppia battuta”… «La doppia battuta, che consiste in 12 turni consecutivi (notte, mattina o pomeriggio), e che praticamente massacra i lavoratori, esisteva solo a Melfi. Si consideri che c’è chi fa 150-200 km al giorno all’andata e altrettanti al ritorno per raggiungere il posto di lavoro» Alla fine siete riusciti a raggiungere un accordo con l’azienda. «Finalmente i lavoratori hanno capito che solo con la lotta si possono raggiungere gli obiettivi, cioè avere migliori condizioni di lavoro e di salario. L’accordo prevede la parificazione salariale con Mirafiori a regime nel 2006. Poi c’è la moratoria sui provvedimenti disciplinari emessi nell’ultimo anno. Questo è importante perché camoperai adesso esigeranno sindacalisti “veri”» Quanto ai motivi salariali che sono alla base della protesta, perché esiste, in proporzione, la differenza salariale tra la FIAT di Melfi e altri stabilimenti? «Qui, nel “prato verde”, c’è stato il cosiddetto “contratto d’area”: la FIAT, conscia dell’alto tasso di disoccupazione della regione, ha potuto fare gioco forza con le classi governative locali e coi sindacati, stabilendo dei salari più bassi. E i popoli della Lucania, come diceva Carlo Levi, hanno come unica forma di ribellione quella della “rassegnazione”. Ma quando non ce la fanno più, iniziano la lotta e riescono a vincerla. Pensa a Scanzano Ionico…» Siete i “nuovi briganti”… «Si sono costruite lo nostre coscienze: i lavoratori adesso entrano negli stabilimenti con la testa alta, e abbiamo notato un maggior rispetto da parte delle direzioni aziendali» Quale effetto ha avuto la FIAT sull’economia della Basilicata? «È fuori dubbio che nei nostri piccoli centri ha portato ricchezza. Un altro motivo della battaglia è proprio quello di mantenere l’occupazione: se la crisi si farà sentire sempre di più sarà drammatico, perché la forza occupazionale è diretta esclusivamente alla FIAT di Melfi. Non c’è stato uno sviluppo ulteriore e un grosso problema che si devono porre classi dirigenti e sindacato è proprio la tendenza delle aziende ad investire all’estero» Lo stabilimento FIAT di Melfi è stato progettato come superamento del vecchio modello di produzione tayloristica a favore della modalità “partecipativa”. Ciò è avvenuto? «Questo passaggio al modello di “fabbrica integrata” tanto pubblicizzato di fatto non è mai avvenuto: non c’è mai stato il coinvolgimento dei lavoratori nelle dinamiche aziendali» Tornando alla protesta, quali risposte avete avuto dal Governo, oltre ai manganelli? «Il Governo ha strumentalizzato la protesta per demonizzare i lavoratori in sciopero e per isolare i sindacati che li appoggiavano. Poi sono arrivati gli enunciati di Sacconi e di Fini, da cui sono partite le cariche della polizia. Da parte del Governo non è mai venuta solidarietà ai lavoratori di Melfi: questa è arrivata dall’Opposizione, dalla società civile, dai metalmeccanici di tutta Italia, dalle associazioni…» Un’ultima domanda: ti piace il tuo lavoro? «Diciamo che io sono stato “costretto” a scegliere questo lavoro, perché voglio rimanere nella mia terra, ci sono affezionato e voglio dare ai miei figli i suoi valori. Quando io sono entrato in fabbrica si doveva decidere tra la FIAT di Melfi e un lavoro in qualche bar al Nord o all’estero. L’unica possibilità di occupazione in Basilicata è la FIAT. Un posto di lavoro è importante, e per me è alla base di qualsiasi libertà: solo se uno ha il lavoro è libero» Giuliano F., 33 anni, linea di montaggio È inutile, i compagni proprio non riescono a chiamarlo “Mutek”: lui insiste, ma poi tutti, nella UTE (Unità Tecnologica Elementare, ndr), usano il suo nome molto meno “techno”: «Giulià, t’aggia parlà…», «Giulià, po’ ce ne sciammo insieme…». “Mutek” è il nome che si è scelto per il suo “body piercing studio”, a Napoli, con tanto di sito web. Usa il suo corpo come vetrina: tre piercing al labbro superiore, due alla palpebra destra, due alla sinistra. Mutek è uno tosto. Potentino, comunistaccio doc, lavora al montaggio, ma la sua vera vocazione è l’attivismo sindacale. RSU (Rappresentante Sindacale Unitario, ndr) passato da un sindacato filo-aziendale all’UGL: «Sì, so’ l’unico comunista verace in un sindacato di destra, embè? Qua la FIOM è un po’ moderata… L’unico sindacato ancora non venduto è l’UGL». Si è fatto un bel po’ di nemici, Mutek, all’interno dell’azienda. Quando passano gli RSU filoaziendali, gli “esperti”, in gergo “fiattesco”, li segue con lo sguardo: «Ve’ come se ne vanno in giro a farsi i cazzi degli altri, ve’… altro che “interesse dei lavoratori”…». E fioccano i provvedimenti disciplinari. 16. Tanti ne ha avuti. Quando riceve la lettera con la notizia dell’ennesimo provvedimento, gli amici lo consolano con pacche sulle spalle, senza dare nell’occhio: «Vai, Giulia’, che al prossimo vinci il panettone! Lo sappiamo tutti che al 99% so’ strunzate…» E questo lo pensa anche lui, ma che rabbia sapere che molti provvedimenti disciplinari sono organizzati dall’azienda coi “capi” e anche con altri operai che testimoniano contro… Per non parlare di quei giudici “venduti” dell’Ufficio Provinciale del Lavoro che confermano il provvedimento… Il suo primo provvedimento disciplinare: “comportamento scorretto”, 3 giorni di sospensione. Una telefonata ad un capo-UTE in cui Mutek segnalava con toni “forti” un problema di un ragazzo invalido. «Ma che l’hai detto, Giulia’?» Mutek non è certo uno tranquillo: «A volte bisogna applicare la legge della strada. Quello m’ha fatto proprio incazzare, e gli ho detto “Ve’ che ti rompo il culo se non fai come ti dico…”». Quando poi, al tribunale di Melfi, Mutek ebbe tra le mani il verbale della denuncia, vi trovò trascritto un romanzo thriller: che lui aveva seguito il capo-UTE fino alla casa, che gli aveva minacciato i figli… Alla fine, i tre giorni di sospensione furono confermati. «Questi sono i servi dei servi dei servi…» Poi c’era stato quello per “assenza visita di controllo”. Una notte Mutek s’era sentito male: via di corsa al Caldarelli di Napoli, dove fu ricoverato. Problemi al fegato: intervento. Lui aveva telefonato in fabbrica per avvisare, e l’azienda aveva mandato la visita fiscale. Al ritorno in fabbrica, la solita letterina, 3 giorni di sospensione: “Non sussisteva l’impellenza di andare in ospedale”. L’INPS di Napoli aveva confer-

do però i giovani “operai” (come venivano chiamati) si resero conto dell’orribile segreto di SATA, decisero di ribellarsi. Fu una lotta terribile. SATA aveva dalla sua il temibile stregone Governo dalle mani di legno che sparavano celerini. Ma gli operai resistettero, appoggiati anche dalle genti dei paesi vicini. La battaglia durò 21 lunghi giorni. E alla fine… Vittorio C., 37 anni, addetto alla qualità del processo Incontro Vittorio in un bar sulla strada larghissima che porta agli ingressi principali, su cui scivolano veloci gli autoarticolati che trasportano “Punto” e “Y10” fresche di produzione. Vittorio viene da Oppido Lucano, 38 km da Potenza, ed è attivo nella segreteria della FIOM, il sindacato che, con la sua determinazione, è stato l’anima della protesta dei 21 giorni. Allora, Vittorio, quali sono stati i motivi della protesta? «La protesta è partita da alcune fabbriche dell’indotto FIAT con degli scioperi dovuti principalmente ad alcune richieste su salario e condizioni di lavoro. L’azienda, però, non dava alcuna risposta. In FIAT ogni anno vengono fatti circa 2000 provvedimenti disciplinari per i motivi più disparati, dalla mancata comunicazione di un’assenza per malattia alle briciole per terra procurate mangiando una brioche… Il provvedimento

bieranno le relazioni sindacali con l’azienda. La doppia battuta, poi, non ci sarà più. È chiaro, non è stato raggiunto il massimo: la vittoria dei 21 giorni sta anche nel fatto che finalmente si è stabilito un rapporto vero tra lavoratori e sindacato. Non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza: una nuova stagione di lotte che vedono gli operai protagonisti nella difesa della dignità sul lavoro» Si può dire che, essendo state queste le prime vere forme di protesta operaia in Basilicata, hanno tenuto a battesimo la nascita della vostra “coscienza di classe”… «È proprio così. E tengo a precisare che la lotta è stata supportata anche da 3400 lavoratori dell’indotto che, a differenza della FIAT, hanno maggiori problemi occupazionali a causa della crisi del settore. La responsabilità della situazione attuale, poi, è anche di certi sindacati che hanno sempre avallato le scelte dell’azienda e non hanno mai difeso gli interessi reali dei lavoratori: una sorta di “sindacato d’ufficio”...» A Melfi c’è unità sindacale? «Qui a Melfi non c’è mai stata unità. Le lotte sono state condotte sempre ed esclusivamente da noi della FIOM. Nei 21 giorni di protesta anche molti iscritti agli altri sindacati sono stati qui con noi: tanta gente ha strappato le tessere di FIM e UILM in segno di protesta… Gli

Rosaria G., 34 anni, linea di montaggio Ore 03:30. TITITI, TITITI, TITITI… … Mado’, che palle, ’sta sveglia… No, il primo turno… non m’ingozza proprio… E mo’ vai, và, di fretta e furia, col sonno agli occhi, che sennò perdo il pullman delle 4:15… E po’ azzùppati gli 80 km di curve da Cancellara a San Nicola, n’ora e mezza di passione… ore 06:00: start… Vabbe’, Rosà, sempre meglio di quando dovevi fare la doppia battuta di notte, sei notti a settimana, dalle 22:00 alle 05:15… Se non fosse che quando finisci il turno non fai manco a tempo a mangiare un mozzico di pane in mensa che già devi pigliare di nuovo il pullman… È proprio fisicamente impossibile conciliare quello che succede “fuori” con gli orari della fabbrica… mi sento estranea al mondo… non ho potuto seguire nemmeno quel bel corso di educazione ambientale… si rischia di vivere solamente per la fabbrica… Vabbe’, sciamm, scià… Mo’ comincia pure a fare caldo… Però, la doppia battuta non esiste più, a nessun turno… Che vittoria, eh? Vedremo la nuova turnazione, com’è… Quanto manca ai tre giorni di riposo? Ancora dieci giorni… So’ dieci anni che faccio ’sta vita, ho dovuto rinunciare a qualcosa, ma pur di lavorare… Ma perché non fare le valige? Certo, il paese, la famiglia… ricordo quando ho abitato a Lavello, per i mesi invernali… bello, vicino vicino… ma mi sembrava di aver perso casa mia… Però, i giorni della protesta, che bello… m’hanno coinvolta proprio assai… La prima settimana di presidi, silenzio di tomba; poi la carica dei poliziotti c’ha fatto un bel po’ di pubblicità …
(Continua a pagina 4)

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mato la malattia: Mutek impugnò il provvedimento in tribunale e la giudice, leggendo gli atti, rise di gusto. Il provvedimento fu annullato. Naturalmente, nei “21 giorni di Melfi” Mutek ha fatto la sua parte: presidi, volantinaggio… non se ne è persa una. E quando sono arrivate le manganellate, non si è spostato. «Voglio vedere se mo’ quelli del Nord continuano a dire che noi siamo i “schiavetti”, i “vermi”…» L’accordo raggiunto? «È un primo passo. Certo, è buono. Ma non è “ottimo”. E a me ’sta calma troppo apparente non è che mi piace tanto…» «Giulia’, sempre a drammatizza’…» «Fratello, quando hanno portato la FIAT qui l’hanno studiata bene. E lo sai perché? Sì, sì, il “contratto d’area”, la disoccupazione… Ma l’arma peggiore per noi e migliore per loro è l’ignoranza». Mutek, ogni tanto, si ferma e fissa i campi che circondano lo stabilimento, al di là degli stradoni che cingono la fabbrica. E allora pensa: “Certo, con l’agricoltura non avremmo guadagnato nulla di più: ma avremmo guadagnato qualcosa di meglio…” Una volta un amico gli chiese: «Giulia’, dimmi ’na cosa: ma a te ti piace il tuo lavoro?» Mutek rispose senza pensarci su: «No, fratello, non mi piace. Ma mi piace stare con te e con tutti gli altri operai, combattere per gli stessi diritti e maturare insieme, nella nostra terra, bastarda e bellissima».

Africa Pavese
di Laura Baiardi
Questo è il racconto della vita e delle speranze di alcuni immigrati; venditori ambulanti che vediamo ogni giorno: andando al lavoro, correndo a lezione in Università, uscendo dal parcheggio del supermercato. Chi sono queste persone? A volte soltanto degli scocciatori, che ti attaccano un bottone senza fine, ripetitivo, irritante, che ti chiedono un euro “per il caffè”, senza offrire nulla in cambio. Lo ammetto, alcuni sono così. Come in ogni altro livello del commercio, ci sono i piazzisti troppo insistenti, importuni, e poi ci sono quelli che sanno fare il loro lavoro. Quelli bravi. Che, per natura o per mestiere, sanno ascoltare, sanno vendere, e, alla peggio, sanno che no significa no, e ti lasciano andare per la tua strada. Moustafà Ndaga è uno di questi. Lavora in Italia da 4 anni e ci conosciamo da sempre. Legge in faccia alla gente con istinto e intelligenza. Sa per esperienza quando è il caso di salutare con la mano e lasciarmi scappare verso la mia destinazione e quando invece mi posso fermare a fare due chiacchiere, magari a comperare qualche cosa: accendino, ombrello, un braccialetto. È nato in Africa; per circa 30 anni ha vissuto in Senegal, una terra baciata dal sole e dall’oceano, di cui mi racconta con amore, tralasciando la miseria, le tensioni politiche, i problemi che lo hanno spinto a cercare fortuna lontano. Accetta immediatamente la proposta di un’intervista, anzi, alla fine, perderà il treno per Milano (dove abita) pur di completarla: «Quanti anni hai?» «Trentasette.» «Che lavoro facevi prima di venire qui?» «Ero commerciante.» «Che cosa ti ha spinto a lasciare il tuo Paese?» Ora sorride, mi guarda con ironia: «Io non ho mai lasciato il mio Paese. Sarò sempre senegalese. Non penso di rimanere qui per tutta la vita, l’Italia è solo il mio posto di lavoro». Ridiamo insieme della mia ingenuità. Mi domando in base a che cosa io avessi dedotto, in tutti questi anni, che fosse scappato, lasciando tutto per venire qui a soffrire. La verità è che non ha abbandonato la sua terra. Ha bisogno di lavorare, come ogni padre o madre di famiglia, e quando gli chiedo che cosa manca in Senegal che qui in Italia invece c’è, mi risponde prontamente: «Solo i soldi. Soldi e lavoro». Emigrare, per lui, è stato un modo per aiutare il suo Paese, o almeno i suoi cari, rimasti laggiù. Non è stata una fuga. Nonostante le difficoltà e la durezza di un mestiere spietato, allo sbando, parla bene dell’Italia, non si lamenta di

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nulla. È un uomo pieno di dignità e fierezza, ed io lo ammiro. Per disperazione o per fame, per spirito d’avventura o nella speranza di cambiare una sorte, scegliere di emigrare richiede coraggio comunque. Il nostro è un Paese tutto sommato ricco e democratico, nel quale la maggior parte delle persone nasce consapevole dei propri diritti e riceve un’istruzione sufficiente a farli valere. Ma l’Italia non è sempre stata questa. La nostra nazione ha conosciuto anche abissi di miseria, di guerra, di dittatura. 60 – 70 anni fa non eravamo poi tanto diversi da quanti, oggi, prendono la decisione di venire a cercare qui un nuovo destino. Siamo stati emigranti, in prevalenza verso l’Australia e le Americhe. Gli Stati Uniti, soprattutto, ci hanno ispirato sogni ed illusioni. In quella terra nuova, oltreoceano, molti italiani sono sbarcati poveri, con le valigie di cartone, e si sono trovati come nudi, sotto sguardi carichi di sospetto, se non di odio. Abbiamo portato la pizza, la moda, la nostra arte e anche la nostra mafia. Nel bene e nel male, abbiamo cambiato faccia a quel Paese e fatto la storia anche noi, e oggi gli italo-americani pretendono il “politically correct”, come tutti. È troppo ingenua la mia convinzione che, così come è stato per noi, sarà lo stesso anche per le genti che oggi ci sembrano invadere il nostro Paese? L’Africa, in particolare, ha una cultura e tradizioni ancora più varie e perfino più antiche di quelle dell’Europa.

Uomini come il mio amico sono certo portatori di cambiamento, ma non potrebbe rivelarsi, alla lunga, un cambiamento almeno in parte buono e costruttivo? È possibile smettere di considerare il fenomeno migratorio in meri termini di diritto territoriale? Certo, l’Italia non è l’America degli anni ’30. Qualcuno obietta che non c’è lo spazio, non c’è il lavoro, nemmeno per gli stessi italiani. I problemi pratici esistono indubbiamente, ma è pur vero che gli immigrati - in qualche modo vengono “usati” nel nostro Paese; in certa misura, ce ne serviamo. Non li accogliamo, ma li sfruttiamo. Non hanno i nostri stessi diritti (sono indifesi), eppure ci aspettiamo che assolvano ai nostri medesimi doveri. Questo non è il loro Paese, e non fa nulla per esserlo. Perché dovrebbero rispettarne le leggi? Sono migliaia gli immigrati che ogni giorno camminano, lavorano, sperano, pregano, muoiono su strade a cui non possono sentire di appartenere. Il permesso di soggiorno è per molti un’utopia. Richiede di passare per una burocrazia ingarbugliata, lenta, scoraggiante, nonché di avere un lavoro in regola, che non si trova. Hanno bisogno di soldi, e in fretta. Chi dice che non hanno voglia di lavorare, provi a portare una cassetta da 10kg carica di mercanzia, per 10 ore al giorno, con il freddo di gennaio e tra l’indifferenza dei passanti. Non è compassione, la mia. Persone così hanno fatto una scelta; hanno cambiato la loro vita,
(Continua Melfi: FIAT lux da pagina 3)

non necessariamente in meglio, e meritano di non essere ignorate, né di essere guardate con pietà. Come in tutti i campi, per la strada così come sui banchi di scuola e dietro alle scrivanie degli uffici, anche in questa realtà ci sono quelli che vanno a testa alta e altri che si abbassano a mendicare. Ma per crescere ed imparare, è necessario non guardarli tutti allo stesso modo, come se le loro storie fossero una sola, di indigenza, degrado sociale, illegalità. Trattando di immigrazione, è facile scivolare nel tema del razzismo, del pregiudizio: sabbie mobili nelle quali rischierei di perdermi. Preferisco presentare un’umanità sommersa, troppo spesso volutamente ignorata, così come l’ho conosciuta: forse cruda, segnata, ma anche bella e che mi ha lasciata arricchita e felice. Che siamo tutti uguali, è una banalità di comodo. In effetti, tutti siamo diversi, ed è una fortuna poter imparare gli uni dagli altri. La tolleranza non è la vera strada. Implica una rassegnazione a sopportare, “tollerare”, appunto, qualche cosa che, nostro malgrado, ci troviamo di fronte. La chiave sta, ne sono convinta, nel rispetto, nel reale interesse ad uno scambio alla pari, nella gioia di lasciare che il contatto con altre culture, altri ritmi, cambi anche il nostro mondo e ci apra gli occhi su orizzonti fatti di sole, di oceano e di uomini che, senza bisogno di eroismi, lottano per migliorarsi la vita.

Centri sociali, in fondo a destra
di Alessandro Manzo
Via Capo D’Africa 27, quartiere Celio a Roma. A due passi dal Colosseo si trova il “Foro 753”, uno stabile di proprietà della Regione Lazio occupato da circa un anno da un gruppo di ragazzi della capitale per creare uno spazio di aggregazione giovanile; un centro sociale insomma. Un centro sociale occupato come tanti, che svolge attività di solidarietà per i giovani e le famiglie. E fin qui nulla di nuovo, se non fosse per il fatto che l’associazione “Foro 753” è dichiaratamente di destra e ha come scopo quello di «proporre un’esperienza alternativa a schemi imposti dal Sistema» come recita una frase del loro sito internet. Ci tengono a definire come “Occupazione Non Conforme” la loro esperienza per marcare la differenza tra loro e i centri sociali dell’estrema sinistra (circa quaranta in tutta Roma). Ma quella che potrebbe sembrare un’eccezione nel panorama delle “occupazioni” romane è in realtà affiancata da due altre esperienze simili: Casa Pound e Casa Montag. In questo caso gli occupanti (sempre appartenenti all’area della destra romana) puntano a difendere i diritti dei senza casa affermando che «non è un dovere sacrificare la propria esistenza all'acquisto o peggio ancora all'affitto di una casa. E' piuttosto un furto alla vita. Si inseguono strade sbagliate, si diventa piccoli e gretti, si muore spiritualmente quando la vita deve essere tesa all'acquisto di un bene ma-

teriale. Possedere una casa garantisce la base per espandere tutte le potenzialità nascoste nell'animo dell'uomo e nell'animo del popolo Italiano. E' la base per vivere in vera "comunità nazionale"». A Casa Pound, infatti, alloggiano diverse famiglie di sfrattati alle quali sono stati attribuiti appartamenti a titolo completamente gratuito. Non è un caso che allo stabile sia stato dato il nome del poeta americano Ezra Pond che nelle sue dissertazioni sul tema dell’economia non risparmiava accuse contro l’usura e le deformazioni del capitalismo massificante e senza volto. Le “Occupazioni Non Conformi” si collocano quindi in un’area culturale nuova e per molti versi interessante; si affiancano battaglie storiche della destra come la difesa dell’identità nazionale o la lotta alla droga con tematiche come il diritto alla casa che hanno storicamente interessato soprattutto la sinistra. E’ necessario quindi considerare queste nuove forme di occupazio-

ni al di là del vecchio schema destra/sinistra, sforzandosi di considerare queste esperienze come un possibile spunto di riflessione per tutte le parti politiche. Serviranno alla sinistra per comprendere che alcune tematiche non possono più essere considerate come un monopolio e che la difesa di alcuni diritti mal si concilia con l’emarginazione di chi, benché appartenga ad un’area culturale diversa, si impegna per una battaglia sacrosanta come il diritto alla casa. Allo stesso modo la destra è ormai costretta a rivedere la sua posizione riguardante lo strumento delle “occupazioni” di strutture abbandonate ai fini di un’utilizzazione sociale: è giunto il momento di abbandonare le sue posizioni di retroguardia riguardo al tema dell’aggregazione giovanile. Forse i tempi non sono ancora maturi per cambiamenti così radicali ma, in fondo, se sul portone di un Centro Sociale Occupato oggi sventola un Tricolore allora tutto è possibile.

Sky, Rai, TV locali… giornalisti avidi di notizie, e noi avidi di parlare. Certo, ne so’ state scritte di cazzate… comunque, l’importante è che se ne sia parlato, và… So’ stata sempre là, sulle spine… qualcuno cominciava pure a scocciarsi… “Valore simbolico”, “coscienza di classe”… boh, sarà che la fabbrica appiattisce il pensiero, però noi alla fine volevamo cose concrete, altro che simboli… E poi il referendum per l’accordo, quanti non erano contenti… ma alla fine non si può tirare la corda più di tanto, sennò si spezza… Speriamo, và… Mo’ è morto pure l’altro Agnelli… uhm, vedrai le banche, gli stranieri… l’importante è non rinunciare ai nostri diritti e alla nostra dignità… Almeno in fabbrica ho conosciuto tante persone… che “fauna”, eh? Tutti la stessa tuta amaranto, tutti diversi… Meno male che c’è la possibilità di parlare fra di noi, nelle “oasi”, durante le pause… Rosa’, se c’è una cosa positiva per cui tu continui ad

andare in fabbrica questa è lo stipendio, che non è positivo perché è alto, ma è positivo perché c’è… Che ti voglio dire, ’sta vita mi scombussola tutto… con una settimana e mezzo di notte forse riesco a prendere 1000 euro… Comunque, oltre ai 105 euro lordi d’aumento, con l’accordo abbiamo ottenuto vittorie dal punto di vista del rispetto della persona… non è solo una questione di soldi… Mado’, che sunn… Ore 03:35. TITITI, TITITI… Uh, che chiuvo ’sta sveglia! Al lavoro, aggio capito, mo’, mo’… …alla fine SATA cominciò a patire la fame, visto che nessun operaio le si offriva più in sacrificio. Nella regione, però, tornò a farsi sentire forte la minaccia della povertà. Fu raggiunto un accordo: SATA avrebbe continuato a donare ricchezza coi suoi mostriciattoli di latta, e in cambio gli operai sarebbero stati digeriti più lentamente, con maggiore rispetto e dignità. Vivranno felici e contenti?

foto di Giuseppe Paradiso

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Il Bene Culturale: verso una nuova sensibilità
Per la VI° settimana della Cultura, presentazione del volume Mobili e immobili, questo è il tesoro e del restauro della Pala cinquecentesca del Giampietrino di Maria Chiara Succurro
«Che cosa sono i Beni Culturali?». Una domanda semplice, cristallina. Posta da una bambina in un ozioso pomeriggio estivo ad un operatore intento nel suo lavoro. Una curiosità spontanea che non trova risposta, perchè l'adulto comincia ad incespicare sempre più, si addentra nel territorio di concetti che tanto risultano complicarsi quanto vogliono invece essere chiari ed esaurienti. La bambina si accorge subito dell'imbarazzo e cambia argomento, ma il vuoto lasciato dalla conversazione permane, debito incolmabile. Un episodio vero, questo, spunto di riflessione sull'esigenza di una nuova sensibilità verso la cultura e le testimonianze dell'arte, una diversa consapevolezza, curiosa e responsabile, che è il punto di partenza irrinunciabile per una seria presa di coscenza della necessità del rispetto e della tutela. Necessità inderogabile che è principalmente educazione. Al termine Beni culturali il dizionario della lingua italiana riporta «beni mobili o immobili di notevole importanza per il patrimonio culturale e che costituiscono documento di storia, arte e scienza». In realtà, tutto quello che rappresenta il nostro passato è un "bene" da tutelare, fatto non solo dai grandi monumenti ma anche, in un Paese come il nostro, che è quello con il maggior numero di beni culturali, dalle piccole cose che circondano la nostra quotidianità. Si tratta di un patrimonio inestimabile: «questa sorta di "familiarità" con il bene culturale è per tutti noi che viviamo in questo Paese una grande fortuna della quale occorre essere consapevoli, fin da giovani, così da poter tutelare e tramandare, il più possibile intatto, questo straordinario patrimonio», dice Lorenzo Demartini, Assessore alla Promozione delle Attività Culturali della Provincia di Pavia. L'educazione a una nuova sensibilità verso il bene culturale è una delle priorità che la Provincia ha assunto e portato avanti, come uno dei motivi conduttori della VI° Settimana della Cultura organizzata dalla Provincia di Pavia in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il C.S.A. (ex Provveditorato agli Studi), il Comune di Pavia e l'Arma dei Carabinieri. Evento molto importante, cui la Provincia ha aderito per la prima volta con un programma rivolto agli studenti della scuola dell'obbligo e che ha previsto diverse iniziative, tra cui una mostra internazionale di illustrazione per l'infanzia, Le immagini della fantasia, svoltasi al Castello Visconteo, diversi laboratori per i più giovani, e soprattutto l'edizione del volume Mobili e immobili, questo è il tesoro. Le avventure di Etram e di Erenev ricercatori extraterrestri di Beni Culturali, realizzato graficamente dall'Alef su un progetto didattico di Amilcare Acerbi e Daniela Martein con le illustrazioni originali di Giuditta Gaviraghi. L'opera è indirizzata ai ragazzi, perchè siano in futuro "custodi" di un patrimonio culturale enorme. Il progetto è ambizioso: insegnare ai giovani non solo cosa siano i beni culturali, ma anche motivarli al rispetto e alla tutela del patrimonio storico, artistico e architettonico. Operazione dal carattere pedagogico, in quanto abbina educazione e divertimento, che tramite il linguaggio rende la città stessa un enorme apparato educativo, in un'ottica "sofistica" secondo l'idea di Vittorio Poma, Assessore all'Istruzione della Provincia di Pavia, che argomenta «il concetto di patrimonio d'arte va esteso per essere inteso anche come mezzo per riconoscere i segni della nostra storia: è quindi indispensabile coinvolgere le giovani generazioni in questo processo educativo». La VI° Settimana della Cultura non si è certo fermata alla fase educativa, rivolta essenzialmente ai più giovani, ma ha vissuto anche un momento molto importante, di alta professionalità e specializzazione, con la presentazione del restauro di un'importante Pala cinquecentesca. Segno di impegno attivo nell'intervento di recupero, il restauro della Pala raffigurante Madonna in trono e Santi, opera di Giovan Pietro Rizzoli detto il Giampietrino, di cui si hanno notizie dal 1495 al 1549, è stato effettuato con i fondi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dalla Ditta di Antonio Silvestri di Genova, sotto la direzione di Letizia Lodi, della Soprintendenza al Patrimonio Storico Artistico e Demoetnoantropologico di Milano. L'opera, ora conservata nella Sala dei Vescovi del Palazzo Vescovile di Pavia ma proveniente dalla Chiesa di San Marino, è documentata al 1521 in base all'iscrizione sulla cornice, fatta eseguire, per disposizione testamentaria da Giovan Simone Fornari cavaliere gerosolimitano morto nel 1506, dalla moglie e dai figli il 21 dicembre 1521. La Pala versava in uno stato conservativo che, nonostante i "fissaggi" dello strato pittorico eseguito negli anni precedenti dai restauratori della Pinacoteca di Brera, richiedeva un intervento urgente: il restauro ha consentito di recuperare l'intensità cromatica di tutta la superficie, in particolar modo dello sfondo paesistico, molto leonardesco.

Il tessuto grigio del mondo: nero di fatti, bianco di valori
Una nota introduttiva all'intervento di Corrado del Bo' sulla riflessione del filosofo e scienziato Hilary Putnam (8 Giugno, Collegio del Maino) di Lucia Ziglioli
Nel 2002 esce l’ultimo lavoro di H. Putnam Fatti / Valori. Fine di una dicotomia. Le tesi qui sostenute non sono nuovissime (da anni circolavano nell’ambiente filosofico), ma Putnam ha senz’altro il merito di averle raccolte dai diversi ambiti, anche lontani, nei quali erano nate e, unendole, di averne aumentato l’efficacia argomentativa. L’idea che i giudizi di valore e i giudizi di fatto vadano chiaramente distinti ha una grande tradizione nella storia del pensiero. Si vede in Hume l’iniziatore di questa tradizione: le “questioni di fatto” vanno distinte dalle “relazioni di idee” e queste ultime non possono essere derivate dalle prime, il che si esprime nella celebre formula «non è possibile derivare un deve da un è». La legge di Hume è ancora oggi oggetto di riflessione e confronto per ogni teoria etica normativa. I positivisti logici hanno assunto, sulla scia di Hume, la posizione secondo cui i giudizi etici non sono affermazioni di fatto ma solo espressioni di sentimenti e, come tali, sono soggettivi. Addirittura, per i positivisti, non ha senso parlare di valori perché, come la metafisica, non fanno parte del mondo oggettivo, empiricamente e direttamente osservabile. (R. Carnap, The Unity of Science. Londra, 1934). Per i positivisti logici i valori sono esauriti dai valori morali: non viene presa in considerazione la possibilità di valori di altro genere che in ogni caso sarebbero sempre privi di significato. Putnam mostra, invece, come la morale non esaurisca tutto l’orizzonte dei valori, la pratica scientifica ad esempio, che molti pretendono neutrale, presuppone valori epistemici (semplicità, coerenza, economia). Solo laddove l’oggettività venga identificata con la descrizione del mondo, come facevano i positivisti, ammettere la presenza di valori in ambito scientifico è problematico. Questa nozione di oggettività si basa sull’idea che i fatti siano un qualcosa di direttamente osservabile o di riconducibile all’osservazione. (R. Carnap, La costruzione logica del mondo. 1928). Di fatto, una nozione di oggettività di questo tipo è confutata dalla stessa struttura concettuale della fisica contemporanea, la quale usa termini non riconducibili a questa nozione di ‘fatto’: “elettrone”, “neutrino”, “quanti”. Questi concetti sono scientificamente rilevanti ma non definibili tramite termini osservativi. In un celebre saggio del 1938 (Fondamenti di logica e di matematica), Carnap dovette definitivamente rinunciare alla sua concezione di ‘fatto’ e ammettere che termini astratti debbono essere accettati come empiricamente significanti. Da questo momento i positivisti non hanno più un fondamento empirico sul quale basare la distinzione di fatti e valori. La stessa dicotomia osservativo-teorico viene intensamente contestata a partire dalla metà del secolo: Th. Kuhn, N. Russell Hanson e Fayerabend. Nel 1951 Quine sferra un nuovo, grave attacco alla tesi neopositivista dimostrando l’impossibilità di separare in modo netto le verità sintetiche riferite ai fatti (es. “sta piovendo”) dalle verità analitiche (es. “ogni scapolo è un uomo non sposato”). L’oggettività, non solo non può più essere fondata sull’osservazione, ma neppure sull’analiticità. La dicotomia fatti/valori entra in crisi; l’impossibilità di avere una descrizione del mondo veramente neutrale poichè l’osservazione è sempre carica di teoria e, quindi, di assunzioni, implica che si debba accettare l’intreccio di fatti e valori. Nel 1963 Quine aveva sostenuto che la cultura è «grigia, nera di fatti e bianca di convenzioni. Ma non ho trovato alcuna ragione sostanziale per concludere che vi siano in essa fili del tutto neri o altri del tutto bian-

Hilary Putnam chi» (Carnap and logical truth). La dicotomia fatti/valori non è solo difesa dagli empiristi, ma anche dai soggettivisti in etica: dato che i valori sono soggettivi, non vi è alcuna possibilità di discutere razionalmente di etica, non ha senso argomentare a favore o meno di alcuni di essi. Una posizione di questo tipo impedisce il confronto su qualsiasi questione di valore. Secondo Putnam le nostre nozioni morali fanno riferimento a fatti impregnati di valori e a valori basati sui fatti, non è possibile prescindere da uno dei due elementi. Pur riprendendo tutti gli argomenti che confutano la possibilità di fondare la dicotomia fatti / valori, Putnam non vuole cadere in un relativismo epistemologico che abbandoni qualsiasi criterio di oggettività. Egli sostiene invece che una forma di oggettività possa essere raggiunta tramite giudizi di ragionevolezza che mantengono, sì, tutte le proprietà tipiche dei giudizi di valore, ma hanno carattere oggettivo e quindi sono suscettibili di argomentazione razionale. Putnam giunge alla conclusione che i pragmatisti hanno ragione: la conoscenza dei fatti presuppone sempre quella dei valori.

Dell’orecchio che mira una cenere nuda
di Elena Marigo ed Emanuele Gatti
Arte, a differenza della cenere, stimola un solo senso e lascia allo spettatore libertà di percezione degli altri quattro; Arte è input, non-accompagnamento e nondefinizione. Arte lascia spazio a fantasia ed emozioni, non definisce astratti contorni, non cerca di dare un senso al “nonsenso” e rendere così tutto chiaro e squallido, non ricerca l’appiattimento di una comprensione intersoggettiva, ma coltiva gli effetti prismatici delle sue evocazioni. Arte è illusione di percezione; è come il pezzettino di madeleine inzuppato nel the di Proust, il cui gusto sa ricomporre un mondo “come uno scenario di teatro”. Picasso voleva che i suoi porri sulla tela odorassero di porri, ma se effettivamente la tela odorasse di porro, se al tatto riproducesse la consistenza del porro, se cadendo facesse il rumore di un porro che cade e se infine la lingua potesse sentire il sapore del porro, ci troveremmo di fronte ad un porro e non ad un’opera di Picasso. Quanto più do indizi per la ricerca di un significato, tanto più restringo il campo alla possibilità delle emozioni, tarpo le ali alla fantasia, alla potenza della mente, pongo fine al puro godimento estetico; si viene esiliati dal magico mondo dell’arte per ripiombare nella concretezza del mondo reale. I News For Lulu sono sei individui, dodici mani impegnate a creare atmosfere, melodie emozionali, che non vogliono escludere l’ascoltatore dalla musica ma rapirlo, violentarlo, abbandonarlo in un deserto nebbioso. La nontecnica usata per creare questo rapimento dionisiaco è quel movimento narcisistico di scomposizione, decostruzione e quindi suicidio della melodia. La musica pop si uccide e pratica su se stessa un’autopsia. I News For Lulu sono gli artefici di questa morte, celebrano un funerale ed una rinascita. Questa non-avanguardia musicale viene da molti inscritta nei territori del post-rock. E le ombre delle vibrazioni acustiche proiettano sul muro le immagini di Brakhage. Regista astratto, incisore di pellicole, la cui espressione artistica evoca figure, situazioni evanescenti, ad alto contenuto emotivo. Le sequenze rimandano quindi alla (non) esplicazione dei contenuti delle musiche, vicine all’avvento di suggestive e grottesche finzioni. L’unione tra melodia ed immagine è indirizzata alla teatralità e al gioco di libere ed intuitive associazioni, che non devono guidare l’ ascoltatore alla ricerca forzata di un significato, bensì sperimentare l’attivazione di un senso a metà tra la vista e l’udito. I News For Lulu suoneranno il 5 giugno al Barattolo, in occasione della finale del “Concorso Sconcertante”.

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S.A.D.
La nuova frontiera della Cover Band
di Maria Chiara Succurro
Più di una classica cover band, i S.A.D. svolgono un’intensa attività di concerti live. Divertenti e ironici nell'arrangiare brani che spaziano dalla musica degli anni Settanta alle canzoni italiane, fino alle sigle dei cartoni animati, i S.A.D propongono un repertorio molto eterogeneo che è certamente un pregio, tutto rivisitato in una chiave decisamente rock. Nella scelta dei brani viene privilegiata la qualità delle canzoni, tutte fortemente personalizzate negli arrangiamenti e nelle armonizzazioni vocali. La formazione del gruppo è composta da Irene Scova (voce), Riccardo “Riccio” Diegoli (chitarra), Lorenzo Buratti (basso), Paolo Maggi (batteria), Simone Merlini (tastiera, e anche organizzatore del gruppo). L'amicizia ormai decennale tra i vari componenti del gruppo si riflette nel buon affiatamento anche musicale. L'avventura del gruppo inizia infatti nel 1995, con dei ragazzini poco più che tredicenni che iniziano per gioco ad esibirsi tra le mura di un oratorio. Questo progetto col passare del tempo diventa sempre più serio e ai fondatori “storici” del gruppo, Irene, Paolone e Simone, dopo l'avvicendamento di una ventina di personaggi, più o meno noti sulla scena musicale pavese, si sono aggiunti Riccio e Lorenzo a completare l’attuale formazione della band. Parallelamente all’attività live del gruppo, i S.A.D. sono impegnati anche nella composizione di brani propri, che confluiranno in un album che la band spera di pubblicare presto: già nel 2003 il loro singolo “Ancora noi” è stato pubblicato su scala nazionale all'interno di una compilation edita da Sony Music e dal Rolling Stone di Milano. Il prossimo appuntamento con i S.A.D. è per il 10 giugno, quando il gruppo si esibirà in un concerto di beneficenza organizzato da Ateneo Studenti. Purtroppo attualmente non si sa ancora il luogo, che con tutta probabilità sarà comunque il Cortile Teresiano. Le altre date previste per il mese di giugno sono il 19 al Coyote di Linarolo e il 26 all'Higlander di Zinasco. Un'importante novità per le attività del gruppo è stato il recente assoldamento da parte di un'agenzia di spettacolo della riviera romagnola, che li porterà ad esibirsi in due occasioni molto importanti a Pesaro, la prima l'11 giugno e l'altra in data ancora da fissarsi, comunque tra la fine di giugno e l'inizio di luglio. Per qualsiasi curiosità rimando al nuovissimo sito del gruppo, che presto sarà online: www.sadrock.it Un live dei S.A.D. riesce a coinvolgere e divertire gli spettatori con la proposta di ottime canzoni originalmente reinterpretate, motivo per cui ogni appuntamento con la band risulta un evento immancabile sulla scena della nostra città.

Leopardi e Nietzsche
Il coraggio del disincanto, l’etica del martello
di Sara Natale
Leopardi è morto prima che Nietzsche nascesse. Nietzsche conobbe l’opera leopardiana, se ne innamorò (avrebbe dovuto tradurre le “Operette morali”) e la ripudiò quasi con la stessa passione e virulenza con la quale rimase folgorato e denigrò la filosofia di Schopanhauer, esempio di dècadence, di pessimismo ascetico e nichilista. Fin da subito, quindi, ci troviamo di fronte a una fondamentale e irriducibile asimmetria nel rapporto tra i due pensatori (o “poeti”?). Ma non è per addentrarci nel gioco sgradevole e spesso illecito dei parallelismi che li prenderò in considerazione entrambi facendo rilevare la sostanziale affinità (del resto non meno importante delle altrettanto “sostanziali” differenze) del loro pensiero: il coraggio del disincanto e l’etica del martello. Bisogna, innanzitutto, ricordare la celebre definizione data da Paul Ricoeur di Marx, Nietzsche e Freud, denominati significativamente “maestri del sospetto” per la loro coraggiosa e corrosiva demistificazione dei “cari inganni” passati e coevi. Se Schopenhauer (inopportunamente dimenticato da Ricoeur) smascherava le filosofie ottimistiche, Marx l’ideologia, Freud le velleità di una coscienza “così poco padrona in casa propria”, Nietzsche demistifica le illusioni metafisiche, laiche (storicismo hegeliano, positivismo, pessimismo schopenhaueriano) o religiose che siano, mettendone impietosamente a nudo le radici tutte – “troppo”! – umane. Analogamente Leopardi, che senza dubbio andrebbe annoverato tra i “maestri del sospetto”, attraverso una satira corrosiva – temperata, tuttavia, da una pietas sconosciuta al filosofo di Röcken («Non so se il riso o la pietà prevale» – La ginestra ) – denuncia il teleologismo e l’antropocentrismo sia laico (i “nuovi cred enti” liber alprogressisti della Palinodia e della Ginestra, per esempio) che religioso (il cattolicesimo retrivo del «natio borgo selvaggio», ma soprattutto la versione spiritualisticheggiante allora – e non solo allora – tanto di moda). Di qui il “coraggio del disincanto”, dell’”inattualità” – e quindi della solitudine – che, al di là di ogni altra analogia, accomuna gli uomini Friedrich Nietzsche e Giacomo Leopardi e le “fasi illuministe” della loro opera (rispettivamente: le Operette morali e La ginestra, e Umano, troppo umano, Aurora e La gaia scienza). Per quanto riguarda invece l’espressione “etica del martello” bisogna, per poterla legittimamente impiegare, considerare gli aspetti (spesso a torto sottovalutati) più propriamente “etici” del pensiero nietzscheano e leopardiano, ovvero quelli più lontani da esiti solipsistici e nichilistici. In effetti la “pars construens” della filosofia di Nietzsche (l’eterno ritorno dell’uguale, il superuomo e la volontà di potenza) sembra sfigurare, per la nebulosità che la contraddistingue, se paragonata alla ben più ampia e chiara “pars destruens” della “fase illuminista”. Analogamente, l’umanità della Ginestra, stretta in «social catena» «contra l’empia natura» non per un afflato cristianeggiante di solidarietà, ma dall’amara e lucida consapevolezza del «basso stato e frale», l’umanità che al «forsennato orgoglio» progressista e alla vigliaccheria spiritualista preferisce l’accettazione – forse ancora vagamente titanica («grande e forte mostra se nel soffrir») o forse solo rassegnata («il tuo capo non renitente») – del proprio destino di sofferenza e morte, sembra sfumare in un tempo non meno vago e utopico di quello del superuomo. Sembra infatti perdersi nella nebbia dell’utopia il tempo di uomini capaci di vivere dopo la morte di Dio senza diventar folli, ma scorgendovi, piuttosto, un mattino rigeneratore, un orizzonte «che torna ad apparire libero anche ammettendo che non è sereno», e trasformando l’«eterno precipitare» nella danza del funambolo che dice-sì all’abisso che si apre sotto le sue «corde leggere e leggere possibilità». Non meno sfuocato all’orizzonte appare il tempo, “leopardiano”, in cui «fien come fur palesi al volgo» l’infondatezza e la pericolosità di qualsiasi consorzio umano che sostituisca a «giustizia e pietade» le «superbe fole» metafisiche e religiose. Del resto la ginestra, che «suoi cespi solitari intorno sparge» e «al cielo di dolcissimo odor manda un profumo che il deserto consola», e il «folle uomo», che «viene troppo presto» quando «non è ancora il suo tempo» non fanno parte, per fortuna, di trattati politici o di possenti fenomenologie, non sono stucchevolmente esaustivi. L’umanità di Nietzsche e di Leopardi – “oltreumana” o no – è solo questione di coraggio. Render «palese al vulgo» il carattere illusorio delle tante «fole» umane non è certo solo un fatto di divulgazione culturale o di illuministici “sapere aude”: la cultura non basta, ci vuole coraggio. Ammesso, ad ogni modo, questo limite – innegabile ma da non sotro dell’ottimismo proprio, per esempio, delle sanguinarie ideologie novecentesche, ci farà, forse, evitare Auschwitz e i massacri che tutte le fedi, prima o poi, hanno provocato. Del resto il tempo del superuomo e della «social catena» sembra ancora più distante se si pensa che Leopardi e Nietzsche non sono stati i primi disincantati e, soprattutto (e qui sta l’aspetto etico), “ d i si n c a nt a t o r i” , i p r i m i “illuministi”, dove per “illuminismo” s’intende la tendenza alla distruzione impietosa di certezze e valori assoluti che attingano la loro incrollabilità a qualche “profondità” metafisica, il tentativo di fondare un’assiologia puramente umana, un’etica che trovi in se stessa la propria ragion d’essere senza troppi complessi d’inferiorità nei confronti delle varie escatologie, religiose e laiche. E l’aspetto etico sta proprio nel rifiuto di un decostruzionismo fine a se stesso, sterile e intellettualisticamente autoriferito.Il martello distrugge per favorire la creazione di un universo liberato da una religio di lucreziana memoria «quae caput a caelibus regionibus ostendebat / horribili super aspectu mortalibus instans». «Pour construire il faut détruire, toujours détruire, encore détruire» scriveva Bakunin. «Vengo troppo presto, non è ancora il mio tempo» diceva Nietzsche dell’uomo folle – ma, molto probabilmente, anche di se stesso – più di un secolo fa. Oggi, che della sua “inattualità”, dopo l’ennesimo secolo di fedi, ci si rende conto forse ancora meglio, viene da chiedersi quale tempo avrà il coraggio di renderlo “attuale”, in quale secolo il “coraggio del disincanto”, di pochi, potrà non riuscire scomodo ai più. E’ infatti umano, troppo umano, che gli “schiavi” (degli inganni) vogliano allontanare dai loro occhi lo spettacolo – insopportabile della “signorilità” altrui per rendere più tollerabile la “schiavitù” propria.

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pravvalutare – resta tutto il fascino e la speranza di un’”etica del martello” che, pur in bilico sull’orlo della disperazione e del nichilismo (in cui, probabilmente, un’umanità debole non può non cadere) sembra esprimere una sorta di corrispettivo laico in ambito etico delle teologie apofatiche, dove, ovviamente, al posto di Dio troviamo l’uomo. Sapere «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» ci aiuterà ad aprire gli occhi, a conquistare una nuova dignità nel rifiuto coraggioso dell’inganno, a non cadere nel baradopo. I due amici si sono lasciati e si sono rivisti solo dopo otto anni, Ernesto ha intrapreso un percorso diverso, nella sierra cubana, protagonista della rivoluzione insieme a Fidel Castro. Il film, che ha partecipato all’ultimo festival di Cannes, è tratto dai diari stesi da Ernesto durante il viaggio, tali diari sono stati ripresi e da lui stesso rielaborati in forma narrativa. Il film rimane molto fedele al diario (pubblicato in Italia da Feltrinelli) anche se, forse, non riescono a trasparire alcuni tratti del carattere del protagonista che sono appena accennati e incomprensibili a chi non conosce la sua storia: ad esempio non si riesce a capire, non viene spiegato perché Ernesto non voglia bere vino; è sempre stato astemio, anche se il dettaglio è ignorato. Nonostante questo, il film rispecchia la storia di uno dei più grandi eroi dei nostri tempi, anche se spesso frainteso per ragioni politiche. Ernesto Che Guevara, anche quando ha preso parte alla rivoluzione cubana, ha sempre

Non chiamatelo “Che”!
Ne “I diari della motocicletta” la formazione del giovane Guevara
di Matteo Pellegrinuzzi
Era semplicemente Ernesto Guevara da la Serna detto “Fuser”, prima di diventare il comandante Che Guevara, quando ha intrapreso un viaggio nell'America Latina insieme al suo amico Alberto Granado. Aveva ventitré anni, soffriva di frequenti attacchi di asma e non sapeva ancora cosa ne sarebbe stato di lui, ma quello che ci viene proposto nel film I Diari della Motocicletta è il viaggio della formazione che porterà il giovane Ernesto a capire le ingiustizie della vita. Pochi sanno chi era quest'uomo prima di diventare il “Che”. Laureato in medicina, Ernesto ha sempre combattutto le ingiustizie mettendo al pari ogni uomo, donna, sano o malato. Curava i lebbrosi con una passione e una bontà d'animo che non esiste più nella medicina tradizionale. L'episodio in cui Granado e Guevara rifiutano di indossare i guanti al lebbrosario di San Paolo è significativo per capire lo spirito dei due medici. Sono partiti il 29 dicembre 1951 con la moto di Granado, la “Poderosa”; con questa moto hanno affrontando la prima parte del divertente viaggio che li ha portati, tra cadute tragicomiche, ragazze conquistate ed amici incontrati per strada, alla realizzazione del loro sogno: il viaggio nella “Maiuscola America” in cui, verso la fine, comprendiamo, grazie al commento off (la voce fuori campo) lo spirito di Ernesto Che Guevara. Il ritorno a casa è avvenuto il 26 luglio dell'anno

messo in prima linea gli interessi umani: mai ha sparato a un avversario disarmato e mai ha mandato sul campo di battaglia un contadino senza prima avergli insegnato (oltre che a combattere) a leggere e a scrivere. Nel finale, giusto prima della conclusione, alcune inquadrature fisse ci mostrano i personaggi che abbiamo visto poco prima, ripresi in bianco e nero nello stile caro agli italiani Ciprì e Maresco che realizzano film girati nei bassifondi siciliani utilizzando una tecnica e una maestria nell’uso della macchina da presa geniali.

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Teatro di ricerca: nuove realtà in fermento
La Scena Giovane apre uno spiraglio su un diverso teatro
di Maria Chiara Succurro
Dal 30 maggio al 2 giugno il teatro Marcello Mastroianni di S. Martino Siccomario ha visto lo svolgersi della rassegna teatrale La Scena Giovane, serio ma anche rischioso progetto inteso ad offrire occasione di visibilità alle urgenze espressive di un teatro di ricerca spesso faticosamente anonimo. I nuovi protagonisti sono i giovani gruppi che si dedicano al teatro sperimentando linguaggi e tematiche di particolare significato e valore espressivo. Dopo già una serie di vetrine presentate a Motoperpetuo nelle scorse stagioni, la Provincia di Pavia, dando un segno di interesse reale verso il teatro di ricerca, ha ritenuto di produrre e istituzionalizzare questa iniziativa, affidandone l’organizzazione, in segno di continuità, a Motoperpetuo. Hanno partecipato alla rassegna quattro gruppi selezionati all’interno di un primo censimento delle compagnie di nuovo teatro in provincia di Pavia, svoltosi nel 2001 per iniziativa del Laboratorio Teatrale Motoperpetuo, sotto la guida di Franca Graziano, con il patrocinio della Provincia di Pavia. Il progetto in tre hanni di lavoro ha offerto la dovuta visibilità a quelle realtà teatrali che, pur operando al di fuori del circuito commerciale, hanno un forte impatto sul territorio della provincia. Si tratta di giovani realtà che operano nel settore della prosa, con possibili contaminazioni con la danza, il cabaret e la musica. L'idea di avviare un censimento è nato dalla consapevolezza, acquisita dalla pratica quotidiana di promozione di nuovo teatro da parte di Franca Graziano e del s uo Mo to per petuo, de l rifiorire di pratiche e di passione per l'arte teatrale nelle nuove generazioni, tutte azioni cui va riconosciuto il peso e il contributo apportato alla qualità della vita nel nostro territorio. Il censimento del 2001 dei nuovo gruppi teatrali in provincia è diventato anche l'argomento della tesi di laurea di Francesca Negri, con il relatore professore Fabrizio Fiaschini, docente di Storia del Teatro dell’Università di Pavia, che ha seguito con attenzione e valorizzato fin dall'inizio il progetto di La Scena Giovane, che «viene alla luce sotto i migliori auspici, dopo un paziente lavoro di scavo e di indagine sul campo, a diretto contatto con le aspettative e i bisogni dei gruppi. Per essere una vera festa del teatro, la sua realizzazione non dovrebbe tuttavia caratterizzarsi come un evento occasionale, ma come appuntamento ricorrente: una presenza capace di radicarsi stabilmente nella vita del territorio, offrendo così un saldo punto di riferimento a chi, spintosi fino alle soglie dell’esperienza artistica, chiede solo di non sentirsi troppo sperduto». La Scena Giovane risulta comunque un passo importante nel percorso che la Provincia vuole compiere per scoprire e valorizzare le attività teatrali presenti sul territorio, portate avanti con una genuina passione dai teatranti della giovane scena pavese «sulla quale la Provincia di Pavia ha voluto puntare le luci per valorizzarne il lavoro e perchè, raggiungendo un pubblico più vasto, si instauri un rapporto più saldo sul quale impostare e far crescere uno stabile e positivo dialogo», come fa notare l'Assessore alla Promozione delle Attività Culturali della Provincia di Pavia Lorenzo Demartini. Quello che viene offerto al pubblico è un teatro inteso come realtà sfaccettata e in continuo movimento, che rappresenta diverse situazioni, che si offre alle persone come strumento di approfondimento culturale, per approcciarsi alla realtà in modo non banalizzante. Bisogna comunque notare che, in iniziative di questo tipo, alla fine conta l'adesione del pubblico, non solo in termini di riscontro numerico, ma in termini di risposta, e di impostazione di un dialogo interessante. E se è vero che dalle ultime indagini sembra emergere un'Italia il cui punto dolente risulta essere la mancanza di ricerca e innovazione, disegnando il fosco quadro di una fase in cui si sembra “non sognare più”, tuttavia la Provincia auspica per il medio e lungo periodo che un restauro delle strutture porti a ristabilire la salute di un tessuto territoriale che può offrire molto nella dinamica della domanda e offerta. La scena giovane è stato un interessantissimo terreno di prova, che ha dimostrato tutta la qualità delle compagnie, le cui proposte, estremamente valide e ben strutturate, sono state la più chiara dimostrazione del grande lavoro compiuto. Sarebbe auspicabile un'adeguata corrispondenza in termini di adesione del pubblico, che purtroppo si dimostra spesso timido nei confronti delle novità. I quattro gruppi che hanno aderito alla rassegna hanno dimostrato la validità dell'offerta del teatro giovanile. In Scena Veritas ha proposto i suoi Corti teatrali, spettacolo articolato in tre atti unici per far riflettere sulla condizione umana in un'unica serata: La vendetta dei dannati, da Charles Bukowski, riflessione cinica e talvolta impietosa sulla condizione dei senza fissa dimora; Sulla strada maestra e La proposta di matrimonio di Anton Cechov, “scherzi” il cui naturalismo spietato coinvolge lo spettatore grazie al ritmo incalzante e all'ironia con cui sono incarnati i personaggi. Si intitola I bassi sono gli ultimi a sapere quando piove lo spettacolo di cabaret offerto da I Rospi, che rivisitano fatti della vita quotidiana attraverso gag, battute e canzoni originali, con sconfinamenti nel linguaggio mediatico, nel nonsense e negli stereotipi della cultura. La scena, compagnia dall'attività già consolidata nell'ambito del teatro sociale e del teatro di strada, ha presentato ne La notte prima dell'alba una riflessione sulla condizione femminile e sulle forme di mercificazione dell'essere umano attraverso la storia di una donna di strada e delle sue insicurezze, la dolcezza, la violenza, la paura, e infine la presa di coscienza e la forza di ribellarsi, tratteggiando un ruolo intenso e toccante. Notte, studio che prende il nome dall'omonima poesia del poeta simbolista belga Albert Giraud, è nato dalla contaminazione di due realtà che concretizzano la comune esigenza di esplorare nuovi linguaggi di espressione artistica, C Era e Aranda in Terranomade. È un lavoro collettivo che ha evidenziato quanto sia stato importante sul territorio creare tramite il censimento del 2001 la possibilità di confronto tra gruppi teatrali con omogeneità di vedute artistiche.

IL LIBRO SOCCHIUSO
Sara Natale
Contro il fanatismo, pubblicato il mese scorso da Feltrinelli, è tratto da tre interventi dello scrittore israeliano all'università di Tubinga. La questione israelopalestinese è il filo rosso che percorre tutto il libro e forse non potrebbe essere altrimenti dal momento che Oz, in quanto sabra, ebreo israeliano, ne è diretto testimone sin dall'infanzia e ha preso parte alla Guerra dei Sei Giorni in qualità di ufficiale subalterno. Questo ovviamente non toglie niente all'equilibrio e all'onestà intellettuale della riflessione: la tragicità del conflitto risiede, secondo Oz, nello scontro tra due diritti, tra «due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l'ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l'ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei». Ma la riflessione sul fanatismo è molto più ampia, va ben al di là dei conflitti mediorientali e sfiora l'analisi psicologica di quel «punto esclamativo ambulante» che è l'oltranzista. «Il fanatismo è praticamente dappertutto, e nelle sue forme più silenziose e

Contro il fanatismo di Amos Oz
civili è presente tutto intorno a noi, e fors'anche dentro di noi. […] Ritengo che l'essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. […] Il fanatico è la creatura più disinteressata che ci sia. Il fanatico è un grande altruista». E contro il fanatismo le cure sembrano essere sostanzialmente due: l'umorismo (che è molto diverso dal sarcasmo) e la letteratura. E quindi, forse, essenzialmente una sola: il relativismo. «L'umorismo implica la capacità di ridere di se stessi», «il rendersi conto […] che più sei integerrimo, più buffo diventi». Analogamente, la letteratura, con lo sforzo di immaginazione e immedesimazione che comporta, sembra poter sviluppare un senso di relativismo e autoironia, senza il quale non è possibile alcuna forma di rispetto e di compromesso. In fin dei conti l'intero libro è un inno al compromesso, è un invito appassionato alla rivalutazione di una parola «che gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici d'Europa, in particolare fra i giovani». «Il compromesso», riflette Oz, «considerato come una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà […] è sinonimo di vita. […] Il contrario di compromesso è fanatismo, morte». Non è, ovviamente, un'esaltazione acritica del compromesso, che è per definizione sconfitta, perdita, dolorosa rinuncia a illusioni di riscatto, tanto appaganti quanto mortifere e destinate paradossalmente ad aumentare le frustrazioni da cui traggono origine. Il compromesso è il trionfo del buon senso: «necessità di scegliere fra vita e morte, fra l'imperfezione della vita e la perfezione di una morte gloriosa». Contro il fanatismo non è certo un polpettone raziocinante, è il libro di uno scrittore che attraverso ricordi d'infanzia, racconti di amici, discorsi fatti in taxi e per strada, storie bibliche e barzellette ebraiche, riesce a coniugare tragedia e levità, e a comunicare, proprio attraverso questo insolito connubio, il senso (uno dei tanti possibili) della cultura ebraica. «Israele non è un paese e nemmeno una nazione. È una feroce, schiamazzante collezione di argomentazioni, un perpetuo seminario di strada. C'è una vena di anarchia non soltanto in Israele, ma credo piuttosto nel retaggio culturale dell'ebraismo. Non per nulla gli ebrei non hanno mai avuto un papa, né potrebbero averne uno». Proprio da questo vitale, confuso vociare che sentiamo camminando virtualmente per le strade di Gerusalemme con Amos Oz, da questa dialettica eternamente priva di "Aufhebung", croce e delizia del mondo ebraico, da questo miscuglio di cosmopolitismo anarcoide e difesa esasperata delle radici, così brutalmente svelte, nasce un'idea nuova di pace. «Fate la pace non l'amore» scrive ironicamente Oz, e non certo per inneggiare alla castità. La riflessione sulla pace non è più acuta delle altre, ma forse è più originale: l'idea di una pace fondata sull'utile, anziché sulla pretesa custodia del Vero, in termini di pragmatismo ha molto da insegnare a certe forme melense, ipocrite, cristianeggianti e retoriche di pacifismo europeo e statunitense. «L'opposto della guerra non è l'amore e l'opposto della guerra non è nemmeno la pietà, e l'opposto della guerra non ha nulla a che vedere con la generosità e la fratellanza o il perdono». È forse ora di mettere da parte una volta per tutte romantici sogni d'amore tra i popoli e ideali troppo puri per non essere, paradossalmente, intrisi di sangue. L'amore non può essere un atto di volontarismo, è una cosa rara e spontanea, non può essere un dovere. Mentre è doveroso, per ogni consorzio civile che sia davvero tale, il senso di giustizia, il buon senso che fa scegliere quel provvidenziale male minore che è il compromesso. È quindi sul riconoscimento di un comune interesse alla sicurezza e alla vita, e non sull'amore, che dovrebbe fondarsi la giusta lotta al fanatismo, per la pace. Per una pace non fanatica. Amos Oz è nato a Gerusalemme nel 1939, ha scritto libri per bambini, romanzi e saggi. Attualmente vive nella città israeliana di Arad e insegna letteratura all'Università Ben Gurion del Negev. Tra le sue opere ricordiamo: In terra di Israele (1992), Soumchi (1997), Fima (1999), Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2004).

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AGENDA dall’8 al 21 giugno
CINEMA
FAREFESTIVAL FILM Castello Visconteo BLUES-FILM, LA NASCITA DI UN MITO mercoledì 9 giugno - ore 21.30 Dal Mali al Mississipi (The Blues: Feel Like Going Home) di Martin Scorsese, 83', USA 2003. Attraverso la chitarra di Corey Harris le storie di Ali Farka Tourè, Salif Keita, Habib Koitè, Taj Mahal, Othar Turner, John Lee Hooker, Muddy Waters, Lead Belly... <Un viaggio nel tempo e nello spazio alla ricerca delle origini del Blues. Dal Mississipi, che accolse il genere in America, al Mali, la sua terra di nascita. Fondamentale. Ingresso € 5.00 ridotto € 4.00 CINEFORUM DEL BARATTOLO via dei Mille 130A ESTREMORIENTESTREMO martedì 8 giugno ore 22.30 IL DEMONE IN PIENO GIORNO (1966) di Nagisa Oshima
versione originale sottotitolata in italiano

MOSTRE
Associazione Arte & Arte I SEGNI DELLA PITTURA DI CARLO MUNARI 2-17 giugno Santa Maria Gualtieri, piazza della Vittoria 5 giugno - 4 luglio 2004 Musei Civici del Castello Visconteo PITTORI DEL NATURALISMO LOMBARDO NELLA COLLEZIONE RENZO WEISS Orari apertura mostra: da martedì a domenica 10.00 17.50 per giugno da martedì a sabato 09.00 13.30, domenica 09.00 - 13.00 per luglio L'inaugurazione della mostra si terrà sabato 5 giugno alle ore 11.00 19 - 26 giugno Le Mostre in Santa Maria Gualtieri Associazione AR.VI.MA.(Arti Visive Marabelli) "PAVIA: PROGETTO/IDEA" Santa Maria Gualtieri, piazza della Vittoria 27 giugno - 7 luglio Le Mostre in Santa Maria Gualtieri C.R.T. (Centro Diurno di Pavia) "MOSTRA DI QUADRI REALIZZATI DAI PAZIENTI" Santa Maria Gualtieri, piazza della Vittoria INVITO AI MUSEI Weekend alla scoperta dei Musei della città, con un percorso di visite guidate, integrate e gratuite sabato 12 giugno ore 10.00 - 12.00 MUSEO PER LA STORIA DELL'UNIVERSITÀ Museo per la Storia dell'Università, Palazzo Universitario, Strada Nuova 65 sabato 12 giugno ore 15.00 - 17.00 MUSEI CIVICI - SEZIONE ROMANICA E RINASCIMENTALE Musei Civici del Castello Visconteo, viale XI Febbraio 35 domenica 13 giugno ore 10.00 - 12.00 MUSEI CIVICI - SEZIONE ROMANICA E RINASCIMENTALE Musei Civici del Castello Visconteo, viale XI Febbraio 35 domenica 13 giugno ore 15.00 - 17.00 ORTO BOTANICO Orto Botanico, via S. Epifanio sabato 12 giugno ore 16.00 Sabato d'Autore Visita guidata sulle tracce di Cesare Angelini Ritrovo in piazza Vittoria

DANZA
12 - 13 giugno ore 21.00 Professione Danza e Balletto QUESTA È LA BBC musiche di Strauss jr., Mukherjee, Nickodemus, Nash Didan, Prokofiev, Adam, Loewe, Shostakovich, Gershwin, Missy Elliot, Lennon - Mc Cartney, Tchaikovsky, Brahms, Rossini, Metheny, “Ramòn” Stillavato, Sullivan - Gilbert, Purcell, Danyel, Verdi, Bizet, Bacharach coreografie di Eleonora Burtulla, Silvana Burtulla, Delia Inzucchi, Daniela Monza, Valentina Sordo 19 - 20 giugno ore 21.00 Idea Danza PUNTO INTERROGATIVO (Saggio 2004) coreografie di Monica Starone, Valeria Livolsi, Flavio Albanese, Oriete Claro, Anna Pinoja, Veronica Cardini, Alessandro Bellan, Alessandra Galdi, Romain Sabella

LE AVVENTURE DEL RAGAZZO DEL PALO ELETTRICO (1987) di Shinja Tsukamoto martedì 15 giugno ore 22.30 BULLET IN THE HEAD (1990) di John Woo
versione director's cut di 130 min.

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martedì 22 giugno ore 22.30 AIRLINE STEWARDESS CAPTURED BY A SEX-SADIST (1987) di Tetsuji Takechi LIES (1999) di Jang-Sun Woo martedì 29 giugno ore 22.30 GUTS OF A VIRGIN (1988) di Kazuo Komizu A SNAKE OF A JUNE (2002) di Shinja Tsukamoto
versione originale sottotitolata in italiano

Concorso Fotografico “Contrasti” Prima edizione
Martedì 1° giugno si sono concluse le votazioni del pubblico per l’assegnazione del quarto premio del Concorso Fotografico “Contrasti”, organizzato dal Coordinamento per il diritto allo Studio in collaborazione con Acersat. Il 25 maggio la giuria di qualità, composta da Roberto Figazzolo, Anna Letizia Magrassi e Mauro Querci, ha decretato le tre foto vincitrici. 1° classificato: Bozzi Alice - foto n° 120 A Commento della giuria: La foto è stata premiata per l'originale e coerente interpretazione del tema del concorso. È frutto di un'inquadratura semplice ma spiazzante. 2° classificato: Mento Veronica - foto n° 100 A Commento della giuria: La foto è stata premiata per la forza espressiva del ritratto e per la tempestività dello scatto. 3° classificato: Rocchelli Andrea - "Riflessi ciclici" - foto n° 90 A Commento della giuria: La foto è stata premiata per l'interessante gioco di riflessi. Riesce a interpretare un contesto comune con sensibilità poetica. La foto più votata dal pubblico occuperà la copertina del prossimo numero di “Inchiostro”.

CONFERENZE
martedì 8 giugno ore 17.30 Fatti e Valori Fine di una dicotomia?
Dott. Corrado Del Bò Collegio Giasone del Maino

venerdi 18 giugno Incontro LA TERAPIA FARMACOLOGIA DEI DISTURBI DI PERSONALITÀ
Aula Forlanini del Palazzo Centrale

MUSICA
FAREFESTIVAL 2004 Castello Visconteo martedì 8 giugno - ore 21.30 MAURO PAGANI E SLOWFEET LORENZO RICCARDI
Un promettente cantautore pavese, giunto al suo secondo album, introduce gli Slow Feet: potrebbero sembrare un supergruppo, ma sono dei musicisti accomunati dall'amicizia con De Andrè e dall'amore per il Blues. Mauro Pagani, Franz Di Cioccio, Vittorio De Scalzi, Paolo Bonfanti e Reinhold Kohl. Ingresso € 10.00 ridotto € 8.00

martedì 8 giugno ore 20.30 Il medico, l'uomo: la medicina tra tecnologia e società L'aterosclerosi è una malattia autoimmune?
Diversi relatori. Direttore del corso prof. G.Ricevuti Collegio S.Caterina, via S. Martino 17/A

giovedì 24 giugno XXII Riunione annuale clinicoscientifica del Dipartimento di Chirurgia.
Aula Volta del Palazzo Centrale

venerdì 11 giugno - ore 21.00 ITINERAFESTIVAL
Concerto di musica classica e jazz moderno abbinato alla visita ai Musei Civici e degustazione di vini dell'Oltrepo Pavese Castello Visconteo

mercoledì 9 giugno ore 16.00-18.30
XIII Conferenza Annuale “Pietro Paoletti”

25 - 26 Giugno Questura di Pavia Secondo Convegno nazionale LA TUTELA DELLA SALUTE NELLE FORZE DELL'ORDINE
Aula Magna

sabato 26 giugno - ore 21.30 CANTANDO SOTTO LE STELLE
Serata finale del concorso canoro per dilettanti Piazza Repossi, San Genesio ed Uniti

ADVANCED NEUROSURGICAL ANATOMY
Aula Scarpa, Palazzo Centrale

POLITICA E TEORIE IN DIALOGO Riflessioni su Libertà ed Eguaglianza
Palazzo Centrale dell’Università

giovedì 10 giugno - ore 21.30 TREVES BLUES BAND
Fabio Treves, leader della Treves Blues Band, è un personaggio che ormai appartiene alla storia del Blues made in Italy. Blues suonato con grinta, convinzione e passione.

11 giugno MESSA IN SOL PER CORO, SOLI E ORCHESTRA MISSA CRIOLLA
Aula Magna del Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri 9

mercoledì 9 giugno Conferenza nell’ambito del programma didattico della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Vascolare
Aula Foscolo del Palazzo Centrale

mercoledì 9 giugno ore 18.00 La pace e l’Europa
Luigi Majocchi (Università di Pavia) Davide Secchi (Università di Pavia)

LUANA PASI

15 giugno FAMIGLIA ROSSI
Up-Pavia

sabato 12 giugno Convegno DIFFICOLTÀ DI APPRENDIMENTO
Aula del '400 del Palazzo Centrale

martedì 15 giugno ore 18.00 Multiculturalismo
Emanuela Ceva, Università di Manchester

14 - 17 giugno Convegno nazionale ELETTROOTTICA 2004
Aula Magna, Aula '400, Aula Forlanini, Aula di Disegno del Palazzo Centrale

Il suo repertorio spazia dal jazz al soul, dal blues al pop, generi ai quali si aggiunge l'esperienza dance. Nel 1988 prende parte al primo singolo dei T42 (progetto pop-dance ideato da Graziano Pegoraro, uno dei più famosi autori dance italiani e prodotto da Mario Fargetta), Star, nel quale SHARP (pseudonimo di Luana) appare come voce ospite. Ingresso € 10.00 ridotto € 8.00

18 giugno FAMIGLIA ROSSI
Orti Borromaici

30 giugno PORNORIVISTE
Festa Cavese Onlus, Cava Manara

mercoledì 16 giugno ore 15.00 - 17.00 Itinerari Botanici PAVIA: VISITA ALLA RISERVA "BOSCO NEGRI"

martedì 22 giugno ore 18.00 Opinione pubblica e Intellettuali
Gianni Francioni, Università di Pavia

venerdì 11 giugno - ore 21.30 GIORGIO GASLINI E ORCHESTRA SALMEGGIA
Giorgio Gaslini, attivo da 40 anni nel campo del Jazz e della Musica Contemporanea, uno dei musicisti più conosciuti ed apprezzati anche all'estero, con il supporto dell'Orchestra Salmeggia, reinterpreta la musica di Sun Ra. Ingresso € 10.00 ridotto € 8.00

20 giugno - ore 17.00 STRAVINSKIJ: MESSA
Aula Magna del Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri 9

Orto Botanico, via S.Epifanio - Pavia

venerdì 11 giugno - ore 20.30

Stadio Comunale “P. Fortunati” di Pavia

UNA SCUOLA IN PEDIATRIA
Incontro di calcio benefico triangolare Nazionale artisti TV & Stelle dello Sport vs Cup calcio vs Clinica pediatrica
L’incasso sarà utilizzato per l’ampliamento della Scuola Parificata insita al terzo piano della clinica Pediatrica del Policlinico San Matteo

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